domenica 6 febbraio 2011

Egitto: accordo governo-opposizione Suleiman: non avrò il posto di Mubarak

Corriere della sera

Lunghe code davanti alle banche. Hillary Clinton benedice il dialogo. L'appello del Papa


IL CAIRO - Entro marzo sarà costituito un comitato per le riforme costituzionali in Egitto. È questo il principale accordo raggiunto al Cairo tra il vice presidente Omar Suleiman e le opposizioni (Fratelli musulmani, il partito liberale Wafd, Tagammu di sinistra, gruppi di giovani pro-democrazia e da figure indipendenti e uomini di affari). I Fratelli musulmani successivamente hanno rilevato che le riforme proposte dal regime di Hosni Mubarak per uscire della crisi politica sono «insufficienti», e rappresentano solo l'inizio della trattativa: «Se vediamo in futuro che il dialogo non è serio certamente inviteremo il popolo a una nuova rivolta». 

ACCORDO DI MASSIMA -
Si tratterebbe comunque di un accordo di massima tra governo e rappresentanti dei partiti di opposizione per proseguire il dialogo e dare il via alle riforme e per l'applicazione delle promesse fatte dal capo di stato nel suo ultimo video messaggio. In particolare è prevista la fine dello stato d'emergenza, in vigore dal 1981, e il perseguimento dei responsabili degli incidenti e delle violenze dei giorni scorsi. È prevista poi la mancata ricandidatura di Mubarak alle prossime elezioni, la riforma degli articoli 76 e 77 della Costituzione, una riforma delle legge elettorale, il rinvio a giudizio di tutti i politici e funzionari accusati di corruzione e considerati responsabili degli episodi di violenza dei giorni scorsi in Egitto. Per essere certi che l'attuale governo faccia queste riforme, è stata decisa la creazione di una commissione, composta anche da giudici, che studi la fattibilità delle riforme costituzionali. Inoltre il governo si è impegnato ad aprire un ufficio che riceverà i ricorsi di tutti i detenuti politici. È stata deciso anche di concedere la massima libertà a tutti i media e di revocare lo stato d'emergenza. Una commissione, di cui faranno parte anche i gruppi di opposizione, dovrà controllare l'esecuzione di queste riforme.

I POTERI - Nel corso del vertice Suleiman, come riferisce uno dei partecipanti ai colloqui con le opposizioni, ha rifiutato un appello dell'oppositori ad assumere i poteri del presidente Mubarak. L'ex direttore dell'Aiea, Mohammed ElBaradei, non è stato invitato al dialogo tra Suleiman e le opposizioni, dialogo che ha definito «opaco».




BIDEN TELEFONA A SULEIMAN - In precedenza Joe Biden, vice presidente Usa, ha telefonato a Suleiman chiedendo che si realizzino «progressi credibili nei negoziati» con l'opposizione, secondo quanto ha reso noto la Casa Bianca. Anche il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, sostiene il dialogo del governo egiziano con i Fratelli musulmani, anzi afferma che debba essere Suleiman a guidare «un'ordinata transizione». Hillary Clinton spinge per questa soluzione durante i lavori della conferenza per la Sicurezza a Monaco, secondo quanto riporta domenica il Financial Times, sottolineando il desiderio di Washington di vedere il processo di transizione verso la democrazia avanzare «nel modo più ordinato e veloce possibile». La Clinton ha detto che questa transizione politica dovrebbe essere gestita da Suleiman, e non dal presidente Mubarak, suggerendo l'idea che il vice presidente sia effettivamente ora alla guida del Paese.

FRATTINI - Al contrario di quanto vogliono gli americani, il governo italiano, per bocca del ministro degli Esteri Frattini, vuole sì la transizione ma con Mubarak. In Egitto «prima serve la riforma elettorale, poi una nuova Costituzione, poi andare alle urne» a settembre. Così «la transizione sarebbe rapida ma non sarebbe il caos», come invece accadrebbe se il presidente Mubarak andasse «via domani», come qualcuno auspica, ha detto Frattini a l'Intervista di Maria Latella a Skytg24.

IL PAPA - In mattinata giunge anche l'appello del Papa per l'Egitto, dopo l'Angelus: «In questi giorni seguo con attenzione la delicata situazione della cara nazione egiziana. Chiedo a Dio che quella terra, benedetta dalla presenza della Santa Famiglia, ritrovi la tranquillità e la pacifica convivenza, nell'impegno condiviso per il bene comune». È la prima volta che il pontefice parla dell'Egitto da quando sono scoppiate le proteste.

LA PIAZZA - Intanto sono un milione i manifestanti che si sono radunati domenica mattina in piazza Tahrir al Cairo. Lo ha annunciato la tv araba al-Jazeera. Secondo l'emittente qatariota sarebbe stato raggiunto il numero di manifestanti prefissato dagli organizzatori della protesta per quella che è stata battezzata «la domenica dei martiri». La manifestazione è infatti dedicata alle vittime degli scontri dei giorni scorsi tra sostenitori e oppositori di Mubarak. I manifestanti hanno preannunciato altre iniziative analoghe nel corso della prossima settimana, per ottenere le dimissioni del presidente.

MARTIRI - A proposito di martiri, domenica su Youtube è apparso un filmato in cui si vede un giovane sfidare il 2 febbraio disarmato le forze di sicurezza. Si toglie la giacca, qualcuno lo richiama, ma dopo qualche attimo i poliziotti sparano. Il video è stato inserito anche sul sito di al-Jazeera e, secondo alcuni diversi blogger, è la causa dell'arresto di Ayman Mohyeldin, il corrispondente al Cairo della tv del Golfo, arrestato qualche ora dopo aver postato su Twitter un appello a chi sapesse qualcosa di più sul fatto. Al-Jazeera in inglese, inoltre, ha annunciato domenica l'arresto di un altro dei suoi giornalisti - un corrispondente di nazionalità americana - impegnati nel raccontare le manifestazioni al Cairo. Le attvità di al-Jazeera in Egitto sono vietate dal 30 gennaio. Secondo la giornalista Hala Fahmi, ex conduttrice del tg alla Tv di Stato egiziana che ha lasciato per protesta la scorsa settimana, è stato il ministro dell'Informazione, Anas al-Feki, ad aver pagato i provocatori che hanno attaccato i manifestanti in piazza Tahrir.

Redazione online
06 febbraio 2011

Angela Napoli (Fli): «Così Barbareschi ha cambiato il suo voto»

Corriere della sera


«Giovedì ha scelto tasto rosso (voto contrario) e ha scattato una foto, poi però ha premuto il tasto bianco»


CASO RUBY




MILANO - «Barbareschi ha premuto il rosso, cioè contrario al deliberato della Giunta, così come era stato concordato da tutto il Fli. Poi ha messo il telefonino sulla lucetta rossa e ha scattato una foto. Che cinema... quindi ha lasciato il telefonino sopra la lucetta rossa. Ho capito che stava per fare qualcosa e ho toccato il braccio di Buonfiglio, facendogli segno di guardare lì. Alla fine, mentre il presidente Fini stava dicendo "votazione chiusa", Barbareschi ha cambiato premendo il bianco, e dunque votando l'astensione, così come è apparso sul quadro generale d'Aula». Angela Napoli, deputata di Futuro e Libertà e capogruppo di Fli in commissione Antimafia racconta così all'Adnkronos il voto di Luca Barbareschi, giovedì a Montecitorio sulla proposta di restituire gli atti sul caso Ruby alla Procura di Milano.


«RESPONSABILITÀ» - «Quando è apparsa la lucetta bianca sul quadro - aggiunge Napoli - in mezzo a tutti i rossi, dagli scranni in alto alle mie spalle ho sentito gridare dai banchi del mio gruppo: "Chi è stato?". Io ho subito detto: Barbareschi. Perché l'avevo visto. Ma lui mi ha mostrato la foto che aveva sul cellulare. A quel punto gli ho risposto che era uno sciocco». «Il voto - rimarca l'esponente di Fli - è quello che appare sul quadro e viene registrato. Quando ha capito che aveva fatto un'eresia, Barbareschi ha detto "ho sbagliato" ed è andato giù a dirlo agli stenografi. Ma il suo voto non è stato cambiato e non sappiamo se si sia realmente avvicinato a loro e abbia detto qualcosa». «Da venerdì - spiega - non l'ho più sentito. Ammesso che effettivamente abbia voluto scherzare - conclude Angela Napoli - ritengo che questo non sia però il momento di farlo, perché credo che in ogni parlamentare, considerata la situazione politica, debba prevalere il senso di responsabilità». (fonte: Adnkronos)


06 febbraio 2011



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I fari d'America rischiano il declino Per colpa del Gps e dei satelliti

Corriere della sera


Costano e mancano i soldi. In tutto il mondo molti vengono abbandonati, altri come quello di Capo Spartivento, in Sardegna, sono stati convertiti in alberghi


Soldini: follia, quelle luci non sbagliano mai




MILANO - Il giorno in cui, con un raggio ben puntato dentro il nero del Pacifico, dalle pagine di un romanzo di Verne («Il faro in capo al mondo», 1905) Vasquez guidò verso terra la nave militare evitando la fuga dei pirati, nessuno poteva immaginare che mille anni dopo i fari avrebbero rischiato l'estinzione. «E invece è proprio così - ha raccontato alla Cnn Peter Williams, tesoriere della Società mondiale dei Fari -. La crisi economica non guarda in faccia nessuno: i soldi per la salvaguardia degli edifici storici sono sempre meno. Molti dei 10-12 mila fari esistenti nel mondo sono destinati a scomparire». Da quello di Montauck (stato di New York) alla cui ombra seminava il panico lo squalo del film, al Fastnet, lo scoglio al largo delle coste dell'Irlanda che per i marinai è un punto di riferimento più attendibile della bussola; da quello di Capo Horn, la punta più meridionale del Sudamerica, al Low Lighthouse a Burnham-on-Sea, Somerset, uno dei più suggestivi (e fotografati).





SIMBOLI - L'allarme fari va oltre il problema contingente perché nessun altro edificio condensa in sé un valore artistico, un simbolo paesaggistico, un'immagine-icona e un'importante strumento nel campo della navigazione. La tecnologia satellitare e l'uso del Gps in barca hanno reso i fari obsoleti, accelerandone il declino? «È follia solo pensarlo - sbotta il più famoso navigatore solitario italiano, Giovanni Soldini, decine di giri del mondo in cambusa, molte volte rimesso sulla giusta rotta dalla salvifica luce bianca intermittente -. Il Gps può essere spento, per esempio dagli americani durante le guerre, può andare in avaria, è soggetto a manutenzione e ha un margine di errore di un miglio. Il faro non sbaglia mai: è lì da secoli. I miei preferiti? Capo Trafalgar, Stretto di Gibilterra, e Ouessant, sull'Isola all'entrata della Manica. Spegnere i fari significa rinunciare alla libertà di muoversi in autonomia, che è poi l'essenza della vela».




IN ITALIA - Scomparso il principe dei mestieri romantici, il guardiano del faro (l'ultimo in Gran Bretagna è andato in pensione nel '98), ai fari non è restato che riconvertirsi in gran fretta, riciclando struttura e fascino in museo (Kinnaird Head in Scozia), osservatorio di flora e fauna (Farallon Island Light, California), ossario (Tillamook Rock Lighthouse, Oregon), castello delle streghe (Portsmouth Harbor, New Hampshire) o, più banalmente, albergo. In Italia - dove i fari sono una sessantina dal più a nord, Capo dell'Arma in Liguria, regione in cui regna la Lanterna di Genova, alla Sicilia -, il recupero più brillante è riuscito al faro di Capo Spartivento, in Sardegna (operazione decantata anche dal New York Times), il più antico dell'isola, costruzione fatiscente di 19 metri che l'imprenditore cagliaritano Alessio Raggio (nomen omen) ha convertito in resort di lusso. Ottenuto in concessione dal Demanio purché venisse restaurato e valorizzato, vinta l'asta, Raggio ha riportato in vita la sentinella del mare, che rischiava di giacere in condizioni pietose come molti altri. «Non ho aggiunto un solo metro quadrato: ho risanato ciò che già esisteva ricorrendo a materiali locali. E cavalcando, con un impianto di fitodepurazione e l'energia fotovoltaica, la compatibilità ambientale». Non tutti i fari, però, sono fortunati come Spartivento. Chi non è già morto, lotta per sopravvivere, magari solo come arredo di scena (vedi l'epilogo di «Analisi finale») o sfondo di cartolina. E l'ultimo, per favore, non spenga la luce.


Gaia Piccardi
06 febbraio 2011



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Salerno: fidanzatini morti in auto telefonata da cellulare Lory, bara riaperta

Venezia "perde" il Canal Grande: la gestione passa in mano allo Stato

Cerignola, gemelline di 6 anni sparite: il padre aveva lasciato un testamento

Due anni senza Eluana? No, sono 19 Non sentiva, ma le parlavo sempre»

Corriere della sera


Englaro: il mio no era il suo no. Le suore? Un po' crudeli perché non facevano la sua volontà


Se chiedete a Beppino Englaro come ha trascorso questi due anni senza Eluana, vi sentirete rispondere: «Non sono passati due anni, sono passati oltre diciannove anni da quando mia figlia è morta, da quando non abbiamo più potuto metterci in contatto con lei e percepirla». Da manager tecnico-commerciale, ormai, dal 2003, si dedica ad altro: prima ha lottato per «liberare» sua figlia, oggi accoglie le domande della gente che gli chiede di continuare la battaglia per «liberare» gli altri corpi imprigionati in una non morte e non vita senza fine. È stanco, ma non ha intenzione di mollare: conferenze, incontri, dibattiti. Senza pentimenti: «Ho sempre sostenuto che Eluana aveva idee chiare riguardo alla sua vita e in famiglia abbiamo tenuto una posizione univoca nell'assumerci la responsabilità di rispettare la ragazza per come si era espressa. La magistratura ce ne ha dato la possibilità. Non esiste un caso più cristallino. Eluana ha avuto le cure migliori, i medici migliori, l'assistenza migliore: ma era tutto inutile, lei voleva altro e abbiamo rispettato il suo desiderio. Non ci siamo mai sognati di chiedere ai dottori di fare l'impossibile».

Le sue volontà, Eluana le aveva espresse in modo netto di fronte a una tragedia simile a quella che le sarebbe capitata poco dopo: «Eluana aveva visto che dopo mesi e mesi il suo amico Alessandro non aveva ripreso coscienza e considerava una violenza il fatto che non poteva dire di no all'offerta terapeutica. Non ha mai concepito che gli altri disponessero della sua salute». Papà Englaro, per chiarire bene i suoi concetti, fa ricorso spesso e volentieri a due citazioni illustri: «Pulitzer diceva che l'opinione pubblica ben informata è la nostra corte suprema, perché a essa ci si può sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie e gli errori del governo... E aggiungeva: una stampa onesta è lo strumento efficace di un simile appello. E Sciascia diceva: a un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire è l'ultima speranza. Come per Eluana». Mai avuto cedimenti, dunque, su questa linea? «No, mai. Il 16 ottobre 2007 la Corte di cassazione ha dichiarato che né il medico né lo Stato hanno potere sulla salute di un individuo.

Il medico non ha l'obbligo di curare e qualunque tipo di intervento ha bisogno del consenso dell'interessato o di chi per esso. C'è una soluzione: dar voce a se stessi esprimendo i propri convincimenti con chiare disposizioni riguardo ai trattamenti clinici, nominando un delegato che rispetti queste disposizioni. Creare delle condizioni di non morte senza limiti per la medicina è normale: e per molte persone guai se non si mettesse in atto tutto il possibile; mentre altri, come Eluana, lo ritengono inumano, inammissibile, intollerabile». D'accordo, ma non ha mai pensato che Eluana potesse aver cambiato idea sull'argomento? O che magari - avendo la possibilità, per ipotesi, di esprimersi nel suo letto di ospedale - potesse pensarla diversamente? «Come faccio a presumere che ha cambiato idea? Per me valgono gli ultimi convincimenti che ho sentito pronunciare dalle sue labbra».


In un libro, lo scrittore Giulio Mozzi ha proposto alla Chiesa di dichiarare Eluana martire della tecnica. Beppino preferisce metterla in un altro modo: «Eluana è stata vittima sacrificale di meccanismi infernali che prima non erano mai stati messi in discussione». Le discussioni, dopo, ci sono state eccome. Tutti hanno detto la loro: filosofi, scrittori, teologi, medici, editorialisti. Le gerarchie di ogni tipo si sono fatte sentire. Berlusconi arrivò a dire che la ragazza in quello stato avrebbe potuto anche rimanere incinta. Se avesse visto il corpo di Eluana, rispose Englaro, il premier avrebbe parlato diversamente: «Lo confermo. Il giorno prima aveva parlato con il governatore Renzo Tondo e con il senatore Ferruccio Saro, di Udine, che avevano visto mia figlia. Loro hanno illustrato a Berlusconi la situazione di Eluana. Quel che ha dichiarato Berlusconi lo lascio alla sua coscienza».

Se fosse venuto in clinica, che cosa avrebbe visto?
«Non l'ho mai descritto, com'era mia figlia, e non lo dirò. Non riesco. Eluana si era espressa a questo proposito: non sognatevi mai di farmi vedere in quella condizione... Dipendeva in tutto da mani altrui. Era una continua profanazione del suo corpo, che era penetrato di tubi e da cui toglievano... Non mi faccia dire oltre... Per un purosangue tutto ciò sarebbe stato inconcepibile».

Purosangue? Qual è l'immagine ricorrente di Eluana nei pensieri di suo padre?
«Una sola immagine: Eluana era lo splendore della vita e tale rimane. Aveva un sorriso che irradiava splendore. È la persona più splendida che io abbia conosciuto, un purosangue della libertà, incarnava la libertà allo stato puro. Lo dicevano tutti: una creatura straordinaria. Era un vero dono che aveva ricevuto da madre natura». E non c'entrava niente l'educazione che le è venuta dai genitori? «No, noi non abbiamo meriti. Nostra figlia aveva questi doni e noi li abbiamo rispettati. Legga la lettera che ci ha scritto nel Natale 1991, un mese prima dell'incidente: Eluana aveva un'altissima considerazione dei suoi genitori e la cosa era reciproca. A me e a sua madre è bastato rispettarla, non toccarla con un dito, mai cercare di non snaturare una creatura del genere. Guai».

Le cure delle suore misericordine, a Lecco, l'avrebbero snaturata?
«Le suore erano al corrente di tutto, anche se loro si erano già espresse molti anni prima: ce la lasci, ce ne occupiamo noi... Ma noi sapevamo che Eluana non poteva sopportare le mani altrui, neanche quelle misericordiose delle misericordine... Per lei anche le mani dei suoi genitori erano mani altrui». Eppure la dedizione di quelle suore merita gratitudine, al di là del dissenso: «Per molti versi le suore si sono comportate in maniera splendida, non ci si può augurare cure migliori, più misericordia, ma non era questo il problema: avevano visto consumarsi anche la mamma di Eluana accanto al suo letto. Volendola lì con loro, erano state un po' crudeli con Eluana e con sua madre e io invece dovevo difendere mia figlia e mia moglie. Dissi loro: vi sarò grato per tutto ma ricordatevi che non avrò mai il minimo dubbio nel dire "no grazie" alla vostra offerta. Le suore lo sapevano da nove anni che le loro cure erano in contrasto con la volontà di Eluana. Ed Eluana sapeva che sui suoi genitori poteva contare».

Ci vuole molta determinazione per un padre nel portare fino in fondo questi principi. Per sua fortuna o per sua sfortuna, chi lo sa, Beppino Englaro non è credente: «No, no, non lo sono. Ci è mancata molto una persona: io e Eluana avremmo voluto dialogare con padre David Maria Turoldo, che era mio conterraneo e veniva ogni tanto anche a Lecco: sapevamo che la Chiesa gliene aveva fatte di tutti i colori, ma che non per questo lui aveva perso la sua fede. Turoldo era la persona che avremmo voluto incontrare, ma non c'è stato il tempo, era malato e nel febbraio 1992 è morto. Lui ci poteva capire. Avremmo voluto parlare di fede, ma solo con un personaggio di quel livello». Forse papà Beppino non ha mai parlato, come faceva sua moglie, con Eluana, al suo capezzale: «Certo, mi veniva naturale parlarle, ma sapevo di parlare a me stesso».


A proposito di parole, la vicenda di Eluana è diventata quasi un tifo da stadio. C'è chi ha parlato di eutanasia. «Cosa c'entra? Se scopro che ho il cancro non sono obbligato a curarmi, ben sapendo di andare incontro alla morte. In uno stato di diritto devo avere anche questa possibilità: devo rimanere sovrano nel decidere della mia salute. Non si può abbandonare un paziente che vuole essere curato e non si può costringere alla cura un paziente che la rifiuta. E se un medico mi dice: non posso non curarla, ora gli posso benissimo rispondere: non è vero! Ho combattuto quindici anni e nove mesi per poter leggere nero su bianco questa possibilità di dire no per Eluana. E adesso deve valere per qualsiasi altro cittadino che lo desideri. Quel che mi ha dato più fastidio è stato il fatto che la politica alla fine è stata così scomposta di fronte alla sentenza del massimo organo giurisdizionale».


E le campagne etiche e le levate di scudi cattoliche?
«Non mi hanno sfiorato, liberi tutti di fare le loro campagne. Liberissimi. Vadano pure avanti. Io farò lo stesso. La Chiesa ha le sue idee e vanno rispettate. Normalmente dovrebbe agire nel suo recinto, invece ha mancato di rispetto alle istituzioni italiane: la Cassazione non si permetterebbe mai di mettere in discussione il magistero ecclesiastico e la Chiesa invece si è permessa di contestare la magistratura. Comunque, la Chiesa sa di avere il mio rispetto e io credo di non aver avuto il suo». A un certo punto qualcuno ha sostenuto che anche quella di papà Beppino fosse diventata una battaglia ideologica e che forse questioni di questo genere richiedessero approcci più sfumati: «Io ho voluto solo assumermi le mie responsabilità alla luce del sole. Nel mio dna c'è il rispetto di me stesso e il rispetto degli altri. Ho verificato che gli altri non hanno lo stesso rispetto. L'atteggiamento ideologico non è certo il mio. O mi sbaglio?».

Nessun rimpianto ripensando al rapporto con sua figlia?
«Che rimpianti dovrei avere? Il mio lavoro mi portava spesso in viaggio, ma con Eluana ci capivamo ugualmente molto bene».


PAOLO DI STEFANO
06 febbraio 2011




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Un regime cade quando si vota

Il Tempo


L’Italia è una democrazia dove si svolgono libere elezioni. Nell’era berlusconiana Berlusconi è stato sconfitto nell’urna e mandato all’opposizione due volte, eppure la narrazione del Duce Silvio è fortissima e in queste settimane ha accresciuto la sua presenza sui media, nel discorso pubblico dell’antagonismo impegnato.

Quando cade un regime? Ho posto questa domanda al pubblico ieri sera mentre presentavo «L’ultima lettera di Benito», il libro di Pasquale Chessa e Barbara Raggi sul carteggio di Mussolini e la Petacci durante i 600 giorni di Salò. Chessa, autore mondadoriano, uomo di sinistra, antiberlusconiano al titanio, ha capito al volo le mie intenzioni retoriche e da uomo colto e intelligente ha partecipato al gioco di rimandi, paradossi - e fiere contrapposizioni di idee - tra passato e presente, tra Benito e Silvio, tra il Duce e il Cavaliere. Questo gioco intellettuale basato sulla levità e l’ironia mi ha rivelato che l’azzardatissimo parallelismo, è in realtà ben sedimentato nella mente di molti militanti dell’opposizione. E non parlo solo di una certa sinistra radical chic, da sempre innamorata delle proprie fallaci metafore, ma anche di una fetta consistente di persone che non amano i salotti.

Non siamo ovviamente sotto un regime dittatoriale, l’Italia è una democrazia dove si svolgono libere elezioni, nell’era berlusconiana - se la vogliamo definire tale - Berlusconi è stato sconfitto nell’urna e mandato all’opposizione due volte, eppure la narrazione del Duce Silvio è fortissima e in queste settimane ha accresciuto la sua presenza sui media, nel discorso pubblico dell’antagonismo impegnato. Tutto l’intervento di Roberto Saviano ha questo fil rouge. Lo scrittore - il più importante della Mondadori, la casa editrice guidata dalla figlia di Silvio, Marina - fa una premessa che serve a proteggerlo dall’accusa di ridicolo iperbolismo dicendo che la situazione non ha «niente a che vedere con fascismo e comunismo», ma affermando che «l’Italia oggi non è un paese libero» alimenta l’idea del Dittatore, con l’aggravante di non possedere il dono dell’ironia chapliniana.

Torniamo alla domanda: quando cade un regime? Chessa sosteneva che la parabola mussoliniana fu rapida e imprevedibile. Vero. E questo può dunque condurre l'analisi e la costruzione di uno scenario in cui anche Berlusconi è atteso da una lesta uscita dal sistema politico. Ragionamento che ha ovviamente una sua logica e dignità di esistere, ma è tutto da dimostrare perché quella del presidente del Consiglio è ancora una storia in fieri. Nel nostro ritorno al futuro, se guardiamo la situazione presente, se osserviamo con un po' di realismo i pezzi del Risiko, ci accorgiamo che le condizioni di partenza sono estremamente diverse: 1. l'Italia oggi è un Paese ricco, più di quanto raccontino i declinisti a contratto; 2. Berlusconi ha ancora un larghissimo consenso nel Paese; 3. non c'è alcun progetto alternativo al Cavaliere né a destra né a sinistra.

Tutto questo, in condizioni normali, sarebbe più che sufficiente per escludere una caduta rovinosa del Cavaliere e una sua parabola ancora piuttosto lunga, un tramonto rallentato dall'assenza di avversari credibili. Eppure il climax, l'aria che si respira in certi ambienti che pure hanno fatto buone letture, conoscono la politica, ne hanno più che annusato l'aria e hanno consuetudine con il potere, è quello dell'imminente cacciata dal Palazzo, della presa dello scettro da parte di altri gruppi di comando e dell'apertura di una nuova era di felicità post-berlusconiana. Mi sono chiesto: e se fossi io a sbagliare? In fondo i segnali di una prima erosione del consenso sono innegabili, la nascita di gruppi spontanei extraparlamentari è sotto gli occhi di tutti, il Santorismo e il Travaglismo sono fenomeni da non sottovalutare, le analisi con l'accetta di persone di mondo e di indubbia acutezza sono reali e non banali. Si, tutto reale, con l'aggravante di un'arma a doppio taglio: la crescita esponenziale dell'informazione. Tutto questo raccontone sul regime - vero, falso, semi-vero o semi-falso - è amplificato in misura infinita attraverso il sistema del «pervasive computing», la diffusione della rete che ritrasmette e proietta online la brutta novella di un popolo che sarebbe suddito inconsapevole di un satrapo-seduttore.

Una sorta di realtà «twitterata» milioni di volte su televisione, radio, stampa e internet dove - a dispetto di quel che pensano i massmediologi a una dimensione - la vulgata è quella del Cavaliere killer della democrazia. Sarebbe facile liquidare tutto dicendo che ci troviamo di fronte a una colossale balla, ma in realtà qui non dobbiamo dimostrare cosa sia reale e cosa no, dobbiamo invece cercare di capire questo fenomeno di amplificazione e plastica rappresentazione di una condizione che non corrisponde al dato esistente, materiale, di vita quotidiana. Ciò che colpisce in questa proiezione dello spettacolo in eterna prima visione del Caimano sbranatutti, è l'assoluta intangibilità di fronte a fondate obiezioni e ragionamenti. Quella è la Verità e se a spanderla ai quattro angoli del mondo è un totem come Roberto Saviano, allora diventa peccato mortale perfino contestarla.

Si ha ragione a prescindere e dunque non c'è alcun bisogno di aprire un dibattito. Si riempie un Palasport qualsiasi, si riempiono di luce megaschermi, si inondano le case degli italiani con qualche migliaio di militanti riuniti che issano la forca o calano la ghigliottina e il risultato finale - invariabilmente - è che quella è la maggioranza del Paese e dunque il Cavaliere è stracotto. Si tratta di una narrazione che ha effetti pericolosi, perché autorizza gli ingenui a credere che a questo punto contro il Dittatore e i suoi alleati sia consentita qualsiasi azione, compresa quella di sputare addosso a chi cerca di far emergere qualche buona idea a sostegno di una posizione liberale, di pieno rispetto dell'avversario e di decenza e onestà del discorso pubblico. Alla superiorità antropologica della sinistra si è sostituita la certezza antropologica che l'avversario si può abbattere manu militari. Questo tipo di narrazione è altamente tossica e a questo punto, se la ragione continua a dormire, se ne esce solo con un bagno purificatore: le elezioni.




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Il nuovo leader anti-Silvio ha 13 anni

Il Tempo


La sinistra arruola un minorenne. Giovanni infiamma la platea del PalaSharp che chiede a gran voce le dimissioni del Cav. Il ragazzo ruba la scena a Saviano & Co. Eco paragona Berlusconi a Mubarak.


Il 13enne Giovanni alla manifestazione anti-Berlusconi del PalaSharp


Ma quale Saviano, la nuova icona dell’antiberlusconismo militante, di quelli che ieri hanno messo in scena il remake dei girotondi del 2002 (stesso luogo, ma solo 10mila persone contro le 40mila di allora) ha 13 anni e si chiama Giovanni. Già, un minorenne. Perché se il Cavaliere ospita under-18 ad Arcore, gli anti-Silvio preferiscono farli salire su un palco a leggere messaggi politici. E non parlate di «sfruttamento» perché Giovanni, che davanti al microfono e agli applausi non sembra tradire la minima emozione, ci tiene a far sapere che è lì perché intende condividere con la platea «il mio punto di vista riguardo alla situazione politica italiana, soprattutto riguardo a ciò che proviamo noi giovani». «Sto cominciando ad interessarmi di ciò che succede in Italia - prosegue - e quello che vedo mi suscita molte domande».

Quello che segue è un elenco da far impallidire non solo l'autore di Gomorra, ma anche le «gloriose» 10 domande di Repubblica. E non ci sono dubbi sul fatto che queste siano proprio le preoccupazioni che attanagliano un tredicenne italiano. «Perché - esordisce - il presidente del Consiglio si fa i comodi suoi mentre l'Italia è piena di problemi? Perché lui pensa solo a fare festini ad Arcore mentre c'è gente povera e gente come lui che nuota nell'oro? Guardandomi in giro per le vie di Milano vedo una città maltenuta, sporca, inquinata. Perché tutto questo succede? Perché il premier e il governo se ne fregano dell'Italia? Perché ci sono tanti giovani meritevoli senza lavoro e perché il governo non fa nulla per aiutarli? Perché della scuola pubblici ci si occupa solo per tagliare i costi? Perché i modelli dominanti che vengono proposti a noi giovani sono quelli del consumo e dei soldi? Perché le mafie sono ancora così potenti nel nostro Paese e non si fa niente per combatterle?» Quindi una conclusione degna di Bob Dylan: «Ci sono molte domande senza risposta, ma ciò che spero è che con un nuovo governo ci saranno meno domande e più risposte».

L'applauso è scrosciante. C'è anche una standing ovation improvvisata. Giovanni se la gode, forse un po' imbarazzato, ma è lui il vero protagonista della giornata. Anche perché il resto può tranquillamente essere derubricato nella categoria del «già visto». Già visti i 10mila che, con una sola voce, gridano «Dimettiti». Già visto il videomessaggio in cui Oscar Luigi Scalfaro si loda per non aver sciolto le camere nel 1994 e incalza: «Non arrendiamoci mai». Già visto Roberto Saviano che parla di «macchina del fango», «voto di scambio», di «un Paese perbene con una minoranza criminale». Già visto lo scrittore che detta la linea alle opposizioni: «Troppe volte parliamo di ciò che non siamo e che non vogliamo, è arrivato il tempo di parlare di ciò che siamo e che vogliamo. Serve l'unità contro l'aberrazione dei frammenti, contro le rendite di posizione anche di chi si oppone, dobbiamo parlare a tutto il Paese». Già visto pure Umberto Eco che paragona il premier a Mubarak («Credevamo che il nostro presidente del consiglio avesse in comune con lui la nipote, invece ha anche un altro vizietto, quello di non voler dimissionare») e lo bolla come «schizofrenico». Già vista Milva che parla di un Berlusconi «malato» che «dovrebbe curarsi».

Così come Gad Lerner preoccupatissimo perché il «Paese è in pericolo perché solo i despoti non prendono mai in considerazione di fare un passo indietro». Che dire poi del leader della Cgil Susanna Camusso che, mentre la platea invoca lo «sciopero generale», invoca la «giustizia sociale» e punta il dito contro un'Italia che «ha un serio problema di sessualità»? Niente di orginale. Insomma il PalaSharp (nel 2002 si chiamava PalaVobis) mette in mostra la solita sinistra. Che nove anni fa si aggrappava a Nanni Moretti. E che oggi si affida ad un tredicenne. In effetti qualcosa è cambiato.




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Il miracolo della coop rossa: 140 milioni di debiti

di Stefano Filippi



Un altro clamoroso crac nell’Emilia simbolo dell’efficienza democratica: la cooperativa edile Cmr di Argenta, che ereditò le commesse dell’impero di Donigaglia, è a un passo dalla bancarotta. E i 2500 creditori rischiano di non vedere un euro. L'ombra di una mega svendita



 

nostro inviato a Ferrara

Un altro clamoroso crac di una coop rossa. Succede ancora ad Argenta, lo stesso paesone lungo la strada delle vacanze tra Ferrara e Ravenna dove prosperava la Coop Costruttori di Giovanni Donigaglia. La Cmr (Cooperativa muratori riuniti) ha sede in una frazioncina distante 5 chilometri, Filo, dove negli anni ruggenti il Pci era giunto a raccogliere il 78 per cento dei voti. Per arrivare a Filo si attraversa una borgata chiamata Case Selvatiche. Mors tua, vita mea, dice il proverbio. Quando la Costruttori andò in bancarotta, Cmr ne ereditò gran parte dei lavori: anni prima, paradossalmente, proprio Donigaglia l’aveva salvata da una fase critica («per ordine del partito», ammise). Cmr divenne il nuovo fiore all’occhiello dell’edilizia targata Legacoop: con una cordata di coop rosse (la Cmc di Ravenna e la Ccc di Bologna) aveva vinto l’appalto per ricostruire la base Nato all’aeroporto Dal Molin di Vicenza.

Ma uno stesso destino attende i due colossi di Argenta. Il 14 ottobre 2010 l’assemblea della Cmr prende atto di un debito astronomico, 140 milioni di euro, e chiede al tribunale di Ferrara il concordato preventivo. È un modo per pilotare la crisi evitando il fallimento. Cmr ha 174 dipendenti nel settore edile: non molti, perché subappaltava gran parte delle commesse. Ha raccolto 2,4 milioni di euro come prestito sociale, la forma di investimento tipica delle cooperative che garantisce ai soci

 interessi maggiori di quelli bancari ma garanzie assai inferiori: il concordato propone di recuperare un quarto dei debiti, e quindi di restituire tra il 23 e il 26 per cento. Una miseria.
Tra Ravenna e Ferrara non c’è famiglia che non abbia affidato denaro a una delle prime (e all’apparenza più solide) coop edili d’Italia, magari con le rassicurazioni del mondo cooperativo che il crac della Costruttori non si sarebbe ripetuto. Milioni di risparmi in fumo. Centinaia di lavoratori sono in cassa integrazione o sull’orlo del licenziamento. Migliaia di piccole aziende artigiane rischiano la chiusura. È il microcosmo che gravita nella galassia dell’edilizia: muratori, idraulici, elettricisti, l’elenco sarebbe lunghissimo. Sono circa 2.500 i creditori di Cmr. Per loro si prospetta lo stesso dramma che colpì i creditori di Donigaglia (il processo per bancarotta e associazione a delinquere è in corso a Ferrara). Tutta gente che prova sulla pelle e nelle tasche quanto brucia lo slogan «la coop sei tu».

Sono passati soltanto cinque anni da quando Massimo D’Alema difendeva il sistema cooperativo emiliano come «una riserva di etica protestante». Il caso Cmr riapre gli interrogativi. Le coop hanno scopo mutualistico: che fine ha fatto, se i colossi delle costruzioni funzionano come cartelli per acquisire appalti da affidare a imprese minori? Chi tutela i creditori? Chi li informa correttamente, in un contesto blindato come quello che vige in Emilia Romagna? Perché fornitori e risparmiatori non sono stati avvertiti del progressivo dissesto della Cmr? Dov’era Legacoop, che ogni anno ne ha certificato i conti (dal bilancio Cmr 2009 risulta che Legacoop effettuò l’ultima revisione il 19 gennaio 2010)? I suoi vertici hanno promesso di affiancare Cmr, mentre fecero naufragare Coop Costruttori: perché non sono intervenuti prima per tutelare quanto resta del «buon nome» del sistema cooperativo? E come mai hanno tollerato la gestione «familiare» di Cmr, lasciando campo libero alla cricca di dirigenti il cui tracollo sarà pagato dai soliti noti, soci, lavoratori, creditori?

La proposta di concordato valuta l’attivo della Cmr in 61 milioni e mezzo di euro. La stima appare azzardata. Il valore degli immobili (costruiti e da ultimare) è stimato in 16 milioni: ma con il mercato immobiliare in crisi, chi assicura di incassare tutti quei soldi? Stesso discorso per i crediti, 14 milioni e mezzo di euro: se Cmr non è riuscita a sbloccarli finora, con quali garanzie saranno riscossi in futuro? Il resto del patrimonio è costituito da due «asset» particolari: il settore cimiteriale e quello dei porti turistici. Morti e porti. Il più importante è quest’ultimo. Proprio qui bisogna scavare per capire perché una coop fa crac.

E scavando si scoprono coincidenze interessanti. Una gestione familiare della coop, l’opposto della mutualità. Personaggi intoccabili, a differenza di Donigaglia che fu abbandonato al proprio destino. Immobili e partecipazioni societarie del valore di alcuni milioni di euro venduti - anzi, svenduti per quattro soldi - alla vigilia della messa in liquidazione: beni sottratti alla chetichella al patrimonio della coop sui quali soci e creditori non potranno rivalersi. Operazioni a beneficio non della Cmr al collasso, ma di una potente impresa di costruzioni partner di Cmr in parecchie attività, che dunque ha evitato il rischio di trovarsi coinvolta nel dissesto.

Aspetti poco chiari che devono essere approfonditi. Il 25 gennaio si è svolta la prima udienza al tribunale di Ferrara per valutare l’adesione al concordato preventivo proposto da Cmr. Ma il commissario giudiziale, Raffaella Margotti, ha preso altri due mesi di tempo per valutare proprio questi elementi di cui pare avesse ricevuto soltanto informazioni parziali. Prima di Natale è stato presentato un esposto-denuncia al procuratore capo di Ferrara, Rosario Minna: l’autore è Maurizio Bucci, consigliere comunale Pdl a Ravenna. Ma in procura tutto tace.




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Il disprezzo di Saviano

Il Tempo


Lo scrittore non rende buon servigio alla verità scrivendo di complotti.


Roberto Saviano L’incipit è talmente forte da suonare grottesco: «L’Italia oggi non è un Paese libero». Parola di Roberto Saviano. L’ha detto ieri al Palasharp di Milano e l’ha anticipato su "Repubblica". Sarebbe facile obiettare che se così fosse lui non avrebbe la possibilità di scriverlo. In verità, non risulta che sia mai stato coartato. Non rende buon servigio alla verità Saviano, descrivendo complotti inesistenti al puro scopo di gettare ombre sinistre non solo sul governo o sul sistema politico, ma sull’Italia, entità molto più complessa. Dalla sue parole viene fuori una nazione soggiogata dal vizio e dalla brutalità, dove vige il diritto alla pratica del dissenso, da lui pure riconosciuto, ma ha però un prezzo troppo alto: "quello di essere pronti a sottoporsi ai veleni della macchina del fango".

Se anche fosse - e così non è poiché scambiare la lotta politica con l’avvelenamento delle coscienze è una falsificazione, mentre la violenza di certe trasmissioni televisive e l’accanimento di alcuni giornali contro il centrodestra è oggettivamente devastante - Saviano che è molto giovane dovrebbe documentarsi su quanto è costata la libertà che ragazzi innocenti quando lui non era ancora nato o era appena in fasce, cercavano di conquistarsi chiedendo di poter esporre le loro idee così come chiede lui. Non era il fango a ricoprirli, ma il piombo a farli tacere; il piombo dei loro coetanei. E neppure allora si diceva che l’Italia non era un Paese libero. Le parole sono pietre, come sa bene Saviano. E dovrebbe ricordarsene quando sostiene che «sembriamo condannati a dividerci su ogni cosa».

Ma chi ha cominciato questo gioco al massacro? Non certo la parte politica che ha vinto ripetutamente le elezioni per vedersi negati i suffragi ottenuti; anzi costretta a constatare che l’Italia che le aveva consegnato il potere di governare era un’Italia di serie B, inaccettabile, inguardabile, moralmente inferiore. Rientra negli usi e nei costumi delle "democrazie mafiose" stabilire chi può dissentire, chi si deve emarginare culturalmente, chi deve essere umiliato socialmente.

E se accade che un premier indicato dal popolo non bussi alle porte delle oligarchie finanziarie, mediatiche e giudiziarie per concertare la governabilità o contrattare la pace sociale, legittimato soltanto dal popolo a cui deve rispondere, eccolo rappresentare come il nemico che azione la macchina del fango. È dal 1994 che va avanti così. Aveva tredici anni Saviano e forse leggeva ancora i fumetti, comprensibilmente. I giornali sui quali oggi scrive, raccontavano che in Italia erano calati gli Hyksos, che un brianzolo intraprendente aveva sconfitto una portentosa "macchina da guerra" (fabbricata da freschi post-comunisti) con un partito di plastica, che la gente lo aveva votato soltanto perché inebetita dalle sue televisioni. È liberale tutto questo per Saviano? E l’accusa rivolta allo stesso tycoon di aver "sdoganato" nientedimeno che i "fascisti", immettendo nel circuito della democrazia decidente una porzione considerevole di elettori che non dovevano avere rappresentanza, oggi la giudica degna di un paese civile? La retorica del Bene e del Male applicata alla vasta operazione di delegittimazione di chi governa in nome del popolo e non contro il popolo è l’espediente delle oligarchie onnivore che disprezzano i riti della formazione del consenso quando non coincidono con i loro interessi. Se Saviano imparerà a conoscerle, le eviterà.



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De Benedetti padrino di Saviano

di Mario Giordano


Al Palsharp di Milano l'editore di Repubblica tiene a battesimo l'autore di Gomorra davanti alla folla giustizialista che ha dimenticato i suoi guai giudiziari: dal crac del Banco Ambrosiano alle accuse di insider trading e falso in bilancio




Se questo era un battesimo, è tut­to regolare: in prima fila c’era il padrino. Carlo De Benedetti, ap­punto. Proprio come in una per­fetta liturgia secondo il vangelo di Repubblica : il neonato (leader) Roberto Saviano è stato immerso nell’acqua purificatrice, la folla dei fedeli si è inginocchiata, l’In­gegnere ha preso in braccio il suo nuovo figlioccio politico. E davan­ti all’altare del Palasharp ha rin­novato le promesse di fede della chiesa democraticamente corret­ta: «Credi in Dio, padre delle Pro­cure onnipotenti? Credo! Ri­nunci a Satana Berlusconi, al­la Mondadori e alle sue tenta­zioni? Rinuncio! ». La messa è finita, andate e non dategli pa­ce. Così sia.
Alla cerimonia c’erano tut­ti, con gli occhi rossi e il cap­pello in mano: del resto non capita spesso di tenere a bat­tesimo un nuovo leader. Od­dio, a De Benedetti capita piuttosto sovente: l’ultimo è stato Veltroni, ma non è nem­meno arrivato a far la prima comunione, poveretto. Così adesso l’Ingegner padrino ci riprova: punta sull’autore di Gomorra , che è più credibile di Walter, ha più appeal di D’Alema, a differenza di Franceschini sa vendere li­bri, a differenza di Di Pietro conosce la grammatica e piuttosto che dire come Ber­sani «mica possiamo mette­re insieme una scarpa e una ciabatta» si farebbe tagliare la lingua. Date le circostan­ze, è il meglio che la sinistra possa produrre.
Saviano sa di essere nel tempio del Palasharp in ve­ste neocatecumenale, il po­polo viola ha lasciato spazio alle sciarpe bianche. Del re­sto, è noto: il battesimo porta candore. Mani pulite, piazza pulita: il nuovo leader della sinistra giustizialista ci tiene a ripetere più volte che lui ha 30 anni (mica come i vecchi D’Alema e Veltroni)e che vie­ne dal Sud ( contro l’asse nor­dista Berlusconi-Bossi). Nel suo discorso cita tutti, da Go­betti ad Albert Camus, pas­sando per don Milani, Salve­mini, Guicciardini, Falcone, Borsellino, Livatino, Pippo Fava, Giancarlo Siani, Rocco Chinnici e Monicelli. L’uni­co che non cita è il Cavaliere che, come da apposito mani­­festo d’invito, vorrebbe ab­battere, magari passando per un rinnovato piazzale Lo­reto. Dice che «ci vuole un progetto vero», vuole «diver­tirsi a pensare un futuro di­verso per l’Italia» e parla d’amore. Infatti. Appena lui finisce di parlare qualcuno si alza e urla: «Berlusconi ban­dito, devi morire». Amorevol­mente, però.
Che ci volete fare? È il rito necessario per aderire fino in fondo alla religione della sinistra giudici&manette, quella di Repubblica , insom­ma. Finora Saviano era solo un adepto, ora invece viene immerso nella fonte sacra, mentre il padrino gli tiene la mano sulla testa. E lo battez­za leader. Che strano battesi­mo, però: più che di nuova vi­ta, c’è voglia di morte; più che di acqua,c’è voglia di san­gue; più che una fonte, sem­bra un lavacro. «Facile stare lontano dall’agone e sentirsi puro», dice Saviano. Sottinte­so: «Qui ci sentiamo tutti pu­ri, ma non basta. Nell’agone bisogna entrarci. Io lo sta fa­cendo, e per questo sono pronto a rinnovare la mia fe­de nella chiesa ortodossa di rito debenedettiano». Così sia.
In platea, in effetti, si ha l’impressione che si sentano tutti molto puri. E molto du­ri. C’è Umberto Eco che dà dello «schizofrenico» al pre­mier, ma se lo dice lui dev’es­se­re senz’altro una cosa mol­to intelligente. C’è Moni Ova­dia che sembra un Che Gue­vara che ha perso il treno del­la storia. C’è la sinistra del­l’orgoglio cachemire , ci sono gli uomini di spettacolo im­pegnati, da Milva a Gad Ler­ner, Gustavo Zagrebelsky il radical chic con privilegi e au­to blu a domicilio, e poi le fi­glie di Biagi, il figlio di Dalla Chiesa, la figlia di Tobagi, il fratello di De Benedetti, co­gnati, zii e parenti tutti. A pri­ma vista, per completare la fa­miglia del padrino, manca­no solo i figli di Ezio Mauro, i nipoti di Fabio Fazio e i Cugi­ni di Campagna.

In compen­so c’è un bambino di 13 anni, cui hanno fatto recitare la po­esia imparata a memoria. Di­ce cose improbabili e batte i pugni (fuori tempo) senza sa­pere perché. Un’altra idea as­sai intelligente, dev’essere anche questa di Umberto Eco. Comunque si sentono tutti puri. Purissimi. Com’è di­stante la funerea assemblea romana del Pd, con quel cli­ma da estrema unzione. Qui c’è lospirito santo del battesi­mo, con la sacra benedizio­ne dei pm. Qui c’è un bagno di folla purificatore, in attesa del bagno di sangue vendica­tore. E tutti sono candidi co­me la neve, a cominciare dal padrino De Benedetti, sedu­to lì in prima fila, tra Lella Co­sta e Franceschini, finalmen­te senza cravatta e senza Vel­troni. E quel candore dev’es­sere una bella sensazione per lui, che è passato per il Banco Ambrosiano di Calvi, per l’accusa (caduta in pre­scrizione) di tangenti per i computer alle Poste e per l’accusa (patteggiata) di insi­der trading e falso in bilan­cio. Dev’essere una bella e rinnovata sensazione: per questo ama partecipare ai battesimi. E chissà se al suo figlioccio neonato leader, questa volta ha portato in re­galo, come si usa, una cateni­na o un bracciale. O diretta­mente un paio di manette d’oro.



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Il doppio volto di Fini: buonista solo sotto i riflettori

di Redazione


Roma

È un po’ come quel microfono aperto durante il convegno di Pescara nel dicembre del 2009. Allora venne fuori il vero volto di Fini che, ignaro di essere ascoltato, confidava al procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi il suo pensiero sul presidente del Consiglio: «Lui (Berlusconi) confonde la leadership con la monarchia assoluta... Confonde il consenso popolare con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo... magistratura, corte dei Conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento. Ma io gliel’ho detto (a Berlusconi)... Ricordati che ai monarchi assoluti hanno tagliato la testa...». Quello era il vero, genuino, autentico Fini.

Ieri la stessa cosa. A Bologna, in un convegno pubblico sui giovani, il presidente della Camera mette in scena il Fini misurato, elegante, opportuno: «Chi si aspetta chissà quali frontali polemiche con l’attuale governo dall’assemblea costituente di Milano resterà deluso - giura solenne -. Noi siamo altro, guardiamo al di là della punta del naso». Très chic e istituzionalmente galante. Ma patacca.

Peggio: «Non ho alcuna intenzione di rovinare questo convegno parlando di quello di cui quotidianamente si parla. Perciò non pronuncerò nemmeno il nome (di Berlusconi) e da Bologna non ci sarà alcuna invettiva». Ma questo era il Fini con la maschera del politically correct, quello finto, quello un po’ ipocrita e artificiale. Quello più vero ed autentico è quello andato in scena, a porte chiuse, in un precedente incontro con i dirigenti provinciali del Fli. Una giovane coordinatrice futurista gli chiede: «Presidente, proprio di questi tempi di bunga bunga e di tangenti, nonostante io sia laureata e con un impiego fisso e dedichi al partito il 90% del mio tempo libero, c’è chi mi ha rimproverato di essere giovane e politicamente inesperta..., che dico a queste persone?».

E lui, senza maschera come a Pescara: «Meglio giovane e politicamente inesperta, seppure laureata, che vecchio e marpione». Il premier è un vecchio ed è un marpione. Questo quello che pensa Fini del Cavaliere, al di là del discorso di facciata per cui il Fli evita di «sguazzare in qualche modo nello stagno, nel pantano... di tirarsi addosso contumelie reciproche “è colpa tua, no è colpa di quell’altro; ma quando c’eri tu era ancora peggio; vergognati, perché non puoi dare lezione a nessuno”. Spettacolo poco nobile...».
In pratica, se i riflettori sono accesi meglio fare i nobili e parlare di alta politica, di legalità, di banda larga (tanto per dare un contentino al possibile transfuga Barbareschi ndr), di tasse, di federalismo, di «salvarsi dalle macerie della credibilità delle istituzioni», di cultura. Ma quando la luce è spenta o, peggio, si pensa che lo sia, l’insulto va bene.



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Bush annulla viaggio in Svizzera: rischiava l'arresto per torture

Quotidiano.net


Alcuni gruppi in difesa dei diritti umani hanno chiesto alle autorità elvetiche di arrestarlo per aver autorizzato forme di interrogatorio, assimilabili alle torture, sui prigionieri di Guantanamo



Ginevra, 5 febbraio 2011 - L’ex presidente George W. Bush ha annullato un viaggio in Svizzera perchè alcuni gruppi in difesa dei diritti umani hanno chiesto alle autorità elvetiche di arrestarlo. L’accusa è di aver autorizzato forme di interrogatorio assimilabili alle torture come il waterboarding (l’annegamento simulato) sui prigionieri di Guantanamo.
Bush doveva partecipare ad una gala il 12 febbraio organizzato dall’associazione di beneficenza ebraica Keren Hayesod. "Si è evitato le manette", ha dichiarato Reed Brody di Human Rights Watch spiegando che la confederazione elvetica ha ratificato il trattato che mette al bando le torture e quindi l’ex presidente Usa correva seri rischi.





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Svizzera, dimentica di pagare la tassa comunale: agenti le sopprimono il cane

Quotidiano.net


Le autorità municipali di Reconvillier hanno ucciso il cane della signora Marilena Iannotta perchè si era dimenticata di pagare la tassa locale di 50 franchi svizzeri

Reconvillier (Svizzera), 5 febbraio 2011 -


Disavventura in Svizzera per una cittadina italiana. Le autorità municipali di Reconvillier hanno ucciso il cane della signora Marilena Iannotta perchè si era dimenticata di pagare la tassa locale di 50 franchi svizzeri (poco più di 38 euro) per il possesso del suo barboncino di tre anni.
Gli agenti, riferisce il fratello, hanno portato via l’animale e non hanno voluto sentire ragione malgrado la signora si fosse offerta di pagare immediatamente il balzello.




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Fonte : Il disinformatico


Cane “abbattuto” per tassa non pagata, smentita delle autorità 

Svizzera, il cane della signora Iannotta non è stato abbattuto per tassa non pagata. Anche perché la signora Iannotta non esiste


Ho ricevuto poco fa via mail da Pierre-Alain Némitz, segretario municipale di Reconvilier, la seguente smentita delle notizie circolate nei giorni scorsi a proposito dell'abbattimento del cane di una residente italiana di Reconvilier, Marilena Iannotta, in seguito al mancato pagamento della tassa locale sul possesso di cani. La signora Iannotta, spiega Némitz, non esiste, per cui non c'è nessun suo cane da abbattere, quand'anche lo si volesse fare.

Stando a questa categorica smentita, che collima con le dichiarazioni precedenti delle autorità di Reconvilier, i giornali italiani hanno pubblicato dunque una bufala e creato indignazione planetaria sul nulla perché hanno omesso di fare la cosa più semplice e doverosa per chi vuole definirsi giornalista: chiedere direttamente agli interessati, i cui indirizzi di mail e numeri di telefono sono a disposizione sul sito del comune di Reconvilier. Io non ho fatto altro che mandare ieri una mail all'indirizzo del segretario.

Naturalmente se qualcuno è in grado di trovare la fantomatica signora Marilena Iannotta, sentiremo anche la sua versione dei fatti. In mancanza della signora, sarebbe interessante trovare chi ha inventato di sana pianta questa panzana che ha fatto piovere addosso al sindaco di Reconvilier oltre 700 mail di minacce.

Ecco il testo originale della smentita:

Bonjour,

La presse à sensation se saisirait de n'importe quoi même de la plus grosse ânerie. Cela fait vendre et tant pis si cela alimente une polémique ridicule. Cela ne tue pas mais nuit à ceux qui en sont l’objet.

Pour votre pleine information, je vous transmets ci-joint le communiqué émanant du conseil municipal de Reconvilier.

Sa lecture vous orientera pleinement sur ce qui se passe réellement à Reconvilier. Nous ne sommes ni un village d'indiens ni une société primitive avide de sang.

Un grand merci si vous avez l'honnêteté de retransmettre cette information.

Entre parenthèse, il n'existe en notre village personne portant le nom de Iannotta donc pas de chien ni d'abattage. Les journalistes ne peuvent-ils travailler autrement qu’en partant de la plus incertaine rumeur ?

En vous remerciant d’avoir la conscience professionnelle de lire l’avis des autorités communales et de vous y référer pour mettre un terme à une cabale du plus mauvais genre.

Avec nos meilleurs messages.

Pierre-Alain Némitz
Secrétaire municipal

Ed ecco una sua traduzione veloce:


Buongiorno,

La stampa sensazionalista coglierebbe qualunque cosa, persino la più grande stupidaggine. Vende bene, e se alimenta una polemica ridicola, tanto peggio. Non uccide, ma nuoce a coloro che ne sono l'oggetto.

Per sua completa informazione, le allego il comunicato pubblicato dal Consiglio Municipale di Reconvilier. La sua lettura la orienterà pienamente su quanto sta realmente accadendo a Reconvilier. Non siamo né un villaggio d'indiani né una società primitiva avida di sangue.

La ringrazio molto se se avrà la correttezza di ritrasmettere quest'informazione.

Tra parentesi, non esiste nel nostro villaggio nessuno che porti il nome Iannotta e quindi non esistono nessun cane e nessun abbattimento. I giornalisti non possono lavorare diversamente, senza partire dalle dicerie più incerte?

Ringraziandola per avere la coscienza professionale di leggere l'avviso delle autorità comunali e di farvi riferimento per porre fine a una macchinazione del genere peggiore.

Cordiali saluti

Pierre-Alain Némitz
Segretario municipale




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L’operaio della Fiat che diventò il primo Marchionne...

di Stefano Lorenzetto



Riccardo Ruggeri, dall’officina 5 di Mirafiori al vertice di New Holland, nata dalla fusione con Ford. "Ma poi fui mandato in pensione da un funzionario che aveva 6 anni più di me..."



L'umida por­tineria di Torino in cui venne al mondo Riccardo Ruggeri, al numero 9 di piazza Vittorio Veneto, mi­surava 15 metri qua­drati. Il lavandino con l'acqua corrente e il gabinetto erano in cortile. All'ingresso un tavolino con sopra un vaso, dentro il qua­le la portinaia Maria Caterina, la nonna di Ruggeri, sistemava con amorosa simmetria i fiori appassiti scartati dal conte Prato Previ­de, proprietario del palazzo. Oltre il paraven­to, le brandine pieghevoli che venivano aperte solo per la notte. Ci dormivano Carlo, operaio alla Fiat, figlio della portinaia, e sua moglie Brunilde, che sarebbe diventata a sua volta operaia alla Fiat dopo la prematu­ra morte del marito: i genitori di Ruggeri. Ol­tre il tramezzo, la camera di nonno Giovan­ni, operaio alla Fiat, e di nonna Maria Cateri­na, che ben volentieri cedettero il loro letto matrimoniale alla nuora affinché il 6 dicem­bre 1934 potesse partorirvi Riccardo.
Anche Riccardo Ruggeri è stato operaio al­la Fiat. Era il 1953 quando fu assunto nello stabilimento di Mirafiori. Solo che poi ha fat­to carriera, fino a lavorare con Gianni e Um­berto Agnelli. Ha conosciuto il mitico presi­dente Vittorio Valletta e l'ingegner Dante Giacosa, il progettista della 500 e della 600. Ha collaborato con Carlo De Benedetti e Ce­sare Romiti. Ha negoziato con Muammar Gheddafi e Saddam Hussein. Ha ritirato il Queen's Award dalle mani della regina Elisa­­betta d'Inghilterra. Ha consegnato medaglia e pergamena a suo figlio Carlo, principe di Galles, dopo una finale di polo. Ha trascorso piacevoli pomeriggi a Windsor con il princi­pe Filippo, Lady Diana e Camilla Parker Bow­les.
Ha sollecitato l'ingegner Enzo Ferrari a pagargli certe fatture per le vernici rosse dei bolidi di Maranello che erano rimaste ineva­se, ricevendone in cambio un vaticinio: «Lei è destinato a fare una grande carriera, in Fiat o altrove». Ha avuto l'onore d'essere uno dei cinque non americani insigniti della laurea honoris causa in legge nei 140 anni di storia della Loyola University di Chicago.
Ha fatto qualcosa di più, l'operaio Ruggeri Riccardo, fu Carlo, tor­nitore nell'officina 5 di Mirafiori, nominato pri­ma impiegato, poi diri­gente, quindi ammini­­stratore delegato di va­rie società, infine com­ponente del comitato direttivo di Fiat hol­ding, il sancta sancto­r­um presieduto dall'Av­vocato dove venivano prese le decisioni strate­giche del gruppo: nella sua veste di chef executi­ve­officer della New Hol­land, ha macinato utili su utili e mantenuto a galla l'intera baracca.
Ruggeri è stato il Ser­gio Marchionne degli anni Novanta. Ha fatto con i trattori quello che il manager italo-cana­dese sta tentando di fa­re con l'auto. Nel 1991 ha fuso insieme due ra­mi d'azienda virtual­mente falliti: da una par­te Fiat trattori e Fiatal­lis, dall'altra Ford tractors. Un'operazio­ne complessa quanto quella che Marchionne ha condotto su Fiat au­to e Chrysler, perché ne è nato un colosso, New Holland appunto, con 33.000 dipendenti e 21 stabilimenti in quattro continenti, presente con le sue macchine per movimento terra (trattori, mietitrebbie, escavatori) in 140 Paesi del mondo, contro le 48 nazioni in cui sono attualmente vendu­te le auto del marchio torinese.
Quando l'ex operaio si lanciò in quest'av­ventura, New Holland fatturava 2,5 miliardi di dollari.Trascorsi cinque anni,l'aveva por­tata a 6 miliardi con la metà dei dipendenti. Al cambio dell'epoca,fanno quasi 10.000 mi­liardi di lire. Oggi fattura 12 miliardi di dolla­ri. Il coronamento del piano di salvataggio fu la quotazione a Wall Street, dove New Hol­land fu valutata 32 volte il patrimonio netto iniziale. Ma a Ruggeri negarono la gioia di suonare la campanella nel primo giorno di contrattazioni del titolo alla Borsa di New York. Prima del lieto evento, da Torino arri­vò nel suo ufficio di Londra un altissimo fun­zionario. «Mi notificò che, avendo 61 anni compiuti, dovevo andarmene in pensione». L'anonimo collega incaricato di dargli il ben­servito di anni ne aveva 67. Ruggeri si limitò a fargli presente che forse i gerontocrati di corso Marconi avrebbero dovuto se non al­tro affidare per delicatezza l'ambasciata a un missus dominicus meno attempato.
Riccardo Ruggeri non ha mai recriminato. Chiusa l'esperienza di una vita, ha intrapre­so varie attività. Ha creato con nuora e figlio un'industria di moda d'avanguardia che ha lanciato a livello planetario un visionario stili­sta scoperto in California, Rick Owens, oggi celebre per la sua maison di Parigi. Ha scritto tre libri in due anni: Parola di Marchionne , uscito nel marzo 2010, anticipava molte del­le domande che avrebbero intasato le prime pagine dei quotidiani nei mesi successivi. Ha fondato una casa editrice, battezzata Granto­rino in omaggio alla squadra del Toro di Va­le­ntino Mazzola e al modello di auto idolatra­to da Clint Eastwood nell'omonimo film.
Ac­collandosi i costi vivi per produrre i libri, Rug­geri devolve i ricavi a un'organizzazione cri­stiana creata da Pierre Tami, un ex pilota della Swissair che ha tolto dal­la strada 3.000 prostitu­te e le ha trasformate in operaie nella più impor­tante azienda di cate­ring della Cambogia.
Però gli leggi negli oc­chi che la Fiat resta il suo grande amore, anche se ne è fuori da 15 anni. E infatti ci ha investito co­me azionista. «Nella te­sta sono rimasto quello che ero: un operaio. Niente fumo, niente dro­ghe, niente superalcoli­ci. Mai stato sul lettino dell'analista.
Mai fre­quentato centri benesse­re, anche perché non possiedo un accappa­toio. Per muovermi in città uso le gambe o i ta­xi. Amo la stessa donna, Lilli, da 50 anni: a mag­gi­o festeggeremo le noz­ze d'oro. Ho due figli, Lu­ca, 48 anni, e Fabio, 46, anche loro con una mo­glie sola, e quattro nipoti­ni che adoro. Non vedo i talk show politico-gossi­pari in Tv. Come ogni eu­roamericano di buon­senso, voto di volta in volta per il meno peggio. È già tanto che non sia di­ventato comunista».
Ha corso questo ri­schio?
«Fin dalla nascita. Mio nonno lo era. Gli ami­ci lo chiamavano Stalin. Nel portafoglio, che usava solo la domenica, teneva un santino di Baffone in alta uniforme. Mi ripeteva fino alla noia che Stalin in russo significa acciaio e non a caso lui alle Ferriere Fiat era addetto all'altoforno 5, quello degli acciai speciali. Nel 1962 investii i miei pochi risparmi in uno dei primi viaggi turistici a Mosca. Ero curioso di capire se avesse ragione il nonno, che considerava l'Urss il paradiso in terra, oppure mio padre, che da buon socialista de­finiva nazicomunismo la dittatura sovietica del proletariato. Entrambi erano morti nel 1947 e non si erano mai mossi da Torino. Viaggiai su uno scassato quadrimotore Ilyu­shin. Mi ci volle poco per capire che aveva ragione mio padre».

E la mamma?
«Era di Aulla, provincia di Massa e Carrara, dove pianti fagioli e crescono anarchici. Quindi anarchica. Invece mia nonna strave­deva per don Luigi Sturzo. Eravamo tutti an­­tifascisti, ma soprattutto ci volevamo bene. È sempre stata questa la mia forza. Insieme con la portineria».

In che senso?
«Nella portineria ho avuto una scuola di vita. Ci passavano persone d'ogni tipo:ne ho viste più di qualsiasi altro bambino della mia età. Era uno spaccato sociologico senza pari, un libro aperto. A pianterreno, i portinai: la mas­sima povertà, vivevamo come gli immigrati extracomunitari di oggi. All'ammezzato, le basse professioni: l'infermiera che faceva le punture, la modista, la levatrice. Al piano no­bile, il conte Prato Previde con la signora con­­tessa: gli unici che potevano usare l'ascenso­re. Al quarto piano, i figli già adulti del conte. Nelle soffitte, la servitù del conte e i miniap­­partamenti affittati agli studenti universitari, figli di latifondisti amici del conte, che venivano dalla provincia per stu­diare a Torino». 
Ha dimenticato il ter­zo piano.
«L'ho tenuto per ultimo perché merita una trat­tazione a parte. Era il piano del grande profes­sionista. Ospitava stu­dio e abitazione dell'ar­chitetto Ettore Sottsass senior. Il figlio Ettore Sottsass junior, neolau­reato pure lui in archi­tettura e antipaticissi­mo, pretendeva che lo chiamassi "signorino". Faceva battute su di me, rideva sguaiatamente. Mi trattava come un ser­vo ed era pacifico che ta­le mi riteneva. Visto il via vai di donnine alle­gre quando suo padre non era in casa, mia nonna diceva che sareb­be­morto giovane di sifi­lide. Mai profezia si rive­lò più fallace: diventò un designer osannato dalla critica, sposò la scrittrice Fernanda Pi­vano e cessò di vivere nel 2007 a 91 anni».

Per un figlio di pove­ra gente, a quel tem­po diventare operaio era una scelta o un de­stino ineluttabile?
«La seconda che ha det­to. Fin da bambino mi sono allenato alla disci­plina della scarsità. Non ho mai pensato di poter diventare null'altro che questo». 
Oggi se mio figlio venisse a dirmi che vuol fare l'operaio, mi piglierebbe un colpo.
«Gli operai della Fiat erano l'élite del proleta­riato, guadagnavano quasi il doppio di un tranviere. Vigeva la meritocrazia. Un addet­to alla catena di montaggio poteva far carrie­ra. Mio padre conosceva il francese perché era nato ad Apt, in Provenza, aveva studiato per conto suo l'inglese, leggeva tantissimo. A un certo punto fu promosso da operaio a impiegato. Poi, siccome rifiutò la tessera del Partito nazionale fascista, fu degradato e tor­nò a fare l'operaio. Caduto il regime, si vide affidare il ruolo di capufficio da un collega che lo aveva preso in simpatia, Eugenio Su­lotto, un comunista diventato il dominus del Lingotto dopo la Liberazione e in seguito eletto deputato del Pci. Passato qualche me­se, Sulotto pretendeva che mio padre s'iscri­vesse al partito di Togliatti. Papà si oppose e venne di nuovo retrocesso. A 40 anni fu stroncato da una cardiopatia».

Lei in che modo fu assunto alla Fiat?
«È come se la vita di mio padre, alla sua mor­te, fosse confluita nella mia. Spirò il 24 dicem­bre del 1947. Alle 9 di mattina del giorno di Natale sentimmo bussare alla porta. Pensa­vamo che fosse il necroforo. Invece entrò Ma­ria Rubiolo, potentissima responsabile della comunicazione Fiat e stretta collaboratrice di Valletta. Accarezzò la salma, sostò in pre­ghiera, poi chiese a mia madre: "Che cosa pensa di fare?". La mamma, stordita, non seppe rispondere. Allora la Rubiolo le disse: "Se vuole, lei è assunta in Fiat. Il 7 gennaio, alle 8, si presenti all'ingegner Perosino". E la vuol sapere una cosa? Quando mia madre è morta, ho trovato fra le carte il suo libretto di lavoro e sopra c'era scritto: "Assunta il 25 di­cembre 1947".
Capisce? Per la Rubiolo era entra­ta in azienda il giorno di Natale, quando le aveva offerto il posto. Questa era la Fiat di Valletta. La Rubiolo partecipò al fu­nerale, che fu celebrato a spese dell'azienda pre­senti due commessi in alta uniforme, diede l'ordine di raddoppiare la liquidazione di mio padre e ne destinò una parte a me, che avevo so­lo 13 anni, nominando un tutore fino alla mag­giore età. Il giorno in cui compii 21 anni, telefo­narono dalla Fiat: "Ven­ga a ritirare i suoi soldi". Erano 600.000 lire, 11 miei stipendi. Evidente­mente li avevano inve­stiti bene e fatti fruttare. Tre anni prima la Rubio­lo mi aveva assunto, " in­tanto come operaio", disse, "poi si vedrà, nel frattempo studia mol­to". Seguii alla lettera il suo consiglio, diplo­mandomi perito tecni­co alle scuole serali».

Come riuscì a far car­riera?
«Dopo alcuni anni da operaio, fui promosso impiegato alla progetta­zione motori. Ma stavo sulle balle ai capi per­ché andavo a chiedergli in continuazione lavo­ro, non sopportavo di stare con le mani in mano. Ero il loro incubo, per 20 anni mi hanno spostato da un ufficio all'altro. Un'esperienza unica per capire co­me funziona una grande azienda. Il diretto­re generale Gian Mario Rossignolo mi chiese di preparargli un piano di ristrutturazione or­ganizzativa. Glielo consegnai il venerdì sera. La domenica mattina mi convocò a casa sua: "Lo tenga per sé: il nuovo amministratore de­­legato, Carlo De Benedetti, mi ha licenzia­to".
Il lunedì alle 8 arrivò in azienda De Bene­­detti, che riunì i capi e annunciò: "Io ho com­prato il 7% della Fiat. Non concepisco che una persona faccia il manager in un'azienda senza esserne azionista. Qui chi si occupa di personale e organizzazione?". Alzai la ma­no. " Bene. Tutte le persone dello staff le collo­chi nelle varie società oppure le licenzi. E si ricordi che un coglione resta un coglione ovunque lo piazzi. Poi spenga la luce e si cer­chi un altro lavoro". Avrà anche avuto il pelo sullo stomaco, però mi fece comprendere una verità fondamentale: i costi sono più im­portanti dei ricavi. Rimasi con De Benedetti nei 100 giorni che trascorse in Fiat prima d'essere bruscamente messo alla porta dal­l'Avvocato. Per me fu un master breve».

E dopo?
«Diventai amministratore delegato di alcu­ne aziende del gruppo che andavano male. Una stagione fortunata, perché nessuno vie­ne a dirti che cosa devi o non devi fare, puoi applicare qualsiasi terapia d'urto e rispondi solo del risultato finale. Ero libero, un im­prenditore vero, trattavo le società come se fossero mie. La prima fu l'Ivi, l'Industria ver­nici italiane di Milano. Poi per sette anni so­no stato presidente del consorzio Fiat-Oto Melara. Ho venduto carri armati e blindati in mezzo mondo, commesse da 300 milioni di dollari al colpo. Uno dei miei interlocuto­ri era l'ammiraglio Fulvio Martini, capo del Sismi, il servizio segreto militare.
Diventam­mo amici. Un Natale pasteggiammo con il caviale e la vodka che gli mandava in dono da Mosca il suo omologo del Kgb, Vladimir Kryuchkov,ritenutodalla Cia l'organizzato­r­e del golpe contro il presidente Mikhail Gor­baciov, fallito nel 1991. Al ritorno dal Medio Oriente, io riferivo a Martini dei rapporti commerciali con l'Irak, in guerra con l'Iran, però avevo la netta sensazione che già li co­noscesse. Una sera mi confessò: "Il mio è un mestiere talmente sporco che può farlo solo un gentiluomo"». 
Non che il suo, piazzista di strumenti per uccidere, fosse più pulito.
«Se si fanno le guerre, ci vogliono le armi. L'ideale sarebbe non fare le guerre. Ma l'Ita­lia non è la Svizzera, dove ogni cittadino si tiene il fucile appeso al muro per difendere al massimo la propria casa. Comunque non ho mai venduto mine antiuomo, se la cosa può interessarle.L'avrei considerata un'atti­vità immorale».

Che fece per tramutare in profitti le per­dite di Fiat e Ford nel ramo trattori?
«Due cose che all'inizio ha fatto anche Mar­chionne. Tagliai le fasce alte del manage­ment, quelle che portavano a casa ricchi sti­pendi; un disboscamento complicato dalle legislazioni dei 12 Paesi in cui operava New Holland, ma compiuto nel rispetto delle rego­le e con molti incentivi all'esodo. Poi elimi­nai i livelli gerarchici intermedi. Di 33.000 di­pendenti, ne restarono 17.000. Non convoca­vo mai un manager nel mio ufficio di Londra per parlargli: fra voli, soggiorno in hotel e in­dennità varie mi sarebbe costato un patrimo­nio. Il 12 di ogni mese registravo in italiano una videocassetta per illustrare risultati e prospettive, sottotitolata in inglese, france­se, fiammingo e portoghese. Durava 12 minu­ti, limite oltre il quale l'attenzione decade. Nel pomeriggio il filmato veniva spedito in 140 Paesi dall'aeroporto di Heathrow».

Il nome New Holland chi lo scelse?
«Io. Avevo a disposizione 20 marchi. Preferii il nome di questa cittadina della contea di Lancaster, in Pennsylvania, dove fu inventa­ta la mietitrebbia e girato Il testimone , il film con Harrison Ford. Ci vive la comunità degli amish, quelli che rifiutano la modernità, in­clusa l'irrigazione artificiale, e infatti s'inse­diano solo in regioni dove sia assicurato il ciclo naturale della pioggia. Si muovono col calesse e non usano il trattore».

Alla fine perché fu costretto ad andarse­ne, nonostante i brillanti risultati conse­guiti?
«Colpa mia. Eccesso di successo. Le grandi burocrazie, e la Fiat lo è, non tollerano i di­versi. Quattro mesi prima che mi cacciasse­ro, capii che volevano farlo ma non sapeva­no come dirmelo, visto che ero l'unico a por­tare ricchi utili a Torino. Così andai a trovare Umberto Agnelli, col quale avevo un rappor­to straordinario; fral'altro suo figlio Giovan­nino era stato compagno di scuola dei miei figli al collegio San Giuseppe. Ormai non contava più nulla. Fu schietto, com'era suo costume: "Le voci che girano sono vere. So­no curioso di vedere che modo escogiteran­no per estrometterti". Scelsero il più banale: i raggiunti limiti d'età. Un espediente da bu­rocrati.

Be', non hanno mai saputo il favore che mi hanno fatto. È come se m'avessero regalato una nuova vita. Mi sono messo a lavorare come consulente internazionale. E quando il 30 marzo 2009 ho visto in diretta tv il presidente Barack Obama che nel Rose Garden della Casa Bianca insediava Sergio Marchionne al vertice della Chrysler, mi so­no detto: compro! Ho deciso di scommette­re sull'avventura americana del Lingotto, in­vestendo in titoli Fiat ed Exor e pubblicando un libro. Il mio banale tenore di vita, fatto di lettura, scrittura e lavoro, mi consente di non essere ricattabile neppure da me stes­so. Invece troppi manager s'impongono un train de vie che non possono permettersi e finiscono per essere ricattati da mogli, se­conde mogli, figli, amanti».

Che cosa rappresenta la Fiat per l'Italia?
«Oggi molto poco.Ha perso l'auradi sacrali­tà che la circondava. La Fiat era l'Arma dei carabinieri senza la divisa».

Perché la maggioranza degli italiani ha sempre perdonato a Gianni Agnelli ciò che non perdona a Silvio Berlusconi, a cominciare dalla ricchezza?
«Non è che gli perdonassero i suoi difetti. Semplicemente non li conoscevano, perché la stampa mai avrebbe osato intromettersi nella sua vita privata. Dicono che François Mitterrand avesse sette amanti e una figlia naturale, Mazarine, della cui esistenza i fran­cesi seppero soltanto dopo che il presidente francese era morto. John Fitzgerald Kenne­dy, Mitterrand, Agnelli si comportavano a casa propria come Berlusconi e come tutti i potenti, però, a differenza del Cavaliere, go­devano della compiacenza dei giornali. Ho sempre avuto un'altissima considerazione dell'ufficio stampa Fiat».

Se Giovannino Agnelli, il figlio di Umber­to, non fosse morto prematuramente, pensa che le sorti della Fiat sarebbero state diverse?
«Detto in tutta onestà, no. Avrebbe scontato anche lui il grande errore strategico com­messo alla fine degli anni Ottanta, quando non si fece l'accordo con la Ford, e non solo per colpa di Enrico Cuccia, patron di Medio­banca, e venne cacciato l'amministratore delegato Vittorio Ghidella che lo caldeggia­va. Il declino inarrestabile dell'auto è comin­ciato da lì».

Per quale motivo sul nuovo accordo si­glato da Cisl e Uil, ma non dalla Cgil, è stata combattuta una mezza guerra di re­ligione?
«Non l'ho capito. Non intacca i diritti fonda­mentali: basta la legge a difendere quelli. L'intesa di Mirafiori comprende due parti. Il preambolo è stato scrit­to in sindacalese da qualcuno che deve aver frequentato la scuola quadri del Pci alle Frat­tocchie.
La polpa è negli allegati, specialmente il numero 7 sul sistema Er­go Uas, che rivaluta la fi­gura del cronometrista, quello che ai miei tempi chiamavamo "cronu", il kapò dell'officina 5. In sostanza definisce la du­rata di ogni operazione. Ma anche qui niente di nuovo sotto il sole: ci si avvale del metodo Toyo­ta sull'ergonomia, che riduce al minimo i movi­menti del busto, cosic­ché l'operaio si stanchi di meno e produca di più. Negli Usa si lavora in quel modo ed è pacifi­co che a Marchionne non sarebbero state per­donate difformità fra Chrysler e Fiat».

Lo scarto di voti a fa­vore dell'accordo è ri­sultato
minimo: ap­pena 410.
«Nei referendum si vin­ce e si perde per un vo­to ».

La sua vita da opera­io com'era?
«Normale. Entravo in fabbrica alle 8 e uscivo alle 18. Nove ore di tur­no, con un'ora di pausa per il pranzo. Si lavora­va anche il sabato, fino alle 13. T'infilavi la tuta e il caposquadra ti assegnava le mansioni. Nessuna nevrosi. Gli unici momenti di frizione si registravano in mensa: noi tifosi del Toro non volevamo juventini al nostro tavolo».

Luigi Arisio, il caporeparto che guidò la marcia dei 40.000, mi ha raccontato che alle catene di montaggio della carrozze­ria di Riv­alta molti operai giocavano a da­ma utilizzando come pedine le rosette ca­dmiate e i dadi esagonali oppure frigge­vano scampi e calamaretti su fornellini elettrici costruiti con materiale della Fiat in orario di lavoro.
«Sta parlando della Fiat infiltrata dalle Briga­te rosse. Negli anni Cinquanta vigeva una di­sciplina ferrea. Non si scherzava».

Ma a che servono straordinari e turni flessibili previsti dal nuovo accordo se l'anno scorso le immatricolazioni sono calate del 17% rispetto al 2009?
«Sono stato a cena con un amico giappone­se, grande manager automotive negli anni Novanta.Mi ha detto: "Riccardo,che fortuna abbiamo avuto! Siamo vissuti in un'epoca in cui le auto dovevamo solo produrle. I clienti le compravano, non chiedevano sconti, anzi davano forti anticipi per averle sei mesi do­po. Ora invece il problema non è più produr­le, ma venderle. Sono stupefatto di come vi concentriate ancora sui movimenti degli arti del­l'operaio anziché sul cervello degli uomini della progettazione e del marketing, sulla qua­lità della rete commer­ciale, sull'effettivo valo­re dei supermanager"».

Marchionne pensa di arrivare a 6 milio­ni di vetture l'anno fra Usa e Italia, quasi il doppio degli attuali volumi di produzio­ne di Fiat e Chrysler. Secondo molti osser­vatori è un bluff.
«Per un investitore co­me me Marchionne è un mito, almeno fino a che il valore dei titoli cresce».

Il Fatto Quotidiano ha scritto che «nel bel mezzo della battaglia di Mirafiori, tra un viaggio in America e una dichiarazione al­la stampa, Sergio Marchionne ha trova­to il modo di farsi un regalo di Natale. Un regalo in azioni che vale quasi 300.000 eu­ro. Azioni Fiat? No, Philip Morris». Quin­di Ruggeri investe nel­la Fiat, Marchionne no. Strano.
«Ma lui è un fumatore accanito. Scherzi a par­te, anche Cesare Romiti ha sempre sostenu­to di non aver mai investito nella Fiat, né da amministratore delegato né da presidente. Neppure io lo facevo, quando ci lavoravo».

Secondo il sito Dagospia «non è la Fiat che va a Detroit, ma è la Chrysler che si mangerà la Fiat, facendo diventare Tori­no simile a Detroit, dove regna l'automo­bile e il numero dei barboni è superiore a quello degli operai».
«Se nei forzieri della casa automobilistica americana ci sono 8 miliardi di dollari e Oba­ma ha detto che non si possono portare via dagli Usa, è probabile un'incorporazione della Fiat in Chrysler. Ma si tratta di un fatto tecnico, non qualitativo».

Roberto D'Agostino l'ha ribattezzato Marpionne. E tale Bankomat sul sito non ci è andato leggero: «Marchionne fareb­be meglio a darsi meno arie e comprarsi una giacca. E meditare su qualche nume­ro, anziché far meditare noi sui suoi mo­delli socio- culturali. Un milione e mezzo di auto prodotte in Francia nei primi no­ve mesi del 2010. In Germania 4,1 milio­ni circa, oltre 930.000 in Gran Bretagna e 1,4 milioni in Spagna. Solo 444.000 in Ita­lia. Parliamo di fior di Paesi europei che, in un anno certo non di grande boom, hanno prodotto in ca­sa loro un'enorme quantità di auto, con leggi civili e costi eu­ropei ».
«Marchionne una ri­sposta l'ha data: "Non lancio sul mercato nuo­vi modelli fintantoché perdura la crisi econo­mica". Gli si può crede­re o no. Ma io i giudizi sui manager sono abi­tuato a darli solo a po­steriori ».

Sia sincero: l'econo­mia come sta andan­do?
«Male. Non mi bevo i di­scorsi di Obama, sugge­ritigli da banchieri a lui adiacenti mentre è co­stretto a piatire l'aiuto dei cinesi. Non si può comprendere la crisi se non si studia il Quattro­cento italiano e la storia dei Medici. Cosimo il Vecchio capì che per di­ve­ntare un grande ban­chiere non v'è nulla di meglio che operare di nascosto, corrompere gli intelletti, giocare di rimessa. Questa intui­zione ne implica un'al­tra: l'economia si muo­ve per bolle successive.

Il cinico deve sfruttare la fase di creazione del­la bolla e trarre benefici dai disastri conseguen­ti al suo scoppio. Dopo Cosimo, il primo ban­chiere degno di tale nome fu John Law, un assassino e un giocatore d'azzardo. Si rivelò il più grande genio finanziario dell'epoca,fi­no a raggiungere il ruolo di controllore gene­rale delle finanze di Luigi XIV, il Re Sole. Fu lui a inventare nel 1717 la prima bolla finan­ziaria, quella della Compagnia del Mississip­pi. Per capire che cosa significò per i rispar­miatori, basta consultare le tavole allegori­che alla History New Orleans collection: ri­traggono investitori impazziti, nudi dalla cintola in giù, che a Parigi invadono le stra­de adiacenti a rue Saint-Denis e rue Saint­Martin, dov'era ubicata la sede centrale; mangiano monete d'oro e defecano azioni della Compagnia del Mississippi. Non è che da allora sia cambiato molto».

Mi dipinge proprio un bel quadretto.
«Siamo in balia di un establishment euroa­mericano guidato da mediocri. Ai vertici di istituzioni e imprese siedono politici, funzio­nari e manager fatti con lo stampino. Inutile combatterli: quelli che vengono dopo sono uguali, se non peggiori. Studiano tutti nelle stesse università, parlano tutti perfettamen­te l'inglese, hanno tutti frequentato un ma­ster, sono tutti telegenici, rilasciano tutti alti­sonanti interviste. Ma è solo fuffa: nelle loro aziende le cose vanno male. Perché i cinesi avanzano? Perché fanno quello che faceva­mo noi negli anni Cinquanta: lavorano di più, consumano di meno e investono. Noi invece consumiamo di più, lavoriamo di me­no e non investiamo. Ergo, ci stiamo man­giando il patrimonio. Conosco un solo mo­do per fare sviluppo: si prendono dei mate­riali grezzi e ci si mette dentro il lavoro per ricavarne prodotti finiti. È questo il valore aggiunto. L'Occidente invece ha pensato di arricchirsi all'infinito sulle commissioni bancarie. Lei sa che cos'è l'Ice Trust?».

Mi coglie impreparato.
«È un club di New York formato da appena nove persone. Rappresentano le grandi ban­che d'affari. Si riuniscono il terzo mercoledì di ogni mese, in luoghi diversi, comunque sempre nel distretto finanziario di Manhat­tan. Secondo il ministero della Giustizia ame­ricano, gestiscono il mercato mondiale dei derivati con "metodi non pubblici", per dirla nel linguaggio esoterico degli obamiani».

Il mercato mondiale dei titoli spazzatu­ra.
«Titoli che possono diventare spazzatura, sì. I derivati ammontano a 300 trilioni di dol­lari. Un trilione equivale a 1.000 miliardi di dollari. Questi nove signori non sono dei Re Mida, bensì intermediari che gestiscono masse di denaro altrui applicando però con spietatezza regole loro. È la setta, neppure tanto segreta, che governa il mondo, anche se lascia il potere formale agli Obama, alle Merkel, ai Cameron e ai Sarkozy».

Oggi lei tiene una rubrica fissa su Italia Oggi e scrive libri con titoli da confessore
d'anime, tipo
La seduzione del potere .
«Il potere è la droga delle aziende. Io ammiro i grandi uomini di potere quando si pongono al di sopra dei fatti contingenti. Prenda Win­ston Churchill o Charles de Gaulle: volevano che il loro mondo andasse in una certa direzione e ce l'hanno fatto andare. Non gl'interessava nul­la del denaro. Vittorio Valletta in Fiat aveva un compenso equo, lasciò tutto in eredità al centro per la cura dei tumori in­titolato alla sua unica fi­glia, Fede, morta di can­cro nel 1957. Finché non vi sono entrato, credevo che le segrete stanze del potere fossero santuari in cui si concepivano grandi disegni strategi­ci. Invece ho scoperto che non vi accadeva nul­la di diverso da ciò che si vede negli uffici: capaci e incapaci, onesti e ruf­fiani, intelligenti e creti­ni. La varia umanità».

Mi sta dicendo che neppure i potenti so­no attrezzati a preve­dere dove andremo a finire?
«È così, basta ascoltare le parole oscene che pro­nunciano, tipo exit stra­tegy , intesa come via d'uscita da ciò che non ci piace. Un'espressio­ne sconvolgente, che to­glie qualsiasi speranza ai giovani. Non mi pren­da per un guru. Sono un uomo comune, un ope­raio di successo, un non­no­che si preoccupa del­l'avvenire dei suoi nipoti. Ho accettato di vi­vere negli interstizi di questo sistema che in­tellettualmente disprezzo ma che permette una grande libertà. Per fortuna le portinerie di Torino pullulano ancora di tanti Ruggeri che studiano per avere un domani. Sono gli immigrati. Il futuro è in San Salvario, non sul­la collina dove i potenti sono in progressiva evaporazione. Quelli che abitano alla Crocet­ta faranno la fine del conte Prato Previde».

(529. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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