giovedì 13 gennaio 2011

Aggredì coppia omosessuali, pena ridotta per «Svastichella»

Corriere della sera

La Corte d'Appello: Sardelli seminfermo di mente. L'uomo è accusato di tentato omicidio


I DUE GIOVANI ASSALITI IL 22 AGOSTO 2009 AL GAY VILLAGE DI ROMA




ROMA - Scende da sette a quattro anni la pena nei confronti di Alessandro Sardelli, soprannominato «Svastichella», il romano di 40 anni che il 22 agosto del 2009 aggredì una coppia di omosessuali che si stavano baciando davanti Gay Village, ferendo gravemente con il coccio di una bottiglia D., 31 anni, ed il compagno G., di 30.

SEMINFERMITA' MENTALE - Lo ha stabilito la I Corte d'Appello del tribunale di Roma: l'uomo, che è stato riconosciuto seminfermo di mente, è accusato di tentato omicidio, lesioni e porto improprio di arma. Il pg, in rappresentanza dell'ufficio della pubblica accusa, aveva chiesto la conferma della condanna a 7 anni giunta il 13 gennaio dello scorso anno. Il difensore dell'imputato, l' avvocato Riccardo Radi, commentando la sentenza si Š detto «parzialmente soddisfatto della decisione dei giudici. Attendo - ha spiegato - di leggere le motivazioni per valutare se fare ricorso in Cassazione». Il legale dell'Arcigay, Daniele Stoppello, che ha sostenuto le ragioni della parte civile, ha sottolineato che «il fatto che sia stata confermata l'accusa di tentato omicidio anche in appello dimostra la gravità di quanto compiuto da Sardelli».




LA SENTENZA - La diminuzione della pena da parte della I corte d'appello di Roma è stata determinata dalla concessione all' uomo delle attenuanti generiche. Nel corso della scorsa udienza, i giudici d'appello affidarono a un perito il compito di determinare l'oggetto con il quale fu colpito uno dei due giovani omosessuali, il tipo di lesioni causate e l'eventuale pericolo di vita che avrebbe sofferto il giovane. Oggi, dopo l'audizione, c'è stata la camera di consiglio dalla quale i giudici sono usciti sentenziando la condanna di Sardelli a quattro anni di carcere. Soddisfazione per la sentenza è stata espressa dal legale dell'Arcigay Roma e dei due giovani aggrediti, Daniele Stoppello. «Esultiamo per questa decisione della corte - ha detto - È stata smontata la perizia disposta dai giudici secondo la quale non era individuabile l'arma con la quale è stata compiuta l'aggressione nè valutabile il pericolo di vita che soffrì il giovane. Importante anche la conferma della presenza come parte civile anche dell'Arcigay. È stata fatta giustizia». Anche l'avvocato Enrico Maggiore, legale di parte civile per il comune di Roma ha voluto esprimere la sua soddisfazione per l'esito del processo. «A noi non interessava quale reato specifico fosse contestato nè la condanna inflitta; c'interessava il riconoscimento del Comune quale parte civile soprattutto nell'interesse della cittadinanza visto che da sempre siamo promotori di iniziative a favore della tolleranza e dell'integrazione sociale, ma anche di condanna nei confronti di azioni deprecabili con quella oggi giudicata».

Redazione online
13 gennaio 2011




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Napoli, Ferrari e Porsche rubate in Spagna a bordo di una nave: sequestri al porto

Napoli nei dossier Wikileaks, il console Usa «La camorra importa cibi con veleni e batteri Grande business anche con il pane tossico»

Il Mattino


Il testo di un cablogramma: «In Campania i clan fanno affari
anche con importazioni a basso costo e con il pane tossico»
La nota «Saviano guida morale, la politica non contrasta la mafia»








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Ora il tribunale di Milano scavalca il Comune: da oggi i primi rom entrano nelle case popolari

di Redazione


Due famiglie rom sono già entrate nelle case, altre due lo faranno entro questo fine settimana e altre due ancora entro fine mese. A deciderlo è stato il tribunale di Milano che il 20 dicembre aveva stabilito l’obbligo da parte del Comune di assegnare le case popolari ai rom



 

Milano - Due famiglie rom sono già entrate nelle case, altre due lo faranno entro questo fine settimana e altre due ancora entro fine mese. A deciderlo è stato il tribunale civile di Milano che il 20 dicembre scorso aveva stabilito l’obbligo da parte del Comune di Milano di assegnare le case popolari ai rom, in adempimento di accordi già presi a cui era seguita poi una "marcia indietro".

Case popolari ai rom Due delle dieci famiglie di rom che hanno "vinto" la causa civile in primo grado contro il sindaco di Milano Letizia Moratti, il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il prefetto del capoluogo lombardo, sono già entrate nelle case popolari, mentre altre due famiglie entreranno nel fine settimana e altre due ancora entro fine mese. Intanto oggi davanti al collegio (Miccichè, Bernardini, Dorigo) del tribunale civile di Milano si è svolta l’udienza scaturita dal reclamo del Comune di Milano e dell’avvocatura dello Stato contro la decisione del 20 dicembre scorso. I giudici si sono riservati di decidere e lo faranno nei prossimi giorni.

La decisione del tribunale Il giudice Roberto Bichi, il 20 dicembre scorso, aveva riconosciuto il diritto alle dieci famiglie rom di entrare, entro il 12 gennaio, nelle case popolari sulla base di una convenzione del maggio scorso stipulata tra la prefettura, il Comune e alcune onlus, tra cui la Casa della Carità, con la quale era stato varato un piano di aiuto per l’inserimento abitativo dei rom. Tutto il progetto, però, si era bloccato nel settembre scorso, anche a seguito di dichiarazioni politiche, tra cui quelle del ministro Maroni rilasciate in una conferenza stampa il 27 settembre scorso. "Due famiglie - hanno spiegato oggi alcuni operatori della Casa della Carità - sono già entrate nei giorni scorsi mentre altre quattro entreranno nei prossimi". Ne restano fuori ancora quattro e poi resta aperta la questione di altri 15 alloggi previsti nel piano (le famiglie destinatarie però non hanno partecipato alla causa civile).

La mossa di Palazzo Marino Oggi gli avvocati del Comune hanno sostenuto che l’ordinanza del giudice civile è ineseguibile. Secondo loro, infatti, nonè l’amministrazione comunale che deve assegnare le case, che sono invece oggetto di contratti di locazione tra Aler (l’azienda che si occupa di edilizia popolare) e Casa della Carità. Il giudice Bichi aveva però accertato anche il comportamento discriminatorio dell’amministrazione comunale e sulla base di questa decisione il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha aperto poi un fascicolo penale per valutare eventuali profili di discriminazione razziale. "E' assurdo che si parli di discriminazione - hanno spiegatogli avvocati Maria Rita Surano e Sabrina Maria Licciardo - visto che il Comune sta portando avanti progetti speciali proprio legati alle famiglie rom".





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Prohibido fumar. E gli spagnoli si trasformano in «portoghesi»

Corriere della sera


Dopo il bando al tabacco nei bar, si moltiplicano i clienti che escono per fumare e scappano senza pagare




MADRID – Poggia il bicchiere vuoto, o quasi. Fruga pensosamente nelle tasche, ne estrae il pacchetto di sigarette, s’infila il cappotto, sorride e si avvia alla porta del bar: «Esco un attimo a fumare», precisa a voce alta. Da dieci giorni, non si può fare diversamente in Spagna, con la nuova, ferrea legge antitabacco. Ma quel che preoccupa ogni barista, adesso, è se il diligente avventore tornerà poi indietro a pagare la consumazione. Da dieci giorni, infatti, il numero dei sinpa, i clienti che se la filano lasciando posacenere e piattino del conto vuoti, si è triplicato. Ed è improbabile che si tratti di distrazione. Accadde, a suo tempo, anche in Italia e probabilmente in Francia. Ma la Spagna, fino all’anno scorso uno degli ultimi paradisi europei dei fumatori, si scopre ora la nuova oasi dei «portoghesi», i sin pagar.

Nelle birrerie, nei ristoranti, nei pub, nei caffè, negli alberghi spira aria certamente più pura, ma anche più sospettosa: gli affari hanno risentito abbastanza del nuovo, tassativo divieto di fumare nei locali pubblici, senza che ci si mettano pure gli scrocconi. La federazione di categoria segnala una contrazione generalizzata: dei frequentatori, della permanenza ai tavoli, delle consumazioni, a causa delle frequenti crisi di astinenza da tabacco. Gli intervalli sul marciapiede danno sollievo ai fumatori, ma ansie agli osti. Che hanno cominciato ad appendere cartelli, più o meno bonari, invitando a saldare prima di varcare la soglia, anche se con il proposito di rientrare in un secondo tempo: «Esci pure a fumare, ma prima paga» intimano alcuni avvisi. Altri cercano di essere meno perentori per non urtare la sensibilità della clientela onesta, senza però che anche i loro incassi se ne vadano in fumo.

Elisabetta Rosaspina
13 gennaio 2011



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Uova alla diossina, ecco come riconoscere quelle inquinate

Quotidiano.net


L’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc) oltre a consigliare di ‘’sospendere l’acquisto di uova timbrate DE in questi giorni’’, sul suo sito spiega ai consumatori come identificarle



UOVA


Milano, 13 gennaio 2011 - Lo scandalo delle uova tedesche alla diossina non deve spaventare i consumatori, esiste un metodo per identificare quelle non inquinate o non compromesse. Per questo l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc) oltre a consigliare di ‘’sospendere l’acquisto di uova timbrate DE in questi giorni’’, sul suo sito spiega ai consumatori cosa significa il codice impresso sulle uova.

L’associazione cita in esempio la dicitura ‘’2 IT 573 FC 001 Entro il 22.12’’. In questa, il numero 2 indica il tipo di allevamento, che puo’ essere 0 per quello biologico, 1 per quello all’aperto, 2 per quello a terra e 3 per quello in gabbia. Aduc consiglia le uova allevate biologicamente.

La sigla IT indica il Paese di produzione e in questo caso l’Italia (DE sta invece per Germania); il codice 573 e’ codice Istat del Comune di produzione; la sigla FC e’ la Provincia di produzione e il numero 001 rappresenta il codice dell’allevamento. L’espressione ‘Entro il 22.12’, infine, indica la data entro la quale e’ preferibile il consumo.

Nonostante l’allarme ‘’la stragrande maggioranza, circa il 99%, delle uova che consumiamo vengono prodotte in Italia’’, rassicura Aduc. ‘’Il problema - aggiunge - riguarda i prodotti derivati come biscotti e paste che contengono uova inquinate. Difendersi e’ piuttosto difficile a meno che non si scelgano alimenti a denominazione o biologici’’.





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Fontane di lava e colate: l'Etna dà spettacolo

Il Mattino


CATANIA (13 gennaio) - Il vulcano ieri sera ha dato spettacolo con una violenta attività esplosiva dal 'pit crater', una profonda depressione apertasi sul fianco orientale del cono del cratere di Sud-Est. L'eruzione ha perso intensità nella notte.









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Velocità record per un'auto a energia solare: raggiunti gli 88 km all'ora

Corriere della sera


La IVy è stata progettata e costruita da docenti e studenti dell'università australiana del Nuovo Galles del Sud

lanciata al massimo ha la stessa potenza di un tostapane


La Solar Racer Sunswift IV, detta anche IVy
La Solar Racer Sunswift IV, detta anche IVy
MILANO - I cento sono vicini. Un'auto mossa a energia solare ha raggiunto la velocità record di 88 chilometri all'ora. L'impresa è stata compiuta dalla Solar Racer Sunswift IV, detta anche IVy, che ha superato il record precedente di quasi 10 chilometri all'ora. La IVy, progettata e costruita da docenti e studenti dell'università australiana del Nuovo Galles del Sud, nel 2009 durante una gara riservata a veicoli a energia solare in Australia aveva già toccato i 103 km/h, ma l'impresa non era stata omologata.

COME UN TOSTAPANE - Alimentata da celle solari al silicio, la IVy a piena velocità produce circa 1.200 watt, la stessa potenza di un tostapane. La prova ufficiale è stata condotta nella base della Marina militare a Nowra, a sud di Sydney, con i piloti professionisti Barton Mawer e Craig Davis ai comandi. La IVy normalmente usa le celle solari per caricare una batteria di 25 chili, che è stata rimossa per abbassare il peso e poter effettuare la prova del record.




Redazione online
13 gennaio 2011



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L’Aquila, la verità sul dopo sisma I soldi ci sono ma il Pd non li usa

di Emanuela Fontana



Dal terremoto a oggi la macchina comunale per rimettere in piedi la città ha sprecato 100 milioni di euro



 
Roma - Quarantaquattro milioni dello Stato buttati al vento, altri 4 persi dalla regione Veneto, 34 milioni di progetti della Caritas fermi. E infine uno dei simboli, la funivia di Campo Imperatore, incredibilmente aperta solo l’8 gennaio, con una perdita per gli operatori turistici di tutti gli incassi delle feste di Natale. 

La ricostruzione all’Aquila sembra bloccata. La macchina, gestita nei primi tempi dalla protezione Civile, ora nelle mani delle autorità locali e in particolare del Comune per tutto ciò che concerne il capoluogo, si è impantanata in colossali ritardi, incomprensioni, sprechi di tempo e soprattutto di denaro: almeno cento milioni sono volati via, e c’è da augurarsi che non avvenga lo stesso per altri fondi in attesa di essere investiti. 

Gli albergatori sono pronti alle vie legali contro il Comune dell’Aquila. Negli uffici municipali diretti dal sindaco Massimo Cialente (Pd) fioccano i documenti di biasimo della commissione «garanzia e controllo», istituita per verificare il buon andamento di una ricostruzione partita sotto i migliori aspici e che ora non sa giovarsi nemmeno del simbolo, il Gran Sasso d’Italia.

40 milioni persi per le «case con le ruote». L’ultimo spreco in ordine cronologico riguarda un progetto fortissimamente voluto dal sindaco Cialente: la costruzione di Mar (moduli abitativi removibili), ovvero casette su ruote. Dovevano essere 500, e ospitare tutti coloro che dal 6 aprile del 2009 ancora vivono negli alberghi della costa abruzzese, circa 2mila persone. 

A un anno e otto mesi dal terremoto, il 22 dicembre del 2010, la protezione Civile ha deciso di revocare «l’importo stanziato» in quanto i fondi «non sono stati impegnati». La delibera che assegnava i fondi a Cialente era del 16 ottobre del 2009. Un anno e due mesi dopo, delle case a rotelle non s’è vista traccia. Il denaro torna dunque nelle disponibilità del dipartimento governativo.

Traditi anche dalla funivia. Con un’economia al collasso e un centro storico chiuso e spopolato, l’Aquila aveva però la sua certezza: la montagna. Tre milioni e mezzo di euro erano destinati dallo Stato proprio alla revisione tecnica di una delle più antiche funivie d’Italia, che collega Fonte Cerreto al famoso nevaio dove fu prigioniero Mussolini: 

«Fu un’intuizione di Bertolaso: dare questi fondi alla piccola fetta di economia che si era salvata dal terremoto - racconta Ada Fiordigigli, proprietaria dell’omonimo albergo a Fonte Cerreto - e invece ci hanno mezzo in ginocchio, è una vergogna, non li chiamo nemmeno incapaci. Peggio: alieni». È successo infatti che i fondi statali erano stati concessi nel settembre del 2009, ma il bando di gara è stato indetto dal Comune solo a giugno del 2010, con inizio lavori a fine ottobre, il periodo più inclemente per il tempo.

Il Comune aveva promesso l’apertura per il 23 dicembre, invece tutto rimandato al 2011. E al primo giorno di attività, l’8 gennaio, la funivia fascista si è fermata per un guasto tecnico. Centinaia di sciatori sono rimasti bloccati alla base. L’associazione Gran sasso 360 denuncia una perdita di «almeno il 70% dei ricavi dell’intera stagione» per la mancata apertura durante le Feste. 

L’albergo Campo Imperatore (dove si parlò di un possibile alloggio di Obama durante il G8) ha perso circa 180mila euro di beni alimentari e di rifornimenti predisposti per l’apertura del 23. Dopo il blocco della funivia, quattro giorni fa, Cialente sospettò un sabotaggio: «Pensare che - il suo commento - il giorno prima, sono spariti misteriosamente un paio di bulloni». Ma i carabinieri hanno escluso nella maniera più assoluta l’ipotesi del boicottaggio.

Il Veneto spazientito ritira la sua beneficenza. Una delle istituzioni più generose con l’Aquila durante il terremoto aveva deciso di adottare un monumento storico del centro: la chiesa di San Marco. Fondi destinati: oltre 4 milioni e mezzo di euro. A quasi due anni dal terremoto, l’interno della chiesa è completamente inaccessibile, nessun lavoro svolto. E questo perché le lentezze e le incomprensioni nell’amministrazione dell’Aquila ha fatto sì che passasse troppo tempo. Troppo davvero: anche il Veneto è stato colpito dalla sua calamità naturale, l’alluvione di novembre, con migliaia di sfollati. A quel punto l’emergenza per i veneti è diventata un’altra.

L’assessore regionale alla Protezione civile, Daniele Stival, conferma al Giornale: «Di fronte alla disponibilità di risorse da parte nostra, avevamo chiesto di coinvolgere imprese venete nei lavori, ma non abbiamo avuto risposte. Bisognava poi mettere una serie di progettisti che andavano bene agli enti locali e alla Curia. Insomma, a ottobre di quest’anno non eravamo arrivati a una convenzione per gestire questi quattro milioni. Con i soldi dei veneti volevano fare quello che pareva a loro. Poi l’alluvione, e i tagli della Finanziaria...».




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Quegli snob con il cuore a sinistra e il "tesoretto" nascosto in Svizzera

di Mario Giordano




Tra gli italiani nella lista Falciani anche Stefania Sandrelli e figlia. I simboli dell'intellighenzia rossa nel mirino del fisco



 

Tu quoque, Stefania? Guardatela bene: è davvero la Sandrelli. In cima alla lista di coloro che portavano i soldi all’estero c’è proprio lei, la grande attrice immortalata da Bertolucci e da Virzì, da Monicelli e Trintignant, il meglio dei registi intellettuali dell’ultimo secolo. L’ultimo a immortalarla, per la verità, è stato Hervé Falciani, che però non è un regista e nemmeno un intellettuale. È solo un impiegato di banca, che non ha usato la cinepresa ma un computer, che non ha detto «ciak» ma «tiè», e però ha messo su un bel cinema lo stesso, a giudicare dagli effetti speciali. Come minimo, merita l’oscar alla fotografia.

In effetti è una bella fotografia d’insieme, quella che salta fuori da quell’elenco. Stefania la rossa passa direttamente da Ozpetek ai caveau della Confederazione elvetica, dal Novecento di Bernardo Bertolucci al 2011 della Procura di Roma, manco fosse la moglie di Briatore, per dire. In effetti: nella lista Falciani c’è pure lei, la moglie di Briatore, al secolo Elisabetta Gregoraci. Compare accanto a altri nomi illustri come lo stilista Valentino, il gioielliere Bulgari, il presidente della Confcommercio di Roma Pambianchi o il commercialista Carlo Mazzieri. Ma vuoi mettere la differenza? Da un commercialista, quasi, uno se lo aspetta, da un gioielliere magari pure, figurarsi da una come la Gregoraci che sposa un miliardario un po’ burino, che si fa beccare con lo yacht fuori legge e chiama il figlio Nathan Falco. È quasi naturale ritrovarla nella lista dei cattivoni tributari.

Stefania Sandrelli, invece. Con tutto quel po’ po’ di Novecento nel suo repertorio, con il Leone d’oro di Venezia alla carriera, una spruzzata di Benigni e naturalmente Muccino nel palmarès, ebbene, da lei ci si aspetta al massimo l’obolo alla cassa del mutuo soccorso operaio, il contributo segreto alla compagnia dei portuali, una donazione alla mensa dei poveri di San Francesco. Mica i versamenti alle banche svizzere. Ma come? Proprio lei, così amata e celebrata dalla sinistra intellettualmente chic, lei che ispirò Sapore di sale a Gino Paoli e recitò al fianco del compagno Volonté, ebbene lei si comporta come tutti gli altri? Ma sicuro. Anzi, in realtà, si comporta come i peggiori degli altri, come quelli che la sinistra da sempre descrive come beceri capitalisti, evasori fiscali, spalloni miliardari capaci di far sparire oltre confine i denari destinati a costruire strade e ospedali di casa nostra. Possibile? Dev’essere proprio un «male oscuro», direbbe il compagno Monicelli.

Un male oscuro che, per altro, colpisce non da oggi l’intero mondo degli artisti italiani, più o meno impegnati, che hanno sempre il cuore rivolto alla sinistra (conviene, altrimenti la critica diventa impietosa) e il portafoglio rivolto alla destra (conviene, altrimenti il conto in banca diventa penoso). Da Adriano Celentano, l’uomo che fa l’elogio delle case di ringhiera ma poi vive in una villa extraluxe grazie anche agli stratosferici cachet della Rai, fino ai tre della Gialappa’s, che non perdono occasione per far professione di sinistrismo, salvo arricchirsi con i contratti generosi di Mediaset e gli spot delle banche, abbiamo visto che ormai da molto tempo la coerenza, artisticamente parlando, è diventata un optional davvero poco usato. Per non dire di quei grandi intellettuali alla Guido Rossi che smettono di discettare di saggi principi di etica solo quando passano all’incasso di parcelle professionali che da sole sfamerebbero mezzo Bangladesh.

Ed è altrettanto vero che da Sofia Loren a Renato Zero, da Valentino Rossi a Pavarotti è sempre stata lunga la lista dei vip italiani che si sono fatti beccare dal fisco. Eppure tutto ciò non toglie che il nome della Sandrelli, in cima a quella lista, colpisce. Tanto più che ci è finita pure con la figlia, quasi come a passare il testimone, come sul grande schermo, anche nel Nuovo Cinema Paradiso Fiscale. Colpisce che la Sandrelli si sia affidata al tanto famigerato scudo fiscale, quello che finisce nel mirino di ogni militante di sinistra che urla incazzato nel salotto di Ballarò.

E colpisce che protagonista di tanta incoerenza sia proprio uno dei simboli più celebrati dell’Italia modello sinistra moralmente superiore, quella, per l’appunto, che merita le celebrazioni chic sul Lido di Venezia, i commenti entusiasti dei cineforum, le rassegne ammirate di chi per anni ci ha fatto credere, grazie anche alla sua bellezza, che lo faceva «Per amore, solo per amore». Evidentemente, lo faceva anche per altro, cerchiamo almeno di essere franchi. E, per una volta, che non siano franchi svizzeri.




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Dopo la strage negli Usa è boom di vendita di Glock

La Stampa

Maurizio Molinari


L'idea del sindaco di New York Bloomberg: niente armi in presenza di politici
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

La strage di Tucson fa impennare la vendita di pistole Glock negli Stati Uniti e il sindaco di New York Michael Bloomberg reagisce proponendo una legge per tutelare i rappresentanti politici dal rischio di aggressioni armate.

Sabato scorso l’arma automatica del killer Jared Lee Loughner è stata una Glock 19 con caricatore da 33 colpi e i dati raccolti dall’Fbi nei giorni seguenti hanno registrato un considerevole aumento di vendite di questa pistola semiautomatica. Ad esempio lunedì in Arizona ne sono state acquistate 263 rispetto allo stesso giorno dell’anno passato quando erano state 164, un balzo in avanti del 60% che si accompagna a dati simili provenienti da altri Stati: 65% in più di vendite in Ohio, 38% in Illinois, 33% a New York e 16% in California. Greg Wolff, titolare di un’armeria di Phoenix in Arizona, parla di «vendite doppie rispetto al solito» per un’arma «maneggevole, sicura e leggera» che può costare da 499 a 639 dollari, spiegando che «la gente la acquista perché teme una legge del Congresso per limitarne il possesso».

Anche dopo il massacro di 32 studenti al Virginia Tech nel 2007, dove il killer usò due armi di cui una era una Glock, le vendite registrarono un consistente balzo in avanti e per Don Gallardo, titolare dell’armeria «Shooter’s World» sempre a Phoneix, si tratta del «risultato di una reazione naturale da parte di persone che poste davanti ad un orrendo fatto di cronaca pensano a difendere i loro cari».

La Glock d’altra parte è una delle armi più popolari in America assieme all’Uzi, il kalashnikov AK47, la mitraglietta Thompson e la Colt 45: la maggioranza dei corpi di polizia, statali e locali, l’hanno adottata e fra i civili la tendenza è la stessa perché «è fatta molto bene ed è facile da mantenere» assicura James Pasco, direttore del «Fraternal Order of Police» a cui appartengono oltre 330 mila agenti in tutto il Paese.

Disegnata nel 1979 da Gaston Glock e fabbricata in Austria dall’omonima azienda, dagli Anni 80 viene prodotta anche in un impianto di Smyrna, in Georgia, ed è stabilmente fra le venti armi da fuoco più vendute negli Usa: nel 2008 la produzione americana fu di 70 mila pistole che, seppur ben dietro le 303 mila di Smith and Wesson, confermano il radicamento sul mercato. «Tutto è iniziato negli Anni 80 - spiega Pasco - quando gli agenti avevano revolver con soli sei proiettili e il boom del traffico della droga li portò ad affrontare gang con armi automatiche, trovandosi in grande difficoltà». Fra le pistole semiautomatiche si impose così la Glock, che può avere caricatori da 15 o 33 proiettili, estendendo la popolarità anche alla clientela civile.

Per fabbricanti e rivenditori ciò ha implicato affari d’oro ma il sindaco di New York vede nella diffusione di quest’arma potente e facile da maneggiare un «grave pericolo per la collettività». Lo Stato di New York, come la California, è uno dei pochi dove la vendita di Glock è soggetta a particolari regolamenti ma Bloomberg ritiene che serva ben altro: una legge per tutelare gli esponenti politici dal rischio di aggressioni «con ogni tipo di arma da fuoco». Da qui il sostegno alla proposta di legge del deputato repubblicano Pete King, per rendere illegale il possesso di un’arma a «meno di 300 metri di distanza da un rappresentante del governo federale, statale o locale». Bloomberg è convinto che sia la «soluzione da adottare in fretta perché le norme esistenti non sono riuscite a proteggerci da persone pericolose e deviate». Al fine di aumentare la pressione sul Congresso di Washington, Bloomberg si propone di concordare con centinaia di altri sindaci un appello per «evitare nuove aggressioni come quella contro Gabrielle Giffords».


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Il sacrificio umano per «Santa Muerte»

Corriere della sera


Omicidi commessi in onore della «signora delle ombre», la protettrice dei criminali


MESSICO. Delitti rituali a Ciudad Juarez

WASHINGTON – In Messico non si uccide solo per la droga, ma anche in onore di Santa Muerte, la protettrice dei criminali. Vittime sacrificali offerte alla “Signora delle ombre”. Almeno due delitti, avvenuti in questi giorni nell’area di Ciudad Juarez, sarebbero stati compiuti secondo un rituale legato a Santa Muerte. Quello della Santa Muerte è un fenomeno che risale, per alcuni, ai Maya mentre per altri al XVIII secolo. Il rito è è stato poi ripreso nel corso del tempo attirando “fedeli” in diverse parti nel Messico e progressivamente in città degli Usa dove vivono ampie comunità messicane. I seguaci, che si considerano comunque cattolici, appartengono spesso alla fascia più povera della società. Non mancano i membri del crimine organizzato e predoni.

BOSS FEDELI - Negli anni ’90, un famoso padrino della droga, Osiel Cardenas, non aveva nascosto la sua passione per la “Signora delle ombre” ed aveva esortato i suoi uomini a onorarla. Successivamente, nel periodo 2005-2007, vi sono state numerose esecuzioni considerate come delle “offerte” alla Santa. In particolare nella zona di Taumalipas e in Bassa California. Omicidi che, secondo chi crede in questa religione nera, dovrebbero garantire la “protezione” dai nemici come dai poliziotti. Le autorità, aiutate dalla Chiesa cattolica, hanno cercato di combattere questo fenomeno insieme a quello di Jesus Malverde, il patrono dei banditi. Ma non è facile.

SANTUARI E TEMPLI - Ci sono santuari – il più importante è a Ciudad Juarez – e piccoli templi dove sono sistemate delle statuine che raffigurano la Grande Mietitrice con la falce in mano. I fedeli depongono bottiglie di tequila (che vuol significare il calice), mele (simbolo del peccato), denaro, dolciumi, collane e sigarette. Poi si raccolgono in preghiera, a volte recitando il rosario. Esiste anche un piccolo manuale con i 26 rituali “per conseguire salute, denaro e amore”. Pochi giorni fa, la polizia ha arrestato David Romo, un ex ufficiale, sposato con cinque figli, autoproclamatosi “vescovo” della setta. Per anni, il predicatore ha cercato di sfruttare il seguito popolare per Santa Muerte. Ne traeva vantaggi economici e supporto. Ma non gli bastava. Romo, infatti, si era legato ad un’organizzazione di estorsori. Taglieggiavano e rapivano facendosi passare per Los Zetas, uno dei cartelli della droga più temuti.

BILANCIO DI SANGUE - L’arresto di Romo è solo un episodio minore nella battaglia più grande che sconvolge il Messico: 15.237 vittime nel solo 2010. E l’anno appena iniziato si è aperto con notizie di decapitazioni, “fucilazioni”, agguati. Uno degli ultimi omicidi si è portato via Susana Chavez, 36 anni, una poetessa e attivista molto impegnata nella difesa delle donne a Ciudad Juarez. Tre balordi – legati alla gang dei Los Aztecas – l’hanno soffocata e le hanno poi tagliato la mano sinistra. Volevano far credere che fosse la vittima fosse una ladra: invece l’hanno ammazzata dopo un litigio.



Guido Olimpio
13 gennaio 2011



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Masi: "Informazione, stop al monopolio di Rai3"

di Paolo Bracalini


Il direttore generale di viale Mazzini: "Grave errore lasciare l’approfondimento a una sola rete. Serve più pluralismo C’è anche il problema degli ospiti e dei servizi: in questa stagione abbiamo assistito a programmi troppo sbilanciati"



 

Roma - Mauro Masi, atto secondo. Il direttore generale Rai, dopo le polemiche che hanno investito la prima parte del suo mandato, per la seconda tranche della sua gestione non fa retromarcia ma anzi accelera. Il top manager di Viale Mazzini, per la prossima stagione (sono ancora da definire i palinsesti di quasi tutto il 2011), punta a cambiare radicalmente il volto delle tre reti generaliste Rai, soprattutto sul delicato fronte dell’informazione, da rivedere e riformulare sia nella collocazione («vorrei un programma d’informazione in prima serata su RaiUno») sia nei contenuti. «Dobbiamo dare un segnale di grande cambiamento» spiega il dg Rai. «Basta con la tripartizione rigida, che risale a 30 anni fa ed è ormai superata, fra una RaiUno votata all’intrattenimento delle famiglie, una RaiDue più giovanilistica e una RaiTre con il monopolio esclusivo dell’approfondimento dell’informazione e culturale. Questa divisione rigida non sta più né in cielo né in terra».

Direttore Masi, significa che vorrebbe più informazione su RaiUno e meno su RaiTre?
«Sì anche, ma non semplificherei in questo modo. Io penso a un grande salto di qualità dell’offerta Rai, anche in termini di pluralismo. Perché vede, il pluralismo di sostanza, non quello di forma, latita in Rai».

Ohibò, è quello che lamenta la sinistra.
«Al contrario, è evidente che in Rai l’approfondimento informativo lo fa in prevalenza la terza rete, che lo fa secondo i propri standard».

Tendenzialmente antiberlusconiani...
«Non entro nel merito politico ma penso sia un grave errore gestionale lasciare che l’approfondimento informativo sia di fatto detenuto solo da una rete. C’è un altro tema fondamentale, quello del pluralismo degli ospiti e dei servizi. Spesso in questa stagione abbiamo assistito a programmi bilanciati rispetto all’ospite politico ma totalmente sbilanciati su servizi ed esperti».

Vuol dire che intende anche aggiornare il tanto criticato «Codice Masi», quello che disciplina la presenza del pubblico nei programmi, intervenendo anche sull’imparzialità di servizi e opinionisti?
«Se si gira il mondo e si esce dall’ottica provinciale della vecchia Rai, si capisce che certi talk show che si vedono in Rai non esistono in nessun paese del mondo. Per questo dico che serve un grande sforzo, nell’interesse di tutti, per avere un’informazione più pluralistica. Faccio appello anche alle componenti più attente del centrosinistra. E poi, vede, credo fermamente che questa del cambiamento sia un’esigenza che i nostri direttori devono sentire come la sento io».

Quando non è successo, si è finiti in tribunale.
«La magistratura va rispettata e le sue sentenze applicate o semmai impugnate nelle sedi opportune. Detto questo, non posso non notare che la Rai si trova a competere in un mercato estremamente concorrenziale come quello della tv, con dei vincoli giuridici assolutamente pesantissimi, che di fatto stanno portando avanti un concetto anacronistico di inamovibilità che sta pregiudicando in maniera seria le capacità gestionali dell’azienda e che si risolve in un palese vantaggio per la nostra concorrenza...».

Insomma i giudici stanno facendo un favore alla Mediaset della famiglia Berlusconi.
«Io mi limito a dire che la Rai deve fare conti con sentenze totalmente incredibili di cui è difficile trovare precedenti in Italia o in altri Paesi occidentali, e che hanno un peso tale nella governance che si trasformano oggettivamente in un vantaggio per tutti i concorrenti».

Come va con il sindacato Usigrai, suo acerrimo nemico?
«Non c’è nessuna posizione apodittica sul sindacato da parte mia. Io sono sempre aperto al dialogo, ma solo con chi vuole affrontare i problemi strutturali della Rai, che per troppo tempo sono stati fatti marcire. Trovo difficile dialogare con chi invece combatte per difendere piccinerie di micro lobby di potere».

C’è anche la lobby degli sprechi Rai...
«Il recupero delle risorse è il tema più ampio del bilancio. Abbiamo imboccato una strada virtuosa ma certamente dura. L’azienda si è dotata di un Piano Industriale vero, che porterà la Rai ad un piccolo ma significativo avanzo di bilancio, già nel 2011 (per la prima volta dal 2005) compreso tra i 25 e 30 milioni di euro. Ho affrontato le spese ridondanti: ho bloccato tutte le carte aziendali, abbiamo tagliato in maniera feroce l’uso della macchine aziendali, i telefonini, ho chiesto sacrifici anche a direttori di rete e testata che sono in fibrillazione su questo...».

Ci dica una cosa che proprio non le va in questa Rai.
«C’è una cosa che non va assolutamente bene, lo dico con franchezza, ed è la qualità del nostro palinsesto in relazione al servizio pubblico. Dobbiamo fare tv di maggiore qualità. Anche se non è facile, perché Rai deve fare al tempo stesso servizio pubblico e mercato. Ed è un balance molto complesso».

Più cultura nella tv pubblica?
«Sì ma per cultura intendo anche i grandi spettacoli popolari. E per far questo credo serva un maggiore sforzo di produzione propria e d’autore».

Troppe produzioni esterne? Un taglio anche qui?
«Sicuramente, anche se a volte costa meno fare produrre all’esterno. Ma serve soprattutto qualità. Io mi adopererò perché la Rai si consolidi come la prima azienda culturale, in senso popolare, del nostro Paese».




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Il rogo di Primavalle: inchiesta 38 anni dopo "Tre persone indagate"

di Gian Marco Chiocci


Rogatoria in Nicaragua per Manlio Grillo che, con Achille Lollo, è stato condannato per la morte dei fratelli Mattei. I due, mai stati in carcere, hanno rilasciato dichiarazioni contraddittorie



 
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nostro inviato a Rio de Janeiro



Da Roma a Rio de Janeiro fino a Managua. Rimbalza come una biglia nel flipper la notizia della clamorosa riapertura dell’inchiesta sul rogo di Primavalle. Schizza impazzita dall’altra parte dell’Oceano nel giorno in cui il Giornale rivela che Achille Lollo, uno dei tre mostri di Potere Operaio condannati a 18 anni quali assassini «colposi» dei fratelli Mattei bruciati vivi il 16 aprile del 1973, è tornato a Roma libero da pendenze giudiziarie (mai scontato un giorno di galera, condanna prescritta) dopo una latitanza trentennale trascorsa soprattutto in Brasile.

La procura di Roma, che nell’ottobre scorso aveva archiviato il supplemento di inchiesta nato nel 2005 dalle dichiarazioni choc del condannato Lollo sulla compartecipazione all’agguato anche dei compagni Diana Perrone, Elisabetta Lecco e Paolo Gaeta (indagati e poi archiviati) ha messo sott’inchiesta nuovamente questi tre soggetti. Che risultano iscritti a modello 21 per il reato di strage, in concorso fra loro. E ciò alla luce di nuovi elementi top secret emersi nelle indagini e dagli accertamenti incrociati dopo il confronto fra le interviste rilasciate da Lollo con quelle del compare di Pot Op, Manlio Grillo (anche lui condannato per Primavalle al pari di Manlio Clavo) rifugiatosi in Nicaragua insieme al brigatista Alessio Casimirri col quale inaugurò il ristorante Magica Roma.

Latitanza dorata col placet dei sandinisti che diedero ospitalità a rifugiati rossi del calibro di Guglielmo Guglielmi, Tommaso Gino Liverani, Giovanni Lucchesi, Maurizio Leonelli, Angelo Vignolo, Almachiara D’Angelo, Enrico Castaldo, Daniela Dolce e molti altri. I magistrati romani hanno ripreso e sviluppato il fascicolo nato dalle dichiarazioni di Lollo (archiviato tre mesi fa) sulla base di quanto esternato in più interviste da Grillo, oggetto di specifica richiesta di rogatoria dei pubblici ministeri alle autorità di Managua. Nella prima intervista a Repubblica, del 17 febbraio 2005, l’ex katanga diventato maestro di diving a Managua smentiva l’amico Achille sostenendo che a partecipare materialmente all’attentato erano stati solo loro, che Lollo «aveva fantasie da borgataro», che dunque «i tre accusati da Lollo erano innocenti».

Di lì a poco, alla giornalista Solange Manfredi, Grillo fece ulteriori rivelazioni che in parte smentivano le sue frasi virgolettate precedentemente da Repubblica. Specie laddove escludeva il coinvolgimento di Paolo Gaeta e Diana Perrone, senza invece fare alcun riferimento a Elisabetta Lecco, quasi a voler lasciare intendere la fondatezza del coinvolgimento di quest’ultima nell’esecuzione dell’agguato con una tanica di benzina.

L’interesse dei pm per Manlio Grillo punta soprattutto a fare luce su determinati aspetti che l’ex Pot Op ha sollevato nelle sue confessioni. A cominciare dall’interrogatorio a caldo subìto in Svizzera da Oreste Scalzone, Valerio Morucci e Jaroslaw Novak interessati a capire come si erano svolti realmente i fatti di Primavalle. Per passare alle presunte raccomandazioni dell’avvocato Tommaso Mancini, attraverso suo fratello Enzo, sul profilo «negazionista» da tenere con i media rispetto all’uscita kamikaze di Lollo.

La necessità di sentire Manlio Grillo in qualità di testimone, con l’obbligo di dire la verità, nascerebbe dunque dalla necessità di appurare le sue reali conoscenze sull’eventuale coinvolgimento di Paolo Gaeta, Diana Perrone ed Elisabetta Lecco. E in subordine per cercar di capire, una volta per tutte, se l’azione di Primavalle fosse un’iniziativa sporadica e isolata oppure rientrasse in una precisa strategia criminale inserita nel contesto della lotta armata che un’organizzazione come quella di Potere Operaio (nella quale militava Morucci, futuro brigatista rosso) poteva aver realizzato in tandem con affiliati alla formazione militarista della stella a cinque punte.

Anche perché nella chiacchierata con la giornalista Solange il buon Grillo si lasciò andare a confidenze devastanti. Una su tutte. L’esistenza di un Grande Vecchio, burattinaio della lotta armata: «Altri due compagni, di cui uno è il capo effettivamente, a te lo dico, che è quello che ci ha detto “Fate sto nucleo e poi vediamo”, capisci? Quello è uno grosso, quello sta fuori. Si è salvato pure da tutte ’ste cose delle Brigate Rosse. Non ho mai capito, nessuno l’ha mai saputo, il nome di questo. È uno potente adesso - continua Grillo - già allora era potente a livello politico, potente ai livelli di Br e caso Moro. Duemila persone in galera e di lui? Da nessuno è mai stato fatto il nome suo». Anche di questo la procura di Roma vuol chiedergli conto.



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Bankitalia, nuovo record del debito pubblico: 1.869,924 miliardi euro

Quotidiano.net


Valore in crescita rispetto a 1.867,384 miliardi di ottobre, mese in cui era stato registrato il precedente primato in valore assoluto. Le entrate tributarie a novembre sono salite a 32,454 mld in aumento rispetto a ottobre


Roma, 13 gennaio 2011 - Il debito pubblico italiano ha stabilito un nuovo record: a novembre ha toccato quota 1.869,924 miliardi euro, in crescita rispetto a 1.867,384 miliardi di ottobre, mese in cui era stato registrato il precedente record in valore assoluto. A novembre 2009, fu pari a 1.786,744 mld. Lo comunica la Banca d’Italia.

Le entrate tributarie a novembre sono salite a 32,454 mld in aumento rispetto a ottobre quando furono di 28,230 mld. Lo rileva Bankitalia nel supplemento al bollettino statistico.




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