martedì 22 febbraio 2011

Bombe su Tripoli: «Mille morti» Chiuso il gasdotto di GreenStream

Corriere della sera

Porta 9,2 miliardi di metri cubi di gas Roma. Il governo italiano e la Ue rassicurano: c'è abbastanza stoccaggio


MILANO - Dopo quella fugace di stanotte dalla caserma di Bab al Azizia, a Tripoli, Gheddafi è tornato a parlare sulla tv di Stato per ribadire che non lascerà il Paese, proprio mentre giunge notizia che sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime. A riferire lo sconcertante dato è il presidente della Comunità del mondo arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia. Ma per uno dei figlio di Gheddafi, Saif Al Islam, le vittime delle violenze nel Paese sono 300, di cui 58 soldati: 104 civili e 10 militari a Bengasi, 63 e 10 ad Al-Beida, 29 e 36 a Derna. «Manca l'energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l'invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore». I battaglioni della sicurezza, fedeli a Gheddafi, hanno nuovamente aperto il fuoco infatti contro i manifestanti a Tripoli. Le violenze sarebbero avvenute nel quartiere di Fashlun, alla periferia della città, che lunedì è stata obiettivo dei raid dei caccia militari libici insieme al sobborgo di Tajura. A Bengasi gli abitanti hanno preso il controllo della città. Lo riferisce Ahmad Bin Tahir, medico locale citato dalla Bbc: «Qui non c'è più la presenza dello Stato - ha detto - Non c'è polizia, non c'è esercito, non ci sono figure pubbliche. Il popolo si è organizzato in comitati per riportare l'ordine».





L'ADDIO DEL MINISTRO - Dopo la tragica giornata di massacri, 250 solo i morti dei raid di lunedì, la Libia si prepara a fare la conta. La conta dei morti. E la conta di chi è rimasto con Gheddafi. Secondo l'International Federation for Human Rights (Ifhr), sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno il controllo di Sirte e Torbruk, Misurata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara. «Il regime di Muammar Gheddafi controlla solo Tripoli, in questo momento lo scontro è in corso solo in quella zona, dove i manifestanti vengono attaccati» ha detto Muhammad Abdellah, vice presidente del gruppo di opposizione. E nella serata di martedì è arrivata la defezione del ministro dell'Interno: Abdel Fatah Yunis, che nel suo discorso Muammar Gheddafi aveva dato per morto, assassinato a Bengasi, ha annunciato il suo sostegno alla «Rivoluzione del 17 febbraio». Intanto sono state sospese le attività nei principali porti mercantili libici a causa delle violenze nel Paese. Lo riferiscono fonti di società marittime che operano nel Paese, precisando che si tratta in particolare dei porti di Tripoli, Bengasi e Misurata.

SANGUE E GAS - In precedenza la pista dell'aeroporto di Bengasi è stata distrutta dai bombardamenti e gli aerei non possono decollare né atterrare, ne ha dato notizia il ministro degli Esteri egiziano. E mentre l'Egitto aumenta le guardie di frontiera, la Lega araba convoca una riunione straordinaria, a Nalut, pochi chilometri dalla Tunisia, i manifestanti hanno bloccato l'afflusso di gas verso l'Italia chiudendo il gasdotto che passa per la loro provincia. La minaccia, pubblicata sul sito Internet del gruppo di opposizione «17 febbraio», era rivolta «all'Unione Europea, e in particolare all'Italia. Con l'accusa di silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi «la gente di Nalut», aveva annunciato la decisione di interrompere alla fonte l'afflusso di gas, chiudendo il giacimento di al-Wafa. «Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas», conclude il messaggio. Nel primissimo pomeriggio di martedì Eni conferma di aver chiuso il gasdotto di GreenStream: la condotta trasporta 9,2 miliardi di metri cubi di gas Roma. Sempre sul fronte energetico arriva la notizia, confermata da fonti del governo italiano, del blocco dei terminali libici del petrolio: «La situazione è preoccupante», dice la fonte.

CASA BIANCA - La Casa Bianca ha condannato la «violenza spaventosa» in corso in Libia, e ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinchè chieda «con una sola voce» di fermare la violenza. Il portavoce dell'amministrazione Obama, Jay Carney, parlando a bordo dell'Air Force One in volo verso Cleveland, dove oggi Obama ha un incontro pubblico, ha detto che la Libia ha il dovere di rispettare il diritti fondamentale del popolo.



ATTENZIONE ALTA E STOCCAGGI - Intanto i flussi di gas importati attraverso il gasdotto Greenstream sarebbero rallentati già da lunedì sera. E la situazione «è in peggioramento» riporta la Staffetta Quotidiana, giornale specializzato sui temi dell'energia.

EGITTO E CONFINI - Si registrano anche le prime crepe tra i sostenitori di Gheddafi. Diversi militari e politici libici sono passati dalla parte dei manifestanti in seguito all'eccessivo uso della forza per reprimere i cortei. Mentre l'L'Egitto annuncia che sta rafforzando la presenza di truppe lungo il confine con la Libia. Obiettivi: rendere sicuro il confine egiziano e l'apertura del valico di Salum, il principale punto di passaggio sulla costa fra i due stati. In precedenza era stato aperto solo per poche ore al giorno, ora avrebbe il compito di lasciar passare i feriti. Secondo quanto annunciato due ospedali da campo sono già stati allestiti e nella zona sarebbero state aperte anche strutture per accogliere libici in fuga dalla patria.

Messaggi da e per la Libia: il canale aperto per i lettori di Corriere.it

l.p.
22 febbraio 2011

Gheddafi ancora una volta in tv «Non lascio, morirò da martire»

Corriere della sera

 

Nuovo proclama dopo la fugace apparizione della notte: «Non sono un presidente, ma un leader rivoluzionario»

 

MILANO - La situazione in Libia è critica. Il bilancio dei bombardamenti sulla folla di manifestanti si aggrava e Muammar Gheddafi torna in tv, dopo la brevissima apparizione, appena 22 secondi, della scorsa notte. Questa volta è un lungo messaggio quello che il raìs rivolge alla nazione, per dire, soprattutto, che non ha alcuna intenzione di lasciare la guida del Paese. «Non sono un presidente e non posso dimettermi» ha detto il Colonnello, sottolineando di essere invece il leader della rivoluzione e di voler rimanere, «fino all'eternità, un combattente». «Resterò a capo della rivoluzione fino alla morte, morirò come un martire, come mio nonno» ha aggiunto il raìs, lanciando una sorta di guanto di sfida al popolo che da una settimana contesta il suo potere e che ne chiede le dimissioni dopo più di 40 anni. «Io - ha ricordato - sono un rivoluzionario. Ho portato la vittoria in passato di questa vittoria si è potuto godere per generazioni».

 

 

ACCUSE A ITALIA E USA - Gheddafi ha assicurato che il suo Paese non è in guerra e ha aggiunto di aver lasciato sempre il potere al popolo. «Voi avete deciso che il petrolio sia gestito dallo Stato, lo hanno deciso i comitati popolari» ha sottolineato. Riferendosi a quanto accaduto negli ultimi giorni a Tripoli, il Colonnello ha negato di aver fatto ricorso all'uso della forza. «Ma lo faremo» ha promesso pure, invitando i suoi sostenitori a scendere in piazza e a formare «comitati di sicurezza popolare». Quanto agli oppositori che hanno protestato in questi giorni, il leader libico non ha usato mezzi termini. «Hanno dato le armi ai ragazzini, li hanno drogati. Andate ad attaccare questi ratti. Le famiglie dovrebbero raccogliere i propri figli dalle strade» ha esortato Gheddafi, accusando anche gli Stati Uniti e l'Italia di aver «distribuito ai ragazzi a Bengasi» razzi rpg. «Se fossero confermate le parole di Gheddafi - ha replicato il ministro degli Esteri Franco Frattini - si tratterebbe di una purissima falsità che lascia sgomenti e sbigottiti». L'invito del Colonnello al popolo libico è comunque quello di «uscire dalle case» e di «attaccare i manifestanti» in quella che definisce una «marcia santa». Alla polizia e all'esercito il Colonnello ha chiesto invece di «schiacciare la rivolta».

 

LA MINACCIA - Una vera e propria minaccia quella di Gheddafi, che ha promesso di «ripulire la Libia casa per casa» se le proteste continueranno. In tal caso, ai «ribelli» sarà data una risposta «simile a Tienanmen e Falluja». Nel discorso trasmesso in diretta dalla televisione libica, il Colonnello ha anche aggiunto che non ha «nulla in contrario» al fatto che «il popolo faccia» una nuova Costituzione e nuove leggi e ha affermato che già mercoledì, se così si desidera, può nascere una «nuova Jamahirya» (Repubblica) nel Paese.

 

LA TELEFONATA - In serata Palazzo Chigi, con un comunicato, ha reso noto che «il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, ha avuto nel pomeriggio una conversazione telefonica con il leader della Jamahiriya libica, Muammar El Gheddafi». Il leader libico avrebbe rassicurato il premier sulla situazione in Libia, dicendo che nel Paese va tutto bene e che la verità sugli eventi la dicono i media libici. Secondo l'agenzia Tmnews, nel corso del colloquio di una ventina di minuti, si è parlato anche del passaggio in cui Gheddafi ha sostenuto che l'Italia avrebbe fornito razzi ai manifestanti. Circostanza, quest'ultima, che secondo le fonti «Berlusconi ha seccamente smentito». Il cavaliere avrebbe invece fatto appello al leader libico affinché scongiuri una guerra civile. In passato, per due circostanze nell'ultimo anno, e con tutti gli onori, Berlusconi ha ospitato Gheddafi a Roma. Le lezioni di Corano impartite a frotte di hostess ingaggiate appositamente, le tende berbere a Villa Dora Pamphili, lo spettacolo del corpo dei carabinieri a cavallo, una serie di eventi eccezionali che fecero molto discutere visto la caratura del personaggio a cui erano dedicati.

 

MERKEL: «DISCORSO SPAVENTOSO» - Angela Merkel ha definito «spaventoso» il discorso di Gheddafi. Il cancelliere tedesco ha anche chiesto «alle autorità libiche la fine della repressione contro la popolazione». Se «le violenze non cesseranno, rifletteremo su nuove sanzioni. Le informazioni che ci arrivano dalla Libia sono estremamente preoccupanti».

 

LEGA ARABA - Intanto la Lega Araba ha escluso la Libia da tutte le riunioni dell'organizzazione fino a quando non risponderà alle richieste dei manifestanti e fino a quando continueranno le violenze. Lo si apprende da un comunicato.

 

 

«SONO A TRIPOLI» - La notte scorsa, al termine di una giornata di caos con morti e feriti nelle maggiori città del Paese, il Colonnello aveva fatto una breve apparizione in diretta sulla tv libica dalla sua residenza di Bab al Azizia, a Tripoli. «Non dovete credere ai canali televisivi che appartengono ai cani randagi. Volevo dire qualcosa ai giovani e stare con loro fino a tardi ma poi è cominciato a piovere».

Redazione online
22 febbraio 2011

Gheddafi alla Libia: «Resto fino alla morte» Accuse a Usa e Italia; sospeso flusso di gas

Il Mattino

Bombe sui civili a Tripoli: «Mille vittime». Interrotta fornitura del gasdotto Greenstream. L'Eni: nessun problema. Stop a terminali petroliferi. Distrutto aeroporto Bengasi



«Non siamo ancora ricorsi alla forza ma lo faremo - ha minacciato Gheddafi - Ora c'è una relativa calma e sicurezza nel Paese. E vogliamo usare questa calma per riportare l'ordine.«La pena di morte è prevista per chiunque facilita l'ingresso del nemico in Libia. Quel che sta avvenendo rischia di portare alla guerra civile. Vi invito ad uscire domani in strada nel paese per manifestare in favore dei successi da noi ottenuti in questi anni. Uscite dalle voste case, scendete in strada per difendere i risultati che abbiamo ottenuto». Il leader libico ha detto nel suo discorso che domani saranno formati nuovi comitati rivoluzionari e nuove municipalità.

Gheddafi: resterò fino alla morte. «Io sono un rivoluzionario. Ho portato la vittoria in passato di questa vittoria si è potuto godere per generazioni -ha detto il leader libico in un discorso alla tv di Stato -Resterò a capo della rivoluzione fino alla morte. Non sono un presidente e non posso dimettermi. Sono il leader della rivoluzione e lo sarò fino all'eternità, sono un combattente, un mujihid. Gheddafi resisterà: libertà, vittoria, rivoluzione! Io morirò come un martire, come mio nonno. Rimarrò qui nella mia casa che è stata obiettivo dei raid aerei americani, non sono un presidente o una persona normale che può essere uccisa con il veleno. Abbiamo sfidato l'arroganza dell'America e della Gran Bretagna e non ci siamo arresi».

«Tutto il mondo ci guarda con rispetto e con timore grazie a me, compresa l'Italia - ha continuato Gheddafi - Ci siamo fatti rispettare da tutti, quando sono andato in Italia hanno salutato con rispetto il figlio di Omar Mukhtar. Sono i servizi segreti stranieri a complottare contro di noi, i media arabi danno una falsa immagine del nostro paese. Sono la gloria non solo del popolo libico, ma di tutte le nazioni».

Accuse a Usa e Italia. Gheddafi ha accusato Usa e Italia di avere «distribuito ai ragazzi a Bengasi» razzi rpg. Accuse anche ai paesi arabi: «Servizi di sicurezza traditori arabi, fratelli, vi hanno ingannato e tradito e stanno danneggiando la vostra immagine».

I manifestanti sono «ratti pagati dai servizi segreti stranieri - ha detto sprezzante Gheddafi - Sono una vergogna per le loro famiglie e le loro tribù. Un minuscolo gruppo giovani drogati ha attaccato le sedi della polizia e dell'esercito. Giovani venduti, scarafaggi nascosti in alcune città, che agiscono solo per emulare quello che è successo in Tunisia ed Egitto. Riportate a casa i vostri figli, sottraeteli alle mani dei rivoltosi. I vostri giovani sono morti, i loro sono ancora vivi. Ho lasciato il potere nel 1975 e non ho voluto incarichi, io non sono il presidente ma il capo della rivoluzione e lo sarò per sempre. Ora tutto è in mano al popolo attraverso i comitati popolari. Ho lasciato tutto, anche i soldi del petrolio, è tutto in mano ai comitati popolari. Abbiamo combattuto gli americani, i francesi, Sadat e sono ancora qui». Rivolgendosi alla gente di Bengasi ha urlato: «Dove eravate voi quando abbiamo combattuto le nostre battaglie contro gli stranieri?».

Gheddafi aveva fatto stanotte un'apparizione lampo - appena 22 secondi - sulla tv libica, la prima a una settimana dallo scoppio della rivolta contro il suo potere, per annunciare di persona di trovarsi nella capitale e non in Venezuela, e confutare quelle che ha definito «malevole insinuazioni» dei media occidentali. Gheddafi è stato inquadrato mentre stava per salire su un fuoristrada nella sua residenza di Bab Al Azizia, a Tripoli. «Vado ad incontrare i giovani nella piazza Verde. È giusto che vada per dimostrare che sono a Tripoli e non in Venezuela: non credete a quelle televisioni che dipendono da cani randagi». Suo figlio Seif al Islam l'altra notte aveva parlato in diretta per 45 minuti, promettendo riforme, denunciando un complotto internazionale contro la Libia e ammonendo che il regime intende resistere «fino all'ultimo uomo e all'ultima donna».

Testimoni: «Mille morti». Secondo il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia, sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime di Muammar Gheddafi al potere da quaranta anni. La Corte penale internazionale afferma che in Libia circa 600 persone sono morte negli ultimi cinque giorni di disordini e che il tribunale con sede all'Aja «sta cercando prove per processare il presidente libico Muammar Gheddafi». Lo ha riferito la tv panaraba al Arabiya, citando fonti della stessa corte penale internazionale. Secondo la ong Human Right Watch, sulla base delle informazioni fornite da fonti ospedaliere, è di almeno 62 morti il bilancio delle vittime della repressione lanciata da domenica su Tripoli.

«Manca l'energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l'invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore».

Cadaveri carbonizzati e resti di corpi umani «appartenenti alle vittime» dei bombardamenti compiuti contro i civili a Bengasi sono stati mostrati oggi dalla tv panaraba al Jazira. L'emittente ha trasmesso le crude immagini «riprese stamattina tramite telefoni cellulari» nella città costiera a est di Tripoli. Sempre al Jazira ha mostrato altre immagini, «riprese nell'ospedale centrale della capitale, dei civili uccisi nelle ultime 24 ore a Tripoli da colpi di arma da fuoco sparati da mercenari».

«Siamo molto preoccupati per il rischio di una guerra civile e per i rischi di un'immigrazione verso l'Unione Europea di dimensioni epocali», ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini durante una conferenza stampa al Cairo seguita all'incontro con il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa.

L'Italia è vicina al popolo libico che sta attraversando un momento tragico della sua storia. È quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi. Sono totalmente false, provocatorie e prive di fondamento le voci riguardo a presunti aiuti italiani, militari o sotto qualsiasi altra forma, nelle azioni contro i manifestanti e a danno della popolazione. È quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi. Il premier Silvio Berlusconi ha parlato ieri di «inaccettabile violenza». Oggi vertice tra il premier e i ministri dell'Interno, degli Esteri, della Difesa e dello Sviluppo economico sulla crisi libica e l'immigrazione.

Riunione anche del Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navi Pillay ha chiesto oggi una «inchiesta internazionale indipendente» sulle violenze in Libia e ha chiesto lo stop immediato delle gravi violazioni dei diritti dell'uomo compiuti dalle autorità libiche.

Gli Usa: fermare il bagno di sangue. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinchè in Libia «sia fermato l'inaccettabile bagno di sangue».

Gli abitanti di Bengasi hanno preso il controllo della città. Lo riferisce un medico locale, Ahmad Bin Tahir, citato dalla Bbc, secondo cui si sono formati comitati di cittadini che controllano la città, seconda per grandezza dopo Tripoli. «Qui non c'è più la presenza dello Stato - ha detto Bin Tahir - Non c'è polizia, non c'è esercito, non ci sono figure pubbliche». Quello che invece governa a Bengasi è «il popolo, che si è organizzato per riportare l'ordine in città. Sono stati formati comitati per governare la città».

Interrotte le forniture di gas per l'Italia. La fornitura di gas attraverso il gasdotto Greenstream è sospesa. Lo comunica l'Eni, precisando di essere in grado di far fronte alla domanda di gas dei propri clienti. I manifestanti della città libica di Nalut hanno minacciato questa mattina di fermare l'afflusso di gas verso l'Italia chiudendo il gasdotto che passa proprio per la loro provincia. La Libia fornisce circa il 10% del fabbisogno italiano di gas.

La sospensione dell'invio di gas dalla Libia non porterà problemi all'Italia «per molti mesi da adesso, poi arriva il periodo estivo e si abbassano i consumi, quindi siamo moderatamente tranquilli», ha detto un portavoce dell'Eni a Sky Tg24. Il portavoce ha spiegato che non è possibile al momento prevedere quando riprenderà il flusso, perchè dipende dall'evolversi della situazione in Libia: «Finchè la produzione è sospesa - ha sottolineato - non possiamo inviare il gas in Italia. Tuttavia possiamo approvvigionarci con il gas russo, quello algerino e quello norvegese, quindi possiamo far fronte alla domanda con tranquillità per molti mesi perchè di gas ce n'è tanto e in questo momento» non è necessario ricorrere alle riserve». L'Eni smentisce quindi «categoricamente» quanto affermato nel pomeriggio da alcuni clienti (Edison, ndr), secondo cui la stessa Eni non sarebbe in grado di assicurare il flusso richiesto. Quanto a eventuali boicottaggi alle strutture Eni da parte degli insorti, ha concluso, «al momento non se ne ha notizia».

È stato intanto interrotto oggi il funzionamento dei terminali petroliferi libici sul Mediterraneo in seguito ai disordini in corso nel Paese nordafricano. Lo riferisce la tv panaraba al Arabiya con una scritta in sovrimpressione. Sono state poi sospese le attività nei principali porti mercantili libici. Lo riferiscono fonti di società marittime che operano nel Paese, precisando che si tratta in particolare dei porti di Tripoli, Bengasi e Misurata.

Martedì 22 Febbraio 2011 - 09:24    Ultimo aggiornamento: 18:01




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Resa dei conti al Secolo d'Italia, protesta di Fli I giovani militanti occupano la redazione

di Redazione


Sono ore decisive per Il Secolo d'Italia. Si sta svolgendo la riunione del cda per decidere delle sorti del quotidiano. Sit-in dei militanti del Fli in via della Scrofa a favore del direttore. La Perina: "Non abbiamo mai strizzato l'occhio a sinistra"



 

Roma - Sono ore decisive per il futuro del "Secolo d'Italia". In via della Scrofa si sta svolgendo la riunione del nuovo Consiglio di amministrazione durante il quale il Comitato dei garanti, composto da una maggioranza targata Pdl, potrebbe sostituire l’amministratore delegato Enzo Raisi, esponente di Fli, e decidere delle sorti del quotidiano. Nel frattempo, i militanti di Futuro e libertà hanno occupato pacificamente la sede del giornale per esprimere solidarietà al direttore Flavia Perina, ai giornalisti della testata e a Enzo Raisi, a lungo amministratore unico, ora nel Cda collegiale. Tra i manifestanti, Fabio Granata, Antonio Buonfiglio e Umberto Croppi. La Perina ha spiegato che il Cda "non ha preso impegni sulla linea editoriale" mentre l’unica rassicurazione avrebbe riguardato "quantomeno la garanzia dei posti lavoro".  I manifestanti, tra cui i giornalisti che lavorano per la testata, hanno appeso uno striscione con la scritta "Giù le mani dal Secolo". "Rimaniamo in attesa delle decisioni del consiglio di amministrazione - ha detto il direttore - dopo quattro mesi è ora di sciogliere questo nodo: dicano cosa vogliono fare di questo giornale".

Succursale dell'Unità "Il Secolo d’Italia è diventato una succursale de l’Unità": è legittimo l’attaccamento alla poltrona da direttore di Flavia Perina, la quale solo grazie a questo ruolo è diventata parlamentare, ma si domandi come mai i microfoni per lei siano sempre e solo quelli di organi schierati a sinistra, gli stessi che per anni ne hanno ignorato l’esistenza. Non sarà forse perché il giornale viene "usato" in sola chiave antiberlusconiana...a meno che tutto d’un tratto si siano accorti che la Perina scriva cose intelligenti". A pronunciare queste parole è Fabio Sabbatani Schiuma, componente dell’esecutivo romano del PdL.

Il commento della Perina L’idea di costruire un quotidiano plurale, aperto, curioso delle evoluzioni della politica rifiutando in toto il vecchio assetto dell’house organ (del Pdl, di Fli o di chicchessia) è connaturata con il piano editoriale lanciato nel 2007 e sfociato in una totale ristrutturazione del Secolo. Le polemiche di bassa lega sul quotidiano "che strizza l’occhio a sinistra" fanno semplicemente ridere: qui, nella classe dirigente del giornale non c’è uno che non possa vantare con orgoglio tre decenni di militanza a destra, cominciata da adolescenti nel Msi e portata avanti con lealtà e senza mandare il cervello all’ammasso".





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L'Onu all'Italia: accogliete i rifugiati Bossi: «Li mandiamo in Germania»

Corriere della sera


l leader della Lega stronca l'appello dell'Alto commissariato. Via ad aerei speciali per i rientri



MILANO - Il possibile flusso di profughi dalla Libia in fiamme spaventa l'Europa, e in particolare l'Italia, ma l'Onu lancia un appello affinché non si respingano le persone in fuga dagli scontri. Melissa Fleming, la portavoce dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) dell'Acnur, ha detto che l'Italia è tra i paesi che «più probabilmente riceveranno un afflusso di persone in fuga dalla Libia», tra cui cittadini libici e profughi di altre nazioni. «Stiamo dicendo, "per favore, non respingeteli"», ha detto in un briefing a Ginevra, dove l'agenzia ha la sede. «E' il momento di mostrare spirito umanitario e generosità verso gente che ha subito un forte trauma». Ci sono in Libia circa 8000 rifugiati politici registrati dall'Acnur e altri 3000 richiedenti asilo con la domanda in sospeso provenienti da Sudan, Iraq, Eritrea, Somalia, Ciad e Territori palestinesi.


BOSSI: «LI MANDIAMO IN FRANCIA E GERMANIA» - La risposta di Umberto Bossi sbatte però la porta in faccia a questa soluzione: «intanto non sono arrivati - ha detto il leader della Lega - e speriamo che non arrivino. Se arrivano li mandiamo in Francia e Germania...».


Giorgio Napolitano
Giorgio Napolitano

PREOCCUPAZIONE DI NAPOLITANO - Anche il capo dello Stato Giorgio Napolitano «segue con attenzione le drammatiche notizie provenienti dalla Libia» e attraverso un comunicato ha chiesto che si fermino le violenze e che si ascolti il popolo. Intanto il governo italiano sta predisponendo i mezzi per cercare di evacuare i nostri connazionali presenti nel Paese di Muammar Gheddafi. Il capo dello Stato sottolinea, «come alle legittime richieste di riforme e di maggiore democrazia che giungono dalla popolazione libica vada data una risposta nel quadro di un dialogo fra le differenti componenti della società civile libica e le autorità del Paese che miri a garantire il diritto di libera espressione della volontà popolare.


RIENTRI - Intanto un aereo C130 dell'Aeronautica Militare «è pronto a partire dall'Italia per rimpatriare un centinaio di connazionali che si trovano a Bengasi». L'indicazione la offre il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, parlando con i giornalisti ad Abu Dhabi, dove si trova in visita ufficiale. Tuttavia la notizia della distruzione della pista dell'aeroporto di Bengasi e quella di bombardamenti in corso a Tripoli, sembrano aver reso più difficile il compito del governo nel predisporre il rientro dei nostri connazionali. «L'aereo arriverà in un altro scalo, che per motivi di riservatezza non vi dico», ha detto successivamente il ministro ai giornalisti.

«Lasciamo un minimo di embargo sulla notizia vista la delicatezza della situazione. L'operazione non viene meno, cambiano soltanto orari, tempi e luoghi», ha precisato La Russa. E' il primo accenno istituzionale a un piano di rientro degli italiani in Libia. Alcuni Paesi europei e non, come Portogallo, Austria, Giappone, si erano già mossi cominciando l'evacuazione dei loro cittadini dalla Libia. Gli italiani «stabilmente» in Libia sono 1.500 e la Farnesina e l'ambasciata avevano consigliato fino a lunedì di partire con voli commerciali. Le aziende invece avevano cominciato a muoversi. Le possibilità di lasciare la Libia ovviamente sono legate alla regolarità dei voli.

A quanto si è appreso Alitalia, oltre ai due collegamenti giornalieri (uno già partito per Tripoli questa mattina alle 8.15), ha messo a disposizione un volo speciale operato con un Boeing 777 capace di 280 posti, per consentire in tempi quando più rapidi il rientro dei connazionali. Nel frattempo, fonti delle Fiamme Gialle fanno sapere che si sono spostati dallo loro base a Bengasi all'ambasciata italiana a Tripoli i finanzieri che normalmente svolgono compiti di supporto a bordo delle motovedette libiche, come previsto dal trattato Roma-Tripoli sui pattugliamenti in mare. «Non si erano manifestate criticità - spiegano le stesse fonti - ma l'incarico è stato semplicemente sospeso visto che le autorità libiche non stanno svolgendo pattugliamenti in mare». Nel frattempo il ministero della Difesa ha fatto sapere che il cacciatorpediniere Mimbelli incrocia nelle acque del canale di Sicilia, visto che questa nave è dotata di un sistema radar molto efficiente ed è quindi in grado di monitorare l'arrivo di nuovo velivoli dalla Libia, visto il caso precedente dei due caccia giunti a Malta.


FRATTINI: «RISCHIO MAREA DI IMMIGRATI» - Intanto, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha dichiarato durante una conferenza stampa al Cairo seguita all'incontro con il segretario generale della Lega Araba Amr Mussa: «Siamo molto preoccupati per il rischio di una guerra civile e per i rischi di un'immigrazione verso l'Unione Europea di dimensioni epocali». Frattini si era detto lunedì «molto preoccupato per le ipotesi che stanno emergendo di un emirato islamico a Bengasi». Frattini ha affermato che l'Ue «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di «esportare» il proprio modello di democrazia. Parole che hanno sollevato dure critiche da parte dell'opposizione. Ma proprio oggi Frattini si rivolge all'opposizione sull'apertura di Maroni e, dall'altra parte, di Casini: «Spero che la parte responsabile dell'opposizione possa in questo momento condividere quest'appello».

PALAZZO CHIGI - L'Italia è vicina al popolo libico che sta attraversando un momento tragico della sua storia. È quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi che sottolinenano come sono «totalmente false, provocatorie e prive di fondamento le voci riguardo presunti aiuti italiani militari o sotto qualsiasi altra forma nelle azioni contro i manifestanti e a danno dei civili».


Redazione Online
22 febbraio 2011





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Pisapia, senti chi parla(va): "La casa è un diritto di tutti". Poi arrivò il Trivulzio

Libero





La casa,  pardon, il caso è chiuso. Lo sostiene Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano per il centrosinistra e compagno di Cinzia Sasso, giornalista  di Repubblica a cui il Pio Albergo Trivulzio ha affittato un’abitazione a prezzo stracciato  a partire dal 1988,  per intercessione dell’allora sindaco craxiano Paolo Pillitteri. Quando il nome della signora ha fatto capolino nelle liste dell’Affittopoli  scoperchiata da Libero, ne è scaturito un uragano che ha investito il rifondarolo Pisapia  procurandogli  critiche anche dai suoi fan,  tanto da essere costretto  a  precisare sul suo sito: «Giuliano Pisapia è residente e vive a Milano in una casa di sua proprietà nelle vicinanze del Tribunale».  

Lui, però, è sicuro: «La vicenda è chiusa. Ci sono i problemi della città da affrontare». Afferma che a mollare la corsa per la poltrona di primo cittadino non ci pensa nemmeno: «Nessun passo indietro perché la mia vicenda è assolutamente chiarita, non c’è nessun “problema Pisapia”, vado avanti e vado avanti per vincere». E già ieri sera pontificava di politica estera all’Infedele di Gad Lerner.

In un’intervista uscita ieri proprio su Repubblica, poi, l’avvocato minimizzava: «La mia leggerezza è stata quella di non parlare prima, pubblicamente, di un fatto oggettivo, frutto di una vicenda precedente all’inizio del rapporto con la mia compagnia. Accetto i rilievi e le critiche, in futuro farò più attenzione, anche se qui non stiamo parlando né di reati né di abusi».

Non ci saranno  abusi, però c’è una questione morale - scusate il gioco di parole - grande come una casa. Ora Pisapia non accetta che «si getti fango sul mio affetto più caro per colpire me». Eppure il primo a utilizzare toni  da  inflessibile difensore della trasparenza è stato proprio lui. Basta sfogliare il libro “elettorale” che ha appena sfornato per l’editore Baldini, Castoldi e Dalai. Si intitola Cambiare Milano si può. Citiamo: «Oggi i giovani sono logorati dall’attesa: di una casa, di un lavoro. Sono costretti a stare nelle case dei genitori fino a 30 anni, un’età impensabile per i loro compagni europei. Ai nostri figli Milano non offre altra possibilità che quella di andarsene». Altrove, l’autore  promette: «Sto pensando a case per i giovani».

Già, la casa, che macigno per chi non ha un Pio Albergo Trivulzio a venirgli in soccorso.  «La casa, il lavoro, la scuola, i soldi che non bastano più. La gente ha capito che non sarà questo sindaco, non sarà questa maggioranza, ad aiutarla. Non verrà da qui, dal centrodestra affarista, pasticcione, litigioso, la soluzione a nessuno dei nostri problemi». Magari sarà lui a risolvere tutto, cominciando con l’offrire al popolo la dimora di cui ha goduto la sua compagna fino ad oggi. E della quale avrebbero potuto usufruire altri forse più bisognosi, per esempio qualche  anziano .

Nel  libro,  Pisapia giustamente s’indigna descrivendo la tragica situazione di una sciura: «Ha voluto portarmi a vedere casa sua. Un appartamento nelle case dell’Aler, in un palazzo di cinque piani dove solo tre alloggi sono occupati. Ci vivono quella signora e due famiglie straniere. Stop. Basta. Tutti gli altri piani sono vuoti, le porte d’ingresso agli appartamenti sbarrate, una lamiera inchiodata davanti. Quanti senza casa potrebbero averla, se il patrimonio pubblico non fosse gestito così?». Vero. Ma quanti potrebbero essere aiutati dal Trivulzio e non lo sono?

Nel suo assalto saggistico  al centrodestra immorale che lascia all’addiaccio gli abitanti, l’avvocato non trascura nulla: «Il fatto è che qui, ormai, non si costruiscono case per chi di case ha bisogno», ruggisce.  «Si lasciano sfitti perfino gli alloggi pubblici; ed è indecente, perché i milanesi di case hanno fame». Bravo, hurrà. Ma la pigione scontata alla sua compagnia Cinzia come va giudicata? Per Pisapia è roba  da archiviare. Storia vecchia,  ha detto ieri al Corriere: «Avevamo deciso di andare a vivere insieme e la nostra casa avrebbe dovuto essere pronta per novembre (...). Poi, come immagino sia accaduto a molti, ci sono stati ritardi nei lavori». Sì, capita a  un sacco di gente. Ma quelli che possono ovviare alla difficoltà grazie a un Pio Albergo sono pochini.

  In fondo Pisapia ha ragione: cambiare Milano si può. Anche cambiare casa si può. Bastava farlo un po’ prima, magari vent’anni fa, lasciando l’abitazione del Trivulzio ai vecchietti che hanno «fame».


di Francesco Borgonovo
22/02/2011




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Programmi pirata sui pc dello studio: condannato a due mesi Giovanni Avanti

Corriere del mezzogiorno


Nel 2005 i controlli sulla Csp Ingegneria srl: 2 mila euro di multa, pena sospesa per il presidente della Provincia



Giovanni Avanti
Giovanni Avanti

PALERMO - Nel 2005, in quanto amministratore unico della Csp Ingegneria srl, avrebbe installato ed utilizzato programmi informatici «craccati», ovvero privi di licenza e, dunque, in violazione delle leggi sul diritto d’autore. Così l’attuale presidente della Provincia di Palermo, nonché ex assessore comunale, Giovanni Avanti è stato condannato dal giudice del tribunale monocratico di Palermo, Wilma Mazzara, a due mesi (pena sospesa) e duemila euro di multa. Stessa decisione anche per un suo allora ex socio, l’ingegnere palermitano Giuseppe Li Calsi. La difesa ha già annunciato ricorso in appello: l’installazione dei sistemi operativi sarebbe avvenuta indipendentemente dal controllo dei due. L’indagine – coordinata dal pm Gery Ferrara – era nata dopo un controllo nello studio di ingegneria via Pacini, amministrato da Avanti (che allora era anche assessore comunale) da parte della guardia di finanza, il 13 luglio del 2005.

Sarebbero stati scoperti sedici hard disk, collegati ad altrettanti computer, sui quali «giravano» sistemi operativi (anche costosissimi, come «Autocad») privi di licenza. Ed era scattato il sequestro: i programmi (diverse versioni di Microsoft Windows, ma anche «Photoshop» e pure un antivirus) sarebbero stati utilizzati violando il copyright. A febbraio del 2009, Avanti e Li Calsi erano finiti in tribunale con un decreto di citazione diretta a giudizio. Il processo si è concluso con la condanna di entrambi. La difesa ha rimarcato come il controllo alla Csp Ingegneria srl fosse stato uno dei tanti effettuati dalle fiamme gialle in quel periodo in studi privati della città e come, per altri professionisti, i processi si siano conclusi con l’assoluzione. Sarebbero cambiate le leggi – dice l’avvocato – in materia: prima era sufficiente un’unica licenza per usare un programma su una rete di computer. Poi, invece, sarebbe diventato obbligatorio detenerne una per ogni pc sul quale il software viene utilizzato. Nessun commento da parte di Avanti.



Sandra Figliuolo
22 febbraio 2011




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Gaucci: "Gheddafi? Un amico, non mi lasciò solo quando ero in galera"

Quotidiano.net


In un'intervista al Riformista, l'ex presidente del Perugia racconta il suo rapporto col leader libico: "Presi il figlio per aiutare i rapporti dell'Italia nel Mediterraneo". E poi: "Andreotti voleva che prendessi la Lazio. Ma saltò tutto"


Roma, 22 febbraio 2011



Non si è mai sentito secondo a nessuno, Luciano Gaucci. Anche quando era il numero due della Roma di Viola, e voleva diventarne il successore. Non ci riuscì, la spuntò Ciarrapico, e si dimise. Democristiano di rito andreottiano, aveva rapporti stretti con il Divo Giulio, che provò a fargli prendere la Lazio. No, grazie: "Non me la sono sentita". Parla al Riformista da Santo Domingo, "ma fra quindici giorni sono di nuovo in Italia, dai miei figli".

Non vuole parlare delle sue disavventure mentre si dice "preoccupato" di quello che sta accadendo in Libia. Big Luciano può vantare "un'amicizia vera" con Gheddafi cementata da incontri nel deserto e dall'acquisto del figlio Saadi, che giocò nel suo Perugia, quando il Grifone era l'ombelico del mondo pallonaro.

C'erano un iraniano (Rezaei), un giapponese (Nakata), un cinese (Ma), un coreano (Ahn), un greco (Dellas), e, appunto il figlio del Colonnello libico. Di tutto, ma il di più ce lo mise Gaucci che collezionava stranieri come figurine, e squadre. Perugia, Viterbese, Catania.Stadio che vai, striscione che trovi per sostenere la campagna elettorale di un altro suo amico: "Bush junior, for president".

E il figlio di Bush prese carta e penna: "Dear Luciano", come se Gaucci fosse Bettino Craxi, e l'altro Reagan. Ma l'ex governatore del Texas una volta diventato presidente volle ringraziarlo "con il cuore gonfio di gioia". Gli mandò una lettera e lo invitò alla Casa Bianca. Il suo cuore batte per il centrodestra anche se in queste ore il suo pensiero è a Tripoli.

E' riuscito a sentire Gheddafi?
"No, purtroppo non ci ho parlato. So che in questo momento ha molti problemi, mi dispiace. Preferisco non disturbarlo, spero solo che non gli accada nulla".

Come vi siete conosciuti?
"Sono stato suo ospite varie volte, con il fratello di Bush padre, anche in un momento molto delicato, quando si discuteva dell'embargo alla Libia. Il colonnello ci teneva ad incontrare un membro della famiglia Bush. Ricordo che siamo andati a trovarlo nel deserto, sotto la tenda".

E chi è si è trovato di fronte?
"Un leader circondato da moltissime persone, una persona gentile che conosce il valore dell'accoglienza e del rispetto. Ci ha abbracciato, abbiamo parlato a lungo. Ho ricordi bellissimi. Il corteo, le foto insieme, il figlio Saadi".

Perché lo portò al Perugia?
"Ho pensato fosse un'operazione vantaggiosa. Per l'immagine, tanto che stampa e tv per settimane parlarono del Perugia. E poi se il suo acquisto poteva aiutare un po' a migliorare i rapporti nel Mediterraneo, ero ben felice. La politica non l'ho mai fatta, ma quando ho potuto, ho cercato di dare una mano ai miei amici. I più grandi protagonisti, nazionali ed internazionali, li conosco tutti".

Dopo i suoi guai chi si è offerto di aiutarla?
"Gheddafi. E' stato molto gentile, si è offerto subito, l'ho ringraziato e gli ho detto che non avevo bisogno".

E Bush?

"Anche lui, certo".

Cosa le ha dato la politica?
"A parte molte cene, e qualche favore, un rapporto di amicizia con Andreotti che incontravo spesso a Capannelle, quando ero proprietario della White Star, e di Tony Bin, il purosangue che conquistò l'Arc de Triomphe. Dopo le corse si andava spesso a pranzo. Una volta venne anche il presidente Napolitano".

Cosa le ha tolto, invece, la politica?
"Nulla. Sono partito come autista dell'Atac e sono riuscito ad avere l'azienda di pulizie prima in Italia. Ho preso il Perugia in serie C e l'ho portato in coppa Uefa. Ho commesso i miei sbagli, ho pagato, e se tornassi indietro rifarei tutto".

Tutto?
"Forse ho sbagliato a dire no ad Andreotti, avrei dovuto acquistare la Lazio".


Francesco Persili per 'Il Riformista'




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Avvelenati in fabbrica cinese, operai scrivono a Steve Jobs

Corriere della sera

Dipendenti di Wintek, che produce per Apple. Risarciti solo se si licenziano

 

Terrore a Malpensa, auto contro vetrata e spari tra la folla: «Il gesto di un folle»

Corriere della sera

Tunisino sfonda vetrata con l'auto, poi impugna un coltello: arrestato. Nel Suv la moglie e i tre bambini

l'Area check in è stata riaperta dopo circa un'ora. «Esclusa matrice terroristica


Il Suv contro la vetrata (foto inviata dal lettore Marco V.)
Il Suv contro la vetrata (foto inviata dal lettore Marco V.)

MILANO - Attimi di terrore lunedì mattina all'aeroporto internazionale di Malpensa dove, poco dopo le 11, un'auto ha improvvisamente sfondato una vetrata dell'area check-in del Terminal 1. Subito dopo c'è stato un conflitto a fuoco con la polizia, al termine del quale il conducente del Suv è stato arrestato. Il terminal 1 è stato evacuato, le partenze temporaneamente sospese. Dopo un'ora circa la situazione è tornata alla normalità: l’area dei check in è stata riaperta e i passeggeri, in precedenza bloccati, hanno ripreso le operazioni in vista della partenza. «Il movente non è chiaro - ha detto il pm di Busto Arsizio (Varese), Roberto Pirro Balatto, che sta coordinando le indagini -, e stiamo vagliando tutte le ipotesi. Sembrerebbe il gesto inconsulto di un folle».
L'allarme a Malpensa

LA VETRATA SFONDATA - Il conducente, Ben Abdel Ganouni Sadallah, un tunisino regolare di 42 anni, con piccoli precedenti per liti di vicinato, sposato con un'italiana 31enne convertita all'Islam, alle 11.06 di lunedì mattina ha sfondato la porta a vetri numero 14 del Terminal 1 con l'auto - poi risultata rubata -, che si è bloccata contro alcuni «panettoni» di cemento. Nella vettura c'erano la moglie e i tre bambini della coppia, due maschi e una femmina di 12, 7 e 2 anni. Dopo l'urto, l'uomo è sceso armato di un coltello lungo circa 20 centimetri e ha inseguito prima un dipendente di un negozio dello scalo, poi un carabiniere. Pronunciando frasi sconnesse in arabo, ha lanciato il coltello verso gli agenti che cercavano di fermarlo.

L'ARRESTO - Un sovrintendente della Polaria, nel pieno rispetto della procedura, ha sparato verso il folle: l'uomo è caduto, è stato bloccato e portato all'ospedale di Gallarate. Qui, piantonato dalla polizia, è stato sottoposto ad una medicazione per una lieve ferita al piede e dimesso con una prognosi di 15 giorni. E' stato arrestato per danneggiamento pluriaggravato, resistenza a pubblico ufficiale e tentato omicidio; sarà portato nel carcere di Busto Arsizio. Il presidente della società di gestione aeroportuale Sea Giuseppe Bonomi ha escluso qualsiasi legame con il terrorismo: «Escludiamo completamente la matrice terroristica, si tratta del gesto di uno squilibrato», ha detto, rispondendo ai cronisti accorsi dopo la sparatoria. Il tunisino avrebbe agito in preda a un raptus. Si tratta di un «soggetto particolare», ha riferito il questore di Varese.


LA FAMIGLIA - Il Suv, un Hyundai Tucson, era stato rubato in mattinata a Rescaldina nel Milanese. La famiglia risiede a Ceriano Laghetto, in provincia di Monza. Il tunisino, in Italia da diversi anni e con regolare carta di soggiorno, si era licenziato pochi giorni fa dall'azienda nell'hinterland di Milano dove lavorava come operaio. La moglie, che è italiana ma si è convertita all'Islam e indossa velo e vestiti di foggia nordafricana, sembra nutrire una forte soggezione nei suoi confronti: gli inquirenti sperano di poter capire da lei il movente del gesto. Secondo il pm Roberto Pirro la famiglia aveva l’intenzione di andare in Tunisia ma, ha precisato, non risulta al momento che fossero già in possesso di biglietti aerei e tantomeno dei documenti di viaggio. Dopo la sparatoria, la donna è scesa dall'auto con i figli, per poi cercare di soccorrere il marito. Secondo quanto è stato reso noto in una conferenza stampa al Terminal 1, sia l'uomo che la donna quando sono stati bloccati hanno pronunciato frasi sconnesse, in arabo e in italiano. Tutti e cinque sono poi stati portati in ospedale.

IL PANICO - «L'uomo è sceso dalla macchina e mi ha puntato contro un coltello lungo diversi centimetri. Io sono scappato e ho cercato di nascondermi», racconta Domenico Buonpane, dipendente di una boutique presente nello scalo. «Ho visto la macchina che si schiantava contro la porta a vetri e rimaneva incastrata - continua il testimone - e l'uomo è uscito e mi ha puntato contro il coltello. Io sono scappato e lui ha iniziato a seguirmi, ma non appena visto un carabiniere si è scagliato contro di lui armato. Gli hanno sparato e attorno a lui si sono radunati la moglie e i bambini, e si sono gettati a terra», ha aggiunto. «Ho avuto molta paura, anche perché attorno a me si era creato il panico, con decine di persone che urlavano e correvano da tutte le parti». Molti viaggiatori sono fuggiti abbandonando sul posto i bagagli, nel terrore di un attentato.

RITARDO VOLI IN PARTENZA - Gli artificieri sono intervenuti per verificare quanto contenuto all'interno dell'auto che ha sfondato la vetrata: il controllo ha dati esito negativo. La situazione di caos ha riguardato soprattutto i voli in partenza, sospesi per un paio d'ore. Sono sempre rimasti regolari i voli in arrivo; al Terminal 2 partenze e arrivi regolari. All'interno del Terminal 1 sono stati chiusi per un'ora circa ascensori, scale e scale mobili che collegano un'area all'altra. I passeggeri in partenza si sono accalcati in cerca di informazioni. Grande preoccupazione, nello scalo, ma non una particolare tensione. Alle 12.50 è stata riaperta l'area check-in, escluse le zone 6 e 7.


«FALLA NELLA SICUREZZA» - Il capogruppo del Pd in commissione Trasporti alla Camera Michele Meta parla di «gravissime falle nella sicurezza dell'aeroporto internazionale, obiettivo sensibile come pochi altri nel Paese», e chiede al ministro Maroni «di spiegare quanto prima in Parlamento cosa sia accaduto e soprattutto come sia stato possibile per un cittadino comune vulnerare così facilmente con la propria automobile il check in del terminal 1 di Malpensa».
Immediata la replica di Bonomi: «Il sistema di sicurezza - ha detto - ha retto in maniera straordinaria e c'è stato un intervento immediato della polizia». Esprime perplessità sui livelli di sicurezza dell'aeroporto anche Riccardo De Corato, vicesindaco di Milano: «Se il tunisino avesse avuto dell'esplosivo sulla vettura a Malpensa ci sarebbe stata una strage. Il grave episodio impone di ripensare i sistemi di sicurezza in chiave di maggiore prevenzione». De Corato ha portato come esempio l'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, difeso da un sistema di sicurezza definito «a circuiti multipli».

PERQUISITO L'APPARTAMENTO - La polizia scientifica ha perquisito la casa dove vive la famiglia del tunisino, in un cortile in via Primo Maggio a Ceriano Laghetto (Monza). I vicini descrivono l'uomo, impiegato in un'azienda metalmeccanica, come «un gran lavoratore, a volte geloso e possessivo nei confronti della moglie». L'uomo si era trasferito quattro anni fa a Ceriano Laghetto da Binzago, un paese ad alcuni chilometri di distanza. La moglie, 31 anni, aveva lavorato come impiegata in un'azienda di Limbiate e da alcuni mesi si trova in cassa integrazione. «Avevamo avuto un diverbio con lui, ci aveva minacciati anche perché era molto geloso del fratello di mia moglie», ha detto un vicino di casa, che aveva denunciato l'uomo ai carabinieri per minacce. Tra le due famiglie è in corso da circa due anni una piccola querelle giudiziaria fatta di querele e contro-querele originata da una banale lite di condominio. «A volte giocavamo a carte con lui - ha aggiunto invece un altro vicino - è una famiglia normale, molto religiosa, i miei nipotini giocavano con i loro figli a calcio nel cortile». I vicini spiegano di averli sentiti parlare dell'intenzione di vendere l'appartamento per ritornare nel prossimo futuro a Tunisi, città originaria del 42enne Ganouni Sadallah, dove l'uomo ha ancora un'abitazione nella zona dell'università. Fuori dalla casa dell'uomo è rimasta parcheggiata la sua vecchia Wolkswagen station wagon.

Redazione online
21 febbraio 2011(ultima modifica: 22 febbraio 2011)

L'incubo dei nostri 007: "C'è il rischio secessione e di un emirato islamico"

di Fausto Biloslavo



Il pericolo più grave, secondo Frattini, "è il movimento secessionista in Cirenaica" con forti connotati di estremismo islamico



 
Il regime libico, che sta perdendo pezzi fra ambasciatori e ministri, si arrocca attorno agli uomini chiave della sicurezza, ben conosciuti dall’Italia. Il nostro governo fa il possibile per evitare il peggio e si prepara ai contraccolpi della rivolta in Libia. A cominciare da un flusso migratorio dal Nord Africa «ben più grave rispetto alla crisi in Tunisia», secondo fonti del Viminale.
Nel dietro le quinte di queste ore i nostri servizi segreti segnalano che i fedelissimi di Muammar Gheddafi fanno quadrato, anche se la sorte del leader al potere da 42 anni è incerta. In televisione hanno mandato il volto umano del clan: Seif al Islam, il figlio moderato del colonnello. Da una parte ha offerto ai rivoltosi il ramoscello d’ulivo del negoziato per varare la Costituzione e la creazione di una commissione d’inchiesta sulle violenze. Dall’altra ribadisce che «combatteremo fino all’ultimo uomo, all’ultimo proiettile».
All’uso della forza ci pensa il ministro dell'Interno, generale Younis al Obeidi, nonostante la sua polizia abbia combinato sanguinosi errori nell'affrontare la protesta. In prima linea è schierato anche Abuzed Omar Dorda, nominato nel 2009 a capo del servizio segreto esterno. Ex primo ministro fa parte della vecchia guardia e ha sostituito Moussa Koussa, spregiudicato uomo forte dell’intelligence libica, oggi ministro degli Esteri. Il responsabile della diplomazia libica deve tener buona la comunità internazionale, mentre in Libia scorre il sangue. Il vero regista della cupola di crisi è l'inossidabile Abdallah Senussi, ex capo dell'intelligence militare e cognato di Gheddafi. In pratica ha un ruolo di «primus inter pares» nel settore sicurezza.
Una fonte di intelligence conferma a Il Giornale: «Stanno facendo quadrato e prevediamo che scorrerà del sangue in maniera significativa». Non è chiaro, però, se il colonnello faccia parte dell'ultima trincea. Dall'inizio delle proteste non si è più visto. Ieri mattina venivano segnalate sparatorie attorno alla caserma Bab al Aziziyah, residenza e centro comando di Gheddafi a Tripoli. Per tutta la giornata si sono susseguite voci su una sua fuga all'estero poi smentita.
Sul fronte diplomatico il nostro Paese lavora dietro le quinte per «la cessazione delle violenze da tutte e due le parti. Non si tratta di manifestanti pacifici contro poliziotti brutali. Azioni sanguinose si registrano da un lato e dall'altro della barricata». La Farnesina appoggia la linea di Seif al Islam indirizzata ad un processo negoziale politico e al varo della Costituzione. Secondo fonti diplomatiche la maggiore preoccupazione «è l'integrità territoriale della Libia. Siamo di fronte ad un movimento secessionista in Cirenaica con forti connotati islamici. Non è accettabile trasformare la Libia in uno spezzatino».

Fra i rivoltosi non ci sono solo i Fratelli musulmani, ma pure estremisti islamici, talvolta infiltrati dai paesi vicini, che si rifanno all'ideologia di Al Qaida. «Si stanno affermando ipotesi di emirati islamici nella Libia orientale a poche decine di chilometri da noi. Sarebbe un fattore di grande pericolosità», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Franco Frattini riferendosi alla Cirenaica in rivolta. Il responsabile della Farnesina ha partecipato ieri alla riunione dei Ventisette a Bruxelles sulla crisi libica. Non sono mancati attriti con i finlandesi, che oltre la condanna delle violenze chiedevano dure sanzioni contro Gheddafi, senza conoscere bene il problema.

Oggi Frattini vola al Cairo e poi rientra a Roma per partecipare ad un vertice a Palazzo Chigi sui rischi di una nuova ondata migratoria verso l’Italia. Oltre al premier Silvio Berlusconi ci saranno i ministri dell'Interno, della Difesa e dello Sviluppo economico.
«Ci prepariamo al peggio. Da soli non saremo in grado di affrontare l'emergenza se crollasse la Libia. Si teme un’ondata ben più importante rispetto alla Tunisia», spiega una fonte del Viminale. Il ministro Roberto Maroni è sempre più deciso a chiedere un ulteriore coinvolgimento dell’Europa. In Libia la Guardia di Finanza addestrava la guardia costiera, che utilizza nostre motovedette per fermare i barconi dei clandestini. I 15 finanzieri hanno lasciato la caserma del nord di Suwarah alla volta dell’ambasciata di Tripoli. Probabilmente verranno rimpatriati. Secondo una fonte d'intelligence «nel caso in cui le autorità libiche si sciogliessero si spalancheranno le porte per chi preme dal sud del Sahara. Un possibile flusso migratorio di decine di migliaia di esseri umani che ci farà impallidire».

(ha collaborato Sergio Bianchi)




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Libia e Gheddafi: Cosa c'è (davvero) dietro la rivolta

di Marcello Foa



Non siamo di fronte a rivolte spontanee ma indotte, che mirano a replicare nel nord Africa quanto avvenuto alla fine degli anni Ottanta nell’ex Unione Sovietica. E in Libia...



Per capire che cosa sta accadendo a Tripoli bisogna considerare innanzitutto il quadro strategico. Non siamo di fronte a rivolte spontanee, ma indotte che mirano a replicare nel nord Africa quanto avvenuto alla fine degli anni Ottanta nell’ex Unione Sovietica. Anche allora la rivolta partì da un piccolo Paese, la Lituania, e all’inizio nessuno immaginava che l’incendio potesse propagarsi ai Paesi vicini e non era nemmeno ipotizzabile che l’Urss potesse implodere.

Il Maghreb non è l’Unione sovietica e non esistono sovrastrutture da far saltare, ma per il resto le analogie sono evidenti. La Tunisia è il più piccolo dei Paesi della regione ed è servito da detonatore per la altre volte. A ruota è caduto il regime di Mubarak, la Libia è in subbuglio, domani forse Teheran e, magari sull’onda, Algeria, Marocco, Siria. Che cos’avevano in comune i regimi tunisini, egiziano e libico? Il fatto di essere retti da leader autoritari, ormai vecchi, screditati, che pensavano di passare il potere a figli o fedelissimi inetti.
Non è un mistero: le rivolte sono state ampiamente incoraggiate – e per molti versi preparate – dal governo americano, come dimostrato qui e qui. Da qualche tempo Washington riteneva inevitabile l’esplosione del malcontento popolare e temendo che a guidare la rivolta potessero essere estremisti islamici o gruppi oltranzisti, ha proceduto a quella che appare come un’esplosione controllata, perlomeno in Egitto e in Tunisia. Perché controllata? Perché prima di mettere in difficoltà Ben Ali e Mubarak, l’Amministrazione Obama ha cementato il già solidissimo rapporto con gli eserciti, i quali infatti non hanno mai perso il controllo della situazione e sono stati gli artefici della rivoluzione.

Non scordiamocelo: oggi al Cairo e a Tunisi comandano i generali, che anche in futuro eserciteranno un’influenza decisiva. Washington ha vinto due volte: si è assicurata per molti anni a venire la fedeltà di questi due Paesi e ha messo a segno una straordinaria operazione di immagine, dimostrando al mondo intero che l’America è dalla parte del popolo e della democrazia anche in regimi fino a ieri amici.
Le dinamiche libiche sono diverse perché Gheddafi non era un alleato degli Stati Uniti e perché le Ong legate al governo americano non hanno potuto stabilire contatti e legami con la società civile libica; insomma, non hanno potuto fertilizzare il terreno sul quale far germogliare la rivolta. Che però è esplosa lo stesso. Per contagio e alimentando non la fedeltà dell’esercito, ma il suo malcontento. Come in tutte le rivoluzioni sono le forze armate a determinare l’esito delle rivolte popolari. Gheddafi in queste ore paga gli errori commessi in passato.

Come ha rilevato Domenico Quirico sulla Stampa, il Colonnello, da vecchio golpista qual’era, non si è mai fidato dei generali e ha proceduto a numerose purghe. Gli uomini in divisa per 42 anni lo hanno temuto, ma non lo hanno mai davvero amato. Così ora molti di loro o si danno alla fuga o passano con i rivoltosi soprattutto nelle città lontane da Tripoli. Gheddafi può contare solo sulle milizie private e su una piccola parte dell’esercito; è questa la ragione di una mossa altrimenti inspiegabile come quella di reclutare centinaia o forse migliaia di miliziani africani.
La conseguenza è inevitabile: sangue, sangue e ancora sangue. L’impressione è che Gheddafi alla fine sarà costretto a fuggire. L’immagine, ridicola, del Raìs in auto con l’ombrello ricorda quella di Saddam Hussein braccato dagli americani nei giorni della caduta di Bagdad. In ogni caso la situazione rischia di essere molto imbarazzante per l’Italia. Se il regime dovesse cadere, la Libia tornerebbe ad essere il porto di partenza verso le nostre coste per decine di migliaia di immigrati. Se dovesse resistere, per noi sarebbe imbarazzante mantenere buoni rapporti con un leader sanguinario. E in entrambi i casi ballerebbero contratti milionari per le nostre aziende. Eni in testa. Non dimentichiamocelo: buona parte dei nostri approvvigionamento energetici dipendono proprio dal Nord Africa. L’esplosione controllata rischia di essere comunque devastante per gli interessi del nostro Paese
Non abbiamo scelta e l'Italia non può certo influire sugli eventi, ma è inevitabile chiedersi: il prezzo è giusto? 




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Attraversano ponte di Calatrava con l'auto, park in Lista di Spagna

Corriere della sera


Bravata di quattro ragazzi di Jesolo all'alba. La Polo era del padre di uno dei giovani. Il questore: provvedimenti drastici



Con l'auto sul ponte di Calatrava


VENEZIA - Con l’auto hanno superato il Ponte della Costituzione, ideato da Santiago Calatrava, e poi hanno parcheggiato in Campo San Geremia, davanti alla sede della Rai Veneto, e sono andati a fare un giro per Venezia. Quando i quattro giovani di Jesolo (Venezia), due ragazzi e due ragazze, sono tornati, hanno trovato ad attenderli gli agenti della polizia e ora sono in questura dove stanno cercando di spiegare le ragioni di un gesto così inusuale.

Il tutto è accaduto all'alba, poco prima delle cinque. Secondo una prima ricostruzione i quattro una volta giunti a Piazzale Roma a bordo di una Polo grigia, di proprietà del padre di uno dei due ragazzi, forse un po' brilli hanno pensato bene di superare il ponte ideato da Calatrava e dopo essere passati davanti al piazzale della stazione ferroviaria si sono fermati nel primo grande campo veneziano che hanno trovato.


Il ponte di Calatrava (archivio)
Il ponte di Calatrava (archivio)
E saranno presi provvedimenti drastici nei confronti dei quattro giovani . È quanto è stato espresso dal questore Fulvio Della Rocca, mentre sono in corso accertamenti sullo stato dei quattro, che quando sono stati raggiunti dagli agenti sarebbero apparsi in stato di ebbrezza alcolica. Rilievi sono intanto in corso sul ponte ideato da Santiago Calatrava per stabilire se il passaggio della vettura ha causato danni alla struttura. Secondo quanto si è appreso, i quattro giovani, di Jesolo (Venezia), al momento non avrebbero dato alcuna indicazione per giustificare il loro gesto. La vettura è stata rimossa e condotta nel parcheggio della Polizia.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni annuncia provvedimenti per impedire che si possano ripetere atti come quello compiuto dai quattro. «Faremo in modo - dice Orsoni, interpellato dall’Ansa - che non si ripetano fatti del genere»; non è escluso che possano essere sistemati dei dissuasori per impedire il passaggio dei mezzi dalla strada all’accesso del ponte ideato da Santiago Calatrava. Il sindaco rileva che le prime verifiche non hanno evidenziato particolari danni e poi, dopo aver espresso un giudizio molto duro su un «gesto squilibrato», chiude con una battuta: «è stato un ulteriore collaudo per il ponte».

(Ansa)

22 febbraio 2011




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Napoli, favori per poter lavorare «L'assessore ha chiesto mille tessere...»

Scomparso La Cavera, ultimo difensore di Termini Imerese

Corriere della sera


Il suo desiderio era scrivere a Marchionne per chiedergli di non lasciare lo stabilimento del Gruppo Fiat nell'isola

Muore a 95 anni il grande vecchio del sogno autonomista della Sicilia


Domenico La Cavera con Eleonora Rossi Drago
Domenico La Cavera con Eleonora Rossi Drago
PALERMO - Cinque anni fa per il suo novantesimo compleanno arrivò a Palermo l’allora presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Perché si festeggiava la nomina a presidente onorario di Confindustria Sicilia di Domenico La Cavera. Ed era l’occasione per riparare al torto subito da questo ingegnere che resterà nella storia della Sicilia anche come gran regista del “milazzismo”, il sogno autonomista coltivato alla fine degli anni Cinquanta. Cominciò allora Mimì, come lo chiamavano un po’ tutti, la sua lotta nell’isola per incentivare la piccola e media impresa, contro i monopoli del Nord, il dito puntato contro le “cattedrali nel deserto”.
Una ragione, allora, per inimicarsi i potenti che defenestrarono dal vertice di Sicindustria il “ribelle”, destinato a diventare un “grande vecchio” colpevole di audaci aperture verso il mondo sindacale e verso la Sinistra, come prova il rapporto fraterno poi saldato fino alla fine dei suoi giorni con uno dei leader del vecchio Partito comunista, Emanuele Macaluso. Adesso piange pure lui l’acuto protagonista di tante battaglie, il testimone che se ne è andato alle 7.30 del mattino nell’attico di via Libertà dove, dopo tanti anni vissuti a Roma, era tornato ad abitare con Eleonora Rossi Drago, la celebre attrice scomparsa quattro anni fa, i suoi ritratti alle pareti della camera da letto che guarda il mare e Montepellegrino.

VITA IN TRINCEA - Una coppia elegante e affiatata, un amore che aveva mitigato le amarezze di una vita sempre in trincea, come diceva Mimì ai suoi amici, divertito da quell’appellativo legato alle simpatie verso sinistra, “Nuvola Rossa”, sempre critico e ruvido anche con i “ragazzi” di Confindustria. Chiamava così i nuovi leader di Confindustria Sicilia, da Ivan Lo Bello a Antonello Montante, dispensando consigli a questi simboli del new deal culminato proprio nella nomina di La Cavera a loro presidente onorario. L’eretico” infine aveva avuto il suo riconoscimento. Dopo avere incoraggiato l’epopea dell’industria petrolifera di Enrico Mattei, ma gridando invano un no categorico alla Sicilia come pattumiera di obsolete raffinerie. Pronto, sin dagli anni Sessanta, a concordare al massimo livello l’insediamento Fiat a Termini Imerese. Un suo cruccio non essere riuscito a scrivere l’ultima lettera a Marchionne. Resta l’incipit in cui lo pregava di non abbandonare la Sicilia: «Non se ne può andare così perché Valletta arrivò qui per evitare che io continuassi a costruire le ‘Jeep mediterranea’ con gli americani della Willys...». E’ il racconto evocato negli ultimi giorni ricordando le lettere di Vittorio Valletta, il mitico amministratore delegato dell'azienda: «Ci scrivemmo dopo esserci incontrati a New York, presente Gianni Agnelli. E lì creammo la SicilFiat...». Flash di memorie adesso da ricostruire, come stanno facendo alcuni studiosi, anche sulla traccia della biografia scritta nel 2006 da Marianna Bartoccelli, appunto «Nuvola Rossa».



Felice Cavallaro
22 febbraio 2011



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Vigili in auto possono multare chi parla al cellulare mentre guida

La Stampa


È valida la multa per l’uso del cellulare senza l'uso dell'auricolare alla guida, anche se la contestazione avviene mentre gli agenti della polizia municipale sono in auto e stanno guidando. Lo afferma la Cassazione (sentenza 4219/11) accogliendo il ricorso del comune di Pontassieve contro una sentenza del Tribunale di Firenze che aveva annullato una multa.
Il caso
Secondo il Tribunale la contravvenzione non era valida perchè «il punto di osservazione» dei vigili era «suscettibile di errore» in quanto loro erano alla guida di una vettura che procedeva «in senso contrario» rispetto all’auto multata. I vigili, insomma, potevano aver visto male.
La Cassazione, invece, ha confermato la multa anche alla luce di una sentenza recente delle Sezioni Unite che dà «fede privilegiata» a «tutto quanto il pubblico ufficiale affermi avvenuto in sua presenza, con la conseguenza che anche nelle ipotesi in cui, come nella specie, si deducano sviste o altri involontari errori o omissioni percettive da parte del verbalizzante, è necessario proporre querela di falso».




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Sorrento, carte di credito clonate da banda romena: 1,5 milioni di danni

La mia battaglia con Oriana"

La Stampa


L'oncologo italiano che la curò: "Mi chiese di regalarle due anni di vita per finire il suo romanzo"
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Oriana Fallaci era convinta di aver sviluppato il cancro durante la guerra in Iraq nel 1991 e chiedeva al suo oncologo di curarla «come faceva il mio medico condotto a Firenze» al fine di avere «più tempo» da vivere per poter completare il romanzo sulla storia famigliare: ad alzare il velo sugli ultimi due anni della malattia della scrittrice toscana è il medico italiano che la curò a New York, Virgilio Sacchini, dedicandole un capitolo del libro «Dai sempre speranza», edito da Mondadori.

«Ho racchiuso in questo volume le storie di 35 pazienti da cui ho imparato molto - spiega Sacchini, che dal 2000 è in forza al Cancer Center del Memorial Sloan-Kettering di Manhattan - e Oriana è una di loro perché curarla è stata una lezione di vita». Il motivo si deve al fatto che «le cure passavano attraverso un rapporto conflittuale». E’ stato così sin dall’inizio. «La prima volta arrivò una telefonata del console italiano che mi chiese di visitare un’amica personale, senza dirmi il nome, spiegando che gli incontri sarebbero stati segreti perché era stata più volte minacciata di morte».

Fu un’auto della sicurezza ad accompagnare Sacchini sulla 61° Strada, fra Lexington Avenue e la Terza Avenue, e quando entrò «in un atrio buio con la moquette trascurata e le piante quasi rinsecchite» salì al secondo piano dove «in uno studio con pareti coperte da librerie entrò Oriana Fallaci». Sacchini non ebbe tempo per presentarsi né fare domande: «Oriana cominciò a parlare di sé e di molte altre cose, versava champagne e si accendeva sigarette una dopo l’altra, raccontando della sua vita, i giornali, i viaggi, Firenze, New York, il lavoro e l’attentato dell’11 settembre 2001, senza accenni al cancro».

Sacchini ammette che «quella sera il tempo sembrava non esistere, ero lì da più di tre ore, quasi sempre ad ascoltare e non me n’ero accorto». La Fallaci gli disse «vivo da sola, la mia è una solitudine conquistata» raccontandogli l’amore per Alekos Panagulis come della sorella e dei nipoti che si rammaricava di vedere raramente. Quando si erano oramai fatte le 21,30 Oriana gli chiese di accompagnarla alla scrivania, dalla quale prese dei fogli dattiloscritti mettendoglieli fra le mani: «Dottore, lei mi deve aiutare, sto scrivendo un romanzo, per me sarà l’ultimo, è una saga, la storia della mia famiglia e dunque della mia vita, ho concluso le ricerche che mi servivano e con la scrittura sono a buon punto, per finire questo lavoro mi servono altri due anni ma ce la posso fare anche più velocemente. Mi aiuti e mi regali questo tempo».

Fu tale richiesta, costante e pressante, a segnare il rapporto con l’oncologo. «Non è stata una paziente facile - ammette Sacchini - i nostri incontri seguenti sono stati più o meno la copia del primo, io arrivavo e lei iniziava a parlare di tutto, anche dell’Italia e della mia vita, non c’era nulla che non la interessasse e ne ero affascinato». Alla malattia «concedeva pochissimo tempo» perché secondo l’oncologo «non la accettava e cercava di dominare il cancro, che era convinta di aver sviluppato nel 1991 durante la guerra in Iraq dove aveva respirato i gas tossici, come aveva fatto nelle sua vita con quasi tutto il resto».

Con la malattia che progrediva, rendendola quasi cieca, Oriana diceva a Sacchini: «Devi curarmi come il mio medico condotto a Firenze» prestando attenzione a tutta la sua persona, non solo al tumore. E le richieste diventavano sempre più pressanti: «Mi devi trovare qualcosa che mi faccia stare bene, subito, ho bisogno di altro tempo, devo assolutamente finire il romanzo, ci sono fatti accaduti che la gente non sa, devo raccontarli».

L’oncologo e la paziente si vedevano una volta la settimana, quasi sempre nella casa di lei perché «convincerla a raggiungere il Memorial Sloan-Kettering era un’impresa» e accettava di farlo solo per «qualche esame indispensabile». «Lei che aveva girato il mondo lasciava malvolentieri la sua casa - racconta Sacchini - le metastasi avevano cominciato a dilagare, in tali casi gli stati d’animo più frequenti sono la rabbia o la depressione, e in Oriana a prevalere fu la prima». Con la vista oramai debolissima «Oriana cercava di leggere e quando gli occhi erano troppo stanchi c’era chi lo faceva per lei, se non poteva scrivere dettava, odiava la dipendenza ma l’ansia per il lavoro che voleva concludere era più forte». Negli ultimi mesi di vita i colloqui erano «più lunghi e frequenti» e lei tornava a parlargli del libro, mostrandogli i fogli ingialliti accumulati sulla scrivania. Oriana Fallaci morì il 15 settembre 2006 e il libro uscì postumo con il titolo «Un cappello pieno di ciliege». «Era una donna dura, invincibile» conclude Sacchini, a cui è rimasto il dubbio che «forse Oriana sperava anche di poter battere il cancro».




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Bufera a Pescara, storia di corna e di manette diventa guerra tra giudici

di Gian Marco Chiocci


Il sindaco di Montesilvano denunciò che su di lui indagava il marito della sua amante. Non fu ascoltato. Al Csm lo scontro tra il procuratore Trifuoggi e il suo vice Mennini 



 
nostro inviato a Montesilvano

Se il marito della vostra amante fosse un poliziotto impegnato a indagare su di voi, a mettervi sotto controllo i telefoni, riuscendo infine pure ad arrestarvi, dormireste sonni tranquilli o nutrireste perplessità sulla genuinità delle indagini? E, soprattutto, protestereste con chi, a livello di procura, coordina questi accertamenti senza porsi il problema di una incompatibilità resa evidente dalle trascrizioni delle intercettazioni? A qualche ora dall’inizio di un processo di provincia che si preannuncia scoppiettante, velenosi interrogativi vengono sollevati da amici e colleghi di partito dell’abruzzese Enzo Cantagallo, ex sindaco Pd di Montesilvano, arrestato nell’inchiesta Ciclone che nel 2006 decapitò la giunta locale e che oggi vede 36 persone alla sbarra (lui compreso) per reati collegati all’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
In questa sede non interessa far le pulci a un’inchiesta che sembra predestinata a scontrarsi con l’assenza di prove certe (gli assegni della presunta corruzione di un imprenditore non sono mai stati intascati dal primo cittadino perché finiti altrove, ad altro politico). L’interesse deriva da quanto emerso in sede di Csm, dove questa storiaccia di corna e di manette è stata oggetto di un pruriginoso procedimento disciplinare a carico di un magistrato (Pietro Mennini, ex aggiunto a Pescara, oggi procuratore capo di Chieti) assolto dall’accusa d’aver brigato per favorire il sindaco Cantagallo e il suo capo di gabinetto Lamberto Di Pentima per estromettere il capo della Squadra Mobile (...) «facendosi reiteratamente e insistentemente portatore presso il procuratore di Pescara, Nicola Trifuoggi (quello del clamoroso fuorionda con Gianfranco Fini, ndr) - si leggeva nel capo di imputazione al Csm - di voci e insinuazioni circa una presunta relazione sentimentale esistente tra il sindaco Cantagallo e la consorte di (...).

Rappresentava in proposito che la cosa era di dominio pubblico donde la incompatibilità (del capo della Squadra Mobile, ndr) a proseguire l’attività».
Come detto tutto ha inizio nel 2006, ma che qualcosa non tornasse in questa telenovela lo si scopre solo il 26 giugno scorso allorché il quotidiano locale il Centro riporta queste frasi di Cantagallo: «Le centinaia di telefonate fatte col capo di gabinetto sulle indagini in corso erano motivate dal fatto che ero terrorizzato perché le indagini erano svolte dal capo della Squadra Mobile (...). Per questo durante le indagini ho voluto incontrare il procuratore Trifuoggi, il prefetto Lalli e il questore Consiglio per comunicare che non poteva indagare. Finita la fase dell’udienza preliminare, per evitare di minarne la serenità, documenterò per quale motivo sostengo questa tesi».
Quella fase è passata, e quel che adesso rischia di venire fuori non è altro che il sequel di quanto parzialmente emerso al «processo» a palazzo dei Marescialli, e di quanto in passato riferito da Cantagallo a proposito delle pressioni per far assumere la moglie del capo della Mobile ricevute - sempre a suo dire - anche dal marito della sua futura amante. «Dopo la mia elezione a sindaco nel giugno 2004 - si lamentò Cantagallo - trovandomi letteralmente accerchiato alla fine optai per l’assunzione». Sempre a dar retta alla sua vecchia versione dei fatti, di lì a poco la contrapposizione con la neo-comandante dei vigili urbani sfociò in una relazione extraconiugale. Almeno fino ad aprile 2006 quando iniziarono a girare lettere anonime, anche in questura.

Fu l’inizio della fine. Nel ricordare che «numerose volte il capo della Mobile chiese il mio arresto», Cantagallo ha spesso raccontato di aver provato a rappresentare a questore, prefetto e procuratore capo di Pescara la situazione di incompatibilità di chi indagava sul comune di Montesilvano. «Solo il prefetto concordò che se le cose stavano effettivamente così, il capo della Mobile non avrebbe potuto nemmeno prendere un caffè a Montesilvano». E il procuratore Trifuoggi? «Mi ricevette il 27 settembre, mi ascoltò ma non espresse alcuna valutazione al riguardo». Tant’è che lasciò il poliziotto al suo posto, nonostante lo stesso (è scritto nel dispositivo del Csm) presentò domanda di astensione dopo aver ascoltato quel che gli indagati dicevano, di lui e della consorte, al telefono.
Successivamente veleni e sospetti di «intromissioni» nell’inchiesta hanno portato l’attuale procuratore di Chieti a difendersi al Csm. La sua colpa? Aver concordato con Cantagallo e col suo capo di gabinetto della necessità di parlare immediatamente dell’«incompatibilità» al suo diretto superiore. Personalmente, infatti, Mennini aveva anticipato al collega Trifuoggi la visita del sindaco di Montesilvano. È finita che son volati gli stracci fra magistrati e che di tutto questo pastrocchio chiederà ora conto al Guardasigilli un’interrogazione parlamentare. Da oggi ogni giorno è buono per rivelare in aula la verità, tutta la verità, extraconiugale e giudiziaria. Per cominciare occorrerà inquadrare il ruolo della moglie dell’ormai ex capo della mobile di Pescara (trasferito al Nord): sarà testimone della difesa o dell’accusa?




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