venerdì 11 febbraio 2011

Napoli, autista del bus manda sms mentre guida

Il Mattino


E' di un mese circa la notizia di una ragazza di 15 anni che ha perso la vita investita da un autobus mentre andava a scuola. Al di la' delle cause da accertare di questo singolo caso (la magistratura verifichera' se c'e' responsabilita' da parte dell'autista, che e' innocente fino a prova contraria).





Tutti noi ci siamo chiesti in che condizioni si viaggia sugli autobus. I mezzi sono obsoleti e privi dei dispositivi di sicurezza indispensabili ma MOLTI AUTISTI GUIDANO IGNORANDO LE PIU" ESSENZIALI REGOLE. Continuo a vedere autisti che parlano al cellulare. Oggi mi sono decisa a riprendere l'autista (d questo sono sicura al 100%),che alle 15:10 circa transitava in via Riviera di Chiaia dirigendosi verso fuorigrotta, che MENTRE GUIDAVA MANDAVA UN SMS. Purtroppo assisto a scene di questo genere ogni giorno.

MOBILITIAMOCI, che la ragazza non sia morta invano. Riprendiamo e segnaliamo questi comportamenti! Che i dirigenti EAV BUS, l'ANM , CTP ecc prendano provvedimenti. Che gli autisti onesti si indignino, si ribellino e collaborino! BASTA CON INCOSCIENTI ALLA GUIDA DEI BUS! Ho inoltrato reclami in tal senso per anni a tutte le compagnie ma NESSUNO HA FATTO NIENTE.

Spero che almeno voi pubblichiate questo viseo . Purtroppo non e' molto chiaro ma l'ho fatto con il cellulare e , vedendo in che modo guidava l'autista , che tra l'altro parlava con un amico di fianco, mi sono retta il piu' possibile.

Venerdì 11 Febbraio 2011 - 17:30    Ultimo aggiornamento: 17:54




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Postacelere in ritardo? C'è il risarcimento

Corriere della sera


L'esclusione di qualsiasi responsabilità di Poste italiane è stata considerata dai giudici un ingiustificato privilegio

sentenza della Corte Costituzionale



MILANO - La "postacelere" arriva in ritardo? Il danno deve essere risarcito. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, in base alla convinzione che l'esclusione di qualsiasi responsabilità di Poste italiane Spa per il ritardato recapito delle spedizioni va considerata un «ingiustificato privilegio». La Consulta - con la sentenza numero 46 scritta dal giudice Giuseppe Tesauro - ha così dichiarato illegittimo l'art. 6 del testo unico delle disposizioni legislative in materia postale, di bancoposta e telecomunicazioni (Dpr n. 156 del 1973) nella parte in cui si esclude, appunto, tale responsabilità.

LA CAUSA - La vicenda è partita da una causa della Gea (la società Gestione epurazione ambiente) contro le Poste Italiane: la società chiedeva un risarcimento per il ritardo con cui è arrivata la documentazione per partecipare a una gara per l'affidamento di lavori relativi a un impianto di depurazione. Per errore il plico fu spedito da Reggio Calabria anziché da Reggio Emilia e, essendo arrivato in ritardo, determinò l'esclusione della Gea dalla gara. La Consulta ha dunque dato ragione al Tribunale di Napoli che aveva sollevato la questione di legittimità delle norme. E infatti - è scritto nelle motivazioni della sentenza - in questo modo si determina «in favore del gestore un ingiustificato privilegio, svincolato da qualsiasi esigenza connessa con le caratteristiche del servizio, senza dunque realizzare alcun ragionevole equilibrio tra le esigenze del gestore e quelle degli utenti del servizio». Un equilibrio che - secondo la Corte - «il legislatore avrebbe invece dovuto realizzare, essendo venuta meno la concezione puramente amministrativa del servizio postale, e quindi la possibilità di collegare tali limitazioni di responsabilità alla necessità di garantire la discrezionalità dell'Amministrazione».


Redazione online
11 febbraio 2011



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Così nacque il superpartito pm-sinistra: "Nei '90 Pds usò i giudici anti-siatema"

Libero







Tutto cominciò da una paginata tragicamente profetica de Il manifesto: una colata di piombo negli anni delle colate di fango.
«Iniziò tutto, se non mi sbaglio, da un dossier pubblicato sul quotidiano Il manifesto sulla questione giustizia (tra il maggio  e luglio ’90, o ’91): fu preso molto a cuore dagli ultimi comitati centrali Pci/Pds. Si trattava di un report che descriveva a e dettava esattamente i rapporti nascenti tra i magistrati e l’ex Partito comunista, prima erano inestistenti, anzi.

Dal Manifesto si evinceva un nuovo modo per scardinare il sistema, si illustrava come, attraverso le nuove leve della giustizia, si sarebbe arrivati al potere. Una strategia che il Pci-Pds cavalcò. Perché, in quel momento c’era un buco, un vuoto di potere; e c’era un’ideologia di sinistra a cui serviva un partito...». Il “partito dei giudici”. La parole sono sdrucciole. L’accento al telefono di chi spiega, qui sopra, genesi e eziologia della forza storica che affolla le aule di tribunale è napoletano.

Appartiene a un signore perbene che, sgranando i propri ricordi di magistrato in pensione da vent’anni, si rivela profondo conoscitore della Procura milanese, già pezzo grosso all’interno di Magistratura Democratica.

Ovviamente, per questioni di mera sopravvivenza, l’ex pretore e piemme preferisce mantenere l’anonimato. Eppure da deluso della sinistra («Non lo sono più. Ma non posso rinnegare certo gli anni passati in Magistratura Democratica. I miei valori di sinistra rimangono,  fu la loro interpretazione ad essere sbagliata») rievoca progetti e intenzioni del “partito dei giudici” che, col tempo, «si rivelarono lo specchio di ciò che poi è avvenuto...».

«Per dirle: esiste un un documento datato 12 marzo 1988 che riassume una riunione a Renate, nella villa di Gherardo Colombo, dove lo stato maggiore dell’Md milanese discuteva sulla riforma dell’ordinamento giudiziario (che vedrà la luce il 24 ottobre 1989) e soprattutto del nuovo ruolo del pubblico ministero...» confida il magistrato. Breve parentesi. Md è una corrente  fondata a Bologna il 4 luglio 1964, che ha visto progressivamente crescere il proprio peso all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Nel 1969 una scissione interna ne dimezzò i risultati alle elezioni dell’Anm del 1970 rispetto alle precedenti. Gli aderenti a Md, allora, si divisero in due tronconi: il primo rimase appunto all’interno di Magistratura Democratica, il secondo, guidato da Adolfo Beria d’Argentine, confluì nel movimento “Impegno Costituzionale”, in contrapposizione con l’area che si presumeva più direttamente legata all’estrema sinistra. Chiusa parentesi.

Torniamo alle riunioni in casa Colombo. C’erano tutti. Dai magistrati che in un paio d’anni daranno vita al pool di Mani pulite, giudici e pretori a  - guarda caso -   Nicoletta Gandus, che da presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano giudicò (nonostante una richiesta di ricusazione) il premier Silvio Berlusconi sul cosiddetto caso Mills. «La Gandus era una mia amica, conoscevo anche Oscar Magi e benissimo la Boccassini, dura ma molto brava. Ma da quando sono uscito dalla loro corporazione nessuno di loro -scusi- mi ha cagato più...», continua il nostro uomo. Tutti gli interventi di quel giorno sono contenuti in un fascicolo intitolato “I mestieri del giudice”(Etm).

L’articolo più interessante fu soprattutto quello di Riccardo Targetti, allora sostituto alla Procura di Milano. «Targetti, alla luce del nuovo codice di procedura penale teorizzava la nascita del “pm dinamico”, diverso dal magistrato  “statico”, che sta lì ad aspettare dietro la scrivania  la notitia criminis  dai carabinieri e che si occupa di micro-criminalità da strada, malavita urbana e violazioni di legge. Il pm dinamico doveva dedicarsi anima e corpo alla “contrapposizione con altri poteri, palesi e occulti, dello Stato e della società”, alle “manifestazioni di devianza dei colletti bianchi”. E lo faceva sulla base di qualsiasi suggestione poteva avere pure da canali non ufficiali».

Il concetto è: se, teoricamente, il pm sogna soltanto che qualcuno commette un crimine, può indagarlo. «Teoricamente sì. Il suo potere è enorme. E preoccupa, pensando che che all’interno di Md sono quasi tutti schierati a sinistra e che alla Procura di Milano quasi tutti sono di Md. Tra l’altro, anche chi non lo è si guarda bene dallo scontrarsi con la sua stessa casta». Cane non mangia cane. «Esatto ormai il pm è un poliziotto: per questo la soluzione migliore sarebbe la separazione della carriere...».

Il giudice pentito ha la voce stanca, rotta dall’emozione. E, sulla strategia difensiva del premier è pessimista: «Denunciare i magistrati allo Stato? Inutile. Qualunque cosa faccia sbatterà contro un muro. D’altronde la strategia è chiara: stralciare la posizione di Berlusconi e andare a giudizio anche in un mese, comunque prima delle amministrative». Il racconto s’interrompe in un sospiro: dà l’idea d’una giustizia e d’una politica dalla tristezza infinite.


di Francesco Specchia

11/02/2011





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Montanelli e i giudici: ecco cosa pensava Indro

Libero


"Quando un pm esibisce una tessera di partito, dovrebbe essere processato ed andare in galera". Parola di Indro Montanelli, che ai tempi di 'Mani pulite' non risparmiava commenti durissimi ai magistrati, sia dalle pagine del Giornale da lui diretto sia in tv, da opinionista a 'Dovere di cronaca' su Rete4. 


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Napolitano bacchetta Durnwalder: "Nessuna minoranza austriaca, lei rappresenta italiani"

Quotidiano.net


Il Capo dello Stato ha inviato una lettera al Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano in cui si rammarica per le espressioni usate dall'on. Durnwalder nel giustificare la sua decisione di non aderire alle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia

Roma, 11 febbraio 2011


Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ieri inviato una lettera al Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano nella quale ha espresso sorpresa e rammarico per le espressioni con le quali l’on. Durnwalder ha commentato la decisione di non aderire alle celebrazioni del 150mo dell’Unità d’Italia.

Il Capo dello Stato ha rilevato che il Presidente della provincia di Bolzano non può parlare a nome di una pretesa "minoranza austriaca" dimenticando di rappresentare anche le popolazioni di lingua italiana e ladina, e soprattutto che la stessa popolazione di lingua tedesca è italiana e tale si sente nella sua larga maggioranza.

Il Presidente della Repubblica ha espresso quindi la propria fiducia che l’intera popolazione della provincia di Bolzano possa riconoscersi pienamente nelle celebrazioni della nascita dello Stato italiano, nello spirito dei principi sanciti dagli articoli 5, 6 ed 11 della Costituzione repubblicana.

DURA REPLICA - ‘’Il gruppo linguistico tedesco non ha nulla da festeggiare. Nel 1919 non ci è stato chiesto se volevamo fare parte dello Stato italiano e per questo non partecipero’ ai festeggiamenti’’. Risponde cosi’ il governatore altoatesino Luis Durnwalder al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. ‘’Gli assessori italiani sono liberi di festeggiare l’unita’ d’Italia, ma non in rappresentanza della Provincia autonoma’’, ribadisce.







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Muore d'infarto dopo il primo bacio

I cento anni di Angelina Batelli: l’ultima operaia serica di San Leucio

Corriere del mezzogiorno


Per 50 anni al telaio, testimone di antiche tradizioni. Negli anni '30 erano 87 gli opifici non solo a San Leucio



Angelina Batelli

Angelina Batelli


CASERTA — Manca poco più di una settimana e i borgatari di San Leucio sotto la guida di don Battista Marello sono in attività per allestire la festa in onore di Angelina Batelli che il 15 febbraio soffierà sulle candeline dei suoi 100 anni e sulle centinaia di chilometri di filati serici che hanno caratterizzato la sua vita di tessitrice. Angelina è l’ultima superstite di quelle Berta che hanno filato fiumi di seta, che hanno passato una vita a far cigolare telai, quasi a dar parola alla bellezza dei lampassi e damaschi che derivavano dalla loro fatica, generazione che soltanto alle soglie della pensione aveva conosciuto i telai meccanici. Oggi a San Leucio tacciono, purtroppo, anche questi; i filati sintetici, la stoffe cinesi, l’esclusività delle sete eccezionali del borgo fondato da Ferdinando IV di Borbone, tessuti non da grandi magazzini, sono preziosità non alla portata di tutti. E Casa Bianca e Cremlino, castelli della Loira e saloni del Vaticano e del Quirinale, non è che si possano ritapezzare ad anni alterni.

Dalla casa del quartiere Trattoria dove abita, "venerata" dalla nipote Antonietta e Antonio Ronzo che ne è il marito, Angelina fino a che l’udito l’ha aiutata, era felice di ascoltare lo sferragliare dei telai dello stabilimento che è a un passo, le Seterie Cugini De Negri in cui aveva passato cinquant’anni della sua vita, eco di una passione più che di un lavoro. Non glielo dicono e non capirebbe, il perché del silenzio dei telai. Interviene la nipote a raccontare che zia Angelina dall’età di sei anni aveva già confidenza con la tessitura.

Una delle seterie di San Leucio
Una delle seterie di San Leucio
Il suo papà — dice — aveva un telaio in casa, produceva e consegnava alla fabbrica. Quel telaio era come un focolare, la famiglia tutta intorno, ognuno a rendersi utile per far crescere il tessuto, a far volare le spolette. E zia Angelina era nel gruppo. Alfonso, il papà se ne convinse, quella bambina era portata a fare seta, un lavoro che per lei era un gioco, un piacere». Aveva 16 anni, la Berta di San Leucio, e varcò il cancello della fabbrica, già esperta fu avviata alla linea che sfornava lampassi e damaschi, poi per la sua bravura fu come un jolly, buona per tutte le lavorazioni.

Dai ricordi della centenaria emerge uno spaccato di vita che allora, anni Trenta, contava in San Leucio, Briano e Sala ben 87 opifici fra filande, filatoi, tintorie, officine. I maggiori opifici — oggi uno soltanto a San Leucio, qualcuno a Limatola, altri a Carinaro e San Marco Evangelista (non lo diciamo a zia Angelina) — erano dei De Negri del Belvedere e poi in piazza della Seta, Raffale Alois a Briano, i Batelli con Giuseppe, Orazio, Leucio, la Tessitura Alfonso Bologna e la Tessarte dei Bologna Antimo, Donato, Emilio a Sala, Francesco Bologna, Annibale e Antonino Bologna, i Cicala in via Amalfi a Caserta. Tutti nomi, assieme ad altri non citati, che erano e ancora sono etichette note in tutto il mondo. Tutta questa storia è passata per le mani di Angelina Batelli, «dama della Repubblica» senza medaglia e senza nastrino (che mai nessuno le ha assegnato) perché l’emblema della sua nobiltà da lavoro sono le sue mani nodose.


Franco Tontoli
08 febbraio 2011




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Parete, strada intitolata a Tito Belluno si ribella: «Rimuovetela»

Corriere del mezzogiorno


Lettera a Napolitano del sindaco di Calalzo: basta ai toponimi che inneggiano ai responsabili delle Foibe



Via Tito a Parete

Via Tito a Parete


CASERTA — Nella cittadina di circa diecimila abitanti a un passo da Aversa, la toponomastica è varia e rappresenta tutti i nomi che, più o meno, campeggiano sulle tabelle di tutte le città d’Italia. Ma Parete ha una prerogativa che condivide soltanto con altre dieci cittadine dello stivale: una strada intitolata a Tito, il Maresciallo Josip Broz, dittatore della fu Jugoslavia. E per questo motivo, la cittadina dell’Aversano terra di buone mozzarelle, si avvia a diventare un caso, a entrare in una lista nera che comprende i toponimi da mettere al bando perché commemorano la figura di Tito. Tutto nasce da una lettera inviata ieri, martedì, dal sindaco di Calalzo in provincia di Belluno capo dello Stato Giorgio Napolitano con cui si chiede la rimozione immediata di tutti i toponimi che in Italia inneggiano al maresciallo Tito e ai responsabili delle tragedie delle Foibe, molti dei quali peraltro insigniti di onorificenze della Repubblica. Il sindaco bellunese Luca De Carlo ha promosso questa iniziativa in occasione della Giornata del Ricordo per le vittime delle foibe, che ricorre domani, 10 febbraio.

«Non vogliamo che la Giornata del Ricordo resti solo una data sul calendario, e che gli infoibati continuino ad essere vittime dimenticate— spiegano i due amministratori — per questo abbiamo deciso di scrivere a Napolitano». Oggi le strade intitolate al maresciallo Tito sono almeno undici in Italia, ad Aci Sant’Antonio (Catania), Campegine (Reggio Emilia), Nuoro, Palma di Montechiaro (Agrigento), Parma, Quattro Castella (Reggio Emilia), Reggio Emilia, Scampitella (Avellino), Ussana (Cagliari), Verzino (Crotone).

Tito
Tito

Toponimo imbarazzante, favorevole alla sua rimozione? Lo chiediamo al sindaco Luigi Aurelio Verrengia che dice: «Non sono favorevole alla rimozione, a meno che non sia determinata da disposizioni legislative. E lo spiego, sulla base della mia cultura politica di democristiano prima maniera e di cittadino italiano. L’anno scorso ho ricevuto una istanza di profughi istriani per la rimozione del toponimo e ho preferito non farlo per evitare il rinnovarsi di contrapposizioni ideologiche politiche. Condivido la mortificazione degli istriani ma resta pur sempre la valutazione di una personalità, quella di Tito, che pure ebbe una funzione storica rispetto all’antifascismo e all’antinazismo. Resta l’orrendo episodio delle foibe, ma va inquadrato in quell’epoca di follia storica, fatta di contrapposte violenze».

Il sindaco aggiunge: «Sono per lo spirito di pacificazione. Io, da vetero-democristiano, promossi l’intitolazione di una strada a Enrico Berlinguer. La strada intitolata a Tito fu espressione di quella Parete che era conosciuta come la Bologna della Campania, roccaforte che più rossa non si poteva. Ma qui abbiamo strade intitolate a Don Sturzo e Sandro Pertini. Silvio Pellico e Giacomo Matteotti, Salvo d’Aquisto e fratelli Cervi, Vittorio Emanuele e Cavour. Possiamo rimuovere targhe a ogni rivolgimento storico-ideologico? Lasciamo perdere, quindi. Qui, tra disoccupazione, camorra e inquinamenti vari ne abbiamo di cose cui pensare».


Franco Tontoli
09 febbraio 2011




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Boss pentito, i parenti si dissociano col manifesto: «Dice cose false»

Corriere del mezzogiorno


La lettera fatta affiggere sui muri di tre comuni e firmata dai familiari di Guerra, vicino all'ala stragista del clan





CASERTA — Lui, Giuseppe Guerra, 43 anni di Frignano, detenuto per associazione a delinquere di stampo mafioso, decide di collaborare con la giustizia: i familiari prendono le distanze dalle sue dichiarazioni e lo annunciano con manifesti affissi sui muri di Trentola Ducenta, San Marcellino e Frignano. «Annunciano per la collaborazione di giustizia nei confronti di Giuseppe Guerra le famiglie Luigi e Salvatore Guerra e Di Gaetano Antonio, con relativa moglie e i figli — si legge testualmente sul manifesto a caratteri blu su sfondo bianco — si dissociano da tutto ciò che Giuseppe Guerra e moglie hanno il coraggio di dire e di far pubblicare sui quotidiani cose non vere nei nostri confronti».

IL MESSAGGIO: MAI AVUTO A CHE FARE CON LUI - «Noi tutti della famiglia — prosegue il manifesto — siamo colpiti da queste sue decisioni e ci dissociamo nel modo più assoluto in quanto non abbiamo mai avuto nulla a che vedere con la sua vita e le sue malefatte, perché abbiamo sempre lavorato e non condividiamo di ciò che sta facendo pubblicare sui giornali». Guerra, ritenuto vicino all’ala stragista dei casalesi del gruppo di Giuseppe Setola, sta scontando una condanna a 6 anni per associazione per delinquere. Due anni fa è stato raggiunto in carcere da una nuova ordinanza per un duplice omicidio.


R. Ce.
11 febbraio 2011




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Ho ucciso le mie figlie»

Corriere della sera

Trovata una lettera di Schepp alla moglie. Prima di suicidarsi, il padre ha scritto: «Non hanno sofferto»


MILANO - Poche parole, che se fossero vere potrebbero bastare a spegnere ogni speranza sulla sorte delle due gemelline scomparse. Nell'ultima lettera inviata alla moglie prima di uccidersi a Cerignola, il padre ha scritto infatti di averle uccise. Lo ha riferito la polizia svizzera.

LA LETTERA - «Le bambine riposano in pace, non hanno sofferto» c'è scritto anche in una delle due lettere che Matthias Schepp, il padre delle gemelline Alessia e Livia, ha scritto e inviato alla moglie Irina prima di suicidarsi. Parole che non lascerebbero molte speranze sulla sorte delle due bimbe, anche se gli investigatori proseguono tuttora le loro indagini che, ad oggi, sono almeno riuscite a ricostruire la prima parte del viaggio di Matthias Schepp: cominciato con le sue bambine e proseguito da solo. I tasselli cominciano a combaciare ma il puzzle è una figura che nessuno vorrebbe vedere e ha sullo sfondo pagine web sui veleni e gli avvelenamenti, un viaggio pianificato in posti di vacanze che ora potrebbero essere di morte.

La vicenda delle ragazzine scomparse dopo essere state portate via dal padre, Matthias Schepps, morto suicida, si fa sempre più inquietante. Dall'analisi del computer di Schepps sarebbero emerse tracce di consultazione di siti Internet che destano più di una preoccupazione tra gli inquirenti: oltre ai siti sulle compagnie di navigazione tra Marsiglia e Propriano, in Corsica, l'uomo avrebbe infatti visitato alcune pagine in cui si trovano consigli e informazioni sui materiali per l'avvelenamento. E ora le paraole della lettera sembrano confermare le ultime terribili ipotesi.

TORNATO DALLA CORSICA DA SOLO - L'altra cosa che preoccupa i familiari e gli inquirenti è il fatto che Matthias Schepp sarebbe stato visto al porto di Bastia mentre si imbarcava su un traghetto per Tolone. Secondo la testimonianza, l'uomo era da solo, senza le due gemelline. La testimonianza avvalora anche l'ipotesi che l'uomo abbia inviato in Svizzera un pacco postato in un piccolo ufficio in provincia di Marsiglia. Nessuno ancora conosce il contenuto del pacco ma subito dopo l'affrancatura la targa della macchina di Schepp sarebbe stata fotografata alla barriera di Ventimiglia in entrata in Italia.



LE INDAGINI IN PUGLIA - Nel frattempo continuano le ricerche. Saranno riguardati oggi per la quarta volta dalla polizia i filmati delle telecamere di sicurezza del bar di Cerignola la cui proprietaria si dice certa di avere visto il 3 febbraio scorso Matthias Schepp e le due bambine. L'uomo si era suicidato lanciandosi sotto un treno quella stessa sera e delle due bambine non si erano più avute notizie. Gli investigatori, che hanno già visionato i filmati, sono convinti che la donna si sia sbagliata, ma la determinazione con cui la barista insiste nell'affermare di avere visto le due gemelline con il padre ha indotto il dirigente della squadra mobile di Foggia, Alfredo Fabbrocini, a fare scorrere nuovamente le immagini. Probabilmente, oggi sarà riascoltata anche la donna. Anche a Cerignola continuano le ricerche sul territorio e anche oggi sono stati messi in campo elicotteri e unità cinofile per scandagliare, in particolare, le aree in prossimità della stazione ferroviaria dove l'uomo si è tolto la vita. I sommozzatori dei vigili del fuoco stanno invece ispezionando pozzi e cisterne.

Gemelline scomparse

ALLERTA NELL'AREA SCHENGEN - La vicenda viene seguita da vicino anche dal Viminale. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, rispondendo ad una domanda a margine della presentazione di una guida sui minori contesi, ha spiegato che per il caso delle gemelline è stato attivato anche l«Amber Allert», sistema di allerta ad hoc per i minori scomparsi che dirama immediatamente foto e segnalazioni a tutti i paesi dell'area Schengen e all'Interpol.

Redazione online
10 febbraio 2011(ultima modifica: 11 febbraio 2011)

Mike, ancora nessuna richiesta di riscatto Chiamate solo da mitomani e veggenti

Ford sfida Ferrari col furgone Parliamo della "Gran Torino"?

di Benny Casadei Lucchi


Il gruppo di Detroit porta il Cavallino in tribunale: "La F150 si chiama come il nostro famoso pick up". La casa di Maranello: è un’auto da gara, mica un veicolo commerciale. E se ora il Piemonte citasse l’azienda Usa per il nome della "Gran Torino"?



 

A furia di sentir parlare di Torino e Fiat, di Marchionne, Detroit, Chrysler e invasioni dal vago accento piemunteis, l’altra Detroit griffata Ford forse si è impaurita, forse si è scocciata, forse voleva solo farsi un mega spot, fatto sta per mollare uno schiaffo alla Fiat ha pensato bene di sgambettare la Ferrari. Ovvero: ha presentato una denuncia per violazione di marchi depositati, falsa denominazione e pirateria via internet, accusando il Cavallino di aver usato per l’ultima monoposto una sigla, F150, uguale a quella del suo celebre pick up. Per dirla all’italiana: un furgone cassonato.

Effecentocinquanta è infatti il nome scelto dalla Rossa per il bolide di F1 affidato ad Alonso e Massa, un nome frutto dell’unione della effe di Ferrari e dei 150 anni dell’Unità d’Italia che si celebrano quest’anno. Problema. Negli States la Ferrari stradale è uno status symbol, ma le corse di F1 stanno alla Nascar e a Indy (le loro competizioni più celebri) come il nostro calcio al loro football americano. Come dire: non le fila nessuno. Per cui, intentare causa alla Ferrari per il nome di una F1 può anche, sul primo momento, aver tratto in inganno e incuriosito qualcuno, ma poi anche l’americano meno avvezzo al Circus è certamente scoppiato a ridere. Discorso diverso in tutto il resto del mondo, dove l’appassionato è scoppiato subito a ridere visto che la F1 è lo sport motoristico più conosciuto e visto che un furgone non può essere confuso con una monoposto. Eppure «F-150 è un importante e popolare marchio registrato di proprietà Ford» scrivono da Detroit «che identifica la F-Series, una gamma leader».

Ammettiamolo: a leggere il comunicato traspare veramente la sentita preoccupazione dei manager di Detroit per l’eventualità che la potenziale clientela Ford possa confondere il furgone cassonato con la F1 di Alonso. Il che è stravagante. Anche perché a voler essere possibilisti, anche a giurare che, ebbene sì, la Ferrari di F1 e il furgone si assomigliano tantissimo, poi, sulla Rossa, dove diavolo carichiamo la spesa? Ci sarà una differenza di spazio disponibile fra i due veicoli, l’avranno notata i manager di Detroit, oppure in Galleria del vento a Maranello i tecnici hanno lavorato così bene da scoprire il segreto di Eta Beta? Che, a scanso di equivoci e altre cause, non è la sigla di una vettura ma il marziano della Disney che riponeva tonnellate di oggetti dentro il gonnellino.

Però da Detroit non ci sentono. «Ford ha tratto inestimabili vantaggi dal suo marchio F-150. Il grande valore acquisito... è seriamente minacciato dall’adozione del nome da parte di Ferrari». Infatti surfisti della West Coast, cowboy di Flagstaff e manager della Grande Mela sono già tutti in fila davanti ai concessionari per comprare la Ferrari F150 da F1. Il tutto alla faccia del povero Alonso costretto a dividersela con Massa. Ma tant’è, il colosso Usa conclude: da Maranello «non sono pervenute risposte tempestive al riguardo».

Serviva il tempo per sgranare gli occhi e trovare una soluzione molto made in Italy. «La sigla F150 - scrive la Ferrari - (utilizzata come abbreviazione di “Ferrari F150th Italia”) non è né mai sarà il nome di un prodotto commerciale – non ci sarà certo una produzione di serie della monoposto - ma, come sempre nella storia della Scuderia, rappresenta la nomenclatura di un progetto... Quest’anno si è deciso di dedicarla a un anniversario significativo come il 150esimo dell’Unità di Italia...».

Per tutta questa serie di motivi, conclude la Ferrari, riteniamo che «non si possa confondere la monoposto... con un qualsiasi veicolo di tipo commerciale» né pensare che vi sia «un legame ad altro marchio di veicolo stradale e risulta pertanto davvero difficile comprendere quanto espresso dalla Ford. Detto questo, a ulteriore riprova della buona fede e della correttezza dell’operato della Ferrari, è stato deciso di eliminare e far eliminare in ogni sede la denominazione abbreviata e di utilizzare sempre “Ferrari F150th Italia”».
Finita qui? Si spera. A meno che qualche piemunteis, ora, non voglia far causa alla Ford per via di quel modello... come si chiamava... sì, la Gran Torino.



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Il maestrino Mauro dà lezioni a tutti tranne che a se stesso

di Giancarlo Perna




Il direttore di Repubblica fa le pulci a politici e colleghi, ma si dimentica delle sue scivolate. Sbeffeggia Minzolini sul caso Ruby poi fa confusione con i reati a carico del Cav



 

È un Ezio Mauro d’annata quello che emerge dall’intervista che ieri ha rilasciata al Fatto. Gonfio di sé come un otre, fa lezioni di giornalismo, le bucce ai colleghi, si erge a Catone, senza mai il dubbio di essere comico.
La tesi del direttore di Repubblica è delle più originali: il Cav è un lubrico e deve smammare con ignominia. Le argomentazioni ci danno uno spaccato del cervello di Mauro. Ezio si lamenta che le tv siano timide sul caso Ruby. Pessimo è il Tg1 di Augusto Minzolini, già suo sottoposto alla Stampa quando lui la dirigeva e l’altro scriveva. È dunque con l’autorità dell’ex capo che chiosa: «Ho conosciuto Minzolini quando dava l’anima per cercare le notizie... Oggi dà l’anima per nasconderle». Poi analizza impietosamente il tg minzoliniano: cela le notizie su Ruby e pompa le reazioni dei berlusconiani sui fatti occultati. Ergo, non si capisce un tubo.

La disinformazione favorisce il Cav che ora cerca di depistarci con «un improbabile piano di rilancio» economico. Puro diversivo per distrarci della vitale questione di Ruby Rubacuori. Lui, Ezio, però non si lascia infinocchiare e guarda - ci fa sapere - la Bbc. La quale giustamente - ah, il giornalismo anglosassone! - apre (breaking news, è il termine che usa) con la notizia del rito immediato chiesto dai pm e la citazione dei capi di imputazione. Nel dirci questo, Mauro sembra sottintendere che le tv italiane li abbiano sempre taciuti. E allora - per colmare l’ignobile congiura del silenzio - ci pensa lui a svelarci i reati del Cav: il primo «prostituzione minorile», il secondo «peculato».

Qui prendiamoci una pausa, facciamo tacere il direttore e ragioniamo con le nostre teste. Ma vi sembra davvero che le tv - Tg1 in primis - non ci abbiano rotto abbastanza con la faccenda di Ruby? Ma chi di noi - salvo Mauro e i mauristi - sente il bisogno di ricorrere anche alla Bbc? O Mauro mente sulle lacune delle nostre tv - e su questo non ci piove - o è un pistola. E questa è, purtroppo, la tragica realtà. Ditemi, infatti, voi se il direttore di Repubblica che da due mesi monta una campagna sul caso Ruby deve parlare di «peculato», quando anche i sassi sanno che l’accusa è «concussione».

Caro Ezio è inutile che ascolti la Bbc se ti manca l’Abc. Il peculato, vedi, si ha quando il pubblico ufficiale (il Cav, nel caso) si appropria di denaro non suo. Dovresti invece sapere che l’accusa al Cav è la telefonata pro Ruby in Questura. Ti sembra che fare uno squillo assomigli a intascare soldi? No, vero? Ecco che perché si parla di concussione, ossia di indebita ingerenza. Chiaro, Eziuccio?

Alla luce del sopra descritto acume, sorbettiamoci un altro po’ dell’aurea intervista. Insisto solo perché Ezio fa a noi una lezione di moralità giornalistica con la cordiale complicità dell’intervistatore. Ecco. Il Fatto: «I magistrati vanno avanti». Mauro: «Ma la fabbrica del fango, immediatamente colpisce. Hai visto cosa hanno fatto alla Boccassini?». A questo punto ci si aspetterebbe che il Fatto obiettasse: «Hai visto che hanno fatto ad Anna Maria Greco?». Invece, la replica è: «Il trattamento Boffo?». Mauro: «Certo. Quello che ha colpito Mesiano. E poi l’avvertimento a Fini, con la campagna su Montecarlo».

Lasciamo Mesiano, che è il giudice con i calzini azzurri e veniamo a Fini. C’è in Mauro tutto il livore di chi, digrignando, chiama «avvertimento» un’inchiesta giornalistica che il suo quotidiano si sogna. Dopo avere sguinzagliato i suoi per trovare un qualsiasi difetto nell’indagine del Giornale, tornati con le pive nel sacco, invece di fare chapeau, usa il linguaggio della malavita. La successiva frase eziesca, è da sbellicarsi: «L’avvertimento dei giornali del premier agli avversari è: attento, ora rovistiamo nel tuo letto. La tua vita privata verrà messa a soqquadro».

La battuta è rivolta a noi, ma è l’autoritratto del giornalismo mauresco che ha fatto di Repubblica un foglio maniaco. Vedi, Ezio, la differenza tra noi è questa: tu attacchi per primo e solo se un pm ti passa le carte; il Giornale, invece, si procura da sé la storia e le prove e si limita a reagire. A chi? Ai falsi moralisti che si impancano sotto i riflettori e peccano nell’ombra. Tra questi, tu primeggi.

Con che coraggio dici che siamo noi a entrare nelle camere da letto (Montecarlo è un appartamento) quando il tuo giornale campa da anni sulle presunte caldane del Cav, della cricca, dei preti, di povere criste che cercano di sbarcare il lunario? Sei il classico bue che dà del cornuto all’asino.

Mauro - 62 anni, dunque adulto da tempo - adora rinfacciare agli altri le debolezze di cui è intessuto. Anni fa accusò Rai e Mediaset di accordarsi anticipatamente sui grossi fatti da trasmettere, a scapito della sana concorrenza e con il fine di favorire le tv del Cav. Nella circostanza, Ezio indossò i panni dell’onest’uomo indignato. Invece, era già reduce da un imbroglio analogo.

Nel 1992, da direttore della Stampa fu proprio lui a proporre ai suoi parigrado del Corsera, Paolo Mieli, e di Repubblica, Eugenio Scalfari, un patto di consultazione permanente. Il trio si adunava in conciliaboli telefonici in viva voce per accordarsi sui titoli di apertura e le notizie scomode da confinare nel ventre del giornale. Un modo per non farsi concorrenza, coprirsi l’uno con l’altro, tenersi comodamente la poltrona e impiparsene dei lettori.

Ezio, cuneese, si atteggia a vecchio Piemonte con un odio cartaginese per gli evasori fiscali. Conviene perciò ripetere la vecchia storia del suo attico romano. Repubblica attaccò Alberto Grotti, ex vicepresidente dell’Eni, implicato in Tangentopoli. Grotti querelò e per racimolare i soldi della causa mise in vendita il suo attico. Se lo aggiudicò Ezio per 2,1 miliardi di vecchie lire.

Così, curiosamente, Grotti ebbe dal direttore di Repubblica il liquido per citare la medesima. Nell’ora del saldo però, Mauro pretese di pagare in nero 850 milioni che consegnò al commercialista del venditore. Più tardi, Grotti sostenne di non averli mai più visti e chiamò in giudizio il professionista. Così, la presunta evasione di Ezio divenne di dominio pubblico. E la sua moralità andò a farsi friggere.




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Un milione sospetto alla coppia Fini-Bocchino

di Redazione




L'indagine dei pm di Napoli: è stato interrogato l’ex consigliere della Margherita che parla del contributo dell’imprenditore Romeo ad An. I soldi usati per ammorbidire il partito e ottenere il sì per l'appalto "Global service". Il capogruppo Fli e il manager negano. Fonte della denuncia un assessore morto suicida



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Roma - La bufera giudiziaria che soffia su ogni angolo di politica italiana non risparmia l’asse portante del neonato Futuro e libertà.
E così, adesso, proprio nel giorno di apertura del congresso del Fli, anche Gianfranco Fini e Italo Bocchino finiscono nel tritacarne mediatico-giudiziario. Su di loro la procura di Napoli sta indagando, con il pm Giancarlo Novelli, in seguito alle dichiarazioni di un ex consigliere comunale partenopeo della Margherita.

La storia, che Il Giornale ha raccontato alla fine di dicembre, è quella di un presunto finanziamento da un milione di euro che sarebbe passato di mano tra l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e il capogruppo alla Camera di Fli, Bocchino, durante una gita in barca. Bocchino, poi, avrebbe dovuto far pervenire la somma al leader dell’allora Alleanza nazionale, Fini. Scopo del presunto doppio passaggio sarebbe stato da un lato ammorbidire l’opposizione di An in consiglio comunale per una delibera a cui Romeo teneva, e dall’altro aiutare Bocchino a rientrare nelle grazie del capo.

Della circostanza sarebbe stato a conoscenza Giorgio Nugnes, ex assessore in quota Margherita con la Iervolino, coinvolto nell’inchiesta sugli scontri per la discarica a Pianura, poi nella nascente inchiesta «Magnanapoli» (quella sul presunto sistema corruttivo tra politica e imprenditoria, messo in piedi secondo la procura proprio da Romeo per approvare la delibera di manutenzione «Global service» a cui l’imprenditore mirava).

Nugnes resterà fuori dall’indagine, che peraltro si è conclusa con una raffica di assoluzioni, togliendosi la vita. Ma prima che l’inchiesta deflagrasse, quando ancora la giunta partenopea lavorava alacremente per assicurare il via libera al Global service, proprio Nugnes nel corso di un incontro politico a cena, con amici e collaboratori, avrebbe appunto spiegato che l’approvazione del provvedimento non sarebbe stato ostacolato da An.

Tra i presenti, l’ex consigliere comunale Mauro Scarpitti. È proprio lui che ha riferito che Nugnes accennò a un incontro in barca tra Romeo e Bocchino, finalizzato a ottenere rassicurazioni sul comportamento del gruppo consiliare di An. E l’ex assessore avrebbe anche accennato a un contributo «cospicuo», quantificato in un milione di euro, finalizzato a un riavvicinamento tra Bocchino e Fini, che Romeo avrebbe erogato all’amico politico nel corso della navigazione nel Golfo di Napoli.

Notizia doppiamente delicata. Sia perché arriva de relato da un morto, che dunque non può confermare, sia perché smentita al Giornale sia da Romeo che da Bocchino. L’imprenditore ha sostenuto di non aver mai conosciuto Scarpitti, e soprattutto ha negato di aver mai dato soldi a Bocchino. Il politico ha tagliato corto, definendo «cazzate» le affermazioni dell’ex consigliere, e ribadendo di non aver preso soldi da Romeo, che «non credo nemmeno abbia una barca».

Scarpitti del contenuto di quel racconto si dice però più che certo. Tanto da averne informato la procura di Napoli già lo scorso dicembre. E una decina di giorni fa, la procura ha risposto. Convocando l’ex rappresentante locale della Margherita per confermare a verbale quanto dichiarato nella memoria.

A indagare su quel contributo, e a cercare gli eventuali e doverosi riscontri, c’è il pm Novelli. Che adesso, non potendo interpellare sul punto Nugnes, dovrà cercare risposte alla storia che Scarpitti gli ha confermato punto per punto, cifra per cifra. Facile immaginare che, oltre ad ascoltare gli altri testimoni presenti alla cena, citati dal consigliere, gli inquirenti napoletani seguano la pista dei soldi. Se il «contributo» da Romeo a Fini tramite Bocchino c’è effettivamente stato, quella somma deve aver lasciato una traccia. Un milione di euro non si sposta inosservato, e accertamenti bancari e finanziari, per tentare di ricostruirne sia l’esistenza che il flusso, sono probabilmente la prossima attività che i magistrati napoletani hanno messo in calendario.

Ma nel verbale di interrogatorio, che il pm avrebbe segretato, Scarpitti avrebbe aggiunto alla vicenda del milione di euro destinato ai vertici dell’ex An anche altre rivelazioni, che indiscrezioni della procura definirebbero «scottanti», senza però aggiungere nulla sul tema trattato. Scarpitti, interpellato dal Giornale, non racconta nulla del suo faccia a faccia con il magistrato partenopeo, limitandosi a confermare la convocazione e l’interrogatorio di fine gennaio.



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Tutti pensano all'inchiesta E alla Camera restano in tre

Il Tempo


Deputati: sono 630, guadagnano 15 mila euro al mese ma lavorano tre giorni a settimana. E nessuno li taglia. Presenti soltanto Oliviero del Pd e altri 2 colleghi.

L'aula della Camera dei deputati Nicodemo Oliverio comincia a parlare in Aula alle 10.45. «Onorevole presidente, onorevoli colleghi». Si blocca per un secondo, si guarda intorno. Su 630 deputati ce ne sono tre. Compreso lui. Tre «onorevoli colleghi» in un giovedì mattina. Oliverio non ci bada, continua la sua interpellanza urgente sull'etichetattura dei prodotti agricoli. Accanto a lui, sempre del Pd, ci sono gli altri due deputati. Sui banchi del governo siede il sottosegretario alla Salute Francesca Martini, che deve rispondere a Oliverio.

Presiede Maurizio Lupi che non fa una piega, chiede soltanto «brevità negli interventi». Un tempo il Transatlantico si svuotava il venerdì. Già la sera prima era un viavai di trolley, quelli dei parlamentari che fanno i pendolari. Ma, appunto, la sera. Ora, in una legislatura appesa alle inchieste delle Procure, è festa anche il giovedì mattina. Sì, perché tutti pensano a Ruby, ai pm, ai rinvii a giudizio. Cercano di capire che succede. Qui in gioco c'è il loro futuro, mica soltanto quello di Berlusconi.

Ecco dunque che in un giorno feriale almeno 620 deputati hanno deciso di non presentarsi a Montecitorio. Che non significa non aver lavorato, per carità: chissà quanti saranno stati impegnati in compiti decisivi per il Paese. Ieri mattina anche fuori dall'Aula i deputati che si aggiravano per il Palazzo si contavano sulle dita di una mano.

«Un cappuccino caldo senza schiuma e una brioche»: Arturo Parisi approda alla buvette. Passeggia e telefona Giuseppe Fioroni. Prima dell'intervento di Oliverio, intorno alle 10 e 30 aveva presentato la sua interpellanza urgente Michele Traversa del Pdl. Una questione rilevante. Il parlamentare aveva spiegato che all'Agenzia per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata «si sarebbe svolta la selezione a mezzo di procedura comparativa per il conferimento di quattro incarichi di collaborazione coordinata e continuativa». Ebbene non ci sarebbe stata la dovuta trasparenza.

Tutt'altro. Almeno questo è il dubbio che avanza il deputato calabrese del Pdl, che ha denunciato come «tra i candidati in graduatoria entro l'ottavo posto» rientrerebbero parenti e amici di politici locali. A rispondere è stato il sottosegretario al ministero dell'Interno, Michelino Davico, che ha assicurato il rispetto di tutte le norme per le assunzioni all'Agenzia. Traversa s'è detto «insoddisfatto» della replica del governo.

Succede. Ancora prima aveva parlato Stefano Esposito del Pd: aveva chiesto lumi su alcune dichiarazioni del presidente delle Ferrovie dello Stato, Moretti. Aveva risposto il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Bartolomeo Giachino, interrogato anche da Mauro Pili (Pdl). Niente di stressante. Una riunione in discesa, un dibattito tra pochissime persone, finito ben prima dell'ora di pranzo. Sotto gli occhi, tra l'altro, degli studenti di una scuola.

Eppure i deputati guadagnano 15 mila euro al mese per occuparsi del Paese. Hanno privilegi e indennità che tutti gli altri cittadini sognano. Ma tant'è. E non c'è proprio niente da fare. Se a questo si aggiunge che le prossime scadenze (federalismo e decreto milleproroghe) probabilmente saranno voti di fiducia, allora si capisce che non ci sarebbe bisogno di 630 deputati. Ne basterebbero molti di meno. Ma nemmeno di questo si parla più in quest'Italia impegnata a sbirciare dal buco della serratura.



Alberto Di Majo
11/02/2011




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Mafia e criminalità, ecco la lista dei 45 politici «impresentabili»

Corriere della sera


L'amarezza di Pisanu: «Risultati inferiori alle attese,
le relazioni tra cosche, affari e politica si sono inabissate»


L'INDAGINE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE


Beppe Pisanu
Beppe Pisanu
ROMA — Mafia, criminalità comune e politica: c’è la lista di 45 nomi di candidati alle amministrative del 2010, i cosiddetti «impresentabili» incappati in condanne definitive e non, che rappresenta la punta dell’iceberg. I 45 candidati (di cui 11 eletti) non in regola con il codice di autoregolamentazione voluto dal Parlamento, dunque, sono solo l’assaggio. Perché in profondità — fa notare l’ex ministro dell’interno Giuseppe Pisanu, oggi presidente della commissione Antimafia — «come si sono inabissate le cosche si sono inabissate anche le loro relazioni con i mondi della politica e degli affari». In altre parole, insiste Pisanu che questo screening ha voluto con insistenza, «si può cogliere una notevole sproporzione tra il numero delle violazioni al codice e la dimensione del rapporto mafia politica che riusciamo a percepire attraverso l’esperienza della nostra commissione».

ITALIA DIVISA IN DUE - La mappa delle violazioni dei partiti (non avrebbero dovuto candidare condannati alle amministrative) fanno emergere un’Italia politica pantografata e divisa a metà: virtuosa al Nord, collusa con mafia e poteri criminali al Sud. Ventinove i candidati che hanno fatto la campagna elettorale con un condanna per estorsione in tasca; tre per usura; quattro per associazione di stampo mafioso; molti sorvegliati speciali e un condannato per riciclaggio. Per quanto riguarda le regioni (a Bari c’è una candidata condannata per concorso in usura), svettano Puglia (10), Campania (9), Calabria (8) e Sicilia (8), il Lazio (5), la Basilicata (3), l’Abruzzo (2). Quasi tutti i partiti sono coinvolti: Pdl (2), Pd (2), Mpa (2), Api (1), La Destra (1), Rifondazione-Sinistra europea (1), socialisti uniti-Psi (1), Udc (2). La Lega non c’è ma è pure vero che molte prefetture del nord si sono trincerate dietro la difesa della privacy.

Giuseppe Lumia
Giuseppe Lumia
«PREFETTURE RETICENTI» - Il lavoro della commissione non è stato facile, fa notare il senatore Giuseppe Lumia (Pd): «È bastato poco alla commissione antimafia per evidenziare il rapporto mafia politica alle ultime amministrative regionali. Sono stati rilevati 45 casi palesi, ma i numeri potevano essere maggiori se tutte le prefetture avessero collaborato apertamente. Alcune di esse, come la prefettura di Milano, si sono trincerate dietro la privacy e non hanno fornito i dati. A questo punto bisogna capire se dietro tale scelta scellerata ci sia stata qualche indicazione del ministero dell'interno e del governo, dato che ben 22 prefetture hanno utilizzato questo escamotage». Per Lumia, a questo punto «l'inchiesta - deve andare in profondità. La commissione utilizzi tutti i suoi poteri di indagine, simili a quelli della magistratura».

LA PROPOSTA DEL PD - E dal Pd arriva anche una proposta operativa: «Servirebbe una legge che introduca la revoca del finanziamento pubblico per quei partiti che si ostinano a candidare politici collusi». Le mancate risposte delle prefetture hanno lasciato l’amaro in bocca anche a Mario Tassone, vicesegretario dell’Udc: «I risultati delle violazioni accertate dall'Antimafia al codice di autoregolamentazione per le ultime amministrative rappresentano un positivo punto di partenza per il contrasto agli impresentabilì nelle liste, ma delineano un quadro che rischia di essere poco veritiero rispetto alla reale e ben più preoccupante portata del fenomeno sul territorio nazionale». Aggiunge il parlamentare centrista: «Da alcune realtà istituzionali ci saremmo aspettati una collaborazione più attiva, stringente e in linea con lo spirito che ha animato il lavoro della Commissione, a fronte di un obiettivo che dovrebbe essere condiviso da tutti».


Dino Martirano
10 febbraio 2011(ultima modifica: 11 febbraio 2011)



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Le bambine riposano in pace»

Corriere della sera

Trovata una lettera alla mamma di Alessia e Livia. Prima di suicidarsi, il padre ha scritto: «Non hanno sofferto»


MILANO - Poche parole, che se fossero vere potrebbero bastare a spegnere ogni speranza sulla sorte delle due gemelline scomparse: «Le bambine riposano in pace, non hanno sofferto». Le frasi sono contenute in una delle due lettere che Matthias Schepp, il padre delle gemelline Alessia e Livia, ha scritto e inviato alla moglie Irina prima di suicidarsi. Parole che non lascerebbero molte speranze sulla sorte delle due bimbe, anche se gli investigatori proseguono tuttora le loro indagini che, ad oggi, sono almeno riuscite a ricostruire la prima parte del viaggio di Matthias Schepp: cominciato con le sue bambine e proseguito da solo.

I tasselli cominciano a combaciare ma il puzzle è una figura che nessuno vorrebbe vedere e ha sullo sfondo pagine web sui veleni e gli avvelenamenti, un viaggio pianificato in posti di vacanze che ora potrebbero essere di morte. La vicenda delle ragazzine scomparse dopo essere state portate via dal padre, Matthias Schepps, morto suicida, si fa sempre più inquietante. Dall'analisi del computer di Schepps sarebbero emerse tracce di consultazione di siti Internet che destano più di una preoccupazione tra gli inquirenti: oltre ai siti sulle compagnie di navigazione tra Marsiglia e Propriano, in Corsica, l'uomo avrebbe infatti visitato alcune pagine in cui si trovano consigli e informazioni sui materiali per l'avvelenamento. E ora le parole della lettera sembrano confermare le ultime terribili ipotesi.

TORNATO DALLA CORSICA DA SOLO - L'altra cosa che preoccupa i familiari e gli inquirenti è il fatto che Matthias Schepp sarebbe stato visto al porto di Bastia mentre si imbarcava su un traghetto per Tolone. Secondo la testimonianza, l'uomo era da solo, senza le due gemelline. La testimonianza avvalora anche l'ipotesi che l'uomo abbia inviato in Svizzera un pacco postato in un piccolo ufficio in provincia di Marsiglia. Nessuno ancora conosce il contenuto del pacco ma subito dopo l'affrancatura la targa della macchina di Schepp sarebbe stata fotografata alla barriera di Ventimiglia in entrata in Italia. Intanto i tecnici del gabinetto della Polizia scientifica di Genova stanno conducendo accertamenti in una cabina del traghetto «Mega Express 2» della Corsica- Sardinia Ferries a bordo del quale avrebbe viaggiato Matthias Schepps. La nave si trova nel bacino di rimessaggio di Genova per una riparazione, vengono condotte su mandato della procura di Foggia. In particolare - secondo quanto è stato spiegato - si cercano tracce di natura biologica e impronte, che possano testimoniare la presenza dell'uomo a bordo del traghetto. Gli inquirenti sembrerebbero infatti escludere a priori la presenza sulla nave di Alessia e Livia.


LE INDAGINI IN PUGLIA - Sono stati guardati per la quarta volta dalla polizia i filmati delle telecamere di sicurezza del bar di Cerignola la cui proprietaria si dice certa di avere visto il 3 febbraio scorso Matthias Schepp e le due bambine. Gli investigatori, che hanno già visionato i filmati, sono convinti che la donna si sia sbagliata, ma la determinazione con cui la barista insiste nell'affermare di avere visto le gemelle con il padre ha indotto il dirigente della squadra mobile di Foggia, Alfredo Fabbrocini, a fare scorrere nuovamente le immagini. Anche a Cerignola continuano le ricerche. Sono stati messi in campo elicotteri e unità cinofile per scandagliare, in particolare, le aree in prossimità della stazione ferroviaria dove l'uomo si è tolto la vita. I sommozzatori dei vigili del fuoco hanno, invece, ispezionato pozzi e cisterne.

Gemelline scomparse

ALLERTA NELL'AREA SCHENGEN - La vicenda viene seguita da vicino anche dal Viminale. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, rispondendo ad una domanda a margine della presentazione di una guida sui minori contesi, ha spiegato che per il caso delle gemelline è stato attivato anche l«Amber Allert», sistema di allerta ad hoc per i minori scomparsi che dirama immediatamente foto e segnalazioni a tutti i paesi dell'area Schengen e all'Interpol.

Redazione online
10 febbraio 2011

Mubarak, il rais da trent'anni al potere

di Redazione



Durante gli anni della presidenza di Sadat ricopre incarichi militari e politici: oltre ad essere il più stretto consigliere del presidente, è nominato vice ministro della Guerra e, nel 1975, vicepresidente. Il 14 ottobre 1981, una settimana dopo l’omicidio di Sadat, è eletto presidente dell’Egitto



 

Il presidente egiziano Hosni Mubarak è nato nel 1928 a Kafru I-Musilha. Fra i maggiori fautori, all’interno del mondo arabo, di una riconciliazione con l’Occidente e di una risoluzione di pace con Israele è considerato tra i più stretti alleati di Washington e fra i più tenaci mediatori tra palestinesi e israeliani.
Mubarak nasce in una famiglia dell’alta borghesia, che lo indirizza verso la carriera militare. Frequenta l’Accademia militare nazionale e l’Accademia aeronautica e poi, in Unione Sovietica, l’Accademia di Stato maggiore. All’età di 22 anni si arruola nell’aeronautica dove ci rimarrà per altri 22 anni un periodo in cui avrà modo di intraprendere una carriera militare che gli permetterà di arrivare ai vertici delle gerarchie delle forze armate. Diviene, infatti, capo di stato dell’aeronautica nel 1969 e comandante in capo nel 1972.
Durante gli anni della presidenza di Anwar Sadat ricopre incarichi militari e politici: oltre ad essere il più stretto consigliere dello stesso presidente egiziano, viene nominato vice ministro della Guerra e, nel 1975, vicepresidente. Il 14 ottobre 1981, una settimana dopo l’omicidio di Sadat, viene eletto presidente dell’Egitto.
Successivamente vince tre elezioni senza alcuna opposizione fino al quarto scrutinio quando è costretto - su pressione degli Stati Uniti - a riformare il sistema per permettere ai candidati rivali di scendere in lizza. Per tutti i suoi quasi 30 anni al potere ha tenuto il Paese sotto lo Stato d’emergenza, sostenendo la necessità del provvedimento per fronteggiare il terrorismo islamico. Mubarak è sfuggito a quasi sei tentativi di attentato.



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