giovedì 10 febbraio 2011

Assange? Un donnaiolo megalomane Wikileaks ormai non fa più paura"

La Stampa






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Insulti e un gioco per investire gli zingari Su Facebook il razzismo di Forza Nuova

corriere della sera

Il sindaco Alemanno: «Frasi aberranti, che non devono impressionare. Minoranze, non rispecchiano i romani»


Insulti e un gioco per investire gli zingari
Su Facebook il razzismo di Forza Nuova
Il sindaco Alemanno: «Frasi aberranti, che non devono impressionare. Minoranze, non rispecchiano i romani»



ROMA - Un gioco a premi degno del razzismo più becero. Si chiama «Acciacca lo zingaro» il raccapricciante concorso che la formazione di estrema destra Forza Nuova Roma Sud ha pubblicato sul proprio profilo su Facebook. Unanime la condanna del mondo politico romano. Il sindaco Gianni Alemanno invita a non dare troppo spazio alla terribile provocazione: «Le frasi aberranti che vengono pubblicate su Facebook non devono impressionare. Sono piccole minoranze che non hanno nulla a che fare con il sentimento della maggioranza dei romani», assicura. Ma i sentimenti della comunità rom e sinti sono nuovamente feriti dopo il lacerante dramma della morte, domenica, dei quattro bimbi periti nel rogo in un campo nomadi di via Appia.




PUNTI PER CHI INVESTE - «Acciacca» in romanesco significa schiaccia, investi. E «Acciacca lo zingaro» è una sorta di aberrante sfida tra automobilisti: sulla falsariga di altri violenti giochi elettronici prevede punteggi per chi investa uno zingaro. Il post che lo propaganda, lanciato pochi giorni fa, precisa che «possono partecipare tutti: basta avere un qualsiasi mezzo di locomozione che cammini». Più è grosso e più va veloce il mezzo, più il giocatore «sarà facilitato nella raccolta dei punti». Il tono diventa a mano a mano sempre più violento: «Ma si può partecipare anche con la bicicletta, dovrete passarci sopra più volte».


La pagina di Facebook di Forza Nuova Roma Sud
OSCURARE SUBITO IL SITO - Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma chiede «che le autorità competenti oscurino al più presto le pagine vergognose, oltraggiose e insultanti pubblicate su Facebook dopo il rogo in cui hanno perso la vita quattro bambini Rom. Si tratta di commenti riconducibili alla più becera e razzista retorica xenofoba, che non possono trovare cittadinanza in un Paese che si definisce civile». Concorda la presidente della Regione Lazio: «Mi auguro che quei gruppi su Facebook siano censurati - dice Renata Polverini -. Quelle pubblicate sono frasi indegne, sintomo di grave inciviltà che condanniamo con fermezza».
«APOLOGIA DI FASCISMO» - Frasi che «feriscono soprattutto la memoria di quei quattro piccoli che hanno perso la vita», ma «nonostante l'imbecillità di qualche estremista, a Roma e nel Lazio prevale il senso di solidarietà, la volontà di integrazione e di inclusione». E Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sinistra Ecologia e Libertà, chiama in causa il ministro dell'Interno: «Maroni deve intervenire con la massima durezza sui commenti xenofobi contro i rom apparsi oggi su facebook. E’ intollerabile... Bisogna applicare le legge sull’apologia di fascismo e oscurare immediatamente quelle pagine di facebook.


L'invito ad investire il sindaco Alemanno sulla pagina di Facebook di Forza Nuova Roma Sud

«INVESTITE ANCHE IL SINDACO» - Giovedì mattina, il gioco-provocazione sembrava scomparso dalla pagina Facebook di Forza Nuova Roma Sud: l'unico gioco segnalato era «Travian», dedicato agli antichi romani. Tuttavia, nella bacheca compariva ancora un post «Acciacca lo zingaro», con in più un invito ad investire anche Alemanno: «Acciaccate il sindaco (visto che gli vuole trovare casa)» (ai rom, ndr.), invita Forza Nuova, «questa settimana mettiamo in palio un premio speciale se lo investite».

INSULTI E IGNORANZA - Tra insulti, ignoranza e incitazione alla violenza, il tema del rom e dello zingaro in generale riscuote molto successo tra gli utenti del profilo Forza Nuova. Uno dei tanti commenti alla tragica vicenda del rogo sull'Appia in cui sono periti i quattro bimbi rom, recita: «Ma magari morono tutti sti zingari de mer..». Si aggiungono critiche a chi promette case ai rom o sostiene iniziative di solidarietà. Ma il primo cittadino della capitale invita a non dar spazio a questo genere di devianze e ricorda come «la nostra città non vuole rassegnarsi al fatto che sul proprio territorio quattro bambini possano morire bruciati». Roma sa, continua Alemanno, «che di fronte ai fenomeni di emarginazione bisogna dare risposte in cui la legalità e l’integrazione non possono non marciare insieme».

Redazione Online
10 febbraio 2011

Milano, nuova effrazione negli uffici dei Gip che si occupano del caso Ruby

Corriere della sera


Il presidente aggiunto Castelli: «Chiudere sempre la porta, conservare i fascicoli sensibili in cassaforte»


MILANO - Tre tentativi di effrazioni in pochi mesi, uno nella stanza del presidente dei Gip Gabriella Manfrin, fanno scattare l'allarme sicurezza al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano, dove mercoledì sera è stata inoltrata la corposa richiesta di giudizio immediato per il premier Silvio Berlusconi.

I TRE EPISODI - Alla fine di agosto scorso vengono forzati gli armadi contenenti le rivelazioni sulle feste di Arcore nella stanza di Gabriella Manfrin. Due giorni dopo nel mirino finiscono porta e cassetti dell'ufficio del Gip Cristina Di Censo, titolare dell'indagine sul caso Ruby: la Di Censo aveva trovato alcuni fascicoli su cui stava lavorando, istruiti dal pm Antonio Sangermano (ma non sul caso delle feste del premier), visibilmente in disordine. Ma sul tentativo di effrazione nell'ufficio della Di Censo non è ancora stata fatta del tutto chiarezza. L'ultimo episodio è di martedì 8 febbraio quando, alle 16.30, il giudice Federica Centonze ha rilevato una forzatura evidente della sua porta. Dai rilievi effettuati è emerso che nessun fascicolo è stato asportato dall'ufficio. Al settimo piano il sistema di videosorveglianza era stato potenziato già l'estate scorsa, dopo i primi due episodi, ma le telecamere non avrebbero ripreso alcuna immagine utile per individuare i responsabili
.
«FASCICOLI IN CASSAFORTE» - In una lettera inviata a tutti i giudici, il presidente aggiunto Claudio Castelli ha invitato i colleghi ad attenersi «rigorosamente» ad alcune norme di sicurezza: «Non assentarsi mai dall'ufficio lasciando la porta aperta ma chiuderla sempre a chiave; avere cura di conservare i fascicoli sensibili in cassaforte; non comunicare ad alcuno la password di accesso al computer e conservarla con la dovuta riservatezza». Castelli conclude la comunicazione facendo riferimento alla «fase particolarmente delicata vissuta dall'ufficio, che esige la collaborazione di tutti». Dopo gli episodi avvenuti la scorsa estate, la stessa Procura di Milano aveva parlato di tentativi maldestri che non avrebbero destato preoccupazione. Ora però il Gip Castelli parla di fatti gravi e fa riferimento all'«evidente delicatezza dei fascicoli pendenti».

Redazione online
10 febbraio 2011



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Canone Rai, offensiva dell'Agenzia delle Entrate "E' una tassa, chi non la paga è un evasore"

di Redazione


Presentando i dati sull'evasione Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, ha precisato che "il canone è una tassa come le altre". Nel 2010 sono stati recuperati 25,4 miliardi di euro tra imposte, tasse e contributi evasi


 

Roma -  La lotta all'evasione passa anche per il canone Rai. Ne è convinto il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, che risponde a chi invita a non pagarlo: "È evasione anche quella, perchè non è un canone ma una tassa".
I dati sull'evasione Sono stati recuperati 25,4 miliardi di euro tra imposte, tasse e contributi evasi, lo scorso anno, attraverso il contrasto all’evasione da parte di Agenzia delle Entrate, Inps ed Equitalia. In particolare 10,4 miliardi sono arrivati dal recupero dell’evasione da parte dell’Agenzia delle Entrate, 6,6 miliardi riguardano i minori crediti di imposta utilizzati in compensazioni, a cui si aggiungono i 6,4 miliardi recuperati dall’Inps e 1,9 mld incassato da Equitalia.
Miglioramenti in tutti i settori I risultati ottenuti evidenziano un miglioramento in tutti i settori di recuperare, con l’Agenzia delle entrate che ha migliorato la propria performance del 15%, a cui si aggiunge l’incremento del 12% segnato dall’Inps e un 19% di Equitalia. Oltre a crescere gli incassi da ruoli, si sottolinea, vanno bene anche i versamenti diretti (+18% per l’Agenzia e +9% per l’Inps). "L’azione di condotta dell’Agenzia - sottolinea il direttore, Attilio Befera - ha potuto realizzare e consegnare al paese questi risultati sempre più significativi, grazie al lavoro di tute le strutture. Si tratta di risultati importanti" ottenuti grazie a un lavoro "sempre più puntuale e rigoroso". La lotta all’evasione contributiva, aggiunge il presidente Inps, Antonio Mastrapasqua, "ha prodotto risultati assai rilevanti nel corso degli ultimi due anni. Dopo la performance strepitosa del 2009 nel 2010 siamo riusciti a superare l’obiettivo di 6 miliardi che si eravamo prefissati". Il direttore generale di Equitalia, Marco Cuccagna, sottolinea invece il "mestiere difficile" che devono svolgere le strutture che si occupano di contrasto all’evasione perchè "è stretto tra leggi che obbligano alle azioni esecutive e la comprensione delle difficoltà dei cittadini chiamati a pagare le imposte". 




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Sfregio nel giorno del Ricordo Tolta la targa delle Foibe

Corriere della sera


Atto vandalico nella notte, unanime la condanna. L'anno scorso monumento imbrattato di rosso. Turetta: «Atto molto grave»


MESTRE - Sfregio nel giorno del ricordo. Sul cippo di piazzale Martiri delle Foibe a Marghera è infatti scomparsa nella notte la targa commemorativa della strage. E, tra corone e fiori, la pietra è rimasta nuda. Un gesto vandalico che segue quello dell'anno scorso, quando, lo stesso monumento fu imbrattato di vernice spray rossa. Alla manifestazione in ricordo delle Foibe hanno partecipato tra gli altri il presidente del Consiglio Roberto Turetta e quello della Municipalità di Marghera Flavio Dal Corso. Unanime la condanna del gesto. «Quello compiuto questa notte – ha sottolineato Turetta – è un atto molto grave, frutto dell’intolleranza e dell’ignoranza: qualcuno continua a dimenticare che è stato deciso con una legge dello Stato, all’unanimità, di istituire questo "Giorno del ricordo", che deve diventare patrimonio collettivo. Questi atti ci spingono ancora di più a celebrare questa ricorrenza».

La targa rubata
La targa rubata
Simone Venturini (Udc) ha inviato un'interrogazione al sindaco affinché condanni l'accaduto, ripristini al più presto la targa e metta in sicurezza l'intera area. Appresa la notizia dell’atto vandalico, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, all’estero per impegni istituzionali, ha condannato duramente il gesto e ha dato mandato agli uffici comunali di attivarsi per ripristinare al più presto la targa rimossa nella notte.




10 febbraio 2011





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Finiani e Pd oltre ogni limite: "Il Cav terrorista, anzi dittatore"

di Redazione



Pd e finiani salgono sulle barricate e oltrepassano ogni limite. Nino Lo Presti, segretario amministrativo di Fli: "Un linguaggio degno delle peggiori dittature". Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd, rincara la dose: "Il comunicato del Pdl presenta toni da organizzazione terroristica"



 

Milano - Pd e finiani salgono sulle barricate e superano ogni limite. I toni sono da guerra civile e le cronache sono dell'altro mondo: si fatica a credere che i due schieramenti dell'opposizione parlino dell'Italia. Un fuoco incrociato contro il Cav: è un terrorista, anzi un dittatore. Inizia Nino Lo Presti, segretario amministrativo di Fli, che accusa il premier di avere "un linguaggio degno delle peggiori dittature". La seconda palla di cannone la lancia il Pd tramite Andrea Orlando, responsabile giustizia del partito: "Dal Pdl toni da associazione terroristica".
La sparata di Fli: "Linguaggio da dittatura" I finiani si mettono l'elmetto in testa e sparano utilizzando le cartucce tipiche della sinistra populista e giustizialista, contro il presidente del Consiglio. Parte all'attacco Lo Presti: "Con un linguaggio degno delle peggiori dittature, il documento dell’ufficio di presidenza del Pdl promette che, contro i magistrati di Milano che indagano su Silvio Berlusconi, saranno prese "tutte le iniziative per scongiurare un nuovo 1994".  "Sicuramente a Berlusconi dà fastidio leggere sui giornali i resoconti del suo discutibile stile di vita, ma dovrebbe provare ad immaginare quanta indignazione e quanto disgusto stiano provocando quelle rivelazioni negli Italiani perbene, consapevoli di avere come capo del governo una persona interessata soltanto al proprio tornaconto", aggiunge il deputato di Fli.
"Il Pdl è una violenta caserma" "L’ufficio di presidenza del Pdl si rivela essere, ancora una volta, il braccio armato del Cavaliere: lì si decise di espellere Gianfranco Fini dal partito che aveva contribuito a fondare, stasera si è stabilito di muovere guerra contro i magistrati di Milano. Nessuno - conclude Lo Presti - può permettersi di contrastare il presidente del Consiglio e rimanere indenne. Ringrazio Fini per avermi sottratto a quella mediocre e violenta caserma in cui si è ridotto Pdl". 
"I cittadini facciano causa a Berlusconi" Ma la verve di Lo Presti non si esaurisce solo con queste metafore militari, arriva anche la boutade: l'Italia faccia causa contro Berlusconi e gli chieda i danni. "Boutade per boutade: se il presidente del Consiglio intende far causa allo Stato, dopo che la procura di Milano ne ha chiesto il giudizio immediato, allora anche i cittadini hanno diritto di fargli causa. Il motivo? Silvio Berlusconi, con la sua condotta, sta provocando danni all’immagine dell’Italia".
Il Pd: "Un'organizzazione terroristica" Durissima anche la risposta dei Democratici che trattano Berlusconi come se fosse Bin Laden e il Pdl al Qaeda."Il comunicato emanato dall’ufficio di presidenza del Pdl, ribadendo le tesi complottistiche a cui la destra ci ha abituato, presenta toni, sintassi e lessico più vicini a quelli utilizzati da un’organizzazione terroristica che non a quelli che dovrebbero essere propri del principale partito di governo del Paese". La sparata arriva da Andrea Orlando, presidente del forum Giustizia del partito. "Il fatto che invece sia un partito con tale responsabilità di governo a usare parole così violente e minacciose - conclude -, costituisce di per sè un elemento di destabilizzazione delle istituzioni, rivolto contro chi ha la colpa di fare il dovere che la Costituzione gli attribuisce". Pd e finiani, ex comunisti ed ex fascisti, uniti nel tentativo di dare la spallata finale al Cavaliere. E poi dicono che i barbari sono a destra...




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Ruby, la Ue salverà il Cav

di Redazione


Il titolare della Farnesina sta valutando la possibilità di portare di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo: "Quando un cittadino si sente danneggiato ha diritto a rivolgersi al giudice competente per ottenere tutela".

Poi avverte: "Non è immaginabile un cambiamento del governo democraticamente eletto per via giudiziaria". Cicchitto smentisce le voci di un decreto per riformare l'uso delle intercettazioni



 
Roma - Sotto controllo tutte le persone vicine al premier Silvio Berlusconi. Telefonate intercettate per mesi. Il contenuto di sms privati sbattuti sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali. Una vera e propria violazione della privacy che il ministro degli Esteri, Franco Frattini, sta valutando la possibilità di portare di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo: "C’è una giurisprudenza molto ricca in materia". Secondo il titolare della Farnesina, la causa che il Cavaliere vorrebbe intraprendere contro lo Stato non sarebbe "un rimedio straordinario" perché "quando un cittadino si sente danneggiato ha diritto a rivolgersi al giudice competente per ottenere tutela".




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Caso Tommasi, si può credere a una donna che teme ufo e nazisti?

di Alessandro Sallusti


Alieni, macumbe, nazisti: nella storia della showgirl SaraTommasi i magistrati credono persino a questi sms. Il caso di Paolo Berlusconi. Lo sdegno di Marina. Il Cavaliere: "Giudici eversivi, farò causa allo Stato"



 

E adesso chi paga? Chi ri­sarcirà i danni provo­cati dalla divulgazione da parte delle procure di intercettazioni farnetican­ti e diffamanti senza alcun ri­scontro? I magistrati spioni intercettano uno che dice: «Tizio è un bastardo pedofi­lo», e Tizio si ritrova magari indagato, sicuramente infan­gato sui giornali, senza che nessuno si sia preso la briga di accertare non solo la credi­bilità dell’intercettato ma neppure se in quelle parole ci sia almeno un barlume di ve­rità. I pm della Procura di Na­poli sono andati addirittura oltre. Diffondendo illegal­mente le intercettazioni del­la soubrette Sara Tommasi si sono premurati, primo caso nella storia, di sottolineare i passaggi più deliranti che ri­guardano Silvio Berlusconi e i suoi famigliari per evitare che sfuggissero all’attenzio­ne del cronista di turno.

E dire che sarebbe bastato non dico indagare, ma soltan­to informarsi. Sara Tommasi, la nuova icona della sinistra, è una soubrette disturbata, molto disturbata. Cercava aiuto, in tutti in sensi. Nel suo vagare nel sottobosco dello spettacolo era riuscita a trova­re un contatto con persone importanti e ai suoi occhi po­tenti. E una volta agganciate non le mollava più. Una pre­sa ossessiva. Per esempio, in una sola notte, ha spedito ol­tre quaranta messaggini a Pa­olo Berlusconi, editore di questo giornale e fratello del premier. I pm di Napoli han­no trascritto e diffuso soltan­to quelli che più si prestava­no a una lettura ambigua. Ma è soltanto leggendoli tutti che si capisce di che cosa, e di chi, stiamo parlando. Vedia­mo un piccolo campionario: sono vittima di macumbe, le SS naziste ce l’hanno con me, Dio è con gli ebrei, morte agli ebrei, mentre cammino per strada i passanti mi drogano iniettandomi sostanze nel braccio, mi drogano metten­do cocaina nelle bevande, so­no perseguitata dai servizi se­greti, sono seguita da entità extraterrestri.

Oltre a una se­rie di insulti e minacce di ogni tipo. Nei messaggi c’è anche una richiesta di aiuto: «Sei o non sei mio amico? Mi vuoi aiutare?». E in effetti l’aiuto arriva. Paolo Berlusconi met­te Sara Tommasi in contatto con uno psicologo. La ragaz­z­a si presenta al primo appun­tamento, salta il secondo e ri­prende a messaggiare i suoi incubi. Ora, perché i magi­strati invece di chiamare un medico hanno chiamato i giornalisti? Perché hanno de­liberatamente voluto acco­stare il nome di Paolo Berlu­sconi a parole come «cocai­na » quando è noto a tutti, ami­ci e nemici, che il fratello del premier non ha mai fumato neppure uno spinello in vita sua? La risposta è la stessa.

Que­sti pm non perseguono reati, ma fini politici attraverso lo sputtanamento. E alzano il ti­ro: da Silvio passano al fratel­lo Paolo, ai figli Marina e Pier Silvio. Lo possono fare per­ché sanno di poter contare su una immunità assoluta, giu­diziaria e mediatica. I grandi giornali con loro e la loro spazzatura vanno a nozze, il Csm tace, il presidente del Csm nonché capo dello Sta­to, Giorgio Napolitano, lascia fare. E dire che non tanti anni fa, votando sì a un referen­dum, gli italiani avevano deci­so che anche i magistrati do­vevano rispondere personal­mente dei loro errori, come chiunque di noi.

Una politica codarda e inciuciona li ha gra­­ziati, trasferendo sullo Stato l’onere di pagare i danni del­le loro malefatte. Ciò vuol di­re che alla fine, ammesso di vederla una fine di questa sto­ria, pagheremo ancora noi e a loro non sarà torto un capel­lo. Facile fare gli spacconi sul­la pelle degli altri.




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Nelle Regioni una Casta di single

La Stampa






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Stragi compiute dai titini, dopo 70 anni l'America scopre le foibe e fa un film

di Fausto Biloslavo






Negli Usa si farà un film sulle stragi compiute dai titini. Sceneggiatura affidata a un italiano. L'opera scritta da John Kaylin, (alias Mirko Zeppellini) sarà girata a Trieste



 

Trieste - Il dramma delle foibe potrebbe diventare un film. Almeno questa è l’idea di John Kaylin, un giovane sceneggiatore che lavora a Santa Monica e vuole produrre la pellicola negli Stati Uniti. Nell’impresa lo appoggia la Lega nazionale, storica associazione nata per difendere l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia. Lunedì scorso, in vista del 10 febbraio, Giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo, il progetto è stato presentato a Los Angeles. Non è mancato l’annuncio roboante: al film lavorerà «un team che ha conta nella sua carriera 12 Oscar e 30 nomination». Le riprese di Foibe, questo il titolo previsto, dovrebbero iniziare a fine 2011 o inizio 2012.
«L’idea mi è venuta una decina di anni fa, durante una visita a Trieste, quando ho sentito parlare per la prima volta delle foibe. Le origini della mia famiglia sono ebraiche e forse ho trovato delle similitudini con l’esodo di istriani, fiumani e dalmati» spiega al Giornale il produttore esecutivo e sceneggiatore di Foibe. Trentaquattro anni, il suo vero nome è Mirko Zeppellini ed è nato a Parma. In Brasile e Stati Uniti ha lavorato a serie famose come ER Medici in prima linea.
Il film sulle foibe sarà girato in gran parte a Trieste e verrà diviso in tre epoche diverse, ma unite da una comune trama. Nel 2011 un docente americano di storia contemporanea racconta agli studenti i tragici eventi delle foibe, le cavità carsiche dove i partigiani jugoslavi di Tito scaraventarono migliaia di italiani. Il secondo periodo storico si snoda fra il 1942 ed il 1949 con alcune storie simbolo, come l’infoibamento della giovane Norma Cossetto, il martirio di Don Luigi Bonifacio e la mattanza dei soldati italiani nei campi di concentramento titini. La terza finestra temporale del film riguarderà il sottotenente Mario Maffi, realmente esistito, che a fine anni Cinquanta, incaricato di una missione segreta, cerca le tracce degli infoibamenti, i luoghi e i nomi delle vittime.
«L’autore e la produzione ci hanno individuato come consulenti storici. L’iniziativa ha la lodevole aspirazione di far conoscere la vicenda delle foibe a tutto il mondo, attraverso le sale cinematografiche, sul modello di Schindler’s List (il film di Spielberg sull’Olocausto, ndr)» dice Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega nazionale, che oggi parlerà delle tragedie degli esuli al Consiglio regionale della Toscana.

Kaylin ha preso contatto con l’amministrazione comunale di Trieste e il ministero della Difesa, per poter girare nelle caserme dismesse della città. La voragine della foiba sarà ricostruita in studio. Del budget, ancora segreto, si occupa la Silent production, che punta a un accordo con qualche major americana per la distribuzione della pellicola. Per ora c’è tanto entusiasmo. Durante la presentazione a Los Angeles è stato annunciato che con Kaylin lavorerà il regista inglese John Michael Kane. Nell’impresa è prevista pure la partecipazione di Aldo Signoretti, make-up artist che ha lavorato al Divo di Paolo Sorrentino e ad Apocalypto di Mel Gibson. La scelta di gran parte degli attori inizierà in primavera, anche in Italia. Per ora è stato arruolato Robert Kariakin, lanciato da alcune serie tv negli Stati Uniti, nel ruolo del tenente Maffi che si cala nelle foibe. «Non sarà un kolossal - mette le mani avanti l’autore - e nemmeno un film di guerra, ma come si capirà dal finale il messaggio è di pace».

Ieri è scesa in campo anche la Rai presentando a Trieste il primo documentario in 3D, sulla tragedia delle foibe, realizzato da Roberto Olla. Sembra di essere sull’orlo di una cavità carsica, con Graziano Udovisi, scomparso lo scorso anno, che racconta come è sopravvissuto all’infoibamento.
Una versione di 15 minuti sarà proiettata di continuo al Centro di documentazione della foiba di Basovizza, a due passi da Trieste. Il documentario e altri filmati dell’epoca sono stati consegnati al sindaco del capoluogo giuliano, Roberto Dipiazza, in occasione della manifestazioni per la Giornata del ricordo. «Scusateci, avremmo dovuto farlo prima - ha dichiarato Guido Paglia, direttore della Comunicazione Rai - ma per decenni chi parlava delle foibe era etichettato come fascista in nome di una spaventosa rimozione e di una storiografia a senso unico».

www.faustobiloslavo.eu




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Cosa pensano i "moderati" Fratelli musulmani "La nostra costituzione? E' il Corano..."

di Gian Micalessin


Il partito sponsorizzato dai pacifisti occidental, spacciato come riformatore e liberale, dice "No a cristiani e donne presidenti o premier". E se comandassero loro a Sharm o alle Piramidi turiste col velo. Lo scrivono nel loro programma


 
Si chiamano Fratelli musulma­ni. Sono l’ultima, disinvolta illusio­ne di tanti intellettuali, politici e giornalisti. Dagli Stati Uniti a casa nostra. Incuranti degli svarioni di chi trent’anni fa spacciava come sinceri democratici persino Pol Pot e l’ayatollah Khomeini i nuovi can­didi sognatori non vedono l’ora di mettere alla prova anche gli islami­sti d’Egitto. Poi magari finisce come in Cambogia o in Iran. Ma che im­porta? L’importante è sognare. Poi si può sempre chieder scusa. Come fecero i sognatori del ‘75 davanti ai cadaveri dei Killing Fields. Come ri­fecero gli illusi del ’79 quando Kho­meini liquidò tutti i «rivoluzionari» poco allineati. Stavolta, però, le scuse non sono ammesse.
Stavolta orientamenti e tendenze dei Fratelli musulmani so­no chiari. Emergono con evidenza dalle piattaforme programmatiche del movimento. Risuonano con chiarezza nei discorsi dei loro capi. Per capire come la pensino non oc­corre scomodare il padre fondato­re, quel professor Hassad al Banna ispiratore già nel 1928 del famoso motto «Il Corano è la nostra costitu­zione, il Profeta è il nostro leader, la guerra santa la nostra via, la morte per Allah la più alta delle aspirazio­ni ». E non occorre neppure leggere Pietre miliari di Sayyd Al Quts, il li­briccino dell’ideologo della Fratel­lanza diventato- dopo l’impiccagio­ne del suo autore al Cairo nel 1966 ­il vangelo di tutti i gruppi fonda­mentalisti.
Per capirlo basta sfoglia­re la piattaforma programmatica messa a punto - dopo il 2005 - dalla cupola politica del movimento. Quel documento chiarisce imme­diatamente che nessuno degli otto milioni di cristiani copti- e tantome­no qualche altro «infedele» - dovrà mai sognarsi di guidare l’Egitto.«Ri­teniamo che i doveri della presiden­za e del premier – recita testualmen­te il documento - vadano contro il credo dei non-musulmani. Conse­guentemente un non-musulmano ne deve venir esentato». E se anzi­ché esser nato copto sei nato femmi­na il discorso non cambia. Anche in questo caso l’aspirazione alla presi­d­enza resta un’impensabile ed ere­tico tabù. «Riteniamo che il ruolo di presidente e ancor più quello di co­mandante dell’esercito – spiega la piattaforma politica - non possa es­sere affidato ad una donna in quan­to in aperta contraddizione con la sua natura».
Avete capito bene. Il movimento egiziano spacciato come riformato­re e liberale dai soliti benpensanti non ritiene che la carica di presiden­te o di capo militare del paese si ad­dica a una natura femminea. Ma la parte peggiore di quel documento riguarda turiste e turisti. Fino ad og­gi nessu­no frequentatore delle Pira­midi o del Mar Rosso ha mai dovuto porsi il problema di coprirsi il capo con un velo perché donna o di ri­nunciare a una birra. Almeno non a norma di legge. Con i «fratellini» al potere tutto cambierebbe. «Tutte le attività connesse con il turismo de­vono essere in linea con i principi islamici – annuncia il programma del 2007 aggiungendo che - la sha­ria autorizza i non musulmani a se­guire comportamenti vietati ai fede­li musulmani, ma soltanto ed esclu­sivamente in privato». Sulle spiag­ge di Sharm El Sheik, insomma, so­lo immersioni in pigiama. E pranzo e a cena solo dei grandi bicchieroni d’acqua fresca. In compenso i pacifici Fratelli pro­mettono di trascinare il Paese verso una nuova stagione di scontro con Israele.
Affrontando il problema dei rapporti con lo stato ebraico la carta ammicca alla necessità di rive­dere o addirittura abolire il trattato di pace firmato da Sadat. «Rivedere i trattati di pace e accordi bilaterali ­sentenzia il documento- è una pra­tica accettata nelle relazioni inter­nazionali ». E a farci meglio capire cosa nasconda dietro quella formu­la ci pensa l’attuale capo della Fra­tellanza musulmana Mohammad Badi. In un discorso dello scorso set­tembre spiega innanzitutto che «La fonte di ogni autorità è il Corano e non le risoluzioni Onu». Subito do­po invita a «metter fine agli stupidi negoziati diretti o indiretti ed ap­poggiare ogni forma di resistenza per liberare tutte le terre occupate in Palestina, Irak, Afghanistan». Con buona pace di sognatori, illusi e pacifisti di casa nostra.




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La Tommasi: "Gli sms non miei"

di Redazione



Intervistata ieri sera dal Tg di La7 la soubrette ha smentito di essere stata lei a scrivere i messaggini al premier. Lo dice a chiare lettere: il cellulare le era stato rubato. Ieri, nell'ambito di un'inchiesta della procura di napoli su un giro di prostituzione, le hanno perquisito l’appartamento



 
Milano – Al centro delle cronache, in questi giorni, sono finiti decine di sms - alcuni scabrosi, altri deliranti - che la showgirl Sara Tommasi avrebbe scritto al presidente del Consiglio. Il condizionale è d’obbligo perché in questa storia di certezze ve ne sono poche e la stessa soubrette, intervistata ieri sera dal Tg di Mentana, su La7, ha smentito di essere stata lei a scrivere quei messaggini. Lo dice a chiare lettere: il cellulare le era stato rubato. Ieri le hanno perquisito l’appartamento. Cercavano prove nell’ambito dell’inchiesta della procura di Napoli su un giro di prostituzione. Quando sono arrivati gli agenti ad aprire la porta è stata sua mamma. Lei non c’era, era partita per una vacanza a Dubai.
Giro di prostituzione I pm napoletani nel decreto di perquisizione a casa di Vincenzo Seiello, detto “Bartolo”, e Giosuè Amirante, i due ex soci (indagati per associazione a delinquere finalizzata alla prostituzione) procacciatori di ragazze per alcune serate, scrivono: “Emerge l’esistenza di una organizzazione dedita al favoreggiamento della prostituzione e in particolare al procacciamento di clienti per prestazioni sessuali a pagamento a opera di Sara Tommasi”. Perquisite, a Milano, oltre all’abitazione della showgirl anche quella di Andrea Cementano, consulente televisivo.
La Tommasi smentisce tutto “Quando l’ho conosciuto, Silvio Berlusconi ha conquistato il mio cuore, come quello degli italiani. Ora sono delusa. Uno scandalo del genere può coinvolgere una starlette come me, ma non un politico, che dovrebbe dare il buon esempio. Lui invece è super processato”. Così la Tommasi, al telefono con l’Ansa da Dubai, interviene sullo scandalo che la vede protagonista. “Non sono una escort”, precisa, ridendo. “Magari lo fossi, sarei molto ricca”, aggiunge la ragazza, che ha nel suo cv anche una laurea in Economia alla Bocconi. Giura di sentirsi “assolutamente tranquilla” nonostante il collegamento del suo nome ad un cocktail esplosivo di sesso, droga e camorra.
Le conoscenze importanti “Il mio lavoro mi porta a contatto con un certo ambiente e personaggi del calibro di Berlusconi, Gheddafi, Putin. Non mi pento di niente. Che cosa avrei dovuto fare? Non lavorare nello spettacolo?”, esclama. Lo scandalo e le possibili conseguenze, dice, “non mi porteranno vantaggi, ma neanche svantaggi”, anzi è probabile che alla fine questo clamore dia ulteriore notorietà e lavoro, «come è già successo ad altre ragazze, vedi Belen”. La preoccupazione, quasi un’ossessione, è invece quella di “ricatti, persecuzioni, telefonate anonime, pedinamenti e violenze” che non le consentono più “di uscire di casa”. Tutti episodi oggetto di denunce “fatte da tempo” contro ignoti - spiega - e di segnalazioni a numeri dedicati alle vittime di stalking. “Dov’è la polizia in questo Paese?”, si chiede Sara Tommasi. “Il vero scandalo è questo: che una ragazza spaventata sia preda facile di banditi”, aggiunge. “Siamo in mano alla camorra, alla mafia e ai ricatti. Non vorrei che ci fosse anche la politica dietro a tutto questo”.
Quelle strane sensazioni Che sia sincera o no - spetterà alla magistratura accertarlo – la Tommasi si comporta da protagonista di un film, una spy story per l'esattezza. La ragazza dice di sentire la vicinanza “di persone legate a un brutto giro, forse al narcotraffico”, che la seguono e la molestano. “Mi capita al supermercato di sentire una forte pacca sulla spalla, di girarmi e di vedere che è una persona che non conosco. Mi sento come se mi iniettassero qualche sostanza. Mi è capitato anche di andare al bar, di chiedere un caffè e di trovarmi qualcosa nella tazzina”, racconta. Dopo tutti questi episodi “ho deciso che assumerò una guardia del corpo, visto che il governo non spende soldi per la protezione delle donne”.
La conoscenza con Berlusconi Con il premier la Tommasi dice di non avere “rapporti diretti” ma semmai contatti “tramite amici comuni, anche ministri”. Al nome di Ignazio La Russa corrisponde “una conoscenza di lungo corso», nella versione della ragazza. Il ministro ha smentito, ma lei conferma: “Lo conosco da una vita, se qualcuno dice che non è vero, non c’è problema - conclude Sara Tommasi - gli archivi parlano”.
Gelo tra le procure Qualche giornale subito ha cavalcato lo “scoop” dei messaggini piccanti della Tommasi. Ma, a quanto pare, tra la procura di Milano e quella di Napoli è calato il gelo. Al procuratore capo Edmondo Bruti Liberati, che ha detto che “non vi è stata e non è prevista alcuna attività di indagine comune”, replica il procuratore Giovandomenico Lepore: “Nessun elemento di connessione sussiste, allo stato, tra le investigazioni in atto e quelle condotte dalla procura di Milano”. Il gelo è totale. Ma certi giornali continuano a ricamare sopra a quei messaggini...



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Se i deliri di una soubrette diventano prove d’accusa

di Redazione


Dunque, se ho capito bene le ultime rivelazioni di Sara Tommasi, by Procura di Napoli, la situazione è questa: Obama voleva che Ronaldinho giocasse titolare nel Milan (esterno o mezzapunta? Per il momento non è dato sapere) e dalla posizione in campo del brasiliano la Casa Bianca faceva dipendere la posizione del nostro Paese nel consesso dei Grandi. Ronaldinho o no, comunque, l’Italia è «incapace di ascoltare i segnali del Mondo» (rivolgersi ad Amplifon?). Ma non bisogna disperare: il governo americano saprà ridare lustro al governo nostrano attraverso le «dieci regole di Harvard» mentre Lele Mora «fa mettere cose nei bicchieri». Tutto chiaro? Abbastanza, delirio a parte. Se con la prossima puntata di intercettazioni, potremo sapere la verità di Sara Tommasi su: a) Putin, la Russia e gol di Pato; b) Gheddafi, il ruolo di Thiago Silva e i problemi d’udito del mondo; c) le dieci regole di Oxford, gli esatti dosaggi dei drink di Mora e le ricette di Cotto&mangiato; ebbene, allora l’inchiesta si potrebbe dire conclusa. E potrebbe andare direttamente in scena. Al Bagaglino, però.

Ragazzi, non si scherza. Stavolta la Procura di Napoli ha in mano prove pazzesche. Anzi, più che pazzesche: pazze. Grazie alla divulgazione degli sms che la showgirl Sara Tommasi distribuiva con la sua nota generosità a tutt’Italia, isole e ministri compresi, abbiamo capito infatti che l’attacco dei pm a Berlusconi questa volta si fonda su basi solidissime. Solide come una camicia di forza, per l’appunto: l’esclusione di Ronaldinho (affettuosamente detto «Ron») dal Milan (affettuosamente detta «squadra di m.»), le preferenze della Casa Bianca per il 4-3-3 o per il 4-4-2, le dieci regole di Harvard, i segnali del mondo, forse anche i segnali degli alieni (ma per avere la certezza bisogna aspettare la prossima puntata) e infine «i conti dello psicologo» (che a giudicare dalle parole, saranno piuttosto salati). E nessuno provi a sorridere perché «la politica è una cosa davvero seria». Eccome no: quando si fonda sulle parole di Sara Tommasi la politica è davvero una cosa seria. Come le inchieste giudiziarie.

Un’inchiesta giudiziaria seria, si capisce, è quella che fa trapelare (salvo poi indignarsi e aprire inchiesta sulla «fuga di notizie») paginate e paginate di intercettazioni di una persona che non risulta nemmeno indagata, che parla e scrive sms a persone non indagate, tirando in ballo altre persone neppure loro indagate. Un filotto d’insensato nulla, praticamente. Nessuno ha capito bene perché si intercetti, nessuno ha capito bene quale sia il reato (a parte la presunta passione di Obama per Ronaldinho), nessuno ha capito perché si debbano far conoscere al mondo i non lucidissimi pensieri della signorina Tommasi, ma nel frattempo gli schizzi di allucinata cacca raggiungono chiunque senza distinzione: Marina Berlusconi, Pier Silvio Berlusconi, Paolo Berlusconi, Gheddafi, il calciatore Quagliarella, il cantante Gigi D’Alessio, Fabrizio Del Noce, Licia Ronzulli, Massimo Giletti, Ignazio La Russa, suo figlio Geronimo… Ci mancano il Dalai Lama, Leo Messi e Placido Domingo e poi il cast sarebbe completo. Aspettiamo la prossima puntata.

Come le farneticazioni notturne di Sara Tommasi possano poi essere davvero utili all’inchiesta, è davvero difficile dire. Avete letto gli sms spediti a Berlusconi? A stretto giro, dice: «Bacio grande», «Spero ke krepi», «Amore», «Vergognati». Il tutto senza ricevere risposta. E siccome non riceve risposta, allora si rivolge alla mamma e dice: «Berlusconi mi perseguita». Bah. Che la ragazza sia piuttosto instabile, per altro, lo rivelano anche le interviste di ieri. Al Fatto, dopo aver sproloquiato sulla «decapitazione» (?!) di Mussolini, dichiara piena fiducia in Fabrizio Del Noce («forse un fidanzato». Forse): «Solo lui può salvarmi da questo casino». E poi, da Dubai, dice all’Ansa: «Berlusconi mi ha deluso». Sarà ancora per via di Ronaldinho?

Per l’amor del cielo, non vorremmo infierire su una giovane in evidente stato confusionale. Ma vi pare possibile che una Procura, nell’ansia di infangare Berlusconi e tutta la sua famiglia, non si fermi neppure davanti ai deliri? Possibile che non abbia nemmeno quel po’ di assennatezza per distinguere un ipotetico fatto da un’ipotetica fatta? È possibile che l’odio contro il Cavaliere e i suoi cari arrivi a tal punto da trasformare in atti giudiziari le allucinazioni di un’ex concorrente dell’Isola dei famosi che pontifica alla membro di segugio su Obama, Ronaldinho, le dieci regole di Harvard, Gigi D’Alessio, Quagliarella e i grandi del mondo, nell’attesa di farsi salvare dal suo «forse fidanzato» Fabrizio Del Noce? Sara Tommasi (strano ma vero) è laureata alla Bocconi: negli anni scorsi, conquistò qualche copertina osé sventolando il proprio diploma in economia. Ecco: fossimo al posto della Bocconi oggi ci vergogneremmo un po’. Ma fossimo al posto di chi ha laureato i pm di Napoli, beh, allora ci vergogneremmo assai di più.



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L'Agenzia anti razzismo costa due milioni di euro La Lega insorge: "Soldi buttati, l'ente va chiuso"

di Redazione


L'Unar nasce nel 2005 per una direttiva dell'Unione europea accolta dal governo Berlusconi. Solo in Italia è a libro paga dello Stato. La Lega presenta un emendamento al Milleproroghe per sopprimerlo: "Questi oscuri burocrati abusano del concetto di discriminazione"



 

Roma - L'Ufficio per il contrasto delle discriminazioni voluto dall'Unione europea ci costa due milioni di euro. Un po' troppo per la Lega Nord che, in una proposta di modifica al decreto legge numero 2518, ha chiesto che l'ente venga soppresso. "Questi oscuri burocrati da sei mesi a questa parte si sono messi a fare politica trasformandosi in maestrini della penna rossa - spiega a Repubblica il senatore Sandro Mazzatorta, primo firmatario dell'emendamento - quei due milioni sono soldi buttati, l'ufficio va soppresso". 

La soppressione dell'Unar L'Unar nasce nel 2005 per una direttiva dell'Unione europea accolta dallo stesso governo Berlusconi. In realtà, soltanto in Italia e in Finlandia l'entre è pagato dallo Stato. E' stato, infatti, il costo esorbitante dell'ufficio a spingere il senatore leghista a chiederne la soppressione "a decorrere dal 31 marzo 2011". Gli stessi soldi, in base a quanto suggerito dalla modifica 1.146, potrebbero essere destinati alla Fondazione Teatro Regio di Parma per "la realizzazione del Festival Verdi". "Questi oscuri burocrati - spiega il leghista Mazzatorta che è anche sindaco di Chiari (Brescia) - abusano del concetto di discriminazione indiretta e pretendono una parificazione totale tra il cittadino autoctono e l'extracomunitario ospite temporaneo".





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La direzione chiede il taglio di una scena, Moretti dice no: salta 'Il caimano

Quotidiano.net

Il programma di Serena Dandini, ‘Parla con me’, avrebbe dovuto mandare in onda la sequenza finale del film di Nanni Moretti. Ma alla richiesta del vicedirettore generale della Rai di tagliare la sequenza, il regista ha detto no

Roma, 9 febbraio 2011



Il programma di Rai Tre condotto da Serena Dandini, ‘Parla con me’, non potrà mandare in onda la sequenza finale del film ‘Il caimano’ di Nanni Moretti.

La decisione sarebbe stata presa dalla direzione di rete, d’accordo con il regista, dopo che il vice direttore generale della Rai, Antonio Marano, ha chiesto di ‘tagliare’ la scena, riducendola da sette a tre minuti: un’indicazione con la quale Moretti non si e’ trovato d’accordo.

A quanto si apprende, in una lettera arrivata in serata, Marano avrebbe chiesto di non trasmettere piu’ di tre minuti del film, pena la svalutazione del prodotto e quindi il divieto di trasmetterlo in futuro su qualsiasi rete Rai.

A questo punto Moretti, che pure aveva dato il suo assenso alla messa in onda della sequenza finale, si e’ detto contrario ad una sua interruzione.

Di qui la scelta di non mandare piu’ in onda gli ultimi minuti del film, quelli dedicati al processo al premier Berlusconi, interpretato dallo stesso Moretti, nel giorno in cui la Procura di Milano ha chiesto al gip il giudizio immediato nei confronti del premier.

Nelle scene finali si vede che il ‘Caimano’ viene condannato a sette anni e poi lascia il tribunale, acclamato da una piccola folla che poi, mentre Berlusconi-Moretti si allontana in macchina, tira di tutto, bombe molotov comprese, addosso ai magistrati.

Rai Tre nei giorni scorsi aveva chiesto di poter trasmettere il film in prima serata: una richiesta alla quale l’azienda avrebbe replicato che sarebbe andato in onda su Rai Uno (che a sua volta ne avrebbe fatto richiesta). Interpellato sulla vicenda, il direttore di Rai Tre, Paolo Ruffini, si limita stasera a confermare di ‘’aver proposto di trasmettere ‘Il Caimano’ sulla mia rete lunedi’ scorso. Continuo ad essere disponibile a mandarlo in onda in qualsiasi momento’’.






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Ruby, del destino del premier decide il giudice di Tartaglia

Quotidiano.net


Torna alla ribalta Cristina Di Censo: sarà lei a decidere se mandare a giudizio Berlusconi o restituire in tutto o in parte il fascicolo alla procura qualora non dovesse rilevare le ‘prove evidenti’ per un processo immediato

Milano, 10 febbraio 2011



Ha mandato in carcere l’uomo che gli scagliò in faccia il modellino del Duomo di Milano, e anni fa assolse il suo grande amico don Luigi Verzè, il fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano. Se valessero i precedenti, i legali di Silvio Berlusconi potrebbero trarre auspici a lui non sfavorevoli dalle decisioni del giudice Cristina Di Censo, la toga che tra qualche giorno segnerà l’immediata sorte giudiziaria del premier.

Toscana come Massimiliano Allegri, l’allenatore del Milan, Di Censo non è di Livorno come lui ma della vicina Piombino. Quarantaquattro anni, in magistratura dal ’94, molto riservata nella vita privata e nessuna attività conosciuta nel sindacato delle toghe, dopo il tirocinio a Firenze ha un passato da magistrato a Busto Arsizio e Saronno, nel Varesotto. E’ al tribunale di Milano dal 2007, e da ieri la porta d’ingresso al suo ufficio, al settimo piano, è presidiata da carabinieri che hanno il compito di proteggerla dal prevedibile assalto di giornalisti e fotografi.
Fra l’altro l’estate scorsa, quando il magistrato già seguiva le indagini sul Rubygate in funzione di gip avendo autorizzato le intercettazioni telefoniche, si verificò un episodio rimasto misterioso: qualcuno entrò di nascosto nel suo ufficio. Dalla stanza, però, non risultò essere stato portato via alcun atto relativo all’inchiesta, anche perché quelle carte erano già custodite con speciali misure di sicurezza.

Nel 1999, quando era pretore a Busto Arsizio, Di Censo assolse don Luigi Verzè dall’accusa di avere effettuato prestazioni sanitarie in assenza di autorizzazione. Poi il passaggio all’ufficio gip e quello in Corte d’assise, dove fu giudice a latere nel processo per gli omicidi delle cosiddette ‘bestie di Satana’. A Milano dal 2007, nel dicembre 2009 Di Censo ordinò la custodia cautelare in carcere per Massimo Tartaglia, l’uomo che aveva colpito il premier con un souvenir in faccia. Poi però ne dispose il trasferimento in una struttura psichiatrica prima che Tartaglia venisse — da un altro giudice — prosciolto per incapacità di intendere e di volere.

Più di recente, accogliendo la richiesta della procura ha archiviato gli esposti presentati dai Radicali sulle presunte irregolarità delle firme a sostegno della lista di Roberto Formigoni alle ultime elezioni regionali. Nel novembre scorso, poi, ha condannato con rito abbreviato a 16 anni di reclusione Oscar Guerrero Herrera, detto ‘Chepi’, il dominicano ritenuto autore materiale dell’omicidio di un giovane egiziano, aggressione che aveva scatenato una clamorosa rivolta di stranieri nella zona di via Padova a Milano.

All’inizio della prossima settimana Di Censo deciderà se mandare a giudizio Berlusconi o restituire in tutto o in parte il fascicolo alla procura qualora non dovesse rilevare le ‘prove evidenti’ per un processo immediato. Comunque vada, farà discutere.


di Mario Consani




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Cani abbaiano di notte, padroni in cella

Corriere della sera


Condannati dalla Cassazione. I vicini di casa: era un inferno, non riuscivamo più a dormire


Sentenza che fa discutere. La causa iniziata a Regalbuto (Enna) nel 2006.




ROMA - «A Regalbuto c'è un cane per ogni porta, perché i giudici se la sono presa con me?», si dispera Santo Fiorenza, 76 anni, operaio dell'Enel in pensione. Il signor Santo si proclama innocente: «I miei due bassotti, Nerone e Bracchina, non abbaiano mai, sono tranquilli di giorno e di notte, venite a vedere, venite a casa mia...». La Corte di Cassazione, però, è stata inflessibile con lui e con altri tre cittadini di Regalbuto, piccolo comune in provincia di Enna: respinto il ricorso dell'avvocato Vito Felici, due mesi di carcere per ciascuno e senza neppure la sospensione condizionale. Più le spese processuali e 500 euro di ammenda. Una mazzata.

I loro cani disturbavano la quiete notturna e il meritato riposo dei compaesani di contrada Spito. Ma soprattutto i padroni, malgrado le proteste del vicinato, non hanno mai fatto nulla per placare quei «diffusivi» latrati e fermare il concerto: ecco perché i giudici sono stati così rigorosi. E adesso la sentenza (sul sito Cassazione.net) farà giurisprudenza.

La moglie di Santo, la signora Nunziata, sua legittima sposa da 54 anni, è allibita: «Ma vi rendete conto? Noi che non abbiamo una carta macchiata (sono cioè incensurati, ndr) e siamo pure anziani, adesso ci troviamo con la paura della prigione. Non è giustizia, questa». Sono allibiti, per la verità, anche gli altri tre proprietari, tutti incensurati come il signor Fiorenza: Francesco Pignarello Arcodia, 45 anni, barista del paese, col suo yorkshire «Lucky» molto educato; eppoi Giuseppe Cardaci, camionista, 55 anni, che ha 2 cani da caccia, abituati per mestiere alla discrezione; e infine Santo Granuzzo, 72 anni, col suo vecchio pastore tedesco a cui era affezionatissimo e che si era portato dalla Germania, dov'era emigrato da giovane in cerca di fortuna. «Poveraccio, Santuzzo, il cane gli è morto durante il processo», racconta commosso l'avvocato Felici. Adesso di sicuro non abbaia più.

Per evitare il carcere, poiché la pena è inferiore ai 3 anni, l'avvocato Felici ora ha 30 giorni di tempo per chiedere al Tribunale di sorveglianza la concessione di una misura alternativa: affidamento dei suoi 4 assistiti ai servizi sociali del Comune oppure in ultima istanza la detenzione domiciliare. «La storia cominciò nell'agosto 2006 - racconta il legale - con una raccolta di firme organizzata dai vicini. Quindi il reato non è neppure di quelli per cui c'è l'indulto perché successivo al marzo 2006...».

All'inizio furono 6 i padroni chiamati alla sbarra, ma due di loro accettarono di pagare subito i 45 euro di ammenda stabiliti dal decreto di condanna per «strepitio di animali» emesso dal giudice monocratico del tribunale di Nicosia. Così uscirono dal processo. Gli altri 4, invece, in nome del diritto dei propri cani ad esprimersi liberamente pur nel rispetto della quiete pubblica, decisero di fare appello. E si è arrivati fino in Cassazione.

«Sentenza sproporzionata - commenta amara Luisella Battaglia, docente all'università di Genova e membro del Comitato di bioetica -. Le persone non vanno in carcere per fatti molto più gravi...». Netto anche il giudizio di Pasqualino Santori, presidente del Comitato bioetico per la veterinaria (Cbv): «L'opinione pubblica e le istituzioni devono capire che il cane non è che si accende e si spegne a piacimento, anche lui ha un diritto di cittadinanza e le sue esigenze devono essere prese in considerazione». La signora Nunziata, la moglie di Santo Fiorenza, scuote la testa: «E pensare che i vicini che raccolsero le firme erano pure amici nostri. Invece, ci hanno portato alla rovina. Vatti a fidare. Io ormai mi fido più dei cani che delle persone».


Fabrizio Caccia
10 febbraio 2011



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Il pregiudizio degli italiani «I rom? Zingari e basta»

Corriere della sera


Il 40% degli intervistati pensa anche che siano tantissimi, uno o due milioni, invece sono in tutto appena 170 mila


Il Rapporto sulla condizione dei nomadi della Commissione diritti umani del Senato




ROMA — Sono tutti «zingari», i Rom. Zingari e basta. E sono quasi tutti nomadi (84 per cento degli intervistati). Vivono di espedienti e furtarelli, e sfruttano i minori (92 per cento). Sono chiusi verso il mondo esterno, verso chi non è zingaro come loro (87 per cento), ed è per scelta che vogliono vivere nei campi, isolati dal resto della città (83 per cento). Questo è quello che gli italiani pensano dei Rom, questi sono alcuni dei «pregiudizi che alimentano l’ignoranza» su questa popolazione, è scritto nel Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti in Italia della Commissione diritti umani del Senato.

LO STUDIO - Il Rapporto è stato discusso e approvato mercoledì all’unanimità, proprio nel giorno in cui si sono ricordati i quattro bambini Rom morti nel campo sulla via Appia a Roma. Il presidente della Commissione, Pietro Marcenaro (Pd) ha spiegato che «i giudizi negativi sui Rom sono diffusi e persistenti». Sono pochi gli italiani che sanno che la maggior parte di loro sono ormai diventati stanziali. Sono pochi quelli che sanno la metà dei Rom nel nostro Paese sono cittadini italiani. Quasi quattro intervistati su dieci pensa anche che siano tantissimi, uno o due milioni, invece sono in tutto appena 170 mila e di questi meno di un terzo, poco più di 50 mila, vive nei campi. Ed è un popolo di giovanissimi: il 60 per cento ha meno di 18 anni e il 47 per cento ha tra i 4 e i 14 anni, segno che purtroppo «l’aspettativa i vita è bassa, soprattutto tra chi vive in condizioni di degrado, tra i rifiuti». «I campi esistono solo in Italia, a partire dagli anni Sessanta — ha continuato il senatore Marcenaro —. Negli altri Paesi esistono più che altro campi di transito».

«CAMBIAMENTO CULTURALE» - D’accordo tutti, in Commissione al Senato, sulla necessità di «un programma graduale di chiusura dei campi, a partire da quelli più degradati, e di offerta di soluzioni abitative diverse, accettabili e accettati». Indispensabile ormai è anche un «piano nazionale», ha sottolineato il capogruppo Pdl in Commissione Salvatore Fleres, «mentre adesso «esistono 11 leggi regionali e un reticolo di provvedimento locali». Evidente tuttavia che occorre puntare ad un cambiamento culturale riguardo alla percezione che gli italiani hanno dei Rom. Un cambiamento che abbassi di molto quella percentuale di connazionali che ha dei Rom un’«immagine avversa» (sono il 47 per cento), o di «emarginazione» (il 37 per cento), rispetto ad un’«immagine neutra o positiva», (appena il 12 per cento). O anche quella percentuale che si dice «a disagio» all’idea di avere un Rom come vicino di casa, 47 per cento rispetto al 25 per cento dei cittadini dell’Unione europea. Uno dei pregiudizi più diffusi è quello secondo cui «gli zingari rubano i bambini», nonostante che dal dopoguerra ad oggi nessuna sentenza abbia mai condannato un Rom o Sinti per un simile reato, ad eccezione del caso di Angelica, la minorenne condannata per aver tentato di rapire una neonata a Napoli nel 2008.


Mariolina Iossa
10 febbraio 2011



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Il grande errore è andare in piazza per conto di altri

Corriere della sera


Viva le manifestazioni che sono l'espressione collettiva di un pensiero e di un sentire, garantita costituzionalmente. E ben vengano. Sia chiaro però che non esiste pensiero collettivo: si pensa in prima persona o non si pensa. Le masse fatte di persone che non pensano in prima persona, sono cieche o manipolate. Sto citando la filosofa Simone Weil. E pensare non è reagire al detto di altri con un sì o con un no, ma situarsi con il proprio desiderio e interesse nei confronti di quello che accade.

Attenzione anche al fascino dei grandi numeri cui ci siamo abituati con la Rete. È abbastanza ovvio che i grandi numeri non rendono giusta una posizione. Ma rendiamoci conto di una cosa meno ovvia e cioè che firmare o manifestare in massa non può rimpiazzare che si faccia in prima persona tutto quello che si può fare nei contesti in cui ci troviamo a vivere.

Qui spunta un primo interrogativo sulla manifestazione del 13. Secondo me, c'è il pericolo che la manifestazione venga usata da quelli che a suo tempo non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare. Che cosa? Il lavoro proprio di una classe dirigente, che era d'intercettare e bloccare un uomo come Berlusconi che non era adatto agli uffici politici, neanche dal punto di vista strettamente legale. Siamo in una democrazia costituzionale e rappresentativa: la piazza non dovrebbe essere necessaria quando si tratta di scegliere e cambiare gli uomini al governo. Se la piazza è diventata necessaria, vuol dire che qualcuno o molti non hanno fatto quello che dovevano fare quando sarebbe stato efficace, ed è esattamente così che è andata.

A questo punto della faccenda si fa appello alle donne. Che senso ha? Come altre, io ci ho visto una strumentalizzazione dei loro sentimenti. Il sentire femminile, per me, è una cosa profonda e delicata che attiene alla vita del corpo sociale. Comunemente le donne, e io sono una di loro, detestano la prostituzione. Ed è su questo sentire che, dopo l'ultimo scandalo berlusconiano, si è fatto leva: gesto criticabile perché il nostro sentire immediato, in sé giusto, non può tradursi in atti politici senza le necessarie mediazioni. Queste sono mancate. Le critiche avanzate da alcune femministe in proposito sono state accolte, per fortuna. Andando avanti in questa direzione, deve diventare chiaro che lo scambio tra soldi e sesso, sesso e potere è una pratica diffusa tra gli uomini, compresi i politici sia di destra sia di sinistra. E che il capo del governo, da questo punto di vista, non è un'eccezione. Grazie a quella presa di coscienza accanto alle donne scenderanno in piazza anche uomini a manifestare la loro distanza da un sessismo che ancora imbeve di sé la cultura politica e non soltanto.

Ma questa è anche la ragione per cui bisogna insistere con le critiche. Che una decida di partecipare oppure di stare altrove e altrimenti, in ogni caso la discussione in corso tra donne significa non consegnarci ciecamente a operazioni politiche nelle mani di uomini i cui orizzonti non oltrepassano la bottega del politico vecchia maniera. La forza non vista ma reale del femminismo italiano sta trasformando il momento presente in un confronto che fa luce anche sulla sua ricchezza di pensiero. L'essere altrove e altrimenti, è una figura fondante del femminismo: marca la differenza femminile e opera una rottura nei confronti di cose già decise da altri.

Ma non meno importante è anche il desiderio di esserci nel mondo e di contare con tutte le proprie qualità. Qui tocchiamo un altro punto delicato del dibattito presente, per me il più delicato. Ascoltando e leggendo, mi sono resa conto che partecipare alla manifestazione significa, per molte, sentire di esserci e di essere attive. Agli occhi di queste, molte delle quali giovani, una come me che critica e non aderisce di slancio, appare fredda e distaccata. Una simile impressione mi dispiace e mi fa torto. Ma resisto alla voglia di spiegare quanto, come e dove intensamente io ci sono anche in questa congiuntura, preferisco affrontare questo nodo del protagonismo femminile che sembra dividerci tra donne.

La rivolta femminile degli anni Settanta è nota per le sue manifestazioni pubbliche ma il suo aspetto non appariscente è stato e rimane molto più efficace. Questo aspetto riguarda l'esserci in prima persona con il proprio desiderio, non delegare niente di essenziale ad altri ma creare relazioni di fiducia e trasformare la propria esistenza in una libera impresa. Insomma, dare vita a un'economia di mercato non dominata dal profitto ma dalla forza dei desideri. Una manifestazione come quella di domenica prossima entra in questo gioco? Ci vai, per te. Non andarci contro qualcuno per conto di altri.


Luisa Muraro
10 febbraio 2011



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Tg 3, la Berlinguer di manica larga

di Redazione


Le spese pazze del Tg3 all'estero: senza curarsi del bilancio Rai perennemente in perdita, il telegiornale della terza rete spedisce un giornalista a Londra. Dove però ha già un suo corrispondente. Ma tanto pagano gli italiani...



 
Le direttive Rai in tema di trasferte le conoscono tutti, le testate e i direttori non possono mandare giornalisti all’estero se la località è coperta da un corrispondente. La regola è motivata dalla necessità di risparmiare ed è in vigore da circa un anno. Eppure, il direttore del Tg3 Bianca Berlinguer (nella foto) ha spedito in Gran Bretagna un suo giornalista da Roma, Oliviero Bergamini, per intervistare mister Wikileaks, Julian Assange. La decisione ha irritato non poco il corrispondente Rai da Londra Stefano Tura, che da settimane proponeva la stessa intervista. Perché spendere tanto per una cosa già quasi fatta? Chissà se ora il Cda farà le pulci alla Berlinguer come a Minzolini...




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