mercoledì 23 febbraio 2011

Immagini crude nel giorno dello sciopero generale in Grecia

Corriere della sera

Atene, guerriglia davanti al Parlamento
Le immagini del poliziotto che prende fuoco


Le foto

Condannati a sei anni genitori rom: obbligavano gli otto figli a rubare

di Redazione



Il pm aveva chiesto 10 anni per Dani Duric e Silvana Novak: costringevano i figli a rubare negli appartamenti. Una bimba di 12 anni "valeva" 200mila euro



Trieste - Per aver ridotto in schiavitù i loro otto figli, due genitori di etnia Rom - Dani Duric e Silvana Novak - sono stati condannati dal gip di Trieste, Raffaele Morvay, a sei anni di reclusione ciascuno. La sentenza, come riporta oggi il quotidiano Il Piccolo, ha accolto solo in parte le richieste del pm, Federico Frezza, che aveva proposto per i genitori degli otto ragazzi costretti a rubare negli appartamenti dieci anni di carcere ciascuno. L’indagine si è avvalsa di numerose intercettazioni telefoniche disposte dalla procura distrettuale antimafia di Trieste. Dopo l’arresto di Duric e Novak gli otto ragazzi rom, tra cui una ragazzina di 12 anni talmente abile da essere "quotata" sul mercato dei piccoli ladri 200mila euro, sono stati affidati a strutture assistenziali venete.




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Il servizio pubblico dell'ipocrisia

Corriere della sera


Che bella notizia, se davvero Massimo Giletti potesse lasciare la Rai, a patto che si porti dietro anche Sergio Mariotti, in arte Klaus Davi! Non è un problema di persone, ma di servizio pubblico.

Spesso ci si indigna con la Rai perché manda in onda programmi come «L'isola dei famosi» o «I raccomandati» con Emanuele Filiberto o «Ballando con le stelle» o altre insulsaggini del genere: ma il pubblico della sera è un pubblico che fa una scelta di intrattenimento e da alcuni mesi, con l'avvento del digitale, ha la possibilità di scegliere con discernimento, le opzioni non mancano.

Dove il servizio pubblico ha completamente fallito la sua missione (la sua ragion d'essere) è nella programmazione del mattino e del pomeriggio, dove lo spettatore si trova in una condizione di maggiore fragilità.

In quelle ore la tv funziona come sottofondo, un'ospite in casa cui si presta attenzione in maniera saltuaria, come una routine contro la solitudine. Ebbene, proprio nella condizione in cui l'audience è più indifesa, si insinuano i peggiori programmi della Rai, da «Uno mattina» a «I fatti vostri», da «Pomeriggio sul due» a «La vita in diretta». E la grande novità annunciata da Viale Mazzini è che, dopo aver deluso su Raiuno, Maurizio Costanzo trasloca su Raidue, nel preserale: largo ai giovani!

Ma la trasmissione che più rappresenta il fallimento della nozione di servizio pubblico è «L'arena» condotta, appunto, da Massimo Giletti, nel primo pomeriggio della domenica. Non tanto per le risse continue e volgari (che sono pur sempre un modello di discussione) o per i personaggi invitati, ma per quell'ipocrisia di far credere allo spettatore di stare affrontando un problema fondamentale per la vita del Paese: non c'è alcun bisogno di credere a una verità per sostenerla. Questa è la verità che oggi insegna il servizio pubblico.



Aldo Grasso
23 febbraio 2011



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Scherzi e ripicche, i futuristi come i comunisti: ignoto chiude a chiave il cda del Secolo d'Italia

di Redazione



Alla fine degli anni Novanta, mentre in parlamento Bertinotti e Cossutta si dividevano, i comunisti si facevano scherzi e ripicche. Stessa tecnica adottata dal Fli. Ieri al cda del Secolo i conseglieri del Pdl sono stati rinchiusi in una stanza da un "ignoto". Minuti di panico. Poi la libertà



 

Roma - Vengono alla mente gli screzzi e le ripicche che si facevano sul finire degli anni Novanta i comunisti. Se all'interno del partito si consumava la divisione tra i rifondaroli guidati da Fausto Bertinotti e gli "atlantici" di Armando Cossutta, nelle sedi i compagni litigavano con acredine e combattevano a colpi di pericolose ripicche che, nel corso degli anni, li portarono anche in tribunale. Vengono alla mente le sedi chiuse nella notte coi lucchetti e i militanti lasciati fuori per ore.
Oggi la storia si ripete. A destra, però. Il palcoscenico è il teso cda del Secolo d'Italia, giornale dell'ex An ora gestito dagli uomini di Gianfranco Fini. Se non fosse stata una goliardata tra ex compagni di partito, per di più nella sede che fu di Alleanza nazionale, sarebbe potuta finire in modo diverso. Invece la maggior parte dei protagonisti alla fine ci hanno (più o meno) riso su.
La scena è questa: tesissimo consiglio d’amministrazione del Secolo d’Italia, ieri in via della Scrofa. Gli uomini di Futuro e libertà decidono di occupare "pacificamente" la sede del quotidiano stazionando nei corridoi mentre in una sala si svolge il cda. E' in corso una vera e propria resa dei conti tra ex aennini ora divisi. Flavia Perina è già andata via, restano cinque o sei consiglieri, tutti del Pdl. E' proprio in questo momento che un "ignoto" (o almeno, così riferiscono alcune fonti con un sorriso che lascia il dubbio) vede che la porta della sala nella quale si sta svolgendo la riunione ha una chiave attaccata.
Clack. Una girata e via lontano dalla sede del partito. Panico. I consiglieri si accorgono presto dello "scherzo", non la prendono tutti benissimo. Iniziano a bussare, poi a gridare, ci vuole qualche minuto per capire l’accaduto. Si tenta di trovare un’altra chiave in sede. Non c’è. Passano i minuti, almeno una ventina, poi dopo un giro di telefonate si rintraccia una seconda chiave. Suspance. E' la chiave giusta. E i consiglieri sono finalmente liberi.




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La Iervolino: «Conto i giorni che mancano alla fine del mandato. Poi farò baby-sitter»

Passaparola su Facebook: tutti i Sacco riuniti a Sacco

Video agghiacciante dalla Libia. Decine di fosse comuni sulla spiaggia

Il Mattino


TRIPOLI - Decine di fosse comuni sono state scavate sulla spiaggia di Tripoli per seppellire le vittime, più di mille secondo alcuni media arabi, degli scontri in Libia. È quanto mostrato da un video amatoriale, girato ieri nella capitale libica , pubblicato dal sito d'informazione «Onedayonearth» e rilanciato dal sito web del quotidiano «Telegraph». Nel filmato, della durata di poco più di un minuto e mezzo, si vedono molti uomini che lavorano in quello che appare un grande cimitero sulla spiaggia antistante il lungomare di Tripoli.
Mercoledì 23 Febbraio 2011 - 15:37    Ultimo aggiornamento: 15:38










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Tabaccaio uccise rapinatore, l'appello: chiesti 9 anni e mezzo di reclusione

Corriere della sera


«Fu omicidio volontario». In primo grado un anno e otto mesi. Presidio della Lega davanti al tribunale


i fatti il 17 maggio 2003: vittima un 30enne. ferito il complice 19enne





MILANO - Il sostituto procuratore generale di Milano Piero De Petris ha chiesto nel processo d'appello una condanna a nove anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario e tentato omicidio nei confronti di Giovanni Petrali, il tabaccaio che nel maggio 2003, colpendoli alle spalle, uccise un rapinatore e ferì il suo complice che avevano tentato di mettere a segno una rapina nella sua tabaccheria in centro a Milano. In primo grado, nel febbraio del 2009, il tabaccaio era stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione (pena sospesa) per omicidio colposo e lesioni colpose: i giudici avevano spiegato che l'anziano commerciante era incorso in un errore di percezione perché era «sconvolto» al momento della rapina.





LA RAPINA - Nel primo grado di giudizio anche il pm aveva chiesto una condanna a nove anni e sei mesi di carcere per omicidio volontario e tentato omicidio, come ha fatto oggi il sostituto pg che ha chiesto per l'uomo il riconoscimento comunque delle attenuanti generiche e della provocazione. Il processo dovrebbe concludersi il prossimo 21 marzo. Da sei anni tutti i giorni i Petrali rivivono gli attimi che il 17 maggio del 2003 hanno cambiato la loro esistenza. Le 19 passate da poco, i due banditi, Alfredo Merlino, 30 anni, milanese, e Andrea Solaro, 19 anni, di Genova — uno armato — che entrano nel bar, le urla e le minacce e i due schiaffoni tirati a Giovanni, che stava pulendo il pavimento come ogni sera prima della chiusura, l'assalto alla cassa, infine la reazione del tabaccaio che afferra dal cassetto del bancone la pistola e fa fuoco sette volte: quattro dentro il negozio e tre fuori, mentre insegue i banditi fino all'angolo con via San Vittore. Colpendo a morte Alfredo Merlino e ferendo Andrea Solaro. La sorella di Alfredo scrisse una drammatica lettera al Corriere chiedendo giustizia per il fratello.


LE MOTIVAZIONI - Il sostituto pg ha parlato di una «vicenda drammatica e inusuale per le aule di giustizia», di una rapina avvenuta «con violenti atti di aggressione» da parte dei due uomini nei confronti del tabaccaio. Quest'ultimo però, ha aggiunto il magistrato, ha sparato quando «i rapinatori erano in fuga e non erano più aggressivi verso di lui, avevano l'arma nei pantaloni e sono stati colpiti tutti e due alle spalle». I legali di Petrali, gli avvocati Marco Martini e Marco Petrali, hanno sostenuto che la reazione del tabaccaio è stata proporzionata alla minaccia subita e che dunque si può parlare di legittima difesa.


IL PRESIDIO - Davanti al Tribunale di Milano la Lega ha organizzato un presidio sotto le insegne del Carroccio e del Sole delle Alpi. Lo slogan era lo stesso scandito al processo nel 2009: «Siamo tutti tabaccai». Fin dalle prime ore dopo il delitto i lumbard avevano difeso Petrali, invocando per lui la legittima difesa, anche se aveva sparato alle spalle ai suoi rapinatori. «Qui una vittima diventa carnefice: dopo il danno, la beffa», dice il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato. «Situazioni come quelle che ha dovuto affrontare il povero esercente sono estremamente difficili da gestire: quando ci si trova davanti un rapinatore nel proprio negozio, si pensa innanzitutto a tutelare la propria vita - ha detto il vicesindaco - Non dimentichiamo che un altro tabaccaio, Ottavio Capalbo, così come uno sfortunato orefice, Ezio Bartocci, alcuni anni fa finirono assassinati in condizioni analoghe».


Redazione online
23 febbraio 2011



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L'altro Made in Italy: dentro le aziende che producono i falsi modelli della moda

Corriere della sera

Griffe internazionali a prezzi stracciati. Senza diritti e con una paga da fame. Con la concorrenza pakistana

Viaggio nelle aziende del falso
di Antonio Crispino

NAPOLI - C’è un made in Italy che sfugge a qualsiasi tipo di catalogazione, associazione di categoria, import/export. Si tratta dei modelli più ricercati e rinomati della moda italiana (e non solo) venduti nei negozi nostrani ma di cui non si conosce la provenienza. E’ un mercato parallelo, quello del falso, che si sviluppa nelle cantine, nei sottoscala, nei retrobottega di anonime abitazioni dell’hinterland napoletano. Palazzine di due o tre piani che nascondono nei sotterranei un polmone produttivo totalmente clandestino.


E’ qui che si alimenta l’alta moda (falsa) a costi stracciati: quattordici euro per un completo da donna che verrà rivenduto cinquanta volte tanto; sette euro per una confezione da uomo che in boutique costerà dai settanta euro in su. Per capire meglio come funziona tutto il sistema ci siamo finti interessati a confezionare dei falsi modelli di alcune delle case di moda più conosciute, ovviamente tutto in nero.
Il nostro, è stato un vero e proprio viaggio nelle fabbriche del «made in Italy fantasma» dove in gran parte lavorano donne italiane per una paga che si aggira intorno ai 15 euro al giorno. Nessun sindacato, nessuno sciopero, nessun diritto. Nessuno osa lamentarsi perché qui, in terra di Gomorra, la macchina da cucire è una delle poche occasioni di lavoro per le donne. E va difesa a denti stretti. La concorrenza da battere è quella cinese e pachistana che produce alla metà del prezzo e ormai rappresenta una casta impenetrabile. Kabir, pachistano, venuto in Italia 13 anni fa come apprendista sarto, oggi è il padrone di una di queste fabbriche abusive e ci dice chiaramente: «Qui italiani a lavorare non ne voglio». Così, quando gli proponiamo di assumere un nostro parente che ha perso il lavoro da poco, ci mette alla porta e torna dentro ad alimentare il suo made in Italy.

Antonio Crispino
23 febbraio 2011

In bici a 100 km all'ora

Corriere della sera


A marzo consegnati i primi modelli della «Blacktrail», il modello elettrico più caro del mondo: 59.500 euro


COSTA QUASI 60 MILA EURO




MILANO - E' la più cara bici elettrica del mondo, costa 59.500 euro, ma c'è un motivo: la Blacktrail supera i 100 chilometri orari. A marzo verranno consegnati i primi modelli. Tra i clienti che ne hanno già ordinata una c'è la star di Hollywood Orlando Bloom e il conduttore tv Jay Leno.

TECNOLOGIA DA FORMULA 1 - Non è una bici per tutti: già il prezzo può frenare gli entusiasmi di qualche appassionato. Oltretutto, si tratta di una versione in edizione limitata (667 esemplari). Tempo di consegna: 180 giorni. Ciò nonostante, la Blacktrail viene celebrata come la bicicletta elettrica «più spettacolare e costosa del mondo». Nata da un'idea di Manu Ostner, a capo dell'azienda tedesca PG-Bikes di Ratisbona, la due ruote high-tech disegnata da Christian Zanzotti è realizzata in titanio, fibra di carbonio, magnesio e leghe di alluminio. Pesa 19,8 chilogrammi (una bici comune pesa in media 14 kg) e per progettarla sono intervenuti anche gli ingegneri e specialisti dello studio UBC Engineering vicino a Stoccarda che in realtà forniscono da vent'anni i componenti in fibra di carbonio per le vetture di Formula 1. Dispone di un motore ibrido da 1,2 kW che eroga una potenza di 1,6 cavalli alimentato da un gruppo di batterie al litio. C'è da specificare che per la versione più veloce il guidatore necessita in ogni caso della patente per la moto.
CARATTERISTICHE - La bici è veloce, forse troppo per una bici. Si comporta come una motocicletta: a seconda del ritmo sostenuto e del tipo di motore la batteria riesce ad alimentare la bicicletta per un tragitto complessivo fino a 200 chilometri con la possibilità di raggiungere velocità di 100 km/h. Si attacca ad una comune presa elettrica; la batteria si carica dell'80 per cento in appena 30 minuti e, completamente, in tre ore. Alcune particolarità: freni a disco ventilati; un sistema di illuminazione a Led con luce anabbagliante, luce d'arresto e luce posteriore. Nel telaio è presente un display che mostra, per esempio, lo stato di carica della batteria e la velocità. Il prezzo, certamente sproporzionato per una bici, non sembra però spaventare i potenziali acquirenti che già si sono messi in fila per avere uno dei pochi ed esclusivi modelli. L'attore hollywoodiano Orlando Bloom, anche testimonial della Blacktrail, ne ha già comprato uno. Così come il noto comico e conduttore tv Jay Leno, riferisce Ostner nell'edizione online della rivista Spiegel. Non tutti però sono degli sportivi entusiasti: molti la comprano per la sua esclusività, individualità e innovazione. Come un imprenditore russo che ne ha già ordinato cinque. e costa 59.500 euro.


Elmar Burchia
23 febbraio 2011



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Il Brontomerus, dinosauro con le «cosce di tuono»

Corriere della sera


Probabilmente usava le sue possenti gambe come arma per colpire i predatori del Cretaceo 110 milioni di anni fa

Lungo 14 metri, pesava sei tonnellate



La ricostruzione grafica del Brontomerus
La ricostruzione grafica del Brontomerus
MILANO - Con le sue gambe potenti e atletiche riusciva a essere un abile combattente e a percorrere terreni sconnessi e collinari. Il Brontomerus (letteralmente «cosce di tuono»), una specie di dinosauro vissuta 110 milioni di anni fa, è stato descritto per la prima volta sull'ultimo numero della rivista scientifica Acta Palaeontologica Polonica: l'esemplare dal lungo collo, appartenente alla famiglia dei sauropodi, è vissuto nel Cretaceo inferiore e avrebbe usato le sue possenti gambe come arma per colpire i feroci predatori dell'epoca oppure per allontanare i rivali in amore.

STRUTTURA - Le ossa fossilizzate di due esemplari di questa specie furono scoperte nel 1994 in una miniera vicino al fiume Colorado nello Utah da ricercatori del Sam Noble Museum. Paleontologi britannici e americani nel corso degli ultimi anni hanno analizzato dettagliatamente spalle, anche, coste, vertebre di questi due esemplari di Brontomerus mcintoshi, uno adulto e uno più giovane e hanno ricostruito, almeno virtualmente, la sagoma dei due dinosauri: il primo era alto quanto un elefante, pesava circa sei tonnellate e dal naso alla parte più estrema della coda misurava 14 metri. Il più giovane, invece, era lungo 4,5 metri e pesava poco più di 200 chili. Secondo i ricercatori può essere che i due dinosauri fossero rispettivamente mamma e figlio. Dallo studio delle ossa gli studiosi hanno appurato che questa specie avrebbe avuto i muscoli delle gambe più grandi di qualsiasi sauropode. Per distinguere il dinosauro, al nome Brontomerus è stato affiancato quello di mcintoshi in onore di John McIntosh, un fisico in pensione che ha lavorato alla Wesleyan University (Connecticut) e che ha dedicato tanti anni della sua vita allo studio della paleontologia.

DINOSAURO CARISMATICO - «Probabilmente la specie viveva in luoghi selvaggi e collinari e i potenti muscoli delle sue gambe lo rendevano un dinosauro a quattro ruote motrici», afferma al Guardiandi Londra Matt Wedel, ricercatore della californiana Western University of Health Sciences e co-autore dell'articolo apparso sulla rivista scientifica. Mike Taylor, l'altro ricercatore che ha firmato lo studio, descrive il Brontomerus come «un dinosauro carismatico» e definisce la scoperta «davvero entusiasmante per noi studiosi». «Quando abbiamo riconosciuto la strana figura dell'anca, ci siamo chiesti quale fosse il suo significato. Alla fine abbiamo capito che lo scalciare era uno dei movimenti abituali di questo esemplare. Molto probabilmente il Brontomerus dava calci quando doveva combattere con un suo simile per possedere sessualmente un esemplare femmina. Presumibilmente usava la stessa tecnica per difendersi dai predatori più pericolosi».
Il Brontomerus è solo l'ultima delle innumerevoli specie di dinosauri ritrovate negli ultimi decenni. La scoperta mette in discussione una precedente «verità scientifica» secondo la quale i sauropodi fossero scomparsi all'inizio del Cretaceo: «Siccome i fossili dei sauropodi erano quelli più ritrovati del periodo Giurassico, c'è stata a lungo la percezione che questi dinosauri avessero dominato l'era Giurassica e poi fossero stati rimpiazzati nel Cretaceo da altre famiglie di animali preistorici», dichiara alla Bbc Matt Wedel. «Tuttavia negli ultimi vent'anni sono stati ritrovati numerosi fossili di dinosauri sauropodi e il quadro è cambiato».

Francesco Tortora
23 febbraio 2011



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La polizia non ha la carta per le denunce Dodici cittadini vengono mandati via

Corriere del mezzogiorno


Gli agenti del commissariato Libertà chiudono lo sportello. Una signora e una delegazione di Sel donano risme




PALERMO - La notizia sembra una di quelle satiriche che si possono leggere su siti come Spinoza.it invece è tutto vero: al commissariato di Via Arimondi manca la carta, e così non si possono registrare le denunce. Gli agenti della sezione ‘Libertà’ terminata l’ultima risma hanno dovuto, loro malgrado, chiudere lo sportello ai cittadini, dodici in quel momento, che non hanno potuto sporgere regolare denuncia. Ai tre poliziotti di guardia allo sportello Urp del commissariato, visibilmente in difficoltà, non è rimasto altro che scusarsi e dire di rivolgersi altrove. Un episodio da commedia degli equivoci che però si è verificato non in un piccolo e dimenticato commissariato di periferia, come i toni della storia potrebbero far immaginare, ma in uno dei commissariati più importanti della città per utenza e copertura territoriale: da Borgo Nuovo a via Libertà, fino all’Addaura e all’Arenella.

DONAZIONI IN CARTA - Non una ma due. L’episodio in realtà ha avuto il suo epilogo. Già tre giorni fa una donna recatasi al commissariato Libertà per sporgere regolare denuncia si era vista rigettare la richiesta. La risposta che ottenne dagli agenti in servizio fu di non disporre della carta sul quale scriverla. La solerte cittadina, poco dopo essere andata via, ha fatto ritorno al presidio di polizia portando con sé una risma di fogli A4 da donare. Un sorriso gramo e imbarazzato, ma come si dice "o bevi o affoghi", e via di nuovo con il lavoro. Due giorni e 500 fogli dopo (più o meno tanti i fogli all’interno della risma) la storia si ripete e i 12 astanti in attesa di fornire i dettagli della rapina subita, del portafogli smarrito, dell’auto manomessa… si sono visti rifiutare la propria denuncia. Ancora una volta: «scusate ma c’è finita la carta». Qualche lamentela, ma nessuna reazione fuori ‘dalle righe’, così i cittadini hanno optato per un’altra stazione di polizia o dei carabinieri.

LA PROTESTA DI SEL - Naturalmente la notizia ha fatto subito il giro della città tra sorrisi e commenti sgomenti, e a emulare il gesto della signora è stata una delegazione di Sinistra Ecologia e Libertà che ha consegnato ieri sera risme di carta al presidio di Polizia di via Arimondi, al fine di “garantire il funzionamento degli uffici del commissariato”. «Il nostro è un gesto simbolico – hanno scritto in una nota Sergio Lima ed Erasmo Palazzotto, rispettivamente coordinatore provinciale e regionale del partito di Nichi Vendola - per esprimere il disagio che proviamo nel vedere mortificato il diritto alla sicurezza dei cittadini. Questi casi limite sono il frutto della politica di tagli al comparto sicurezza che il Governo ha perpetuato in questi anni, e pensiamo sia inaccettabile ledere in questo modo il diritto alla sicurezza dei cittadini soprattutto in una città come Palermo». Gli esponenti del SEL hanno poi concluso chiedendo l’intervento del Prefetto per risolvere la questione e scongiurare in futuro il ripetersi di situazioni così increscIose.

IL SIULP - Toni di denuncia mossi in precedenza da Vittorio Costantini, segretario generale Siulp Palermo, che aveva commentato il fatto come gravissimo: «Risultato di una politica di tagli da parte del Governo al comparto sicurezza». Costantini aveva anche dichiarato che la situazione venuta a onor della cronaca sul commissariato Libertà è «diffusa in gran parte degli uffici della questura, ma negli altri casi i poliziotti sono riusciti ad arrangiarsi in qualche modo».

Rossella Puccio
23 febbraio 2011




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Mercadante, Miccichè attacca i Pm «Sono liberi di ammazzare un uomo»

Corriere del mezzogiorno


Il sottosegretario contro i procuratori dopo l'assoluzione «Non pagano per le loro colpe, dovrebbero vergognarsi»



PALERMO - «La vicenda di Giovanni Mercadante e quella di Dario Allegra ci mostrano, in tutta la loro crudezza, le due facce della responsabilità. Dario Allegra ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera Civico di Palermo è stato ritenuto dall’assessore/Pm Massimo Russo responsabile di un disservizio e ha pagato, è stato licenziato. Qual è, invece, il prezzo che pagherà chi ha compresso la libertà personale di un innocente? Anche questa volta il Pm Massimo Russo si metterà davanti a una telecamera chiedendo scusa a Giovanni Mercadante e le dimissioni di coloro che ne hanno calpestato la dignità di uomo, di politico, di professionista, di marito, di padre, di nonno?». Lo scrive il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e leader di Forza del Sud Gianfranco Miccichè nell’ultimo post del suo blog "Sud".

«Chi paga - prosegue il deputato - per Giovanni Mercadante? Chi ha pagato per Ciccio Musotto? Chi ha pagato per Lillo Mannino? Chi ha pagato per Gaspare Giudice? Chi pagherà per gli altri "Mercadante" che verranno domani, oggi umiliati, azzerati, marchiati, già condannati? Nessuno. Non pagherà nessuno, perchè nel nostro Paese i Pm non pagano le loro colpe». «Sono liberi di "ammazzare" un uomo - conclude Miccichè - Talvolta solo nello spirito, talaltra anche fisicamente, com’è successo a Gaspare Giudice. E niente scuse, nemmeno un cenno di mortificazione. Perché dovrebbero vergognarsi? Abbiamo già constatato l’atteggiamento di Massimo Russo, rispetto alle nostre legittime sollecitazioni».

23 febbraio 2011




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Lombardo: «Portare migranti in Veneto» Zaia: «Ha perso un'occasione per tacere»

Corriere del mezzogiorno

Botta e risposta tra il governatore siciliano e il leghista sulla questione degli sbarchi dei rifugiati dal nord Africa


PALERMO - Un piccato botta e risposta quello che c'è stato tra i due governatori di Sicilia e Veneto sulla questione degli sbarchi a Lampedusa. Questa mattina Raffaele Lombardo parlando delle soluzioni per affrontare l'emergenza ha chiesto che i migranti vengano sistemati «in un territorio e in un ambiente nel quale ci sono opportunità di lavoro come la Lombardia o il Veneto». Ipotesi che non è però piaciuta al leghista Luca Zaia che ha controbattuto: «Ha perso un’altra buona occasione per stare zitto».


L'IDEA - Nel suo blog il presidente della Regione Sicilia ha spiegato: «È assurdo metterli in Sicilia. Si può avere qualunque tipo di concezione razzistica contro la Sicilia, ma qui di sicuro tutto si può fare tranne che l’integrazione in un tessuto lavorativo, economico e sociale tra i più deboli del nostro paese». «L’ho anche scritto al ministro Maroni - ha aggiunto Lombardo - come si può pensare di portare 5 o 6 mila persone a Mineo (Catania), in un’area che è la più depressa sotto il profilo economico-sociale e dove i livelli di disoccupazione sono i più alti e quelli di reddito i più bassi? Cinque o 6 mila persone portate lì che non possono certo essere sorvegliate a vista dai militari, anche perchè non sono delinquenti, in un posto dove vivevano 1400 americani. Grandi condizioni di disagio, ammassamento di persone, ricerca di una integrazione che il territorio non offre. Io sono per l’accoglienza e la solidarietà. Accogliere vuol dire che non bisogna sicuramente sparargli addosso come qualcuno ha ipotizzato».

Luca Zaia

LA RISPOSTA - Queste parole non sono piaciute per niente al leghista Zaia che ha commentato: «Lombardo ha perso un’altra buona occasione per stare zitto. Dice che vanno sistemati dove ci sono più opportunità di lavoro ma a me non risulta che il Veneto abbia posti a disposizione e la Sicilia non li abbia. La posizione di Lombardo è quella di un federalismo di ritorno». «Dobbiamo essere assolutamente vicini al popolo libico - ha proseguito il presidente del Veneto ricordando tuttavia che lui stesso si era opposto all’arrivo trionfale in Italia del leader libico - ma non ho nessuna informazione che ci siano oggi siti in Veneto per un’eventuale accoglienza».

Redazione online
22 febbraio 2011
(ultima modifica: 23 febbraio 2011)

Lo schiaffo della Ue

Il Tempo


Emergenza immigrazione, sì a soldi e uomini ma niente smistamento. Ancora sbarchi di extracomunitari a Lampedusa. Bossi: "Li manderemo in Francia e Germania".

Clandestini a Lampedusa Soldi sì. Immigrati no. Di fronte al rischio di un «esodo biblico» preannunciato dal Viminale e, in parte, già cominciato sulle coste siciliane, L'Europa risponde «ni». Quasi una replica indiretta alle dichiarazioni di Umberto Bossi, che ieri aveva affermato: «Se arrivano gli immigrati dal Nordafrica, li mandiamo in Francia e Germania». Da fonti diplomatiche Ue, invece, è trapelato che Bruxelles è pronto a dare al governo tricolore «solidarietà», ed è disponibile «a fornire materiale umano e mezzi finanziari». Ma non ci sarà alcuna apertura nei confronti di una distribuzione del fardello dell'immigrazione proveniente dai Paesi nordafricani. Secondo le fonti, i governi del nord Europa hanno intenzione di mettere sul tavolo del Consiglio affari interni e giustizia (Gai), che si terrà giovedì e venerdì, la disponibilità a considerare la questione delle rivolte arabe come «un problema europeo». Le stesse fonti, tuttavia, fanno notare che «un Paese di 60 milioni di abitanti non può avere problemi a fronteggiare qualche migliaio di migranti». Inoltre osservano che «la legislazione europea è chiara»: nel senso che la gestione degli immigrati, intesa come rimpatrio degli illegali e valutazione delle domande d'asilo, spetta al Paese in cui essi approdano. «Tra l'altro - osserva la fonte - l'Italia non ha voluto alcuno degli immigrati che sono arrivati a Malta. E a suo tempo la Germania non battè ciglio di fronte ai 300.000 che arrivarono al tempo della crisi nei Balcani». Un aiuto politico per alleviare la pressione sull'Italia potrebbe semmai arrivare con la disponibilità a un'azione comune dei 27 nei confronti dei Paesi di origine per «convincerli» a facilitare la riammissione degli espatriati. Per fronteggiare l'emergenza, che rischia di aggravarsi pesantemente se salterà il «tappo» libico, il ministro Maroni ha convocato per oggi presso la palazzina Algradi a villa Doria Pamphili una riunione dei ministri dell'Interno di Cipro, Francia, Grecia, Malta e Spagna.

Obiettivo: sostenere la posizione espressa dall'Italia in seno all'Unione e affermare una linea comune in vista del Consiglio Giustizia Affari Interni in programma domani a Bruxelles. Nel frattempo gli sbarchi non si fermano. All'alba 53 migranti sono arrivati sulla spiaggia di Cala Pisana, a Lampedusa. Rintracciati dai carabinieri sulla terraferma, sono stati tutti accompagnati nel centro di prima accoglienza. E in mattinata una motovedetta della Guardia Costiera è partita dall'isola per soccorrere uno dei due barconi avvistati in precedenza nel Canale di Sicilia da un aereo della Guardia di Finanza. Il primo, che era alla deriva in acque di competenza maltesi, è stato poi raggiunto dal motopesca italiano «Chiaraluna», dirottato nella zona dalla centrale operativa delle Capitanerie di Porto. Il peschereccio della flotta di Mazara del Vallo ha raccolto i 37 migranti che erano a bordo della «carretta», e ha fatto rotta verso Lampedusa. Il secondo è stato, invece, soccorso da due motovedette della Capitaneria a dieci miglia dalla terraferma. L'imbarcazione, con a bordo alcune decine di persone, si è diretta lentamente verso l'isola scortata dalle unità della Guardia Costiera. Intorno alle 21 un nuovo arrivo: 197 tunisini sono sbarcati sull'isola.

Un altro barcone, con 37 immigrati a bordo, è stato soccorso a poche miglia dalla costa. L'approdo è previsto in nottata. Sempre ieri, un gruppo di cittadini ha firmato una petizione-ultimatum al sindaco di Lampedusa perchè gli immigrati tunisini, ospiti del centro, lascino l'isola entro 48 ore. Le condizioni meteo nel Canale di Sicilia, infine, sono in netto peggioramento, con mare Forza 4-5 e raffiche di vento da Ponente fino a 30 nodi. Condizioni che, probabilmente, nelle prossime ore scoraggeranno altri viaggi di immigrati in fuga dal Nordafrica.



Maurizio Gallo
23/02/2011




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Ebreo si finge neonazista per incastrare una SS

La Stampa


L’ex nazi, 97 anni, vive indisturbato a Francoforte, nessuno l’ha mai incriminato




ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO

C’è voluto un broker di informazioni improvvisatosi storico per riuscire nell’impresa in cui i cacciatori di nazisti avevano finora fallito: far riaprire le indagini contro Bernhard Frank, uno dei più noti gerarchi delle SS ancora in vita. Che l’intraprendente Mark Gould non sia uno storico nel senso classico del termine balza subito agli occhi: per le sue ricerche non ha né spulciato negli archivi, né letto decine di libri su Hitler, bensì ha lasciato la sua Los Angeles, si è trasferito in Germania e si è mimetizzato per quattro anni negli ambienti neonazisti. Ha assunto il loro linguaggio, si è tagliato i capelli a zero, ha partecipato alle riunioni dei nostalgici. E alla fine è riuscito a smascherare l’uomo che il 28 luglio del 1941 aveva controfirmato un ordine che condannava a morte gli ebrei delle paludi della Polesia, tra Ucraina e Bielorussia. Tra le vittime c’erano anche 28 familiari di Gould, che ha origini ebraiche.

«Smascherare», in realtà, è un termine relativo: Bernhard Frank non si è mai nascosto, perché nessuno l’ha mai incriminato. Oggi ha 97 anni e gli ultimi decenni li ha passati indisturbato nei pressi di Francoforte sul Meno. Ha addirittura dato alle stampe due libri autobiografici, ancora disponibili sugli scaffali virtuali della libreria online Amazon. Nell’ultimo, uscito nel 2004, racconta di quando, nel 1943, fu nominato comandante e responsabile della sicurezza del Berghof, la residenza di Hitler sulle Alpi Bavaresi. E come, due anni dopo, ricevette l’ordine di uccidere il capo della Luftwaffe, Hermann Göring, colpevole di voler prendere il posto di Hitler.

Frank arrestò Göring per alto tradimento, ma gli risparmiò la vita. Dopo la fine della guerra consegnò senza opporre resistenza il Berghof alle truppe Usa e si ritirò a vita privata, lasciando perdere le sue tracce. Almeno fino a quando alla sua porta non ha bussato il quarantatreenne Mark Gould. Arrivato a lui in modo rocambolesco: a Los Angeles aveva conosciuto per affari una persona che, tra le altre cose, vendeva anche una bandiera nazista, l’aveva comprata e aveva iniziato a collezionare cimeli legati alla dittatura hitleriana. Finché un giorno non decide di rintracciare le persone che avevano arrestat Göring. Si mette in viaggio per la Germania e per quattro anni si infiltra negli ambienti neonazisti. «Sono riuscito a sopportare tutto questo soltanto perché ho escogitato una seconda identità», ha raccontato ieri alla Bild.

A un incontro di nostalgici Gould avvicina per la prima volta Frank, che si fida di lui, decide di incontrarlo decine di volte e un giorno gli scrive anche una lettera. «È lì che ho riconosciuto la firma! Era la stessa che compariva in calce al primo ordine per lo sterminio degli ebrei del 28 luglio del 1941», spiega lo storico improvvisato. «Se le persone sono inferiori dal punto di vista umano o della razza (...) vanno fucilate tutte», si legge in quell’ordine. A quel punto Gould non regge più la messa in scena e, in un ultimo incontro, elenca a Frank i nomi dei suoi familiari uccisi a seguito di quell’ordine. «Sei un mio amico o un mio nemico?» è la reazione del vecchio gerarca. «Sono un tuo nemico, tu hai ucciso la mia famiglia», gli risponde Gould. Che poi deposita una denuncia davanti alle autorità statunitensi, che stanno indagano sul caso insieme ai colleghi tedeschi. Dalla sua Gould, che ha sempre ripreso di nascosto i suoi colloqui con Frank, ha un centinaio di ore di registrazioni in cui l’ex gerarca non prende affatto le distanze dall’Olocausto, anzi.

Qui tuttavia la storia si complica. Fu davvero Bernhard Frank a firmare il primo ordine in assoluto che portò poi all’Olocausto, come sostiene Gould? Il «cacciatore di nazisti» Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal, è scettico. Non ha alcun dubbio sul fatto che Frank sia stato un fervente nazista, ha spiegato Zuroff nelle scorse settimane, ma il suo ruolo viene enfatizzato troppo. Il suo nome, ad esempio, non compare nell’ultima lista dei criminali nazisti più ricercati al mondo diffusa dal Centro Wiesenthal. Secondo alcuni storici, il suo compito si limitava a verificare che le direttive aderissero linguisticamente all’ideologia nazista. Il che, ha fatto notare Zuroff, non equivale a ordinare uno sterminio. E sulla stampa anglosassone c’è già chi non nasconde i suoi dubbi sui reali motivi del broker trasformatosi in storico: Gould ha già annunciato di voler pubblicare un libro e di voler girare un documentario sulla sua caccia al nazista che non si era mai nascosto.




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Rai, Masi a rischio per la satira a Sanremo

Corriere della sera

 

Possibili nuovi incarichi per il dg Rai. E per sostituirlo spunta il nome di Novari, di 3 Italia


ROMA - La Rai è imprevedibile. Nelle aziende tradizionali si allontana un top manager dopo un insuccesso. A viale Mazzini può capitare che il direttore generale rischi di dover traslocare dopo uno dei Festival di Sanremo di maggior successo di pubblico (e in parte anche di critica) degli ultimi tempi. Mauro Masi non dovrà fronteggiare nei prossimi giorni un problema legato agli ottimi ascolti Rai. Ma potrebbe pagare il prezzo del duetto del «Ti sputtane rò» cantato martedì 15 scorso da Luca e Paolo e interamente dedicato al duello politico Berlusconi-Fini («Ti sputtanerò, con certi filmini che darò alla Boccassini dove ci sei tu e le mostrerò donne sopra i cubi e ci metto pure Ruby e ti fotterò». «Ti sputtanerò, sarà un po' il mio tarlo con la casa a Montecarlo dei parenti tuoi». «Ti sputtanerò, farò l'inventario con Noemi e la D'Addario dei festini tuoi»...)


Silvio Berlusconi sarebbe andato su tutte le furie. Traccia visibile del malcontento del presidente del Consiglio, la gelida dichiarazione di Antonio Verro, consigliere di amministrazione Rai, vicinissimo a Berlusconi: «Una satira politica da televisione commerciale non adatta ad una platea così vasta ed eterogenea come quella del Festival che fa servizio pubblico. Il direttore generale mi ha dato rassicurazioni sul fatto che le questioni che in questi giorni hanno interessato la direzione artistica del Festival verranno portate all'attenzione del prossimo consiglio di amministrazione». Proprio quel passaggio, una richiesta esplicita di chiarimenti a Masi, prefigura il clima che si respirerà domani, giovedì in Consiglio di amministrazione. Chi è vicino a Berlusconi (secondo il tam tam di viale Mazzini si tratterebbe soprattutto del ministro Paolo Romani) avrebbe considerato l'episodio sanremese la goccia capace di far traboccare il vaso del malcontento verso Masi.

Ecco l'accusa del Pdl: ci dici di non riuscire a controllare Santoro perché c'è una sentenza del giudice, lo stesso problema c'è per Paolo Ruffini a Raitre ma non è possibile che tu non sia in grado di non far attaccare Berlusconi nemmeno a Sanremo e su Raiuno, rete filo-governativa per eccellenza. Masi ha smentito qualsiasi voce di sue possibili dimissioni. Ma secondo altri si sarebbe già aperta una caccia alla collocazione alternativa (Eni?) per il direttore generale. Si delinea il possibile identikit del suo successore che potrebbe corrispondere a Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3 Italia. Comunque giovedì sarà un Consiglio Rai anomalo e senza maggioranza di centrodestra. Sulla testa di Angelo Maria Petroni e di Giovanna Bianchi Clerici pende la minaccia di una sanzione di 200 mila euro della Corte dei Conti per aver votato nell'agosto 2005 la nomina a direttore generale di Alfredo Meocci, incompatibile in quanto fresco ex membro dell'Autorità per le Telecomunicazioni. Finché non si sarà chiarito il nodo hanno fatto sapere che non parteciperanno ai lavori del Cda.

Paolo Conti
23 febbraio 2011

C'era una volta il Mare Nostrum

Il Tempo


Il Colonnello ieri ha detto che non vuole levarsi di mezzo e farà di tutto per "schiacciare i ratti" e c’è da scommettere che farà di tutto per restare al potere. E se Gheddafi non mette fine al massacro e non riesce il colpo di Stato delle'esercito, Stati Uniti e alleati dovranno cominciare a pensare alle grandi manovre.


Libia, l'ultima apparizione tv di Gheddafi Il grande timoniere Mao avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è ottima». Ma qui non c’è nessuna lunga marcia e al posto di Mao c’è un tal Gheddafi. Il Colonnello ieri ha detto che non vuole levarsi di mezzo e farà di tutto per «schiacciare i ratti». Spesso i dittatori sono come il trombone nell’orchestra, ma nel caso del raìs c’è da scommettere che farà di tutto per restare al potere. La scia di sangue e morte che abbiamo visto finora in Libia potrebbe essere niente rispetto a quel che si va preparando: la guerra civile. Se la situazione piomba nel caos, la comunità internazionale dovrà affrontare lo scenario peggiore: l’intervento militare. Mentre scrivo il Consiglio di sicurezza dell’Onu è riunito, vedremo cosa tirerà fuori dal cilindro del Palazzo di Vetro. Da questo momento comunque un piano di intervento in Libia è quanto mai possibile. Proviamo a immaginare lo scenario futuro. Se Gheddafi non mette fine al massacro e non riesce quel che di solito si fa in questi casi - un colpo di Stato dell’esercito per deporlo - Stati Uniti e alleati dovranno cominciare a pensare alle grandi manovre: un primo show of force di mezzi navali - portaerei in prima battuta - nel Mediterraneo e istituzione di una no-fly zone in Libia per evitare raid aerei e rifornimenti di armi per i mercenari che il regime sta usando per sterminare i rivoltosi. Ma questo potrebbe non bastare a fermare il piano di sopravvivenza di Gheddafi.

A questo punto Barack Obama potrebbe correre il rischio di doversi imbarcare nella sua prima guerra: la campagna di Libia. Non è certo pensabile che un super produttore di gas e petrolio sia lasciato nel caos, con il rischio concreto non di «islamizzazione» ma di gruppi terroristici al potere che avrebbero uno sbocco diretto sul Mediterraneo, l’accesso a cinque grandi terminali petroliferi sulla costa (Tripoli, Ras Lanuf, Al Sidra, Zuetina e Tobruk) e ad altrettante raffinerie di greggio che sfornano 388 mila barili di oro nero al giorno.

Il petrolio per la Libia è tutto. Un report della Cia, citato nel Military Balance del Nord Africa compilato da Antony Cordesman per il Csis di Washington, mette nero su bianco numeri che parlano: il 95 per cento delle esportazioni del Paese è rappresentato dal barile che costituisce il 25 per cento del prodotto interno lordo e assicura il 60 per cento degli stipendi del settore pubblico. La Libia, grazie al petrolio e a una popolazione contenuta (circa 6 milioni e mezzo di abitanti) è lo Stato del Nord Africa con il più alto reddito pro-capite, ma, come accade sempre nel caso di dittatura e governo di clan, questa ricchezza non è distribuita.

Pochi ricchi, moltissimi poveri. Se a questo aggiungete che il 90 per cento del territorio è desertico e che il 75 per cento del cibo viene importato, la frittata gheddafiana è servita. Mentre in Egitto e in Tunisia l’esercito ha rappresentato lo strumento per organizzare la caduta dei dittatori (Mubarak e Ben Alì), in Libia la situazione delle forze armate è semplicemente caotica.

Secondo gli analisti la qualità complessiva delle sue forze armate è bassa, equipaggiamento e addestramento idem. Il suo isolamento internazionale, ai tempi del Gheddafi terrorista, ha determinato un declino delle forze armate in tutte le sue componenti: manca perfino il requisito minimo - come abbiamo visto in questi giorni con gli episodi dei due aerei da caccia atterrati e Malta e della nave da guerra con 200 marinai a bordo approdata a la Valletta - che si chiede a ogni soldato durante un conflitto: la lealtà.

Se l’esercito libico si sfascia, si fraziona in gheddafiani, ribelli e uomini in fuga tout court, organizzare una transizione sarà quasi impossibile mentre le probabilità di guerra civile aumenteranno vertiginosamente. A quel punto, la comunità internazionale si troverà davvero di fronte a una decisione grave: varare una missione militare sotto la bandiera Onu per ristabilire l’ordine in Libia. Gli Stati Uniti hanno adottato finora una tattica di stop and go dettata dalla necessità: Obama ha condannato la violenza del regime libico e chiesto un cessate il fuoco immediato. Il minimo sindacale.

La Casa Bianca sta alla finestra e per ora non può fare nient’altro. Il terremoto in corso in Medio Oriente e Nord Africa ha colto tutti di sorpresa e il Presidente non ha molte carte da giocare per uscire da un rompicapo pazzesco, mentre in Bahrein - sede del comando della Quinta Flotta navale degli Stati Uniti - ieri centomila persone hanno protestato contro il governo. Contemporaneamente, due navi da guerra iraniane, la fregata Alvand e la nave appoggio Kharg, hanno varcato il canale di Suez e sono entrate nel Mediterraneo.

Il regime di Ahmadinejad ora può scrutare con i suoi radar e guardare con i binocoli dei suoi marinai le coste di Israele. Non accadeva dal 1979 e questo indica un paio di cose non proprio rassicuranti: la caduta di Hosni Mubarak ha buttato giù il muro degli equilibri precedenti e da questo momento il Mare Nostrum è anche un po’ loro, degli iraniani e di chi di volta in volta l’Egitto deciderà di far passare per il Canale di Suez.

Ecco perché Obama può fare la voce grossa, ma prima di imbarcarsi in un’operazione militare - anche leggera e con il solo uso della marina e dell’aviazione - deve fare prima i conti con quello che ha in casa: due campagne militari in corso (Afghanistan e Iraq), un bilancio del Pentagono appena revisionato e un avvicinamento rapido verso le elezioni presidenziali. Per quanto tempo ancora gli Stati Uniti potranno continuare con questa tattica attendista? Poco. E l’Europa non sembra avere carte migliori da giocare. Abbattuto il muro geostrategico di un Egitto pienamente filoamericano, senza doppi giochi e sante alleanze islamiche, non resta che attendere la frana di quello legato al controllo delle masse di migranti che spingono verso Nord. L’Europa potrebbe essere investita da un esodo biblico e l’Italia rischia grosso. È uno scenario terribile e sarebbe bene che in queste ore i partitanti nostrani abbandonassero ogni demagogia e ogni piccolo e misero calcolo di politica interna per fare i conti con la realtà: la Libia è un problema nostro. E brucia.



Mario Sechi
23/02/2011




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Malpensa, la fatwa del tunisino: una caricatura di kamikaze

Corriere della sera


Scritti contro la Coca Cola, Israele e McDonald's. «Mi piace la Lega perché il verde è il colore dell'Islam»


Varese - In auto contro il terminal. l'autore del blitz ha avuto un'altra crisi di nervi


Ricostruzione dell'arresto a Malpensa

MALPENSA (Varese) - La fatwa di Sadallah Ganouni aveva colpito la Coca Cola e McDonald's e immancabilmente anche Israele, tutti accomunati sotto il marchio di nemici dell'Islam. Però, per dire quanta confusione regnasse nella testa dell'immigrato che lunedì si è lanciato con l'auto contro il terminal 1 di Malpensa, l'uomo aveva in simpatia la Lega Nord, perché sventola bandiere verdi, che sono il colore preferito dai fedeli del Corano. Le prime traduzioni dei fogli trovati nella casa di Ceriano Laghetto dove Ganouni viveva con moglie e tre figli confermano che questa caricatura di kamikaze era ossessionato dalla civiltà occidentale ma che - per fortuna di tutti - ha finito col suo gesto per fare danni più che altri a se stesso.

L'allarme a Malpensa

Sarà anche malato e corrotto, l'Occidente, ma se non altro ha regalato anche a un poveraccio come l'operaio tunisino il proverbiale quarto d'ora di celebrità. Matto deve essere matto per davvero, Ganouni, ma dovendo scegliere come rappresentare e dare sfogo alla sua follia, si è improvvisato vendicatore. Mercoledì l'uomo verrà sottoposto all'interrogatorio di garanzia dopo che il pm Roberto Pirro ne ha formalmente chiesto l'arresto per tentato omicidio e danneggiamento. Ma l'avvocato difensore non ha potuto ancora parlare col suo assistito perché il tunisino nel carcere di Busto Arsizio ha avuto una nuova crisi di nervi e ieri era ancora molto agitato. Il quadro combacia perfettamente con gli scritti sequestrati nella casa di Ceriano Laghetto. In quei fogli vergati a mano in arabo, l'uomo che ha seminato il panico a Malpensa se la prende furiosamente con i simboli del consumismo.

«Non bisogna bere Coca Cola e non bisogna mangiare i panini di McDonald's perché fanno male», recita uno dei suoi fogli. La personalissima maledizione di Ganouni colpisce anche la frutta e la verdura dei supermercati che lui ritiene «avvelenata». Le frasi mescolano salutismo e fondamentalismo, andandosela a prendere con Israele (a cui è ad esempio ricondotta la produzione della Coca Cola) nemico dell'Islam e degli arabi. «Il verde è un bel colore - proclama il tunisino in un altro foglio - perché rappresenta l'Islam e mi piace la Lega Nord perché lo mette nelle sue bandiere». Non è escluso che il fermato venga sottoposto anche a perizia psichiatrica. La furia distruttrice del tunisino, intanto, un effetto l'ha già provocato: ieri la polizia ha deciso di rinforzare tutte le «difese passive» all'aeroporto di Malpensa. Ogni ingresso del terminal 1 verrà protetto con panettoni e barriere di cemento collocate all'esterno delle porte.
Claudio Del Frate
23 febbraio 2011



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Addio a Franco Scandone, giornalista gentiluomo

Il Mattino


NAPOLI

Se n’è andato a 78 anni Franco Scandone, giornalista elegante e gentile, veterano della buona stampa napoletana sia al Roma sia al Mattino dove ha concluso la carriera. 


 Di famiglia originaria di Montella, aveva ereditato dal nonno Francesco, accademico Pontaniano e massimo storico irpino del Novecento, l’amore per la ricerca severa, la scrittura nitida, il sentimento della fede. Il padre Felice gli aveva invece trasmesso la passione per lo sport. Felice Scandone fu un protagonista originale, inventò con Michele Buonanno la prima radiocronaca di calcio sotto il Vesuvio: 1929, lo spareggio per la seria A a Milano tra Napoli e Lazio narrato dai balconi della redazione del Mezzogiorno Sportivo in piazza San Ferdinando, in precario collegamento telefonico con l‘inviato.

Fu lui a spiegare perché il Napoli, nel simbolo, passò da cavallo a ciuccio. Morì nel 1940 ancora giovane, da eroe di guerra, nell’aereo colpito dalla mitraglia nel cielo di Tobruk. A lui sono intitolati la piscina olimpionica di Fuorigrotta, squadre irpine, un premio di narrativa sportiva. Crescere senza padre fu dura ma accelerò la maturazione di Franco, la vocazione familiare aggiunta alla voglia di onorarne la memoria.

La sua grande passione fu il ciclismo, disciplina di fatica e di umanità, scelta in sé indizio di un carattere. E proprio per raccontare le corse Antonio Ghirelli lo assunse a Torino a Tuttosport, nel settore guidato da Raul Radice. Una esperienza cruciale ma breve, durata meno di un anno a causa della nostalgia della città natale, della famiglia. Rientrato, trovò casa ospitale nel Roma di Achille Lauro, diretto da Alfredo Signoretti.

Fu sempre attento a evitare ogni forzatura politica o di parte. Inventò la formula del numero del lunedì, presentato come un inserto e fu una novità in campo nazionale; gliene fu affidata la cura. Fu inviato al Giro d’Italia, descrisse le leggere salite di Charlie Gaul con pezzi memorabili. Collaborò al Giornale di Sicilia e al Gazzettino di Venezia. Al Roma fu a capo della redazione sportiva e segretario di redazione. Entrato in crisi il Roma, nel 1979 passò in via Chiatamone, chiamato dal direttore Orazio Mazzoni.

Non si occupò di sport ma di cronache dall’interno, con una professionalità che tutti impararono presto ad apprezzare. Gli occhiali sulla fronte, qualche foglio sempre fra le mani, affabile e riservato, non alzava mai la voce, non ne aveva bisogno per affermare le proprie ragioni. Accettò di buon grado il lavoro di «cucina» del giornale - era un organizzatore nato - ogni tanto ritagliandosi lo spazio di qualche articolo terso e ben informato, ad esempio sul nuovo naufragio, duemila anni dopo, della barca di Ercolano.

Conosceva i segreti del Vaticano e ne scrisse, però, lui cattolico, con un profondo senso della laicità. Pur estraneo alle battaglie fra le correnti, partecipò alla vita sindacale della categoria, anche da presidente di seggio alle elezioni. Nel 2007 venne eletto fra i probiviri dell’Assostampa napoletana. L’uomo consegna un ricordo dolce, il professionista una lezione di etica del lavoro.

Lascia la moglie Anna Maria e tre figli, Fabio, Lorena e Flavio. A Fabio spetta la responsabilità di continuare la storia degli Scandone. Oggi l’ultimo saluto, alle ore 12, nella chiesa di Santa Caterina a Chiaia. 


Pietro Gargano
Mercoledì 23 Febbraio 2011 - 11:11




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Alla fine il giudice lumaca salva Travaglio: e così cade la condanna per diffamazione

di Luca Fazzo


La Corte d’appello di Roma ha impiegato un anno per motivare la sentenza favorevole all’ex ministro Previti. E così il reato è andato in prescrizione. Al giornalista era stato inflitto il pagamento di mille euro di multa 



 

Il presidente di sezione della Corte d’appello di Roma, dottor Afro Maisto, ci ha pensato a lungo. Così a lungo, che - pensa e ripensa - il reato è caduto in prescrizione. Il processo, d’altronde, era di quelli che a un magistrato scrupoloso tolgono il sonno e impongono riflessioni. Da una parte Cesare Previti, avvocato ed ex parlamentare del Pdl, dall’altra il giornalista Marco Travaglio: Previti nel ruolo di parte lesa, ovvero di vittima; Travaglio in quello di imputato, per avere scritto sull’Espresso della presenza di Previti ad un summit nello studio di un altro avvocato eccellente, Carlo Taormina, per depistare le indagini per mafia su Marcello Dell’Utri.

In primo grado, a Travaglio era andata piuttosto male: otto mesi di carcere, inflitti dal giudice Roberta Di Gioia, scavalcando le richieste della Procura, che per il giornalista aveva chiesto la condanna a 500 euro di multa. Cinque mesi e dieci giorni erano stati inflitti anche a Daniela Hamaui, all’epoca direttore dell’Espresso. Entrambi i giornalisti avevano fatto appello. E l’8 gennaio 2010, la Corte d’appello di Roma aveva modificato la sentenza di primo grado. Sia Travaglio che la Hamaui erano stati di nuovo condannati, ma invece del carcere - pena che nei processi per diffamazione viene applicata con parsimonia, e solo nei casi più gravi - la Corte infligge a entrambi gli imputati una semplice multa: mille euro all’autore dell’articolo, ottocento al direttore responsabile. Più i danni a Previti, da stabilire a parte.

Fin qua, si dirà, nulla di strano: la legge concede un secondo grado di giudizio anche per consentire agli imputati di limitare i danni. Ma è quel che accade dopo a lasciare un po’ stupiti. La Procura generale, che aveva chiesto la conferma del carcere per Travaglio, aspetta le motivazioni della Corte d’appello per poter ricorrere in Cassazione. L’articolo è del 2003, e già la Procura di Roma ci ha messo del suo, tenendosi sul tavolo per anni la querela depositata da Previti prima di chiedere ed ottenere il rinvio a giudizio. Bisogna fare in fretta, insomma, perché la prescrizione incombe. Invece qualcosa, inspiegabilmente, si inceppa.

Il giudice Maisto, invece dei quindici giorni previsti dal codice, si è assegnato - per scrivere la sentenza - sessanta giorni, come è consentito «quando la stesura delle motivazioni è particolarmente complessa». Ma i due mesi passano senza che accada nulla. Arriva la primavera, poi l’estate, poi l’autunno. Infine un altro inverno. Insomma, passa un anno. E solo il 4 gennaio di quest’anno Maisto deposita le motivazioni. Il mese successivo a Salvatore Pino, difensore di Previti, viene notificato il deposito. Ma a quel punto a Pino non resta che chiudere il fascicolo in archivio. Non ci sarà un giudizio di Cassazione. La sentenza è diventata definitiva perché, mentre il tempo scorreva, il reato si è prescritto.

Come sia stato possibile, è qualcosa che solo il giudice Maisto può spiegare. Che si trattasse di una sentenza «particolarmente complessa», in realtà, non lo si direbbe, almeno a leggere la sentenza di primo grado, quella della dottoressa Di Gioia: dieci paginette, depositate in poco più di un mese e mezzo dalla pronuncia della decisione. Per il giudice, la faccenda era semplice: Travaglio aveva citato un verbale di interrogatorio ma aveva «tagliato» il pezzo in cui il testimone spiegava che in effetti, forse Previti quel giorno era passato nello studio di Taormina, ma per tutt’altre faccende, e senza partecipare alla riunione incriminata. «Una cesura arbitraria che ha modificato il senso della frase travisando il fatto». Ora la prescrizione ha inghiottito tutto. Ridacchia Travaglio: «Che posso farci? Succede. Capita nelle migliori famiglie!».




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Caso Rostagno, quando D’Avanzo graziò la mafia

di Anna Maria Greco



RomaCi sono Processi e processi. Quello di Mauro Rostagno ha l’iniziale minuscola. Non ci sono riflettori accesi, grandi inviati a seguirlo, prime pagine dei giornali. Neppure trafiletti, a dir la verità, perché sembra che quello iniziato il 2 febbraio di fronte alla Corte di Assise di Trapani proprio non interessi a nessuno.
È vero che l’omicidio è di ben 22 anni fa, perché l’ex leader di «Lotta Continua», sociologo e giornalista, è caduto quarantasettenne sotto i colpi della lupara in un agguato nel piccolo borgo di Lenzi, nel trapanese, nella notte del 26 settembre 1988.

È vero anche che è un processo di mafia, rimasto per molto tempo impunito perché è stato difficile arrivare a riconoscere questo semplice fatto. Piste e contropiste si sono intrecciate, sovrapposte, cancellate l’una con l’altra. Per errori, interessi, strani giochi di convenienze, chissà...
E per anni a prevalere sono state inchieste che escludevano la matrice mafiosa del delitto. Puntavano, piuttosto, su ipotesi rivelatesi senza fondamento legate all’omicidio nel ’72 del commissario Luigi Calabresi, a traffici di droga e armi, all’idea soprattutto di un delitto maturato tra compagni, addirittura in famiglia. Si è indagato su filoni interni alla Comunità Saman, fondata da Rostagno nel 1981, insieme a Francesco Cardella e alla sua compagna Chicca Roveri: una comune arancione, centro di meditazione poi diventato comunità terapeutica anche per i tossicodipendenti.

Dieci anni di false strade, prima di tornare a quella giusta. Più di altri dieci, con raccolta di 10mila firme per riaprire le indagini, prima di un’accusa concreta a esponenti di Cosa Nostra.
Ora che a Palazzo di giustizia sono dietro le sbarre come imputati il boss Vincenzo Virga, come mandante dell’assassinio, e Vito Mazzara, come esecutore materiale del delitto, è scomodo ricordare i tempi in cui il dito dell’accusa era puntato sull’amico Cardella e la moglie Roveri, con tanto di mandati di cattura per una decina di ospiti della comunità e un mese e mezzo di ingiusta prigione. Si disse che volevano impedire clamorose rivelazioni di Rostagno su Calabresi, al processo contro Adriano Sofri.
Finì in secondo piano il fatto che lui denunciasse continuamente le collusioni tra mafia e politica locale e che probabilmente aveva pagato con la vita il suo impegno e la sua passione sociale.

Dopo le prime indagini proprio questa pista fu accantonata e chi insisteva sul delitto mafioso veniva accusato di depistaggio.
Accadde a Bettino Craxi, vicino a Rostagno e sostenitore della comunità Samam e a Claudio Martelli, che gli era amico e partecipò al suo funerale.
Macché mafia. Calabresi, Sofri, droga, armi, servizi segreti, misteri di Stato... Tutto materiale ben più interessante per fabbricare scoop. O anche pubblicare instant book, come ha fatto nel 1997 Giuseppe D’Avanzo, con un titolo-sentenza: Rostagno, un delitto tra amici. Titolo che lo stesso autore, di fronte alle accuse successive di aver sguazzato nel fango, ha definito «infelicissimo», sorvolando sul fatto che tutto il libro abbracciava e avvalorava la fragile e farraginosa tesi del pm Gianfranco Garofalo. Tesi rivelatasi questa sì dai piedi di fango e smontata da altri due pm dell’Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia e Gaetano Paci.

È successo così che l’opinione pubblica sia stata fuorviata e il delitto sia rimasto impunito per decenni. Solo a maggio 2009 al boss Virga, già ergastolano per altri delitti, è arrivata un’ordinanza cautelare in carcere, con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio. Anche Mazzara, il killer al soldo della mafia aveva già una condanna a vita per reati diversi.
E ora il processo contro di loro è alle sue battute iniziali. La verità che si profila ormai è chiara: Mauro Rostagno dava fastidio alle attività illecite delle cosche, svelava le collusioni con politica e massoneria e per questo è stato eliminato. Ma forse è una verità che, proprio per la sua chiarezza, ormai non fa più tanto notizia.



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L’amnesia di Lady Pisapia sulla sua casa low cost: Mario Chiesa l'accontentò

di Diana Alfieri


Cinzia Sasso, cronista di Repubblica e compagna del candidato del Pd a Milano, finge di non ricordare. Ma l’ex primo cittadino Pillitteri rivela...



 
Milano Doveva occuparsi del «vento che spazza i tiranni», della «caduta del Muro nel mondo arabo», ovviamente prendendosela con Silvio Berlusconi e il centrodestra che ha «fondato la sua strategia mediterranea» sul rapporto con il governo libico. All’Infedele aveva apparecchiato un parterre di esperti mediorientali, giornalisti, testimoni, attivisti dei diritti umani. Ma siccome non si deve mai rinunciare al Cav, Lerner ha portato in studio anche politici e politologi a interrogarsi se «il Parlamento ha il diritto di sottrarre Berlusconi al processo per reati comuni». Ed ecco nell’autorevole parterre spuntare anche Giuliano Pisapia, candidato sindaco del centrosinistra a Milano ed ex presidente della Commissione giustizia della Camera.
Da Gheddafi a Ruby, che cosa non fa Lerner per portare l’ex bertinottiano in tv e regalargli un palcoscenico dove difendersi dalla bufera targata Pio Albergo Trivulzio. Il giornalista di La7 è un fan della prima ora di Pisapia; il suo blog trabocca di complimenti entusiastici verso l’avvocato comunista e documenta il convinto appoggio che Lerner gli diede alle primarie di novembre. L’altra sera Pisapia non è stato protagonista di un contraddittorio ma di un monologo. Microfono aperto, libertà assoluta di parola.
Ovviamente l’avversario di Letizia Moratti ha usato un solo argomento come scudo, neppure troppo originale: la macchina del fango. Lui è il bersaglio. Lui non c’entra con l’appartamento della «Baggina» occupato a prezzo amico dalla compagna, la giornalista di Repubblica Cinzia Sasso. Lui non ha responsabilità se un ente benefico svende o affitta a quattro soldi case nel cuore di Milano. Lui si vergogna per quei giornali che usano i favori concessi alla compagna come argomento per attaccarlo.

Lui rimprovera alla Sasso soltanto la «leggerezza» di non aver chiarito in fretta la situazione.
E allora lo aiutiamo noi a chiarire. Perché Cinzia Sasso vive nei locali di corso di Porta Romana 116/a da 22 anni, quando non si accompagnava ancora a Pisapia ma viveva con il marito (giornalista pure lui, della Stampa). La storia è raccontata da Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano depositario di tanti segreti meneghini, nel libro-intervista con Filippo Facci Io li conoscevo bene.... Un volume scritto nel 1994 non smentito né ora né allora.
«Si immagini una mattina di primavera, oltre il Castello Sforzesco, vicino alla Triennale - rievoca il cognato di Bettino Craxi -. Io me ne pedalavo in bicicletta per parchi e viali, come ero solito fare nei weekend con l’amico Bruno. Incontriamo una giovane coppia con un neonato in braccio, due giornalisti che portano la loro creatura a prendere un po’ di sole. Mi fermano: saluti, complimenti reciproci, soliti commentini e confidenze. Poi un attimo di serietà e, come spesso mi capitava, una richiesta: il nuovo nucleo familiare ha bisogno di un nido, una casa loro, un tetto per la creatura. “Tu che puoi, tu che conti, tu che sei il sindaco, tu che ci sei amico”: un classico. Piccoli replay di scenette e preghiere che in un modo o nell’altro cercavo sempre di assecondare».

Era il 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino. Quell’arruffianarsi i potenti non era ancora marchiato d’infamia, per i piccioncini senza nido chiedere favori socialisti non era uno scandalo, e il cognato di Craxi non era Belzebù. «Il lunedì successivo - prosegue Pillitteri - cerco il presidente del Trivulzio, Mario Chiesa, e gli chiedo se sia possibile assecondare la famigliola». Il capostipite di Tangentopoli traccheggia. «La settimana dopo si fece viva per una risposta la mammina giornalista. In breve: risollecito Chiesa in modo pressante, quasi gli do un ordine: finché dopo qualche giorno m’informa che il tetto agognato è stato trovato.

I due, informati, ringraziano sentitamente. Non tanto me ma un mio funzionario».
I ricordi di Pillitteri non sono finiti. «Passano i giorni, i mesi, e arriva Mani pulite. Nella hit parade salgono ai vertici nuovi idoli per i quali la giornalista - lui è più complesso, è un affabulatore di razza - imbastisce peana, laudi e pistolotti morali: comincia, tra l’altro, a rovesciare fango e anche qualche bugia sugli idoli infranti. Ma non mi sarei aspettato di dover leggere nelle cronache dei loro giornali invettive feroci contro i clientelismi socialisti, questi craxiani “che avevano dato le case ai loro amici”. Sono rimasto senza parole: che fossero craxiani pure loro?».

Fin qui Pillitteri. Cinzia Sasso, assieme a Giuseppe Turani, nel settembre 1992 pubblicò I saccheggiatori. Facevano i politici ma erano dei ladri. Un libro concentrato sul sistema messo in piedi da Chiesa, scritto nell’appartamento che lo stesso Chiesa aveva procurato.



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Fausto e Iaio uccisi dai servizi segreti»

Corriere della sera

L'inchiesta venne archiviata dal giudice Forleo nel 2000

Lo dice la madre, mai interrogata, di uno dei due ragazzi del Leoncavallo fatti fuori a Milano nel 1978 durante il rapimento Moro




Manifesto in ricordo di Fausto e Iaio
Manifesto in ricordo di Fausto e Iaio
MILANO - Potrebbe esserci una svolta sulle cause dell'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo «Iaio» Iannucci, avvenuto a Milano il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Danila Angeli, madre di Fausto, ora accusa i servizi segreti in un'intervista al programma di Radio 24 Italia in controluce che andrà in onda mercoledì 23 febbraio alle 13,30. La stessa ipotesi ventilata in un'intervista e Sky Tg24.

ARCHIVIAZIONE - L'inchiesta della magistratura non è arrivata ad accertare i responsabili dell'agguato contro due ragazzi diciottenni che frequentavano il centro sociale Leoncavallo. Il giudice Clementina Forleo, il 6 dicembre 2000, archiviò l'indagine con questa motivazione: «Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati (Massimo Carminati, Claudio Bracci, Mario Corsi), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni».

DURANTE IL RAPIMENTO MORO - «Dopo l'omicidio di mio figlio», racconta ora la madre di Tinelli, «ognuno offriva la sua versione. Chi parlò di regolamento di conti tra spacciatori di droga, oppure una faida tra gruppi della sinistra extraparlamentare. Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell'ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all'appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana».


RACCONTO - Danila Tinelli entra quindi nei particolari della sua testimonianza. «Prima del rapimento Moro e dell'omicidio di mio figlio, tra la fine del '77 e l'inizio del '78, la famiglia che occupava l'appartamento al terzo piano del mio palazzo venne mandata via d'urgenza con uno sfratto esecutivo. La casa era rimasta vuota per qualche settimana. A un certo punto la portinaia dello stabile, mentre puliva al terzo piano, vide alcune persone entrare nell'appartamento, si agitò e me ne parlò. E da allora ho cominciato a sentire rumori sulle scale specie di notte, fino a vedere attraverso lo spioncino persone che andavano al terzo piano con strani congegni, apparecchi fotografici. Nessuno, oltre a me, si è domandato cosa stessero facendo quelle persone. Ho messo in relazione la presenza di quelle persone con alcuni fatti strani avvenuti prima dell'omicidio. Una ragazza venne a cercare mio figlio a casa mia. Quando la descrissi, mio figlio non la riconobbe come un'amica. Eravamo spiati, controllati, almeno due mesi prima».


MAI INTERROGATA - Perché in tutti questi anni gli investigatori non hanno interrogato la signora Danila Tinelli? «Nessuno mi ha mai interrogata. Fausto e Iaio sono come un segreto di Stato... un depistaggio. Hanno scelto mio figlio perché abitava in via Monte Nevoso dove era in corso un'operazione coperta dei servizi, qualcosa che non doveva emergere».



(fonte: Agi)

22 febbraio 2011



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E a Oriana diceva: voi ci Massacrate

Corriere della sera


Hitler e Mussolini sfruttavano le masse, io non faccio che appellarmi perché il popolo si governi da solo

La Fallaci e il Colonnello L'intervista 2 dicembre 1979

Pubblichiamo una sintesi dell’intervista al colonnello Gheddafi realizzata da Oriana Fallaci e uscita sul «Corriere della Sera» il 2 dicembre 1979. Il testo è tratto dalla seconda parte della conversazione, in cui Gheddafi si soffermava sulla sua politica e rispondeva alle accuse di appoggio al terrorismo che gli venivano rivolte. La prima parte riguardava invece la crisi degli ostaggi americani fatti prigionieri dagli iraniani nell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, perché il colonnello libico si era offerto all’epoca per un’opera di mediazione. Sulla base degli appunti di quello stesso incontro con Gheddafi, la Fallaci pubblicò un’altra intervista sul «Corriere» il 20 aprile 1986, poco dopo il bombardamento di Tripoli da parte americana

Colonnello, ho l'impressione che il suo odio per l'America e per gli ebrei sia in realtà odio per l'Occidente. Proprio come nel caso di Khomeini. Si rende conto che di questo passo si torna indietro di mille anni, si ricomincia con Saladino e le Crociate?

«Sì e la colpa è vostra: degli americani, dell'Occidente. Anche allora fu vostra, dell'Occidente. Siete sempre voi che ci massacrate. Ieri come oggi».

Ma chi vi massacra, oggi, dove?
«Fu la Libia a invadere l'Italia o fu l'Italia a invadere la Libia? Ci aggredite ora come allora. In altro modo, con altri sistemi e cioè sostenendo Israele, opponendovi all'unità araba e alle nostre rivoluzioni, guardando in cagnesco l'Islam, dandoci dei fanatici. Abbiamo avuto fin troppa pazienza con voi, abbiamo sopportato fin troppo a lungo le vostre provocazioni. Se non fossimo stati saggi, saremmo entrati mille volte in guerra con voi. Non l'abbiamo fatto perché pensiamo che l'uso della forza sia l'ultimo mezzo per sopravvivere e perché noi siamo sempre dalla parte della civiltà. Del resto, nel Medioevo, siamo stati noi a civilizzarvi. Eravate poveri barbari, creature primitive e selvagge...».

...e piangevamo invocando la luce della sua civiltà.
«Sì, la luce della nostra civiltà. La scienza di cui ora gioite è quella che vi abbiamo insegnato noi, la medicina con cui vi curate è quella che vi abbiamo dato noi. E così l'astronomia che sapete, e la matematica, la letteratura, l'arte...».

Davvero?!?
«Sì, perfino la vostra religione viene dall'Oriente. Cristo non era romano».

Era ebreo. Questa è una gaffe. Colonnello, che ne pensa delle Brigate rosse?
«Penso... penso che questi fenomeni dell'Occidente siano il risultato della società capitalistica, movimenti che esprimono il rifiuto di una società da abbattere. Questo sia che si chiamino Brigate rosse sia che si chiamino hippies o Beatles o Figli di Dio. E sebbene sia contro i sequestri di persona come contro il dirottamento degli aerei, non voglio interferire con quello che fanno».

Vedo. Ma non risponde all'accusa di aiutare le Brigate rosse.
«Si tratta di propaganda sionista, una propaganda che risale al periodo in cui il mondo non ci capiva ed eravamo ancora una repubblica. Ora siamo una Jamahiriya, cioè un congresso del popolo e...».

Ma che c'entra la Jamahiriya! Riformulo la domanda: Colonnello, da dove arrivano le armi sovietiche che puntualmente vengono trovate in possesso dei brigatisti e dei loro associati? Non sarà che una parte delle armi da lei fornite ai palestinesi si spostano altrove?
(Cercando le parole) «Ciò... ciò... ciò che lei dice non mi farà esitare un attimo dall'aiutare i palestinesi».

Colonnello, non cambi le carte in tavola per cortesia. E segua il mio ragionamento: supponiamo che lei, in buona fede, consegni le armi ai palestinesi i quali le forniscono di rimando alle Br...
«Non siamo responsabili dell'uso che può essere fatto delle armi che diamo ai palestinesi. Noi le diamo ai palestinesi perché crediamo nella loro causa e riteniamo doveroso aiutarli. Quel che succede dopo non mi riguarda. Se devo essere condannato indirettamente, preferisco le accuse dirette. Ma non ci sono prove».

Forse ci sono indizi. Eccone uno. Pochi giorni prima dell'assassinio di Moro lei offrì il suo intervento per salvargli la vita. Se non ha, non aveva contatti con le Brigate rosse, come poteva dirsi in grado di salvargli la vita?
«Dissi alle autorità italiane che se avevano bisogno di una cooperazione da parte nostra, noi eravamo pronti. Se fossimo stati in contatto con le Brigate rosse gli avremmo salvato senz'altro la vita perché Moro era nostro amico, era sostenitore della causa araba».

E va bene, passiamo a un altro argomento. Colonnello, ma come fa a essere così comprensivo coi terroristi, giudicarli fenomeno di una società da abbattere e poi mantenere ottimi rapporti con gli esponenti più rappresentativi di quella società da abbattere? A parte gli affari che fa con gli americani, pensi a quelli che fa con Gianni Agnelli.
«Gianni chi?».

Gianni Agnelli. Il presidente della Fiat.
«La Fiat? La mia azienda, my company!»

Sì, la sua azienda, la sua company. La Fiat. Agnelli.
«Non lo conosco».

Non conosce Agnelli, il suo socio?!?
«No, non è affar mio conoscerlo. È una faccenda che riguarda i miei funzionari, gli impiegati della mia banca. La Lybian Foreign Bank».

Davvero lei non sa chi è Agnelli, il suo socio?
«No, non lo so».

Mai visto la sua fotografia? Mai udito il suo nome?
«Mai. Non mi interessa, non mi riguarda. Ho altre cose da fare, io, che conoscere i nomi dei miei soci o della gente che appartiene al mondo delle banche».

Ma, a parte finanziare il terrorismo mondiale, che ne fa di tutti quei soldi che guadagna col petrolio?
«Ho già detto...».

Sì, ha già detto che l'accusa non è suffragata da prove. Quindi chiedo scusa e mi correggo: che ne fa di tutti quei soldi, a parte i miliardi che impiega alla Fiat e i terreni che compra e i regali a Malta?
«Noi non compriamo terreni, facciamo investimenti in certi Paesi attraverso la nostra banca estera. Investimenti commerciali. Quanto a Malta è un Paese amico perché è un Paese liberato e neutrale e quei soldi non li diamo al governo di Malta: li diamo al popolo di Malta affinché allarghi il campo della libertà e della neutralità. Del resto non siamo mica soltanto noi libici ad aiutare Malta. Tanti altri aiutano Malta».

E va bene, parliamo della rivoluzione. Ma cosa intende per rivoluzione? Come non mi stancherò mai di ricordare, anche Papadopulos parlava di rivoluzione. Anche Pinochet. Anche Mussolini.
«La rivoluzione è quando le masse fanno la rivoluzione. La rivoluzione popolare. Ma anche se la rivoluzione la fanno gli altri a nome delle masse esprimendo ciò che vogliono le masse, può essere rivoluzione. Popolare perché ha l'appoggio delle masse e interpreta la volontà delle masse».

Ma quello che avvenne in Libia nel settembre del 1969 non fu mica una rivoluzione: fu un colpo di Stato. Sì o no?
«Sì, però dopo divenne rivoluzione. Io ho fatto il colpo di Stato e i lavoratori hanno fatto la rivoluzione: occupando le fabbriche, diventando soci anziché salariati, eliminando l'amministrazione monarchica e formando i comitati popolari, insomma liberandosi da soli. E lo stesso hanno fatto gli studenti, sicché oggi in Libia conta il popolo e basta».

Davvero? Allora perché ovunque posi gli occhi vedo soltanto il suo ritratto, la sua fotografia?
«Io che c'entro? È il popolo che vuole così. Io che posso fare per impedirglielo?».

Beh, proibisce tante cose, non fa che proibire, figuriamoci se non può proibire questo culto della sua persona. Per esempio, questo inneggiarla ogni momento alla televisione.
«Io che posso farci?».

Nulla. È che da bambina vedevo la stessa roba per Mussolini.
«Ha detto la medesima cosa a Khomeini».

È vero. Ricorro sempre a quel paragone quando intervisto qualcuno che mi ricorda Mussolini.
«Gli ha detto che le masse sostenevano anche Mussolini e Hitler».

È vero.
«Si tratta di un'accusa essenziale. E richiede una risposta essenziale. Questa: lei non capisce la differenza che c'è tra me e loro, tra Khomeini e loro. Hitler e Mussolini sfruttavano l'appoggio delle masse per governare il popolo, noi rivoluzionari invece beneficiamo dell'appoggio delle masse per aiutare il popolo a diventar capace di governarsi da solo.
«Io in particolare non faccio che appellarmi alle masse perché si governino da sole. Dico al mio popolo: "Se mi amate, ascoltatemi. E governatevi da soli". Per questo mi amano: perché, al contrario di Hitler che diceva farò-tutto-per-voi, io dico fate-le-cose-da voi».

Colonnello, visto che non si considera un dittatore, nemmeno un presidente, nemmeno un ministro, mi spieghi: ma lei che incarico ha? Che cos'è?
«Sono il leader della rivoluzione. Ah, come si vede che non ha letto il mio Libro Verde!».

Sì che l'ho letto, invece! Non ci vuole mica tanto. Un quarto d'ora al massimo: è così piccino. Il mio portacipria è più grande del suo libretto verde.
«Lei parla come Sadat. Lui dice che sta sul palmo di una mano».

Ci sta. Dica: e quanto ci ha messo a scriverlo?
«Molti anni. Prima di trovare la soluzione definitiva ho dovuto meditare molto sulla storia dell'umanità, sui conflitti del passato e del presente».

Davvero? E com'è giunto alla conclusione che la democrazia è un sistema dittatoriale, il Parlamento è un'impostura, le elezioni un imbroglio? Vi sono cose che non mi tornano in quel libriccino.
«Perché non lo ha studiato bene, non ha cercato di capire cos'è la Jamahiriya. Lei deve sistemarsi qui in Libia e studiare come funziona un Paese dove non c'è governo né Parlamento né rappresentanza né scioperi e tutto è Jamahiriya».

Che vuol dire?
«Comando del popolo, congresso del popolo. Lei è proprio ignorante».

E l'opposizione dov'è?
«Che opposizione? Che c'entra l'opposizione? Quando tutti fanno parte del congresso del popolo, che bisogno c'è dell'opposizione? Opposizione a cosa? L'opposizione si fa al governo! Se il governo scompare e il popolo si governa da solo, a chi deve opporsi: a quello che non c'è?».



Oriana Fallaci
23 febbraio 2011



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