domenica 9 gennaio 2011

Fuoco misterioso in viale Sicilia

La Provincia Pavese


Vestiti e oggetti si incendiano in una casa dell'Aler, la paura dei vicini


di Marianna Bruschi





PAVIA.
Incendi misteriosi nelle case dell'Aler in viale Sicilia. Un maglione che prende fuoco dentro all'armadio, lo straccio in cucina. Oggi i vigili del fuoco riferiranno al magitrato su quanto avviene nell'appartamento. Nel palazzo il fuoco fa paura e i vicini lasciano le case.

Una palazzina rosa, quattordici scale, quattro piani. In uno degli appartamenti di viale Sicilia dal 27 dicembre nessuno dorme più. «La prima volta ha preso fuoco un pile che tengo in salotto, da mettere sulle spalle quando mi viene freddo». Cinquantasei anni, due figli, il racconto della signora parte proprio da quel giorno di fine dicembre. Da lì sono iniziati i turni per stare svegli di notte, per precauzione, perché gli incendi si sono sempre interrotti prima della mezzanotte. «Un giorno sentivo odore di bruciato per strada - racconta - appena sono arrivata a casa e ho appeso la giacca ha preso fuoco».

La prima volta che hanno chiamato i vigili del fuoco al loro arrivo non è successo niente. Giovedì sera li hanno chiamati ancora. In due si sono fermati per ore. Mentre uno dei pompieri era seduto davanti a un armadio un maglione al suo interno ha preso fuoco. Poi ancora, intorno alle 23.30, in un'altra stanza tra due maglioni piegati in un'anta è scoppiato un incendio. Dopo pochi minuti a prendere fuoco è stato un rotolo di scottex in cucina. Poi più niente. Fino alle 14 di ieri. Uno dei figli fa la doccia, appende l'accappattoio in bagno e prende fuoco. Hanno dato esito negativo i controlli dell'Enel all'impianto elettrico. Resta sempre un fastidioso odore di bruciato. Ieri i pompieri si sono alternati per i controlli. Nel pomeriggio è arrivata una squadra della scientifica, poi la polizia. Tra le forze dell'ordine circola scetticismo, si cerca di indagare per capire se e cosa può nascondersi dietro a questi casi di autocombustione. In serata è arrivata da Milano una squadra dei vigili del fuoco del Nucleo Nbcr (Nucleare biologico chimico radiologico) per i rilievi. Nelle buste di plastica sigillate e poi in contenitori di vetro sono stati conservati pezzi di stoffa, campioni presi dai cassetti. Uno di questi si è annerito ieri pomeriggio: un calzino a righe ha preso fuoco dentro al cassetto e la fiamma ha bruciato anche il legno.


Le cause? Ancora non sono chiare. Si sta valutando l'ipotesi di sostanze chimiche, di campi elettromagnetici provenienti da un ripetitore. Inutile nasconderlo, si parla anche di malocchio. «Ma spiriti non ce ne sono - sottolineano i vigili del fuoco - bisogna trovare la causa che sicuramente c'è». I tecnici dicono che il «triangolo del fuoco» (combustibile, comburente che di solito è l'ossigeno, e innesco) non è rispettato. Ieri sera, intorno alle 20, è arrivata anche l'Arpa per rilevare le onde elettromagnetiche, ma non ha trovato nulla di anomalo. C'erano anche i tecnici dell'Aler. «Abbiamo dato la disponibilità a rifare l'impianto elettrico - spiega l'ingegner Casarini - anche se non è questo il problema. In un caso di emergenza come questo siamo disponibili a cercare un altro appartamento per la signora, anche se il problema in casa resta». Perché se l'appartamento è vuoto i piccoli incendi rischiano di propagarsi. Ed è questa la paura della famiglia e dei vicini. Nello stesso pianerottolo vive una mamma con una bimba di venti mesi e gli altri figli. «Il fuoco fa paura - spiega la donna con la piccola in braccio - dal primo giorno in cui è successo siamo subito andati a dormire altrove». Ieri hanno fatto i bagagli e sono andati dai parenti.



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Venezia,sfrattata la donna del tricolore: da 15 anni lo esponeva al raduno leghista

Il Messaggero


Lucia Massarotto: «Ho fatto domanda al Comune per una casa». Bossi le disse: «Quella bandiera la metta nel cesso»








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Randy, ecco il supermontone che scappa alla macellazione e ingravida più di 30 pecore

di -

L'animale ha saltato una staccionata prima di essere ucciso e ha raggiunto il recinto delle pecore, fecondandone 30 in poche ore


Si chiama Randy, è un giovane montone ed è diventato una star in Inghilterra tanto da finire persino sulla prestigiosa Bbc.



Randy, il montone diventato attrazione turistica

L'animale è riuscito a sfuggire al macello saltando una staccionata.
Ma la vera impresa è un'altra: il montone ha raggiunto l'ovile in cui erano rinchiuse altre pecore e ne ha ingravidate più di 30 in poche ore. Tanto che gli è stata salvata la vita. L'episodio è accaduto a luglio, ma il fatto che Randy (che significa "libidinoso") sia diventato una vera e propria attrazione nel piccolo centro rurale del Northamptonshire. Tra l'altro non è la prima volta che il supermontone riesce a scappare al macello. Ma stavolta è riuscito a convincere gli allevatori che, considerato anche che Randy è ancora giovane e ancora tanto potrà dare, hanno deciso di tenerlo.




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Cosa fare dell'albero (vero) di Natale

Corriere della sera

Alcuni si possono recupeare e reimpiantare, altri vanno avviati al compostaggio




MILANO - Attivate da giorni le iniziative di recupero e raccolta degli abeti natalizi da parte di vivaisti, Comuni e Corpo forestale. Ecco come riutilizzarli o smaltirli presso le stazioni ecologiche e i punti di raccolta straordinaria (e differenziata).

ABETI - Per cime e rami di potatura da destinare al compostaggio, abeti con radici da valutare e inserire in vivai regionali, in aree verdi o areali vocati gli esperti consigliano per il riposizionamento in vaso, come in terra (giardino di casa), di fare attenzione al mantenimento della zolla e alla sua compattezza, evitando zone con eccessi di calore e mantenendo la pianta umida e ben drenata per tutto il periodo dell'attecchimento. Accortezze che valgano sia per l'abete bianco, che per quello rosso (il più venduto); entrambe le conifere necessitano di altezze almeno collinari (sopra i 500 metri), soffrono la siccità e necessitano di un terreno tendenzialmente acido, con percentuali di sopravvivenza dopo il reimpianto relativamente basse. In questa fase è sempre consigliabile controllare se il cartellino apposto indica la pianta come adatta al rimboschimento, o meno.



ALCUNE INIZIATIVE - Per chi non la possibilità di conservare l'albero dopo le festività sono state previste dai comuni le raccolte straordinarie. La Seab di Bolzano ricorda di predisporre gli alberi fino al 14 gennaio, senza decorazioni e la sera precedente i giorni di raccolta, accanto ai cassonetti dei rifiuti residui. A Torino, i cittadini potranno consegnare gli abeti naturali (dal 9 al 14 gennaio) al vivaio comunale di strada consortile presso la Manifattura Tabacchi 32, dove i giardinieri comunali valuteranno le condizioni fitosanitarie degli alberi adatti per essere inseriti in zone collinari, destinando gli altri a materiale organico come la pacciamatura. Operazione simile a Roma dove Ama, fino al 16 gennaio, in collaborazione con il Corpo forestale dello Stato provvederà allo smistamento degli alberi da ripiantare e quelli da destinare al compost attraverso undici centri di raccolta.



In Emilia RomagnaHera invita a riporre i rami di potatura dei boschi e gli abeti senza radici da destinare a compostaggio nei cassonetti con coperchio marrone per la raccolta dell'organico o presso le stazioni ecologiche del proprio Comune, predisponendo anche un servizio di ritiro a domicilio sul territorio (informazione al numero verde 800900500). A Grosseto, un'altra iniziativa del Comune in collaborazione con il Consorzio forestale dell'Amiata e il Corpo forestale dello Stato, per il recupero degli abeti con radici in vaso da consegnare al centro di raccolta comunale della Ecolat, in via Zaffiro 22, permetterà il loro successivo inserimento in habitat idonei. Compostiamoci bene, anche a Natale è l'iniziativa di Ikea in favore degli alberi. Riconsegnando la pianta (Picea abies e Picea omorika) insieme allo scontrino, si riceve in cambio un buono pari al prezzo di acquisto spendibile dal 19 gennaio al 28 febbraio. Fino al 12 gennaio per ogni albero restituito, Ikea donerà 3 euro alla campagna Compra una foresta, ne salverai quattro a favore del Parco nazionale delle Foreste casentinesi. Gli alberi recuperati serviranno per la produzione di fertilizzante naturale.


Laura Villoresi
8 gennaio 2012 | 23:27




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L’islam minaccia l’Occidente ma noi pensiamo al denaro

di -

Per affrontare la crisi dei mercati, il calo demografico e l’espansionismo musulmano ci affidiamo alla ricetta dell’euro-dittatura. Invece bisogna affrancarsi dal relativismo


Italiani, europei, occidentali: sveglia! Dentro casa nostra ci stiamo trasformando in adoratori del dio denaro, mentre alle porte di casa nostra stiamo consolidando il potere di coloro che ci imporranno di prostrarci al dio islamico Allah! Stiamo vivendo condizioni simili a quelle che portarono alla caduta dell' Impero Romano prima in Occidente poi in Oriente con il declino della civiltà cristiana e la successiva sottomissione all'islam delle sponde meridionale, orientale e talune fasce settentrionali del Mediterraneo.



Oggi, così come già accadde a partire dal Terzo secolo fino alla caduta di Costantinopoli nel 1453, registriamo un insieme impressionante di coincidenze. Il marcato e probabilmente irrecuperabile calo demografico che ci condanna ad essere una popolazione sempre più anziana senza futuro; il dilagare di una concezione edonistica e materialistica della vita a scapito della dimensione spirituale e morale; la crisi strutturale della finanza e dell'economia internazionale che ci trascinano alla recessione incapaci di individuare una direttrice di crescita; l'acuirsi della conflittualità sociale dovuta alla diffusione della povertà, della disoccupazione e della precarietà occupazionale, finendo per assottigliare il ceto medio ed accrescere la sperequazione nella distribuzione delle risorse; il crescente discredito nei confronti dello Stato e dell'insieme delle istituzioni pubbliche, diventati di fatto una Casta onerosa e corrotta, dedita a vessare i cittadini con tasse esose ed inique pur di salvaguardare i propri privilegi; la sostanziale violazione dello stato di diritto, negando ai cittadini la possibilità di essere coinvolti nella determinazione del proprio destino ed instaurando di fatto un regime autoritario; l'abbandono dei valori e delle regole insite nell' istituzione della cittadinanza, concedendola indistintamente agli stranieri compresi coloro che sono dichiaratamente ostili alla civiltà della società di accoglienza; la perdita di identità dei centri urbani con la loro disgregazione in ghetti su base etnica e confessionale; l'impennata della violenza e l'incapacità ad assicurare l'ordine pubblico per il venir meno della coesione sociale a causa della proliferazione di comunità estranee se non ostili alla cultura e alla tradizione autoctona; l'affermazione del relativismo etico che ci porta alla perdita della certezza della verità e a illuderci che tutto e il contrario di tutto siano pari a prescindere dai loro contenuti, al punto da scegliere di allearci con i nemici dichiarati della nostra civiltà.



Concretamente ci stiamo comportando come se avessimo scelto di non usare la ragione e di rinunciare al sano amor proprio. I poteri finanziari globalizzati ci hanno spogliato della nostra dignità, privato della nostra libertà, attentano alla nostra stessa vita e noi accordiamo loro una delega in bianco nell'illusione che a salvarci saranno i custodi del tempio del dio denaro, gli adoratori del mercato e gli apologeti del profitto costi quel che costi! Monti, Napolitano, Draghi, Juncker, Van Rompuy, Barroso, Lagarde, tutti designati e nessuno che risponda del proprio operato ai cittadini, hanno realizzato un colpo di Stato finanziario, svuotando di sostanza la nostra democrazia, decidendo che gli italiani, al pari dei greci, non debbano decidere direttamente del loro futuro, facendoci di fatto sprofondare nell'euro-dittatura mentre l'insieme delle nostre istituzioni si autocommissaria aderendo al più bieco consociativismo pur di salvaguardare i privilegi della Casta!


Obama, Sarkozy, Cameron d'intesa con Erdogan stanno favorendo l'avvento al potere degli islamici radicali alle porte di casa nostra e noi ci limitiamo a registrare l'impennata delle stragi dei cristiani, dell'odio nei confronti di Israele da parte di chi promette di eliminare lo Stato ebraico con la bomba atomica, della volontà di riesumare un califfato islamico mondiale dove saremo costretti o a prostrarci con il sedere per aria al dio islamico Allah o a pagare la jizya, l'imposta dei protetti cristiani o ebrei (dhimmi), per aver salva la vita!


Eppure noi possiamo farcela! Nonostante tutto le famiglie in Italia detengono il più elevato livello di ricchezza (circa 9.525 miliardi di euro) e il più basso livello di indebitamento dell'insieme dell'Occidente (circa 887 miliardi di euro), anche se con una vistosa disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, con il 10% delle famiglie che detiene il 45% della ricchezza complessiva.


Il vero problema è lo Stato italiano che è il più indebitato al mondo dopo gli Stati Uniti e il Giappone (circa 2mila miliardi di euro, pari al 122% del Pil), è il principale evasore fiscale non corrispondendo circa 90 miliardi di euro dovuti alle imprese, è responsabile del fenomeno del lavoro nero che è pari a circa 275 miliardi di euro (il 17% del Pil), finendo per sottrarre un gettito fiscale di circa 50 miliardi di euro, a causa di un livello di tassazione diretta del 45% che arriva al 70% con le tasse indirette. Noi italiani, ma anche noi europei e occidentali, possiamo farcela se ci affrancheremo dall'arbitrio dei poteri finanziari globalizzati, dalla dittatura dell'euro e dalla follia suicida dell'Occidente relativista che si è infatuato del carnefice islamico. Ma dobbiamo farlo qui, ora e subito! Sveglia!





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Francia: riemergono 14 diari di annotazioni meteo dal Settecento al 1960

Corriere della sera

Una nota venne scritta da un soldato di leva di inizio Novecento: Jean-Paul Sartre




Una pagina di annotazioni meteo della città di Arles (da Le Figaro)Una pagina di annotazioni meteo della città di Arles (da Le Figaro)

MILANO – Da un deposito di Fontainebleau è riemerso un piccolo tesoro, in Francia, per gli studiosi del clima: il diario del tempo dalla fine del Settecento al 1960. Quattordici quaderni anneriti, come informa il quotidiano Le Figaro, raccontano giorno per giorno, i rilievi meteorologici dal 1797 al 1841: il tempo ai tempi di Napoleone Bonaparte, di Balzac, di Stendhal e di Richelieu.

PREZIOSI - Ben allineati, gli amanuensi meteorologi dell’epoca hanno annotato la frequenza dei temporali, la direzione e la forza dei venti, la qualità dell’atmosfera, più per dovere di cronaca – probabilmente – che con fini scientifici. Sarebbe stato poi Napoleone III, su suggerimento del suo ministro della Guerra, a incoraggiare le previsioni del tempo, perché i suoi ammiragli potessero essere informati in anticipo dell’arrivo di una tempesta e potessero salvare così le loro flotte dai naufragi.



ARCHIVIO - I quattordici album sono il nucleo più antico di un esteso archivio che copre oltre un secolo di tempo e maltempo, fino al 1960, e che giaceva da quasi sette anni in magazzini chiusi ed evitati per l’insalubre presenza di amianto. Le migliaia e migliaia di dati impacchettati da secoli negli scatoloni acquistano però adesso un enorme interesse per gli esperti di Météo-France e, in generale, per gli ambientalisti, perché forniscono una dettagliata ricostruzione dell’andamento climatico in Francia e nelle ex colonie in un lungo periodo, del quale finora sono note tutt’al più le medie mensili o annuali. Ora si potranno studiare le variazioni quotidiane delle temperature, la cadenza di fenomeni eccezionali, come ondate di calore o alluvioni, e determinare con maggiore precisione l’influenza delle attività umane e industriali sulle variazioni del clima. A cominciare dalle emissioni di gas a effetto serra.



DALL'ANNO PROSSIMO ONLINE - Sarà un lavoro lungo e costoso, ma Météo-France e gli Archivi nazionali di Parigi hanno trovato già gli sponsor e hanno intenzione, una volta recuperato e riordinato tutto il materiale, di mettere le relative informazioni a disposizione della comunità scientifica, ma anche del pubblico. Dall’anno prossimo, le schede più interessanti saranno online e nel 2014 sarà allestita una mostra. Tra le rarità, la scheda meteorologica compilata e firmata da un giovanissimo e allora sconosciuto soldato di leva all’inizio del secolo scorso: Jean-Paul Sartre.


Elisabetta Rosaspina
8 gennaio 2012 | 21:03




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Le vacanze pagate a insaputa di Malinconico: le contraddizioni fanno traballare il furbetto

di -

Malinconico era un habitué delle vacanze gratis a spese della "cricca". Il Giornale gli aveva chiesto conto di una vacan­za all’Argentario in un resort da cartolina da 1500 euro a notte. Ci aveva detto: "Non andai più in quell'hotel". E' tornato altre sette volte. Ecco le cinque bugie, dal numero di soggiorni alla "privacy" dei benefattori


Le bugie hanno le gambe corte. Anche quelle che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, ha detto attraverso il suo staff al Giornale qualche giorno fa. Il Giornale gli aveva chiesto conto di una vacanza all’Argentario in un resort da cartolina da 1500 euro a notte.






Il motivo? Era emerso che a saldare il conto era stato non lui ma Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore noto per l’intercettazione in cui ride del terremoto all’Aquila. Malinconico, dopo un tira e molla di ore, aveva fatto sapere, tramite il suo staff, che in effetti qualcun altro aveva pagato quel soggiorno costato 9800 euro, ma questo era successo a sua insaputa: «Chiesi – aveva detto – con insistenza all’albergo, a fronte del diniego di farmi pagare, chi avesse pagato. Mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy». Una spiegazione a dir poco curiosa. Malinconico aveva anche aggiunto: «Fu per questo che mi irritai molto e non misi più piede in quell’albergo». Poche frasi, che traballano alla luce delle carte dell’indagine fiorentina sulla «cricca», degli appalti del G8. Perché in quegli atti i carabinieri del Ros raccontano tutta un’altra storia, tanto da dedicarle un capitolo ad hoc: «L’interesse dell’ingegner Balducci (Angelo Balducci, uno dei presunti capi della «cricca») ad assicurare al professor Carlo Malinconico, all’epoca segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri,un soggiorno in un hotel di lusso all’Argentario a spese di Francesco De Vito Piscicelli». Poche frasi, ma diverse bugie. Almeno cinque nella replica di Malinconico che non è indagato, ma certo non fa un figurone.


IL RUOLO ISTITUZIONALE
A cominciare dall’incarico. Malinconico dice che la vacanza pagata da Piscicelli risale a un periodo in cui lui non era più a Palazzo Chigi. Ma le vacanze a spese di Piscicelli & Co. sono più di una e si susseguono tra il 2007 e il 2008 per un ammontare complessivo di 19mila 876 euro, come annotano gli inquirenti: «È stato rilevato che fra il 2007 e il 2008 il professor Malinconico ha soggiornato più volte presso la struttura alberghiera “ Il Pellicano”, e le relative spese, quantificate in complessivi euro 19.876, sono state pagate, con varie modalità, da Piscicelli Francesco». Fra il 2007 e il 2008 Malinconico era segretario generale, nel pieno del suo impegno istituzionale.


LE VACANZE A COSTO ZERO
Varie vacanze. A cominciare dall’ormai famoso soggiorno di Malinconico e signora dell’agosto del 2007, 9800 euro per la settimana dal 12 al 19. È quello pagato da Piscicelli, e che il sottosegretario, nella replica al Giornale , sposta al 2008, trasformandolo in un unicum. Piscicelli quella volta sborsa quasi 10mila euro, paga anche 685 euro di extra. Ed è solo l’antipasto. Perché ci sono altri soggiorni successivi a quello, con relativi versamenti di Piscicelli & Co. Una raffica, nel 2008. Ecco il ponte dall’1 al 5 maggio; quello della Festa della Repubblica, dal 31 maggio al 2 giugno; dal 14 al 16 giugno; dal 28 al 30 giugno; dal 12 al 14 luglio; dal 26 al 28 luglio; dall’8 al 18 agosto. Insomma, Malinconico e signora diventano degli habitué con vista sulla spiaggia privata del resort. È vero, due volte il professore paga con la sua carta di credito: 1483 euro il 20 giugno 2008 e 3168 il 27 luglio. Ma si tratterebbe di eccezioni. Agli atti c’è un fax indirizzato dal bureau del «Pellicano» a Piscicelli in cui si traccia il riepilogo delle prenotazioni 2008, sette da maggio ad agosto. Nel testo si legge: «Abbiamo preso nota che i signori Malinconico saranno suoi ospiti in full credit , tutti gli extra saranno quindi inclusi nella ricevuta a saldo di ciascun soggiorno che le invieremo dopo ogni permanenza». Naturalmente, il trattamento è super lusso, e comprende garage, piscina e spiaggia privata, campo da tennis e accesso al club dell’hotel. Altro che indignazione per il mancato pagamento.


IL RITORNO, IL 1° MAGGIO
«Non tornai più in quell’albergo», ci ha detto Malinconico. Ma ci torna il 1 maggio 2008 e l’organizzazione della vacanza è un po’ avventurosa. Malinconico decide di partire all’ultimo momento. E chi pensa a risolvere il problema? Gli amici della «cricca». In una telefonata (intercettata) con Piscicelli, il direttore dell’albergo, Roberto Sciò, cerca di trovare una sistemazione adeguata all’illustre ospite. Ma l’impresa non è così semplice: «Scusami, Roberto – dice Piscicelli al telefono – c’è il mio amico Carlo che vorrebbe venire lì, il solito, se riuscissimo a dargli la sua camera sarebbe proprio...». La sua camera: evidentemente la solita suite già utilizzata in precedenti vacanze. Ma questa volta la richiesta è arrivata troppo tardi, l’albergo è pieno. Sciò prende tempo. Ci sono solo due stanze, che però non sono all’altezza dell’ospite: «Una – dice Sciò – la meno peggio è carina, non è male, ma non è nella posizione migliore, perché ahimè sta sopra la cucina, hai capito? La camera è carina ma ha dei problemi, se nella cucina nonostante l’insonorizzazione battono, quello sente battere e dà un fastidio terribile». Le ricerche proseguono. Ma l’unica possibilità è la stanza con l’optional rumori ai fornelli: «Si arrangia, pazienza», commenta Piscicelli.


MALINCONICO RINGRAZIA
Altro che privacy tenuta dall’hotel sui benefattori che pagano. Il professore, la sera del 30 aprile, chiama Balducci per ringraziarlo. «Ti chiamavo... innanzitutto per ringraziarti... perché poi Lillo (Calogero Mauceri, dirigente della presidenza del Consiglio) oggi mi ha detto che... insomma, ti aveva... e tu avevi poi dato... grazie, veramente, benissimo... ottimo il tutto».


LA CRICCA TOUR OPERATOR
Viste le difficoltà per l’organizzazione del 1 maggio 2008, Piscicelli si organizza. E manda già la sera stessa del 30 aprile all’hotel Pellicano un fax con l’elenco di tutte i soggiorni che-Malinconico e signora intendono fare sino ad agosto. Poi chiama l’albergatore: «Questa volta mi sono organizzato... con tutto il programma del professore... fino a fine agosto... così ci organizziamo bene, capito? ». Sciò divertito ironizza: «Il professore te lo sei... come si dice... adottato...». Il giorno dopo, esaminato il fax infarcito di prenotazioni, Sciò chiama Piscicelli e commenta con un’altra battuta: «Ho visto il fax... ci mancava poco che svengo...». Invece resta in piedi. E riceve l’illustre cliente: «full credit», sulla carta della cricca.




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Fumare è un diritto..." La Spagna contro Rajoy

di -

L'ultimo tabù della democrazia: tabacco vietato ai leader. Il premier non si accoda ai potenti che rinnegano la sigaretta. E le bionde diventano un caso politico


Sulle sigarette, il grigio Rajoy ha avuto un sussulto. Una botta di coraggio. Etichettato senza appello dal primo giorno della sua discesa in campo, Rajoy è stato eletto perché incarna l’idea dell’uomo normale, di Pontevedera, Galizia.


Dunque di provincia. Eppure, Mariano ha mostrato audacia. Subito dopo la vittoria, una sua frase dall’aria sibillina ha riacceso speranze di vecchi tabagisti e attirato le più feroci critiche dei salutisti. «Si potrebbe ripensare - ha azzardato- ad una formula per i fumatori che si vedono vietare ogni luogo pubblico». Mai nessun altro politico aveva mai osato tanto. Da anni ormai il fumo è diventato un tema scomodo da trattare. Dopo le campagne anti fumo, difficile ormai sottovalutare le malattie che ne derivano.



Per i politici l’atteggiamento nei confronti del fumo è diventata una questione di opportunità. Sanno che l’esempio fa molto. Evitano accuratamente di mostrarsi in pubblico con una sigaretta in mano, e se pizzicati svicolano sull’argomento. Improponibile difendere i fumatori. Ormai politicamente scorretto. Impopolare. Rajoy se ne frega. Parla da fumatore. Ha mostrato un volto sconosciuto, onesto e anticonformista. Leader di un ritrovato pensiero liberale, impegnato nella lotta contro la discriminazione del fumatore, Rajoy ha fatto breccia. Ha stupito e commosso vecchi tabagisti dimenticati agli angoli dei ristoranti. «Io credo che le soluzioni estreme non vadano bene. So che la maggior parte della gente è contraria a questa legge che proibisce di fumare in ogni luogo pubblico». Coraggio da leoni in tempi salutisti.


Il fuoco delle polemiche è arrivato da entrambi gli schieramenti. Anche il suo partito ha preso le distanze da tali dichiarazioni avventate. «Il governo- si è affrettato a dichiarare un portavoce del ministero della Sanità- non farà nessun passo indietro sulla legge anti tabacco del 2005». Mariano Rajoy è solo.

Anche il presidente degli Stati Uniti Obama sa quanto può essere dannoso fumare, specie se davanti alle telecamere. Nel 2009 è stato l’unico fumatore confesso nella processione di personaggi che anelano alla Casa Bianca - ha dovuto promettere di buttare le sigarette nella spazzatura della storia della repubblica americana, fondata proprio da un uomo che aveva fatto fortuna coltivando tabacco, George Washington. Ma il fumo, oltre che alla salute, oggi nuoce gravemente all’immagine pubblica. E la sua è sempre stata quella del perfetto salutista che agli hamburger preferisce le insalate, al gelato la frutta, al vino il te verde. E poi quell’imperdonabile, stonatissima debolezza per le sigarette.


Ufficialmente ha smesso, come già aveva promesso prima della campagna elettorale a moglie e figlia. Poi un gola profonda democratica aveva smentito: «Quando è molto nervoso non si trattiene, si strappa il cerotto cutaneo che aiuta a vincere la dipendenza da nicotina e si accende una sigaretta, talvolta due, quando è furioso tre». Pettegolezzo da non sottovalutare in un Paese che contro il fumo si impegna da anni in una vera crociata.


Oggi avere un presidente fumatore non è ammissibile. Neppure l’opzione di accendere una cicca di nascosto, come Clinton che usciva di notte sulla balconata interna della Casa Bianca quando la moglie non c’era per accendersi un sigaro, o come si dice faccia tuttora Laura Bush, con le sue sigarettine sottili da signora, è più disponibile. Un Presidente che emana puzza di fumo è imperdonabile. Per questo i suoi consiglieri lo hanno spinto a fare uno spot contro il fumo. «Affinché il popolo americano viva più a lungo e più felice». L’ultimo fumatore ufficiale di sigarette nello Studio Ovale, è stato Dwight Ike Eisenhower, che morì a 79 anni senza avere mai rinunciato alle Lucky Strike. Rajoy lotta da solo.





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Cei-governo, intesa vicina per regolare i nodi Ici-Chiesa

Corriere della sera

Colloqui tra Monti e il cardinale Bagnasco per eliminare le «zone grigie»



ROMA - Vi ricordate la polemica, a tratti aspra, che si scatenò all'inizio di dicembre sull'Ici ai beni della Chiesa? Dopo la vivace discussione che suggerì all' Avvenire di intervenire più volte sulla materia, il governo e la Conferenza episcopale non hanno messo da parte il dossier. Al contrario lo hanno lavorato con una certa convinzione.

Tanto che si è ormai vicini ad un accordo che fisserà nuove regole. Non c'è ancora una data per la firma ufficiale, ma potrebbe essere stabilita nei prossimi giorni perché il premier Mario Monti e il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, si sono già sentiti varie volte sull'argomento e l'intesa è vicina. La soluzione che si sarebbe individuata per le strutture «miste» passa per l'attribuzione dell'Ici alla sola parte degli immobili che viene utilizzata ai fini commerciali (e quindi di lucro) mentre resterà esente quella che si adopera per motivi religiosi e sociali.

Una novità importante dato che la legge approvata nel 2006 aveva di fatto allargato l'esenzione a tutti gli edifici di proprietà ecclesiastica «non esclusivamente commerciali». In altre parole, mentre fino ad oggi bastava avere anche una piccola parte dedicata ad attività «non commerciali» per puntare all'ottenimento dell'esenzione, in futuro i parametri saranno diversi.

Com'è noto, non si parla nè del Vaticano, nè degli edifici che gli sono stati assegnati dai Patti Lateranensi. E neanche di parrocchie, oratori e, più in generale, di strutture a valore sociale e assistenziale, che continueranno a non pagare l'Ici (ora Imu). Quelle che svolgono attività commerciale, ad esempio di tipo alberghiero, dovrebbero già pagare la tassa, ma l'esistenza di non poche zone grigie, ha spinto lo stesso cardinal Bagnasco, che segue da vicino il dossier in quanto presidente della Cei, a dichiarare a inizio dicembre di essere pronto a «valutare la chiarezza delle norme» che regolano la materia «senza pregiudiziali» aggiungendo: «Se c'è un abuso è giusto che sia accertato e abbia fine».

Con questo spirito sono stati avviati colloqui che, data la delicatezza della materia, hanno visto come principali protagonisti direttamente il presidente del Consiglio e lo stesso cardinale. Spinti anche da un'urgenza dettata dall'Europa. I radicali hanno infatti presentato un ricorso alla Corte di Giustizia di Lussemburgo e la Commissione, che sta compiendo una verifica sulla congruità tra la legge italiana del 2006 e le direttive comunitarie sulla concorrenza, dovrebbe pronunciarsi entro la metà di quest'anno. L'intenzione è quella di giungere al più presto ad una nuova definizione della materia, in maniera concordata.

L'accordo si dovrebbe basare proprio sul criterio della «percentuale» dell'immobile da pagare in quanto «adibita a fini commerciali». Ovviamente le difficoltà pratiche abbondano, non ultima quella degli estimi catastali da attribuire a strutture che prima non rientravano in alcuna categoria. Per questo i Comuni italiani, in collaborazione con la Cei, sono stati già attivati per elaborare un censimento di tutti gli immobili ecclesiastici che potrebbero essere sottoposti all'Ici-Imu. Per ultimarlo si prevedono tempi lunghi, ma nel frattempo nulla vieta di giungere ad un accordo formale che fissi nuovi criteri. Si pensa di approfittare di alcuni eventi per annunciarlo. Troppo presto forse (e per certi versi improprio perché si tratta di un rapporto che non riguarda la Santa Sede ma Chiesa e governo italiani) per l'udienza tra Monti e Benedetto XVI, prevista per sabato 14 gennaio. Molto più probabile invece per il tradizionale ricevimento annuale all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, che si tiene a metà febbraio in ricordo dei Patti Lateranensi e del secondo Concordato con lo Stato italiano, quello firmato nel 1984 da Bettino Craxi.


Roberto Zuccolini
9 gennaio 2012 | 11:54




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Ogni Wikipedia rappresenta la propria cultura

Corriere della sera

Ricercatore italiano crea Manypedia: un opensource per comparare le versioni in più lingue dello stesso argomento




La comparazione del caso Noemi nella pagina Berlusconi su Wikipedia francese (a sinistra) e italiana

MILANO - Personaggi famosi, eventi storici, argomenti di nicchia: per saperne di più, milioni di persone consultano giornalmente Wikipedia. Sesto sito mondiale per numero di accessi, la celebre enciclopedia aperta, nata per offrire all’utente «contenuto libero e articoli oggettivi», è oggi disponibile in innumerevoli lingue - vive, morte o artificiali. Chiunque può intervenire come editor, per scrivere una pagina o migliorare quelle esistenti. E ogni comunità di editor si identifica con un gruppo linguistico e culturale. Alla Wikipedia inglese, è intuitivo, contribuiscono soprattutto statunitensi, britannici e australiani; a quella cinese i cinesi e via dicendo; e ogni comunità approfondisce gli argomenti più vicini al proprio interesse. Ma su argomenti controversi di ampio respiro – un fatto politico, un personaggio discusso, un territorio conteso – chi dice «la verità»?

REGOLE - «Wikipedia ha, tra le sue regole di base, quella di affidarsi a fonti autorevoli», spiega Paolo Massa, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler ed esperto del settore. «Con questa espressione si intendono pubblicazioni, cioè giornali prestigiosi e libri, appartenenti alla comunità linguistica di riferimento. Ciò significa che le varie Wikipedia non forniscono “verità assolute”: mirano piuttosto a riportare in maniera neutrale ciò che i punti di riferimento della loro cultura hanno scritto».



PARAGONI - Per paragonare le diverse versioni e analizzarne il contenuto, Massa ha creato Manypedia: un software opensource che consente di mettere a confronto il modo in cui uno stesso argomento viene affrontato, in Wikipedia, da due diverse comunità linguistiche. Una volta scelti l’oggetto della ricerca e gli idiomi, Google Translator aiuta nella traduzione. Ed emergono i vari punti di vista. «Ci sembrava interessante studiare il bias culturale (ossia l’interpretazione e il giudizio di un fatto secondo gli standard inerenti la propria cultura, ndr)», continua il ricercatore, «per capire se le comunità che si autoeleggono per editare le varie wiki sono concordi nel sostenere punti di vista diversi».



ARGOMENTI CONTROVERSI - Lo studio ha preso come spunto la pagina della wiki inglese dedicata alla lista degli argomenti controversi. «E già dal confronto con la corrispondente wiki cinese si vede che persino il concetto di “controverso” è controverso. Gli inglesi citano ad esempio la politica, la storia, la sessualità, l’ambiente; i cinesi considerano elementi problematici anche “Taiwan”, “Massacro di Nanchino”, “diritti umani in Cina”, “Mao Zedong” o “Lista dei siti bloccati in Cina”. Spesso due campane significano due versioni, e il fenomeno è evidente quando culture tradizionalmente lontane parlano una dell’altra. La pagina della wiki cinese dedicata ai “diritti umani negli Stati Uniti” inizia con la frase “La maggior parte degli americani crede che gli Stati Uniti siano un Paese libero". Un altro esempio riguarda Cipro del nord, che la wiki greca definisce un territorio “sotto l’occupazione turca dal 1974, in violazione delle leggi internazionali”, mentre nella versione turca risulta essere “uno Stato indipendente”. Per gli editor di lingua inglese, meno coinvolti il territorio è “uno Stato indipendente de facto”, nel quale “le tensioni tra greci ciprioti e turchi ciprioti sono culminate nel 1974 in un colpo di Stato, nel tentativo di annettere l’isola alla Grecia e nella conseguente invasione militare della Turchia”.



COMPLESSITÀ - Per leggere la complessità degli editor anche dal punto di vista geografico, Massa ha progettato anche Wikitrip: uno strumento (rigorosamente opensource) con il quale «è possibile leggere la distribuzione degli editor anonimi (i dati degli utenti registrati non sono accessibili, ndr) risalendo al loro indirizzo Ip». L’utilizzo dei due tool permette di leggere Wikipedia in un’ottica cross-culturale, e di comprendere che se «è ovvio che le pagine in inglese vengono editate soprattutto dagli anglofoni», è vero anche che il punto di vista fornito è per lo più quello della cultura anglosassone.


Elisabetta Curzel
9 gennaio 2012 | 15:06




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Roma, Adinolfi aggredito in strada: "Erano in otto, Sallusti sarà contento"

La Stampa



Mario Adinolfi dirige il settimanale per under 40 "The Week"

Il blogger denuncia il pestaggio su Facebook: "Erano minorenni"


ROMA

L’hanno aggredito in otto, in mezzo alla strada. «Mi gridavano ciccione», racconta Mario Adinolfi, giornalista, blogger, ex candidato alle primarie, agitatore culturale e personaggio conosciutissimo in Rete, che ha scelto la sua pagina Facebook per denunciare le botte subite nella notte romana, tra via dei Colli Portuensi e via Gasparri.

Ad aggredirlo, dice, sono stati dei ragazzini, «forse non c’era neanche un maggiorenne. Erano tutti in cerca di sballo - prosegue- qualcuno ha riconosciuto “er ciccione della tv”. E proprio al grido di “ciccione” il più bassino, quello che evidentemente deve dimostrare qualcosa agli altri e vuole una medaglia di malinteso coraggio da appuntarsi sul petto, parte con un destro sul mio labbro e con un colpo di casco che s’abbatte sulla mia arcata soppraciliare sinistra. Tutto molto doloroso».

Poi la ritirata, tutti in sella ai loro quattro motorini e via. Ma l’aggressione, invece di chiudersi con una denuncia, si trasforma in caso politico. «Sabato sera- è l’accusa del giornalista- Blob ha rimandato in onda la scena, tratta da Agorà su Raitre, in cui il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, si augura platealmente che io venissi picchiato. Tre ore dopo è stato accontentato». 







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Storia capovolta: il Pci fece l'Italia

Il Tempo


Sui manifesti della mostra dei Ds il logo ufficiale dei 150 anni della riunificazione. Ma il Partito comunista non ha mai tifato per la Nazione e voleva la nostra Patria nel registro dei Paesi del blocco sovietico.






Il Pci nella storia d'Italia: ne vogliamo parlare? Il riferimento è al logo ufficiale delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità che campeggia sui manifesti della mostra dei Ds sui suoi antenati. Una mostra che rischia di rovinare addosso al furor patrio ed all'amore per il Tricolore - simbolo dell'Unità prima dell'Unità - così caldamente espressi in questi giorni.

Il 150° anniversario dell'Unità d'Italia sarà ricordato a lungo per gli equivoci e le pulsioni retoriche prive di verità. Insomma, d'accordo che la storia non si studia più a scuola, che le «grandi narrazioni» non fanno più fremere i cuori e non affratellano vecchi e nuovi rivoluzionari della gauche-caviar, e sia, ma non è lecito strappare dai manifesti di ieri le domande di oggi. Il partito comunista italiano ha avuto in Antonio Gramsci - geniale pensatore con un nemico più forte di lui, che risponde al nome di Palmiro Togliatti, detto tra i suoi il Migliore (brrrr...) - l'ideologo di punta. Questo fior di pensatore aveva chiara un'idea: il Risorgimento è una rivoluzione di popolo fallita e le élites italiane hanno ostacolato a fondo la realizzazione dell'emancipazione storica del popolo italiano.

Augusto Del Noce, geniale filosofo cattolico di destra e firma di punta di questo giornale per molti anni, scrollò l'albero degli equivoci e rifilò la sentenza ultima, da kaputt, per il comunismo borghesotto e anti-italiano: il suicidio della rivoluzione. I comunisti non hanno mai fatto il tifo per la Nazione, né per l'Unità d'Italia come vettore ideologico e simbolo politico, anzi, la loro grande visione, da film horror, è sempre stata l'iscrizione della nostra Patria nel registro dei Paesi del blocco comunista. Punto. Il Partito ben più forte della Nazione. Anti-italiani per eccellenza. Sì, lo so, i soliti bene informati obietteranno: e allora Togliatti e la sua operazione della svolta di Salerno?


Risposta: non c'entra niente con il patriottismo, né con il senso dell'unità nazionale, anzi, al contrario, segna la penetrazione di una forza esterna alla nostra tradizione, come il comunismo, nel corpo del Belpaese. Si può anche leggere e citare Croce, ma non per questo si è crociani o patrioti italiani. Proprio questa è la spocchia dei comunisti: uscire fuori vergini dai bordelli della storia. Ma non funziona così. Il fatto che abbiano cambiato il nome, rimanendo tuttavia dentro la «cosa» (come un magistrale film-documento di Nanni Moretti, «La cosa», appunto, dimostrò a suo tempo), non fa di loro gli ospiti di tutti i talk-show della storia, in cui si può dire tutto e il suo contrario.

L'internazionalismo è il nerbo del comunismo e la narrazione della storia comunista ad uso e consumo dei nuovi militanti del Pd, poveretti, né pesce, né carne, non facilita il processo di revisione e di restyling. Ogni passo dei post-comunisti è sempre segnato dal morbo nichilista: niente più Pci, di punto in bianco, e oggi patrioti di risulta, nonostante le celebrazioni di una storia da loro rinnegata. È la fine di chi crede di non avere mai colpe: punta l'indice contro l'altro e si ritrova solo davanti allo specchio.



Raffaele Iannuzzi
09/01/2011




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St. Moritz, D'Alema replica al premier «Niente cachemire e scarpe da 29 €»

Corriere della sera


L'esponente Pd: «Berlusconi domina l'informazione. L'attacco a me è il segnale che lui pensa al voto»

la foto su chi e le parole del presidente del consiglio



La foto dei D'Alema a St. Moritz pubblicata su
La foto dei D'Alema a St. Moritz pubblicata su
MILANO - Proprio non ci sta Massimo D'Alema a farsi definire da Silvio Berlusconi «comunista al cachemire». E così, approfitta di una intervista concessa al Riformista per replicare al presidente del Consiglio. Prendendo spunto da una foto pubblicata su Chi che ritrae l'esponente Pd e la moglie a St. Moritz, il premier aveva dichiarato che «i comunisti ci sono, esistono eccome» e che «non è un cachemire che può cambiare il cervello e il cuore della gente». Nessuna vacanza a St. Moritz replica ora D'Alema, ma solo una gita. E senza sciarpa di cachemire. «Non che sia un crimine andarci - ha voluto precisare l'ex ministro -. Sono andato in vacanza in un paesino dell'Engadina, meno costoso. A St. Moritz sono stato in gita. Non c'ero mai stato».


«IL GIACCONE? VECCHIO» - E non solo la sciarpa non era di cachemire. Ma «il giaccone - ha voluto sottolineare D'Alema - è un vecchio giaccone. Le scarpe le ho comprate da Decathlon, pagandole ventinove euro, possono testimoniarlo le tante persone che hanno fatto la fila con me». Per l'esponente Pd, tuttavia, il punto non è «la campagna qualunquista. Questo attacco -sottolinea- non è casuale. È il segnale che Berlusconi pensa alle elezioni. Ma dice anche molto sul nostro sistema di informazione. Lui riesce a dominarlo. In parte perché muove con estrema spregiudicatezza una rete mediatica squadristica che colpisce i suoi avversari: quello che hanno fatto a me è nulla in confronto a quanto subito da Fini. In parte perché sa per certo che, non appena colpisce uno dei suoi oppositori, ce n'è almeno una metá - tra gli stessi oppositori - che ne gode. Ma è mai possibile che, su giornali non vicini al premier, si debba aprire un dibattito se sia lecito per un esponente della sinistra trascorrere tre giorni sulla neve con la propria moglie in un albergo a quattro stelle? A Berlusconi, comunque, non è rimasta che la forza di imporre queste mascalzonate. Per il resto, è finito, ha trascinato il Paese al disastro».


Redazione online
09 gennaio 2011



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Esclusivo/ Inchiesta sulla Giunta di Bassolino per l'uso improprio di fondi Ue: mostre, sagre, e "differenziata" ai Caraibi

Il Mattino



NAPOLI (9 gennaio) -,La Procura della Repubblica di NAPOLI ha aperto un'indagine conoscitiva sulle spese della ex giunta regionale, guidata da Antonio Bassolino, puntando i riflettori sia sull'utilizzo dei fondi Ue che sugli affidamenti di incarichi di consulenza. Il fascicolo è stato affidato al pm Ettore La Ragione e non ci sono al momento indagati iscritti. La Procura ha acquisito il dossier preparato dagli ispettori del ministero dell'Economia che hanno esaminato i bilanci della gestione della Regione, negli anni scorsi, che hanno evidenziato l'utilizzo dell'indebitamento non per gli investimenti ma per finanziare la spesa corrente.

Agli atti dell'inchiesta anche gli articoli dei quotidiani che si sono occupati della vicenda. Gli ispettori ministeriali avevano scritto nel loro rapporto finale che erano stati utilizzati fondi Ue, anche per «sagre, feste di paese e segnaletica stradale».

Nell'elenco finito nel dossier degli ispettori ministeriali anche i 3 milioni per finanziare eventi come la Bit di Milano, il Vinexpo di Bordeaux, il Fruit logistica di Berlino, il Prowein di Dusseldorf.

Ed ancora, 10,5 milioni di fondi Por per finanziare in parte il Capri film Festival, il premio Caruso 2008, la 62esima edizione del Premio Strega, la dodicesima edizione di Quattro notti e più di luna piena a Benevento, il festival Benevento città spettacolo, il concorso ippico in piazza del Plebiscito, la Piedigrotta 2008, il Maggio dei Monumenti.

Altri contributi per il Festival della Taranta, Mare Moda Capri 2007, il Neapolis Festival, il concerto per Maria, il Premio Charlot.

Gli affidamenti di consulenze, inoltre, è questa l'ipotesi sulla quale la Procura dovrà far luce, potrebbero aver inciso nello sforamento del patto di stabilità che era previsto per gli enti locali.

Tra gli incarichi sui quali si vuol far luce, ci sono la 'Missione sorriso', con interviste a turisti per valutare il gradimento della città, i 10 mila euro per la ricerca sul patrimonio genetico autoctono del melo, la sagra del carciofo di Paestum e la fiera internazionale del bovino da latte.

E addirittura un corso ai popoli caraibici per fare differenziata, quella che a Napoli non si riesce ancora a far decollare.




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Brasile, non solo Battisti la bella vita del terrorista: "Fa il guru in televisione"

di Gian Marco Chiocci


Mancini (ex Potere operaio) è stato condannato per l’uccisione a Milano del vicebrigadiere Custra. Ma da anni fa il produttore a Rio. Il nostro inviato cerca di incontrarlo, ma lui scappa: "Sono molto impegnato" 



 
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nostro inviato a Rio de Janeiro

Toc toc. «Buongiorno, il titolare per favore...». Cala il silenzio nell’elettrizzante palazzo hi-tech al 414 di rua Alvaro Ramos a Rio, quartiere di Botafogo, culla della polisportiva bianconera dell’imprendile Garrincha. Chiediamo del producer Pietro Mancini, guru del centro servizi videocinematografici StudioLine e prim’ancora sociologo nonché cattivo maestro come l’amico Toni Negri, trascorsi in Potere operaio e nell’Autonomia, rincorso invano da una condanna a 20 anni che grazie ai cavilli e agli appoggi dei politici brasiliani non sconterà mai.

La segretaria del capo è titubante, forse perché Mancini l’aveva preavvertita della possibilità che arrivassero quelli del Giornale che poco educatamente aveva liquidato al telefono il giorno prima. «Il signor Mancini chiede di sapere chi siete», balbetta la signorina. Ci presentiamo all’interfono. Nome, cognome, testata giornalistica: «Il Giornale? No, no, guardate – taglia corto l’ex katanga - sono molto impegnato con una produzione importante e complessa, non posso proprio». Insistiamo. Siamo qui per Battisti, per parlare dei latitanti, dei vostri appoggi politici. Anche stavolta la parola scompare d’incanto e la linea si fa improvvisamente muta. Clic.

Il rappresentante più ciarliero del Carp, il comitato di assistenza ai rifugiati politici in Brasile schierato nella difesa a oltranza di Battisti, non apre bocca. In compenso per lui parlano le confidenze dei connazionali all’estero, i verbali della polizia locale, le dichiarazioni choc sulla giustizia in Italia, gli attestati di stima dei tanti politici di Lula schierati a favore della non estradizione sua e dell’assassino dei Pac. Parla soprattutto la bella vita che fa sotto il Corcovado grazie all’impresa di famiglia specializzata nella produzione di video, documentari, campagne pubblicitarie e commerciali, soprattutto istituzionali e politiche. Specie per il Pv, il partito Verde di Fernando Gabeira, l’ex guerrigliero ed ex sequestratore di ambasciatori americani, diventato deputato e difensore principe della causa Battisti: per la campagna elettorale del parlamentare amico, Mancini avrebbe intascato un bel po’ di real.

Alla faccia. Che carriera per il sociologo originario di Ascoli Piceno. E che agganci. Quanto sono lontani i tempi in cui l’allora sindacalista metallurgico della Cisl optò per la rivoluzione a mano armata e la partecipazione a un gruppo sovversivo («rosso» e non solo). Tempi che gli costarono una comparsata al processo 7 aprile e anche una condanna in concorso – ancora da scontare – per l’omicidio del vicebrigadiere della Celere Antonio Custra ammazzato durante gli scontri di piazza, 14 maggio ‘77 a Milano, immortalati dal più celebre scatto degli anni di piombo (un manifestante che spara a due mani in mezzo alla strada).

«Ero lontano dagli scontri – continua a difendersi il Nostro - non è vero che portai io le armi». Arrestato dalla polizia federale di Rio de Janiero il 22 giugno 2005, riacciuffata la libertà appena sei mesi dopo, grazie a un bonus di 15 anni di prescrizione gentilmente concesso dalla Corte d’assise di Milano dal 9 maggio scorso l’ex katanga è un cittadino ancora più libero di quanto lo fosse il giorno in cui il Brasile, ovviamente, respinse in pompa magna la richiesta di estradizione in Italia. Provvidenzialmente Mancini attraversa l’oceano prima dell’inizio dei processi che lo costringeranno alla latitanza perenne.

Lascia a Milano i compagni di lotta e i suoi tre figli, e a Rio si organizza, si risposa con Paola, ha una figlia, Luna, che oggi ha 26 anni. Non smette un istante di tenere contatti coi vecchi compagni e coi rifugiati che s’è ritrovato qua. Conta su amici di rilievo della politica e del governo, della musica e della cultura. Per lui si battono il già citato Fernando Gabeira dei Verdi (che quando la primula Battisti era ricercata in Brasile la incontrava segretamente in un bar di Ipanema), il segretario comunale di urbanistica, Alfredo Sirkis, Chico Alecar del P-sol, il deputato lulista Carlos Minc, il senatore del Pt Eduardo Suplicy e tanti altri. Solo per citarne alcuni. Altri vengono compulsati in occasione della visita di Toni Negri a Rio - ospite neanche a dirlo a casa di Mancini - conclusasi con una petizione a favore di Battisti, rilanciata al forum terzomondista di Belem. Portabandiera del Carp insieme al ristoratore di Prima Linea, Luciano Pessina (di cui abbiamo scritto ieri), il produttore di Botafogo non fa mancare il suo appoggio all’ultimo terrorista rosso recluso.

«Siamo profondamente impegnati contro l’estradizione di Cesare Battisti – è il suo gingle propagandistico - la soluzione più indicata per porre fine alla repressione e persecuzione di un’intera generazione di militanti degli anni ’70 in Italia è l’amnistia. E comunque non lo faremo mai tornare». E se lo dice lui, che parla al plurale con tutte le amicizie che ha, c’è poco di che essere speranzosi.



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Che scandalo gli spazzini tutti malati

di Paolo Del Debbio



A Napoli, mentre l’esercito produceva il massimo sforzo per ripulire il centro urbano sotto le feste, era a casa un dipendente su cinque della società che ha in appalto il servizio. E allora basta aiuti: ora la città faccia da sola



 

Il governo siciliano ha pubblicato il primo bando per 2500 assunzioni nella sanità pubblica, con l'impegno di arrivare ad un totale di 4900 nuovi posti entro la fine di marzo. Oggi, la Regione Sicilia spende per curare i suoi cittadini più o meno quanto la Finlandia. Grande scandalo dopo la denuncia del Giornale e accuse di «razzismo nordista contro la Sicilia», reazione isterica dei «deputati» locali quando il Tg1 si è permesso di sollevare la questione e corsa contro il tempo a Palazzo dei Normanni per far passare il provvedimento prima che arrivino i vincoli di spesa imposti da Tremonti.

Nei giorni scorsi La Stampa aveva offerto qualche altra chicca sulla gestione della spesa pubblica nella Sicilia Felix: dipendenti pubblici quintuplicati in 30 anni; oltre 140mila stipendi pagati ogni mese (il doppio della Fiat); 8400 «soggetti svantaggiati» che hanno festeggiato il 2011 con un obolo di 500 euro per un anno (totale 6 milioni e mezzo); il record per la pensione dell'ex dipendente pubblico più ricco d'Italia, un avvocato che percepisce 496.000 euro l'anno (1.358 euro al giorno), più del doppio dell'indennità del capo dello stato.

Sappiamo che una delle gambe del Lombardo quater è costituita da Fli, i «futuristi» che governano insieme a piddini, Udc e Alleanza di Centro in una coalizione tanto grossa da far impallidire la Merkel. E proprio la Sicilia è stata la Regione che ha risposto con più forza al nuovo corso finiano, aprendo un gran numero di sedi di «Generazione Italia».

Ora, se andate a leggervi un ispirato editoriale apparso proprio sul sito di Generazione Italia scoprirete che i futuristi invocano una «vera riforma» per cambiare il Paese, un «radicale ripensamento della spesa pubblica all'insegna di chiari principi liberali che rigettino logiche assistenziali, clientelari e demagogiche». Titolo, che naturalmente sottoscriviamo: «Tagliare la spesa pubblica. Partendo da sanità ed enti locali».

Oppure potremmo riascoltarci quel passaggio del discorso sugli effetti della crisi in Grecia, tenuto alla Luiss il 28 aprile scorso dal Presidente della Camera, in cui Gianfranco Fini con inveterato rigore spiegava: «È indispensabile un rigido controllo della spesa pubblica, proprio perché abbiamo un pregresso debito e una condizione complessiva che non ci consente certo di spendere e spandere».

Dopodiché ripensiamo alle prossime 5000 assunzioni e a chi governa la Sicilia: la domanda - come si dice - sorge spontanea. Sarebbe questo il «federalismo solidale» evocato dal Presidente della Camera in quel di Mirabello? E come mai dopo che Fini ha passato un'intera stagione a fare le pulci al governo nazionale non spende una parolina per il suo governo regionale? Speriamo che a FareFuturo qualcuno stia seriamente pensando a una risposta.
Tratto da L’Occidentale
www.loccidentale.it




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La Cgil difende i violenti coi soldi dei pensionati

di Giannino della Frattina




Invece di pensare agli operai, la Camera del lavoro di Milano organizza a spese dei tesserati un "collegio comune di difesa" per togliere dalle grane gli studenti che hanno occupato scuole e università mettendo in ginocchio la città denunciati dalla Digos alla procura nei giorni scorsi



 

MilanoI soldi dei pensionati e dei lavoratori per pagare gli avvocati e difendere vandali e manganellatori. Magari di carabinieri e poliziotti. A metterli la Cgil, il sindacato di una sinistra che invece di occuparsi di chi rischia il posto in fabbrica o fatica ad arrivare a fine mese, pensa bene di organizzare un «collegio comune di difesa» per toglier dalle grane i teppisti (con denunce penali) che a novembre hanno occupato le scuole. Non studenti che avevano qualcosa da dire, magari sulla riforma Gelmini, ma quelli che hanno lasciato un conto salatissimo a carico della comunità in danneggiamenti e vandalismi. Ancora da quantificare per quanto riguarda le scuole, ma probabilmente anche superiore a quel «milione di euro» che costeranno a tutti noi i cortei di quelle giornate.

Ad annunciarlo a Repubblica, il segretario generale della Camera del Lavoro di Milano Onorio Rosati che dopo le aperture agli extracomunitari, ora scopre anche i licei come possibile bacino di reclutamento per un sindacato in crisi che vede paurosamente diminuire il numero delle tessere. E degli iscritti disposti a seguire i capi sindacalisti nelle ormai più sparute manifestazioni. «Viste le notizie apparse sui giornali relative a possibili azioni penali nei confronti delle mobilitazioni studentesche - ha scritto Rosati in una lettera agli studenti - riteniamo politicamente indispensabile dare vita a iniziative di sostegno alle mobilitazioni democratiche in difesa della cultura e del diritto all’istruzione».

Proprio così. Per Rosati e la Cgil è «politicamente indispensabile» difendere chi ha impedito ai compagni di frequentare le lezioni, aggredito gli uomini delle forze dell’ordine e causato (così, solo per divertimento) milioni di euro di danni. Da togliere ad asili, scuole, ospedali, case popolari o aiuti ad anziani in difficoltà. Perché questo hanno fatto quelli a cui la Cgil di Milano vuol mettere a disposizione i suoi trenta avvocati. Manzoni, Vittorio Veneto, Pascal, Tenca e Caravaggio i punti più caldi della contestazione. Con la polizia costretta a intervenire in tenuta antisommossa su richiesta di presidi esasperati.

Non bigotti e retrivi conservatori, semplicemente diligenti appartenenti alla pubblica amministrazione intenzionati a ristabilire una legalità violata. Tanto che le denunce per quei «bravi ragazzi» parlano di «occupazione abusiva», ma soprattutto di «violenza privata». Con il Comune intenzionato a costituirsi parte civile nei processi e i fascicoli già in procura sul tavolo di Grazia Pradella, diligente e attento magistrato dell’antiterrorismo che si occupò della strage di piazza Fontana.

Su quei giorni di occupazioni violente ora ci sono rapporti della Digos, fotosegnalazioni di studenti impegnati nei vandalismi e soprattutto quelle di no global e infiltrati dei centri sociali. Gente in età (e testa) non certo da liceo che ogni volta approfitta per sfogare gli istinti più bassi. Come i sette della «Bottiglieria» che dopo essere entrati al liceo artistico Caravaggio «con i visi coperti», aver messo i banchi a bloccare le porte, avevano dormito nella scuola prima di essere denunciati dagli agenti chiamati dalla preside piuttosto allarmata.

«La Cgil vuol difendere questa gente? Sono a dir poco sconcertato - replica il vicesindaco e assessore alla sicurezza di Milano Riccardo De Corato - Ma si rende conto il sindacato che quel patrimonio vandalizzato è di tutti noi? Anche dei lavoratori che forse Rosati farebbe bene a difendere anche da questi teppisti». Il diritto alla protesta degli studenti? «Ma quale protesta. A Milano gli studenti sono 150mila, la manifestazione più affollata è arrivata a nemmeno 2mila. Ma chi difende la Cgil?

La minoranza della minoranza. E poi la maggior parte non erano nemmeno liceali, ma i soliti violenti dei centri sociali». Non una persecuzione? «Nel codice penale - scandisce De Corato - c’è un reato specifico, il danneggiamento contro il pubblico patrimonio. Come può pensare la Cgil che davanti alla distruzione di aule e palestre, la questura potesse non procedere d’ufficio?». Di chiaro «messaggio politico della Cgil» parla il segretario generale della Uil Lombardia Walter Galbusera. «Ma mi auguro che ci sia un confine ben chiaro tra una manifestazione politica e il puro vandalismo. Altrimenti sarebbe un messaggio sbagliato. E solo propagandistico».




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La Camusso? Mai lavorato in fabbrica»

di Luca Fazzo

Milano


La giovane Camusso non lo sopportava, e in privato lo chiamava «il caposcala»: intendendo che avesse il livello culturale dei vecchi responsabili di caseggiato del Partito comunista. Sono passati trent’anni. Susanna Camusso è diventata segretario generale della Cgil: il posto di Di Vittorio e di Lama. Lui, Cesare Moreschi, 72 anni, leader comunista della Fiom milanese negli anno Ottanta, è in pensione: ma non ha perso la vecchia abitudine di organizzare, e così presiede il comitato degli inquilini di via Padova, la controversa casbah multietnica della periferia milanese.

Ma continua a tenere d’occhio quel che accade nel sindacato. E ha seguito con un occhio di riguardo l’ascesa della ragazzona bionda che era la sua «vice» negli anni ruggenti del sindacalismo metalmeccanico. Moreschi, si aspettava che Susanna Camusso arrivasse così in alto? «Francamente no. E credo che non se lo immaginasse neanche lei. È un posto importante, ma anche gravoso».
Che tipo era la Camusso, ai suoi esordi da sindacalista?

«Non molto diversa da adesso, direi. Se non ricordo male era arrivata alle 150 ore, i corsi di formazione per lavoratori, attraverso la Uil. Ma quando la Flm, che era il sindacato unitario dei metalmeccanici, iniziò ad andare in crisi, lei scelse di stare con noi, con la Fiom Cgil. E poco dopo entrò in segreteria. Era una donna abbastanza intelligente, una che svolgeva bene i compiti che le venivano affidati. Il problema è che non aveva mai lavorato in fabbrica in vita sua. E quindi aveva la visione del modo di fare sindacato che era classica di chi non veniva dal lavoro dipendente: cioè preferiva affidarsi alla teoria più che misurarsi con le condizioni concrete di chi in fabbrica ci stava».
Non andavate molto d’accordo, sembra di capire.

«Venivamo indubbiamente da culture diverse. Lei era molto affascinata dal mondo delle relazioni industriali, da un rapporto in cui si dava molta importanza al rapporto diretto con la controparte, al capire le ragioni delle aziende. Noi, come Fiom, su questo eravamo fin troppo rigidi: pensi che rifiutavamo gli incontri informali con le controparti per timore di venire sottoposti a pressioni, a condizionamenti, a ricatti. Lei invece era molto disponibile. E lo vedo anche nel suo atteggiamento attuale. È un modo di fare sindacato non voglio dire sbagliato o illegittimo, ma diverso dalla nostra cultura di quegli anni».
Insomma litigavate di brutto.

«Ci furono momenti di discussione anche aspri, perché a volte la accusavamo di portare avanti opinioni personali e non la linea dell’organizzazione. Non era solo la Camusso, sia chiaro: c’era un tipo di dirigenti sindacali che la sua legittimazione più che dal rapporto con i lavoratori se l’andava cercando nel rapporto con chi stava dall’altra parte del tavolo, con gli esponenti di Confindustria, di Federmeccanica, o i capi del personale delle grandi aziende. Per noi invece contava solo l’organizzazione e il rapporto con la base, con la fabbrica».
Lei comunista, la Camusso socialista. Contava anche questo?

«Erano anni in cui il rapporto con i partiti di provenienza era forte. Ma devo dire che quando lo scontro tra Pci e Psi divenne frontale, all’epoca del decreto del governo Craxi sulla scala mobile, la Fiom fu in prima linea nella battaglia. E in quella occasione la Camusso non condivise apertamente ma ci lasciò fare, e anzi sotto sotto ci diede una mano. D’altronde dalla base, dalle fabbriche c’era un’opposizione molto forte ed era difficile per tutti non tenerne conto».

Oggi la Camusso si trova a gestire una Cgil profondamente divisa al suo interno, a gestire il dissenso dei duri della Fiom. «Io con alcuni dirigenti della Fiom attuale, come Giorgio Cremaschi, mi sono scontrato per anni. Ma credo che la posizione della Fiom sia molto meno isolata di quanto si voglia far credere. Non sono solo i metalmeccanici, dentro la Cgil, a ritenere che la linea Marchionne punti a cancellare il sindacato come forza organizzata». E in questo caos come se la caverà, la Camusso? Ha stoffa sufficiente a tenere in piedi la baracca?

«Da sola non può decidere. Dipenderà dai consiglieri che avrà intorno, da chi la aiuterà a ragionare. Se trova accanto a sé qualcuno che le spieghi chiaramente qual è la posta in gioco, cioè la essenza stessa del sindacato, allora potrà farcela. Se invece si fa influenzare dalle campagne mediatiche, se entra nel personaggio di donna di ferro che le stanno cucendo addosso, di quella che saprà imporsi, mettere in riga i dissidenti, beh: allora sarà un disastro».



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Ecco chi ha chiuso la Gioconda dentro una cassaforte di vetro

di Stefano Lorenzetto



Suo padre vendette a Ferrero le prime 200mila vetrinette per esporre nei negozi l’antenata della Nutella. Lui è di casa al Louvre e al British Museum. Grazie alle teche blindate ampie come miniappartamenti




La grande fortuna di Alessandro Goppion, l’uomo che ha inventato le casseforti di vetro, è stata quella d’avere un padre che per primo piegò a suo vantaggio la più universale e insopprimibile delle debolezze umane: la vanità. «Finché esisteranno discendenti di Adamo ed Eva, ci sarà sempre la necessità di mostrare e di mostrarsi», soleva ripetere l’ingegner Nino Goppion, nato a Treviso nel 1918, partito come volontario per l’Africa orientale italiana nel 1936, deportato dagli inglesi in un campo di concentramento in Kenya nel 1941 e liberato soltanto nel 1948.

Il nonno di Alessandro, che di nome faceva Luigi ma da tutti era chiamato Minato e nessuno capì mai il perché, ebbe la sfortuna di rimanere vedovo tre volte. La quarta moglie, Maria, diede alla luce appunto Nino, spirito inquieto che avrebbe potuto come i fratellastri dedicarsi alla torrefazione del caffè Goppion, un marchio di nicchia tuttora assai apprezzato. Invece, tornato dalla lunga prigionia in Africa, preferì prima fare il poliziotto a Roma, poi l’ingegnere presso l’Anglo-Iranian oil company e infine il direttore di una vetreria a Milano.
Nino Goppion nel 1952 si mise in proprio e aprì a Porta Genova un laboratorio specializzato in vetrine, senza rendersi conto che stava importando una materia fino ad allora sconosciuta in Italia, l’exhibit design. 

Uno dei suoi primi clienti fu Giovanni Ferrero, che aveva preso in mano le redini dell’omonima industria dolciaria fondata dal fratello Pietro. «S’incontravano in osteria ad Alba», rievoca Alessandro Goppion. «Mio padre mi raccontava che Ferrero per tener su i pantaloni usava uno spago al posto della cintura. Fu durante una delle loro interminabili partite a briscola che l’imprenditore gli ordinò la bellezza di 200.000 vetrinette promozionali per esporre nei negozi la Pasta Gianduja, il Sultanino, il Cremablok, la Cremalba e la Supercrema, l’antenata della Nutella».

L’idea di passare il resto della propria vita a mettere in bella mostra i Mon Chéri non poteva però scaldare il cuore a Goppion junior. Il quale, mentre era prossimo alla laurea in scienze politiche alla Statale di Milano, la città dov’è nato nel 1955, fu costretto dal padre a lasciare a metà la tesi per accorrere in azienda a dare una mano. E così, trent’anni fa, ecco l’intuizione che a partire dal Bargello di Firenze ha reso Alessandro ricercatissimo da musei, case regnanti, governi, ministeri, biblioteche, istituzioni culturali: la cassaforte di vetro in cui racchiudere il meglio delle civiltà apparse finora sulla faccia della Terra. E cioè una teca antiproiettile a prova di attentati, furti, atti vandalici, incendi, terremoti, sbalzi termici, umidità, sorgenti luminose, agenti chimici, polveri.

Dentro questi microambienti stabili e sicuri, che solo un’esplosione nucleare riuscirebbe a dissolvere, Goppion ha collocato, come in altrettanti tabernacoli, i tesori dell’umanità che nessuno potrebbe comprare perché non hanno mai avuto prezzo: dalla Gioconda alla Venere di Milo, dall’Ultima Cena leonardesca nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano alla Dama con l’ermellino nel Czartoryski museum di Cracovia, dal David di Michelangelo ai gioielli della Corona britannica nella Torre di Londra, dal Codice di Hammurabi (282 leggi promulgate dal re di Babilonia sul trono dal 1792 al 1750 a.C., incise a caratteri cuneiformi su una stele, il più antico corpus di diritto penale, civile e commerciale) ai Manoscritti del Mar Morto (i rotoli risalenti al periodo fra il II secolo a.C. e il 135 d.C., scoperti casualmente nel 1947 in 11 grotte di Qumran, che hanno impresso una svolta agli studi biblici).

Quando le opere di Leonardo da Vinci, ma anche di altri maestri della pittura, escono dall’oscurità dei caveau o devono essere trasportate da una città all’altra per un’esposizione straordinaria, trovano sempre a proteggerle una cassaforte di vetro costruita su misura per loro da Goppion, 50 dipendenti, dai 15 ai 20 milioni di euro l’anno di fatturato a seconda delle commesse. È stato così per l’Uomo vitruviano custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, per il Codice Atlantico conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, per il Codice Leicester che Bill Gates acquistò nel 1994 da Armand Hammer, per il San Benedetto di Antonello da Messina, per la Donna allo specchio di Tiziano Vecellio che il Louvre ha prestato fino a giovedì scorso al Comune di Milano affinché potesse essere visto gratuitamente dal pubblico a Palazzo Marino così com’era avvenuto col San Giovanni Battista di Leonardo nel 2009 e con la Conversione di Saulo di Caravaggio nel 2008.

Anzi, sovente sono i capolavori che, grazie ai brevetti di Goppion, si trasformano essi stessi in casseforti. Per esempio fa una certa impressione vedere l’imprenditore che stacca dalla cornice il Cristo morto di Andrea Mantegna esposto nella Pinacoteca di Brera, apre le serrature blindate sul retro, scosta di 90 gradi la tela come se squadernasse la pagina di un libro e s’affaccia con testa e busto nella teca invisibile interponendosi fra il vetro e il dipinto del Nazareno adagiato sulla pietra del sepolcro.

Miracoli che accadono solo nel Laboratorio museotecnico Goppion di Trezzano sul Naviglio, un’anonima officina nel fuligginoso hinterland milanese, l’unico luogo un po’ dimesso frequentato dal mago del vedo-e-non-vedo, ormai di casa come fornitore dal Louvre al Musée de l’Armée a Parigi, dal British museum al Victoria & Albert museum a Londra, dalla Bibliotheca Alexandrina di Alessandria d’Egitto al museo d’arte islamica del Cairo, da Palazzo Pitti a Firenze all’Israel museum di Gerusalemme, dal museo dell’Acropoli di Atene ai musei archeologici di Delfi e Olimpia.

Sicuro d’averli citati tutti?
«Come faccio a ricordarmeli? Finora sono più di 300 musei in quattro continenti».«Ecco, dimenticavo il più importante, il Museum of fine arts di Boston. Fra le sue 450.000 opere ha in dote anche Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?, la più grande tela di Paul Gauguin, dipinta nel 1897 a Tahiti dall’artista francese prima di tentare il suicidio. Il 20 novembre abbiamo inaugurato l’ampliamento progettato dall’architetto Norman Foster. È costato 504 milioni di dollari. Quattro anni di lavoro».

Che altro?
«Il 23 ottobre è stato riaperto a New York, rinnovato e ampliato, il National museum of the american indian. Fa parte della Smithsonian institution, amministrata dal governo degli Stati Uniti. Non s’è ancora ben capito chi fosse il fondatore, un ingegnere minerario che fece una donazione in epoca vittoriana. Oggi è la più grande collezione del pianeta. Vanta un patrimonio di 142 milioni di reperti conservati in 19 musei negli Usa e altri 140 affiliati sparsi nel mondo, più 9 centri di ricerca. Abbiamo curato la sezione Infinity of nations, che ha segnato la riconciliazione degli americani con le tribù indiane. Ho preparato anche la vetrina per la giacca di Cavallo Pazzo, il condottiero sioux che insieme con Toro Seduto sconfisse i cavalleggeri del comandante George Armstrong Custer nella battaglia di Little Bighorn. È un capino d’abbigliamento di gran moda, secondo me».

Ha tenuto il conto dei metri quadrati di cristallo che ha posato fino a oggi?
«Saranno non meno di 50.000. Inclusa la teca Ardabil nella Jameel gallery di arte islamica del Victoria & Albert museum di Londra. La più grande vetrina che sia mai stata realizzata dall’uomo: 62 metri quadrati. In pratica è un miniappartamento del peso di 3 tonnellate, che ho costruito per proteggere un tappeto persiano del 1539 steso sul pavimento. Non ci sono porte per entrare, solo un sofisticato sistema di sollevamento che all’occorrenza stacca la teca dal suolo».

Che spessore hanno i suoi cristalli?
«Dipende. Come minimo 12 millimetri. Quelli della Torre di Londra oltre 30. D’altronde devono difendere anche il Koh-i-Noor, “montagna di luce” in lingua hindi, il celeberrimo diamante da 108 carati incastonato nel diadema di platino che fu realizzato nel 1937 per la consorte di Giorgio VI, madre dell’attuale regina Elisabetta II. C’erano state minacce di attacchi da parte dei terroristi dell’Ira. L’Mi5, il servizio di sicurezza britannico, venne qui a Trezzano a prelevare i prototipi dei cristalli e cercò di farli esplodere con delle microbombe in un hangar di Londra. Prova superata. Tre anni di lavoro. Sotto le teche, dotate di motori per alzarle e abbassarle, abbiamo costruito un corridoio blindato di cemento armato. Su 50 imprese arruolate, eravamo gli unici stranieri. Al nostro arrivo, il Sun, il tabloid più diffuso, si chiese polemicamente perché i tesori della Corona fossero stati messi nelle mani dei mafiosi italiani. Quando lasciammo il cantiere, tutte le maestranze inglesi erano schierate sull’attenti a brindare con noi».

Avrà riservato le stesse precauzioni alla Monna Lisa di Leonardo.
«Di più. È il simbolo della Francia, quindi soggetta ad attentati. Da quando poi Dan Brown nel Codice da Vinci s’è inventato che l’esame ai raggi X rivelerebbe un collegamento fra la Gioconda e la dea Iside, ci sono migliaia di persone che entrano al Louvre solo per vedere quella. Otto milioni di visitatori l’anno producono un flusso incredibile di alito, una quantità d’acqua spaventosa. Per non parlare dei flash. Sarebbero vietati, ma se ne sparano lo stesso a milioni, sembra l’albero di Natale, i guardiani ormai si sono rassegnati. Così ho creato un’interparete staccata dal muro, con una teca dotata di cristalli antiriflesso, apribile in un secondo in caso d’incendio, e una lastra d’acciaio retrostante».

Di che spessore?
«Non posso rivelarlo. Notevole, comunque. Se esplode una bomba, si salva la Gioconda e muoiono i turisti. Mi spiace dirlo, ma è così».

Fa una certa impressione.
«Mio padre si annoiava con i musei, sosteneva che gli facevano perdere tempo. Per me invece sono una missione verso la collettività, oltre che un luogo di profitto. Non lavorerei di sabato o di notte se non avvertissi l’utilità sociale del mio lavoro. È da qui che traggo l’energia per andare avanti. La teca è un concentrato di tecnologia impercettibile. Nessuno s’è accorto, per esempio, che dallo scorso 3 dicembre il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, al Museo del Novecento di Milano, è protetto da una membrana di vetro posta a un metro e 80 di distanza dalla tela su un binario a scorrimento. Nella teca ci deve essere tutto, ma non si deve vedere niente. Allo stesso modo le opere d’arte vanno protette da tutto e dal contrario di tutto. Anche dall’esistere. Ci pensi: se le chiudessimo al buio in una camera blindata, sarebbe come se non fossero mai state create. È solo il fatto di risultare percepibili dall’occhio umano che le fa esistere. Ma in quello stesso attimo la luce, il calore, l’umidità e persino i sentimenti delle persone cominciano a deteriorarle». 

Si riferisce ad atti come quello di Vincenzo Peruggia, ex impiegato del Louvre che nel 1911 se ne uscì dal museo con la Gioconda sotto il cappotto, convinto che il dipinto dovesse ritornare in Italia? O dell’ungherese Laszlo Toth, che nel 1972 colpì con 15 martellate La Pietà di Michelangelo nella basilica di San Pietro?
«Sì. Due anni fa una turista russa ha scagliato una tazza di tè contro la Gioconda, ma la dama leonardesca dentro la teca Goppion non ha fatto un plissé».

Cala la rata assicurativa dopo che un’opera d’arte è stata messa in sicurezza?
«Penso che molti musei, dopo il nostro intervento, disdicano le polizze».

Le chiavi chi le tiene?
«I direttori dei musei. Li mando dal nostro fornitore di fiducia e se le ordinano da soli. Io non voglio nemmeno vederle».

Furti su commissione: ha elaborato un identikit psicologico del suo nemico?
«Bisogna prima chiedersi che utilizzo può avere un’opera non commerciabile, dal valore inestimabile. La risposta viene di conseguenza. Il collezionista non mostra agli amici. Il suo è un atto di puro dominio. Il collezionista non condivide: possiede e basta».

Dunque è il collezionista maniaco il principale pericolo?
«No. È il consumismo esasperato di massa».
Sogna che i musei restino vuoti?
«Al contrario. Li sogno pieni di gente, però accompagnata in visite che non hanno nulla a che vedere con due orette di mordi e fuggi».
Quale lavoro l’ha emozionata di più?
«Il Newseum di Washington. È il museo delle notizie. Accanto a un pezzo delle Torri gemelle e ai primi testi sulla libertà di stampa, ogni anno vengono aggiunte le foto dei giornalisti uccisi in giro per il mondo. Sono già 2.078, 53 soltanto nel 2010, fra cui l’italiano Fabio Polenghi, il fotoreporter freelance che ha perso la vita a Bangkok durante gli scontri fra esercito thailandese e camicie rosse. Un memoriale di indumenti insanguinati e auto di servizio sforacchiate dai proiettili. Nelle teche abbiamo predisposto molti posti liberi, purtroppo».

Sbaglio o lavora più all’estero che in Italia?
«Non sbaglia. Al 90 per cento. In Italia si pensa che la cultura sia un accessorio del turismo. Nel mondo la cultura serve a educare i cittadini, i quali poi generano ricchezza perché ne sono capaci. Il British museum fu creato per insegnare ai funzionari del regno come gestire le colonie».
Perché dal Veneto siete venuti a fare tutto questo in Lombardia?
«Mio padre scelse il lavoro, non il luogo».
Non è una fantastica arroganza quella di pretendere che opere create dall’uomo possano essere destinate con l’aiuto di Goppion all’immortalità? Prima o poi finirà anche l’enigmatico sorriso della Gioconda.

«Ma certo. Tutto passa. Ma il mio compito è preservare per le generazioni future. Un dovere morale. Come il non lasciare debiti. Certo, per farlo bisogna essere convinti che queste opere abbiano un valore».
Quando si trova davanti a un capolavoro, vorrebbe sfiorarlo oppure proteggerlo? Insomma, qual è il primo pensiero che le passa per la testa?
«Oh Dio, me toca a mi!».


(525. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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