giovedì 3 febbraio 2011

Annullati arresti per Luigi Moccia Tornerà nella casa ai Parioli?

Quattro clic e duecento euro, ecco i certificati online»

Corriere della sera

Due giorni nell'ambulatorio di un medico di base: il blocco, poi il via. «Il call center non funzionava: ho rinunciato perché c'erano dieci pazienti in attesa»


«se il sistema funziona, bastano pochi attimi. Ma le sanzioni sono severe»




ROMA - «Lo ammetto: ho violato la legge...». Giulio Nati, 54 anni, sorride: fa il medico di famiglia da oltre 20 anni con una specializzazione in Endocrinologia. Lo studio è a Roma, in via Giovanni Schiaparelli, quartiere Parioli: centinaia di malati, più anziani che giovani, visitati e curati ogni settimana con impegno, passione e cervello. Da molto tempo, infatti, con il computer cataloga gli assistiti e registra in una database patologie e cure. «Sono sempre stato favorevole alle nuove tecnologie - ricorda -. Il primo software per gestire i malati l'ho creato io stesso». Martedì il dottor Nati ha compilato due certificati di malattia cartacei e li ha consegnati a suoi pazienti: da due giorni, però, è entrata in vigore la Riforma Brunetta che impone ai camici bianchi di inviare certificati di malattia online. Mercoledì, invece, per 4 volte la certificazione su Internet ha funzionato alla perfezione.

CALL CENTER - «Martedì pomeriggio il sito era fuori uso e dopo aver provato per mezz'ora a chiamare il call center, ci ho rinunciato - spiega in una breve pausa del suo lavoro -. Avevo più di dieci malati nella sala d'attesa. Non potevo perdere altro tempo». I pazienti sono stati comprensivi. Per evitare brutte sorprese, il medico ha deciso di scrivere sui certificati che la registrazione sul web era inutilizzabile. Poi, però, ha pensato che sarebbe stato meglio procurarsi qualche prova e ha stampato la pagina del sito sulla quale c'era scritto che il sistema era bloccato.

Nella stanza usata per le visite, da una parte c'è la lettiga dietro un separé e dall'altra la scrivania con un computer, circondati da testi di medicina e foto dei figli al mare e sulla neve poggiate sulla libreria. Le dita del dottor Nati scivolano veloci sulla tastiera: «Ecco, vede: questo è il sito per fare le certificazioni online - fa notare mostrando il pc -. Bisogna compilare 4 maschere di dati». Se tutti fila liscio «non è un grosso problema, ci impiego 5-10 minuti», aggiunge. Per velocizzare l'operazione sul web il medico usa un «add on», cioè un'appendice di un'applicazione software in grado di interagire con il portale del Ministero dell'Economia.

DUECENTO EURO - «In pratica mi sono semplificato la vita e con 4 cliccate compilo ogni campo del documento informatico, senza rischiare di fare errori di battitura - precisa -. Ovvio che mi costa 200 euro l'anno a una software house, ma così il certificato arriva subito a destinazione». Tra i camici bianchi c'è malcontento per le sanzioni destinate a chi usa il vecchio sistema cartaceo: «Sono troppo severe, esagerate - commenta il dottor Nati -. Non siamo dei mafiosi, ma forse Brunetta non se n'è accorto. O forse ci ha scambiati per cani da guardia che devono vigilare se uno prova a fare il furbo». Di certo, a causa degli ultimi provvedimenti, «lavoriamo di più, i disagi sono aumentati, i vantaggi diminuiti e diamo un servizio peggiore ai malati veri - sottolinea - che avrebbero bisogno di un medico a tempo pieno, non di un professionista che part time fa anche il burocrate». Il dialogo finisce qui: in sala d'attesa ci sono otto pazienti. Il dottor Nati taglia corto: «Per me il diritto alla salute è sacro».

Francesco Di Frischia



Powered by ScribeFire.

Veneto, il prete anti Cav si dimentica il Vangelo e fa la predica con l'Unità

di Matthias Pfaender


Il nuovo Don Peppone del Veneto, Giorgio Morlìn, alla classica lettura del Vangelo ha preferito leggere un articolo di Concita De Gregorio, direttore de l'Unità. I fedeli:"Non ci aspettavamo un comizio"



 
Treviso

Pensare che fino a qualche anno fa l’equazione era «comunista uguale mangiapreti». Ne è passato di tempo. E così oggi capita che i prelati - almeno, alcuni di loro - vadano a braccetto coi nostalgici della falce e del martello; e che a messa, durante l’omelia, al commento delle sacre scritture si sostituisca la lettura degli editoriali del direttore dell’Unità. Come dire, dal «Vangelo secondo Concita».

«Al momento dell’omelia non capivo dove mi trovavo». Questo il sunto della vicenda, racchiuso nella testimonianza, raccolta dal Gazzettino, di uno dei fedeli che la scorsa domenica ha assistito alla sorprendente messa celebrata da don Giorgio Morlin, parroco della chiesa del Cuore Immacolato di Maria di Mazzocco-Torni, frazione di Mogliano Veneto (provincia di Treviso). Durante l’omelia il prete ha declamato alcuni brani di un articolo di fondo - risalente alla metà dello scorso gennaio - della De Gregorio, intitolato Le altre donne. Nell’articolessa il direttore del quotidiano simbolo della sinistra tratteggiava con sarcasmo il profilo delle frequentatrici della villa di Arcore ed esortava la società civile a ribellarsi a Berlusconi, reo di aver trascinato l’Italia «in caduta libera verso il Medioevo catodico» e di averla infine «ridotta a un bordello». Parole normali per il foglio rosso, decisamente fuori luogo tra le navate di una chiesa.

E non è finita: il prete anti-Cav aveva precedentemente predisposto un banchetto all’uscita della chiesa così da mettere a disposizione dei fedeli, in forma cartacea e in versione integrale, l’editoriale del giornale «fondato da Antonio Gramsci nel 1924», come recita ogni giorno la prima pagina. «Così se qualcuno vuole approfondire a casa può farlo», ha seraficamente spiegato don Morlin.
«Non credevo - ha denunciato un fedele in una lettera al quotidiano del Nord Est - di andare ad un comizio. La “mia messa” non era più un momento di grande fede: invece che coi versetti di Sant’Agostino, mi ritrovavo con un articolo di Conchita De Gregorio».

Ma delle rimostranze dei fedeli Don Morlin non sembra preoccuparsi troppo. Del resto «io sono un uomo di Chiesa - ha dichiarato - e cosa deve fare un prete se non invitare i fedeli a fare una seria riflessione sulla decadenza dei valori della società? Vorrei - ha sottolineato il parroco - che fosse chiara una cosa precisa: a me la persona Berlusconi non interessa per niente. Quello che credo con convinzione è che deve essere combattuto il berlusconismo, questa forma strisciante di decadenza dei valori etici della società».
E a chi gli affibbia l’etichetta di «prete rosso» don Morlin ribatte rivendicando la coerenza delle sue posizioni con quelle del presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco. «Per quanto mi riguarda mi sento sempre dentro il corpo della Chiesa; io sono con il presidente della Cei quando fa un forte richiamo al rispetto dell’etica pubblica e privata nei confronti di chi ricopre incarichi pubblici». Ottimo. Ora, però, qualcuno vada per favore ad avvisare Bagnasco.




Powered by ScribeFire.

La mossa dei Comunisti: San Francesco bandito dallo statuto dell'Umbria

di Gian Maria De Francesco


La sinistra radicale osteggia la citazione del santo di Assisi e di San Benedetto da Norcia nella "costituzione" regionale. Il Pdl promette battaglia



 
Roma

La deriva laicista e anticlericale non ha osteggiato solamente il riferimento alle radici giudaico-cristiane nella Costituzione Ue. Anche in Italia, e più precisamente in Umbria, il pregiudizio verso la religione cattolica gioca brutti scherzi.

E pensare che una volta tanto un'iniziativa bipartisan avrebbe potuto avere successo. Il vescovo di Terni e presidente della Conferenza episcopale umbra, monsignor Vincenzo Paglia (che è anche presidente della Commissione Cei per l'ecumenismo) aveva sollecitato all'inizio dell'anno, in vista della prossima visita di papa Benedetto XVI ad Assisi, l'inserimento nello Statuto dell'Umbria di un riferimento ai due importantissimi santi locali, il patrono d'Italia Francesco d'Assisi e Benedetto da Norcia.

Il governatore, la democratica Catiuscia Marini, aveva raccolto l'appello considerato che l'ente da lei presieduto sta lavorando a una revisione della carta istituzionale. Ovvio l'appoggio dell'opposizione rappresentata dal Pdl e dall'Udc. Ma lo scorso 25 gennaio il gruppo comunista e quello socialista hanno imposto alla commissione consiliare per la revisione dello Statuto uno stop ai lavori di 90 giorni. Formalmente è stata chiesta una «pausa di riflessione». In pratica, Rifondazione e Psi hanno minacciato gravi conseguenze per la maggioranza se i nomi dei due santi verranno inseriti nello Statuto. Una minaccia bella e buona nel nome della retorica stantia sulla laicità delle istituzioni.

A prescindere dal ruolo fondamentale dei due santi umbri nella storia della Chiesa, infatti, Francesco e Benedetto rappresentano due architravi della contemporaneità. Entrambi sono stati propulsori di una forte spinta innovativa riportando la Chiesa, «distratta» dalla ferma opposizione alle ingerenze dell'Impero, al suo compito originario di guida spirituale. Tant'è vero che anche Federico II di Svevia, il più moderno dei sovrani medioevali fu influenzato profondamente dalla figura di Francesco e l'apertura dell'imperatore alla cultura ebraica e a quella islamica furono certamente incoraggiate dall'esempio di tolleranza portagli dall'Assisiate.

Le stesse considerazioni valgono per Benedetto da Norcia, artefice di quel rinnovamento spirituale attraverso il monachesimo. A queste si aggiungono quelle di aver di fatto preservato nei secoli la cultura classica attraverso il lavoro degli amanuensi nei monasteri.

La cecità politica, purtroppo, impedisce di considerare serenamente anche l'evidenza. «Sono amareggiato», ha commentato con tristezza monsignor Paglia qualche giorno fa.
Ma non tutto è perduto perché il gruppo del Pdl alla Regione Umbria si è attivato per superare l'impasse. Con due mosse strategiche. La prima è l'invio a tutti i rappresentanti nei gruppi consiliari comunali e provinciali umbri di un ordine del giorno sulla questione. Il secondo è una mobilitazione con gazebo in tutte le piazze umbre per chiedere ai cittadini di esprimersi sull'opportunità di inserire il riferimento ai due santi nello Statuto. L'obiettivo è chiaro: mettere in imbarazzo il Pd che per cementare la sua traballante maggioranza ha accettato un compromesso al ribasso sui valori.




Powered by ScribeFire.

Un'altra sentenza choc: lo straniero può restare se ha un figlio piccolo

di Redazione


Sostituendosi al parlamento la Cassazione torna a legiferare in materia di immigrazione: autorizza gli immigrati con figli piccoli a restare in Italia in assenza di gravi motivi di salute o ragioni di particolare urgenza



 

Roma - Una nuova sentenza della Cassazione è destinata a far discutere. Sostituendosi al parlamento, infatti, la Corte è tornata a legiferare in materia di immigrazione. Il cambio di rotta arriva con l'autorizzazione agli immigrati con figli piccoli a restare in Italia anche in assenza di gravi motivi di salute o ragioni di particolare urgenza. A stabilirlo è stata la prima sezione civile della Suprema corte che ha accolto il ricorso di un padre, un marocchino, che chiedeva gli venisse prolungata l'autorizzazione a restare in Italia perché qui aveva un figlio piccolo.

Nuova ingerenza della Suprema corte Nessun motivo di particolare urgenza ma semplicemente la cura del rapporto affettivo con il figlio è sufficiente, secondo Piazza Cavour, per ottenere una permanenza più lunga. Il caso è avvenuto a Milano: un cittadino marocchino che viveva e lavorava in Italia, dove si era creato una famiglia, aveva avuto un bambino, aveva chiesto una proroga dell'autorizzazione a restare nel Belpaese. Le autorità avevano respinto l'istanza e lui aveva impugnato la decisione di fronte al Tribunale meneghino che aveva accolto la domanda. Poi le cose erano andate diversamente in secondo grado. La Corte d'Appello aveva ribaltato il verdetto. Quindi il ricorso in Cassazione. La prima sezione civili ha accolto il gravame dell'immigrato dando la precedenza ai diritti di un padre che chiedeva di stare con il figlio.

Il Collegio ha preso atto di una decisione delle Sezioni unite dell'anno scorso secondo cui "la temporanea autorizzazione alla permanenza in Italia del familiare del minore non postula necessariamente l'esistenza di situazioni di emergenza o di circostanze contingenti ed eccezionali strettamente collegate alla sua salute, potendo comprendere qualsiasi danno effettivo, concreto, percepibile ed obiettivamente grave che in considerazione dell'età o delle condizioni di salute ricollegabili al complessivo equilibrio psicofisico deriva o deriverà certamente al minore dall'allontanamento o dal suo definitivo sradicamento dall'ambiente in cui è cresciuto". Secondo la Cassazione, dunque, si tratta di "situazioni di per sé non di lunga o indeterminabile durata" e che non hanno "tendenziale stabilità" che, "pur non prestandosi ad essere preventivamente catalogate e standardizzate", si concretizzano "in eventi traumatici e non prevedibili della vita del fanciullo" e "trascendono il normale e comprensibile disagio del rimpatrio suo e del suo familiare". 





Powered by ScribeFire.

Azzoppato il federalismo fiscale Ora cosa ne sarà del governo?

di Redazione


In commissione il voto finisce in parità: 15 sì e 15 no. Il finiano Baldassarri, l'ago della bilancia, annuncia: "Il mio parere non può essere positivo". Bossi non commenta, ma ieri aveva auspicato un ritorno al voto in caso di pareggio. Il Pdl, più possibilista, annuncia: "Approveremo la riforma in aula". Pd e Idv: "Governo a casa". Vertice straordinario: a Palazzo Grazioli Bossi-Tremonti-Calderoli




 

oma - Nonostante l'ultimo tentativo della Lega, la maggioranza viene respinta. Senza perdite, per ora. Ma le conseguenze politiche del pareggio sul federalismo sono tutte da studiare. La mela si divide a metà. La maggioranza con i suoi 15 voti da una parte. L'opposizione con gli altri 15 dalla parte opposta. Decisivo in bicameralina il parere negativo del finiano Mario Baldassarri. Nonostante i tentativi del governo, che ha cercato di scongiurare fino all’ultimo momento questo risultato modificando il testo più volte, la commissione per l’Attuazione del federalismo fiscale si è espressa sul parere del relatore con 15 voti favorevoli e 15 voti contrari. A questo punto, il parere formulato dal relatore è sostanzialmente respinto.

L'ultimo tentativo La Lega ha tentato di votare per parti separate i pareri al provvedimento sul federalismo municipale in esame alla bicamerale. Il tentativo, però, è stato bocciato dall'opposizione. Per evitare il blitz Massimo Barbolini e Felice Belisario (Idv) hanno ritirato le loro relazioni e quindi la Lega ha ritirato la propria proposta. Dimostrazione di quanto il Carroccio tenesse alla riforma cardine del suo programma di governo. Ora si attendono le reazioni ufficiali di Bossi e dello stato maggiore leghista. Il Senatùr nella serata di ieri aveva chiuso all'ipotesi pareggio: "O un sì o alle urne". Mentre stamattina, entrando a palazzo San Macuto per la riunione della commissione, il leader della Lega si era lasciato sfuggire solo uno: "Spero che il federalismo passi".

Il Pdl: "Avanti" Lo aveva annunciato e non molla la presa. Il Pdl vuole andare avanti lo stesso. "È solo un parere consultivo. Si può andare avanti " spiega Antonio Leone, parlamentare del Pdl, lasciando palazzo San Macuto. "Il pareggio sul voto in bicamerale non ci preoccupa, nel senso che rimanderemo l’approvazione del decreto nell’aula di Montecitorio, tra circa 30 giorni" è l’analisi fatta da Osvaldo Napoli, vicepresidente vicario dell’Anci e vicecapogruppo Pdl alla Camera. "Vorrei tranquillizzare soprattutto - ha aggiunto - i colleghi della Lega, a cui ribadisco di stare tranquilli e di attendere il voto in aula". Sicuro anche il presidente della bicameralina, Enrico La Loggia: "Adesso si va a fare il decreto. Ma quale casa... È come se il parere non fosse stato espresso. Quindi andiamo avanti, andiamo a lavorare. Andiamo avanti - specifica ancora - con il testo del decreto modificato che ha già avuto l’ok della commissione bilancio al Senato". E ad assicurare che il Goveno non si stopperà, c'è anche uno dei coordinatori del Pdl, Denis Verdini. Lasciando la residenza del premier, poi, il presidente vicario dei senatori Pdl, Gaetano Quagliariello, ha risposto "No" ai giornalisti che gli chiedono se vi sia un problema, dopo il voto, finito in pareggio, sul federalismo municipale.

Vertice di crisi Di fronte al pareggio gli esponenti della Lega presenti in commissione stanno facendo il punto con il presidente Enrico La Loggia. Alla riunione sono presenti il leader della Lega Bossi e i ministri Calderoli e Tremonti e altri esponenti del Pdl e Lega presenti in commissione. Subito dopo "unità di crisi" trasferita a Palazzo Grazioli. Lo stato maggiore della Lega e il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, hanno raggiunto Silvio Berlusconi. Nella residenza romana del premier era già in corso da stamane un summit del Pdl.

L'opposizione scatenata Il governo Berlusconi deve togliersi di mezzo. Questo, in sintesi, il pensiero dell'opposizione. "Adesso ci si fermi, non ci sono condizioni né giuridiche né politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione. Si creino condizione politiche nuove per un nuovo federalismo" attacca Pier Luigi Bersani. Più duro Antonio Di Pitero, leader Idv: "Bisogna sciogliere le Camere e andare al voto al più presto. È la presa d’atto della inesistenza di una maggioranza in parlamento adatta a fare le riforme, se non le leggi ad personam".

Terzo polo: "Porcellum fiscale". In una conferenza stampa Baldassarri ha spiegato: "Sin dall’inizio avevamo indicato che il testo del governo era tutt’altro che federalismo muncipale". Tre per Baldassarri i punti di criticità del provvedimento: L’Imu, "una vera e propria patrimoniale", la cedolare secca sugli affitti "non coperta e senza detrazioni per gli inquilini", e la compartecipazione all’Irpef "che determina una sperequazione". Tirando le somme, il testo era contraddittorio rispetto all’obiettivo prefissato, che era quello di abbassare la pressione fiscale. Al contrario, "il risultato paradossale è che il federalismo, così com’era concepito, aumenta la pressione fiscale in modo molto palese". Intanto l’esponente Udc Galletti definisce "porcellum tributario" il provvedimento appena bocciato e spiega: "In questo decreto ci sono ben due patrimoniali: l’Imu e l’imposta di scopo". Il Terzo polo, all’unanimità, decreta "che non c’è maggioranza per questo federalismo. Bossi non è il presidente della Repubblica. Il Senatur prenda atto che Berlusconi non lo porta da nessuna parte, e che questo clima del muro contro muro non porta a niente, perchè per fare il vero federalismo servono ampie convergenze".





Powered by ScribeFire.

Immigrati come risorsa, italiani scettici

Corriere della sera


STUDIO IAI E GERMAN MARSHALL FUND


Contribuiscono alla criminalità e sono «zavorra fiscale». Ma hanno diritto al voto e non portano via il lavoro



STUDIO IAI E GERMAN MARSHALL FUND



MILANO - Gli italiani sono scettici nei confronti dell'immigrazione. Più della metà teme che la presenza di stranieri contribuisca all'aumento della criminalità, e non fa distinzione in questo tra regolari e clandestini. Come avviene negli Stati Uniti e in Spagna, anche se in misura minore, la maggioranza degli italiani ritiene inoltre che gli stranieri rappresentino una «zavorra fiscale», traendo più benefici in termini di servizi sanitari e sociali rispetto al loro contributo in tasse. Allo stesso tempo però, più la metà d

egli italiani è favorevole a concedere il diritto di voto ai regolari e il 65% guarda con ottimismo alle seconde generazioni e al loro livello di integrazione.

LAVORO, POCHE PAURE - Non solo: due connazionali su tre non credono che gli immigrati portino via il lavoro ed è anche politicamente maturata ormai da tempo la consapevolezza dell’esistenza di una significativa richiesta di mano d'opera immigrata. È questa la fotografia scattata dal rapporto «Transatlantic Trends: Immigration 2010», presentato a Roma. Curato dall'Istituto Affari Internazionali e realizzato dal German Marshall Fund degli Stati Uniti e dalla Compagnia di San Paolo, insieme ad altri partner, lo studio mostra come stia cambiando l'atteggiamento di nordamericani ed europei nei confronti dell'immigrazione e in che misura le posizioni dei partiti sull'immigrazione influenzano le intenzioni di voto.


L'ITALIA - Negli otto Paesi analizzati (Stati Uniti, Canada, Francia, Spagna, Italia, Olanda, Gran Bretagna e Germania) è stato intervistato un campione casuale di mille intervistati dai 18 anni in su. In tutti gli Stati presi in esame l'immigrazione è ancora considerata come un problema piuttosto che come una opportunità. Il 56% degli italiani ritiene che gli immigrati regolari contribuiscano all’aumento della criminalità e i numeri cambiano poco se si parla di clandestini (57%). Quanto ai musulmani, però, il nostro Paese si mostra meno «preoccupato» di altri e il 37% degli intervistati afferma che gli stranieri di religione islamica sono «bene o molto bene integrati».


LAVORO E CRISI - Quanto al lavoro, in Italia la manodopera immigrata è vista come necessaria alla luce anche del basso tasso di natalità e del fatto che il 20% della popolazione ha più di 65 anni. Negli ultimi anni il governo ha quindi rilasciato centinaia di migliaia di visti per motivi di lavoro e l’opinione pubblica pare convinta che gli immigrati rappresentino una forza lavoro complementare per il Paese. Un dato che assume un significato maggiore se si considera che lo studio è relativo al 2010 e quindi influenzato dalla crisi che ha colpito l'economia mondiale. Il rapporto ha inoltre evidenziato che gli italiani sono i meno preoccupati della concorrenza degli immigrati nel mercato del lavoro: più di due terzi (69%) non ritengono che gli immigrati portino via posti di lavoro agli italiani e tre quarti della popolazione (76%) afferma che gli immigrati vengono impiegati per mansioni che non potrebbero essere svolte altrimenti. Se si volge lo sguardo al lungo periodo, tuttavia, gli italiani non sono certi di voler far fronte alla mancanza di manodopera locale attraverso l’immigrazione: la maggioranza (49%) si dice contraria a incoraggiare l'immigrazione per motivi di lavoro nonostante la popolazione locale continui ad invecchiare.


Redazione online
03 febbraio 2011

Powered by ScribeFire.



Sicilia: gli 84 archeologi che dovevano fare i dirigenti e fanno i passacarte

Corriere della sera

 

«Abbiamo fatto il concorso pensando di andare a dirigere un museo o un sito, invece smistiamo burocrazia»

 

PALERMO – Nella Sicilia dei paradossi può capitare che tutti facciano i dirigenti tranne chi è stato assunto per farlo. Tra i dipendenti della Regione siciliana i colonnelli sono un vero esercito. L’ultima infornata risale al 2000. Con un una legge di riordino del personale oltre 2 mila dipendenti vennero collocati nella terza fascia dirigenziale. Una promozione generalizzata che in alcuni casi mise i gradi anche a chi è in possesso solo di un semplice diploma di scuola media. Quasi in parallelo c’è la storia di 84 archeologi (ma anche storici dell’arte, chimici, fisici) assunti dalla Regione Sicilia a cavallo della legge di riordino: la selezione risale all’aprile del 2000 anche se le assunzioni scattarono cinque anni dopo.

 

CONCORSO - Al concorso per soli titoli, e dunque con minore possibilità di clientele e raccomandazioni, si presentarono aspiranti dirigenti che in molti casi avevano già un’altra occupazione e in più forniti di laurea, dottorato di ricerca, pubblicazione e titoli di specializzazione. Insomma personale qualificato che accettò di andare alla Regione proprio perché allettato all’idea di poter fare il dirigente. Ma, una volta assunti, quasi tutti sono stati impiegati solo per portare avanti le scartoffie che si accumulano in assessorato. «Abbiamo fatto questo concorso», spiegano, «pensando di dover andare a dirigere un museo o un parco archeologico e invece ci troviamo a fare i passacarte». Ma perché tutto ciò?

 

 

RICORSI - In pratica con la legge di riordino, cioè la legge 10 del 2000, si è voluto bloccare la proliferazione dei dirigenti e di conseguenza anche gli archeologi sono rimasti tagliati fuori. Questa anche la risposta che in molti casi si sono sentiti dare nei ricorsi presentati a vari giudici del lavoro. «Si tratta di un’enorme ingiustizia», gridano gli esclusi. «Paghiamo il prezzo di una battaglia estremamente impopolare. In fondo, ci viene detto, un lavoro ce l’avete. Visto l’alto numero dei dirigenti in organico non è per niente facile far capire che avremmo diritto a fare quello per cui siamo stati assunti». Ma l’ingiustizia è diventata ancor più incomprensibile nel momento in cui cinque di quegli 84 vincitori di concorso (senza alcun criterio meritocratico o di maggiori titoli) sono stati comunque inquadrati come dirigenti. Inoltre non è mai venuta meno la consuetudine di reclutare personale dall’esterno con contratti di consulenza spesso sulla base di rapporti di amicizia o appartenenza politica.

 

PASSACARTE - «Oggi a dirigere musei o parchi archeologi in Sicilia», denunciano gli esclusi, «si può trovare personale interno all’amministrazione senza specifica competenza, come architetti e geologi, oppure professionisti reclutati dall’esterno non si sa bene in base a quali meriti». In Sicilia la prassi delle consulenze trasformate spesso in rapporto di lavoro stabile non riguarda solo il settore dei beni culturali. Basti ricordare il caso del mastodontico ufficio stampa della Regione dove, senza alcun concorso pubblico, sono stati reclutati ben venti giornalisti, tutti inquadrati con qualifica di caporedattore e quindi tutti indistintamente dirigenti. Insomma anche dopo il 2000 l’esercito dei colonnelli alla Regione siciliana non ha smesso di ingrossarsi, ma i vincitori di uno dei pochi concorsi specifico per dirigenti restano a fare i passacarte.

 

Alfio Sciacca
03 febbraio 2011

Morta Maria Schneider, protagonista di Ultimo tango a Parigi

Corriere della sera


Recitò nel film-scandalo di Bertolucci degli inizi degli anni Settanta e in Professione: reporter di Antonioni

L'attrice francese aveva 58 anni


MILANO - È morta l'attrice francese Maria Schneider, 58 anni, divenuta famosa per il suo ruolo di amante di Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci all'inizio degli anni Settanta. Lo si apprende dai suoi familiari in Francia che ne annunciano la scomparsa dopo una lunga malattia. L'attrice sarà inumata nel cimitero di Pere-Lachaise dopo il funerale religioso.

Maria Schneider e l'Ultimo tango

CARRIERA - Maria Schneider era nata a Parigi il 27 marzo 1952. All'età di 20 anni venne scriturata da Bertolucci per il film-scandalo degli anni Settanta, censurato e proibito sugli schermi italiani. Dopo Ultimo tango a Parigi fece un unico altro film degno di nota come protagonista: Professione: reporter, di Michelangelo Antonioni. Dopo di che fece solo parti minori. Negli anni Ottanta recitò con Beppe Grillo in Cercasi Gesù di Luigi Comencini. Nel 1996 venne chiamata anche da Franco Zeffirelli per la trasposizione cinematografica di Jane Eyre. L'ultima sua apparizione al cinema è del 2008 in Cliente di Josiane Balasko.


Redazione online
03 febbraio 2011



Powered by ScribeFire.

La Monna Lisa non era donna, ma un uomo giovane e amante di Leonardo

Milano, carabiniere salva bambino caduto nei binari del metrò

Quotidiano.net


Alessandro Micalizzi, carabiniere di 26 anni in servizio alla stazione di Pioltello, si è trasformato in angelo custode di un piccolo di 10 anni che distrattamente era caduto sui binari




Milano, 2 febbraio 2011


Grazie all'intervento di un carabiniere, che si trovava alla stazione di Loreto della linea verde della metropolitana, un bimbo di circa 10 anni è stato salvato dopo che, distratto dal suo videogame, non si e’ accorto che la banchina era finita ed e’ caduto sui binari.

Alessandro Micalizzi, carabiniere di 26 anni in servizio alla stazione di Pioltello, non ci ha pensato su due volte: e’ saltato sui binari e ha sollevato il bimbo, rimettendolo sulla banchina, poco prima che arrivasse il treno successivo.

E’ successo nel pomeriggio di ieri, verso le 16. Il bambino di origini orientali era insieme a una donna italiana, che camminava tenendo per mano una bambina piu’ piccola. Nella caduta ha picchiato la testa, perdendo del sangue da un orecchio.

La donna ha ringraziato il carabiniere, ma ha rifiutato l’intervento di un’ambulanza, dicendo che avrebbe portato lei il bambino in ospedale.

Provenzano chiede la scarcerazione "Sono ammalato, fatemi uscire"

Quotidiano.net


Arrestato nell'aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza, è attualmente detenuto nel supercarcere di Novara. E' già stato visitato da tre medici


Palermo, 3 febbraio 2011


Dopo 43 anni di latitanza, Bernardo Provenzano, in carcere dall’aprile del 2006, vorrebbe già uscire. Ovviamente per motivi di salute. Una speranza che, sulla carta, è molto difficile che venga assecondata e così il superboss corleonese presenta una richiesta che comunque potrebbe consentirgli di vivere meglio in carcere, con un’assistenza specialistica e fuori dai rigori del 41 bis.

L’ex latitante di mafia più duraturo di tutti i tempi, 78 anni compiuti lo scorso 30 gennaio, per i suoi malanni ha chiesto e ottenuto l’esecuzione di una perizia medica per accertare la compatibilità delle sue condizioni di salute con la permanenza in carcere. Il boss è risultato affetto da "sindrome parkinsoniana" e nelle scorse settimane è stato colpito anche da un’ischemia.

I tre medici che lo hanno già visitato, i dirigenti della Medicina legale dell’università di Ferrara, Francesco Avato, della Neurologia dell’Università di Pavia, Giuseppe Micieli, e dell’Urologia del San Raffaele di Milano, Francesco Montorsi, hanno sostenuto che è necessario un ulteriore approfondimento, affidato ieri dalla Corte d’appello di Palermo a Oscar Alabiso, primario di Oncologia dell’azienda ospedaliera Maggiore della Carità di Novara, la città nel cui supercarcere 'Binu' è detenuto.

Il medico avrà un mese di tempo per valutare la recidiva del tumore alla prostata, operata nel 2003 a Marsiglia, quando Provenzano era latitante e riuscì a farsi beffe dei suoi cacciatori, andando due volte in Francia e facendosi pure pagare l’intervento dalla Regione.

Fonte Agi






Powered by ScribeFire.

Salerno, caos in aula: giudice aggredito a colpi di borsetta

Tangentopoli alla veneziana: viaggi, escort e bassorilievi in una villa

Il Mattino


VENEZIA - Ragazze compiacenti, viaggi in barca, pranzi in locali "in", lavori di ritrutturazione nelle abitazioni private e regalìe di vario genere. Dai corruttori, per lo più titolari di imprese di costruzioni, impiantistica e arredi, ai corrotti ovvero due funzionari della Provincia di Venezia. Questo lo sfondo dell’operazione "Aria Nuova" che ha scoperchiato la pentola dell’appaltopoli lagunare. Dai riscontri effettuati dalla Guardia di Finanza gli affari illeciti venivano decisi a tavola. In ristoranti del Veneto orientale e del Pordenonese, come dire lontano da sguardi indiscreti. E spesso, a quanto pare, c’era anche il dopocena per così dire a carattere ludico, affidato a escort più o meno professioniste.




Foto e filmati documentano gli incontri (si veda il video visibile in questa pagina) e le frequentazioni quasi quotidiane fra i componenti della "cricca": i dipendenti pubblici della Provincia "infedeli" Claudio Carlon e Domenico Ragno, difesi dell’avvocato Antonio Franchini, con i cinque imprenditori considerati di fiducia, primo fra tutti Rino Spolador, veneziano di Salzano (avvocato Umberto Mauro), Silvano Benetazzo, veneziano di Campolongo Maggiore (avvocato Roberta Carraro), Remo Pavan, veneziano di di Santa Maria di Sala (avvocato Maris Tasso), Dario Guerrieri di Mestre (avvocato Tommaso Politi) e Giuseppe Barison, trevigiano di Zero Branco (avvocato Eugenio Gamba): i primi quattro in carcere, gli altri tre ai domiciliari. Nelle bustarelle i contanti pari alla tangente del 3% fissata sul ricavo di ogni appalto aggiudicato e poi una serie di extra compresi lavori di ristrutturazione in immobili di proprietà di Carlon e Ragno oppure di loro parenti.

«Un’immagine disgustosa di come veniva trattata la cosa pubblica» è stato detto nel corso della conferenza stampa che ha illustrato i dettagli dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto. E così l’ingegner Carlon, residente a Cannaregio, non avrebbe esitato a farsi installare due preziosi bassorilievi rimossi da un palazzo del XIV secolo, sede del liceo di Portogruaro, nel sottoportico della villa che possiede a Budoia (Pordenone), ai piedi del monte Cavallo, paese d’origine dei genitori. E ancora, sempre da quanto accertato dai militari, avrebbe chiesto e ottenuto l’assunzione fittizia da parte di uno degli impresari di un’amica romena la quale al lavoro non si sarebbe mai presentata pur ricevendo lo stipendio. Mentre il geometra Domenico Ragno, ex assessore socialista all’Urbanistica e allo Sport a Meolo, suo comune di residenza, fra i benefit ricevuti ne avrebbe uno del valore stimato in 350mila euro, ovvero l'ammontare dell’intervento di ammodernamento di una seconda casa in quel di Trieste. Il tutto finito sotto sequestro.



Powered by ScribeFire.

Ho subìto perquisizione corporale»

Corriere della sera


Il racconto di Brigandì, componente del Csm accusato di aver fornito al Giornale documenti sulla Boccassini

«Sono tornati a casa mia a Torino» 

MILANO - Ancora polemiche sulle perquisizioni effettuate nell'ambito del'inchiesta relativa ad un articolo pubblicato dal Giornale sul pm di Milano Ilda Boccassini. Alla denuncia di Anna Maria Greco, la cronista del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti che ha detto di essere stata spogliata, si aggiunge ora quella di Matteo Brigandì, il componente laico del Csm indagato dalla procura di Roma per abuso d'ufficio. L'esponente leghista, che è accusato di aver passato al Giornale atti secretati di un procedimento che riguarda il magistrato milanese, ha raccontato di aver subìto una perquisizione corporale.

IL RACCONTO - «Sono tornati a casa mia a Torino - ha spiegato - e hanno fatto anche una perquisizione corporale». Già la notte scorsa gli inquirenti avevano perquisito l'abitazione dell'ex parlamentare del Carroccio sequestrandogli il computer. Giovedì sono tornati e hanno perquisito personalmente Brigandì, stando al racconto del diretto interessato.

IL CSM - Nel frattempo, il vicepresidente del Csm Michele Vietti, in una intervista ha spiegato che sul caso Brigandì e sulla la pubblicazione sul Giornale del fascicolo secretato e inerente alla Boccassini, palazzo dei Marescialli «ha già fatto il suo dovere» e «ha informato chi di dovere quando ne è venuto a conoscenza» con il risultato che «la magistratura ha assunto le sue iniziative» e «ora noi siamo spettatori». «Non sta a noi - ha aggiunto Vietti - anticipare giudizi nè tanto meno condanne», consapevoli semmai che una volta che la magistratura avrà concluso la sua inchiesta sulla fuiga di notizie, «potranno al bisogno essere attivati gli strumenti che il nostro Regolamento predispone».


Redazione online
03 febbraio 2011



Powered by ScribeFire.

La corte di Strasburgo condanna le perquisizioni Ma per i pm italiani contro il Giornale vale tutto

di Domenico Ferrara


Più volte la Corte di Strasburgo si è pronunciata imponendo l’alt alle perquisizioni nelle sedi dei giornali e nelle abitazioni dei giornalisti, ma questo non ha impedito ai pm italiani di ordinare una perquisizione nell'abitazione della nostra cronista Anna Maria Greco, che non è neppure indagata



 

Quando si colpisce un appartenente alla loro casta, per i magistrati non c’è libertà o diritto che tenga. E se poi si tratta di sferrare un nuovo attacco a Il Giornale, l’occasione si fa ancora più ghiotta. E perciò chissenefrega se una giornalista viene costretta a spogliarsi, a cedere alle autorità le proprie pen drive, agendine, e persino il pc del figlio, oltre a quello personale. Non c’è tutela della dignità personale, non c’è tutela delle proprie fonti, non c’è diritto di manifestazione del pensiero. 

Conta solo scoprire il corpo di un ipotetico reato (eventualmente commesso da un altro senza che il perquisito sia indagato), che potrebbe nascondersi anche nella biancheria intima di una giornalista. “Quando viene interessato un magistrato scattano prontamente i sigilli alle stanze di un organo costituzionale e si perquisiscono con altrettanta solerzia quelle di un giornale, anch’esso avamposto del diritto di manifestazione e diffusione del pensiero, difeso dalla Costituzione".

La dura presa di posizione dell’Unione delle camere penali non fa notizia. Quella del presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, che lamenta “troppi tentativi di intimidire la stampa”, neppure. E non stupisce nemmeno che l’intransigenza dei magistrati non prenda in considerazione le sentenze di altri colleghi: quelli della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Più volte, infatti, la Corte di Strasburgo si è pronunciata imponendo l’alt alle perquisizioni nelle sedi dei giornali e nelle abitazioni dei giornalisti.

Due sentenze in particolare rappresentano una svolta sul tema. La prima è quella Roemen del 25 febbraio 2003, dal nome del giornalista lussemburghese Robert Roemen, che nel 1998 pubblicò un articolo contro un ministro accusato di frode fiscale. Il ministro non la prese bene e i giudici ordinarono di perquisire gli studi e gli uffici del giornalista e del suo avvocato Anna-Marie Schmit per cercare indizi tali da identificare la “gola profonda” nascosta all’interno dell’amministrazione finanziaria del Granducato.

Un modo di agire che, secondo la Corte di strasburgo ha violato però gli articoli 8 e 10 della Convenzione. “Le perquisizione aventi per oggetto di scoprire la fonte di un giornalista –si legge nella sentenza - costituiscono, anche se restano senza risultato, un’azione più grave dell’intimazione di divulgare l’identità della fonte”.

“I limiti definiti per la riservatezza delle fonti giornalistiche esigono l’esame più scrupoloso possible”. Si cambia Paese ma la solfa non cambia. Nel 2007 la corte europea ha condannato il Belgio per la perquisizione della casa e dell’ufficio del giornalista Hans-Martin Tillack, corrispondente da Bruxelles del settimanale Stern dal 1999 al 2004. I fatti risalgono al 2004. Tillack aveva pubblicato due articoli su presunte irregolarità delle istituzioni europee in cui citava documenti confidenziali dell’Olaf (ufficio antifrode dell’Ue). Anche in questo caso, la controparte non la prese bene e scattarono le perquisizioni alla ricerca dei documenti.

Anche qui violazione dell’articolo 10 della Convenzione e ragione al giornalista. “Anche se i motivi erano “rilevanti” – recita la sentenza – non potevano essere considerati “sufficienti” per giustificare le ricerche subite dal ricorrente”. Alla base di queste decisioni c’è la libertà di espressione, di opinione e di ricevere o di comunicare informazioni senza che vi possano essere interferenze di pubbliche autorità. Nel 2008 la stessa Corte costituzionale ha invitato gli Stati contraenti a uniformarsi a quanto stabilito.

Una richiesta caduta nel vuoto. Almeno finora. E dunque se i confini restano labile e non definiti, ecco che diventa più facile varcare il recinto e violare la segretezza, perquisire gli effetti personali, sequestrare computer e agende dei giornalisti. Il tutto a senso unico. Ma così facendo c’è il rischio di intimidire le stesse fonti che, sapendo come operano certi giudici, ci penserebbero due volte prima di passeare un documento a un giornalista.



Powered by ScribeFire.

In aula per la strage dei Georgofili Spatuzza chiede perdono a Firenze

Corriere della sera


Via all'udienza: «Innanzitutto un buongiorno, e che sia un buongiorno per tutti. Mi chiamo Gaspare Spatuzza
e sì, intendo rispondere alle vostre domande». Poi chiede perdono alla città. Maggiani Chelli: «Mai, impossibile»



FIRENZE -"Innanzitutto un buongiorno, e che sia un buongiorno per tutti. Mi chiamo Gaspare Spatuzza e sì, intendo rispondere alle vostre domande". Comincia così il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la sua deposizione, testimone chiave per la procura di Firenze sulle stragi di mafia del 1993, in particolare la strage dei Georgofili.

IL PERDONO - Spatuzza esordisce con una richiesta di perdono alla città di Firenze. "Nel maggio 1993, sono arrivato in questa città da terrorista, il nostro obiettivo era colpirla nel cuore e ci siamo riusciti. Oggi dopo 18 anni vengo qui come uomo pentito, voglio dirlo a questa città alla quale intendo chiedere perdono. Il mio perdono può essere non accettato e strumentalizzato, ma sento il dovere di farlo". Giovanna Maggiani Chelli, la portavoce dell'associazione delle vittime della strage dei Georgofili replica: “Il perdono mai. Impossibile, non ci riusciremmo, noi siamo con Spatuzza, ci auguriamo il più presto possibile che diventi collaboratore a tutti gli effetti, crediamo in lui perchè siamo coscienti che senza i collaboratori di giustizia non si arriverebbe da nessuna parte, ma quanto al perdono si rassegni, il perdono sarà dio a concederlo”.

C'E' ANCHE UNA SCUOLA - Per Spatuzza è il momento di raccontare la propria versione dei fatti nell'aula Bunker del Tribunale di Firenze, dove è chiamato in qualità di testimone al processo che vede imputato il boss Francesco Tagliavia. Tagliavia è accusato di essere il «coautore» della strage che nel 1993 distrusse a Firenze l'Accademia dei Georgofili, accanto al Museo degli Uffizi. L'udienza comincia alle 10, presiede il giudice Nicola Pisano. Ad assistere c'è anche una scuola: la VB del Marco Polo e l'aula è piena di giornalisti, parti civili e avvocati. Insieme ai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, c'è il procuratore capo Giuseppe Quattrocchi.A riprendere l'udienza anche uno studente dell'università che ha chiesto di fare i video del processo. Spatuzza è considerato dai pm Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini un teste-chiave del processo: proprie le sue dichiarazioni sono state «determinanti», secondo la procura, per indagare nuovamente, nell’inchiesta sulla campagna stragista di Cosa Nostra in continente, il boss Francesco Tagliavia, a suo tempo già coinvolto ma poi uscito dalle prime indagini. E' stato proprio Spatuzza a parlare di un patto fra Stato e antistato.

LA CARRIERA CRIMINALE - Spatuzza racconta la sua storia: "Con la famiglia Graviano entro in contatto nella fine degli anni Settanta, praticamente ci sono cresciuto dentro. Ero stato colpito in famiglia: era morto mio fratello, ucciso dalla cosiddetta lupara bianca. Io chiesi ai Graviano di ritrovare le ossa di mio fratello, siamo negli anni '82-83: l'autore sarebbe stato Salvatore Contorno. Entro così nella famiglia. La famiglia Graviano era rispettatissima nel quartiere Brancaccio di Palermo. Il mio ruolo era osservare tutte le persone che erano riconducibili agli scappati, ai perdenti, quelli riconducibili a Stefano Bontate.

Io facevo gli omicidi per conto dei Graviano: erano delle “battute”: ovvero quando c'è una persona che si deve uccidere, si devono controllare gli appostamenti, questa fase di controllo è la battuta”.“Fino al febbraio 94 conducevo una vita casa, chiesa e lavoro, ero sconosciuto alle forze dell'ordine. Poi a febbraio 94 è stata emessa una custodia cautelare in carcere del processo Golden Market: esce fuori la mia attività sommersa. A fare il mio nome è Giovanni Drago. Comincio così a condurre una vita da latitante anche se non ero latitante. Dopo l'arresto dei fratelli Graviano, il 27 gennaio del 1994, e l'arresto di Nino Mangano avvenuto nel giugno del 1995, io subentro come responsabile del mandamento, vengo “combinato”. Sono sponsorizzato dalla famiglia Graviano e dalla famiglia Tagliavia: mi consideravano l'unico a poter gestire la situazione: divento capo di mandamento di Brancaccio".

DA ROMA A FIRENZE - Spatuzza poi, entra nel vivo della stagione stragista. Parla dell'attentato a Maurizio Costanzo del 14 maggio 1993. "Io so solo che devono muoversi su Roma, ma non so chi devono colpire, io non chiedevo, loro non mi spiegavano. Il giorno dopo l'attentato mi sono incontrato a Palermo con Cosimo Lo Nigro e Salvatore Giuliano, non erano contenti di com'era andata".

"Com'è che nasce l'attentato di Firenze?” chiede il pm Nicolosi.“Barranca e Lo Nigro dicono a Tagliavia di fare un altro bingo (ovvero un altro attentato), ma non ci vogliono Fifetto Cannella che aveva rovinato l'attentato a Costanzo. Lo Nigro mi contatta e mi dice che dobbiamo incontrare Graviano e Tagliavia all'hotel Zagarella: qui ci sono Graviano, Tagliavia, Barranca, Denaro e Giuliano. Graviano mi dice che dobbiamo fare un attentato, sul tavolo ci sono delle fotografie di monumenti di Firenze. I capi sono Graviano, Tagliavia e Matteo Messina Denaro. "Ma la decisione di fare l'attentato a Firenze l'avete presa lì o era già stato deciso?" chiede il pm.

“I sopralluoghi erano stati fatti anche da Giuseppe Graviano. Tra gli obiettivi c'era un altro monumento importante di Firenze. Lì non si discusse della fase logistica ma si è deliberato l'attentato. Poi inizia la fase preparativa: si preleva l'esplosivo, si macina. Le bombe vengono affidate a Pietro Carra e caricate su un camion. Vengono portati dei soldi, 5 o 10 milioni a testa per coprire le spese della trasferta da Giorgio Pizzo, il cassiere della famiglia Brancaccio. Noi invece partiamo in treno, arriviamo alla stazione di Firenze, qui abbiamo incontrato un ragazzo, Vincenzo Ferro, il padre era capofamiglia di Castellamare che ci ha prelevato con una Fiat 1. Siamo arrivati in una casa un po' isolata, intorno a Firenze.

Ad accoglierci c'era una persona che parlava siciliano, lo zio del Ferro, una donna e due figli. Lo Nigro va a fare dei sopralluoghi perchè la strada non è accessibile: abbiamo pensato di prendere un furgone 850 blu che abbiamo mascherato come furgone dei carabinieri, con tutte le scritte che avevamo dietro. Nel pomeriggio arriva una telefonata di Pietro Carra che comunica di essere arrivato a Firenze con a bordo l'esplosivo. Io e Giuliano Francesco siamo usciti a rubare il Fiorino, abbiamo smontato il montapacchi, siamo andati a prelevare l'esplosivo dal Carra e lo abbiamo portato nel garage della casa del Ferro e poi lo carichiamo nel Fiorino.

Poi facciamo l'armatura: ovvero mettiamo l'esplosivo dentro le forme di parmigiano: usiamo due bombe più un altro tipo di esplosivo “di gelatina”: dentro c'era una doppia detonazione. Fatto questo, Lo Nigro si mette alla guida del Fiorino, Giuliano guida la Fiat 1. Io sono rimasto a casa, guardavo la partita ed è uscita la notizia di un'esplosione su Firenze. Lo Nigro torna e dice: “Non abbiamo raggiunto l'obiettivo, ma abbiamo comunque fatto centro”. Noi siamo partiti la mattina dopo verso Palermo.

LE ALTRE UDIENZE - Per le stragi del ’93-’94 sono già stati condannati all’ergastolo con sentenza definitiva 14 boss mafiosi, tra cui lo stesso Spatuzza. La deposizione di Spatuzza è prevista in due udienze: oggi e poi il 9 febbraio. Il processo proseguirà il 10 con l’audizione di un altro teste, Pietro Romeo e del personale di polizia giudiziaria che ha indagato, e il 15 con il già ministro di Giustizia dell’epoca Giovanni Conso, e l’ex direttore del Dap Nicolò Amato.


Alessandra Bravi
02 febbraio 2011(ultima modifica: 03 febbraio 2011)



Powered by ScribeFire.

A Bolzano lite sul Duce: la Vittoria della discordia

di Redazione



C’è chi lo vuole, chi lo vorrebbe rimuovere e altri che pensano che quel simbolo del Ventennio andrebbe abbattuto tout court. Bolzano divbisa sul Monumento alla Vittoria di Bolzano e il bassorilievo del Duce



 
Bolzano - C’è chi lo vuole, chi lo vorrebbe rimuovere e altri che pensano che quel simbolo del Ventennio andrebbe abbattuto tout court. La ragione del contendere? Il Monumento alla Vittoria di Bolzano e il bassorilievo del Duce.
In Alto-Adige ormai è bagarre tra l’ex sindaco Giovanni Benussi (Fli) e il governatore Luis Durnwalder (Svp). Col primo, Benussi, che si lancia a difendere il fascismo, che ha avuto «il merito di aver industrializzato l’Alto Adige». E il secondo che ribatte che proprio quel bassorilievo «va tolto e collocato in un museo» e che «la cultura italiana ha ben altro da offrire che due relitti fascisti». Guai a pensare che da domani ci saranno ruspe e gru pronte a spostare i monumenti. «Prima ci sarà un confronto con tutti gli enti interessati, Comune e Stato inclusi», assicura il governatore. A chi la scelta? A noi.




Powered by ScribeFire.

Ruby incinta. E Sgarbi sfida i pm: "Sono stato con lei"

di Redazione




La provocazione del critico d'arte: "Anch’io sono stato con Ruby. Chiunque l’avesse vista avrebbe avuto voglia di stare con lei. Attendo adesso di essere indagato e di ricevere l’avviso di garanzia". Staremo a vedere se i pm daranno seguito all’uscita di Sgarbi...



 
«Anch’io sono stato con Ruby. Chiunque l’avesse vista avrebbe avuto voglia di stare con lei. Attendo adesso di essere indagato e di ricevere l’avviso di garanzia». Così Vittorio Sgarbi (nella foto) è intervenuto ieri sull’inchiesta sui presunti festini di Arcore. «Ruby - ha sottolineato in una nota - dai dodici ai diciassette anni ha conosciuto molti uomini, che l’avranno contattata per telefono. E allora perché i magistrati di Milano indagano solo Berlusconi?». Staremo a vedere se i pm daranno seguito all’uscita di Sgarbi. Ma nel frattempo la vicenda «Ruby» si arricchisce dell’ultima indiscrezione: secondo il sito web Oggi.it - ma la notizia è stata confermata anche da Lele Mora - la marocchina sarebbe incinta di due mesi.




Powered by ScribeFire.

Ruby, la Procura rischia lo stop

di Luca Fazzo



La richiesta di giudizio immediato per il Cavaliere era prevista per lunedì scorso. Poi un primo rinvio. Ieri il nuovo annuncio: "Se ne parla lunedì prossimo". I pm vorrebbero un processo a botta calda sotto i riflettori di tutto il mondo. Eppure la richiesta non è ancora partita. Pesa il ricordo del 2004: l'istanza di andare subito a processo fu bocciata



 
Era prevista per lunedì scorso. Poi un primo rinvio: «La firmeremo entro la fine di questa settimana». Ieri il nuovo annuncio: «Se ne parla lunedì prossimo». Il tema è sempre lo stesso: la richiesta di giudizio immediato per Silvio Berlusconi, il presidente del Consiglio che la Procura milanese vuole processare per concussione e per utilizzo della prostituzione minorile. Fin dal 14 gennaio, il giorno del clamoroso invito a comparire notificato al presidente del Consiglio, la Procura aveva reso noti i suoi piani: saltare l’udienza preliminare, separare la sorte del Cavaliere da quella dei suoi coimputati, portare il solo Berlusconi a processo nel giro di una manciata settimane per il suo ruolo nel «Rubygate».

Mossa potenzialmente devastante: un processo a botta calda, nel pieno della campagna elettorale delle amministrative, sotto i riflettori di tutto il mondo. Eppure la richiesta di giudizio non è ancora partita. Ritardi tecnici, per la grande massa di atti da fotocopiare e mandare al giudice? Non solo. Al momento di tirare le somme, il procuratore Edmondo Bruti Liberati e i suoi pm si sono trovati di fronte una serie di ostacoli non trascurabili. Ufficialmente, non c’è nessuna marcia indietro. Ma il clima teso che si respirava ieri in Procura era, probabilmente, il segno di una riflessione ancora tutta aperta.

Il codice prevede che per il giudizio immediato ci sia l’«evidenza della prova». Su questo punto i pm milanesi sono convinti di avere solidi argomenti da sottoporre al giudice preliminare Cristina Di Censo: anche se nella storia della Procura esiste un precedente sgradevole, quello del giudizio immediato per lo scandalo Parmalat, clamorosamente rifiutato dal giudice Piffer nel 2004. Ma nelle ultime ore è emerso un aspetto finora trascurato, perché i pm si sono accorti che dei due reati contestati a Berlusconi solo la concussione è ammessa dalla legge al giudizio immediato.

Certo, si può provare a sostenere che anche il reato di prostituzione minorile debba seguire la sorte del reato più grave. Ma il rischio di una bocciatura c’è. Tanto che ieri si è discusso persino della possibilità di chiedere il processo a Berlusconi solo per la concussione, trasformando il «Rubygate» in uno spezzatino giudiziario senza precedenti. La sensazione è che stiano entrando in rotta di collisione due esigenze della Procura: quella di un processo esemplare anche nella sua rapidità, e quella di evitare passi falsi. «Decideremo nelle prossime ore», fanno sapere ora dal quarto piano del palazzo di giustizia.

Nel frattempo vengono smentite le ipotesi, avanzate tra gli altri dal deputato Luca Barbareschi, secondo cui esisterebbero delle immagini scottanti delle feste di Arcore: scattate non dai cellulari delle giovani ospiti, bensì da apparecchiature sofisticate in uso ai servizi segreti. «Non abbiamo niente del genere», dice una fonte vicina agli inquirenti. E viene smentita anche l’esistenza di nuove clamorose «pentite» dell’inchiesta, le cui dichiarazioni la Procura si appresterebbe ad allegare agli atti d’accusa.

Quando, in un modo o nell’altro, il fascicolo verrà chiuso e reso noto, non dovrebbe insomma riservare sorprese oltre a quanto già finito in questi giorni sui giornali: unico boccone ghiotto, gli interrogatori integrali di Kharima el Mahroug, alias Ruby Rubacuori. Ma il succo delle dichiarazioni della diciottenne magrebina è già abbastanza noto: «Mai fatto sesso con Silvio Berlusconi».




Powered by ScribeFire.

Wikileaks, rifugiati eritrei pestati dai militari della marina italiana durante i respingimenti in Libia

Quotidiano.net


Nuovi file diplomatici svelano l'uso della violenza da parte dei militari italiani con gli immigrati e l’Ambasciatore a Tripoli che si nega all'Onu. Al Qaeda avrebbe rinunciato a un quinto attacco al Wtc. Tesione Usa-Cina per missili spaziali


New York, 3 febbraio 2011



Nuove rivelazioni dai file nei documenti diplomatici Usa diffusi dal sito Wikileaks e pubblicati oggi dall’Unità. Eritrei pestati dai militari della marina italiana durante i respingimenti in Libia e l’Ambasciatore italiano a Tripoli che fa finta di niente e si nega alle pressanti richieste dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite.

In un cablogramma datato 5 agosto 2009, l’Ambasciatore americano Gene Cretz riferisce sull’incontro avuto con il direttore dell’Alto Commissariato dei rifugiati a Tripoli, l’iracheno Mohamed Alwash, in piena stagione di respingimenti. Obiettivo dell’incontro è definire un piano di accoglienza negli Stati uniti per un gruppo di rifugiati eritrei respinti dall’Italia e detenuti a Misratah, ma Alawash racconta anche del pestaggio subito dagli eritrei respinti dalla marina italiana il 1 luglio e dell’ostruzionismo dell’Ambasciatore italiano, Francesco Trupiano.

Il 1 luglio, i militari italiani intercettano un barcone con 89 persone a bordo, tra cui 75 eritrei, comprese nove donne e tre bambini. “Quando l’imbarcazione è stata intercettata - racconta Alwash all’Ambasciatore - tre degli eritrei hanno chiesto di parlare con il comandante della nave italiana per informarlo del loro status di rifugiati. Diversi passeggeri hanno mostrato al comandante i loro attestati rilasciati dagli uffici dell’Alto commissariato dei rifugiati delle Nazioni Unite”. Ma il comandante risponde che c’è “un ordine tassativo del governo italiano di riportare i migranti in Libia” e quindi ordina a tutti di salire sulla nave italiana diretta in Libia. Al rifiuto degli eritrei, i militari italiani passano alle maniere forti: Alwash riferisce di “scontri fisici tra i migranti e l’equipaggio italiano che si concludono con alcuni degli africani picchiati dagli italiani con bastoni di plastica e di metallo”. Alla fine si contano “almeno sei feriti”.

Dopo due giorni di insistenti richieste, gli operatori delle Nazioni Unite ottengono l’autorizzazione a incontrare il gruppo dei migranti respinti. Alwash sollecita il governo italiano, ma non arrivano risposte, e agli americani confida di ritenere che “il governo italiano faccia intenzionalmente ostruzionismo alle Nazioni Unite”.

In particolare, il responsabile Onu afferma che l’Ambasciatore italiano “Trupiano si rifiuta di incontrarsi con l’Unhcr” e di aver saputo che il diplomatico dice di lui che è soltanto un “piantagrane”. Trupiano, continua Alwash, è concentrato solo sui respingimenti e dice addirittura di non sapere niente di un iniziale accordo tra Nazioni Unite e governo italiano per riportare in Italia una ventina dei 93 titolari di asilo politico che le Nazioni Unite hanno identificato tra i respinti in Libia.

Un quadro che porta il responsabile Onu a concludere che “l’accordo di cooperazione tra Italia e Libia per respingere i migranti intercettati nel Mediterraneo verso la Libia stia violando i diritti umani dei migranti e mettendo in pericolo i richiedenti asilo”.

L'11 SETTEMBRE AL QAEDA RINUNCIO' AL QUINTO ATTACCO
- Un gruppo di terroristi del Qatar sospettato di missioni di monitoraggio sui bersagli dell’11 settembre, oltre che di aver fornito “supporto” agli ideatori delle stragi, doveva volare a Washington alla vigilia degli attentati. E’ quanto ha appreso il Daily Telegraph attraverso uno dei cablogrammi della diplomazia statunitense ottenuti da Wikileaks.


La rivelazione ha incrementato il sospetto che il gruppo, composto da tre uomini, dovesse rappresentare la quinta squadra di kamikaze, ma fece marcia indietro sull’attentato proprio all’ultimo istante. Anzichè salire su un volo interno verso la capitale statunitense, fece rientro a Doha con uno scalo a Londra.


Documenti segreti rivelano che i tre raggiunsero New York da Londra a bordo di un volo della British Airways, tre settimane prima degli attentati. Effettuarono missioni di sorveglianza al World Trade Centre, alla Casa Bianca e in Virginia, stato in cui si trovano i quartier generali di Cia e Pentagono.


In seguito volarono a Los Angeles, dove alloggiarono in un albergo vicino all’aeroporto dove il conto fu saldato - secondo quanto accertato dall’Fbi - da un “terrorista condannato”, che acquistò inoltre i biglietti aerei.

Il personale dell’albergo raccontò agli inquirenti di aver visto divise da pilota nella loro stanza, insieme con stampe da un computer che contenevano nomi di piloti, numeri di volo e pacchi diretti in Siria, Afghanistan, Gerusalemme e Giordania.

Il 10 settembre erano prenotati su un volo Los Angeles-Washington che non riuscirono a prendere; il giorno successivo lo stesso Boeing 757 fu dirottato da cinque terroristi e fatto schiantare contro il Pentagono.

TENSIOSE TRA USA E CINA PER MISSILI SPAZIALI - Gli Stati Uniti minacciarono di intraprendere un’azione militare contro la Cina nel corso di una corsa segreta agli armamenti per le “guerre stellari”. E’ quanto emerge da un cablogramma della diplomazia statunitense ottenuto dal Daily Telegraph attraverso Wikileaks.

Le due superpotenze nucleari smantellarono entrambe i loro satelliti utilizzando missili sofisticati in distinte dimostrazioni di forza. Il governo di Washington era preoccupato a tal punto dalle iniziative di Pechino che minacciò privatamente la Cina di rappresaglie militari se non avesse desistito.

I cinesi, tuttavia, hanno realizzato ulteriori test (i più recenti lo scorso anno) che hanno portato a nuove rimostranze del segretario di stato americano Hillary Clinton. Pechino giustificò le sue azioni accusando gli americani di sviluppare un sistema “offensivo” di armi laser in grado di distruggere missili prima della loro partenza da territorio nemico.




Powered by ScribeFire.

Attacco al Giornale, verbali in pasto ai media E si aprono inchieste chiuse in nulla di fatto

di Stefano Zurlo




C'è una grande fuga di notizie che resta sempre senza colpevoli. Verbali e intercettazioni finiscono puntualmente sui giornali anche se sono inutili. I giudici aprono inchieste. E nessuno paga



 

Fughe. Fughe inarrestabili. Fughe senza colpevole. È così che va la giustizia italiana da quando la giustizia fa notizia. Dal primo ciak di Mani pulite, quasi vent’anni fa. Certo, allora gli arresti si susseguivano sul nastro della procura, al quarto piano, e qualche volta il Gabibbo arrivava sotto casa prima dei carabinieri e prima delle manette. Oggi gli spifferi portano sui giornali frammenti di verbali in tempo reale, notizie che servono a far discutere ma non aggiungono un grammo all’inchiesta, intercettazioni che poi, a bocce ferme, riservano sorprendenti riletture.

La contabilità degli incendi mediatici, quella non la tiene più nessuno. Figurarsi. Già nell’ormai lontanissimo 1995, un’epoca fa, gli avvocati del Cavaliere, contestavano 130 fughe non ortodosse. Numeri che oggi, se aggiornati, verrebbero polverizzati. Numeri che, naturalmente, nessuno dentro i palazzi di giustizia ha mai preso sul serio. Perché le Procure spesso considerano la fuga un episodio deplorevole, ma non un reato. E perché le poche indagini aperte sono davvero, per dirla con il linguaggio della magistratura, atti dovuti. Atti dovuti e nulla più. Atti senza futuro. Gli avvocati del Cavaliere, ma non solo loro, hanno depositato nel tempo diverse denunce, a Milano, e anche a Brescia, competente per i reati compiuti dalla magistratura di rito ambrosiano. In un caso e nell’altro i risultati sono stati nulli.

Le inchieste trascinano nel loro corso impetuoso tutto quello che trovano. Come tronchi portati dai flutti arrivano nel mare aperto dell’opinione pubblica le avance del banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia ad Alessandra Necci, «la bella figliola» di Lorenzo, il gran patron delle Ferrovie dello Stato. È il 1996. Quindici anni fa. E le scintille sembrano quelle di oggi. Anche se i meccanismi non sono gli stessi.

Oggi l’inchiesta trova il suo altoparlante in parlamento. Dal tavolo della giunta, come da una stazione di transito, i documenti ripartono per le redazioni. E invadono il Paese. Emergono brani di intercettazioni, emergono verbali di interrogatorio, emergono riscontri bancari. Ed escono anche notizie che con l’indagine stessa non hanno nulla a che fare. Non importa. Va bene così. Ecco, per esempio la primizia servita ieri dai quotidiani: il Cavaliere ha dato ventimila euro alla mamma di Noemi, la signora Anna Letizia. È chiaro, questi soldi non hanno nessun legame con le imputazioni mosse a Berlusconi, ma l’effetto domino è raggiunto. E l’opinione pubblica può pensare che ci sia un filo unico a cucire i diversi episodi. Anche quelli più crudi.

Ecco che una conversazione fra Nicole Minetti ed Emilio Fede finisce sui giornali anche se si tratta di vicende disgustose, avvilenti e nulla più: «Maristella - spiega la Minetti - lavorava con uomini che vomitavano in macchina». E avanti a spiegare che le prestazioni di sesso orale costavano trecento euro. Così gli atti dell’inchiesta entrano in modo massiccio nel circuito dell’informazione. Con il solito problema di sempre: i filtri non ci sono.

Oggi come ieri. Quando i messaggini della coppia Falchi-Ricucci finiscono allegati in coda agli scoppiettanti dialoghi dei furbetti del quartierino. È un classico. Come l’involontaria confessione pubblica di Alessandro Moggi, figlio di Luciano: «Ho speso 10mila euro per portarla a cena a Parigi, ho preso un aereo privato, albergo di lusso, ristorante favoloso ma è andata buca». Ilaria D’Amico, la conduttrice televisiva, non si è lasciata abbagliare da tanto fasto. Ma che c’entra il corteggiamento di Moggi junior, come quelle di Pacini Battaglia, con la polpa dell’indagine?

Mistero. Eppure sono quei dialoghi laterali, magari pecorecci o scurrili ma senza sostanza penale, a calamitare milioni di persone. Basta rileggere l’ormai sterminata letteratura telefonica e cercare le frasi cult. Come quella pronunciata da Vittorio Emanuele di Savoia, prima dell’arresto disposto dalla procura di Potenza: «I sardi puzzano e basta». Il suo interlocutore, il raffinato Gian Nicolino Narducci, sta sullo stesso registro e duetta a meraviglia col principe: «sono figli di p..e deficienti». Così, quando parla a ruota libera della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata in Iraq e liberata con una drammatica operazione in cui muore Nicola Calipari, il poco regale principe va giù pesante: «quella vechia t.. malmestruata». «Comunista di m..», chiosa il sempre più elegante Narducci. Volgarità. Turpiloquio. Buco della serratura. E fughe su fughe. L’arte della fuga. Quasi una colonna sonora di questi anni. Con pochissime interruzioni.



Powered by ScribeFire.

La campagna femminista su Repubblica on line? Pornostar, cani, un uomo

di Paolo Bracalini


Gare fra i blogger a inviare bufale, dal prof marxista che sembra una lesbica a ignari attori americani



Roma - Due attrici pornografiche, un tizio americano afflitto da somiglianza con una vecchia lesbica, parecchi gatti e cani, diversi bambini e anche un rapace. Che bella arca di Noè per la campagna di Repubblica.it «Sono donna e dico basta» a Berlusconi. Ogni giorno spunta una nuova bestialità nella gallery del quotidiano. L’ultima arrivata è Carolina Storari da Pisa, una sexy brunetta che dice «Basta!!! Siamo stanche di essere trattate come una stuoia!».

Che dignità, che giusta protesta, che impegno civico. Peccato che dietro la ragazza pisana si nasconda (come hanno scoperto dagli autori di Giornalettismo) la famosa pornostar Jessica Stojadinovich, nota come Stoya, protagonista di lungometraggi di grande spessore come «My First Porn 10» e «The Sex Offenders». È la seconda pornodiva che protesta contro i bunga bunga, almeno secondo Repubblica. L’altra è Sasha Grey, che nella foto appare sotto lo pseudonimo di Mircea, con in mano una copertina indignata («Sono donna e dico BASTA») malgrado i prestigiosi premi assegnati da Adult Video News per «The Best Group Sex Scene» e «Best Oral Sex Scene».

Veramente numerose le specie animali che popolano la carrellata di rimostranza femminile contro le notti di Arcore. C’è la signora Ornella, sdraiata su un divano e circondata da cani che dice: «Meglio sdraiata con i miei cani che con Silvio». Vanno forte i gatti, numerosi nelle foto di lamento civile e anzi loro stessi indignati dalle feste del presidente del Consiglio. C’è la donna gatto (scoperta anche questa da Daw blog) che dice: «Sono anni che ne ho abbastanza, è disgustato persino il mio micio», micio che infatti testimonia in prima persona nella foto. Ieri è spuntata anche una donna con un falco (o un’aquila, non sappiamo) sull’avambraccio, anche lui favorevole ad un governo di transizione oppure elezioni anticipate. Poi tutta una serie di bambini, accompagnati in foto dalla mamma anti-bunga, nelle vesti di anime innocenti minacciate dall’orco che adocchia le minorenni.

Le campagne anti-governo sul sito di Repubblica sono una goduria per i blogger che ogni volta si divertono a prendersi gioco del giornale mandando dei fake, delle bufale foto-montate, regolarmente bevute dai poveri redattori di Repubblica.it (che in effetti non possono controllare la veridicità di centinaia e centinaia di messaggi). Anche con la raccolta firme e petizioni, in mezzo ai reali sottoscrittori si trovano sempre nomi di fantasia o falsi evidenti (tipo: Silvio Berlusconi che firma per cacciare il premier). Con le foto basta poco, e ancora nella campagna on line contro il bunga bunga si trovano altre chicche degne di nota.

Al numero 24 della photogallery, al grido di «Sono una donna e dico basta!!!» compare una signora canuta, vagamente mascolina, con tuta. In effetti è un uomo, nemmeno italiano, ma uno di quelli che aderiscono al sito americano menwholooklikeoldlesbians, cioè uomini che sembrano vecchie lesbiche. Aprendo il sito si scopre che la donna offesa con Berlusconi è un professore americano, «scrittore marxista-leninista». Che si sia definitivamente convinto di essere una donna e sia davvero indignato con il Cavaliere? Non si può escludere.

Tra le altre bufale scoperte (quante ce ne saranno ancora?) c’è questa Marta Gigliotti da Catanzaro, bella biondina che dice con curiosa sintassi «basta al mercimonio del corpo femminile del premier Berlusconi». Notevole che anche Kaley Cuoco, attrice protagonista della sit com americana The Big Bang Theory, dica la sua sul Ruby-gate e il corpo delle donne offeso. Si attendono nuove sottoscrizioni all’iniziativa dei Repubblica.it, mancano ancora diverse specie animali e tanti altri uomini che sembrano lesbiche.




Powered by ScribeFire.

Le mille barriere che la casta in toga oppone a chi vuole svelarne i segreti

di Redazione


L’idea era semplice e con quell’idea in testa ho bussato fiducioso alla porta del Csm: «Vorrei le carte della Disciplinare dal 2000 in poi». I processi disciplinari, si sa, sono pubblici, non come nei primi anni Ottanta ai tempi del caso Boccassini. Oggi le udienze sono a porte aperte, ma poi quelle porte restano socchiuse. E così la mia richiesta è entrata in un laboratorio di pareri, contropareri, opinioni. Prima obiezione: le carte sono pubbliche ma sono pubblicabili? Una replica al di sopra delle mie capacità. Mail, telefonate, colloqui volanti con questo o quel consigliere, laico o togato. Di destra o di sinistra. Niente. L’obiettivo era sempre a portata di mano, ma sfuggiva ogni giorno e ogni giorno riprendevo il mio girotondo davanti al Csm: «Vorrei scrivere un libro, vorrei l’archivio della Disciplinare, dal 2000 a oggi». Dal 2000 al 2008.

Migliaia di pagine. Pagine che, ho scoperto in quel batti e ribatti, non erano mai uscite dal sacro recinto. Perché? Perché nessuno le aveva mai chieste? Per mancanza di curiosità di giornalisti, saggisti e studiosi vari? O, forse, perché la corporazione si era rintanata sotto la corazza come una tartaruga?

Non ho tenuto il conto estenuante dei contatti e degli abboccamenti, fra sottili cavilli e ragionamenti sofisticati, in una cornice surreale. All’italiana. Consigliere A: «Le carte sono pubbliche, lei paga i diritti e gliele mandiamo». Consigliere B: «c’è qualche problema». Consigliere C: «Attenzione alla privacy, l’archivio non è mai stato utilizzato da nessuno». Ci credo, perché quei faldoni sono un catalogo di mele marce: il giudice che ha dato a un detenuto il permesso di incontrare la figlia per il compleanno dodici volte in dodici mesi; il pm che per ricostruire un omicidio ha reinventato il codice e ha fatto ipnotizzare il teste chiave; il magistrato che chiedeva l’elemosina in mezzo alla strada, a cento metri di distanza dal tribunale in cui amministrava la giustizia e quello che voleva una «perizia anofonica» perché «ormai in Italia non si è più sicuri neanche nell’intimità del cesso». Scene e scenette incredibili, anche se circoscritte - sia chiaro - ad un’esigua minoranza: ecco il magistrato che non ha fatto udienza per impraticabilità di parcheggio e l’altro che per allungare il brodo della sentenza ha copiato pagine e pagine di un romanzo di Simenon.

Così sono rimbalzato da un consigliere all’altro e da un ufficio all’altro. Poi la pratica, la mia, è stata affidata al Centro studi che ha dato un parere salomonico facendomi ritornare, in un gioco dell’oca, al punto di partenza. Infine, la decisione: le carte sono arrivate. Carte su carte, migliaia di fogli, perché di dischetti neanche a parlarne. Ma le carte sono state munite di una lettera piena di spine, firmata dal segretario del Csm che, dopo aver citato una sfilza di articoli vari, mi consigliava di stare attento, molto attento, alla privacy delle mele marce. Insomma, La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana, edito da Piemme nel 2009, racconta tutto ma proprio tutto. Senza fare un nome. Oggi in Italia i cognomi dei giudici, se coniugati con le loro disavventure, è meglio non farli.



Powered by ScribeFire.

Casa Montecarlo, la fine del giustizialista Fini? Andrà da indagato al primo congresso del Fli

di Gian Marco Chiocci



Il gip rinvia al 2 marzo la decisione sull’archiviazione del caso Montecarlo nel quale il leader è imputato di truffa. Nuove rivelazioni dal Principato sullo scandalo del quartierino



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Ha sbagliato i calcoli un’altra volta. Travolto dallo scandalo della casa di Montecarlo (di proprietà del cognato Giancarlo Tulliani) il presidente della Camera era certo di presentarsi al congresso fondativo del Fli dell’11 febbraio libero dalla pendenza giudiziaria che lo vede a tutt’oggi sott’inchiesta per truffa. E invece, purtroppo per lui, l’indagato neo-giustizialista Gianfranco Fini, quello che dispensa consigli all’indagato Berlusconi, arriverà all’appuntamento con quest’onta poiché il gip Figliolia ha preferito rimandare al 2 marzo la decisione sull’archiviazione richiesta da una procura sin qui molto attenta a non esporre alla gogna mediatica e giudiziaria l’ex delfino di Giorgio Almirante. Sarà dunque curioso vedere come si comporterà il Grande Moralizzatore di fronte ai suoi fedelissimi, lui che da un po’ di tempo ha scoperto una vena giustizialista «che - per dirla con Storace - porta a chiedere le dimissioni di chiunque sia sotto indagine. Se crede nelle parole che pronuncia, questo è il momento di far seguire i fatti».

Ieri mattina bastava mettere a confronto le facce degli autori dell’esposto de la Destra (Marco Di Andrea e Roberto Buonasorte) con quella, attonita, dell’avvocato-deputato finiano Giuseppe Consolo, per capire come la decisione del gip abbia scombussolato i piani del massimo inquilino di Montecitorio che dal 28 luglio, giorno dello scoop del Giornale sull’appartamento monegasco, si è espresso in ogni sede possibile, per 48 volte, a favore della magistratura. Il giudice ha accolto l’istanza presentata dall’avvocatessa Mara Ebano per conto dei denuncianti de La Destra per vagliare la documentazione proveniente da Santa Lucia che i solerti pubblici ministeri avevano invece bollato come «irrilevante».

Ora non sappiamo se corrisponda al vero quel che minaccia Storace («in questo mese sarà possibile produrre ulteriore documentazione e Fini resterà indagato») ma è sicuro che da Montecarlo rischiano di uscire, a brevissimo, ulteriori rivelazioni sull’affaire immobiliare del Principato. Se saranno rilevanti per la decisione del gip è presto per dirlo. Di sicuro potrebbero avere una certa attinenza col filmato del Tg1 - preannunciato ieri dai ricorrenti contro la richiesta d’archiviazione - nel quale l’imprenditore italomonegasco Garzelli riferisce di aver ricevuto mandato direttamente dal principe Alberto di mettersi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Nell’intervista alla tv di Stato Garzelli parla dei suoi rapporti con Tulliani e con la sorella Elisabetta per la sistemazione dell’alloggio al 14 di rue Boulevard Charlotte, e rileva che in una telefonata il cognato più famoso d’Italia gli disse che il giorno prima Fini e la compagna erano stati a Montecarlo e si erano lamentati per aver trovato la casa non abitabile. Se le cose stanno come le racconta Garzelli, siamo di fronte a un altro testimone che smentisce Fini sulla sua presenza a Montecarlo.




Powered by ScribeFire.