domenica 16 gennaio 2011

Wikileaks: «Lunedì avremo i dati di 2 mila conti in Svizzera, tra cui 40 politici»

Corriere della sera


«Li valuteremo e se ci sarà traccia di evasione fiscale, saranno diffusi»


MILANO - Wikileaks otterrà i dati di 2 mila clienti di banche svizzere, e tra questi vi sarebbero 40 politici - non si sa di quale nazionalità. I dati saranno resi noti lunedì a Londra alle 12,15 (ora italiana) al Frontline Club, dove sarà presente anche Julian Assange. Le informazioni tuttavia non saranno pubblicate immediatamente: «Valuteremo i dati e se veramente ci sarà traccia di evasione fiscale, saranno diffusi», ha spiegato Rudolf Elmer, l'ex banchiera che darà i dati a Wikileaks.

DATI - Secondo quanto riferito dall'ex banchiere, tra i clienti presenti sui due hard disc ci sono multi-milionari di diverse nazionalità e fondi di investimento di numerosi Paesi, tra cui Svizzera, Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna. I dati provengono da almeno tre istituzioni finanziarie e vanno dal 1990 al 2009. Elmer, ex direttore della Banca Julius Baer alle isole Cayman, comparirà davanti alla tribunale di Zurigo mercoledì per rispondere delle accuse di violazione del segreto bancario, dopo aver tramesso già nel 2007 a Wikileaks i dati di alcuni clienti.


Redazione online
16 gennaio 2011





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Iran, arrestato il marito dell'avvocatessa che difese il Nobel Shirin Ebadi

Corriere della sera


Reza Khandan aveva tentato di far scagionare la moglie


Nasrin Sotoudeh, condannata a 11 anni
Nasrin Sotoudeh, condannata a 11 anni
Dopo aver cercato di difendere la moglie, condannata a 11 anni di carcere in Iran, Reza Khandan è stato anche lui arrestato domenica mattina a Teheran. La notizia è stata diffusa dal sito della campagna «Un milione di firme», un gruppo di attiviste che lottano contro le discriminazioni riguardanti le donne presenti nelle leggi iraniane. La moglie di Reza Khandan è Nasrin Sotoudeh, avvocatessa iraniana che ha difeso detenuti minorenni, prigionieri politici, attivisti per i diritti umani, e anche il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. Sotoudeh è stata condannata la scorsa settimana a 11 anni di carcere per attentato alla sicurezza dello stato e propaganda contro il regime. Le è stato proibito per altri 20 anni di esercitare la professione e di lasciare il Paese. Reza Khandan era stato convocato stamattina alla procura della prigione di Evin. Si trattava della sua seconda convocazione dopo l’arresto della moglie a settembre. La sua accusa non è ancora chiara. In passato gli era stato intimato di smettere di parlare con i media stranieri. Lui aveva continuato, cercando di difendere la moglie. Secondo i familiari gli è stato chiesto di versare una cauzione di 50 milioni di toman (37mila euro). Reza e Nasrin hanno due figli, di 11 e di 3 anni.



Viviana Mazza
16 gennaio 2011



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Rapallo, assessore Pdl fa saluto romano: «Mi scuso, era un momento goliardico»

Il Mattino


Giovanni Arena fotografato a cerimonia reduci di Salò: «Ero in veste privata, in realtà stavamo facendo ciao con la mano»







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Italia 150, Emanuele Filiberto: «Storia falsata, Savoia esclusi da celebrazioni»

Idv: un anno di 'noviziato' per chi vuole fare carriera nel partito

Quotidiano.net


Nuove regole per arginare i 'cambi di casacca': prima di assumere incarichi nel partito o ruoli pubblici dovrà passare almeno un anno


Montenero di Bisaccia (Campobasso), 16 gennaio 2011 - L’Italia dei Valori istituisce il ‘noviziato' di un anno per quanti intendono entrare nell’Italia dei Valori. L’esecutivo del partito, riunito ieri a porte chiuse a Tivoli, prende provvedimenti per arginare i cambi di casacca, come quelli di Razzi e Scilipoti passati nel centrodestra. Prima di assumere incarichi all’interno del partito o ruoli pubblici, gli iscritti dovranno verificare la compatibilità con le regole e l’indirizzo politico del partito.


"Proprio alla luce di quanto accaduto - osserva all’Agi Antonio Di Pietro - ci siamo dati delle regole ancora più stringenti, sia in relazione alle candidature, sia per quanto riguarda la vita del partito. Abbiamo istituito il cosiddetto ‘noviziato'. Prima di avere incarichi e ruoli bisognerà rendersi conto di voler prendere veramente i voti. Dovrà passare almeno un anno per essere candidati e due prima di assumere ruoli di vertice".


L’esecutivo nazionale ha riconfermato piena fiducia al leader, dopo le frizioni delle ultime settimane scaturite proprio dai cambi di casacca. "Con forza - ha aggiunto Di Pietro - abbiamo riaffermato alla unanimità, compresi quelli che avevano posto il problema, che l’Idv è un partito sano e che proprio in quanto tale può capitare che, a volte, persone che vengono con doppi fini, poi si rendono conto che non c’è trippa per gatti e quindi se ne vanno in altri partiti per soddisfare i loro interessi personali. Noi abbiamo deciso che chi non si riconosce nelle nostre idee, nella nostra politica, nei nostri modi di fare, deve lasciare l’Idv: o spontaneamente o spintamente".


fonte Agi





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Ex banchiere svizzero darà a Wikileaks 2000 nomi vip dai conti offshore

Quotidiano.net


Rudolf Elmer, ex dirigente della banca Julius Baer fu arrestato nel 2005 per violazione del segreto bancario. L'elenco non verrà divulgato


Londra, 16 gennaio 2011 - Nuovi documenti riservati in arrivo per Wikileaks. Il sito fondato da Julian Assange riceverà domani al Frontline Club a Londra due CD contenenti informazioni su conti bancari offshore di circa duemila tra individui e società in cui vengono descritti in dettaglio potenziali importanti evasioni fiscali. A consegnarli sarà Rudolf Elmer, l’ex banchiere chiamato a rispondere tra tre giorni ai giudici del suo paese, la Svizzera, dopo essere stato accusato dall’istituti bancario di cui era dipendente, la Julius Baer, di aver sottratto informazioni riservate.
 

Tra i duemila nomi, rivela ‘The Observer’, quelli di individui e società britannici ed americani. Tra loro, ha dichiarato Elmer al quotidiano anche «circa 40 politici». La scelta di diffondere le informazioni, ha proseguito, è dettata dalla necessità di «educare la società».


Elmer venne arrestato per 30 giorni nel 2005 ed è accusato di violazione del segreto bancario svizzero, di falsificazione di documenti e di minacce ai danni di due dipendenti della Julius Baer.
 

I nomi contenuti sui due CD non verranno divulgati così come non fu fatto per la lista di 15 nomi consegnata da Elmer a Wikileaks nel 2008, rende noto ‘The Observer’.

Il banchiere, un ex dipendente alle Cayman della potente Julius Baer licenziato nel 2002, e’ il primo ‘’informatore’’ del sito fondato da Assange a finire sotto processo. L’ex dipendente della Baer sta rientrando in Svizzera dall’esilio alle Mauritius e il 19 gennaio finira’ davanti al magistrato. ‘’Voglio render pubbliche queste informazioni per educare la società’’, ha detto.

Nell’elenco ci sono singoli individui, multinazionali, istituzioni finanziarie e hedge fund da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria, Asia e altrove ‘’che usavano lo schermo di segretezza offerto dalle banche offshore per evitare i pagare le tasse’’, ha detto il banchiere all’Observer.





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Fini lo sciacallo si sveglia: inno al partito dei giudici

di Salvatore Tramontano


L’assalto dei pm a Berlusconi è una boccata d’ossigeno per l’ex leader di An che torna a sognare il rientro in gioco. E intanto ringrazia i magistrati



 

La democrazia è in mano ai giudici. A questo punto davvero non serve neppure andare a votare. Per scegliere chi deve governare gli italiani basta una richiesta in tribunale. Valuteranno loro a chi affidare Palazzo Chigi. Il Parlamento, messa così, può anche sciogliersi. Chi sono i pretendenti alla repubblica delle manette? Tanti. Si va da Montezemolo alla Banca d’Italia. Intanto però i primi a cavalcare il messaggio sono in tre. Bersani come rappresentante dell’oligarchia sinistra della prima Repubblica.

Casini come esperto navigatore di mezzo democristiano e il solito Gianfranco Fini, leader senza terra che trama per accaparrarsi i territori della destra. Il primo carica a testa bassa. Il secondo abbraccia Berlusconi con la speranza di soffocarlo: «Bene ha fatto a dire che si difenderà davanti ai giudici». Il terzo si muove come un fante sugli scacchi, obliquo. Tutti e tre hanno una sola strategia politica: speriamo di arrivare al potere senza passare dal voto.

L’illusione è sempre e solo quella: ribaltare tutto, disarcionare Berlusconi, con un colpo che arriva da fuori, con il fuoco di qualche cecchino in toga e la batteria mediatica. Il colpo della Boccassini era atteso. Fini ha scommesso tutto il suo futuro politico sulla magistratura. Ha capito che è l’unica arma che è in grado di giocarsi. Non è un caso che i suoi tre luogotenenti più rumorosi, Bocchino, Granata, Briguglio, non avevano fatto in tempo a lasciare il Pdl che già si erano iscritti al partito dei giudici. Gianfranco per un piccolo tempo ha provato a fare politica. Quando parlava di bioetica copiava Della Vedova, era il tentativo di darsi un’identità politica riconoscibile. Ma si vedeva che non era il suo pane.

Ci ha provato con le imboscate parlamentari, sperando di abbattere il premier per sfinimento. Si è giocato tutto sulla sfiducia del 14 dicembre. E anche lì ha fallito. Ha sempre inseguito il golpe di palazzo, perché sa di non avere i voti. Come ha ammesso lo stesso Granata, il Fli si è sgonfiato, non c’è entusiasmo, latita, non conta, sembra l’Api di Rutelli. L’unica differenza è che i finiani sono più rancorosi. Gianfranco è un leader assente, sta troppo in vacanza, e più che alla politica pensa a fare il compagno della Tulliani. Molti hanno capito che come capo di partito ha perso smalto e carisma. Questa la situazione fino a due giorni fa. La sparata della Boccassini arriva appena in tempo. È una boccata di ossigeno e di speranza. Una nuova illusione per tirare a campare.

Fini questo lo sa. Infatti ha voluto ringraziare il partito dei giudici. Non ha attaccato Berlusconi con la disperazione viscerale di Bersani, che si è messo a urlare: vergogna, vergogna, il mondo ci guarda. Fini è più sottile di Bersani. Non attacca mai frontalmente, ma sempre in modo obliquo. Ecco allora il discorso alla nazione su quanto sono belli, buoni, bravi e fondamentali i giudici. Li ha accarezzati, li ha lisciati. Il patto con la magistratura finora gli ha risparmiato tutte le noie che toccano a Berlusconi. I suoi alleati togati hanno chiesto l’archiviazione del brutto affare di Montecarlo, dove Gianfranco è sempre indagato, cercando di far decantare le accuse, sperando nell’oblio. La corsia preferenziale è tutta per Berlusconi e il tam tam scatta sempre al momento giusto. È un cronografo svizzero e batte sempre il tempo della politica.

Le storie di Ruby Rubacuori sono quindi il supplemento di ottimismo di cui gli avversari del Cavaliere avevano bisogno. Eppure lo stesso Fini dovrebbe sapere che le voci di escort e prostituzione portano la firma di fonti ambigue. Davanti alla video confessione di Rachele il dubbio che fosse una bufala è stata la prima reazione. È una prostituta che si fa pubblicità con il presidente della Camera? Questo hanno scritto e detto giornali e tv. Quando tocca a Berlusconi non c’è mai il dubbio, si tira fuori subito il reato. Le parole della D’Addario erano una sentenza, quelle di Ruby, che lo scagiona, una falsa testimonianza. La condanna è pronta. Mignottocrazia. Favoreggiamento. Il Cavaliere è colpevole sino a prova contraria.



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La Boccassini? Un pm fuori controllo

di Redazione


Gli anni del processo Mills, in trincea contro il Cavaliere, le hanno portato visibilità e promozioni. Ma Ilda "la rossa" da sempre è considerata una toga mala­ta di "protagonismo"



 

Il procuratore aggiunto di Milano Il­da Boccassini è la titolare dell’inchie­sta sul caso Ruby che vede indagato il premier Silvio Berlusconi. Gli anni del processo Mills, in trincea contro il Cavaliere, le hanno portato visibilità e promozioni. Ma Ilda "la rossa" da sempre è considerata una toga mala­ta di "protagonismo". Nel 1991, infat­ti, fu estromessa dal pool milanese che si occupava di criminalità orga­nizzata in seguito a forti scontri con i colleghi,tra cui Spataro. L’allora pro­curatore capo Francesco Saverio Bor­relli ne tracciava il ritratto riportato qui sotto. In vent’anni è cambiata?

"La collega Ilda Boccassini ha dimostrato una mancanza di controllo nervoso, una carica incontenibile di soggettivismo, una mancanza di volontà di porre in comune risultati, riflessioni, intenzioni"
Francesco Saverio Borrelli
Procuratore capo di Milano
Settembre 1991





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Se i giudici sono i primi a non rispettare la legge

di Redazione


Berlusconi ancora sotto processo a Milano, questa volta per concussione e per prostituzione minorile, cioè di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne. Nessuna meraviglia, perché a suo carico pare ne fossero rimasti soltanto tre e, per giunta, tutti o quasi prossimi alla prescrizione. Ora, bisogna invece interrogarsi, al di là del fatto che nulla di ciò desta meraviglia, sulle motivazioni che sostengono tali accuse.

Innanzitutto, appare singolare che un capo di governo consumi addirittura il reato di concussione e di prostituzione minorile con tale disinvoltura da coinvolgere spensieratamente diversi funzionari di polizia, un questore, alcuni agenti e decine di testimoni oculari o «de relato». Come minimo, ci sarebbe da dubitare della sanità mentale di un politico conosciuto a livello internazionale che - come fosse uno sconosciuto qualunque - si mette a concutere pubblici funzionari di polizia o simili. Il tutto, naturalmente, per una ragazzina non ancora maggiorenne che, pur prosperosa, nulla sembra avere in più o in meglio di tante altre che gironzolano attorno alle stanze del potere.

Sembra proprio, insomma, che questa nuova imputazione suoni più come un’offesa alla semplice intelligenza del capo del governo che come una insinuazione alla sua moralità pubblica e privata. Naturalmente molte domande rimangono sul tappeto, in attesa di risposte che si teme - come accade di solito - rimarranno senza risposta. Se i fatti sono accaduti in territorio di Arcore, essendo tale cittadina compresa nel circondario del tribunale di Monza, il tribunale competente per territorio dovrebbe essere proprio quello monzese e non quello di Milano: ci si chiede perciò a quale titolo il tribunale milanese abbia preso in mano la faccenda a scapito dell’altro.

In secondo luogo, dal momento che le accuse poggiano anche - o almeno così sembra - su numerose intercettazioni telefoniche, resta da chiarire di ciascuna di esse la legittimità dal punto di vista, non indifferente, della correttezza processuale: non è accettabile che i telefoni di chicchessia siano posti sotto controllo, figurarsi quelli in uso da uffici del governo, il cui capo dovrebbe invece essere altrimenti garantito, se non altro per pure e semplici ragioni di sicurezza.

Ancora. Se non sbaglio Berlusconi è, prima che capo del governo, deputato della Repubblica e perciò dovrebbe godere - come qualunque parlamentare - della proposizione da parte della Procura procedente della richiesta ritualmente avanzata alla Camera di appartenenza per poter attivare l’azione penale: in questo caso, non pare sia stata avanzata richiesta alcuna di autorizzazione a procedere alla Camera dei deputati e ci si chiede quali possano essere i motivi di tale disinvoltura.

Infine, se si tratta - come pare - di reati commessi attraverso l’uso dei poteri derivanti dalla carica governativa, sarebbe competente il Tribunale dei ministri, vale a dire l’organo che le legge esclusivamente designa a giudicare fatti commessi da esponenti del governo usando dei poteri connessi a tale incarico: ma anche qui, ciò non è accaduto e si vorrebbe capire per quale motivo.

Insomma, ci sono parecchi, troppi lati poco chiari in questa vicenda che interpellano la coscienza del giurista, ma anche quella di ciascun cittadino. È infatti interesse di tutti e di ciascuno che le regole vigenti vengano rispettate, soprattutto da coloro su cui grava l’onere di farle rispettare a tutti gli altri, compresi i magistrati.
Se invece, per motivazioni che oggi non appaiono visibili, le domande sopra poste avessero una plausibile risposta, sarebbe bene renderla di pubblico dominio, in modo da tranquillizzare la pubblica opinione. Una volta infatti che la notizia dell’indagine diventa pubblica (e anche questo non è normale che avvenga), tanto vale spiegarne anche i risvolti poco chiari: tanto ormai il segreto istruttorio è stato azzerato.



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Se i magistrati usassero gli stessi mezzi contro ladri e rapinatori

di Stefano Zurlo



Ci sono i prodigi della tecnologia più sofisticata e la sciatteria di tutti i giorni. Chissà perché le indagini sul Cavaliere sono sempre un parco tecnologico all’avanguardia e un metro più avanti, le altre, quelle che riguardano milioni di persone, spesso - e non è demagogia il ricordarlo - non vanno da nessuna parte. Giuseppe D’Avanzo su Repubblica ci spiega le magie dell’investigazione su Ruby: «La localizzazione cell-based» dei cellulari «con un margine di errore di cinquanta metri».

I telefoni mobili parlano, almeno quelli che entrano e escono da Arcore. Invece, a Brembate, dov’è scomparsa la piccola Yara, le meraviglie della scienza fanno cilecca e non si riesce a distanza di un mese e mezzo a capire se Enrico Tironi, il presunto testimone oculare che a giorni alterni viene sbeffeggiato e riabilitato, abbia detto la verità.
Dev’essere una congiura. Una congiura dei numeri. Le procure impegnate sul fronte del Cavaliere dispongono di kit alla James Bond e affrontano qualsiasi problema. Che poi lo risolvano è un’altra storia, perché a fronte di 110 indagini e 28 procedimenti contro il Cav non c’è lo straccio di una condanna. Pazienza. Lo slancio non viene meno. Circa mille magistrati si sono occupati di lui, in questi lunghi anni, altri seguiranno. Altrove annaspano. Avanzano con lentezza esasperante. E non trovano il bandolo.

Le cifre sono impietose. L’allora Procuratore generale della cassazione Francesco Favara, che ha fra le mani il termometro della lotta alla criminalità, confessa amaramente che fra il luglio 2001 e il giugno del 2002 quattro reati su cinque sono rimasti senza colpevole. È una proporzione agghiacciante che gli ermellini ci trasmettono fra una cerimonia e l’altra come fosse normale. Per la precisione, l’alto magistrato indica i delitti, dunque la stragrande maggioranza degli illeciti penali che preoccupano l’opinione pubblica, e fornisce un dato che non ha bisogno di commenti: sono rimasti sconosciuti gli autori di 2.289.363 delitti, pari all’81 per cento di tutti quelli denunciati. In sostanza se prendiamo cinque persone che si sono affidate alla giustizia, dobbiamo concludere che solo una quella giustizia l’ha avuta. E ci riferiamo ai furti, agli scippi, alle rapine, alle violenze, agli omicidi.

Alla criminalità piccola e grande che disturba o peggio terrorizza i cittadini. «Per taluni tipi di reati, tipo il furto di veicoli - commenta il pg - le indagini non vengono neppure iniziate». Perché per trovare il ladro o l’assassino o il rapinatore ci vuole tempo, ci vuole fiuto, ci vuole fortuna e servono molte energie. Tutte qualità che abbondano quando i pm si dirigono sulle case del Cavaliere. Coincidenze.

Favara in quella relazione si consola guardando al passato prossimo: in precedenza i responsabili impuniti avevano raggiunto il picco dell’83 per cento. Un ulteriore e sconfortante 2 per cento in più. Così siamo al paradosso che l’80 per cento di flop è un dato quasi rassicurante.

Certo, siamo al 2001. Troppo indietro? Ci spostiamo al 2005 (dati del 2004) e la musica non cambia. I delitti impuniti raggiungono ancora una volta le vette, vergognose, dell’81 per cento. Questa volta con un doloroso più 3,7 per cento sui dodici mesi precedenti. Ma se scomponiamo la massa indistinta delle notizie di reato, il quadro peggiora: sono ignoti gli autori del 95 per cento - sì, avete letto bene - dei furti, ovvero uno stock sterminato di 1.343.891 notizie di reato; va un po’ meglio, si fa per dire, con le rapine dove la percentuale di buchi nell’acqua si ferma sulla soglia dell’80 per cento. E si blocca ancora più in basso per gli omicidi, tentati o consumati: qui siamo al 50 per cento. Il bicchiere è mezzo pieno. Ma anche mezzo vuoto. Un assassino riuscito o mancato su due l’ha fatta franca. Constatazione che empiricamente ciascuno di noi può confermare pensando alla Spoon River delle vittime, famose o no, in attesa della verità. Drammi. Sconfitte che non sono ammesse quando la magistratura va in perlustrazione ad Arcore.



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La Consulta e il fantasma della repubblica di Weimar

Il Tempo

In nessun paese europeo non si è mai visto un organo di controllo della legittimità costituzionale delle leggi porsi come contropotere del governo, accentuando di fatto la dissoluzione dello Stato di diritto.


Non si è mai visto, in nessun paese europeo, un organo di controllo della legittimità costituzionale delle leggi porsi come contropotere dell'esecutivo, accentuando di fatto la dissoluzione dello Stato di diritto. È accaduto in Italia con la stupefacente sentenza della Consulta sul legittimo impedimento. Aver sancito che un magistrato giudicante possa, in qualsiasi momento del dibattimento, decidere se ricorrono gli estremi per giustificare l'assenza del presidente del Consiglio nel processo che lo riguarda è un'aberrazione giuridica, costituzionale, politica e civile.



Per come i giudici dell'Alta corte hanno deciso, il potere politico - Governo e Parlamento, quindi - subisce un ridimensionamento che gli stessi costituenti non avrebbero mai immaginato; diversamente si sarebbero preoccupati di porre limiti oggettivi all'attività della Consulta la quale, attraverso sentenze interpretative-manipolative, di fatto riscrive, quand'è il caso, le leggi esautorando, dunque, anche le Camere nelle quali risiede la sovranità del popolo.

Chi non vede in questa tendenza deprecabile, ai limiti della sovversione dell'ordine democratico, l'affacciarsi del fantasma di Weimar, che a lungo aleggiò sulla debole Repubblica tedesca post-bellica, soprattutto nei primi anni Venti, è uno sprovveduto. Non capisce che la politica diventa ostaggio dei giudici e chi la esprime al più alto livello, vale a dire il presidente del Consiglio, peraltro indicato dagli elettori, è compresso nelle sue funzioni dalla pretesa della magistratura di scrivere la sua agenda e di dettare i suoi impegni istituzionali.

Fa specie che la sinistra, per quanto allo sbando, non si avveda di una perversione giuridico-politica le cui conseguenze riguardano tutti, non il solo Berlusconi, caso emblematico dell'offensiva del potere giudiziario il quale, va pure ricordato, sono oltre trent'anni, che in vario modo, tenta di sopraffare quello politico. Se ci si avventurasse nel costituzionalismo comparato, si capirebbe meglio che quando la Corte costituzionale emette sentenze come quella di giovedì scorso, diventa eccentrica rispetto ad analoghi organismi che pure sono nati a presidio delle democrazie, con il compito di garantire il controllo sui poteri dello Stato.


È così, per esempio, che la Corte tedesca di Karlsruhe, formata da sedici giudici nominati dal Bundestag e dal Bundesrat, a cui la Legge Fondamentale (così si chiama in Germania la Costituzione), attribuisce il compito di vigilare sulla costituzionalità delle leggi ed abrogarle quando violino diritti primari, ma non può stravolgere le norme che vengono ritenute costituzionalmente corrette, praticamente riscrivendole: o vanno bene o sono da buttar via, non c'è alternativa.

E a nessuno dei sedici giudici, espressioni dirette del potere parlamentare dello Stato centrale e dei Lander (non delle magistrature e della presidenza della Repubblica), potrebbe mai venire in mente di offrire alla magistratura ordinaria l'occasione per mettere sotto scacco un altro organo costituzionale, come il Cancelliere. È forse il caso che i riflettori si accendano sulla Corte, sulla sua struttura ed il suo operato. Ricordando che metterla in discussione non è una bestemmia, come qualche sepolcro imbiancato va sostenendo.



Gennaro Malgieri
16/01/2011




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La stanza segreta di Silvio

di Alessandro Sallusti


La Procura accusa Berlusconi di aver offerto doni alle ragazze invitate ad Arcore Possibile. Anzi, noi conosciamo i dettagli. E ve li raccontiamo senza censure 



 

Il giorno dopo lo scoppio del nuovo, presunto scandalo delle escort, Silvio Berlusconi esce al­lo scoperto. Lo fa con una no­ta pub­blica e alcune conver­sazioni private. Chiunque al suo posto, investito da accu­se che colpiscono e infanga­no non l’imprenditore o il politico ma la persona, avrebbe gettato la spugna. Non in segno di colpevolez­za ma per sfinimento nei confronti della più grande macchina giudiziaria mes­sa in piedi in tutti i tempi e in tutti i luoghi del mondo con­tro un singolo uomo: mille pm all’opera, 2.500 udienze di processi che non hanno prodotto una sola condan­na.

E invece ancora una vol­ta non ha intenzione di farsi da parte. Anzi, le battaglie lo esaltano, ci mette la faccia, che non piacerà a tutti ma al­meno non la nasconde co­me fece Gianfranco Fini nei giorni seguenti lo scandalo della casa di Montecarlo. Le agenzie di stampa lo de­scrivono infuriato. Forse lo è, ma al telefono non tradi­sce rabbia o insicurezza, né ha perso il gusto per la battu­ta sdrammatizzante. Re­spinge ogni accusa, è indi­gnato per come un teorema partorito da un magistrato dichiaratamente antiberlu­sc­oniano possa diventare at­to di accusa, per come gli av­voltoi della politica (Fini e Bersani) si siano rialzati in volo per meglio finire una preda, lui, che immaginano ferita e quindi debole.

Difen­de la sua vita privata e quella dei suoi ospiti ad Arcore spiati e intercettati come cri­minali comuni. Non si dà pa­ce di come uno Stato, il suo Stato, possa entrare nelle ca­se per curiosare come gli in­quilini passino il loro tempo libero in cerca di eventuali reati. Ci si attacca a una mi­norenne che tale non era nelle fattezze, per sua dichia­razione, e che per altro ha negato e nega di avere avuto alcun rapporto con lui. Cre­do proprio abbia ragione Berlusconi: si indaga e curio­sa con ridicole perquisizio­ni nel sottobosco dello spet­tacolo in cerca del preserva­tivo fumante, si vìolano i computer di private cittadi­ne per scoprire con grande spreco di soldi pubblici quel­lo che tutte le settimane è stampato sui settimanali di gossip, cioè che le ragazzot­te della tv sono a caccia di buone amicizie per fare car­riera.

Lo Stato spione, i giudici che infrangono leggi, regole e buon senso. Lo Stato che, attraverso il suo braccio giu­diziario, decide a priori che un regalo fatto a una ragaz­z­a deve essere per forza a pa­gamento di una prestazio­ne, che un aiuto economico è mercimonio. Le poche vol­te che sono stato ad Arcore non sono mai uscito, come chiunque, senza un pensie­ro che il presidente ti offre prima di accompagnarti al­la porta. Una volta ho visto anche la stanza dei regali, dove tutto è ordinatamente diviso per valore economi­co o simbolico.

A me sono sempre toccate cravatte. Al­le signore, generalmente, foulard o ciondoli. Non pos­so escludere che qualche si­gnorina più giovane di me e quindi più sfacciata abbia chiesto contanti con la scu­sa della mamma malata e l'affitto da pagare. Se è acca­duto sono certo che nella maggioranza dei casi, cono­scendo Berlusconi, l’imper­tinente ospite sarebbe stata accontentata. Secondo la Boccassini, questi omaggi sono il corpo del reato, la prova dello sfruttamento della prostituzione. Ha pro­p­rio ragione Massimo D’Ale­ma quando, non sapendo di essere ascoltato, ha detto che «la magistratura è la più grave minaccia allo Stato ita­liano ». E a tutti noi.




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La Macrì mi confessò di voler rovinare Silvio»

di Stefano Zurlo


Un fidanzamento turbolento. La rottura a fine 2008. Poi la scoperta che quel che lei gli diceva si era puntualmente realizzato: «Nadia voleva arrivare a Berlusconi, voleva ricattarlo, voleva sfruttarlo e voleva farsi pubblicità. Quando l’ho ritrovata in tv a raccontare le sue serate bollenti ad Arcore mi sono detto: «“Hai visto? È arrivata dove voleva”».
Nadia è Nadia Macrì, la escort di Reggio Emilia che sostiene di aver avuto rapporti sessuali a pagamento col Cavaliere. Lui invece si chiama Marco Caroli, di mestiere fa il commesso, abita a Milano ma ha origini bolognesi. Ancora ieri, in un’intervista al Fatto, la Macrì è andata giù pesante: «Berlusconi consegnava buste sigillate con contanti e il nome già scritto. Io ho ricevuto 10mila euro per due prestazioni sessuali».
Marco, come vi siete conosciuti?
«A Milano, alle 3 del mattino, vicino ad una discoteca».
Vicino?
«Lei correva sui Bastioni inseguita da due neri. Aveva le scarpine in mano, era disperata».
Lei?
«Ho visto una donna sola e l’ho aiutata».
Il sèguito?
«Abbiamo cominciato a parlare, abbiamo scoperto le comuni radici emiliane, abbiamo iniziato a frequentarci».
Nadia come si presentava?
«All’inizio mi disse di essere una hostess, una ragazza immagine, qualcosa del genere. A me pareva a posto, mi piaceva. Col tempo mi sono accorto che le cose non stavano così».
E come stavano?
«Lei voleva entrare in contatto con personaggi famosi. E sfruttarli. Ricattarli».
Le sue sono accuse pesantissime.
«Mi prendo le mie responsabilità. Mi sono consultato a lungo, prima di parlare, col mio avvocato, Liborio Cataliotti. Nadia mi ripeteva: “Vieni con me, sei un ottimo comunicatore, accompagnami. Non vorrai mica rimanere a fare il commesso o il cameriere per tutta la vita”».
Fin qui è una legittima aspirazione.
«Lei sapeva dove arrivare. “Io - ripeteva -, devo riuscire a fare delle foto con personaggi famosi”. Ecco dove avrei dovuto scortarla: a questi appuntamenti. “Poi - aggiungeva -, se rivedo la tale persona e quella mi riconosce, si ricorda il mio nome, è fatta”».
È fatta?
«Sì. Lei era convinta che bastasse poco, un cenno di amicizia, una foto, la familiarità del nome, per avere in pugno una persona. “Io li sputtano tutti”, mi confermò».
Una megalomane?
«No. Perché brigava veramente per entrare in contatto con personaggi altolocati. Io, colpito dalla sua determinazione, dalla sua voglia di emergere sfruttando relazioni torbide con i potenti, le chiesi: “Ma dove vuoi arrivare, al presidente? A Berlusconi?“
La risposta di Nadia?
«“Certo”. Aveva in testa il Cavaliere. E sapeva, o immaginava di sapere, come colpirlo».
Che cosa voleva dai potenti?
«Soldi e notorietà. Direi un miscuglio di denaro e fama. Poi era animata da una sorta di rabbia interiore. Sperava di arrivare al Grande fratello, forse qualcuno l’aveva illusa, ma alla fine le avevano risposto di no, anche perché non aveva la fedina penale a posto. E lei l’aveva presa malissimo».
Perché vi siete lasciati?
«Era una relazione instabile e pericolosa. Ho capito di aver commesso un errore. E non l’ho più sentita».
L’ha ritrovata sui giornali.
«Esatto. E ho avuto la conferma di quel che pensavo: lei aveva sempre mirato ad Arcore».
Ieri al «Fatto» la sua ex è stata netta: «Berlusconi ci osservava... Si ritirava in una stanza per i massaggi e una alla volta entravamo per un rapporto sessuale, cinque minuti ciascuna».
«Non so. Nadia è stata ad Arcore nel 2009, in un periodo successivo, ormai non ci sentivamo più. Però so quel che mi diceva».
Che cosa?
«Lei era chiara: “Credi che io vada a letto con gli uomini più anziani? No, no, vado con i calciatori, con quelli giovani e belli. Con quelli che mi attirano”».
Ma allora come faceva?
«“Io li sputtano tutti”, mi ripeteva. “Anche se non succede niente, anche se a letto non ci vado. L’importante è che si ricordino di me e del mio nome la seconda volta. Poi ci penso io”. Valeva per tutti, valeva a maggior ragione per il Cavaliere».



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Il tempismo dei giudici milanesi

Il Tempo


La puntualità della Procura meneghina nell'affaire Ruby.


Se il problema non fosse terribilmente serio, diciamo pure drammatico per l’uso politico che si può fare della giustizia in Italia, ci sarebbe da ridere di fronte alla difesa che il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura ha voluto fare dei tempi scelti dalla Procura della Repubblica di Milano per l’ennesimo e forse più infamante assalto a Silvio Berlusconi. Contro il quale si vorrebbe celebrare un processo addirittura immediato per utilizzo della prostituzione minorile e concussione in ordine alla vicenda della marocchina Karima El Mahroug, più nota come Ruby. Secondo Michele Vietti, presidente appunto dell’organo di autogoverno delle toghe, la Procura milanese «si è mossa con estrema discrezione evitando» che la sua iniziativa «interferisse - ha detto ieri al Corriere della Sera- sul voto di fiducia al governo, un mese fa, e ieri sulla sentenza della Corte Costituzionale» riguardante la legge ordinaria sul cosiddetto legittimo impedimento. Che lo stesso Vietti peraltro propose a suo tempo al Parlamento per garantire sino all’autunno prossimo la sostanziale sospensione dei processi al presidente del Consiglio e ai ministri, in attesa di una disciplina costituzionale della materia. Occhio al calendario.

La Procura di Milano non ha interferito, è vero, sul voto di fiducia con il quale il 14 dicembre i deputati hanno salvato il governo Berlusconi dall’insidioso assalto parlamentare condotto dal presidente della Camera e dalle altre opposizioni. Essa ha fatto di peggio. Ha iscritto il Cavaliere nel registro degli indagati sette giorni dopo quel voto, il 21 dicembre, per evitare che prima una così clamorosa iniziativa potesse servire al presidente del Consiglio per far capire meglio ai meno accaniti o più responsabili dei suoi oppositori quanto le mozioni di sfiducia presentate contro di lui potessero risultare concorrenti con le pratiche giudiziarie che lo riguardano. Più in particolare, pur indagando su Ruby e dintorni da mesi, alla Procura di Milano si ritenne di formalizzare l’inchiesta su Berlusconi solo dopo che questi aveva concluso la sua partita parlamentare non tanto con i vecchi oppositori targati Pd, Italia dei Valori e Udc, quanto con i nuovi targati Fini. Che erano stati suoi alleati sino a poche settimane prima ed anche per questo erano fortemente divisi sui tempi e sui modi scelti dal presidente della Camera per tentare l’affondo contro il Cavaliere. Sarebbero stati probabilmente ben più numerosi i finiani dissidenti se avessero saputo ciò che stava bollendo nel pentolone della Procura ambrosiana. Occhio adesso all’orologio.

Le prime indiscrezioni giornalistiche, poi confermate con tanto di comunicato della Procura milanese, sull’invito al Cavaliere a comparire davanti ai magistrati per prostituzione minorile e concussione sono arrivate poco più o poco meno di dodici ore dopo l’annuncio della sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha reso più difficile il ricorso del presidente del Consiglio al legittimo impedimento per il rinvio delle udienze dei suoi processi. La Procura ambrosiana ha pertanto imboccato la strada del processo con rito immediato contro Berlusconi per l’affare Ruby proprio grazie agli spazi procedurali aperti dai giudici costituzionali. Fra i quali probabilmente sarebbe sorto qualche dubbio in più se fosse stato di loro conoscenza il nuovo uso al quale avrebbe potuto prestarsi la loro decisione di indebolire il cosiddetto scudo processuale del presidente del Consiglio. Nella cui agenda politica i magistrati che lo processano vorrebbero mettere mani e piedi.



È risibile, pur con tutto il rispetto personale e istituzionale che gli è naturalmente dovuto, anche il tentativo del presidente del Consiglio Superiore della Magistratura di contrastare le reazioni negative di Berlusconi, dei suoi avvocati e dei suoi sostenitori alla nuova iniziativa della Procura milanese ricordando «i numerosi apprezzamenti» da loro riservati al capo di quell’ufficio, Edmondo Bruti Liberati, solo qualche mese fa. Esattamente quando egli, in contrasto con le proteste levatesi dal Procuratore del tribunale dei minori Anna Maria Fiorillo, certificò la correttezza del comportamento della Questura di Milano nella notte tra il 27 e il 28 maggio. Quando l’allora minorenne Ruby, trattenuta per denuncia di furto, fu affidata al consigliere regionale della Lombardia Nicole Minetti a seguito di alcune telefonate -la presunta concussione- intercorse tra la scorta del presidente del Consiglio e la Questura.

Ora si è capito perché la Procura di Milano liquidò le proteste della Fiorillo, come ha poi fatto anche la competente commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. Lo fece per tenersi stretta l’indagine su Ruby, e infine sul presidente del Consiglio, anziché passarla alla Procura di Brescia, competente ad occuparsi di inchieste riguardanti anche un magistrato in servizio a Milano. Gli effetti di quell’astuta condotta giudiziaria si sono visti con la svolta, chiamiamola così, che ha restituito alla Procura milanese la fiducia e gli applausi della peggiore risma di giustizialisti e avversari di Berlusconi. Che hanno potuto così assolvere Bruti Liberati dall’accusa rivoltagli nei mesi scorsi di eccessiva prudenza o riguardo verso il Cavaliere. I conti sembrano quindi tornati a posto nella Procura che fu di Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D’Ambrosio, Cherardo Colombo, Pier Camillo Davigo e naturalmente Antonio Di Pietro. Non è vero, onorevole Vietti?

Francesco Damato
16/01/2011




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I pm non trovano immagini nel pc di Ruby

di Enrico Lagattolla


Milano


Se la prova regina è stata trovata, non è nel computer di Ruby. Le analisi sul pc sequestrato a Karima El Mahroug, la giovane di origine marocchina fermata dalla polizia nel maggio scorso e che secondo la Procura di Milano sarebbe stata rilasciata in seguito alle pressioni del presidente del Consiglio, smentiscono i pruriti della prima ora. Nessuna foto o filmato compromettenti, niente immagini che possano imbarazzare il premier o testimoniare inequivocabilmente che Silvio Berlusconi abbia avuto rapporti sessuali con l’allora minorenne. Altrove, dunque, sarebbero gli elementi che hanno indotto i pm a chiedere il giudizio immediato per il premier. Altre foto, forse, recuperate nei cellulari di altre ragazze. Ancora, testimonianze delle giovani che avrebbero animato le notti di Arcore, tabulati e intercettazioni che riempiono le trecento pagine di invito a comparire notificato venerdì dai magistrati del capoluogo lombardo al capo del governo. Materiale raccolto dagli inquirenti dopo aver messo a verbale la versione di Ruby, sentita tra luglio e agosto. Diversi mesi prima, quindi, che il nome di Berlusconi (il 21 dicembre scorso) finisse nel registro degli indagati.

Quel materiale, secondo i pm, dimostrerebbe due cose: primo, che il presidente del Consiglio era consapevole di avere davanti a sé una ragazza non ancora maggiorenne, e che con lei avrebbe avuto sette incontri (e non tre, come dichiarato ai magistrati dalla ragazza). Secondo, che esisteva uno «schema D’Addario» (dal nome della escort pugliese ospitata due volte a Palazzo Grazioli). Ovvero, una «scuderia» di starlette a disposizione del Cavaliere. Solo «ricostruzioni ardite fatte dai pm per finire sui mass media», è il commento dell’avvocato Pietro Longo, che assieme al collega Niccolò Ghedini difende il premier. Notizie diffuse per «mettere sulla graticola il presidente del Consiglio per i prossimi mesi». Per i legali di Berlusconi, la prova che giustifica la richiesta di giudizio immediato è «inconsistente», ma «non a caso l’invito a comparire è stato notificato il giorno dopo la decisione della Consulta sul legittimo impedimento».

Ad ogni modo, è tutt’altro che scontato che il premier si presenti davanti ai pm il prossimo fine settimana. La Procura ha consentito all’indagato di scegliere un giorno tra venerdì, sabato o domenica. Ma, fa sapere ancora Longo, «non è ancora stato deciso se il presidente del Consiglio andrà a rispondere ai pm e, quindi, al momento rimane anche aperto il discorso del legittimo impedimento, del quale discuteremo nell’eventualità di un interrogatorio». Gli avvocati, in questo momento, giocano a carte coperte. In caso di legittimo impedimento, la Procura dovrà fissare un’altra data utile, verosimilmente entro pochi giorni da quella già stabilita. Se invece il premier deciderà di non presentarsi davanti ai magistrati, questi ultimi potranno chiedere al gip di dare il proprio parere sulla richiesta di giudizio immediato.

La difesa, però, intende battere anche altre strade. Inclusa quella della competenza territoriale. Se, cioè, il presunto reato di concussione è stato commesso da Berlusconi nella veste di presidente del Consiglio, la competenza passerebbe al tribunale dei ministri. E, a cascata, l’accusa di prostituzione minorile (a Milano perché connessa a quella più grave, appunto la concussione) dovrebbe passare alla procura di Monza, competente su Arcore. Una battaglia giocata su un crinale sottilissimo. Per i pm milanesi, infatti, la concussione sarebbe stata consumata con abuso «della qualità» di presidente del Consiglio, ma non nell’esercizio delle funzioni di premier.
Gli atti dell’inchiesta milanese, intanto, sono arrivati alla Camera (ma non ancora alla Giunta per le autorizzazioni a procedere), dopo che Giuseppe Spinelli - amministratore del portafoglio personale del Cavaliere - aveva bloccato la perquisizione del suo ufficio perché «pertinenza» della segreteria politica dell’onorevole Berlusconi. Sarà la Giunta, ora, a dover dare il via libera alla richiesta della Procura. I tempi di Roma non si annunciano brevissimi. A Milano, invece, si preparano a un processo lampo.



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Pci, nulla da festeggiare per i 70 anni

di Mario Cervi


La mostra celebrativa "Avanti popolo" alla Casa dell'Architettura di Roma. Nostalgia delle grandezze passate ma nessun accenno ai tanti scheletri: non c'è proprio nulla da festeggiare



 

L’inaugurazione a Roma della mostra «Avanti popolo» che vuol ripercorrere i settant’anni di storia del Partito comunista italiano dovrebbe offrire seri motivi di riflessione, non il solito chiacchiericcio autocelebrativo di intellettuali «impegnati». Le cronache che ho letto - a quelle mi devo attenere - fanno invece pensare proprio a una rimpatriata di «noi che c’eravamo», a un una nostalgia struggente per le grandezze passate e per gli oceani di bandiere rosse che sono poi stati alquanto ammainati.

Nessuno vuol negare il ruolo importante - politico, sociale, culturale - che il Pci ha avuto in Italia. Ma il porre le sue vicende sotto l’etichetta celebrativa del centocinquantesimo anniversario dell’Unità dà secondo me un segnale ambiguo. Carica sul carro dei valori nazionali un’ideologia che quei valori li pospose sempre ai propri. E personaggi che ebbero per prima Patria il partito, e solo in subordine l’Italia.

Forse non è il caso, in un’occasione celebrativa, di insistere troppo sulle manomissioni e omissioni praticate dai curatori della mostra. Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera ha rilevato che nelle immagini e nei documenti riproposti «restano rigorosamente in ombra i lati oscuri, dal triangolo della morte emiliano all’oro di Mosca». Sono certo che non vi si farà cenno di quei poveri e ingenui comunisti italiani che, dopo la presa di potere del fascismo, fuggirono in Urss e finirono i più fortunati in galera, gli altri al muro per presunte colpe di dissidenza o di spionaggio. Stalin ha ammazzato molto più comunisti italiani di quanti ne abbia ammazzati Mussolini.

Quella del Pci è la storia di un grande partito nel quale credettero milioni di Italiani. Purtroppo fu anche - finché l’Urss è esistita - una storia servile. Palmiro Togliatti, il mitico «migliore», aveva grandissima intelligenza e uno sconfinato cinismo. Arrivato in Italia nel 1944 da Mosca, dove aveva conosciuto gli orrori spaventosi dello stalinismo - a volte assecondandoli, mai disapprovandoli - pronunciò al V congresso del Pci, nel dicembre del 1945, queste sfrontate parole: «La società sovietica è fondata non più sull’egoismo e sullo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Essa è fondata, mi si permetta questa espressione, su quelle che un tempo furono le virtù evangeliche, sulle virtù dei poveri e dei lavoratori, che essenzialmente consistono nell’aiutarsi gli uni con gli altri».

Togliatti non volle un comunismo italiano che fosse diverso. Togliatti riconobbe semplicemente - perché lo riconosceva Stalin - che l’Italia era sotto la protezione Usa e che era inutile covare propositi rivoluzionari. Per questo contribuì a bloccare la spinta insurrezionale deflagrata dopo il criminale attentato di Pallante. Le posizioni del Pci nel dopoguerra furono una serie di no ispirati da Mosca a ogni progetto di rinascita europea in generale e italiana in particolare. No al piano Marshall - «è un piano di guerra» -, no al «governo poliziesco e clericale», no al Patto atlantico.

E quando Stalin morì il «migliore», così avaro di concessioni ai sentimenti, trovò slanci commossi, sfiorò il lirismo. «L’animo è oppresso dall’angoscia per la scomparsa dell’uomo più che tutti gli altri venerato e amato, per la perdita del maestro, del compagno, dell’amico... Solo un animo meschino, cattivo, spregevole potrebbe essere capace, in questo momento, di recriminazioni vane. Giuseppe Stalin è un gigante del pensiero, un gigante dell’azione».

Certo i toni di Enrico Berlinguer furono diversi, molta acqua era passata sotto i ponti della Moscova e del Tevere. Ma quel cordone ombelicale con il Cremlino ha segnato l’intera parabola del comunismo italiano. Che infatti, una volta affrancatosi dalla sudditanza, ha perduto la ragione d’essere e addirittura il nome. Poi restano le foto simbolo. L’onesta faccia contadina di Giuseppe Di Vittorio, il presidente Sandro Pertini con le mani appoggiate alla bara di Berlinguer, mai mollata durante i funerali che l’avevano visto - lui Pertini - protagonista quasi più del defunto. C’è tanto del nostro Paese nella storia del Pci, bisogna riconoscerlo. Gli epigoni del grande partito fanno rimpiangere chi lo guidò. Non più il «migliore», ormai solo i peggiori.



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La Fiom sconfitta diventa razzista con i colletti bianchi

di Stefano Filippi


Ma ad aver detto sì all’intesa sono stati capi reparto e responsabili della produzione, non gli impiegati. Il sindacato rosso demonizza i nemici e tanto per cambiare decide di scendere in piazza


 
nostro inviato a Torino


Eccoli i nuovi untori, la vergogna di Mirafiori, il bersaglio dei lavoratori «veri», la pietra dello scandalo che riporta in auge la lotta di classe: non più salariati contro padroni, ma tute blu contro colletti bianchi, operai contro impiegati. Gli impiegati: sarebbero loro ad aver fatto vincere il «sì» al referendum sull’accordo Fiat. Da 24 ore Giorgio Airaudo, leader nazionale del settore auto della Fiom, lo ripete come un mantra, e dietro di lui personaggi come Nichi Vendola e Giorgio Cremaschi, i Cobas e la Cgil.

Il seggio 5, quello degli impiegati, è stato l’unico dove la percentuale di «sì» è stata schiacciante, dunque gli impiegati sono crumiri, schiavi di Sergio Marchionne, figli di un sindacato minore. «Anche i capi sono lavoratori», ammoniva Luciano Lama in un lontanissimo 1980. Ma non c’è bisogno di scomodare un leader sindacale vecchio stampo per capire a che cosa si è ridotta la Fiom uscita sconfitta dalle urne di Mirafiori: a combattere una guerra tra poveri, a contrapporre gli operai che faticano agli impiegati che invece farebbero la bella vita. Per i metalmeccanici della Cgil, quelli del seggio 5 sono lavoratori di serie B, che magari non meriterebbero la tutela sindacale.

In realtà questi fantomatici «impiegati» non sono colletti bianchi, dipendenti che sfangano le giornate alla scrivania: sono quadri operai, persone con responsabilità diretta nel funzionamento della fabbrica, tecnici qualificati, addetti ai sistemi informatici e tecnologici. In tutto 450 persone. Hanno votato in 442, 420 a favore del «sì», 20 per il «no», due schede non valide: questo dice lo scrutinio definitivo sancito alle 6 di ieri mattina. «Marchionne - sostiene Airaudo - ha salvato l’accordo soltanto grazie ai suoi uomini, i capi, quelli legati al comando dell’impresa. I “no” sono dove si fatica».

Ma anche qui la Fiom sconfitta gioca con i numeri. Perché anche negli altri reparti ha prevalso il «sì»: negli otto seggi delle aree cosiddette «produttive» (montaggio, verniciatura, lastratura e nel turno di notte) i favorevoli all’accordo sono stati 2.315 contro 2.306. Nove voti di scarto su 4.678. Percentuale minima, ma se le regole della democrazia hanno ancora un senso il «sì» avrebbe vinto anche senza i voti degli impiegati. I favorevoli hanno avuto la maggioranza nel turno di notte e nella verniciatura, mentre hanno prevalso i contrari nel montaggio e lastratura. Ma Airaudo è stato sprezzante anche con quei nove voti di differenza tra «quelli che faticano». «Sono voti che saprei benissimo come colmare, sono stati espressi soltanto per paura».

Dunque, la Fiom celebra la sconfitta come un successo. Il sindacato più oltranzista dei metalmeccanici pretende ancora di dettare le regole in fabbrica e persiste nella strategia di demonizzare l'avversario (ieri Marchionne, oggi gli impiegati, domani il governo) e nella logica dello scontro. «Il 28 gennaio confermeremo lo sciopero generale dei metalmeccanici», ha annunciato ieri mattina Airaudo. Maurizio Landini, leader nazionale, ha detto che «se c’è un sindacato che, con questo voto, dimostra di essere rappresentativo, è la Fiom». Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil, ha garantito che tutta la sua confederazione «si mobiliterà per garantire la piena riuscita dello sciopero del 28 gennaio». Scatta il soccorso rosso: se in piazza i metalmeccanici saranno pochi, ci penseranno gli altri tesserati Cgil a ingrossare le file dei manifestanti. Soprattutto la categoria più numerosa, quella dei pensionati. Ai quali scioperare non costa nulla.




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Adesso l'Ikea mette il velo alle impiegate musulmane

di Francesco De Remigis


Le dipendenti che lo desiderano possono indossare un hijab. Ma comunque con il marchio aziendale. 



 

«Cassiere, magazziniere, aiuto cuoche e addette alle vendite. Per le impiegate musulmane dell'Ikea Edmonton Glover Drive c'è ampio spazio per esprimere la loro appartenenza religiosa. Una piccola gabbia formata da due pezzi che incornicia il volto e le etichetta immediatamente come «muslim staff». Qualunque sia la posizione professionale nel punto vendita. Accade a pochi chilometri a nord di Londra, dove per le operatrici musulmane che ne fanno richiesta la catena svedese mette a disposizione un capo di abbigliamento particolare. Un hijab confortevole in perfetto stile Ikea, con finiture giallo oro ed il caratteristico blue navy della divisa aziendale.

L'idea è nata nel 2005, dopo l'inaugurazione del nuovo punto vendita in un'area popolata da cittadini britannici di fede islamica. È lì che è stata lanciata questa nuova politica aziendale: per far sentire a proprio agio la clientela musulmana, s'inserisce un elemento considerato da molte donne il simbolo della sottomissione. Cioè il velo semi integrale. Che per altre è invece un semplice modo di interpretare l'appartenenza alla comunità.

Per attirare l'attenzione dei musulmani, la filiale inglese si è rivolta ad una società già nota nell'ambito dei copricapi islamici. The Hijab Shop, cartello sul mercato dal 2004, che attraverso l'e-commerce riceve ordini da diversi paesi del mondo. Per Ikea ha realizzato un particolare modello. Due pezzi componibili, con il logo cucito sul retro. Come coniugare confort ed equilibrio spirituale, senza urtare la suscettibilità dei giuristi dell'islam. In Gran Bretagna, infatti, gli Shaykh hanno preso in analisi anche questa iniziativa.

«Il colore non è un problema per l'hijab, e finché il logo non viene apposto su di esso in modo troppo vistoso, i musulmani non hanno nulla da ridire su questa iniziativa», ha chiarito Ibrahim Mogra, già membro del Consiglio musulmano. «Non ci risultano precedenti - ha spiegato tempo fa alla Bbc uno dei portavoce di Ikea a Londra - e non abbiamo notizia di nessun'altra azienda che finora abbia abbracciato iniziative di questo genere».

La politica di Ikea non è infatti eccessivamente omologatoria. Ogni filiale si regola secondo convenienza e gestisce i suoi rapporti con i dipendenti i maniera del tutto autonoma. Il sito a cui Edmonton si è affidata è uno dei leader mondiali nella vendita di veli islamici. Thehijabshop.com sostiene di ricevere ordini da tutto il mondo, dal sudamerica al nordamerica, dalla Bosnia all'Australia al Giappone, destinando il 10 per cento degli utili a organizzazioni islamiche di beneficenza. Perciò più che aprire una polemica, che avrebbe potuto scatenare le reazioni della comunità islamica, in Gran Bretagna si è scelto di non dare importanza a quella che sembra essere rimasta una politica isolata.

Solo la comunità islamica rilancia di tanto in tanto l'iniziativa di Edmonton, su blog e siti specializzati: «Noi lodiamo Ikea per aver colmato le esigenze religiose dei suoi dipendenti», ha commentato uno dei membri Consiglio culturale musulmano della Gran Bretagna. «Ci sarebbe bisogno di questi copricapi in ogni punto vendita d'Europa», scrive un altro blogger. Ma sono tantissime anche le donne che invece immettono on line il proprio disappunto: «Mi piace l'arredamento Ikea, sono musulmana, ma vado nel punto vendita soltanto per comprare la merce, non per l'abbigliamento delle commesse». Se è vero che l'hijab si sta affermando anche come accessorio di lusso, anche nel mondo anglosassone, resta da capire se siamo di fronte ad una operazione di marketing o ad una deriva comunitarista. C'è infatti chi parla di corporate hijab, per via del logo Ikea sistemato poco sopra le spalle. Mentre la scrittrice americana Asra Nomani, per definire un'analoga iniziativa presa dal Tony Tysons Corner Center Mall, in Virginia, ha utilizzato il termine hijab chic.




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Tabucchi agli "intellos": siete come Berlusconi

Magistrati e inchieste Gli è Finita la memoria

Il Tempo


Gianfranco difende i giudici. Ma quando fu indagata la moglie li attaccava.


Gianfranco Fini


«Ora la democrazia italiana è più credibile» grazie all'impegno dei magistrati, come dimostrano i «colpi» inferti al terrorismo, alla mafia e al «martirologio» delle toghe. Il loro ruolo «è di primo ordine, e dimenticarlo significherebbe fare un torto al loro impegno e al loro sacrificio». «La libertà si basa su un giudice che afferma il principio della legalità, altrimenti non c'è la libertà ma il predominio dell'arbitrio». Mentre impazza il caso Ruby e a soli due giorni dalla bocciatura parziale del legittimo impedimento da parte della Corte Costituzionale ecco che a Messina si riaccende un Gianfranco Fini a orologeria con un lungo elogio all'attività della magistratura dispensato in occasione di una manifestazione pubblica al palazzo di Giustizia. Fini invoca legalità ma non nomina mai il suo nemico: «Rimarranno delusi i giornalisti se da me si attendono chissà quale polemica o chissà quali invettive a proposito delle nuove e tristi vicende che riguardano il presidente del Consiglio».


Ma le frecciate continuano. Anche quando, sempre a Messina ma questa volta dal pulpito di un incontro di Futuro e Libertà, il leader di Fli arringa al popolo: «L'etica è la condizione per ricoprire cariche politiche pubbliche». Ci risiamo. Il presidente della Camera sembra lo «smemorato di Collegno». In un colpo solo ha cancellato 16 anni trascorsi orgogliosamente al fianco del Cavaliere. E quando lusinga i giudici in un colpo solo rimuove anche una parte del suo passato, nemmeno troppo remota. Tutto dimenticato: ex mogli, portavoce, cognati. Daniela Di Sotto, Salvatore Sottile, Francesco Cosimi Proietti, Giancarlo Tulliani. Tutti e quattro finiti – chi più chi meno direttamente – sotto i riflettori della magistratura. Con il capo-parente-marito costretto tutte le volte a dire che lui in quelle storie non c'entrava nulla e a definirsi indignato, furioso, sconcertato. Come nella vicenda che ha visto coinvolto Francesco Proietti Cosimi.

 
Per vent'anni è stato l'ombra di Fini, c'era sempre, nel pubblico e nel privato. «Segretario» dalla fine degli anni '80 fino al 2006, quando è finito nell'inchiesta del magistrato Woodcock su Vittorio Emanuele di Savoia. Proietti Cosimi è stato a Palazzo Chigi quando Fini era vicepresidente del Consiglio e alla Farnesina con Fini ministro degli Esteri. Poi, da Potenza arriva l'indagine per corruzione (slot machines di un imprenditore fatte autorizzare dai Monopoli di Stato) e - collegata - l'indagine per concorso in abuso d'ufficio assieme a Daniela Di Sotto Fini: la clinica romana alla quale entrambi erano interessati aveva ottenuto in 7 giorni l'accreditamento dalla Regione guidata (era il 2005) da Francesco Storace.


Quella stessa indagine porta alla luce anche l'attività di Salvatore Sottile, il portavoce di Gianfranco accusato di aver avuto incontri sessuali con attrici e soubrette negli uffici di Palazzo Chigi e della Farnesina. Un colpo durissimo per Fini che quando viene coinvolta la moglie (oggi ex) tuona contro le gogne mediatiche: «Qualcuno ha abusato delle intercettazioni. Credo che sia veramente disdicevole e immorale che alcuni stralci relativi a persone non indagate si trovino sbattuti sulle prime pagine dei giornali». «Si tratta di un aspetto patologico sfuggito alle autorità preposte». «Le gogne mediatiche che non fanno onore a chi le mette in campo».

 
E ancora: «Non penso che essere mia moglie significhi meritare atteggiamenti sospetti». Insomma, una difesa a spada tratta, come già aveva fatto nei confronti del portavoce Sottile finito agli arresti domiciliari, invitando il pm Woodcock a «cambiare mestiere». Fini garantista per amici e parenti‚ ma forcaiolo con Berlusconi. Perché alla fine Gianfranco si separa dalla moglie e decide di fare piazza pulita tra i suoi collaboratori. Ma si fidanza con Elisabetta Tulliani che porta in dote il fratello Giancarlo. Che poi va a vivere nella casetta di An a Montecarlo. Il presidente della Camera è tuttora indagato per truffa aggravata in relazione alla cessione dell'appartamento a una società off-shore per una frazione del suo valore di mercato. Il 2 febbraio si terrà l'udienza per discutere la richiesta di archiviazione avanzata dal titolare delle indagini, Pierfilippo Laviani, e dal procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara. Da cosa si vestirà Fini per Carnevale, da garantista o da forcaiolo?


Gianni Di Capua

16/01/2011




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Falso profilo su Wikipedia "Zanonato è di famiglia rom"

Il Mattino di Padova


Sull'enciclopedia on-line una beffa per il sindaco di Padova. La pagina web è stata modificata l’ultima volta il 21 dicembre scorso. Non è escluso che ora si cerchi di risalire all'autore del sabotaggio


di Enrico Ferro PADOVA. Nel decimo anniversario di Wikipedia, l'enciclopedia libera, gratuita e totalmente sul web, un padovano illustre scopre sulla propria pelle tutti i limiti dello strumento on-line: il sindaco Flavio Zanonato. Il 21 dicembre scorso, infatti, è stata creata una pagina che, teoricamente, dovrebbe spiegare chi è Zanonato. In realtà è una beffa clamorosa.

Ecco il primo paragrafo: «Cresciuto in un quartiere popolare, proviene da una famiglia operaia e cattolica di origine rom. Il suo impegno politico inizia negli anni dei movimenti studenteschi, quando, invidioso dei diritti dei suoi coetanei italiani, decide di dedicarsi alla lotta per i diritti della sua gente. In breve tempo diventa consigliere comunale e segretario provinciale del Partito comunista italiano. La sua carriera politica prosegue a Roma: Piero Fassino lo porta nella direzione nazionale del partito. A Botteghe Oscure ricoprirà la carica di direttore del settore immigrazione ed emigrazione».

Fin dalle prime righe è chiaro che si tratta di un falso o, per restare nel linguaggio di internet, si tratta del classico fake (dall'inglese "falso" o "posticcio"). Anche perché proseguendo nella lettura ci si imbatte in una nuova stramberia: «Ancora giovane, appare in un cameo del film "Il tempo dei gitani", di Emir Kusturica».

Libertà e accessibilità: ciò che ha reso Wikipedia famosa in tutto il mondo, si rivela ai padovani come il grande tallone d'Achille. Non resta che attendere le contromosse di Palazzo Moroni. Di certo sarà chiesta la modifica della pagina, ma non è escluso che si tenti di risalire anche all'autore.


16 gennaio 2011
 





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