giovedì 20 gennaio 2011

Voto Ue per estradare Battisti

Corriere della sera


L'Europarlamento favorevole alla mozione che chiede un intervento politico a sostegno della richiesta italiana

Un applauso ha accolto il risultato della votazione

MILANO - È stata approvata con 86 voti a favore, uno solo contrario e due astenuti, la mozione bipartisan presentata da tutti i partiti italiani all'Europarlamento per chiedere l'intervento «politico» dell'Unione europea a sostegno della richiesta italiana di estradizione di Cesare Battisti dal Brasile.

Un applauso ha accolto il risultato della votazione. Un deputato italiano ha urlato, rivolto alla Commissione, «agire, dovete agire». Il testo della risoluzione comune - firmata da tutti i gruppi tranne Verdi e Sinistra unita-Gue - è essenzialmente politico in quanto «auspica che le autorità brasiliane esercitino il loro dovere-diritto di dare seguito alla richiesta del governo italiano» e chiede che «il Consiglio e la Commissione conducano il dialogo politico con il Brasile e monitorino costantemente che ogni decisione presa rispetti i principi fondanti dell'Unione europea e delle buone relazioni con gli Stati membri».


Redazione online
20 gennaio 2011



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Il miracolo di Carlina: rapita 23 anni fa ritrova la mamma grazie a Internet

La Stampa







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Cassazione: i parenti delle vittime della strage di Nassiriya vanno risarciti

Corriere della sera


Accolto dalla Suprema Corte il ricorso dei familiari




MILANO - Si scioglie finalmente un'intricata questione giuridica. La Cassazione ha infatti accolto il ricorso dei familiari delle vittime della strage di Nassiriya e ora la Corte d'appello di Roma dovrà stabilire il risarcimento in precedenza negato.

LA STRAGE - In particolare la Seconda sezione penale della Suprema corte ha annullato con rinvio, alla Corte d'appello civile di Roma, la sentenza con la quale, il 24 novembre 2009, i risarcimenti erano stati negati ed erano usciti definitivamente assolti i generali Bruno Stano e Vincenzo Lops, accusati di non aver predisposto adeguate misure di sicurezza a Base Maestrale. Per i due alti militari, comunque, non ci sarà alcun nuovo processo perchè la loro assoluzione non era stata impugnata dalla Procura della Corte d'appello. Nella strage di Nassiriya, il 12 novembre 2003, un camion kamikaze esplose all'interno della base militare italiana in territorio iracheno, provocando la morte di 12 carabinieri, 5 militari e due civili italiani, mentre altre 140 persone rimasero ferite. Nell'esplosione persero la vita anche 9 civili iracheni.

Redazione online
20 gennaio 2011




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L'assessore Donazzan scrive alle scuole: niente libri di autori pro Battisti

Il Mattino di Padova


L'invito dell'assessore regionale a direttori e presidi perché boicottino chi si è schierato con l'ex terrorista. "Stop all'adozione dei testi di coloro che continuano a mantenere la loro firma all'appello del 2004"



VENEZIA. La scriverà domani, ma il semplice annuncio dell'assessore regionale alla Pubblica istruzione, Elena Donazzan (Pdl), di voler inviare una lettera alle scuole venete per invitare a ''un boicottaggio civile'' dei libri scritti dagli autori che hanno firmato nel 2004 un appello a sostegno di Cesare Battisti ha riaperto la polemica a livello locale, ripresa anche dai grandi organi d'informazione, che ne hanno fatto un caso nazionale.

''Domani mattina faccio partire la lettera. Inviterò i direttori scolastici a non adottare testi di autori che continuano a mantenere la loro firma all'appello del 2004 a sostegno di Cesare Battisti'', annuncia Donazzan. L'idea segue l'analoga iniziativa - annunciata ma poi non attuata per il parere contrario del presidente leghista della Provincia di Venezia, Francesca Zaccariotto - fatto oltre una settimana fa dall'assessore provinciale veneziano Raffaele Speranzon, anch'egli Pdl.

''Invito chi non l'ha ancora fatto - dice Donazzan- a togliere la firma dall'appello e nel contempo lancio in appello ai dirigenti scolastici a non adottare i libri di chi continua a mantenere il suo nome a sostegno di chi è stato riconosciuto come assassino''.  L'esponente del Pdl ricorda che il suo non è un giudizio sui singoli volumi pubblicati, ma una critica al comportamento dei loro autori, che proprio perché in alcuni casi molto noti hanno ''un valore diseducativo''. Nella scelta si dice ''rafforzata dalla votazione trasversale di tutti i gruppi partitici in Parlamento che chiedono l'estrazione di Battisti''.

''Di 'cattivi maestri' - aggiunge Donazzan, rilevando che moltissimi ''non fanno parte delle mie letture'' - qui in Veneto ne abbiamo avuti tanti; sono ancora presenti gli esempi di cosa sia stato dare messaggi di un certo tipo''. La lettera non avrà il tono di una imposizione, sottolinea l'assessore, ma "è un invito che rivolgo come cittadino e come rappresentante delle istituzioni. Mi stupisco che all'epoca nessuno si sia indignato per quell'appello e trovo incredibile che l'ex presidente del Brasile, un Paese amico dell'Italia, sul caso Battisti abbia detto no all'estradizione''.

In sostanza, Elena Donazzan pensa a un invito a non comprare, far leggere o tenere libri scritti dagli autori firmatari dell'appello contro l'estradizione in Italia. 20 gennaio 2011




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Cassazione: non annullabili i matrimoni di lungo corso

Corriere della sera


Accolto il ricorso di una veneziana ripudiata dopo 20 anni di nozze.

Il marito aveva ottenuto l'annullamento, la Suprema corte ribalta la sentenza



Carlo Verdone e Cinzia Mascoli in «Viaggi di nozze» (1995)

Carlo Verdone e Cinzia Mascoli in «Viaggi di nozze» (1995)


ROMA - I giudici italiani non possono convalidare l’annullamento ecclesiale dei matrimoni concordatari nei quali la convivenza tra i coniugi si sia protratta per lunghi anni o, comunque, per un periodo di tempo considerevole. Questo perché una volta che il rapporto matrimoniale prosegue nel tempo è contrario ai principi di «ordine pubblico» rimetterlo in discussione adducendo riserve mentali, o vizi del consenso, verificatisi nel momento del sì all’altare. Lo ha deciso la Cassazione, accogliendo il ricorso di una moglie e invalidando la nullità di un matrimonio durato venti anni.

La Suprema Corte ha dato parere negativo al quesito di diritto posto da Maria Lorenza R., la moglie ripudiata dal marito dopo due decenni di convivenza con la scusa che la signora gli avrebbe taciuto la sua contrarietà a mettere al mondo figli. «Può essere riconosciuta nello Stato italiano - ha chiesto la signora alla Cassazione - la sentenza ecclesiastica che dichiara la nullità del matrimonio quando i coniugi abbiano convissuto come tali per oltre un anno, nella fattispecie per vent’anni, o detta sentenza produce effetti contrari all’ordine pubblico, per contrasto con gli articoli 123 del codice civile (simulazione del matrimonio) e 29 della Costituzione (tutela della famiglia)?». No, non può essere riconosciuta, è stata la risposta dei supremi giudici.

Così il ricorso è stato «accolto» e «cassata» la sentenza con la quale la Corte di Appello di Venezia, l’11 giugno 2007, aveva convalidato la nullità del matrimonio di Maria Lorenza e Gianpaolo V. sancita dal Tribunale ecclesiastico regionale ligure nel novembre 1994, e dichiarata esecutiva dalla Segnatura Apostolica con decreto del marzo 2001. A chiedere l’annullamento era stato il marito sostenendo che le nozze celebrate nel giugno del 1972 erano viziate poiché la moglie - sosteneva lui - gli aveva taciuto di non volere figli, dunque era escluso uno dei «bona matrimoni», gli elementi che danno vitalità alle unioni concordatarie. Dando ragione al reclamo di Maria Lorenza, la Cassazione - sentenza 1343 - spiega, con riferimento «alle situazioni invalidanti l’atto del matrimonio», che «la successiva prolungata convivenza è considerata espressiva di una volontà di accettazione del rapporto che ne è seguito e con questa volontà è incompatibile il successivo esercizio della facoltà di rimetterlo in discussione, altrimenti riconosciuta dalla legge». In pratica, dopo tanti anni, per mettere fine alla vita a due bisogna intraprendere la strada della separazione civile, senza cercare la scorciatoia della nullità, che mette al riparo dal dover pagare l’assegno di mantenimento alla ex ma viola i principi del nostro ordinamento. (Ansa)


20 gennaio 2011





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Il tesoretto della clochard romena: nel carretto diciassette chili di monete

Corriere del mezzogiorno

Senzatetto nascondeva il denaro raccolto dai passanti
Da anni gira per la città trascinando buste e coperte



L'assistenza alla donna

L'assistenza alla donna


BARI— In un carretto zeppo di cartoni e cianfrusaglie una clochard romena nascondeva un «tesoro» : diciassette chili di monete, quattro banconote da 50 euro, sette da 20, quarantaquattro da 10 e ottantatrè da 5, tutti contenuti in una valigetta con dentro 1200 euro. La scoperta l’hanno fatta i vigili urbani che, l’altra sera, hanno portato la senza tetto all’ospedale per un trattamento sanitario obbligatorio. La mendicante, una anziana donna di nazionalità rumena, da anni gira per la città trascinando carrelli da supermercato e carrozzini pieni di indumenti e oggetti raccattati ovunque. A chiamare i vigili sono stati alcuni residenti di viale Salandra, dove la clochard stazionava da mesi. Gli agenti hanno trovato la donna in uno stato fisico e mentale molto precario. Hanno chiamato un’autoambulanza del 118 nel tentativo di farla trasportare al pronto soccorso. Ma la donna si è rifiutata, come successo già altre volte, di salire sul mezzo: ha cominciato ad agitarsi e ad urlare. Gli agenti allora l’hanno lasciata lì. La mattina successiva però sono tornati, accompagnati da personale del 118 e da un medico che le ha iniettato una fiala di sedativo per calmarla e farla salire sull’ambulanza. Qui la pattuglia ha scoperto, in un trolley da viaggio che la clochard aveva con sè, circa 1200 euro. Il denaro è stato recuperato dagli agenti della polizia municipale e messo a disposizione della donna.


Valentina Marzo
20 gennaio 2011





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Svegliati, figlia mia" Il triste esercito degli aspiranti suoceri

La Stampa

Così le famiglie spronavano le ragazze



MARIA CORBI
ROMA

I padri non sono più quelli di una volta. E quel «magari...» pronunciato da Gino, il papà di Roberta Bonasia, in risposta a chi gli domandava se fosse in procinto di diventare suocero di Silvio, è solo il sintomo di una epidemia morale. Povero Gino. In ottima compagnia. Il padre di Barbara Faggioli, 24 anni, cagliaritana, ex valletta dello «Show dei record», una delle ospiti ai festini di Arcore, non solo spera in una love story con un uomo che potrebbe essere nonno della figlia. Ma incita. A Nicole Minetti, la ragazza racconta il 23 settembre scorso la sgridata ricevuta dal padre. Uno pensa: «Ci voleva una ramanzina» e invece, andando avanti nella lettura, si capisce che il tenore del rimprovero è tutt’altro: «Assolutamente Nico...

ma basta, ma che siamo sceme... ma oggi mi ha sgridato, oggi proprio ne parlavo con mio padre... mio padre propri... eh però basta con ‘ste str... il lavoro verrà. Come ha aiutato le altre aiuterà anche te». E, sempre il padre: «Sei da 17 anni appresso, le vuoi realmente bene, ti sei vista passare davanti questa e l’altra, e Giada, Isabella e Cristina ha detto....ma svegliati!!!». Educazione sentimentale dei tempi moderni dove il tuo amante invece di regalarti un anello ti promette un seggio in Parlamento o giù di li. E anche per Barbara c’era in progetto la politica, un seggio alle comunali in Lombardia.

A Nicole Minetti, Barbara continua a raccontare del padre: «Mi ha detto anche perché se cambi idea e non vuoi più fare quel lavoro cioè metti qualsiasi cosa succeda... ce l'hai, la vendi, parti, te ne vai da qualsiasi altra parte». Neanche un dubbio, un’incertezza nelle ragazzine e nei genitori che offrono «vergini al drago», per citare Veronica Lario, la prima a fare intuire le serate boccaccesche di Arcore.

Anche la gelosia sembra un sentimento di altri tempi. In una telefonata avvenuta il 7 ottobre Ruby spiega al fidanzato Luca Risso, che l'ha chiamata Silvio Berlusconi: «Io gli ho detto che ho detto tante cose, ma ne ho nascoste tantissime. Quelle cose le ho dette perché mi hanno messo davanti all'evidenza e non potevo negare.... Gli ho detto che io voglio almeno, da tutta questa situazione cioè, sinceramente, che ne esca qualche cosa, perché di tutta la situazione non me ne frega niente».

Ma Ruby non ha segreti neanche con il padre: «Ora è venuto l'avvocato», spiega, «Silvio gli ha detto “dille che le pagherò il prezzo che lei vuole, l'importante è che chiuda la bocca”». E ancora: «Oggi sono uscita di nuovo su un giornale importante che gira in tutta Italia almeno non è riportato il cognome né niente». Ruby rassicura il vecchio (padre): «Anche riguardo al mio incontro con Berlusconi, hai capito? Non è uscito niente». Le ultime parole famose. Ma che importa?

E poi dicono che le ragazze di oggi non hanno buoni rapporti con le famiglie. Pensate a Barbara Faggioli che ad Arcore si portava anche il fratello. come ammette lei stessa nell’intervista rilasciata a «Chi». «Erano serate tranquillissime», assicura. «Di quelle cene conservo un ricordo assolutamente piacevole, avrei potuto portarci tranquillamente i miei genitori e non avrebbero avuto nulla da ridire». E figuriamoci quelle movimentate, viene da pensare. A tutti ma non ai parenti, of course.

C’è Camilla Ferranti, già tronista bionda di Maria De Filippi, la figlia di uno dei medici di Berlusconi, che frequenta villa Certosa e ha partecipato al corso per europarlamentari del Pdl. Chissà se papà Ferranti conosceva i rituali di Arcore e le piccole manie come quella sua passione per il francese come rivela Nicole Minetti alle candidate papigirls: «Punta sul francese che lui sbrocca, gli prende bene». Ricordate il film «Un pesce di nome Wanda»? Il papà di Barbara Guerra, come racconta lei stessa, parla spesso al telefono con il possibile genero Silvio. «L’ultima volta gliel’ho passato per gli auguri di Natale».

E in quest’orgia di affetti familiari non poteva mancare anche qualche pezzo di famiglia Berlusconi. Evelina Manna dice in un’intervista che mentre lei era arrabbiata per alcune registrazioni «piccanti, direi spinte», che coinvolgevano il premier, lui le fece telefonare «da Bubu», il nipotino Alessandro, il figlio di Barbara. «Come fai a non far pace con uno così?», chiede Evelina. Già come fate? Questa è la domanda.




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Silvio ha comprato i due volumetti"

La Stampa


Fede a Mora in linguaggio cifrato: «Duemila ciascuno. Non era contento, ma poi l’ha presa a ridere»


GUIDO RUOTOLO


Non lasciamoci abbagliare dalla ennesima versione dei fatti di Ruby Strappacore (non più Rubacuori). Dunque i festini dal Principe ci sono stati. Checché ne dica l’Ape Regina Began, non tutti erano organizzati da lei.


I COMMENTI POST FESTINIC’erano, e naturalmente ci saranno, una volta finita la buriana mediatica e processuale. E come ogni festino che si rispetti, c’è sempre un prima e un dopo. Aspettative e commenti.

24 agosto scorso. Otto di sera. Lele Mora ed Emilio Fede. Fede: «Mi ha convocato adesso a casa..». Lele: «Ah bene...». Emilio: «Aspetta, allora Daniele dice che ha due persone... bisogna vederle, le voglio vedere». Lele: «No, ma io le conosco quali sono. Vanno bene». Emilio: «Per stasera, lui è molto tirato perché mi ha detto al telefono "Emilio la politica è impazzita, vieni qua", io gli ho detto "ma vengo solo?", "ma fai come vuoi", gli ho detto "ma forse vengo in compagnia", "va che basta che me lo dici". Secondo me è la serata buona non ci deve essere nessuno adesso gli mettiamo, e quel deputato che c'è, con lei la Maria Rosaria, mi faccio dire come stanno le cose e poi ti richiamo, tanto lui deve vedere che le porti qui e che le veda».

Sospendiamo qualsiasi giudizio morale. Le feste di Arcore e il Bunga Bunga (che non è solo il soprannome di Began l’Ape Regina, ma anche una discoteca underground della villa di Arcore e il sospetto anche un gioco erotico). E’ come se la massima aspirazione di Lele Mora ed Emilio Fede, fosse soltanto quella di soddisfare il Principe, di renderlo felice.

LE SERATE STORTEMa cosa succede quando la serata non riesce? E non per colpa tua? Sono le 14,29 dell’11 agosto scorso. Emilio Fede parla con Lele Mora: «Senti... beh... devo dire che ieri sera aveva più il sapore di una comica... che lui ha preso a ridere». Lele: «(ride) bene, quello è l'importante». Emilio: «Sì beh, mica tanto però eh?!». Lele: «Che si sia diver... che sia stato bene, insomma». Fede: «E... non lo so insomma, m'ha chiesto: "ma dove... dove... dove avevo preso quei programmi... ?". Dico "beh insomma", vabbeh poi alla fine c'ha riso... ha comprato i due volumetti... pare che, insomma, queste due sottoscrizioni due mila a ciascuno... e insomma...». Lele: «E non è stato...». Emilio: «No». Mora: «Non avevo...». Fede: «No-no ma parlavo... insomma io non l'ho sentito oggi ma eventualmente mi chiedesse oggi? Boh... qua... così no eh?!». Lele Mora: «Adesso vedo sì, va bene...».

Altra telefonata. 22 agosto, ore 17.29 Fede: «E’ stanco incazzato per sta storia di Bossi, Casini ecc., poi ha detto che lui andava alla partita... aveva capito che conoscevo delle ragazze, dice portale alla partita». Ci sono pure gli equivoci. Ed è in questi casi che si vede la professionalità dei reclutatori delle ragazze (secondo i pm).

GELOSIE E ANTIPATIESempre Fede: «Quelle due belle che mi ha presentato sai la storia di ieri sera vado rapido perché, sai no la storia con Daniele...». Mora: «Sì». Fede: «E queste sono molto belle, che allora verrebbero, invece a cena perché c'hanno la cosa sul Lago d'Orta giusto?». Mora: «Sì, alle nove finiscono tutta la cosa, la manifestazione». Emilio: «E quell'altra ha preso possesso secondo me le abbiamo regalato un tesoro a quella li che non merita. Non mi piace quella persona». Eh sì, riaffiora Emilio Fede che si mette di traverso contro Roberta Bonasia, Miss Torino, osteggiata dalle concorrenti ma anche dai vecchi amici del Cavaliere.

Con Roberta, rapporti di antipatia. Ma può succedere pure che Maria Rosaria Rossi, parlamentare del Pdl, faccia andare in bestia Emilio Fede. E il perché è presto detto. Fede a Mora: «Io sono stupefatto poi devo dire un'arrivista poi sentivo che, parlando nell'orecchio a questa simpaticissima deputatessa, la Maria Rosaria Rossi come si chiama lei, mi faceva: senti allora per il bagaglio per farmi disfare il bagaglio e sistemare la mia biancheria ci pensi tu...». Lele: «Ma roba da pazzi». Emilio: «Bene, è sceso lui, cioè è arrivato lui, non l'ha più cacata per tutta la serata, perché guardava queste, capito?». Lele: «Certo, certo». Emilio: «Ma è una deficiente ma come si permette, ma come si permette».

Vizi privati e pubbliche virtù. Il buco della serratura apre sempre scenari imprevedibili. Realtà impresentabili, certe volte. L’aveva detto, Silvio Berlusconi prima del ciclone delle carte, di non farsi condizionare dalle trascrizioni.

APPUNTAMENTI VIA SMSE quando però i «sonori» che non vorresti sentire sono in realtà messaggini sms?

Sms del 4 settembre scorso. Nicole Minetti scrive a Giorgio Puricelli: «Gio ma secondo te il pres vuole fare qualcosa stasera? perché ieri mi aveva detto forse si.... Giusto per capire...».

Nicole Minetti a Maristelle Garcia: «Amo ti scoccia se andiamo su insieme così gli parlo anch’io...!! Poi sono un po’ a secco perché ho prestato 35 mila a mia sorella per comperare la casa..!!». Risposta: «Ok amo».

Sms da Francesca Cipriani a Lele Mora: «Amore mi ha detto Maristeli che il nostro amico domenica sera fa la cena a casa sua a Milano e vuole che noi coloradine andiamo a fargli vedere uno stacchetto... cosa devo dirgli che vado??? tvttttttb..». Risponde Lele Mora: «Ok tesoro digli tutto ok ci vai».

Sms di Giovanna Rigato a Francesca Cipriani: «Tutto ok, bellezza? Preso il regalo? Quando l'ho salutato mi ha detto che domani chiama per il mio contratto». Che fatica, per una spintarella, per una raccomandazione. E che c’è di male?




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Miracolo al Sant'Orsola Cuore 'spento' 70 minuti, ma i medici la salvano

Il Resto del carlino


Bologna, 20 gennaio 2011


SETTANTA minuti senza battito cardiaco. Poi, solo grazie all’insistenza degli infermieri (e al massaggio cardiaco di una specializzanda) Laura, 31 anni, si riprende. La tiene in vita l’ipotermia, un particolare protocollo che prevede l’abbassamento della temperatura corporea per cercare di salvare chi ha avuto un arresto cardiaco. Ma la situazione resta disperata e i medici non lasciano scampo ai familiari: la probabilità di sopravvivenza, anche passate quelle 24 ore di ipotermia, è bassissima. Sono stati eterni, quei 70 minuti senza battito. Invece no: Laura, bolognese, riapre gli occhi. Si sveglia: «Cosa ci faccio qui?», dice ai familiari che le stanno accanto al Policlinico Sant’Orsola-Malpighi.

«QUANTO avvenuto è sicuramente un fatto straordinario — spiega il professor Gianfranco Di Nino, direttore dell’Anestesia e Terapia intensiva polivalente —. Per quella donna c’erano pochissime speranze». E allora cos’è accaduto? «E’ il risultato di una bella catena nel soccorso — racconta — .A cominciare dalla componente infermieristica e dalla dottoressa che ha massaggiato la donna. Poi abbiamo subito deciso di optare per l’ipotermia, un protocollo che può dare buoni risultati e, una volta arrivati in pronto soccorso, la paziente è stata prontamente accompagnata nella Terapia intensiva polivalente». Di Nino non ha dubbi: «Se siamo riusciti a salvare la 31enne, è stato per il contatto rapido che abbiamo preso con il pronto soccorso e per la scelta terapeutica effettuata, a partire dall’ambulanza — chiude il professore — .Stare per più di un’ora senza battito e poi riuscire a riprendersi è un fatto davvero non usuale, abbastanza straordinario».

Laura ha accusato il malore venerdì scorso, mentre era al lavoro. Sabato sera sembrava che tutto fosse perduto, ma domenica mattina ai familiari è giunta la più sorprendente di tutte le telefonate: «Aspettavo che mi dicessero che era morta, ero a pezzi — racconta con la voce spezzata dall’emozione Matteo Sacco, il fidanzato —. E invece è arrivata la notizia più bella di tutta la mia vita. Sono al settimo cielo, ringrazio chi ha aiutato la mia Laura». Matteo spalanca un sorriso: «Grazie a questo miracoloso intervento d’urgenza e ai medici potrò sposarla. La mia storia è finita, nella disgrazia, in maniera positiva: spero possa portare speranza a chi viene colpito da queste tragedie».

ORA PERÒ Laura deve riprendersi completamente. I medici diretti dal professor Di Nino la tengono ancora ricoverata in Terapia Intensiva. «Il suo recupero è ottimo, con funzionalità del cervello e del cuore intatte — racconta Matteo — .E’ chiaro, però, che siamo solo all’inizio, aspettiamo tutti gli esami e serviranno alcune settimane prima di poter gioire definitivamente». Per i medici, tra uno o due mesi Laura e Matteo potrebbero già trovarsi davanti all’altare.

di VALERIO BARONCINI





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Coppi e Bartali finiscono in tribunale. Da morti

di Cristiano Gatti


Il tribunale civile di Milano riac­cende la rivalità: la Bianchi, con cui Coppi ha celebra­to le sue grandi imprese, non potrà più produr­re, commercializzare, pubblicizzare e utilizzare il marchio Legnano, che era un tutt’uno con le vittorie di Bartali



 

Una decisione del tribunale civile di Milano riac­cende a distanza di anni la rivalità tra Coppi e Barta­li: la Bianchi, con la quale Fausto Coppi ha celebra­to le sue più grandi imprese, non potrà più produr­re, commercializzare, pubblicizzare e utilizzare in qualsiasi modo il marchio Legnano, che a metà del secolo scorso divenne un tutt’uno con le vittorie di Bartali e che proprio la Bianchi prese in locazione una ventina di anni fa. Bianchi-Legnano, Coppi-Bartali: l’epopea non è ancora terminata 

Un altro attacco di Coppi, un altro contropiede di Bartali. Un altro sgarbo di Coppi, un’altra vendetta di Bartali. È scritto nella storia d’Italia che questa bella storia non debba finire mai. Mentre loro si divertono ormai da tanto tempo nella beatitudine dei percorsi celesti, quaggiù i loro miti perpetuano ineffabilmente la grande rivalità, la madre di tutte le rivalità. La Bianchi, talmente leggendaria da diventare uno specifico colore sulla tavolozza dei meccanici (celeste Bianchi), deve smetterla di utilizzare il marchio del nemico, quella Legnano a sua volta titolare di uno specifico colore sulla tavolozza, il verde Legnano.

Cose da tribunale. Tutto lascia pensare che questa volta debba vincere Bartali, ma non è di certo chiusa qui: c’è già un ricorso, tra un mese la questione si riapre con un nuovo attacco e un nuovo contrattacco, in un eterno testa a testa che non può cessare mai…
La ragazzina che nelle canzoni chiede «chi erano mai questi Beatles», o magari un suo fratello minore, potrebbe un giorno chiedere anche «chi erano mai questi Coppi e Bartali». La loro epopea comincia ad essere molto distante nel tempo, i cantori di quei giorni e di quelle atmosfere non ci sono più, o comunque non sono quasi più in grado di raccontare, schiacciati dal peso degli anni e di una memoria svanita.

Eppure sarebbe importante che a quella ragazzina qualcuno sapesse rispondere sempre, almeno saccheggiando i filmati d’archivio e l’immane numero di libri edificati sull’indimenticabile epoca: è come riaprire un grande mausoleo della fantasia e della tenerezza, dedicato non certo - comunque non solo - a una qualunque lotta sportiva, ma alla sanguinante e incredibile Italia della ricostruzione, con tutto l’indimenticabile patrimonio di costume, di valori, di sogni a fare da splendida cornice.

Coppi e Bartali erano la semplificazione popolare di un bipolarismo che ancora l’Italia nemmeno immaginava, ma che da sempre sgomita e si agita nel suo Dna. In quella lunga e difficile stagione, la spaccatura tra compagni e chierici finiva per riversarsi anche sui due campioni della bicicletta, quando la bicicletta era il mezzo di locomozione più diffuso sulle strade dell’afflitta nazione. Bartali era pio e devoto, estroverso e spartano, sempliciotto e arguto, bigotto e castigato. Coppi era dubbioso e disilluso, snob e raffinato, fragile e introverso, rubacuori e disinibito. Bartali era la fatica e il carattere, Coppi era l’estro e il talento. Bartali era la famiglia e i sacri valori, Coppi era l’amor sofferto e gli eterni dubbi. Bartali era la tradizione, Coppi era il cambiamento. Bartali era ieri, Coppi era domani…

Queste due Italie a pedali si sfidavano sui passi alpini e nelle torride pianure di Francia, ci provavano in tutti i modi e non si risparmiavano colpi bassi. Neppure adesso, che riposano in pace, riescono a starsene completamente in pace: il destino li vuole continuamente contro, devono affrontarsi persino le loro biciclette. Ma rispetto alle due Italie di oggi, alle due Italie sotto gli occhi della ragazzina che chiede «chi erano mai questi Beatles», le loro Italie erano capaci ad un certo punto di cessare il fuoco e guardare più in alto. Peppone e Don Camillo, lontani dai rispettivi ultrà, riuscivano a guardarsi lealmente negli occhi, scambiandosi un sacro rispetto e una muta amicizia. Fuori dalla cultura di Guareschi, nella reale realtà dei giorni, quando Coppi morì ancora troppo giovane, per una stupidissima puntura d’insetto, in una nebbiosa mattina di gennaio, chi lo pianse con lacrime inconsolabili e sincere fu proprio lui, il suo eterno nemico, l’altra Italia che come idea di vita non aveva nulla da spartire, ma che comunque sapeva convivere e condividere.

Uniti in guerra e in pace, Coppi e Bartali hanno continuato negli anni a segnare l’immaginazione e il vissuto del loro Paese. Icone di un tempo lontano e di una società diversa, ce li siamo comunque conservati gelosamente come espressione positiva di un certo modo di battagliare, duellare, rivaleggiare. Come Coppi e Bartali, sentiamo dire ogni tanto nelle più diverse situazioni. È per esprimere l’insanabilità delle distanze, l’inavvicinabilità degli antipodi. Ma forse e soprattutto per sottintendere la necessità dell’uno all’altro, com’è nel destino delle linee parallele: non si toccano mai, eppure sono condannate ad una corsa comune, affiancate per sempre, perdendosi nell’infinito.



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Vallanzasca insulta i carabinieri in hotel Denunciato, rischia di tornare in carcere

Corriere del mezzogiorno


Era a Mondragone con la moglie casertana. Condannato a quattro ergastoli rischia la revoca del «lavoro esterno»


CASERTA - I carabinieri lo raggiungono in albergo per un controllo, e il «bel René» li manda via minacciando di chiamare giornali e tivvù per denunciarsi «perseguitato». Sono stati i militari di Mondragone però, a denunciare lui, Renato Vallanzasca, negli anni Settanta protagonista nonostante il viso angelico di rapine, sequestri e uccisioni, per oltraggio a pubblico ufficiale, chiedendo la revoca dei benefici di pena che gli permettono di uscire dal carcere. La versione dei carabinieri è contenuta in una lettera inviata da Michele Di Sciacca, segretario del Sindacato della polizia penitenziaria (Sinappe) al ministero di Giustizia, e ripresa oggi dal Corriere di Caserta. I militari, informati che l'ex capo carismatico della banda della Comasina era arrivato in città in compagnia della moglie Antonella D'Agostino, originaria di Mondragone, lo hanno raggiunto in hotel per «effettuare - scrivono - un normalissimo quanto doveroso controllo atto a verificare la sua presenza in loco».


Renato Vallanzasca story: fotogallery


«NON SONO UN DETENUTO DA QUATTRO SOLDI» - Interessamento per nulla gradito dall'ex gangster che alle domande dei carabinieri avrebbe reagito stizzito per i modi e i tempi della visita: «Con una sorprendente quanto inaccettabile prepotenza, accompagnata dall'uso di parole oltraggiose - si legge nella nota del Sinappe -, riferiva ai militi dell'arma di non essere un detenuto da quattro soldi, pretendendo altresì di non essere controllato assiduamente dalle forze di polizia, in particolar modo in certi orari che potessero arrecargli disturbo». In caso contrario «la minaccia di rivolgersi ai mass media per denunciare quella che, a suo giudizio, sarebbe una forma di persecuzione».

LA DENUNCIA AL MINISTERO - Condannato a 260 anni di reclusione, sulla vita di Vallanzasca arriva in questi giorni nei cinema un film diretto da Michele Placido in cui il ruolo del criminale viene interpretato da Kim Rossi Stuart. Respinta da Napolitano nel 2007 la richiesta di grazia, nel 2008 Renato Vallanzasca ha sposato l'amica d'infanzia Antonella D'Agostino. Dal marzo 2010 gode del «lavoro esterno», la libertà concessa ai condannati che hanno già scontato più di dieci anni per poter svolgere in orario diurno un lavoro all'esterno del carcere. Nel luglio 2010 il tribunale gli aveva negato la libertà vigilata, e ora la denuncia dei carabinieri inoltrata al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, minaccia di cancellare anche le ore d'aria previste dal beneficio del lavoro esterno.


Sandro Di Domenico
20 gennaio 2011





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Tunisia: portata via anche la Ferrari dell'ex presidente Ben Ali

Corriere della sera

«Confiscata» dalla folla in rivolta: «Questi sono i nostri soldi!»


MILANO - Dopo aver deposto il presidente Ben Ali, fuggito in Arabia Saudita a seguito delle violente proteste, nella capitale tunisina le residenze del regime continuano a essere meta di curiosi e di vandali. Che dai lussuosi palazzi della famiglia saccheggiano e devastano tutto ciò che trovano. La tv pubblica olandese ha documentato come alcuni dimostranti si sono impossessati persino della prestigiosa Ferrari appartenuta all'ex capo di Stato. La fuoriserie è stata portata via su una ruspa.


AUTO DEL POPOLO - Se da una parte in queste ore la Banca centrale tunisina ha smentito che la moglie dell'ex presidente, Leila Trabelsi, abbia lasciato il Paese con una tonnellata e mezza d'oro, e la Svizzera ha deciso di bloccare gli eventuali fondi illegali presenti negli istituti del Paese appartenenti a Ben Ali, in Tunisia non si fermano le proteste della popolazione. Stando alla stampa americana, la fortuna della famiglia presidenziale è stimata intorno ai 5 miliardi di euro. I saccheggi di questi giorni non hanno risparmiato neppure la Ferrari 599 GTB Fiorano dell'ex leader politico. L'incredibile sequenza è stata diffusa dagli olandesi di Nos.nl e documenta come un gruppo di manifestanti in rivolta si siano «riappropriati» della coupé a 12 cilindri. La vettura sportiva di colore giallo è stata infatti prelevata direttamente dal garage della villa dove Ali risiedeva. È stata trasportata nella capitale, in bilico su una ruspa, come un trofeo. Il guidatore a bordo del carrello elevatore si rivolge alla telecamera col pollice alzato al grido di «Questi sono i nostri soldi!». Il valore della macchina, al momento dell'acquisto, è di circa 300 mila dollari.

Elmar Burchia
20 gennaio 2011

Dubbi di un lettore Berlusconiano. Sallustri risponde

di Alessandro Sallusti



Il direttore risponde alla lettera di un lettore: "Cedere alla tentazione di un cambio in corsa significa cadere nel tranello mediatico-giudiziario abilmente orchestrato da Procure e stampa di sinistra"


Caro lettore,

si consoli. Non è l’unico berlusco­niano ad essere assalito in queste ore da dubbi e perplessità. Chi sta dalla parte del premier, e legge per esempio questo gior­nale, credo abbia suffi­cienti argomenti per capi­re e sostenere che siamo di fronte non a un’inchie­st­a giudiziaria ma a un ag­guato della magistratura politicizzata, a un linciag­gio mediatico, indegno di un Paese civile e libera­le, che arriva a ironizzare sulla posizione in cui il malcapitato dorme (che tra l’altro è uguale a quel­la di milioni di italiani). Lei quindi sa che i pm di Milano hanno violato leggi e regole e che quin­di, ben conoscendo qua­le razza di casta governa sul palazzo di giustizia, quel tribunale non può garantire all’imputato Berlusconi la serenità e l’imparzialità che si chie­de a un giudice. Avendoci seguito in questi giorni, lei sa di che pasta sono fatti i morali­sti alla Ezio Mauro, il di­rettore di Repubblica che, ai tempi del caso Clinton-Lewinsky, difese il democratico presiden­te sostenendo che la lea­dership di un Paese non può essere distrutta da uno scandalo sessuale.

Lei forse non sa, ma glielo raccontiamo oggi, che i due giornali più indignati per le frequenta­zioni con ragazze di dubbia moralità, il Corriere della Se­ra e Repubblica , sfruttano la prostituzione (nessuno può escludere se minorile o no) pubblicando a pagamento annunci nei quali giovani escort si offrono ai lettori. Potrei continuare questo elenco all’infinito. Mi fer­mo qui. Lei quindi sa di che cosa stiamo parlando (acca­nimento giudiziario e dop­pia morale) ma, nonostante questo, dice: adesso basta, Berlusconi si ritiri e passi la mano a un uomo del Pdl af­finché mio figlio possa vive­re in un Paese dove il gover­no si occupa delle cose che riguardano il suo futuro e non dei guai del premier. Capisco il senso dell’equa­zione (via Berlusconi, via i problemi), ma si tratta di una suggestione, un’illusio­ne alimentata ad arte, la me­ta dove vogliono portarla, e vedo che ci stanno riuscen­do, Fini, Casini, Bersani, Vendola e Di Pietro, spalleg­giati da giornali e program­mi televisivi complici.


Che cosa vogliono questi signori? Un Paese migliore? Se fosse vero, se ne fossero capaci, non avrebbero falli­to alla prova dei fatti quan­do è capitata l’occasione e quindi il potere di farlo. Se avessero avuto un progetto interessante per suo figlio sono certo che lei, come qualsiasi buon padre, avreb­be votato in passato uno di loro e non Berlusconi. Lei crede davvero che, via Berlu­sconi, il Pdl sia oggi in grado di resistere all’assalto di Ca­sini, Fini (quello che svende i gioielli di famiglia politica al cognato e raccomanda la suocera in Rai) e della sini­stra? Lei crede che il comu­nista Napolitano si oppor­rebbe a sovvertire in poche ore il risultato elettorale, cioè la volontà popolare? Io penso che lei sia in buo­na fede, ma non per questo politicamente sprovveduto al punto di non capire che un minuto dopo le dimissio­ni del premier nulla sarà più come prima, neppure il futuro di suo figlio. Se l’Ita­lia ha imboccato la via del federalismo, cioè della mo­dernità fiscale e ammini­­strativa, è certo merito del­la Lega.


Ma è stato possibi­le, e c’è una probabilità che ciò accada davvero, solo perché Berlusconi ha dife­so questa riforma dagli as­salti di alleati e avversari ri­masti ancorati al centrali­smo ladrone e sprecone. Se lei e suo figlio potete spera­re di avere un giorno un fi­sco equo è perché Berlusco­ni si è messo di traverso ri­spetto a qualsiasi ipotesi, comprese quelle di Tre­monti, che lo Stato risolva i suoi problemi mettendo le mani nelle nostre tasche. Se suo figlio può sperare di trovare un giorno lavoro è perché Berlusconi perso­nalmente ha tenuto tutto il governo al fianco di Mar­chionne e non della Cgil nel caso Fiat. Se sua moglie si sente un po’ meno insicura passeggiando in città è per­ché Berlusconi ha imposto, insieme a Bossi, una dura lotta all’immigrazione clan­destina non cedendo alle si­rene buoniste presenti an­che dentro la maggioranza. È falso dire che questo go­verno non c’è più: in poche settimane ha superato ben due voti di fiducia.


È falso sostenere che la maggioran­za è morta: anche ieri ha su­perato senza problemi due delicate votazioni sia alla Camera sia al Senato. Sen­za Berlusconi premier que­sto non sarebbe avvenuto, né potrebbe avvenire in fu­turo. Quando Casini dice, come ha fatto ieri, che sen­za Berlusconi la maggioran­za sarebbe più forte, pren­de in giro gli italiani. Lui sì, ovviamente, sarebbe più forte, ma per fare cosa? In­sieme a Fini e Bersani, smonterebbe il federali­smo in cinque minuti, in dieci aumenterebbe le tas­se per riprendere a distribu­ire soldi ad amici e parenti, in trenta bloccherebbe la ri­forma dell’università invi­sa alla casta dei loro compa­ri baroni.


E così via. Mi creda, al momento sol­tanto Berlusconi ha la forza di tenere insieme questa ar­mata, magari un po’ pastic­ciona, che è il Pdl. Non per­ché il premier sia super­man, ma perché è l’unico che ha i voti, e quindi la for­za, sufficienti per farlo. Non è il momento di cadere nel tranello mediatico-giudizia­rio. La lusinga del cambio in corsa e in casa è come quel­la di Cappuccetto Rosso: per mangiarci meglio. Il boc­cone siamo noi moderati e liberali. Che siamo abituati ad altri metodi. Se non riu­sciamo ad andare avanti ci ricontiamo nelle urne. Non dobbiamo avere paura di farlo, se sarà il caso, anche questa volta. Le votazioni di ieri in Parlamento dicono che, al di là dei necrologi già scritti dalle opposizioni, il momento non è questo. Aspettiamo. Preferisce tu­rarsi il naso o consegnare suo figlio a Fini e a Di Pie­tro?




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Caso Ruby": ecco tutte le verità che gli altri non vi raccontano

di Redazione

I pm di Milano non hanno la pistola fumante per "inchiodare" il Cavaliere. Ma per incastrarlo si stravolgono le procedure: dubbi sulla competenza e sulla concussione che non c’è. Bruti Liberati: altre prove? Le tengo per me. E' la tecnica delle accuse a rate, già vista nei casi Saccà e Agcom


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Passata la buriana, sputtanato ben bene il premier, il Rubygate viene alla luce per quello che è: un’opera di killeraggio scientifico che appare pianificato a prescindere dalla consistenza delle ipotesi di reato. Basato, semmai, sulla martellante campagna mediatica cominciata nel 2009 con il caso Noemi, proseguita con l’affaire D’Addario e transitata per le dichiarazioni della escort Macrì. Per un anno e mezzo la stampa ha ficcato il naso nelle stanze da letto del premier, e ora che finalmente lo fa anche la procura (di Milano) il gancio giudiziario chiude il cerchio.

Peccato, però, che la «nuova» inchiesta riveli storture procedurali, dichiarazioni quasi solo de relato, frequenti violazioni delle guarentigie parlamentari, intercettazioni a tappeto agli ospiti di Arcore (un anno intero) e soprattutto «prove evidenti» che, sui reati contestati al presidente del Consiglio, «evidenti» non lo sono nemmeno un po’. Se si sollevano obiezioni, l’accusa è di servire il Padrone. Ma persino il diritto, di fronte agli scenari felliniani delle notti d’Arcore, è stato stravolto.

Si è partiti dando per scontata l’esistenza di una «prova certa» del rapporto sessuale tra Berlusconi e la giovane marocchina, eppoi la «colpa» s’è trasformata in una meno fumante «prova della permanenza» ad Arcore di Ruby Rubacuori. Così dal reato contestato a Berlusconi - aver fatto sesso con una minorenne - si passa a quello contestato a mezzo stampa: aver indotto «minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni pornografiche».

È un altro comma dello stesso articolo, ma qualcuno forse immagina sia più semplice appiccicarlo al Cav, visto il clima provocante di balletti trasgressivi e lapdance descritto dalla «superteste» della procura, Melania T., che purtroppo per i detrattori di Silvio ha detto di aver visto comportamenti ambigui escludendo scene di sesso. Se le «altre» giovincelle davvero si strusciavano davanti al premier, perché non avrebbe dovuto fare lo stesso pure la minore Ruby? Ma c’è di più. Melania non solo non parla di sesso, ma non dice una parola nemmeno di Ruby. La sua versione, ribadita a verbale, anche se meno «colorita» di quella carpita in un’intercettazione con un’amica, viene confermata dalla ragazza ieri pure in un’intervista a Repubblica.

Che però nel titolo le fa dire, tra virgolette, «Mai avrei potuto immaginare di vedere orge a casa del premier». (Orge è parola pronunciata solo dal giornalista). Semplificazioni mediatiche o forzature mirate? Di certo anche nel titolo di un altro articolo del quotidiano diretto da Ezio Mauro c’è un virgolettato attribuito a Ruby: «Ho fatto sesso con lui, sapeva che ero minorenne». Una frase che la giovane marocchina semplicemente non ha mai pronunciato. A dirla, de relato, è un’altra ragazza, che parla a verbale di una confidenza che sostiene di aver avuto dalla «Rubacuori».

Quest’ultima, invece, ha ufficialmente smentito di aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi, di aver chiesto 5 milioni, e nelle telefonate intercettate in cui si vanta con il suo ex perché il Cavaliere l’avrebbe coperta d’oro in cambio del suo silenzio, non esplicita d’aver fatto sesso col premier. Così come nessuno dei tantissimi testimoni «verbalizzati» dagli avvocati del premier nelle indagini difensive, parla di scene hard. Poi c’è un’altra cosetta da chiarire. 

Si parla di centinaia di telefonate del premier a Ruby. Ma di queste chiacchiere non c’è traccia nelle intercettazioni, non c’è un passaggio negli atti. Si sa che sono 66 contatti: c’è anche l’audio o ci si rifà ai meri tabulati? Due le risposte: o la ragazza mente a proposito di quelle pressioni o la procura la pistola fumante magari ce l’ha già, non video (disperatamente cercata nelle perquisizioni come espressamente indicato nei decreti) ma audio, e chissà perché la tiene ancora nel cassetto.

Retropensieri a parte anche sullo spiegamento di forze degno di una retata antimafia, ciò che è emerso sin qui basta a sputtanare Berlusconi ma non a spedirlo nella sezione reati sessuali di una galera. E anche sulla competenza territoriale della procura milanese qualcosina da dire c’è. Se il reato «portante» è la concussione (e allora c’è da chiarire come mai nessuno dei «concussi» s’è sentito intimidito), in relazione alla telefonata con cui Berlusconi ha chiesto al capo di gabinetto del questore di affidare Ruby a Nicole Minetti, il reato non è meneghino. Perché il dottor Ostuni non era nel capoluogo al momento della telefonata, ma a Sesto San Giovanni, il che radicherebbe il fascicolo d’indagine a Monza.

E a dirla proprio tutta, l’inchiesta-voyeuse avrebbe dovuto essere già decollata da Milano alla volta della Capitale, destinazione Tribunale dei ministri, per competenza funzionale. Ma i pm milanesi invece di trasmettere gli atti entro i 15 giorni previsti se li sono tenuti stretti e hanno sollecitato addirittura il processo immediato. Superfluo chiedersi perché.




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I tre milanesi (rifiutati in Italia) che hanno sfondato nella Silicon Valley

Corriere della sera


«Da noi dicevano: avete solo 19 anni. Quello che doveva essere un punto a favore era un ostacolo»

L'idea finanziata da YouTube. «Dopo 3 incontri, ci hanno dato 100 mila dollari»

MILANO - Sono cresciuti a pane e tecnologia, avendo come modello le storie di successo del fondatore di Microsoft, Bill Gates, e quella vissuta vent'anni più tardi da Mark Zuckerberg, l'ideatore di Facebook. Anche loro avevano il pallino dell'informatica. E anche loro alla fine il loro progetto l'hanno realizzato in California, in quella Silicon Valley che negli ultimi decenni è stata la culla dell'innovazione. Augusto Marietti, Marco Palladino e Michele Zonca, rispettivamente 22, 21 e 28 anni, sono però italianissimi. E in Italia avevano anche provato a coniugare business e nuove tecnologie. Con un progetto valido in testa e tanta voglia di fare, hanno atteso per mesi una risposta che non è mai arrivata, bussando a centinaia di porte e confidando in venture capital che non erano pronti al rischio. Così hanno deciso di buttare lo sguardo oltre oceano. E sotto il sole californiano qualcuno li ha notati.


Augusto Marietti, Marco Palladino e Michele Zonca, rispettivamente 22, 21 e 28 anni
Augusto Marietti, Marco Palladino e Michele Zonca, rispettivamente 22, 21 e 28 anni
«Già nel 2008 abbiamo iniziato a cercare i finanziamenti, ma abbiamo avuto in cambio solo parole - spiega Augusto Marietti, nato a Roma ma trapiantato a Milano -. Ogni volta il refrain era lo stesso: avete solo 19 anni. Quello che doveva essere un punto a favore era visto come un ostacolo». Ne sa qualcosa Marco Palladino, enfant prodige milanese che già a 17 anni, mentre studiava al liceo Leonardo da Vinci, cercava i fondi per cominciare a germogliare da solo. «Dopo il liceo mi sono iscritto in Bicocca a Computer science ma dopo un anno e poco più l'ho abbandonata perché non riuscivo a vivere il concetto di esperienza d'impresa sulla mia pelle. Troppa teoria e poca pratica». O Augusto che a 18 anni fonda MemboxX, il primo sito italiano di online storage di documenti e password. «A ripensarci l'idea era buona, tuttavia non sapevo niente di business, venture capital, finanziamenti. In quel periodo lessi Google e gli altri, che narrava nel dettaglio la storia di Google e della Silicon Valley. Avevo capito che dovevo avere il coraggio di andarmene». Ecco perché, la loro storia assomiglia molto a quella dei guru dell'informatica mondiale. Mettendo insieme i loro pochi risparmi i tre amici hanno iniziato in un garage di via Panfilo Castaldi, nel centro di Milano.

Lì è nato Mashape, un sito web dedicato agli sviluppatori, un luogo in cui è possibile creare un'applicazione in un'ora e decidere di distribuirla subito gratis o a pagamento sul mercato. Fino all'ultimo hanno provato a sperare in un segnale prima di decidere di partire per San Francisco. «Spendevamo 350 euro di affitto al mese - racconta Michele Zonca, nato a Lainate -. Siamo partiti con tre computer e una grande lavagna. E nel tempo libero cercavamo investitori o clienti». Dopo mesi di contrattazioni inutili con potenziali investitori italiani, i tre hanno scritto una lettera aperta sul sito Tagliablog: «Cara Italia, se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come dicono i politici in tv. Ci devi investire veramente... Sono loro i primi che usano nuovi prodotti e sono i primi ad accorgersi dei nuovi problemi e creare quindi soluzioni. Tu sei un Paese pieno di persone che inventano tecnologie, ma la tecnologia da sola non serve a niente, diventa innovazione quando viene applicata sulla massa e il mondo è pieno di tecnologie potenti che non sono andate da nessuna parte. Buongiorno America, grazie di credere in noi. E nella nostra vision».


Nella primavera del 2010 i tre ragazzi hanno fatto le valigie e sono volati in California. «Siamo andati a dormire in motel come nei film - raccontano -, mangiavamo riso e fagioli per risparmiare. A turno uno di noi andava agli appuntamenti delle principali rassegne tecnologiche americane, fino a che non abbiamo incontrato, alla Entrepreneurship Week - uno degli appuntamenti della settimana dell'imprenditoria della Stanford University in California - gli investor di YouTube, che hanno subito creduto in noi. Gli abbiamo raccontato il nostro progetto seduti su una panchina: anni di lavoro compressi in cinque minuti». Dal primo incontro ne sono seguiti altri due molto informali. Da non credere il secondo appuntamento: «Gli investitori di YouTube sono venuti nella nostra stanza, che condividevamo con altri due ragazzi, e si sono seduti sul letto gonfiabile di Michele - racconta emozionato Marco - e noi non credevamo ai nostri occhi. Abbiamo capito che quello che contava era la nostra idea perché in quel momento eravamo come loro, senza differenze». Sbrigate le formalità legali, in diciannove giorni, dopo una stretta di mano e un pranzo con sushi, sono arrivati i primi finanziamenti: 100 mila dollari. Adesso Augusto, Marco e Michele sono in viaggio per l'Europa per sviluppare l'idea e acquisire più utenti possibili. Ce l'hanno fatta.


Ambra Craighero
20 gennaio 2011



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Contrada denuncia il pm Ingroia "Non indagò il pentito bugiardo"

di Redazione


In un libro il magistrato raccoglie una testimonianza falsa di Scarantino il collaboratore di giustizia che aveva deposto contro l’ex 007 poi condannato 





Bruno Contrada denuncia il pm Antonio Ingroia. L’ex funzionario del Sisde, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa sulla base di dichiarazioni di pentiti (nella stragrande maggioranza prese per buone senza riscontri) va all’attacco del pm palermitano dopo aver letto un passaggio di un libro scritto dal magistrato, Nel labirinto degli dèi, nel quale Ingroia rivela di aver raccolto a verbale accuse di un pentito rivolte sia al premier Silvio Berlusconi che allo stesso Contrada. Accuse cadute perché prive di riscontro, ma senza che il «collaborante» venisse poi perseguito per calunnia.

Il «pentito» in questione è Vincenzo Scarantino, carrozziere falsamente autoaccusatosi di aver preso parte alla strage di via D’Amelio, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino. Il brano «incriminato» del libro di Ingroia, che ha innescato l’esposto denuncia, racconta di come Scarantino avesse messo «sul piatto due temi di prova apparentemente “appetitosi”: nuove accuse a carico di Bruno Contrada, alto funzionario dei servizi di sicurezza (...) e, addirittura, dichiarazioni che coinvolgevano il già allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi in oscure vicende di traffico di stupefacenti».

Le indicazioni di Scarantino su Contrada, prosegue il pm nel suo volume, «erano minuziose e precise, apparentemente riscontrabili», mentre le accuse al premier «erano generiche e sostanzialmente indimostrabili». Così il procuratore aggiunto racconta di aver cercato di «riscontrare il riscontrabile» dando incarico alla polizia giudiziaria. Ma «l’esito fu sconfortante», rivela Ingroia: «Le dichiarazioni accusatorie in merito a Contrada erano riscontrate ma solo in apparenza (...) i fatti riferiti da Scarantino erano accaduti (...) ma non era stato acquisito alcun riscontro che si potesse considerare individualizzante a carico di Contrada».
L’«aneddoto», spiega Ingroia, è riportato perché dovrebbe dimostrare l’«infondatezza» del teorema secondo il quale «i magistrati della procura di Palermo (...) accetterebbero sempre per buone le dichiarazioni di qualunque pentito purché accusatorie nei confronti dei propri inquisiti».

Ma l’ex funzionario del Sisde, che si è sempre detto innocente e vittima di un complotto, ha letto diversamente quel passaggio. Dando mandato al suo legale, Giuseppe Lipera, di presentare un’esposto denuncia al Guardasigilli, alla Cassazione e alla procura di Caltanissetta. «Nel processo in cui fui imputato», spiega Contrada, non vi era «alcun atto riguardante un interrogatorio di Ingroia a Scarantino» né traccia «dei successivi accertamenti con esito negativo». Perché dunque, domanda Contrada, «non fu promossa azione penale (obbligatoria) per il reato di calunnia in mio danno», se Scarantino aveva mentito? E soprattutto, perché i magistrati non si sforzarono «di sapere chi ebbe prima a suggerire quelle bugie e poi convincere lo Scarantino a riferirle all’autorità giudiziaria?».

Una domanda «pesante». Anche alla luce di quanto lo stesso «falso pentito» scrisse mesi fa alla vedova Borsellino, ammettendo di non aver mai saputo nulla dell’attentato, e sostenendo di aver depistato perché era «stato oggetto e vittima di piani e strategie che non mi appartenevano». Il dubbio di Contrada è in pratica lo stesso della vedova Borsellino, che in risposta alla missiva di Scarantino gli chiese quali fossero «le persone che ti hanno “zittito” e “minacciato”», e «quali istituzioni avevano interesse» - e perché - «a depistare le indagini».
Interrogativi che per Lipera sono la «prova della congiura». E un nuovo argomento in vista dell’udienza di giovedì 27 in Cassazione per chiedere, una volta ancora, la revisione del processo per l’ex 007. Alla notizia dell’esposto, ma solo per la mancata calunnia contro Scarantino, ribatte Ingroia, sostenendo che quelle dichiarazioni non avevano «contenuto calunniatorio».
GMC - MMO




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Il consigliere capitolino Orsi: «Io trattato come Berlusconi»

Corriere della sera


Aveva la delega al Decoro nell'ex giunta Alemanno. Risulta indagato per riciclaggio e corruzione. Sarebbe l'uomo che presentò al premier la «dama bianca»


LA REPLICA


Orsi con Alemanno durante il «decoro day» di Ponte Milvio a Roma (foto tratta dal sito di Orsi)
Orsi con Alemanno durante il «decoro day» di Ponte Milvio a Roma (foto tratta dal sito di Orsi)
ROMA - «In questi momenti sto capendo quello che deve provare Berlusconi». Così il consigliere capitolino del Pdl Francesco Maria Orsi, che prima del rimpasto di giunta aveva la delega al Decoro, commenta la notizia apparsa giovedì su «Repubblica» in cui si legge che è indagato dalla Procura di Roma per riciclaggio, reimpiego di proventi frutto di reato, corruzione, cessione di sostanze stupefacenti in occasione di festini con prostitute.



Federica Gagliardi, la «dama bianca»
Federica Gagliardi, la «dama bi

«SONO SERENO» - «La mia casa è stata perquisita martedì per ben 14 ore - racconta Orsi - In quell'occasione mi hanno comunicato che ero indagato». «Sono una persona serena e trasparente ma sono molto teso - precisa il consigliere del Pdl - e mi dichiaro estraneo a tutto questo. Sto vivendo un film del terrore o dell'orrore». Orsi spiega di non aver ancora parlato col sindaco Gianni Alemanno. Secondo l'articolo martedì sera militari del nucleo tributario della Guardia di Finanza gli notificano un avviso di garanzia e perquisiscono gli uffici e la casa di Orsi: «gli vengono sequestrati computer, agende, documenti sulla dismissione di immobili del patrimonio pubblico». Orsi dichiara di conoscere Federica Gagliardi, passata alle cronache come la «dama bianca» apparsa al fianco di Berlusconi al G8 in Canada nel giugno scorso, ma tiene a precisare che «non è vero che l'ho presentata al premier. Questa è fantascienza».

CHI E' - Sul suo sito internet il politico si definisce così: «Francesco Maria Orsi nasce a Roma, il 3 marzo 1966. Diploma di Liceo Classico, Laurea in Giurisprudenza, Master in Comunicazione, Master in Gestione delle Risorse Umane. Poi arriva l’esperienza nell’Arma dei Carabinieri, come Ufficiale, in seguito nel Lloyd Adriatico, come Produttore assicurativo dal 1990 al 1995, ed infine Agente Generale dal 2001 al 2004. Nell’estate del 2004 avvia il suo progetto più ambizioso: affrancarsi dal gioco di una compagnia ed esplorare con nuove vie il mondo del broker. Costituisce così il Lloyd Team Broker. Ma siccome "nulla è impossibile" entra, con successo, in politica nell'anno 2008, e diventa Consigliere Comunale al Comune di Roma, per far rinascere Roma, farla vivere per come le compete, aiutarla a risollevarsi».

L'ELEZIONE - «Se aiutiamo un Sogno, il Sogno ci aiuterà» è lo slogan con cui si candida consigliere. Ed è anche il titolo di una lunga lettera rivolta agli elettori che si conclude così: « Il 13 marzo 2008 alle ore 17 ho scritto il mio nome con l’inchiostro della Verità. E della Passione. Aspetto anche la tua firma, accanto alla mia. Più insieme». Il consigliere fu eletto con 1374 voti. E fu uno dei motori della campagna elettorale di Gianni Alemanno sindaco di Roma.


Redazione online
20 gennaio 2011



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Caso Battisti: L'europarlamento ci mette la faccia

Libero








L'Europa sta per dire la sua sul caso Battisti. Oggi pomeriggio a Strasburgo è previsto il voto dei parlamentari Ue, che dovranno presentare una risoluzione ufficiale per chiedere al Brasile l'estradizione del terrorista dei Pac condannato in Italia all'ergastolo per l'omicidio di quattro persone negli anni Settanta. Si attende una larga maggioranza: da vincere solo le resistenze di Portogallo e Francia.

Le carte arriveranno poi al ministro degli Esteri europeo, Catherine Ashton. "Dovremmo incontrala la prossima settimana - spiega Mario Mauro, presidente degli eurodeputati del Popolo della Libertà - per discutere di che iniziative prendere. Bisognerà chiarire al Brasile che Battisti non rischia nessun maltrattamento in Italia perché se da noi si corressero questi rischi saremmo già stati cacciati dall'Unione".

Presenti in Francia anche alcuni parenti delle vittime di Battisti. Per Alessandro Santoro (figlio di Antonio) c'è stato un grande "fraintendimento culturale che non è accettabile". Alberto Torregiani, figlio del gioielliere Pierluigi,  "quelli di Pac non possono nemmeno essere paragonati ai terroristi dell'Ira o a quelli Baschi. Sono stati condannati per 'banda armata' perché altro non sono che dei semplici delinquenti". Poi un messaggio a Francia e Brasile, ancora in tempo a tornare sui loro passi, e a Battisti: "Il perdono può solo seguire il riconoscimento delle responsabilità e l'accettazione della pena".


20/01/2011





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Ecco i moralisti: Fini e la sinistra, tutti sul pulpito

Libero







Berlusconi è il Drago, è malato, va con le minorenni, è un sex addicted, va curato. Ogni giorno, sui quotidiani, è la fiera dell’indignazione e del moralismo. Anche se non ci sono prove schiaccianti, basta che Silvio sia chiamato in causa. Eppure anche tra chi ogni giorno accusa e strepita ci sono ben pochi santerellini.

Nichi Vendola, il quale chiede a gran voce le dimissioni del presidente del Consiglio per via del caso Ruby, è lo stesso che in un’intervista su Repubblica, anni fa, parlò del «diritto dei bambini ad avere una loro sessualità» e si lamentò della difficoltà di parlare dei loro «rapporti tra loro o con gli adulti», argomento difficile da affrontare soprattutto con chi «la sessualità l’ha vista sempre in funzione della famiglia e della procreazione».

Tacciamo di tutti coloro che nei mesi scorsi hanno difeso lo stupratore Roman Polanski, che violentò una ragazzina salvo poi sottrarsi alla giustizia. Basta raccontare un altro caso di moralismo a senso unico, fortunatamente non riguardante il sesso con i minori, ma semplicemente quello con persone giovani e piacenti. Riguarda Dario Fo, e su Libero lo abbiamo ricordato qualche tempo fa.

Pare infatti che il premio Nobel avesse passioni non troppo dissimili dal famigerato bunga-bunga, tanto che la moglie Franca Rame, esasperata, fu costretta a lasciarlo, in diretta televisiva per di più.

Se oggi andiamo sul sito web della Rame, troviamo numerosi articoli di condanna nei confronti di Berlusconi, uno che sfrutterebbe le donne a fini sessuali, senza preoccuparsi dei loro sentimenti né della loro personalità. Beh, nel febbraio 1987 l’attrice andò a Domenica In per dire che il marito la tradiva con tante, troppe femmine. «Non sposatevi, donne, assolutamente», disse. Poi, con senso dell’umorismo, raccontò che era lei in persona a conservare le numerose amanti di Dario una volta che lui si era stufato e ad archiviare i numerosissimi regali che le ragazze gli inviavano, «così i figli dei nostri figli vedranno come era amato il loro nonno».

La Rame ribadì il concetto anche molti anni dopo. Nel 2009 disse a Repubblica: «Gli uomini di successo, anche i meno attraenti, si ritrovano le ragazze nel letto». E Fo se ne ritrovava parecchie, almeno a sentire quel che rivelò Franca al Corriere nel 1999: «Io invecchiavo, lui restava il Dario di sempre, simpatico, a modo suo di potere. Un afrodisiaco irresistibile, specie per le giovani. E lui, a sua volta, non sapeva resistere alla diciottenne dal culo sodo». Chissà, magari recitavano assieme il Mistero Bunga.


di Francesco Borgonovo




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Rientrata in Italia la salma dell'alpino ucciso in Afghanistan

Alla Scala comanda la Cgil: assunti i parenti

di Sabrina Cottone



I dirigenti della Cgil rafforzano il loro potere nel teatro milanese favorendo i familiari. O facendo assumere sarte al posto di violoncellisti. Il caso delle maschere, l’impiego (precario, ma solo all’inizio) preferito dai "figli di"



Milano

Chiamiamolo familismo amorale, come usano i sociologi indignati con politici e figli di. Leo Longanesi ne fece la sua proposta celebrativa dell’Unità d’Italia: «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: ho famiglia». Questa volta a fornire la scenografia della commedia all’italiana è la Scala, tempio milanese della lirica ma anche degli scioperi, e a dare prova di particolare attenzione a parenti e amici sono i sindacalisti della Cgil.

Alla Scala una serrata tira l’altra, l’ultima pochi giorni fa in occasione della prima di Cavalleria rusticana e Pagliacci, annullata per lo sciopero proclamato dalla Cgil a causa delle poteste di una cinquantina di macchinisti (su un totale di 808 dipendenti del teatro). Ma nel sindacato si dedicano anche a garantire i diritti dei familiari. Qualche esempio per dare un’idea.

I figli di due esponenti di spicco della segreteria di Onorio Rosati, il segretario confederale della Cgil Milano, lavorano da maschere, ovvero quegli addetti, solitamente giovani, che accompagnano il pubblico a sedere e regolano i flussi negli intervalli. La trafila delle maschere prevede contratti a prestazione, che spesso vengono ripetuti a intervalli (troppo) ravvicinati, con doppio lavoro nella stessa giornata, così da far scattare gli estremi del lavoro subordinato e l’assunzione. Negli ultimi tempi le cause alla Scala sono ripartite in modo consistente e gli eventuali nuovi assunti si preparano a essere grati alla Cgil che le promuove.

I sindacalisti genitori si chiamano Nerina Benuzzi, responsabile del coordinamento politiche contrattuali oltre che delle pari opportunità, e Antonio Lareno, che si occupa di Politiche territoriali e rapporti con istituzioni pubbliche locali. Un’altra mamma sindacalista la cui figlia ha trovato lavoro come maschera è Sabina Giuliano, che fa parte del direttivo nazionale della Slc, la sigla della Cgil dedita alla comunicazione e allo spettacolo.
Ci sono casi clamorosi, con intere famiglie i cui membri sono stati assunti uno dopo l’altro alla Scala. 

L’attrezzista Massimo Ferrari, sindacalista della Cgil, può contare su un fratello e due cognati che lavorano nei reparti tecnici della Scala. Una stima per così dire spannometrica, fatta da chi è approdato con sorpresa in mezzo a questa situazione, calcola che il 50 per cento dei tecnici, come dire uno su due, è legato a qualcuno dei suoi colleghi da rapporti di parentela. Qualche caso anche tra i musicisti e la vicenda di uno di loro e della sua (adesso ex) moglie assunta al Piermarini è diventata persino oggetto di dibattito sui blog del teatro.

Una situazione che dispiace a molti che hanno una normale, faticosa trafila da sostenere per essere assunti, e in particolare alle cosiddette «masse artistiche», musicisti e coristi che le cause sindacali stanno via via estromettendo dalla pianta organica della Scala: può accadere che un giudice decreti l’assunzione di una sarta anche se il posto vacante è quello di un violoncellista. Il caso suscita malcontento anche ai vertici della Cgil, che non vedono di buon grado questa gestione.

Far parte della Cgil alla Scala può essere anche un elemento del cursus honorum. Il caso simbolico è quello di Maria Di Freda, ex sindacalista e oggi direttore generale del teatro, incarico dal quale ha preso nette distanze dalla Cgil. Non mancano vicende più normali e frequenti di promozioni mirate, come è avvenuto per il sindacalista Nicola Cimmino, diventato improvvisamente funzionario. Scelte di pace sociale.

In questo contesto fioccano gli scioperi per ragioni che possono sembrare strampalate, ma che spesso sono prove di forza interne al teatro e tra le sigle sindacali. Lo sciopero dei macchinisti che ha bloccato la Cavalleria punta anche a una fila biologica per la mensa: ottime intenzioni salutiste, difficili da conciliare con un periodo di tagli pesanti e di pressanti richieste allo Stato perché non facciano mancare i propri finanziamenti alla Scala.

Tra gli altri motivi di conflitto il numero di vigili del fuoco addetti a controllare gli spettacoli: il contratto prevede che siano sempre tre e, per una complessa rotazione di turni, ciò causa straordinari continui che finiscono con il raddoppiare gli stipendi di partenza. Abitudini che in tempi di difficoltà il teatro vorrebbe rivedere, ma a cui i macchinisti si sono opposti fino allo sciopero.

Sergio Cofferati, da segretario della Cgil, aveva addirittura proposto la precettazione per musicisti e operai ribelli della Scala, paragonando lo stop alla produzione di cultura a un’interruzione di pubblico servizio. Correva l’anno 1996 e a guidare il governo amico era Romano Prodi.




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Il banchiere infedele finisce in manette

Corriere della sera

Elmer accusato di violazione del segreto bancario. Aveva passato a Wikileaks i dati di 2 mila clienti



MILANO - Le prime vittime di Wikileaks «perdono la testa» a Ginevra e a Francoforte. La polizia svizzera ha fermato l'ex banchiere Rudolf Elmer dell'istituto svizzero Julius Baer che lunedì aveva consegnato al fondatore di Wikileaks, Julian Assange, i dati di 2mila persone con conti correnti in Svizzera, tra cui 40 politici. Elmer aveva consegnato pubblicamente il 17 gennaio ad Assange due cd con i nomi di oltre 2.000 potenziali «grandi evasori». L'accusa nei suoi confronti è di aver violato la segretezza del sistema bancario elvetico.

SEGRETI VIOLATI - «L'ufficio del procuratore sta valutando se Elmer abbia violato le leggi bancarie svizzere consegnando i cd ad Assange», si legge in un comunicato ufficiale congiunto della polizia cantonale di Zurigo e del procuratore generale dello Stato.
Poco prima del provvedimento di fermo, Elmer era stato condannato per lo stesso reato di violazione del segreto bancario per aver già fornito ad Assange tre anni fa i dati di alcuni clienti di banche con sede alle isole Cayaman. La Corte lo ha condannato al pagamento di 7.200 franchi svizzeri (5.600 euro) con la condizionale. L'accusa aveva chiesto otto mesi di carcere e una pena di 2.000 franchi. Lo svizzero già dal 2002 aveva tentato di denunciare alle autorità fiscali le attività a suo dire illegali della banca. Poi la decisione di mettere tutto online su Wikileaks: la pubblicazione scatenò la reazione di un giudice californiano, che nel febbraio 2008 ordinò al provider che gestiva il dominio di Assange e compagni di oscurare il sito.

SOUVENIR DALLE CAIMAN - Il tribunale diurigo lo ha giudicato colpevole di «aver violato il segreto bancario a più riprese». Ma anche di coercizione e minacce in diversi momenti alla Julius Baer. Il giudice Ha considerato che Elman ha approfittato dell'aver fatto parte per anni del mondo bancario. le motivazioni di Elmar non sono, secondo il giudice Aeppli, la lotta all'evasione fiscale ma il suo licenziamento. Rudolf Elmer che era stato dirigente della banca alle Isole Caimans per otto anni, era stato dal suo liquidato per disaccordi. Furioso, il dirigente aveva abbandonato dai «paradisi fiscali». Ma non a mani vuote. Si era portato via diversi documenti.

GALILEO - Berry Smutny è l'altra vittima della piattaforma online WikiLeaks. La casa madre della società tedesca Ohb System, coinvolta nella realizzazione del progetto satellitare Galileo lo ha licenziato in tronco, a pochi giorni dalla rivelazione dei suoi commenti spregiativi sul sistema di navigazione satellitare europeo, rimbalzati attraverso WikiLeaks al quotidiano norvegese Aftenposten e da qui in tutto il mondo.

Parlando con diplomatici statunitensi nell'ottobre scorso, quando era stato da poco nominato amministratore delegato di Ohb, con sede a Brema, nel Nord della Germania, Smutny aveva bollato il progetto Galileo come «una stupidaggine. E uno spreco di danaro pubblico per fare l'interesse dei francesi», che puntano ad appropriarsi del know-how tedesco, per un progetto di solo prestigio, che copierebbe in realtà i servizi del Gps americano senza portare vantaggi concreti.

Ma nell'era di WikiLeaks non c'è più spazio per i commenti privati. Perché la sua critica affrettata, a mesi di distanza, è finita nelle pagine della piattaforma online fondata dall'australiano Julian Assange e ripresa da Aftenposten. E ora Smutny è il primo a pagare di persona. Perché Ohb Technology, casa madre della società di Brema, ha deciso di liberarsi al più presto del manager tedesco. Spiegando attraverso il ceo altoatesino Marco Fuchs, che «non avremmo potuto arginare il danno alla nostra reputazione, se non agendo al più presto».

Anche perché Ohb ha vinto la gara bandita dalla Commissione per cooperare alla produzione di 14 satelliti del progetto Galileo per il futuro "Gps" europeo, per un valore di 566 milioni. E ora Smutny si difende. E pur ammettendo l'incontro avuto con i diplomatici americani, sostiene di non avere mai fatto "le dichiarazioni che mi sono attribuite". Un autentico giallo, emerso a due giorni dall'annuncio del Commissario europeo all'Industria Antonio Tajani, per l'operatività di Galileo a partire dal 2014, con 18 satelliti (con costi aggiuntivi di 1,9 miliardi, oltre ai 3,9 miliardi già stanziati). Che permetteranno progetto europeo Galileo di affrontare la concorrenza del Gps americano, in un mercato globale stimato intorno ai 240 miliardi nel 2020..



Redazione Online
19 gennaio 2011




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