sabato 12 febbraio 2011

In mutande ma vivi»: Ferrara arringa i difensori del premier

Corriere della sera

«Vogliamo il Berlusconi del '94». Ostellino, Sallusti e Zanicchi sul palco. La Russa: processi a fine legislatura


MILANO - «Oggi consacriamo Milano al moralismo vero, dopo la manifestazione del Palasharp»: alcune migliaia di persone hanno partecipato sabato mattina alla manifestazione «In mutande ma vivi - Contro il neopuritanesimo ipocrita», organizzata dal direttore del Foglio a Giuliano Ferrara al Teatro Dal Verme a Milano a sostegno del presidente del Consiglio. Una sorta di contromanifestazione per rispondere al «Popolo viola» che sabato al Palasharp ha chiesto le dimissioni del Premier. Sul palco del teatro, al fianco di Ferrara, Piero Ostellino, Alessandro Sallusti e Iva Zanicchi. Dietro i relatori erano stese alcune file di mutande, per richiamare il titolo della manifestazione. «Presidente Berlusconi sono qui per difendere lei e la nostra amicizia e collaborazione - ha detto Ferrara -. Sono qui su questo terreno delle libertà, non mollerò mai, però lei deve ascoltarci: non deve fare ai suoi avversari, che la vogliono trasformare in nemico assoluto, il favore di ridurre le sue giornate a fare l'imputato, lei deve fare il presidente del Consiglio, il leader di una maggioranza che l'ha votata per realizzare la crescita economica del Paese, per e togliere le tasse». «Vogliamo il vero Berlusconi - ha concluso Ferrara - quello del '94, quello capace di rilanciare questo Paese nel segno della libertà».

«In mutande ma vivi»

APPLAUSO ALLA SANTANCHE' - Ferrara ha chiesto un applauso per Daniela Santanchè, «che ieri è andata a molestare il Palazzo (di giustizia, ndr) che da 16 anni ha ricevuto solo adulazione facinorosa da coloro che agitavano il cappio». Il direttore del Foglio ha definito il sottosegretario Santanchè «una donna coraggiosa» che «merita il nostro affetto». E ha concluso: «Brava Daniela!»

LA RUSSA: SI CERCA DI FAR CADERE GOVERNO - «Ho risposto molto volentieri all'invito alla manifestazione», ha detto Ignazio La Russa, ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Pdl. «Non sono mai stato un mangia-magistrati - ha aggiunto -. I processi si devono fare, non c'è nessuna pretesa di impunità, ma abbiamo chiesto che si facciano quando il presidente del Consiglio concluderà il mandato al termine della legislatura». «Non bisogna usare - ha proseguito il ministro - scorciatoie giudiziarie per far cadere il governo. Più che far rispettare la legge c'è il sospetto che si vogliano creare le condizioni per far cadere il governo», ha concluso il ministro.



OSTELLINO E LE DONNE - Piero Ostellino nel suo intervento ha risposto a chi - tra cui i suoi stessi colleghi - lo ha accusato di aver incitato, con il suo editoriale sul Corriere della Sera, le donne a prostituirsi. «Io non ho incitato nessuno, ho incitato la libertà delle donne di rispondere solo a se stesse e non a un comitato di censori come quello della repubblica giacobina», ha detto Ostellino. Sostenendo che il suo pensiero è stato distorto, l'editorialista ha aggiunto: «Il mio principio è che ciascuno di noi ha il diritto di perseguire il proprio ideale di felicità come crede, senza rispondere ad altro che alla propria coscienza e alla sola condizione di non arrecare danno ad altri. Allo stesso modo mio la pensava Immanuel Kant». Ostellino ha citato anche Benedetto Croce: «Diceva che bisogna tenere distanti l'etica dalla politica: quando uno va dal medico non gli chiede di essere onesto, ma di curarlo bene. E allora perché quando si va da un politico deve esser integerrimo?».



ZANICCHI: HO CANTATO PER I COMUNISTI - Iva Zanicchi invece ha fatto «autocritica»: «Io cantavo, non facevo politica e sono stata sempre anticomunista ma devo fare una confessione: ho approfittato di loro, ho fatto 500 feste dell'Unità e con i guadagni mi ci sono costruita una bellissima villa in Brianza vicino al presidente Berlusconi, lo confesso: ho peccato!». La Zanicchi è tornata sull'episodio della telefonata del premier alla trasmissione L'Infedele: «Quello che mi ha infastidito - ha detto - è sono diventata la bandiera della sinistra perché ho disubbidito a Berlusconi» (che la invitava a lasciare lo studio). «Io non ho disubbidito a Berlusconi - ha detto Zanicchi - ho solo preferito rimanere lì per difendere di difenderlo da quelle ingiurie tremende». «Non sono la bandiera di nessuno - ha aggiunto - tanto meno della sinistra». Quanto alla manifestazione per la dignità delle donne a Milano, la Zanicchi ha commentato: «Ancora una volta le donne vengono usate per scopi politici e questo fa schifo».

LA LISTA DI SARA GIUDICE - Alla manifestazione si è presentata anche Sara Giudice, la giovane militante del Pdl che nei giorni scorsi ha fatto parlare di sé per la raccolta di firme finalizzata a chiedere le dimissioni di Nicole Minetti. La Giudice, dopo avere inutilmente tentato di consegnare le firme a Giuliano Ferrara, ha annunciato che alle prossime elezioni comunali di Milano ci sarà anche una lista civica capeggiata da lei.

Redazione online
12 febbraio 2011

Bambini morti a Roma, su un muro: "Rom -4" Firmato con svastiche

di Redazione


Su un muro della Capitale le scritte "Rom -4" e "Rom Raus". Accanto alcune svastiche. Le scritte si riferiscono alla morte dei quattro bambini rom in un insediamento abusivo



 

Roma - "Rom -4" e "Rom Raus" (che in italiano vuol dire "rom fuori") vergate con una bomboletta spray. Accanto alcune svastiche. Sono le scritte apparse questa mattina su un muro di Roma. A denunciare le l'episodio di razzismo avvenuto in via della Pisana, nella zona di Bravetta, è stato il capogruppo del Pd del XVI municipio Raffaele Scamardì. Le scritte si riferiscono, infatti, alla morte dei quattro bambini rom all'interno di un insediamento abusivo della Capitale.

Le scritte con le svastiche Le parole sono state tracciate con lo spray nero all’altezza del civico 64 sulle colonne della scalinata che porta a Vicolo del Fontanile Arenato. "Non è il primo episodio del genere - spiega Scamardì - già l’anno scorso vicino alle poste di via di Bravetta un’altra scritta antisemita prendeva come bersaglio Anna Frank. È una vergogna che va subito cancellata, e se non interviene immediatamente il decoro urbano, come la scorsa volta, lo faremo noi di nostro pugno insieme ai cittadini del quartiere. E' ora di finirla di sottovalutare tali episodi. Sono gravi e le autorità devono riuscire a trovare i responsabili soprattutto in un momento delicato come questo".





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L'Avana, la fiera dell'informatica nel Paese della censura a Internet

Caserta, donna telefona 155 volte al 113 in 3 ore intasando il centralino: denunciata

Nuovo assalto di Repubblica contro il "sultano" Il Cav come Nerone: va in scena l'odio di Bocca

di Andrea Indini

Nuovo assalto di Repubblica al Cav. Insulti, accuse e parole violente: un acceso editoriale di Bocca accusa il premier di aver ridotto la politica a "un livello infimo". E incita alla domolizione del "sultano" e della sua "corte maleducata" fatta soltanto di servi



 

Il livore e l'odio non possono che generare un attacco fuori misura. Una raffica di insulti che di costruttivo non ha nulla. Alla pletora di tribuni, istigatori e rivoluzionari non poteva certo mancare Giorgio Bocca. Così, dopo gli assalti di Annozero, gli improperi di Antonio Di Pietro e la "chiaroveggenza" di Nanni Moretti, l'editorialista di Repubblica doveva fare molto di più andando a toccare gli istinti più bassi dell'antiberlusconismo militante. C'è riuscito.

"Che cosa è stato per l'Italia il periodo che va sotto il nome di berlusconismo? - si chiede nell'editoriale pubblicato oggi - certamente un periodo di perdita della pubblica educazione, della correttezza dei rapporti civili". Un fiume in piena. Un manifesto d'odio contro il presidente del Consiglio, reo di aver introdotto la "volgarità" nella res publica. E proprio di volgarità è intriso quest'editoriale che gronda insulti e sangue (leggi qui).

Accuse pesanti al Cavaliere Va letto tutto d'un fiato. Fa quasi paura che si possa insultare il presidente del Consiglio con tanta veemenza. Eppure è tutto nero su bianco. Qundici anni di odio anti Cav ci hanno mostrato un po' di tutto. Slogan ingiuriosi e violenti, scontri di piazza, attentati. Un crescendo che fa accapponare la pelle. Il braccio e la mente. La violenza parte proprio da quelle "facili" parole vergate su carta stampata dall'intellighenzia rossa e registrate dai tribuni nei programmi d'approfondimento a senso unico. "Il berlusconismo è anche una riduzione della lotta politica a livello infimo", ci vuole insegnare Bocca. L'editorialista ne ha per tutti. Il ministro Frattini, il governo, l'elettorato. Il sultanato e i suoi danni s'intitola l'articolo che fa il paio con un Giuseppe D'Avanzo che punta a stroncare "il falso teorema del golpe morale". Ora che Giuliano Ferrara li ha smascherati, Repubblica sposta il tiro e accusa il governo di danneggiare l'Italia politicamente. 

Governo ed elettorato alla gogna Per Giorgio Bocca, "il berlusconismo è un periodo nero della storia politica e civile italiana". Non importa se questi quindici anni siano stati caratterizzati da un'incessante opera di riforme e da un ricambio generazionale della politica. Non importa se il Cavaliere sia riuscito a dare un taglio netto alla prima Repubblica nel tentativo di ricostruire la res publica. Media, sinistra e tribunali ce l'hanno messa tutta per ostacolarlo. Eppure non ce l'hanno fatta. Davanti a tutto questo Bocca accusa Berlusconi di comportarsi "come un sultano vendicativo e minaccioso". E affonda: "Un'impressionante riedizione del Nerone di Petrolini, del despota feroce e ridicolo che abusa del suo potere e si fa applaudire dalle sue vittime". Ci sono accuse un po' per tutti. Per il "sultano" e per la "corte maleducata e supponente che grazie a lui vive di bassi servizi".

Soltanto servi corrotti Il teorema della sinistra è semplice. Chi non è con noi? Servi, soltanto servi. E così se il Cavaliere viene dipinto come un despota, i suoi elettori sono soltanto dei servi."Il berlusconismo come un tempo di corruzione e di servitù - tuona Bocca - esentato dalla ferocia solo dal controllo internazionale e dall'indole del sultano che vuole non solo l'obbedienza ma anche la gratitudine del popolo". Perché alla sinistra non va proprio giù che nonostante gli attacchi, nonostante i gossip, nonostante gli avvisi di garanzia Berlusconi continui a conservare indici di gradimento alti. Percentuali che lasciano sempre la sinistra all'opposizione. "Purtroppo - chiude Bocca - per molti italiani il laisser faire è preferibile ai doveri". La sinistra, invece, non abdicherà mai al proprio dovere: distruggere e screditare in ogni modo Berlusconi. 






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Gli immigrati fuggono dai "nuovi" paradisi arabi L'Italia in emergenza può ringraziare Obama...

di Marcello Foa


In queste ore è ripreso lo sbarco di clandestini a Lampedusa. Sono tutti tunisini e, tra qualche giorno, non è difficile prevederlo, saranno tutti egiziani. Complimenti vivissimi a Obama, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile. Intanto il prezzo lo paghiamo noi



 

Qualche settimana fa abbiamo visto le immagini della folla tunisina che esultava per la cacciata del satrapo Ben Ali e il mondo si è commosso salutando l'inizio di una nuova era di pace, prosperità e progresso. In queste ore va in scena lo stesso film ambientato al Cairo, con una sola differenza: il satrapo si chiama Mubarak ed ha resistito al potere più del previsto. Per il resto tutto uguale, così come identica è la retorica dei media occidentali che inneggiano alla libertà, alla gioia della folla, al risveglio del mondo arabo.

Eppure proprio in queste ore è ripreso lo sbarco di clandestini a Lampedusa. Naturalmente sono tutti tunisini e, tra qualche giorno, non è difficile prevederlo, saranno tutti egiziani. Migliaia e migliaia, al punto che il governo italiano è costretto a proclamare l'emergenza umanitaria.

Ma se in Tunisia è iniziata una nuova, gioiosa epoca con straordinarie prospettive di sviluppo, qualcosa non torna. A rigor di logica i tunisini dovrebbero rimanere. La realtà, però, come sempre, è ben diversa da come viene descritta dai media mainstream.

Mi chiedo: perché scappano? Forse perché l'annunciato cambiamento non è tale, visto che continuano a comandare i generali, che comandavano anche prima? Per ora l'unica palpabile novità è che il nuovo-vecchio regime, ha allentato i controlli alle frontiere o comunque incontra maggiori difficoltà a monitorare le coste? E i tunisini una vita di stenti da noi alla promessa di una nuova era nel proprio Paese, alla quale, in verità, non credono.

Bel risultato. E complimenti vivissimi a Obama, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile. Intanto il prezzo lo paghiamo noi.



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La svolta di Guzzanti: ora non si può proprio non difendere il Cav

di Paolo Guzzanti


La lettera al Giornale: legittime le critiche a Berlusconi, ora però è più grave il tentativo di rovesciarlo usando l’arma impropria dei pm, così si uccide la democrazia



 

Caro Direttore,

è da un anno e mezzo che non scrivo più per il Giornale in seguito al mio dissenso nei confronti di Berlusconi, ma oggi Le chiedo dopo tanto tempo ospitalità. Il motivo è semplice: io da liberale ho ben chiare le regole tassative con cui una liberaldemocrazia parlamentare (cosa ben diversa da una banale democrazia generica, magari di modello russo o venezuelano) deve funzionare e resto uno degli ultimi gelosi tifosi delle regole.

Fra queste, quella secondo cui ciò che appartiene alla sfera politica va affrontato dalla politica, mentre ciò che appartiene ad altri universi e funzioni deve essere svolto separatamente dalla politica, ma non a scapito del suo primato perché il primato della politica è la premessa della democrazia. Voglio anche dire che ho un assoluto rispetto per la magistratura perché rende alla collettività il fondamentale servizio pubblico della giustizia, ma nella mia grammatica liberale la magistratura non è un «potere» dal momento che l’unico potere è nel popolo il quale periodicamente, con le elezioni, lo delega al Parlamento.

Come forse sanno i suoi lettori, su molti comportamenti e scelte di Berlusconi ho espresso e confermo giudizi negativi: ho scritto un libro, ahimè di gran successo (avrei preferito non essere profeta in patria) che si intitola Mignottocrazia; e un altro, Guzzanti VS Berlusconi, in cui ho raccontato la storia collettiva di una illusione e di una delusione per una più volte annunciata rivoluzione liberale di cui però non si è vista nemmeno l’ombra.

Ricordo poi di aver rotto politicamente con il presidente del Consiglio a causa dei suoi rapporti con Putin e per l’invasione russa della Georgia nel 2008, dopo essere stato massacrato in patria dalla sinistra politica e mediatica come presidente di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla penetrazione russa in Italia. Infine, sono uno dei tanti italiani imbarazzati, e peggio, dalle notizie pubbliche sulla vita privata del premier e non per «moralismo laicista piagnone e bacchettone», ma proprio perché da liberale ho un rispetto sacrale per il decoro della Repubblica e di chi, rappresentandola, associa il proprio volto e il proprio stile di vita all’immagine interna ed esterna del Paese.

Condivido di conseguenza l’opinione espressa anche da Barbara Berlusconi in una intervista secondo cui la vita privata di chi ha responsabilità pubbliche non è più privata ma è pubblica; e penso - sicuramente in contrasto con quel che pensa lo stesso Berlusconi - che non si possa invocare per chi svolge un ruolo pubblico lo stesso diritto integrale alla privacy di cui gode il normale cittadino.

Ma riconosco anche che tutto ciò costituisce materia di discussione e scontro politico e in quello scontro so da che parte stare.
Ma qui, gentile direttore, sta accadendo qualcosa di subdolo e coperto da camuffamenti ipocriti: vedo diffondersi infatti l’uso di un’arma impropria, un piede di porco impugnato da una parte dell’opposizione che pensa di cavalcare i fatti di Tunisi e del Cairo e che consiste nel far credere che si stia combattendo non una battaglia politica, ma la tirannide che segue una democrazia morta o mai nata. Questo trucco è non soltanto l’espressione di un falso, ma nasconde una minaccia: di sicuro (e non da oggi) la nostra democrazia mostra crepe, ma è ben viva. Recitare in piazza l’happening in cui si finge di abbattere il tiranno, è sia una scorciatoia che una mascalzonata: non tanto nei confronti di Berlusconi, ma del Parlamento e della Costituzione.

Quel che si vede in questi giorni è una copia posticcia dell’onda lunga egiziana da cui parte l’urlo «dimettiti!» che nelle intenzioni dovrebbe rovesciare Berlusconi alla maniera in cui è stato abbattuto Mubarak, come se il presidente del Consiglio italiano (che non soltanto è stato regolarmente eletto, ma anche regolarmente battuto per due volte nel 1996 e nel 2006) fosse assimilabile a un rais, a un caudillo, a un hombre fuerte alla vodka.

Questo comportamento non ha a che vedere con la lotta politica contro Berlusconi, ma con la negazione della democrazia, premessa indispensabile per sostenere che c’è un tiranno da abbattere costringendolo alle dimissioni fuori dal contesto politico. Mentre Hosni Mubarak parte da Sharm el-Sheik per destinazione ignota, si sente crescere lo starnazzo dei Fratelli Musulmani dal Cairo ma anche di quelli «de noantri» e io francamente non vorrei fra i piedi alcun Fratello Musulmano a Roma e neanche al Cairo. Cercare di ottenere la caduta politica di Berlusconi con armi che non sono della politica ma che appartengono ad altre funzioni, come la magistratura, significa accoltellare la democrazia e ridurre in carta straccia il principio di rappresentanza.

Giovedì sera ad Annozero Nichi Vendola ricordava che Berlusconi occupa il suo ufficio di capo del governo per essere riuscito a «vendere un sogno agli italiani» i quali per questo e almeno finora gli hanno affidato la delega di un consenso perfettamente legittimo e democratico. E questo mi sembra un dato di fatto, sia che piaccia sia che non piaccia l’attuale presidente del Consiglio. Io che detesto mignottocrazia e putinismo credo che il disegno oscuro di battere non nelle urne o in Parlamento, ma in una finta piazza Tahrir chi ha ricevuto un consenso legittimo, costituisca una minaccia alla democrazia più pericolosa di quella che viene dalla pur abominevole mignottocrazia.



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Feltri, Sallusti e Belpietro denunciati per stalking da Italo Bocchino

Corriere della sera


L'onorevole e la moglie a causa dei loro articoli soffrirebbero d'ansia, incubi. E sarebbero dimagriti

MILANO Assemblea Costituente di Futuro e Libertà DIETRO LE QUINTE




MILANO - Bocchino si appella alla legge sullo stalking contro i quotidiani a lui avversi. Se ne parla dietro le quinte dell’Assemblea Costituente di Futuro e Libertà in corso a Milano: l’onorevole Italo Bocchino e la moglie Gabriella Buontempo hanno denunciato i quotidiani Libero e Il Giornale per stalking. Lo anticipa sul web Novella 2000. I coniugi Bocchino si sentirebbero non solo “sedotti e abbandonati” dalla triade di direttori, ma perseguitati dai ripetuti articoli su di loro pubblicati dai due quotidiani a partire dal momento in cui i Finiani hanno abbandonato il Pdl Berlusconiano per fondare Fli, di cui Bocchino potrebbe diventare coordinatore al termine di quest’assemblea costituente.

OSSESSIONE - Nella denuncia-querela presentata a Roma i coniugi spiegherebbero, secondo indiscrezioni, di essere ossessionati, diventati diffidenti, di saltar su ogni qualvolta squilli il telefono. E di aver gli incubi di notte. Il timore che i pezzi pubblicati dai quotidiani istighi all'odio li farebbe vivere in un perdurante stato d’ansia e frustrazione. Italo Bocchino e Gabriella Buontempo, nella loro denuncia, sosterrebbero di essere deperiti e dimagriti. C’è infine una postilla su Feltri: essendo passato di recente dal Giornale al Libero, si ritroverebbe doppiamente denunciato.


Redazione online
12 febbraio 2011



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Garantisti a senso unico

Quotidiano.net




Pubblicato da Giovanni Morandi Mar, 08/02/2011 - 08:43

ORMAI Napolitano non si concede un attimo di sosta e corre da una parte all’altra, ora per dettare l’agenda sul federalismo, ora per esortare a fare di più e andare oltre le magre previsioni di crescita del Pil, ora per ricordare i piccoli rom che sono morti nel rogo di Roma, ora per parlare dell’unità d’Italia, ora per lanciare messaggi a certi magistrati che ancora una volta ieri hanno dato il peggio di sé. Una fatica quella del Capo dello Stato da vero stakanovista ma ripagata dal credito che la sua voce e la sua saggezza raccolgono. Voce, si badi bene, che si esprime non per noiosi comizi ma per pillole somministrate allo scopo di curare guasti e fermare errori. La pillola di ieri è stata: «L’esercizio del diritto costituzionale a manifestare pacificamente non deve degenerare in inammissibili disordini e scontri provocati da gruppi estremisti».

Intervento agli antipodi della decisione dei giudici di Monza che, tra lo sconcerto generale, hanno disposto la scarcerazione dei due giovani arrestati domenica nel corso dei gravi disordini scoppiati nel tentato assalto alla villa di Arcore, residenza di Silvio Berlusconi. Una decisione giunta dopo una serie di reazioni politiche, non ultima quella del ministro dell’Interno Maroni che aveva auspicato una condanna esemplare per i colpevoli dei disordini, provocati dai centri sociali che si erano aggregati alla manifestazione degli antiberlusconiani del Popolo Viola. La decisione dei magistrati lombardi è stata uno schiaffo non solo al ministro dell’Interno ma anche alla polizia, che aveva disposto l’arresto dei due militanti dell’area antagonista. Da qui l’importanza del richiamo di Napolitano, che già nei giorni scorsi aveva denunciato il clima di scontro istituzionale che avvelena i rapporti tra magistratura e potere politico. La decisione dei giudici lombardi è suonata come l’ennesima sfida non solo nei riguardi del presidente del consiglio ma anche come un segnale di sordità verso il Quirinale.

LA SCARCERAZIONE dei due arrestati ci parla ancora una volta della disparità di comportamento di quella magistratura, tanto sommaria nei giudizi e disinvolta nella diffusione di atti coperti dal segreto istruttorio quando a farne le spese è il presidente del consiglio, quanto estremamente garantista e cauta nei riguardi di chi lo contesta. O per meglio dire di chi lo odia. I due ad esempio sono stati scarcerati perché hanno negato di essersi resi responsabili di violenze, smentendo così il dispositivo di polizia che aveva portato al loro arresto. Deve essere suonato come sarcastico, ma è stato comunque preso per buono il dettaglio fornito da uno dei due che ha detto non solo di aver fatto il bravo bambino, ma anche di aver perfino restituito a un poliziotto il manganello che aveva perduto. Episodio che richiama alla memoria gli arrestati e, anche allora, scarcercati colpevoli del sacco di Roma nelle contestazioni anti Gelmini. Uno di quelli finiti in galera aveva detto non di aver strappato le manette ad un agente ma anzi di averle raccolte per restituirgliele. Così si semina l’odio e si richiamano sinistre memorie. Ricordate quelli che gridavano «uccidere un fascista non è reato» e si rivolgevano a tutti coloro che consideravano nemici?





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Napoli, ucciso padre cronista Il Mattino in migliaia a corteo anticamorra

Taleb, «il ragazzo» che minaccia l'Europa

Corriere della sera


Membro di un gruppo libanese, ha il compito
di preparare un attentato in Grecia o in un altro Paese

IL PERSONAGGIO


WASHINGTON – I suoi uomini chiamano Ghaleb Taleb «lo straniero». Oppure «il ragazzo», e usano proprio la parola italiana. Taleb è un terrorista di Fatah Al Islam, gruppo libanese vicino ad Al Qaeda. Da mesi si è infiltrato in Grecia con l’ordine di preparare un attentato da eseguire sul territorio greco o in un altro Paese europeo. Ai suoi ordini una pattuglia di estremisti sparsi tra il nord dell’Europa, la Germania, la Francia e la Bulgaria.


Ghaleb Taleb
Ghaleb Taleb
CONTATTI - «Lo straniero» ha favorito l’arrivo e il passaggio di militanti provenienti dal Libano. Ha fornito denaro e documenti. Ha allargato la rete di contatti. Un complice, Munjed Al Fakham, arrestato dalla polizia libanese, ha fornito particolari interessanti sul giovane. Lo definisce ambizioso e preparato. Gli piace spendere, quando può fa la cresta sui fondi ma è ritenuto affidabile sul piano operativo. Il movimento gli ha fornito uno stock di passaporti europei con i quali compie le ricognizioni. Di recente, però, è dovuto starsene al coperto. Una prudenza dettata da un paio di retate avvenute in Olanda e Belgio (novembre 2010) che avrebbero coinvolto militanti islamisti. Tra gli «amici» di Taleb ci sono anche due libanesi che nel 2006 hanno cercato di far esplodere un ordigno su un treno in Germania.

TEMUTI - Fatah Al Islam è temuto dai servizi di sicurezza occidentali. Dopo aver perso decine di elementi in una battaglia contro l’esercito libanese (2007), si è ricostituito. Ne fanno parte volontari del Golfo, palestinesi, siriani e yemeniti. L’ideologia e i metodi sono quelli qaedisti. I loro bersagli sono le forze dell’Onu in Libano (ci sono anche i soldati italiani), gli apparati di polizia e tutto ciò che può ostacolare i programmi della fazione. Messi sotto pressione in Libano, i membri di Fatah Al Islam hanno attuato la tattica della dispersione. Un nucleo si è nascosto nel campo profughi palestinese di Ein Heloué, a Sidone. Diversi sono finiti in Iraq e una ventina, invece, ha scelto l’Europa usando proprio la Grecia come avamposto. Una decisione legata alla presenza di una struttura logistica semplice quanto efficace. Piccoli appartamenti, possibilità di ricevere denaro e passaporti, vie di fuga multiple. Sembra anche che i terroristi sfruttino intrecci con la piccola criminalità e il contrabbando. Ad accoglierli in Grecia, nel 2009, c’era Mohammed Musa, grande esperto del Paese e con buone amicizie. Poi, un anno fa, è stato sostituito. Dicono che non si sentisse più sicuro. Al suo posto è arrivato Ghaleb Taleb che ha intensificato gli sforzi per ampliare la colonia di fedayn di Fatah Al Islam. Ora aspettano solo un ordine per agire.


Guido Olimpio
12 febbraio 2011



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Benzina gratis dal self-service folla al distributore. E 19 denunce

Corriere della sera

 

Per un guasto una pompa ha erogato carburante per ore: più di mille litri. Ma sotto gli occhi della telecamera

 

ROMA - Al maresciallo dei Carabinieri che ha raccolto la denuncia del gestore del distributore è sembrato un film. L'altra sera, grazie al tam tam con i telefonini tra parenti e amici, nel giro di pochi minuti alla stazione di rifornimento Q8 sulla Statale 5 «Tiburtina Valeria», nel comune di Roviano, si è ritrovata la folla delle grandi occasioni. A causa di un probabile guasto al sistema self-service della pompa di benzina, il distributore erogava carburante gratis. Se n'è accorto, per caso, un automobilista di Anticoli Corrado, un paesino poco distante. Non credeva ai propri occhi e così ha chiamato amici e parenti. Non a caso, quasi tutta la gente che ha fatto il pieno gratis arrivava da Anticoli Corrado.

 

 

1500 EURO - Il gestore, la mattina seguente ha fatto due conti per capire quanto fra benzina verde e gasolio se ne fosse andato in quella maniera. Dalle prime stime, più di mille litri, ovvero oltre 1.500 euro volatilizzati in una notte. Ad approfittarne sono stati in 19. Sfortunatamente per loro, però, gli automobilisti non avevano considerato la presenza delle telecamere a circuito chiuso che avevano ripreso sia le targhe delle vetture sia le loro facce sorridenti. Risultato: diciannove denunce per furto. Tutti "fortunati", infatti, sono stati identificati e denunciati per furto di carburante dai Carabinieri della Stazione di Anticoli Corrado.

 

Red. on.
12 febbraio 2011

Mio figlio ha sbagliato ed è giusto che paghi, ma non date la colpa a noi genitori»

Corriere della sera


Scrive la madre di uno dei quattro giovani arrestati per il pestaggio di un sedicenne in viale Monza

 

    La lettera

    Sono la mamma di uno dei giovani arrestati per l'aggressione al ragazzino in viale Monza. Non voglio difendere mio figlio, anzi, lo dico a voce alta: ha sbagliato ed è giusto che paghi. Vorrei però rispondere a chi gratuitamente giudica chi sta dietro a questi ragazzi. Non dimentichiamoci che parliamo di ragazzi di 20 anni, con personalità propria, consapevoli delle proprie azioni. O almeno, così dovrebbe essere. Ho tanto sentito parlare di famiglie disagiate, genitori incompetenti. Ebbene, io parlo per quello che riguarda la mia famiglia.


    Siamo genitori separati, lavoriamo, ed abbiamo sempre fatto di tutto per non far mancare nulla alla nostra famiglia. Mio figlio è cresciuto con il padre, che lo ha sempre seguito. Lavorano insieme. Durante la settimana non esce. Il padre ed io abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto anche dopo la separazione, frequentandoci assiduamente tutti insieme, cercando di essere sempre entrambi punti di riferimento. Come i ragazzi di quell'età, il sabato sera è un'occasione per stare con gli amici. Questo è per noi nostro figlio. Abbiamo sempre seguito la sua crescita, cercando di trasmettergli gli stessi valori con i quali siamo cresciuti noi. Ora, non credo che possiamo essere definiti una famiglia disagiata, abbiamo fatto di tutto per essere buoni genitori, ma purtroppo non sempre le cose nella vita vanno come noi vorremmo.


    Voglio quindi mandare un messaggio a tutti coloro che addossano le colpe dei figli ai loro genitori. Così facendo, queste persone non fanno altro che giustificare questi episodi. Lo dico andando anche contro mio figlio. Questi ragazzi sono persone adulte, ma finché si sentiranno dire che non è colpa loro, ma dei genitori, non si responsabilizzeranno mai. Non fatelo. È giusto che mettiate questi ragazzi di fronte alle loro responsabilità, e che paghino loro stessi, non chi, pur a volte sbagliando, ha cercato di rendere persone adulte i propri figli.


    Detto questo, vorrei esprimere tutta la mia solidarietà alla famiglia del ragazzino, siamo anche noi genitori. Ma vorrei anche che ognuno, prima di giudicare, si facesse un esame di coscienza. Ho sentito parlare di genitori irresponsabili in quanto non a conoscenza di ciò che avviene fuori casa. Sì, è vero, non avrei mai pensato che mio figlio potesse commettere un'azione così deplorevole, ma mio figlio ha vent'anni, non posso obbligarlo a non uscire la sera ora, ma di sicuro, a 15 anni, non è mai capitato che fosse all'una di notte in un pub a comprare vodka. Allora, invece di giudicare, preoccupiamoci di più dei nostri di figli. Penso che non sia questa la strada giusta per evitare che anche lui diventi un potenziale futuro partecipante di un branco.


    Giovanna M.
    12 febbraio 2011



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    Svizzera, troppi suicidi: al voto per chiudere le armi d'ordinanza negli arsenali

    Quotidiano.net


    Raccolte oltre 100mila firme: per i promotori dell'iniziativa diminuendo il numero di armi da fuoco in circolazione si riduce anche il numero delle vittime. Contrari governo e maggioranza


    Roma, 12 febbraio 2011



    Per ridurre il numero dei suicidi e degli omicidi in Svizzera è stato proposto di rendere obbligatoria la custodia delle armi d’ordinanza militari negli arsenali e di istituire un registro nazionale delle armi. I cittadini svizzeri voteranno domani sull’iniziativa “Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi”.

    La Svizzera è uno dei paesi con la più alta proporzione di armi da fuoco in mano a privati cittadini, ricorda il sito online di Swissinfo: sicuramente oltre i due milioni, per un paese che conta circa 7,7 milioni di abitanti.

    La tradizione militare elvetica fa lievitare le cifre: l’arma d’ordinanza, infatti, fa parte dell’equipaggiamento personale che i membri dell’esercito svizzero devono custodire quando sono fuori dal servizio. E una volta prosciolti dall’obbligo di prestare servizio, i militi generalmente possono tenere la propria arma.

    Nonostante la grande diffusione di armi, la Svizzera non è un paese con un alto tasso di criminalità, ha però un elevato tasso di suicidi. Secondo i dati più recenti forniti dall’Ufficio federale di statistica, nel 2008, su un totale di 1.313 suicidi, 239 (18,2%) sono stati compiuti con un’arma da fuoco. Nello stesso anno, vi sono stati altri 20 morti uccisi, intenzionalmente o accidentalmente, con un’arma da fuoco. La statistica non precisa in quanti casi è stata utilizzata un’arma dell’esercito.

    La proposta, con oltre 100mila firme a suo sostegno, è osteggiata da governo e dalla maggioranza in parlamento. Per i fautori dell’iniziativa, diminuendo il numero di armi da fuoco in circolazione si riduce anche il numero delle vittime.

    Gli oppositori replicano che violenza domestica e suicidi non sono dovuti al possesso di un’arma e ricordano che dall’inizio del 2010, chi vuole può già depositare l’arma d’ordinanza militare all’arsenale.






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    La Repubblica dell’ipocrisia

    Il Tempo


    Pochi reclamano le dimissioni del presidente Fini. Troppi difendono i giudici ignorandone le sfacciate invasioni.


    Anno giudiziario, la protesta dei magistrati Più che sul lavoro, come si continua a leggere nel primo ed enfatico articolo della Costituzione, questa nostra povera Repubblica è fondata ormai sull’ipocrisia. Che tracima dai moniti di questa  o quell’altra Autorità, doverosamente al maiuscolo, per carità, dagli editoriali dei giornaloni e dagli appelli d'intellettuali e politici, maschi e femmine, infaticabilmente mobilitati contro il solito Cavaliere. Ho perso il conto dei soloni che reclamano dal presidente del Consiglio il "rispetto" dell'istituzione del Governo e gli intimano perciò le dimissioni per le sue vicende giudiziarie, prima ancora di essere giudicato dal tribunale competente.

    Ma si contano sulle dita di una mano quelli che contemporaneamente reclamano anche le dimissioni del presidente della Camera per le ferite che procura alla sua carica, e più in generale all'istituzione del Parlamento, mentre fonda il suo nuovo partito, dopo averne già spostato l'embrione dalla maggioranza all'opposizione. Ai pochi, molto pochi, che fra i suoi nuovi alleati politici, e persino sul Colle più alto di Roma, hanno avvertito qualche perplessità sulla situazione verificatasi al vertice di Montecitorio è stato preannunciato che Gianfranco Fini rispetterà il proprio ruolo istituzionale autosospendendosi dalla presidenza del nuovo partito, non appena gli sarà formalmente conferita. Ma sarà chiaramente un'autosospensione assai poco credibile, pari alla neutralità imposta, e da lui vantata, alla guida della Camera. Solo una dose massiccia, e tossica, d'ipocrisia può far credere il contrario sul piano politico.

    O può fare ignorare il carattere inevitabilmente ricattatorio, sempre sul piano politico, che assume il sostegno dell'opposizione ad un presidente di assemblea privo dell'appoggio della maggioranza. Che è peraltro impedita a votargli contro da un regolamento che si limita a non prevederne la procedura, ma di cui potrebbe cambiare in ogni momento l'interpretazione. Un'altra dose massiccia, e tossica, d'ipocrisia consente a troppi, nei piani alti e bassi delle istituzioni, di difendere la magistratura ignorandone anche le più sfacciate invasioni e forzature. Che nel campo delicatissimo dei rapporti con la politica sono state facilitate nel 1993 dall'improvvida riduzione dell'immunità parlamentare, sopravvissuta solo per gli arresti cosiddetti cautelari, le perquisizioni e l'uso processuale delle intercettazioni nelle quali un deputato o senatore può incorrere quando parla con persone sotto controllo legittimo dell'autorità giudiziaria.

    Prego il lettore di credermi se gli dico che molti politici e giudici, anche tra i più feroci critici di Silvio Berlusconi, riconoscono in privato, ma solo in privato, gli eccessi di certi inquirenti. Essi si limitano ad allargare le braccia, accampando sempre la scusa che "non è il momento", quando si chiede loro di avere il coraggio di fare qualcosa. Mi chiedo che cos'altro ancora debba accadere perché un "galantuomo" come Giorgio Napolitano, per ripetere la definizione che giustamente ne ha appena dato Berlusconi in una intervista, avverta il dovere di un richiamo esplicito, lasciatemi pur dire ultimativo, anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, a quelle toghe che trattano le indagini come una clava di loro proprietà. Mi chiedo che cos'altro debba ancora accadere perché un uomo dell'esperienza, per esempio, dell'ex presidente della Camera Luciano Violante si debba decidere a completare le riflessioni critiche lodevolmente avviate sui suoi ex colleghi magistrati, senza lasciarsi condizionare dalla paura di portare acqua, diciamo così, al mulino del suo avversario politico Berlusconi. Mi chiedo ancora se non basti ed avanzi a Massimo D'Alema, ex presidente peraltro dell'ultima e sfortunata commissione bicamerale per la riforma costituzionale, la non esaltante figura fatta, a mio avviso, alla vigilia dello scorso Natale. Quando, a edicole per lui fortunatamente chiuse, si dichiarò frettolosamente "frainteso" nell'estate del 2008 dall'allora ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli. Che in un rapporto riservato al Dipartimento di Stato, poi trafugato e diffuso da Wikeleaks, ne aveva raccolto un impietoso giudizio sulla magistratura italiana: "una minaccia allo Stato".

    Il povero Spogli ha studiato, oltre che lavorato, in Italia, Ne conosce e parla correntemente la lingua. E fu giustamente colpito da un simile sfogo, peraltro espresso da un leader politico reduce dall'esperienza di ministro degli Esteri dell'ultimo governo di Romano Prodi. Sarà un bel giorno quello in cui D'Alema potrà dire in pubblico dei magistrati italiani, o di alcuni di essi, ciò che dice in privato, anche al netto dei presunti fraintendimenti dei suoi interlocutori, italiani o stranieri che siano. Ma riuscirò mai a vederlo quel giorno, con l'età che ho, di circa due anni inferiore a quella del Cavaliere? E riuscirà a vederlo lo stesso Berlusconi? Gielo auguro, con tutto l'aiuto che potrà dargli don Verzè. Persino il buon Sergio Romano ha ceduto ieri ad un certo tartufismo sul Corriere della Sera sostenendo, fra l'altro, che talune riforme, pur "utili", hanno il torto di poter servire alla difesa legale di Berlusconi. Ecco, un altro bel giorno sarà quello in cui anche Romano si deciderà a valutare finalmente le riforme, per esempio, delle intercettazioni, del processo cosiddetto breve e, più in generale, dell'ordinamento giudiziario solo per il loro contenuto, e non per le persone che ne possono trarre vantaggio. Fra le quali si ritiene, evidentemente e odiosamente, che vi sia uno, Berlusconi appunto, destinato alla pregiudiziale esclusione da ogni norma migliorativa della disciplina, o indisciplina, in vigore. E ciò in barba al principio della legge uguale per tutti, ipocritamente invocato contro di lui dagli avversari.

    Francesco Damato
    12/02/2011




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