mercoledì 12 gennaio 2011

Mirafiori, Vendola ai cancelli Contestato dai sindacati autonomi

Corriere della sera

Sindacalisti della Fismic mostrano pagine de Il Giornale col titolo «Sorpresa, Vendola a Bari fa il Marchionne»


TORINO - Dura contestazione della Fismic davanti alla porta 2 di Mirafiori contro il governatore della Puglia, Nichi Vendola. I sindacalisti della Fismic, l'organizzazione sindacale autonoma che rappresenta i lavoratori dipendenti dell'industria e dei servizi, i pensionati, i disoccupati ed i precari, tra loro il leader Roberto Di Maulo, hanno mostrato polemicamente una copia della pagina de Il Giornale con il titolo «Sorpresa, Vendola a Bari fa il Marchionne». Dapprima alcuni aderenti a questo sindacato hanno urlato davanti a fotografi e telecamere, intimando a Vendola di andarsene, «perché il comunismo è finito». Poi hanno mostrato fotocopie di un articolo de Il Giornale critico nei confronti del leader di Sel. Questa decina di attivisti è stata fronteggiata da altrettanti sostenitori di Vendola e tra i due schieramenti sono volati insulti, minacce e qualche sputo.

COSA È ACCADUTO - Mentre il leader nazionale di Sinistra e Libertà parlava circondato da una folla di telecamere e giornalisti, davanti ai cancelli è stata sfiorata la rissa tra alcuni operai e delegati dei sindacati del Sì e del No al referendum. «Siete dei servi, dei consulenti dei padroni», gridavano alcuni militanti della Fiom ai rappresentanti della Uilm, mentre stavano entrando in fabbrica. «Noi siamo della Fiat di Grugliasco - ha spiegato un lavoratore - e non vogliono farci partecipare al referendum, anche se in busta paga c'è scritto che lavoriamo alle carrozzerie. Tutto questo perché da noi il 90% è della Fiom». «Io sono dei Cobas - ha aggiunto un altro, tra le grida e gli spintoni degli operai - mia moglie lavora a momenti per via della cassa integrazione ed ho un figlio di 8 anni spiegatemi voi come si fa a votare sì». Poi mentre Nichi Vendola si dirigeva all'ingresso della porta 2, è stato contestato da una schiera di delegati Fismic. La contestazione ha provocato un duro scambio di battute tra sostenitori e oppositori del piano di rilancio dello stabilimento torinese e sono volate anche parole grosse e insulti. Ora davanti ai cancelli ha fatto la sua comparsa uno squalo di gomma sorretto da un ritrattista con a fianco un cartello «Votate sì, così la mia crisi la pagherete voi tutti».



IL GOVERNATORE - «Credo che abbiano litigato con gli altri delegati, non ho avuto alcuna contestazione, non li ho incontrati proprio», ha commentato il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ai momenti di tensione che si sono verificati al suo arrivo ai cancelli della Fiat Mirafiori. «Poverini - ha aggiunto Vendola - hanno preso l'articolo de Il Giornale della famiglia Berlusconi, ma il Giornale arriva con molto ritardo perchè - ha concluso - i giornali pugliesi sono pieni dell'accordo strategico tra il Presidente della Regione Puglia con Cgil, Cisl e Uil sulle questioni fondamentali del lavoro e dei diritti sociali». Vendola poi ha replicato a Massimo D'Alema che aveva criticato la sua decisione di essere a Mirafiori. «Qualcuno del Pd - ha aggiunto Vendola - è molto più pronto a bacchettare me che gli altri. Non so perché venire davanti ai cancelli di Mirafiori sia così sbagliato, penso che sia più sbagliato non venire qui».

UNA PORCATA - A chi gli chiedeva, a 24 ore dal referendum se fosse un operaio cosa voterebbe, Vendola ha risposto: «Sarebbe sgradevole una risposta in ogni caso. Noi non siamo qui per orientare i lavoratori. Bisogna avere rispetto di loro comunque votino». Ed ancora «bisogna mettersi nei panni di chi guadagna 1.000-1.300 euro al mese, di chi magari ha tre figli, di chi si alza alle 4 alla mattina». Per Vendola quindi «un referendum come questo è una porcata perché significa votare tra la sopravvivenza e l'essere buttati per strada. Se ti chiedono di scegliere tra cadere per terra con il paracadute oppure senza, è chiaro che scegli di cadere con il paracadute».

Redazione online
12 gennaio 2011

Un vetro più duro dell'acciaio: si piega ma non si spezza

Corriere della sera


La scoperta è dei ricercatori di Berkeley e del California Institute of Technology


Ha una resistenza superiore a qualsiasi altro materiale





MILANO - I ricercatori del Lawrence Berkeley National Laboratory del dipartimento dell'Energia americano e del California Institute of Technology hanno messo a punto un nuovo tipo di vetro costituito da una microlega metallica di palladio con fosforo, silicio, germanio e argento che ha dimostrato una resistenza agli impatti superiore a ogni altro tipo di materiale conosciuto.

SI PIEGA MA NON SI SPEZZA – Il segreto del successo di questo cocktail sta nel rendere il vetro plastico e dunque in grado di reagire agli stress piegandosi, senza spezzarsi. Infatti il vetro è particolarmente soggetto a scheggiarsi, mentre nei metalli la struttura cristallina impedisce la propagazione delle crepe. Secondo Robert Ritchie, ricercatore che ha guidato il progetto, grazie agli sviluppi futuri il vetro metallico conoscerà nuove migliorie e già ora l’aggiunta dell’argento alla microlega ne ha aumentato significativamente le prestazioni e soprattutto ha permesso di realizzare lastre di vetro con uno spessore maggiore. I cinque elementi sono dunque tutti indispensabili, come sottolinea Ritchie, ma è soprattutto il palladio a regalare al nuovo vetro la resistenza che gli mancava, grazie a un elevato rapporto di rigidità che contrasta e compensa l’estrema fragilità dei materiali vetrosi. Inoltre il palladio (sostanza simile all'argento, che talvolta lo sostituisce come elemento in traccia contenuto in alcuni minerali come la calcopirite) nella lavorazione a freddo aumenta ulteriormente la resistenza e la durezza.

POSSIBILI APPLICAZIONI - Per il momento la nuova composizione è ancora in fase di sperimentazione, ma è probabile che in futuro sarà utilizzata anche per l’elettronica di consumo. Duro, resistente e molto tollerante ai danni: il nuovo vetro del Lawrence Berkeley National Laboratory potrebbe presto mandare in pensione il Gorilla Glass, lo schermo resistente a urti e graffi recentemente adottato da Apple.

Emanuela Di Pasqua
12 gennaio 2011



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Afghanistan, nel 2007 missili iraniani puntati contro obiettivi italiani

Corriere della sera


Alcuni gruppi talebani operano sotto direttive emanate da Teheran, che aveva anche dispiegato truppe al confine


ROMA - I missili dell'Iran erano puntati nel 2007 contro obiettivi nelle province afghane di Herat e Farah sotto comando italiano. Tra i "bersagli" anche il Prt di Farah, gestito dagli americani: lo si legge in alcuni dei 15.000 file militari Usa sull'Afghanistan ottenuti da Wikileaks, rimasti inediti ed esaminati ora dall'Ansa. Dai dispacci americani emerge anche che alcuni gruppi talebani «operano sotto direttive emanate dal governo iraniano», con Teheran che aveva «dispiegato truppe al confine» per offrire supporto agli insorti.

ATTACCHI TALEBANI - Gruppi talebani finanziati e armati dall'Iran nell'estate del 2009 lanciavano razzi contro la base italiana di Camp Arena «per dimostrare il proprio attivismo» a Teheran. Nella Repubblica islamica gli insorti venivano poi addestrati all'uso dei micidiali Ied, gli ordigni artigianali, forniti dall'Iran stesso, sempre secondo i file americani diffusi dal sito di Julian Assange.

12 gennaio 2011




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Tunisia in fiamme: 5 morti nella capitale e 5 nel Sud. Aggredita la troupe del Tg3

Corriere della sera

Il governo rimuove il ministro dell'Interno e libera i manifestanti. La polizia attacca il sindacato: 3 feriti


Mattinata rosso sangue in Tunisia. Cinque sarebbero i morti a Tunisi e altri cinque a Douz, nel sud, a pochi chilometri dal confine con la Libia. Secondo Al Jazira tra le cinque vittime di Tunisi ci sarebbe un professore universitario. L'Esercito, riferisce ancora l'emittente satellitare, è dispiegato in varie zone del Paese ma non partecipa agli scontri. Quello che rilevano le cronache è il diario di un incendio che divampa per tutto il Paese nord-africano, esplodendo con sempre maggiore violenza.



FIAMME - Secondo i siti dell'opposizione tunisina su internet, si sarebbero registrati scontri anche a Sfax, dove diverse persone sono rimaste ferite in seguito all'intervento della polizia per un incendio appiccato dai manifestanti alla sede locale del partito di governo. Fiamme a Tozeur. Nella città turistica alle porte del Sahara, è stato incendiato il palazzo del Tribunale. Lo ha annunciato, nel corso di un'edizione straordinaria, Tunis7, la televisione di stato tunisina. La protesta popolare che da alcune settimane attraversa il Paese nord-africano si fa sempre più bruciante. Nel clima bollente coinvolta anche la troupe del Tg3, aggredita a Tunisi da alcuni manifestanti, mentre stava documentando le proteste in corso nel centro della città. «I colleghi erano scesi in piazza - spiegano dalla redazione del Tg3 - per seguire una delle manifestazioni, disperse poi dalla polizia con il lancio di lacrimogeni, quando sono stati aggrediti da un gruppo di persone non in divisa. Claudio Rubino è stato colpito e gli è stata strappata la telecamera, Maria Cuffaro è stata spinta a terra, ma entrambi sono riusciti a tornare in albergo».

L'ESERCITO PRESIDIA LA TV DI STATO - Violenze si sono registrate nel centro di Tunisi dove la polizia ha lanciato di gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Secondo l'emittente satellitare Al Jazira l'esercito presidia la sede della televisione di stato, il Consiglio dei ministri e la strada principale della città intitolata a Habib Burghiba. Il presidente Ben Ali, riferisce ancora Al Jazira, ha convocato per giovedì pomeriggio il Parlamento per discutere della situazione. Intanto si susseguono su internet voci non confermate di un possibile golpe militare in Tunisia in seguito al rifiuto dell'esercito di eseguire gli ordini del presidente Ben Ali di disperdere i manifestanti. È quanto scrive il sito del quotidiano egiziano El Wafd, il quale riferisce anche di altre voci secondo le quali la moglie del presidente tunisino sarebbe fuggita negli Emirati Arabi con le figlie per paura di un colpo di stato. Di colpo di stato parla anche un blogger tunisino secondo il quale ci sarebbe anche un incendio nella sede del parlamento e del ministero egli interni a Tunisi.

MINISTRI E MILITARI RIMOSSI - Quanto sta avvenendo in Tunisia in questi giorni è un testa a testa continue e violento tra il governo e il «popolo» che manifesta chiedendo il «risveglio» della Tunisia. Il presidente tunisino, Zin el-Abidin Ben Ali, ha rimosso dall'incarico il ministro dell'Interno, Rafiq al-Hajj. Secondo quanto riferisce la tv araba al-Jazeera, è stato nominato al suo posto Ahmad Faria. Inoltre, le autorità tunisine hanno deciso di formare una commissione d'inchiesta sulla corruzione nel Paese e hanno scarcerato le persone arrestate durante le manifestazioni dei giorni scorsi. Se questi atti del governo potevano sembrare tentativi del governo di dare segnali di distensione, quanto accade nei Palazzi e nelle strade non basta per sedare l'indignazione e la rabbia della gente.




NUOVI ARRESTI - A Tunisi, la polizia ha avviato un'operazione contro la sede del sindacato generale dei lavoratori di Tunisi. Secondo quanto riferisce la tv satellitare al-Arabiya, i poliziotti hanno circondato la sede sindacale per arrestare le persone asserragliate all'interno. Negli scontri in corso si registrano tre sindacalisti feriti. Nel frattempo l'appena eletto ministro dell'Interno, Ahmad Faria, ha ordinato l'arresto di un ex detenuto politico scarcerato nel 2002, in prima linea nella rivolta dei disoccupati tunisini. Secondo quanto riporta il sito al-Hiwar.net, vicino all'opposizione tunisina, la polizia ha prelevato dalla sua abitazione Hama al-Hamami, noto come portavoce del Partito Comunista del Lavoro, fuori legge in Tunisia. Con lui è stato arrestato anche il suo avvocato, che si trovava in casa in quel momento. Al-Hamami era stato scarcerato nel 2002. Si era consegnato l'anno prima alle forze di polizia, dopo tre anni di latitanza seguiti a una condanna a nove anni di reclusione per la formazione di un partito fuori legge. Nei giorni scorsi aveva pubblicato sul web diversi interventi video critici nei confronti del governo e a sostegno della rivolta dei disoccupati tunisini.

DISUBBIDIENTI - Rimosso anche il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Rashid Ammar, perché si sarebbe rifiutato di usare il pugno di ferro contro i manifestanti scesi in piazza nel corso delle ultime settimane per protestare contro la disoccupazione e il carovita. Secondo quanto riporta il sito informativo tunisino al-Hiwar.net, fonti bene informate sostengono che il generale, nominato propri p da Ben Ali alla guida dell'esercito, sarebbe stato silurato perché si sarebbe rifiutato di eseguire un ordine in occasione di una manifestazione che si è tenuta nei giorni scorsi a Cartagine, città dove risiede il presidente. «Ben Ali gli ha ordinato di aprire il fuoco sui manifestanti o di rinunciare all'incarico di capo di stato maggiore e il generale ha scelto la seconda opzione», rivela la fonte. Sempre secondo il sito, le cui notizie non trovano conferme ufficiali, l'ufficiale si sarebbe più volte rifiutato di ordinare ai suoi uomini di usare la forza contro i manifestanti e questo avrebbe spinto il presidente tunisino a rimuoverlo dal suo incarico e a scegliere al suo posto il generale Ahmad Shabir, attuale capo dei servizi segreti militari. Il sito parla anche di casi di ammutinamento da parte di reparti della polizia che sarebbero stati costretti a caricare la folla su pressioni dell'esercito.


NEI QUARTIERI - Camion carichi di soldati e autoblindo, la mattinata di mercoledì è comunque cominciata con strade e incroci strategici di Tunisi presidiati dall'esercito. Particolarmente elevata la concentrazione di militari agli ingressi di Citè Ettadhamen, il sobborgo alla periferia occidentale di Tunisi teatro principale dei tumulti notturni. Truppe anche davanti all'ambasciata di Francia e nel cuore della capitale. Dall'inizio della rivolta popolare, scatenata dall'aumento dei prezzi del pane e alimentata dallo scontento per il forte tasso di disoccupazione, è la prima volta in cui le autorità fanno ricorso direttamente all'Esercito, schierandolo a Tunisi. Controlli strettissimi sono stati intrapresi nei dintorni delle sedi ministeriali e degli altri principali edifici pubblici; vietati raduni e manifestazioni, chiusi bar, ristoranti e anche numerosi negozi, specie in centro.

Redazione Online
12 gennaio 2011

Clamorosa sentenza sul testamento biologico: tutore può fermare cure

di Redazione



Decisione choc del tribunale di Firenze che accoglie il ricorso di un settantenne in perfetta salute. Una sorta di tutore legale può impedire ai medici di procedere con la rianimazione o l'alimentazione e l'idratazione artificiale



 
Firenze - Un "amministratore di sostegno", una sorta di tutore legale a cui viene affidato un compito preciso in caso di perdita di coscienza, può a norma di legge impedire ai medici di procedere con la rianimazione o anche con alimentazione e idratazione artificiale. A stabilirlo è stato il tribunale di Firenze accogliendo il ricorso di un settantenne in perfetta salute.

Lo strappo del tribunale "Da oggi - sottolinea l’avvocato Sibilla Santoni - chiunque può nominare un amministratore di sostegno, che naturalmente può essere anche un fratello o una moglie, perché eviti, nel caso malaugurato di un incidente, che si effettuino interventi sanitari sul nostro corpo contro la nostra volontà". Insomma, il tribunale dice sì al testamento biologico. E lo fa evidenziando che "la libertà di scegliere a quali trattamenti sanitari essere sottoposti è garantita da numerose norme costituzionali e che eventuali leggi che non rispettassero tali norme sarebbero a prima vista incostituzionali, oltre che non democratiche".

Un "appiglio" nel codice civile Lo strumento per garantire la libertà di scelta è fornito dalla legge sull’amministrazione di sostegno, l’articolo 408 del codice civile del 2004, che prevede l’istituzione di questa figura con compiti predeterminati e riconosciuti dal giudice. "Una figura - confessa Santoni - pensata dal legislatore per questioni prevalentemente economiche, ma che con questo ricorso abbiamo fatto diventare una sorta di 'tutore', come era peraltro il papà di Eluana, ma con un compito già in anticipo riconosciuto dal giudice".

I compiti del tutore legale Se il cittadino perdesse la facoltà di comunicare o la coscienza, l’amministratore può presentarsi dai medici con l’ordinanza del giudice e chiedere di sospendere tutti i trattamenti che il cittadino ha in precedenza escluso. In questo caso specifico, il giudice Palazzo autorizza l’amministratore di sostegno, "sempre qualora il richiedente non abbia nel frattempo cambiato idea", a impedire che i medici effettuino rianimazione cardiopolmonare, dialisi, ventilazione e alimentazione forzata e artificiale, mentre autorizza le cure palliative, compresi gli oppiacei, atte a lenire il dolore del paziente anche se ciò significasse una riduzione dell’aspettativa di vita. "E' un precedente importante - ribadisce Santoni - anche perchè il ministero ha chiarito che i Comuni non possono accogliere i registri con i testamenti biologici, e la legge ancora è ferma in Parlamento. Con questo escamotage ai cittadini è riconosciuto il diritto della libera scelta".




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Clemè, useremo con te le armi delle Br» Mastella, ancora minacce

Corriere del Mezzogiorno


E sulla sede Uil a Napoli spunta una stella a 5 punte



NAPOLI - Una stella a cinque punte vergata con lo spray sulla sede della Uil di Napoli. E poco prima a Mastella perviene una nuova lettera di minacce in cui si fa riferimento ai metodi delle Br per far fuori i nemici. Nel 2011 aleggia ancora il fantasma dei terroristi rossi sulle vicende campane: la Uil per il caso Pomigliano e l'eurodeputato addirittura per interposta persona, dato che nel mirino degli autori delle aggressioni c'è l'assessore regionale al Lavoro, Severino Nappi.



A CEPPALONI - Partiamo da Mastella che ha ricevuto una lettera di minacce, con proiettile, nel suo domicilio di Ceppaloni (Benevento). Anche se priva di firma, la matrice è chiara: frange isolate dei senzalavoro organizzati napoletani, che lunedì scorso a Napoli accerchiarono l'ex ministro in strada, minacciandolo. L'inquietante missiva, come riferisce il Velino, è stata trovata nella cassetta postale dell'abitazione. Nel testo, scritto in napoletano, si legge: «Dobbiamo agire, Pasc' nunn è luntana (Pasqua non è lontana). Pochi giorni fa a Napoli te gghiuta bbon (ti è andata bene) ma la prossima volta non sbaglieremo anche perché non useremo le mani?».

Il riferimento è all'aggressione subita dall'ex ministro della Giustizia, lunedì a ridosso di piazzetta Nilo, nel centro storico del capoluogo campano, dove due gruppi di senza lavoro hanno accerchiato Mastella minacciandolo di ripercussioni se non avesse convinto l'assessore regionale al Lavoro Severino Nappi (anche lui aggredito poche ore prima) a ripristinare i finanziamenti per i disoccupati. La missiva minatoria è molto esplicita: «Vedi questo pisellino» cioè il proiettile allegato nella busta «lo usavano le Br e non sbagliavano mai. Noi proveremo a fare ancora meglio. No a sindaco di Napoli, muori nella tua terra, Pasqua non è lontana». La chiosa della lettera interamente scritta in dialetto napoletano è «Statt accort Clemè (Stai attento Clemente)». Nell'abitazione di Ceppaloni di Clemente e Sandra Mastella si sono recati gli agenti della Polizia che hanno preso in consegna il plico e il proiettile.


«SERVI DEI PADRONI» - Una stella a 5 punte e la scritta "Servi dei padroni": questa la brutta sorpresa che questa mattina hanno trovato i dipendenti della Uil Campania, al loro arrivo nella sede regionale all'interno del porto di Napoli. Sul posto è immediatamente giunta la Digos, che sta effettuando i rilievi del caso. Preoccupato Giuseppe Ferrara, della segretaria regionale della Uil Campania: «È la seconda volta - spiega - che accade nel giro di un mese. Lo scorso dicembre, nel periodo delle manifestazioni studentesche, avevamo trovato un'analoga scritta, e pensammo ad una bravata. Il fatto che si sia ripetuto oggi è certamente preoccupante». Il clima sociale infatti non è dei più sereni: «Lasciamo agli investigatori le indagini e gli accertamenti - aggiunge Ferrara - ma è chiaro che la Uil e la Uilm sono state protagoniste delle vicende di Pomigliano e Mirafiori. E' un episodio da non enfatizzare ma certamente da non sottovalutare. C'è preoccupazione».


Alessandro Chetta
Carlo Tarallo
12 gennaio 2011




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Dall'Fbi alla Questura il poliziotto negoziatore

Il Tempo


Le regole: parlare, dare speranza e a volte anche cibo. Clemente: ecco come si tratta con assassini e sequestratori.


Il dirigente dell'ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico Raffaele Clemente


Il ragazzino killer di 15 anni, piostola in pugno, chiuso in casa all'Esquilino dopo aver sparato a madre e padre. Il cecchino ex ufficiale dell'Esercito, tiratore scelto, Rambo armato fino ai denti asserragliato nel suo appartamento di Guidonia dopo aver ucciso due persone e ferite altre otto che erano in strada. E ancora. Il tizio barricato nell'agenzia di scommesse Snai a Porta Furba col direttore in ostaggio. Sono casi estremi accaduti davvero che hanno tenuto Roma col fiato sospeso. Situazioni rare e maledette in cui un investigatore deve saper trattare col diavolo cercando di tirarne fuori acqua santa.

La missione è affidata a una figura che cammina sulla linea di confine tra follia e ragione, avendo come interlocutore chi in quel momento ha perso il lume precipitando in una dimensione cupa in cui non vede ritorno. È il «negoziatore». Soggetto che dalla cronaca è sconfinato nello spettacolo, ispirando film e letteratura. Nella Questura di Roma ha un nome e cognome. Si chiama Raffaele Clemente, dirigente dell'Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico. Lui stempera il protagonismo e dice che «tutti i giorni ogni operatore delle forze dell'ordine si trova a negoziare, è mediatore di tensioni sociali».

Sulla carta però Clemente ha fatto qualcosa in più. Quand'era all'Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni e le operazioni speciali) ha avuto a che fare con l'Fbi statunitense, coi manuali del «negoziatore». «In quegli anni - ricorda - c'erano il terrorismo e i sequestri di persona da parte di estremisti palestinesi». Oggi lo scenario è meno internazionale e più metropolitano. Con protagonisti del crimine come i due rapinatori dell'altro ieri che sono entrati in banca a piazzale delle Province è hanno tenuto in ostaggio una decina di persone.

«Le parole magiche - spiega il dirigente - sono dialogo e speranza. Chi commette gesti estremi si sente in un vicolo cieco. Senza più legami e futuro. Chi negozia invece deve riportarlo coi piedi per terra, dargli la speranza reale che un giorno possa tornare a casa e ancorare la sua mente all'immagine che dalle sue azioni dipendono lo stato d'animo e le sorti di altri che lui conosce. Per esempio, col quidicenne parricida dell'Esquilino feci sedere accanto a me sua zia. Gli dicemmo che non aveva ucciso ma solo ferito i genitori, la donna lo rimproverò e lui mollò la pistola. Per questo - continua - è assai importante aprire un canale di dialogo.

Un assassino però è diverso da un disagiato mentale. Le parole che si usano con l'uno non valgono per l'altro. Dialogare col soggetto vuol dire soprattutto prendere tempo, acquisire informazioni da chi lo conosce o lo ha in cura. Sapere la sua situazione familiare e di lavoro. Inoltre il negoziatore - prosegue - non deve avere l'autorità per venire incontro alle richieste del soggetto. Ma deve ascoltare, chiedere e riferire. In certi casi - rivela Clemente - anche il cibo può avere la sua parte. Un sequestratore è su di giri, sottoposto a forte stress. Mangiando il suo organismo stimola la produzione di endorfine che riducono la tensione». Ma c'è anche il killer «terminator». «Chi conosce il ruolo del negoziatore - spiega - è pronto a ucciderlo. È quello che poteva accadere a Guidonia con l'ex ufficiale dell'Esercito». In quel caso Clemente aveva già dato ordine ai Nocs di sparare.


Fabio Di Chio
12/01/2011




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Rapina ufficio postale, ignorando che dispone solo di moneta elettronica

Corriere del Mezzogiorno


Mugnano, lo «sfortunato» malvivente non si è reso conto che un cartello recitava: «Qui non c'è contante»



NAPOLI – Si è coperto parzialmente il viso con una sciarpa ed è entrato armato di pistola all’interno di un ufficio postale di Mugnano, in provincia di Napoli. La scarsa visibilità dovuta alla copertura di parte del viso ha probabilmente impedito al rapinatore di leggere la scritta «qui non circolano contanti» posta all’ingresso dell’ufficio; trattandosi di una delle due sedi di Poste italiane nel Napoletano (l’ altra è a Frattamaggiore) dove le operazioni di cassa avvengono solo con moneta elettronica. Sta di fatto che il rapinatore una volta all’ interno dell’edificio ha intimato dietro la minaccia delle armi di farsi consegnare i soldi. Un impiegato ha però fatto notare al malvivente che in quell’ufficio non sono previsti pagamenti cash e, dopo un attimo di indecisione il rapinatore ha fatto marcia indietro e si è dileguato. Paura, sorpresa e qualche sorriso tra le persone presenti in quel momento nell’Ufficio.



IL PRECEDENTE - Qualche mese fa, nel novembre scorso, sempre a Mugnano e sempre nello stesso ufficio postale, i ladri intorno alle 3 di notte portarono via il postamat per il pagamento delle utenze. All’ interno della macchinetta però non vi erano contanti in quanto anche in quel caso i ladri non si erano avveduti che il meccanismo era sprovvisto di cassa. Su entrambi gli episodi indagano i carabinieri.



Francesco Parrella
11 gennaio 2011




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I piloti intimoriti da Kaczinsky prima del disastro aereo

Corriere della sera


L'incidente durante l'atterraggio. La torre di controllo aveva avvertito del pericolo



MOSCA - Il presidente polacco, Lech Kaczynski, e i suoi collaboratori esercitarono «pressioni psicologiche» perché i piloti ignorassero le raccomandazioni della torre di controllo russa e tentassero l'atterraggio a Smolensk nonostante la nebbia.

L'INCHIESTA DI MOSCA - È questa la conclusione dell'inchiesta di Mosca sull'incidente aereo del 10 aprile scorso nel sud della Russia, che indica negli errori di un equipaggio inesperto la causa dello schianto del Tupolev-154 in cui morirono 96 persone. Nel rapporto consegnato al governo polacco si sostiene che «la prevedibile reazione negativa del passeggero principale» a un eventuale cambio di aeroporto «creò una pressione psicologica sull'equipaggio e influenzò la decisione di procedere all'atterraggio quali che fossero le condizioni meteorologiche».

A questo si aggiungono «sostanziali lacune nell'addestramento dell'equipaggio, nella preparazione del volo e nella scelta di un aeroporto alternativo». I risultati dell'inchiesta sono stati illustrati in una conferenza stampa dal capo del Comitato interstatale russo per l'aviazione (Iac), Tatiana Anodina. La Anodina ha confermato «la presenza nella cabina di pilotaggio del comandante dell'aeronautica militare e del capo del protocollo», presenza che contribuì a creare pressione sui piloti. Nel sangue del generale dell'aeronautica, tra l'altro, è stata riscontrata la presenza di alcol. Nel rapporti si sottolinea che durante il volo di Stato l'equipaggio «fu ripetutamente informato della mancanza di condizioni adeguate per l'atterraggio dall'aeroporto Severny di Smolensk e dal pilota di uno Yak40 che era precedentemente atterrato». «Malgrado ciò», ha affermato la Anodina, «l'equipaggio del Tu-154 non volle atterrare in un aeroporto alternativo e questo fu l'inizio di una situazione critica durante il volo».



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La Consulta boccia i referendum elettorali

Corriere della sera

Quesiti inammissibili. È scontro tra Di Pietro e Quirinale. L'ex pm: favore al Colle. Napolitano: volgari insinuazioni



Il Palazzo della ConsultaIl Palazzo della Consulta

MILANO - L'atteso no della Consulta sul referendum elettorale è arrivato. La Corte Costituzionale ha bocciato i quesiti proposti dai promotori referendari guidati da Antonio Di Pietro e Arturo Parisi ritenendoli inammissibili. Il primo quesito chiedeva l'abrogazione totale del 'Porcellum' mentre il secondo interveniva puntualmente per chiedere l'abrogazione delle novità introdotte da questa legge alla legge elettorale precedente, il 'Mattarellum'.

LA DECISIONE - L'orientamento della Consulta era già noto alla vigilia. Erano infatti circolate indiscrezioni a proposito dei dubbi dei costituzionalisti sull'inapplicabilità dello strumento referendario alle questioni elettorali. Il primo quesito veniva giudicato non praticabile perché lascerebbe formalmente sprovvisto l'ordinamento di una legge elettorale. Il secondo, che interveniva non sull'impianto complessivo del «Porcellum», ma su alcune sue singole norme, veniva giudicato di difficile ammissibilità soprattutto per quanto concerne il nodo del premio di maggioranza.


IRA DI DI PIETRO - «L'Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l'olio di ricino». È una reazione furiosa quella di Antonio Di Pietro, presidente dell'Idv. Si scaglia conto la Consulta, ma anche contro le massime cariche dello Stato: «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime».



IL COLLE REAGISCE - Le parole del leader Idv fanno un certo rumore, anche al Colle. Da cui filtrano alcuni commenti: «Parlare della sentenza odierna della Corte Costituzionale come di una scelta adottata per fare un piacere al Capo dello Stato è una insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale».


La vicenda



I QUESITI


Il Mattarellum e l’abrogazione del Porcellum

Il primo quesito referendario chiede l’abrogazione della legge del 2005, il cosiddetto «Porcellum»— che modificò le precedenti norme elettorali per Camera e Senato con un ritorno al proporzionale con soglie di sbarramento e liste bloccate— in favore del Mattarellum, ovvero di un sistema maggioritario. Il secondo quesito, invece, prevede interventi mirati solo sul Porcellum, chiedendo l’abrogazione di parti della legge


LE IPOTESI


Sì ai due quesiti o via libera solo al secondo

Il referendum punta insomma a ripristinare un sistema che elegge il 75% dei parlamentari con l’uninominale maggioritario e il 25% con il sistema proporzionale. Se la Consulta desse il via libera a entrambi i quesiti, gli elettori sarebbero chiamati a votare tra il 15 aprile e il 15 giugno. È possibile anche un sì solo al secondo quesito. Il primo, infatti, avrebbe l’effetto di «resuscitare» il Mattarellum, cosa che si scontra con il carattere abrogativo dell’istituto referendario



IN CASO DI «NO»


I partiti e il patto in Parlamento

Se la Corte costituzionale dovesse bocciare entrambi i quesiti, sarebbe possibile un accordo tra Pdl, Pd e Terzo polo per cambiare in Parlamento la legge elettorale. Alle ipotetiche aperture delle forze politiche, però, che comunque non concordano su quale possa essere il sistema elettorale migliore, fanno da contraltare le durissime critiche di Lega e Italia dei valori, che denunciano intese sotterranee e promettono di vigilare



Referendum, «Porcellum» e «Mattarellum»


Confronto tra il sistema elettorale attualmente in vigore e quello in essere fino al 2006




MILANO - La non ammissibilità dei quesiti referendari decisa dalla Consulta ha come conseguenza il mantenimento dell'attuale legge elettorale. Il Parlamento potrà varare una nuova legge, tenendo conto dell'alto numero di firme raccolte a sostegno della proposta referendaria. Qualora ciò non avvenisse, anche le prossime elezioni avranno luogo con il cosiddetto «Porcellum». Se i referendum fossero stati ritenuti ammissibili e se al voto avessero poi prevalso i sì, secondo molti sarebbe tornato in vigore il vecchio «Mattarellum». Ecco le differenze tra i due sistemi.

IL «PORCELLUM» - E' l'attuale legge elettorale. Approvata nel 2006 poco prima delle elezioni politiche, ha sostituito il vecchio «Mattarellum» (dal nome di Sergio Mattarella, che ai tempi dell'approvazione era deputato del ppi e relatore del provvedimento) introducendo un sistema proporzionale, con soglie di sbarramento e liste bloccate. L'elettore, in pratica, vota esclusivamente per il partito. Il risultato determina il numero di seggi conquistati da ogni forza politica.

Deputati e senatori vengono abbinati ai seggi conquistati in base alla posizione del loro nome nella lista bloccata (l'elettore non può cioè esprimere una preferenza, come avviene invece per l'elezione del consiglio comunale, per i consigli regionali o per le elezioni europee). Sostanzialmente, l'elezione dipende solo dalla posizione in lista: se il nome è tra i primi le possibilità di accedere al Parlamento sono maggiori. Per la sola elezione della Camera è previsto anche un premio di maggioranza. Il nome «porcellum» deriva da una dichiarazione dell'allora ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli, che in un periodo successivo all'approvazione della legge da lui stesso promossa ebbe a definirla una «porcata».



IL «MATTARELLUM» - E' il sistema elettorale rimasto in vigore fino al 2006. Si tratta di un sistema ibrido, maggioritario ma con quota proporzionale, approvato dopo il referendum del 1993 che sancì la volontà degli italiani di passare dal proporzionale puro (rimasto in vigore per tutta la cosiddetta prima Repubblica, dal 1946 al 2003) al maggioritario. I tre quarti dei parlamentari erano eletti a turno unico con un sistema maggioritario a collegi (ogni forza politica presentava un solo candidato e tra tutti risultava eletto quello più votato) e il restante 25% con il sistema proporzionale alla Camera - con soglia di sbarramento al 4% - e con il recupero dei più votati tra i non eletti nei collegi al Senato.



Al. S.
12 gennaio 2012 | 13:31




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Camorra, così la gente di Posillipo spiava i magistrati

Il Mattino



iovedì 12 Gennaio 2012 - 10:17    Ultimo aggiornamento: 12:23





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Francia, nuova pubblicità Ikea

Corriere della sera

Allestito un appartamento in stazione


La passione di Tonino per i fondi di Intesa

di -

L'inchiesta su conti e proprietà dei partiti: Di Pietro ha messo a reddito cinque milioni, molti dei quali nell'ex istituto del superministro Passera


Chissà cosa ne penserà il senatore dell’Idv Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef e grande accusatore degli istituti bancari. Il parlamentare dipietrista ha anche scritto un bel libro, Bankster (il cui sottotitolo recita: «Molto peggio di Al Capone, i vampiri di Wall Street e Piazza Affari», «Le banche sono il potere più grande e più impunito del nostro tempo»...), per denunciare gli inganni delle alchimie bancarie, degli strumenti finanziari sempre più complessi e spesso fraudolenti messi in piedi dagli istituti di credito.






La prefazione è addirittura del presidente del partito, Antonio Di Pietro.


Che dirà allora il buon Lannutti quando saprà che la sua Italia dei Valori investe nella finanza i propri rimborsi elettorali? Libere scelte, assolutamente legittime, poiché un partito è un’associazione privata e dei soldi che ha (pubblici, ma pur sempre suoi) può fare quel che vuole. Anche affidarli alle banche per farli fruttare, come ha scelto di fare Antonio Di Pietro. E in massima parte a Intesa San Paolo, cui Lannutti dedica un capitolo molto duro («Le ombre dell’Intesa»). Nel 2010 risultano quasi 5 milioni di investimenti finanziari da parte dell’Idv.

La fetta più grossa, 3,98 milioni, è stata versata alla Sgr (Società di Gestione Risparmio) Eurizon Capital, del gruppo Intesa Sanpaolo, ex banca del superministro Corrado Passera. Altri 201.000 euro in un fondo di investimento poco rischioso gestito sempre da Eurizon (Intesa Sanpaolo), quindi 300.000 di obbligazioni subordinate (più rischiose) ancora di Intesa Sanpaolo, con scadenza al 2017. Poi altri 200.000 euro in obbligazioni Banca Imi (ancora Intesa Sanpaolo) a tasso variabile con scadenza 2015. E infine quasi 50.000 euro in due fondi di investimento a breve termine gestiti da Gestielle (della Banca Aletti, gruppo Banco Popolare, lo stesso istituto che gestisce gli investimenti della Lega Nord, ndr), e 33.000 in depositi.


Il totale ammonta a un investimento complessivo di 4.765.337 euro, che hanno fruttato 22.122 euro di interessi maturati sui titoli. Nella tabella (all’interno del libro Partiti S.p.A., ndr) viene riportato uno schema dei fondi investiti dall’ «Italia dei valori finanziari». Negli ultimi anni, il leader Idv ha deciso di dedicarsi di più alla finanza rispetto al passato: nel 2009 gli investimenti ammontavano soltanto a 600.000 euro in obbligazioni Sanpaolo, mentre nel 2008 c’erano 2 milioni di euro in Buoni Ordinari del Tesoro (investimento peraltro poi sparito). Come risparmiatore, Antonio Di Pietro non tende a differenziare più di tanto i propri investimenti per conto del partito. Ci si aspetterebbe per esempio un po’ di mattone, visto che da privato Di Pietro ha destinato buona parte dei suoi capitali in immobili. Invece l’Idv non ha nessuna proprietà immobiliare e sta in affitto (...).


Il partito di Tonino va bene dal punto di vista economico. Il 2010 è stato chiuso con un avanzo di 4.835.558 euro. Ma anche il 2009 e il 2008 erano finiti in positivo, con rispettivamente 9.361.408 euro e 14.466.576 di utile. Nel 2010 Di Pietro ha speso 3.912.000 euro di campagna elettorale, ma in compenso ne ha incassati 13.494.656 di rimborsi elettorali tra rate delle vecchie elezioni 2006, rate di quelle 2008, regionali vecchie (Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Trentino) e nuove (la tornata del 2010) e la seconda rata delle europee 2009. Il segreto di Tonino è tutto qui: poche spese, tanti rimborsi.


Perché per il resto l’Idv non attira molti fondi. Le libere contribuzioni (in tutto 711.000 euro, pochini) sono al 99 per cento quelle «obbligatorie» chieste agli eletti, parlamentari nazionali, europei e consiglieri provinciali.


Le donazioni dei «simpatizzanti dell’Italia dei Valori» sono molto modeste: 5.471 euro in un anno. (...) Ottimo il saldo dei depositi bancari e postali di Tonino: 4.450.000 euro. Tutto ruota attorno ai rimborsi elettorali, che tra il 2008 e il 2010 valgono circa 34 milioni di euro (...).




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Usa, su sito neonazista una lista nera degli ebrei italiani

Quotidiano.net


L’elenco è stato pubblicato sulle pagine italiane del forum neonazista americano Stormfront. Nella lista imprenditori, giornalisti, artisti









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Omicidio Vassallo, la morte del sindaco decisa dai pusher di Scampia

Sorpresa, Vendola a Bari fa il Marchionne

di Paolo Bracalini



Barricadiero davanti ai cancelli Fiat e nei salotti tv di Fazio, in Puglia il leader di Sel è stato attaccato da Cgil, Cisl e Uil Per loro il governatore ha commesso gli stessi errori dell’ad del Lingotto. "Se non ascolta i lavoratori, scenderemo in piazza"



 

Roma



Barricadero a Mirafiori (a favore di telecamere), barricato a Bari. La gita di oggi pomeriggio a Torino per Nichi Vendola sarà una piccola vacanzina dall’assedio a cui è sottoposto a casa sua. Davanti ai cancelli Fiat e nei salotti tv di Fazio & Co., nichi (con la minuscola, come usa giogionescamente nel suo libro appena uscito C’è un’Italia migliore) è l’alleato dei sindacati in lotta con il neopadrone globalizzato Marchionne, ma in Puglia è proprio Vendola ad essere attaccato dai sindacalisti che poi abbraccia sui giornali nazionali.

Nei giorni scorsi le tre sigle unite, Cisl, Uil e Cgil hanno spedito un ultimatum al governatore pugliese che fa a pugni con la foto di famiglia operaia che Vendola sta facendo girare per l’Italia (con un occhio in fabbrica ma l’altro alle elezioni possibili). L’altro ieri i tre sindacati hanno tenuto una conferenza stampa «per denunciare la totale assenza di corrette relazioni sindacali con il governatore Vendola e la giunta in materie quali il riordino del sistema sanitario regionale, la ristrutturazione della rete ospedaliera, il bilancio, gli investimenti per gli enti regionali e le spese messe in campo per le politiche sanitarie e sociali, per il personale dipendente della Regione e degli enti collegati». Incredibile ma vero: Vendola parla poco (con i sindacalisti della sua terra).

I tre sindacati denunciano «l’unilateralità delle decisioni» del governatore, più o meno la stessa che ad altri livelli rinfacciano a Marchionne. E che ironicamente lo stesso Vendola, nel libro fresco di stampa, rinfaccia all’ad Fiat: «Alla base del suo approccio - spiega il presidente-letterato nel volume edito da Fandango - c’è l’idea che per competere nel mondo attuale c’è una sola strada, fondata (...) anche dall’emarginazione dei sindacati non collaborativi». Cosa ne penseranno Cgil, Cisl e Uil che si dicono «pronti a tutto (piazza e mobilitazioni, ndr) se Vendola non ascolta le istanze dei lavoratori»?

Il combinato disposto tre la retorica-poetica che è la cifra del vendolismo (una specie di riedizione anno 2010 del veltronismo) e l’incazzatura dei sindacati contro Vendola, produce effetti curiosi. Il presidente scrive che ai sindacati «non si può chiedere di rinunciare a-priori alla pratica del conflitto, pena la loro stessa esistenza», e loro, in Puglia, sembrano avergli dato pienamente retta quando denunciano, come fa il segretario regionale Uil, che Vendola «ha puntato sull’introduzione di nuove tasse, con pochissime risorse da destinare a chi realmente ne ha bisogno e, tranne rare eccezioni, senza provvedimenti atti a ridurre sostanzialmente le spese superflue della politica».

Vendola, il cavallo vincente della sinistra, deve cambiare radicalmente strada, dicono i sindacalisti (che a Torino flirtano con Nichi ma a Bari lo «frecano a mazzt»), visto che «in Puglia le famiglie in difficoltà a fine mese rappresentano il 20,8% - continua il segretario Uil, Aldo Pugliese -, il 46,1% non riesce addirittura ad affrontare spese impreviste superiori a 750 euro. Intanto si ingrossano le fila di quei giovani che hanno perso ogni speranza, che sprecano il loro tempo senza studiare, senza formarsi, né lavorare. Dati e situazioni reali ben distanti dalla media nazionale».

Però in tv da Fazio, a Mirafiori e nei libri che scrive, con lavoratori e sindacati è tutto e soltanto un miele. Ieri il governatore ha riacquistato dei punti inaugurando il «Piano straordinario per la Puglia (340 milioni di euro), e prendendosi un «va bene così» dalla Cgil Puglia. Ma le questioni - sanità, bilancio regionale, tasse, sprechi per la casta pugliese - restano tutte sul tavolo del governatore, con i sindacalisti sul piede di guerra.

Che se non verranno sedotti dalle piacionerie intellettuali e con le citazioni di Uccellacci e uccellini, Shakespeare e Fernand Braudel sfoderate nel libro vendoliano, forse si illanguidiranno con gli spettri di Marx, in cui Vendola crede fermamente: «È venuto forse il tempo di riappropriarsi dei potenti strumenti di analisi elaborati più di un secolo fa dal grande filosofo tedesco», scrive il letterato con l’orecchino. Così, sarà ancora più acuto il paradosso di un barricadero, marxista, assediato dai sindacalisti.



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Fiat: è scontro totale tra Camusso e Marchionne Sorpresa: a Bari i sindacati contestano Vendola

di Redazione


La Camusso accusa: "Se Fiat può tenere nascosto il piano è perché c’è un governo che non fa il suo lavoro, ma è tifoso". Sul referendum: "Votare no, ma se vincono i sì restiamo dentro l'azienda".



Chianciano Terme - La Cgil rompe ogni indugio: sul referendum di Mirafiori invita i lavoratori a votare no. Susanna Camusso lo dice chiaramente in una lettera pubblicata dall'Unità. Però, al contempo, mette in guardia la Fiom:  se vincerà il sì va il voto va rispettato e si deve trovare il modo di continuare a difendere i lavoratori dentro le fabbriche Fiat. Poi va giù dura: "Marchionne insulta il Paese". E lui, da Detroit, le risponde: "Non è vero, voglio solo innovare".

Il modello Marchionne non va bene "Che la Cgil sia con voi e i lavoratori di Mirafiori e Pomigliano per tenere aperta la prospettiva di un cambiamento e che sia con voi nel dire no all’accordo voluto da Fiat e sottoscritto da altri - scrive la Camusso - non vi è alcun dubbio. E non è certo solidarietà, ma la profonda convinzione che il modello Marchionne propone condizioni di lavoro che non vanno bene, sottrae diritti, mette in discussione la libertà dei lavoratori di essere rappresentati. No a quegli accordi è senza alcun dubbio il sentire di tutta la Cgil. Per questo, per rispettare ed essere a fianco dei lavoratori abbiamo detto di no, ci sembrava insufficiente criticare e giudicare l’uso del referendum, tema tutto vero, che viene, se mi permettete, un momento dopo lo stare insieme ai lavoratori".

L'ad Fiat insulta il Paese Marchionne, "insulta ogni giorno il Paese": lo afferma il leader della Cgil, Susanna Camusso, nella relazione introduttiva all’assemblea nazionale delle Camere del lavoro, accusando la Fiat di non rendere noti i dettagli del piano Fabbrica Italia. "Se Fiat può tenere nascosto il piano - ha aggiunto - è anche perché c’è un governo che non fa il suo lavoro ma è tifoso e promotore della riduzione dei diritti".

Sbagliati i tempi La leader della Cigl prosegue nel suo affondo: "La Fiat sbaglia tempo e sbaglia risposte e riduce i diritti dei lavoratori e la loro fiducia sulle prospettive". "La debolezza industriale dell’azienda" e "il mistero che continua a circondare il piano Fabbrica Italia. Se Fiat può tenere nascosto il piano è anche perché c’è un governo che non fa il suo lavoro ma è tifoso e promotore della riduzione dei diritti".

Risposte sbagliate "È così tifoso - prosegue la Camusso  - che non ha il coraggio di vedere che quando l’amministratore delegato insulta ogni giorno il Paese non offende solo i cittadini e il Paese ma in realtà dice della qualità di governare e delle risposte che vengono date", risposte "sbagliate". 

Replica di Marchionne: nessun insulto Marchionne nega di aver insultato l’Italia: "E' solo il tentativo di introdurre un nuovo modo di lavorare. "Se insulto significa introdurre un nuovo modello di lavoro in Italia, mi assumo le mie responsabilità. Ma non lo è. E non si può confondere questo con un insulto all’Italia: anzi, le vogliamo più bene noi - ha spiegato Marchionne a margine del Salone dell’auto di Detroit - cercando di cambiarla. Il vero affetto è cercare di far crescere le persone e di farle crescere bene. Stiamo cercando di farlo nel nostro mondo, a livello industriale, e ciò non va confuso con un insulto".

Landini: ultimatum alla Cgil "Bisogna far saltare l’accordo, renderlo non applicabile ed essere in grado di riconquistare i diritti che in termini sindacali significa riaprire la trattativa e considerare la vertenza ancora aperta". Lo afferma il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, a margine dell’assemblea nazionale delle Camere del lavoro promossa dalla Cgil, parlando di Mirafiori. "Tutto il sindacato, tutta la Cgil lo capisca" aggiunge. "Non siamo di fronte a un brutto accordo o a un ennesimo accordo separato ma siamo di fronte ad un cambio d’epoca" sostiene Landini. "Per questo - aggiunge - servono risposte straordinarie da pensare insieme. Tutto il sindacato, tutta la Cgil capisca quello che sta succedendo. Il problema vero è far saltare quell’accordo con iniziative in tutta la Fiat e nel Paese" prosegue Landini. "Chi ci vieta di fare scioperi, di eleggere delegati, di organizzarci? Chi lo vieta?" domanda il leader della Fiom. "Niente vieta alla Fiom di parlare con i lavoratori, di organizzarsi anche in modo straordinario con una sede permanente lì. Chi lo vieta, nessuno - ripete - e se c’è da fare una fase straordinaria di impegno e di solidarietà per i lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, lo faremo".

Bersani contro Marchionne "Marchionne saprà prendere le misure alle auto, ma misurare le parole no. Perchè quei 20 miliardi non ha detto dove li vuole mettere, come li vuole spendere, cosa sta succedendo nella ricerca Fiat, e così via". Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in una intervista al Tg3. "Dentro il Pd c’è discussione - ha detto Bersani - perché noi ci appassioniamo a questi temi, ma noi abbiamo una posizione molto chiara che parte da un fatto: il referendum, impegnativo, difficile, anche drammatico per i lavoratori, andrà rispettato nei suoi esiti. Il problema - ha aggiunto - è che i sindacati sono stati lasciati totalmente soli; il governo se ne è andato nella nebbia sulle prospettive dell’auto in Italia".

Bonanni contro Il referendum sull’accordo di Mirafiori si farà senza alcun rinvio dopodomani. Lo conferma il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, il quale auspica la vittoria dei sì perché "l’investimento è importante, non solo perchè salva Torino ma perchè è una indicazione fortissima per gli investitori italiani e stranieri". La Fiom dovrà attenersi e rispettare le decisioni della maggioranza, ma "la verità vera - chiosa in una intervista al Tg3 Bonanni - è che non rispetta mai le decisioni della maggioranza". Il segretario generale della Cisl ha anche commentato le dichiarazioni dell’ad di Fiat: "Farebbe bene a stare più zitto, come farebbero bene molti esponenti della classe dirigente italiana e dire fino in fondo cosa sta accadendo in un Paese che da cinque anni non ha investimenti e quindi non c’è lavoro".




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Napoli, morto il rapinatore minorenne ferito da poliziotto durante una rapina

Avellino, estorsione ai 30 vincitori del Superenalotto a Ospedaletto: 2 condanne

Battisti rifugiato, i dissidenti cubani no

di Gian Marco Chiocci


La stampa carioca ironizza sul metodo Lula: atleti in fuga da Fidel subito estradati, l’ex Pac invece...



 

nostro inviato a Rio de Janeiro
Due pugili e due misure. Come ironicamente rimarcava il quotidiano O Globo qualche giorno fa, ormai nella politica schizofrenica del governo Lula su questioni identiche si usano pesi e valutazioni differenti. «Se atleti cubani vogliono restare nel paese per salvarsi dallo stalinismo tropicale di Fidel – scrive il giornale di Rio - questi vengono arrestati e collocati nel primo aereo e rimandati nell’isola. Se l’esiliato è invece Cesare Battisti, ex militante dell’estrema sinistra italiana, ne deriva che l’autorità politica faccia il possibile affinché non sconti la pena della prigione perpetua stabilità dalla giustizia italiana per quattro omicidi».

Il doppiopesismo del lulismo d’antan trova la sua massima espressione in una vicenda a dir poco imbarazzante se raffrontata con quella del criminale italiano la cui estradizione è stata negata d’imperio dall’ex presidente del Brasile. Andate a quattro anni fa. C’è grande attesa per i Giochi Panamericani organizzati dal Brasile. Esattamente il 21 luglio del 2007, però, due giovani boxeur, tra i più promettenti della rinomata scuola cubana, spariscono. Di Erislandy Lara e Guillermo Rigoneaux si perdono le tracce. Nessuno sa che si sono andati a nascondere a Praia Seca, località balneare poco distante da Rio.

Non ci vuol molto a capire l’origine e i motivi della defezione. Non a caso il quotidiano di partito cubano Granma fa trapelare il disappunto dell’entourage di Fidel per una possibile autorizzazione all’asilo politico da parte dell’esecutivo di Lula. Il silenzio del governo di Brasilia accentua ancora di più l’ormai imminente crisi diplomatica fra due paesi amici. L’imbarazzo cresce quando una tv tedesca sottopone ai due pugili, desiderosi di continuare la carriera in Europa, un contratto in esclusiva per cinque anni. L’Avana risponde con ritorsioni striscianti e quando il 2 agosto la coppia di atleti viene fermata dalla polizia federale carioca perché non in possesso dei documenti d’identità, si capisce che tra Ignazio e Fidel tornerà presto il sereno.

Già perché nel giro di 48 ore Rigondeaux (due volte campione mondiale e olimpico) e Lara finiscono in stato di fermo. Marcati stretti. Guardati a vista. La tragedia si trasforma in comica. Secondo i comunicati ufficiali delle autorità di polizia, infatti, i due pesi leggeri avrebbero rifiutato di loro sponte la concessione della richiesta d’asilo politico perché fermamente intenzionati a tornare prima possibile nella loro amata Cuba. Di rimbalzo il è Barbudos a garantire urbi et orbi che i pugili verranno trattati bene perché non c’è motivo di trattarli male, e che di spedirli in cella non se ne parla.

Tanto basta al ministro della giustizia brasiliano Tarso Gerno (lo stesso che straparla di diritti umani negati in Italia al suo amico Cesare Battisti) per convincersi ad autorizzare l’immediato rientro in patria dei due birbantelli. «Lo hanno chiesto loro con insistenza e veemenza», dice il Guardasigilli. Il tempo di sbrigare le pratiche per evitare l’intervento delle organizzazioni per i diritti umani e Lara e Rigoneaux «vengono caricati in tutta fretta su un aereo messo a disposizione – come rivelato in tempi non sospetti da Edoardo Pacelli dell’associazione Italia-Amiga - da un altro mostro della democrazia che risponde al nome di Hugo Chavez, e rispediti alla loro dolce casa».

Ovviamente nessuno crede alla favola raccontata in conferenza stampa dall’ex guerrigliero diventato ministro. E la dimostrazione arriva qualche mese più tardi quando Erislandy Lara, evidentemente stufo della bellissima vita condotta nell’isola democratica, scappa di nuovo. Segue la via intrapresa dall’amico Rigoneaux. Nella notte salta su un motoscafo e sconfina in Messico. Da qui passa negli Usa. Col patentino di rifugiato ricomincia la sua carriera professionistica, non prima d’aver precisato ai giornalisti di mezzo mondo che mai, né lui né il suo compagno di ring, avevano richiesto con insistenza ai federali di far ritorno nel paradiso della rivoluzione comunista. Sul comportamento di Genro e compagni il campioncino Lara ancor oggi è incredulo: «Onestamente, non ho capito cosa è successo». È successo che non si chiama Cesare Battisti. Dois pesos e duas medidas.



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Brasile, non solo Battisti "Lollo è a Roma", è giallo sul boia di Primavalle

di Gian Marco Chiocci



Sparito da Rio l’ex di Potere operaio latitante dopo il rogo in cui morirono nel ’73 i figli di un dirigente missino. Per i vicini di casa è tornato in Italia




nostro inviato a Rio de Janeiro

Giuseppe De Capite, l’alias Achille Lollo ai tempi della clandestinità carioca e della rivista Punto Rosso, ha lasciato la sua seconda patria ed è tornato a Roma, il luogo del delitto dei fratelli Mattei, Virgilio e Stefano di cinque anni, da lui personalmente bruciati vivi il 16 aprile 1973 al quartiere Primavalle. «L’appartamento è chiuso, la casa vuota. Il signor Achille è andato in Italia» confessa il portiere dell’edificio Olga al 32 di rua Desembargador Isidro, alle spalle dello stadio Maracanà, dove il picchiatore di Potere Operaio ha svernato per decenni ottenendo in premio dal governo il nulla osta dell’impunità. «L’abbiamo visto andare via tre mesi fa», s’intromette un inquilino curioso. «È vero, credo sia partito per farsi curare, aveva problemi al cuore, ora vive in un paesino vicino Roma» conferma un vecchio amico che frequenta l’allegra brigata dei latitanti diventati prescritti per le connivenze coi politici e la benevolenza dei giudici della Suprema Corte.

Se non si sono messi tutti d’accordo per depistare il Giornale sulle tracce dei latitanti rossi, la notizia è di quelle destinate a fare rumore tra i parenti delle vittime che per anni hanno chiesto a Lollo di venire in Italia a pagare il conto alla giustizia. E in Italia, Lollo forse c’è tornato definitivamente. Con la fedina penale (ri)pulita. Proprio così. Della condanna a diciotto anni di carcere l’assassino «colposo» dei figli del segretario missino della borgata romana, non ha scontato niente. Se si eccettua il breve transito nelle prigioni brasiliane nel lontano 1993, l’uomo da sempre se la gode sotto al sole di Rio pubblicando e scrivendo riviste illeggibili. Dapprima come editore del trimestrale Nacao Brasil. Poi della rivista Conjuntura Internacional. Quindi del magazine Critica Social, 60 pagine indigeribili.

Non contento il katanga sperimenta una sorta di rassegna stampa quotidiana distribuita dalla sua EcoNews e nel tempo libero fa lo speaker nella radio indipendente Boca Livre intrattenendo gli ascoltatori su temi assai poco avvincenti di politica internazionale. Già che c’è realizza documentari dal contenuto progressista (su tutti il film I brasiliani a Cuba) senza tralasciare la passione della sua vita: la politica attiva. Flirta coi circoli bolivariani e coi partiti di sinistra brasiliani, dal Pt di Lula al P-sol e finanche col nuovo partito comunista brasiliano alla cui costruzione contribuisce intervenendo con considerazioni lessicalmente superate dalla storia. In uno slancio di sincerità Achille è riuscito a confessare la passione sfrenata per Lula: «Le mie aspirazioni politiche sono legate al PT brasiliano, di cui sono attivista e militante.

Il PT è cresciuto in mezzo al popolo, nelle favelas, nelle fabbriche, nelle scuole. Questa è democrazia. Questa è una rivoluzione democratica. Non ho più legami con la politica italiana da molti anni, già dal tempo in cui vissi in Angola, dove mi legai al partito al Mpla e il mio interesse verso la politica italiana divenne solamente giornalistico», tant’è che divenne direttore del foglio marxista-leninista Jornal de Angola. Già referente della Associação para o Desenvolvimento da Imprensa Alternativa che divulga il verbo delle diverse anime comuniste brasiliane, Lollo è stato di casa al consolato fino a quando non l’hanno beccato a interessarsi insieme all’ex prima linea Luciano Pessina alla lista dell’Ulivo ribattezzata «Viva L’Italia» dall’onnipresente Arduino Monti.

Lollo il duro non ha mai dato segno di pentimenti. Al contrario. Vistosi sputtanato ha lanciato ripetuti messaggi in codice, ha accusato altri tre compagni d’aver partecipato al rogo (ne è nata un’inchiesta poi archiviata), s’è divertito a ragionare su quegli anni infami con paradossi del tipo: «I fratelli Mattei si sono bruciati da soli». Scostante, arrogante, per niente conciliante. Fotocopia sbiadita di Cesare Battisti. Espatriato inizialmente in Svezia e poi in Angola dove ha sposato l’attuale moglie brasiliana (passepartout per l’ingresso in Sudamerica) Lollo s’è sempre professato un perseguitato politico liquidando la pratica dei due cadaveri carbonizzati quasi fosse un banale incidente di percorso.

Ogni qualvolta gli si rinfaccia quella tanica di benzina imbevuta d’odio antifascista, l’ex Pot Op replica stizzito. «Qui in Brasile si è arrivati finalmente ad una soluzione politica. La democrazia è cresciuta, perché il conflitto ideologico che esisteva in passato è stato spiegato. In Italia ciò non è accaduto perché esistono interessi politici che al momento sono considerati prioritari rispetto a questo. Non ci è stata data la possibilità di spiegare gli errori che sono stati fatti».
L’ennesima ingiustizia per chi ha bruciato due cristiani e s’è ricostruito una vita in paradiso senza mai passare per l’inferno di una cella.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it



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Presidente Napolitano, ecco come il terrorismo ha stravolto la mia vita

di Redazione

Lettera aperta al capo dello Stato dal nipote del brigadiere Ciotta, vittima di Prima Linea


Potito Perruggini Ciotta*

Illustrissimo presidente della Repubblica, mi sia consentito ricordare che il 12 marzo 1977, a Torino, il ventinovenne fratello di mia madre, brigadiere Giuseppe Ciotta in servizio all’Antiterrorismo del Piemonte, venne trucidato con tre colpi di pistola da un commando di Prima Linea per mano di Enrico Galmozzi (condannato definitivamente a 27 anni ma libero dopo 13).

Avevo 12 anni. Da allora la mia vita e quella dei miei familiari sono state condizionate da quella tragedia. Soprattutto perché, per circa trent’anni, la memoria di mio zio è stata calpestata da un altro vile attentato: quello del silenzio. Al pari di altre vittime della follia terroristica. Penso a Claudio Graziosi, Ciro Capobianco, Antonio Santoro (prima vittima di Cesare Battisti) e molti altri servitori dello Stato che, come mio zio, sono morti due volte: prima caduti sotto i colpi di una rivoltella; poi caduti nell’oblio. Per fortuna a restituire loro la giusta memoria ci ha pensato nel 2010 Alessandro Placidi, l’autore di Divise forate. Un libro che mi onorerò di regalarLe, se riterrà opportuno concedermi udienza.

Una corretta rielaborazione storica condivisa di quello che è accaduto è fondamentale per noi e per le generazioni future considerato il clima che si sta vivendo ancora oggi: sarebbe auspicabile costituire una Commissione per la riconciliazione nazionale. Per troppo tempo s’è raccontata una storia distorta, sbagliata. Basti citare quel dossier sul ’77, pubblicato nel 1997 dal Manifesto, in cui l’omicidio di mio zio è stato sbianchettato, ignorato. Per anni si è continuato ad avere un atteggiamento di quasi maggior riguardo per i cosiddetti «ex» terroristi piuttosto che alle loro vittime. Ho gioito quando il Parlamento, soltanto nel 2007, ha istituito per legge la «giornata della memoria delle vittime del terrorismo».

Un ricordo che, tuttavia, credo debba essere onorato diversamente da come accaduto nel 2009 e nel 2010. Nella mia recente intervista al Giornale non vi era intenzione di offenderLa ma soltanto lamentare il modo in cui sono avvenute le celebrazioni. Ho solo raccontato i fatti e con ciò non intendo recedere dalla mia posizione, che a torto o ragione ritengo legittima, consapevole di rappresentare il sentimento di una buona parte degli oltre 4mila vittime e familiari, nonché di tutti coloro che ci sono moralmente vicini.

Qualche settimana fa, assieme ad Alberto Torregiani, abbiamo creato un gruppo Facebook («manifestazione contro Lula e il suo no all’estradizione di Battisti») che ha rapidamente visto l’adesione di oltre 5mila iscritti: sono questi i cittadini che continuano a darci energia per rivendicare verità e giustizia. Ribadisco di aver condiviso le sue recenti parole sul caso Battisti («incapacità delle istituzioni di trasmettere un messaggio culturalmente forte su ciò che sono stati gli anni ’70 in Italia»). Ma le istituzioni non sono rappresentate anche dal Quirinale? Su questo punto mi sarei aspettato un chiarimento. Anche Lei converrà che alle belle parole occorra far seguire i fatti. Mi permetto, quindi, di segnalarLe una proposta della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini: istituire a Roma il museo della memoria per le vittime del terrorismo. Confido che si crei la giusta sinergia istituzionale per la realizzazione, pena dare la sensazione di voler continuare a nascondere pezzi di storia che non possono essere più dimenticati. Mai più.






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Negli Usa va a ruba la pistola usata per la strage di Tucson

Corriere della sera


Boom di vendite: dal + 65% in Ohio al + 33% nello stato di New York

la Glock 19 è il modello usato dal killer Jared Loughner


La pistola con il caricatore modificato
La pistola con il caricatore modificato
WASHINGTON – Al Congresso americano qualcuno di buon senso cerca di introdurre nuovi controlli sulle armi, ma nei negozi c'è l'effetto Tucson, con la corsa alla pistola. E molti chiedono la Glock 19, lo stesso modello della semi-automatica usata dal killer Jared Loughner. Questo lunedì – secondo i dati ufficiali – nella sola Arizona c’è stato un aumento della vendita di armi del 60 per cento. Con un buon numero di clienti che hanno voluto proprio la Glock (costo sui 500 dollari).

Una tendenza confermata dalle cifre raccolte in altri stati: + 65% in Ohio, + 38% in Illinois, + 33% nello stato di New York e + 16% in California. Dan Gallardo, titolare dell’Arizona Shooter’s World di Phoenix, ha dichiarato alla stampa che la stessa cosa era avvenuta nell’aprile del 2007 dopo il massacro all’ateneo Virginia Tech. Anche in quell’occasione l’assassino – uno studente di origine sud coreana con seri problemi mentali – aveva impiegato una Glock: 32 le vittime dell’attentato. Gallardo ha poi detto di attendersi che la richiesta di armi continui a salire per tutta la settimana: molti ritengono che in certe situazioni la pistola è la miglior risposta. Se ti trovi coinvolto in un assalto come quello di sabato contro la parlamentare Giffords – è la loro tesi – può neutralizzare l’aggressore. Un amico ha raccontato che il killer sapeva sparare molto bene: si allenava – come fanno molti da questi parti – tirando ai barattoli nel deserto. Un’affermazione confermata dall’esito dell’agguato. Sei morti e 16 feriti.

Guido Olimpio
12 gennaio 2011



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Stilisti, attrici e imprenditori Ecco chi aveva i soldi in Svizzera

Corriere della sera


Da Valentino alle Sandrelli, C'è anche Telespazio


i nuovi nomi della lista Falciani.


ROMA - Ci sono stilisti e imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d'azienda, ma anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere all'estero i propri risparmi. Oltre settecento persone che adesso sono sotto inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale. Tutte finite nell'ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervé Falciani, il dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato con l'elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità francesi. Per l'Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale di depositi che supera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al biennio 2005-2007. I documenti contabili ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati avviati gli accertamenti. Gli interessati dovranno infatti essere interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità.

Attrici e soubrette
Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l'attrice Stefania Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe evitare possibili conseguenze penali. Nella lista c'è anche sua figlia Amanda e adesso si dovrà stabilire se sia beneficiaria del deposito della madre o se abbia invece una posizione autonoma. Nulla si sa ancora sull'entità degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la cifra portata all'estero. Nella lista consegnata alla Procura c'è poi Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere diventata la moglie di Flavio Briatore. Il regista Sergio Leone risulta nell'elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a dover fornire chiarimenti ai magistrati.

Stilisti e gioiellieri
Il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a ruota da Renato Balestra. Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese. Nell'elenco c'è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007, che viene inserito insieme alla sorella Edda. E poi le due società che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua "Gianni Bulgari srl" e la "Bulgari International". Gli inquirenti ritengono che anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di Roma. Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto per i negozi sparsi in tutta la città che hanno come testimonial l'attrice Manuela Arcuri.

Imprenditori e manager
Telespazio è la società di Finmeccanica che si occupa di sistemi satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un conto presso la Hsbc. Sarà soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo, che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo Lockheed. Nella lista c'è anche il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività professionale privata. Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell'ambito di un'altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento all'estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società in stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta fraudolenta. Nome noto è pure quello di Mario Salabè, l'ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società "Sapri Broker", fratello dell'architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato nell'inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c'era Oscar Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna. Risulta invece essere un professore universitario Francesco D'Ovidio Lefevre.

Gli illustri sconosciuti
I ricchi ma non famosi sono la maggior parte. Molte casalinghe, svariati professionisti, titolari di negozi del centro della città con un considerevole fatturato. Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D'Antona. E ancora nell'elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall'Oglio; Andrea Rosati; Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni; Fabrizia Aragona Pignatelli. La scorsa estate la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in base ai «canoni di pericolosità fiscale» perché risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perché la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate. Tra loro, l'ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il marchese Hermann Targiani.


Fiorenza Sarzanini
12 gennaio 2011



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Dal concessionario che «trucca» le minicar

Corriere della sera

«Tutti lo fanno»: il rivenditore svela i segreti su come modificare le auto
I trucchi del venditore su come modificarle per farle correre più veloci

di Antonio Crispino



Netturbini chiacchierano in servizio Emiliano pubblica le foto su Facebook

Corriere del Mezzogiorno


Il sindaco di Bari chiama i cittadini: inviate immagini
Nel primo scatto il «salotto» degli operatori ecologici



La foto «incriminata»

BARI - Inizialmente era «governo partecipato attraverso Facebook». Poi Michele Emiliano si è fatto prendere la mano: la piazza virtuale più frequentata dagli italiani è diventata il palcoscenico dal quale il sindaco di Bari bacchetta cittadini e consiglieri comunali, politici «vecchi» ed elettori disincantati. Promette la svolta: il tempo del «barese nuovo». L’ultima vittima dell’azione moralizzatrice del sindaco di Bari, un passato nella magistratura antimafia, sono i fannulloni delle aziende comunali che gestiscono igiene urbana e trasporti.

IL CASO - A originare l’ultima clamorosa polemica, una fotografia che un «fan» ha recapitato al sindaco Emiliano: lo scatto immortalava tre operatori ecologici che, scope in mano, erano intenti a chiacchierare. A corredare l’immagine, la lamentela del cittadino-fotografo: la strada è sempre sporca. Emiliano parte lancia in resta: invita i dipendenti dell’Amiu (l’azienda di igiene urbana) ritratti, a dare una spiegazione di quella foto per evitare che la dimostrazione di indolenza resti senza appello. Scoppia la polemica con accuse scontate e difese d’ufficio. Emiliano tenta di aggiustare il tiro: «So anch’io che la foto non prova niente, ma troppa gente, dappertutto, non fa il suo dovere. E gli italiani sono esasperati».

I COMMENTI - Qualche minuto dopo prende di mira qualcun altro: i «bastardi» che hanno fracassato le panchine e le telecamere in una piazzetta. Su Facebook la querelle va avanti, tra una battuta sui risultati del Bari e un commento per la crescita dello stesso sindaco vulcanico nella classifica di gradimento degli amministratori italiani, c’è spazio anche per bacchettare chi abbandona i sacchetti accanto ai cassonetti troppo pieni. «Se il cassonetto è pieno, il sacchetto si riporta a casa», avverte. Ma la crociata di Emiliano non si limita al mondo virtuale di Facebook. Ha parole, in un’intervista, altrettanto aspre nei confronti degli autisti dei bus che si fingono malati per non lavorare nei giorni di festa. «In troppi quando conquistano il posto di lavoro pubblico, credono di aver fatto 13 al Totocalcio. Ora basta».

LA DECISIONE - Intanto il presidente dell'Amiu, Giuseppe Savino, annuncia di aver preso il primo provvedimento. Sui tre dipendenti della foto è stata aperta un'indagine interna per verificare eventuali responsabilità.


Adriana Logroscino
11 gennaio 2011


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