lunedì 14 febbraio 2011

La Cassazione: adozione anche per i single

Corriere della sera





La Corte invita il Parlamento a una legge in materia dopo avere affidato una bimba a una single di Genova

Il Vaticano: «Ogni bambino ha diritto a un padre e una madre»


MILANO - Il Parlamento italiano apra alle adozioni di minori da parte dei single, anche se con le dovute cautele. Lo chiede la Corte di Cassazione, spiegando che nulla in contrario è infatti previsto dalla Convenzione di Strasburgo sui fanciulli del 1967 che contiene le linee guida in materia di adozione. La Suprema corte - nella sentenza 3572 - sottolinea che «il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell'ambito di ammissibilità dell'adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell'adozione legittimante». Perplessità sono state espresse dal cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, secondo il quale nei procedimenti di adozione «in linea generale, la priorità è il bene del bambino, che esige un padre e una madre». «Non conosco nel dettaglio questo caso e il pronunciamento della Suprema Corte - ha specificato Antonelli -. Ma in linea generale ogni bambino ha diritto a una madre e a un padre: questa dovrebbe essere la normalità».

IL CASO - La sentenza della Cassazione nasce dalla convalida, seppur in forma non pienamente legittimante ma «mite», dell'adozione di una bimba russa alla quale farà da mamma una donna «sola» di Genova. Depositata lunedì, questa sentenza contiene l'osservazione sul fatto che il Parlamento non ha ancora provveduto a varare una legge che consenta l'adozione da parte dei single.

LA SENTENZA - Per i giudici del «Palazzaccio» l'adozione legittimante «è consentita solo a coniugi uniti in matrimonio»: deve «escludersi che allo stato della legislazione vigente, soggetti singoli possano ottenere il riconoscimento in Italia dell'adozione di un minore pronunciata all'estero con effetti legittimanti». Questo, «fermo restando - concludono gli "ermellini" - che il legislatore nazionale ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell'ambito di ammissibilità dell'adozione di minore da parte di una singola persona anche con gli effetti dell'adozione legittimante». (Fonte: Ansa)


14 febbraio 2011



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Pantani se n'è andato 7 anni fa Ma i tifosi continuano a celebrarlo

Quotidiano.net


Il 14 febbraio del 2004 il grande campione fu trovato morto al residence 'Le Rose' di Rimini, sconfitto da droga e depressione. In questi giorni centinaia di tifosi hanno fatto visita al cimitero di Cesenatico per rendergli omaggio


Cesenatico, 14 febbraio 2011 - Sono già passati 7 anni da quando, nella stanza D5 del residence 'Le Rose', affacciata sul grigio mare riminese, fu ritrovato senza vita il corpo di Marco Pantani. Era il 2004, sportivamente un eternità, per la vita invece quasi l'altroieri.


In questi giorni, soprattutto oggi, un interminabile via-vai ha travolto il cimitero di Cesenatico. Tanti parenti, amici e tifosi hanno voluto nuovamente rendergli omaggio, come se non se ne fosse mai andato.

Pantani ha lasciato un gran vuoto da entrambe le parti. E, fuor di retorica, è importante ricordarlo come campione inarrivabile.

A dir poco emozionanti le sue imprese. Nel 1998 si impose al Giro d'Italia, nonostante il percorso non facilitasse le sue caratteristiche con poche montagne e molti chilometri a cronometro. Rivaleggiando con gli specialisti della crono come Alex Zülle, attaccò ripetutamente sulle montagne e fu in grado di guadagnarsi un margine abbastanza grande da compensare la sua debolezza a cronometro, raggiungendo la vittoria finale e numerosi successi di tappa.

Decisiva fu la tappa di Plan di Montecampione quando Pantani, con Zülle ormai in crisi, attaccò ripetutamente Pavel Tonkov che alla fine, dopo un duello accanito, cedette, perdendo circa un minuto negli ultimi tre chilometri. Il romagnolo andò così a vincere la tappa e ad ipotecare il successo finale.

Nel Tour de France dello stesso anno, Pantani batté finalmente Ullrich, staccandolo di quasi nove minuti nella tappa di montagna conclusa a Les Deux Alpes.

Poi, nel 1999, la svolta in negativo. Ma l'inizio di quell'anno fu folgorante. Marco, acquisita piena consapevolezza dei suoi mezzi e giunto nel pieno della maturità ciclistica, è probabilmente il ciclista più forte del mondo. Lo dimostra una volta per tutte nel 1999 quando, sulle orme della stagione passata, si ripresenta alla Vuelta a Murcia, Giro del Trentino e Giro d'Italia. Vince la corsa spagnola e quella trentina con manifesta superiorità e alla corsa rosa è subito protagonista nell'arrivo in salita sul Gran Sasso, dove stacca tutti e indossa il simbolo del primato.

Il giorno dopo la maglia rosa cambia subito padrone passando sulle spalle del francese Jalabert, vincitore della cronometro di Ancona, ma è un passaggio di consegne momentaneo. Nella quindicesima tappa, sul Colle della Fauniera, Pantani stacca tutti in salita anche se in discesa subisce la rimonta del “falco” Savoldelli che si aggiudicherà la tappa.

Pantani è comunque secondo e riveste la maglia rosa. L'indomani si arriva al Santuario d'Oropa al termine di una ripida salita di 8 km. Ai piedi dell'ascesa decisiva al pirata salta la catena e per ripartire perde una ventina di secondi e le ruote del gruppo dei migliori. Anziché demotivarlo questo episodio da un enorme carica a Marco che inizia una spettacolare quanto inesorabile rimonta. Ai meno 5 km riprende il gruppo Savoldelli, ai meno 3 il leader Jalabert, che salta con imbarazzante facilità andando a vincere in solitaria.

Sta di fatto che, come un fulmine a ciel sereno, la mattina del 5 giugno 1999 viene annunciata la sospensione cautelativa di Marco Pantani che ne comporta l'esclusione dal Giro d'Italia. Il motivo ufficiale è il tasso di ematocrito, ovvero la percentuale di globuli e piastrine presenti nel sangue, troppo elevato secondo i parametri previsti allora. Lo scandalo fu che il valore di ematocrito riscontrato a Marco fu del 52%, tasso superiore solo dell' 1% rispetto al limite consentito. Ricordiamo poi che l'ematocrito è un valore ballerino, specialmente dopo uno sforzo fisico quale può essere una corsa ciclistica, tant'è che oggi non è più considerato un fattore discriminante nell'attività sportiva.

Qual 'era dunque il motivo per l'opinione pubblica che doveva giustificare in qualche modo l'anomalo tasso di ematocrito di Pantani? Doping e cosa altrimenti? Pantani venne crocifisso. Queste furono le sue parole: "Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni e sono tornato a correre, questa volta però abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi per me sarà molto difficile".

Poi il lento declino, causato da mali estranei al ciclismo. Dopo la sua morte il Giro D'Italia dal 2004 gli assegna ogni anno ad una salita (la più "rappresentativa") il titolo "Montagna Pantani", onore concesso fino allora solo al Campionissimo Fausto Coppi, con la "Cima Coppi" (il passo più alto percorso dal Giro).








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Delitto Biggi, assolto Delfino

Voglio uccidere Silvio" : La Postale oscura un blog

Libero






E' l'ennesimo segnale del clima d'odio che ormai regna nel Paese. Odio, spesso, rivolto nei confronti di una sola persona: Silvio Berlusconi. La Polizia Postale di Savona ha oscurato il blog "savonaeponente.com", sequestrandone i computer della redazione, dopo un post intitolato "Voglio ammazzare Berlusconi". La responsabile del sito, una giornalista pubblicista savonese di 58 anni, è stata sentita dalla Questura come persona informata dei fatti. Gli agenti hanno anche sequestrato i computer del figlio della donna, tecnico informatico, e perquisito l'auto del marito. I pubblici ministeri savonesi Enrico Cieri e Massimiliano Rossi hanno aperto un fascicolo per diffamazione aggravata, minacce e istigazione a delinquere.

Basta leggere l'incipit del pezzo per capire il tono complessivo: "Non ho mai desiderato in vita mia la morte di nessun essere umano. Giuro. Neanche di quelli che mi avevano fatto i peggiori torti... Oggi, però, mi accordo di desiderare, dal profondo del cuore, la morte di Silvio Berlusconi".
14/02/2011




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Siria, 5 anni di carcere a blogger 19enne

Corriere della sera


Accusata di spionaggio, Tal al-Mallouhi è già in cella. Obama aveva chiesto la liberazione «immediata»

IL CASO



Tal al-Mallouhi, blogger siriana di 19 anni, è stata condannata a cinque anni di carcere per «cooperazione con un paese straniero», ovvero gli Stati Uniti, dalla Corte suprema di Sicurezza dello Stato di Damasco. Lo ha reso noto il Syrian Observatory for Human Rights. La giovane, era stata arrestata nel dicembre del 2009 dalle autorità siriane, ed è nipote di un ex ministro, ha ricordato l'Osservatorio, che opera da Londra e ha inviato un comunicato sulla vicenda a Nicosia. In ottobre il giornale siriano Al Watan aveva annunciato che Tal al-Mallouhi era stata accusata di spionaggio per conto dell'Ambasciata americana in Egitto.

«RILASCIO IMMEDIATO» - In difesa della 19enne era scesa in campo anche l'amministrazione Obama che ne aveva chiesto la liberazione «immediata». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, la Corte Suprema è un tribunale speciale che non offre garanzie processuali. Human Rights Watch ha raccontato che la blogger, arrestata il 27 dicembre 2009, è stata tenuta a lungo senza contatti con l'esterno.


Redazione online
14 febbraio 2011



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Parte la campagna contro i jeans scoloriti

Corriere della sera


In rete la mobilitazione contro la sabbiatura dei pantaloni, pratica che provoca la silicosi ai lavoratori

alcuni grandi produttori come Levi-Strauss e H&M non li venderanno più



MILANO - Una campagna virale che parte dalla Rete, per entrare — con ironia, e molto senso della sfida — nei negozi e nelle boutique delle città italiane. Se questa settimana durante lo shopping vi dovesse capitare per le mani un paio di jeans sabbiati (quelli, per capirci, con «scolorature» ad hoc), occhio alla tasca posteriore: invece delle etichette standard, potreste imbattervi in una «tasca virale» con la scritta «nuoce gravemente alla salute». Oppure, chissà, potreste decidere di mettercela voi.

LA CAMPAGNA — Si parte oggi, in tutto il mondo. È la campagna internazionale per l’abolizione dei jeans sabbiati, sostenuta da Abiti Puliti e da Fair. Non è una questione di gusti, ma di diritti umani: il sandblasting, così si chiama la tecnica usata per la sabbiatura del denim, può provocare la silicosi. Una forma acuta, che colpisce nell’arco di 6-24 mesi di lavoro. E che è, spesso, letale. Un prezzo un po’ alto da pagare, per un paio di pantaloni alla moda.

IL RISCHIO — La tecnica del sandblasting è molto semplice: un compressore ad aria «spara» la sabbia ad alta pressione, e un operaio può manovrarla in maniera molto precisa. Perfetto, per gli effetti speciali richiesti dagli stilisti. Peccato che i laboratori di sabbiatura siano l’ultimo anello della filiera di produzione, in Paesi come Cina, Bangladesh, Messico, Egitto, dove i controlli sono scarsissimi. E così: invece dello 0,5% di silice (il «tetto» previsto dalle direttive comunitarie, negli Usa elevato all’1%), la sabbia utilizzata ne contiene fino all’80%. Invece delle protezioni adeguate, gli operai lavorano a mani nude, senza tute o mascherine.

I CASI — Le prove contro la sabbia, killer silenziosa (con la complicità della moda), ci sono eccome: in Turchia, il sandblasting è stato proibito nel marzo 2009, dopo le denunce di sindacati e associazioni. I lavoratori impiegati nel settore sarebbero tra gli 8 e i 10mila; di questi, 4-5.000 sono affetti da silicosi. I morti accertati da novembre 2010 sono almeno 44, il ministero della Sanità ha deciso di fornire a ogni malato cure gratuite. E i produttori hanno trasferito gli ordini di sabbiatura verso altri Paesi.

L’APPELLO AI MARCHI — È a loro, ovviamente, che mira la campagna. Alcuni hanno già risposto all’appello: Levi-Strauss e Hennes & Mauritz (H&M) hanno annunciato che smetteranno di vendere jeans sabbiati, mentre Gucci ha preparato una strategia per abolire il sandblasting dalle sue fabbriche. Silenzio, invece, da parte di altri big contattati da Abiti Puliti: Armani, Dolce&Gabbana, Diesel, Replay, Cavalli. La «tasca virale» è destinata proprio ai loro pantaloni. Le foto delle azioni di arrembaggio verranno raccolte sulla pagina Facebook di Abiti Puliti, insieme a quelle di chi vorrà partecipare indossando il proprio paio di jeans preferito e con il logo della campagna in bella mostra (sul sito www.abitipuliti.org, da scaricare e utilizzabile anche per il profilo FB). E ancora, una lettera di pressione e un appello internazionale a imprese e governi. Per dire basta ai jeans che uccidono.


Gabriela Jacomella
14 febbraio 2011



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Il primo poligono di tiro virtuale Quando si gioca a uccidere

Corriere della sera

Tecnologia laser e niente porto d'armi, tra esercitazione avanzata e semplice videogame


MILANO – Vi alletta l’idea di imbracciare un fucile d’assalto M4 e sfidare zombie in una nebbiosa campagna? Aggirarvi per le stanze di un uffico in penombra impugnando una semiautomatica Smith & Wesson 1911 in cerca di un assassino? O simulare l’attacco a una postazione talebana in Afghanistan? Se tutto ciò vi intriga oggi avete a disposizione Urban9mm, il primo poligono virtuale d’Italia, da poche settimane aperto a Milano in via Lombardi. Cinquemila metri quadri, 16 sale di tiro con schermo di 7m x 3,5 e un software che gestisce le più svariate animazioni (a breve anche in 3D): a tema militare o altre più ludiche. Le armi sono identiche alle corrispettive reali, ma dotate di laser a infrarossi che dà imput a un sistema in grado di calcolare esattamente la caduta balistica del proiettile. Un sistema importato Usa e “fin’ora in utilizzo esclusivo degli apparati militari, oggi per la prima volta fruibile anche al grande pubblico” come afferma l’ideatore del centro Davide Padovan. Il porto d’armi? Non serve.


Le armi. In merito ai risultati di una vecchia (2006), ma sempre molto citata ricerca dell’Università dello Iowa secondo cui l’uso ludico delle armi tramite videogames stimolerebbe l’aggressività in bambini e adulti, i promotori di Urban9mm sottolineano la principale natura del centro, ovvero un luogo di esercitazione avanzata per forze dell’ordine e militari, dove si studiano “tecniche di ingaggio” in specifiche condizioni di pericolo. Un simulatore non dissimile da quelli in uso ad esempio nell’aeronautica militare e civile. L’aspetto ludico tuttavia esiste: potenzialmente chiunque, dai 16 anni in su (ma con genitore se minorenne), può decidere di passare qui il sabato sera crivellando sagome tridimensionali un fucile d’assalto HK 416-145. Ma l’ingresso è selezionato da un attento vaglio del soggetto, da un corso in cui si insegna «l’educazione» al tiro sportivo e dall’iscrizione all’associazione omonima.

Le regole. Anche se in Europa le norme che regolano il porto d’armi sono in genere assai rigide (ma non sempre: di questi giorni la notizia della bocciatura in Svizzera di un referendum per vietare il possesso in casa di fucili da guerra concessi ai cittadini soldati; regole meno rigide anche nei poligoni di Serbia e Slovenia), l’iniziativa è probabilmente destinata a far discutere, come un decennio fa i primi raduni di Soft Air, disciplina ludica che consiste nel simulare azioni di guerra in zone boschive o aree urbane con armi ad aria compressa, ancora assai praticata, o le attività venatorie in genere. Perché gli appassionati d’armi ci sono e difendono coi denti – basta scorrere i numerosi forum online sul tema – il loro diritto di «sportivi» (il tiro a segno è una disciplina olimpica) o di collezionisti, da sospetti e pregiudizi diffusi. Che poi l’uso ludico/sportivo di armi accentui o sfoghi l’aggressività naturale, è materia di psicologi e sociologi, oltre che di pubblico dibattito. Ma intanto il gioco è cominciato.

Alessandro Di Lecce
14 febbraio 2011

Ladri insospettabili tra gli scaffali: così a Lecce ormai i libri vanno a ruba

Corriere del mezzogiorno


In azione anche un «collezionista» di titoli Adelphi
Il ladro moderno sa ovviare ai sistemi antitaccheggio



In una libreria

In una libreria


LECCE — Il furto di libri si trasforma in un vero e proprio giallo in città. Tra le librerie si aggira infatti un Arsenio Lupin che già ha messo a segno ben tre colpi nel sud della Puglia l’ultimo dei quali - dopo Ostuni e Gioia del Colle - proprio alla Libreria Palmieri. Ogni volta con le stesse modalità ha portato via ben 20 libri della stessa collana (Adelphi) prediligendo i saggi oltre che la narrativa e senza lasciar traccia.


«Non riusciamo neanche noi a capire come abbia fatto a rubare una mole così copiosa di titoli, lo abbiamo persino guidato durante la sua presunta ricerca»: è incredulo Luigi Tarantino della Libreria Palmieri. «È stato qui per più di tre quarti d’ora - racconta - dialogando con una certa padronanza sulle novità letterarie e più di una volta è uscito per rispondere al telefono. Ci siamo accorti della sparizione solo dopo che è andato via e non ha comprato nulla. Il particolare che ci ha colpito è che più volte ha chiesto informazioni su titoli di Architettura». L’identikit del ladro, a quanto pare, si estende a tutta la città: maschio, tra i trenta e i quarant’anni, ha l’aria di un insospettabile, bella presenza, si atteggia da dandy e preferisce manuali professionali. «Da noi una volta è capitato con un professionista che ha messo nella sua ventiquattrore un costoso manuale di Giurisprudenza»: racconta Augusta Epifani, direttrice di Liberrima. «Imbarazzante doverlo invitare a mettere a posto ciò che non aveva comprato anche perché si rifiutava di aprire la sua borsa». 


«Altrettanto surreale - prosegue - la volta che abbiamo dovuto inseguire un giovane di corsa sino alla Chiesa di Sant’Irene perché aveva rubato dei titoli di narrativa nascondendoli sotto i vestiti». Tuttavia, almeno a Liberrima, nell’ultimo anno i topi di libreria sono diminuiti e la percentuale di «sottrazioni indebite» è di appena il 2%. Bassa anche da Mondo Libri, in via Aragonese, dove il titolare Giuseppe Pierri precisa che l’abituale frequentazione è composta da soci, ma racconta di aver dovuto ricorrere comunque a un sistema di videosorveglianza: «Non abbiamo ancora ammortizzato i costi, ma i furti si sono verificati: l’ultimo un tentativo di portar via un manuale di medicina». Da Mondadori in Piazza Sant’Oronzo invece si ruba proprio di tutto: «Non contiamo più i gadget presi nei pressi della cassa - spiega la responsabile Brunella Vitale - né i libri e i dvd».


Il ladro moderno, infatti, a quanto pare ha ben chiaro come ovviare persino ai sistemi antitaccheggio: «C’è chi strappa le copertine prendendo il libro - continua Vitale - o chi apre la confezione dei dvd portando via solo il dischetto». Si va dai ragazzini alle anziane signore, ma quello che mette a segno più colpi di tutti è sempre lui: l’insospettabile professionista sui quarant’anni che non ha affatto l’aria di chi non potrebbe permettersi di comprare un libro, ma che però nella busta dell’acquisto appena fatto mette sempre dentro qualcos’altro. «L'ultima volta una Moleskine da 19 euro». Ma a sentire la commessa della Libreria Giunti non è la più clamorosa delle sorprese: «Non contiamo più i dizionari rubati da ragazzini, ma soprattutto i libri per bambini presi dalle mamme che vengono qui con il passeggino». E come fermarle? «Quando notiamo movimenti strani non possiamo che invitarle gentilmente a non tenere il peso sul bambino e mettere tutto in cassa: ma c’è chi ci precede, ed esce da qui come se niente fosse».


Fabiana Salsi
14 febbraio 2011




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Fiorenzo Magni

Corriere della sera

«Bartali non aveva mai fame, sete o freddo. La borraccia? Fu lui a passarla a Coppi Un orgoglio correre con loro»


Il vecchio leone si racconta
di P. Di Stefano - A. Berton



Eccola lì, la «Sacra Famiglia»: i due nonni, le figlie, i generi, i cinque nipoti. Eccola lì, nel dipinto appeso alla parete di questo salone enorme, con una vetrata che guarda su pini e cipressi. Siamo a Monticello: la villa di Fiorenzo Magni è affondata in un'isola di quiete della Brianza rimasta agreste. Sul tavolo verde da bigliardo sono distese, rilegate, le collezioni dei quotidiani che tra gli anni 40 e i 50 hanno cantato il Leone delle Fiandre: «Apoteosi al Velodromo Vigorelli» titolò la Gazzetta l'11 giugno 1951: il giorno prima Magni aveva trionfato al Giro d'Italia e il Milan aveva vinto il campionato. Quello del '51 era il secondo dei tre Giri vinti. «Il tre è il mio numero del destino: a tre anni mi hanno ingessato al piede destro per un ascesso, rischiava la cancrena, scoprii dopo che quel piede sui pedali spingeva più dell'altro».

Magni nasce a Vaiano, nei pressi di Prato, poi si sposta non di molto, verso le Fornaci, comune di Cantagallo, dove suo nonno e suo padre si occupavano di trasporti con i cavalli lungo la valle del Bisenzio: «Mi ricordo che gattonavo nel salone e nella cucina, vedo il focolare, i ciocchi di legno che bruciano, le castagne, il tavolo lungo, il marmo. Da bambino, se non andavo a scuola, mi svegliavo alle quattro del mattino per partire con il mio babbo: per me era festa». Il tre, si diceva: tre Giri, tre Fiandre, tre Campionati italiani, tre Piemonte... E in più Magni è per tutti il Terzo Uomo, il terzo incomodo tra Coppi e Bartali. «Mamma Giulia era una santa donna, mi ha messo al mondo con un fisico mai stanco, io potevo scalare le montagne, ma recuperavo la fatica prima di tutti, più correvo e meglio andavo: dopo le salite, in discesa mi buttavo giù a rotta di collo». Quella delle Fiandre era la sua corsa, la più dura: «Nel '42, mi trovai a Torino per un controllo medico con una cinquantina di atleti, c'erano anche Piola, Mazzola babbo, Bartali, Coppi... Nessuno recuperava meglio di me. Oggi dicono: se faccio il Giro non posso fare il Tour, e a me mi viene da ridere».

Ma non corriamo troppo, non stiamo mica pedalando. Torniamo agli anni Trenta: «La prima bicicletta era una bicicletta da passeggio con il carter: dalle mie parti vedevo i grandi campioni, Aldo Bini o Mario Cipriani, andar su e io mi tenevo a distanza per educazione, ma riuscivo a non farmi staccare. Allora mi dicevo: se gli sto dietro con la bici da passeggio, non devo essere proprio male». Così è nato il passista veloce Fiorenzo Magni: «Le scuole commerciali non le ho finite, perché a 16 anni, nel '36, ho cominciato a correre». Nella prima corsa, categoria Aspiranti, cade a Figline Valdarno.

Nella seconda fora una gomma a Scandicci e si ritira. Nella terza arriva settimo, ma non sa che c'è un foglio d'arrivo da firmare e viene cancellato. Nella quarta fugge in salita al Grillaio e arriva secondo dopo il suo amico Martini: «È stato un grande ct, un grande uomo e un grande amico, ci sentiamo ancora due volte alla settimana». Martini diventerà presto il suo primo gregario: «Il mio vantaggio era che studiavo le corse, non prendevo mai niente alla leggera». Non prendeva neanche sostanze? «Il nostro doping oggi sarebbe una camomilla. Al massimo prendevo tre pillole di Simpamina in tutto un Giro: ti tenevano sveglio».

C'è una storica fuga da raccontare. Giro del '55, Nencini in maglia rosa, penultima tappa Trento-San Pellegrino: «Studiando il percorso ho visto che dopo 50 chilometri c'era una discesa ghiaiosa e tagliente. La sera prima dico ad Alfredo: qui scappo. Alfredo mi dice: tu sei matto». Il risultato è che appena scollinato, Magni se ne va: «Son rimasto solo per un po', poi mi volto e vedo Fausto e Nencini, che però fora. Coppi mi arriva a ruota, ma fora anche lui e io lo aspetto. Tiro da solo per 80 chilometri e dopo il rifornimento mi sposto. Penso: se tira lui, ho vinto il Giro». Detto fatto.

«All'arrivo Fausto mi batte sulla spalla e mi fa: Fiorenzo, mi hai fatto morire. Non sono mai andato così forte». Ci sono altre puntate eroiche nella vita di Magni. Per esempio nel Giro '56, quando cade a Volterra, a 70 chilometri dall'arrivo, si frattura la clavicola e riprende a pedalare: «A Grosseto volevano ingessarmi ma il giorno dopo c'era la Livorno-Lucca». Arriva a Lucca con dolori lancinanti. E non si ferma: Lucca-Bologna. «Alla Madonna del Santuario non ce la facevo più, allora il mio meccanico, Colnago, taglia una camera d'aria, la lega al manubrio e tenendola tra i denti arrivo a Bologna». Il giorno dopo prende una buca, si rompe l'omero e con due fratture chiude il Giro secondo alle spalle di Gaul.

«Ai miei nipoti dico sempre: nella vita non ti regala niente nessuno, devi lottare tutti i giorni e cercare di migliorare, un operaio deve sempre aspirare a diventare capofficina, se no non lo assumo...». Magni finisce di correre (non di pedalare, però) nel '56, ma già da anni ha avviato le sue concessionarie d'auto a Monza («la mattina mi allenavo, il pomeriggio andavo in officina»).

Da allora vive senza rimpianti: è sposato da 63 anni con Liliana, «siamo sempre sposini dal '47 e non ho mai sfiorato un'altra donna». Le fa una carezza. Vive con molti ricordi, alcuni dei quali sono appesi alle pareti della sala: «Coppi lo chiamavo Zittone, non parlava mai. Ricordo un viaggio a Parigi con lui, d'inverno in una cuccetta, appena saliti, dopo 30 secondi, mi fa: dormiamo? Bartali era l'opposto: quando cominciava a chiacchierare nessuno lo fermava.

Erano grandi campioni, non era facile mettergli la ruota davanti e il ricordo mi inorgoglisce». Sulla fotografia più celebre della storia del ciclismo ha un'interpretazione attendibile. Tra Coppi e Bartali, chi fu a passare la borraccia all'altro? «Bartali non aveva mai né sete né fame, né caldo né freddo. Per me la borraccia l'ha passata lui».

Eppure Bartali una volta gli ha tirato un brutto scherzo: «Il Tour del '50 non dico che l'avrei vinto, però... A Saint-Gaudens, dopo la tappa più dura, con cinque colli sui Pirenei, ero in maglia gialla. La pioggia e il caldo erano la mia benzina, e quel giorno era venuta giù tanta di quell'acqua!». Insomma, le cronache narrano che Bartali, aggredito da un tifoso sul Col d'Aspin, costrinse la Federazione italiana al ritiro e Magni dovette ingoiare amaro: «È vero che i francesi ce l'avevano con noi: "macaronì", "succhiaruote!"

All'arrivo, Gino mi dice: io domani non corro». Neanche Binda, che era il ct, riuscì a fargli cambiare idea. «Pazienza, ho perso quando dovevo vincere e ho vinto quando dovevo perdere». Ha perso anche la guerra, Magni. C'è un periodo oscuro, dopo l'8 settembre, di cui non parla volentieri, anche se non nasconde le simpatie repubblichine di allora. Fu processato per aver partecipato a uno scontro a fuoco contro una pattuglia di resistenti a Valibona.

Al processo intervenne il suo amico, partigiano, Alfredo Martini: «Io sono un uomo di destra e non me ne vergogno - dice - e Alfredo è di sinistra, ma è mio fratello. Certe volte gli dico: ti ricordi, Alfredo? E lui: com'eravamo grulli... Se penso che anche Russia e l'America ormai son diventate amiche! Invece, noi, che crudeltà: ancora oggi si scatenano gli odi... Il mondo è un imbroglio. Dopo la guerra ho dovuto rendere conto delle mie idee e Alfredo è stato il primo ad aiutarmi». Pentimenti? «Non ne ho, l'importante è non vergognarsi delle proprie idee ma rispettare quelle degli altri».

Dopo la guerra fu sospeso dalle corse? «No, non ho corso per un anno, nel '46, non per squalifica ma per non tesseramento...». Tutto il resto è noto. Compreso il creatore del Museo del Ghisallo, il grande museo del ciclismo di Magreglio (Como). Ma prima ancora, c'è il ct della Nazionale, l'inventore dello sponsor nel ciclismo, il padrino di Eddy Merckx («era uno spilungone magro magro e sconosciuto quando l'ho portato in Italia, alla Faema»), il presidente dei corridori e poi della Lega: «Sono un lavoratore con la mente e con le braccia e non sono mai andato davvero in pensione, ma la mia gioia più grande è la famiglia, e la fede». Gli anni che passano? «Sa che alla morte non ci ho mai pensato? Spero solo di andare in Purgatorio, e dopo un po', scontati i miei reati, passare in Paradiso».

Paolo Di Stefano
14 febbraio 2011

Manifesti funebri usati per lo spaccio Ecco il nuovo codice dei clan a Napoli

Il Mattino




NAPOLI - L’ultima frontiera dello spaccio a Napoli sono i manifesti funebri. I carabinieri stanno scovando, dietro le locandine affisse sui muri per il caro estinto, dosi di droga nascoste dai pusher. Le bustine vengono incollate nel lato posteriore del manifesto che sarà affisso in modo da rendere possibile, all’occorrenza, il recupero della «roba» staccando il foglio da un lembo dove la colla non ha avuto presa.

E non è tutto: per comunicare tra loro e annunciare l’arrivo di quantitativi consistenti di droga che servono a rifornire le piazze di spaccio, i pusher celano nelle coordinate spazio-temporali sui funerali messaggi in codice riservati ad altri membri dei clan.

Dopo i tombini e cappelle votive, nascondigli non più sicuri, sono i manifesti funebri i luoghi preferiti dagli per nascondere la droga a Napoli. Il trucco di incollare le bustine dietro i manifesti è già stato utilizzato nei mesi scorsi in alcune piazze di spaccio del quartiere San Giovanni a Teduccio, al rione Villa.




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Adunate di una minoranza

Il Tempo


In piazza ieri c’era una moltitudine che di fronte alla massa complessiva dei cittadini è una minoranza. Il centrodestra non deve cadere nella sindrome dell’assedio. Non deve dimenticare la presenza di una "forza tranquilla" che sta a casa, osserva e poi vota.


Quanti erano a manifestare contro Berlusconi? L’opposizione parla di un milione di persone. Quanti sono i votanti in Italia? Oltre 47 milioni. Ecco, in piazza ieri c’era una moltitudine che di fronte alla massa complessiva dei cittadini è una minoranza. Chi fa politica non deve dimenticare la presenza di una «forza tranquilla» che sta a casa, osserva e poi vota. Per questo il centrodestra non deve cadere nella sindrome dell’assedio, una cattiva consigliera che fa compiere gravi errori. Il più macroscopico è quello di imputare a Giorgio Napolitano un disegno per cui il Presidente della Repubblica è pronto a sciogliere le Camere con la motivazione di un blocco istituzionale che impedisce l’attività parlamentare.
 

Ho buoni motivi per pensare che non sia questo il quadro reale. Napolitano ha dimostrato finora di saper ponderare la realtà parlamentare con la volontà popolare. La sua nota dell’altro ieri mi pare il tentativo di frenare la corsa verso l’autodistruzione del sistema politico. Non riguarda solo la maggioranza, ma anche l’opposizione e gli altri soggetti istituzionali, non ultimo il presidente della Camera Gianfranco Fini che continua a comportarsi come il capo di una ditta di demolizioni e non come la terza carica dello Stato che ha la responsabilità di far funzionare il Parlamento e favorire un clima di collaborazione tra i partiti, senza i tatticismi di cui s’è visto il segno nel congresso fondativo di Futuro e Libertà. Aprire una crisi senza concordarne i passaggi con Berlusconi può condurre verso il caos. E non penso che Napolitano sia un ingenuo.

Il Presidente della Repubblica sa benissimo cosa c’è in palio e al posto del centrodestra mi preoccuperei di non consegnare il Quirinale alle lusinghe pelose del Bersani di turno. Al contrario, sosterrei la linea di moral suasion del Colle per trovare una via d’uscita da questa spirale d’odio e conflitto permanente che sta divorando il Paese. Il governo ha il diritto-dovere di restare in carica finché ha i numeri e dimostra di poter assolvere al meglio la sua missione. Il resto dello scenario, la ghigliottina mediatica e le minoranze idrofobe, fanno parte di una fiction dello sfascio che abbiamo già visto. L’Italia – con buona pace dei rivoluzionari muniti di servitù e carrozza – è ancora una solida democrazia: non sono le piazze a eleggere o far cadere i governi, ma gli elettori. Mi pare un ottimo punto di partenza per far valere le proprie ragioni e prendere l’iniziativa, cioè fare politica.

Mario Sechi
14/02/2011




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Le Pm milanesi eroine femministe del popolo rosa

di Anna Maria Greco


Roma

Il nemico è lui, il Sultano. Quel Silvio Berlusconi che paragonano a Mubarak, Gheddafi o Ben Ali per infiammare piazza del Popolo. Sui manifesti c’è la sua foto dietro le sbarre e la frase: «Vogliamo vederti così». Tante scritte con i punti esclamativi: «Basta!», «Dimettiti!», «Nudo o vestito per noi sei finito!». Le eroine che si contrappongono al premier dai manifesti sono magistrati come Ilda Boccassini e Anna Maria Fiorillo. «Un grande grazie a due donne come noi», dice il cartello. E impazzano i riferimenti alle notti di Arcore: «Ci Ruby il futuro», «Sono la nipote di mio zio», «Cervelli in fuga dal bunga bunga».

La manifestazione per la dignità della donna intitolata «Se non ora quando?» è annunciata come civile e non politica, ma nei fatti è violentemente contro Berlusconi e il suo governo. Un governo, attacca dal palco la segretaria generale Cgil Susanna Camusso, che «ha sempre fatto una politica contro le donne, ma la misura è colma!».

È gremita Piazza del popolo, di tante donne, ma anche uomini, ragazzi e bambini che invadono parte delle vie del Tridente, si affacciano dalla terrazza del Pincio e dalle rampe che vengono dal lungotevere. Tra un intervento infuocato e l’altro una delle organizzatrici, l’attrice Angela Finocchiaro, getta in premio alla folla i dati della partecipazione nelle altre 290 piazze in Italia e all’estero. «Siamo più di un milione nel mondo. Ci siamo appena contate», annuncia sul finire. Esplodono tra la folla urla e applausi.

Che le donne conquistino il Parlamento per salvare lo Stato dal declino, come nell’opera di Aristofane? Questa folla postfemminista, tanto variegata e contraddittoria per la verità, sembra convinta che farà cadere il leader dai quasi tre milioni di preferenze.

«Non ti permetteremo di farci fare un salto indietro di 80 anni», avverte un cartello. Ma c’è molta aria d’antico nelle scritte dipinte sulle guance delle ragazze, nelle mimose che anticipano la Festa della donna, nelle musiche della sacerdotessa del rock Patty Smith, nei discorsi contro il potere maschilista e il sesso comprato, per l’emancipazione e la libertà del proprio corpo. Lunetta Savino recita brani dei «Monologhi della vagina» (quella sua, esordisce, è «arrabbiata»). Un’altra relatrice ripete i dati sul lavoro delle donne sottopagato e sottoapprezzato, lontano dalla parità dei sessi. «Vogliamo che faccia carriera chi esce da una scuola per dirigenti, non dal letto sfatto di un politico». Di escort e puttane si parla molto sugli striscioni.
Ma niente accuse di puritanesimo per chi combatte il premier usando la sua vita privata. Sul palco sale anche una donna di destra, come Giulia Bongiorno del Fli e dice: «Questa non è una piazza di moralisti, come ha detto qualcuno. È un modo per sminuire la vostra presenza qui. Si ha paura di voi».

Scende in campo una piccola suora col velo grigio e diventa l’eroina della piazza. Perché Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata, ha grinta da vendere. «Spesso la donna viene considerata solo per la bellezza e non per i suoi valori. Non ne possiamo più di questo mondo maschilista». Tra la sorpresa di tanti presenti, parla con passione di «nuove schiave» e di prostituzione, di politica malata e di donne che devono farsi «protagoniste di un futuro diverso».

Vuol far cadere il governo, ma è senza bandiere di partito la manifestazione organizzata oltre che da Cgil e Unità da attrici e registe come Francesca e Cristina Comencini, Francesca Izzo e Isabella Ragonese. Niente girotondi: Nanni Moretti è seminascosto tra la gente. I politici restano in secondo piano. Ma ci sono, al gran completo. Nel retropalco la presidente del Pd Rosy Bindi, sembra una vera femminista quando dice: «Il movimento non si fermerà. Il Paese merita di più e lo avrà grazie alle donne». Ci sono Anna Finocchiaro, Dario Franceschini, Livia Turco. «Berlusconi da tempo dovrebbe andarsene ed è quello che gli chiedono queste piazze», dice il segretario Pier Luigi Bersani al fianco della moglie. Walter Veltroni, tra figlia e consorte: «Queste persone vogliono girare pagina». E il presidente della Provincia Nicola Zingaretti: «È una giornata di riscatto per tutta l’Italia». Più lontano, seduto al bar, Fausto Bertinotti beve un caffè con la signora Lella. Le piazze piene antiberlusconiane esaltano un’opposizione incerta e divisa. «Le donne - dice Romano Prodi - hanno dato un grande segnale al risveglio dell’Italia». Le organizzatrici portano il corteo sotto Montecitorio e pensano già all’8 marzo, poi ai nuovi «Stati generali delle donne italiane».



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Quelle minorenni usate dalla sinistra in corteo Tutte contro il premier

di Valeria Braghieri


In piazza mamme che indottrinavano le figlie: "Quando uno sbaglia se ne deve andare". E ai tanti slogan anti Berlusconi si aggiungono quelli che inneggiano a Boccassini e Fiorillo



 

Roma - Sono le stesse che aspettano a bat­tezzare i figli perché «quando saranno grandi, avranno loro il diritto di scegliersi la propria religione». Però poi, gli stessi fi­gli, se li portano in piazza. Come dire: Cri­sto non glielo impongo, ma «l’anticristo» glielo indico. Erano tutti stupiti dal nume­ro di uomini presenti alla manifestazione per la dignità della donna ieri, in piazza del Popolo. A noi degli uomini che sodaliz­zavano con le femmine, del «femmini­sto » insidioso declinato in mille modi, ha stupito solo la cafonaggine: ma come? Vie­ni a sostenere la mia causa e mi pianti il gomito nella schiena per passare, mi pas­seggi sulle scarpe, mi scansi di peso e man­co chiedi scusa? Ma si vedeva che erano di cattivo umore ieri i compagni delle compagne: rivolti al palco avevano un po’ lo sguardo che hanno le mucche quando fissano un treno, con la domenica sotto ostaggio del dovere, il palloncino dell’ Uni­tà in una mano, la creatura «ammollata» dalla mamma emancipata nell’altra, gli slogan urlati nelle orecchie che li rica­tupultava indietro di almeno quarant’an­ni con quella storia dell’utero «che però, intanto, era talmente suo che adesso il bambino ce l’ho in braccio io». E c’era chi, per fare il partecipe, si era perfino tirato dietro la vecchia bandiera della pace. Che ieri, però, poteva solo far venire in mente la pace dei sensi.
Ma comunque, appunto: i bambini. A noi hanno stupito di più quelli. C’erano tanti di quegli «innocenti» in quella piaz­za, che in barba allo spirito della giornata, a un certo punto ci siamo scoperte a pen­­sare: ma perché Adamo non è morto con tutte le sue costole in corpo? Passeggini rosa tappezzati di cartelli «Io (la mamma, ndr ) e Sofia (la bimba) non siamo in vendi­ta », adesivi e spillette affrancati ai marsu­pi, palloncini «griffati sinistra» legati alle culle e dentro minuscoli ignari frastornati dalla folla, corredati, in qualche caso, da cani altrettanto ignari e altrettanto tappez­zati di gadget.
E le mamme lì. Distratte ma fondamentali, invasate ma soddisfatte per l’Italia che stavano ridisegnando per le proprie bambine, che non cresceranno certo come quelle signorine ingorde che vogliono «e la borsa e la vita», che saranno un giorno donne in verticale, che saranno solo le nipoti del loro zio legittimo. Ieri l’hanno fatto capire subito alle lorofiglio­lette come va il mondo, per niente solleti­cate dal sospetto che forse, con un nulla di fatto, avrebbero fatto la cosa migliore. Per­ché certe cose, soprattutto ai figli, si tra­smettono meglio col silenzio.
E invece no. Meglio prendere di mira il cattivo esempio, meglio prendere in affit­to­le cause per farsi intendere dalle genera­zioni che verranno. Come quella mam­ma che si trascinava dietro la bimbetta spiegandole paziente ma ferma: «Perché quando uno sbaglia, se ne deve andare»; «deve andare dove mamma?»... E meno male che la risposta se l’è inghiottita la fol­la... E poi via, al banchetto allestito dal­l’ Unità che alla dignità femminile ha dato anche un peso, o meglio un prezzo: 5 euro per la borsetta di tessuto ecologico con dentro una copia del quotidiano diretto da Concita e gli adesivi con i motti rosa.
La medicina degli slogan, la vertigine del vuoto sotto le parole. Però i palloncini l’ Unità li distribuiva gratis, e c’era un pa­pà che era tutto contento e l’ha chiesto vio­la per la sua bambina «perché viola, di questi tempi,va bene»e«dì grazie al signo­re... » e poi di corsa dietro al gazebo dove c’era un posto pensato apposta per i più piccini. Un posto di quelli che non posso­no mancare quando si fa festa. Un posto con grandi cartoncini bianchi sistemati per terra e barattoli di colori con i quali di­segnare, tutti intorno. E cosa avevano vo­glia di disegnare quelle creature di quat­tro, cinque,sette,dieci anni,in un’assola­ta domenica di febbraio in un giorno di pacchia con le loro mamme e i loro papà se non la faccia del premier dietro le sbar­re? Intanto le sorelle adolescenti giravano tra la folla, deliziosamente acerbe nelle lo­ro minigonne, terribilmente consapevoli nelle loro t-shirt: «Non puttanate, non più madonne, semplicemente donne», «Nonno sporcaccione»,«Berlusca,Muba­rak ti aspetta a Sharm-El-Sheik», «Berlu­sconi di-Minetti-ti»... E insomma erano già talmente puntute da non far certo veni­re in mente le giovani che si buttano via, semmai le giovani che ti buttano via. E c’erano le mamme delle adolescentipie­ne di orgoglio e c’erano le nonne delle adolescenti piene di orgoglio. Tre genera­zioni in piazza a bloccare l’emorragia del proprio io. Perché quella di ieri era «una grande giornata»ma,per carità,«non una giornata politica». No macché, infatti, era solo la catapulta della loro collera. Una giornata di rabbia rassodata. Dopo il Via­gra del «Se non ora, quando?», verso la fi­ne c’è stato il liberatorio «Meglio tardi che mai». Ecco, e invece no. Date retta: me­glio mai che tardi.




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Sbarchi, esodo biblico Quelle false promesse dell’Ue sugli immigrati

di Gian Micalessin


L'Europa è sempre ligia sui regolamenti. Ma non è mai reattiva di fronte alle sfide che la minacciano. L'Unione è già morta, cieca e sorda di fronte a un'invasione che rischia di abbatterla. E Maroni va all'attacco





Una volta era il sogno del domani. Oggi è l’incubo del giorno dopo. È l’Europa lenta e grigia, l’Europa Moloch della peggiore burocrazia, l’Europa che affronta le emergenze agendina alla mano, incapace di darsi delle priorità, ligia solo ai regolamenti e alle procedure. È l’Europa già morta, pronta a indignarsi per una eccezione alle regole, ma cieca e sorda di fronte a un’invasione che minaccia di abbatterla. È l’Europa cieca e ottusamente egoista.

Guarda indifferente alla fuga di disgraziati e criminali dalle coste della Tunisia, ma non realizza che le coste dell’Italia a cui approderanno sono parte del proprio territorio e del proprio essere. È l’Europa ben rappresentata dalla portavoce per gli Affari interni, Cecilia Malmstrom. Di fronte agli appelli del ministro dell’Interno Roberto Maroni preoccupato per quell’«esodo biblico» la Malmstrom si dice «pienamente cosciente della situazione eccezionale che si sta vivendo in Italia». Ma di quale Italia parla? Qualcuno ricordi ai vertici degli Affari interni europei che l’Italia dal punto di vista del transito confinario non esiste più dal 1997.

Da quando il trattato di Schengen, firmato nel 1985, venne adottato da tutti i Paesi tranne Regno Unito e Irlanda. Qualcuno ricordi ai vertici dell’Europa - restii a rivedere i propri programmi persino di fronte alle emergenze - che le migliaia di criminali e disgraziati pronti ad approdare sulle nostre coste possono diventare un problema per tutti loro in meno di 48 ore. Giusto il tempo impiegato da un treno ad alta velocità per collegare Palermo e Parigi, Roma e Francoforte. In meno di due giorni quella massa in fuga, a cui potrebbero mescolarsi terroristi, criminali comuni, ricercati politici, non sarà più in Italia, ma nel cuore della grande Unione, ne minaccerà la sicurezza e le regole.

Eppure l’Unione non vuole vedere, non vuole sentire. Per quasi 48 ore ha risposto alla disperazione di Maroni proponendogli di esaminare l’emergenza tunisina nella riunione del “Consiglio per gli affari interni” prevista per il 24 febbraio. E, di fronte alle insistenze del nostro ministro che ricordava come la situazione dei porti tunisini fosse completamente fuori controllo in seguito allo smantellamento delle forze della polizia, ribatteva di non poter cambiare il calendario dei propri lavori.

«Hanno risposto - ricordava Maroni - che queste richieste vanno fatte 15 giorni prima: sono allibito da questo approccio burocratico». Solo di fronte all’insistenza di Maroni hanno rivisto la loro posizione. Hanno promesso di aiutarci. C’è da crederci? In passato non è mai stato così. Anzi. Quando il nostro Paese ha adottato la politica dei respingimenti per bloccare la minaccia dell’immigrazione, l’Unione ci ha punito con una totale mancanza di collaborazione, con lo sguardo indignato dei benpensanti. Eppure a indignarci dovremmo essere noi. I cittadini italiani, tutti i contribuenti europei illusi e ingannati da un’Unione che dilapida le loro tasse.

Lo scorso anno l’arcigna Baronessa Cathy Ashton, responsabile degli Affari esteri e della Sicurezza dell’Unione, ci ha regalato il cosiddetto Servizio Europeo per l’Azione Esterna, una corte di 136 ambasciatori europei che - oltre a rappresentare un inutile duplicato delle rappresentanze diplomatiche nazionali e a costare la bellezza di tre miliardi di euro all’anno – sembra non servire a nulla. Per capire che in Tunisia la dissoluzione della polizia aveva portato all’assenza di controlli sulle carrette dei mari l’Europa ha atteso il grido d’allarme del nostro ministro, le verifiche delle nostre motovedette, le informative dei nostri servizi di sicurezza. E per spingere Tunisi a muoversi non si è mosso un ambasciatore europeo pagato fino a 221mila euro l’anno, ma il nostro governo. Europa fermati, voglio scendere.




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Vendola, doppia morale Sfilava nudo contro la Dc mentre oggi fa il moralista

di Paolo Bracalini


Un’immagine di un giovane Nichi Vendola (al centro) nel campo nudisti di Capo Rizzuto. È il 1979 e l’attuale governatore pugliese difendeva la libertà sessuale. Ma ora lo acclamano come paladino dell'etica



 

Nudo! Nudo! Il leader è nudo! Sì, ma è Vendola, peccato. La foto vale meno, gira libera su internet, nemmeno un ricattatore che provi a venderla sotto­banco. Se la destra è in mutande, il nuovo (nuovo?) centrosinistra è mol­to avanti: le ha tolte da un pezzo. Si è liberato da pregiudizi e ideologie, e già che c’era anche del costume da ba­gno, per meglio espletare lo storico compito di giudicare l’avversario, il drago che mangia le fanciulle. Dal nu­dismo dei gay camp, col motto «Nudi sì ma contro la Dc: occhio, malocchio, diventerai finocchio», alla crociata del pudore tradito.

Che bei ricordi di libertà e sfida al conformismo bac­chettone quelle giornate a Capo Rizzu­to nel ’79, con il movimento gay italia­no che si ritrovava sulla spiaggia calabrese, pelle al sole e nudità al vento dello Ionio, per disfarsi di un’etica pubblica ritagliata sull’abito delle beghine. Sulle onde del progresso civile, tra cotanti liberi pensatori e omosex finalmente coscienti di sé, anche tanti etero «che hanno aperto gli occhi, gli slip o entrambi », «una sfilata di Wande Osiris, femministe d’avanguardia, maestre e puttane», molti «maschi in crisi che sublimavano in droghe e rock & roll, e una ventina di compagne lesbiche ». Così racconta una memoria storica del movimento gay, Felix Cossolo, sul sito di gay.tv. Con lui «c’era anche un giovane timido e un po’ velato che passeggiava nudo sulla spiaggia con me, il carissimo Nichi Vendola, oggi Presidente della Regione Puglia».

Trent’anni di battaglie nude e crude (con foto) per poi essere acclamato dalla piazza delle donne scandalizzate dalle nudità (ma ancora senza foto) di Arcore, al grido «Grande Nichi, salvaci tu!», il puro che può emendare la vita pubblica dal turbinio dei sensi e dagli appetiti carnali. Ma è lui o non è lui il ventenne totally naked che, felice come un animale marino, cammina sulla battigia tra le amorose braccia di due compagni di libertà, ripreso in copertina dalla rivista “Lambda” (poi Babilonia), primo mensile di «controinformazione gay», in quel ’79? A dire di sì sono «i nostri più attenti lettori», quelli di gaytv. it, che non hanno dubbi (e gli autori neppure quando dicono «commenti e mail ci hanno fatto notare un giovane Nichi Vendola nudo sulla copertina di Lambda») sull’identità del giovane virgulto saltellante, antico militante del movimento omosessuale e novella promessa della sinistra che non vuole più perdere. A quel tempo la sfida alla pruderie borghese si faceva in semiclandestinità, con meeting o su riviste, una delle quali aveva un nome che oggi, nel vendolismo anti-peccato, parrebbe uno scherzo: «Re nudo».

Sarà che le battaglie sono state per buona parte vinte tanto che un gay può fare il presidente di una grande regione senza scandalo, e studiare da candidato premier di una coalizione fatta anche di cattolici, sarà per questo che la morale, una volta parola evocatrice di censure e violenze, è diventata una bandiera per Nichi, star delle folle dalla morale ferrea. Vendola, che batte tutti a sinistra per capacità magnetica e appeal personale, si è fatto custode dei codici etici repubblicani e, da ex nudista per troppa virtù libertaria, bolla come «patetiche» le mutande di Ferrara. Si scioglie per «l’onda di bellezza» della protesta contro le «puttane», parola che negli anni duri dell’Arcigay era un complimento, per dire donna che fa di sé quel che vuole.

Che sia invecchiato? La sua storica base, radicale nella lotta per i diritti gay, parla una lingua diversa, o così almeno sembra quando, nei commenti al pezzo su lesbian.tv («Esclusivo! Nichi Vendola nudo sulla spiaggia di Capo Rizzuto»), un lettore plaude al «modello vincente» dell’«uomo politico che con la sua personalità impone alla società civile di ritenere oramai del tutto ininfluente per il giudizio sull´uomo pubblico, le sue inclinazioni sessuali. Avercene di esempi così». Ma no, non parlava di Berlusconi.




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