domenica 20 febbraio 2011

Bengasi, mercenario pestato ammette «Ci ordinano di sparare sulla folla»

Corriere della sera

 

Il video ripreso da un cellulare durante le proteste

 

 

Video su Youtube dalla rivolta di Bengasi, in Libia. Un mercenario africano è stato catturato dalla folla inferocita.

Il soldato non parla bene l'arabo.

I manifestanti domandano: «Di chi sono gli ordini?».
L'uomo risponde: «Degli ufficiali. Giuro. giuro.. ordini ordini».
La folla chiede ancora: «Vi hanno detto di sparare contro la gente con pallottole da guerra?»
Il prigioniero risponde: «Sì, Sì»


A quel punto si scatena la ferocia del branco.
Molti dicono: «No, No non fate così... facciamolo parlare. Non possiamo fare come loro...».


20 febbraio 2011

Lo zerbino del Napoli va a ruba nei mercatini rionali della città

Napoli, morto Aldo Caputi, campione di nuoto master. Cordoglio del sindaco

Tutti i segreti di Piazza Navona: le mille storie mai raccontate

Sanremo, Al Bano accusato di plagio: «32 battute identiche a mio brano»

Charlie Chaplin era uno zingaro: nacque in un carrozzone di gitani

Il Messaggero


Lo dimostrerebbe una lettera conservata per anni in un cassetto. Il figlio Michael: un racconto plausibile








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Ecco la cupola segreta che da Parigi decide le sommosse in Iran

di Gian Micalessin



Parigi«Salam askiada salam arz Kardam rooz Aval Esfand... Buon giorno e buone cose, la chiamo per informarla: domenica 20 febbraio alle 15 si manifesta in tutte le principali piazze di Teheran». La protesta in Iran incomincia con una telefonata. Una chiamata anonima, piovuta da «chissà dove» che ti sputa nelle orecchie tutte le informazioni per esserci e parteciparvi. Noi de Il Giornale stavolta scriviamo da quel «chissà dove». Siamo in un piccolo e angusto monolocale affossato nelle viscere di una torre alveare della periferia parigina. Un buco trasformato da una connessione internet e da Skype nel centro direzionale della mobilitazione prossima ventura. Ai posti di comando, tra video, cuffie e tastiere, ci sono una signora trentenne e un ragazzotto ventenne.

Sono entrambi esuli. Lui, chiamiamolo Mr Y, ha conosciuto il carcere e le torture dopo manifestazioni del 2009 contro la rielezione truffa del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Lei si fa chiamare Sherazade, come la protagonista delle Mille e Una Notte, ed ha lasciato Teheran da qualche anno. Assieme ad una trentina di altri fuoriusciti sparsi per l’Europa sono gli organizzatori occulti del 25 Bahman, la grande protesta che il 14 febbraio ha portato in piazza centinaia di migliaia di iraniani. «Non eravamo sicuri di farcela, dopo gli scontri e gli arresti del dicembre 2009 la gente aveva molta paura. La differenza - racconta Sherazade - l’ha fatta l’organizzazione».

Tutto inizia una settimana prima del 25 Bahman quando lei è gli altri «congiurati» ricevono l’invito ad iscriverci ad un «gruppo segreto» su Facebook. Quattro giorni dopo i misteriosi amministratori del gruppo distribuiscono le informazioni per l’uso. «Guarda qui». Sherazade apre Facebook. Il gruppo segreto del 25 Bahman è già chiuso e cancellato. Ma la piattaforma per la rivolta digitale di domenica 20 febbraio (oggi per chi legge ndr ) non è diversa. Nome a parte, informazioni e contenuti sono gli stessi.
Il primo ingrediente, i caricatori da affidare ai «cecchini» della rivolta digitale, sono le liste di numeri da chiamare. «Non so come li trovano. Ciascuno di noi ne riceve ogni giorno qualche centinaio. Se è festa sono di cellulari perché la gente è a spasso, altrimenti sono abitazioni e uffici. Da quanto capisco sono divisi per quartiere. Chiamiamo tutte le zone di Teheran dove i riformisti hanno più seguito o ricevono più voti durante le elezioni. Colpiamo a tappeto tassisti e negozi. Insomma arriviamo in tutti i posti dove una telefonata ha più ascolto. Adesso Y te lo fa sentire».

La tastiera digitale di Skype è in movimento. Una voce femminile affiora dal caos di un’arteria di Teheran: «Hallo chi parla?». Si blocca. Ripete «Con chi parlo?». Nella cornetta risuona la parola manifestazione. Lei si gela. Y assume un tono deciso, come raccomandato dagli istruttori di Facebook. «Non riattacchi per cortesia». Dal brusio di Teheran un esile segno di vita: «Vi sento». Y non desidera altro. «Allora, l’appuntamento è alle 15 in tutte le principali piazze di Teheran, ripeto in tutte le principali piazze di Teheran. La ringrazio, l’aspettiamo». Dall’altra parte manco un fiato, ma neppure un clic fatale. «L’altra volta chiedevamo di camminare da Azad Square a piazza della Rivoluzione. Stavolta per non regalare vantaggi alla polizia siamo molto più vaghi- spiega Sherazadeh – la gran parte fa come lei, non dice nulla, ma neanche riattacca.

L’informazione è arrivata a destinazione e si diffonderà con il passaparola. Per noi è un successo». Y lo sta già annotando nel rapporto che, 300 telefonate dopo, invierà ai controllori del «sito segreto» di Facebook. «Il 25 Bahman abbiamo fatto 30mila telefonate, ma alla fine sapevamo che la manifestazione sarebbe riuscita. Se riattaccano o - come capita - t’insultano il contatto è un insuccesso. Se restano in linea, anche senza dire nulla per paura, la telefonata ha avuto effetto. Il 25 Bahman i risultati erano per tre quarti positivi. Abbiamo chiamato persino il quartiere dei Pasdaran e molti ci hanno ascoltato, molti dei loro figli hanno addirittura promesso di partecipare».

Ma il vero mistero di questa e delle altre rivolte digitali resta - per dirla con Aristotele - , il primo motore immobile. Chi è l’invisibile demiurgo manifestatosi dal nulla per riunire Sherazade, il signor Y e una trentina di congiurati digitali nel gruppo segreto su Facebook? Da chi arrivano i numeri da chiamare e le istruzioni per l’uso? Sherazade e Y ammettono di non saperlo. «Per quanto capiamo l’organizzazione in Europa fa capo a quattro persone. Solo loro conoscono tutti i membri del nostro gruppo. Un altro gruppo dirigente organizza gli esuli residenti in America, ma neppure loro sanno di chi si tratti». A Parigi una cosa, insomma, l’abbiamo capita. La grande rivoluzione digitale esiste e funziona, ma le sue chiavi sono nelle mani di un anonimo ed invisibile demiurgo. E senza di lui nulla inizia. E nulla si muove.



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Coccodrillo afferra 14enne e scompare

Corriere della sera


Choc a Miligimbi, ancora nessuna traccia della vittima, che stava nuotando in un fiume coi suoi fratelli





MILANO - Un coccodrillo in Australia ha afferrato un ragazzo di 14 anni e lo ha trascinato via come preda. Il giovane stava nuotando assieme ai suoi fratelli in un fiume a Milingimbi, nell'estremo nord del paese, quando l'animale ha attaccato il gruppo. Le ricerche sono immediatamente partite, ma finora delle vittima non c'è traccia.

SULL'ISOLA DEL COCCODRILLO - Milingimbi è un'isola a circa 500 metri dalla Terra de Arnhem, sulla terraferma, popolata in gran parte da aborigeni. A circa 440 km da Darwin, appartiene al gruppo delle Isole del coccodrillo, così ribatezzate già nel XVII secolo dagli esploratori olandesi proprio per la fitta presenza di questi animali. «Abbiamo scandagliato tutta l'area, ma il bambino sembra sparito nel nulla», ha riferito domenica Craig Ryan, della polizia del Territorio del Nord. «Certamente speriamo di ritrovare il ragazzo ancora in vita», ha aggiunto Ryan alla rete Abc dell'Australia. Le ricerche, sospese nella notte, riprenderanno lunedì. I fratelli, testimoni dell'accaduto, sono riusciti a mettersi al sicuro appena in tempo.

OGNI ANNO DUE VITTIME - Ogni anno in Australia vengono uccisi in media due persone dai temibili coccodrilli d'acqua salata australiana. I rettili raggiungono i sette metri di lunghezza e arrivano a pesare più di una tonnellata. Esattamente come un sottomarino sommerso, il coccodrillo attende il momento giusto per attaccare la preda, che proprio a causa di un attacco potente e fulmineo, raramente riesce a sfuggire, spiegano gli esperti.


Elmar Burchia
20 febbraio 2011



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Vi spiego perché "In 1/2 ora" non c'è stata. La Lega ha paura dei suoi militanti»

Corriere della sera

L'Annunziata: la trasmissione di Rai3 doveva andare in onda da Radio Padania che oggi ha detto no


MILANO - Niente trasmissione odierna di «In 1/2 ora» per Lucia Annunziata. «La cancellazione della puntata è stata comunicata alle 10 di domenica mattina dal direttore di Radio Padania Salvini, che se ne è assunto tutta la responsabilità. Prendiamo atto della cancellazione e lasciamo alla Lega la spiegazione dei motivi della decisione. Una decisione che dispiace, una occasione persa per gli spettatori e per la stessa Lega».

LA NOTA - A parlare così in una nota ufficiale diramata da Viale Mazzini è proprio la giornalista Lucia Annunziata che spiega «oggi "In 1/2 ora" non andrà in onda». La trasmissione sarebbe dovuta andare in diretta dagli studi di Radio Padania, secondo quanto annunciato venerdì da un comunicato della Rai, per raccogliere l'opinione degli ascoltatori dell'emittente sui temi della attualità politica. Negli studi di Radio Padania era prevista la presenza di Lucia Annunziata e del direttore della stessa emittente, Matteo Salvini. La puntata era concordata e organizzata con i responsabili di Via Bellerio, e allestita dalla Rai.


LA CONDUTTRICE - «Nessun dissidio» con il Carroccio, ma una domanda sì: «Cosa succede dentro la Lega? Perchè temono le opinioni a briglia sciolta dei loro elettori su una tv nazionale?» ha poi aggiunto la conduttrice in diretta su Rai3. «Abbiamo lavorato per tre giorni in assoluta tranquillità, non c'è stato nessun dissidio: poi stamattina alle 10 la cancellazione è arrivata come un lampo in cielo sereno», ha esordito Annunziata, che in studio con Matteo Salvini, direttore dell'emittente, avrebbe dovuto affrontare con la pancia della Lega i temi di attualità. «Avremmo voluto ascoltare le opinioni della base su tutte le questioni aperte - ha spiegato ancora l'Annunziata - dall'unità d'Italia all'ipotesi elezioni, all'immigrazione. Poi alle 10 Salvini di stamattina ha spiegato che la puntata era stata annullata perchè considerata inopportuna. Non voglio farne una questione giornalistica, ma giornalisticamente c'è domanda che devo rivolgere a voi: che cosa succede dentro la lega? Perchè temono le opinioni a briglia sciolta dei loro elettori su una tv nazionale? Lega fatti avanti: non ti puoi permettere - ha concluso Annunziata - di censurare i tuoi stessi votanti».

Redazione online
20 febbraio 2011

Il Viminale e i timori per la Libia «Rischio invasione di clandestini»

Corriere della sera

Se Tripoli non tiene, centinaia di migliaia pronti a sbarcare

L'allarme - La Farnesina valuta di rimpatriare gli italiani

ROMA - Il rischio di un esodo che potrebbe ben presto trasformarsi in invasione è ben chiaro agli specialisti del Viminale. Perché quanto accaduto nei giorni scorsi con gli sbarchi dei tunisini diventerebbe un'inezia se le autorità libiche decidessero di sospendere i controlli nei porti e sulle spiagge dove continuano ad ammassarsi gli stranieri provenienti da tutta l'Africa subsahariana. Centinaia di migliaia di persone che non aspettano altro se non riuscire ad abbandonare quelle terre e attraversare il Mediterraneo per arrivare in Italia e poi nel resto d'Europa. Lo sa bene il ministro dell'Interno Roberto Maroni, in costante contatto con l'ambasciatore in Italia Abdulhafed Gaddur. Una preoccupazione che si somma a quella per la sorte degli italiani residenti in Libia. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto la verifica costante delle presenze per poter valutare - come ha già fatto la Turchia - anche l'ipotesi di predisporre il rimpatrio di chi vuole rientrare.



«Prospettiva che inquieta»
 
Lo «sconsiglio» comparso sul sito web della Farnesina dedicato a chi viaggia evidenzia le «situazioni di specifica criticità segnalate in Cirenaica, regione al confine con l'Egitto» e invita a non effettuare «qualsiasi viaggio non essenziale nell'area». Ma ben più esplicito è l'ultimo report trasmesso al ministro dall'Unità di crisi perché, pur sottolineando come a Tripoli il clima sia al momento ancora «tranquillo», specifica la «problematica situazione della Cirenaica» ed evidenzia come sia «la prospettiva che inquieta». Per questo rende conto dei «contatti costanti con l'ambasciata per la valutazione dei diversi possibili scenari relativi alla comunità italiana, avendo già esaminato specifiche iniziative di tutela diretta per chi si trova nella zona di Bengasi».
Protezione mirata, dunque, non escludendo la possibilità di trasferire chi si trova nella zona degli scontri. Una nota ufficiale dell'Eni - che in Libia ha numerosi impianti e soprattutto moltissimi dipendenti - assicura che «al momento non si registra alcun tipo di problematica e la produzione continua, ma monitoriamo costantemente la situazione e seguiamo con attenzione gli sviluppi». La maggior parte dei lavoratori vive in una zona residenziale di Tripoli protetta da servizi costanti di vigilanza e dove finora non c'è stato alcun problema. Gli altri - assicura la società - sono comunque al sicuro. Ma le disposizioni date da Roma e condivise dall'ambasciatore Vincenzo Schioppa prevedono la possibilità di ottenere il rimpatrio immediato qualora la situazione dovesse degenerare anche nella capitale.
 
Il rispetto del Trattato
 
Proprio a Bengasi fu firmato il «Trattato di amicizia» tra Italia e Libia che - in cambio di numerose concessioni economiche e politiche al regime del Colonnello - impegna i libici a monitorare le coste per impedire le partenze dalla zona nord del Paese, lì da dove sono sempre salpati gli scafisti con mezzi carichi di immigrati. Due giorni fa il ministro Roberto Maroni ha incontrato l'ambasciatore Gaddur e gli ha rinnovato la preoccupazione per quanto può accadere qualora la sorveglianza venga allentata. Un'eventualità che il diplomatico, ritenuto uno dei fedelissimi di Gheddafi ha escluso, assicurando come le autorità «continuano ad avere il controllo della situazione». In realtà i vertici degli apparati di intelligence e dunque anche i responsabili del settore immigrazione temono l'effetto domino che, come già accaduto in Tunisia e in Egitto, potrebbe portare a un ampliamento della rivolta e dunque a un'assenza di controlli. La conseguenza è ben chiara. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali forniti dallo stesso Maroni nell'ottobre scorso, «dopo gli accordi con la Libia gli sbarchi sull'isola di Lampedusa sono diminuiti del 98 per cento. Sono infatti passati dai 37.000 del 2009 a 404 del 2010». Un trend positivo che con l'arrivo della bella stagione e con l'eventuale via libera da Zwara e dalle altre località costiere alle partenze potrebbe subire presto un'inversione. Non a caso dal Dipartimento dell'Immigrazione è partita la richiesta per un monitoraggio costante dell'area dove in questi mesi gli extracomunitari sono comunque arrivati. Hanno attraversato il deserto e sono rimasti nell'attesa di trovare comunque un modo per aggirare i controlli e provare a partire, semmai seguendo una rotta alternativa a quella che porta in Sicilia. E dunque puntando verso la Calabria, la Sardegna o addirittura verso Grecia e Turchia per poi muoversi con altri mezzi verso l'Italia e il nord Europa.

Fiorenza Sarzanini
20 febbraio 2011

Milano, tenta abuso su una 14enne Ma il suo cagnolino salva la ragazzina

Corriere della sera


La studentessa è riuscita a fuggire grazie all'animale che ha distratto il padrone: arrestato un 40enne italiano



L'UOMO IN MANETTE DOPO 5 MESI DI INDAGINE GRAZIE ANCHE ALL'ANAGRAFE CANINA

Una studentessa di 14 anni si è salvata da un tentativo di stupro in un parco di Milano perché il cagnolino dell'aggressore si è messo ad abbaiare agitatissimo, distraendo il suo padrone e permettendo così alla ragazzina di reagire e fuggire. Dopo cinque mesi di indagine nel quartiere Gratosoglio, anche attraverso l'anagrafe canina, l'uomo è stato individuato e riconosciuto dalla stessa ragazzina e quindi arrestato: è un ristoratore 40enne, finito in manette per sequestro di persona e violenza sessuale aggravata.



L'AGGRESSIONE - Era il 29 settembre. La ragazzina voleva saltare la prima ora e stava aspettando al parco il momento di entrare a scuola, un istituto tecnico di Gratosoglio. Intorno alle 9,30 del mattino, la 14 enne si trovava nel parco di via Costantino Baroni, quando è stata avvicinata da un 40 enne che teneva al guinzaglio un piccolo cane nero. L'uomo, un ristoratore italiano che abita in zona con la compagna, aveva appena accompagnato la figlia di 6 anni a scuola. Per conquistare la fiducia della ragazzina, le ha offerto un cappuccino al bar di fronte al parco. Una volta in strada, l'uomo l'ha strattonata e arrivati nel parco, l'ha afferrata per la gola, strappandole i vestiti e iniziando a toccarla nelle parti intime. Il cane però a quel punto si è messo ad abbaiare così forte che il 40enne ha provato a farlo stare zitto. «Briciola stai zitta», ha urlato. Un attimo di distrazione sufficiente alla ragazzina per colpire l'aggressore ai genitali e scappare a casa, dove ha raccontato tutto alla madre. Dopo aver denunciato l'episodio ai carabinieri, la ragazzina è stata portata alla clinica Mangiagalli dove le sono state riscontrate ferite compatibili con l'aggressione. Venerdì, dopo quasi cinque mesi di indagini e riscontri grazie alle celle telefoniche, l'uomo è stato arrestato dai carabinieri della compagnia Gratosoglio. Fondamentale per identificarlo è stato il nome del cane, un bastardino nero, ben impresso nella memoria della giovane. La 14 enne ha anche riconosciuto l'uomo e Briciola tra oltre 100 foto di cani e persone contenute in 2 diversi album.

DE CORATO - «La notizia dell'arresto dell'uomo che ha tentato di stuprare una minorenne in un parco - ha commentato il vicesindaco Riccardo De Corato - è la conferma che a Milano le Forze dell'ordine e le istituzioni continuano a dedicare la massima attenzione alle violenze sessuali. Un reato che diventa ancor più odioso quando è commesso, come in questo caso, verso un ragazzina di 14 anni, cui esprimo piena solidarietà anche a nome dell'Amministrazione comunale. Voglio però ricordare che questo fenomeno, per quanto riguarda i casi "di strada", ha registrato un calo dell'80% negli ultimi 4 anni, e che i responsabili, secondo i dati del Prefetto Lombardi, sono arrestati 9 volte su dieci.

Proprio com'è accaduto in questo caso, per merito delle accurate indagini dei Carabinieri che ringrazio a nome di tutta la città». «Il potenziamento del controllo del territorio - ha ricordato De Corato -, soprattutto nelle ore e nelle aree più critiche da Forze dell'ordine, Polizia Locale e militari, gli investimenti del Comune nella videosorveglianza, i fondi per le associazioni che sostengono le donne provate da questo dramma, come quelli stanziati dal Settore Sicurezza per il Centro vittime di violenza e reato di via De Calboli, e, non ultimo, la presenza del Comune nei processi contro gli stupratori come parte civile, con 7 sentenze a favore, sono tutti segnali concreti del "modello Milano". Un modello che ha consentito un progressivo calo dei reati negli ultimi 4 anni».
È una bella giornata di fine settembre quando la ragazzina con lo zainetto con i libri in spalla decide di «bigiare» la prima ora per godersi il sole su una panchina del parco di via Costantino Baroni. Intorno alle 9.30 del mattino, ai suoi piedi arriva un simpatico bastardino nero che si fa coccolare allegro, seguito dal suo padrone che inizia ad attaccare discorso e dopo qualche minuto invita la studentessa al bar per bere insieme un cappuccino. «È una persona normale, tranquilla e paciosa, uno che ispira fiducia» spiegano del'uomo i carabinieri della stazione Gratosoglio e della Compagnia di Porta Magenta che hanno condotto le indagini. (segue) Alp MILANO, TENTA STUPRO: 14ENNE SALVATA DAL CANE DELL'AGGRESSORE -2- Solo a gennaio al Gratosoglio denunciati altri 3 casi violenza Milano, 19 feb. (TMNews) -

L'uomo conquista facilmente la fiducia della ragazzina che accetta di ritornare nel parchetto sovrastato dai palazzoni di edilizia popolare. Si siedono e il 40enne, dopo aver legato con il guinzaglio «Briciola» alla panchina, la afferra per la gola e le mette la mano tra le gambe e inizia a masturbarla con violenza. La ragazzina non riesce ad urlare ma cerca di ribellarsi mentre l'uomo si cala i pantaloni. È una scena violenta di fronte alla quale il cane reagisce: si agita e inizia ad abbaiare nervosissimo, tanto da costringere il suo padrone ad occuparsene e permettendo così alla 14enne di divincolarsi, colpirlo con un calcio e scappare a casa. Lo choc e la rabbia per quanto ha subito sono più forti del senso di colpa per aver «bigiato» l'ora di lezione e la ragazzina racconta tutto alla madre che l'accompagna dai carabinieri a sporgere denuncia.

Poi la studentessa viene accompagnata al Centro soccorso violenze sessuali della clinica Mangiagalli che riscontra contusioni e graffi compatibili con la violenza. Iniziano le indagini, scattano gli appostamenti nel parco e in tutta la zona che però non danno l'esito sperato. I carabinieri studiano allora l'anagrafe canina dove si individuano dieci persone che hanno un bastardino nero simile a a quello dell'aggressore. L'analisi del traffico telefonico in zona inchioda uno dei dieci, che viene fotografato insieme con il suo cane. Le foto vengono poi mostrate alla giovane vittima, «nascoste» in mezzo a quelle di altre cento persone e cento cani. La studentessa non ha dubbi e indica subito il ristoratore 40enne e Briciola. I carabinieri lo vanno a prendere a casa e lo portano in caserma, dove il 40enne, padre di una bambina di sei anni che aveva appena accompagnato a scuola prima di aggredire la 14enne, confessa la violenza sessuale. Poi, quando i carabinieri lo informano che verrà portato nel carcere di San Vittore, l'uomo ha una crisi di nervi, tanto che viene soccorso dai medici. Solo nel gennaio scorso, i casi di violenza sessuale denunciati ai carabinieri che operano nel popolare quartiere Gratosoglio sono stati tre. Ora sono in corso accertamenti e indagini e al momento si sa solo che vittime e carnefici sono tutti italiani e che uno solo è stato perpetrato in casa.


Redazione online
19 febbraio 2011



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Bullismo, ragazzini violenti condannati a un anno di messa

Corriere della sera


Accusati di rapina ed estorsione, dovranno anche attivarsi nel volontariato ed ottenere ottimi voti a scuola



Una baby gang (archivio)
Una baby gang (archivio)

BASSANO DEL GRAPPA (Vicenza) - Accusati di rapina ed estorsione nei confronti di alcuni coetanei due minorenni di Bassano del Grappa sono stati condannati dal tribunale dei Minori di Mestre, ad attivarsi nel volontariato, ad andare a messa tutte le domeniche, ottenere ottimi voti a scuola oltre a scusarsi con le vittime. I due protagonisti di forti atti di bullismo saranno d’ora in poi tenuti sotto controllo dagli psicologi dei servizi sociali del Comune di Bassano del Grappa. Come indica il «Giornale di Vicenza» il percorso dei dei giovani durerà un anno al termine del quale il giudice deciderà se considerare la vicenda chiusa o riprendere il percorso penale. Figli di commercianti i due «condannati» secondo l’accusa faceva parte di una baby gang che metteva a segno piccoli furti, minacce a danni di giovanissimi e in qualche caso anche di bambini.

Non piace del tutto ai bassanesi la condanna a frequentare la messa settimanale imposta a due giovani bulli, di 15 e 16 anni, dal tribunale dei minori di Mestre. Il sindaco della città del Grappa, Stefano Cimatti, si dice «perplesso» sulla costrizione all’impegno religioso. «Sono sempre stato favorevole a pene alternative - dice Cimatti - la coercizione è una cosa diversa. Ritengo che questa decisione del tribunale dei minori sia frutto di un accordo tra le parti ben accettato anche dagli stessi ragazzi». Secondo il sindaco con i giovani «è necessario dialogare ed evitare le sfide». «Con il confronto a Bassano poche settimane fa - ricorda - abbiamo risolto anche il problema dei writers che avevano dato vita a un fenomeno che iniziava ad espandersi pericolosamente. Certo bisogna dialogare e cercare di portare alla ragione i giovani. Ma non credo, come mi ha detto l’Abate di Bassano monsignor Renato Tomasi, che si possa imporre la fede come pena» Un concetto che l’arciprete riprende parlando con i giornalisti: «nessun giudice o norma - afferma - può imporre l’obbligo di andare a messa e in ogni caso chi dovrebbe controllare la loro fede ? Non credo che i parroci possano farlo». (Ansa)

19 febbraio 2011




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Padovan, l'imprenditore che ha dichiarato guerra all'Italia

di Stefano Lorenzetto


"Il Veneto è tornato libero": in busta paga 100 euro ai dipendenti per l’errore di Calderoli Spalla e mano fracassate nei sit-in, 19 processi in 20 anni, mai interrogato dai magistrati



 

Pensi: toh, s’è conver­tito. Infat­ti sul tetto dello stabi­limento sventola il tricolore, anche se ac­canto, in posizione leggermente soprae­­levata, garrisce al vento il vessillo rosso e oro della Serenissima e svetta un capitello con sopra il Leone di San Marco. «La bandie­ra cambia a seconda della nazionalità del­l’ospite », ci tiene a chiarire Fabio Padovan, «e oggi l’ospite è lei,un italiano.Fosse arriva­to ieri, avrebbe trovato quella dell’Ecuador, perché c’era in visita una delegazione prove­niente dall’America Latina». No, non s’è convertito. Il titolare della Otlav (Officine tornerie lavorazioni articoli vari) resta in guerra con lo Stato, come da vent’anni a questa parte, e se fossi venuto qui, nella zona industriale di Santa Lucia di Piave (Treviso), solo una settimana fa, ne avrei avuto una prova ancora più plastica: parcheggiato davanti alla fabbrica c’era il tanko usato dagli otto serenissimi per espu­gnare il campanile di San Marco il 9 maggio 1997, nel bicentenario dell’invasione napo­l­eonica che affossò l’ultramillenaria Repub­blica di Venezia.
Il leggendario mezzo blin­dato è stato il regalo per i 55 anni di Padovan, festeggiati con le maestranze e gli insorti. Il tanko è rimasto sul piazzale della fabbrica per quattro mesi, venerato come una reli­quia da una processione di pellegrini muniti di macchina fotografica. D’altronde l’im­prenditore è stato fra i più munifici sotto­scrittori che hanno partecipato alla colletta per riscattare il mezzo blindato sequestrato dall’autorità giudiziaria e ora restituito a Fla­vio Contin, El Vècio del commando: 6.674 euro. «All’asta hanno partecipato tre corda­te, una anche della polizia di Stato, che avrebbe voluto esporlo nel proprio museo come corpo del reato».
Quando c’è di mezzo la libertà del suo Ve­neto, il proprietario della Otlav non bada a spese. Da qualche giorno è particolarmente euforico per l’inedita situazione creata dal ministro della Semplificazione normativa, che nel suo furore iconoclasta ha rottamato senza volerlo un’appendice dell’Unità d’Ita­lia. Lo si desume dalla mail inviata al direttore amministrativo, Gio­vanni Tonon, e per co­noscenza a tutti i dipen­denti. Oggetto: «Inde­pendensa ». Testo: «Tut­ti sapete come la penso. Ora, per un errore del ministro Roberto Cal­deroli, è stato formal­mente abrogato il Re­gio decreto 3.300 del 4 novembre 1866, che sanciva la sottomissio­ne di Mantova e della Repubblica di Venezia al Regno d’Italia. An­ch­e questo doveva capi­tare nella mia vita. Il Ve­neto è indubbiamente e formalmente indipen­dente.
Adesso si dice che lo Stato italiano può far valere il diritto di usucapione nei con­fronti dei territori del Veneto. Mi sembra paz­zes­co che uno Stato usu­capisca un altro Stato, ma tant’è. Dopo averci dormito su bene, in as­soluta serenità d’ani­mo, ho deciso che vo­glio dare un piccolo se­gnale di questo evento, che per me è comun­que storico, per altri è una cazzata. Desidero che resti il ricordo del “Giorno de l’Indepen­densa veneta” dalla fa­melica lupa italica. Quindi, Tonon, nella prossima busta paga inserisca un bonus di 100 euro. Grazie». Esborso a parte, ha festeg­giato l’indipendenza conquistata per errore anche con un carosello di auto che, partito da Conegliano, ha toccato Asolo, Treviso, Spresiano, Montebelluna, Pieve di Soligo.
Padovan, cinque figli, laureato in econo­mia e commercio, fondatore e presidente della Life (Liberi imprenditori federalisti eu­ropei), già deputato leghista in odore d’ere­sia, organizzatore delle ronde antifisco e di memorabili scontri con la Guardia di finan­za che gli hanno lasciato una lunga cicatrice sull’omero, prende tutto così: di petto. Né può essere diversamente, visto che nella vi­ta s’è fatto guidare sempre e solo dal cuore. Non dalle braccia: l’arto destro, deformato, è più corto del sinistro di qualche centime­tro e tenuto su da una vite in titanio da quan­do gli aprirono la spalla durante un sit-in di protesta. Non dai pugni: le forze dell’ordine gli fracassarono la mano sinistra con una manganellata. Non dai muscoli: già min­gherlino, perse 18 dei suoi 78 chili nelle tre settimane di sciopero della fame e della sete per far cacciare Anna Mazza, vedova del ca­morrista Gennaro Moccia, che era stata in­viata in soggiorno obbligato a Codognè, «e da allora il mio metabolismo è cambiato per sempre». O forse è cambiato anche perché, raccontano, per 12 anni s’è astenuto dal ci­bo il 20 d’ogni mese, un ex voto che pare ab­bia guarito dal cancro una persona cara.
Il cuore di Padovan pulsa in ogni angolo della sua avveniristica fabbrica, a comincia­re dal casolìn , lo spaccio interno dove a tur­n­o quattro operaie sovrintendono allo scam­bio di capi d’abbigliamento usati fra i dipen­denti e alla consegna della frutta biologica di stagione portata dai contadini di Breda di Piave, «perché questa è una grande fami­glia ». Sul portone ha fat­to incidere un versetto in latino dal Libro di Giobbe , «Vita hominis militia est», e una frase in italiano, «Hai una pos­sibilità », «questa è mia, per ricordare che tutti sbagliano e hanno dirit­to­a un’occasione di per­dono ».
I carrelli elevatori, grandi tre volte rispetto ai normali muletti, sono guidati da raggi laser, gi­rano per la fabbrica da soli, avanzano, indie­treggiano, svoltano, ca­ricano, scaricano, evita­no gli ostacoli, robot in­somma, che però reca­no dipinti sul muso no­mi e soprannomi di cri­stiani, «si chiamano Ri­no, Ciano, Venanzio e Artemio, erano i carrelli­sti che sono andati in pensione, Artemio pur­troppo è già morto, e i suoi tre compagni, quando hanno visto che li avevamo ricordati così, si sono messi a piangere come bambi­ni ».
Un altro robot posi­ziona i pezzi, «un paias­so dentro ’na gabia za­la », ride Padovan, «Hic est Bagonghi» avverte un cartello,su calco del­l’ «Hic sunt leones» del­l’antica Roma e dal no­me di un celebre clown, un pagliaccio dentro una gabbia gialla che però costa 600.000 eu­ro. «L’80% dei macchinari è progettato da noi,sforniamo una media di 12 brevettil’an­no, un lustro ci ho messo ad automatizzare lo stabilimento per non soccombere sotto i colpi della concorrenza cinese». Già che c’era, l’ha dotato di aria condizionata per non far sudare gli operai e ha indicato sui muri quella che dev’essere per tutti la meta, 1,618, il “phi” simbolo della divina perfezio­ne, il rapporto costante della sequenza di Fi­bonacci che si rintraccia nelle sculture di Fi­dia, nell’ Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, nelle fughe di Bach, nelle piramidi, nelle proporzioni del corpo umano. La Otlav produce ogni anno 55 milioni di cerniere per serramenti, esporta in 58 Paesi, fattura 22 milioni, ha 172 dipendenti. Fu fon­data da Angelo Padovan, che oggi dà il nome alla strada in cui ha sede. Era il padre dell’at­tuale titolare. Anche se morì nel lontano 1990, l’operaio Roberto Gandin, che lavora qui da 35 anni, tiene ancora appeso al tornio il santino che fu stampato per il trigesimo. E si torna sempre lì, al cuore.
Nel pavimento in plexiglas di un balconcino in stile venezia­no, dal quale i visitatori si affacciano per ve­dere l’interno della fabbrica («da viçin l’è meio de no, i me copia i machinari»), è impri­gionata l’eredità del defunto: una moneta da 100 lire, una da 50, una da 10 e una da 5, in tutto 165 lire, «quello che aveva in tasca quando fu colto da un ictus». Disseminati intorno agli spiccioli, i campioni delle cer­niere di varie fogge prodotte dal 1956 a oggi, 1,5 miliardi di pezzi, «nel mondo oltre 700 milioni di porte girano sui nostri cardini». Siccome Fabio Padovan è stato chierichet­to fino all’età di 19 anni, sulla porta del bal­concino ha voluto la riproduzione del Padre Eterno dipinto nel 1505 dal veneziano Gio­vanni Bellini. Ma non è che una delle 56 serigra­fie a grandezza natura­le che ornano gli ingres­si di tutti gli uffici, copie fedeli di altrettanti di­pinti di Tintoretto, Tie­polo, Tiziano, Verone­se, Mantegna, Carpac­cio, Palma il Giovane, Cima da Conegliano e altri maestri della pittu­ra veneta. Sulla porta del suo ufficio campeg­gi­a un’altra opera di Bel­lini, il ritratto del doge Leonardo Loredan, che nel 1508 difese Venezia dalla crociata di Papa Giulio II e sconfisse la Lega di Cambrai.
Sul­l’uscita di sicurezza fi­gura Lo sposalizio del mare di Canaletto, con tanto di maniglione an­tipanico che taglia a me­tà la facciata del Palaz­zo Ducale. Soltanto su una porta, quella degli uffici amministrativi, compare una foto: ri­trae Luigia Padoin, det­ta Gina, all’età di 16 an­ni, «la nostra più vec­chia operaia, oggi ne ha 81». Ed ecco che la por­ta si apre e compare pro­prio lei in carne e ossa. Sua madre. Sta ancora qui tutti i giorni, fino al­le 6 di sera, a occuparsi di contabilità e fornito­ri. E non appena sulle labbra del figlio affiora l’antico sogno,«independensa»,parte il rim­brotto: «Tasi! Te si italian. Vergògnete!».

Sembra un museo, più che un’azienda.
«Pensi che per stampare i dipinti sulle porte ho dovuto pagare i diritti al Louvre, alla Na­tional Gallery, al Puskin di Mosca, al Naro­dowe di Varsavia. Solo i musei di Venezia mi hanno negato l’autorizzazione, rinuncian­do a incassare le royalty».

L’incudine all’ingresso che cosa rappre­senta?

«È del 1700, proviene dall’Arsenale di Vene­zia, che varava 40 navi al mese e fu il primo esempio al mondo di lavorazione a catena, con 500 anni d’anticipo su Henry Ford e sul fordismo. Nel 1574, durante la visita di Enri­co III di Francia, una galea fu costruita da zero e messa in acqua in un solo giorno per convincere il sovrano a ordinare una flotta».

Complimenti per il pavimento di mar­mo nella hall.

«Copia perfetta di quello della Marciana, la più bella biblioteca del mondo. La Serenissi­ma stampava i libri degli eretici d’ogni ri­sma, perché il patriarca era nominato dal do­ge e qui l’Inquisizione non ha mai attecchi­to. C’è anche un museo all’esterno che riper­corre la vita dell’universo dal Big bang fino al 1866, la vergogna italiana. Lei cammina e impara. I passi lungo le aiuole della preisto­ria equivalgono a 200 milioni di anni, quelli nella storia a 100 anni».

Che farà il 17marzo per il 150˚dell’Unità d’Italia?
(Telefona al direttore amministrativo: «To­non, cossa sucede el 17 de marso? Ah, go ca­pìo... Vedarèmo») . «Mi prenderò un giorno di festa. Ma contro ’sta specie de unità».
Lei non si sente italiano?
«No. Mi sentivo, cavoli. Ho fatto il carabinie­re a Cuneo e a Pordenone. La vista del trico­lore mi dava i palpiti. La patria per me era un ide­ale. A Trieste, dove ho frequentato l’universi­tà, andavo con la ban­diera sotto le finestre del sindaco a protestare contro il Trattato di Osi­mo che svendeva l’ulti­ma parte dell’Istria alla Jugoslavia. “Manlio Ce­covini / servo dei titini”, gridavo».

Ma da carabiniere ha giurato fedeltà all’Ita­lia.

«All’onestà. Quel giura­mento s’è infranto quando ho visto scorre­re in televisione le im­magini del generale Car­lo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanue­la Setti Carraro trucida­ti dalla mafia a Paler­mo. Ritengo lo Stato re­sponsabile della loro morte. Ho un ricordo ni­tido del generale Dalla Chiesa che ci parla a Udine, noi schierati in caserma alle 4 del matti­no, lui che ci sprona, ci infonde fiducia, pro­nuncia un discorso ter­so come una giornata di primavera, uno di quei discorsi che ti schiudo­no l’orizzonte. Quella sera, vedendo il telegior­nale, il mio orizzonte s’è chiuso per sempre».
Che Italia vorrebbe?
«Federalista. Da veneto voglio decidere il futuro mio e dei miei figli senza dover chiedere a Roma».
Che cos’aveva in mente, quando nel 1994 fondò la Life? «Proprio questo. Avevo creato il kit del mis­sionario, andavo in giro a catechizzare i miei colleghi, 2.000 iscritti in breve tempo, una sede perfino a Conversano, provincia di Ba­ri. In caso d’ispezione da parte di un qualsia­si organo dello Stato, ci avvisavamo l’un l’al­tro e 15 di noi accorrevamo in veste di assi­stenti fiscali del certificato».
Che significa?
«Testimoni muti.Non c’è niente che inquie­ti i­burocrati più dell’essere sotto osservazio­ne. Qualche errore lo commettono sempre. Così eravamo noi a fare il verbale a loro. Chiedevamo nome, cognome, grado e li de­nunciavamo alla stessa autorità da cui di­pendevano. Siamo arrivati al punto che le Fiamme gialle si astenevano dalle verifiche per paura».
Pazzesco.
«Poi un giorno ci schierammo in difesa di un piccolo laboratorio artigianale a Torre di Mo­sto, nel Veneziano, un padre che produceva sapone con i figli. Arrivarono i finanzieri con i mitra e il colonnello ordinò: “Spazzatemi via questa marmaglia!”. Mi toccò denuncia­re il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco. Cominciò la persecuzione, 19 processi, accu­se da ergastolo: associazione sovversiva con finalità di terrorismo, istigazione a disobbe­dire le leggi, associazione a delinquere, apo­logia direato.Ma non m’interessavanulla di quello che lo Stato italiano faceva contro di me. Per me non esisteva più, era morto.
Per mia madre no, poveretta, per lei esisteva an­cora: perquisizioni in casa alle 6 del mattino, con i carabinieri in cerca di armi. Ed esisteva ancora anche per mio fratello Massimo, che non c’entrava nulla, ma fu tirato in ballo in­giustamente. Be’, ci crede? Sono stato inter­rogato dai magistrati una sola volta. E ho avu­to un’unica condanna, per diffamazione a mezzo stampa. Ma allora che cosa dovrei di­re io dei servizi usciti sul Gazzettino ? A com­mento di una mia presa di posizione, il gior­nalista scrisse: “Sentiamo adesso l’opinione di industriali veri”. Veri, capisce? Io ero la scimmia. I miei colleghi politicamente cor­retti avrebbero voluto rieducarmi».
Fu accusato di tramare contro lo Stato mediante la creazione della «Polisia na­thionale veneta».
«Un’altra invenzione dei giornali. Non c’en­travo niente. Semmai sono stati i poteri dello Stato a tramare contro di me. Volevano persi­no incolparmi del suicidio di un militante le­ghista di Bocca di Strada. La moglie, una bi­della, fu portata in un ufficio della Guardia di finanza. Le fecero pressioni psicologiche af­finché firmasse una dichiarazione in cui af­fermava d’aver sentito il marito accusarmi d’averlo minacciato,in quanto si sarebbe ac­corto che io avevo rubato i soldi dalla cassa della Lega ed ero andato in Jugoslavia a com­prare le armi necessarie per la rivoluzione. S’immagina che fineavreifatto rinchiuso al­l’Ucciardone di Palermo? Ma quella piccola donna, sola, impaurita, resistette eroica­mente e si rifiutò di mandarmi in galera».
E tutto questo lei come l’ha saputo?
«Anche nella burocrazia italica vi sono per­sone d’integrità adamantina, intelligenti, che tengono in piedi la baracca,schifate dal­l’andazzo generale. Impiegati dell’Agenzia delle entrate, funzionari dell’Inps, finanzie­ri. Solo che non sanno a chi riversare le loro angustie. Hanno deciso di fidarsi di un tizio che prende botte da tutti. E così sono venuto in possesso dei dossier confezionati su di me dai servizi segreti. Li ho affidati a un con­tadino, che li ha sepolti nella cantina dove tiene appesi i salami. A futura memoria».
Suggestivo. Ma un po’ vago.
«Un giorno mi telefona un maresciallo delle Fiamme gialle: “Sono originario di Frosino­ne, mio padre mi ha educato all’onestà. Do­vrei parlarle”. Si chiama Oscar D’Agostino. Ha avuto il coraggio di ribellarsi. Abbiamo dovuto nominarlo presidente onorario del­la Life ed eleggerlo consigliere comunale a Santa Lucia di Piave per non farlo trasferire da Treviso a Massa Carrara, per sottrarlo al­le grinfie dei suoi superiori, fra cui quel co­lonnello Mauro Petrassi, comandante del nucleo di polizia tributaria del Veneto, arre­stato, condannato e degradato per corruzio­ne, che a Lugano aveva un conto bancario da 4 milioni di euro. In un rapporto dei servi­zi segreti si legge che fra me e D’Agostino erano “sorti addirittura legami di amicizia personale”. Pensi, hanno inventato anche il reato di amicizia! E infatti oggi il maresciallo D’Agostino mi chiama fratello. Perché in guerra si diventa fratelli, sa?».
Il padre di un vostro iscritto, Lino Beden­do, 68 anni, commerciante di Rovigo, morì dopo un’atroce agonia:aveva bevu­to acido solforico mentre le Fiamme gial­le gli stavano sequestrando la contabili­tà degli ultimi tre anni. Ha senso suicidar­si per le tasse?
«Un umile riparatore di biciclette, un uomo libero. Andarono con i mitra a ribaltargli i cassetti della camera, cercavano i registri fra le mutande e le canottiere. Ho sempre detto e scritto che quando le leggi sono incom­prensibili, inapplicabili e irrispettabili, sei costretto a difenderti, perché nel marasma fioriscono la concussione e la corruzione. Bedendo disse al figlio: “Paga l’Ici e manda via i briganti”. Il tenente della Finanza lo schernì: “Lei mi sembra agitato”, e ordinò ai suoi uomini: “Accompagnatelo a prendere un po’ d’aria”.L’artigiano replicò: “Mi porta­te fuori da casa mia? Guardi che se lei gratta la calcina di questi muri, vedrà sgorgare il mio sangue”. Poi scrisse su un foglio: “Sono libero”. Consegnò il biglietto all’ufficiale e, sotto i suoi occhi, bevve il bicchiere di vele­no. I parenti mi telefonarono disperati, par­tii subito per Rovigo. Dall’auto telefonai a Re­nato Farina, che lavorava al Giornale . Unuo­mo sta morendo di fisco, gli dissi. E ci tro­vammo a recitargli insieme un’Ave Maria».
Terribile.
«Ho assorbito il dolore del mondo. Le ho sempre prese. Date, mai. Sa quanti samurai veneti ho visto morire? Una ventina nel solo 2010. Famiglie pulite, persone buone, perbe­ne, che tiravano la vita con i denti, che non avevano lo yacht ormeggiato a Portofino. Chiedevano solo di poter lavorare in un Pae­se dove ci siano regole certe da rispettare. Era gente che voleva vivere al riparo della legge e non arrivare a sera col terrore d’aver­la violata senza nemmeno saperlo».

E invece?
«Appena apri una partita Iva sei già fuorileg­ge. Io vorrei che mi fosse concesso per un giorno di controllare se all’Agenzia delle en­trate tengono i registri in ordine, se rispetta­no tutte le virgole come prescritto dalle loro regole. E poi uno Stato non può sottrarre il 70% del reddito d’impresa. Ma lei lo sa che hanno inventato persino le tasse sulle perdi­te? Con l’Irap, introdotta da Visco, paghi il 200%, anche il 300%, perché sei tassato sul monte salari e sugli interessi passivi. Quindi se assumi personale o se fai investimenti ri­correndo a prestiti in banca, sei penalizzato. La Otlav versa 4-5 milioni l’anno di tasse. Nel 2009, a causa della crisi economica, per la prima volta ha avuto una perdita di 45.000 euro, sulla quale ho dovuto pagare al fisco 250.000 euro».
Giorgio Panto, prima di morire precipi­tando nella laguna di Venezia col suo eli­cottero, lasciò polemicamente la presi­denza della Life sostenendo che molti di voi non volevano semplicemente pagar­le, le tasse.
«Abbiamo sempre fatto obiezione fiscale, ma alla luce del sole. Di­cevo agli iscritti: è inuti­le che lavoriate in nero, perché così avallate il si­stema, fate esattamen­te quello che lo Stato si aspetta che facciate. Noi invece dobbiamo batterci affinché la tas­sazione sia portata a un livello accettabile. E poi chi evade sia sbattuto in galera».
E quale sarebbe un li­vello accettabile?
«Il 35%. È una media eu­ropea, e fra le più alte».
Gian Antonio Stella ha scritto sul Corrie­re della Sera : «Fabio Padovan, il fondato­re della Life, ammet­te: “Certo che il Nor­dest va forte anche perché evade. E allo­ra?”».
«Ma evadere rispetto a quale legge? Europea? Francese? Tedesca? Au­striaca? Se io pagassi il 50% di tasse, anziché il 70%, in Austria sarei con­siderato un benefatto­re. Apra una partita Iva e cominci a confrontarsi con costi e ricavi, poi ne riparliamo. Lo saprà Stella che Romano Pro­di riuscì nell’impresa d’inventarsi una legge con effetto retroattivo che rende indetraibili i costi per l’acquisto dei terreni su cui ti costrui­sci la fabbrica? Per cui io mi sono trovato a pagare una montagna di tasse per questo nuovo stabilimento che avrei potuto benissi­mo aprire in Romania. Comunque l’anno scorso ho avuto una verifica fiscale e alla fine i funzionari delle imposte ci hanno definito un’azienda modello. Si sono complimentati per come teniamo la contabilità e mi hanno persino lasciato una dedica sul registro degli ospiti».
Nei due anni in cui è stato deputato della Lega non poteva metterci una pezza?
«Appena arrivato a Roma, stavo negli uffici della Lega fino alle 2 di notte a preparare emendamenti. Ci credevo. Pensavo di poter cambiare qualcosa. Finché un giorno non è andata in discussione a Montecitorio la leg­ge per il finanziamento della Regione Sicilia­na. Eravamo 90 in aula. Passò con 150 voti a favore e 30 contrari. Il doppio dei presenti. I deputati degli altri partiti s’erano messi d’ac­cordo: venivano in aula una settimana cia­scuno, a rotazione, e votavano chi per due, chi per tre, chi per quattro. Io, fesso, scattai le foto dell’emiciclo semivuoto. Il presidente della Camera, che allora era un certo Giorgio Napolitano, mi richiamò all’ordine strepi­tando: “Onorevole collega! Onorevole colle­ga lassù con la macchina fotografica!”. Feci scivolare la fotocamera nella borsetta della mia vicina di banco, Irene Pi­vetti, mentre i commes­si si fiondavano come falchi verso il seggio per sequestrarmela. Ecco, lì ho capito che non è una democrazia. È solo la recita della democra­zia. Dissi a Roberto Ma­roni: “Mi dimetto”. Al­l’ultima riunione di par­tito, Umberto Bossi mi prese le mani fra le sue: “Sparerai contro di me. Tu non puoi fare politi­ca, perché sei un ideali­sta”. Però anni dopo, quando ho avviato con 300 volontari della Life l’autoriduzione fiscale e ci siamo messi per qualche tempo a versa­re le imposte secondo la media europea, pur con­sapevoli che poi lo Stato ci avrebbe tartassati ap­plicando il 5% di interes­si e le sanzioni, il Sena­tùr venne qui in Otlav a chiedermi: “Facciamo queste cose insieme”».
Oggi per chi vota?
«Ho votato un paio di volte per Silvio Berlu­sconi quando era sotto attacco dei magistrati».
Allora mi sa che le toccherà votarlo per tutta la vita. «Quando c’era, votavo per il Psdi. Una volta ho votato per l’Ulivo, ma solo perché volevo che gli italiani provasse­ro i comunisti, e infatti li hanno provati e si sono pentiti subito. L’ultima volta sono tor­nato alla Lega Nord».
Lei vagheggia un referendum per decide­re se il Veneto debba diventare uno Stato sovrano federato all’Italia. Un’utopia, non crede?
«Nel 2000, candidato alle regionali, persi la mia sfida proprio su questo punto, perché il mio avversario Giancarlo Galan proclama­va nei comizi: “Abbiamo già stanziato 4 mi­liardi di lire per indire il referendum sull’au­tonomia”. L’ha mai visto lei? Luca Zaia, il nuovo governatore, non poteva metterlo al primo punto nel suo programma elettorale? La volontà popolare no’ conta un casso,que­sta xe la verità».
Ma, scusi, ammettiamo che fosse stato in­d­etto il referendum e che gli indipenden­tisti avessero vinto. Un minuto dopo lei che faceva?
«Facevo scorta di panini e soppressa, anda­vo in Consiglio regionale, sprangavo le por­te, mettevo i materassi per terra e annuncia­vo: popolo veneto, da questo momento il nu­mero di conto corrente su cui versare le tasse è questo. Dopodiché negoziavo con Roma su quanto darle. Ma lo decidevo io se doveva essere l’1% o il 5%. Non è Roma che mi fa i trasfe­rimenti dei soldi miei. A quel punto venivano i carabinieri, buttavano giù le porte e ci portava­no in carcere. Ma intan­to c’era un popolo che aveva votato. Non esi­ste altra strada per usci­re da questo pantano. Bisogna che chi è eletto rischi la prigione, anzi vada in prigione».
S’è dimenticato che Roma garantisce si­curezza, sanità, istru­zione, trasporti, pre­videnza sociale?
«Bene, d’ora in poi non garantisce più nulla. Pa­ghiamo tutto noi. Pos­s­iamo provare ad ammi­nistrarci da soli? Se già mando avanti una fami­glia e un’azienda, maga­ri riesco a farcela. Nel frattempo non è ammis­sibile che in ospedale mi fissino una visita spe­cialistica d­opo otto me­si e che i miei figli a scuo­la debbano portarsi la carta igienica da casa, come succede adesso».

Mi par di capire che il federalismo ormai alle viste non la entu­siasmi.

«Per me non è niente. Magari mi sbagliassi! Non credo al federali­smo calato dall’alto. Ro­ma non ci darà mai nien­te. Dobbiamo prendercelo. Col prodotto in­terno lordo raggiunto dal Veneto, il giorno dopo l’indipendenza le buste paga aumente­rebbero del 30% e le pensioni anche di più. Qui non abbiamo il petrolio: solo le braccia e le teste. Ognuno dei miei operai sul posto di lavoro è un piccolo imprenditore, fa innova­zione continuamente, risolve, migliora, deci­de di saldare un ferro a T anziché a L, modifi­cando il processo produttivo. Questo è l’uni­co federalismo in cui credo».
Perché il Tar del Veneto ha respinto il suo ricorso per ottenere il porto d’armi?
«Perché sono “socialmente pericoloso”. Io, un ex carabiniere. Dopo l’assalto al campa­nile di San Marco vennero a ritirarmi la Smi­th & Wesson.Walter Veltroni,all’epoca mini­stro, mi aveva indicato come il maestro degli otto serenissimi. Il giorno dopo la sentenza del Tar avevo in azienda i banditi».
Fosse stato in possesso della sua calibro 38, l’avrebbe usata?
«Da deputato mi sono battuto per far depena­­lizzare, limitatamente alla casa propria, il rea­to di eccesso colposo di legittima difesa. Io ho il dovere, non il diritto, di difendere la mia abitazione da chi vi entra senza essere invita­to. Un uomo che si rispetti protegge la mo­glie, la prole, la mamma ottantenne. Una vol­ta che i delinquenti mi hanno legato, a che mi serve una pistola? La devo usare prima».
Sa dirmi di che cosa è fatto il miracolo veneto?
«Di tanto, tanto, tanto lavoro. Mio padre era operaio alla Zoppas, stava 12 ore al giorno in fabbrica, e poi di sera si metteva al suo tornio, che s’era comprato nel 1956 facendosi presta­re 400.000 lire dal suocero. Alle 4 di mattina partiva in Vespa, andava a consegnare il ma­teriale finito e poi tornava in stabilimento. L’ha fatto per dieci anni, sabati, domeniche, Natali, Pasque e Ferragosti compresi».
Ma chi glielo faceva fare?
«La sua famiglia era la più povera del paese: padre, madre, sei fratelli e due sole stanze. In terza elementare la maestra gli chiese: “Pa­dovan, perché ieri non sei venuto a scuola?”. Lui rispose: “Perché a casa non avevamo nul­la da mangiare”. Allora l’insegnante disse agli altri alunni: “Avete sentito, bambini? Do­mani portate tutti qualcosa ad Angelo”. Lui arrossì e giurò a se stesso: “Mai più!”. E a 8 anni andò a fare il guardiano delle vacche».
Come si batte la concorrenza cinese?
«Non servono dazi e barriere doganali. Sa­rebbe sufficiente far entrare in Europa solo i prodotti che rispettano le nostre norme sani­tarie. Ho fatto analizzare alcune cerniere dei miei competitori di Shanghai: contenevano cromo esavalente, una sostanza canceroge­na. Nel 2009 ho voluto andare in Cina a ren­dermi conto di persona. Paghe ferme da 10 anni. Sindacati di regime. Soldati armati a proteggere le cittadelle dei ricchi.Con l’euro a 1,50 sul dollaro avevano guadagnato in ot­to mesi il 22% di competitività. Non avevano la più pallida idea di che cosa fossero l’igie­ne, la tossicità degli elementi, le norme di sicurezza. Come la batti un’economia simi­le?».
Sia sincero: lei crede nella Padania?
«Non so dove sia, non so dove cominci. Sento di­re che dovrebbe include­re l’Umbria e le Marche. Ma poi: qual è la lingua della Padania? Si parla­no 19 lingue in Italia, ol­tre all’italiano. L’ufficia­le dei Nocs che arrestò i serenissimi, un meridio­nale, sentiva gli otto che urlavano: “No’ sparè!”, non sparate. “Coman­dante, sono greci”, avvi­sò via radio. Poi intimò loro: “Mani in alto!”. E i Contin: “Ghémo i cai ’nte ’e man”, abbiamo i calli nelle mani.L’ufficia­le allora si corresse: “No, comandante,sono tede­schi”. Come si fa a dire che l’Italia è unita?».
Sarebbe andato sul campanile di San Marco con gli otto? «Bella domanda. Loro hanno messo in gioco tutto: la libertà, la repu­tazione, il posto di lavo­ro, gli affetti, la vita stes­sa. Sono eroi. Non so se avrei avuto lo stesso co­raggio».
Pensa che si arriverà alla secessione?
«No. Avevamo nel san­gue uno spirito indomi­to, quello che ci vide op­porci alla Lega di Cam­brai, cioè allo Stato pon­­tificio, al Sacro romano impero, ai regni di Francia, di Spagna, d’Inghilterra, di Scozia e d’Ungheria, ai ducati di Milano, di Firenze, di Ferrara e di Urbino, al marchesato di Man­tova, ai Cantoni svizzeri e all’impero ottoma­no. Il mondo intero coalizzato contro la Re­pubblica di Venezia. Ottomila contadini ve­neti, tutti volontari, caduti in sola battaglia. Poi siamo diventati serenissimi. Talmente serenissimi da addormentarci».



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Il Pio Albergo svende i palazzi per ripianare i bilanci in rosso

di Marta Bravi




Con i canoni in saldo per vip e politici, l’ente pubblico milanese ha perso 45 milioni in dieci anni: così per coprire i debiti ora si cedono gli immobili



 

Bilanci in rosso e un «tesoretto» mai incassato di 45 milioni di euro in 10 anni. Ecco quanto è costato, secondo una stima del Sole 24 Ore, al Pio Albergo Trivulzio aver affittato i suoi 1.064 appartamenti a prezzi «da saldo». Appartamenti (60 mq) vista Duomo a 5mila euro l’anno, 60 metri quadri in via Petrarca, dietro il parco Sempione, a 3mila euro l’anno. Costano 7mila euro l’anno 62 metri quadrati in via Bramante (Arco della Pace), mentre in via San Marco (Brera), c’è chi spende 2.289 euro per 48 metri. Prezzi di favore per alcuni, chi ci abita, assolutamente svantaggiosi per il proprietario, il Pat, ente pubblico indipendente, controllato per metà dal Comune di Milano, metà dalla Regione Lombardia. Il 70% dei 1.064 appartamenti di proprietà (dall’elenco consegnato due giorni fa alla commissione comunale Casa ne mancano 150) frutto di donazioni dei milanesi col coeur in man, è affittato a prezzi lontani dalle quotazioni di mercato. Come raccontato in questi giorni sul Giornale si tratta di canoni di favore concessi ad amici di amici, politici, dirigenti, vip. I canoni leggeri, quindi, avrebbero fatto perdere all’ente 45 milioni di euro in dieci anni.

Per arrivare a questo «tesoretto» in negativo basta confrontare i canoni della «Baggina», la casa di riposo, a quelli di mercato: se in via Moscova (Brera) gli sconti arrivano all’80% della tariffa - sempre secondo il Sole - in via Curtatone (porta Romana) si attestano sul 63%, con una media quindi del 71,8%. I 1.064 immobili frutterebbero al Pat 1,8 milioni all’anno, cifra che senza aver praticato «sconti» arriverebbe ad almeno 6 milioni di euro l’anno, quindi 40-45 milioni di euro in dieci anni di denaro perso.

La prova del nove della gestione «da saldi»? I bilanci passivi dell’ente degli ultimi anni. Per essere più precisi: il Pat nel 2008 presenta un buco di 3,8 milioni. Nel 2009 va un po’ meglio: il bilancio viene chiuso con un più 60mila euro grazie alla vendita di immobili per 7,5 milioni di euro e un’esposizione bancaria di 10 milioni. Al netto del patrimonio immobiliare, il bilancio del 2009 è in passivo di 3,7 milioni. Sommando i bilanci di 2008 e 2009 si arriva, al netto del patrimonio immobiliare, a meno 7,5 milioni di euro. La legge istitutiva delle aziende di servizi alla persona però prevede il commissariamento se l’ente chiude per due anni consecutivi in rosso.

Non solo, il bilancio del 2010 ancora non è stato chiuso, ma sembra che i conti siano in attivo. Ecco che si spiega la vendita frettolosa - siamo ad agosto 2010 il bando di gara dura 18 giorni - degli immobili di piazza Santo Stefano, in pieno centro, a due passi dall’Università degli Studi, e vicolo Santa Caterina a 10,5 milioni di euro, cifra molto distante dal mercato. «I bilanci di questi ultimi anni - spiega Marco Giacomoni che siede nel consiglio di amministrazione - sono stati messi a posto con la vendita di appartamenti». La parte in conto capitale (pari la valore dell’immobile in bilancio) è vincolata alla realizzazione di due nuove palazzine e l’adeguamento delle strutture (indispensabili per mantenere l’accreditamento regionale) mentre le plusvalenze vanno nelle spese correnti. «È risaputo che gli enti utilizzano le vendite immobiliari per far quadrare i conti. Ma per la fretta, cioè l’esigenza di chiudere il bilancio, ci siamo trovati a vendere gli edifici a un prezzo inferiore» spiega ancora Giacomoni.




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Ecco la ricetta di Renzi: "Battiamo il Cav alle urne invece che in tribunale"

di Paola Setti


La ricetta del leader dei Rottamatori per il rilancio dei democratici: "Buttiamola in politica, non in vacca". La Bindi? "Voglio vincere le elezioni, non perdere le primarie". E rilancia le consultazioni: "Vanno fatte in ogni collegio per evitare trasformismi in Parlamento" 



 

Matteo Renzi, perché non provate con Roberto Benigni?
«Magari. Divertente anche il gioco di Luca e Paolo al festival di Sanremo, “uno su mille ci sarà che guidi questa opposizione”».

Hanno copiato lei: e Bersani no e Vendola no e la Bindi no...
«Ma io non dico no a nessuno!».

Dice Bersani: «Renzi lo do per saputo, se io dico A lui dice B».
«Ma non è vero. Io lo sfido. In questa fase il problema del Pd non è il Superenalotto dei nomi».

Beh, un candidato premier non guasterebbe...
«Abbiamo una macchina e non sappiamo neppure chi sale a bordo e dove vogliamo andare, come possiamo preoccuparci di chi sta al volante?».

Sentiamo la sfida a Bersani.
«Vada in Parlamento a mostrare dove il governo ha fallito: semplificazione burocratica, ammodernamento infrastrutturale, riduzione della pressione fiscale»

Ah, beh, code alle urne per votarvi così...
«Senta. Il centrodestra son dieci mesi che litiga, sembra l’Unione! Dobbiamo buttarla in politica, non in vacca. Son dieci mesi che Berlusconi offre al Paese il triste teatrino che lui stesso a parole condanna».

E voi son dieci mesi che tentate la spallata invano.
«Il Pd ha sparato alto un calcio di rigore a porta vuota».

La mozione di sfiducia non è stata un bel momento.
«Avremmo dovuto giocare all’attacco invece che inseguire Fini. Questa cosa che inseguiamo tutti quelli che litigano con Berlusconi non ha senso».

Se è per questo inseguite pure Bossi, che non ci ha litigato.
«Un conto è il federalismo, e io dico sì, nel quadro dell’unità nazionale e possibilmente mettendo fine alla vergogna delle Regioni a statuto speciale, non più giustificabili».

Altra cosa è inseguire la Lega.
«Che poi Casini dice no, Fini dice no, Bossi dice no, sembra che ci piaccia farci dire no!».

E poi portate sfiga, il Fli s’è sfasciato...
«Quelli la sfiga ce l’hanno da soli. Io l’avevo detto, mentre altri dicevano che non fare l’accordo con Fini sarebbe stato da “mentecatti”»

«Altri» sarebbero D’Alema.
«Ora che c’è stato il “Fli flop”, vogliamo darci un progetto politico in grado di rappresentarci per i prossimi vent’anni?».

Basterebbero pure venti giorni, eh...
«Io sono stufo di un centrosinistra decoubertiniano per cui l’importante è partecipare. Io voglio vincere».

Forse basterà aspettare il processo di Milano...
«Ho tre desideri. Che Berlusconi si presenti ai giudici. Che dimostri la sua innocenza. Che sia sconfitto alle elezioni, non condannato in tribunale. Voglio vincerlo non per ciò che fa di notte, ma per ciò che non fa di giorno».

Che poi ora si capisce perché è andato ad Arcore, eh?
«Ah ah, non ho le physique du rôle, dev’esser per questo che Berlusconi mi ha invitato a pranzo e non a cena. Un sindaco di una grande città deve parlare col proprio premier. Scherzi a parte, anche Blair è stato ricevuto a villa Certosa, dov’è il problema?».

Lei la fa facile perché non vede l’emergenza democratica.
«Certo, se Berlusconi lui parlasse più di economia e meno di Consulta sarebbe meglio per tutti. Ma radicalizzare lo scontro agevola il premier, perché non lo metti al tappeto nel corpo a corpo rissoso ma in un confronto pacato su ciò che non ha fatto. Più proposte meno proteste».

Facile a dirsi. Tanto c’è Bersani in Parlamento, mica lei.
«Già che c’è, ci stia con più grinta. Per esempio: due proposte di legge che erano nel programma del Pdl ma che il governo non può realizzare. Dimezzare i parlamentari e abolire le province».

Il dito nelle beghe.
«L’emergenza non è democratica, è politica. Il Paese è bloccato. Al Pd serve un forte rinnovamento generazionale, saltando almeno due generazioni».

Ha ragione la Bindi: Renzi voterebbe sì solo a Renzi.
«Rosy, che dalla Dc all’Unione ha nel curriculum sei legislature e si accinge alla settima, ha certo il diritto di presentarsi alle primarie. Del resto lo ha già fatto, perdendo contro Veltroni».

Tiè...
«Solo che a noi serve qualcuno che vinca le elezioni, non qualcuno che ha già perso pure le primarie».

Renzi comunque non ci sarà.
«Faccio il sindaco di Firenze, il mestiere più bello del mondo».

Del resto forse nemmeno le primarie ci saranno.
«E invece bisognerebbe farle in ogni collegio. Tutti, anche il centrodestra. Se non si cambia la legge elettorale è il solo modo per ancorare gli eletti a una rappresentanza territoriale, e arginare questo mercato delle vacche per cui i nostri eletti passano di là e viceversa, senza decenza».



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Giustizia a senso unico Perché la Boccassini dribbla su Ronaldo?

di Alessandro Sallusti


Ruby dice di aver fatto sesso a 17 anni col calciatore, ma la pm fa finta di niente. Berlusconi annuncia la riforma della Consulta 



 

L’ultima novità che esce dalla bocca di Ruby riguarda un altro personag­gio famoso, il calciatore Cristiano Ronaldo. La ragazza, in uno dei tanti interrogatori, sostiene di avere fatto sesso con lui quando era ancora mi­norenne, che il fuoriclasse del pallo­ne sapeva della sua età, che per la prestazione ricevette in cambio 4.000 euro in contanti. Il racconto è ricco di particolari: date, orari, luo­ghi, fino al numero esatto di una sui­te di un grande albergo. Cristiano Ro­naldo, vero o falso dovrebbe essere un processo ad accertarlo, non è l’unico maggiorenne che la ragazza coinvolge nelle sue peripezie sessuali. Ci sono imprenditori, manager del­lo spettacolo, anonimi ragazzi maggiorenni e si­gnori attempati.

Tutti avrebbero commesso lo stesso reato contestato a Silvio Berlusconi: sfrut­tamento della prostituzione minorile. Eppure il premier è l’unico a essere stato prima indagato e poi rinviato a giudizio con rito immediato, nono­stante sia il solo tra questi signori con il quale la stessa Ruby nega di avere avuto rapporti sessuali. A questo punto una considerazione viene spon­tanea. Se un giudice indaga perché ritiene che Ti­zio abbia ricevuto tangenti da Caio, e interrogato Tizio dice: da Caio no, ma certamente sì da Sem­pronio, che fa la magistratura? Il buon senso, ma anche la legge che impone l’obbligatorietà del­l’azione penale, dice che quantomeno il pm deve estendere le sue indagini anche a Sempronio. Non risulta che ciò sia successo per il caso di Ruby. Non c’è traccia che la Boccassini abbia sguinzagliato i suoi segugi dentro la vita privata di Ronaldo, che abbia messo sotto controllo i tele­foni di tutti i calciatori del Real Madrid per carpi­re confidenze e segreti. Non risulta che analoga operazione sia stata fatta dalla Procura di Milano nei confronti degli altri maggiorenni che negli an­ni hanno avuto contatti fisici con la ragazza. A naso, tutto ciò costituisce reato da parte dei procuratori di Milano. Non vedo come possa esse­re che per la stessa ipotesi accusatoria due cittadi­ni siano trattati diversamente.

Con l’aggravante che nel caso di Ronaldo la confessione della ragaz­za è chiara e circostanziata, in quello di Berlusco­ni non c’è. Questa, a mio avviso, è la prova che alla Boccas­sini non interessa accertare eventuali reati sul cor­po di Ruby. Alla pm interessa solo il corpo, anzi la testa, di Berlusconi. Altrimenti avrebbe dovuto procedere contro tutti gli uomini, Ronaldo com­preso, indicati dalla giovane. Coprendosi di ridi­colo in Italia e nel mondo intero. Perché è chiaro che è la ragazza ad aver avvicinato spontanea­mente e a volte con l’inganno persone che a suo avviso avrebbero potuto aiutarla. Ed è certo che avere rapporti sessuali, anche con minorenni consenzienti se hanno già compiuto 16 anni, non è reato. Noi non sappiamo se la storia di Ronaldo sia vera. È certo che Ruby l’ha raccontata e che è agli atti. Ed è sicuro che non interessa alla Boccassini né alle donne scese in piazza domenica scorsa. Perché se uno non è Silvio Berlusconi, o non gravi­ta nella sua orbita, con le donne minorenni può farci quello che meglio crede. Che in fondo sono affari suoi.



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