mercoledì 9 febbraio 2011

Fede lascerà il Tg4 Buonuscita di 10 milioni Al suo posto Salvo Sottile

Quotidiano.net


Clamorose rivelazioni di Alfonso Signorini sul settimanale "Chi", anticipate nel pomeriggio da Dagospia. Fede avrebbe reagito con un vorticoso giro di telefonate a Mediaset per chiedere conferma dell'indiscrezione








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Rubato il crocifisso di Waterloo

Corriere della sera


Celebrato come una reliquia miracolosa da Victor Hugo nei «Miserabili»

Dalla cappella di Hougoumont


La croce di Hougoumont
La croce di Hougoumont
MILANO - È sopravvissuto alle fiamme della battaglia di Waterloo ed è stato celebrato come una reliquia miracolosa da Victor Hugo nel romanzo I Miserabili. Il grande crocifisso in legno, custodito nella cappella commemorativa di Hougoumont, uno dei luoghi più celebri della battaglia combattuta il 18 giugno 1815 che segnò la definitiva sconfitta di Napoleone, è stata rubato nelle scorse settimane nella città belga a pochi chilometri da Bruxelles. La notizia è stata diffusa da Yves Van der Cruysen, già assessore alla cultura di Waterloo e oggi curatore del famoso campo di battaglia, che ha lanciato un appello affinché «l'insostituibile» cimelio storico, che non ha alcun valore artistico, sia restituito alla città.

IL CIMELIO MIRACOLOSO - Il crocifisso, costruito circa 400 anni e alto due metri, in origine si trovava nella cappella del castello di Hougoumont. Questo luogo fu il teatro di un’atroce battaglia durante la quale francesi e inglesi si massacrarono. L'intera fattoria che circondava il castello fu distrutta e bruciata: sopravvisse solo il crocifisso in legno che, sebbene danneggiato (Hugo nel celebre romanzo scrisse che «il fuoco riuscì solo ad annerire i piedi di Cristo, ma poi si fermò miracolosamente»), è arrivato fino ai giorni nostri diventando uno dei ricordi più emblematici di Waterloo. «Purtroppo sappiamo che al momento del furto i ladri hanno danneggiato seriamente la croce», ha dichiarato il curatore Van der Cruysen all'Independentdi Londra. «Abbiamo trovato sul pavimento della cappella grandi schegge di legno che appartengono certamente alla figura di Cristo».

FURTO SU COMMISSIONE O VANDALI - Secondo Van de Cruysen il furto è avvenuto nelle scorse due settimane: «All'inizio di gennaio alcuni architetti sono entrati nella cappella e il crocifisso era ancora là», ha spiegato lo studioso al quotidiano transalpino Le Figaro. Adesso l'Interpol è al lavoro per ritrovare l'importante reliquia: foto del Cristo in legno, che pesa circa 200 chili, sono state diffuse tra gli antiquari di tutto il mondo: «Il crocifisso non ha alcun valore particolare», dichiara il curatore, «tranne quello infinito di essere una memoria della battaglia. È impossibile venderla sul mercato nero delle opere d'arte. Il furto non è stato portato a termine da ladri d'arte, bensì da vandali, ovvero persone che vogliono solo attirare l'attenzione su se stessi».

CELEBRAZIONI - Di diverso avviso Evelyn Webb-Carter, generale britannico e presidente di Waterloo 200, un'associazione anglo-belga che nel 2015 organizzerà le celebrazioni del bicentenario della battaglia. Quest'ultimo, come diversi storici, pensa che il furto possa essere stato commissionato da un fanatico collezionista di cimeli napoleonici: «Ci sono persone molto strane che sono ossessionate dalla battaglia di Waterloo», dichiara il generale. «Temo che il crocifisso possa essere stato rubato per ordine di qualche persona molto ricca che desidera possederlo. Se fosse così», termina Webb-Carter, «le probabilità di rivedere la croce sono davvero molto scarse».


Francesco Tortora
09 febbraio 2011



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Fiat Doblò sulla strada a «1230 km/h» Supera velocità suono: in tilt autovelox

Corriere del mezzogiorno


Scatta il verbale all'automobilista:il limite era «1078 km/h». Lo segnala l'Associazione Tutela del Consumatore



Un autovelox

Un autovelox


BRINDISI - Ha sbagliato la macchina o ha sbagliato il compilatore della contestazione? Non ha dubbi Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale «Tutela del Consumatore» di Italia dei Valori e fondatore dello «Sportello dei Diritti» contro le multe seriali ed a raffica utilizzate dagli enti allo scopo di far cassa prima che per la sicurezza stradale, utilizzando strumenti di rilevazione elettronica tipo autovelox, telelaser e photored oggi trova una conferma nel caso alquanto singolare che ci è stato portato all’attenzione.

IL FATTO - Questa volta, un Fiat Doblò è stato beccato dal Comando della Polizia Municipale del Comune di Oria, nel brindisino, alla velocità, sembra quasi incredibile a scriverlo, di ben «1230 km/h ossia oltre la velocità del suono (pari a 1.193,4 km/h) superando il limite massimo consentito per quel tratto di strada di 1078 km/h».

IL COMMENTO - «Non ci credevamo – scrive D’Agata – finché non abbiamo visto con i nostri occhi il verbale che è stato notificato alla società proprietaria del mezzo che risulta chiaramente non essere un aeroplano. Ancora una volta appare sempre più evidente come questi strumenti elettronici e lo stesso sistema di gestione di questo tipo d’infrazioni faccia acqua da tutte le parti non consentendo la certezza fattuale, oltreché giuridica, di una sempre corretta rilevazione e contestazione delle infrazioni, poiché la necessità di rimpinguare i bilanci comunali, molto spesso spinge i comuni e gli alti enti locali a mettere al primo posto esigenze di cassa con conseguenti errori materiali, vizi di forma e violazioni della normativa e dei regolamenti per la contestazione delle infrazioni, piuttosto che la sicurezza stradale e la certezza delle verbalizzazioni ed il diritto alla difesa dei cittadini».


Marcello Orlandini
09 febbraio 2011




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Maiolo choc: «Rom? Più facile educare un cane». Poi si dimette da portavoce Fli

Corriere della sera

 

L'intervista sconfessata dal coordinatore del partito. Poi le scuse: «Frase infelice, ma il problema c'è»

 

 

MILANO - «È più facile educare un cane che un bambino rom»: questo il contenuto choc di un'intervista rilasciata martedì da Tiziana Maiolo al programma «La zanzara», condotto da Giuseppe Cruciani su Radio 24. Intervista che ha portato, mercoledì, alle sue dimissioni dall'incarico di portavoce milanese di Futuro e Libertà. «I cagnolini e i bambini, se tu li educhi, dopo sono educati - ha detto la Maiolo -. Ma se nessuno li educa... ma se fanno la pipì sui muri! Neanche il mio cagnolino la fa sui muri, solo sugli alberi». L'intervista ha suscitato la reazione indignata del coordinatore di Fli Adolfo Urso e del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. La Maiolo prima si è scusata con una nota, poi ha dato le dimissioni. «Ho deciso, benché non mi sia stato chiesto né sollecitato, di rimettere il mio incarico di portavoce milanese di Fli nelle mani del coordinatore regionale della Lombardia senatore Giuseppe Valditara - si legge in una nota diramata dalla stessa Maiolo -. L'ho fatto con convinzione, per assumere la responsabilità di una mia leggerezza, di cui avrei dovuto valutare meglio le conseguenze e le possibili ambigue interpretazioni». «Ma l'ho fatto anche perché -continua la nota- voglio stare in un partito dove l'assunzione di responsabilità di ciascuno sia la regola e non l'eccezione».

 

«NON SONO INTEGRABILI» - Nell'intervista a Radio24, facendo riferimento ai suoi 5 anni come assessore comunale alle Politiche sociali, con Albertini, la Maiolo ha affermato: «Tutte le etnie sono integrabili tranne i rom». Al conduttore che le chiedeva perché, ha risposto adducendo come motivazioni una serie di luoghi comuni sui rom: «non vogliono assolutamente lavorare», «a noi ci odiano e pensano soltanto a sfruttarci, ci chiamano gaggi, gagé, non so, quella parola lì», «non hanno il senso dell'igiene», «fanno bambini perché li mandano a rubare» e «in molti casi avviano i bambini alla prostituzione minorile». Per concludere con l'infelicissimo paragone con il suo cagnolino, a suo dire «un umano», che ha causato la reazione indignata dell'opinionista David Parenzo, presente in trasmissione. La Maiolo ha poi commentato le parole del Presidente della Repubblica: «Il Presidente Napolitano ha sbagliato perché ha parlato senza cognizione di causa: ha detto che devono avere una casa e perché gli italiani no? Quelli ci odiano e ci vedono solo come possibilità per sfruttarci o rubarci qualcosa e noi gli diamo la casa: ma l'italiano che non ha una casa cosa dovrebbe dire?».

 

FLI: «FRASE INACCETTABILE» - Mercoledì il coordinatore di Fli, Adolfo Urso, ha preso ufficialmente le distanze a nome del partito: «La dichiarazione di Tiziana Maiolo sui rom è inaccettabile e da noi assolutamente non condivisa. Futuro e Libertà si fonda sui principi del pieno rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni persona, si batte per una seria politica di integrazione e lotta contro ogni pregiudizio e discriminazione». I co-presidenti del gruppo EveryOne Dario Picciau, Matteo Pegoraro e Roberto Malini hanno annunciato di aver trasmesso le dichiarazioni della Maiolo all'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, alla Commissione Europea, al consiglio dell'Ue e al Consiglio europeo chiedendo «una posizione decisa non solo nei confronti della Maiolo, ma di tutti i politici, i direttori di quotidiani e network che da anni proseguono indisturbati nella propaganda razziale contro il popolo rom, che a poco a poco ha diffuso presso le fasce sociali pregiudizi talmente gravi da aver ridotto le comunità Rom e Sinti in una condizione di apartheid da cui sarà difficile uscire».

 

CAFAGNA: «VALUTEREMO UN INTERVENTO» - Anche Mara Carfagna, Ministro per le Pari opportunità, ha stigmatizzato le parole della Maiolo definendole «inaccettabili, impregnate di razzismo, in aperto contrasto con i principi sanciti dalla Costituzione e dalle leggi». «Le Istituzioni lavorano unite per l’integrazione e la convivenza pacifica di tutti, nessuno escluso - ha sottolineato -. Per questa ragione penso abbia fatto bene a chiedere scusa». E sui provvedimenti da prendere: «L’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali del Dipartimento per le Pari Opportunità ha già ricevuto diverse segnalazioni e valuterà un intervento, come successo in casi analoghi. Continuano, nel frattempo, le attività per l’inclusione di Rom, Sinti e Camminanti, promosse dall’Ufficio, che hanno come scopo contrastare episodi di razzismo e discriminazione».

 

LE SCUSE: «FRASE INFELICE» - Nella nota di scuse, la Maiolo precisa: «Ovviamente non penso affatto che i cani siano meglio dei rom. Ho ricordato che molti cittadini che abitano vicino ai campi rom lamentano il fatto che i ragazzini fanno spesso pipì sui muri delle case e che bisognerebbe insegnare loro che questo non si fa, perché i muri non vanno sporcati né da bambini né da cagnolini, tanto che io ho insegnato al mio cane a non farlo». «Forse - ha ammesso - ho usato una frase infelice, di cui mi scuso. Ma i problemi restano». «Penso però che il dolore per i fatti tragici di Roma - ha aggiunto - non ci debba chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà di integrazione, anche rispetto al problema della casa, di cui hanno bisogno tanti italiani, come tanti stranieri, che rimangono».

«Il grande dolore che tutti proviamo per l'atroce morte di quattro bambini rom a Roma ha riproposto all'attenzione pubblica un problema ancora irrisolto, quello dell'integrazione di un popolo che trova difficoltà in Italia come negli altri Paesi europei, Romania compresa», ha aggiunto. E ricordando di nuovo la sua esperienza da amministratore, ha parlato di un suo «grande impegno per l'integrazione dei rom, come delle altre etnie presenti in città»: «Abbiamo lavorato per l'istruzione dei bambini, mandandoli a prendere nei campi ogni mattina per portarli a scuola, abbiamo istituito borse di studio, abbiamo dato ogni tipo di assistenza con l'aiuto delle associazioni di volontariato. Forse sono stata troppo assistenziale, tanto che il sindaco Albertini a un certo punto ha trasferito la delega sui rom all'assessore alla sicurezza». «All'interno di una trasmissione "leggera" - ha concluso - ho ieri spiegato queste difficoltà. Ho anche ricordato di aver personalmente salvato un bambino rom che a sei anni e mezzo era stato avviato dai genitori, poi arrestati e condannati, alla prostituzione».

 

LA CARRIERA - Tiziana Maiolo è presente da vent'anni nelle istituzioni milanesi. Nel 1990 è entrata in consiglio comunale nella lista «Antiproibizionisti sulla droga». Nel 1993 si è candidata a sindaco con una lista civica a suo nome, appoggiata anche dai Radicali, ma ha ottenuto soltanto il 2,6%, non sufficiente per la rielezione a consigliere. Nel 1994 ha aderito a Forza Italia, partito con il quale è stata eletta alla Camera nel 1994 e nel 1996. Nel 2001 è entrata nella giunta comunale di Milano guidata da Gabriele Albertini come assessore alle Politiche sociali, ed è appunto a questo periodo che ha fatto riferimento nell'intervista. Dal 2006 al 2008 è stata assessore alle Attività produttive nella giunta Moratti. Il 25 ottobre 2010 ha aderito a Futuro e Libertà.

 

Redazione online
09 febbraio 2011

Casa An, archiviazione per Frattini»

Corriere della sera


Il ministro è indagato per abuso d'ufficio in merito ai documenti di Santa Lucia sulla proprietà di Montecarlo

La richiesta della Procura di Roma al tribunale dei ministri. «Casa An, archiviazione per Frattini»


Il ministro Franco Frattini
Il ministro Franco Frattini
MILANO
- La Procura di Roma ha avanzato al tribunale dei ministri la richiesta di archiviazione per il titolare della Farnesina Franco Frattini, indagato per abuso d'ufficio in relazione ai documenti giunti alla Farnesina da Santa Lucia e riguardanti la proprietà della casa di Montecarlo ereditata da An nel 1998.

«NESSUNA VIOLAZIONE» - L'iniziativa della Procura fa seguito a quella dei giorni scorso in cui, nell'inviare gli atti al tribunale dei ministri, si chiedevano una serie di accertamenti. Al centro della vicenda le modalità di acquisizione da parte della Farnesina dei documenti dai quali emerge che la titolarità delle società off-shore che si sono succedute nella proprietà dell'immobile di Boulevard Princesse Charlotte è riconducibile a Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini. A determinare la richiesta di archiviazione è stata la documentazione inviata dallo stesso ministro degli Esteri. Da questi atti si evince, per la Procura, che non sussiste alcuna forma di interferenza, così come ipotizzato nella denuncia che ha dato origine al procedimento, tra «l'iniziativa del ministro e l'attività giudiziaria». Per gli inquirenti, in sostanza, la richiesta di atti al governo di Santa Lucia (peraltro mai sollecitata dall'autorità giudiziaria) da parte di Frattini non configura «alcuna specifica violazione - si legge nella richiesta di archiviazione - di norme di legge o regolamentari». «La documentazione pervenuta, con i chiarimenti che il (Fonte Ansa)

09 febbraio 2011



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Massaggi orientali davanti alla chiesa Quartiere in rivolta

Corriere della sera


In 200 metri dieci centri di «benessere totale». Le mamme di via San Gregorio: fermateli

STORIE DI QUARTIERE




MILANO - Di fronte alla chiesa, il Paradiso. È però un eden terrestre, popolato da ragazzine con gli occhi a mandorla. Tre delle duemila che praticano il massaggio orientale in città. Tre delle 50 che, in duecento metri in linea d'aria, formano l'impero dei sensi nel quadrilatero che ruota attorno a piazza San Camillo. Seicento metri per dieci negozi, uno inaugurato ieri. Thailandesi e cinesi che hanno fatto scattare un'interrogazione dal consigliere comunale per l'Api, Carlo Montalbetti, una raccolta di firme nel quartiere e una levata di scudi di mamme. Donne che accompagnano i figli a scuola. Preoccupate ma agguerrite. Che si sono organizzate in un comitato per dare più forza alle loro rimostranze.

Il Paradiso è il nome del centro massaggi di via San Gregorio 27. Proprio davanti alla chiesa. Tre vetrine impenetrabili che riportano in bella vista il tipo di trattamento e quanto costa. Trenta euro per un'ora di massaggio cinese o rilassante con olio. Cinquanta per un massaggio in vasca o a quattro mani. Si entra. A destra la reception con accanto una megasala con letto matrimoniale e vasca in bella vista. A sinistra tre salette con lettino di un certo decoro, con un soffitto che tira al kitsch, avvolto da un'edera in plastica. Ci viene incontro con un largo sorriso una ragazzina che dice di chiamarsi Alessia, che parla pochissimo l'italiano e che comprende meglio l'inglese. A Milano vive sola e dorme non lontano dal negozio, insieme con le altre due colleghe.

Lavora dalle 9 alle 22, sette giorni su sette. Non dimostra neppure vent'anni, ma dice di averne 25. Ci propone un perizoma che dopo mezz'ora possiamo anche togliere. E, a 10 minuti dalla fine dei 60 richiesti, scatta la proposta indecente: cinquanta euro, massaggio romantico. Su tutto il corpo. Ma, non lontano dal Paradiso ne troviamo due in via Boscovich: uno thailandese e l'altro cinese. Uno attaccato all'altro, allo stesso civico. E poi quattro in via Napo Torriani, con un quinto inaugurato ieri. Un altro ancora in San Gregorio e poi in via Lepetit.

Con le mamme che è tutto un passare di fogli per raccogliere firme nelle portinerie e sul pianerottolo. «In dieci giorni - spiega Anna Broli, portavoce del neocomitato Napo Torriani - ne abbiamo raccolte 250 e senza Internet. Vogliamo appoggiare una mozione finita in Regione lo scorso novembre, che intende trasformare i centri benessere in centri estetici per i quali ci vuole l'ok del Comune per essere aperti». Anna Broli e compagne si sono anche rivolte al Comitato Abruzzi per avere delucidazioni sul fenomeno prostituzione. «Erano preoccupate - spiega Fabiola Minoletti, presidente del comitato - per cui hanno voluto un aiuto per fare emergere il loro disagio». Mentre il consigliere Montalbetti tuona contro l'amministrazione: «Nonostante i continui proclami dell'Amministrazione, a oggi non è cambiato nulla. I centri massaggi proliferano senza controlli e senza regole».


Michele Focarete
09 febbraio 2011



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Operazione San Gennaro" In mostra il tesoro del santo

La Stampa






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Un fenomeno luminoso sul Vesuvio: fulmine globulare o cosa?

Il Mattino


NAPOLI - Una luce intensa dietro il Vesuvio ripresa da una telecamera notturna. Un filmato su YouTube, con il fenomeno luminoso che dura più di un minuto, per poi spegnersi. Di cosa si tratta, un fulmine glolbulare o è un fotomontaggio?




Mercoledì 09 Febbraio 2011 - 10:46    Ultimo aggiornamento: 10:54



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Quei barbari col telefonino che fotografano anche la morte

di Andrea Tornielli


Di fronte alla tragedia di un suicidio, i passanti tirano fuori il cellulare per avere un'immagine come souvenir. Un'abitudine che non si ferma più nemmeno davanti alla morte. La causa? L'accanimento mediatico sui casi di cronaca nera



 

Durante il ventennio fascista era assolutamente vietato alla stampa per disposizione del regime riferire notizie riguardanti i suicidi: nel Belpaese mussoliniano tutti dovevano credere di essere felici.Non c’è sicuramente da rimpiangere la censura del tempo che fu,che pure evi­tava l’emulazione, ma di fronte al voyerismo e all’accanimento mediati­co su alcuni casi di cronaca nera, che oggi finiscono per trasformare la realtà in reality,è più che lecito porsi almeno qualche domanda. Si può anche scoprire che lo sguardo del reality, la fregola di catturare un’im­magine come souvenir, il filmatino ricordo da scaricare sul computer,è diventata un’abitudine che non si ferma più di fronte a nulla. Non si ferma più nemmeno di fronte alla morte e al rispetto per i morti.

Il tonfo sordo che ha attirato l’attenzione dei passanti all’inizio di Corso Vittorio Emanuele, alle 9,40 di mattina, era quello del corpo di un giovane suicida, gettatosi da una del­le terrazze del Duomo. Comprensibile il capannello di perso­ne che hanno cercato di soccorrere la vittima, l’attardarsi nell’attesa degli inutili soccorsi, il rimanere di fronte al dramma di una morte in quel mo­mento indecifrabile: un incidente? un omicidio? un suicidio?

Ciò che fa rabbrividire è accaduto do­po. È scorgere tante persone intente a catturare un’immagine ricordo con telefonini e videocamere. Che cosa c’era da vedere e da filmare se non un corpo sfracellatosi sul selciato dopo un volo di quaranta metri? Che souve­nir può mai rappresentare quel foto­gramma? E da mostrare a chi? «C’ero anch’io quando quel disgraziato si è buttato giù dal tetto del Duomo, guar­da, guarda qua, l’ho fatta col mio cel­lulare... E per favore, passami un al­tro pasticcino».

È la logica conseguenza - o la causa ­delle lunghe dirette che violano e se­zionano i corpi delle tante Sara Scazzi della cronaca nera nostrana. Non c’è più pietà nemmeno per i morti. Sia­mo barbari. Barbari col telefonino.



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Maiolo, la finianiana e progressista che dice: "I rom? E' più facile educare un cane..."

di Redazione


Scivolone dell'esponente milanese di Futuro e Libertà commentando la morte dei 4 bambini rom: "E' più facile educare un cane che un rom". E scoppiano le polemiche. Il Viminale dice no alle richieste di Alemanno: "Abbiamo già dato 20 milioni di euro per i campi nomadi"




 
 
Milano - La sparata è di quelle che lasciano tutti senza parole. "E più facile educare un cane che un rom". Se poi lo dice un'ex comunista, ex progressista e neofiniana come Tiziana Maiolo il clamore aumenta. La boutade di pessimo gusto è stata registrata ieri dai microfoni di Radio24 ed è rimbalzata subito su tutte le testate nazionali. "I cagnolini e i bambini si possono educare - ha detto - e per i rom è più facile educare il mio cagnolino. I bambini sono come i cani: li puoi educare. Quelli fanno la pipì sui muri: il mio cagnolino non fa la pipì sui muri!". L'esponente di Futuro e Libertà concede una lezione di pedagogia spicciola in cui cani e bambini vengono messi in unico calderone. Poi non risparmia nemmeno una bordata al Presidente della Repubblica: "Il Presidente Napolitano ha sbagliato perchè ha parlato senza cognizione di causa: ha detto che devono avere una casa e perchè gli italiani no? Quelli ci odiano e ci vedono solo come possibilità per sfruttarci o rubarci qualcosa e noi gli diamo la casa: ma l’italiano che non ha una casa cosa dovrebbe dire?". Non c'è che dire, a 48 ore dal rogo in cui hanno perso la vita 4 bambini rom, un commento di pessimo gusto...






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Ecco i ragazzi del 1983: Fini, Casini e Rutelli in Parlamento da 28 anni

di Francesco Cramer



In tre hanno 172 anni. Oggi sono uniti nella lotta al Cav, ma fino a ieri erano acerrimi nemici. Entrati in politica nella stessa data, in tre decenni hanno calpestato idee, convenzioni e alleati



 
Roma

Fini, Casini, Rutelli - i Qui, Quo, Qua del Palazzo - non ci stanno: terzo polo non ci va. Sa di sconfitta, di gradino basso del podio, di ultima scelta dopo il primo e il secondo. Meglio nuovo, nuovo polo. Bello. Ma finto come i soldi del Monopoli. Il «nuovo» appiccicato a loro è come le «convergenze parallele»: un ossimoro, uno sberleffo, una beffa che, per di più, sa di muffa. Stantìo Fini, classe 1952; antiquato Casini, natali nel 1955; sorpassato Rutelli, che è del 1954. Insieme fanno 172 anni e la loro ventata di novità è un alito cattivo di chi poltrisce nelle stanze del potere da quasi tre decenni. Ora uniti dall’antiberlusconismo ma in passato acerrimi nemici, i tre re magi della Prima Repubblica hanno in comune il bollino dell’immatricolazione politica. I fantastici tre condividono la data in cui per la prima volta hanno messo piede in Transatlantico.

E da lì non si sono più schiodati. 1983: governo Fanfani quinto poi Craxi primo; Pertini e Bearzot, Portobello, «L’amico è» di Baldan Bembo, i primi computer, Andropov e Reagan, E.T. (che non sta per Elisabetta Tulliani), la Roma di Falcao, gli swatch, Tortora in manette. Preistoria insomma. Ecco, il vecchio che avanza è diventato onorevole quel dì. Fini, Casini e Rutelli hanno cominciato a gattonare in quel di Montecitorio l’anno dopo dell’Italia di Pablito campione del mondo. Di strada ne hanno fatta parecchia: per ventotto anni hanno calpestato la moquette del Parlamento ma anche idee, valori, convinzioni, amicizie, alleati. Troppo lungo il percorso fatto per non entrare in rotta di collisione con tutti, ma soprattutto con se stessi.

Fini è un campione: fascista, antifascista, ma soprattutto sfascista. Chi lo lanciò, donna Assunta Almirante, ha ammesso: «Me lo scrisse anche il fondatore del Msi, Pino Romualdi: non insistere su Gianfranco. Ha distrutto il Fronte della gioventù, farà lo stesso con l’Msi». Touché. Nel suo zigzagare nel Palazzo, l’eterno secondo Fini è stato tutto e il contrario di tutto: proporzionalista e per il maggioritario, presidenzialista e parlamentarista, cattolico e laico, apologeta di Mussolini e suo denigratore, garantista e giustizialista, tifoso di Saddam Hussein quando faceva lingua in bocca con Le Pen e poi supporter dell’americana e democratica e ben più chic Nancy Pelosi, berlusconiano e feroce anti Cav. Tutto sempre per opportunismo.

Ma anche Rutelli non scherza: è stato radicale, pacifista, libertario, filocraxiano, garantista, manettaro, pidiessino, verde, andreottiano, mangiapreti e cattolico. Insomma, multicolor. Camaleontico, ha sempre cambiato colore a seconda del momento e della convenienza. Casini, invece, è democristiano nel dna e quindi macchinoso e doroteo per definizione. Discepolo del «coniglio mannaro» Arnaldo Forlani, Pier Ferdinando ha sempre scelto di tutto e spesso ha scelto di non scegliere. È stato favorevole all’alleanza col Carroccio col suo Ccd e poi antileghista con l’Udc; filo Cavaliere e antiberlusconiano; strenuo difensore del bipolarismo e poi super tifoso del terzo polo. Dieci anni fa ruggiva: «Il centro che conta è quello che si schiera. La gente non disperderà il voto in centri che non hanno prospettiva. Il centro vero deve scegliere perché il bipolarismo c’è, è nel cuore degli italiani che odiano le manovre di Palazzo». Ora è il principe della politica dei due forni e dell’«un po’ di qua un po’ di là».

I tre musicanti della Prima Repubblica, naturalmente, nel loro cammino si sono incrociati, amati e odiati a seconda delle reciproche convenienze, come in uno schizofrenico gioco delle sedie. Tutti contro tutti fino al 1994; Fini e Casini con Berlusconi contro Rutelli dal ’94 al 2006; Fini con Berlusconi contro Casini e Rutelli dal 2006 al 2010; e ora Fini, Casini e Rutelli insieme contro Berlusconi. L’armata terzopolista giura: domani saremo uniti. Ieri si massacravano.

Nel 1993 Fini sbeffeggiava Rutelli: «Cattocomunista!». E l’altro: «Fascista!». Nel 2001 Casini picchiava Rutelli: «Non hai senso dello Stato!». E l’altro: «Con Fini, Buttiglione e Bossi sei il cameriere di Berlusconi». E Fini: «Ormai sei un disperato! E i camerieri sono quelli che ti presenteranno il conto il giorno delle elezioni». Oppure: «Petulante, bambino viziato, pinocchio!». Nel 2008 Fini graffiava Casini: «Non fai gli interessi degli elettori moderati che dici di voler rappresentare». E l’altro: «Ma io non vendo la mia storia come hai fatto tu!». Adesso la storia la vogliono fare insieme. Credibili?



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Chiamatelo pure golpe

di Alessandro Sallusti


Continua l'assalto giudiziario al Cavaliere. La sfida dei pm: oggi la richiesta di rito immediato per il premier riguardo a entrambi i reati.
Le carte deliranti di Napoli:
diffuse intercettazioni e decine di sms in cui la showgirl Tommasi straparla. Parolacce, insulti e tentativi di farsi notare. Rilevanza penale? Nessuna



Messaggini, tele­fonate, confi­denze: il gran­de fratello del­le procure, che ha punta­to il suo orecchio su chiunque avesse a che fa­re con Berlusconi, sforna nuovo materiale appeti­toso per guardoni. La cre­pa aperta dai pm di Mila­n­o sta diventando una vo­ragine e adesso si capisce perché la giustizia non funziona: buona parte dei magistrati italiani è da mesi impegnata a spia­re nella vita privata del premier e dei politici, spe­rando di trovare qualche cosa di piccante, se poi non è reato pazienza per­ché l’obiettivo è scredita­re, infangare. Ogni gior­no ha la sua novità, e le ul­time arrivano dalla Procu­ra di Napoli che non vuo­le rimanere indietro nel­l­a corsa all’ammazza Ber­lusconi.

Migliaia di inter­cettazioni stanno per es­sere riversate nelle reda­zioni dei giornali, deliri di ragazze in alcuni casi anche probabilmente, o meglio evidentemente, in stato confusionale. Tutto questo è il segno che ormai siamo allo scontro finale. Tanto che la Procura di Milano ha deciso di forzare la mano al diritto e al buon senso chiedendo il processo im­mediato per Berlusconi non soltanto per l’ipotesi di concussione (la telefo­nata in questura sul caso Ruby) ma anche per lo sfruttamento della prosti­tuzione minorile (caso Ruby). Si dà il caso che il rito immediato si usi quando le prove sono schiaccianti, talmente evidenti da saltare la fase istruttoria del processo.

Come si fa a ritenere «cer­ti » due reati nei quali le presunte vittime (il fun­zionario della questura e la ragazza) negano di es­sere tali? Non è questo sufficiente a dimostrare quanto meno un dubbio sulla fondatezza dell’ac­cusa? Lo sarebbe per qualsiasi caso, non lo è se di mezzo c’è Silvio Berlu­sconi. Per il premier la legge non si applica, si interpre­ta, e guarda caso sempre a favore dell’accusa. Co­sì, decaduto il legittimo impedimento, a marzo ri­prenderà anche il proces­so Mills (presunta corru­zione) nonostante la pras­si voglia che s­e il presiden­te della corte viene trasfe­rito ( come nel caso in que­stione) il dibattimento debba riprendere dall’ini­zio.

Se la situazione non fos­se tragica, perché in gio­co ci sono le elementari li­bertà personali, il mo­mento si potrebbe defini­re comico. Ieri l’opposi­zione ha chiesto di poter ascoltare in Parlamento la giovane Ruby (forse vo­gliono sapere dettagli sui suoi gusti sessuali), e il sindacato delle prostitu­te ha annunciato che scenderà in piazza dome­nica c­ontro la strumenta­lizzazione che la politica sta facendo della profes­sione. Insomma è tutto un bordello, per di più ge­stito e orchestrato da una manica di moralisti pub­blici dalla dubbia morali­tà privata. Contro i quali Giuliano Ferrara, diretto­re del Foglio, ha chiama­to a raccolta per sabato a Milano il popolo degli uo­mini liberi. L’appunta­mento è al teatro Dal Ver­me al motto di: «In mutan­de ma vivi ». Noi non man­cheremo.



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Le verità sgradevoli dell'«Infedele»

Corriere della sera

Per fortuna non c'era Lorella Zanardo, la Karl Popper de noantri.


Gad Lerner

«Berlusconi dimettiti, l'Italia è un bordello chiede una piazza sempre più indignata. Sono i giudici che tentano il golpe ma il popolo mi segue risponde lui; spalleggiato da una Lega turbata ma leale. Ha ragione l'Italia che si vergogna o è solo moralismo a senso unico? Qual è il vero scandalo?». Prometteva bene la puntata dell'Infedele: gli ospiti di Gad Lerner erano Adriano Prosperi, Vittorio Messori, Sabrina Nobile, Francesca Izzo, Maria Teresa Meli, Igor Iezzi, Umberto Brindani, Giorgio Stracquadanio. C'era persino un'intervista a Iva Zanicchi (La7, lunedì, ore 21.15).
Per fortuna non era presente Lorella Zanardo, la castigamatti della tv. Se no avrebbe potuto accusare la trasmissione di furbizia: la puntata sul «bunga bunga» era andata benissimo e, seguendo le perfide leggi dell'Auditel, Lerner era ancora lì a parlare del bordello Italia, delle notti di Arcore, di Ruby e di altre minorenni. E invece, a parte le fastidiose interruzioni di Stracquadanio (ormai i talk di approfondimento sono a livello del Processo del lunedì di Aldo Biscardi), tutto è filato liscio (il «bunga bunga» alza l'audience). Del resto, come ha sostenuto un ospite in studio, «L'infedele serve anche a dire le verità sgradevoli».


Per fortuna non c'era Lorella Zanardo, la Karl Popper de noantri. Altrimenti, ne sono sicuro, avrebbe tirato fuori la storia dei minorenni in tv. Sì certo, Ruby, Iris, tutta colpa di quella tv che mette in mostra i bambini, e quanto male fanno quelle trasmissioni come Ti lascio una canzone o Io canto dove si esibiscono bambini che imitano gli adulti nelle movenze sensuali, negli ammiccamenti, negli sguardi complici; bambini che si riempiono la bocca di «questo nostro amore», di «quello che le donne non dicono», di «quando nasce un amore»; bambini offerti come caricature di adulti.

Per fortuna non c'era Lorella Zanardo, se no l'avremmo sentita inveire contro il conduttore: «Scusa Gad, ma non dici niente del tredicenne che si è esibito al PalaSharp?».
Aldo Grasso

09 febbraio 2011

Napoli, carte piene di deliri sul premier e la sua famiglia

di Gian Marco Chiocci


Sputtanopoli in salsa napoletana. Eccola qua la versione aggiornata e corretta dell’inchiesta milanese, col supporto dei pm e degli sbirri di Napoli, tesa a sputtanare non solo Silvio Berlusconi, ma anche, fra gli altri, il fratello Paolo. Un killeraggio scientifico basato su intercettazioni e sms messi insieme alla rinfusa, assemblati e commentati a margine di vicende che sfiorano la droga e la prostituzione, e che hanno per oggetto la soubrette Sara Tommasi. Niente di penalmente rilevante, ma chissenefrega. Ce n’è per tutti. Anche per il ministro La Russa, messo nel calderone per due innocui sms. C’è chi ci sguazzerà a leggere, ma a rifletterci bene mai s’era vista una schifezza simile. Per andare a bersaglio gli inquirenti hanno delineato ben bene l’attivismo della Tommasi, senza scindere dalla mitomania, dalle manie di grandezza, dalle frasi in crisi depressiva. Senza dare un senso logico all’indagine, anticipata dal Giornale il 29 gennaio scorso, che non porterà da nessuna parte, se non sulle prime pagine dei giornali.

Gigi D’Alessio, i festini

e le marchette
Si comincia con una telefonata del 9 settembre 2010 fra un certo «Bartolo» alias Vincenzo Saiello che discute con l’amico Gino su dove andare e cosa fare con Sara Tommasi. Appuntamento all’Hilton di Roma. Il primo nome dato in pasto ai giornali è quello dell’ignaro cantante Gigi D’Alessio: «Ci prendiamo un aperitivo lì e facciamo serata! Prima prenota da Giosuè. Ma siete arrivati all’Olgiata? Certo, noi siamo qui, a casa di Gigi (il cantante Gigi D’Alessio, ndr). Ok ciao Gino». Successivamente Sara fa problemi per un appuntamento con un imprenditore di pannelli solari: «No, non posso venire, mi ha chiamato una persona e che... insomma ... non vedo da tempo (...). Non voglio lavorare lavorare, non me ne frega niente di andare in giro». Giosuè perde la pazienza. Le ricorda che sabato «ci sta Fabrizio a Napoli (...)». L’informativa a questo punto tira le sue belle conclusioni: «Quella persona andava identificata nel presidente del Consiglio (...) poiché subito dopo la sua scorta fu notata da Servello e Almirante mentre indugiavano sotto casa della donna con l’intenzione di parlarle». La cosa curiosa è che la polizia si affida, e si fida, delle parole dei due personaggi intercettati per asserire che quella scorta è effettivamente del premier: «Guagliò in vita mia non mi è mai capitata una cosa del genere. Mentre stavo aspettando sotto al palazzo è arrivata... due macchine con le guardie del corpo di Berlusconi. Se la sono venuta a prendere (...)».

Silvio e famiglia: il fango via sms
Gli sms tengono banco in questa inchiesta fangosa. Pur privi del benché minimo interesse investigativo, anche quelli più schizofrenici e incomprensibili, vengono riportati con evidenza nell’informativa. C’è ne per «Gheddafi junior, korona lo conosce». E sempre su Corona: «Mi spiace, non voglio più avere niente a che fare con Corona né kon Lele Mora, né kon questo mondo, Addio». Ce n’è per Mediaset: «Dei manager di Mediaset come voleva la vostra amica Susanna insieme ai trenini con Fede e Moschillo. No grazie, sto da sola che sto meglio». Fango gratuito anche su Paolo Berlusconi, fratello di Silvio. Basta il cognome per eccitare gli inquirenti: «Non sono soldi, niente le campagne televisive lo sono. E ora scusate ma andatevene a fanc... compagni dei miei stivali e ditelo a Paolo Berlusconi».



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Siamo un popolo di sporcaccioni, ma Eco & C fingono di ignorarlo

di Stenio Solinas




Negli anni '70 Ennio Flaiano metteva alla berlina la degenerazione dei costumi della sinistra. Oggi fanno la morale al premier, ma i vizi contestati a Berlusconi sono gli stessi dei radical chic



 

È assodato, dunque,/ l’ha detto Umberto Eco,/ se l’intellettuale la notte tira tardi/ è perché legge Kant/ e non è più un segreto...
L’incipit di cui sopra mi è venuto in rima, e il lettore mi scuserà, ma quando sento aria di cultura mi metto in ghingheri e cerco di fare bella figura. Certo è che, se il nostro grande semiologo non ha mentito, la vita della classe dei colti deve essere proprio dura, filosoficamente insonne, è il caso di dire... Eppure, sentite come Ennio Flaiano raccontava un party intellettuale degli anni Settanta: «Dottore, c’era pure la Scippona/ Fusto, la Betti e Anito,/ Zio Cinquesacchi, la Strabidona,/ Toto Galera, Giggi l’Impunito./ C’era Arbasino, Cagnara, il Bandito,/ Moravia, Pasolini e Culosfranto./ Verso la fine entrorno senza invito/ er Magnaccia co’ ’n frocio, e fu lo schianto».

Altri tempi e altri intellettuali, si dirà: peccato che sia tutto un piangere sulla degenerazione dei costumi da quando Berlusconi è entrato in politica. Prima, in fondo, eravamo poveri, ma ingenui... Eppure, sentite anche qui Ennio Flaiano, un Flaiano degli anni Cinquanta addirittura: «Lamenta la corruzione della vita romana, cita sdegnato qualche caso. Sì d’accordo, è stato così per secoli e secoli, ma ora stiamo esagerando; vizio e putredine. Vien voglia di andarsene, ma dove? Facendosi triste: “Ah - conclude - potersi ritirare in campagna, soli, con un chilo di cocaina, lontani da queste sozzure”».

Su Repubblica è tutto un applaudire al conculottismo, ovvero l’ideologia della mutanda: perché poi il sesso, fatto da un vecchio, figuriamoci, è cosa turpe e qui vogliamo essere tutti casti. Anche in arte, naturalmente, anche sul palcoscenico, dove infatti hanno appena messo in scena I pugni in tasca, già modello della cinematografia arrabbiata del tempo che fu. Vediamo come Flaiano aveva sintetizzato l’arte di rottura del ’68. «Atto primo: stupra la sorella, sodomizza il fratello. Atto secondo. Idem con la madre e col padre. Atto terzo. Scopre che è figlio adottivo e si spara».

Sento già l’obiezione: è una questione di dignità femminile. Sere fa da Lerner c’era anche la vedova Moravia e tutti a dire che, ma certo, non se ne può più di vederla calpestare (la dignità femminile, non la vedova). Moravia, già. «Moravia ha raggiunto il perfetto equilibrio. Sua moglie scrive meglio di lui e la sua amante, peggio» annotava Flaiano nel suo Frasario essenziale per passare inosservati in società e l’appunto, va detto, non riguardava Carmen Llera, ancora di là da venire.
È che, in fondo, non cambia mai nulla compagno e ci si batte per l’Idea, non avendone. Più passa il tempo e più si pesta sempre la stessa acqua nel mortaio.

Sostituite il Pd o il Popolo viola al Partito comunista d’antan, ma i Vantaggi dell’iscrizione stilati da Flaiano restano gli stessi:
«- Sarete temuti e rispettati
- libertà privata totale
- ampie possibilità per il futuro
- viaggi in comitiva
- nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema
- guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi)
- colloquio coi giovani
- ammirazione del ceto borghese
- ampie facilitazioni sessuali
- possibilità di protesta
- rapida carriera
- firme di manifesti vari
- impunità per delitti politici e di opinione
- in casi disperati, alone di martirio».

Flaiano non era un moralista a corrente alternata, un sepolcro imbiancato pronto ieri a schierarsi per il sesso libero e liberato e oggi per il mese mariano. «Oh, com’è bello sentirsi profondamente intelligenti,/ a sinistra sedersi, a destra avere un parente,/ dire a lei che l’erotismo è una forma di alienazione/ frutto del neocapitalismo e chiudere la discussione». Quando Pasolini girò il suo Decameron, e tutti a dire che forza, che libertà di pensiero, che poesia sessuale, lui era già avanti: «È la scimmia che ha aperto la gabbia alla tigre. All’antica tigre italiana dei cessi, dei casini, dei corpi di guardia, dei goliardi e, tutto sommato, dei turpi porcaccioni». Solo che allora erano porci con le ali, bisogna capirlo, rompevano i tabù...

È che il pubblico è privato e quindi non c’è privacy. Oppure no. Alberto Arbasino, che pure è uno intelligente, all’indomani della morte del povero Pasolini sentenziò che nei casi di figura pubblica impegnata «non ci si può permettere neanche il modesto lusso di farsi sorprendere dietro un cespuglio con le mutande in mano. E il nostro amico lo sapeva bene». Com’è noto, il campetto isolato dell’Idroscalo dove lo scrittore venne ammazzato, dopo la mezzanotte diveniva scintillante di luci e frequentato come via Veneto... E però, vuoi mettere con villa San Martino.

«La mutanda è comunque un memento» ha scritto Francesco Merlo su Repubblica: «Ricorda che si debbono cambiare». Certo, non è più il tempo delle mutande pazze e nemmeno del partito dei senza mutande, teorizzato da Rupert Everett negli anni Ottanta, incarnato da Sharon Stone negli anni Novanta: si sa, quella era merce d’importazione, roba straniera... E però, quest’Italia che prima del Cavaliere non doveva vergognarsi fa un po’ effetto e Flaiano l’avrebbe inquadrata così: «Il paese delle sofisticazioni alimentari, della fede utilitaria, della mancanza di senso civico, un paese di ladri e di bagnini (che aspettano l’estate) un paese che vive per le lotterie e il gioco del calcio, per le canzoni e per le ferie pagate».

Eppure, a quegli intellettuali impegnati che allora, quando il Cavaliere nero era ancora un signor nessuno, rimproveravano all’italiano medio di non essere un paradigma sociale o morale, era sempre Flaiano a replicare: «L’italiano medio è quello che è e i suoi difetti cominciano a piacermi. Mi piace che sia generalmente bugiardo. Non credo che avrebbe potuto vivere in questo paese per tremila anni senza adattare la cruda verità a una ragionevole menzogna. Mi piace che pensi sempre alle donne. Perché non dovrebbe pensare sempre alle donne. Che c’è di meglio? Gli uomini forse?».

Ma sì, quando scendono i campo gli indignati speciali, i perfetti intelligenti, bisogna mettersi sull’attenti: «Simulano gli interessi dei giovani, adorano il pubblico. Sono i cretini di ieri coi pregiudizi di domani». Flaiano, ci manchi.



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Bondi, il mistero del ministro scomparso senza dimissioni

La Stampa







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Liceali fanno una bomba (grazie a Facebook)

di Fabrizio Graffione




Due sedicenni "piccoli chimici" denunciati dai carabinieri. Uno dei giovani si è ferito a una mano: l’esplosivo poteva far saltare un piano di un palazzo



 

Acqua ossigenata comprata in farmacia, acetone acquistato dal ferramenta, acido solforico o cloridrico o muriatico preso da uno scaffale del supermercato. Eppoi del bicarbonato per neutralizzare il prodotto finito. In una parola: «Tatp». Ovvero perossido di acetone. Quel micidiale esplosivo che, a tracce, è stato trovato sui luoghi degli attentati islamici in Inghilterra e che, pronto ad esplodere, è stato rinvenuto nelle mani di alcuni kamikaze musulmani a Bruxelles tre anni fa.

Nei giorni scorsi i carabinieri della compagnia San Martino hanno sequestrato un paio di cartoni pieni di altre sostanze chimiche e potenzialmente esplosive nel garage e nella cameretta di due sedicenni compagni di scuola. Gli studenti, lasciati i banchi del liceo scientifico Cassini, andavano a comprarsi l'occorrente e, con una cinquantina di euro, avrebbero potuto realizzare una bomba «jihadista» in grado di fare esplodere il piano di un palazzo di media grandezza.

I carabinieri, quindi, si sono informati con i genitori e con gli insegnanti. Hanno ascoltato alcuni amici e poi hanno scoperto che non si trattava di novelli terroristi islamici. Né di violenti estremisti dei centri sociali o di anarchici. Semplicemente, fatto ancora più preoccupante, hanno scoperto la nuova manìa dei piccoli chimici. Oltre a sequestrare un ingente quantitativo di sostanze esplosive, i militari sono risaliti a una fitta rete di «tutorial» consigli, video, dettagliate istruzioni presenti su Internet. La bomba «jihadista» addirittura si fa su Facebook, dove uno dei gruppi più attivi è quello degli «Amici del perossido di acetone».

«Uno dei giovani - spiegano al comando provinciale dei carabinieri - ha perso il dito indice della mano destra lo scorso dicembre. Stava costruendo e testando un piccolo ordigno rudimentale utilizzando l'involucro di una comune penna a sfera e un pallino in piombo soft air uguale a quelli usati dalle pistole ad aria compressa. Ha indossato poi un paio di guanti e quando ha fatto esplodere la piccola bomba ci stava per rimettere l'intera mano perché gli è esplosa immediatamente. È soltanto grazie agli specialisti chirurghi savonesi che non ha perso l'uso di tutte le dita. Il Tatp come altre sostanze chimiche esplodenti sono pericolosissime, molto instabili e purtroppo, nei loro componenti, molto economiche e facili da reperire ovunque».

I genitori dei liceali, interrogati dai carabinieri, hanno allargato le braccia spiegando che credevano a sostanze chimiche didattiche innocue. Gli insegnanti non credevano che i ragazzini arrivassero a tanto. Incoscienza dei giovani, ma anche degli adulti. I due alchimisti dell'esplosivo saranno interrogati in Procura e per ora sono stati segnalati per la fabbricazione, detenzione e cessione di sostanze esplodenti e aggressivi chimici non consentiti.




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Per Caserta e Ischia una casella nel gioco «Monopoly Nazionale»

Cuba sblocca il blog di Yoani Sánchez

La Stampa






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Il barboncino svizzero è vivo ma...

di Redazione



Nessun cane è stato ucciso a Reconvillier. Notizia smentita dal sindaco. Peccato che il municipio ha davvero minacciato i concittadini in arretrato con la tassa di possesso dei cani di "ricorrere a tutti i mezzi legali"



 
Rallegriamoci. Nessun cane è stato ucciso nel placido borgo di Reconvillier, in Svizzera. La notizia che ha fatto il giro del mondo è stata smentita dal sindaco Flavio Torti che non era stato possibile raggiungere domenica, quando è esploso il caso. Ci scusiamo dunque con i lettori per l’errore. Ha meno diritto di reclamare scuse invece il primo cittadino elvetico che ha subito liquidato la vicenda come una bufala.

Peccato che il resto della notizia sia assolutamente autentica: il municipio ha davvero minacciato i propri concittadini in arretrato con la tassa di possesso dei cani di «ricorrere a tutti i mezzi legali», facendo riferimento «alla legge cantonale che permette d’arrivare fino all’abbattimento dell’animale se la tassa non verrà saldata». Dunque non si tratta purtroppo di una leggenda metropolitana, ma dell’azzardo di un sindaco di paese dalla lingua un po’ troppo sciolta che, una volta lanciato il sasso si è spaventato e ha proverbialmente nascosto la mano.

Nel comunicato successivo infatti, Torti fa sapere, sbandierando la sua indignazione, di essere sotto choc per le reazioni piovute dagli animalisti di tutto il pianeta (alcune, decisamente eccessive, arrivate fino alle minacce di morte), garantendo che a nessun cane verrà fatto del male. Un pentimento peloso, visto che poche righe sotto si sostiene con soddisfazione che, nonostante le reazioni esterne, in paese la cosa ha funzionato, visto che «più di metà dei morosi ha pagato». Altro che bufala. Magari il ministro Tremonti potrebbe prendere esempio: faccia un bell’annuncio sul Tg1 dicendo che chi non versa l’Irpef sarà fucilato. Se poi le reazioni dovessero essere eccessive, potrà sempre dire che è una bufala. Chissà se troverà tanti giornali pronti a giustificarlo come è successo per il sindaco Torti.




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Se il boss è «tra l’anguria e il martello» In un libro tutte le papere dei padrini

Corriere del mezzogiorno


Lino Buscemi e Antonio Di Stefano hanno raccolto citazioni e aneddoti nello «Stupidario di Cosa Nostra»




La copertina del volume
La copertina del volume
PALERMO - «Signor giudice, mi sento tra l’anguria e il martello». È una delle citazioni più esilaranti a dare il titolo allo «Stupidario - ma non solo - di Cosa Nostra», scritto dall'avvocato e giornalista Lino Buscemi e il biologo Antonio Di Stefano pubblicato nel '96 da Mondadori e riedito, aggiornato, oggi da Navarra.
Boss illetterati, padrini ignoranti, citazioni che fanno ridere: ci sono le «prove scaccianti», le persone minacciate dalla «spada di Damacca», e quelle che a collaborare non hanno mai avuto il minimo «tintinnamento». Sfogliando le pagine dello «Stupidario» si leggono gli scivoloni letterari dei mafiosi, si scopre che per sottrarsi alle proprie responsabilità alcuni di loro «si creavano l’alito», che «hanno sempre vissuto allo stato ebraico» e «ci hanno avuti alla loro mercedes». «Pronto, Avvocato, mi può dire se il processo di mio marito lo faranno al Tribunale oppure nell’aula hamburger?», dice un donna e ancora: «Signor Giudice, mio cugino non era contuso con la mafia». Aneddoti, incredibili ma genuini, riferiti dai diretti protagonisti dei processi e degli interrogatori dei boss, tra i quali il giudice Falcone e Giulio Andreotti. «Questo libro», spiega la casa editrice, «pur non avendo velleità di saggio o di studio antropologico, da una parte assume un notevolissimo e inedito interesse documentario, e dall’altra, ciò che più conta, ci tira su "il molare"».




Redazione online
08 febbraio 2011




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Rifarsi una vita in Uganda

Corriere della sera


Nel cuore dell'Africa tre storie di italiani che hanno deciso di ricominciare



dall'imprenditore al volontario all'ex truffatore diventato ristoratore


Enzo Amato
Enzo Amato
KAMPALA (UGANDA) - Imprenditori, fuorilegge e benefattori. Queste le tipologie di italiani all'estero e Enzo Amato appartiene di sicuro alla prima categoria. Siciliano, cinquantenne, è arrivato in Uganda nel 2002 per aprire un’azienda di lavorazione dell’alluminio. «Quando amici e colleghi hanno sentito che volevo andare in Africa erano increduli, mi davano del pazzo». Invece si sono dovuti ricredere. Oggi la ItalAluminium è una realtà consolidata, con clienti importanti in tutto l’East Africa. «L’Uganda è come l’Italia degli anni ’60. L’economia è in costante crescita, la gente ha voglia di lavorare, investe, costruisce. Quando mi sono imbarcato in questa avventura avevo dei dubbi, adesso l’azienda guadagna più qui che in patria». Il segreto del successo? L’italianità. «Il nostro gusto e la qualità dei materiali mi hanno permesso di sbaragliare la concorrenza degli altri produttori, anche dei cinesi». Certo gli inizi non sono stati facili. La burocrazia è opprimente e spesso viene sfruttata per estorcere delle tangenti. Poi c’è la diffidenza. Quando Enzo è arrivato in Uganda non conosceva nessuno e la gente non si fidava. «Poi le cose sono cambiate, quando hanno visto come lavoravo hanno capito che facevo sul serio. Adesso i clienti mi vengono a cercare. Vogliono la qualità del “servizio italiano”».


L'EX TRUFFATORE - Alla seconda categoria appartiene Massimo, il cognome lo tiene segreto perché in Italia ha avuto problemi con la giustizia. Traffico di sigarette con l’Albania sembra, ma c’è dell’altro. Da alcuni anni si è trasferito in Kenya, sulla costa a sud di Mombasa dove ha aperto un ristorante italiano. Una piccola celebrità del posto. «Ho fatto i miei stage di cucina nelle carceri italiane», racconta mentre i camerieri portano cipolline sott’olio, salame e mozzarella di bufala. «Ne ho girate molte per via del mio lavoro. Poi un giorno sono venuto qui e ho trovato la pace». In Africa ha fatto perdere le sue tracce, un Far West dove ricominciare. In Italia non pensa più di tornare. Alle domande sui suoi trascorsi glissa. Un po’ di ricettazione, qualche affare poco chiaro durante i mondiali di Italia 90 e poi il contrabbando con l’Albania. In Kenya ha aperto anche una fattoria dove alleva mucche e i maiali per fare le salsicce pugliesi. «Rifornisco gli alberghi della zona e quello che non riesco a produrre qui me lo faccio arrivare dall’Italia». Cozze dalla Puglia, mozzarelle dalla Campania, ma anche formaggi e pasta. Qualche rimorso di coscienza c’è, così con i proventi del ristorante sostiene un orfanotrofio dell’entroterra. Per tutti è “papà Massimo”. «Non sono venuto in Africa per soldi, né per uno scopo professionale, semplicemente perché ho percepito che fosse un bene per la mia vita».



BENEFATTORE - Stefano Antonetti invece lavora in Uganda da 11 anni, ha una moglie e cinque figli. Lavora per l'Avsi, una ong italiana che si occupa di cooperazione. Tutto inizia nel maggio del 2000. In Italia ha un vita che si potrebbe definire normale. Un lavoro, il matrimonio, una bambina in arrivo. Poi decide di cambiare. Prende la famiglia e parte per il nord-ovest dell’Uganda.
Enzo Antonetti
Enzo Antonetti
«Ad Hoima vivevamo in una casa molto modesta. Acqua e luce non erano garantite. Per fare la spesa in un supermercato dovevamo fare duecento chilometri». I problemi materiali sono molti, ma non cancellano le soddisfazioni. «Io e la mia famiglia ci siamo accorti che la semplicità della vita in quei luoghi ci rendeva delle persone migliori. La forza per andare avanti non veniva solo dalla soddisfazione per aver costruito un pozzo, una scuola o un ospedale. Ma nel vedere gli occhi delle persone che ti guardano come fossi uno di loro». Di ripensamenti ce ne sono molti, specie quando si parla di figli. «Quando Sofia è cresciuta l’abbiamo mandata alla scuola del villaggio. Classi di 60 alunni, duro studio e bacchettate sulle mani se non si filava dritto». Così si trasferiscono a Kampala, la capitale. Scuole con standard europei, maggiori opportunità per i bambini. Qualche rimpianto per la vita semplice di Hoima e per i sorrisi della gente. «Non puoi importi questa vita. O capisci che fa per te o è meglio fare altro». L’imprenditore magari o il fuorilegge.


Tommaso Cinquemani
08 febbraio 2011



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