domenica 27 febbraio 2011

Addio ad Augusto Muojo, giornalista poeta e volto storico del Tg Campania

Sanitopoli in Puglia, Vendola si contraddice

di Redazione



IlGiornale.it pubblica in esclusiva i verbali d'interrogatorio: Vendola si contraddice più volte, fa il poeta e addossa le colpe ai democratici. Il pm: "Non si fanno primariati ad personam"


Milano - Un documento esclusivo che svela cosa ha raccontato ai pubblici ministeri della procura di Bari il governatore della Puglia, Nichi Vendola, quando è stato sentito - in qualità di persona informata sui fatti - il 6 luglio 2009 sul verminaio sanità in Puglia. IlGiornale.it pubblica i verbali dell'interrogatorio: ecco il documento

All'epoca il governatore non era ancora finito sotto indagine in una delle tranche d'inchiesta in cui si suddivide la sanitopoli pugliese. Ma nel mirino era finito il suo assessore alla Sanità, il Pd Alberto Tedesco, che proprio per l'inchiesta lasciò l'incarico in giunta. L'inchiesta riguardante anche il governatore Vendola, archiviata venerdì scorso in concomitanza con il nuovo blitz del gip di Bari, venne aperta alcuni mesi dopo. 

Nell'interrogatorio Vendola si contraddice più volte, fa il poeta e addossa le colpe ai democratici. Persino il pm Desirée Digeronimo durante l'interrogatorio lo rimprovera: "Presidente, non si fanno i primariati ad personam". 




India, la famiglia record In 181 sotto lo stesso tetto

La Stampa


Ziona Chana ha 39 mogli, 94 nipoti e guida una setta di 400 clan: domineremo il mondo






CARLA RESCHIA

A guardare la foto sembra uno di quei raduni familiari che con il tam tam di Facebook richiamano dai quattro angoli del globo le persone più disparate, accomunate da un cognome o da una vaga parentela nel miraggio di radici comuni da ritrovare. Ma qui la squadra di donne, ragazzi e ragazze, bambini, ha un unico capofamiglia, Ziona Chana, un dinamico ultrasessantenne titolare fino a prova contraria della più grande famiglia del mondo: 39 mogli, 94 figli, 33 nipoti e 14 cognate, per un totale di 181 persone.

Alla ribalta su siti e giornali internazionali con questa bizzarra notizia sale l’India tribale più remota e oscura, quella del Mizoram, la terra del popolo Mizo, territorio entrato a far parte della federazione appena nel 1987 grazie a Rajiv Ghandi e nascosto tra le pendici himalayane del Nordest, tra l’Assam da un lato e il Bangladesh e la Birmania dall’altra parte del confine. Luoghi di etnie e fedi rare e ignote, dove le credenze e le discendenze si confondono. I Mizo, ovvero il popolo (Mi) delle colline (Zo) vivono divisi in tribù spaziando tra i tre stati, ripartiti in complicate divisioni di clan e sottoclan e sono, almeno nominalmente, in prevalenza cristiani con minoranze indù, buddiste e musulmane.

Ma è difficile determinare con precisione la teologia a cui s’ispira il signor Chana, leader ereditario di una setta che porta il suo nome, fondata dal bisnonno nel 1942. Al momento raccoglie circa 400 famiglie, ma è destinata in futuro – assicura lui - a dominare il mondo con l’aiuto di Gesù Cristo. Alla lunga potrebbe riuscirci, se non altro con la forza dei numeri, dal momento che la fede di famiglia consente agli uomini di avere tutte le mogli che vogliono. Un’opportunità che Ziona ha sfruttato in pieno e ora, galvanizzato dall’attenzione mediatica, afferma di voler continuare a coltivare, cercando attivamente nuove consorti «anche negli Stati Uniti, se necessario».

Il suo record personale da superare: 10 donne sposate in un solo anno. A Baktawng, il villaggio dove vive, per ospitare la famiglia, «papi» Ziona ha dovuto costruire e attrezzare un intero edificio, 100 stanze divise su quattro piani. È la Chhuanthar Run (La Casa della nuova generazione) ed è organizzata come una caserma, con turni, orari per ogni attività e rigide regole fissate e fatte rispettare dalla veterana delle mogli, Zathiangi, sua compagna dall’adolescenza. La donna, 69 anni, ha un ruolo non più operativo ma determinante per regolare le complesse attività del clan che comprendono le pertinenze - una scuola, un parco giochi, botteghe di falegnameria, dove lavorano tutti gli uomini, un porcile, un pollaio, una risaia e un orto grande abbastanza per fornire verdure a tutti – e la gestione dei pasti, un momento comunitario che richiede l’impiego quotidiano di una trentina di polli, almeno sessanta chili di patate e un quintale di riso.

La cucina è all’aperto, su un grande fuoco che viene tenuto acceso tutto il giorno e tiene costantemente impegnate le donne di casa, almeno quando non sono occupate – «con un sistema a rotazione», precisa Ziona - nella camera da letto del loro sposo o a tenergli compagnia durante la giornata.

Un privilegio, questo, riservato alle spose più recenti e giovani mentre le altre, come usava negli harem dei sultani, si accumulano in dormitori comuni lontani dal lettone del capofamiglia. Funziona? Gli interessati assicurano di sì. Con entusiasmo, Ziona, che confida in un’intervista al quotidiano inglese «The Sun» di sentirsi «un figlio prediletto di Dio, che mi ha concesso così tante persone di cui occuparmi» e spiega puntiglioso di non aver mai chiesto aiuto al governo perché la sua comunità è del tutto autosufficiente.

Nell’India contadina dove malgrado il boom economico e Internet a una donna si usa ancora augurare «Possa tu essere la madre di 100 figli maschi» anche le signore Chana non si dichiarano insoddisfatte. Sono sposate a una persona importante che è anche «il più bell’uomo del villaggio» e vanno d’accordo tra di loro. Come sottolinea una di loro, dall’ostico nome di Huntharngharki: «Se una famiglia si fonda sull’amore e il rispetto reciproco non può che essere un successo». Un successo di grandi numeri.



Bimbo bloccato per due anni in Ucraina arriva in Belgio

La Stampa


L’odissea del piccolo Samuel, nato da una madre surrogata
per volontà di una coppia omosessuale belga, era finito
per mesi in orfanotrofio




MARINA PALUMBO (Agb)

Samuel Ghilain non è un bambino fortunato. Ha solo due anni, ma la sua vita, fino ad oggi, è stata in un orfanotrofio in Ucraina, nonostante avesse due genitori. Anzi, tre. Ma ora la solitudine è finita: ieri è arrivato all’aeroporto di Bruxelles tra le braccia del padre, Laurent, che ha lottato da quando il piccolo è venuto alla luce per averlo con sé.

Samuel è nato da una madre surrogata per volontà di Peter Meurrens e Laurent Ghilain, una coppia omosessuale legalmente sposata in Belgio. La donna che lo ha partorito è stata inseminata con il seme di Laurent Ghilain che risulta dunque a tutti gli effetti padre del bambino.

Ma la legge belga non prevede la maternità surrogata all’estero, lasciando così ampio spazio alle interpretazioni e per due anni Samuel non ha potuto avere documenti e passaporto dal Belgio, sicché non poteva riunirsi al padre.

«Sembrava sempre che ci fosse un problema minore. Un altro modulo da compilare, un timbro mancante da ottenere o una traduzione che non andava bene» racconta Meurrens. Problemi che hanno continuato a presentarsi fino a questa settimana, quando il Ministero degli esteri belga, a seguito di una decisione del tribunale in favore della coppia, ha infine emesso un passaporto per il piccolo.

Meurrens e Ghilain lo avevano cullato tra le loro braccia appena dopo la nascita e da allora lo hanno visto molte volte. In mancanza del passaporto, però, Samuel era stato dato in affidamento ad una famiglia ucraina, al costo di 1000 euro al mese. Poi, quando la coppia aveva finito i soldi, ad un orfanotrofio. Ghilain aveva fatto il test del Dna per provare la paternità, in modo che l’orfanotrofio non lo desse in adozione.

All’arrivo all’aeroporto di Bruxelles, Samuel e Laurent sono stati accolti da una piccola folla di parenti emozionati e giornalisti in attesa. Qualche parente, nel vederli spuntare da dietro ai vetri, si è lasciato andare alle lacrime. La madre di Meurrens, stringeva tra le mani un’anatra di pezza gialla.

Ghilain e Meurrens hanno in programma ora di portare il bambino in una piccola città nel sud della Francia, dove si sono trasferiti prima che Samuel nascesse, con l’idea di dargli l’infanzia più quieta e serena possibile.


Libia, arrivano le sanzioni dell'Onu Frattini: «Gheddafi se ne vada»

Corriere della sera

Blocco dei beni del Raìs, embargo alle vendite di armi. Ashton (Ue): «La repressione avrà delle conseguenze»


MILANO - Dopo quelle firmate dal presidente Obama, contro il regime di Muammar Gheddafi arrivano anche le sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, che si è espresso domenica notte approvando all'unanimità la risoluzione 1970.

FRATTINI - Dura la presa di posizione del ministro degli Esteri Franco Frattini; secondo cui la situazione in Libia è a un «punto di non ritorno» ed è «inevitabile» che Gheddafi se ne vada: «Non avevamo mai visto situazioni in cui il capo di un regime dà ordine di uccidere i suoi stessi fratelli e le sue stesse sorelle, assoldando addirittura dei mercenari». La stessa richiesta di una cessione del potere da parte del Raìs è stata formulata da Stati Uniti e Gran Bretagna. Frattini ha spiegato che l'Italia non ha alcun vincolo che le impedirebbe di intraprendere azioni nei confronti della Libia derivante dall'accordo di amicizia tra Roma e Tripoli perché «la sospensione di fatto del trattato è già una realtà».

LA RISOLUZIONE - Il documento dell'Onu (volto a «deplorare la grave e sistematica violazione dei diritti umani, tra cui la repressione di manifestanti pacifici») prevede il blocco dei beni del Raìs e di alcuni suoi familiari e dignitari, l'embargo alle vendite di armi e un possibile coinvolgimento della Corte penale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra o contro l'umanità. L'ambasciatrice degli Stati Uniti all'Onu Susan Rice ha sottolineato che la risoluzione fa riferimento all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che non esclude un intervento internazionale nel caso si mostrasse necessario. I membri del Consiglio hanno espresso preoccupazione per le morti di civili, «respingendo inequivocabilmente l'incitamento alle ostilità e alla violenza contro la popolazione condotto dagli alti gradi del governo libico».


I PUNTI - Per ottenere un'«azione decisiva», ovvero porre fine alla repressione e allo spargimento di sangue nelle strade di Tripoli, i quindici del Consiglio, in linea con l'Unione Europea, hanno stabilito sanzioni dirette contro Muammar Gheddafi, otto dei suoi figli, due cugini e undici esponenti del regime di Tripoli, 22 persone in tutto. Nel documento si impone ai 192 Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite di «congelare senza ritardo tutti i fondi, le disponibilità finanziarie e le risorse economiche di questi individui». Ci sono poi l'embargo sulle forniture di armi e il deferimento alla Corte dell'Aja.

Secondo i quindici, oltre a Gheddafi, primo responsabile dell'eccidio in qualità di «comandante delle forze armate», vanno colpiti anche due suoi cugini: Ahmed Mohammed Ghedaf al-Daf, artefice di «operazioni contro i dissidenti libici all'estero e coinvolto direttamente in attività terroristiche», e Sayyid Mohammed Ghedaf al-Daf, «coinvolto in una campagna di assassini di dissidenti e probabilmente di una serie di uccisioni in giro nell'Europa». Presi di mira anche il capo delle forze armate Masud Abdulhafiz, il ministro della Difesa Abu Bakr Yunis, il capo
dell'antiterrorismo Abdussalam Mohammed Abdussalam, oltre ad altri vertici dell'intelligence.

«MESSAGGIO FORTE» - «Spero che il messaggio sia ascoltato e preso in considerazione dal regime in Libia» ha commentato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, congratulandosi per il voto unificato, un voto - ha detto - che «manda un messaggio forte che le gravi violazioni dei diritti umani di base non possono essere tollerate». Poco prima Ban aveva chiamato il presidente del Consiglio Berlusconi per discutere le opzioni disponibili per risolvere la crisi e chiedere «il continuo appoggio dell'Italia e un suo ruolo attivo per un'azione decisiva». La linea dura decisa dal Consiglio è appoggiata dalla missione libica alle Nazioni Unite, che in una lettera sostiene le misure contro i «responsabili degli attacchi armati contro i civili libici, anche attraverso la Corte penale internazionale».

La lettera è stata firmata dall'ambasciatore Mohamed Shalgham, ex sostenitore di Gheddafi che ha avuto un drammatico ravvedimento dopo lo scoppio delle repressioni. Venerdì Shalgham aveva chiesto al Consiglio di muoversi velocemente per fermare il bagno di sangue. Si muove l'Europa: l'Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton ha detto che la repressione avrà «conseguenze» e ha chiesto di nuovo la fine «immediata» delle violenze e delle violazioni dei diritti umani. «Gheddafi e le autorità libiche sanno che le loro azioni inaccettabili e scandalose avranno conseguenze - spiega Ashton -. L'impunità contro i crimini commessi non sarà tollerata. Le sanzioni della Ue saranno formalmente adottate nel più breve tempo possibile».

Anche la Russia prende posizione: in una telefonata al collega libico Musa Kusa, il ministro degli Esteri di Mosca Serghiei Lavrov ha condannato l'uso «inaccettabile» della forza contro i civili. E dopo quella di Washington c'è la dura presa di posizione di Londra: il ministro degli Esteri William Hague ha detto che Muammar Gheddafi se ne deve andare. La Gran Bretagna ha quindi revocato l'immunità al colonnello e ai suoi figli, «per far capire qual è la nostra posizione sul suo status di capo di Stato» ha spiegato Hague.

Redazione online
27 febbraio 2011

Il piccolo nato '11 anni dopo' E' record per un embrione

Quotidiano.net


Il bimbo oggi ha due anni e sta bene. Il caso è stato presentato da Eleonora Porcu, responsabile del Modulo di infertilità dell'Università di Bologna, che spiega: "Dopo la legge 40 abbiamo ricontattato la coppia che ha voluto ritentare"


Bologna, 26 febbraio 2011


E' venuto alla luce dopo 11 anni 'al freddo'. Sta bene e oggi ha due anni il bambino nato da un embrione sottoposto a un lunghissimo congelamento nel centro di procreazione assistita dell'Universita' di Bologna.

La notizia arriva dal convegno della Societa' Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità (Siams) tenutosi ad Abano Terme (Padova). ''Questo risultato conferma che gli embrioni congelati possono sopravvivere per moltissimo tempo e che il congelamento, se fatto correttamente, non e' dannoso'', ha detto Eleonora Porcu, responsabile del Modulo di infertilita' e procreazione medicalmente assistita dell'università di Bologna.

La storia. Il bambino e' nato con parto spontaneo in seguito a una gravidanza che non ha dato problemi e alla nascita pesava 3.610 grammi. Vive in Lombardia, nato da una coppia che nel 1996 si era rivolta al centro di procreazione assistita dell'universita' di Bologna in cerca di un figlio. Dalla stimolazione ovarica erano stati ottenuti 17 ovociti maturi, dai quali si sono avuti nove embrioni. Di questi, due sono stati impiantati subito e hanno portato alla nascita di un bambino; dei sette rimasti, uno non era idoneo al congelamento, mentre gli altri sono stati conservati. Due anni piu' tardi nella donna sono stati impiantati altri due embrioni, ma senza esito.

''Poi e' arrivata la legge 40 - ha spiegato Eleonora Porcu - e con essa la sollecitazione a utilizzare gli embrioni congelati che ancora avevamo nel centro, Abbiamo fatto il censimento e mandato le lettere alle coppie''. La coppia lombarda ha risposto, sebbene fosse passato tanto tempo. ''Ci hanno detto che non volevano abbandonare i loro embrioni''. Cosi' i quattro embrioni rimasti sono stati scongelati. Di questi, due erano in condizioni di poter essere impiantati e sono stati trasferiti. La donna allora aveva 42 anni.


Le invenzioni di Ruby su invitati e «clienti» e la cautela dei pm

Corriere della sera


Non credibile sulla Carfagna e Berlusconi jr

Il caso Per la Procura la marocchina inattendibile su alcune circostanze


MILANO - Perché Silvio Berlusconi, parlando venerdì alle parlamentari del Pdl, ha acceso il gossip giudiziario sul fatto che Ruby «avrebbe detto di aver visto le ministre Carfagna e Gelmini ballare nude a casa mia?». Perché il presidente del Consiglio è da venerdì l'unico, con i suoi legali, a possedere la versione integrale dei 5 verbali della 17enne marocchina Karina «Ruby» el Mahroug nell'estate 2010. Da tempo la Procura, come già qui segnalato settimane fa e come peraltro evidente sin dal non inserimento degli interrogatori tra le carte inviate al Parlamento il 14 gennaio, ha scelto di fare il processo al premier sul «caso Ruby» come se Ruby ormai non ci fosse.

Di questa parte lesa del reato di prostituzione minorile, e con un complesso passato familiare oltre che una delicata situazione psicologica, i pm hanno estratto solo quei segmenti che potessero trovare un riscontro esterno. Misurata su questo metro, Ruby (che in alcune intercettazioni dice di aver fatto sesso con il premier, negato invece nei verbali dove parla solo di sue avances) è stata una buona teste rispetto ad alcune circostanze: il rito del bunga bunga, le ospiti più assidue, il ruolo del tesoriere del premier nel pagare le ragazze, le buste di contanti dal premier, le auto e gli affitti regalati alle inquiline dell'Olgettina.

Ma dal 3 agosto 2010 i pm hanno smesso di interrogare la teste, scegliendo di non seguirla più sullo scivoloso campo di gioco di mezze verità, falsità e verosimiglianze inverificabili. Per questo, quando il 9 febbraio è giunto il momento di depositare alla difesa gli atti utilizzati per la richiesta di giudizio immediato e dunque anche i verbali di Ruby, la Procura ha voluto tutelare i nomi che la ragazza aveva collocato in contesti hard ma che si erano rivelati presenze false o non verificabili. I legali di Berlusconi, però, come loro diritto hanno chiesto di avere i verbali integrali. E proprio l'altro ieri l'avvocato Giorgio Perroni ha ottenuto la copia senza più omissis. È lì dentro che Berlusconi ha letto, e subito volantinato nell'incontro di venerdì con le parlamentari pdl per accreditare la tesi di inquirenti che lo perseguitano andando dietro a «una pazza», le scene attribuite da Ruby ai ministri Carfagna e Gelmini, nonché nomi dello spettacolo tra i quali il premier ha nominato la presentatrice di Sanremo, Belen Rodriguez.

Quello che però Berlusconi non dice, nel momento in cui è curiosamente proprio lui ad accendere stavolta il ventilatore dei nomi, è che gli omissis della Procura nascevano proprio dall'aver già verificato che non corrispondevano alla realtà. Per il ministro Carfagna, ad esempio, non si è ovviamente potuta tracciare la localizzazione tramite le celle telefoniche, perché è parlamentare e ci sarebbe voluta l'autorizzazione della Camera all'uso dei suoi tabulati: ma è bastato incrociare alcune notizie pubbliche con le date delle presunte presenze per escludere con certezza le affermazioni di Ruby, del resto già smentita su altri nomi a effetto.

Allo stesso modo la Procura, nell'invito a comparire al premier del 14 gennaio, aveva già tutelato con un chirurgico omissis di due righe anche il figlio del premier, Piersilvio Berlusconi. Gli inquirenti, infatti, avevano valorizzato le intercettazioni del 20 agosto 2010 tra Ruby e una sua amica prostituta di lingua spagnola, D.I., perché dimostrava che la minorenne marocchina era a caccia di un cliente a Portofino che proponeva «un prezzo che non mi andava bene. Lui mi ha detto: vieni con me? Gli ho detto: sì, ma quanto mi dai a me e alla mia amica? Non ti chiedo tanto, mille. Lui fa: no, mille sono troppi, preferisco che vieni solo tu e non la tua amica. Gli ho detto: no, se non viene la mia amica non vengo neanche io».

Ma adesso, nella versione integrale, si vede che subito dopo Ruby aggiungeva all'amica: «Gli uomini fanno così, io li conosco bene, per questo gli ho detto che se non viene la mia amica non vengo neanche io, però qua (a Portofino, ndr) ne ho tante di persone che hanno veramente soldi perché sono ricchi, cioè, c'è anche il figlio di Silvio, Piersilvio, con cui vado sempre... Vieni domani e lavoriamo bene». L'omissis degli inquirenti aveva un senso: avevano già verificato che Piersilvio Berlusconi in realtà non ha mai avuto a che fare con Ruby, e nemmeno con le sedici feste del padre ad Arcore finite sotto esame nell'inchiesta.

Luigi Ferrarella, Giuseppe Guastella
27 febbraio 2011

Satellite tedesco fuori controllo Potrebbe cadere sulla Terra

Corriere della sera


Alcuni pezzi potrebbero arrivare fino al suolo con «conseguenze immense»

entrerà nell'atmosfera tra ottobre e dicembre


Una galassia ripresa da Rosat
Una galassia ripresa da Rosat
COLONIA - C'è timore per il satellite tedesco «Rosat» che attualmente ondeggia in un volo incontrollato attraverso lo spazio, ma che precipiterà entro l'anno. Le ultime analisi riferiscono che entrerà nell'atmosfera terrestre fra qualche mese. Il momento fatidico è previsto tra ottobre e dicembre. Nella peggiore delle ipotesi, spiegano i ricercatori, i resti potrebbero cadere sul suolo con «conseguenze immense».


IPOTESI
- Come rivela Der Spiegel nella sua edizione online, il veicolo spaziale «Rosat», dal peso di 2,4 tonnellate, entrerà nell'atmosfera nel lasso di tempo di 80 giorni tra ottobre e dicembre. Nella migliore delle ipotesi brucerà al rientro o cadrà in mare. Esiste tuttavia il rischio che alcuni pezzi possano cadere fino al suolo. «Nel caso si schiantassero su una città le conseguenze potrebbero essere immense», spiega la rivista tedesca. «E' molto improbabile che le persone vengano colpite», ha sottolineato Jan Wörner, a capo del Centro Aerospaziale tedesco (DLR) di Colonia e Oberpfaffenhofen. Ciò nonostante, l'agenzia sta valutando in queste ore anche il possibile abbattimento del satellite «nel caso di un acuto pericolo per la vita delle persone». Tuttavia, questa soluzione potrebbe comportare diversi rischi come quello di danneggiare altri satelliti. Il governo di Angela Merkel sta studiano le varie ipotesi.

IMMAGINI DELLA LUNA - «Per il momento non si può dire con precisione quando, nell'intervallo di tempo accertato, entrerà nell'atmosfera terrestre e dove potrebbero eventualmente precipitare con esattezza i vari pezzi», spiega l'agenzia. Il tutto dipende infatti anche dall'attività solare. Degli eventuali danni sono responsabili sia il Paese proprietario del satellite sia quello che lo ha lanciato: in questo caso la Germania. Rosat era stato lanciato dalla Florida nel giugno del 1990. Per nove anni il satellite con due telescopi ha studiato la nascita delle stelle, trasmesso alla Terra immagini a raggi X delle comete; della Luna o della galassia Andromeda e rivoluzionato così l'astronomia negli anni '60. Da qualche tempo è fuori controllo ma viene monitorato da terra con sistemi radar. In questo momento Rosat si trova in un'orbita distante 500 chilometri dalla Terra.

Elmar Burchia
26 febbraio 2011

I "non ricordo" di Vendola al Pm: si contraddice e addossa le colpe al Pd

di Redazione



I VERBALI. Persino il Pm durante l’interrogatorio lo rimprovera: "Presidente, non si fanno i primariati ad personam". Il caso dell'assessore Tedesco: "Mai il Pd mi avrebbe consentito di nominare la persona che ritenevo competente e affidabile"



Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


Massoneria e luminari, lessico e lacrime, angosce e dubbi, assalti politici e bubboni sanitari, «lesioni dei rapporti» con vice e assessore. Nelle quasi 4 ore di confronto tra la poetica politica di Nichi Vendola e il pragmatismo del potere giudiziario, di temi ne emergono un bel po’. Di certo, nel lunghissimo interrogatorio (157 pagine) del 6 luglio 2009 con la pm barese Desirée Digeronimo, il governatore pugliese più volte contraddice con le sue parole quanto emergeva dalle intercettazioni e dalle indagini. Si affida al suo lessico per dare un tocco di stile al verbale, ma cade dalle nuvole ogni volta che viene messo di fronte al quadro indiziario che mostrava la sanità pugliese come un verminaio, anche dopo quattro anni di «primavera» targata Nichi.

Certe volte sembra un marziano, impegnato nel nome della trasparenza a rimuovere i dirigenti sanitari al primo cattivo odore, per trasalire all’idea che, forse, qualcuno alle sue spalle approfittava di quelle rimozioni per favorire i propri fedelissimi. Eppure questo disarmante candore non è una costante. Perché lui stesso, in una delle due lunghe risposte al pm, sembra quasi ammettere la sconfitta. Prima paragona – lui, mica il magistrato - la sanità a un «casinò», visto i soldi che ci girano, «dalle slot-machine all’ingresso, che possono essere la spesa corrente per le infermerie, per l’acquisto dei cerotti, per l’acquisto di non so che cosa, fino alla roulette o al black jack, che sono gli appalti per i grandi macchinari, per cose di questo genere».

Poi dà un quadro a dir poco lapidario delle sue conoscenze del settore: «Io so che la Sanità è un grande bubbone, fine della storia». E infine, per uno che su quel tema aveva vinto le elezioni, e che appunto era al timone ormai da quattro anni, aggiunge una cosa sorprendente. «Quello che scopro duramente è che nessuno ha una conoscenza critica, approfondita della Sanità, e che anche il centrosinistra, la mia coalizione, che aveva fatto la battaglia contro il piano di riordino del mio predecessore, in realtà non aveva, non c’è la conoscenza, perché non è utile la conoscenza. La conoscenza del sistema sanitario è pericolosa, perché invece il sistema sanitario così come è a ciascuno può offrire degli spazi di entratura». Denuncia coraggiosa, ma quel «bubbone» era una parte della macchina-Regione che aveva al vertice proprio lui.

A Vendola tra l’altro viene chiesto se ha mai sospettato che la fiducia in Tedesco fosse mal riposta, visto che aveva accostato all’assessore alla Sanità un consulente di sua fiducia, Tommaso Fiore, attuale titolare dell’assessorato. E la replica di Nichi suona come uno scaricabarile verso il Pd, il cui reggente pugliese era il sindaco di Bari, Emiliano. «Il rapporto si è andato incrinando, ha avuto momenti in cui lui faceva grandi recuperi, avevo i momenti in cui ero assediato dai dubbi e dall’angoscia, ma naturalmente ho sempre pensato di non avere nessuna credibile alternativa, perché mai il Pd mi avrebbe consentito di nominare l’unica altra persona non solo competente, ma per me di totale affidabilità morale, che era Tommaso Fiore».

Ossia l’«assessore-ombra», come Vendola stesso lo definisce. Eppure, anche la nomina di Tedesco, che Vendola a parole ha sempre difeso fino alle sue dimissioni, persino quando l’opposizione pose la questione del conflitto d’interesse, con le aziende dei figli che fatturavano milioni con la sanità pubblica, diventa un momento di intimo tormento nei ricordi del governatore. «Ma è stata per me la scelta dell’assessore alla Sanità – chiosa il presidente - uno dei passaggi più difficili, quello che mi ha tolto il sonno per diverse notti». Ma rotti gli indugi, racconta ancora Vendola, ha fondato con Tedesco un rapporto basato sul «mandato fiduciario», ossia «un vincolo per la vita, una cosa che difficilmente possa essere violata», spiega il poeta politico.

Che va meno sul lirismo quando gli si contestano la sostituzione e la nomina dei direttori sanitari della Asl di Lecce, un punto sul quale il gip che ha chiesto l’arresto per Tedesco aveva posto dubbi sulla correttezza della richiesta di archiviazione per Vendola. Nichi replica che la rimozione del dirigente, Franco Sanapo, l’aveva voluta lui perché «aveva incontrato pazienti, cittadini, non so chi, aveva avuto degli incontri in quello che fu chiamato ambulatorio del vicepresidente Frisullo suo ufficio, non so che cavolo sia, e questo fatto, siccome era un fatto di dominio pubblico, era diventato un fatto di dominio pubblico a Lecce, ed in qualche maniera era il fatto che rendeva forte una rappresentazione che io, ogni volta che mettevo piede a Lecce già sentivo, di una certa presenza della politica, di un assedio della politica intorno alla Asl». Così decide di fare pulizia. Peccato che, secondo la procura di Bari, il successore di Sanapo, Valente, fosse stato piazzato lì da Tedesco con tanto di giunta riunita ad hoc per firmare il contratto prima che il nuovo dirigente, compiuti 65 anni il giorno dopo, perdesse i requisiti per l’incarico.

C’è poi un retroscena «massonico» alle presunte pressioni del presidente Vendola per trovare un posto da primario al medico barese, assistente ad Harvard, Giancarlo Logroscino. Vendola spiega che a segnalargli il luminare era stata l’ex parlamentare di Rifondazione Maria Celeste Nardini. Ovviamente non è una raccomandazione, ma «un ritorno di un cervello», nelle parole del presidente. A cui viene fatta ascoltare la telefonata in cui lo stesso Vendola chiede lumi a Tedesco per la vittoria di un altro candidato al concorso cui partecipava il «cervello»: «Don Mimmo – dice Vendola intercettato - sostiene che non ha potuto far vincere Logroscino perché tu hai detto di far vincere questo Tamma». Vendola minimizza a verbale: «Mi sono un po’ agitato, perché non erano andate in una certa maniera le cose, tutto qua».

Ma Vendola e Tedesco hanno in mente un’altra soluzione per garantire il primariato al luminare (che non andrà in porto), e la pm bacchetta il governatore: «Presidente, prima si fanno i concorsi e le gare, poi si individuano i primari, non si fanno i primariati ad personam». E, sempre in una conversazione intercettata sulla questione-Logroscino che gli inquirenti fanno ascoltare al presidente, Vendola che dice a Tedesco: «Lì mi hanno spiegato a Roma che è un giro di massoneria che si è mosso». Addirittura i grembiulini per spingere il «cervello di ritorno»?

Vendola balbetta. Non ricorda. Mette a verbale una risposta memorabile: «Sono molto stupito di questa mia dichiarazione sulla massoneria». In fondo, anche i pm. Che indagheranno Vendola per sospetto peculato (non per questo episodio), salvo chiedere l’archiviazione un anno fa (accolta venerdì). E in una replica forbita al pm, Vendola è buon profeta: «Mi fa una domanda che è quasi archeologia nella mia testa, onestamente non mi ricordo, è una domanda che richiede per me una archiviazione». Detto, fatto

Che affare per i politici trovare casa a Roma

di Andrea Cuomo



Sinistra, opposizione e sindacati: in pochi hanno resistito alla tentazione di acquistare immobili a prezzi di favore Dalla moglie di Veltroni, che spese 373mila euro per 190 metri quadrati, a Casini: comprò un intero stabile a 1,8 milioni



Roma - Il patrimonio immobiliare capitolino, pubblico o quasi, è una mucca generosa alle cui mammelle quasi tutti i potenti si sono attaccati. Ministri, parlamentari, leader di partito, magistrati hanno riposato i loro stanchi lembi tra accoglienti mura a basso prezzo, spesso in zone di pregio (noblesse oblige). Un tempo fu Affittopoli, che smascherò politici di vaglia ospiti di case di enti pubblici ad affitti da pensione sociale. Poi negli ultimi anni - anni di cartolarizzazione selvaggia del patrimonio immobiliare pubblico - i potenti hanno preferito acquistare direttamente. Investire nel mattone, sport prediletto dall’italiano. A prezzi molto inferiori a quelli di mercato, s’intende. E che si sia trattato di favoritismi o del semplice approfittare di un’opportunità offerta da leggi rilassate, poco importa.

I nomi sono tutti da prima pagina e furono svelati qualche tempo fa da L’Espresso in un’inchiesta che fece indignare non poco gli italiani. Parliamo di politici di ogni schieramento, ma soprattutto di sinistra. Come l’ex sindaco di Roma ed ex candidato premier Walter Veltroni, la cui moglie Flavia Prisco ha acquistato nel 2005 per 373mila euro un appartamento di 190 metri quadri in un prestigioso palazzo di via Velletri di proprietà dell’Inpdai, a due passi da via Veneto. Un quartierino che oggi secondo i borsini immobiliari online vale circa 1.300.000 euro.

Non disse male nemmeno alla famiglia di Pier Ferdinando Casini, oggi come allora leader dell’Udc. Quando era ancora sposato con Roberta Lubich, svelò L’Espresso, il leader centrista aveva acquistato un intero stabile in via Clitunno, nel borghesissimo quartiere Trieste, di proprietà delle Generali, poi transitato per le mani di una società di proprietà di un amico di famiglia e infine spezzettato tra l’ex moglie, due figlie e una suocera. Un affare costato in definitiva 1,8 milioni di euro: un affarone per cinque appartamenti e 30 vani in totale, del valore attuale di circa 6mila euro al metro quadro.

Poi c’è il caso di Franco Marini, ex presidente del Senato, che ha acquistato nel 2007 dalla Scip (ex Inpdai) una casa su due piani e composta da 14 vani in via Lima ai Parioli al prezzo totale di 1 milione di euro, almeno un quarto del valore di mercato. Lui accusò il colpo, precisò che uno dei due piano è uno scantinato da lui aggiustato, chiese all’Espresso di pubblicare una sua precisazione, e si tenne la casa, naturalmente.

L’acquisto di una casa fu confessato anche da Luciano Violante, già presidente della Camera, che contestò però la descrizione del suo appartamento ex Ina in via Sant’Eufemia, ai Fori Imperiali, rilevato da Pirelli Re per 327mila euro. L’Espresso parlò di soggiorno, quattro camere, accessori, disimpegno, terrazzo al piano più terrazzo superiore. Lui, l’ex magistrato, ridimensionò così: «L’alloggio è di 70 metri quadri circa. Era già abitato da me. Ha un pianerottolo di due metri quadri con una scala che porta al piano superiore dove ci sono due stanze, bagno e cucina e due terrazze che si affacciano sul cortile interno».

Quanto a Raffaele Bonanni, nel 2005 ha acquistato dalla Scip, che l’aveva rilevato dall’Inps, un appartamento al sesto piano di via Perugino al Flaminio per 201mila euro: considerato che è una casa di otto vani con cantina il suo valore di mercato attuale non può essere inferiore ai 700mila euro. E Francesco Proietti detto Checchino, l’ex segretario di Fini oggi deputato di Fli? Nel 2004 sua figlia ha acquistato una casa ex Ina dalle generali in via del Serafico, splendido angolo dell’Eur: una casa grande, con terrazza su tre lati, salone, due camere, disimpegno, posto auto e cantina: il tutto per 267mila euro. Non proprio un regalo, ma comunque un grande affare proibito a un cittadino comune. Ma qui non parliamo certo di cittadini comuni.


Il delfino passato dal jet set alle bombe

di Luciano Gulli



Un ex golden boy abituato alla gran vita a Saint Tropez e riverito dal bel mondo italiano. Per molti è l'uomo della transizione. Ma non ha neanche le idee chiare sugli eventi in corso



A guardarlo, lassù in cima alla murata della sua caserma-fortezza, sembrava che già ballasse sull'orlo dell'abisso, gli occhi fissi in quelli di compare Saddam Hussein che dall'oltretomba, su uno sfondo di fiamme, sangue e macerie, il viso bluastro dell'impiccato, lo chiama a sé, come in una specie di Shining islamico.

Invece Muammar Gheddafi sta «molto bene» ed è «di buonumore». Lo dice suo figlio Seif el-Islam (nome bislacco, alle nostre orecchie. Significa «Spada dell'Islam») E se lo dice suo figlio Seif, che del padre è ambasciatore e megafono, almeno da quando indossa i calzoni lunghi, i casi son due: o si è bevuto il cervello, e cerca di rintuzzare a furia di spacconate la gragnuola di brutte notizie a senso unico che si è andata ispessendo sul capo del vecchio raìs (le migliaia di morti, i mercenari, i bombardamenti sui civili); o ha una versione della verità (e dunque anche delle pezze d'appoggio che ci si immagina mostrerà) totalmente diversa da quella che i media - soprattutto quelli arabi, fatto curioso - stanno raccontando sulla guerra civile che infuria a poche centinaia di metri dal cuore della capitale.

«Spada dell'Islam», ovvero Seif, in genere non parla a vanvera. Trentasette anni, ingegnere, figlio di secondo letto di Gheddafi, titolare di un fastoso studio di architettura a Tripoli e ascoltato «consigliori» del padre, si è laureato in Libia ma ha studiato anche alla London School of Economics. Agi e comodità non gli sono mai mancati, così come le frequentazioni altolocate e le vacanze a Montecarlo e a Saint Tropez da golden boy. Mitiche, nel ricordo dei partecipanti, sono rimaste le immagini del party che «Spada dell'Islam» diede in Montenegro nel 2009, con gli amici Oleg Deripaska (un russo ricco sfondato) e il principe Alberto di Monaco.

Ma non è detto che siano state le ultime, nella sua visione delle cose e del mondo. «Il morale è molto alto», ha detto all'emittente britannica Channel 4, dichiarandosi «ottimista» e negando che ci sia in atto una guerra civile (salvo poi, cinque minuti dopo ammettere che certo, a ben pensarci, forse una guerra civile in effetti c'è). «La situazione però è sotto controllo in tre quarti del Paese», ha aggiunto subito dopo, anche se non si può negare, ha ammesso, che in giro si respira «una certa volontà di cambiamento». Nelle sue disperate dichiarazioni alla stampa («i bombardamenti, i mercenari, le migliaia di vittime sono una grande barzelletta»; «gli americani hanno i satelliti, perché non raccontano la verità?»; «c'è una grande congiura in atto. Al Qaida guida la danza») Seif dà la sensazione di un ragazzo stretto nell'angolo, ma ancora convinto che la situazione, apparentemente senza via d'uscita, si possa invece ribaltare in extremis.

Ma perché, gli è stato domandato, le tv arabe come Al Jazeera e Al Arabiya avrebbero dovuto prestarsi all'oscura macchinazione antilibica di cui parla il colonnello Gheddafi? Che interesse avrebbero avuto a mettere in cattiva luce il colonnello, raccontando verità distorte?

E lui: «I media sono lo strumento di una grande cospirazione di Paesi arabi contro di noi, vi dirò presto chi. Non hanno capito che stanno favorendo la creazione di un Afghanistan in riva al Mediterraneo». Lontana sembra per Seif la stagione in cui esponeva le sue tele a Castel Sant'Angelo, o quella in cui, passando per Roma, era ricevuto da Gianni Letta, da Lamberto Dini e Massimo D'Alema. Lontane le giornate di amabili conversari con il banchiere Cesare Geronzi e Marco Tronchetti Provera, e le sciate a Cortina con l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni. Ieri sera, a Tripoli, Spada dell'Islam sembrava quel che è: un giovanotto in bilico tra la speranza di salvare il salvabile e la disperazione. Un giovanotto al quale la vita ha assegnato un ruolo anche più grande del nome roboante che gli hanno appioppato, ma deciso come suo padre ad affrontare il destino a viso aperto.


La vera storia di D'Alema e dei weekend con il re di Sanitopoli

di Redazione



L’ex premier ha sempre negato di conoscere l’imprenditore coinvolto nella Sanitopoli pugliese. Ma davanti ai Pm il "re delle protesi" Tarantini ammette: "L’ho conosciuto in più occasioni, eravamo in barca assieme al suo amico De Santis"



I week end con Massimo D’Alema, alcuni casuali, altri per nulla, e la cena elettorale organizzata per «Baffino» con il sindaco di Bari Emiliano, «il quale partecipò a tutta la cena», mica un saltino al volo, solo il tempo per vedere che c’era un personaggio pericoloso e portare via, in salvo, il lìder Massimo. Eccolo qui, il verbale di Gianpaolo Tarantini, il «re delle protesi», le cui indiscrezioni mandarono su tutte le furie l’ex ministro degli Esteri nell’autunno del 2009, quando trapelò la notizia di una gita in barca tra D’Alema e Tarantini, dopo che il primo aveva negato di aver mai conosciuto il secondo. L’esponente del Pd annunciò querele, poi diede la sua versione. L’incontro c’era stato, ma solo accidentale, perché la barca su cui si trovava Tarantini, di proprietà di un imprenditore amico di entrambi, avrebbe dato un semplice passaggio a D’Alema. Ma nel verbale, precedente alla polemica, Tarantini di quel fine settimana racconta cose diverse. E aggiunge all’agenda degli incontri tra lui e il politico anche un probabile week end a Lecce, precisando che non era però organizzato.

La nuova versione, riferibile ovviamente a Tarantini, arriva dall’interrogatorio di quest’ultimo di fronte ai pm baresi che indagavano sul suo «concorrente» nel business delle protesi, l’ex assessore, ora senatore del Pd, Alberto Tedesco. Gianpaolo era indagato in un procedimento connesso, ma il pm Digeronimo non è interessato ai suoi guai, vuol sapere quello che l’imprenditore sa del ruolo di Tedesco nella sanità pugliese. E chiede a Tarantini in che rapporti fosse con Roberto De Santis, l’imprenditore salentino. «Dove vi vedevate?», domanda il pm. Tarantini replica: «Lecce, Bari, Roma, Milano, siamo andati anche a New York, credo, abbiamo fatto un week end insieme con lui, D’Alema». Quel nome è ingombrante. Il magistrato chiede in che rapporti fosse De Santis con Baffino. «Credo che sia il suo migliore amico», taglia corto Tarantini. Amicizia o anche affari, Gianpy non sa dirlo.

«So che aveva un rapporto di amicizia ed anche di… visto il rapporto stretto di amicizia, probabilmente anche come… come collaboratore politico, forse, non lo so». Quello che invece l’imprenditore sa, e infatti risponde, è quando De Santis gli ha fatto conoscere l’ex ministro. «Sì, ho conosciuto D’Alema in più occasioni, in particolar modo abbiamo fatto un week end insieme, io ero in barca con Francesco Maldarizzi, avevano organizzato questo week end con D’Alema, con la sua barca, Roberto De Santis con la barca di D’Alema. Roberto De Santis in barca con D’Alema e con la moglie, e io con Francesco Maldarizzi e mia moglie, andammo a Ponza». Non fu l’ultimo incontro tra i due. E proprio la descrizione del vis à vis successivo sembra confermare che, secondo Tarantini, la gita in barca con Baffino non era un incontro casuale. «Facemmo questo week end e poi forse un altro nel Salento – racconta ai magistrati l’imprenditore - però non ricordo se quel week end nel Salento fu organizzato o ci trovammo lì per caso, comunque c’era anche l’onorevole D’Alema».

D’altra parte, Tarantini non sembra volersi accreditare come imprenditore «vicino» al politico, visto che nega categoricamente di aver mai finanziato D’Alema o il suo partito. Eccezion fatta per la famosa cena elettorale con i vertici della Sanità pugliese in un noto ristorante di Bari, «La Pignata». Che Tarantini ricorda così: «Eravamo in campagna elettorale, noi volevamo organizzare questa cena con tutti i direttori generali ed i primari, i più grossi primari della Puglia (…) al Ristorante La Pignata, con l’aiuto di Michele Mazzarano, allora coordinatore regionale dei Ds (…) decidemmo di organizzare questa cena elettorale ed io chiesi a Roberto De Santis la presenza di Massimo D’Alema, il quale partecipò a tutta la cena, sia lui che il Dottor Michele Emiliano, a differenza di quanto scritto sui giornali che è stato solo 10 minuti».

La versione del sindaco di Bari, che disse di essere scappato portandosi D’Alema non appena riconobbe Tarantini, viene dunque smentita da quest’ultimo, che l’aveva peraltro letta sui quotidiani. Così, puntigliosamente, dettaglia ancora: «D’Alema arrivò, credo, intorno alle undici, invece il Dottor Michele Emiliano arrivò puntualissimo alla cena ed andò via per ultimo, stette tutta la cena, credo che siano testimoni quasi 35 persone». Alle domande sull’origine del cattivo rapporto con Tedesco, invece, Tarantini (che parla di «odio» dell’ex assessore nei suoi confronti) non sa dare una risposta. E la butta sul ridere. Forse era geloso. «Forse voleva una escort anche lui. Se me l’avesse chiesta, gliel’avrei data anche a lui!»

Tortora, dopo 22 anni ecco un’altra ingiustizia

di Lino Jannuzzi



I giornalisti Jannuzzi e De Gregorio (oggi senatore Pdl) condannati a versare 280mila euro al giudice che inquisì l’ex volto tv, poi assolto. La colpa? Aver raccontato un processo orrore



Ventisette anni dopo l’arresto di Enzo Tortora la seconda sezione civile del Tribunale di Napoli ha condannato Lino Jannuzzi e Sergio De Gregorio a pagare, in solido tra di loro, la somma di 150mila euro, più gli interessi calcolati a partire dal 1991 (in tutto 280mila euro) a favore di Giorgio Fontana, il giudice istruttore che ha gestito l’inchiesta su Tortora e che si era poi dimesso dalla magistratura in polemica con il Csm, che aveva aperto un procedimento disciplinare su di lui e sui due pm del processo Lucio Di Pietro e Felice di Persia (procedimenti che poi finirono nel nulla) e che ora fa l’avvocato a Napoli. In questa veste Fontana aveva già querelato Lino Jannuzzi in sede penale, ne aveva ottenuta la condanna e ne aveva già riscosso un risarcimento di diversi milioni di lire. Sergio De Gregorio, attualmente senatore del Pdl, è stato cronista giudiziario de Il Giornale di Napoli, di cui Lino Jannuzzi è stato direttore, e in occasione della morte di Enzo Tortora, stroncato dal cancro il 20 maggio 1988, aveva scritto un articolo su Tortora, su Fontana e sul processo. Per quell’articolo l’autore e il direttore del giornale sono stati condannati oggi, ventidue anni dopo.

L’INIZIO DELL’INCUBO

Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino, mentre dormiva all’Hotel Plaza di Roma, venerdì 17 giugno 1983. Fu portato in questura e vi fu trattenuto fino alle undici, nonostante fosse stato colpito da collasso cardiaco, prima di trasferirlo a Regina Coeli: il tempo necessario perché la notizia del suo arresto si diffondesse e si raccogliesse dinanzi alla questura una folla di giornalisti e di fotografi.

L’ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico era stato spiccato dalla procura di Napoli sulla base delle accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto «’o animale», è un feroce assassino, famoso per avere ucciso in carcere Francis Turatello, per avergli sventrato a calci il torace e strappato il cuore per poi mangiarselo. Giovanni Pandico «o pazzo», dichiarato psicolabile e paranoico, è entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage nel municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie e ha ucciso gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.

LA GRANDE RETATA

Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», vennero spiccati 855 mandati di cattura e quel «venerdì nero» vennero arrestati assieme a Tortora 412 presunti camorristi (gli altri quattrocento erano già in carcere). Ma 87 di costoro saranno scarcerati perché arrestati per sbaglio, per «omonimia». Comunque la maggior parte degli arrestati sono personaggi sconosciuti e ignoti. Ma l’operazione viene fin dall’inizio presentata dagli inquirenti, e gonfiata dalla maggioranza dei compiacenti giornalisti, come una «crociata», la «guerra alla camorra», il colpo mortale inferto alla «nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo.

Ma gli inquirenti accreditano le voci, sempre amplificate dai giornalisti, che nella rete sono caduti personaggi «insospettabili». Quando si tireranno le somme si vedrà che codesti «insospettabili» si riducono a una manciata di mediocri personaggi, quattro o cinque sui quattrocento arrestati. L’unico personaggio noto e conosciuto e «insospettabile» tra gli arrestati è Enzo Tortora, e questa è la radice delle sue disgrazie e dell’accanimento che si scatena contro di lui.
Ed è la ragione per cui la «crociata», lo storico «processo alla camorra», finisce per diventare fatalmente il processo a Enzo Tortora, e come tale verrà vissuto, discusso e ricordato.

Dopo sei mesi dall’arresto Tortora venne messo a confronto con due nuovi «pentiti»: Gianni Melluso, detto «Cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che viene introdotto nella stanza dell’interrogatorio con la testa coperta da un cappuccio nero e afferma di aver visto Tortora a Milano a pranzo e a cena con Francis Turatello, di cui Villa faceva il guardaspalle. Mano a mano che si va avanti, e tanto più che mancano sempre più i riscontri, aumenta il numero dei «pentiti» che accusano Tortora. Alla fine se ne conteranno una ventina.

I «PENTITI» A COMANDO

Michele Morello, il giudice che ha scritto la sentenza con cui in appello Tortora verrà poi assolto, ha severamente censurato il sistema con cui i nuovi «pentiti» venivano ammaestrati. Si procedeva così: si prendevano i presunti «affiliati» indicati da Barra o da Pandico o da Melluso, e li si rinchiudeva nella stessa caserma, la famosa caserma Pastrengo, dove erano rinchiusi Barra, Pandico e Melluso, e la notte si lasciavano aperte le porte delle celle, in modo che i nuovi arrivati potessero «fraternizzare», magari banchettando e sbevazzando, con coloro che li avevano indicati, e questi potessero «ragionare» e istruirli e convincerli ad accusare Tortora. Sui giornali di quei giorni si poteva leggere tranquillamente che per Melluso, «Gianni il bello», in caserma era stata allestita una specie di garconnière con ragazze e champagne.

GLI INTERROGATORI

Tortora fu interrogato solo dopo settimane di cella di isolamento. In tutto lo interrogheranno per tre volte. Al primo interrogatorio tirano fuori la storia dei centrini: un camorrista detenuto, Domenico Barbaro, ha spedito dal carcere a Tortora, perché li mostrasse ai telespettatori di «Portobello», certi centrini da lui stesso ricamati in cella. Ma i centrini si persero nei meandri della Rai e non furono mostrati in video. Spuntano allora delle lettere di Barbaro a Tortora in cui il camorrista si lamenta: rivuole indietro i centrini o li vuole pagati. Secondo gli inquirenti è la prova del traffico di stupefacenti: i «centrini» starebbero per «cocaina». Si scoprirà alla fine che le lettere a «Portobello» per conto di Barbaro le ha scritte Pandico, che è stato Pandico a combinare con Barbaro il trucco della trasformazione dei centrini in cocaina e poi a raccontare la storiella agli inquirenti.

Al secondo interrogatorio gli inquirenti si presentano a Tortora, dopo qualche mese, con in mano una «prova schiacciante» della sua affiliazione alla camorra. Nella agendina sequestrata a Giuseppe Puca, detto «’o giappone», uno dei più feroci killer di Cutolo, hanno trovato il nome di Enzo Tortora con due numeri di telefono. A condurre l’interrogatorio è personalmente il giudice istruttore Giorgio Fontana, il cui onore sarebbe stato offeso dall’articolo di Sergio De Gregorio sul giornale diretto da Lino Jannuzzi in occasione della morte di Tortora.

Ma un giorno si presenta in procura una signora: mi chiamo Catone Assunta, dice, e sono la donna di Puca, questa agendina che avete sequestrata a casa di Puca non è la sua ma la mia, potete controllare, ci sono i numeri dei miei parenti e delle mie amiche, e questi due numeri dove avete letto «Enzo Tortora», io ho scritto, la grafia è mia, «Enzo Tortona». È un mio amico di Caserta, il prefisso è 0823, provate a chiamare...
Al primo interrogatorio hanno scambiato centrini per cocaina, al secondo interrogatorio hanno letto «Tortora» per «Tortona», al terzo interrogatorio l’inquisizione napoletana porta come testimone Gianni Melluso, un balordo, un ladruncolo di periferia, che ha già collezionato un bel po’ di condanne per truffe e rapine, in genere non riuscite.

IL VALZER DELLE SENTENZE

È sulla base di «pentiti» come questi e delle storie da loro raccontate che, dopo sette mesi di dibattimento e 225 udienze, il 17 dicembre del 1985, due anni e mezzo dopo il blitz del venerdì nero, i giudici di Napoli hanno condannato Enzo Tortora a dieci anni e sei mesi di carcere.
Meno di un anno dopo, il 15 settembre del 1986, Tortora è stato assolto in appello con formula piena. Con lui sono stati assolti altri 131 imputati, che con i 102 assolti in primo grado fanno 233 e con i 70 assolti nel secondo troncone salgono a oltre 300, senza contare gli 87 «omonimi» arrestati e poi liberati: fanno quasi tre quarti della grande retata.

Otto mesi dopo, il 18 maggio del 1987, la Cassazione completerà l’opera, confermando l’assoluzione di Tortora e degli altri 131 e annullando un altro po’ di condanne.
Nel frattempo Tortora era stato candidato dai Radicali alle elezioni europee, quando era ancora agli arresti domiciliari, ed era stato eletto con 800mila voti di preferenza, ma si era dimesso, sollecitando personalmente dal Parlamento europeo l’autorizzazione all’arresto, era tornato in Italia e si era «consegnato» alla polizia a Milano, in piazza del Duomo, la vigilia di Natale.

Un anno dopo la sentenza della Cassazione Tortora morirà, stroncato da un tumore: «In quelle orrende mura del carcere - dirà nell’ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell’ospedale - mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro...». È il 20 maggio del 1988,e per l’occasione il cronista giudiziario de Il Giornale di Napoli, diretto da Lino Jannuzzi, ha rievocato le vicende del processo. Ventidue anni dopo altri giudici, sempre di Napoli, hanno condannato il cronista e il direttore a pagare.

INSULTATO ANCHE DA MORTO


A Gianni Melluso è andata meglio. Dopo avere calunniato impunemente il vivo, prese a calunniare il morto. Nel novembre del 1992, quattro anni dopo la morte di Tortora, il settimanale Gente pubblicò una sua intervista sotto il titolo: «Gianni Melluso esce dal carcere e insiste: Tortora era colpevole». Dice proprio così: «Io gli davo la droga e lui mi pagava». Le figlie di Tortora sporsero querela per calunnia. Due anni dopo la pubblicazione dell’intervista e la querela, il gip del tribunale civile e penale di Milano Clementina Forleo respinge la querela, condannando le figlie di Tortora alle spese processuali, e motiva: «La sentenza di assoluzione del Tortora rappresenta soltanto la verità processuale sul fatto-reato a lui attribuito e non anche la verità reale del fatto storicamente verificatosi».

Due mesi dopo, l’allora sostituto procuratore generale della Repubblica a Milano Elena Paciotti, che poi sarà membro del Csm, presidente dell’Associazione magistrati e infine deputato europeo nelle liste Pd-Pds, respinge l’istanza di apertura del procedimento con questa motivazione: «L’assoluzione di Enzo Tortora con formula piena non è conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Gianni Melluso e di altri chiamanti in correità, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a contribuire valida prova d’accusa...».

L’ULTIMO SFREGIO


Nessuno dei «pentiti» sbugiardati è stato incriminato, processato e condannato per calunnia. Nessuno dei magistrati che hanno gestito l’inchiesta è stato inquisito e punito dal Csm. Anzi, hanno fatto tutti una splendida carriera. Nessun risarcimento è stato riconosciuto ad Enzo Tortora o ai suoi eredi. Anzi, le sue figlie hanno dovuto pagare le spese per la querela fatta a Melluso. I giornalisti (pochi) che hanno raccontato e denunciato i misfatti del processo sono stati condannati a risarcire lautamente i magistrati «per avere offeso la loro reputazione».

Unità d'Italia, i neoborbonici boicottano la festa (con tanto di logo)

Corriere del mezzogiorno


Il movimento che rimpiange il regno delle Due Sicilie contro l'anniversario del 17 marzo. «Fu sfruttamento»






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NAPOLI - Non tutti festeggeranno i 150 dall'Unità d'Italia. Tra questi - era lecito aspettarselo - i neoborbonici partenopei, che boicotteranno la festa nazionale del 17 marzo e si sono mobilitati nella protesta con tanto di logo. « L'Unità d'Italia è stata un'operazione di colonialismo - si legge in una nota del movimento - prima militare con il massacro delle popolazioni insorte, poi economico con la distruzione dell'economia meridionale».



«Sentirsi italiani - proseguono i neoborbonici - è cosa ben diversa dal sentire il senso di appartenenza verso questo Stato italiano che da sempre nel Mezzogiorno è stato assente, delegando l'amministrazione pubblica ad una borghesia immatura e condizionata dal malaffare. Continuare a difendere in maniera acritica questo Stato e questa Unità nei modi e nei metodi in cui si è venuta a creare, non rende giustizia a quanti sono morti per difendere il regno delle Due Sicilie dall'invasione piemontese, quando si commisero efferati crimini di guerra nei confronti dei meridionali, ancora secretati negli archivi di stato. Il Mezzogiorno ha pagato oltremisura questa unità d'Italia che è stata a vantaggio solo del Nord, mentre dopo il 1860 si ebbe al Sud un peggioramento tale da costringere milioni di meridionali ad emigrare, quando nel regno delle Due Sicilie non esisteva né disoccupazione, né emigrazione. In 150 anni le cose non sono cambiate e al blocco agrario dei primi anni del 1900 oggi si contrappone il blocco di una società corrotta e amorale. Che questa festa per i 150 anni di malaunità sia l'occasione non per festeggiare ma per riflettere su come è stata fatta questa unità e come ancora oggi il Mezzogiorno esiste in quanto colonia del Nord, sfruttata, umiliata e vilipesa».


Redazione online
25 febbraio 2011
(ultima modifica: 26 febbraio 2011)

Si fa seppellire con la musica accesa

La Provincia Pavese


di Carlo E. Gariboldi
 



BRESSANA.
Giovedì mattina i suoni dolci e intensi si sono esauriti. Le batterie dell'impianto di riproduzione musicale si sono consumate e la pace è tornata nella vecchia ala del cimitero di Bressana Bottarone. Per sei giorni l'impianto ha continuato a suonare a fianco delle ceneri di Maria Silvani, come aveva richiesto. «Per fortuna è finita, ci vuole anche rispetto per gli altri», il vicesindaco Nicola Montagna scuote la testa.

Al bar Sport e all'edicola non si parla d'altro anche se il passato della signora Silvani rimane avvolta dal mistero. «Io mi ricordo quando la famiglia si trasferì a Voghera, aprendo una pasticceria, ma parlo di quasi ottant'anni fa», racconta un 91enne in edicola. Il cimitero di Bressana Bottarone è diviso in due parti, l'ala più antica è costituita da due campi ormai vuoti, attorniati da una ventina di cappelle di famiglia. Quella dei Silvani è nel secondo cortile. Dentro ci sono molti fiori freschi, lasciati solo nove giorni fa.

Non c'è traccia delle casse acustiche, che sono state tumulate con le ceneri della donna. «Lunedì mi sono presa un colpo - dice Emma Del Bo - sono venuta al cimitero e ho sentito una musica. Era mattino presto e c'era un'atmosfera irreale. Ho seguito il suono. Per fortuna che c'era un'altra donna, altrimenti c'era da farsi venire un colpo, perché la musica usciva proprio dalla tomba».

In Comune nessuno vuole parlare della vicenda. «Quella donna viveva in un'altra zona, non non sappiamo nulla», spiega il sindaco Davide Rovati. Anche l'operaio che ha tumulato la cassetta si schernisce: «Non chiedete nulla me, non so niente. Ma il paese ride da una settimana». «Io ho sentito benissimo la musica - dice Ada, una donna seduta dalla parrucchiera - e posso dire che non era proprio un suono dolce e sereno, era una musica intensa, quasi dura, forse rock». «Il funerale non è stato fatto qui a Bressana - si affrettano a spiegare in parrocchia -. Il don, poi, non sta bene, ma questa vicenda ha fatto discutere, e molto, in paese».

27 febbraio 2011


Unità d'Italia, evviva l'antiretorica di Carlo Verdone

Il Messaggero


di Mario Ajello

Benigni non si può criticare, perché non se lo merita. Ma ieri notte, in una delle trasmissioni di Gianni Minoli, per i 150 anni dell'Unità d'Italia, è stato rimandato in onda un vecchio sketch di Verdone che surclassa lo show risorgimentale visto a Sanremo. L'attore romano, travestito da vecchio garibaldino ultra centenario e un pò coatto ("Me fa male la prostata...", "Semo annati a Marsala pecchè Peppino Garibaldi, che glie piacevano le donne, c'aveva un movimento co' una"), è adagiato col suo barbone bianco-patriottico su una sedia a rotelle guidata da sua figlia ormai vecchissima, e cozzassimo da sempre, che si lamenta: "C'ho la glicemia alta....".
Quintilio Baracca, nato a Rieti, è il nome del garibaldino Verdone, completamente rincitrullito. Renzo Arbore, che lo ha invitato in tivvù, gli urla nelle orecchie ma quello non sente e risponde: "Che? Che cosa? Deche?". "Mille? Eravamo in 62", dice Baracca-Verdone. E poi, ancora il vecchio garibaldino in sedia a rotelle: "Una sera, a un cenetta di quelle giuste, arriva Silvio Pellico, con una con cui trescava. Era Anita. Anvedi, dice Garibaldi, quella non c'ha due seni, ha due borracce con due chiodi!". E a Silvio Pellico, Garibaldi gliela fregò. Si mettono insieme. Ma poi - continua Verdone - quella un giorno volle andare a cavallo, dicendo che a cavallo sapeva andare solo lei e non quel babbeo di Peppino, cadde e morì ". E Quintilio Baracca non ne ha fatto un dramma: "Anita era una rompipalle che sapeva tutto lei, e faceva tutto lei". Magari sono frottole, ma evviva la non retorica.

Sabato 26 Febbraio 2011 - 09:22