mercoledì 2 febbraio 2011

Il capodanno dei cinesi a Milano

Corriere della sera

Tra integrazione e discriminazione
di B. Argentieri

Chinatown parla meneghino. «Sotto la madonnina stiamo bene, nonostante i pregiudizi»


Un quinto del Web è illegale

La Stampa


Lo sostiene una ricerca britannica promossa dalla Nbc: il 23% del traffico in rete (porno escluso) riguarda materiale protetto da copyright. BitTorrent occupa più del 10%
CLAUDIO LEONARDI

Un quinto del Web è illegaleLa Nbc Universal ha commissionato una capillare analisi delle violazioni del copyright sulla Rete. Un viaggio nel lato oscuro di Internet di cui si è occupata la società britannica Envisional, esaminando milioni di file e tutti i sistemi attarverso cui viaggiano clandestinamente film, canzoni, giochi e software. Dallo studio è stata esclusa la pornografia, una galassia troppo complessa per capire dove inizia e dove finisce l'illecito.

Fatta questa tara, il risultato delle analisi di Envisional certificherebbe che il 23,76% del traffico globale online è variamente illegale, non equamente distribuito su reti peer to peer, cyberclocker (così definisce la ricerca i siti da cui si scaricano contenuti, come MegaUpload o RapidShare) e streaming (la visione online di video).

La parte del leone tocca, e non c'è da stupirsi, al cosiddetto p2p, un sistema di comunicazione che permette lo scambio, tra utenti, di file di qualunque genere. Ma l'analisi è ancora più precisa nell'individuare un “colpevole” per questo traffico di contenuti teoricamente tutelati dal diritto d'autore. Il colpevole principale si chiama BitTorrent, uno dei software più efficienti e diffusi per la ricerca e la condivisione di contenuti digitali.

Se il peer to peer costituisce il 20% del traffico illegale in rete, BitTorrent si aggiudica il 14% di questa torta. Due terzi dei file che viaggiano attraverso questo software, secondo le stime di Envisional, costituisce una violazione alle norme sul copyright. Per dare una dimensione più comprensibile, lo studio britannico ha vagliato circa due milioni di file, una cifra che può fare impressione ma che è in realtà una frazione del traffico complessivo. BitTorrent si appoggia, per funzionare, ai cosiddetti tracker, centri di smistamento che aiutano a capire chi sta scaricando o caricando determinati film, canzoni, software o altro. Il più famoso si chiama Pirate Bay, ma i proprietari hanno subito un duplice processo in Svezia e ne sono emersi colpevoli. Ne avrebbe preso il posto, nel cuore degli scaricatori, un sito chiamato PublicBT, che nel dicembre del 2010 poteva vantare la cifra record di 2.720.000 torrent disponibili in un giorno. Va però precisato che solo la metà circa di questa disponibilità teorica viene quotidianamente sfruttata da qualcuno. Nell'analisi risulta che “solo” un milione e mezzo di file risultavano scaricati da qualcuno. Il che, comunque, significa milioni e milioni di download.

A che cosa corrisponde questo arsenale? Al primo posto c'è la pornografia (35,8%), sulla cui legittimità la ricerca non dà una sentenza certa, pur valutando che gran parte del materiale che circola sarebbe comunque tutelato da diritto d'autore. A un'incollatura si trovano i film (35,2%) e un po' sotto (14,5%) contenuti televisivi di vario genere. Le briciole restanti sono per la musica (solo il 2,9%), e soprattutto giochi per pc e console (6,7%) e software (4,7%).

Colpisce il modesto interesse per la musica, per la quale le major hanno previsto in questi anni forme di acquisto online legali sempre più capillari ed efficienti. Che ci sia qualcosa su cui meditare per i proprietari dei diritti cinematografici?

Sugli altri sistemi di scambio e distribuzione dei file analizzati, la percentuale di materiale illegale rispetto a quello complessivamente disponibile viaggia sempre oltre il 30%. A quanto pare, l'Europa è ancora affezionata alla rete peer to peer conosciuta con il nome di eDonkey, ed esplorata da programmi piuttosto famosi come eMule. Rispetto al traffico complessivo di Internet, eDonkey impegna solo l'1,5%, ma i suoi utenti si concentrano in Francia, Italia e Spagna. In ogni caso, la sentenza sui frequentatori di questo programma e questa rete non lascia scampo: per Envisional, il 98,8% dei contenuti che circolano sono coperti da diritti, e per tanto il loro scambio è illegale. Una valutazione molto simile a quella che viene fatta per l'altra rete p2p più frequentata, nota come Gnutella e diffusasi su larga scala subito dopo la chiusura di Napster, primo programma di massa per lo scambio di file in rete.

Un discorso a parte meritano gli altri canali di scambio, quali cyberclocker e siti per lo streaming, e non solo perché, da soli, costituiscono il 5% del traffico online globale. La ragione è che questi servizi spesso si propongono anche con una versione premium a pagamento (mediamente 10 euro al mese), fonte di introiti considerevoli se si pensa che 4Shared e MegaUpload contano circa 78 milioni di utenti unici al mese. Il metodo è semplice: sono siti che mettono a disposizione uno spazio virtuale per archiviare e, se si desidera, condividere ogni genere di file. L'attività è in sé lecita, perché tutto dipende da quello che gli utenti decidono di condividere e al modo in cui si possono rintracciare i contenuti con una semplice ricerca su Google. Envisional ha setacciato il materiale a disposizione su un centinaio di siti come MegaUpload, 4Shared, Rapidshare e Hotfile. Risultato: 91,5% di file fuorilegge, sempre escludendo la pornografia.

I dati raccolti, così come i metodi di raccolta, sono online, giudicabili e criticabili. Non mancherà chi farà notare la parzialità del committente (la Nbc fa parte a pieno titolo dell'industria dell'intrattenimento nemica del p2p) o la tendenziosità dei dati proposti. Chiunque abbia una minima dimestichezza con il web, tuttavia, sa che queste percentuali hanno buone probabilità di avvicinarsi alla realtà. E questo significa che i “colpevoli” di scambio illegale sono in tutte le case e le aziende in cui ci sia una connessione attiva. La colpevolezza di massa non può significare automaticamente l'assoluzione, ma pone certamente delle domande pesanti a chi si occupa di leggi e di economia e a chi interpreta la cultura del nostro tempo. Forse anche lo scambio di figurine dei calciatori infrangeva qualche regola, ma chi avrebbe additato i bambini del proprio quartiere come contrabbandieri? Ora il fenomeno è moltiplicato per milioni di volte, ma lo spirito della maggioranza di chi scarica e carica file non è diverso dallo scambio di figurine. Non diremmo lo stesso per chi mette in piedi certi siti di scambio. Ed è forse quello il capitolo più interessante.





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Travaglio e Santoro pronti a lanciarsi in politica Non sono più giornalisti: nasce il nuovo partito

di Redazione


Ulteriore passo di Santoro, Travaglio e Spinelli che annunciano la creazione di un nuovo gruppo politico: "Sarà un movimento di Legittima difesa dei princìpi che sono alla base della nostra Costituzione". Ovviamente sarà un partito in chiave anti Cav






Roma - Il partito di Michele Santoro, Marco Travaglio e Barbara Spinelli è nato. Il battesimo è previsto nei prossimi mesi (tra febbraio e marzo). Slitta a data ancora da definirsi la manifestazione del 13 febbraio che avrebbe dovuto essere in difesa di quei giudici che per mesi hanno intercettato, schedato e inseguito il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ora a Santoro una protesta di piazza non basta più. Vuole un nuovo partito, un "movimento di Legittima difesa dei princìpi che sono alla base della nostra Costituzione".

Lettera aperta dei due capi popolo In una lettera aperta il conduttore di Annozero e i due giornalisti del Fatto Quotidiano sottolinenano la necessità di "un movimento che reagisca con tutte le forze disponibili a ogni tentativo di mutilare ulteriormente i poteri di controllo, a cominciare dalla magistratura e dall’informazione". "Siccome il 13 febbraio in tutte le piazze d’Italia migliaia di donne manifesteranno contro l’umiliante modello femminile sbandierato dal premier - spiegano i tre giornalisti - ci pare giusto che la loro protesta abbia la precedenza su tutte le altre, evitando inutili sovrapposizioni". Da qui l'invito a "confluire, quel giorno, nella grande manifestazione delle donne". Quanto alla manifestazione che Santoro aveva annunciato la settimana scorsa e che si sarebbe dovuta svolgere davanti al tribunale di Milano, sarà spostata di qualche settimana.

Il nuovo movimento di Santoro e Travaglio Tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo, infatti, Santoro e Travaglio daranno vita a un evento della società civile " in vista delle elezioni più drammatiche dell’ultimo quindicennio". "Ma se il presidente del Consiglio dovesse tornare sui suoi passi, riproponendo iniziative che calpestano princìpi costituzionalmente garantiti - avvertono i tre - risponderemo con tutte le nostre forze. Per Legittima Difesa". Quindi la chiamata alle armi. Tutti contro il governo: dai magistrati ai giornalisti. "Vogliamo vivere in un Paese civile dove sia bandita qualunque impunità per i potenti e la giustizia sia eguale per tutti", puntualizza Santoro puntando il dito anche contro "l’attuale centrosinistra" che sulla questione del conflittto di interessi avrebbe "sistematicamente alzato bandiera bianca, dunque non è in grado di rappresentarci". Lo scopo? "Vogliamo una classe dirigente rinnovata - chiariscono Santoro, la Spinelli e Travaglio - per rompere il blocco che impedisce ai giovani di prendere in mano le redini della Politica, di accedere alla ricerca e all’università, di avere il lavoro e il futuro che meritano in una società fondata sulle capacità e le pari opportunità".






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Tante voci su Facebook: "Le foto di Repubblica sulle donne: che barba!"

di Andrea Indini


La contro-offensiva all’ennesima campagna populista di Repubblica.it parte proprio dalla rete. E su Facebook sono in molti ad essersi stufati. "Sono solo dei guardoni malati", "Ora basta con questo fango sul premier"




Milano - Alla fine molti su Facebook si sono stufati. "Sono Repubblica e sono a corto di idee. Quindi ogni due-tre giorni invito lettori vanitosi a farsi ritrarre con appelli inutili illudendoli che una beeep di foto basterà per levarci Berlusconi dai beeep". La contro-offensiva all’ennesima campagna populista partita da Repubblica.it parte proprio dalla rete. Una foto del sito Spinoza.it ha scatenato la rivolta dando voce a quel popolo silenzioso che da tempo mal sopporta le campagne insistite e moraliste portate avanti dal quotidiano di Ezio Mauro.

Il web dice basta (a Repubblica) Alessandra Flamminio non sopporta tutte quelle "donne che esprimono sdegno per il comportamento del premier inserendo foto con pose da vamp o in costume da bagno". E’ solo una delle tante che, dopo giorni di post polemici e un tantino bacchettoni, ha voluto dare un taglio a questo andazzo. Per chi non fosse al corrente: a dare l’avvio alla campagna era stato nei giorni scorsi proprio il quotidiano diretto da Ezio Mauro che ha invitato le lettrici a fotografarsi per chiedere (ancora una volta) le dimissioni di Berlusconi dalla presidenza del Consiglio. Foto dopo foto, gallery dopo gallery il popolo di Facebook è passato al contro-attacco. "Io davvero – scrive Chiara Grassi – sono anni che mi domando a cosa beeep possa servire una foto e mandarla a Repubblica. E poi chi se le guarda ste gallerie?". "Non se ne può più…", le fa eco Anna Bordasco. E Manlio Esposito ironizza: "Quelli che mandano le foto sono gli stessi che fanno le elezioni del Grande Fratello e mandano i filmati dove gridano ItaliaUno". Insomma, la protesta contro il Cav diventa un pretesto per esaltare l’edonismo della sinistra benpensante. Basta fare un giro su una pagina qualunque del social network per accorgersene. Gennaro Borrelli si lamenta anche degli appelli di Saviano e delle petizioni on line. "Sono solo dei guardoni malati – scrive Livio Spinelli – dovrebbero andare dal medico". 

Fotografie e qualunquismo Quello che sembra irritare il popolo di internet è la faciloneria con cui viene strumentalizzato il caso Ruby. Per esempio, Antonio de Pascali – creatore del gruppo di discussione "Ci siamo rotti i beeep degli indignati per Berlusconi" – ci tiene a dire basta come uomo: "Diciamo basta, però, a questo fiume di fango politico mascherato di moralismo bacchettone. Questi gaglioffi non possono e non devono fare la morale a nessuno con la complicità di magistrati delinquenti. La loro storia la conosciamo bene tutti". Alla raccolta di fotografie lanciata da Repubblica.it si aggiunge l’invito a sostituire l’avatar personale di Facebook con il volto e la storia di una donna che le rappresenti. "Queste donne – spiega lo stesso quotidiano diretto da Ezio Mauro – sono tutt’uno con quelle che scenderanno in piazza il prossimo 13 di febbraio". Il principio non differisce di tanto dalla protesta fotografica. In molto ironizzano: "Ora so quali amiche cancellare dalla mia lista…". "C’è solo da aspettare le elezioni e votare contro chi si ritiene così sgradevole – scrive, invece, Dario Cafiero – sennò siamo tutti parolai (e ho il vago sospetto che lo siamo)". Quello che emerge da tutti questi commenti è un popolo silenzioso che non scende in piazza per difendere il "diritto" della magistratura a violare la privacy del premier, che non si schiera con conduttori tivù che sulle reti pubbliche processano il governo senza contraddittorio, che non accetta il moralismo-bacchettone della sinistra. E soprattutto di




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Addio a Daniele Formica, attore, regista e autore impegnato

Scicli orfana di Italo, il cane «barocco»

Corriere del mezzogiorno


Amatissima, la mascotte della cittadina di Montalbano era solita accompagnare i turisti tra chiese e sentieri



Italo

Italo


RAGUSA – La città di Scicli, patrimonio dell’umanità, è rimasta orfana di un concittadino d’eccezione: Italo, il cane mascotte di via Francesco Mormino Penna, meglio conosciuto come il «cane barocco» perché era solito accompagnare i turisti nei sentieri della città barocca e gli sposi davanti all’altare. Chiunque arrivasse nella città di Montalbano non poteva non fare la sua conoscenza. Nello scorso mese di maggio era stato investito da un’auto, ma si era ripreso brillantemente.

A Italo erano state dedicate mostre di pittura, articoli di giornale e servizi televisivi e a Natale una statuetta che lo raf-figurava era finita nel Presepe della città. Da qualche giorno stava male per un’infezione renale causata dalla cattiva alimentazione e dall’età avanzata. Vicino alla sua cuccia, con la targhetta che porta il suo nome, sotto Palazzo di Città, ora è rimasto solo un lumino. Tanti i messaggi su facebook, sul profilo che lo raffigurava stiracchiato sulle basole di via Mormino Penna, la strada del commissariato di polizia nella fortunata serie televisiva del Commissario Montalbano.


Gianfranco Di Martino
01 febbraio 2011




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Quando le toghe rosse dissero: "Basta coi drogati, occupiamoci dei politici"

di Felice Manti



Basta occuparsi di microcriminalità, bisogna puntare ai colletti bianchi. C’è un documento datato 12 marzo 1988 che, riletto oggi, fa riflettere. E' una raccolta di scritti della sezione milanese di allora di Magistratura democratica



 
Basta occuparsi di microcriminalità, bisogna puntare ai colletti bianchi. C’è un documento datato 12 marzo 1988 che, riletto oggi, fa riflettere. È una raccolta di scritti della sezione milanese di allora di Magistratura democratica, edito da Etm (Edizioni e servizi editoriali) di cui il Giornale è entrato in possesso. Siamo in piena era pre-Tangentopoli: a Renate, nella villa di Gherardo Colombo, lo stato maggiore dell’Md meneghina discute della riforma dell’ordinamento giudiziario (che vedrà la luce il 24 ottobre 1989) e soprattutto del nuovo ruolo del pubblico ministero.

Ci sono tutti: i magistrati che in un paio d’anni daranno vita al pool di Mani pulite, giudici e pretori. E c’è perfino Nicoletta Gandus, che da presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano giudicò (nonostante una richiesta di ricusazione) il premier Silvio Berlusconi sul cosiddetto «caso Mills». L’articolo più interessante è quello di Riccardo Targhetti, allora sostituto presso la Procura di Milano, che teorizza la nascita del «pm dinamico». Non più un magistrato «statico», che sta lì ad aspettare la notitia criminis e che si occupa di «micro-criminalità da strada, malavita urbana» e violazioni di legge a opera di «settori marginali e subalterni della collettività». Insomma, basta con il pm che si occupa di sfigati e della «devianza marginale», con buona pace dell’obbligatorietà dell’azione penale («è ora di chiedersi se non sia più opportuno scegliere... di non esercitare l’azione penale», si chiede Targetti).

Ci vuole un pm «dinamico», che si dedichi anima e corpo alla «contrapposizione con altri poteri, palesi e occulti, dello Stato e della società», che si metta a studiare perché di fronte alle «vivaci manifestazioni di devianza dei “colletti bianchi”» bisogna «ripassare e approfondire nozioni e istituti giuridici del diritto civile e commerciale», bisogna scoprire cosa succede «in borsa e sul mercato finanziario», bisogna creare dei «gruppi specializzati che si dedichino a tempo pieno a tutti quei reati contro la Pubblica amministrazione» che finora erano confinati nei ritagli di tempo lasciati dalle inchieste su «terrorismo, droga e sequestri» e tralasciando «l’ingombrante fardello dell’ordinaria quotidianità». Non importa che si debba intervenire «anche se i fatti sono collocati a notevole distanza di tempo dall’accertamento». Più che una dichiarazione d’intenti sembra una dichiarazione di guerra alle stanze del Palazzo. E poco importa se qualcuno parlerà di «intollerabili crociate di moralizzazione della vita pubblica». Quello che sta succedendo era già previsto...




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Caro Fatto Quotidiano, ma perché appoggi intimidazioni da Kgb?

di Marcello Foa



La Greco ha subito perquisizioni allucinanti. Ci aspettavamo una presa di posizione e invece il quotidiano di Gomez e Travaglio sembra compiacersi



Confesso: Il Fatto Quotidiano mi sta simpatico, tra i giornali di sinistra, pur non condivendone la linea politica, è quello che preferisco. Apprezzo il suo spirito, barazzino e anticonformista, ben diverso da quello serioso e autoreferenziale di Repubblica. Mi piace la schiettezza dei suoi commentatori - anche quando mi fanno arrabbiare - e il coraggio delle scelte giornalistiche. Da qualche tempo, però, non lo capisco più. E ora inizio a spaventarmi. Mi spiego: che il Fatto Quotidiano sia contro Berlusconi è ovvio, che usi l'ironia e non risparmi dettagli piccanti ci sta, però la freschezza sta svanendo e vedo emergere un moralismo giustizialista plumbeo e inquietante.   

Mi riferisco a quanto avvenuto ieri al Giornale. Una nostra cronista, Anna Maria Greco ha subito un trattamento allucinante. Pur non essendo indagata si è vista piombare in casa di buon mattino una squadra di carabinieri, inviata da un pm romano, che l'ha sottoposta a un trattamento umiliante: non solo le hanno perquisito la casa, ma l'hanno costretta a spogliarsi e hanno frugato nella bianchiera intima. Pensavano nascondesse documenti segreti nelle mutande. E quali documenti? Una sentenza imbarazzante sulla pm Ilda Boccassini che risale a 20 anni fa, nota ma custodita negli archivi del Csm. Basta il buon senso per accorgersi che si tratta di metodi incompatibili con la democrazia e lo stato di diritto. E infatti ieri per una volta il Giornale non è rimasto solo: l'Ordine dei Giornalisti, la Fnsi e anche il Pd hanno protestato veementemente. 

Conoscendo l'anticonformismo del Fatto, mi sarei aspettato che facesse altrettanto, che avesse il coraggio di smarcarsi dalla magistratura di fronte a un abuso così grave. E invece niente. Anzi... Ieri il sito, diretto dal mio ex collega al Giornale Peter Gomez, ha tardato a dare la notizia. E quando si è deciso (vedi qui) l'ha girata col taglio gradito alle procure, non nascondendo un certo compiacimento: il consigliere del Csm Brigandì è stato indagato in quanto sospettato di essere la talpa che ha passato il fascicolo alla Greco. Come dire: ben gli sta, colpito un nemico. Nell'articolo veniva dato conto della nosta di Sallusti e dell'Fnsi, ma come nota marginale. 

Ho pensato: stamane, sul numero in edicola, correggerà il tiro, magari anche solo con un corsivetto. E invece no: a pagina 5 ho trovato un articolo di cronaca , titolo: "Abuso d'ufficio, indagato il Consigliere Csm Brigandì", solo nel sommario: "Perquisizioni nella sede del Giornale". E l'incursione nela casa della Greco? Citata in poche righe, omettendo i dettagli, davvero sconcertanti, della persecuzione.   

Insomma, il Fatto dà l'impressione di considerare normali questi trattamenti, se applicati a una cronista del Giornale. Travaglio, Gomez, Lillo, che hanno costruito la loro fortunata carriera sugli scoop giudiziari, divulgando atti in teoria coperti dal segreto istruttorio. Anche in questi giorni: il Fatto sa tutto sull'inchiesta di Ruby e ogni giorno svela accuse e dettagli piccanti. Ai tempi della vicenda Porro-Marcegaglia il Fatto pubbblicò addirittura la registrazione audio. Ci sta, in un Paese come l'Italia e nel modo in cui noi tutti facciamo giornalismo.   

Però mi chiedo, anzi vi chiedo, cari Travaglio e Gomez. Provate a mettervi nei panni della Greco: come reagireste se il trattamento riservatole fosse stato applicato a voi? Certo, non vi è mai capitato e sapete che il rischio che ciò accada è molto basso, visti i vostri rapporti privilegiati con una parte importante della magistratura. Ma se volete essere davvero giusti ed equi, se volete davvero un'Italia migliore - come scrivete ogni giorni, sentendovi investiti di una missione divina - non potete accettare queste logiche. Ma come? Denunciate derive anticostituzionali e minacce per la democrazia, scrivete di volere "un Paese civile in cui la Giustizia sia uguale per tutti", mobilitando la piazza, e poi avallate perquisizioni degne del Kgb, della polizia di stato maoista, della Stasi, ben descritte nel film le Vite degli altri

Ma vi rendete conto della vostra aberrazione?  




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Questo è fair-play: in Inghilterra tutti fermi per far pareggiare gli avversari

Il Mattino


NAPOLI - Un gol fatto segnare agli avversari all'insegna del fair-play calcistico che raramente trionfa nel calcio. Singolare quanto è accaduto un una partita di Conference South, campionato minore inglese, Havant-Boreham Wood. A nove minuti dalla fine della gara l'Havant calcia fuori il pallone in fallo laterale per permettere ai medici di aiutare Sam Pearce (dell'Havant) rimasto a terra. La squadra è in vantaggio per 1-0, ma accade qualcosa di inaspettato. Mario Noto, del Boreham Wood, restituisce sportivamente la palla calciandola con forza verso la porta avversaria, ma non si accorge che il portiere avversario in quel momento è fuori dai pali.

Così, la palla finisce in rete tra lo stupore generale e dei giocatori stessi. Per evitare la rissa, dai giocatori del Boreham Wood viene concesso al centrocampista dell'Havant, di correre indisturbato verso la porta avversaria e segnare. 2-1 per l'Havant, risultato e fairplay in cassaforte.

Lunedì 31 Gennaio 2011 - 17:09    Ultimo aggiornamento: 18:50









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Wikileaks: "al Qaida prepara una bomba sporca"

di Redazione



Secondo alcuni documenti riservati, cellule di jihadisti sarebbero vicini alla produzione di ordigni batteriologici e chimici. Stati Uniti e Nato sarebbero stati avvisati già da qualche anno

 

Londra Un nuovo "11 settembre", ma stavolta nucleare. Sarebbe questo il prossimo obiettivo di al Qaida. Lo rivelano alcuni documenti riservati ottenuti da Wikileaks e fatti avere al quotidiano britannico The Telegraph. Gruppi di combattenti islamici, secondo quanto si legge, starebbero tentando di costruire una bomba sporca e starebbe provando a reclutare personale esperto per portare a compimento il proprio progetto. 

Nato avvisata nel 2009 A giudicare dai documenti, sembra che le cellule di jihadisti sarebbero vicini alla produzione di "efficaci" ordigni batteriologici e chimici che potrebbero uccidere migliaia di persone se utilizzati in attacchi contro l’Occidente. Già nel gennaio 2009, però, in una riunione della Nato i responsabili della sicurezza dei paesi membri sarebbero stati informati del fatto che al Qaida sta provando a realizzare un programma per "Ied (ordigni esplosivi improvvisati) radioattivi sporchi", che potrebbero essere utilizzati contro le truppe britanniche dispiegate in Afghanistan. Gli ordigni, riferisce il Telegraph, oltre ad uccidere migliaia di persone, avrebbero anche l’effetto di contaminare l’area colpita per molti anni. Un altro documento riservato riferisce che un consigliere per la sicurezza nazionale dell’India ha avvisato personale americano nel giugno del 2008 del fatto che un gruppo di terroristi ha fatto "un manifesto tentativo di venire in possesso di materiale fissile" ed è dotato della "competenza tecnica di costruire un ordigno esplosivo al di là di una semplice bomba sporca".



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La fuga di notizie dai tribunali? Lecita solo per le cene di Arcore

di Stefano Zurlo


Gli atti pubblici di trent'anni fa per i giudici sono segreti. Mentre le cene di Arcore no. Ecco tutti i privilegi della casta. Dopo la pubblicazione di un articolo sulla Boccassini è stata perquisita la casa della nostra cronista Anna Maria Greco e la sede romana del Giornale. AUDIO ASCOLTA LA TESTIMONIANZA "Esperienza allucinante. Mi hanno fatto spogliare e hanno rovistato nella biancheria intima".


 
Un vestito cucito sui privilegi della casta. Oggi non è più così, ma fino al 1985 la corporazione dei giudici lavava i panni sporchi in gran segreto. Nel sancta sanctorum della sezione disciplinare, protetta da sguardi indiscreti. Oggi le udienze del “tribunale” dei magistrati vengono trasmesse in diretta da Radio Radicale. Oggi, almeno sulla carta perché la realtà è più complessa e difficile, la Disciplinare lavora dietro un vetro trasparente. I procedimenti, dall’udienza alla sentenza, possono essere letti e studiati. Fino al 1985, invece, si svolgevano a porte chiuse. È su questa base che la procura di Roma ha messo sotto indagine il consigliere del Csm Matteo Brigandì e ha perquisito Anna Maria Greco del Giornale. 

Gli atti precedenti alla rivoluzione del 1985 sono e debbono rimanere sigillati. Dunque, anche il fascicolo del procedimento a carico di Ilda Boccassini, datato 1982, sarebbe chiuso con un lucchetto. E scardinare quel lucchetto significa, secondo l’impostazione della procura di Roma, commettere un abuso d’ufficio. Insomma, siamo un paese strano: si può sapere, in tempo quasi reale, con uno scarto di pochissimi giorni, quel che accade fra le mura di villa San Martino ad Arcore. Certo, la residenza del premier non può essere perquisita senza autorizzazione del Parlamento. Ma, intanto, quel che succede a pranzo o a cena nell’abitazione del presidente del Consiglio viene ricostruito, assemblando di tutto, e divulgato dai giornali con una piccola sfasatura sul calendario.

Quel che si discuteva a Palazzo dei Marescialli nel 1982 invece è top secret. Anche se ormai quei fatti confinano con la storia e si fatica persino a considerarli una pagina di cronaca. Non importa. E non si vuol cogliere nemmeno il paradosso di questa situazione: di solito i giornalisti vengono messi sotto inchiesta quando divulgano atti ancora coperti dal segreto. Quando arrivano troppo presto. Prima che un verbale o un’intercettazione vengano depositati. Qui invece le carte sono troppo vecchie: i fascicoli del 1990 o del 1995 sono, o dovrebbero essere, perché non si sa mai, di dominio pubblico. 

Ma fino al 1985 prevaleva quella vecchia giustificazione, l’alibi, la legge oscura dossier.
In poche parole, si commette (se c’è) un reato perché dai ripostigli della cronaca salta fuori quello scudo invalicabile: e quello scudo polveroso, poi fatto a pezzi per decenza, dovrebbe fermare i cronisti. Certo, la Procura di Roma si è mossa dopo una segnalazione partita dallo stesso Csm, ha ricevuto un input dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, ma la sostanza del problema non cambia. 

C’è un deficit di democrazia e c’è una diversa tutela dei poteri fondamentali dello Stato: da una parte la privacy delle alte cariche istituzionali viene fatta a pezzi quasi in diretta e di fatto si controlla chi entra e chi esce da Villa San Martino; dall’altra non si può raccontare nei dettagli una storia, vecchia fin che si vuole, ma contenuta negli atti della Sezione disciplinare e non in qualche rivista di gossip. Insomma, lo scudo, anche se a tempo, ce l’ha il potere giudiziario, non il Governo. Così alle critiche, legittime, sull’opportunità di rispolverare una storia lontana quasi trent’anni, si preferisce il blitz muscolare. Le perquisizioni e i sequestri. I calcoli svolti col metro del codice penale. E il codice puntella antichi privilegi. Mai cancellati.





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L'ultima follia femminista: quote rosa anche sul web

di Eleonora Barbieri



Wikipedia scopre che le donne sono solo il 15 per cento dei suoi collaboratori. Ma la partecipazione all’enciclopedia è libera: imporla sarebbe un controsenso

 

Troppo maschili, pure le opinioni. Servono le quote rosa perfino lì. Perché si scopre che anche Wikipedia, regno del contributo libero e democratico, non è poi così egualitario: migliaia e migliaia di collaboratori, ma solo quindici su cento sono femmine. Lo dicono gli studi, sono i numeri che scaricano il peso di un dato scomodo. Un po’ imbarazzante. È politicamente scorretto far notare che, anche dove non ci sia ostacolo, le donne scelgano di non far sentire la propria voce.

 Non si può tirare in ballo il solito soffitto di vetro, la cortina sottile che separa le donne dai ruoli di prestigio, che divide il merito e il sesso. No. Wikipedia è free, libera, senza limiti. Allora perché le donne non scrivono? Perché non vogliono condividere col resto del mondo il loro sapere, le loro passioni, la loro curiosità? Per il New York Times il caso Wikipedia è un simbolo di quello che sono davvero le pari opportunità. Nella realtà, al di là dei proclami, delle leggi, delle quote rosa che i parlamenti cercano di imporre. C’è una donna che della questione ha fatto una battaglia. Per forza.

È Sue Gardner, direttrice della Fondazione Wikimedia: il suo obiettivo è di portare il numero di donne almeno al venticinque per cento del totale dei collaboratori entro il 2015. Ragioni di prodotto: «Vogliamo assicurarci che l’enciclopedia sia il più possibile ben fatta». Ognuno partecipa con il suo pezzettino di sapere, ma se metà del pianeta non contribuisce, il risultato non è garantito.

E infatti la disparità ricade anche sulle voci dell’enciclopedia: quella relativa a Sex and the city è molto meno dettagliata rispetto a quella dei Sopranos e non perché la serie abbia avuto meno successo. È solo che Sex and the city piace alle donne, mentre i personaggi dei Simpsons o gli episodi dei Sopranos contano sul pubblico maschile, quello che poi si diverte a scrivere riassunti, bibliografie, analisi. Il risultato spesso cambia.

Perfino Manolo Blahnik, su Wikipedia, non gode dello stesso culto di cui è oggetto nei negozi: poche righe, e via. E pensare che poi una ci lascia lo stipendio, per le sue scarpe. Il problema delle quote rosa però è applicarle. Non si può imporre una regola al mondo libero di Wikipedia. Allora si aggira l’ostacolo: inviti a un numero sempre maggiore di partecipanti, tentativi di persuasione indiretta. E poi domande. La politica ha già dato la sua risposta: il modello Norvegia fa proseliti, una percentuale minima di manager donne nelle grandi aziende quotate in borsa, imposta per legge. Il mondo reale deve adeguarsi.

E pian piano poi succede: dopo la Norvegia la Spagna, la Francia, ora ci pensa anche la Germania. A Berlino la politica è in mano a una donna, ma l’economia no, così si vogliono obbligare le società ad avere almeno il trenta per cento di signore ai vertici. Le stesse ministre del governo di Angela Merkel sono divise. Il modello Norvegia del resto fa discutere da anni. Per alcuni la legge è un primo passo avanti, perché dove non arriva il mercato, meglio costringere; per altri il rimedio è peggiore del male, così le donne da escluse si trasformano in panda, da tutelare a colpi di percentuale. Perfino al forum di Davos gli organizzatori hanno dovuto imporre le quote rosa ai partecipanti: un rappresentante su cinque delle grandi aziende doveva essere donna. Pare che qualcuno abbia preferito lasciare un posto vuoto, piuttosto che spedire una collega.

Dicono gli esperti che tutto questo alla fine pesi. Che le donne poi comincino a dubitare di sé stesse. Ma è davvero per questo che non scrivono su Wikipedia, perché non credono nelle proprie opinioni? Forse le femmine sono soltanto diverse dai maschi. Alle donne dà più soddisfazione comprarsi uno stiletto di Manolo Blahnik che scriverne. Alle ragazze piace guardare Sex and the city, parlarne con le amiche, imporlo al fidanzato o al marito. Ma non hanno voglia, o tempo, di rimanere sedute ore davanti al computer per registrare ogni dettaglio. Neanche a forza di quote rosa o di sociologia.



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Il fax galeotto smaschera Loiero

di Redazione



Il nuovo acquisto di Fli? Agazio Loiero. L’ex governatore della Calabria ha deciso di lasciare il Pd. Ecco come è stato scoperto...


 
Il nuovo acquisto di Fli? Agazio Loiero. L’ex governatore della Calabria ha deciso di lasciare il Pd («Che io, unico calabrese, ho contribuito a fondare», commenta amaramente) e di passare al gruppo Autonomia e diritti. Ma non è escluso che prima o poi l’approdo sia il partito del presidente della Camera. Galeotto fu il fax con il quale Loiero (ex Dc, poi cossighiano, mastelliano e infine rutelliano) ha comunicato all’ufficio di presidenza del Consiglio regionale il nuovo cambio di casacca. È quello della pasdaran finiana Angela Napoli, che da destra continua a sparare bordate sul governatore ex An Giuseppe Scopelliti. I rapporti tra Agazio, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli sono ottimi, e pare che la Napoli si stia spendendo per portare sulle rive di Futuro e libertà Loiero e altri transfughi Pd. «Con lei coltivo sentimenti d’amicizia e d'ammirazione». Se son rose...




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Collana di denti e carcassa di lupo: così il bracconiere è finito in carcere

Corriere della sera


Primo caso in Italia di identificazione e condanna di un cacciatore grazie all'esame del Dna dei «corpi di reato»

 

CHIAVARI


La collana di denti di lupo (foto laboratorio Genetica Ispra)
La collana di denti di lupo (foto laboratorio Genetica Ispra)
ROMA - Una carcassa di lupo con il muso tagliato lasciata davanti al Municipio. Escrementi raccolti nel bosco. E una collana-trofeo con dieci denti confiscata dalla Polizia provinciale. Il giallo comincia nel 2007 nel piccolo centro di Borzonasca, alle spalle di Chiavari in provincia di Genova. Pochi indizi per un'indagine degna della serie tv statunitense «Csi». Quattro anni dopo la soluzione e il lieto fine: un bracconiere viene condannato a 7 mesi di carcere (con la condizionale) e a pagare seimila euro di multa per aver cacciato e ucciso almeno 6 lupi italiani, da anni specie in via di estinzione e quindi protetta. È il primo caso in Italia.


Collana-trofeo di denti di lupo: bracconiere condannato


LE INDAGINI - «È un risultato importante, che questo serva di monito a tutti i bracconieri». Esulta Ettore Randi, ricercatore e responsabile del laboratorio di genetica dell'Istituto Nazionale Fauna Selvatica (oggi Ispra). È lui ad aver ricevuto i «corpi del reato». Racconta: «Dopo il sequestro della collana di denti e il ritrovamento della carcassa del lupo, fummo chiamati dalla Provincia di Genova che ci chiedeva di accertare se i denti appartenessero a lupi o ad altri animali e se si trattasse di più lupi». Le risposte arrivarono dall'esame del dna: i denti erano di 6 lupi italiani, tre maschi e tre femmine.

L'ESAME GENETICO - Non solo. Il dna di uno dei denti appesi alla collana era identico alla carcassa del lupo lasciata davanti alla sede del Comune di Borzonasca. E quello di un altro apparteneva ad un esemplare che bazzicava proprio nei boschi intorno alla cittadina ligure, identificato grazie agli escrementi raccolti qualche tempo prima dal Corpo Forestale per il progetto del Monitoraggio genetico delle popolazioni di lupo italiano (coinvolte Emilia Romagna, Liguria, Marche e Umbria) che fornisce un'enorme banca dati con tutte le tracce lasciate dagli esemplari.

L'autopsia su un lupo (foto laboratorio Genetica Ispra)
L'autopsia su un lupo (foto laboratorio Genetica Ispra)
LA CONDANNA - I risultati degli esami hanno permesso di incriminare il bracconiere che indossava orgoglioso la sua collana-trofeo: accusa di bracconaggio e detenzione illegale di armi. E lunedì è arrivata la condanna: 7 mesi di carcere (con la condizionale) e seimila euro di multa da pagare. L'uomo, un sessantenne, è proprietario di un allevamento di capre e pecore. nella zona. «Forse - conclude Randi - ce l'aveva tanto con i lupi perché avevano attaccato le sue bestie».


Claudia Voltattorni
cvoltattorni@corriere.it
02 febbraio 2011



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Wikileaks sull'11/9: l'Fbi è a caccia di 3 uomini del Qatar

Quotidiano.net


Il cablogramma è datato febbraio 2010 ed è stato inviato dall’Ambasciata americana di Doha al Dipartimento per la sicurezza nazionale di Washington


Roma, 2 febbraio 2011


Le autorità americane stanno dando la caccia a tre uomini del Qatar sospettati di aver partecipato agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti.
E’ quanto si legge in un cablogramma Usa diffuso da Wikileaks e pubblicato oggi dal quotidiano britannico Telegraph.

Il documento, datato febbraio 2010, è stato inviato dall’Ambasciata americana di Doha al Dipartimento per la sicurezza nazionale di Washington. Secondo quanto scrivono i diplomatici, i tre uomini tennero sotto controllo gli obiettivi, ossia il World Trade Centre, la Casa Bianca e il Pentagono, e garantirono “sostegno” agli attentatori. I tre uomini avevano inoltre i biglietti per il volo American Airlines tra Los Angeles e Washington del 10 settembre 2001, ma non si presentarono all’imbarco, partendo invece quello stesso giorno per Londra.

 Il giorno dopo, lo stesso Boeing 757 venne dirottato da cinque terroristi e fatto schiantare sul Pentagono, uccidendo 184 persone. I presunti terroristi raggiunsero New York da Londra tre settimane prima degli attentati, scrive il Telegraph. Le autorità americane stanno dando la caccia anche a un quarto uomo, degli Emirati arabi uniti, sospettato di aver aiutato i tre del Qatar mentre si trovavano negli Stati Uniti.




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E io ti tasso anche l'ombra Ecco il 'bestiario'fiscale

Quotidiano.net


Confesercenti denuncia: migliaia di imposte bizzarre. Balzelli sull'aria, sui gradini e perfino sui lumini del cimitero. La proposta: ridurre in 4 anni la pressione dal 43,5 al 39.5%


di NUCCIO NATOLI

ROMA, 2 febbraio 2011


LO CHIAMAVANO fisco lunare. E’ peggio. In Italia chi non evade le tasse deve fronteggiare un bestiario fiscale. Ci vuole fantasia, e tanto sadismo, per inventare una tassa sull’ombra, o sui gradini, o sull’uscita di casa, o, ancora, per esporre la bandiera italiana. In Italia è stato fatto. Come ti muovi scatta l’imposta. Persino se stai in casa, a cuocerti un uovo e a guardare la tv, tu non lo sai, ma le tasse scorrono più rapide delle cascate del Niagara. Sulla bolletta del gas il 43% sono tasse. Su quella elettrica siamo al delirio. Lo sapevate, ad esempio, che incorpora anche una tassa per finanziare un fondo con cui premiare «i Comuni sedi di centrali nucleare»? In Italia non ci sono centrali nucleari e non ce ne saranno almeno per dieci anni. Particolare secondario per chi ha pensato al fondo.

Tutto contribuisce a portarci al terzo posto della classifica Ocse per carico fiscale. Visto che è inutile piangere, è difficile non prenderla a ridere. Lo ha fatto la Confesercenti in uno studio in cui ha dato un nome adeguato a tasse e imposte mascherate con sigle incomprensibili. Una indagine dalla quale emerge un quadro con balzelli «assurdi», che il presidente della confederazione Marco Venturi definisce «sconfortante». Tanto da invitare a una svolta: l’abbattimento almeno del 25% delle incombenze e la riduzione dal 43,5 al 39,5% della pressione fiscale in quattro anni.

Tornando all’indagine, le curiosità sono tantissime. Se la tenda di un negozio si allunga sulla strada, scatta la tassa. La chiamano tassa sulla tenda, ma in realtà è sull’ombra. Se una casa ha i gradini sulla pubblica via, ecco la tassa sui gradini. Il Comune di Agrigento si è inventata quella sui ballatoi. A spulciare si scoprono persino le imposte «esoteriche». Quali sono? Quelle su fatti immateriali. Tipo? La tassa sulle memorie tecnologiche (cd, penne usb, computer), quella sulla voce (sui cellulari), quella sui divertimenti (una festa privata in un luogo pubblico), c’è persino quella sull’aria (scatta per il metano miscelato ad aria). Con le tasse «burocratiche» la lista è da film dell’orrore: da quelle catastali a quelle su giustizia, certificati, autorizzazioni. C’è poi la tassa sugli sugli sfratti: l’obolo per il fisco è di 220 euro.

E CHE dire delle imposte «spietate» che colpiscono chi già non se la passa bene. Chi partecipa a un concorso pubblico deve pagare (tassa sulla disoccupazione). Chi è costretto a firmare cambiali deve aggiungere l’imposto di bollo. Chi fa ricorsi alla commissione tributaria paga 24 euro (tassa sui tartassati). Il disabile che prende un aereo ha un rincaro sul biglietto di 50 centesimi (tassa sul disabile). Non mancano le tasse «macabre». Non si possono definire in altro modo i 35 euro per il certificato di decesso (tassa sul morto), il diritto fisso di 58 euro per il trasporto del defunto (tassa sul feretro), i 100 per l’autorizzazioni a disperdere le ceneri di un cremato, la manomorta sui lumini dei cimiteri (costo reale un euro l’anno, ma se ne pagano 17 a Milano e 25 a Roma). Si potrebbe continuare a lungo, ma limitiamoci alle tre tasse diverse che gravano sulle invenzioni (la prima per la domanda, la secondo annuale e la terza per stampare i disegni). E poi ci si chiede perché i nostri ricercatori più brillanti scappano all’estero? Vivessero oggi, lo farebbero anche Leonardo da Vinci e Galilei.




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I guardoni di Arcore

Il Tempo


"Nei dossier foto scattate con metodi di spionaggio". Rivelazione: Barbareschi lancia l'allarme sull'operato del pool di Milano "Non è più un Paese libero". E in arrivo ci sarebbero nuove carte "esplosive".


Non è finita. In arrivo ci sarebbero altre carte «esplosive». La voce circola da giorni. I vertici del Pdl se lo aspettano. La procura di Milano sta continuando - imperterrita e frenetica - il suo lavoro. I risultati potrebbero arrivare a Roma nei prossimi giorni. Un plico potrebbe essere consegnato già oggi, o forse domani mattina. Nuove intercettazioni, bonifici di pagamento, fotografie. Già, le fotografie. Tutti le avevano escluse. Né video, né foto nei fascicoli, si era detto. Adesso, però, salta fuori che non è così. È il deputato finiano Luca Barbareschi a lanciare l'allarme: «Nell'inchiesta ci sono delle foto fatte in casa di Berlusconi con strumenti professionali usati per lo spionaggio», dichiara in diretta alla Zanzara su Radio 24. «Nelle notizie importanti, ad esempio sulle stragi di Bologna, di Piazza Fontana, - prosegue l'esponente di Futuro e Libertà - non sono mai uscite foto o intercettazioni, ma quando si vuole esistono e sono fatte con strumenti professionali per lo spionaggio e strumenti per le intercettazioni».

Barbareschi non ha dubbi: «Spionaggio» dice. Senza nessun timore, come chi è sicuro di ciò che ha visto. «Sappiamo che questi apparecchi costano più di 25.000 euro l'uno. Gli investigatori hanno fatto delle foto e sono notizie certe. Non sono foto fatte dalle ragazze con i telefonini ma foto scattate con strumenti professionali», ripete allarmato. Poi, nonostante negli ultimi tempi non sia certo stato un fan del Cav, Barbareschi si lascia andare a una conclusione amara sul caso Ruby e sul modo in cui il pool di Milano sta conducendo le indagini: «Non è più un paese libero - sentenzia deluso - Se dovessi vedere una foto di Berlusconi io come cittadino italiano mi sentirò offeso». Non ci resta che aspettare le mosse di Ilda Boccassini e compagni.

 Del resto non è la prima volta che i magistrati di Milano fanno recapitare a Montecitorio nuovi documenti «shock» proprio poco prima di un appuntamento cruciale per il governo. E domani c'è il federalismo. In Commissione si va verso il pari, ma se uscissero altri elementi «compromettenti» la situazione potrebbe anche peggiorare. L'Aula domani dovrà anche esprimersi sul rinvio degli atti a Milano, per difetto di competenza. Si annunciano giorni di fuoco. Intanto l'inchiesta va avanti. Per Nicole Minetti non ci sarà nessun altro nuovo interrogatorio, almeno per il momento. Lo ha fatto sapere il procuratore della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati dopo un colloquio avuto ieri mattina con il difensore dell'ex igienista dentale del Cav, l'avvocato Daria Pesce. «Se è il caso Nicole Minetti si farà reinterrogare dopo la chiusura delle indagini, con il deposito degli atti», ha spiegato il legale. I magistrati hanno ribadito di ritenere «esaustivo» l'interrogatorio avvenuto domenica scorsa.

In particolare il colloquio del consigliere regionale con Ilda Boccassini, Antonio Sangermano e Pietro Forno sarebbe stato fondamentale per ricostruire esattamente cosa accadde la notte tra il 27 e il 28 maggio scorsi, quando Ruby fu prima fermata per furto, portata in questura, e poi affidata proprio alla 25enne eletta nel listino bloccato di Formigoni. Quella sera Berlusconi telefonò due volte a funzionari della questura e per questo i pm milanesi lo hanno indagato per concussione. La posizione di Nicole Minetti, indagata per induzione e favoreggiamento della prostituzione e prostituzione minorile, secondo fonti giudiziarie, sarebbe comunque diversa e più seria rispetto a quella di Lele Mora ed Emilio Fede, indagati per gli stessi reati. Dalle intercettazioni effettuate sul cellulare della consigliera regionale, poi, emergerebbe anche come la Minetti abbia continuato ad organizzare feste per il premier fino al 15 gennaio, ad indagine già avviata. Una circostanza che potrebbe far pensare alla reiterazione del reato, sufficiente perché i pm dispongano la custodia cautelare. La procura di Milano sembra però orientata a non considerare l'ipotesi di una carcerazione preventiva per la Minetti, almeno per il momento.


Nadia Pietrafitta
02/02/2011




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Incursioni Quando Cossiga fece intervenire l’Arma alla riunione del Csm

di Redazione



Non ha violato solo l’abitazione della nostra cronista, Anna Maria Greco, e la redazione romana del Giornale l’inchiesta romana per abuso d’ufficio a carico della presunta fonte sul procedimento disciplinare del 1982 a carico di Ilda Boccassini, Matteo Brigandì. I carabinieri hanno bussato anche alla porta del Csm. E non è la prima volta che accade. Vent’anni fa, fu l’allora presidente della Repubblica a inviare sempre i carabinieri a Palazzo dei Marescialli.

Accadde nel ’91, il 14 novembre, quando il presidente-picconatore ritirò la convocazione di una riunione del plenum nella quale erano state inserite cinque pratiche sui rapporti tra capi degli uffici e loro sostituti sull’assegnazione degli incarichi. Cossiga riteneva che la questione non fosse di competenza del plenum e avvertì che se la riunione avesse avuto luogo avrebbe preso «misure esecutive per prevenire la consumazione di gravi illegalità».

I consiglieri del Csm si opposero con un documento e si riunirono. In piazza Indipendenza, alla sede del Csm, affluirono i blindati dei carabinieri e due colonnelli dell’Arma vennero inviati a seguire la seduta. Ma il caso fu risolto subito, perché il vicepresidente, Giovanni Galloni, non permise la discussione.



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La sinistra si allarga in Rai E l'Annunziata raddoppia

di Laura Rio



La pasionaria conduttrice di «In mezz’ora» guiderà anche l’approfondimento «Potere» Per arginare l’ondata di programmi anti Cav, via libera a Vespa e Sgarbi in «prime time»

 
Roma A rinforzare la task force dell’informazione «sinistra» arriva, anzi raddoppia, l’Annunziata. Invece, a contrastare il loro potere in Rai ci provano Sgarbi e Vespa promosso in prima serata. Dunque, nei palinsesti che domani arrivano sul tavolo del Cda si gioca una partita cruciale per le guerre politiche che si combattono nella tv di Stato. Da una parte i vari Santoro, Floris, Dandini e Fazio che vogliono tenere alta la bandiera di un’informazione che dà fastidio a Berlusconi e al governo. Dall’altra gli alti dirigenti che cercano di mettere in piedi programmi di approfondimento più vicini al centrodestra o comunque non aprioristicamente schierati contro il premier.

Al primo gruppo si ascrive Lucia Annunziata: già conduttrice di «In mezz’ora» in onda alla domenica pomeriggio su Raitre, da fine marzo (partenza lunedì 28) si aggiudicherà una trasmissione in seconda serata sullo stesso canale. Il titolo è già un programma: «Potere». L’obiettivo è analizzare i passaggi storici del secolo passato nei settori chiave della politica, dell’industria e della finanza. Per esempio una puntata potrebbe essere dedicata alla fine del sistema dei partiti distrutti da Tangentopoli e la nascita di Forza Italia oppure alle grandi trasformazioni della Fiat. Non sarà un talkshow stile «Annozero» o «Ballarò», piuttosto si richiamerà più a «Mixer», con contributi filmati e interviste singole. Ma questo non impedisce che il programma possa prendere una piega politica. Non per nulla la questione è una di quelle cruciali nei nuovi progetti.

Palinsesti così «scottanti» da essere pure trafugati: l’altra notte sono state rubate le uniche tre copie cartacee stampate dall’ufficio del responsabile Angelo Teodoli che ha fatto denuncia alla polizia. Nel caso dell’Annunziata, i piani alti di viale Mazzini vogliono verificare che la trasmissione mantenga una connotazione prettamente storica e per questo motivo potrebbe anche essere rinviata a maggio. Il dg Mauro Masi ha già in piedi una infinita guerra con Santoro (l’ultima sfida riguarda la scaletta del programma che il direttore generale vorrebbe vedere un giorno prima e non poche ore prima della messa in onda) e non vorrebbe aggiungere altri punti di scontro. Perché tutti gli sforzi sono concentrati su quei programmi - di cui si parla da tempo - voluti per «garantire pluralismo». Dunque si punta su Sgarbi e Vespa in prima serata su Raiuno.

Sulla carta la partenza del talk condotto dal critico d’arte è prevista per l’11 marzo: sei puntate di uno show intitolato «Il bene e il male» che spazierà dai dibattiti etici come l’eutanasia, l’arte, la religione. Insomma, un altro punto di vista rispetto a «Vieni via con me» di Fazio-Saviano. Vespa, invece, comincerà ad arrivare in prima serata dal 16 marzo: insieme a Baudo condurrà lo show per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia (interviste, immagini di repertorio, canzoni e via dicendo). Poi il vero traguardo: trasferire «Porta a Porta» in prima serata, una volta alla settimana, probabilmente al mercoledì, a partire da aprile-maggio.

Ma in Rai in tanti sono pronti a scommettere che il progetto non vedrà la luce prima di settembre. Molto dipende anche dalle possibilità che si ci siano le elezioni politiche. L’importante per Masi è arrivare all’estate: a quell’epoca scadranno i contratti degli «odiati» Floris, Gabanelli e Fazio, chissà se verranno riconfermati. Già circolano le voci che la conduttrice di «Report» sia in viaggio per La7...

In tutto questo, Serena Dandini a febbraio-marzo perderà una delle sue serate, passando da quattro a tre a settimana per lasciare spazio ai programmi per i 150 anni. Ma il cda di domani sarà scottante anche per la questione delle eccessive spese contestate al direttore del Tg1 Minzolini: pare che il consigliere Rizzo Nervo arriverà con nuove carte.



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E adesso chi difende il corpo della donna?

di Annamaria Bernardini De Pace



La legge non è uguale per tutte: adesso la privacy della Boccassini vale più di quella di una giornalista

 

C’è qualcosa di molto violento in ciò che è successo alla giornali­sta Anna Maria Greco. Scrive un articolo che riguarda un magistrato. Con la velocità della luce, una sua presunta fonte viene indagata per abuso d’ufficio ai sensi dell’art.323 del codice penale. Quasi contestualmente, viene disposta la perquisizione del Giornale, nonché la perquisizione domiciliare e personale (ribadisco: personale) della giornalista. Il codice di procedura penale all’art. 352 dice «nella flagranza del reato o nel caso di evasione, gli ufficiali di polizia giudiziaria procedono a perquisizione personale o locale quando hanno fondato motivo di ritenere che sulla persona si trovino occultate cose o tracce pertinenti al reato che possono essere cancellate o disperse, ovvero che tali cose o tracce si trovino in un determinato luogo o che ivi si trovi la persona sottoposta alle indagini o l’evaso… ».

La giornalista non è l’indagata. Certamente non stava commettendo alcun reato al momento della perquisizione, né stava «evadendo» dal Paese, dal carcere o da chissà dove. Era a casa sua con suo figlio, quando, di primo mattino, sono comparsi i carabinieri i quali, dopo avere rovistato, investigato, frugato per tutta la casa, sequestrato persino il computer del figlio, l’hanno fatta spogliare e sottoposta a perquisizione corporale. Al fine, secondo il codice, di trovare su e dentro di lei «tracce o cose occultate pertinenti al reato».

Cosa, per esempio? Un dossier? Una chiavetta usb o un cd? Non essendo l’indagata e non trovandosi in flagranza di reati, all’evidenza la giornalista è stata considerata un luogo, un nascondiglio e testimonianza del reato. Visto che l’unico corpo del «reato»,se esistente,sarebbe potuto essere al massimo il suo cervello, il miglior mezzo investigativo sarebbe dovuto essere individuato nel sezionarle all’improvviso il cervello,prima che potesse cancellare la memoria con altri pensieri. Non osando tanto, per ora, i carabinieri comandati dal pm, hanno ispezionato fin dove possibile il corpo della donna. Trascurando, peraltro, di attendere che lei avesse... smaltito la notizia e così perdendo l’occasione di mostrare il massimo della diligenza investigativa nell’esaminare anche i residui della digestione.

Il tutto per un’indagine priva di qualsiasi urgenza; esente da ogni allarme sociale, completamente inutile considerata la notizia già diffusa e l’esistenza di altri indizi comodamente valutabili dal pm. Altro che violenza. È quasi paradossale che il reato in questione sia l’abuso d’ufficio. È davvero inaudito e scandaloso quanto è avvenuto a danno di una giornalista, donna e madre.Che ha l’unico torto di avere fatto il suo dovere, pubblicando una notizia e proteggendone la fonte. Nel rispetto del suo codice deontologico. Malgrado ciò si è infierito sul suo onore anche di madre e sul suo pudore di donna. In un momento storico in cui la società e i magistrati, in particolare, si dichiarano paladini del corpo delle donne, spesso sbrodolandosi in un bigottismo ipocrita che crea solo confusione, il corpo di una seria professionista viene trattato come un luogo, un sito ispezionabile dalle forze dell’ordine.

Senza che lei sia indagata, imputata o nota spacciatrice di ovuli di cocaina. E la ragione sta nella difesa, pronta e immediata, della privacy di un’altra donna. Perché l’una viene considerata intoccabile dalla risonanza del passato, e l’altra toccabile senza alcun passato oggetto di critica? Forse c’è una gerarchia di donne e una gerarchia di privacy. E la dignità, come la legge, non è uguale per tutte. È inaudito, illiberale, persecutorio strumentalizzare la rispettabilità di una persona per bene, passando sul suo corpo, nell'ambito di un’inchiesta che la riguarda solo in rapporto al lavoro, che ha svolto con coscienza.

L’eco di questa vicenda,non può che risolversi nella intimidatoria censura preventiva. Nella violenza oppressiva del diritto di informazione costituzionalmente garantito. In uno Stato di diritto che, prima, si nasconde dietro un gruppo di donne per colpire l’obiettivo; poi ne protegge altre e, infine, ne sacrifica qualcuna per giustificare il senso della legge. Forse aveva ragione Dostoevskij, quando diceva che alle persone piacela caduta del giusto e la sua ignominia. Ma ormai sono troppe le persone che coltivano il gusto macabro di vedere gli altri, giusti o non giusti che siano, in qualsiasi modo sfracellati.




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Il braccio violento dei magistrati

di Alessandro Sallusti


La nostra giornalista Anna Maria Greco denudata e perquisita: il blitz nella sua casa e in redazione per aver scritto un articolo sulla Boccassini


Il braccio violento della magistratura ieri ha col­pito noi del Giornale . Una bravissima colle­ga, Anna Maria Greco, è sta­ta svegliata da poliziotti in­viati da una pm di Roma. Gli uomini della Procura so­no entrati nella sua camera da letto, l’hanno fatta spo­gliare e hanno eseguito una perquisizione corporale. Sotto la sua biancheria cer­cavano le fonti di una noti­zia, quella che la cronista ha portato e pubblicato sul Giornale nei giorni scorsi. Come mai tanta ferocia? Semplice, la notizia non ri­guardava Berlusconi, non svelava segreti personali di qualche politico di centro­destra, ma interessava Ilda Boccassini, la pm di Milano impegnata nella caccia al premier sul caso Ruby.

Par­liamo non di gossip, ma di atti giudiziari, quelli del pro­cesso cui fu sottoposta la Boccassini anni fa perché sorpresa in atteggiamenti imbarazzanti in luogo pub­blic­o con un giornalista di si­nistra. In un Paese dove i pm foraggiano regolarmen­te giornalisti amici, alla fac­cia del segreto istruttorio, non è possibile pubblicare notizie che la casta delle to­ghe non voglia. Anche se ve­r­e dalla prima all’ultima pa­rola. Quello di ieri non è stato soltanto un attentato alla li­bertà di stampa.

È stato un atto di violenza privata ordi­nato da una donna, la pm di Roma,contro un’altra don­na in nome di un’altra don­na (la Boccassini). Cioè la giustizia trasformata in un fatto personale, una squalli­da e vigliacca vendetta, per­petuata con l’uso della for­za dello Stato. Questa pm non è un magistrato, si com­porta da mascalzona che abusa del suo potere: fa toc­care una donna giornalista, fa sequestrare i computer di suo figlio, curiosa nella vi­ta degli altri senza motivo. Che cosa pensava di trova­re la maestrina del diritto? Un indizio sulle fonti delle nostre notizie? Povera illu­sa, lei e quegli arroganti di Repubblica che due giorni fa hanno aizzato, per nome e per conto della Procura di Milano, i magistrati a darci la caccia indicando la possi­bile talpa all’interno del Csm. Roba da radiazione dall’Ordine dei giornalisti, che ovviamente non ci sarà perché fra prepotenti ci si protegge. Ormai siamo alla dittatu­ra delle Procure.

Che deci­dono che cosa si deve pub­blicare sui giornali. Via libe­r­a a tutto quello che può in­fangare Berlusconi e il suo governo, nulla che possa gettare un’ombra su lorsi­gnori. La Boccassini amo­reggiava con un giornalista in luogo pubblico e per que­sto è finita sotto processo? Che cosa pretendevano, di tenerlo segreto? Mi spiace per loro, non è stato così e non sarà così in futuro. I ma­gistrati hanno già tante im­munità, non saremo noi a rendere il loro scudo tom­bale. Scriveremo tutto ciò che riusciremo ad accertare, e penso anche molto presto. Ci arrestino, se credono, questi pm senza senso del­lo Stato che continuano a chiudere gli occhi davanti allo scempio perpetuato ogni giorno dai giornalisti amici. Non mi meraviglie­rei visto che ieri sono arriva­ti a indagare un ministro, Frattini, per un discorso pronunciato davanti al Se­nato, pur di tentare di salva­re la faccia all’amico Fini. Se così siam messi, della magistratura non possia­mo avere più né rispetto né fiducia.



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