lunedì 10 gennaio 2011

Immigrati, Fli sempre più a sinistra: "Cittadinanza ai figli degli stranieri"

di Redazione


L'annuncio di Granata: "Se la legislatura va avanti, bisogna dare cittadinanza ai giovani di seconda generazione. Quasi un milione di giovani nati in Italia da stranieri regolarmente residenti attendono una legge che li renda cittadini. C'è un'ampia maggioranza". E la proposta: "Sarebbe un bel segnale per festeggiare il 150esimo dell'Unità d'Italia". Il no del Pdl: "La cittadinanza è una conquista. No allo ius soli"



 

Roma - Cittadinanza agli immigrati di seconda generazione. I figli degli stranieri nati in Italia. Un'idea storica della sinistra italiana che Gianfranco Fini ha scelto di "sposare" in diverse uscite pubbliche e che, ora, diventa la linea ufficiale di Futuro e Libertà per l'Italia, il nuovo partito del presidente della Camera. Dopo aver lasciato la maggioranza per l'opposizione Fli rilancia anche una proposta politica totalmente alternativa all'asse Pdl-Lega e alla stessa legge sull'immigrazione, curiosamente firmata a quattro mani solo otto anni fa da Umberto Bossi e proprio da Fini.

La legge Granata "Se la legislatura va avanti, bisogna dare cittadinanza ai giovani di seconda generazione. Quasi un milione di giovani nati in Italia da stranieri regolarmente residenti attendono una legge che li renda cittadini: in parlamento esiste un ampia maggioranza che può sostenere la legge Sarubbi/Granata" spiega Fabio Granata, parlamentare del Fli. Che aggiunge: "Nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sarebbe un segnale storico per l’Italia e per chi la ama".

Il no del Pdl "La cittadinanza non è un regalo, ma il risultato di un processo di reale integrazione e di adesione ai valori fondanti della nostra società, che non può essere garantito dal solo fatto di nascere in Italia. Per questo ribadiamo il no all’introduzione dello ius soli e alle scorciatoie temporali, proposte dai rappresentanti del Fli, per il riconoscimento della cittadinanza italiana agli stranieri che vivono nel nostro Paese" dice Isabella Bertolini, della direzione del Popolo della Libertà. "Utilizzare l’anniversario dell’Unità d’Italia, per riproporre questo dibattito, conferma che la compagine finiana condivide sempre di più le tesi del centro sinistra ed è ormai lontana anni luce dal Pdl e dai suoi alleati. Gli Italiani, però, hanno votato il governo Berlusconi non certo per concedere la cittadinanza 'facile' agli immigrati. Questo rimarrà un sogno di. Granata e della sinistra".





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Napoli, Mastella aggredito e minacciato dai disoccupati del progetto Bros

Il Mattino


In mattinata un raid degli stessi disoccupati alla Regione
malmenato l'assessore al Lavoro, Severino Nappi







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Caos a Termini, linea elettrica guasta: passeggeri a piedi per due chilometri

Il Messaggero

Ritardi dei treni tra 70 e 120 minuti. Alla base dell'interruzione
di corrente potrebbe esserci l'ennesimo furto di cavi di rame








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E' morto il regista Peter Yates Tra i suoi film Bullitt con McQuenn

Spagna, storica decisione: niente più corride nella tv pubblica

Quotidiano.net


L'emittente Rtve annunciando la scelta: "La trasmissione coincide generalmente con gli orari protetti per l'infanzia". La rete aveva già interrotto quelle in diretta






Madrid, 10 gennaio 2011 - «Le corride sono bandite dal nostro palinsesto». E’ la storica decisione presa dalla tv pubblica spagnola Rtve.

Dopo la decisione del governo autonomo catalano di proibire le corride sul suo territorio a partire dal 2012, ecco un nuovo duro colpo, perlomeno a livello simbolico, per l’antica tradizione iberica. L’emittente spagnola, annunciando la scelta, ha spiegato che la trasmissione delle «corride» «coincide generalmente con gli orari protetti per l’infanzia». Già da alcuni anni la Rtve ha interrotto le trasmissioni “live” di corride e ridotto la copertura di simili eventi privilegiando altri sport e in particolare il calcio. Continuerà invece a trovare spazio nella programmazione dell’emittente pubblica la ‘feria di San Firmin’, che tutti i luglio vede radunarsi nella cittadina della Navarra migliaia di appassionati della corsa con i tori.





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Bologna, è tragedia in pieno centro: un neonato muore di freddo e stenti

di Andrea Indini



Il piccolo era stato portato in gravi condizioni il giorno precedente dai sanitari del 118 che lo avevano soccorso in piazza Maggiore. Aveva solo venti giorni di vita. Insieme a lui sono stati soccorsi il gemello del piccolo e la sorellina di circa un anno e mezzo. Vivevano coi genitori, una coppia di italiani, un po' sotto i portici un po' nei luoghi pubblici




Bologna - Non aveva un giaciglio caldo per dormire. La sua casa erano le fredde strade del centro storico di Bologna e i locali pubblici in cui i genitori, una coppia di clochard italiani, cercavano riparo da questo freddo inverno. La temperatura sotto lo zero, l'indigenza e gli stenti hanno stroncato la fragile vita del piccolo Devid che nei giorni scorsi era stato portato al'ospedale Sant'Orsola dopo essere stato soccorso in piazza Maggiore. Una storia d'altri tempi che getta Bologna nel dramma sociale: Devid aveva solo venti giorni di vita. Insieme a lui sono stati ricoverati il gemello e la sorellina di circa un anno e mezzo.

Una tragedia nel centro di Bologna Una tragedia consumata sotto gli occhi di tutti. Un dramma che riporta alla luce le sofferenze dei clochard. Il piccolo Devid Benghi non aveva nemmeno un mese di vita. E sin dai suoi primissimi giorni ha dovuto lottare contro il freddo e la fame. Figlio di una coppia di italiani senza fissa dimora, viveva con i genitori e i fratellini un po' sotto i portici del centro, un po' in alcuni luoghi pubblici che davano loro un tetto caldo sotto il quale ripararsi. Durante le feste di Natale avevano, infatti, la famiglia si era "rifugiata" nella Sala Borsa, la biblioteca civica multimediale del Comune a pochi passi dalla piazza in cui è stato soccorso Devid lo scorso 4 gennaio. Ricoverato d'urgenza nel reparto di rianimazione del Sant'Orsola, Davide non ha superato una crisi respiratoria che l'ha stroncato alla vigilia dell’Epifania.

Una città sotto choc Ora, il dramma che ha stroncato la vita al piccolo Devid colpisce duramente la città. Insieme al dolore e alla tristezza per l’accaduto, infatti, tutta Bologna si chiede come mai una famiglia in condizioni così precarie sia stata lasciata allo sbando. Non un aiuto a quella mamma che, da appena venti giorni, aveva partorito due gemelli. Formalmente, la famiglia risulta residente ad un indirizzo nel centro storico della città, in via Tovaglie. Esclusa, dopo gli accertamenti clinici, l’ipotesi che il piccino possa essere stato ucciso da un virus, sarà effettuata l'autopsia sul corpicino del piccolo per stabilire le cause del decesso. Intanto i sanitari dell'ospedale Sant'Orsola tengono monitorati l’altro gemellino e la sorellina più grande.





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Gli uccelli del Fatto se la prendono pure con la Hack

di Vittorio Sgarbi



La coppia Padellaro-Travaglio, pur di insultare Berlusconi, ha preso in giro l'astrofisica



 

Volevo parlare degli uccelli del Fatto; intendo gli uccelli di Padellaro e di Travaglio. La materia non può interessare il presidente del Consiglio. Infatti nemmeno con un intervento miracoloso quegli uccelli potranno riprendere il volo. Goffi come l’albatro di Baudelaire si muovono nel fango e non riescono ad uscirne.
Sono ben distribuiti ma non conoscono il piacere. Sono uccelli che fanno poco e male da lì deriva la loro inclinazione maligna. Era così la natura di Federico Zeri che avendo rinunciato ad ogni forma di piacere si compiaceva di parlare male di tutti. Era il suo sfogo. Dalla stessa condizione di mortificazione dipende la natura del Fatto. La prolungata astinenza di Padellaro e Travaglio li porta a liberarsi in battute di spirito e maldicenze. Il mondo per loro è popolato di mostri. Umberto Eco un giorno parlando del libro di Moravia Io e Lui, dove «lui» è l’uccello del protagonista, disse con un formidabile paradosso: «A un certo punto “lui” gli ha preso la mano».
Ecco, così accade a Padellaro e Travaglio, nelle mani del loro uccello. Nessun colibrì li commuove, e pur di dir male di qualcuno, non si accorgono, nella loro disperazione di prendere per il culo anche Margherita Hack che, per gli uccelli, quelli veri, è pronta ad abbracciare anche Berlusconi.




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Strage Usa, i pregiudizi italian-chic

di Giuseppe De Bellis



I giornali Usa si pongono domande, mentre Unità e Repubblica hanno già la verità: "Colpa dell'odio della Palin". E per giustificarsi cambiano la realtà a loro uso e consumo. Crolla la pista del complice



 

C’è qualcosa di strano se i giornali italiani hanno la risposta al massacro di Tucson e quelli americani no. C’è qualcosa che non funziona se i media Usa si chiedono, si interrogano, analizzano, discutono, scavano e quelli italiani invece hanno già risolto tutto e cioè hanno trovato quello che cercavano: il mandante politico, il responsabile morale e non solo della storia. C’è qualcosa che somiglia al pregiudizio. Anzi che è pregiudizio, misto a provincialismo. Perché ieri Repubblica, Unità e Lucia Annunziata sulla Stampa hanno raccontato all’Italia che la deputata Gabrielle Giffords ha subito l’aggressione di un folle, ma che ad armare quel folle sono stati Sarah Palin e il Tea Party. Loro, con l’odio politico che hanno diffuso in questi mesi. Facile, no? Prima di sapere chi sia davvero questo Jared Lee Loughner, il ragazzo che ha sparato, prima di vedere se veramente sia stato spinto da motivi politici. Prima di tutto, la stampa italiana che legge l’America pensando che sia l’Italia sa già tutto: Loughner s’è imbevuto della cattiveria profusa dalla destra americana e l’ha trasformata in una strage.

I fatti finora raccontano che l’attentatore era già stato fermato un paio di volte, era conosciuto per avere disturbi mentali, era legato ai Suprematisti Bianchi, che con Palin, Tea Party e dibattito politico degli ultimi tempi non c’entrano nulla: esistono da tempo e da tempo purtroppo inondano il web di messaggi deliranti. Proprio sul web c’è una specie di testamento ideologico dell’attentatore, il quale dice di aver letto il Mein Kampf e pure il Manifesto del partito comunista. Chi lo conosce e ha parlato alla stampa americana lo descrive come un ragazzotto un po’ instabile, affascinato dagli estremismi di destra e di sinistra.

L’Fbi dice che era stato notato già nel 2007 a un comizio di Giffords, cioè quando Sarah Palin era un politico locale e i Tea Party neanche esistevano. Lui, Loughner, parla su YouTube e sconnette con il presunto complotto governativo sul controllo della mente attraverso la grammatica, sulla necessità di emettere una nuova moneta che sostituisca il dollaro. Un giorno, quando parlerà del perché l’ha fatto, magari scopriremo che ha davvero sparato per odio politico. Però magari anche per odio antisemita, visto che Giffords è ebrea e i Suprematisti Bianchi hanno molti, troppi, riferimenti neonazi nella loro folle ideologia. Ma la verità ora è che sembra soltanto un instabile simile ai tanti altri instabili che spesso sconvolgono l’America sparando all’impazzata.

Eppure i giornali che hanno sempre e solo certezze in mano vanno dritti come treni in corsa: loro, che parlano sempre dell’informazione anglosassone come esempio da seguire come aplomb e autorevolezza, cadono nel becerume più sempliciotto, nell’analisi da Bar Sport. Hanno un’idea e pur di dimostrarla adattano la realtà al disegno: così Repubblica definisce la deputata Gabrielle Giffords «paladina della riforma sanitaria simbolo dell’America progressista». Ma progressista di che? Eppure tutti, ma proprio tutti i media americani e tutti i siti web e persino Wikipedia la definisce una democratica moderata.

Di più, una Blue Dog, cioè una «democratica di destra», una centrista insomma: contro l’immigrazione, favorevole al diritto di ogni americano di portare armi, nemica dell’ala liberal del suo partito tanto da non votare per Nancy Pelosi come leader democratico alla Camera. È vero che è pro aborto e che aveva votato a favore della riforma sanitaria e che per questo era stata accusata di essere comunista, ma è altrettanto vero che di recente era stata accusata negli aggregatori dei blog di sinistra di essere troppo moderata e troppo centrista. Proprio per non aver appoggiato Pelosi, Giffords era stata attaccata dal sito dei duri e puri, DailyKos, come ha ricordato ieri Christian Rocca del Sole -24 ore. «Per me è morta», era il commento di una sua elettrice.

Allora l’odio può anche essere la risposta, ma attenzione potrebbe anche essere bipartisan. L’Fbi dice che è troppo presto per avere certezze, l’unico che per il momento ha il sentore del movente politico è lo sceriffo della Pima County di Tucson, Clarence Dupnik. Solo che lui ha il difetto di essere stato eletto contro il repubblicano Harry Shaw. È vero comunque che Sarah Palin e molti altri hanno toni eccessivi, è vero anche che lei ha una retorica spesso triviale. È vero anche che l’ex candidata vicepresidente ha commesso l’errore strategico-politico di mettere il mirino come simbolo per indicare i seggi della famosa target list degli obiettivi da conquistare.

Però chi dice che quei simboli significano «eliminate» questi personaggi, mente sapendo di mentire. Di più: prende in giro se stesso e gli altri. Quei mirini sciagurati riguardavano seggi in bilico da conquistare alle elezioni di midterm. Punto. Infelice come emblema metaforico, certo. Poco efficace anche come trovata politica, anche. Ma nient’altro. Peccato che, però, per i giornali italiani sia già tutto scritto, sia già tutto certo. L’informazione e il pregiudizio dovrebbero essere nemici e invece qui vanno sotto braccio. Si parte da un’idea precostituita a tavolino e si aggiungono dettagli per condirla e spacciarla per verità. Pensando che tanto l’America sia quella che raccontano loro.



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Pazzi, criminali e boss: quelli vengono estradati

di Gian Marco Chiocci




Tanti i latitanti rimpatriati, che al contrario dei Pac & C. non potevano nascondersi dietro la politica. Dal finto pittore al "benefattore": delinquenti pedinati e smascherati da agenti travestiti da turisti


 
Negli archivi carioca della policia federal diretta abbondano gli schedari coi fuggiaschi italiani, criminali qualsiasi simili in tutto e per tutto a quel Cesare Battisti che per sfuggire al carcere nei mari del Sud, ma ancor prima in Francia, l’ha buttata in politica. Un’infinità di nostri connazionali son passati per le patrie galere di qua prima d’esser rispediti di là, a scontarla in patria. Un veloce passaggio nelle comode celle di Papuda a Rio (dove alberga il Cesare perseguitato continuamente visitato da parlamentari brasiliani) o in quelle meno accoglienti di Uberlandia o Sao Joaquin de Biscas a Belo Horizonte, di Lemos Brito a Salvador de Bahia, e soprattutto di Raimundo Nonato nel Rio Grande del Nord dove, nell’indifferenza dei politici locali, dal 2005 quattro pugliesi di Mola, un campano e un veneto accusati per droga e riciclaggio hanno vissuto in condizioni a dir poco allucinanti: niente ora d’aria, una cella lercia e maleodorante, arroventata come un forno, tre metri per tre da dividere con altri sei brasiliani, quattro litri di acqua a settimana. Tutti e sei hanno perso 20 chili a testa, e due di loro si sono ammalati di scabbia e tubercolosi. Per dire invece di Battisti, comodo e coccolato.

Questa terra è da sempre meta dei latitanti di casa nostra. Contumaci d’ogni genere e lignaggio. Senza scomodare il pentito dei due mondi Tommaso Buscetta che qui riparò fino al marzo del ’93, o il capo camorra Antonio Bardellino accoppato dagli emergenti casalesi (cadavere mai trovato, c’è chi dice ucciso in un villino vicino Rio a Buzios chi alla periferia di San Paolo), l’elenco delle primule rosse, bianche e verdi rintracciate dall’Interpol o dai federali brasiliani è sterminato. Nomi noti e meno noti. Peschiamo dal mazzo dei fascicoli della Catturandi carioca, a caso: il 27 marzo 2003 viene pizzicato a Braia do Canto Antonio M. che per sfuggire ai 48 anni di carcere (concorso in omicidio, decine di rapine) s’era finto pittore e s’era spacciato pure per cittadino arabo dall’improbabile nome: Mohamed Alnie.

Trentadue anni di galera doveva scontare Luigi R., re dei colpi in banca nel Nord, ma dal cuore tenero tenero avendo destinato – così disse l’interessato – parte dei gruzzolo rapinato ad una buona causa: un orfanotrofio per i cuccioli delle favelas di San Paolo (non si sono commossi i carabinieri, che l’hanno beccato nel dicembre 2006 al suo rientro clandestino a Livorno). Tre mesi dopo finisce la latitanza in Brasile, durata un quarto di secolo, Vincenzo C., fuggito da un manicomio criminale di Mantova, inseguito da condanne a 30 anni, una nuova vita alla luce del sole, facendosi chiamare Alessandro Grezzi. A poche ore dall’intervento chirurgico maxillofacciale per rifarsi i connotati e campare sereno, Fabio F., criminale della sacra corona unita salentina, s’è visto piombare a casa decine di poliziotti che da giorni presidiavano senza fortuna la clinica di Sao Vicente.

E che dire dell’imprendibile Donato C., pedinato sul lungomare di Porto Seguro dalle parti di Bahia e acciuffato da sbirri locali travestiti da turisti. E ancora. Condannato per una violenza di gruppo a una modella minorenne slovena, Andrea C. se n’era scappato dall’altra parte del mondo insieme alla sua bella condanna a dieci anni. Ad aprile del 2003 però è stato acciuffato a Londra. Pagata la cauzione se n’è tornato in Brasile. Nello Stato di Santa Caterina, a Tubarao, aveva trovato riparo – almeno fino al 9 giugno del 2000 - Pasquale M., a spasso per il Brasile per 12 anni con l’accusa d’aver ammazzato a Enna tre persone con le quali s’era indebitato a poker. A marzo di quest’anno, invece, dalle parti di Bahia, a Buraquinho, è stato rintracciato Alfredo F. che oltre a scontare 16 anni per droga e associazione mafiosa è noto alle cronache italiane per l’organizzazione, nel lontano 1978, del falso attentato a Bettino Craxi. Il sassarese Domenico S. pensava d’averla franca nascondendosi a Cuibà, regione del Mato Grosso, ma non aveva fatto i conti con l’Interpol che il 19 ottobre ’99 gli ha presentato il conto: 29 anni di prigione. All’agosto di nove anni prima si riferisce invece il fascicolo dedicato a Umberto Ammaturo, boss dei boss della camorra, cofondatore col «brasiliano» Bardellino della Nuova Famiglia, catturato su indicazione dei carabinieri a Gobernator Valadores, sperduta frazione della landa paolista. Potevano mancare gli ’ndranghetisti?

Certo che no. Se ne contano a decine, presi, impacchettati e caricati su un aereo per Roma. Uno a caso: Giuseppe C., alleato della cosca reggina dei Libri, introvabile per quattro anni e finalmente avvistato a Maricà, non lontano da Rio de Janeiro. Rocambolesca, invece, la cattura di Giovanni D., boss della mafia pugliese, riconosciuto in spiaggia di Itapoan a Salvador de Bahia da tre poliziotti italiani cresciuti nel suo stesso quartiere barese e per due mesi alle calcagna della moglie che a giugno del ’96 era volata sotto falso nome a riabbracciarlo. Storie diverse, criminali comuni, un’unica soluzione: l’arresto e l’estradizione. Per il delinquente Battisti la prassi non vale.


GMC



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Brasile, non solo Battisti L’estremista artigiano che si è aggiustato la vita

di Gian Marco Chiocci



L’ex autonomo Pagani condannato per rapina e furto: da anni vive da fantasma. Scovato vicino alla metropoli, dove è prof di restauro



 
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nostro inviato a Rio de Janeiro


Scarsi cento chilometri da Rio de Janeiro, percorrendo l’itinerario che squarcia in due le foreste della Serra dos Organos, si arriva nella «città imperiale» del Brasile dove una vita fa ha trovato rifugio e lavoro un ex comunista latitante che ha saldato il suo debito con la giustizia scappandosene a processi in corso. A Petropolis, e più precisamente presso la Sierra Cooperativa Restauratori, rintracciamo un incredulo Carlo Pagani, noto solo come «professor Pagani», insegnante all’università di Rio per la facoltà di restauro di opere di legno antico. Milanese, classe ’53, il docente dalla foto segnaletica ormai ingiallita per imprese criminali che risalgono a più di trent’anni fa, s’è ritagliato una vita di terza fila, lontana dai riflettori, ufficialmente lontana anche dai compagni del Comitato d’appoggio ai rifugiati politici schierati per Battisti che qualche anno fa lo convinsero a dare il suo contributo alla compagnia dell’Ulivo carioca denominata «Viva l’Italia».

La denuncia della «lista degli assassini», come incautamente la definì l’autore dello scoop Gianluigi Ferretti, fece conoscere Pagani al mondo. Lo votarono in 300: trombato. Sarà per questo che al professore per poco non saltano le coronarie quando mostriamo il biglietto da visita.
«No, guardate, di Cesare Battisti non intendo parlare col Giornale, non voglio fare alcuna dichiarazione, non mi interessa l’argomento». Ma lei l’ha conosciuto Battisti quand’era latitante in Brasile? (silenzio). Lei è amico del ristoratore Pessina, l’ex di Prima linea che difende Battisti...(silenzio).

Non parla più, Pagani. Preferisce ripiombare nell’oblio in cui da vent’anni trova conforto e riparo. Eppure la materia dovrebbe conoscerla se non altro perché pure lui, come gli altri compagneros naturalizzati, ha qualcosa da farsi perdonare: rapina, detenzione e porto illegale di armi, furto, violazione di domicilio e quant’altro, reati che gli sono costati una condanna a quasi 4 anni, mai scontata perché sanata dal tempo trascorso liberamente in Brasile. I report dell’Antiterrorismo classificano il professore nell’area dell’Autonomia operaia ma lui, ascoltato in tribunale nemmeno un anno fa, precisa che i suoi sono peccati di gioventù non ascrivibili a sigle particolari: «È vero, ho avuto una condanna per rapina, poi il reato è stato prescritto nel 2000. (...). Se mi sono presentato alle elezioni è solo per fare un po’ di volontariato». Quanto ai precedenti penali «beh, io non sono stato membro di gruppi tanto è che le mie condanne non sono state per banda armata o associazioni sovversive ma per armi e rapina. Da studente ho partecipato a manifestazioni di questo tipo, eccetera, con organizzazioni di tipo studentesco, Lotta continua, eccetera eccetera».

A forza di eccetera eccetera Pagani non convince quando giura di essere stato all’oscuro delle presenza del mostro del rogo di Primavalle, Achille Lollo, o dello stesso Pessina, nella lista di Prodi. E comunque. Dal 2 marzo 2000 Pagani è uomo da considerarsi libero da ogni pendenza. Il professore di restauro, pur essendo un’autorità in materia, a sentire gli amici fa poca vita di società. Più che discreto, un fantasma. All’università le poche indiscrezioni su quel passato non espiato sono state prese così e così: «Il mio dirigente – confessa Pagani al giudice che lo interroga - non mi ha chiesto niente, certo però, tra di noi, la coordinatrice che era di origine italiana, aveva la mamma che era stata candidata anche lei per i comitati degli italiani all’estero, beh, quindi, allora io per evitare che vi fossero dei problemi ho voluto anticipare la spiegazione, così mi è successo anche con qualche alunno».

Alle nuove leve, in aula e nella pausa pranzo in ateneo, il professore ha sempre voluto dare di sé un’immagine rassicurante, lineare, pulita. Nessun riferimento agli anni di piombo. Poi, vedi la sfortuna, nel marzo 2004 dal cielo è piovuto lo scandalo-bomba della lista carioca dell’Ulivo: la figlia in lacrime per i commenti spietati dei compagni di classe, la moglie direttrice dell’istituto delle foreste brasiliane che ha preteso chiarimenti approfonditi. Da qui la decisione di eclissarsi anche online. «Il problema, signor giudice, sono i miei studenti, perché io pubblico, ho pubblicato su internet alcuni lavori. Quindi tutte le volte che vogliono fare ricerca sui lavori di restauro cercano quello che il professore dice, per cui a quel punto ho deciso di ridurre la mia partecipazione su internet, con pubblicazioni, cosa che da questo punto di vista mi ha...» nuociuto non poco. Da quest’oggi, purtroppo per lui, digitando sulla pagina di Google «professor Pagani», oltre a vecchi mobili da ristrutturare uscirà fuori anche la sua vecchia vita, quella più segreta e nascosta, impossibile da restaurare con una passata di cera.



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Famiglia cristiana è alla deriva Ora pontifica pure su Minzolini

di Giancarlo Perna




Invece di pensare ai poveri e allo spirito della Chiesa, la rivista di don Sciortino è da tempo una specie di Unità in tonaca che attacca il Cav. L'ultimo bersaglio è il direttore del Tg1


Fondata esattamente ottanta anni fa dal beato Giacomo Alberione, Famiglia cristiana ha come motto: «Parlare di tutto ma cristianamente». Da una dozzina di anni il settimanale dei paolini è però diretto da don Antonio Sciortino, un sacerdote che avrà fortissime difficoltà a entrare in Paradiso al primo turno. È infatti un tale linguacciuto che non solo non sa dove stia di casa il parlar cristiano, ma usa toni da codice penale. Sotto la sua direzione, la rivista - destinata alle pie famiglie e in vendita anche in parrocchia - si è beccata perfino delle querele. Cosa oltremodo incresciosa per un giornale il cui compito dovrebbe essere quello di rivolgersi al suo pubblico edificandolo.

Il tallone d’Achille di Sciortino è Berlusconi. Il don lo odia al punto da giocarsi il Paradiso, collezionare denunce, corrompere l’animo candido dei parrocchiani, perdere copie. Negli ultimi cinque anni, in effetti, la tiratura di Famiglia cristiana è scesa di 150mila copie, passando da 640mila a 490mila con preoccupazione dell’editrice San Paolo e grave cruccio del Vaticano. Il solo a infischiarsene è il direttore perché prendersela col Cav è più forte di lui e della sua missione sacerdotale. Il settimanale degli oratorii è ormai una specie di Unità in tonaca e fa stabilmente parte della stampa di sinistra che attacca il berlusconismo a prescindere. Non lo combatte più sui principi ma a suon di maldicenze e ogni inezia è buona.

L’ultimo affondo di quella che fu una rivista cattolica ha come bersaglio Augusto Minzolini, il cui torto è di essere direttore del Tg1 in quota Cav. Minzo, stufo di essere per questo sulla graticola da un anno e mezzo, ha reagito annunciando che dedicherà una rubrica alle minchionate dei suoi colleghi della carta stampata. L’idea si annuncia esilarante perché i quotidiani sono una miniera di svarioni ed è sacrosanto che come noi facciamo le bucce alla tv, la tv le faccia a noi.

A Famiglia cristiana invece la cosa non va giù e (mal) tratta la vicenda nel suo ultimo numero. In un breve corsivo dal titolo serioso e intimidatorio, «Il Tg punitivo del direttorissimo (il suddetto Minzo, ndr)», stronca l’iniziativa. Dà per scontato - e non lo è affatto - che sia rivolta contro la stampa di sinistra e la giudica inammissibile. «La materia - sentenzia con una sgradevole metafora olfattiva - dà odori poco gradevoli». Ohibò, e perché? Per due ragioni spiega l’autore, Giorgio Vecchiato. Primo: «Non si può rispondere ai colpi di fionda con un cannone.

C’è una bella differenza tra quattro aficionados che leggono un quotidiano e i milioni di cittadini che seguono la tv». Secondo: «Il Tg1 non è di proprietà di Minzolini ma è un servizio pubblico». Ergo: non può essere usato per vendette private. Fine dell’argomentazione che, per la sua debolezza, consente all’imputato una replica ineccepibile. «Il mio Tg - osserva Minzo - ha tante rubriche (moda, cinema, costume, ecc. ) e nessuna ha mai posto problema. La stampa è un settore altrettanto importante». Se ora si solleva il caso è solo perché «gli operatori del settore si sentono dei sacerdoti intoccabili». E non lo sono, è il giusto sottinteso, per cui, con buona pace di Famiglia cristiana, tirerò dritto. Questione chiusa e palla al centro.

Don Sciortino, se fosse compos sui, avrebbe tranquillamente potuto evitare una polemica infondata e meschinissima. Ma non può perché è accecato dall’ira e usa un settimanale diocesano per sfogare le proprie paturnie. In quasi tre lustri di direzione, il don ha trasformato in una fucina di odio politico una rivista per famiglie che per decenni ha guardato il mondo con quieto spirito cristiano. Un tempo, Famiglia era distribuita solo nelle parrocchie. Nonne e chierichetti prendevano la propria copia dalla pila sistemata in chiesa e versavano l’obolo, senza che nessuno controllasse, nella apposita cassetta.

La rivista aveva fiducia nell’onestà del lettore e il lettore si fidava dei contenuti pacifici e cristiani della rivista.
Col don il clima si è incattivito. Metà Famiglia cristiana è dedicata settimanalmente alle «malefatte» del mostriciattolo di Arcore. Ecco una serie di titoli degli ultimi due anni: «La costituzione dimezzata»; «Un Paese senza leader»; «Berlusconi al tramonto»; «Premier in declino per sette lettori su dieci», ecc. Contenuti e linguaggio oscillano tra calunnia e trivio. Se il Cav si occupa dei rifiuti di Napoli diventa «lo spazzino». Se il suo governo si attrezza contro i clandestini si macchia delle «atrocità dei nazisti contro i bambini ebrei» (la bravata è però costata al don una querela del ministro dell’Interno, Maroni).

Se i soldati sono mandati per le strade in Campania siamo «all’anticamera di dittature sudamericane». Il Cav cerca di difendersi col Lodo Alfano dalle toghe partigiane? È «un tracotante» che prepara «un ritorno del fascismo». Se Fini litiga con Berlusconi, il primo è una vittima, l’altro il carnefice. Il Cav dice una spiritosata di dubbio gusto su Rosy Bindi e la giustifica dicendo che non è sua ma girava in Parlamento, il don interpreta: «Vuole tenere i piedi in tutte le scarpe. Nel caso specifico, quelle dello statista e del teppistello di periferia». Sembra di sentire Totò Di Pietro che però non è un prete. Berlusconi pretende che i parlamentari pdl votino compatti in Parlamento, com’è norma in tutti i partiti?

«Ha una concezione padronale dello Stato e ridotto politici e ministri in servitori». Nemmeno se fa la comunione gli sta bene. Quando successe l’anno scorso al funerale di Raimondo Vianello, di cui il Berlusca era amico fraterno, Famiglia cristiana armò un casino che, fossi stato Papa, avrei sospeso la rivista e inflitto almeno un paio di scomuniche. Una a don Sciortino come direttore, l’altra al teologo del settimanale che, a comando, ha scritto cose indegne.

Ecco qualche passo: la comunione rientra «nei gesti plateali del premier» che ha trasformato «quel funerale in spettacolo... Come cristiani proviamo disagio quando uomini di potere approfittano di momenti della vita di fede per fare ciò che, in genere, fanno fuori dalla chiesa: dare spettacolo di sé». Come se in cinquant’anni di democristianità non avessimo visto genuflessioni a rotta di collo dei Moro, comunioni multiple dei Fanfani, sguardi al cielo di Andreotti, mani giunte a gara di Rumor, Zaccagnini, Casini e baciapile vari. Io non so se don Sciortino e i suoi appartengano a una razza speciale di fabbricatori di fiele. Ma se questi sono i preti, mi preferisco laico e peccatore.



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E Lombardo butta 14mila euro in segnalibri

di Paolo Bracalini



Altro che tagli: ecco i bilanci della Regione Sicilia. Per il progetto di un ricovero per cavalli, bruciati un milione e mezzo di euro




Roma - «Occorre garantire prioritariamente il contenimento delle spese di gestione e operative dell’intera amministrazione regionale» ammoniva Raffaele Lombardo, governatore siciliano e animatore del famigerato Terzo polo del buon governo, pochi mesi fa. Nel frattempo, in Sicilia si è fatto l’esatto contrario, invertendo il senso di una circolare di Tremonti che nel 2008 chiedeva cortesemente agli amministratori pubblici di evitare spese inutili per carta, inchiostro, pubblicazioni, lettere e altri vecchi supporti rimpiazzabili con allegati ed e-mail, a costo zero. Il governo Lombardo invece (che non risparmia neppure su se stesso, essendo arrivato già al quarto rimpasto) ha speso solo per fax e lettere 110mila euro nei primi nove mesi del 2010, come si legge nel bollettino sull’«impiego dei fondi del bilancio regionale» pubblicato nella Gazzetta ufficiale della Regione Sicilia il 20 dicembre scorso, ripreso e analizzato dal Quotidiano di Sicilia, giornale d’inchiesta locale molto attento alle «spese pazze» dei vertici siculi. Il documento ufficiale rendiconta le spese sostenute per la presidenza e per due assessorati, quello alla Salute e quello alle Autonomie locali.

Ed è proprio riguardo al borderò della presidenza che si leggono alcune spesucce interessanti. Quando si parla di «tavoli» per un’intesa dei moderati Lombardo è sempre disponibile, e dev’essere per questo che nella «nota spese» regionale si trovano 7.723,20 euro come «impegno somme lavori realizzazione tavolo riunione studio del Presidente». Poi, oltre al tavolo ci sono 6mila euro per «manutenzione poltrone e divani» e poi 11.836,80 euro per la fornitura di 20 nuove poltrone. Sempre la presidenza ha speso 3.942 euro per dei condizionatori d’aria, 23.633 euro per «attezzare» la parte di uno studio, e poi - tanto per fare felice Tremonti - 14.400 euro per la «stampa e realizzazione di n.3000 opuscoli informativi e n.3000 segnalibro», anche questi fondamentali e cartacei.

Sempre per aumentare la carta e le spese connesse in epoca digitale, la Regione ha sborsato circa 28mila euro in stampe grafiche, più di 53mila euro in toner per le stampanti dell’Assessorato alla Salute e poi la bellezza di 414.804 euro per il contratto con Eurografica, la società che stampa in cartaceo la gazzetta ufficiale della Regione. C’è anche una voce «curiosa» secondo il giornale diretto dall’esperto di finanza pubblica Carlo Alberto Tregua, e cioè i 38.813 euro per «forniture varie Pasqua 2010», che non si capisce se siano uova di cioccolato, colombe o altro. Supera tutti però il milione e mezzo di euro per progettare una «ippostazione» in località Croce, cioè un rifugio di cavalli, bene fondamentale per i contribuenti siciliani.

Del resto il bollettino regionale è accurato ma non sempre chiarissimo sui motivi delle spese. Così quando la presidenza impegna 483.600 euro per l’acquisto di «macchinari» ci si può chiedere in cosa consistano, ma nel documento regionale la risposta non può esserci. Non è la sola spesa notevole dei primi tre trimestri del bilancio siciliano. Sommando le cifre qua e là si scopre che i tre uffici presi in considerazione hanno speso 150mila euro per la telefonia mobile e fissa, 266mila per la fornitura di energia elettrica, 173mila euro per i servizi di vigilanza e 348mila per la pulizia dei locali, che saranno uno specchio. E le auto? Ci sono anche quelle, grazie al grande parco di macchine di servizio in dotazione agli amministratori siciliani. Qui - e parliamo sempre solo di presidenza più due assessorati - si trovano i 13.766 euro per «autisti a Roma», poi 15.821 euro per noleggio di automobili e 208mila euro per le polizze assicurative. L’assessorato alle Autonomie locali si dà molto da fare in auto e consuma 200mila euro di carburante dei 302mila complessivi spesi dalle tre amministrazioni.

Se si tratta di investire nella macchina burocratica non si guarda solo entro i confini siciliani ma anche fuori. A Bruxelles c’è l’ufficio di rappresentanza per l’Ue della Regione Sicilia, e lì sono finiti nel 2010 553.174 euro. Poi una parentesi di affetto per i natali, con i 388mila euro partiti da Palermo per riqualificare il centro storico di Grammichele (Catania). Il paesino in cui è nato il terzopolista Lombardo.



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Ora Fini chiede soldi con l'auto blu E il tour elettorale lo paga lo Stato

di Gian Maria De Francesco



Come presidente della Camera andrà da Milano a Bologna a Messina. Ma il vero scopo è cercare risorse e investitori per finanziare il suo partito. La vettura di rappresentanza costa circa 142mila euro l'anno. I voli di Stato tra 50mila e 60mila. Da Nord a Sud si parlerà di giovani, legalità, lavoro e sviluppo. In serata le cene



Roma

Più di duecentomila euro a carico dei contribuenti italiani. A tanto potrebbe ammontare il costo del prossimo tour politico- elettorale del leader di Futuro e Libertà nonché presidente della Camera, Gianfranco Fini. I prossimi quattro weekend, infatti, saranno densi di appuntamenti per l’inquilino numero uno di Montecitorio che parteciperà ad altrettanti appuntamenti organizzati dal nascente partito in funzione del congresso fondativo di Milano dall’11 al 13 febbraio. Si tratta di quattro iniziative monotematiche che si svolgeranno in città tradizionalmente «amiche» del fronte finiano. Si partirà sabato 15 gennaio a Messina con un incontro dedicato al lavoro per concludere il 5 febbrao a Bologna con una convention per i giovani passando per Reggio Calabria (22 gennaio, legalità) e Padova (29 gennaio, sviluppo).

Contestualmente, negli stessi giorni saranno organizzate in città diverse cene per il finanziamento della nascente formazione, come già accaduto a Roma con il mezzo «flop» di Villa Miani agli inizi di dicembre. Insomma, un calendario fitto per Fini che deve in qualche modo di cercare di recuperare il rapporto con la base dopo la batosta del 14 dicembre con il tentativo fallito di golpe contro il nemico Berlusconi. Certo, il tiraemolla tra il Cavaliere e il ministro dell’Economia sull’opportunità di aumentare le risorse a disposizione per le politiche di sviluppo sta facendo un po’ il gioco degli avversari finiani che quando possono giocare da guastatori, da vietcong riescono ad esprimere il meglio di sé. Basti pensare che proprio Tremonti da avversario è diventato uno dei possibili alleati dei futuristi.

Ma la strada da percorrere per riguadagnare quei consensi perduti nei sondaggi con la sconfitta del 14 dicembre è molto ardua. Niente paura! Fini con i suoi potenti mezzi è in grado di dare una mano ai vari Granata, Bocchino, Briguglio & C. che si stanno dando fare per tamponare le falle. Mai come in questo caso il doppio ruolo torna utile all’ex numero due del Pdl. Senza voli di Stato e senza auto blu di servizio altri costi graverebbero sulle casse di Fli. Ma il presidente della Camera, proprio in virtù del suo ufficio, gode di un facile accesso ai mezzi di trasporto. Ha un’auto blu a sua completa disposizione che, secondo le recenti stime del ministero della Pubblica amministrazione, ha un costo medio di 142mila euro annui tra manutenzione, esercizio e costo del personale di guida.

Ma l’ex leader di An aveva mostrato anche di non voler gravare sul bilancio dello stato e aveva fatto sì che il suo partito ancora in vita ne acquistasse una per lui, poi restituita. Fini, in quanto presidente della Camera,può inoltre accedere ai voli di-Stato del XXI stormo dell’Aeronautica militare. Se, per ipotesi, li utilizzasse per recarsi nelle quattro città delle convention percorrendo i circa 3.400 chilometri di andata e ritorno con uno dei Piaggio P180 in dotazione la spesa oscillerebbe tra i 50 e i 60mila euro. Certo, i velivoli devono essere mantenuti in esercizio e quindi dovrebbero volare comunque. Ma se il presidente della Camera non potesse usufruire di questi benefit sarebbe tutto così semplice?

D’altronde,sono mesi ormai che il Giornale così come tanti cittadini aspettano un gesto chiarificatore su vicende ben più spinose come quelle della casa di Montecarlo, ereditata dal partito e svenduta al «cognato» Giancarlo Tulliani, o dei contratti Rai alla «suocera» Francesca Frau. E di parole neanche una. Quindi l’utilizzo dell’auto e degli aerei di Stato per scopi politici privati e non per eventi istituzionali non cambierebbe di una virgola il quadro. E, anche se farne a meno in questi casi sarebbe opportuno, si potrebbe sempre obiettare che il presidente della Camera, ovunque vada, è tenuto a rispettare un preciso protocollo per motivi di sicurezza. Ci sarebbe un’altra possibilità: dimettersi dalla presidenza e tornare a fare politica a tempo pieno ma la volontà manifestata di scollarsi dalla poltrona è stata sempre pari a zero. E, come si vede, ci sono centinaia di migliaia di buoni motivi per non farlo.




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La strana gita di D’Alema tra lusso ed ecomostri

di Stefano Zurlo



Questioni di lana. Anzi, di lana caprina. Massimo D’Alema s’indigna: «La sciarpa che indossavo - spiega al direttore del Riformista Stefano Cappellini - non era di cachemire, posso fargliela vedere». Le sciarpe. Le scarpe. Le barche. Siamo sempre alle stesse latitudini. Agli stessi balocchi. Agli stessi complessi. È da anni che Massimo D’Alema si giustifica, minimizza, gioca come un minimalista sui tessuti, sulle calzature, sulla passione per il mare. Va per mare, ma che volete che sia: l’Ikarus II, un «canotto» di diciotto metri, è una multiproprietà, lui e il suo socio pagano una sciocchezza, 8.068 euro al mese di mutuo (Repubblica del 2005), aperto curiosamente con la Popolare di Lodi di Fiorani, ma è un caso. Sull’artigiano calabrese che gli confeziona superbi calzari, D’Alema ha costruito un piccolo trattato teologico, in bilico fra orgoglio risparmioso piccoloborghese e pauperismo postcomunista di ritorno.

Ora si accende per le foto pubblicate da Chi che l’ha immortalato per Natale nella bianca e fiabesca Engadina. Nulla di male, ci mancherebbe. Ma è lui stesso, forse perché punto da quella perfida definizione del Cavaliere, «comunista in cachemire», a disegnare una contorta spiegazione che alimenta solo maliziosi retropensieri. «Io non sono andato in vacanza a Saint Moritz - afferma - non che sia un criminale andarci. Sono andato in vacanza in un paesino dell’Engadina, meno costoso. A Saint Moritz sono stato in gita. Non c’ero mai stato».

Eccolo, il leader del Pd è sempre alle prese col cubo del suo passato. Lo gira da tutte le parti, ma non trova la soluzione più semplice e allora s’imbarca in ardite dispute sul sesso degli angeli: D’Alema, a quanto risulta al Giornale, non è andato in vacanza a Saint Moritz perché in effetti era ospite dell’hotel Bernina in quel di Samedan. Ora uno può arzigogolare come meglio crede sul proprio tempo libero, ma Samedan è a un tiro di schioppo dalla celebre località dei Grigioni. Sei chilometri, metro più metro meno. Anzi, è famosa in tutta Europa perché lì c’è l’aeroporto che serve i vip: Samedan sta a Saint Moritz come Linate a Milano. Che motivo c’è di cavillare sulla carta geografica ingigantendo il dettaglio col piglio di un militare impegnato in un rastrellamento? Se uno non va a Forte dei Marmi perché è su una sdraio a Pietra Ligure è un conto, ma se sverna a Marina di Pietrasanta, magari al Twiga, a cento metri dal Forte, perché aprire un inutile dibattito?

L’hotel Bernina, per la cronaca, è un quattro stelle e fa parte della catena di alberghi chic Metaresort della famiglia barese Mazzitelli. Famiglia storica di costruttori, anzi di palazzinari come si dice in gergo. I Mazzitelli hanno tirato su interi quartieri di edilizia popolare a Bari, palazzi su palazzi che non hanno trovato posto nella storia dell’architettura ma solo in quella delle desolate periferie italiane. E sempre i Mazzitelli sono gli storici proprietari del Fuenti, il più celebre degli ecomostri d’Italia, l’ecomostro più ecomostro adagiato come un elefante sulla cristalleria della Costiera amalfitana, demolito dopo una lunghissima e sfibrante battaglia giudiziaria e incredibilmente risorto, in formato mignon, dalle proprie ceneri qualche mese fa. Insomma, Mazzitelli uguale mattone & resort. E infatti nelle foto scattate sulle nevi svizzere D’Alema è accompagnato proprio da Dante Mazzitelli, il presidente della catena. D’Alema dunque ha trascorso le festività in una bellissima struttura non proprio a conduzione familiare.

Tutto regolare, ci mancherebbe. Salvo quei continui corpo a corpo con i luoghi comuni di una certa sinistra. «Il giaccone - prosegue lui - è un vecchio giaccone». Certo, è un old Fay targato Della Valle, se le immagini non c’ingannano. E le scarpe? Ecco pronta un’altra turibolata d’incenso quaresimale: «Le scarpe le ho comprate da Decathlon, pagandole ventinove euro, possono testimoniarlo le tante persone che hanno fatto la fila con me». Le scarpe, si sa, sono un argomento che ha sempre tarantolato D’Alema. E lo ha spinto a spigolose precisazioni. Così, in una fondamentale lettera a Sette qualche tempo fa, il sulfureo leader correggeva con una punta di stizza quanto scritto in precedenza da Francesco Merlo: «All’artigiano calabrese fabbricatore di ottime scarpe, e citato dallo stesso Merlo nel suo articolo, il settimanale Panorama ha dedicato un ampio servizio dal quale risulta che il prezzo del prodotto è di gran lunga inferiore al milione e mezzo di cui si è parlato».

Scarpe cheap, sciarpa di un tessuto non meglio definito, dislocazione decentrata: è sempre un D’Alema low cost quello che cosparge d’incenso il proprio riposo. Però è un low cost da cartolina. In compagnia di quel Mazzitelli che dopo la demolizione del Fuenti ha ricominciato a ricostruire nello stesso luogo sfregiato, è incappato nella magistratura, si difende accampando i propri diritti e citando gli accordi raggiunti a suo tempo con autorità varie, è finito nel mirino del Fatto che ironizza sul Fuentino al posto del Fuenti. E insomma, non riesce a voltare pagina. Proprio come D’Alema. Che alla fine trova la quadratura del cerchio prendendosela con «lo squadrismo mediatico» del Cavaliere. Che noia. Anche sull vette dell’Engadina, D’Alema vede sempre lo stesso panorama.




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Iran, condannata a 11 anni di carcere l'avvocato del Nobel Shirin Ebadi

La Stampa


Arrestata a settembre non potrà esercitare per 20 anni
la sua professione di avvocato né lasciare il Paese






TEHERAN

L'avvocato Nasrin Sotoudeh - attivista da lunghi anni in difesa dei diritti delle donne in Iran e stretta collaboratrice del Premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi - è stata condannata a 11 anni di carcere e al divieto per 20 anni di esercitare la sua professione. Lo ha detto alla France Presse il marito della donna.

La donna, arrestata nel settembre scorso in Iran, non potrà inoltre lasciare il paese per venti anni.L’avvocato, arrestata lo scorso 20 settembre, è stata riconosciuta «colpevole di azioni contro il regime iraniano e di appartenere al centro dei difensori dei diritti dell’uomo», il gruppo di avvocati fondato e guidato dal premio Nobel per la pace, l'avvocatessa Shirin Ebadi. In particolare, è stata riconosciuta colpevole di «azioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime, oltre che di appartenenza al Centro dei difensori dei diritti dell'Uomo».

A dicembre la magistratura iraniana ha disposto anche per Shirin Ebadi il divieto di lasciare il Paese. L'hanno accusata di aver evaso il fisco, e tutti i suoi beni sono stati sequestrati. Secondo la notizia, il premio Nobel dovrebbe versare allo stato iraniano circa 120 milioni di toman (c.a 110.000 euro ndr.). Una parte importante di questo debito comprende la tassa che lo stato ha imposto sul premio che la Ebadi ha ricevuto nel 2003 dalla Fondazione Nobel. La Ebadi, che si trova all’estero, ha confutato tale accusa, facendo ricorso, tramite il proprio legale, alla Corte dei conti.

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Bocca e le nozze (segrete) in chiesa

di -

La moglie Silvia Giacomoni: "A suo modo è sempre stato cattolico". Sull’avvicinamento alla fede il suo giornale, La Repubblica, tace



Silvia Giacomoni, moglie di Giorgio Bocca, è titubante. Ha due paure e non vorrebbe parlare. Teme la titolazione del Giornale. E teme di essere irrispettosa nei confronti «del Bocca», mettendosi a chiacchierare «della nostra vita privata» a pochi giorni dalla sua morte.


Però ormai è al telefono e qualcosa concede. Devo verificare una notizia, dico io. «Quale sarebbe questa notizia?». Che, poche settimane fa, lei e Bocca vi sareste sposati in chiesa.
Silvia Giacomoni è stata per molti anni la compagna del Provinciale. Una compagnia discreta e rispettosa, con dieci anni di differenza e una certa gelosia ognuno dei propri spazi e delle proprie abitudini.

Quando nacque Repubblica fu lui a convincerla al giornalismo. Ora, al telefono, lei non smentisce l’informazione. Anzi, la avvalora. E il fatto sorprende ancor più perché nelle commemorazioni che il suo giornale ha dedicato alla sua grande firma non se n’è trovata traccia. Certo, Giacomoni non dà particolari, non dice quando e dove.

Se a Milano o a La Salle, in Val d’Aosta. E prova a ritrarsi: «Mi sento un po’ confusa. Ho difficoltà a parlare di un argomento tanto delicato con un giornale che non lo è. Bocca mi ha insegnato che ai colleghi si risponde sempre. Ma non mi metto a raccontare che l’ho accompagnato all’altare. Però se tu fossi stato ai funerali avresti ascoltato un’omelia con dei contenuti precisi. Più che parlare con me bisognerebbe parlare con il sacerdote. Quella cerimonia voleva dire qualcosa». Immagino ci sia stato un percorso... «Figuriamoci se avrei potuto far celebrare il funerale in forma privata di mia iniziativa...».

Nelle ultime interviste Bocca manifestava, sempre nel suo modo brusco e contraddittorio, un avvicinamento a un certo senso religioso. A Gabriella Colarusso di Lettera 43 che nell’aprile scorso lo interpellava sull’importanza della Costituzione rispose: «Della Costituzione italiana me ne frego. A me importa della costituzione morale. Credo di più al Vangelo che non alla Carta. Mi sembra più convincente, perché nel Vangelo c’è qualcosa di divino che nelle costituzioni liberali non c’è». Crede in Dio?, lo incalzò la collega.

«No perché non l’ho mai incontrato. Possibile che questo Dio così potente non abbia mai trovato il tempo di manifestarsi?». E allora che cos’è questo divino a cui si riferisce? «Quello che vorrei che ci fosse. Ma sono ancora alla ricerca». Nella stessa conversazione si definiva così: «Dal punto di vista morale sono un po’ vigliacco, sono molto cattolico: la penitenza, la confessione». Insomma, un rapporto travagliato con il cristianesimo. Fattosi forse più essenziale negli ultimi anni.

Nel crepuscolo dell’esistenza terrena le faccende dell’anima si fanno stringenti anche per gli intellettuali, per i temperamenti indòmiti, per coloro che in vita, sostenuti dai doni della natura, hanno sempre inalberato un certo orgoglio e una certa alterigia. È successo anche a persone apparentemente molto lontane come Antonio Gramsci o Leonardo Sciascia, come lo stesso Montanelli o Giorgio Caproni, di accostarsi a una dimensione religiosa se non proprio alla fede.

Forse la ricerca di cui Bocca stesso parlava negli ultimi tempi l’aveva portato a un avvicinamento. «A suo modo, cattolico lo è sempre stato», riflette Giacomoni. «Di educazione, s’intende. Un cattolicesimo pre-Concilio Vaticano II. Quando l’ho conosciuto, accompagnava sua figlia a scuola dalle suore. Non è mai stato un mangiapreti, semmai lo ero io. Non si può parlare di conversione.
Non c’è nessuno scandalo. Scrivi quello che vuoi... Però adesso basta, è la nostra vita privata».
Inutile insistere. La richiesta di un incontro non è accolta: «È troppo presto...».




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Quando Malinconico fece perdere alla Rai 15,8 milioni di euro

di -

Da consulente diede parere positivo per la nomina di Meocci a direttore. Ma c’era incompatibilità di legge e l’Agcom sanzionò la tv pubblica

 

Carlo Malinconico, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio in ottimi rapporti con la «cricca» romana degli appalti, non s’è goduto soltanto le vacanze di lusso pagate a sua insaputa da Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore famoso per l’intercettazione telefonica in cui rideva del terremoto all’Aquila.




Si è anche distinto per un parere legale sballato che ha provocato un danno da ben 14,4 milioni di euro, poi lievitati a 15,8, alla Rai (cioè allo Stato, visto che si tratta di una società per azioni che per il 99,56 per cento fa capo al ministero dell’Economia e delle Finanze).

Una referenza che fa a pugni col rigore nella gestione dei conti pubblici tanto caro al premier Mario Monti, che ha scelto il tecnico quale proprio braccio destro.

Ma v’è di peggio. Interrogato il 21 dicembre 2006 in Procura a Roma dal pm Adelchi d’Ippolito circa quell’avventato parere, Malinconico fece mettere a verbale la seguente dichiarazione: «Non ho mai ricevuto alcun incarico formale dalla Rai. Per quel lavoro non ho ricevuto alcun compenso». La Corte dei conti, con sentenza depositata il 23 febbraio 2011, lo ha smentito: «All’avvocato Malinconico», si legge, «è stata liquidata una parcella di euro 18.360,00». I casi sono due: o la Corte dei conti ha torto o Malinconico dichiarò il falso al magistrato.

La vicenda che vede il sottosegretario di Monti nelle vesti di protagonista negativo è quella, tormentata, che nell’agosto 2005 portò alla nomina di Alfredo Meocci a direttore generale della Rai e alle sue dimissioni per incompatibilità nel giugno dell’anno seguente. E prende le mosse proprio dall’incompatibilità di Meocci a ricoprire quel ruolo.

Prima di procedere all’elezione del direttore generale designato dal ministro delle Finanze dell’epoca (Domenico Siniscalco), i consiglieri d’amministrazione della Rai (Giuseppina Bianchi Clerici, Gennaro Malgieri, Angelo Petroni, Marco Staderini e Giuliano Urbani) pretesero garanzie giuridiche sulla decisione che si accingevano a prendere. Fino a quel momento, infatti, Meocci era stato consigliere dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e, secondo la legge, cessato quest’incarico avrebbe dovuto, nei quattro anni successivi, astenersi dall’instaurare rapporti di lavoro o di consulenza con aziende del ramo comunicazione sottoposte al controllo dell’Agcom, come appunto la Rai.

Sennonché il giornalista Meocci era già dipendente della Rai, in qualità di caposervizio del Tg1, prima di andare all’Agcom. Inoltre - dettaglio tutt’altro che trascurabile - vi era un parere dell’ufficio legale della stessa Agcom secondo cui egli poteva rientrare in Rai senza alcun limite di ruolo (dal che si deduce che l’Agcom, in seguito, smentì se stessa pur di mandare a casa il direttore generale in quota al centrodestra e, quel che è peggio, lo fece pochi giorni dopo che Romano Prodi aveva vinto le elezioni).

Quindi, per il ministero delle Finanze, i vertici di viale Mazzini e perfino l’Agcom non si trattava d’instaurare un rapporto di lavoro bensì semplicemente di riammettere Meocci nei ranghi aziendali al termine dell’aspettativa. Restava un unico busillis da chiarire: la nomina a direttore generale poteva essere parificata a un normale rientro in servizio, sia pure in posizione apicale, oppure costituiva una novazione del rapporto di lavoro già intrattenuto con la Rai, cioè un nuovo contratto paragonabile a un’assunzione in Mediaset o al Corriere della Sera?

Di qui la necessità, per la Rai, di coprirsi le spalle. Nonostante potesse contare su un ufficio interno con 20 legali, diretto dall’avvocato Rubens Esposito, l’ente radiotelevisivo di Stato preferì consultare alcuni luminari del diritto. Fra questi, Malinconico. Il quale lasciò intendere al pubblico ministero che lo interrogava d’aver sì agito alla carlona («Mi fu richiesto di eseguire il lavoro in poche ore e quindi non ho potuto elaborare il lavoro approfondito e meditato per come è mio costume»), ma d’averlo fatto gratis, quasi per gentilezza nei riguardi «dell’avvocato Esposito, al quale mi legava un rapporto di conoscenza per averlo incontrato tempo prima in un convegno».

Assai diverso fu l’atteggiamento degli altri tre esperti interpellati dalla Rai. Il professor Alessandro Pace, insigne costituzionalista, e l’avvocato Vittorio Ripa di Meana si guardarono bene dal dare via libera alla nomina e, anzi, prospettarono un’ipotesi di abuso in atti d’ufficio per quei consiglieri che avessero votato Meocci. Lo studio legale Luciani si limitò a osservare che il caposervizio del Tg1 aveva soltanto diritto a riprendere il suo ruolo di giornalista in Rai una volta scaduto il mandato presso l’Agcom.

L’unico che non ebbe alcun dubbio fu Malinconico, secondo il quale, come riporta la sentenza 326/2011 della Corte dei conti, «cessata la causa d’incompatibilità, il rapporto di lavoro si riespande e, in tale contesto, non vi sarebbero motivi ostativi acché il soggetto interessato, reinserito in azienda, possa essere chiamato a svolgere qualsiasi incarico o funzione, ivi compreso quello di direttore generale».

La Rai considerò dirimente il parere positivo del professor Malinconico, ordinario di diritto dell’Unione europea presso l’Università di Roma Tor Vergata.

Non solo perché egli era stato avvocato dello Stato dal 1976 al 1985 e consigliere di Stato dal 1985 al 2002, ma anche per i numerosi altri incarichi pubblici ricoperti fino a quel momento: capo dell’ufficio legislativo del ministero delle Partecipazioni statali e del ministero del Tesoro, consigliere giuridico dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, capo del dipartimento degli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio dal 1996 al 2001, direttore generale dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas (in seguito sarebbe diventato segretario generale della presidenza del Consiglio con Romano Prodi e poi presidente della Federazione italiana editori giornali).

Solo nel dicembre 2006, sette mesi dopo essere diventato il capo dello staff del premier Prodi, Malinconico ammise davanti al magistrato, con perifrasi acrobatiche, d’aver preso una colossale cantonata: «Stilai il parere in poche ore senza la possibilità di operare un’attenta riflessione. Sull’assenza di motivi di incompatibilità circa la possibilità di svolgere le funzioni di direttore generale da parte di Meocci a cui risposi anche positivamente dedicai però per la ristrettezza di tempo cui prima ho fatto cenno un minore approfondimento e perciò giunsi a quelle conclusioni così nette che probabilmente se avessi avuto la possibilità di riflettere e studiare meglio il punto avrei rappresentato almeno in maniera più problematica».

Per questo parere frettoloso e sbagliato, Malinconico emise una parcella da 18.360 euro. In seguito alle vicende giudiziarie che ne scaturirono, pare che la somma sia stata restituita.
Restano le macerie: una sanzione da 14,4 milioni di euro inflitta alla Rai dall’Agcom per aver violato la legge 481/95 nominando Meocci benché incompatibile, saliti a 15,8 milioni per ritardato pagamento, e 11 milioni che i consiglieri Bianchi Clerici, Malgieri, Petroni, Staderini, Urbani e l’ex ministro Siniscalco sono stati chiamati a risarcire alla Rai, in parti uguali fra loro, dalla Corte dei conti.




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Guantanamo, il carcere che ha salvato l’Occidente

di -

Allestito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, è il più criticato e odiato del mondo. Ma ha permesso di sventare attentati e salvare molte vite

È facile essere contro la tortura dopo tanti secoli di orrori, dopo che, dagli eretici alle streghe o semplicemente ai nemici, i diversi inquisitori hanno estratto così tante false ammissioni.




La giurisprudenza moderna che discende dalla Convenzione di Ginevra, che regola fra l’altro la questione dei prigionieri nei conflitti, ha dunque proibito di farne uso. Ma questo è il vecchio scenario in cui i soldati catturati, deposte le armi, divengono docili prigionieri in attesa della pace. Guardiamo invece alla contemporanea guerra del terrorismo islamico, in cui alcuni uomini di Al Qaida non depongono mai l’arma principale, quella del fanatismo.

Essi continuano fino alla fine la loro guerra, anche in detenzione, e sono ben allenati a affrontare la tortura e la morte. Proviamo a immaginare di avere catturato un terrorista che ha appena compiuto una strage. Egli stesso annuncia un nuovo attentato. Potrebbe essere proprio quello all’autobus che porta tuo figlio. Come estrargli la giusta informazione per fermare la strage? E come impedire che il terrorista continui nella sua guerra?

Guantanamo è stato l’epicentro di queste questioni fondamentali, un ring di lotta ideologica e politica di cui Obama decise tre anni fa di chiudere i battenti, senza poi farlo. Oggi possiamo dire che Guantanamo col suo intrinseco riconoscimento che lo scontro col terrore è una guerra, ha salvato un grande numero di vite umane, bloccando con regole militari ma dignitose terroristi che altrimenti non avrebbero avuto nessun motivo di fermarsi, e utilizzando una mosaico di informazioni. I metodi non sono stati tutti ortodossi, ma non c’è stata tortura crudele e incontrollata. Nell’ispezione ordinata da Obama gli ispettori verificarono che la Convenzione di Ginevra fosse completamente rispettata. La famosa tortura del waterboard durante l’amministrazione Bush fu applicata solo a tre dei cento «terroristi di valore» detenuti.

Khalid Sheikh Mohammed comunque aveva nella cella un tapis roulant da palestra) pur essendo il cervello organizzativo dell’attacco alle Twin Towers, Abu Faraj al Libi, o Hassan Ghul, leader di Hamas godevano dell’uso di una biblioteca islamica e altre strutture di uso comune. Tutti hanno l’aria condizionata e tempo per stare insieme. Riescono anche a organizzare lancio di pipì e feci sui militari addetti all’ordine.

Obama tuttavia ha obliterato strategicamente Guantanamo: ha deciso che era preferibile un largo uso di droni e di assassinii mirati, compreso quello di Bin Laden, piuttosto che seguitare a far funzionare la struttura che aveva consentito di bloccare il terrore. Ma Obama e con lui parte dell’opinione pubblica sostiene che il terrorismo non è una guerra, ma un evento criminale. Guantanamo insomma, la prigione americana militare e extraterritoriale aperta dieci anni fa è diventata l’epicentro, travestito da questione umanitaria, della discussione sulla sicurezza e sulla guerra al terrorismo.

Ma a tre anni dalla promessa di chiudere la prigione, Obama non ha osato farlo. In fondo sa anche lui che solo questa prigione isolata, lontana, fuori del territorio americano, ha evitato che la guerra terrorista di Bin Laden facesse altre vittime dopo l’11 di settembre e la Cole. Il mosaico di informazioni raccolto anche con gli interrogatori a Guantanamo ha salvato vite e ha consentito di trovare Bin Laden.

I terroristi sono stati interrogati secondo regole senz’altro molto dure, l’uso dell’isolamento ha assunto proporzioni serie, anche se come dice John Yoo, il giurista che preparò il «torture memo» per Bush, la proibizione di Ginevra di apportare sofferenza fisica o mentale ha insegnato a non sommare diversi tipi di sofferenza, per esempio il sonno con la solitudine o col cambiamento di cibo. Obama ha scelto i droni e i commando con l’ordine di uccidere, ma che questa sia davvero la strada più morale, ci permettiamo di dubitarne.




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La strage dei cani e la pietas perduta

Il Mattino


Caro Direttore, i 60 cani di ogni età e taglia, trovati morti, insieme con una decina di gatti, nella notte dell'Epifania, a Marigliano, in via Nuova del Bosco, ci hanno lasciato lo sconcerto e tanto disgusto. La macabra scoperta non ha una spiegazione: nessuna causa naturale, né quei poverini s'erano dati appuntamento, per morire tutti insieme nello stesso luogo. Su quella mattanza farà luce l'inchiesta della Procura. Ma ci sia consentito almeno di esortare i Comuni a controllare come vengano tenuti i cani nei canili.

Leggo da qualche parte che per ognuno di essi le Asl sborsano da un minimo di un euro al massimo di 3 euro al giorno. Non bastavano l'abbandono e il randagismo, ora su di loro si mette pure la speculazione.

Ma se si lesina su tutto: cibo, assistenza, spazio, strutture igieniche e cure veterinarie, essi, liberi da carceri così orribili, non saprebbero bastare meglio a se stessi? Il guaio è che il destino dell'animale è quello di essere uno strumento nelle nostre mani, da eliminare, quando ci pare. Però, non c'è una infamia peggiore di quella, perpetrata dalla specie umana contro la creatura più semplice e spontanea, così innocente e fedele, da offrire anche la sua vita per noi, senza mai chiedersi se ne siamo degni.

Luigino Piccirilli - Afragola



Caro Piccirilli, ho scelto la sua lettera tra le tante arrivate in questi giorni perché ci costringe a riflettere sulla sconcertante strage di cani di cui il Mattino ha riferito per primo sabato scorso. La civiltà di un Paese la si giudica, forse, più facilmente da come tratta i suoi animali domestici.

E una terra che arriva a concepire la mattanza di animali al solo scopo di strappare loro i microchip e continuare così illeciti traffici o peggio incassare sussidi è un punto bassissimo di civiltà e soprattutto di umanità.

Certo, mi si obietterà che laddove si fa strage di uomini e tavolta perfino di bambini perché meravigliarsi in particolare di quella dei cani. Eppure la troverei una obiezione stupida e credo di non dover spiegare nemmeno il perché.

Quando si è perduta ogni forma di pietas, non contano più nemmeno i distinguo. Che senso ha stilare le classifiche di crudeltà e attribuire il podio?

Personalmente sono per l'inasprimento delle pene nei confronti di chi uccide gli animali. Non so se funzionerà da deterrente ma forse è un primo passo verso un genere umano che non ha perso il senso della propria dignità.




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Via libera del giudice: il cane all'ospedale dalla padrona ricoverata

Corriere della sera

La sentenza: «Il sentimento per gli animali costituisce un valore e un interesse garantiti dalla Costituzione»


di  DANILO MAINARDI


È una storia veramente antica quella del rapporto affettivo che lega il cane al suo padrone e, per converso, il padrone al suo cane. Antica e immutabile nella sua essenza, a far capo da coloro che per primi strinsero un rapporto affettivo con un animale capace di sentimenti, come appunto può essere un cane. E penso ai nostri antenati del paleolitico che per primi scoprirono quel vincolo fatto d'affettività che li legava, contraccambiati, ai primi giovani lupi da essi addomesticati.

Ed essenziale è percepire che niente avrebbe funzionato, nel processo d'addomesticamento, se tra quelle persone umane e quelle altre non umane (nel caso canine) non fosse scattato un qualcosa di simile all'amore. Né caccia, né pastorizia, né guardia. Niente insomma: nessun mestiere. Perché il cane il suo lavoro lo fa solo perché ama il suo padrone. Il suo è un rapporto fatto così e non può essere diversamente, e di ciò tanto hanno scritto letterati, storici, psicologi, naturalistici.

Se il rapporto tra cane e padrone è ancora quello, immutabile, di quando si instaurò la prima alleanza, il significato e soprattutto il valore di quello strano sentimento d'amore che lega un umano e un non umano è molto cambiato nel tempo. La legge, per esempio, solo recentemente ha iniziato a codificare al fine di riconoscere e garantire questa forma d'amore.


Ed ecco allora il lato nuovo, a suo modo rivoluzionario, di prendere cognizione, al fine di tutelarlo, di questo forte rapporto affettivo. La storia, in breve, è questa: una signora con gravi patologie viene ricoverata in una clinica e chiede di poter incontrare ogni tanto il suo cane. Secondo il regolamento, però, il cane non può entrare nella clinica e così la richiesta finisce sul tavolo del giudice tutelare di Varese, Giuseppe Buffone. La sentenza, di pochi giorni fa, è assai articolata, e in essa si sancisce che il «sentimento per gli animali costituisce un valore e un interesse a copertura costituzionale...».


In tale sentenza si fa inoltre riferimento al fatto che, «in base all'evoluzione della coscienza sociale e dei costumi, il Parlamento abbia ritenuto che un tale sentimento costituisse oramai un interesse da trarsi dal tessuto connettivo della Charta Chartarum...». Parole certo difficili, anche se il senso generale non può sfuggire ad alcuno, e lo stesso vale anche per questi altri passaggi assai significativi: «Lo Stato e le Regioni possono promuovere di intesa (...) l'integrazione dei programmi didattici delle scuole e degli istituti di ogni ordine e grado, ai fini di una effettiva educazione degli alunni in materia di etologia degli animali e del loro rispetto...».


E, in questo caso facendo riferimento alla Convenzione europea di Strasburgo: «La legge ha riconosciuto che l'uomo ha l'obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi, e in considerazione dei particolari vincoli esistenti tra l'uomo e gli animali da compagnia, ha affermato l'importanza di tali animali a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società».



Ed è così che il caso della signora di Varese che, come certifica la sentenza, pur essendo afflitta da varie e dolorose patologie «conserva lucidità mentale e appare capace di intendere e di volere», può produrre importanti ricadute generali per gli animali e per quelli che li amano.


10 gennaio 2012 | 11:29




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Russia, rivolta per fotomontaggio anti-Navalny

Corriere della sera

Blogger sul piede di guerra per un tentativo di screditare il leader della protesta con uno scatto manipolato





MILANO- Si potrebbe chiamare «macchina del fango» in versione russa. Un settimanale ha pubblicato una fotografia che ritrae Alexei Navalny, blogger e leader della protesta anti-Putin, con l'oligarca in esilio Boris Berezovsky. La didascalia parla chiaro: «Alexei Navalny non ha mai nascosto che Boris Berezovsky gli fornisce i soldi per la lotta contro Putin». Peccato però che lo scatto sia un fotomontaggio. Ed è scattata la polemica.
La fotografia originale (Guardian)

LE PROTESTE- Una protesta cominciata sul web. Ripresa anche dal quotidiano britannico Guardian che l'ha rilanciata a livello internazionale. Un risveglio della scena politica russa, dopo la lunga pausa natalizia, che sembra segnare il passo per nuove manifestazioni e rivolte. Soprattutto in vista delle elezioni di marzo. A guidare il dissenso c'è, appunto, Navalny.

L'IMMAGINE- Il blogger nella foto pubblicata ride accanto al magnate che da anni vive a Londra, cardinale grigio all'epoca di Eltsin, condannatoper corruzione in contumacia in Russia, e che non fa mistero di sperare che l'epoca di Putin volga al termine. Ma nella foto originale Navlny è Mikhail Prokhorov, candidato al Cremlino. A scoprire «l'errore» gli internauti. E che subito hanno gridato al complotto. Nel mirino i palazzi del potere. Navalny non commenta, ma in agenda c'è già una nuova protesta il 4 febbraio. Una manifestazione che punta a radunare almeno un milione di persone. 

B.Arg.
0 gennaio 2012 | 10:51




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Ho raccolto tutte le tessere del puzzle dell'umanità

La Stampa

I record di un collezionista compulsivo di oggetti. Nei suoi depositi violini, lapidi, fossili e cappelli



LAURA ANELLO

acilia (roma)

Oops, ho dimenticato il taccuino in macchina». «Non si preoccupi, gliene do io uno dei miei 6000». In un balzo Domenico Agostinelli piomba a colpo sicuro su un ripostiglio gravido di pergamene e quaderni, un isolotto in un mare di oggetti umani che a navigarlo vengono le vertigini: 14 quintali di bottoni, tre di monete, un quintale e passa di francobolli, due di chiodi in ferro. E poi occhiali e ombrelli, pentole e denti, abiti e giocattoli, lampadari e palloni, pietre e lapidi funerarie, strumenti musicali, sci, perfino una collezione di barattoli di polvere. «Ho cominciato guardando al microscopio quella che c’era dentro un quadro del Seicento: ognuna è diversa dall’altra, con le sue larve e i suoi frammenti».

C’è tutto, in questi cinque immensi depositi del collezionista dei record nascosto in una frazione di Acilia, Dragona, a un passo da Ostia Antica. C’è il tentativo illuministico di sistematizzare razionalmente l’universo, e c’è il barocco, con il suo horror vacui - la paura del vuoto da riempire con volute e decori - e con le sue Wunderkammer, le stanze delle meraviglie fatte per stupire. C’è soprattutto la semplicità profonda e naïf di un contadino abruzzese di Campli, 71 anni, che ha cominciato portando in giro per le campagne dipinti dei santi e poi ha fatto fortuna con il commercio di mobili e di quadri. «La prima volta mi hanno dato in cambio un’ocarina», racconta con gli occhi che si illuminano con lo stesso scintillio di Paperon de’ Paperoni che parla del primo cent.

Lo hanno scovato tre film maker siciliani - Antonio Macaluso, Giuseppe Sinatra, Dodo Veneziano - che giravano l’Italia per un progetto sugli scarti fotografici, cioè scatti sbagliati con le teste mozzate o in controluce. «Fotografie? Ne ho cinque valigie», ha risposto lui fulminandoli. Così sono arrivati qui, a girare «Il custode del tempo». Trovando, oltre alle foto, autografi, cannocchiali, vestiti, bastoni da passeggio, mappamondi, strumenti medici, animali impagliati, cartoline, cappelli.

C’è la macchinona nera Anni 30 appartenuta alla famiglia di Al Capone, la culla della famiglia de Curtis («forse ci ha dormito Totò»), una lupara con due tacche («vuol dire che ha ucciso due volte»), una bambolina di porcellana afgana («lì i medici non possono guardare né toccare le donne, allora indicano sulla bambola il punto che duole»). C’è un uovo di dinosauro di 65 milioni di anni fa, una mini-copia del Mein Kampf di Hitler che i soldati tedeschi portavano nel taschino della divisa, la condanna a morte di Mazzini e una sua lettera originale. Affiora, negli schedari di un deposito, un vecchio album di foto: «Sono di Matilde di Savoia».

Ma in questa incredibile, compulsiva accumulazione di oggetti che fanno di Agostinelli un caso unico in Italia e una miniera per i trovarobe delle produzioni cinematografiche (Tornatore, Zeffirelli, Pupi Avati hanno qui un indirizzo sicuro) non c’è venalità. Solo una corsa contro il tempo, il tempo della vita, «per raccogliere tutte le tessere del gigantesco puzzle dell’umanità, perché anche la più insignificante è preziosa e necessaria per comporlo».

Si stenta a credere, camminando sotto le volte da cui penzolano 3.000 occhiali, 3.200 ombrelli, centinaia di scarpe, passando dalla stanza degli strumenti musicali stipata di chitarre, violini e bongos alla camera dell’occulto con le lapidi tombali e gli oggetti da magia, perlustrando i sotterranei dove ancora il re dei collezionisti scava per trovare nuovi spazi, che tutto questo sia stato accumulato in una sola generazione. Ed è inevitabile pensare che con lui tutto il suo mondo possa sparire, perché non c’è altra persona che conosca i milioni di pezzi, che sappia spiegarli, che ci si sappia orientare. C’è poco di archiviato, anche in quell’abbozzo di «Museo della cultura popolare e dell’artigianato scomparso» che ha creato in 4.000 metri quadrati, un piccolo tassello di quel che c’è nei magazzini.

Per i parenti che gli hanno visto vendere tutti i terreni per girare sessanta Paesi del mondo a cercare pezzi, è solo lo stracciarolo. «I miei due figli non ne vogliono sapere, il più grande sta in America e fa l’agente immobiliare dei vip, la seconda ha aperto un’agenzia di viaggi - dice - ma io continuo a sperare che si ravvedano. Le istituzioni? Non esistono. Avevo chiesto alla Regione Lazio un contributo di 2.200 euro per fare i depliant delle collezioni aperte al pubblico, ma non me l’hanno dato».

Paura della morte? «No, quella è solo un passaggio di stato, come i solidi diventano liquidi o gas». Di certo ha già pronta la cassa, accumulata nel mare di oggetti. Dentro ci sono la foto della madre («quella di mia moglie no, non ci vado d'accordo»), un mucchietto di chiodi, una piccozza, mentre il rivestimento esterno è di bottoni: il suo oggetto preferito, a giudicare dalla voluttà con cui mette le mani nei sacchi di juta in cui li conserva. «Li mescolo ogni sera, prima di andare a letto, e prendo tutta l’energia che arriva dalle mani che li hanno toccati, dagli uomini che li hanno indossati. Un giorno, chissà, inventeranno una macchina capace di dirci a chi è appartenuto ciascuno di loro, per un catalogo universale dell’umanità».



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Incredibile, ora sei razzista se dici di essere italiano

di -

Un macellaio del Bergamasco accusato di "nazismo" per un cartello che indica la nazionalità. Tanto che il negozio è sotto protezione


Mai più vantarsi del made in Italy. Questo tricolore che tanto sbandieriamo, soprattutto negli ultimi mesi di enfasi unitaria, sta diventando scomodo. Abbiamo vissuto anni in cui il solo pronunciare la parola patria e mettere alla finestra una bandiera diventava oggetto di caccia all’uomo: era, quella, la stagione di una certa egemonia, che eliminava come nostalgie fasciste anche le più elementari espressioni di identità nazionale.


Macelleria di Treviglio (Bergamo)
Macelleria di Treviglio (Bergamo)

In seguito la storia ha un po’ camminato. Prima gli slanci repubblicani e risorgimentali di Ciampi, poi tutto il fritto misto del centocinquantesimo anniversario, in qualche modo hanno ripulito la bandiera dalle sovrastrutture ideologiche, restituendole la sua missione originaria di unire, non certo di dividere. Un buon lavoro di tutti quanti. Ma potrebbe essere inutile. La luna di miele sembra già finita: improvvisamente, esibire il tricolore e proclamarsi italiani procura una nuova patente, nemmeno così nuova, nemmeno così originale, più che altro buona per tutti gli usi e per tutte le occasioni: razzismo. Né più, né meno.


È L’Eco di Bergamo a raccontare l’esperienza surreale di Antonino Verduci, macellaio in Treviglio, vetrina direttamente sul centro storico. Non è ben chiaro come e perché, ma ad un certo punto le sue vendite hanno cominciato a scendere in modo preoccupante, per via di un’inspiegabile nomèa nata attorno al negozio: è gestito da marocchini musulmani, si raccontava in giro, magari vende carne particolare che arriva da chissà dove.


Stanco di passare per quello che non è, bravo o cattivo che sia come venditore, comunque non straniero, il macellaio ha dunque deciso di avviare una personalissima campagna pubblica, «per fare chiarezza, per evitare qualsiasi equivoco»: sul vetro del suo negozio sono comparsi un tricolore e un cartello molto chiaro, «Macelleria italiana».


In modo istintivo e artigianale, la mossa del macellaio è un po’ quella che si vedono costretti ad adottare i costruttori di biciclette nostri per distinguersi dall’invasione dei prodotti asiatici: «Bicicletta tutta made in Italy», scrivono sui loro telai. Lo stesso fanno gli scarpari, i sarti, gli stessi fornitori di alimentari. Contro la marea dei prodotti più o meno taroccati, più o meno sottocosto, e comunque di provenienza esotica, l’ultima frontiera delle nostre aziende è puntare tutto sulla propria italianità, che per fortuna significa ancora qualcosa.


Questa l’intenzione del macellaio trevigliese, ma evidentemente anche l’intenzione più elementare, in questa era di perbenismo conformista e di buonismo tanto al chilo, diventa un boomerang pericoloso. Neppure il tempo di farsi la vetrina made in Italy e il macellaio si ritrova messo al muro, al muro più odioso dell’epoca moderna, quella rete dei social-network dove tanta bella gente sfoga tutta la sua furia inquisitrice, fustigatrice, moralizzatrice, senza mai esporsi e rimetterci in proprio. Il popolo di Facebook, come viene troppo rispettosamente definito, prontamente lancia la sua fatwa: «Orrore», «Macellaio razzista», «Boicottiamolo», «Ricorda la scritta negozio ariano ai tempi del nazismo», e via bombardando. Italiani e marocchini, più italiani che marocchini, tutti a lapidare il razzista del tricolore. In nome della vigilanza permanente antirazzista, il pessimo soggetto va perseguitato pubblicamente. Magari, dipingiamogli un marchio indelebile sullo stipite o sulla saracinesca: a suo tempo funzionava….


Diciamolo: forse dovremmo smetterla di dare tanto peso all’eminente popolo della rete. Sinceramente, sta diventando un termometro troppo autorevole per tutto, dalla politica al costume, dalla cultura alla giustizia. Stiamo attribuendo a questa massa informe e anonima, che lancia i suoi siluri da chissà dove, il ruolo di ago della bilancia su qualunque fenomeno e su qualunque questione. Anche in questo caso, la denuncia contro il macellaio razzista mobilita anime troppo equivoche e sfuocate, perché davvero l’Italia intera debba sentirsi così malmessa. Purtroppo, però, vale la famigerata regola: infanga infanga, qualcosa resterà. Così, alla riapertura del lunedì mattina, la macelleria tricolore si ritrova in qualche modo sotto protezione, con passaggi di volanti della Polizia a scanso di effetti collaterali.


Anche questo è un segno dei tempi: dal lontano pregiudizio verso le insegne «Macelleria islamica» siamo arrivati alla «Macelleria italiana» sotto scorta. Bello: potremo tutti raccontare ai nostri nipoti che ad un certo punto, chissà come, dichiararsi italiani significò essere razzisti. Purtroppo, noi c’eravamo.




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