giovedì 27 gennaio 2011

FiniI, ecco la prova

di Redazione


Il ministro degli Esteri: "I documenti sono veri, ma spetterà alla Procura verificare i fatti". In serata trapelano i documenti che dimostrano che la casa è di Giancarlo Tulliani.


Il contratto: FOTO




Roma - L'affaire Montecarlo è arrivato alla resa dei conti. In serata trapelano i documenti che dimostrano che la casa di boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera. In ballo non c'è solo la verità su un caso che si strascina da circa sei mesi, ma anche la poltrona più alta di Montecitorio. Fini, in un videomessaggio diffuso il 25 settembre scorso, aveva assicurato che se fosse stato accertato che la casa di è di Giancarlo Tulliani, si sarebbe dimesso. Ora i documenti ufficiali ci sono, Fini manterrà la promessa?
Frattini: "I documenti sono autentici" Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo in Aula al Senato ha spiegato che il primo ministro di Santa Lucia conferma l’autenticità del documento pubblicato dai giornali circa la proprietà della casa di Montecarlo intestata ad una società off-shore che fa riferimento a Gianfranco Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini. "Qualche settimana fa ho ricevuto la risposta dal primo ministro di Santa Lucia - ha detto Frattini - il quale, allegando il documento, me ne ha certificato l’autenticità e l’autenticità dei dati contenuti, sia la lettera, sia il documento allegato sono stati da me inviati per delle valutazioni alla procura della Repubblivca di Roma dove c’è ancora un fascicolo aperto" sulla vicenda. Frattini, dunque, non ha rivelato i contenuti della documentazione ora sottoposta a segreto istruttorio, essendo stata acquisita dalla Procura.
"Nessuna rogatoria, un chiarimento" Nessuna rogatoria, ma "un chiarimento puro e semplice". Il ministro degli Esteri Franco Frattini spiega così, in Aula al Senato, il motivo della sua richiesta al governo di Santa Lucia dei documenti relativi alla casa ex An di Montecarlo. Frattini cita, in particolare, la "polemica che investì una presunta manipolazione" della lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia sul coinvolgimento di Giancarlo Tulliani - cognato del presidente della Camera Fini - nella società offshore proprietaria dell’immobile.

"Vi fu una polemica che investì anche una presunta manipolazione del documento e quindi la sua autenticità - ricorda il titolare della Farnesina - e da alcuni organi di stampa si era indicato anche un presunto ruolo di organi dello stato in tali attività". "Ecco la ragione per cui a suo tempo - dice Frattini - ritenni di chiedere non ovviamente una rogatoria, ma un chiarimento puro e semplice alle autorità di Santa Lucia circa la genesi e l’autenticità del predetto documento replicato da organi di informazione in Italia e non solo in Italia, onde fugare dubbi, indiscrezioni, retroscena. Alcune settimane fa - spiega il ministro - ho ricevuto una risposta dal primo ministro di Santa Lucia".
La difesa delle opposizioni Le opposizioni sono partite da subito lancia in resta contro la singolarità di un dibattito deciso a 24 ore dal deposito di una interrogazione Pdl su carte che non si sa perchè spedite alla Farnesina, alla presenza stesa del ministro che abitualmente non partecipa alle risposte a gli atti ispettivi. A parlare per primo è il leader Api Francesco Rutelli, anunciando la sua uscita dall’Aula del Senato prima che il ministro degli Esteri Franco Frattini prenda la parola Al ministro Frattini, Rutelli rivolge "un invito perché si curi molto attentamente su ciò di cui prende la parola". Mentre al presidente Renato Schifani, assente per motivi istituzionali, Rutelli fa notare che "se accetta che si faccia un dibattito per vie traverse sul presidente della Camera, compie un errore". Ecco perché, spiega l’esponente del terzo polo, "per non prestarmi a questo dibattito che considero inaccettabile uscirò dall’Aula".
Militante di Fli denuncia Frattini Un militante di Fli ha depositato una denuncia indirizzata alla Procura della Repubblica e al Tribunale dei Ministri nei confronti del ministro degli Esteri Franco Frattini - spiegano fonti di Fli - per il reato di abuso di ufficio, dopo la risposta del titolare della Farnesina all’interrogazione presentata da un senatore del Pdl a Palazzo Madama sulle carte inviate da Santa Lucia che riguardano la vicenda della casa di An a Montecarlo. Il militante, spiegano le stesse fonti, avrebbe informato i vertici del partito della decisione di depositare la denuncia.  




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Il fuoco dei magistrati sul Giornale: "barbarie, non ci faremo intimidire

di Redazione



Magistrati sul piede di guerra dopo gli articoli del Giornale su Ilda Boccassini che finì sotto processo perché sorpresa in atteggiamenti sconvenienti con un giornalista di sinistra.




Roma - I magistrati non possono essere toccati. Lo dimostra il clamore e le polemiche scatenate dalla notizia riportata da Anna Maria Greco sul Giornale di oggi (leggi l'articolo). Gli amori privati del pm milanese Ilda Boccassini hanno subito chiamato a raccolta tutti i togati che hanno gridato alla "campagna denigratoria". Tutti in difesa della propria collega. Ci ha pensato prima il procuratore Edmondo Bruti Liberati che si è scagliato contro il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti: "Le campagne di denigrazione e l'attacco personale ai magistrati si qualificano da soli" (leggi l'articolo). Subito dopo ci ha messo il carico l'Anm. "Il metodo Mesiano non ci intimidisce e non ci intimidirà - ha tuonato il presidente Luca Palamara - la Boccassini ha ricevuto un attacco di inaudita gravità dal Giornale per la sola 'colpa' di applicare la legge come prevede la Costituzione".
Due pesi e due misure E' bastata un articolo sul passato della Boccassini per smuovere tutta la magistratura. I giudici hanno subito fatto quadrato accusando il Giornale di violare la privacy del pm milanese. Un'accusa che stride con l'inchiesta messa in campo proprio dalla procura di Milano sulla vita privata del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il diritto ad avere una vita privata è, infatti, a senso unico. Due pesi e due misure. Sbirciare nelle ville del premier è possibile. Ma se il Giornale si permette di raccontare di quando la pm Boccassini era finita sotto processo al Csm perché sorpresa in atteggiamento sconvenienti con un giornalista di sinistra, allora il sindacato delle toghe grida subito alla "barbarie" e invoca la privacy. Così come aveva fatto la stessa Boccassini davanto al Csm.
In campo i "paladini" dell'Anm Dopo il comunicato della procura di Milano, anche l’Associazione nazionale magistrati ha quindi reagito con durezza agli articoli pubblicati Giornale: "Il 'metodo Mesiano' non ci intimidisce e non ci intimidirà. I colleghi di Milano hanno l’unica colpa di fare ciò che la Costituzione impone ai magistrati, cioè applicare la legge". "L’attacco è ancor più grave e inaudito perché non c’è un solo magistrato ma sono tre i titolari dell’inchiesta e tra di loro c’è il procuratore capo - ha detto Palamara - la nostra non è quindi la difesa di un magistrato ma dell’intera categoria. Chi pone in essere questi atti sappia che non arretreremo di un millimetro". A giudizio del segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, "quello che è molto grave è trasferire la polemica dall’oggetto del procedimento alla persona del magistrato. Andare a prendere atti di un procedimento disciplinare di 30 anni fa e chiuso con una assoluzione, atti quindi che non sono pubblici, è un atto di aggressione personale. Questa è una barbarie inaccettabile del confronto politico". 




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Forlì, il colpaccio dei ladri gourmet fuga con un tesoro da 100 mila euro

La Stampa








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Il pene non è riconoscibile». Assolto dall'accusa di aver diffuso video hard

Il Mattino


SCIACCA - Non c'è la prova che il pene ripreso col telefonino in un video durante un rapporto sessuale sia dell'imputato. Per questo il tribunale di Sciacca ha assolto un uomo che era stato denunciato dall'amante che lo accusava di aver diffuso su internet il video hard. L'uomo prosciolto ora passa al contrattacco e dice: «Lei sapeva che non ero io in quel filmato la denuncio per calunnia».

L'episodio, come scrive Repubblica-Palermo, avvenne nel 2007 quando la donna di 35 anni trovò in rete il video che lei sostiene ha girato l'uomo con cui aveva una relazione extraconiugale. Per questo lo denunciò chiedendo anche 50 mila euro di risarcimento danni. Nel video si vede un rapporto orale in auto e la ripresa fece il giro della cittadina agrigentina e venne mostrato anche alla figlia minorenne della donna. Nel video si sentirebbe anche la telefonata del marito della donna che le chiede notizie della cena. Lei risponde di scongelare i legumi.

Giovedì 27 Gennaio 2011 - 16:42




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Proposta di legge: «Stop ai pedoni coi cellulari e Mp3 agli incroci»

Corriere della sera


Troppe persone non si fermano ai semafori per distrazione e vengono investite

Polemiche negli Usa sulla proposta dal senatore democratico Carl Kruger




MILANO - C’era una volta il “don’t walk”, ovvero la scritta rossa sui semafori che intima ai pedoni di fermarsi ad aspettare il transito delle auto. Un segnale che, però, sempre più spesso a New York, e sulle strade a stelle e strisce in generale, non viene rispettato, con conseguenze a volte mortali per il passante. E la colpa sarebbe di iPod e telefonini, che distraggono il pedone al punto che questi dimentica completamente dove si trova e quando se ne rende conto, può essere troppo tardi. Un esempio su tutti: lo scorso mese, il 21enne Jason King venne investito e ucciso da un camion a Manhattan perché stava ascoltando musica con le cuffiette e così non ha sentito il clacson dell’automezzo.

Da qui la nuova legge, proposta dal senatore democratico Carl Kruger, di vietare l’utilizzo di cellulari e dispositivi mp3 mentre si attraversa la strada e chi verrà beccato a trasgredire si vedrà appioppare una multa di 100 dollari e una citazione a giudizio. «Tale disposizione è necessaria per prevenire gli incidenti causati dalle persone che sono rinchiuse dentro al mondo ovattato dei loro cellulari o dispositivi mp3 – ha spiegato il politico al “Daily Telegraph” – perché se stai giocherellando con il tuo Blackberry o stai ascoltando musica dal tuo iPod non puoi essere assolutamente consapevole di quanto sta avvenendo attorno a te. Se questa legge verrà approvata, sarà poi estesa anche in altre città».

INCIDENTI RIDICOLI - Fortunatamente, non sempre tutti gli incidenti hanno conseguenze mortali e spesso sono solo ridicoli da vedere, a maggior ragione se postati su Youtube, dove diventano un fenomeno mediatico nel giro di pochi clic e del passaparola: è il caso di Cathy Marrero di Reading, Pennsylvania, volata nella vasca piena d’acqua di un centro commerciale, perché talmente impegnata a digitare una mail da non accorgersi dell’imprevisto ostacolo.

Stando ai dati della “Governors Highway Safety Association” che rappresenta le agenzie di sicurezza stradale di tutti gli Stati Uniti, il tasso di mortalità pedonale a causa della fatalità sulle strade americane è del 12% e la percentuale è aumentata lo scorso anno, dopo essere stata in discesa per diverso tempo. «Sfortunatamente, ci siamo dati un gran da fare per ricordare alle persone di non distrarsi al volante – ha spiegato il portavoce dell’associazione, Jonathan Adkins, alla CBS – ma quello che non abbiamo fatto è stato ricordare come essere un bravo pedone». Insomma, dal “don’t walk” al “don’t talk”, perlomeno in prossimità degli incroci. Ma le reazioni all’iniziativa di Kruger non sembrano per ora incontrare il favore dei newyorkesi, mentre un progetto simile in Arkansas è stato bocciato proprio nei giorni scorsi.

Simona Marchetti
27 gennaio 2011



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Smog, domenica tutti a piedi Auto ferme dalle 8 alle 18

Corriere della sera


De Corato: il piano resterà valido nei prossimi anni. Ma i sindaci dell'hinterland non aderiscono


con il «mercoledì nero» La serie consecutiva di giorni fuori legge è arrivata a 15




MILANO - Domenica 30 gennaio Milano spegnerà la maggior parte dei motori dalle 8 alle 18 per l'emergenza smog. A ufficializzare la decisione sulla prima domenica a piedi del 2011 è stato il sindaco, Letizia Moratti, come diretta conseguenza del piano per l'allarme inquinamento da lei firmato all'inizio della settimana. «Domenica ci fermiamo - ha assicurato Letizia Moratti - perché non abbiamo segnali che ci dicano che rientriamo per tre giorni sotto i limiti consentiti di smog. Oggi pomeriggio firmerò l'ordinanza per la chiusura dalle 8 fino alle 18». Ma i Comuni dell'hinterland non ci stanno, come ribadito al Tavolo Aria convocato al Pirellone.

LE POLVEDI SOTTILI - Mercoledì, giornata «nera» anche per lo sciopero dei mezzi con relativa sospensione dell'Ecopass, l'Arpa ha registrato concentrazioni di Pm10 oltre il doppio della soglia consentita dall'Unione Europea: 108 nella centralina di Città Studi, 134 in quella del Verziere, 155 in via Senato. La serie consecutiva di giorni fuori legge è arrivata a 15, quindi è scattato il blocco totale della circolazione per domenica (per evitarlo, ci sarebbero voluti tre giorni consecutivi con il Pm10 sotto la soglia). Al diciottesimo giorno di polveri fuori controllo il centro storico chiuderà ai veicoli che normalmente pagano l'Ecopass e verrà abbassata da 20 a 19 gradi la temperatura dei riscaldamenti.

«UN CODICE CHE RESTERA'» - Già nella mattinata di giovedì il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, a margine del Tavolo Aria a Palazzo Pirelli, aveva definito ormai inevitabile per domenica il blocco totale delle auto. Inoltre, il vicesindaco ha commentato così l'ordinanza anti-smog approvata qualche giorno fa dal Comune: «Ribadisco che quello che abbiamo approvato non è un'ordinanza per domenica, ma un codice comportamentale che vale anche per i prossimi anni, finché non verrà modificato. Questo significa che sta scattando un meccanismo preciso che, di fronte a un superamento costante dei 50mg del Pm10, partiranno provvedimenti drastici». Sull'orientamento degli altri Comuni lombardi di non indire il blocco del traffico domenica, De Corato ha commentato: «Noi facciamo questa scelta a garanzia della salute dei milanesi. Poi ogni comune farà le scelte che riterrà opportune».

NIENTE BLOCCHI NELL'HINTERLAND - «Nessuno dei Comuni presenti oggi al tavolo, tranne Milano, ha manifestato l'intenzione di attuare blocchi del traffico sul proprio territorio» domenica prossima, ha ribadito l'assessore all'ambiente della Regione Lombadia, Marcello Raimondi. «Comprendiamo - ha spiegato Raimondi - che il Comune di Milano voglia radicalizzare le misure già previste dalla regione, ma la stragrande maggioranza dei Comuni non vede le condizioni per blocchi sporadici o anche programmati. Insistiamo perché si vada avanti con le politiche strutturali adottate già da tempo dalla Regione con serietà e coraggio». E proprio «sulle politiche strutturali c'è stata - ha garantito l'assessore lombardo - condivisione totale da parte del tavolo».

PODESTA': NON MI HANNO AVVERTITO - Il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, si è unito al disappunto dei sindaci dell'hinterland milanese per la decisione unilaterale del Comune di Milano di bloccare il traffico domenica prossima se non migliorerà la qualità dell'aria. «Anche io sono rimasto sorpreso - ha detto Podestà - di non essere stato neanche avvertito di questa intenzione. Credo che le istituzioni è bene si coordinino perché in effetti, e ne ho parlato con il presidente della Regione che ha fatto il tavolo questa mattina, è evidente che bisogna garantire servizi sostitutivi e bisogna fare in modo che per i cittadini non ci siano difficoltà per cui un Comune lo fa e l'altro no. In questo caso chiaramente diventa complicato».


Redazione online
27 gennaio 2011



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E Fede querela il carabiniere della scorta

Corriere della sera

Ha raccontato ai pm: «Dopo le feste portavamo noi a casa le ragazze»: Il giornalista: «Falso»


MILANO - Il direttore del Tg4 Emilio Fede «dopo avere preso visione dei verbali di interrogatorio dell'inchiesta sulle cene ad Arcore, ha affidato ai propri legali il compito di sporgere querela nei confronti del brigadiere capo dei carabinieri Luigi Sorrentino (in servizio presso l'ufficio scorte) ritenendo le affermazioni di quest'ultimo non corrispondenti al vero e lesive della propria dignità umana e professionale». Lo annuncia in un comunicato lo stesso Fede sottolineando inoltre che «nei fatti il signor Luigi Sorrentino non è mai stato autista di Emilio Fede. Nei fatti: Emilio Fede non è mai rientrato alle 4  del mattino, come invece racconta il capo scorta. Nei fatti: mai Emilio Fede ha utilizzato la scorta per accompagnare ragazze a casa», prosegue il comunicato. «Al tempo stesso, Emilio Fede ha invitato i vertici dell'arma dei carabinieri ad accertare se il racconto di Luigi Sorrentino corrisponda, oppure no, alla verità», conclude la nota.

SAN VALENTINO IN BABY DOLL - Dalle deposizioni del brigadiere Sorrentino emergono anche particolari piccanti. Ad esempio ha raccontato agli inquirenti che la sera di San Valentino tutte le ragazze «indossarono un babydoll rosso» per la festa di Arcore. Sorrentino ha aggiunto che i turni serali per chi lavorava al seguito del giornalista Mediaset erano sempre più lunghi del solito perché poi avevano il compito di riaccompagnare a casa tutte le ragazze che prendevano parte alle feste del premier. Il ricordo del 14 febbraio dell'anno scorso gli è rimasto impresso così chiaro nella memoria perchè quel giorno prestò servizio «dalle otto di mattina alle quattro della mattina del giorno dopo». Alla fine della lunga giornata di lavoro, avrebbe riaccompagnato il direttore del Tg4, in macchina, insieme a due ragazze, una delle quali marocchina.


Redazione online
27 gennaio 2011



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Morto Cancemi, fu il primo pentito della «cupola»di Cosa Nostra

A messa prego per la Boccassini »

Corriere della sera

Iva Zanicchi intervistata da Oggi.it: «Nicole Minetti? Non la conosco e non me ne frega niente»



MILANO – Due polemiche nel giro di pochi giorni non hanno fatto passare il buon umore a Iva Zanicchi. L'europarlamentare del Pdl è finita nell'occhio del ciclone, prima, per aver scelto di non abbandonare lo studio de L’Infedele di Gad Lerner, malgrado l'invito di Silvio Berlusconi, e poi aver esclamato, intervistata da Radio2, che il premier «è un benefattore a cui piace la carne fresca e giovane». Intervistata da Oggi.it (dove ci sono gli audio dell'intervista integrale), la ex conduttrice è tornata sul caso Ruby e sulle indagini dei pm milanesi. «Vuole sapere una cosa? - ha chiesto alla giornalista del settimanale, Fiamma Tinelli -. Io, dato che un po’ di sospetto ce l’ho, sulla magistratura di Milano, andando a messa prego per la Bocassini e per il pool. Che sia illuminato dallo Spirito Santo e conduca le sue indagini nel modo più corretto».

BERLUSCONI E LA MINETTI - L'eruoparlamentare torna anche sulla scelta di non abbandonare lo studio de L’Infedele, malgrado l'invito del premier. «Sono una donna libera - ha spiegato -. Faccio quello che voglio». Quanto a Nicole Minetti, la Zanicchi ha ribadito, come aveva già fatto in tv da Lerner, di non conoscere la consigliera regionale. «Non l'ho mai vista e non me ne frega niente».

Redazione online
27 gennaio 2011

E adesso Vendola fa il moralista: "Cav e Ruby, disgusto gigantesco"

di Redazione

Il presidente della Regione Puglia fa la morale sul caso Ruby: "Il disgusto è gigantesco e generalizzato". Poi una stoccata a tutto il Paese: "Quello che leggiamo è emblematico di un decadimento generale dei costumi pubblici, di un degrado che fa dell'Italia oggetto di scherno in tutto il mondo"




 
Roma - Adesso anche Vendola si mette a fare il moralista. Il leader di Sinistra Ecologia e Libertà sentenzia: "Il disgusto è gigantesco e generalizzato". Nel mirino della sua reprimenda, più che mai bacchettona, c'è il caso Ruby. "È il disgusto contro quel mondo che è stato ben rappresentato da quello che abbiamo letto sui giornali ed è un disgusto nei confronti del coro di tutti coloro che giudicano insopportabile criticare quello che queste interccettazioni ci rivelano", prosegue. E poi la tirata qualunquista sulla decadenza dei costumi morali del Paese, il responsabile di ogni degrado - anche privato -, è sempre Silvio Berlusconi. "Se il presidente del Consiglio nell’ambito della sua vita privata viola le leggi dello Stato deve essere sottoposto a verifica, controllo e giudizio come qualsiasi altro cittadino - prosegue il governatore della Puglia -. Quello che leggiamo è emblematico di un decadimento generale dei costumi pubblici, di un degrado che fa del nostro Paese oggetto di scherno in tutto il mondo".
Pdl: rinviare gli atti Rinviare gli atti sul caso Ruby al Tribunale di Milano per conflitto di attribuzione. A quanto si apprende sarebbe stata questa la richiesta avanzata dal deputato del Pdl Maurizio Paniz nella Giunta per le autorizzazioni della Camera. Una proposta che sarebbe stata sposata in pieno anche dal relatore Antonio Leone (Pdl). Secondo Paniz, Berlusconi telefonò alla Questura di Milano in merito all’affido di Ruby, allora ancora minorenne, convinto che fosse la nipote del presidente egiziano Mubarak. Di conseguenza per l’esponente del Popolo della libertà Berlusconi agì nella sua qualità di premier e quindi si tratterebbe di un reato funzionale di competenza del Tribunale dei ministri. Un punto di vista analogo è espresso oggi in un’intervista al Corriere della Sera dall’avvocato Giuseppe Consolo, legale di Gianfranco Fini e membro della Giunta in rappresentanza di Fli. Consolo (che ieri non ha partecipato al voto sulle mozioni di sfiducia verso il ministro Sandro Bondi, infine respinte dall’aula della Camera), stamani è risultato assente ai lavori dell’organismo. A questo punto la Giunta dovrebbe votare sulla questione posta dal Pdl e non più sull’autorizzazione alle perquisizioni. A questo proposito, il Partito democratico ha chiesto un rinvio del voto della Giunta. "Tutto il dibattito è stato incentrato sulla relazione Leone che oggi sembra essere stata disattesa dal Pdl", ha spiegato Marilena Samperi del Pd.




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La catapulta della droga

Corriere della sera

Al confine tra Messico e Stati Uniti per trasferire gli stupefacenti

Sequestrati giocattoli e cosmetici cinesi e contraffatti

Il Mattino


ROMA - Dodici persone denunciate, di origine cinese, e il sequestro di 180mila giocattoli, 28mila articoli elettrici e oltre 2,6 milioni di cosmetici, fra smalti, matite per occhi, rossetti, ombretti, tutti privi delle indicazioni di provenienza e del marchio europeo "Ce", pronti per essere immessi nel mercato della capitale. È il bilancio dell'operazione "Alba Gialla" condotta dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Roma. Il valore stimato della merce è di circa 3 milioni di euro.





I finanzieri hanno scoperto un gruppo di società tra loro collegate dedite all'importazione e commercializzazione di prodotti nocivi, nonchè di altri articoli elettrici e giocattoli non conformi alle normativa nazionale ed europea a tutela della salute e della sicurezza dei consumatori. Le indagini sono partite dalla scoperta di merce non regolare nel corso di un controllo di routine effettuato dai finanzieri della compagnia di Velletri in un negozio che vende merce al dettaglio.

Attraverso l'esame della contabilità dell'impresa e gli accertamenti sul territorio, gli investigatori hanno ricostruito l'intera filiera distributiva dei prodotti, tutti di origine cinese, e hanno individuato i soggetti economici coinvolti nell'importazione e nella commercializzazione all'ingrosso delle partite di merce.

Numerose le perquisizioni ai magazzini e ai punti vendita riconducibili alle 15 società operanti nella capitale e nella zona dei Castelli Romani che hanno visto impegnati circa 150 finanzieri del gruppo di Frascati.

Giovedì 27 Gennaio 2011 - 11:34    Ultimo aggiornamento: 11:38




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Uganda, ucciso in casa attivista gay L'indirizzo pubblicato su una rivista

di Giacomo Tasca




Nome, foto e indirizzo di David Kato e di altri 100 gay erano stati pubblicati ad ottobre sulla copertina della versione ugandese di "Rolling Stone" con un titolo raccapricciante: "Impiccateli"



 

Kampala - In occidente si discute di omofobia e di atteggiamenti discriminatori nei confronti dei gay da parte di singoli o di gruppi che si rifanno a ideologie e correnti di "pensiero". Ma in certi punti del globo la situazione è ben più drammatica: sisono nazioni in cui si diffonde un'omofobia "di stato".
Legge contro l’omosessualità E' il caso dell'Uganda, piccolo stato centroafricano martoriato da anni di sanguinose guerre tribali. Ad ottobreil governo presentò una scioccante proposta di legge contro l'omossessualità che prevedeva l'ergastolo o la pena di morte per chirisultasse essere gay. La normativa non è mai stata approvata grazie alle proteste e alle pressionidella comunità internazionale. Al momento però risulta che l'approvazionesia stata solo sospesa e rimandata.
Indirizzi pubblicati Qualche giorno dopo la rivista "Rolling Stone" offrì una preziosa sponda al governo e pubblicò in prima pagina tutti i dati a disposizione (nomi, cognomi, indirizzi e fotografie) riguardati circa 100 omossessuali del paese tra cui David Kato, attivista del movimento "Sexual Minorities Uganda" e celebre per le sue coraggiose prese di posizione in pubblico. Il titolo del giornale esprimeva un chiaro sostegno all'approvazione della legge omofoba in discussione in quei giorni presso il parlamento ugandese e lanciava un agghiacciante invito quanto mai esplicito: "Impiccateli".
Aggressioni e omicidio In seguito alla pubblicazione degli indirizzi, si sono registrate almeno 4 aggressioniai danni di attivisti omosessuali. molti di lorohanno dovuto cambiar casa e nascondersi. Fino al recente e drammatico episodio: secondo la ricostruzione del suo avvocato John Francis Onyango, David Kato è stato aggredito nella sua abitazione a circa 15 km dalla capitale Kampala da uno sconosciuto che lo ha pestato violentemente e poi si è dato alla fuga. Kato è morto durante il trasporto in ospedale, secondo quanto riportal'associazione "Human Rights Watch".
Motivazione Ufficialmente non si conoscono i motivi dell'aggressione. Anche se è difficile non collegarlo alla drammatica situazione che opprime gli omosessuali in Uganda. E che troppo spesso passa sotto silenzio.




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Ultimo colpo di mano di Gianfry per favorire Fli Pdl e Lega in minoranza nel Copasir di D'Alema

di Redazione



Per favorire il proprio partito, Fini ha determinato una composizione squilibrata del Copasir con una prevalenza dei membri dell’opposizione (6) su quelli di maggioranza (4). Pdl e Lega: "Non parteciperemo ai lavori dell’organismo finché l’equilibrio non sarà ristabilito"



 

Roma - Un "colpo di mano" del presidente della Camera Gianfranco Fini per favorire Futuro e Libertà. Con un blitz ben orchestrato l'ex An è riuscito a determinare una composizione squilibrata del Copasir con una prevalenza dei membri dell’opposizione su quelli di maggioranza. A denunciarlo sono stati i componenti di maggioranza del Comitato che hanno deciso di non partecipare ai lavori dell’organismo finché l’equilibrio non sarà ristabilito.
L'accusa a Futuro e Libertà Un'accusa aperta mossa da Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Giuseppe Esposito e Marco Reguzzoni per mettere con le spalle al muro il leader del Fli. La composizione del Copasir "è di totale illegalità", a causa di un "colpo di mano di Fini per favorire Fli". Proprio per questo, il Pdl e il Carroccio non parteciperanno ai lavori finchè non sarà ristabilita la parità tra i membri della maggioranza e quelli dell’opposizione. Fino a quando perdurerà l’attuale situazione che vede sei membri dell’opposizione e quattro della maggioranza "il presidente D’Alema sospenda l’attività dell’organismo" a cominciare dall’audizione di Gianni Letta prevista per questo pomeriggio. Dopo il passaggio di Fli all’opposizione, ricordano gli esponenti della maggioranza, il finiano Carmelo Briguglio aveva presentato "correttamente" le sue dimissioni dal Copasir, "ma Gianfranco Fini per 43 giorni non ha provveduto alla sua sostituzione con Pietro Laffranco", il deputato pidiellino indicato da Cicchitto.




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Repressione a Cuba, arrestato anche Farinas

di Redazione


Arrestati sedici dissidenti, tra loro anche il giornalista e attivista per i diritti dell'uomo Guillermo Farinas. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Sakharov per la libertà di espressione dal Parlamento europeo. La sua protesta ha portato alla liberazione di 34 dissidenti








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Lite furibonda fra Fini e suo cognato

di Redazione


La casa di Montecarlo sfascia "casa Fini". I vicini hanno raccontato di aver sentito urla e strepiti per circa 20 minuti. Oggi il ministro Frattini al Senato svela chi è il proprietario dell'appartamento di Montecarlo.


Massimo Malpica - Adalberto Signore


Roma - L’umore non è dei migliori se, giura un fedelissimo di Gianfranco Fini, martedì pomeriggio il presidente della Camera non tratteneva l’irritazione nei confronti del «cognato». «Stasera facciamo i conti», è la parafrasi di molto edulcorata con cui il leader del Fli si è congedato da Montecitorio dopo che l’affaire Montecarlo è tornato alla ribalta. Ed è stato di parola se poco dopo le nove di sera pare che il redde rationem sia davvero andato in scena.

Teatro del coloritissimo «chiarimento», proprio l’abitazione del presidente della Camera in quel di Valcannuta. Con urla e strepiti che hanno allietato per una ventina di minuti buoni tutto il vicinato. Tra le quattro mura, Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il «cognato» Giancarlo. Che dopo il diverbio si è allontanato dalla casa - non è dato sapere se sulla ormai celebre Ferrari - piuttosto scosso. Questo raccontano i vicini, certi che il motivo del contendere, con reciproche recriminazioni e parole grosse, fosse proprio la casa di Montecarlo.

Un episodio di cui ieri si è pure vociato in Transatlantico visto che dello scontro familiare parla apertamente il deputato del Pdl Lucio Barani che ne avrebbe avuto conferma da un collega del Fli. «Un diverbio che sarebbe stato molto acceso - racconta - a conferma di un certo nervosismo. D’altra parte, se le carte di Saint Lucia metteranno fine a questa farsa Fini dovrà finalmente dimettersi. Purtroppo non senza aver prima portato le istituzioni al ridicolo...».

E che serpeggi una certa agitazione nelle file del Fli lo certifica la rissa quasi sfiorata ieri alla Camera tra Granata e Lo Presti e alcuni leghisti. Per non dire delle accuse lanciate dal Terzo Polo, che in una nota congiunta dei capigruppo al Senato di Fli, Udc, Api e Mpa, ieri hanno attaccato Renato Schifani per l’«immediata calendarizzazione» dell’interrogazione sulle carte di Saint Lucia presentata dal senatore del Pdl Luigi Compagna, ritenuto un segno «del ruolo politico del presidente del Senato, funzionale alle esigenze di maggioranza e governo» e dunque «un’indecenza istituzionale». La replica arriva da Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliarello, che ricordano «agli amici del Terzo Polo» come la procedura per la calendarizzazione dell’atto ispettivo «non coinvolge né i capigruppo né in alcun modo la presidenza del Senato».

Insomma, la tensione sale in attesa che il ministro degli Esteri Franco Frattini, stamattina alle 10, arrivi a Palazzo Madama per rispondere all’interrogazione di Compagna, che chiede «di sapere se e quali atti il presidente del consiglio dei ministri e il ministro in indirizzo abbiano compiuto al fine di verificare la veridicità degli elementi riportati dalla stampa» sull’affaire monegasco, e «se tali elementi siano sufficienti a chiarire definitivamente e in modo rispondente alla verità dei fatti l’intera vicenda». Il tutto mentre le carte di Saint Lucia sono arrivate, ieri, al procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara, che ha immediatamente girato il documento, scritto in inglese, ai traduttori.

L’esito dell’inchiesta interna, avviata a settembre scorso dalle autorità di Saint Lucia, è riassunto in un documento di poche pagine, che ricostruiscono le acrobazie societarie compiute da chi si celava dietro alle off-shore Printemps e Timara per acquistare la casa svenduta da An nel 2008 senza «dare nell’occhio». Il nome individuato dagli ispettori dell’isola caraibica è, dunque, quello del reale proprietario della casa, che An ereditò nel ’99 per la «buona battaglia» e che è invece uscita dal suo patrimonio (per una frazione del suo reale valore) solo per ospitare un «inquilino» eccellente, ossia il «cognato» di Fini Giancarlo Tulliani. Che, come il leader di Fli, continua a negare che la casa sia sua. Fino a oggi.




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Se aprissi un negozio?" Cuba scopre il lavoro privato

La Stampa






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Shoah, il Giorno della Memoria

Il clan degli insaziabili

Il Tempo

Gli intellettuali freschi di vivaio discettano su tutto. Roberto Saviano è il giovane guru che meglio di tutti incarna la specie. Pontifica ogni giorno per dettare la linea alla sinistra. Come per le primarie del Pd a Napoli.


Roberto Saviano


Gli intellettuali freschi di vivaio, i nipotini di Moravia e di Guttuso, a loro volta nipoti piccoli piccoli di giganti duri e puri tipo Antonio Gramsci, hanno una certezza, oltre a quella del proprio valore. Nell'aut aut proposto con un rigurgito di ironia da Nanni Moretti, nell'amletico «mi si nota di più se non ci vado o se ci vado?», loro scelgono la seconda opzione. Dunque, esserci sempre, tenere la posizione, discettare di tutto lo scibile, apparire. Roberto Saviano è il giovane guru che meglio di tutti incarna la razza e la specie. Pontifica ogni giorno, detta la linea alla sinistra, alla televisione di Stato occupata ancora dalla sinistra, alle case editrici, ai produttori cinematografici, ai festival più o meno culturali, ai rettori delle università del Nord e del Sud.

Come una piovra - meglio, un vorace polipo emerso dalle campane marine - fagocita settori tangenti. Così ieri lui che giura e spergiura di non voler entrare in politica (la qual cosa gli renderebbe infinitamente meno dei diritti d'autore incamerati coi libri usciti da Segrate) è entrato a gamba tesa nelle primarie del Pd a Napoli. «C'è stato un voto di scambio», adombra odorando, come è abituato a fare, puzza di bruciato e la longa manus di gentaglia del centrodestra che ha inquinato la democratica e progressiva consultazione. Ma va oltre, e lo annuncia urbi et orbi, dal grembo ecumenico di «Repubblica tv».

Il candidato buono per la sinistra sotto il Vesuvio? Lo indica lui, il Verbo con la barba lunga e nera, come la t-shirt. E chi è? Elementare Watson. È un giudice anti-camorra, Raffaele Cantone. Insomma, uno che potrebbe entrare benissimo nel replay di «Gomorra». E che se la intenderebbe a perfezione con i pm di Milano, gli eroici Boccassini e C. al quale Saviano ha dedicato la laurea ad honorem in legge appena rimediata a Genova. Adesso, qui c'è da chiarire parecchio. A che gioco gioca, Saviano? Perché non salta una volta per tutte il fossato e passa non già da Mondadori a Feltrinelli, ma addirittura dalla scrittura alla politica? Tanto politica (mica strategia, solo tattica antiberlusconiana) la fa appena apre bocca. E della politica ha ben imparato il gioco delle correnti.

Nel suo Pd, per esempio, ha già imboccato la strada che lo porta al redivivo Uòlter. Infatti il giudice Cantone l'aveva già «nominato» Veltroni come sindaco ideale all'ombra del Vesuvio, durante la prima assise del Modem, lo scorso 27 novembre. Ma Cantone non si è messo in corsa. Saviano adesso lo tira per la giacca con operazione disinvolta assai. Cantone mica è sceso in campo. Dunque non è stato beffato dai brogli delle primarie nella città di Pulcinella. Insomma, che c'azzecca? Ma già, Roberto non si discute, si venera. È l'onnipresente e l'onnisciente. Feltrinelli clona i suoi sermoni televisivi per niente rock, al teatro Ambra Jovinelli di Roma va in scena un suo testo, un altro si recita al Ciak di Milano. Oltralpe si smania per lui. Ecco la sua drammaturgia in una rassegna francese, ecco un documentario sulla sua inimitabile esistenza presentato al festival di Biarritz, un posto vippissimo, frequentato solo da ricconi e da trinariciuti radical chic.

Nel frattempo dalle pagine del «Corrierone» non perde l'occasione di rintuzzare Marina Berlusconi e di perfezionare il colpo di scena dell'uscita da Mondadori-Einaudi: «La proprietà non sopporta più la mia presenza. Si sta vivendo una contraddizione tra la proprietà che alza la voce e assume toni autoritari e gli uomini che lavorano nella casa editrice». Insomma, la solita storia delle trame contro di lui. Una povera vittima che ha rischiato di non vedere uscire il libro con i pistolotti tv sotto l'ala protettiva di Fabio Fazio. «Hanno cercato di farli dimenticare il prima possibile», dice triste. Questa della faccia un po' truce è un'altra caratteristica che accomuna i cosiddetti intellettuali di sinistra. Aveve mai visto allargarsi nel sorriso Erri De Luca, uno che pure dovrebbe stare allegro, visti i bigliettoni che intasca appena pubblica un romanzo o licenzia un testo per il teatro? E Vito Mancuso? E la superstar di tutti i festival della scienza, il mangiapreti Piergiorgio Odifreddi?

E quando mai ha illuminato il volto l'altra macchina per far soldi (in tv, sui giornali, in libreria) che risponde al nome di Corrado Augias? Ohibò, l'uomo dei gialli è piuttosto incline a sollevare sdegnato il sopracciglio. E, ligio all'appartenenza ideologica, ha subito fatto venire da Parigi la fraterna solidarietà a Saviano: «Se c'è una cosa che fa orrore non sono i magistrati che indagano, ma quello che è successo nella villa del premier. Quindi il mio disagio cresce continuamente», sentenzia. Omettendo di ricordare che disagio non gli ha provocato intascare i diritti d'autore dei suoi libri pubblicati da Marina Berlusconi. Come l'ultimo, quel «I segreti del Vaticano» in cima ai più venduti. Tra decani e nuove star, si rimpolpa intanto il vivaio. Sulle colonne politicamente corrette del «Corrierone» dice spesso la sua la bella Silvia Avallone, che l'estate scorsa ha sbancato le librerie con il romanzo-opera prima «Acciaio». La sua tesi di ieri: le donne perdute contemporanee, aduse ai dopocena di Arcore, non hanno la «grandiosa personalità» di quelle letterarie, vedi Bovary o Karenina. Bella forza, la misera Minetti non potrà mai competere con un'eroina costruita a tavolino. Ma tant'è: la romanziera mischia le carte e sentenzia. Almeno però sorride sempre. E pubblica con Rizzoli.


Lidia Lombardi
27/01/2011




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Condannato e non colpevole

Il Tempo


Via Poma, 24 anni a Raniero Busco. Un processo con la prova dell’assurdo. Dopo vent’anni per i giudici è lui l’assassino della Cesaroni.

L'INTERVISTA La moglie: è innocente come farò con i bimbi?


Raniero Busco, condannato per l'omicidio di Simonetta Cesaroni a via Poma nel 1990


Colpevole. Una parola che piomba nel silenzio carico di tensione dell’aula-bunker come una slavina. È Raniero Busco il mostro che ha ucciso vent’anni fa la fidanzata Simonetta Cesaroni. È lui l’assassino feroce che ha massacrato la figlia del ferrotranviere della Metro con 29 colpi di tagliacarte, affondando la lama anche all’interno della zona genitale. È il meccanico di Morena l’impassibile killer che per un ventennio ha nascosto l’orrore del suo gesto dietro la facciata del tranquillo padre di famiglia. Questa è la «verità» dei giudici, che ieri, a fronte della richiesta di carcere a vita del pm, hanno condannato l’imputato a 24 anni di reclusione.

Una «verità» che non convince. Una condanna che non si aspettava nessuno. Non Busco e il suo legale Paolo Loria, che ieri ha annunciato il prevedibile ricorso in appello. Non i giornalisti che hanno seguito il processo a Rebibbia durante gli undici mesi abbondanti del dibattimento. E neppure l'opinione pubblica, che dalle tv e dai giornali si è fatta un'idea sulla fragilità degli scarsi indizi raccolti contro l'imputato. Ecco, tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove. Anche l'annuncio che la camera di consiglio sarebbe durata appena tre ore (previsione sbagliata per difetto di trenta minuti) aveva fatto credere che si sarebbe deciso per l'assoluzione. Ma così non è stato. Entrati nella «stanza del giudizio» alle 12.30 e usciti alle 16.08, i due giudici togati e gli otto popolari hanno deciso altrimenti. È il presidente della III Corte d'assise Evelina Canale a leggere il dispositivo: «Visti gli articoli 533 e 535, dichiara Busco Raniero colpevole del delitto ascrittogli e, con le attenuanti generiche equivalenti alla contesta aggravante, lo condanna alla pena di 24 anni di reclusione».

Parole che gelano l'aula. Busco e la moglie sono ammutoliti. Lo stesso il loro difensore. Solo dal fondo dello stanzone che ha accolto terroristi e mafiosi qualcuno del pubblico piange e urla «No,no!». E il fratello di Raniero, che ascolta la sentenza abbracciato a lui e alla moglie Roberta, ripete infuriato due volte: «Che state a di'!». Poi, quando fotografi e cameramen li accerchiano, trascina l'imputato fuori dall'aula. «Perché devo essere io la vittima, tutto questo è ingiusto, profondamente ingiusto - avrebbe poi detto Raniero al suo avvocato - Dire che sono deluso è poco». «Una decisione pesante che non accontenta il concetto di giustizia - dice con amarezza Paolo Loria - Contro il mio assistito c'erano solo indizi e nessuna prova». Busco è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e, se la sentenza passerà in giudicato, non potrà più esercitare la patria potestà. Infine dovrà risarcire i danni alle parti civili «da liquidarsi in separata sede» e pagare provvisionali «immediatamente esecutive» di 100 mila euro alla sorella della vittima Paola e di 50 mila alla madre Anna di Gianbattista. Insomma, il verdetto riconosce l'aggravante della crudeltà chiesta dal pm (anche se non segue l'accusa sulla strada dell'ergastolo), e però ne annulla le conseguenze sulla pena grazie alle attenuanti. Soddisfatti il pm e i legali di parte civile. Ma anche dalle loro dichiarazioni traspaiono dubbi non fugati dal processo.

Lucio Molinaro, che ha seguito la vicenda per tutti questi venti anni, spiega che «noi ora dobbiamo credere che Busco sia colpevole, perché tre ore sono sufficienti per verificare le prove e prendere una decisione». Massimo Lauro, che con Federica Mondani assiste la sorella della vittima, osserva che «Almeno in teoria, adesso la parte che rappresento sa chi ha ucciso Simonetta». E il legale che rappresenta il Comune, Andrea Magnanelli, commenta: «Domani Roma si sveglia con un mistero in meno». Ma l'impressione di tutti è esattamente quella opposta.


Maurizio Gallo
27/01/2011




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Una balena di 25 metri spiaggiata a San Rossore

Quotidiano.net


Sul posto la vigilanza del Parco insieme alla capitaneria di porto per rimuovere la carcassa del cetaceo


Pisa, 26 gennaio 2011 - Una balena di 25 metri si è spiaggiata tra il fiume Morto e la foce del Serchio all'interno del parco naturale di San Rossore, a Pisa. Sul posto sta operando la vigilanza del Parco insieme alla capitaneria di porto per rimuovere la carcassa del cetaceo.
Già domenica pomeriggio, nel corso delle consuete visite guidate al parco, la balena era stata vista aggirarsi in quel tratto di mare dove peraltro il fondale raggiunge solo basse profondità. Dopo pochi minuti di evoluzioni l'animale era però scomparso alla vista di visitatori e guide ambientali e sembrava avere ripreso il largo.




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Cuba, anche Guillermo Farinas tra i 16 oppositori arrestati

Quotidiano.net


In carcere lo psicologo e giornalista indipendente che a ottobre scorso fu insignito del premio Sakharov







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Memo per Fini: dimissioni

di Redazione


Si avvicina la resa dei conti sulla casa di Boulevard Princesse Charlotte, lasciata dalla contessa Colleoni ad Alleanza Nazionale e poi rivenduta. Il dibattito si accende e l'opposizione protesta, Rutelli lascia l'Aula. Il ministro degli Esteri: "I documenti sono veri, ma spetterà alla Procura verificare i fatti". Il 25 settembre scorso Fini aveva detto che se fosse stato dimostrato che la casa di Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, si sarebbe dimesso. Se lo ricorderà?


 Roma - Si avvicina la resa dei conti per il presidente della Camera. L'affaire Montecarlo scalda da subito il clima in Aula, prima ancora che il ministro degli Esteri Franco Frattini prenda la parola sulle carte giunte alla Farnesina da Santa Lucia sulla casa donata venduta da An. In ballo c'è la verità su un caso che si strascina da circa sei mesi e anche qualcosa di più: la poltrona più alta di Montecitorio. Fini, in un videomessaggio diffuso il 25 settembre scorso, aveva assicurato che se fosse stato accertato che la casa di Boulevard Princesse Charlotte è di Giancarlo Tulliani, si sarebbe dimesso.




Frattini: "I documenti sono autentici" Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo in Aula al Senato ha spiegato che il primo ministro di Santa Lucia conferma l’autenticità del documento pubblicato dai giornali circa la proprietà della casa di Montecarlo intestata ad una società off-shore che fa riferimento a Gianfranco Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini. "Qualche settimana fa ho ricevuto la risposta dal primo ministro di Santa Lucia - ha detto Frattini - il quale, allegando il documento, me ne ha certificato l’autenticità e l’autenticità dei dati contenuti, sia la lettera, sia il documento allegato sono stati da me inviati per delle valutazioni alla procura della Repubblivca di Roma dove c’è ancora un fascicolo aperto" sulla vicenda. Frattini, dunque, non ha rivelato i contenuti della documentazione ora sottoposta a segreto istruttorio, essendo stata acquisita dalla Procura. 

"Nessuna rogatoria, un chiarimento" Nessuna rogatoria, ma "un chiarimento puro e semplice". Il ministro degli Esteri Franco Frattini spiega così, in Aula al Senato, il motivo della sua richiesta al governo di Santa Lucia dei documenti relativi alla casa ex An di Montecarlo. Frattini cita, in particolare, la "polemica che investì una presunta manipolazione" della lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia sul coinvolgimento di Giancarlo Tulliani - cognato del presidente della Camera Fini - nella società offshore proprietaria dell’immobile. 

"Vi fu una polemica che investì anche una presunta manipolazione del documento e quindi la sua autenticità - ricorda il titolare della Farnesina - e da alcuni organi di stampa si era indicato anche un presunto ruolo di organi dello stato in tali attività». "Ecco la ragione per cui a suo tempo - dice Frattini - ritenni di chiedere non ovviamente una rogatoria, ma un chiarimento puro e semplice alle autorità di Santa Lucia circa la genesi e l’autenticità del predetto documento replicato da organi di informazione in Italia e non solo in Italia, onde fugare dubbi, indiscrezioni, retroscena. Alcune settimane fa - spiega il ministro - ho ricevuto una risposta dal primo ministro di Santa Lucia"

La difesa delle opposizioni Le opposizioni sono partite da subito lancia in resta contro la singolarità di un dibattito deciso a 24 ore dal deposito di una interrogazione Pdl su carte che non si sa perchè spedite alla Farnesina, alla presenza stesa del ministro che abitualmente non partecipa alle risposte a gli atti ispettivi.

Rutelli abbandona l'Aula A parlare per primo è il leader Api Francesco Rutelli, anunciando la sua uscita dall’Aula del Senato prima che il ministro degli Esteri Franco Frattini prenda la parola Al ministro Frattini, Rutelli rivolge "un invito perché si curi molto attentamente su ciò di cui prende la parola". Mentre al presidente Renato Schifani, assente per motivi istituzionali, Rutelli fa notare che "se accetta che si faccia un dibattito per vie traverse sul presidente della Camera, compie un errore". Ecco perché, spiega l’esponente del terzo polo, "per non prestarmi a questo dibattito che considero inaccettabile uscirò dall’Aula". 

Metodo Boffo contro la Boccassini»Bruti: «Denigrazione si qualifica da sola»

Corriere della sera


Il quotidiano della famiglia Berlusconi attacca il pm dell'inchiesta sul caso Ruby



MILANO - «Ilda Boccassini, una degli accusatori del Cavaliere, nel 1982 fu sorpresa in "atteggiamenti amorosi" con un giornalista di Lotta Continua e finì al Csm». Così l'attacco dell'articolo di apertura del Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi oggi in edicola. La dottoressa Boccassini è una dei tre pm che conduce l'inchiesta sul caso Ruby nella quale il presidente del Consiglio è accusato di concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Il titolo de Il Giornale, sopra la foto del pubblico ministero è: «Amori privati della Boccassini».

LA PROCURA - Edmondo Bruti Liberati, procuratore capo della procura di Milano, replica alla prima pagina del Giornale: «La denigrazione dei magistrati si qualifica da sola».

L'IDV - «Il linciaggio mediatico nei confronti della Bocassini continua. I giornali di famiglia proseguono con il metodo Boffo nel tentativo di punire i magistrati e di intimidirli, partendo dal magistrato più esposto. La colpa della Bocassini? È quella di avere i capelli rossi così come la colpa del giudice Mesiano era quella di avere i calzini turchesi». È quanto afferma in una nota il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. «L'Italia dei Valori - prosegue Orlando - esprime solidarietà e vicinanza umana alla Bocassini, ai suoi colleghi e a tutti i poliziotti costretti a fare da scorta alle escort di Arcore. Chiediamo anche un intervento dell'Ordine dei giornalisti affinché valuti se è deontologicamente corretto il pestaggio mediatico e se tutto ciò è informazione o semplicemente manganellate di regime», conclude Orlando.



(fonte: Ansa)

27 gennaio 2011




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L’accusa alla Boccassini e quei controlli serali nelle stanze dei giudici

di Gian Marco Chiocci


L’atto d’accusa del procuratore capo e della procura generale. La memoria dell’avvocato-pm Spataro che invoca il rispetto della privacy. Le relazioni di servizio dei poliziotti-testimoni. Gira intorno a questi documenti al Csm la diatriba coi vertici degli uffici milanesi indispettiti dagli «atteggiamenti amorosi» del sostituto Ilda Boccassini. Il 4 novembre del 1981 il procuratore capo Mauro Gresti scrive alla procura generale per segnalare un’informativa della Digos dove si dà conto di questi «rapporti» con un giornalista di Lotta Continua, e nel farlo prega il collega «di esaminare se non sia inopportuno e compromettente del prestigio dell’ordine giudiziario che detto magistrato (la Boccassini, ndr) continui a prestare servizio presso la procura di Milano». Il procuratore generale Sofo Borghese spedisce tutto al Csm (che poi archivierà assolvendo la Boccassini, ndr) e per conoscenza al Guardasigilli. Nel frattempo ben 27 colleghi di Ilda insorgono per iscritto contro il loro capo lamentando una sproporzione dell’iniziativa «per un episodio di trascurabile rilevanza».

«INCONTRI» SERALI IN UFFICIO

E LE INDAGINI DEI CARABINIERI

Il procuratore Gresti risponde per le rime, indirettamente, parlando col Pg «in ordine ai comportamenti tenuti in ufficio dal sostituto Ilda Boccassini in un lasso di tempo tra l’autunno del 1979 e l’inverno del 1980». Non un singolo episodio, dunque. Gresti fa riferimento a quanto raccontatogli sia da un addetto alle pulizie del tribunale che dal colonnello dei carabinieri Adolfo Bono «da me riservatamente incaricato di ispezionare, specie nelle ore serali, gli ambienti della procura di Milano al fine di evitare il ripetersi di episodi disdicevoli o comunque non certo commendevoli a me segnalati». Una delle soffiate finisce addirittura negli atti di indagine della procura generale allorché si chiede di riscontrare quanto riferito dall’addetto delle pulizie, e cioè «di aver visto, una sera d’inverno del 1980, nell’entrare dell’ufficio della medesima, per le pulizie, la dottoressa Boccassini in atteggiamento compromettente, seduta a gambe aperte sulle gambe di un uomo e di fronte allo stesso». Interrogato successivamente, l’addetto alle pulizie preciserà di aver solo detto a un colonnello dei carabinieri ciò che gli era stato confidato da un avvocato. A sollevare dubbi sul superteste alcune colleghe della Boccassini (Annamaria Gatto e Manuela Manzi) che al difensore di Ilda riferiranno di confidenze ricevute dallo stesso addetto delle pulizie, che parlava di altri «incontri» in ufficio con altre donne in toga. Non con la Boccassini.

LA LETTERA «EVERSIVA»

E L’IRA DEL PROCURATORE

Ma torniamo al j’accuse del procuratore Gresti. «Non assunsi allora iniziative disciplinari nei confronti della dottoressa Boccassini perché ritenni, che i fatti riferitimi non avevano avuto risonanza fuori dall’ambiente ristretto dell’Ufficio (...)». Oltre all’episodio «amoroso» avvenuto a due passi dal Palazzo di giustizia, scrive Gresti, a turbarlo fu il rapporto con un giornalista critico con l’azione della procura di Milano sul fronte delle fermezza nella lotta al terrorismo. Rimase stupito da una lettera scritta dalla Boccassini «insieme ad altro magistrato della procura di Milano e sottoscritta da numerosi “operatori del diritto”...», di solidarietà verso un imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati eversivi che chiedeva di cambiare carcere. Alla richiesta di trasferimento del procuratore capo, e del procuratore generale Antonio Leo che sosterrà l’accusa, non verrà dato seguito.

LA VERSIONE DI ILDA:

«FATTI PRIVATI E RISERVATI»

Anche grazie a questa memoria difensiva presentata dal suo «avvocato» di allora, il pm Armando Spataro. Che riporta alla lettera le parole della Boccassini che nella sua arringa difensiva si appella alla privacy, alla riservatezza: «(...) Intendo precisare pur col rispetto verso l’autorità che ha promosso il procedimento, che non ritengo di dover entrare nel merito del fatto contestatomi. Ritengo infatti che esso concerne un tipo di questioni che attengono esclusivamente alla sfera della mia vita privata coperta, come tale, da un diritto di assoluta riservatezza. Il trattarne nel merito in questa sede - insiste Ilda la rossa - sia pure a fini difensivi equivarrebbe, a mio giudizio, ad accettare un’inammissibile interferenza in ambito di comportamenti che, nei limiti della loro evidente liceità alla stregua delle norme che regolano la vita di tutti i cittadini, e in particolare la disciplina dei magistrato, non ritengo sottoponibili a controllo». Successivamente, però, la Boccassini qualcosina dice: «Non ricordo con precisione l’episodio del 15 ottobre 1981. Conosco da tempo il giornalista (...) non escludo di averlo salutato affettuosamente. Tale amicizia non ha avuto alcuna influenza sul lavoro di ufficio. Mai mi ha chiesto notizie, mai ha interferito sulla mia attività».

GLI AGENTI-TESTIMONI

FIRMANO L’INFORMATIVA

Nella relazione a doppia firma dei testimoni oculari del «fattaccio» (un poliziotto e un finanziere) inviata al dirigente Digos e da qui all’ufficio del procuratore, si fa presente che «il giorno 15.10.1981 alle ore 18.30, lungo via Cesare Battisti, angolo corso di Porta Vittoria veniva attirata la mia attenzione (e il poliziotto che parla, ndr) da una coppia di giovani che abbracciati, in atteggiamento amoroso, si baciavano mentre camminavano (...). Mi colpiva in modo particolare lo sguardo insistente e cattivo che mi veniva lanciato dalla dottoressa in questione, tale da trarre anche l’attenzione del benzinaio sito nella stessa via, al punto di dirmi poi “ma hai visto che sguardo che ti ha lanciato quella lì?”...».



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La doppia morale della Boccassini

di Anna Maria Greco



Nel 1982 la Boccassini venne sorpresa in "atteggiamenti amorosi" con un giornalista di Lotta Continua. Davanti al Csm si difese come paladina della privacy. E fu assolta. Ora fruga nelle feste di Arcore ma allora parlò di "tutela della sfera personale"



 

Roma - Ve la immaginate l’agguerrita pm dello scandaloso «caso-Ruby», che ha frugato nelle feste di Arcore e ascoltato le conversazioni pruriginose delle ragazze dell’Olgettina, nelle vesti della paladina della privacy?
Eppure, per difendere se stessa al Csm da accuse boccaccesche, che definisce «un’inammissibile interferenza», Ilda Boccassini dichiara: «Sono questioni che attengono esclusivamente alla sfera della mia vita privata, coperta, come tale, da un diritto di assoluta riservatezza».
Succede molti anni fa, nel 1982, quando l’allora giovane sostituto alla Procura di Milano viene sottoposta a procedimento disciplinare. L’accusa, si legge negli atti del Csm, è di «aver mancato ai propri doveri, per aver tenuto fuori dell’ufficio una condotta tale da renderla immeritevole della considerazione di cui il magistrato deve godere, così pure compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario».

Diciamo subito che, l’anno dopo, la Boccassini viene assolta a palazzo de’ Marescialli. E proprio in nome della tutela alla riservatezza della vita personale.
La sezione disciplinare del Csm, infatti, «nel ribadire il proprio orientamento in materia di diritto alla privacy del magistrato, ritiene che il comportamento della dottoressa Boccassini non abbia determinato alcuna eco negativa né all’interno degli uffici giudiziari, come provano le attestazioni dei colleghi della Procura, né all’esterno».

Il fatto di cui si parla appare banale, perché riguarda abbracci e baci con un uomo per strada, a due passi dal Palazzo di Giustizia. «Atteggiamento amoroso», lo definiscono con scandalo nel rapporto di servizio due guardie di scorta ad un pm aggiunto della Procura.
Il «lui» in questione non è uno sconosciuto, ma un giornalista di «Lotta continua», accreditato presso l’ufficio stampa del tribunale. Salteranno fuori altri episodi e si parlerà anche di rapporti con un cronista dell’Unità.

Il tutto va collocato in un contesto preciso: quello degli Anni di piombo, di scontro, tensioni, sangue e forte militanza politica anche da parte di magistrati e giornalisti sulla linea che lo Stato doveva tenere verso i terroristi. Poco prima di questi fatti, nel 1979, uno dei pm di Milano e cioè Emilio Alessandrini, era stato ucciso da esponenti di Prima linea mentre andava a Palazzo di Giustizia.

Lo ricorda il Procuratore capo Mauro Gresti, quando si decide a segnalare la questione e a chiedere il trasferimento d’ufficio della Boccassini, parlando di altri episodi «disdicevoli» dentro la Procura, legati a «presunti comportamenti illeciti», tra l’autunno 1979 e l’inverno 1980, che prima non aveva denunciato.
A segnalare incontri molto ravvicinati, violente liti, riunioni serali in ufficio erano stati un ex-carabiniere addetto alle pulizie e un tenente colonnello dell’Arma.

Gresti sottolinea che a farlo muovere non fu tanto «lo sconcerto procuratomi dall’esibizione di affettuosità più consone all’intimità di quattro mura che alla pubblicità di una via, ma piuttosto lo sconcerto per la constatazione che l’oggetto delle affettuosità della Boccassini era una persona solita a frequentare gli ambienti della Procura di Milano per ragioni della sua professione giornalistica». Una persona che più volte aveva «manifestato il proprio acido dissenso verso la linea della fermezza adottata dai magistrati della Procura nella lotta al terrorismo e alle sue aree di supporto», con un «atteggiamento di critica preconcetta all’operato delle istituzioni».

Sembra che il Procuratore si preoccupi di legami personali che possano favorire fughe di notizie o, addirittura, l’ispirazione di articoli e campagne di stampa contro il suo ufficio. In particolare, critica la politicizzazione di magistrati come la Boccassini (già allora aderente alla corrente di sinistra Magistratura democratica), che avevano anche sottoscritto un documento di solidarietà per un imputato di terrorismo che, con lo sciopero della fame, chiedeva di essere trasferito in un carcere normale. E contro le carceri speciali, sottolinea il Procuratore allegando alcuni articoli, contemporaneamente scriveva anche il giornalista amico di Ilda.

Per Gresti, quell’iniziativa dei pm era stata «un proditorio attacco all’atteggiamento di intransigente e ferma lotta all’eversione proprio dei magistrati dell’ufficio stesso che trattavano di terrorismo, nonché una chiara manifestazione di dissenso dalla loro linea, del tutto inopportuna e tale da poter sottoporre a pericoli la loro incolumità personale». In sostanza, dice con durezza il Procuratore, va bene la libertà d’opinione, ma così si poteva anche involontariamente «additare come obiettivi da colpire i magistrati impegnati nella difesa intransigente delle istituzioni». E qui Gresti ricorda proprio Alessandrini, «barbaramente trucidato dai terroristi in un vile attacco».

Questa lettera al Procuratore generale della Cassazione e al Pg della Corte d’appello è del giugno 1982, mentre si celebra il processo disciplinare iniziato a dicembre, che si concluderà con l’assoluzione. È provocata dall’iniziativa di 27 pm (c’è anche Alfonso Marra, quello dimessosi per la P3), che a marzo insorgono in difesa della Boccassini, «ingiustamente offesa anche nella sua dignità di donna» anche da una «pubblicità di per se’ umiliante». Parlano di «pettegolezzo» che incide nella «sfera della riservatezza personale» e di rischio per tutti di «inammissibile interferenza nella vita privata».

Il primo a firmarla è Armando Spataro, collega della Boccassini alla Procura e suo difensore a Palazzo de’ Marescialli. È lui a redigere la memoria difensiva dell’aprile ’82, in cui spiega che la pm non è voluta entrare nel merito delle accuse rivoltele in nome della privacy, ritenendo «umiliante» dover spiegare e giustificare rapporti personali con un giornalista, di cui Spataro difende la correttezza. E aggiunge: «Il concreto esplicarsi della vita privata del magistrato, come quella di ogni cittadino, non può essere soggetto a limiti o divieti precostituiti per legge». Dunque, non può essere sanzionato alcun rapporto personale con persone che lavorano nello stesso ambito. Sempre che non si arrivi a comportamenti scorretti, come «la rivelazione ad un giornalista di notizie coperte da segreto istruttorio». La difesa non convince e c’è il rinvio a giudizio della Boccassini.

Ma il Pg della Cassazione, Sofo Borghese, chiede la «perentoria censura» con il trasferimento, non per questioni di sesso, moralità o decoro. Per lui i comportamenti del pm sono gravi «non certo per il compiaciuto scambio di vistose affettuosità» vicino al Palazzo di Giustizia, ma perché l’altro è un giornalista accreditato al tribunale. «Intuibili perciò - afferma il Pg - le facili battute, il pettegolezzo spicciolo, le maliziose insinuazioni e, soprattutto, il sospetto - fondato o meno non importa - nell’ambiente giornalistico, forense o in altri a questi vicini, che la pubblicazione di talune notizie possa ricollegarsi a privilegiate confidenze».

Per Borghese «urge» intervenire, per «evitare prevedibili intollerabili malintesi o capziose strumentalizzazioni tali da non consentire di amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario». Il sostituto pg Antonio Leo sostiene l’accusa, si svolge l’istruttoria, si ascoltano i testi, si ricostruiscono altre vicende. Tutto per appurare se il pm ha tenuto «in ufficio o fuori una condotta tale che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario». Per smontare il capo d’accusa, Spataro fa stralciare gli altri episodi e sostiene che si tratta solo di un fatto privato che non si è svolto «secondo modalità illecite o anche solo sconvenienti». È «non soltanto perfettamente lecito, ma anche assolutamente normale». La sentenza di assoluzione della sezione disciplinare del Csm, guidata dal vicepresidente Giancarlo de Carolis, arriva ad aprile ’83.



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Toglietegli tutto, ma non la poltrona

di Mario Giordano



Come un naufrago s’aggrappa alla sua zattera, così Fini s’aggrappa alla sua poltrona. Ben sapendo che è l’ultima cosa che gli resta per evitare (...)
(...) l’immersione definitiva nel mare di guai che lo circonda. Sta andando a fondo e lo sa: sconfitto ieri sulla mozione Bondi, così come era stato sconfitto il mese scorso sulla sfiducia a Berlusconi, debole in Parlamento e inesistente fuori, inseguito fino dentro la cucina dalle ombre di Montecarlo, sbugiardato pubblicamente, affossato dai sondaggi e incapace di mantenere fede alla parola data, il leader che doveva essere il collante del nuovo centrodestra, riesce al massimo ad essere il collante del suo fondoschiena. S’appiccica alla cadrega, manco fosse il Vinavil, nella speranza di non perdere pure quella, dal momento che tutto il resto ormai l’ha perso. A cominciare dalla faccia.

E fa un certo effetto pensare che l’uomo che doveva fare a pezzi Berlusconi, ormai non ha null’altro che quello che gli ha dato Berlusconi: se in politica l’ingratitudine si potesse misurare, avrebbe la dimensione dello scranno più alto di Montecitorio. Le folle che applaudivano il presidente della Camera in Umbria sono svanite, il movimento sbanda, i sondaggi ormai rilevano percentuali da partito dei pensionati, gli alleati, a cominciare da Casini, si chiedono se non hanno sbagliato matrimonio, come quei mariti che scelgono le mogli per corrispondenza in Moldavia e poi si accorgono che non sono proprio un esempio di virtù. L’unica cosa vera che resta a Fini è quella che gli ha dato Berlusconi: la poltrona della sua vanità. Tra un po’ se la porterà anche a letto per paura che qualcuno gliela sfili via mentre dorme, lasciandolo col culo per terra, ancor più di quello che è già.

«Mio cognato mi ha detto che non c’entra niente con quelle società off shore», ha detto alla Stampa Fini. Ma certo. Poi magari gli ha anche raccontato che Santa Lucia è il nome del prossimo ospite del Festival di Sanremo, l’appartamento di Montecarlo è stato comprato da Mago Zurlì e che sopra al Principato ci sono i Tulliani che volano. Per carità, a tutto si può credere, persino che Bocchino possa guidare un partito. Ma nelle file dei finiani il nervosismo dilaga: si rendono tutti conto che la difesa non sta in piedi. E che si sono affidati a uno che perde regolarmente tutte le sue battaglie, portando i seguaci a schiantarsi, senza salvare niente e nessuno. A parte la sua poltrona, va da sé.

Ma che ci fa adesso con la poltrona, l’uomo che doveva dare un volto nuovo al centrodestra? Ha provato in tutti i modi a costruire qualcosa da quella posizione privilegiata, e l’ha fatto pure a costo di mettere a rischio l’istituzione che rappresenta, l’ha fatto usando i soldi della Camera per girare l’Italia a fare propaganda di partito, l’ha fatto svilendo l’imparzialità della sua funzione in una serie infinita di giochi faziosi. Ha usato e abusato di tutto, e che cosa ha ottenuto in cambio? Una sconfitta via l’altra. Povero Fini: voleva essere più grande di Aznar e Sarkozy messi insieme. Non riesce nemmeno ad essere il fratello scarso di Rutelli.

E colpisce adesso vedere come s’abbarbica alla seggiolina, ben sapendo che non gli resta altro. Il suo partito chiede le dimissioni di Berlusconi, Bondi, Calderoli, Minzolini, tra un po’ chiedono le dimissioni pure del ct della Nazionale e del direttore dell’ Osservatore Romano. L’unico che pensa di non doversi dimettere è lui. E il suo fedele Briguglio, che per non essere da meno del capo, s’è incollato alla poltrona del Copasir. Che ci volete fare? Ormai il partito finiano non cerca più adesioni: cerca adesivi. Futuro, Libertà e Coccoina. Nei momenti difficili, si sa, ci si attacca a quello che si ha. E a Gianfranco non è rimasto più molto, a parte un cognato piuttosto imbarazzante.

D’altra parte, mettetevi nei suoi panni: se ora perde l’incarico di Montecitorio, quale futuro lo aspetta? Che incarico gli possono affidare? Assessore al traffico di Calamandrana Alta? Portaborse della Palombelli? Autore di testi televisivi per la suocera? «Se la casa di Montecarlo è di Tulliani, lascio» aveva dichiarato a settembre. Ecco, appunto: la casa è di Tulliani, ma lui si guarda bene dal lasciare. Tutt’altro. Si crogiola nel suo egotismo e continua a far finta di essere importante. Di faticare non ha mai avuto voglia, di presenziare ai lavori parlamentari nemmeno. In compenso gli piacciono le cerimonie in cui usa la poltroncina per specchiare la sua vanità: in poche ore infatti ha celebrato Tullia Zevi, Enrico Micheli e Mario Scaccia. Tre defunti, tre orazioni funebri: più che la Camera, una camera ardente. Perfettamente in sintonia, del resto, con il suo destino di uomo politicamente morto.



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La casa di Montecarlo ora sfascia casa Fini E tra poco Frattini svela le carte di Saint Lucia

di Redazione


Lite tra il presidente della Camera e Tulliani. I vicini hanno raccontato di aver sentito urla e strepiti per circa 20 minuti. Oggi il ministro Frattini al Senato svela chi è il proprietario dell'appartamento di Montecarlo.




 

Massimo Malpica
- Adalberto Signore

Roma -
L’umore non è dei migliori se, giura un fedelissimo di Gianfranco Fini, martedì pomeriggio il presidente della Camera non tratteneva l’irritazione nei confronti del «cognato». «Stasera facciamo i conti», è la parafrasi di molto edulcorata con cui il leader del Fli si è congedato da Montecitorio dopo che l’affaire Montecarlo è tornato alla ribalta. Ed è stato di parola se poco dopo le nove di sera pare che il redde rationem sia davvero andato in scena. Teatro del coloritissimo «chiarimento», proprio l’abitazione del presidente della Camera in quel di Valcannuta. Con urla e strepiti che hanno allietato per una ventina di minuti buoni tutto il vicinato.

Tra le quattro mura, Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il «cognato» Giancarlo. Che dopo il diverbio si è allontanato dalla casa - non è dato sapere se sulla ormai celebre Ferrari - piuttosto scosso. Questo raccontano i vicini, certi che il motivo del contendere, con reciproche recriminazioni e parole grosse, fosse proprio la casa di Montecarlo. Un episodio di cui ieri si è pure vociato in Transatlantico visto che dello scontro familiare parla apertamente il deputato del Pdl Lucio Barani che ne avrebbe avuto conferma da un collega del Fli. «Un diverbio che sarebbe stato molto acceso - racconta - a conferma di un certo nervosismo. D’altra parte, se le carte di Saint Lucia metteranno fine a questa farsa Fini dovrà finalmente dimettersi. Purtroppo non senza aver prima portato le istituzioni al ridicolo...».

E che serpeggi una certa agitazione nelle file del Fli lo certifica la rissa quasi sfiorata ieri alla Camera tra Granata e Lo Presti e alcuni leghisti. Per non dire delle accuse lanciate dal Terzo Polo, che in una nota congiunta dei capigruppo al Senato di Fli, Udc, Api e Mpa, ieri hanno attaccato Renato Schifani per l’«immediata calendarizzazione» dell’interrogazione sulle carte di Saint Lucia presentata dal senatore del Pdl Luigi Compagna, ritenuto un segno «del ruolo politico del presidente del Senato, funzionale alle esigenze di maggioranza e governo» e dunque «un’indecenza istituzionale». La replica arriva da Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliarello, che ricordano «agli amici del Terzo Polo» come la procedura per la calendarizzazione dell’atto ispettivo «non coinvolge né i capigruppo né in alcun modo la presidenza del Senato».

Insomma, la tensione sale in attesa che il ministro degli Esteri Franco Frattini, stamattina alle 10, arrivi a Palazzo Madama per rispondere all’interrogazione di Compagna, che chiede «di sapere se e quali atti il presidente del consiglio dei ministri e il ministro in indirizzo abbiano compiuto al fine di verificare la veridicità degli elementi riportati dalla stampa» sull’affaire monegasco, e «se tali elementi siano sufficienti a chiarire definitivamente e in modo rispondente alla verità dei fatti l’intera vicenda». Il tutto mentre le carte di Saint Lucia sono arrivate, ieri, al procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara, che ha immediatamente girato il documento, scritto in inglese, ai traduttori.

L’esito dell’inchiesta interna, avviata a settembre scorso dalle autorità di Saint Lucia, è riassunto in un documento di poche pagine, che ricostruiscono le acrobazie societarie compiute da chi si celava dietro alle off-shore Printemps e Timara per acquistare la casa svenduta da An nel 2008 senza «dare nell’occhio». Il nome individuato dagli ispettori dell’isola caraibica è, dunque, quello del reale proprietario della casa, che An ereditò nel ’99 per la «buona battaglia» e che è invece uscita dal suo patrimonio (per una frazione del suo reale valore) solo per ospitare un «inquilino» eccellente, ossia il «cognato» di Fini Giancarlo Tulliani. Che, come il leader di Fli, continua a negare che la casa sia sua. Fino a oggi.





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