martedì 8 febbraio 2011

Cassazione: le pause caffè sono lecite, per scopi privati no. Carabiniere arrestato

Ciclismo-Riccò: è autoemotrasfusione Ha rischiato la vita e ora la radiazione

Il Pg di Cassazione "Il giudice anti-croce non eserciti più

Quotidiano.net


Luigi Tosti fu assolto in sede penale dall’accusa di omissione in atti d’ufficio. La sua posizione:  "Io sono stato assunto in un Tribunale laico e non in un Tribunale ecclesiastico"

Roma, 8 febbraio 2011


Luigi Tosti, il giudice del Tribunale di Camerino rimosso dalla magistratura per il rifiuto di celebrare udienze nelle aule con il crocifisso, non deve più fare il giudice. È il parere del sostituto procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo che, ai giudici delle sezioni unite civili, ha chiesto di respingere il ricorso presentato dalla difesa di Tosti.

Il ricorso dell’ex magistrato è stato presentato in Cassazione contro la sentenza disciplinare del Csm che, lo scorso gennaio, aveva disposto la rimozione dalla magistratura per Tosti che si era rifiutato di celebrare le udienze nelle aule con il crocifisso. Tra il maggio e il luglio 2005, infatti, Luigi Tosti non celebrò 15 udienze.

Assolto in sede penale dall’accusa di omissione in atti d’ufficio perchè era stato sostituito da altri colleghi, Tosti è stato sospeso dal suo incarico a partire dal febbraio 2006. La decisione della Cassazione si conoscerà soltanto tra un mese contestualmente al deposito delle motivazioni. Luigi Tosti era presente in aula per l’udienza e si è detto pronto a ricorrere alla Corte di Strasburgo in caso di esito negativo.

"Io sono stato assunto in un Tribunale laico - ha affermato Tosti - e non in un Tribunale ecclesiastico. Nessuno mi può imporre di celebrare udienze dove c’è il crocifisso. Se la Cassazione confermerà la mia rimozione ricorrerò a Strasburgo".






Powered by ScribeFire.

Convive da un anno con ragazzina Denunciato a Roma un 40enne

Quotidiano.net


Il reato è di atti sessuali con minorenni. La giovanissima convivente, una romena che ora ha appena 14 anni, è stata affidata ai genitori



Roma, 8 febbraio 2011


La sua convivente ha 15 anni, è una ragazzina, di origine romena, col la quale ha una relazione da un anno: un uomo di 40 anni, italiano è stato denunciato a Roma dai carabinieri per il reato di atti sessuali con minorenni.


I carabinieri del nucleo operativo e radiomobile della compagnia di Frascati durante un controllo alla circolazione stradale, hanno fermato un`auto: a bordo un italiano 40enne, visibilmente impacciato, e una ragazzina romena.

L`uomo ha subito cercato di giustificarsi con i carabinieri, sottolineando che la ragazzina era una sua amica e che era maggiorenne, ma non aveva con sé i documenti. I militari, insospettiti, hanno approfondito e hanno scoperto che la ragazzina aveva in realtà soltanto 15 anni, e in passato era già stata vittima di sfruttamento della prostituzione da parte di una banda di romeni. I carabinieri hanno raccolto anche le dichiarazioni dei genitori della ragazzina, accertando che la convivenza con l`uomo, di 25 anni più grande, durava da agosto del 2010, quando la romena era ancora addirittura 14enne.

I militari hanno denunciato in stato di libertà l`uomo per “atti sessuali con minorenne”, mentre la ragazzina è stata affidata ai genitori.






Powered by ScribeFire.

Test di paternità venduto in farmacia in Gran Bretagna

Quotidiano.net


Medici ed esperti esprimono il timore che le persone, messe di fronte a risultati potenzialmente devastanti per loro e le loro famiglie, non abbiano un adeguato supporto



Roma, 8 febbraio 2011


La recente messa in vendita del test di paternità nelle farmacie della grande catena ‘Boots’, in Inghilterra, ha scatenato un acceso dibattito nel Paese. In particolare medici ed esperti esprimono il timore che le persone, messe di fronte a risultati potenzialmente devastanti per loro e le loro famiglie, non abbiano un adeguato supporto.

La società che produce il kit, che consta di tre tamponi per la saliva ed è in vendita a sole 29,99 sterline, replica che la maggioranza dei test saranno effettuati sui bambini sui quali per ragioni anagrafiche il risultato non potrà produrre alcun impatto.

Josephine Quintavalle, direttore del Comment of Reproductive Ethic, non è affatto di questo parere. “Sarà usato quasi esclusivamente come arma fra adulti in relazioni conflittuali a scapito del bambino che si trova in mezzo”, ha dichiarato al Guardian. “L’impatto emozionale sul bambino non potrà però essere evitato. Non si può escludere anche un eventuale rigetto del padre che potrebbe avere conseguenze devastanti".

Il Fatherhood Institute ha invece accolto con soddisfazione il kit di “Boots”: “Se la scienza può aiutare a chiarire la paternità, è inaudito sostenere che non sia una cosa positiva anche perché questi test sono eseguiti salvaguardando la privacy dei genitori”, ha scritto in un comunicato.

L’azienda che li produce ha ribadito la convinzione della bontà della sua scelta in un Paese come il Regno Unito in cui il 25% degli uomini, secondo una ricerca, non sarebbe il padre biologico del figlio di cui crede di essere padre. Sempre secondo il produttore, il test è accurato al 99,99%. Se il figlio su cui si hanno dubbi di paternità ha meno di 16 anni, è necessario il consenso della madre per eseguire il test.






Powered by ScribeFire.

Chiudere Suez e guerra a Israele

Il Tempo


I Fratelli Musulmani in un'intervista alla tv iraniana.

Le vere intenzioni del partito islamico spiegate dal leader che risiede a Londra.


I manifestanti non lasciano piazza Tahrir presidiata dai carri armati Le vere intenzioni dei Fratelli Musulmani vengono alla luce. Disubbidienza civile, blocco del Canale di Suez e guerra a Israele se Mubarak non va via. Mentre a Il Cairo i membri della Fratellanza trattano con il governo e promettono di non voler prendere il potere e trasformare l'Egitto in una repubblica islamica, da Londra, esponenti della Fratellanza dettano al linea. Muhammad Ghanem, leader dei Fratelli Musulmani a Londra ha rilasciato un'intervista alla televisione iraniana Al Alam, nella quale non usa giri di parole per spiegare le ragioni della Fratellanza. «Hosni Mubarak e il suo regime sono finiti, ma lui non lo sa. Prima volevamo che andasse via solo Mubarak. Ora - dichiara Ghanem - diciamo che Hosni Mubarak, il suo vicepresidente, e il primo ministro devono andar via».

L'accusa è che i vertici militari sono legati agli Stati Uniti: «Vanno e vengono dall'America», dice ai microfoni degli ayatollah il rappresentante dei Fratelli Musulmani. «La posizione americana è, però, cambiata, e speriamo che la posizione dei militari cambi, ma la realtà dimostra che Hosni Mubarak non lascerà a meno che non sia obbligato. Omar Suleiman è più pericoloso di Hosni Mubarak, e che anche il primo ministro proviene dai militari, e condividono gli stessi interessi, come si dice in Egitto "non si mordono l'un l'altro"», dichiara Ghanem. Più avanti l'esponente dei Fratelli Musulmani lancia l'affondo contro Mubarak. «Hosni Mubarak non esiterà a uccidere tutto il popolo egiziano per restare al potere. Si tratta di una manovra che dobbiamo tenere sotto osservazione. Hosni Mubarak sta cercando di stabilizzare la sua posizione. Egli è a Sharm-el-Sheik, protetto dai sionisti, da parte dello Stato di Israele. C'è un elicottero pronto a trasportarlo in Israele».

Per impedire che il regime si rafforzi, ecco la sfida lanciata da Muhammad Ghanem: «Sono assolutamente certo che questa rivoluzione non morirà, e che il prossimo passo deve essere uno di disubbidienza civile. Dobbiamo bloccare il Canale di Suez, interrompere le forniture di petrolio e di gas naturale a Israele e la preparazione per la guerra con Israele». Parole che si ritrovano sui siti jihadisti. Sul forum Shumukh al-Islam nei giorni scorsi si è parlato di attaccare il gasdotto Arish-Ashkelon, tra Egitto e Israele, cosa che è puntualmente avvenuta sabato all'alba. E domenica sullo stesso forum sono stati postati più messaggi che sostenevano ccome fosse arrivato il momento di procurare armi ai manifestanti che si battono in Egitto e Tunisia contro i regimi ritenuti, dai fondamentalisti, anti islamici.

La politica del doppiopetto dei Fratelli Musulmani è così sconfessata dalle loro esternazioni. In linea, del resto, con quanto detto dalla Guida spirituale dei Fratelli Musulmani, Muhammad Badì, in un sermone recitato lo scorso settembre a Il Cairo. «L'America è in crisi e presto cadrà come è accaduto all'Unione sovietica - sostenne il predicatore - L'Islam può solo seguire la jihad per riconquistare l'antica gloria e liberare la Palestina».



Maurizio Piccirilli
08/02/2011




Powered by ScribeFire.

Addio a Rubini, campione poliedrico

La Stampa






Powered by ScribeFire.

E per il capo della polizia gli assalti di piazza sono normali in democrazia

di Redazione




"Le tensioni sociali sono fisiologiche nella dialettica di un Paese avanzato".

Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha commentato così gli incidenti avvenuti ad Arcore



 
Napoli - "Non c’è tensione alta, lo escluderei". Dopo gli incidenti avvenuti ad Arcore, per il capo della polizia, Antonio Manganelli, è tutto regolare e non c'è nulla di cui preoccuparsi. A chi gli chiede se quanto è accaduto nelle vicinanze di vialla San Martino sia il segnale di un aumento delle tensioni nel Paese risponde di no. "Le tensioni sociali sono fisiologiche nella dialettica di un Paese avanzato".

Le tensioni scoppiate la scorsa domenica ad Arcore in seguito alla vicenda Ruby che vede coinvolto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non rappresentano dunque un allarme. Questa l’analisi compiuta dal capo della polizia Antonio Manganelli parlando a Napoli a margine della conferenza euro-africana. Manganelli rifiuta poi ogni ipotetica connessione e confronto tra l'Italia e quello che sta accadendo in questi giorni in Tunisia e in Egitto. "Escludo che ci siano tensioni nel nostro Paese paragonabili a quelle in atto in Egitto o in Medioriente", ha detto Manganelli.



Powered by ScribeFire.

E' morta la mamma di Vallanzasca Niente semilibertà per il Bel Renè

Quotidiano.net


La donna, 94enne, era malata da tempo. Nello stesso giorno di questa triste notizia, il tribunale di Milano ha detto "no" alla richiesta del detenuto di trascorrere parte delle giornate fuori dal carcere lavorando e facendo altre attività


Milano, 8 febbraio 2011


E’ deceduta l’anziana madre di Renato Vallanzasca in una casa di cura milanese. La donna, 94enne, era malata da tempo e, proprio in relazione alla malattia della mamma, il Bel Renè aveva ottenuto di essere avvicinato nel carcere di Bollate qualche anno fa. Nel luglio del 2006 aveva scritto al presidente Napolitano e all'allora Ministro della Giustizia Mastella chiedendo la grazia per il figlio.

L'anziana donna, negli ultimi tempi, aveva superato le crisi che l'affliggevano da tempo e, a quanto si è saputo, è morta serenamente. Vallanzasca, attualmente, è in regime di lavoro esterno e qualche giorno fa ha richiesto la semilibertà.

E, proprio nel giorno della scomparsa della mamma, il tribunale di sorveglianza di Milano ha respinto l’istanza presentata personalmente dal Bel Renè, nel quale aveva chiesto la semilbertà, ovvero la possibilità di trascorrere parte delle giornate fuori dal carcere lavorando e facendo altre attività per il reinserimento sociale. A quanto si è appreso, nel motivare il "no" alla richiesta di Vallanzasca, ex capo della mala milanese degli anni '70 condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di carcere, il tribunale avrebbe fatto riferimento anche ad una recente denuncia a suo carico per oltraggio a pubblico ufficiale. A fine dicembre scorso, infatti, il bel Renè mentre stava trascorrendo qualche giorno a Mondragone (Caserta), grazie a un permesso, era stato denunciato dai carabinieri per essersi rivolto con offese e insulti ai militari che erano andati a controllarlo in albergo. "Non sono un detenuto da quattro soldi", avrebbe detto, stando al verbale dei militari.

L’udienza relativa all’istanza era stata discussa alcuni giorni fa e Vallanzasca, che nei mesi scorsi ha visto ‘bocciata’ anche una richiesta di liberazione condizionale, non si era presentato davanti ai giudici. Da alcuni mesi il Bel Renè gode però del permesso al lavoro esterno, e puo’ uscire per andare a lavorare in una pelletteria, per poi far ritorno la sera nel carcere di Bollate. La semiliberta’, a differenza del lavoro esterno, non e’ un permesso, ma una misura alternativa alla detenzione, il cui fine è far "rientrare in societa" il detenuto. La mancata concessione della semilibertà non è comunque legata al fatto che per ottenerla si deve avere scontato la metà della pena. Vallanzasca ha comunque passato in galera già 38 anni.





Powered by ScribeFire.

Vallanzasca resta dentro "No alla semilibertà"

di Redazione

Il tribunale di sorveglianza nega la semilibertà. Il bel René deve restare in carcere: decisiva la denuncia presentata dai carabinieri per offese e insulti durante un permesso premio a dicembre. Oggi la morte della madre dell'ex bandito



 

Milano - Renato Vallanzasca non può ottenere la semilibertà, come aveva chiesto. Lo ha deciso il tribunale di sorveglianza di Milano che ha respinto, nel giorno della notizia della morte dell’anziana madre, l’istanza presentata personalmente dal bel Renè, con la quale chiedeva di essere ammesso alla misura alternativa alla detenzione, che permette di trascorrere parte delle giornate fuori dal carcere lavorando e facendo altre attività per il reinserimento sociale. Nel motivare il no alla richiesta di Vallanzasca, ex capo della mala milanese degli anni ’70 condannato a quattro ergastoli e a 260 anni di carcere, il tribunale avrebbe fatto riferimento anche a una recente denuncia a suo carico per oltraggio a pubblico ufficiale.

La denuncia A fine dicembre scorso, infatti, il bel Renè mentre stava trascorrendo qualche giorno a Mondragone, grazie a un permesso, era stato denunciato dai carabinieri per essersi rivolto con offese e insulti ai militari che erano andati a controllarlo in albergo. "Non sono un detenuto da quattro soldi" avrebbe detto, stando al verbale dei militari. L’udienza relativa all’istanza era stata discussa alcuni giorni fa e Vallanzasca, che nei mesi scorsi ha visto bocciata anche una richiesta di liberazione condizionale, non si era presentato davanti ai giudici. Da alcuni mesi Renato Vallanzasca gode però del permesso al lavoro esterno, e può uscire per andare a lavorare in una pelletteria, per poi far ritorno la sera nel carcere di Bollate.

Il no La semilibertà, a differenza del lavoro esterno, non è un permesso, ma una misura alternativa alla detenzione, il cui fine è far "rientrare in societa" il detenuto. La mancata concessione della semilibertà non è legata al fatto che per ottenerla si deve avere scontato la metà della pena. Vallanzasca ha comunque passato in galera già 38 anni.






Powered by ScribeFire.

E Riina disse: Berlusconi, bravo picciotto Parla Misso, boss-pentito della Sanità

Di che sinistra parliamo? Oltre all'odio contro il Cav siamo al tutti contro tutti

di Andrea Indini


L'odio contro il Cav non basta più a tenere insieme la sinistra. Santoro e Travaglio puntano a un nuovo partito.

Grillo va avanti per la sua strada. De Benedetti vuole Saviano papa straniero...




Roma - "Va bè, se non vuoi dimetterti, sparati". Già gli slogan e gli insulti messi in scena ad Arcore, davanti alla residenza del premier, la dicono lunga sull'odio che scorre nelle vene del popolo viola e dei centri sociali. Ma dopo Berlusconi, cosa? La sinistra che vuole mandare a casa il Cav è più divisa che mai...

L'eccezione Renzi "Penso che sia triste dirlo, ma tafferugli come quelli di ieri ad Arcore sono un regalo clamoroso al Cavaliere. Per mandare a casa Berlusconi (e sarebbe anche l'ora) serve la politica, una politica diversa, non gli scontri di piazza". Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, affida a Facebook la propria condanna alla protesta violenta di domenica pomeriggio. Non è la prima volta che strappa, che chiude alla sinistra estrema, che prova a "rottamare" quel vecchio modo di fare opposizione in mera chiave antiberlusconiana. Ma Renzi è solo una delle infinite voci discordanti che danno forza e vigore alle lotte intestine che stanno facendo a pezzi l'opposizione.
Il virus del movimento di Grillo Per capire dove sta andando a finire il centrosinistra basterebbe guardare il risultato delle elezioni regionali in Piemonte. Il movimento di Beppe Grillo aveva contribuito alla sconfitta del governatore uscente Mercedes Bresso. Il Pd aveva accusato apertamente il comico genovese di questo fallimento. Grillo, anziché serrarsi nei ranghi, continua la propria battaglia. Sul Corriere della Sera, spalleggiato dal molleggiato Adriano celentano, torna infatti a rilanciare il Movimento a Cinque Stelle: "Ormai cammina con le proprie gambe e si rigenera nella forza dei giovani". Per ora, il suo progetto guarda solo alle amministrazioni locali. Ma punterà presto anche alle poltrone romane. "E' un virus innescato in questa società sfaldata - continua Grillo - un virus destinato a espandersi contro tutte le ricchezze corrotte del mondo".
Anche Santoro e Travaglio in politica Il movimento di Grillo ha fatto scuola. Tanto da far venire una nuova idea ai tribuni di Annozero. Ora la Rai non basta più. Michele Santoro e Marco Travaglio vogliono pesare molto di più. Pensano a un nuovo movimento che i due assicurano non essere un vero e proprio partito. "Chi lo dice non conosce Marco Travaglio, perché bisognerebbe torturarlo per farlo scendere in politica - puntualizza Santoro - non conosce me, perché è dai tempi di Samarcanda che sostengo che la frammentazione politica è uno dei mali peggiori". Eppure quando scese in politica Santoro fu eletto al Parlamento europeo nella lista Uniti nell'Ulivo, nave ammiraglia della sinistra. Confinato a Bruxelles e serrato tra le fila del centrosinistra, però, Santoro di è accorto di contare poco. Così, spalleggiato dall'editorialista del Fatto e da Barbara Spinelli, ora scende nuovamente in campo con l'idea di far nascere un "movimento di Legittima difesa dei princìpi che sono alla base della nostra Costituzione".
Il Pd sente il fascino di Saviano "Dobbiamo sostenere la società civile", diceva nei giorni scorsi Massimo D'Alema arricciando il naso davanti alla chiamata alle armi del Palasharp. Sul palcoscenico quel Roberto Saviano, autore di Gomorra che nell'ultimo mese ha fatto passare non pochi mal di pancia ai vertici piddì. Lo ha fatto denunciando i brogliacci alle primarie di Napoli e obbligando Bersani a prendere una posizione netta (non ci erano riuscite nemmeno le foto dei cinesi in coda per votare il futuro candidato alle Comunali). "Sogno un Pd - osa dire il segretario del Partito democratico - che possa dire all'Italia: vieni via con me". L'allusione è al duo Fazio-Saviano. Quindi l'autore di Gomorra potrebbe essere il papa straniero della sinistra di governo? Macché. Sebbene nel dna del Pd vi siano numerosi precedenti (il primo fu proprio Ciampi), sono in molti a non essere d'accordo. Se il Pd mugugna, il duo Santoro-Travaglio stroncano apertamente la "candidatura" di Saviano. Basta leggere tra le righe degli editoriali di Travaglio per capire che la strada non sarebbe quella giusta.

Repubblica fomenta la protesta "Questa manifestazione, questo fiume di persone ci dicono che c'è ancora voglia di reagire - assicura Carlo De Benedetti che sostiene Saviano - sono i primi segnali di un risveglio, bisogna andare avanti su questa strada". Dalle colonne di Repubblica si alza una nuova protesta. Raccolta di fotografie e voce libera al popolo anti-Cav. Proprio dalle colonne del quotidiano diretto da Ezio Mauro è partita, infatti, l'offensiva di Saviano ai vertici del Partito democratico. Eppure non tutti si accodano a De Benedetti. Eugenio Scalfari non ci sta a santificare l'autore di Gomorra. "Scalfari conosce gli intellettuali - spiega il collega Vittorio Macioce sul Giornale non è gente di cui ci si può fidare. Non è un caso che abbia, per se stesso, rivendicato una patente di filosofo ma di una razza diversa: uno che parla di Dio, ma con una competenza da tecnico". Proprio per questo, Scalfari preferirebbe un Mario Draghi a un semplice Saviano.
Le spine nel fianco di Bersani Tra le spine nel fianco del Pd ci sono anche Antonio Di Pietro Nichi Vendola. Se movimenti e tribuni vari offuscano la piazza mediatica, il leader dell'Idv e il governatore pugliese rischiano pure di far saltare la coesione politica in parlamento. I toni accesi, le battaglie di piazza e i pericolosi legami con il popolo viola minano la credibilità di Di Pietro agli occhi di Bersani. Cavalcando le battaglie di piazza di quel popolo viola che al momento non ha capi né programmi, il numero uno incontrastato dell'Italia dei Valori provoca le gelosie di Bersani che sembra aver perso il proprio legame con la sinistra estrema. Stesso problema con Vendola. Se il vice capogruppo del Pd al Senato, Nicola Latorre, vede nel governatore della Regione Puglia il "coprotagonista di una nuova tappa", sono in molti nel Pd a temere i risultati che potrebbe ottenere Sinistra e Libertà. Sono in molti, infatti, a temere "una posizione conservatrice" che costringa il Pd a rimpiangere i tempi andati evocando progetti politici che hanno avuto successo in un'altra epoca. Una posizione che potrebbe essere scardinata con le primarie, ma che fa comodo ancora a molti.
L'impossibile alleanza col Terzo Polo Nella galassia anti-Cav si inserisce (a pieno diritto) anche il neonato Terzo polo. Fini, Casini e Rutelli ce la mettono tutta per trovare una collocazione all'interno dell'emisfero politico. Non a casa Futuro e Libertà avevano richiesto una posizione centrale in Parlamento. Ma i continui attacchi al premier e la credibilità di Fini minata dall'affaire Montecarlo sembrano screditare il Terzo polo sia agli occhi degli elettori sia tra le file dell'opposizione. Quel che è certo è che sarà impossibile trovare un'alternativa a Berlusconi che metta d'accordo tutte le opposizioni. La proposta di Massimo D'Alema è, infatti, destinata a cadere nel vuoto. Se da una parte la sinistra acclama Vendola, il Terzo polo strizza l'occhio a Montezemolo o alla Marcegaglia. Le due posizioni stridono a priori. Non solo. Casini non solo fa sapere apertamente la propria antipatia per Di Pietro, ma boccia anche Saviano alla guida di un'eventuale coalizione di opposizione. Insomma, ognuno per sé. Se negli ultimi anni la sinistra stava in piedi unicamente grazie al proprio odio nei confronti di Berlusconi, ora proprio questo odio sta facendo nascere partiti, movimenti e tribuni fino a mandare in frantumi tutta l'opposizione.





Powered by ScribeFire.

E' normale che un ragazzo finisca così per cinque euro?

di Redazione

Dopo la lettera del padre del 17enne massacrato di botte da una baby gang di bulli ci si interroga sulla frequenza di questi episodi. Racconta la tua esperienza al Giornale.it



 
Un padre disperato ha inviato una lettera ai giornali (leggi qui). Si tratta di un caso molto grave, ma chi ha figli sa che non è certo una situazione anomala tra gli adolescenti. E' normale che in un Paese a democrazia avanzata succedano cose del genere? Se sei a conoscenza di storie simili segnalale al Giornale.it. 





Powered by ScribeFire.

Scontri Arcore, Grillo: "Sosterrò le spese legali dei due scarcerati"

di Redazione


I legali del blog del comico genovese sosterrano le spese legali dei due giovani scarcerati dopo gli scontri di Arcore. "I ragazzi avranno sbagliato, ma non possono essere lasciati a se stessi". Solidarietà anche da parte dei centri sociali



 

Milano - Tutti a condannare la violenza, l'assedio di alcuni manifestanti del popolo viola, con tanto di slogan forcaioli. Tutti a dire che non è questo il modo per esprimere il proprio dissenso. Tutti tranne i centri sociali e Beppe Grillo. Ma se dai primi c'era da aspettarselo un appoggio e una "massima solidarietà" per i due giovani scarcerati, stupisce invece che dal comico genovese arrivi una difesa addirittura legale. "I ragazzi avranno sbagliato, ma non possono essere lasciati a se stessi, dissociandosi da dietro un pc o una scrivania. I legali del blog contatteranno le famiglie", ha scritto Grillo sul suo blog. Giacomo Sicurello, 23 anni di Desio e Simone Cavalcati, 21 anni di Sant’Angelo Lodigiano potranno dunque vantarsi di avere dalla loro il leader del Movimento 5 stelle, che si è offerto di sostenere le loro spese legali. Poi, Grillo ha spiegato pure il motivo che secondo lui ha portato agli scontri di Arcore.

"Dissociarsi, ma dopo, non prima. Andare alla presa di Arcore contro il tiranno. L’origine di tutti i mali. Martellare sull’informazione per mesi. Come è ovvio a rischiare poi ci vanno i ragazzi. E sono loro a prendersi le manganellate e, come è successo ieri, anche l’arresto. Chi ha organizzato la manifestazione cosa si aspettava con questo clima? Il lancio di caramelle e coriandoli da parte dei manifestanti e l’insurrezione delle forze dell’Ordine? Arcore come la corazzata Potemkin? Io che non mi sono associato prima, non mi dissocio ora". Insomma, mentre il Popolo Viola e quello del Palasharp si sono dissociati dagli scontri avvenuti ad Arcore, Grillo si aspettava che le cose andassero a finire così e non si dissocia. 

I centri sociali Solidarietà a Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti, i due giovani scarcerati ieri. Su Indymedia i centri sociali fanno presente il loro appoggio. Il Cantiere di Milano, presente ieri ad Arcore con il suo slogan Que se vayan todos, spiega che al termine della manifestazione "il rais che rifiuta ad ogni costo di andarsene ha ordinato la vendetta, o i suoi servi zelanti l’hanno compiuta di spontanea volontà: l’arresto di due ragazzi". Ed esprime "massima solidarietà ai due ragazzi". Anche la Fornace di Rho esprime "solidarietà e complicità coi fermati". Per il Boccaccio di Monza, "la contraddizione è insita allo stesso Movimento Viola. È inconcepibile pensare di poter convocare una manifestazione nazionale sotto il simbolo del potere incarnato e pretendere di sostare tranquilli nelle piazze, ad assistere all’ennesima pantomima della lotta moderata che non ci porta da nessuna parte".





Powered by ScribeFire.

Le toghe fanno politica E la scuola perde autorità

di Carlo Maria Lomartire


Secondo voi, facendo uso del più banale senso comune, se una scuola viene occupata da qualche decina di studenti, vi si possono svolgere lezioni regolari, compiti in classe, esercitazioni, interrogazioni proprio come accadrebbe se quei ragazzi fossero regolarmente ai loro posti e non nelle protestatarie e stracciate vesti di occupanti? Evidentemente non è possibile, altrimenti che differenza ci sarebbe tra una scuola occupata e un'altra dove invece si svolge una normale attività didattica? Quali sarebbero gli effetti, le espressioni dell'occupazione e in cosa consisterebbe l'attività di protesta degli occupanti se tutto andasse come al solito?

E invece no, vi sbagliate, siete in errore: secondo il pm di Milano Ferdinando Pomarici e la sua collega Grazia Pradella la quarantina di studenti che il 18 novembre scorso hanno occupato il liceo artistico «Caravaggio» nell'ambito delle chiassose proteste contro la riforma Gelmini, in nessun modo hanno «interferito con l'attività delle lezioni». Tutto normale, insomma. Il preside li aveva denunciati per «occupazione di edificio pubblico» e i ragazzi erano stati perciò iscritti nel  registro degli indagati, ma i due pm non si sono trovati d’accordo col povero e ingenuo dirigente scolastico e hanno chiesto l’archiviazione.

Sancendo con ciò (ma non spiegando) che l’occupazione di una scuola in nulla cambia l’attività didattica dell’istituto. Vi sembra che dal punto di vista della logica il ragionamento presenti qualche vistosa falla? Anche a me, ma io, lo ammetto, ultimamente ho spesso la sensazione che certi comportamenti di qualche magistrato divergano dalla logica o quanto meno dal senso comune. In questo caso, inoltre, secondo Pomarici e Pradella non ci sarebbe reato in quanto «difetta il requisito di arbitrarietà dell’occupazione»: cioè l’occupazione, e quindi la protesta, non era arbitraria, immotivata, campata in aria. Ma questa a me, francamente, sembra una valutazione politica bella e buona: il magistrato, infatti, decide quando una protesta è motivata e quando no. In questo caso, essendo rivolta a contrastare la riforma Gelmini, secondo i due Pm era certamente motivata.

Ora a decidere se archiviare o no sarà il gip ma quello che a me sembra il danno più grave, questa richiesta dei pm lo ha già procurato: ha messo in discussione l’autorità del preside e quindi della istituzione scolastica. Ha sancito che se la protesta è motivata (ma a parere di chi?) la scuola può essere tranquillamente occupata, checchè ne pensi il capo (e responsabile) dell’istituto, il quale propabilmente verrebbe tirato in ballo - come in qualche caso è avvenuto - nell’eventualità di danneggiamenti alle strutture o incidenti durante l’occupazione, essendo egli per legge il responsabile della sicurezza.

Ora, quando sentirete denunciare a sinistra la perdita di autorevolezza e prestigio degli insegnanti e della istituzione scolastica in generale, pensate a casi come questo del liceo artistico milanese, dove, presumibilmente, i quaranta occupanti senza «interferire con l’attività delle lezioni» ora potranno tranquillamente sbertucciare il loro preside che ha avuto la dabbenaggine di denunciare quello che a lui sembrava un atto illegale, l’occupazione della sua scuola, e che invece per Pomarici e Pradella è assolutamente lecita. Forse persino meritevole.



Powered by ScribeFire.

Montagne a pagamento per i ciclisti

Corriere della sera


Austria, arriva il pedaggio per le due ruote: valicare il Großglockner tra le 9 e le 15 costerà 5 euro. E' polemica



MILANO - Tutto ha un prezzo, anche la bellezza delle montagne. Se nelle vallate dolomitiche del Sudtirolo, del Trentino e del Bellunese si discute da anni dell'introduzione o meno di un pedaggio per chi sale sui passi con la propria auto - una misura finalizzata al rispetto delle montagne decretate Patrimonio dell'Umanità- in Austria la tassa per godersi uno degli scenari montuosi tra i più belli dell'arco alpino, la dovranno ora sborsare i ciclisti. Una decisione che ha fatto infuriare non solo gli appassionati delle due ruote. In disaccordo anche gli ambientalisti. Sul Großglockner si paga già (profumatamente) per transitare in macchina (e nessuno si lamenta); da maggio arriverà anche la tassa per chi sale in quota spingendo sulle gambe. I ciclisti dovranno metter mano al portafogli e pagare 5 euro, tra le 9 di mattino e le 15, durante l'ora di punta del traffico
.
L'INVASIONE DEI 20 MILA - Il Großglockner è la montagna più elevata dell'Austria, con i suoi 3.798 metri, e tra le più famose dell'arco alpino, soprattutto per la strada mozzafiato, la Hochalpenstrasse, che scavalca gli Alti Tauri, con i suoi 48 chilometri e 36 tornanti mozzafiato. Il prossimo 20 maggio, dopo quarant'anni, anche il Giro d'Italia ritornerà nuovamente qui in occasione della tredicesima tappa. I partecipanti che si sfidano per la maglia rosa non dovranno però sborsare i cinque euro di pedaggio, riservato a quegli sportivi amatoriali delle due ruote. La tassa viene introdotta «per ragioni di sicurezza stradale», giurano dalla società che gestisce l'arteria alpina, la Großglockner Hochalpenstraßen AG. Resa necessaria dopo che il numero di ciclisti che transitano sul percorso di alta montagna è schizzato negli ultimi quindici anni da 5.000 a oltre 20 mila della stagione scorsa. Di conseguenza è accresciuto anche il rischio incidenti, sottolinea Friedrich Schmidhuber, a capo della polizia stradale di Salisburgo. Insomma, tutto in nome dell'incolumità e nell'interesse degli stessi ciclisti. Infatti: nella tassa è incluso anche uno speciale «pacchetto sicurezza» con tanto di assicurazione contro gli incidenti e consigli utili per evitarli. Il pedaggio, inoltre, ha lo scopo di indurre i ciclisti a percorrere la strada in orari meno affollati: prima delle 9 e dopo le 15 i ciclisti non pagano nulla.

IL PRECEDENTE DEL 1935 - Già nel 1935, anno d'apertura della strada panoramica, fu introdotta una tassa per i ciclisti, allora di uno scellino, poi eliminata nel 1967. Quest'anno coloro che percorrono il tragitto in auto, in un senso o nell'altro, pagano un ticket di 29 euro, per le moto la tassa è invece di 19 euro. L'anno scorso oltre 178 mila macchine, 77 mila moto e 5400 autobus sono salite sul Großglockner. La nuova ricetta per contenere il traffico nelle ore di punta (di mezzi motorizzati e non), che in estate diventa impattante, è però oggetto di forti discussioni nel Paese. Con la politica e le organizzazioni di ambientalisti che si schierano a favore dei ciclisti. L'idea di battere cassa, con la «scusante» della sicurezza viene bocciata senza appello dai gruppi sportivi. La comunità dei ciclisti amatoriali e professionisti, assai numerosa nel Paese, è già partita con iniziative di protesta, per ora solo sul web. Intanto prova a gettare acqua sul fuoco il direttore della società che ha in concessione la nota arteria, Christian Heu. Che promette ai ciclisti una serie di nuovi provvedimenti e strutture in grado di allietare, in totale sicurezza, la salita (e la discesa) della montagna: spogliatoi; doccie; box per depositare zainetti e un sistema di cronometraggio.



Elmar Burchia
07 febbraio 2011



Powered by ScribeFire.

Lezione di cinese ai bimbi italiani Paga tutto Pechino

La Stampa






Powered by ScribeFire.

Rogo campo nomadi Quante lacrime ipocrite per quei bimbi rom

di Paolo Granzotto



La colpa di questa "tragedia orribile"? Per i buonisti di professione è del governo e di una società razzista nemica del multiculturalismo. Ma chi rifiuta l'integrazione sono gli zingari che del disprezzo della legge hanno fatto una cultura



 

La morte dei bambini nel campo nomadi alle porte di Roma è davvero «una tragedia veramente orribile», come ha detto il sindaco Gianni Alemanno. Ma non più orribile di altre di identica, drammatica portata solo perché le vittime sono quattro piccoli rom. Però è questo, il voler dare alla tragedia una portata esorbitante addossandone poi la responsabilità a una parte politica e alla società «razzista» in generale, ciò che si propongono le prefiche della sinistra col loro vile, ipocrita piagnisteo.
In casi simili deve prevalere la partecipazione e il sentimento di pietà, su questo non si discute. Ma escludere a priori una anche marginale responsabilità di «mamma Liliana» e «papà Mirko» che per recarsi al fast food lasciarono i quattro bambini soli - in una baracca di legno, cartone e lamiera dove ardeva una stufetta se non addirittura un falò -, escluderla per poter addossare l’intera colpa della tragedia alla «latitanza delle istituzioni» (cioè del governo, cioè di Berlusconi) e a un sindaco «incapace di gestire la politica dell’accoglienza» (così Vannino Chiti, commissario del Pd nel Lazio), è né più né meno che sciacallaggio. La politica dell’accoglienza: diciannove anni di amministrazione capitolina della sinistra di Vannino Chiti hanno forse mostrato, nella pratica, non a parole, quale sia la retta politica dell’accoglienza? O si vuol far credere che migliaia e migliaia di zingari si sono accampati a Roma solo a partire dal 28 aprile 2008, data dell’insediamento di Gianni Alemanno? Esempio di esemplare politica dell’accoglienza è forse il rogo nel campo nomadi a Livorno, città saldamente in mano alla sinistra, dove nell’agosto 2007 morirono tra le fiamme quattro fratellini?
Non è la «maledetta burocrazia» denunciata da Alemanno la sola responsabile del persistere dell’«emergenza nomadi». Conta, in modo preminente, l’ipocrisia buonista e solidarista, gli sdilinquimenti salottieri per il multietnico e il multiculturale che precludono, agitando lo spauracchio del razzismo, ogni iniziativa. La Germania di Angela Merkel e l’Inghilterra di David Cameron hanno, quasi all’unisono, annunciato l’abbandono delle aspirazioni alle società multiculturali dimostrando che il multiculturalismo si risolve in un danno, grave, per la società essendo deleterio sia per la comunità ospite sia per quella ospitante. La Merkel e Cameron, non certo eredi di Goebbels o di Oswald Mosley, hanno dovuto ammettere ciò che era un’evidenza lampante, e cioè che il multiculturalismo rappresenta il più serio ostacolo all’integrazione.
Eppure, affrontando il problema e, anzi, l’emergenza rom, da noi si seguita a insistere sulle bellurie del contrasto culturale. «È nella loro cultura», si dice degli zingari, e dobbiamo non solo rispettarla, ma anche apprezzarla e amarla. È nella loro cultura l’accampamento e dunque la baraccopoli; è nella loro cultura lo scansare il lavoro continuativo; è nella loro cultura la mendicità (aggiungendo, come non bastasse, che essa rappresenta il retaggio della antica e virtuosa cultura della condivisione dei beni, chiedi e ti sarà dato); è nella loro cultura, che non contempla il concetto - ovviamente culturale - della proprietà privata, l’appropriazione indebita; è nella loro cultura di cittadini del mondo, liberi come il Mistral, non adattarsi a leggi, regole e consuetudini che non siano le loro.
È evidente che con questi presupposti non dico risolvere, ma dare un ordine alla migrazione e al conseguente soggiorno continuativo dei rom diventa difficile, molto difficile. Perché lo smantellamento dei campi abusivi diventa un oltraggio anticulturale e c’è subito chi ricorre al Tar. E così la richiesta di affidamento di bambini cenciosi, sballottati da madri questuanti allo scopo di impietosire il passante. O la semplice pratica del censimento, subito denunciata (al Tar) come violenta intromissione nella privatezza di gente che al solito, libera come il vento, non conosce il concetto culturale dell’anagrafe. Ruspe. Di questo si ha bisogno per far fronte all’emergenza.
Ruspe e ferme richieste al governo romeno di collaborare nei rimpatri perché non ci son santi: non abbiamo - e non avevano i governi Prodi o D’Alema o Amato o Ciampi - risorse e strutture per dare accoglienza alle decine di migliaia di zingari che sciamano in una Italia che grazie alle sue pulsioni e isterie multiculturaliste è evidentemente ritenuta - sennò starebbero a casa loro - Paese della cuccagna.




Powered by ScribeFire.

E dopo il Bunga Bunga arriva il Bomba Bomba

Il Tempo


Ingroia: "Messina Denaro potrebbe essere tentato da un nuovo progetto stragista". Cicchitto (Pdl): "Chiarisca".


Antonio Ingroia procuratore aggiunto di Palermo E dopo il «Bunga Bunga» ecco il «Bomba Bomba». Il passo non è né breve né scontato. Forse non c'è nemmeno una consequenzialità, ma di certo fa un po' effetto ascoltare le parole pronunciate ieri dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ai microfoni della trasmissione di Radio24 Sottotiro. Lui, il pm di punta dell'antimafia siciliana.

L'uomo che ha avuto e ha tra le mani alcune delle più note indagini su Cosa nostra (da quella che ha coinvolto Marcello Dell'Utri, alle rivelazioni di Ciancimino jr, passando dalla trattativa Stato-mafia per fermare le stragi del 1992-1993) non ha dubbi: «Matteo Messina Denaro (il numero uno della Cupola mafiosa, ndr) potrebbe essere tentato da un nuovo progetto stragista». «Non voglio fare la Cassandra - aggiunge - ma siamo in una fase molto delicata, di difficoltà politico-istituzionale, alla vigilia di quella che può essere una Terza Repubblica ed è questo il momento in cui in genere il potere mafioso cerca di fare sentire la sua voce ed incidere in qualche modo».

Insomma la bomba, o la strage se preferite, è dietro l'angolo. Come dimostrano gli illustri precedenti che Ingroia, svestiti i panni del magistrato e indossati quello dello storico, porta a sostegno della sua tesi: le raffiche di mitra sui lavoratori radunati a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, che segnarono il momento di passaggio dalla monarchia alla Repubblica, e l'attentato di Capaci in cui morì Giovanni Falcone, cesura tra Prima e Seconda Repubblica. E siccome la teoria vichiana impone il succedersi di corsi e ricorsi storici, il gioco è fatto.

Ma qui non siamo davanti al ragionamento di un filosofo della politica, di uno studioso qualunque. Qui a parlare è un magistrato che da quasi vent'anni si occupa di mafia. Un particolare che il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto si permette di sottolineare: «Il dottor Ingroia non è Giambattista Vico e quindi ho forti dubbi sulla sua complessiva filosofia della storia. Siccome, però, Ingroia è un magistrato inquirente di grande rilievo che non dovrebbe parlare a vanvera, e fare previsioni a tempo perso come se stesse al bar, allora le sue dichiarazioni sulle possibili intenzioni stragiste di Matteo Messina Denaro sono meritevoli di approfondimento e di chiarimenti da parte sua».

Chissà se la commissione Antimafia avrà tempo e voglia di ascoltare cosa ha dire, di certo non è la prima volta che il pm palermitano si lancia in parallelismi di questo tipo. Lo fece, più moderatamente, lo scorso 10 dicembre quando, con un'intervista registrata, partecipò ad una manifestazione organizzata dell'Idv al Paladozza di Bologna. Anche allora Ingroia paragonò il momento di «fibrillazione» attuale, con un «quadro politico in disfacimento», a ciò che accadde nel 1992.

Non scomodò bombe e stragi, ma lasciò intendere che la mafia avrebbe potuto far sentire la propria voce. Quella manifestazione aveva un titolo che il pm definì «evocativo»: «Il dittatore del Bunga Bunga». La sua partecipazione scatenò più di una polemica. Lui, nell'intervista, rivendicò il suo diritto-dovere dei magistrati di «manifestare le proprie opinioni su temi comuni alla propria professione». Sarà per questo che, non potendo parlare di «Bunga Bunga», ha deciso di lanciare il «Bomba Bomba».



Nicola Imberti
08/02/2011




Powered by ScribeFire.

Il retroscena

di Paola Fucilieri


Giacomo Sicurello viene descritto da suoi amici come un «giovane tranquillo». «Un tipo che, durante i cortei, invita alla calma, che non ha mai alzato un dito contro nessuno» dicono di lui, quasi entusiasti, gli appartenenti al Comitato «No Expo». Ventitrè anni, studente di una facoltà scientifica all’università Statale di Milano, residente a Desio (dove il padre è stato candidato sindaco per l’Idv) il ragazzo «tranquillo» - arrestato domenica pomeriggio ad Arcore per resistenza - anche stavolta si è attenuto alle caratteristiche del suo profilo e non ha alzato un dito contro nessuno.

Semplicemente ha lanciato contro i poliziotti della Celere un bastone portagiornali in ottone, di quelli che si trovano nei bar. «Ha usato quel che ha trovato lì sul posto» spiega la polizia che lo conosce da un po’. Lo ha già sgomberato dalla Bottiglieria Okkupata di Via Savona e dal Lab 0 di Ripa di Porta Ticinese. Ultimo domicilio conosciuto: la Stamperia di via Giannone, a due passi dall’Arena civica. Area di militanza: anarchica. Anche se Sicurello non è certo quello che si dice un personaggio di primo piano nel panorama dell’Antagonismo milanese.

Piuttosto uno trasversale, uno che se c’è da protestare protesta, si muove, partecipa insomma. «Un tipo che si è fatto denunciare anche durante la prima alla Scala di quest’anno, che solitamente compie quelli che in gergo vengono definiti «reati d’area», come l’occupazione d’immobili o la resistenza. «Un anarchico inconsapevole» si definisce lui, con un pizzico di ironia e, forse, di romanticismo demodè. «Un incensurato: non ha mai avuto una sentenza di condanna» sottolinea il legale che si è scelto, l’avvocato milanese Eugenio Losco.

Il suo «compagno di scorribande», l’altro giovane arrestato ad Arcore per resistenza, si chiama Simone Cavalcanti, ha 21 anni e abita a Sant’Angelo Lodigiano (Lodi). Di lui si sa ben poco se non che il suo profilo giudiziario è molto simile a quello di Sicurello (è stato denunciato più volte, sempre per reati d’area, ma mai condannato) e che ha accettato il legale assegnatogli d’ufficio, l’avvocato Cristiano Sironi, di Desio (foro di Monza).

Curioso è quel che emerge dai filmati analizzati dalla polizia. Tranne un gruppetto del centro sociale Cantiere - i cui appartenenti si sono però allontanati subito, senza partecipare agli scontri - la maggior parte dei circa 50 giovani che si sono scontrati con la Celere durante la manifestazione organizzata domenica ad Arcore dal Popolo Viola, sono ragazzi provenienti dal Piemonte e dall’Emilia (probabilmente da Parma), forse qualcuno dalla Liguria (Genova).



Powered by ScribeFire.

Dopo Arcore altra sentenza choc Per i pm occupare non è reato

di Luca Fazzo


Denunciati 40 ragazzi, ma per i magistrati la protesta è durata solo una notte e non ha interrotto le lezioni. Il preside li aveva denunciati, ma la protesta era "motivata" quindi legittima



Agli studenti del liceo artistico Caravaggio che nel novembre scorso occuparono la scuola la giustizia mostra la sua faccia meno scontata: quella che sa capire e giustificare, adilà delle asprezze del codice, anche le ragioni degli inquisiti. Denunciati dalla loro preside per avere invaso i locali della scuola e avervi pernottato senza autorizzazione, i quaranta liceali vedono riconoscere la loro innocenza da due pubblici ministeri noti per la loro severità come Grazia Pradella e Ferdinando Pomarici, che chiedono l’archiviazione dell’indagine. Secondo la Procura, mancano i requisiti «soggettivi e oggettivi» del reato contestato ai ragazzi del Caravaggio, ovvero l’occupazione abusiva di edificio pubblico.
Fuori dal gergo giuridico, la decisione della Procura si basa su due elementi. Il primo è un dato di fatto: essendo durata una sola notte (la mattina arrivò la Celere e mandò tutti quanti a prendere un tè caldo) l’occupazione non ha interrotto le lezioni del liceo di via Prinetti, e non ha causato danni alla struttura nè agli arredi. Il secondo elemento è meno scontato, ed è una valutazione che riconosce la liceità del comportamento degli occupanti alla luce di alcune delle sentenze degli anni Settanta, quando manifestazioni di questo genere erano assai frequenti. Secondo tali sentenze (confermate anche dalla Cassazione), gli studenti non sono semplici «utenti» della scuola ma suoi protagonisti: la scuola, insomma, appartiene anche a loro. E se decidono di pernottarvi per rivendicare i loro diritti non invadono un bene altrui.
La decisione della Procura, che ora dovrà passare al vaglio del giudice preliminare, sconfessa la linea dura seguita da Ada Mora, preside del Caravaggio, e dagli altri presidi di scuole medie superiori che nello scorso autunno decisero il pugno di ferro nei confronti degli occupanti. Al Caravaggio le prime denunce erano partite già all’inizio di novembre, quando la Mora aveva indicato ai poliziotti del commissariato di zona i nomi di tre studenti responsabili dell’occupazione del liceo. Dopo la metà del mese, in contemporanea con altre scuole milanesi, gli allievi del Caravaggio avevano deciso una nuova occupazione. A quel punto la preside non ci aveva pensato due volte e aveva chiamato la Celere. La mattina di buon’ora una ventina di studenti erano stati svegliati, identificati e sgomberati dalla polizia. Per tutti era scattata la denuncia, e nei giorni successivi l’elenco degli inquisiti si era arricchito di altri venti nomi.




Powered by ScribeFire.

Femministe anti Cav Le donne di Concita sono massaie o escort

di Eugenia Roccella


Domenica andrà in scena l'ennesima piazza antiberlusconiana, altro che difesa dei valori femminili



 

Negli anni Settanta il femminismo l’ho attraversato da protagonista, con un grande senso di libertà. E anche se nel tempo la vita è cambiata e mi ha cambiata, se su alcuni temi oggi posso aver maturato opinioni diverse da allora, quella storia è stata, e resta, anche la mia storia.

La prima cosa che ho imparato allora è che bisognava negarsi agli schemi che dividevano le donne secondo i vecchi ruoli assegnati dalla cultura maschile. Maschere che non ci appartengono mai completamente, ruoli prefissati in cui ognuna si può calare per sempre o per poco, ma senza mai una totale identificazione, senza mai sentirsi perfettamente a proprio agio. Una donna non è solo angelo del focolare né solo prostituta: se c’è qualcosa su cui il femminismo è stato compatto, è il rifiuto della divisione tra donne perbene e permale, obbedienti e ribelli, pudiche o trasgressive, spose felici o - come si diceva allora - acide zitelle.

L’appuntamento in piazza del 13 febbraio, invece, rischia di essere proprio questo: una manifestazione di alcune donne contro altre donne. Quelle che passeggiano sui tacchi delle Manolo (le scarpe di Manolo Blahnik, le borse firmate e gli occhiali da sole sembrano essere la bestia nera di Concita De Gregorio) e quelle che vanno a lavorare la mattina, quelle che «si vendono» e quelle che mai e poi mai, quelle che aspirano al fidanzato ricco e potente, e quelle che escono con un uomo solo se sanno che è senza un soldo. Riproporre queste classificazioni è un grande passo indietro per le donne, che le riporta a categorie davvero remote, se persino nei romanzi dell’800 in ogni prostituta c’era, nascosto, un cuore grande e generoso, una maternità segreta, una sofferenza femminile.

Qualche dubbio deve aver assalito anche le organizzatrici, le quali, con un tardivo ripensamento, annotano: «La manifestazione non è fatta per giudicare altre donne, o per dividere le donne in buone e cattive. I cartelli o striscioni ne terranno conto». Ma la divisione è nei fatti e nelle intenzioni, visto che ancora la De Gregorio titola il suo pezzo sull’appuntamento del 13: «Le altre donne», tracciando fin dall’inizio una linea di demarcazione insuperabile tra queste e quelle.

Care amiche di sinistra, fate la vostra manifestazione, ma non a nome delle donne, non trincerandovi dietro una definizione che dovrebbe essere inclusiva e che invece viene utilizzata per legittimare un’esplicita parzialità. Dite con chiarezza che tutto questo è finalizzato solo a dare una spallata al governo, e a offrire sostegno alle tesi accusatorie della Procura di Milano.

Sarà la solita piazza antiberlusconiana, che trova un nuovo pretesto nelle intercettazioni, ma non allarga la riflessione a nient’altro: alle ragazze che fanno le cubiste in discoteca, alle giovanissime ribelli che escono ed entrano da comunità che dovrebbero essere protette, alle immigrate che cercano vie d’uscita a una cultura soffocante, alla libertà male intesa e male utilizzata, ai modelli che la cultura contemporanea propone alle donne. Accusate la «ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità», dite che «una cultura diffusa propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni», ma di quale cultura si parla, e chi ne ha la responsabilità?





Powered by ScribeFire.

Celentano furbetto: fa il guru dei poveri solo per fare più soldi

di Giancarlo Perna



Nell'ultima uscita sul Corriere parla da uomo di sinistra. Ma nessuno come lui trasforma ogni mossa in affari milionari



 

Infinocchiandoci con inalterabile successo da decenni, Adriano Celentano è la prova vivente che il curriculum scolastico non decide niente. Il Molleggiato ha solo la quinta elementare ma è stabilmente uno dei guru filosofici d’Italia. Resta il dilemma se sia bravo lui o fessi noi.
Il paginone che ieri il Corsera, principe dei nostri quotidiani, ha riservato al suo articolo, è senza dubbio un attestato. I titoli anticipavano che Celentano avrebbe riferito - nella forma del botta e risposta - una sua conversazione telefonica con Beppe Grillo sullo stato del Paese sotto il tallone del Cav. La sofferta premessa del direttore Ferruccio de Bortoli - «non sempre siamo d’accordo con lui. Ma la libertà d’artista è sacra» - aumentava abilmente le attese del lettore sui profondi contenuti della sottostante lenzuolata. 
Dopo un quarto d’ora di lettura, sballottati tra una frase di Beppe e una replica di Adriano, il primo istinto è stato farsi risarcire da De Bortoli la grave perdita di tempo. Cinquecento righe per niente. Grillo ha esaltato il suo movimento politico Cinque stelle, come fa da anni: novità zero. Tutti e due temono che il Cav possa essere rieletto e si consolano pensando che prima o poi sparirà per ragioni naturali. Celentano nel corso dell’intera telefonata annuncia «un progetto più rock» per l’Italia, poi però riconosce di non avere le idee chiare e rinuncia a enunciarlo. 
Brillante espediente che gli consentirà di chiedere nuovamente ospitalità a De Bortoli - sempre che Ferruccio sia ancora al timone dopo la cavolata di ieri - appena il suo disegno sull’Italia sarà più definito. Se volete evitare di cascarci di nuovo, non acquistate il Corriere quando siano imminenti: a) l’uscita di un nuovo disco di Celentano; b) un film di cui sia attore o regista o produttore o autore della colonna sonora; 3) una sua trasmissione-evento in tv; 4) un suo libro sui retroscena della trasmissione, del film o del nuovo disco. Questo perché Adriano fa sempre capolino da una parte - giornali (come ieri), dischi, film, tv - per lanciare un’altra parte della sua poliedrica personalità: libro, canzone, trasmissione tv o comparsata cinematografica. È, infatti, il factotum di un’azienda che macina milioni e che ha bisogno di un’accurata gestione pubblicitaria la quale, a sua volta, apporti altri milioni per l’espansione dell’azienda medesima. Insomma, il classico lombardo che trasforma in danè ogni fibra del suo repertorio: dall’indubbio talento musicale alla fasulla propensione profetico-moralizzatrice. 
Il ragazzo della Via Gluck è nato 73 anni fa in quella strada milanese. Conclusi a undici anni gli studi, fece l’orologiaio. Dall’esperienza gli deriva il gusto per i marchingegni già detti che ha utilizzato per moltiplicare le sue fortune. Divenne famoso con le canzoni rock’n’roll e l’imitazione di Jerry Lewis, celeberrimo svitato americano. In realtà, due destini contrapposti: Lewis presenta Telethon nella tv Usa per beneficenza; Adriano per mostrarsi in tv, svena la Rai. Da marmittone, a 22 anni, era già così importante da ottenere l’autorizzazione a partecipare al Festival di Sanremo, direttamente dal ministro della Difesa, Andreotti.
Fin dall’inizio, Celentano adottò lo stile svampito. Voce stridula alla Jerry Lewis, gesti acrobatici da cercopiteco, espressione facciale da ricovero immediato. Agli esordi parlava a mitraglietta, dicendo stupidaggini. Oggi frammezza monosillabi, sguardi nel vuoto e lunghe pause, con lo stesso risultato. Quest’aria da allocco è stata la sua fortuna. Poiché sembrava troppo stupido, la gente ha cominciato a pensare che dietro l’idiozia ci fosse della saggezza. I silenzi, invece che per buchi cerebrali, sono stati presi per vaticini. Così molti hanno cominciato a pendere dalle sue labbra e a scambiare il nulla per un quid inafferrabile. 
Stando a quanto ha raccontato, Adriano ha scoperto la fede a 20 anni e si considera un combattente per l’ambiente e per Cristo. È anche animalista e vegetariano. Per anni, prima di capire che si agita solo per l’azienda che incarna, i ragazzi di Cl lo hanno considerato uno dei loro. 
L’opera di Celentano è piena di idee politicamente corrette. A esse è rimasto fedele negli anni. Una delle sue canzoni più belle, Il ragazzo della Via Gluck (1966), già affrontava i temi della speculazione edilizia negli stessi termini in cui ne parla oggi. Ricordate, il nostalgico che rimpiange il prato verde dell’infanzia inghiottito dai palazzinari? Il suo dolore suscitò due reazioni: quella di Pasolini che voleva trarne un film (che non fece) e quella di Gaber che compose una canzone a rovescio - La risposta al ragazzo della Via Gluck - in cui un giovanotto, per colpa degli ecologisti che abbattevano case per creare prati, non riusciva ad accasarsi. Sulla stessa linea Un albero di trenta piani, in cui Adriano bolla il grattacielo Pirelli, sede della Regione lombarda, come simbolo di cementificazione. Nell’articolo di ieri sul Corsera, Celentano usa dopo 40 anni gli stessi toni da crociato contro i programmi edilizi dell’Expo. 
Sono all’opera - dice - «i grandi devastatori di ciò che era la nostra bella Italia. Basta dare un’occhiata alle orripilanti ferite MORTALI che i genitori di Frankenstein (sindaco Moratti e Formigoni) hanno inferto a Milano. La stanno DISSANGUANDO con la scusa di fare case per la gente, ma in verità sono eleganti loculi tombali... dove moriranno di CANCRO». E conclude definendo il tutto, «CAMPI DI STERMINIO». 
Nel suo repertorio ci sono anche altri temi cari ai radical chic: i cibi transgenici da vietare, la caccia da abolire, Berlusconi da estirpare. Essendo da anni schierato a sinistra, i suoi compagni di strada sono ormai Grillo, Di Pietro, Vendola, Dario Fo e simili. I bersagli, il Cav & soci. Credo che queste appartenenze abbastanza recenti siano opportunistiche: essere in, smerciarsi meglio, fare clamore in tv con proficuo contorno di polemiche e grancassa.
Quando invece c’era la Dc al potere, Adriano passava per baciapile. Con la Coppia più bella del mondo, del 1967 - inno all’amore matrimoniale -, entrò nel mirino dei laici e fu accusato di antidivorzismo. Quando uscì Chi non lavora non fa l’amore (1970) i giovani, avvolti nei fumi sessantottini, lo bollarono come reazionario. Idem col long playing I mali del secolo (droga e crisi della famiglia, ndr), del 1972. Un’altra volta se la prese con la transessualità. Allora, lo applaudirono chierici e beghine. Oggi, lo idolatrano rossi, verdi, viola. L’importante è esserci e vendere.




Powered by ScribeFire.

Il canone Rai servirà a fare il partito di Santoro

Quotidiano.net

Blog di Giovanni Morandi


E' vero che in Italia tutto è sotto sopra, ma le sembra normale che un giornalista pagato dalla Rai, ovvero da noi che paghiamo il canone, riceva lo stipendio non per fare il giornalista ma per mettersi a capo di un partito, così come ha annunciato il conduttore di Annozero? Nello stesso momento in cui Santoro ha fatto questo annuncio la Rai avrebbe dovuto licenziarlo. Invece è ancora lì. Renato Tondini, Monza

CREDO di conoscere un po’ i giornalisti. Tra loro (noi) la megalomania gioca sempre brutti scherzi. Non c’è dubbio che Michele Santoro sia affetto da megalomania, malattia che contagia soprattutto i televisivi. La notorietà li induce a credersi più bravi dei politici con i quali finiscono con il porsi in concorrenza. Vedi Santoro con Bersani e Di Pietro. Da qui è nata l’idea di fare il partito di Annozero, ma verrà il giorno in cui Santoro si renderà conto di aver sbagliato i conti. Per fortuna le urne elettorali danno quasi sempre la misura giusta di quanto valgano le capacità di coloro che si candidano e verrà il giorno in cui il prode Santoro, che oggi pensa di essere un grande trascinatore di folle, si renderà amaramente conto che il suo partito non andrà oltre lo zero virgola. Ps: rispondo alla sua domanda pleonastica sulla Rai: la Rai continuerà a pagare Santoro fino al 3200, tanto lo farà con i soldi nostri.





Powered by ScribeFire.

Trieste, tir contromano in autostrada

Corriere della sera

Muoiono un uomo e la figlia di 17 mesi
YouReporter

Liberato il manager di Google

Corriere della sera

Era stato arrestato il 28 gennaio. Nel suo blog aveva anticipato i «crimini di guerra» del governo


MILANO - Al Cairo è stato rilasciato Wael Ghonim, membro del team Google in Medio Oriente e web-attivista simbolo della protesta contro Mubarak in Egitto. Lo ha reso noto la tv al-Arabiya. Di Ghonim si erano perse le tracce il 28 gennaio, tre giorni dopo la prima manifestazione di massa in piazza Tahrir, al Cairo. Responsabile marketing per Medio Oriente e Nord Africa del colosso di Mountain View, Ghonim aveva contattato i familiari l'ultima volta il 28 gennaio, poco dopo uno dei suoi post sulla seguitissima pagina Twitter ghonim, che aveva alimentato un certo timore: «Pregate per l'Egitto. Molto preoccupato perché sembra che il governo stia programmando crimini di guerra per domani contro la popolazione. Siamo pronti a morire, 25 Gen.». Da allora Ghonim è diventato una sorta di leader, portavoce simbolico del Movimento 6 Aprile, in prima linea nella rivolta di piazza della Liberazione.

Numerosi gli slogan che si sono susseguiti negli ultimi giorni in tutto il paese per chiedere la sua liberazione. Nel frattempo anche il coprifuoco è stato ridotto di un'ora. La misura di "sicurezza" che, dal 28 gennaio, era stata imposta nelle tre principali città del Paese (Cairo, Alessandria e Suez) scatterà a partire dalle 20 locali (le 19 in Italia) fino alle 6 del mattino (le 5 in Italia). In pratica hanno «concesso» un'ora supplementare di libertà di movimento agli abitanti. Quelli che sembrerebbero segnali di distensione non trovano però riscontro nella prima riunione del nuovo gabinetto del presidente Hosni Mubarak.

La prima riunione plenaria, da quando due settimane fa è iniziata la rivolta egiziana, non ha dato grandi speranze. Non ci sarebbero stati progressi concreti nei colloqui con islamici e opposizione, che chiedono le sue dimissioni immediate. I manifestanti, barricati in un accampamento nella piazza Tahrir nel cuore del Cairo, hanno promesso di restarci sino al ritiro di Mubarak e sperano di portare la loro protesta nelle strade con altre manifestazioni di massa domani e venerdì. I manifestanti hanno perquisito le persone per garantire che in piazza Tahrir, divenuta il simbolo delle proteste, non entrino facinorosi.


ORDINE - L'82enne Mubarak - che ha respinto le richieste di porre fine subito al suo 30ennale regime prima delle elezioni del prossimo settembre, sostenendo che le sue dimissioni creerebbero il caos nella più popolosa nazione del mondo arabo - ha tentato di concentrarsi sul ripristino dell'ordine. Il gruppo dei Fratelli Musulmani è stato tra quanti hanno partecipato all'incontro con i funzionari del governo avvenuto nel weekend, un segno di quanto sia cambiata la situazione in 13 giorni, in una rivolta che ha colpito il mondo arabo ed allarmato le potenze occidentali. I gruppi dell'opposizione hanno fatto sapere che la loro richiesta di dimissioni immediate da parte di Mubarak non è stata accolta ed i progressi nei colloqui sono stati modesti.

Redazione online
07 febbraio 2011

Islam, i Giovani musulmani espellono il loro fondatore: troppo moderato

di Paola Setti



Il gruppo dirigente dei Giovani Musulmani d'Italia ha espulso dal Comitato garanti Khaled Chaouki, che nel 2001 aveva contribuito a fondare la prima formazione giovanile islamica del nostro Paese. Lui denuncia: in Egitto si lotta per la democrazia, qui si censura il dissenso



 

Chissà che ne direbbero, i giovani che in piazza Tahrir chiedono democrazia a costo della vita. Khalid Chaouki è uscito dal gruppo. L'aveva fondata lui, nel 2001, l'associazione Giovani musulmani d'Italia. «Volevo che fosse un ponte un ponte mediatore tra la cultura islamica e l'occidente, tra i padri e i figli della nuova presenza islamica in Italia». Parole d'ordine integrazione, dialogo, confronto. L'Islam moderato che incrocia la cultura italiana, passando attraverso l'incrocio con le altre minoranze, religiose e linguistiche, presenti nel Paese. L'hanno fatto fuori. Porta in faccia perché troppo moderato. Alla faccia di quei giovani che, sull'altra sponda del Mediterraneo dalla Tunisia all'Egitto, la porta l'ha invece aperta a nuove logiche democratiche e di pluralismo.

Il rapporto fra Chaouki e l'associazione era complesso da un po', da quando, nel 2004, lasciò la presidenza denunciando infiltrazioni estremiste, e dopo essersi attirato dure critiche per sue posizioni moderate: «I miei inviti a una condanna più netta al terrorismo, il modello di dialogo che proponevo, nulla andava più bene: l'associazione ha imboccato la via dell'arretratezza. Lasciai la presidenza, ma ritenni fosse mio dovere restare nell'associazione». Ieri l'organo dei garanti, comitato che raggruppa i fondatori dell'associazione, gli ha comunicato di aver votato all'unanimità la sua espulsione. Con comunicazione orale, «perché non hanno avuto neppure il coraggio di metterlo nero su bianco».

Spiega Chaouki: «Pensano di censurare il dissenso e il pluralismo con lo stesso zelo delle peggiori dittature contro le quali stanno combattendo altri giovani arabi e musulmani nell'altra sponda del Mediterraneo. La mia espulsione dall'associazione, che ho contribuito a fondare nel 2001, dimostra quanto sia ancora lunga la strada verso il rispetto dell'altro all'interno di alcune realtà organizzative dell'islam italiano». Di qui l'appello agli altri giovani musulmani affinché prendano le distanze dall'associazione: «È avvilente constatare che le speranze delle seconde generazioni dei musulmani in Italia siano purtroppo così mal riposte. Sono certo che, insieme a me, tanti giovani sapranno esprimere la volontà di cambiamento e la ribellione a metodi così settari e ormai fuori tempo». Khalid, marocchino, 28 anni, in Italia da venti, è stato membro della Consulta dell'Islam creata nel 2006 dall'allora ministro dell'interno Giuseppe Pisanu. Oggi è responsabile immigrazione dei Giovani del Pd. È diventato uno dei simboli di un Islam moderato, integrato, aperto.

Adesso lo hanno «processato come in un tribunale medievale», giudicandolo addirittura «pericoloso, indegno, dannoso, incompatibile con la mia comunità, così mi hanno detto».
Un segnale «tremendo», avverte ora il vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, Daniele Nahum, che registra un «cambio nella direzione politica dell'associazione dei Giovani Musulmani, opposta a quella che portava avanti Khalid». Da anni, avverte Nahum, i Giovani musulmani hanno interrotto il dialogo e praticamente annullato le occasioni di confronto con la comunità ebraica: «Con Khalid presidente abbiamo portato avanti molte iniziative comuni per il dialogo fra i popoli e il ruolo delle minoranze etniche e religiose in Italia. L'espulsione di Khalid, un generale dell'associazione nonché massimo esponente della linea di apertura, è un segnale tremendo e pericoloso». Solidarietà a Chaouki è arrivata anche dal segretario dell'Unione delle Comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), Ahmed Paolantoni.




Powered by ScribeFire.

Una strada intitolata a Sandro Pertini? L'idea è bocciata in Consiglio comunale

Corriere del mezzogiorno


Solo Pd, Lista Greco e Fli votano favore della proposta
Gli altri gruppi si astengono. Avviata in città una raccolta di firme per «rivedere la decisione del Consiglio»



Sandro Pertini
Sandro Pertini


SIRACUSA – Siracusa si divide sull'opportunità di intitolare una strada a Sandro Pertini. Il Consiglio Comunale aveva bocciato il 25 gennaio scorso, con un voto di astensione che equivale al voto contrario, la proposta del consigliere di Sinistra Ecologia Libertà, Ettore Di Giovanni, di intitolare la nuova via aperta tra Largo Cappuccini e via Piave, al «presidente più amato dagli italiani». In quell’occasione avevano votato a favore solo i rappresentanti del Pd, Lista Greco e Futuro e Libertà.


«I consiglieri astenuti non avevano sentito neppure il bisogno di “coprirsi” con una motivazione qualunque – aveva dichiarato un deluso Di Giovanni - non so se perché la proposta veniva da me o per un giudizio negativo o di non opportunità per la figura di un uomo integerrimo, coerente, combattente per la libertà e la giustizia sociale, presidente della Repubblica tra i più amati dagli italiani, la cui vita costituisce esempio luminoso di impegno civile da onorare ed additare ad esempio alle future generazioni e che ritenevo doveroso, anche per la sua lunga frequentazione della nostra città, ricordare nella toponomastica di Siracusa. Confesso di provare, come siracusano», concludeva Di Giovanni», un senso di amara vergogna per questa decisione del Consiglio, che dà il senso del degrado culturale e morale di certa politica e che mi auguro il sindaco e la Commissione toponomastica, ai quali faccio appello, vorranno riscattare».


Ora l’associazione “ArticoloUno” di Siracusa ha avviato una raccolta di firme per una petizione da presentare al Sindaco e al Consiglio comunale, per «rivedere la decisione del Consiglio Comunale ed intitolare così la nuova strada al presidente Sandro Pertini».

Gianfranco Di Martino
07 febbraio 2011




Powered by ScribeFire.

Rinascita dei sapori

La Stampa






Powered by ScribeFire.