mercoledì 26 gennaio 2011

Gratta e vinci, vendeva solo tagliandi «perdenti»: denunciato nel Salernitano

Caserta, arrestato il fratello di Zagaria il superboss latitante dei Casalesi

E' morta Maria Mercader De Sica, moglie di Vittorio e mamma di Christian

Altre 227 pagine dei pm alla Camera Le ragazze: «Rovinate dal premier»

Corriere della sera

Nuove carte dai pm per la richiesta di «perquisizioni nei confronti di Spinelli». Ghedini: solo gossip e battute


MILANO - È fiducioso Silvio Berlusconi. A Roma conclude la conferenza stampa a palazzo Chigi sui lavori di Expo 2015 parlando con i giornalisti «Ci sono cose più complicate nella mia vita... Di cose complicate ne ho viste tantissime e ne sono sempre uscito benissimo...». Anche se a Milano due nuovi atti della Procura ridanno impulso alle indagini sul caso Ruby. I pm hanno fatto recapitare un invito a comparire al consigliere regionale Nicole Minetti, indagata nell'inchiesta per induzione e favoreggiamento della prostituzione e prostituzione minorile. Il pm hanno anche inviato nuovo plico di 227 pagine alla Camera dei deputati, che proprio in questi momenti è sul tavolo del presidente della Giunta per le autorizzazioni, Pierluigi Castagnetti, che lo ha aperto di fronte ai commissari. Sul tema Berlusconi è stato nuovamente interpellato dai giornalisti dopo aver votato alla Camera sulla mozione di sfiducia al ministro Bondi: «Non ho nulla da dire su questo. È tutto scandaloso» ha dichiarato il premier.



LA NOTA DELLA CAMERA - Lo riferisce una nota della Camera: «Nella giornata odierna, alle 13.33, è pervenuta alla presidenza della Camera, da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, ulteriore documentazione integrativa di quella già inviata il 14 gennaio scorso in relazione alla domanda di autorizzazione ad eseguire perquisizioni domiciliari nei confronti del tesoriere del premier Giuseppe Spinelli». Secondo quanto si apprende, non si tratterebbe di nuove richieste di perquisizioni.

LA NOTA DELLA PROCURA- Nella nota diramata dal procuratore capo della Repubblica Edmondo Bruti Liberati c'è scritto: «A seguito delle perquisizioni effettuate a Milano il 14 gennaio - si legge - e di ulteriori atti di indagine sono emersi nuovi elementi a sostegno dell'ipotesi che presso gli uffici di Giuseppe Spinelli si trovino atti e documenti relativi alla vicende di cui alla richiesta avanzata nella stessa data del 14 gennaio alla Camera dei deputati di autorizzazione a eseguire la perquisizione degli uffici siti in Segrate» «Questa procura - prosegue la nota - ha ritenuto pertanto doveroso portare a conoscenza della Camera dei deputati tali ulteriori elementi che emergono dall'invito per la presentazione di persona sottoposta a indagini, notificato a Nicole Minetti».


LA MINETTI - Nicole Minetti, il cui ufficio e la cui abitazione sono state perquisite lo scorso 14 gennaio, così come gli appartamenti di una decina di ragazze che avrebbero partecipato alle serate ad Arcore con il premier, è indagata per violazione della Legge Merlin e induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile, cioè di Ruby, insieme a Emilio Fede, Lele Mora e almeno altre 3 persone. Dagli atti di indagine, inoltre, è emerso che Minetti è intestataria di quattro appartamenti della Dimora Olgettina, dove vivono alcune delle giovani soubrette. Minetti, insieme a Giuseppe Spinelli, il fiduciario di Berlusconi, avrebbe provveduto alle spese delle ragazze e all'organizzazione delle feste. «Si, mi ha telefonato il mio avvocato per comunicarmelo, ma non so ancora nulla dei dettagli della convocazione: appena finito qui i lavori in commissione mi confronterò con il mio legale» dice Nicole Minetti, consigliere regionale lombardo del Pdl. Al momento, però, non è stato ancora deciso se Nicole Minetti si presenterà agli inquirenti per essere interrogata. Da quanto si legge nelle nuove carte, alla Minetti sarebbero state sequestrate anche fatture riguardanti canoni di Via Olgettina per importi che in un anno arrivano a oltre 50mila euro.

LE INTERCETTAZIONI - Il consigliere regionale è protagonista anche delle nuove carte. «E' un pezzo di m..». Così, secondo quanto riferisce chi ha letto gli ultimi documenti inviati alla Giunta per le autorizzazioni dalla Procura di Milano, si sarebbe espressa Nicole Minetti in un'intercettazione in cui si dice molto arrabbiata con il premier. «Se vuole vedermi mi chiama lui, ma se vado ci vado con gli avvocati» avrebbe ancora detto, intercettata. In particolare il colloquio della Minetti avviene con Clotilde Strada: «Non me ne fotte un c... se lui è il presidente del Consiglio o, cioè, è un vecchio e basta. A me non me ne frega niente, non mi faccio prendere per il culo. Si sta comportando da pezzo di m... pur di salvare il suo culo flaccido». Altre intercettazioni segnalano lo sconforto di altre ragazze finite nell'affare Ruby: «Mi ha rovinato la vita. È un vecchio...» si leggerebbe nelle carte. Tra le altre ci sono anche le lamentele di Barbara Faggioli che direbbe: «So che mi stanno ascoltando ma queste cose le dico lo stesso...». Poi un colloquio dell'8 gennaio scorso in cui la Minetti dice alla Faggioli: «A lui gli fa comodo mettere te e me in Parlamento perché dice "bene me le sono levate dai coglioni, lo stipendio lo paga lo Stato"». Nella stessa conversazione, la Minetti aggiungerebbe: «La politica è un casino. Cioè cade lui... cadiamo noi» e si lamenterebbe della raccolta delle firme che sarebbe cominciata contro di lei per «scacciarla via» presumibilmente dalla Regione Lombardia.

LA CONVOCAZIONE - Nelle nuove carte ci sarebbero anche delle intercettazioni che riguarderebbero una convocazione da parte del premier di tutte le ragazze che hanno subito le perquisizioni da parte degli inquirenti all'Olgettina, per fare il punto della situazione con i legali del presidente del Consiglio. La prima telefonata sarebbe partita da un numero riservato riconducibile a Berlusconi, le altre sarebbero dei passaparola tra le stesse ragazze. È quanto racconta chi ha avuto modo di leggere i nuovi documenti sul caso Ruby. Nelle carte, infine, anche la notizia di un «prestito infruttifero» a favore di Alessandra Sorcinelli, una delle ospiti delle feste di Arcore: il 14 dicembre scorso, il giorno in cui il governo ricevette la fiducia, sarebbe stato fatto da uno dei conti intestati a Silvio Berlusconi un bonifico di 10mila euro alla ragazza.

IN CASA DI RUBY GLI APPUNTI CON LE CIFRE - Nella perquisizione eseguita lo scorso 17 gennaio a Genova nella casa - che condivide con il fidanzato - di Ruby Rubacuori, gli investigatori hanno trovato appunti manoscritti dalla stessa ragazza con l'indicazione di cifre considerevoli che avrebbe ricevuto da premier e di altre che avrebbe dovuto ricevere. Su tali appunti - da quanto si è appreso - sono in corso accertamenti da parte degli inquirenti.

GHEDINI: È SOLO OFFENSIVA MEDIATICA - «Da quello che mi dicono, perché io non ho ancora potuto vedere le carte, si tratta solo di gossip, di telefonate tra ragazze», ha affermato Niccolò Ghedini, legale del presidente del Consiglio e lui stesso deputato del Pdl. «Per me - ha detto - si tratta di materiale irricevibile, anche perché io, cioè la difesa, non ho avuto questo materiale. Mi pare che si rafforzi sempre di più l'idea che la procura di Milano punta sull'aspetto del gossip e mediatico piuttosto che su quello giuridico. E poi mi domando - osserva ancora - come si possano appoggiare atti che sono successivi rispetto alla richiesta di perquisizione dell'ufficio di Spinelli, visto che di questo pare che si tratti».

TENSIONE - Il comunicato stampa della presidenza di Montecitorio ha fatto andare su tutte le furie il Pdl. Con Maurizio Paniz che ha criticato il presidente della Camera per la mancanza di «riserbo» dimostrata, visto che i componenti della Giunta hanno dovuto apprendere la notizia «dalle agenzie di stampa». In realtà il Pdl e la Lega, spiegano alcuni esponenti dell'opposizione, volevano tentare di fare il «blitz» votando la richiesta di autorizzazione dei Pm milanesi entro oggi. Invece di mercoledì come era previsto. Ora il nuovo incartamento rischia di rallentare le cose. E questo non va giù agli esponenti del centrodestra. Intanto la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha rinviato l'esame della richiesta della procura di Milano sul caso Ruby a mercoledì mattina alle 10.


Redazione online
26 gennaio 2011

La Camera voto no alla sfiducia Bondi resta ministro

Corriere della sera

I voti contrari sono stati 314, mentre i sì sono stati 292 e 2 gli astenuti.




MILANO - L'Aula della Camera ha respinto le mozioni di sfiducia nei confronti del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi: 314 no, mentre i sì sono stati 292 e 2 gli astenuti. I presenti al voto erano 608, i votanti 606, la maggioranza richiesta 304. La maggioranza ha espresso lo stesso numero di voti registrato il 14 dicembre sul voto di fiducia al governo.
L'appuntamento era iniziato alle 16 e il programma prevedeva che i deputati di maggioranza e opposizione votassero la mozione di sfiducia contro il ministro dei Beni culturali, presentata dall'opposizione dopo i crolli a Pompei. La bocciatura appariva abbastanza prevedibile, vista anche l'assenza di diversi deputati del Centrosinistra, impegnati a Strasburgo al Consiglio d'Europa. Il ministro, nel suo intervento in Aula, aveva respinto al mittente le accuse e aveva contrattaccato: «La cultura è stata uccisa dalla sinistra».

DIFESA - Prima del dibattito il Pdl aveva fatto quadrato attorno al titolare della Cultura e anche il leader della Lega, Umberto Bossi, guardava con ottimismo al voto. Il Senatùr si era infatti detto convinto che Bondi sarebbe rimasto ministro, anche se aveva ribadito che «non bisognava ridursi così. Hanno lasciato andare tutto in malora perché pensavano che tanto poi il Nord gli avrebbe mandato i soldi. È stato un modo per spillarci soldi - attacca Bossi riferendosi alle condizioni di degrado dei siti archeologici pompeiani costati a Bondi la mozione di sfiducia - perché non è possibile che in tanti anni nessuno si sia accorto che crollava tutto». La maggioranza, d'altra parte, ha continua a premere in queste ore perché venga ridiscusso il ruolo del presidente della Camera Gianfranco Fini. Bossi non usa mezzi termini a riguardo. «Mi pare che si debba dimettere» sottolinea il numero del Carroccio, secondo il quale un passo indietro del leader di Montecitorio sarebbe una «opportuna»

SFIORATA RISSA - Durante la votazione si è anche sfiorata la rissa nell'aula della Camera tra i finiani Fabio Granata e Nino Lo Presti sulla mozione di sfiducia al ministro Bondi. I deputati segretari avevano chiamato Fabio Granata a votare che però si stava attardando a rispondere alla chiama. Giampaolo Dozzo lo esorta ad andare a votare. Granata gli risponde male. A un certo punto, però, scoppia un alterco tra lui e Lo Presti, sedato poco dopo. Ma non finisce qui: mentre i due vengono divisi dai commessi, Lo Presti ha un altro alterco con il deputato leghista Stefano Allasia che si prende uno schiaffo. Il vicepresidente Maurizio Lupi ha fatto appello alla calma, ma non ha sospeso la seduta, contrariamente a quanto reclamavano dai banchi del Pd. Poco dopo, Lo Presti ed Allasia si sono «chiariti»: il deputato finiano è andato a chiacchierare con il leghista ai banchi del Carroccio. Il sereno, pare, non dovrebbe essere invece tornato tra Granata e Lo Presti: prima di lasciare l'Emiciclo, Lo Presti ha gridato al suo compagno di partito e corregionale (sono entrambi siciliani) «ti aspetto all'uscita».

TERZO POLO - Prima di entrare in aula il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini aveva chiarito che il Terzo Polo avrebbe votato la sfiducia, perché «non condivide l'operato» del ministro. Comunque, aggiunge il leader centrista, «lo sanno anche i bambini dell'asilo che Bondi avrà la maggioranza». Dello stesso avviso Francesco Rutelli, leader di Api.

SIT-IN - Intanto i 100 autori e in generale il movimento "Tutti a casa", che raggruppa varie associazioni e lavoratori dell'audiovisivo, hanno organizzato un un sit-in in Piazza Montecitorio nel pomeriggio. Successivamente è prevista la consegna di una lettera ai capigruppo dell'opposizione per sollecitare i parlamentari a votare la sfiducia a Bondi.

Redazione online
26 gennaio 2011





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Password sicure, le regole d'oro

Cassazione, vanno mantenuti i figli sposati se disoccupati

Ecco l'incredibile storia degli ebrei tratti in salvo dall'esercito italiano

di Matteo Sacchi


Le truppe in grigioverde che occupavano parte della Francia di Vichy salvarono migliaia di persone dalla persecuzione delle SS


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Saint Martin Vesubie, un piccolo villaggio a nord di Nizza, correndo l'anno 1943. Anche se c'è la guerra, e la Francia è stata occupata dalla Germania nazista, in questo pugno di casette arrampicate tra i monti la vita scorre tranquilla. Qui non ci sono i nazisti: ci sono i soldati italiani, sono arrivati alla fine del 1942. 

Temendo, infatti, l'invasione degli alleati angloamericani le forze dell'asse hanno occupato direttamente anche il territorio di Vichy. A chi è toccata l'occupazione italiana la vita sorride di più. Ma nel caso di Saint Martin non solo agli abitanti abituali del borgo. 

Durante l'occupazione, approfittando dell'atteggiamento tollerante degli italiani, si sono trasferiti lì centinaia e centinaia di ebrei. Per le stradine tipicamente francesi si sente parlare in un sacco di lingue: italiano, polacco, tedesco, yiddish. Sorge addirittura una sinagoga e una scuola professionale per insegnare un mestiere ai giovani che sono fuggiti dai molti territori dell'Asse.

Per dieci mesi truppe e ufficiali del regio esercito fanno da sé: non vengono applicate ne le leggi razziali italiane ne men che meno la «soluzione finale» tedesca. Di più, in molte occasioni le truppe italiane si rifiutano di consegnare gli ebrei rifugiati agli alleati tedeschi. 

Per dieci mesi si viene a creare quella «Vacanza dall'Olocausto» che fa da titolo al documentario che History Channel manderà in onda oggi mercoledì 26 gennaio, alle 21 (canale 407 della piattaforma Sky) per celebrare la Giornata della memoria. Come testimonia l'ebreo Walter Marx: «Eravamo contenti di essere là. Era un piacevole cambiamento, dopo essere stati perseguitati per mesi o per anni, essere in un luogo dove ci sentivamo sicuri».
Purtroppo però durò poco: con l'8 settembre le forze italiane sbandarono. A Saint Martin Vesubie andò meglio che altrove, i reparti si ritirarono verso l'Italia abbastanza ordinatamente, invitarono gli ebrei a seguirli al di qua delle alpi. Molti ce la fecero, di nuovo aiutati dalle guardie confinarie italiane, a centinaia giunsero a Borgo San Dalmazzo, vicino a Cuneo. 

Ma purtroppo l'intera regione è ormai già caduta in mano tedesca. I tedeschi dichiarano immediatamente la legge marziale: c'è la pena di morte per gli ebrei che non si consegnano e per chi li ospita. Ma di nuovo la popolazione italiana interviene, nasconde i fuggitivi, che sono circa 1200. Solo 357 verranno catturati e inviati ai campi (di questi se ne salvarono pochissimi: 18 in tutto). Una storia di solidarietà incredibile che solo ora viene raccontata in maniera così compiuta. 

Del resto nessuno avrebbe potuto ricostruirla come il regista del documentario Andrè Waksman: lui l'ha vissuta sulla sua pelle, la madre lo portò con se, mano nella mano, nella disperata fuga attraverso le alpi. E ora Andrè è qui per ricordare, e ricordarci, chi lo salvò.

Il più grande boss mafioso è ucraino

Corriere della sera


L'ucraino Mogilevich primo della top 10 stilata dal Time Riina solo ottavo, dopo l'italo-americano Tony Accardo

most wanted - la classifica dei super «padrini»



WASHINGTON – Il più grande boss mafioso della storia, secondo la rivista Time, non è italiano né italo americano, bensì ucraino. Si chiama Semion Mogilevich, soprannominato «brainy don», il don con il cervello, perché estremamente intelligente (ha una laurea in economia), ed è una piovra i cui tentatoli si estendono su tutto il mondo, dalla Russia all’America. Mogilevich figura primo nella classifica dei dieci super «padrini» della mafia stabilita da Time. Lo seguono Al Capone e Lucky Luciano, personaggi mitici in America. L’unico italiano nel Panteon di Cosa nostra della rivista è Totò Riina.

IMMUNE - Tra i «top ten» c’è una «madrina», la cinese Xie Caiping. Time ha compilato l’elenco dopo la retata di 110 mafiosi fatta dall’Fbi, la polizia federale, la scorsa settimana. Ha messo al primo posto Mogilevich, uno dei dieci «most wanted» o massimi ricercati, perché è il padrino globale per antonomasia, in quanto opera non solo nell’intero globo, ma in ogni settore, dal petrolio alle armi, e dalla droga alla prostituzione. Mogilevich è un «intoccabile», fu arrestato a Mosca nel 2008 per evasione fiscale ma venne rilasciato un anno dopo. La rivista non lo dice apertamente, ma il boss ucraino godrebbe di qualche immunità perché in grado di ricattare i potenti della terra.

FAMIGLIE - Stando a Time, nessun altro poteva spodestare Al Capone e Lucky Luciano dal vertice della classifica. In America, Al Capone, che decedette nel 1947 dopo sette anni e mezzo di prigionia per evasione fiscale – ma sulla sua coscienza pesavano il massacro di San Valentino a Chicago e altri omicidi - rimane il prototipo del gangster. Subito dopo di lui viene Lucky Luciano, l’organizzatore di Cosa nostra a New York, che dal carcere aiutò le forze armate americane a sbarcare in Sicilia nella seconda guerra mondiale, e per compenso nel 1946 venne liberato ed estradato in Italia, dove morì nel 1962. Al quarto e quinto posto del Panteon mafioso compaiono Pablo Escobar e John Gotti. Escobar, il fondatore del cartello della droga di Medellin in Colombia, fu il più sanguinario dei padrini, ebbe sulla coscienza gli assassini di tre candidati alla Presidenza colombiana, due ministri, oltre duecento giudici, e quasi un migliaio di poliziotti, soldati e cittadini. Venne ucciso nel 1993 a 44 anni. John Gotti, il «dapper don», l’elegantone, fu lo spietato capo della «famiglia» newyorchese Gambino: incarcerato nel 1992, spirò dieci anni più tardi. Sesto e settimo dei «top ten» sono il coreano Hisayuki Machii e un altro italo americano, Tony Accardo, l’erede di Al Capone a Chicago, detto il «big tuna» per avere pescato un giorno un tonno di 180 chili. Machii, che formò la gang di Tosei Kai, dominò la mafia giapponese per quasi mezzo secolo, e si spense nel 2002 senza che la legge lo toccasse. Accardo, detto anche «Joe batters» perché aggrediva i suoi nemici con la mazza di baseball, fu egualmente intoccabile: chiuse gli occhi nel 1992, a 86 anni, senza essere mai stato in carcere.

MADRINA - La sorte opposta a quella di Totò Riina, l’ottavo «padrino» della classifica di Time, condannato all’ergastolo in Italia nel 1993. I boss più esotici del Panteon mafioso sono un indiano, Dawood Ibrahim, e la «madrina» cinese Xie Caiping. Time ritiene che Ibrahim, a suo parere coinvolto nelle stragi di Mumbai del 1993 e del 2008, sia il «don» più ricco, con un patrimonio di vari miliardi di dollari. La rivista Forbes lo inserì tra i Creso del mondo nel 2008. L’India sospetta che Ibrahim si nasconda in Pakistan, precisamente a Karachi, ma il Pakistan smentisce. Xie Caiping, la regina del gioco d’azzardo e di altri traffici illecita in Cina, è rinchiusa in un penitenziario dal 2009 e vi resterà fino al 2020. Ha 46 anni, e si dice che abbia avuto 16 amanti.


Ennio Caretto
26 gennaio 2011



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Ragazzo grida «coglione» a Berlusconi, identificato

Corriere della sera


Pronta la replica del premier che si stava intrattenendo con una scolaresca: «Senti chi parla»


Il ventenne è stato identificato dalle forze dell'ordine presenti e lasciato andare.


ROMA - «Lei è un coglione». È la frase pronunciata da un ragazzo di poco più di 20 anni che si trovava tra la folla mentre il premier Silvio Berlusconi si era fermato a salutare una scolaresca fuori da palazzo Chigi prima di un incontro sull'Expo di Milano. Il presidente del Consiglio, evidentemente convinto che la frase fosse indirizzata a lui, ha subito replicato «Senti chi parla ...». Il ragazzo è stato fermato dagli agenti delle forze dell'ordine, identificato e subito rilasciato.


IL PRECEDENTE - Non è la prima volta che Berlusconi viene prese a cattive parole. Nel 2003 Piero Ricca, figlio di un ex magistrato e attivista, urlò così al premier mentre usciva dall'aula del processo Sme: « Fatti processare, buffone!» . Nel febbraio 2005 Ricca fu condannato dal giudice di pace di Milano a un'ammenda di 500 euro, successivamente la Cassazione annullò la sentenza e la rinviò al giudice di pace di Milano, da cui venne definitivamente assolto nel 2006.


Berlusconi e la scolaresca Un ragazzo lo insulta e lui risponde

C... QUELLI DELL'UNIONE - Nel 2006 c'è poi il discorso di Berlusconi in Confcommercio quanto attaccando la sinistra il premier definì «coglioni gli elettori che voteranno per i partiti schierati per l'Unione». Poi il Cavaliere si corresse ed affermò di aver detto quelle frasi con ironia e con il sorriso sulle labbra.


Redazione online
26 gennaio 2011



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Omicidio Simonetta Cesaroni, Raniero Busco condannato a 24 anni

Corriere della sera


Questa la sentenza per l'ex fidanzato della giovane uccisa nel suo ufficio il 7 agosto 1990. Il malore dopo la lettura


Via POma


Raniero Busco
Raniero Busco
ROMA - Raniero Busco condannato a 24 anni: questa nell'aula bunker di Rebibbia la sentenza sul delitto di via Poma. Un omicidio di più di vent'anni fa per il quale unico imputato è Raniero Busco, fidanzato di Simonetta Cesaroni all'epoca in cui venne uccisa con 29 colpi di tagliacarte, il 7 agosto 1990, in quel condominio e in quella strada divenute tristemente note.

LA SENTENZA - Il verdetto di 24 anni di carcere è stato emesso dalla III Corte d'Assise presieduta da Evelina Canale, giudice a latere Paolo Colella, oltre ai sei giudici popolari. La corte d'assise ha riconosciuto l'aggravante della crudeltà compensandolo, però, con le attenuanti generiche. La Corte presieduta da Evelina Canale ha disposto che Busco risarcisca le parti civili in separata sede assegnando una provvisionale immediatamente esecutiva di 100 mila euro per la sorella di Simonetta e 50 mila per la madre. Nessuna provvisionale per il Comune di Roma.




MALORE - Al momento della sentenza Busco era in aula assieme alla moglie, alla madre e a uno dei fratelli. Alla lettura della sentenza della terza Corte d'assise di Roma, Raniero Busco, condannato a 24 anni di reclusione, ha accusato un malore ed è stato accompagnato fuori dall'aula stretto tra la moglie e il fratello e una calca di giornalisti. Busco non ha voluto rilasciare alcun commento. Il fratello che ha ascoltato la sentenza accanto a lui ha urlato «ma che state a dì». Fra il pubblico in aula si sono alzati numerosi «no» in solidarietà con l'imputato.

LE PARTI - Mercoledì mattina era stato il momento delle repliche. Il pubblico ministero Ilaria Calò, che per Raniero Busco ha chiesto l'ergastolo, ha ribadito le accuse punto per punto: carattere dell'imputato, dna, dentatura, alibi e conservazione dei reperti. Federica Molinari e Massimo Lauro, legali di parte civile della sorella della vittima, hanno incentrato le loro repliche sulla personalità di Raniero Busco che «in tutti questi anni non si è mai fatto vivo con la famiglia e al funerale di Simonetta non si è neanche avvicinato per le condoglianze». Poi è stata la volta di Lucio Molinaro, legale di parte civile della madre di Simonetta. Il penalista ha detto: «Noi non cerchiamo il capro espiatorio, ma solo la verità». L'ultima replica è toccato al legale di Busco, Paolo Loria che ha ribadito i suoi dubbi sul morso, sui reperti, soprattutto sulla loro conservazione e sull'alibi del suo assistito. Raniero Busco è stato iscritto nel registro degli indagati nel settembre del 2007 con l'accusa di omicidio volontario. Il 9 novembre 2009 poi il rinvio a giudizio disposto dal gup Maddalena Cipriani e l'inizio del processo il 3 febbraio successivo.

26 gennaio 2011



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Usa, a tredici anni rischia l'ergastolo "Verrà condannato come un adulto"

Se il chilo non pesa un chilo

Corriere della sera


Il prototipo dell'unità di misura del peso ha perso
50 milionesimi di grammo. E ora si studiano i rimedi



MISURE INTERNAZIONALI


MILANO – Forse la lega di platino e iridio ha emesso qualche gas incorporato nel blocco metallico confezionato nel 1889 a Londra, forse sta succedendo semplicemente l’inspiegabile. Fatto sta che quella che sembra quasi una battuta è una verità: il chilogrammo sta perdendo peso, lentamente e inesorabilmente. E questo è un problema molto più grande di quanto si possa immaginare.

Il prototipo del chilogrammo
Il prototipo del chilogrammo
ONORATA CARRIERA - Il prototipo del chilogrammo, conservato a Parigi sotto una coppa di vetro all'Ufficio Internazionale Pesi e Misure (Bureau International des Poids et Mesures - Bipm) e uscito dalla sua prigione dorata solo tre volte in tutta la vita, costituisce l’unica unità di misura del sistema internazionale ancora definita da un manufatto e non da una proprietà fisica e se Le Grand Kilo (come viene chiamato il prototipo) ha iniziato a cambiare è chiaro che non potrà più essere un punto di riferimento oggettivo. Cinquanta milionesimi di grammo sono tanti per un cilindro di platino e iridio deputato a essere l’unità di misura di tutto il mondo e ora, dopo 122 anni di onorata carriera, gli esperti internazionali del settore stanno seriamente pensando di mandare il chilogrammo in pensione.

PROPOSTE – Per il momento è stata convocata una riunione dalla Royal Society di Londra , ma si tratterà di una semplice consultazione poiché con ogni probabilità per una decisione ufficiale bisognerà attendere la Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure (Cgpm) del 2015, a Parigi. Del resto, come fa notare Michael Stock, esperto del settore e organizzatore del meeting della Royal Society, «non vi è alcuna emergenza per il momento e il problema inizierà a diventare significativo tra dieci-vent’anni».

DUE PESI, DUE MISURE - La prima Cgpm risale al 1889 e comprendeva solo le unità fondamentali di lunghezza, massa e tempo. Oggi invece il Sistema internazionale di unità di misura è basato su sette grandezze fisiche fondamentali (con le rispettive unità di misura), grazie alle quali vengono definite tutte le grandezze fisiche derivate. L’ipotesi più accreditata rispetto all’unità di riferimento della massa è che anche il chilogrammo segua le sorti di altre unità di misura, ormai definite da costanti atomiche o fondamentali. Il metro per esempio era prima definito come la distanza tra due linee incise su una barra campione di platino e iridio conservata a Sèvres, a Parigi. Ma come oggetto fisico è diventato obsoleto nel 1960, quando la Cgpm definì il metro come «la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299 792 458 di secondo». Cosa gli scienziati abbiano in serbo per ridefinire il chilogrammo, ormai affetto da un dimagrimento preoccupante, non è chiaro a chi non conosce bene le leggi della meccanica quantistica. Molti però fanno il nome, tra le altre ipotesi, della costante di Planck e invocano l’aiuto della meccanica quantistica.

LA COSTANTE DI PLANCK – Quel piccolo granello di sabbia rappresentato dalla massa persa dal chilogrammo nel tempo potrebbe crescere e una soluzione potrebbe venire dalla meccanica quantistica. La costante di Planck consente la quantizzazione di grandezze come l'energia, la quantità di moto e il momento angolare (un'unità di misura delle unità atomiche) e la sua definizione è stata determinante per la nascita e la successiva evoluzione della meccanica quantistica. Prende il nome da Max Planck, fisico tedesco e padre della teoria dei quanti che, con la teoria della relatività di Albert Einstein, rappresenta uno dei pilastri della fisica contemporanea. Se venisse utilizzata la meccanica quantistica la definizione del chilogrammo verrebbe calcolata sulla base dell'energia elettrica necessaria a sostenere a mezz'aria un chilogrammo attirato dalla gravità terrestre.

Emanuela Di Pasqua
26 gennaio 2011



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La «Parentopoli» di Milano Ristorazione

Corriere della sera


Mogli, figli e nipoti nella società che prepara e distribuisce i pasti nelle scuole. L'azienda: tutto regolare



INCHIESTA ESCLUSIVA




MILANO - Dopo i recenti casi di Roma (Ama, Atac e Cotral) e di Venezia (Actv) ecco la versione di «Parentopoli» in salsa meneghina. Accade dentro Milano Ristorazione, la società privata ma a capitale pubblico (99% comune di Milano, 1% Sogemi) che produce e distribuisce i pasti ai bambini di 450 scuole milanesi. Milano Ristorazione, finita anche nel mirino di una class action dei genitori dei bambini, conta oggi quasi mille dipendenti (di cui 6 dirigenti, 12 quadri, 154 impiegati, 796 operai). Per il presidente Roberto Predolin, da pochi mesi subentrato a Michele Carruba, quella di assumere parenti, seppur disdicevole eticamente è una pratica «legittima dal punto di vista legale». E cita una sentenza della corte di Cassazione che afferma «che ad un ente pubblico economico o una società per azioni, benché a capitale pubblico, totale o parziale, nonostante mantenga l’evidenza pubblica a vari fini, come quello ad esempio del controllo della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria o della responsabilità amministrativa dei loro amministratori, si applica la disciplina privatistica del codice civile». Tutto questo almeno fino al giugno del 2008 quando una nuova normativa (legge 133/2008) ha richiesto anche per le «spa pubbliche» la procedura concorsuale per le assunzioni. Ed allora? «Allora stiamo esaminando caso per caso i nominativi per verificare se ci sono stati abusi. A prima vista comunque si tratta di gente preparata… e le assunzioni (fino al 2008, ndr) anche se non condivisibili eticamente sono perfettamente legali», giura Predolin.





I NOMI - E allora vediamo le parentele dentro via Quaranta. Cominciamo dal direttore generale, Mauro Bianchi, finito nell’occhio del ciclone in questi giorni e sospeso dall’incarico per via di una maxi-liquidazione di oltre un milione di euro che è riuscito ad ottenere sulla base di un vecchio contratto che l’attuale gestione ora contesta. Mauro Bianchi, arrivato a guadagnare 340mila euro all’anno (che poi si è ridotto in accordo con l’azienda a 200mila) poteva incrociare nei corridoi di Mi-Ri fino a dicembre 2008 il figlio Marco. Assunto nel mese di gennaio del 2005 (quindi regolarmente seppur senza concorso) come assistente ai refettori, Marco Bianchi è poi diventato capo spedizione per l’Expo di Saragoza. Spedizione che portò in Spagna 5 bar, un self-service e un fast food, tutti acquistati sul mercato perché non c’era una società che potesse affittare le attrezzature: totale 792mila euro. Costo per riportarli in Italia e chiuderne una buona parte inutilizzata nel magazzino: quasi 18mila euro. Spedizione scritta a bilancio con 1,2 milioni di perdite. Marco Bianchi si è poi dimesso ma è rimasta in società la moglie, Irina Vorontsova risultata idonea per l’ufficio relazioni esterne dopo un breve «training on the job». Era l’ottobre del 2005, (quindi regolare la sua chiamata senza concorso secondo la normativa citata da Predolin) poi nel giugno successivo è convolata a nozze con Marco Bianchi, ora è in maternità. «Mauro Bianchi, provenendo dal Comune era convinto che Milano Ristorazione fosse una sua creatura – afferma Predolin - e la gestiva come tale». Discorso a parte merita il panificio di Mombretto di Mediglia. Il centro per il quale Milano Ristorazione paga un affitto di 124.670 euro l’anno è gestito da Claudio Teodoro Agnusdei che ricopre il ruolo di direttore mentre il figlio Luca è il responsabile del panificio. «Più che comprensibile - dice Predolin – visto che si è deciso di prendere per intero un servizio dall’esterno per portarlo in Mi-Ri. Come lei m’insegna, quello dei panettieri è uno di quei lavori che si passa di padre in figlio. Non si poteva fare diversamente».


NEGLI UFFICI - Ma se per i panettieri è normale trovare padre e figlio nelle stesse stanze forse lo è meno in un ufficio amministrativo incontrare una famiglia di ragionieri. In tutto una quindicina di dipendenti guidati da Achille Brivio. Nello stesso open space Brivio può contare sul lavoro di due impiegati di fiducia. Il figlio Roberto, assunto nel febbraio 2001 (quindi 7 anni prima che il regolamento imponesse un concorso), e la figlia Manuela, assunta nell’aprile del 2006. Ma non sono gli unici parenti in quel settore. Infatti, Ferdinando Busca, capo ufficio amministrativo (assunto nel 2001), lavora in ufficio con il cognato Ambrogio Giovilli (assunto nel 2007) che ne ha sposato la sorella. Nello stesso ufficio lavorano poi Roberta Mantegazza e la figlia Ramona, entrambe impiegate. Anche nell’ufficio tecnico figurano dipendenti parenti. Antonio Ginevra (in Mi-Ri dal 2001) è l’attuale responsabile. Il direttore dei lavori che gestisce gli appalti di manutenzione ordinaria è (dal maggio 2008) il fratello Giuseppe. Poi due cognate in settori diversi: Barbara Piani (nell'ufficio tecnico dal 2001) e Silvia Cesari, impiegata nell'ufficio del personale dal dicembre del 2000.



L'ITER - Ad occuparsi delle relazioni esterne c’è Luca Radice che convive con Lorena Cruber, responsabile dell’ufficio del personale. In questo caso però l’amore sarebbe sbocciato dopo l’assunzione. Sorella del responsabile del personale è Luisella Cruber, responsabile dell’ufficio gestione di bilancio (assunta nel 2001). Nell’ufficio logistica, fino a qualche anno fa, lavorava Rosangela Refaldi. Al suo posto, la signora è andata in pensione, c’è ora la figlia Gloria Carminati (assunta nel 2008). Il responsabile dell’ufficio che si occupa della consegna dei pasti nelle varie scuole cittadine, è Damiano Minoglia. Invece sua moglie, Giovanna Stanchina, è un’impiegata del panificio (dal 2008). «Su alcune posizioni stiamo verificando se la data di assunzione è successiva al nuovo regolamento e se le procedure sono state corrette», afferma Predolin che ha voluto verificare nome per nome tutti i parenti che «qualche zelante» dipendente ha segnalato. Molte di queste «figure professionali» sono state inizialmente assunte da agenzie di lavoro interinale. Questa era la procedura. Bastava inviare un curriculum a Mi-Ri che girava i nomi dei candidati all'agenzia. Questa faceva i colloqui e poi assumeva con contratti a tempo. Alla scadenza dei contratti, dopo quindi un periodo di verifica, Mi.Ri procedeva con l'assunzione diretta. «Questo sistema non è il mio», si difende Predolin.



LE REAZIONI - David Gentili, consigliere del Pd, ha chiesto la convocazione urgente della Commissione di controllo sulle aziende partecipate e un'indagine accurata rispetto alla gestione di Milano Ristorazione in questi anni: «Recentemente abbiamo chiesto al direttore generale del comune di Milano Antonio Acerbo – afferma Gentili - che verifichi la correttezza delle procedure di assunzione che fanno riferimento ad un regolamento del tutto inadeguato alla normativa vigente». Sullo stesso tenore Patrizia Quartieri, consigliere indipendente eletta nelle liste di Rifondazione Comunista: «Non era un obbligo per Milano Ristorazione assumere tramite concorso, è vero. Resta comunque un’operazione molto discutibile sotto il profilo etico quella che porta a trasformare una società al 99% di proprietà comunale in un ufficio di collocamento per familiari, parenti e affini». Al di là delle polemiche politiche certo è che nei casi di Parentopoli sarà risuonata ironica l’indagine sulla soddisfazione del personale che Mi-Ri ha commissionato nel 2004 e nel 2008 quando chiedeva ai propri dipendenti di rispondere a domande sulle relazioni con il proprio responsabile, sul lavoro di gruppo, sul senso di appartenenza e sullo spirito di squadra. Risultato? «La soddisfazione è pari a 78,8% in costante miglioramento dal 2005».



Nino Luca
aluca@corriere.it

26 gennaio 2011



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Il ricordo dei lager non muoia con noi»

Corriere della sera

La giornata della memoria secondo la superstite di Auschwitz
di Ferrari

 

La Confindustria censura tutte le notizie scomode: è bavaglio per il Giornale

di Redazione


Ignorato un articolo su Arpisella e quello sull'agenda del presidente Marcegaglia, richiamato in prima pagina. Censurato il Giornale



 
Per sapere cosa scrivono i giornali di interessante, anche la Confindustria, come tanti altri enti o società, tutte le mattine prepara per i suoi manager e per gli associati una dettagliata rassegna stampa. Ma non sempre fa sapere proprio tutto quello che è stato pubblicato da quotidiani, periodici, siti Internet, o che è andato in onda in tivù. Specialmente se si tratta del Giornale. Così capita che lunghi articoli del quotidiano milanese, piuttosto che piccole spigolature, escano in edicola, ma spariscano dal suo «mattinale».

È successo ieri, per esempio, quando non era possibile trovare traccia, nella rassegna, di una rubrica «indiscreto» in cui si dava conto della superattività di Rinaldo Arpisella, l’ex portavoce del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, tornato a guidare la comunicazione del vertice di viale dell’Astronomia nonostante la stessa Marcegaglia avesse annunciato che si sarebbe occupato solo dell’azienda di famiglia. Distrazione, probabilmente.

E comprensibile, nel caso di un articoletto da una decina di righe a pagina 18. Ma è più difficile che sia stato un caso anche quello di sabato scorso, quando a sparire dalla rassegna è stato un lungo articolo del Giornale, relativo ai tanti (200 in un anno), forse troppi convegni a cui partecipa Marcegaglia. E dire che il «pezzo» era richiamato in prima pagina. Ma poi, a ben guardare, non c’era traccia nemmeno di quella: la rassegna riproduce ogni giorno le «prime» di tutti i maggiori quotidiani, ma sabato il Giornale non c’era. Eppure non mancavano segnalazioni di altri articoli, come il «Giornale di Bordo» di pagina 24 o lo «speciale editoria» alla 33.

Sembra uno di quei casi in cui a pensar male non si fa peccato né si sbaglia: possibile che a sparire siano solo gli articoli critici o le gatte da pelare? Anche perché l’attenzione con cui gli sherpa dell’associazione curano la rassegna è certosina. Si svegliano a notte fonda e producono una mole di lavoro impressionante: solo la rassegna di ieri contava 400 pagine, le prime sei dedicate agli indici.

Resta da chiedersi a cosa può portare una tale impostazione. Una sorta di censura dedicata ai propri «abbonati», ammesso che in una democrazia abbia cittadinanza, può forse funzionare in ambiti particolari. Magari all’interno di un partito per non distrarre i più fragili tra i militanti dalle loro granitiche convinzioni; oppure in una classe della scuola dell’obbligo per insegnare ai minori a leggere i giornali evitando di incappare in notizie imbarazzanti; o a un esercito in guerra per evitare i malumori della truppa.

Ma cercare di nascondere a imprenditori e manager, cioè a chi per definizione è classe dirigente, un qualunque tipo di informazione, appare assai bizzarro: i giornali li leggono lo stesso. Per non parlare di Internet. Tanto che ci sentiamo di escludere che un tale indirizzo arrivi dal presidente Marcegaglia. Anzi, è più facile immaginare la sua irritazione nei confronti dell’incompleta rassegna, letta magari in un momento di fretta, se questa comporta il rischio di farsi cogliere impreparata su una notiziola da conversazione. Staremo a vedere. Già da oggi.




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Tasca a destra cuore a sinistra

Il Tempo


Roberto Saviano pubblicherà un libro con Feltrinelli. Andrea Camilleri spiega al mondo che "Il commissario Montalbano agirebbe nello stesso identico modo nel quale stanno agendo i pm di Milano". Così la prolifica coppia di bestselleristi esprime idee elevatissime, firma appelli, redarguisce e impartisce lezioni.


Roberto Saviano, l'autore di Gomorra


Roberto Saviano pubblicherà un libro con Feltrinelli e ci informa urbi et orbi che «è contento». Perbacco. Andrea Camilleri spiega al mondo che «Il commissario Montalbano agirebbe nello stesso identico modo nel quale stanno agendo i pm di Milano. Trovate è difficile averne, sarebbero romanzesche e non ce n’è bisogno, basta la realtà a superare la mia stessa fantasia». Pensa un po’...

Di fronte a questi due fatti fondamentali del nostro tempo, non possiamo restare indifferenti, occorre una profonda riflessione, ma che scrivo, una seria seduta di autocoscienza, come si conviene a un tema che riguarda gli intellettuali. La prolifica coppia di bestselleristi, impegnata nella propria campagnetta di promozione del Fatturato Ideale, esprime idee elevatissime, firma appelli, redarguisce e impartisce lezioni. Tutti sono tenuti ad ascoltare in religioso silenzio. Chiunque osi parlare, può farlo a una sola condizione: osannare il contributo alla ciclopica opera di costruzione di una nuova coscienza italiana.

Entrambi gli autori sono da primato in classifica, tutto ciò che scrivono e dicono si trasforma in oro. Ma questo dalle nostre parti non è sufficiente per avere la patente di quelli che hanno sempre ragione. Essere un santone della letteratura non si traduce nel diventare un infallibile oracolo della politica. Novellare con maestria non conferisce il titolo di Infallibile. Indagare sulla carta e sull’anima non dà la bacchetta magica per risolvere i casi concreti. Un commissario immaginario non è l’inquirente del mondo delle cose reali. Può essere divertente, intrigante, ma non si tramuta nel personaggio che scova la prova regina.

Si può giocare e scherzare su tutto, poi però la vita non ti presenta il commissario Basettoni e Pietro Gambadilegno, Derrick e il cane Rex, la signora in giallo e il tenente Colombo, ma la Boccassini e Berlusconi, magistrati e presunti innocenti fino al terzo grado di giudizio. Quando la propaganda e la faziosità sconfinano nel fantasy, nella letteratura d’appendice o nella finzione della docu-fiction per dipingere i casi giudiziari, allora vuol dire che il meccanismo che tiene in piedi una società civile s’è rotto, che il tribunale ordinario è sostituito da quello straordinario della piazza dove è stata già issata la forca.

L’intellettuale può e deve essere «impegnato», ma proprio per il ruolo che svolge, ha il dovere di osservare la realtà a 360 gradi, se pensa di essere un uomo che indica la via della libertà al prossimo, allora deve liberarsi di scorie ideologiche, schemi preordinati e visioni a una dimensione. Non mi pare che sia così. La notizia che Saviano pubblicherà un libro con Feltrinelli è uscita sulle agenzie di stampa con le tre stellette di solito dedicate alle big news. Per qualcuno è il preludio dell’addio alla casa editrice di Segrate. Gli anti-berlusconiani si fregano le mani, mentre i manager della divisione libri della Mondadori si grattano la testa d’uovo cercando di immaginare cosa ne sarà del fatturato.

Messa così, la partita è tutta a favore di Saviano, creato, allevato, coccolato e meritatamente portato al successo dalla Mondadori. Ironia della sorte, Saviano, una delle icone dell’anti-berlusconismo, è il prodotto di punta di un’azienda del Cavaliere. Anche l’altro scrittore militante, Camilleri, pur pubblicando la sua opera per l’editore Sellerio, ha una serie di volumi da record con il logo della Mondadori. Lenin a questo punto si porrebbe la domanda: che fare? La missione del business editoriale non è granché differente da quella di chi produce tondini di ferro: bisogna stampare buoni libri, venderne più possibile e fare utili.

Saviano e Camilleri sono dunque l’ideale per qualsiasi editore. Ma questo è il punto di vista di chi fa libri. Diversa invece è la posizione di un intellettuale che non si considera neutro o distaccato dalla politica, ma rivendica il suo ruolo interventista nel dibattito pubblico, oltre i suoi libri ci sono dunque le sue idee personali, egli parla fuori dai personaggi della fiction e dentro il suo personaggio di scrittore. Se dipingi il Cavaliere come il Male Assoluto, il Nemico da abbattere, l’uomo che ha distrutto la cultura del Paese, il Mago dell’Imbroglio, un corruttore di giudici e minorenni, se i suoi nemici sono i tuoi amici, se i suoi amici sono per te da considerare alla stregua di complici, allora caro intellettuale, ti devi porre un problema: posso prendere i soldi dal Cavaliere? Posso gonfiare il mio portafoglio con il denaro dell’essere immondo? Io dico di no, perché anche un cretino capisce che questo modo di ragionare è più degno di un trucchista che di uno scrittore che si sente investito della potentissima missione di mandare a casa il cattivo di Palazzo Chigi. Portafoglio a destra e cuore a sinistra? Si può, certamente. Solo che la radiografia del corpo intellettuale rischia di rivelare all’uomo della strada uno stranissimo fenomeno: è il portafoglio che batte.



Mario Sechi
26/01/2011




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Dopo vent'anni di dubbi il verdetto su via Poma

Il Tempo


Oggi la verità sull’omicidio Cesaroni Ecco gli elementi che accusano o scagionano Busco. Il pm Calò ha chiesto l'ergastolo data la crudeltà del delitto.


Raniero Busco


Due parole. Una la ascolteremo questa sera. La prima è «innocente». Se sarà questa a risuonare nell’aula-bunker di Rebibbia, Raniero Busco tirerà un lungo sospiro di sollievo e potrà continuare la sua vita accanto alla moglie Roberta e ai loro gemellini. Ma l’oscuro, raccapricciante e inspiegabile delitto di via Poma resterà senza soluzione. E l’assassino di Simonetta Cesaroni senza un volto. Se, al contrario, la III Corte d’assise presieduta da Evelina Canale stabilirà che l’operaio di Morena è un mostro rimasto impunito, silente e mimetizzato nel suo rassicurante rifugio domestico per vent’anni, allora l’inevitabile processo d’appello dovrà passare al setaccio le prove con le quali il pm Roberto Cavallone nella fase «istruttoria» e la sua collega Ilaria Calò fino al giudizio hanno costruito il castello accusatorio. Un teorema che si basa sull’esclusione di altri possibili responsabili per arrivare all’ex fidanzato della vittima. Lo ha fatto capire più volte il pubblico ministero. Lo ha sottolineato l’avvocato difensore Paolo Loria, parlando di Busco come «imputato residuale».
Esaminiamo gli elementi che potrebbero inchiodare Raniero e quelli che potrebbero scagionarlo.

L’alibi. L’ora del delitto è incerta. Nessuno può dire con precisione in che posizione erano le lancette quando il cuore di Simonetta si è fermato. Se però l’impiegata dell’Aiag Luigia Berrettini le ha parlato alle 17.45 e lei ha lavorato una decina di minuti dopo quella telefonata, non può essere morta prima delle 18. Che faceva Busco in quel momento? L’8 agosto fu interrogato a lungo in Questura. Ma non glielo chiesero. O non lo misero a verbale. La difesa ha portato in aula testi che lo scagionano. Il pm sostiene che mentono e ne ha fatti indagare due per falsa testimonianza.

Le prove scientifiche. Sono il sangue sulla porta della stanza dove è stato trovato il cadavere la sera del 7 agosto 1990, la «presunta» saliva sul corpetto e sul reggiseno della ragazza e il morso sul capezzolo. La prima delle tre è stata definita «inconcludente» anche da uno dei periti dell’accusa. Poi ci sono i segni sul seno sinistro. Secondo il pm, Busco ha morso la fidanzata durante preliminari erotici mentre lui e Simonetta erano in piedi nell’ufficio Aiag quel maledetto pomeriggio d’estate.
Tuttavia, ammesso che sia la traccia di una morsicatura, è difficile dire se l’impronta dentaria corrisponda a quella dell’imputato. Oltre alle fisiologiche mutazioni dell’arcata nel tempo, infatti, le micro-ferite non sono una traccia completa della bocca di Busco. L’unico dato tecnico condiviso da accusa e difesa è un «deposito» di materiale organico di Busco sugli indumenti intimi della vittima. Il pm è sicura che sia di saliva. Loria, no. E non è un dettaglio irrilevante: essendo in corrispondenza (dicono i consulenti della Procura) con il presunto morso, la presenza di saliva rafforzerebbe la tesi accusatoria.
Inoltre, la difesa ricorda tre cose: i reperti (corpetto, reggiseno e un paio di calzini) sono stati conservati insieme nella stessa busta per quattordici anni e c’è il rischio di contaminazione; l’imputato aveva visto la fidanzata il sabato e il lunedì precedenti al martedì del massacro e, quindi, può aver lasciato le tracce biologiche in quelle occasioni; non è stato scientificamente dimostrato che si tratta di saliva, ma potrebbe essere sudore o altro. Al secondo punto, il pm replica che Simonetta si cambiava spesso la biancheria intima e non può aver indossato la stessa per due o più giorni di seguito.

Il movente. Per l’accusa quello di via Poma è un delitto d’impeto. Perciò non esiste un movente premeditato. C’è una possibile origine del diverbio che porta all’omicidio e c’è una causa scatenante del «raptus». Simonetta e Raniero - sostiene Calò - litigano perché lei gli aveva detto che prendeva la pillola e non era vero. E, pensando di avere un ritardo del ciclo, può aver messo a parte il fidanzato del timore di essere incinta. Notizia che lui avrebbe accolto con rabbia visto che, come si capisce da alcune lettere della ragazza, lei era innamorata e lui no. Ma è verosimile che Busco uccida per una paternità non voluta? Possibile. Probabile? La causa scatenante sarebbe proprio il morso al seno. Simonetta reagisce afferrando il tagliacarte, Raniero le sferra un manrovescio che la tramortisce, le strappa di mano l’arma improvvisata e la colpisce. Ventinove volte. Sul torace ma anche sul seno, sul pube, affondando la lama anche all’interno della vagina. Una furia bestiale. Che il pm ha collegato al «carattere violento» del meccanico, a sua volta dimostrato dalle liti familiari e condominiali, e però smentito in aula dai suoi amici e anche da quelli della povera Simonetta.
La difesa osserva che non avrebbe avuto senso che Busco attraversasse la città e si recasse in via Poma per quell’incontro amoroso finito in tragedia perché aveva visto la fidanzata la sera prima e l’avrebbe potuta rivedere la sera stessa. In quell’ufficio, poi, poteva entrare in qualsiasi momento il portiere o uno degli impiegati in possesso della chiave. Insomma, in un processo che si celebra a un ventennio dai fatti ed è basato più su ipotesi logiche e sofisticate perizie tecniche che non su elementi testimoniali, in un caso o nell’altro, l’unica certezza resterà il dubbio.


Maurizio Gallo e Nadia Pietrafitta
26/01/2011




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Morto l'attore Mario Scaccia aveva 91 anni ed era malato

Corriere della sera


Ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma,
si è spento nella notte tra martedì e mercoledì



LUTTO NEL TEATRO


Mario Scaccia
Mario Scaccia
ROMA - È morto martedì notte, al Policlinico Gemelli di Roma, l'attore Mario Scaccia, 91 anni. Era stato ricoverato prima di Natale per un piccolo intervento ma poi, a causa di una serie di complicazioni, non era più uscito dall'ospedale.
L'attore era nato a Roma il 26 dicembre del 1919. Figlio di un pittore, nel 1945, appena reduce dalla Seconda guerra mondiale, si era iscritto all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, in cui si diplomò successivamente nel 1948. Ma già nel 1946 aveva calcato il palcoscenico con Woyzeck di Büchner, prima di avviare una lunga carriera che l'avrebbe visto cimentarsi nelle esperienze di spettacolo più disparate.

Scaccia ne La Mandragola
Scaccia ne La Mandragola
LA NOTIZIA SUL WEB - Tra i primi a dare la notizia, il sito wikipedia.org, che ha aggiornato la scheda sul grande artisdta prima ancora che le agenzie di stampa battessero i loro lanci del mattino. Artista fantasioso e versatile, Scaccia aveva costituto nel 1961 - con Enriquez, la Moriconi e Mauri - la Compagnia dei Quattro. Al lavoro in teatro (dove si ricordano l'interpretazione di Fra Timoteo nella Mandragola di Machiavelli, il Chicchignola di Petrolini e il Negromante dell'Ariosto) ha affiancato una discreta attività cinematografica:
Sul grande schermo debuttò nel 1954 in «Tempi nostri» di Blasetti, interpretando in seguito film di Lattuada, Petri, Bolognini. Fu anche attore televisivo in grandi sceneggiati: interpretò Plonplon in «Ottocento» (1959), Capitan Sandracca ne «La Pisana» (1960), Manilov ne «Le anime morte» (1963), Bompard in «Tartarino sulle Alpi» (1968) e la figura del dottore ne «Le avventure di Pinocchio» diretto da Comencini (1971).


Redazione online
26 gennaio 2011



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Ricerca sul cancro, nelle piazze italiane tornano le 'arance della Salute'

Prediche di Vendola. Ma quest'uomo può mettersi a fare la morale?

di Redazione


Vendola sul caso Ruby: "E' una palude di ridi­colo dal sapore grottesco". Ma noi lo ricordiamo al Gay Pride, mentre un gentile fan in paglietta e sorri­sino gli avvicina la soffice e ga­gliarda lingua all’orecchio...


Noemi era «la pupilla» e Ruby «il culo», Nichi Vendo­la è l’orecchio. A ognuno il suo, nell’atlante anatomico della po­litica italiana. A latitudini sub-ombelicali si scatena la tempesta mediatica su quanto accade nella residen­za privata di Silvio Berlusconi. E il governatore della Puglia non esita a lanciare i suoi strali: «È una spettacolarizzazione del­l’indecenza, una palude di ridi­colo dal sapore grottesco», tuo­na dal suo pulpito.  
Eppure Nichi non lo ricordava­mo con la tonaca. Lo ricordava­mo piuttosto al Gay Pride, come testimonia questa foto, mentre un gentile fan in paglietta e sorri­sino gli avvicina la soffice e ga­gliarda lingua all’orecchio. In pubblico, mica nella tavernetta di casa sua. Come diceva, governatore? Grottesco? Ridicolo? Chi è senza effusione scagli la prima indi­gnazione. E chi ha orecchie per intendere, non le usi per farsi sol­leticare. 




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Bari, sul marciapiede stremato e al gelo Nessuno aiuta clochard, neanche il prete

Corriere del mezzogiorno

La scena, in pieno centro, all'esterno della Camera di Commercio con il termometro a 6 gradi



BARI - Un vento gelido e un anziano steso per terra tra l’indifferenza della gente. Sembra l'incipit di un romanzo, ma purtroppo è ancora una volta cronaca di una città. È accaduto oggi intorno alle ore 13 a Bari in pieno centro quasi davanti all’ingresso della Camera di Commercio in corso Cavour.

Un signore di circa 70 anni, forse un senzatetto, è stato del tutto ignorato dai passanti, incuranti dello stato in cui si poteva trovare, considerate anche le basse temperature che stanno interessando la città in questi giorni. I termometri registravano a quell’ora appena 6 gradi. Visibilmente infreddolito, senza cappotto e con solo un cappellino di lana a proteggergli la testa china sul marciapiede, era rannicchiato accanto al muro della facciata principale del palazzo, davanti alla fermata del park&ride e delle linee urbane.

Nel frattempo. sono passati quattro autobus. Tra le persone in attesa c’erano ragazzi e adulti di età diversa, persino un prete, ma nessuno ha degnato di uno sguardo quell’uomo in stato di abbandono. Il 118, contattato sul momento, ha risposto che avrebbe comunicato l’accaduto alla pattuglia dei vigili urbani di servizio nella zona. Ma per circa 15 minuti non si è vista né un’autombulanza né la polizia municipale.

Mariangela Pollonio
25 gennaio 2011

L'Italia che fa la spesa senza andare mai al supermercato

di Marcello Foa



Il Gas, Gruppo d'acquisto solidale, non è un supermercato, né una bottega, né un mercato popolare… Eppure é il modo con cui più di 50mila famiglie riempiono il frigorifero: si organizzano e comprano direttamente dai produttori locali



 
Milano, via Don Gnocchi, a due passi dallo stadio San Siro, zona residenziale e signorile. Sono le 10 del mattino di sabato. Un furgoncino si ferma davanti alla chiesa, scende un uomo di mezza età, che subito viene attorniato da una dozzina di persone. Da lontano la scena appare insolita, quasi sospetta. Da milanese diffidente sospetti l’incontro di un pusher con i suoi clienti. Ma quando ti avvicini scopri che quelle persone sono sì a caccia di «roba», ma non di quella «roba», bensì di un genere ben più pregiato: frutta freschissima e biologica, verdura senza pesticidi, formaggi dai sapori intensi e raffinati. Quello pensavi fosse lo spacciatore, in realtà é uno dei produttori, che lavora a una manciata di chilometri da lì. Una signora apre la borsa ed estrae una bilancia. Inizia la spartizione: la famiglia Rossi voleva due chili di carote, la famiglia bianchi tre di perse e così via.
Capita che i passanti, vedendo tanto ben di Dio, si mettano in coda. Pensano a un mercatino rionale o a una vendita ambulante, ma vengono cortesemente allontanati. Quella non è una vendita al dettaglio, ma il ritrovo dei membri di un G.a.s. ovvero di un Gruppo di Acquisto Solidale, per distribuire la spesa settimanale. Mezz’ora dopo è tutto finito e ognuna torna a casa con le sporte ricolme. Il passante osserva interdetto. G.a.s.? Che diavoleria è mai questa? Non è un supermercato, né una bottega, né un mercato popolare… Eppure questo é il modo con cui tra le 50 e le 70mila famiglie riempiono dispensa e frigorifero.
I G.a.s sono associazione spontanee di persone che hanno deciso di dare un’impronta salutista e solidale ai propri acquisti di genere alimentari. Anziché recarsi al supermercato o al centro commerciale, si organizzano per comprare frutta, verdura, formaggi, ma anche riso, pasta, carne, pollame direttamente dai produttori locali, privilegiando quelli biologici e di prossimità ovvero il più possibile vicino alla città di residenza. Solidale poiché, così facendo, saltano gli intermediari e consentono al piccolo coltivatore margini più ampi, anziché quelli risicatissimi offerti da grossisti e grande distribuzione. Per intenderci: il ricarico tra il prezzo pagato al contadino e quello finale al consumatore oscilla tra il 400 e il 500%. Dunque, se un chilo di carote finisce sugli scaffali a un euro, al coltivatore ne vanno circa 20 centesimi, quando è fortunato.
Talvolta le pressioni dei grossisti sono tali da costringerlo aa vendere sotto costo. Con i G.a.s., invece, il consumatore risparmia o comunque non paga di più rispetto al supermercato, ha la ragionevole certezza di nutrirsi meglio e rende davvero etico e meritocratico l’impiego dei propri soldi. Una scelta affascinante, che però richiede qualche sacrificio. Ad esempio, una disciplina e spazi adeguati nell’ambiente domestico per stoccare la produzione. Al supermercato vai quando vuoi, qui invece no. L’incontro al sabato o un altro giorno diventa un rito inderogabile. Devi esserci e se sei via o salti un giro o chiedi a un altro membro del G.a.s. di ritirare le provviste a nome tuo. La scelta dei generi alimentari viene regolata secondo modalità diverse da Gruppo a Gruppo. Alcuni si avvalgono della prenotazione online, altri raccolgono le comande via email, altri lasciano fare al contadino seguendo i raccolti della stagione, con qualche aggiustamento
personalizzato, del tipo: non voglio i cavolfiori, ma un chilo in più di lattuga. Insomma, si tratta di cambiare un po’ le proprie abitudini e di essere disposti a collaborare con gli altri. Non essendoci un manager, né distribuzione logistica professionale, il G.a.s. va animato e gestito dalle stesse famiglie che vi aderiscono; il che implica un minimo di attività sociale e organizzativa. Scambiarsi email, assumere iniziative, contattare i produttori, di tanto in tanto visitarli per verificare che siano davvero bio e non dei furbacchioni, indire o partecipare alle riunioni. Sempre più italiani pensano che ne valga la pena E di solito non tornano indietro.
Non essendoci un censimento, né un’organizzazione nazionale riconosciuta, é impossibile stimare con precisione il numero dei G.a.s e dei suoi membri, tuttavia, considerato che le famiglie sono composte da 3-4 persone, non é irragionevole stimare a circa 200mila gli italiani che hanno scelto questo stile di vita. Uno stile che, peraltro, asseconda l’indole nazionale. Gli italiani sono individualisti, ma non solitari. Hanno bisogno della compagnia, anzi di una cerchia chiusa – di amici o familiari – nella quale cercano protezione e conforto. Per questo all’estero sono facilmente riconoscibili: disordinati e caciaroni, uno va a destra, l’altro a sinistra, ma si muovono tendenzialmente in compagnia e dunque sempre con altre due,tre,quattro famiglie. A bene vedere i G.a.s. rispecchiano questa struttura sociologica. Permettono di scegliere liberamente sia con chi associarsi, sia a quali fornitori rivolgersi, ma non richiedono condivisione con altri gruppi e nemmeno l’obbligo di accettare altri membri. Ogni italiano può crearsi il proprio, assieme a quattro-cinque famiglie. Infatti, sebbene la maggior parte delle associazioni sia affiliata a Retegas, molte nascono spontaneamente e restano del tutto indipendenti, al punto di non essere rintracciabili nemmeno su internet.
I G.a.s. nacquero nel 1994 a Fidenza e inizialmente erano tendenzialmente di sinistra o dell’area cattolico-sociale; ma con il passare degli anni questa connotazione é sfumata. Oggi non hanno orientamento politico. «Ci sono gruppi legati alle parrocchie, altri noglobal, alcuni tendenzialmente ecologisti o umanisti; ma ne vengono fondati sempre di più anche nelle zone borghesi», spiega Marco Benedetti, brillante animatore del Gas7 di Milano, quello che si ritrova in via Don Gnocchi. Ed é questo l’aspetto che colpisce di più. E’ come se nel Paese si fosse formata una nuova consapevolezza, che spinge i cittadini a premiare i produttori locali (non solo nell’alimentare, come vedremo nella seconda puntata dell’inchiesta), e al contempo un consumo giustamente critico, esigente, rispettoso della natura. Mercato ed ecologia, famiglia e innovazione, un Italia un po’ conservatrice e un po’ progressista o forse né di destra né di sinistra. Semplicemente, un’altra Italia, sorprendente e positiva. 1-continua




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Adinolfi contro Signorini "Quel fro...". Gay in rivolta

di Paola Setti



Le associazioni gay contro il blogger di area Pd Mario Adinolfi, che sulla sua pagina Facebook ha pubblicato frasi giudicate omofobe contro il direttore di Chi



 
«Quel fro...». Un commento in romanesco, condito da una metafora sessuale, e riferito ad Alfonso Signorini: a scriverla, sulla sua pagina facebook, Mario Adinolfi, giornalista e blogger romano. Termini che non sono piaciuti alle associazioni omosessuali che, pur notando il contesto scherzoso all'interno del quale è comparsa, suggeriscono ad Adinolfi di scusarsi.

La frase viene scritta a corredo di un post sui saldi. Uno degli oltre cinquemila fan della pagina pubblica del giornalista lo avverte: «Stai attento che non ti becchi Signorini...». Adinolfi gli risponde, servendosi di una metafora sessuale: «Me fa 'na p... a due mani quel fro...». Di più, parlando dei commessi nel negozio aggiunge: «Ho anche dialogato amichevolmente con i servetti gay su maculati, leopardati e affini». Paolo Patanè, presidente di Arcigay, fa notare che si tratta di un contesto scherzoso: «Sono certo che non siamo di fronte ad una persona omofoba. Ma è anche vero che il suo comportamento dimostra che spesso gli atteggiamenti omofobi sono involontari. Per questo dobbiamo tutti riflettere, perché certe affermazioni possono ferire le persone. Il rispetto per i gay, così come per gli ebrei e le persone di colore, deve diventare automatico».

Più duro il commento di Aurelio Mancuso, presidente dell'associazione Equality Italia - rete per i diritti civili. «È insopportabile che personaggi pubblici si lascino andare a questo linguaggio da caserma. Adinolfi, che ben conosce il meccanismo della comunicazione, dovrebbe sapere che certe frasi sono pericolose». Aggiunge Mancuso che «così come lui è stato aggredito al grido di "brutto grassone", dovrebbe essere più cauto nel dileggiare i cosiddetti "frocetti". Per questo sarebbe il caso che si scusasse con i gay».

Imma Battaglia, presidente di Dìgayproject, fa notare che «bisogna sconfiggere un linguaggio che riprende gli stessi stereotipi contro i gay. Dobbiamo fare un salto culturale, e criticare le persone in quanto tali, e non sulla base del loro orientamento sessuale. L'omofobia, in questo Paese, non è stata ancora sconfitta».
A chi lo accusa, più o meno esplicitamente, di essere omofobo, Adinolfi replica così: «Sono battute che capita di fare su facebook. Ero particolarmente arrabbiato con Signorini, e avevo voglia di fare quell'invettiva. In ogni caso, sono oltre ogni possibile sospetto di discriminazione, anche perché, ogni giorno, la subisco sulla mia pelle, in quanto persona obesa». Il giornalista osserva anche che, nel periodo delle primarie del Pd, quando sfidò Walter Veltroni, fu «l'unico a proporre un referendum sul matrimonio gay all'interno del Pd».




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Il pm che indaga su Silvio e quelle famiglie distrutte

di Stefano Zurlo


Lui lucida il suo curriculum e se la prende con i giornalisti: «Ormai pubblicizzate solo le assoluzioni. Perché non parlate dei processi per pedofilia che ho vinto?». È vero, Pietro Forno, il pm di lungo corso che dall’89 si occupa di abusi sessuali, ha collezionato molti successi. Però, per stare al suo linguaggio calcistico ha anche incassato sconfitte clamorose. Sconfitte che si portano dietro una scia di dolori, sofferenze e umiliazioni. Si sa, quando si seguono casi così delicati, gli errori sono devastanti e i rimedi sono cerotti che non chiudono le ferite. A Forno è capitato addirittura il contrappasso di una requisitoria in aula che si è trasformata in un atto d’accusa contro il suo lavoro, i suoi metodi, i suoi consulenti.

Si tratta di una vicenda, quella del tassista Marino V., che a Milano ha fatto epoca. Metà degli anni ’90. Marino V. è un padre come tanti altri. Ma la figlia usa espressioni anomale per l’età, parla del pene del padre e la macchina giudiziaria si mette in moto. Un’assistente sociale costringe la moglie a denunciare il tassista: «O lo fa lei entro tre giorni o lo facciamo noi». L’esposto arriva a Forno che parte in quinta. Così l’uomo precipita senza potersi aggrappare a nulla: una sera torna a casa e non trova più nessuno. Gli investigatori hanno consigliato alla signora Teresa di scappare con la bambina. È una deportazione, basata su alcune parole in libertà dette dalla figlioletta.

Ma il meccanismo infernale trova le conferme di quel che non c’è. Le perizie, fondamentali in processi di questo tipo, vengono affidate ad alcuni esperti collaudati, sempre gli stessi, di fatto tutt’uno con l’impostazione del pm. I tecnici trovano «segni compatibili con gli abusi sessuali». Che significa «segni compatibili con gli abusi sessuali?». È una frase su cui ci si dovrebbe interrogare a lungo, perché nel nostro codice il compito del pm è sì quello di accusare ma anche di cercare le prove, se ci sono, dell’innocenza. Forno, invece, non si ferma: le parolacce, l’assistente sociale, il perito, la compatibilità. Un trenino di suggestioni basate sul nulla o poco più. E una famiglia dilaniata.

Non basta la fuga segreta, come nei film di mafia. Ci si mette, in una catena senza fine, anche il tribunale dei minori che allontana la bambina dalla madre. E spacca quel che resta del nucleo. Passano gli anni, Marino V. è sempre sepolto vivo: gli affetti spazzati via e un capo d’imputazione terribile, confermato anche dalla seconda perizia.
Poi finalmente, dopo quattro lunghissimi anni, arriva il colpo di fortuna. Attenzione: non saltano fuori nuove perizie o testimonianze inedite. Semplicemente, in udienza, Forno viene sostituito, dalla ruota della giustizia, da una collega: Tiziana Siciliano. E in aula la Siciliano va giù dura, ma cambia il bersaglio.

Non più il tassista crocifisso senza peccato, ma l’accusa. Il pm parla di una «perizia ginecologica di una superficialità che rasenta lo scandalo», di «interrogatori condotti in modo incongruo», di atti giudiziari trasformati «in carta straccia». E conclude radendo al suolo quel che resta: «Questi esperti non hanno alcuna professionalità. Non hanno nessun motivo di godere della fiducia dell’autorità giudiziaria, non hanno capito niente». Non hanno capito niente, ma sono stati utilizzati, e ovviamente pagati, a ritmi da catena di montaggio. La Siciliano, scrupolosissima, si accorge che su uno dei tavoli di questi esperti si sono accumulate 358 consulenze in nove anni.

Numeri da capogiro che spiegano meglio di tanti discorsi quel che è accaduto: quel circuito chiuso fra pm e consulenti di fiducia che qualche volta si trasforma in un cortocircuito. Marino V. viene assolto, la Siciliano dispone un’indagine bis, sui periti dello scempio, lo stesso Forno si ritrova oggetto di un esposto che però naufraga fra le secche del Csm.
Una sconfitta. Non l’unica. Nella bacheca del pm ci dovrebbero essere le vittorie. Ma anche le cadute. Le facce degli innocenti trasformati in mostri: Vito Cangialosi, accusato nel ’98 di aver violentato la figlia; Nikolin Ndreka, albanese, arrestato per violenza sessuale nel ’97, ingiustamente in carcere per nove mesi; la mamma e lo zio di Lissone, agli arresti domiciliari per un anno con l’imputazione, terrificante, di abusi su un bambino di cinque anni. Prima di rivedere la luce di un’assoluzione piena nel ’99. E in un’altra inchiesta, pure finita in archivio, è il gip Guido Salvini a comporre un giudizio tagliente: «Di esito completamente negativo o del tutto irrilevanti... sono risultate le copiosissime intercettazioni, le perizie mediche, le perquisizioni».



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Bugie e prove taroccate: va in onda la truffa

di Gian Maria De Francesco


La character assassina­tion di Silvio Berlusconi da parte dei talk show «sinistror­si » prosegue ininterrotta. Lu­nedì sera è stato l’ Infedele di Gad Lerner a intingere il mi­crofono nel fiele per sparare contro il presidente del Consi­glio. Un’architettura talmente ben congegnata da suscitare l’indignazione del premier che con la sua telefonata al­l’ex direttore del Tg1 ha pro­dotto un altro miracolo televi­sivo: far impennare l’audien­ce lerneriana oltre il milione e mezzo di te­lespettatori.

Un vero e proprio miracolo per una trasmissione che il critico Aldo Grasso ha così ben sintetizza­to: «Ospiti noiosi, ar­gomenti soporiferi, professoresse bana­li ». Lunedì sera niente di tutto questo: in sce­na il bunga bunga . In primo luogo un triste repêchage dei pettego­lezzi dell’ Espresso se­condo cui Berlsuconi a settembre non si sa­rebbe recato ai funera­li dell’incursore Ales­sandro Romani, cadu­to in Afghanistan, per dedicarsi ai propri sol­lazzi.

Con annessa in­ter­vista allo scandaliz­zato finiano Gianfran­co Paglia, ex parà e me­daglia d’oro al valor militare, che a settem­bre partecipò ai fune­rali di Stato senza obiettare alcunché sull’assenza del primo mini­stro. Che in quei giorni stava cercando di ricostruire una maggioranza dopo la devasta­zione provocata dalla scissio­ne di Fli. In secundis , momento drammaturgico con l’attrice Lucrezia Lante della Rovere in tournée nei teatri con un monologo tratto da Malamo­re , libro sulle difficoltà della condizione femminile moder­na del direttore dell’ Unità Concita De Gregorio, pubbli­cato da Mondadori nel 2008, ben prima che la guerra a Sil­vio Berlusconi prevedesse pu­re lo spionaggio giudiziario.

Insomma, il solito processo mediatico al Cav contumace con false accuse dove il pidiel­lino di turno è quasi impossi­bilitato a difendersi anche se la tosta europarlamentare Iva Zanicchi ha cercato di tenere botta. Ormai in tv è prassi. Lo dimostra anche Ballarò che martedì scorso ha compiuto il definitivo salto di qualità nel­la lotta al Cavaliere, ( «censura­to » dal conduttore Giovanni Floris): spacciare come prova della concupiscenza del pre­mier la foto di una gita in Sar­degna di un’estetista di Porde­none che si è fatta ritrarre as­sieme a Berlusconi.

L’acme della fiction antiber­lusconiana è stato raggiunto ancora una volta dall’insupe­rato e insuperabile (purtrop­po) Annozero di Michele San­toro. La sezione televisiva di tutte le Procure antiberlusco­niane ha puntato tutto sull’at­tendibilità della escort Nadia Macrì dedicandole una lunga intervista dai contorni boccac­ceschi nella quale sono stati esibiti come regali del pre­mier i doni dell’ex marito del­la prostituta. Finzione che si trasforma in reality show : ve­nerdì scorso s’è scoperto co­me la sedicente testimone di un incontro sessuale tra il Cav e Ruby Rubacuori il 24 aprile scorso, data fatidica del pre­sunto incontro galante, non fosse ad Arcore nella circo­stanza.

E i tabulati non sono smentibili... «Quella che ho visto non era Ruby ma una ragazza maroc­china che faceva la danza del ventre», ha dichiarato poi Ma­crì che i pm milanesi hanno frettolosamente convocato per non veder smontato in due secondi il traballante im­pianto accusatorio. E dire che da Santoro la foto autografata che il premier dona a tutti i suoi fan era stata elevata al rango di «pistola fumante». Ma per Annozero non è una novità dato che a fine 2009 ave­va inscenato un altro «maxi­processo » per rovesciare su Berlusconi e su Marcello Del­l’Utri le accuse mossegli da Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo col­luso con la mafia. Risultato: in tribunale i pentiti Graviano e Lo Nigro smentiscono che Forza Italia fosse una «creatu­ra » di Cosa nostra. Eppure l’oracolo Ciancimino è stato dichiarato inattendibile an­che dalla Procura di Firenze che indaga sulle stragi del ’93. L’importante è rovesciare fango contro il Cavaliere. C’è una differenza: le storielle da Decameron di Lerner vanno in onda su una tv privata, le corbellerie di Ballarò e Anno­zero le pagano i cittadini col canone Rai.



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