venerdì 25 febbraio 2011

Il sindaco di Sorgà ordina: "In casa due gatti e un cane grande"

La Stampa


Arriva il tetto massimo per gli animali domestici e in un Comune del Veronese esplode la polemica


ANNA SANDRI
VENEZIA

Amministrando da vent’anni in qualità di primo cittadino («ma in consiglio comunale sono entrato nel 1980, ero nella Dc») il piccolo Comune di Sorgà a trenta chilometri da Verona, il sindaco Giovanni Battista Bazzani conosce probabilmente per nome uno a uno i 3 mila e 300 concittadini. Di loro si presume sappia tutto: se il percorso politico («ma ormai sono solo un amministratore») lo ha portato a scivolare con la sua lista civica verso il centrodestra, non ha problemi ad ammettere che «destra o sinistra, qui siamo tutti amici». Insomma, Bazzani se si concentra sa anche quante paia di scarpe ha ognuno dei sorgatesi in casa.

Si scatena la bufera
Ma c'è una cosa, una materia non da poco, alla quale in vent'anni non aveva ancora messo mano: e adesso che l'ha fatto, si è scatenata la bufera. Ha deciso di presentare in consiglio comunale un regolamento inedito: vuole sapere quanti animali domestici ci sono in ogni casa di Sorgà, e soprattutto con il nuovo regolamento fissa un tetto massimo per la detenzione di mici e cani.

Chi vive in appartamento e ama i cani deve scegliere: può tenerne uno di grossa taglia, oppure due di piccoli; gatti, mai più di due. Chi ama tanto i cani che i gatti ha un'opzione dedicata: può tenere massimo un gatto e un cane di media o piccola taglia. Stare fuori dal centro non aiuterà: per le case singole o le villette a schiera con giardino il regolamento impone un'area minima di 100 metri quadri per animale e comunque non più di tre cani o quattro gatti.

Complicare la vita
Un modo interessante per complicare la vita ai cittadini, e anche la propria: non appena la voce del regolamento si è sparsa, le associazioni animaliste hanno chiamato a raccolta tutti i simpatizzanti della provincia di Verona, incitandoli a presentarsi con i cuccioli di famiglia e i fischietti in bocca sotto il municipio di Sorgà per protestare. E ieri mattina è arrivata anche una telefonata dal ministero: «Si può sapere cosa succede?».

Giovanni Battista Bazzani, 52 anni, un'impresa di costruzioni e due figli, si dichiara grande amico degli animali ed è difficile smentirlo: possiede tre cani («ma uno è uno yorkshire, più che altro per le donne di famiglia, a me piacciono di grossa taglia»), e quattro cavalli ai quali dedica ampie porzioni del suo tempo libero. «Però ho gli spazi per tenerli, per farli vivere bene».

Il punto è questo, dice. «Primo, non mi sono inventato niente. La materia è già regolamentata dalla Regione, che stabilisce il numero massimo di animali d'affezione che possono essere tenuti in una "civile abitazione". Massimo cinque cani e dieci gatti. Va bene, ma io mi chiedo: cosa si intende per "civile abitazione"?. Se uno tiene cinque alani in un appartamento di 60 metri quadrati, come sindaco devo preoccuparmi o no?».

Prove di censimento
Forse che a Sorgà si danno casi simili? «Non che si sappia, ma questo regolamento ci serve anche come censimento. I cittadini ci dirannno quanti animali hanno in casa, e si vedrà se esistono le condizioni per far vivere bene cani e gatti, e far convivere al meglio anche gli umani. Quando una famiglia va ad abitare in un appartamento deve pur essere rilasciato un certificato: se in 60 metri quadrati non possono vivere venti persone, perché dovrebbero poter vivere dieci gatti?».

D'accordo: ma perché tutto questo dopo vent'anni di tranquilla amministrazione della città? «Beh, si sa che gli animali nei condomini sono una delle prime cause di contenzioso». E poco importa che a Sorgà negli ultimi due decenni le grane condominiali legate al cattivo comportamento di cani e gatti siano state, al massimo, quattro o cinque. Forse ha pesato di più la signora Rosetta della Lav, che sta dove comincia la campagna ma ha il cortile «che confina con altre case»: lei di cani ne ha dieci «e di lamentele ne ho ricevute in abbondanza».
Poi c'era l'altro sorgatese, quello con i pitbull: ogni volta che usciva con l'auto dal cortile i cani gli scappavano dal cancello e andavano in strada senza museruola, tutto documentato con le foto scattate da un solerte vicino. «Ecco - dice Bazzani - è per mettere a fine a situazioni come queste che ho fatto il regolamento».

Nei 18 articoli c'è posto anche per animali da cortile e pollai: vengono fissate le distanze minime da abitazioni e confini. E non si salva chi detiene canarini e cocorite: guai se nella gabbietta lo spazio non è sufficiente, se le ali toccano il fondo, se le deiezioni finiscono nella mangiatoia. Il regolamento non perdona.




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Se le Iene smettessero di parlare di tv

Corriere della sera


A fil di rete



Se le Iene smettessero di parlare di tv




Eravamo stati facili profeti sulle telefonate di Mauro Masi
: quando un direttore generale diventa un tormentone - e tormentone è un eufemismo - significa che forse è venuto il momento di girare pagina.
Luca e Paolo si sono così vendicati di Sanremo, delle espressioni facciali poco incoraggianti che Masi faceva loro, seduto in prima fila. Lo hanno chiamato al telefono (chi avrà fornito loro il numero del cellulare?) e quello, terrorizzato, ha subito buttato giù. A sorpresa (a sorpresa?), è arrivato poi in studio Gianni Morandi per ringraziare pubblicamente i due comici genovesi per il loro apporto sanremese. E intanto il direttore di Italia 1, Luca Tiraboschi, era seduto in prima fila. Come se non bastasse, una iena si è appostata sotto casa di Antonella Clerici per rinfacciarle l'esposizione della figlia all'Ariston. Risposta. «Era un modo per farla conoscere al pubblico e per non dare l'esclusiva a qualcuno». Non solo: la «terribile» iena Giulio Golia ha torchiato Pupo per via del reclutamento dei «Raccomandati».
Ma è questo il Paese in cui viviamo? Come si vede, è un Paese dove la tv non fa che parlare di tv e Rai e Mediaset sembrano ormai un'unica azienda. Peccato, perché il ritorno delle «Iene» aveva in serbo una piccola inchiesta che rischia di diventare una bomba per molti comuni, a cominciare da quello di Milano. Matteo Viviani ha mostrato come moltissimi parcheggi a pagamento delimitati dalle strisce blu siano fuorilegge (il codice della strada prevede infatti che queste soste siano «fuori della carreggiata»). Un'imbarazzata Letizia Moratti, ex presidente della Rai (tutto torna, in questo Paese), ha farfugliato una mezza risposta. Vedremo. A proposito di sindaci, dopo il servizio di Luigi Pelazza (uscito prima sui giornali), non sarebbe il caso che quello di Fossalta di Piave, Massimo Sensini, rassegnasse le dimissioni? Per un'inesistente legge, aveva negato i buoni pasto a una bambina bisognosa. Ah, se le Iene smettessero di parlare di tv!


Aldo Grasso
25 febbraio 2011




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Radio Vaticana, via libera ai rimborsi per i danni subiti dalle radiazioni

Napoli, addio a Franco Grassi giornalista libero e di talentox

John Galliano in manette per insulti antisemiti La maison Dior lo scarica

di Redazione



Lo stilista inglese è stato arrestato a Parigi per violenze lievi e insulti a carattere antisemita e razzista. La csa di moda parigina lo ha momentaneamente sospeso dalla sue funzioni di stilista



 
Parigi - Lo stilista britannico John Galliano, punta di diamante della maison Dior, è stato arrestato ieri sera nel centro di Parigi per "violenze lievi" e "insulti a carattere antisemita e razzista". Galliano è poi stato liberato, dopo essere stato interrogato, su indicazione della procura, secondo fonti della polizia parigina. Secondo i primi elementi, lo stilista, che ha preso le redini delle creazioni di Dior nel 1996, se la sarebbe presa con una coppia nel patio di un caffè nel quartiere chic di Marais: "Per ora non sappiamo i motivi che l’hanno spinto a prendersela con questa coppia - ha precisato una fonte della polizia - non sappiamo ancora se si conoscevano o meno".
Sospeso da Dior La casa di moda francese Dior ha sospeso temporaneamente dalle sue funzioni lo stilista britannico John Galliano. Lo riferisce una fonte di Dior. "Per ora non sappiamo i motivi che l’hanno spinto a prendersela con questa coppia - ha precisato una fonte della polizia - non sappiamo ancora se si conoscevano o meno". Galliano è stato trovato positivo all’alcol test (1,1 milligrammi). 




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Volevano punire il Papa Arrestati sei marocchini

di Redazione


Gruppo segreto che incitava alla jihad e educava i figli all'odio verso l'Occidente. Su un taccuino parlavano di una punizione per il Papa colpevole di aver convertito il giornalista.

Preoccupato Magdi Allam




Brescia - Volevano "punire il Papa", colpevole di aver fatto convertire il giornalista ed europarlamentare Magdi Allam, ma i sei marocchini - appartenenti al movimento fondamentalista islamico Adl Wal Ihsane (Giustizia e Carità) e residenti nel bresciano - sono stati arrestati questa mattina dalla polizia di Brescia.Tra le accuse, quella di aver costituito un gruppo che aveva tra i propri obiettivi l'incitamento alla discriminazione e all'odio razziale e religioso, alla violenza e alla jihad nei confronti dei cristiani e degli ebrei.
Le accuse Le indagini, avviate più di un anno fa, hanno documentato come i soggetti arrestati avessero creato una struttura segreta che educava i figli degli affiliati all'odio verso la cultura e i costumi occidentali nonché delle religioni diverse da quella islamica, facendo a tal fine ricorso anche alla violenza psicologica e fisica. In particolare, in un taccuino trovato dai poliziotti nella fodera del giaccone di uno degli arrestati venivano annotati gli argomenti trattati in riunioni riservate agli esponenti di rilievo del gruppo, tra cui il divieto di integrazione nella società ospitante, e la "punizione" del Papa.
La preoccupazione del giornalista Per Magdi Allam la presenza di cellule terroristiche islamiche rappresentano "solo la punta dell’iceberg di una realtà che incita all’odio e a colpire i simboli della civiltà europea e della fede cristiana, che ne è il fondamento". L’europarlamentare, inoltre, chiede di fare attenzione a etichettare la rivolta libica come una rivolta fomentata dai fondamentalisti islamici: "Verificare la presenza di Al Qaida è legittimo - ha detto - ma sarebbe velleitario appiattire questa rivolta popolare sulla partecipazione eventuale di elementi di Al Qaida: diverso è il discorso sulla prospettiva di insediamento del radicalismo islamico in Libia. Di questo rischio dobbiamo essere preoccupati". 





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Torre del Greco, bloccate le maschere di Carnevale: scatta l'allarme racket

Facciamo i conti in tasca alla Regina

Corriere della sera


Le nuove regole per i contributi alla famiglia reale britannica costringono Elisabetta & Co a darsi da fare



SU «IO DONNA» / Ora dovranno contare solo sulla redditività delle loro proprietà




La marcia nuziale di William (Wales) & Kate (Middleton)? Non sarà la principale sorpresa del 2011 che segnerà - per sempre - il Gotha. Già, perché molto in sordina, il primo ministro David Cameron con il nuovo cancelliere dello Scacchiere britannico, George Osborne, che tiene i cordoni della borsa del Paese, hanno elaborato un piano destinato a cambiare radicalmente le finanze di corte.


Una vera e propria rivoluzione sta per gettare alle ortiche le vecchie regole che, fino dal 1760 - quando sull’Isola regnava Giorgio III - disciplinano il portafoglio della sovrana. Addio allo «stipendio» di Sua Maestà, addio alla Civil list e al sistema di «aiuti» che da 250 anni, foraggiano re e regine. Perché la loro vita è intensa: 430 Royal engagements l’anno, fra cerimonie, ricevimenti e feste in giardino. Ogni estate Sua Maestà organizza almeno tre party nei giardini di Buckingham Palace, uno al palazzo di Holyroodhouse a Edimburgo e altri a Balmoral. Trentamila persone coccolate con té, mini sandwich e pasticcini. E sono molti anche i ricevimenti cui si viene invitati ufficialmente dal Master of the Household per conto della regina. Inizio alle 18, con drink e canapé preparati nelle cucine reali. A tutto sovrintende la Casa reale (1.200 dipendenti). Poi ci sono le spese per i viaggi ufficiali, e i costi per mantenere palazzi e castelli. Da ultimo, anche l’impegno finanziario necessario per convertire ai diktat ecologici questi antichi manieri. Quindi, va messo in conto il lusso con il quale a corte si preparano le visite di Stato: tavole imbandite con la precisione di un ingegnere e con la grandeur degna di un impero, sotto l’occhio attento di Elisabetta II. Senza contare gli incontri settimanali con il primo ministro inglese, le udienze private e molto altro. Soltanto il guardaroba della regina (prima firmato Norman Hartnell, poi Hardy Amies e oggi curato da Stewart Parvin con Angela Kelly) è una questione di Stato. Ed è, in definitiva, una questione di molte sterline.


A finanziare tutto ciò, dal 2013, secondo i piani di Osborne (ha lavorato al progetto con l’uomo delle finanze reali, Sir Michael Peat, nipote di uno dei fondatori della società di consulenza Kpmg, che gode della fiducia della regina e del principe Carlo), sarà adesso un nuovo Sovereign support grant. una rivoluzione: lo «stipendio» regale non dovrà più essere sottoposto al placet parlamentare ogni dieci anni. Perché il Sovereign support grant attingerà direttamente a una quota dei profitti delle proprietà immobiliari della Corona. In pratica, la regina ora, il principe Carlo domani e il principe William poi, saranno autorizzati a riscuotere una parte dei proventi che derivano ogni anno dal ricchissimo tesoro delle Crown Estate: migliaia di metri quadrati di altissimo valore immobiliare (per esempio, Regent Street a Londra), terre agricole, foreste, miniere dalle quali si estraggono oro e argento. E ancora, terreni nel Surrey e nel Bedfordshire inclusi Ascot e Windsor great park, oltreché i fondali marini nel raggio delle dodici miglia nautiche, che cingono la Gran Bretagna. Un immenso patrimonio naturale tanto più strategico oggi che Londra coltiva ambiziosi piani eolici, per generare energie alternative.


Era proprio da queste proprietà che re e regine traevano le risorse per la macchina regale. Finché, nel 1760, governo e Casa reale trovarono un accordo: i proventi di quelle che allora si chiamavano Crown Lands sarebbero andati al Tesoro. In cambio, al re sarebbe stato assicurato un appannaggio annuale: la Civil list, appunto (oggi circa 14 milioni di sterline). Più vari altri canali di finanziamento. Risultato, le finanze reali totalizzano poco meno di 40 milioni di sterline (circa 47 milioni di euro). Senza contare che Sua Maestà, secondo stime, regna sovrana su un patrimonio personale di 300 milioni di sterline (oltre 350 milioni di euro tra capolavori d’arte, gioielli e altro).


Ma a quanto ammontano i profitti delle proprietà reali? Nell’ultimo anno fiscale hanno fruttato 211 milioni di sterline. E quanto di questo tesoro spetterà alla regina? I più vicini alle questioni di palazzo calcolano intorno ai 30 milioni di sterline (oltre 35 milioni di euro). Abbastanza per scatenare qualche gelosia. Le fronde repubblicane del Paese (che raccolgono il 20 per cento delle simpatie) avanzano qualche dubbio: è davvero il modo migliore per aggiornare la monarchia? Comunque sia, questa rivoluzione porta a Buckingham Palace esattamente il nuovo sistema di finanziamento unitario per la Corona, suggerito dalla Fabian Society anni fa, quando provò a immaginare nuove regole per modernizzare i Windsor. «Per decenni continueremo a convivere con la monarchia, tanto vale aggiornarla. E un unico canale di finanziamento è la strada da seguire» dice Sunder Katwala, segretario generale della Fabian Society (istituto vicino al partito Laburista). «Anche se ci accusano di pensare a risistemare le sedie sul Titanic, mentre la nave affonda inesorabilmente ».


Una cosa è certa: Elisabetta II (che ha sempre considerato casa Windsor un’azienda) diventa a tutti gli effetti un’imprenditrice. E come tutte le donne d’impresa anche lei dovrà sperare in un anno di ricchi affari per le sue proprietà immobiliari. Senza contare, come fa notare Katwala, che il momento non potrebbe essere più propizio per un radicale cambio di stagione. Ogni novità va affrontata in momenti di serenità. E oggi la regina gode di un grande affetto popolare, rafforzato dalla simpatia che suscita William. Di più: il periodi è perfetto anche per aggiornare le «antiquate e discriminatorie» regole di successione al trono. Che a Londra premiano i figli maschi di casa Windsor. Ma il vero vincitore della partita, a sorpresa, è il principe Carlo. E per l’erede al trono, surclassato in popolarità dal figlio William nell’euforia per le nozze, questa è una bella rivincita. Era stato proprio Carlo - conosciuto negli ambienti di Westminster come “il ragno nero”, per i memo indirizzati ai parlamentari scritti con una grafia molto stilizzata - a esprimere per primo il suo convincimento che assicurare a Sua Maestà una quota dei profitti delle Crown Estate sarebbe stato l’unico modo per avere una «indipendente e vigorosa» Casa reale. Dalle confidenze al suo entourage all’attività di lobbying, la riforma del sistema di finanziamento tanto attesa in casa Windsor è finalmente in arrivo. Un dono di nozze davvero insperato per William & Kate. E per tutto il casato Windsor.


Enrica Roddolo
24 febbraio 2011(ultima modifica: 25 febbraio 2011)



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Se s’incolpano le maestre che lavano col sapone le bestemmie in classe

di Marco Zucchetti



In parecchi bar italiani, su cartelli d’annata esposti tra i bitter e il rabarbaro, ancora lo si può leggere: «Vietato bestemmiare. La bestemmia offende Dio e degrada l’uomo». Giusto, ma il bambino? Cosa succede se è un bimbo di otto anni a scomodare santi e divinità come un falegname che si è martellato il pollice? Senza scomodare la Montessori, saggezza popolare vorrebbe che gli arrivasse uno scapaccione. Invece a Torino la faccenda va a finire davanti alla pubblica autorità e il blasfemo infante diventa vittima.

Tutto accade a Sant’Ambrogio, in Val Susa, dove una mamma ha denunciato due maestre per aver obbligato il figlio a lavarsi la bocca col sapone dopo che il bambino aveva bestemmiato in classe, a coronamento di una sequela di parolacce: «Mio figlio ha gli incubi, non tornerà a scuola finché le maestre non saranno allontanate», accusa la donna, che fa delle insegnanti un ritratto a metà tra Torquemada e Kappler. Ma è davvero così oscena e nazista la punizione scelta?

Non serve Don Bosco per capire che il manuale del perfetto pedagogo non prevede il lavaggio coatto della bocca con il Palmolive in caso di sacramento improvviso. D’accordo, le maestre hanno esagerato. Epperò sette bambini dall’inizio dell’anno hanno cambiato classe, raccontando di sedie che volavano e insulti continui: situazione quantomeno difficile. E ci sarà un motivo pure se la dirigente scolastica difende le due professioniste: evidentemente, le maestre erano esasperate.

Avrebbero dovuto telefonare a casa ai genitori, non c’è santo (pardon) che tenga. Ma il bambino è un soggetto esuberante ed è seguito da uno psicologo, non è la prima volta che crea problemi. Dunque, le maestre hanno ceduto a una via alternativa. Una soluzione né offensiva né umiliante, come può essere far scrivere sul quaderno per cento volte «sono un deficiente»; una soluzione non violenta, ben altra cosa dagli schiaffi e dalle bacchettate sulle dita da Libro Cuore. Hanno scelto un’opzione simbolica: hai detto una cosa brutta, incivile e sporca, quindi làvati idealmente e fisicamente la bocca.

Eppure, in questo Paese in cui si riversano fiumi di inchiostro e indignazione sulle barzellette blasfeme del premier, si va alla crociata per far espellere i ragazzotti imprecanti dal Grande Fratello e si reclamano squalifiche esemplari per i terzini che smadonnano se sbagliano un cross su un campo di calcio, il provvedimento delle maestre fa gridare all’abuso. C’è uno squilibrio ipocrita: come pretendere che gli adulti non nominino il nome di Dio invano se tolleriamo la bestemmia in terza elementare?

Già, perché al di là delle dichiarazioni di facciata sul bambino che «ha sbagliato», le reazioni passano un messaggio diverso. «Medioevo», attacca l’Osservatorio dei minori. «Metodi da secolo passato», rincara la madre del bimbo. Magari, verrebbe da dire. Magari avessimo salvaguardato come un panda almeno un’eco di quel severo buonsenso novecentesco che garantiva il sostegno dei genitori all’azione educativa della scuola primaria: la maestra ti puniva e a casa papà rincarava la dose mettendoci il carico. E la volta dopo non succedeva più.

Non si dice di avallare comportamenti retrogradi da denunciare (ci sono anche insegnanti chiaramente esauriti che negano ai down di andare in gita, mostrano cartucce di fucile a scopo intimidatorio e ordinano agli alunni di abbracciare la tazza del wc e di cantare «non son degno di te», roba da trattamento sanitario obbligatorio), ma il lassismo parentale ormai svuota l’intera missione educativa delle insegnanti. I genitori difendono i figli a ogni costo, fabbricando alibi quando fino a pochi anni fa era onere dei ragazzi inventare scuse. Ora i discoli - amarcord lessicale - non devono più neppure fare lo sforzo: prendono un brutto voto? La maestra spiega male. Una nota perché chiacchiera in classe? Ma se lo fanno tutti! Le parolacce? Le sente in tv, cosa possiamo farci? Bestemmia? Vabbè, non fa nemmeno religione!

Che poi, a ben vedere, le rimostranze si possono fare in vario modo. Bastava chiedere udienza alle maestre e replicare: «Se permettete, a mio figlio la bocca la lavo io». Sacrosanto. Ma rivolgersi alle autorità, fare in modo che a dirimere la questione siano i carabinieri o il Provveditore (assurdo come ci si rivolga alla magistratura anche per decidere cosa mangiare il venerdì sera), è roba da azzeccagarbugli.

Reclamando per l’eccesso di castigo, passa l’idea che il bambino non abbia sbagliato. E che gli altri venti compagni di classe possano bestemmiare allo stesso modo. Molto più sano uno scappellotto, una settimana di punizione, i Gormiti nella spazzatura, a letto senza vedere la Juve. Perché non è detto che il rigore debba per forza essere bollato come «retaggio fascista». Perché bestemmiare Gesù, Allah, Confucio o Manitù è maleducazione inaccettabile, non ribellione al conservatorismo. E perché le maestre potranno pure subire le azioni disciplinari in silenzio, ma - come scriveva Belli - «Dio è omo da risponne pe’ le rime», e non sarebbe male se i bambini lo imparassero assieme alle tabelline.



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L’altro scandalo degli alloggi romani Svenduti con lo sconto dell’80%

di Andrea Cuomo


Roma

Forse a Roma negli ultimi anni gli affitti di favore sono diminuiti. Ma solo perché il patrimonio immobiliare pubblico è stato liquidato. Meno «affittopoli», più «svendopoli». Prendete l’Ater, azienda erede del vecchio Iacp: migliaia di immobili «cartolarizzati» a prezzi irrisori. E il sospetto è che spesso a beneficiare di questi saldi di fine mattone siano stati non solo gli inquilini presumibilmente a basso reddito, ma anche persone con reddito alto, che si sono limitati ad approfittare dell’occasione.

Anzi, ne è convinto Donato Robilotta, coordinatore dei Socialisti Riformisti del Pdl e già consigliere regionale Lazio del Pdl, che da anni combatte una battaglia personale su quello che ritiene uno scandalo enorme: «L’Ater di Roma e lo stesso comune nelle precedenti amministrazioni hanno svenduto il patrimonio di pregio collocato nel centro a prezzi stracciati e per di più a persone con reddito superiore a quello di accesso all’alloggio popolare». Se l’Ater c’è batta un colpo e metta in rete i nomi degli acquirenti, così come quelli degli affittuari. Cosa che Robilotta ha intenzione di chiedere allo stesso assessore regionale alla Casa Teodoro Buontempo, al quale presenterà nei prossimi giorni il suo corposo dossier.

Quella che si è svolta negli anni scorsi è stata una vera e propria caccia all’affare all’interno delle Mura Aureliane e poco fuori, in zone spesso non propriamente centrali ma dotate di un grande appeal, come Flaminio, Garbatella, Testaccio. Ma partiamo dal centro. Il Comune di Roma si è liberato di molti immobili in indirizzi da sogno, a prezzi da monolocale in periferia: ad esempio al numero 81 di Corso Rinascimento, tra piazza Navona e il Senato.

Qui un’abitazione di 119,16 metri quadri dal valore inventariale di 224.839 euro e dal valore stimato di 298.400 (cifre già largamente inferiori al prezzo di mercato) è stato dato via con un forte sconto: 198.436 gli euro che sono entrati nelle casse del Campidoglio. Non molto lontano, al numero 65 di piazza della Rotonda, che altro non è che il Pantheon, il taglio degli appartamenti è più piccolo: ma ha fatto di certo un affarone chi si è portato via un piccolo appartamento di 45,47 metri quadri a 146.100,50 euro, visto che il valore di mercato attuale è di mezzo milione. E in via delle Mole de’ Fiorentini 28, a due passi dal Lungotevere, un appartamento di ben 132,91 metri quadri è stato venduto a 234.944,50 euro. Un solo appartamento di quell’edificio risulta aggiudicato all’asta e guarda caso è l’unico per il quale il Campidoglio è riuscito a strappare una cifra vicina al prezzo di mercato: 707mila euro per 76 metri quadri.

Passiamo alle case Ater, e prepariamoci a un viaggio in alcune delle zone semicentrali di Roma più desiderate. Testaccio? Ecco case in via Romolo Gessi, piazza Santa Maria Liberatrice, lungotevere Testaccio passate dalla mano pubblica a quella privata per un prezzo con cui a Roma non acquisti nemmeno un box auto: 48.138,93 euro per una casa di 72 metri quadri in via Bodoni 96, 45.439,38 euro per una casa di 66,77 metri quadri in via Branca 77. Flaminio? Zona très chic, per di più trasformata negli ultimi anni in un polo culturale con la nascita del Parco della Musica e del Maxxi: ebbene, al numero 4 di piazza Melozzo da Forlì nel 2007 un appartamento di 80,6 metri quadri è stato «privatizzato» a soli 84.306,75 euro.

Basta consultare un sito di valutazioni immobiliari per scoprire che un appartamento di quel taglio di euro ne vale oggi mediamente 450mila. Un affare ancora migliore ha fatto chi nello stesso anno al numero 1 della stessa piazza si è aggiudicato un appartamento di 104,49 metri quadri a 89.604,16 euro. Preferite Prati? Zona borghese per eccellenza, per di più a pochi passi da San Pietro: ebbene, c’è da mangiarsi le mani anche qui a pensare che solo pochi anni fa qualche fortunato ha potuto mettersi in saccoccia un appartamentone da 114,95 metri quadri in via Andrea Doria (numero 3) con il modico esborso di 122.881 euro: una casa simile ora sfiora i 700mila euro di valore. E se preferite le atmosfere alla Cesaroni della Garbatella sappiate che pochi anni fa molti lotti dell’affascinante quartiere rosso voluto dal Fascismo sono stati cartolarizzati a cifre irrisorie. In via Cravero le case sono andate via a meno di 600 euro al metro quadro: ora il valore è almeno sette volte tanto.



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Padova. Cane veglia per ore la padrona morente e vuol seguirla anche in obitorio

Il Mattino


PADOVA - Ha vegliato la padrona morente per ore, cercando di attirare con continui guaiti i vicini di casa dell'anziana fino a quando in casa sono arrivati poliziotti e medici del Suem 118. Ma per l'anziana non c'era più nulla da fare e quando la donna è spirata il cagnolino è parso disperato e ha lanciato una serie straziante di ululati.

A commuovere persino gli esperti poliziotti della squadra volanti della questura di Padova è stato un barboncino nero, Francis, che per anni è stato l'unico compagno di vita di una anziana residente in via Lazara a Padova. La padrona del cagnolino si è sentita male ieri pomeriggio. Richiamati dal continuo abbaiare del cane e dall'assenza di risposta al campanello dell'inquilina dell'appartamento, i vicini hanno chiamato la polizia che è entrata in casa appena in tempo per assistere alla fase finale dell'agonia della donna, che viveva sola con il suo affezionato animale domestico.

Il cane ha provato di tutto per non abbandonare la sua padrona, cercando di eludere la presa del veterinario intervenuto per prendersene cura. Il barboncino Francis ora si trova nel canile comunale di Rubano in attesa che qualcuno lo adotti per dargli una nuova casa.
Venerdì 25 Febbraio 2011 - 16:23    Ultimo aggiornamento: 16:24




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La Cassazione: se la suocera è invadente la separazione è giustificata

Il Messaggero


ROMA - La suocera invadente giustifica il crac nuziale e il conseguente abbandono del nido coniugale. A dirlo è la Cassazione secondo la quale non può essere addebitata la colpa della separazione al coniuge che abbandona il tetto coniugale per sfuggire alla suocera ingombrante con la quale ha frequenti litigi. La Prima sezione civile della Suprema corte nella sentenza 4540 ha accolto il ricorso di una signora abruzzese che si era vista addebitare la colpa della separazione per avere abbandonato il tetto coniugale. Tra i motivi di intollerabilità coniugale, la donna aveva addotto l'eccessiva «ingerenza» della suocera.


La motivazione non aveva convinto il Tribunale di L'Aquila che il 26 settembre del 2006 aveva addebitato la separazione alla signora. Ora la Cassazione ha accolto il ricorso della donna nonostante la difesa del marito che ha ritenuto «immotivata e ingenerosa la lamentela circa l'ingerenza nel menage familiare della propria madre». Piazza Cavour ha disposto un nuovo esame della vicenda davanti al tribunale aquilano ma ha ricordato che la «giusta causa di separazione» è ravvisabile anche «nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi».

La Corte d'appello dovrà ora verificare se «l'abbandono della casa familiare ad opera della moglie sia intervenuto quando era già maturata, all'interno della coppia, una situazione di intollerabilità grave ed irreversibile della convivenza, ovvero se esso abbia dato causa alla rottura del rapporto coniugale». Se la suocera è stata effettivamente una delle cause che hanno provocato l'abbandono del tetto coniugale, la signora non riceverà alcun addebito nella separazione.

I suoceri sono la causa del 30% delle separazioni, rileva Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione che raggruppa i matrimonialisti italiani: «Giusto abbandonare il tetto coniugale dopo le loro ingerenze - afferma Gassani - La sentenza ha confermato in modo netto un principio secondo cui costituisce implicitamente “giusta causa” la decisione del coniuge che lascia la casa coniugale in costanza di matrimonio in presenza di gravi ingerenze e provocazioni del suocero convivente. In sostanza attraverso tale pronuncia si affievolisce il principio secondo cui un coniuge può abbandonare il tetto coniugale soltanto dopo il deposito del ricorso per l'ottenimento della separazione».
Venerdì 25 Febbraio 2011 - 17:30    Ultimo aggiornamento: 17:33




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Noury: "Gheddafi sembra la parodia de ‘Il grande dittatore’ di Charlie Chaplin"

Quotidiano.net


Lo ha detto il portavoce italiano di Amnesty International, Riccardo Noury: "E’ la comunita’ internazionale che ha permesso al raìs di parlare in questo modo"


Roma, 24 febbraio 2011 - Gheddafi, nel suo intervento telefonico alla tv di Stato libica, ‘’sembra la parodia de ‘Il grande dittatore’ di Chaplin, solo che qui non si tratta di una parodia ma di un massacro. Ed e’ la comunita’ internazionale che ha permesso a Gheddafi di parlare in questo modo’’.




Lo ha detto il portavoce italiano di Amnesty International, Riccardo Noury, che partecipa alla manifestazione di solidarietà al popolo libico organizzata di fronte a Montecitorio da Arci.

Per Noury e’ il momento di ‘’smettere immediatamente ogni forma di cooperazione con la Libia per il controllo dei migranti e fermare immediatamente ogni fornitura di armi perche’ gliene sono state date tantissime in questi anni’’.







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Credete ai giornali, ma non sempre

Corriere della sera

Le notizie trattate a seconda della convenienza
di Pierluigi Battista

Leoluca Orlando spinse un carabiniere al suicidio ma ora ci fa la "morale"

di Mario Giordano


l portavoce Idv accusa il Giornale di macelleria mediatica. La colpa? Aver fatto il nostro dovere riportando che il padre del guru giustizialista Saviano è a processo per truffa. Inaccettabile la lezione di chi, con teoremi infamanti, spinse un carabiniere al suicidio 




Perdinci, Leoluca Orlando Ca­scio ci ha attaccato. Ma sì, se l’è presa con noi del Giornale , ha spostato il ciuffo malvissuto e, af­ferrando carta e penna, ha sfoga­to tutta la sua acidità di stomaco. Ci accusa di «vile dossieraggio», «attacco strumentale», «cattivo giornalismo», servilismo, propensione per i giochi di«fango»e nientepopo­dimeno che «macelleria me­diatica ». Del resto, lui s’inten­de della materia. Macelleria mediatica, do you remember Cascio? Santoro, maresciallo Lombardo, mafia, suicidio. Ne riparleremo tra poco. Per intan­to dobbiamo spiegare ai nostri lettori i motivi di questa inconti­nenza verbale, quest’overdose di insulti di cui ci onora regalan­doci la possibilità di entrare nel prestigioso club dei suoi bersa­gli diretti: attaccò Falcone, at­taccò Sciascia, ora attacca il Giornale .

Sa sempre scegliere bene i nemici, il compare Leo­luca. Dunque il motivo per cui Or­lando s’è sforzato addirittura di scrivere una nota, con grave sprezzo del pericolo e della lin­gua italiana, è la pubblicazione di una notizia. Di più: una noti­zia di reato. Chi l’avrebbe det­to? Sembra uno di quei colmi con cui ci si divertiva da bambi­ni: qual è il colmo per un orolo­giaio? Avere una figlia sveglia. Qual è il colmo per una fata? Avere il colpo della strega. Qual è il colmo per il tribuno dei giustizialisti? Indignarsi per una notizia di reato. Quella notizia stava pubblicata ieri in prima pagina sul Giornale (guarda caso: solo sul Giorna­­le ): il padre di Roberto Saviano, lo scrittore paladino della lega­­lità, finisce a processo con l’im­putazione di truffa e corruzio­ne.

La Procura di Santa Maria Capua Vetere lo accusa di aver compilato, in qualità di medi­co, false ricette e prescrizioni fit­tizie a danno dell’Asl. Cioè sot­traendo soldi ai malati e agli onesti cittadini, che magari poi devono aspettare mesi per ave­re una tac («Che ci volete fare? Non ci stanno soldi per la sani­tà... »). Provate a immaginare: se i presunti responsabili della cor­ruzione fossero stati, per dire, due deputati del Pdl, la notizia non sarebbe stata forse divulga­ta con le fanfare? E Orlando e Saviano non ci avrebbero spal­m­ato su ampie dosi di indigna­zione? E allora perché stavolta s’indignano, al contrario, per il fatto che la notizia viene pubbli­cata? Non ci hanno raccontato che bisogna sempre denuncia­re le piccole e grandi Gomorre? Non abbiamo forse anche noi il diritto, come suggerisce sem­pre lo scrittore-eroe, di «spera­re in un'Italia migliore »?E l’Ita­lia migliore non è anche quel­la, per esempio, in cui i medici non rubano i soldi alle Asl? Per carità: che le accuse siano vere come al solito è tutto da dimo­strare.

Ma è singolare che i por­tavoce dei pm sc­ambino all’im­provviso un fascicolo d’inchie­sta per un «vile dossieraggio». Se di «vile dossieraggio» si trat­ta, in effetti, nel caso i responsa­bili sono i magistrati campani. Prego, citofonare Procura. Fra l’altro, dalle Procure di questi tempi abbiamo visto uscire di tutto con grande facili­tà: intercettazioni, verbali, sms. Sono state tirate in ballo persone del tutto estranee e in­nocenti, sono stati pubblicati atti prim’ancora che fossero ve­­rificati, documenti giudiziaria­mente irrilevanti e utili solo al­lo sputtanamento mediatico, sono stati annunciati indagati mesi prima che ricevessero l’avviso di garanzia e mai una volta che i paladini della legali­tà si indignassero per il «fan­go ». Al contrario s’indignano ora, che per il nonno di Gomor­ra s­i sono rigorosamente aspet­tati la conclusione dell’inchie­sta e il conseguente processo. Ripetiamo la parola così maga­ri la capisce anche Cascio: pro­cesso. Do you know , compare Leoluca? Mica sono suggestio­ni, ipotesi, deliri notturni alla Sara Tommasi.

Qui si parla di rinvio a giudizio. E dunque la domanda è una sola: il rinvio a giudizio per corruzione del pa­dre­di Saviano principe della le­galità, è una notizia oppure no? Capiamo che l’ex democri­stiano, ex retino (per il proto: senza c), ex ragazzo di Paler­mo, ex sindaco di Palermo, in­somma ex, e infatti oggi porta­voce dell’Idv, sia difficile capi­re e dunque anche capire che cos’è una notizia. Del resto lo diceva già Falcone, quando Or­lando cominciò a straparlare: «Se sa qualcosa faccia nomi e cognomi, citi i fatti, altrimenti taccia». Purtroppo, non ascol­tò mai il consiglio. Ha continua­to a parlare a vanvera. Pericolo­samente.

Come nel ’95,duran­te quella tragica trasmissione di Santoro, quando attaccò in diretta e senza diritto di replica il maresciallo Antonio Lombar­do, accusandolo di essere al servizio dei mafiosi. Il carabi­niere si tolse la vita pochi giorni dopo, lasciando scritto: «Mi so­n­o ucciso per non dare la soddi­sfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto».E don Le­oluca, con quest’ombra sulle spalle, ha ancora il coraggio di parlare di «attacchi strumenta­li »? Lui, che infamò senza pro­ve, osa definire «fango» la noti­zia verificata di un processo? Possibile? E se dare conto di un processo è «macelleria media­tica »,allora la vita dell’Orlando furioso che cos’è? Un mattato­io? Una carneficina?



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Affittopoli, Pisapia pontifica nella casa low cost E a Roma alloggi svenduti con lo sconto dell'80%

di Marta Bravi


In un'intervista per Oggi del 19 gennaio, aspirante sindaco e compagna appaiono nell'appartamento del Pio Albergo Trivulzio. Nell'articolo, Pisapia la chiama "casa sua", ma all'indomani dello scandalo aveva detto di non abitare lì.



 
Milano - Forse ha pensato che la casa della sua compagna fosse più bella, forse - avrà pensato - «faccio una figura migliore se apro queste porte a fotografi e giornalisti», o forse ci abita pure lui. Giuliano Pisapia, candidato sindaco del centrosinistra a Milano, avvocato ed ex parlamentare di Rifondazione Comunista, finito nel mirino di Affittopoli per la casa low cost di proprietà del Pio Albergo Trivulzio dove vive la sua compagna, non l’ha raccontata tutta. O forse ha commesso una doppia «leggerezza», che inizia, però, ad avere il suo peso. Sembra che in quella casa da 119 metri quadri in pieno centro, data in affitto 22 anni fa alla sua attuale compagna, l’inviata di Repubblica Cinzia Sasso, grazie all’interessamento dell’allora sindaco Paolo Pillitteri, ci abiti pure lui.
E la tanto sbandierata campagna di fango nei suoi confronti? «Non accetto si getti fango sul mio affetto più caro per colpire me: se qualcuno vuole delegittimarmi, in un momento in cui emerge in città la voglia di cambiamento, lo faccia senza strumentalizzare situazioni che non mi riguardano direttamente» attaccava. Forse il caso dell’appartamento di 110 metri quadri a 9mila euro l’anno in porta Romana lo riguarda più che indirettamente. L’avvocato infatti ha scelto di raccontarsi alla lettrici di Oggi proprio sul divano della casa dello scandalo.
Nell’articolo uscito il 19 gennaio, infatti, Pisapia si svela nella sua casa. L’occhiello del servizio parla chiaro «In casa del candidato sindaco di Milano per il centrosinistra». Segue l’articolo corredato da foto che ritraggono l’avvocato sul divano, in piedi in salotto con la sua compagna, sul divano sempre con Cinzia Sasso, in cucina al lavoro al pc. Peccato che in quella casa in cui la coppia vive e si racconta felicemente, sia la casa del Trivulzio, ovvero l’appartamento low cost di proprietà dell’ente pubblico, il cui cda si è dimesso due giorni fa per il caso Affittopoli.
Cinzia Sasso, intervistata dal Giornale aveva spiegato di avere disdetto il contratto nel 2008 e di vivere ancora lì perché in attesa del nuovo appartamento comprato con il compagno. Nella didascalia di Oggi, invece, si legge: «L’avvocato Pisapia con la compagna Cinzia Sasso nella loro casa milanese... stanno insieme da 21 anni..vivono a Milano con Francesco, figlio di Cinzia». Forse però l’avvocato soffre di amnesia come la sua compagna, che sosteneva di non ricordare quanto pagasse di affitto e come fosse riuscita ad avere l’appartamento: «Io non vivo in quella casa», aveva detto l’indomani. Pisapia non si ricordava di aver fatto quel servizio fotografico in Porta Romana, descritta come casa sua? «Non si può addebitare a me il fatto che non ci sia stato un controllo nell’assegnazione delle case e nella gestione dei contratti - spiegava il giorno seguente lo scandalo - tuttavia se voglio amministrare la città non posso avere la compagna che vive, per quanto in modo legittimo, nella casa di un ente che controllo».
Ma ad abitare in quella casa sembra che sia anche il grande riformatore che annuncia di volere «cambiare l’attuale amministrazione».





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Nelle truppe mercenarie anche istruttori italiani

Il Tempo


Le squadre della morte su ordine del governo di Gheddafi seminano il terrore nelle strade delle città libiche in rivolta.


Mediterraneo in rivolta Le squadre della morte. Divisa e casco giallo. Sono i mercenari assoldati dagli stessi militari, infiltrati in particolare nella Brigata Khamis, dal nome del figlio minore del raìs, (ma sono mercenari anche i piloti ucraini che fanno volare i Mig21, Mig23, Antonov-12 e An-26 libici) su ordine del governo di Gheddafi, che seminano il terrore nelle strade delle città libiche in rivolta. Atterrati nell'aeroporto internazionale di Mitiga, l'ex base americana di Wheelus, e ancora prima base italiana di Mellaha, vicino a Tripoli, sono arrivati su aerei militari provenienti da Ciad, Uganda, Niger, Mauritania, Nigeria, Paesi dell'Africa sub-sahariana, ma si dice ci siano tra loro anche serbi (i famigerati «Psi rata», i cani di guerra) e bosniaci. Da anni sono a disposizione del Colonnello pronti ad intervenire ogni qualvolta si è tratti di fare il lavoro sporco contro chi osa mettersi di traverso nei confronti del regime. Come nella migliore delle tradizioni sono poveri, filo-arabi senza arte né parte, ma sanno imbracciare un fucile, maneggiare bombe o razzi, usare il coltello ma anche la forza delle mani e la velocità delle gambe, ma, soprattutto, decisi a sporcarsi con il sangue in nome del dio denaro: qualcuno dice che siano pagati dai 500 ai mille dollari al giorno, altri dicono che intascano 12 mila dollari per ogni civile ucciso o addirittuta che hanno contratti da 18 mila dollari.

Secondo Hasan al-Jahmi, oppositore libico in esilio e promotore della «giornata della collera libica» del 17 febbraio che ha dato il via alla rivolta, ci sarebbero «italiani e francesi tra le milizie di mercenari che combattono al soldo di Muammar Gheddafi contro i manifestanti in Libia. Sappiamo che si tratta di istruttori esperti nella guerriglia - spiega - che servono per addestrare i mercenari africani reclutati da Gheddafi». L'esercito «parallelo» affiancò le truppe libiche anche in guerra, come accadde nel 1987 quando però non riuscì a impedire la disfatta delle forze di Tripoli in Chad dove abbandonarono nel deserto quasi ottomila caduti e un miliardo e mezzo di dollari di equipaggiamenti. E comunque non è la prima volta che il Colonnello usa le truppe mercenarie per soffocare nel sangue la ribellione, picchiano gli uomini, violentare le donne, «sgozzare e bruciare vivi i civili», come riferiscono alcuni testimoni in questi giorni ma anche le organizzazioni per i diritti umani. Alla fine degli anni 90 le repressioni degli indipendentisti della Cirenaica e l'assalto alla roccaforte dei ribelli del Gruppo militante islamico libico sulle colline del Gebel el-Akhdar vennero affidate a un migliaio di mercenari serbi, professionisti della controguerriglia reduci della guerra etnica in Bosnia.

I mercenari sono sempre stati protagonisti dei conflitti africani: le battaglie che hanno insanguinato Chad, Zimbabwe, Sudan, Congo, Rwanda, Liberia, Guinea negli ultimi anni non sarebbero state possibili senza il fiorente mercato dei mercenari, un business che talora ha legami importanti con «agenzie di sicurezza private» europee e statunitensi. Per affrontare questo fenomeno, dal 2005 le Nazioni Unite hanno creato un Gruppo operativo sull'uso dei mercenari con lo scopo di promuovere una regolamentazione internazionale dei cosiddetti eserciti privati e delle società private di sicurezza.



Sarina Biraghi
25/02/2011




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A Torino Fassino si gioca l'ultima carta a Torino Per risollevare una carriera piena di insuccessi

di Giancarlo Perna


La corsa a sindaco del capoluogo piemontese è comunque il capolinea di una carriera politica costellata di flop. Persa la segreteria del Pd, è sparito di scena. Ormai lo si vede solo da Vespa. Il rivale Gariglio alle primarie gli dà del vecchio e potrebbe eliminarlo



 

Per uscire dalla condizione di de­saparecido , Piero Fassino punta a ripigliarsi la scena come sinda­co di Torino. Domenica 27 deve superare l’ostacolo peggiore: le primarie, ossia la lotta fratricida tra i candidati di sinistra. Il più ostico è Davide Gariglio, un ex dc del Pd, che gli dà sfacciatamente del vecchio. Fassino, 61, se n’è adontato: «Argomento debole, lui ha 43 anni e non 25 e poi sta in politica da 20». Di seguito, ha schizzato con modestia il proprio ritratto: «I cittadini vogliono un sindaco solido, autorevole e che abbia esperienza». Poi, all’Unità che lo intervistava, ha detto di avere già incassato il sostegno del torinese che meno si aspettava. Il pensiero è corso a Elkann, Marchionne ecc. e invece- con squisito animo popolare- Piero ha rivelato:«È un tassista che mi ha detto: “ Io per la sinistra non ho mai votato, ma lei la voto”».

Per umana solidarietà, ci auguriamo che Fassino conquisti le primarie e la carica di primo cittadino. Altri, come Rutelli e Veltroni, si sono rifugiati in Municipio per tirare il fiato e rituffarsi poi rinfrancati nell’agone. La sosta nella cinta cittadina è stata per entrambi una catapulta. Tornati in pista, sono diventati i campioni dell’opposizione con l’incarico di battere il Cav ed espugnare Palazzo Chigi. Che poi abbiano fallito, non cancella il momento di gloria. Nulla di ciò per Piero. Governare Torino è la sua ultima occasione politica. L’estrema possibilità di trascorrere in attività il decennio che va dall’andropausa dei 60 agli acciacchi dei 70. Per lui, non ci sarà un dopo. Se invece non gli riesce il colpo del sindaco, dovrà da subito scegliere il chiodo cui appendersi. Fissandolo naturalmente molto alto, tenuto conto che è 1,92; ma senza preoccuparsi della tenuta, poiché per i suoi 66 chili di ossa gli basterà una puntina da disegno.

Ecco perché è detto Grissino. Da tempo, Fassino vivacchia e senza Bruno Vespa che gli dà corda per solidarietà generazionale, lo avremmo perso di vista anche in tv.L’ultima poltrona risale al 2007, quando ebbe la segreteria Ds per traghettare il partito nel nascente Pd. Il testimone è poi passato a Veltroni, dopo è arrivato Franceschini e ora c’è Bersani. Piero ha assistito al carosello strabuzzando i miti occhi ipertiroidei senza neanche tentare di inserirsi nei giochi. Il suo solo scatto vitale è stato un passo falso: nelle primarie 2009, tra il muffoso Franceschini e il gaudente Bersani, ha appoggiato il primo che poi ha perso. Così ora, i suoi rapporti col capo sono ai minimi termini. La mancanza di sintonia col leader è una novità nel curriculum fassiniano. Piero si è sempre schierato col capataz di turno finché era in sella. Per poi abbandonarlo appena disarcionato e allinearsi all’istante col successore.

Memorabile l’episodio del 1994, dopo il trionfo del Berlusca su Achille Occhetto. Piero era da anni il liberto di Achille. Dopo la batosta, Occhetto si dimise per decenza. In lizza per sostituirlo, c’erano D’Alema e Veltroni.Ma il leader dimissionario, che detestava Max, incaricò Fassino di favorire Walter. Piero si inventò un curioso referendum a base di fax pro o contro i candidati per influenzare il voto. La falsa gara fu vinta da Veltroni. Ma le urne vere capovolsero il risultato e D’Alema fu eletto. Per Piero, che si era messo contro il vincitore, si profilava la cayenna. Invece, risolse tutto con un disinvolto salto della quaglia. Il dì appresso andò dal neosegretario e, come se fossero sempre stati in sintonia, disse: «E ora che ne facciamo di Occhetto? Ha la mania di persecuzione.

Bisognerà pensarci».Achille gli tolse il saluto, ma conquistò Max. Tanto che, quando salì a Palazzo Chigi cinque anni dopo, lo fece ministro del Commercio estero e poi Guardasigilli nel governo Amato (2000). Sulla targhetta fuori della porta si poteva leggere il nome intero: Piero Franco Rodolfo Fassino. Nato ad Avigliana, 35 chilometri da Torino, figlio unico, Piero è stato a scuola dai Gesuiti e si è laureato in Scienze politiche moltissimi anni dopo nel 1998, mentre era ministro. Nel Pci entrò nel 1968. Attivissimo, superzelante, insonne. Ipertiroideo, appunto. Gli si attribuisce anche una lusinghiera carriera di tombeur de femmes . Due mogli, (l’attuale, è l’onorevole pd, Anna Maria Serafini), una lunga liaison torinese, un infuocato amore con Carmen Llera, vedova Moravia. Fu lei, con l’autobiografico Diario del-l’Assenza , a spargere la fama di Fassino come inesausto galletto. Il libriccino è intriso di ginnastici amplessi della protagonista con un uomo misterioso.

Secondo i più, è il nostro Piero. Per altri, Gad Lerner. In attesa che si sciolga il busillis, entrambi sono circonfusi dell’invidiabile aureola. Pratico e molto piemontese, Grissino non è mai stato estremista. Si schierò subito contro il terrorismo e per il mercato. È molto più il tipo che si entusiasma al telefono col presidente Unipol, Consorte: «Abbiamo una banca?», che un populista alla Vendola. Una sola volta perse la testa, quando nel 1980 ci fu l’occupazione della Fiat. Preso da scalmana, spinse il segretario Enrico Berlinguer a tenere un comizio incendiario al cancello di Mirafiori. L’iniziativa provocò la reazione dei quadri aziendali che, con la Marcia dei 40mila, decretarono la sconfitta della Triplice e del Pci. Piero mise parecchio per recuperare la fiducia del segretario. È forse ripensando all’episodio che Fassino ha preso di recente le parti di Marchionne contro la Fiom. Una carta in più se sarà sindaco. Grissino non è di quelli che se non insultano il Cav hanno il calo di zuccheri come Franceschini e Bersani. Ogni tanto gli dà dell’estremista o del clown, ma poi torna a casa e sta buono. È equilibrato.

Ha però lo stesso problema di D’Alema: teme la lotta. Ha una buona idea, tipo nel caso di Max- la riforma della giustizia? Appena sente il vento contrario gli viene una fifa blu e si accuccia. Negli anni Ottanta, Piero era un convinto nuclearista. A Torino riunì il partito per fargli approvare la costruzione della centrale di Trino Vercellese. Livia Turco si oppose facendo la solita ecologista delle balle e, messa in minoranza, pianse. «Sciogliamo la riunione e lasciamo che la Turco pianga» disse Fassino, come gelido suggello alla sua vittoria. Poco dopo però, ci fu Cernobyl. Il giorno dopo, Grissino organizzò una marcia di protesta a Trino per chiedere la chiusura immediata degli impianti da lui appoggiati. Inutile scomodare doppiezze togliattiane, opportunismi, pusillanimità per spiegare una simile figura. Da spararsi. Piero non lo ha fatto e ci è toccato parlarne.



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Truffe, tagli e sprechi: narraci questo, Nichi

di Alessandro Sallusti




Vediamo se il governatore Vendola saprà narrare anche la retata che ha portato all'arresto di un suo ex assessore, ora senatore, del suo caposcorta e di funzionari nominati dal suo governo


 

«Narrazione» è un termine molto caro a Nichi Vendo­la, governatore della Pu­glia, leader della sinistra radicale, moralista tutto­logo a tempo pieno. Lui non parla, narra. C’è la narrazione della politica, dell’economia, della giu­stizia, del mondo intero. Vediamo se saprà narrare anche la retata che ha por­tato all’arresto di un suo ex assessore, ora senato­re, del suo caposcorta e di funzionari nominati dal suo governo. L’inchiesta, nella quale anche lui è sta­to indagato, riguarda una maxi truffa nel giro della sanità pubblica pugliese. Per la sinistra è un brutto colpo.

Qui non si parla di questioni e di soldi priva­ti, ma di malandrini e de­nari pubblici. Se Berlusco­ni deve essere processato per non aver selezionato eticamente gli ospiti delle sue serate, che si dovreb­be fare a Vendola che è sta­to, nella migliore delle ipo­tesi per lui, incapace di scegliersi gli uomini a cui affidare i soldi e la salute di una intera regione? Non lo vogliamo vedere al­la sbarra ma - se proprio non si può mandarlo a ca­sa - almeno che la pianti di fare il maestrino narra­tore che dà voti a tutti. Ovviamente, per lui var­rà a prescindere la tesi che poteva non sapere (cosa non applicata a poli­tici di centrodestra) che cosa stavano combinan­do i suoi uomini. Probabil­mente era distratto dalle comparsate in tv e da qual­che «narrazione» antiber­lusconiana.

Del resto, a si­nistra, cadono sempre dalle nuvole. Anche se poi, come dimostra il ca­so Unipol, che il Pd si stes­se per fare una banca, Fas­sino e D’Alema l’avevano intuito al punto che già si preparavano a festeggia­re (salvo poi negare tut­to). Ora sarà interessante ve­dere se il Pd concederà l’autorizzazione all’arre­sto per il suo malcapitato senatore Tedesco. Se fos­se coerente dovrebbe far­lo, e anche con un certo entusiasmo. Ma siccome, dicono le malelingue, l’ex assessore è stato messo al Senato proprio per garan­tirgli l’immunità almeno dalle manette, prevedo che il voto sarà sfavorevo­le. Perché da quelle parti sono tutti bravi a stare con i magistrati, ma solo se nel mirino non ci sono lo­ro. D’Alema insegna.



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