sabato 8 gennaio 2011

Deputata Usa ferita in una sparatoria

Corriere della sera

 

Arizona, Gabrielle Giffords è stata raggiunta da un colpo a bruciapelo alla testa. Altre sei vittime, dodici i feriti

TUCSON

 

Gabrielle Giffords

 

WASHINGTON
- La deputata democratica americana Gabrielle Giffords, 40 anni è stata ferita alla testa durante una sparatoria a Tucson, in Arizona. La parlamentare è ora ricoverata in ospedale, dove ha subito un lunghissimo intervento e i medici sono ottimisti sulle sue condizioni (malgrado negli istanti immediatamente successivi alla strage si sia diffusa la voce, poi smentita, della sua morte). Sei persone, colpite nel corso della sparatoria, sono morte poco dopo, mentre i feriti sarebbero dodici. La Giffords, moglie dell'astronauta Mark E. Kelly, schierata a difesa della legge sull'aborto e a sostegno del secondo emendamento sull'uso delle armi, è al suo terzo mandato. Il fatto è avvenuto di fronte a un esercizio commerciale, un mini market alla periferia nordorientale della città. L'attentatore, Jared Loughner, è stato arrestato: avrebbe appena 22 anni. Tra i morti, secondo fonti ospedaliere c'è un giudice federale, John Roll, e ci sarebbe anche un bambino di 9 anni. Tra le persone colpite figurano anche tre membri del Partito democratico che fanno o facevano parte dello staff di Gabrielle Giffords. La Fox riferisce che tra i feriti gravi vi è anche lo sparatore.

 

 

L'ATTENTATO - La parlamentare è stata ricoverata presso l'University Medical Center di Tucson e le sue condizioni sono subito apparse gravi. Sottoposta a una delicata operazione chirurgica al cervello, i medici hanno dichiarato di essere comunque ottimisti sulla possibilità di tenerla in vita. Al momento della sparatoria aveva da poco avviato un incontro con gli elettori. Stava discutendo con un disoccupato recentemente licenziato, quando dal gruppo di persone presenti si è fatto largo un giovane con la pistola che si è avvicinato alla donna, fin quasi a fronteggiarla a un metro di distanza, urlando frasi sconnesse e sparando quasi a bruciapelo. La deputata sarebbe stata colpita alla tempia da un colpo di pistola che è poi uscito dalla fronte, secondo la testimonianza della senatrice Linda Lopez che si trovava accanto alla collega al momento dell'aggressione. Dopo aver sparato alla deputata, l'attentatore si è aperto una via di fuga tra la folla, sparando all'impazzata e seminando la morte tra il pubblico che si era raccolto attorno alla politica. Pochi attimi dopo è stato fermato da colpi di arma da fuoco, sparati «o da un agente o da qualcuno dei presenti tra il pubblico» ha precisato la Fox. La polizia ha rinvenuto un'arma sul luogo della sparatoria.

 

OBAMA- - Immediata la reazione del presidente degli Stati Uniti alla sparatoria di Tucson, in Arizona: «Una tragedia indicibile» e «un gesto insensato», ha commentato Barack Obama in un comunicato. Nella sparatoria la deputata democratica Gabrelle Giffords è rimasta gravemente ferita assieme a diverse altre persone durante un meeting con gli elettori

 

NELLA LISTA DI SARAH PALIN - Gabrielle Giffords era nella «target list» di Sarah Palin. L'ex governatore dell'Alaska ed ex candidata alla vicepresidenza aveva stilato un elenco di avversari da sconfiggere politicamente «per la loro responsabilità nel disastro» rappresentato dal voto con cui il Congresso aveva approvato la riforma sanitaria. In serata, la Palin ha espresso le proprie condoglianze alla famiglia Giffords su Facebook. La Giffords, conosciuta per il suo impegno a favore dell'aborto, votò anche a favore della ricerca sulle cellule staminali embrionali, e contro i sussidi alle compagnie petrolifere. Era una sostenitrice delle energie rinnovabili. Democratica moderata della Blue Dog coalition. Alla fine di marzo dello scorso anno, in vista dell'approvazione finale della riforma sanitaria, l'ufficio della Giffords a Tucson era stato attaccato da vandali, che nella notte ne avevano distrutto la porta d'ingresso. Minacce e atti vandalici avevano avuto come obiettivo altri parlamentari, tanto da indurre gli agenti federali a un vertice con un centinaio di deputati democratici, considerati a rischio, e a decidere con loro le misure di sicurezza da prendere.

 

Redazione online
08 gennaio 2011

E' arrivato il misura-Internet

La Stampa


Lo strumento "Ne.Me.Sys" dell'Agcom contro i trucchi nelle offerte di banda larga
ROMA


Si paga per 20 megabit al secondo, ma la velocità reale di accesso è di due o cinque, o poco più. Questa la "sorpresa" che attende tanti consumatori che decidono di sottoscrivere un abbonamento fisso per la banda larga o larghissima e che scoprono di avere un collegamento a Internet più lento del dovuto. Un fenomeno che l’Autorità per le tlc definisce "patologico" e che ha deciso di contrastare con il "Misura Internet", uno strumento anti-trucchi gratuito, a disposizione di tutti, con valore probatorio in caso di reclamo, che consente di verificare che i valori promessi dagli operatori siano realmente rispettati.

Il software è partito alla fine di ottobre e, a poco più di un mese, aveva già superato i 26mila visitatori con oltre 5.400 iscrizioni e la stampa di circa 250 relazioni della misurazione, il documento che dà diritto, in caso di mancata corrispondenza con i requisiti offerti dall’operatore, al suo impiego ai fini di disdetta gratuita del contratto.

Tra «i fenomeni patologici di particolare rilevanza e in crescita», l’Autorità per le tlc, nell’ultima relazione al Parlamento, segnalava anche «il mancato rispetto delle norme sulla velocità minima di trasmissione nelle offerte Adsl denunciata frequentemente come al di sotto degli standard prescritti dalle norme regolamentari».

Per contrastare questa pratica illecita, su cui anche l’Antitrust si è scagliata più volte con diverse sanzioni, l’organismo guidato da Corrado Calabrò, con la Fondazione Bordoni e l’Istituto superiore delle comunicazioni, ha così messo a punto il Misura Internet. Si tratta di un semplice software, chiamato Ne.Me.Sys, acronimo di Network Measurement System ma anche riferimento chiaro alla "Nemesi" della mitologia greca, che consente di verificare che i valori misurati sulla singola linea telefonica siano rispondenti a quelli dichiarati e promessi dagli operatori nell’offerta contrattuale da loro sottoscritta. Lo strumento, al quale si accede facilmente dal sito www.misurainternet.it rappresenta una novità nel panorama europeo, perchè non opera misure su generiche prestazioni di Internet, condizionate da molti fattori, come fanno altri software disponibili online, ma permette di fare una misura personalizzata e relativa solo al servizio di accesso fornito dal singolo operatore all’utente con il quale ha sottoscritto il contratto.

È proprio per questo che i risultati della misura hanno un valore legale riconosciuto da tutti gli operatori telefonici: vale a dire che è sufficiente stampare il file pdf con le misurazioni per rivolgersi alle società di tlc e risolvere la questione. Il funzionamento di Misura Internet è molto semplice: è sufficiente installare il software (seguendo tutte le indicazioni sul sito) e aspettare che questo, automaticamente, avvii la misura che durerà un minimo di 24 e un massimo di 72 ore, con almeno una verifica ogni ora.

I risultati (evidenziati in blu nel documento pdf) possono essere confrontati con i valori indicati dal proprio operatore nella documentazione allegata all’offerta sottoscritta: se risultano peggiori rispetto a quanto promesso, nella colonna "Reclamo" sono evidenziate le modalità e i riferimenti per presentare, entro 30 giorni a partire dalla data di emissione del Pdf con i risultati delle misure, il reclamo all’operatore chiedendo il ripristino degli standard di qualità contrattuali.

Se entro 30 giorni dalla ricezione del reclamo l’operatore non ripristina i livelli di qualità del servizio garantiti, l’utente ha il diritto di recedere senza penali dal contratto sottoscritto per la sola parte relativa al servizio di accesso ad Internet.

Partito alla fine di ottobre, Ne.Me.Sys. ha già raccolto 5.436 iscrizioni, che hanno portato alla stampa di 237 documenti Pdf. Si tratta di un numero notevole, dal momento che coloro che hanno effettuato almeno una misura sono 1.074. I visitatori del sito sono stati finora 26.115, di cui 4.069 a Roma, 3.617 a Milano, 1.344 a Torino, 1.094 a Napoli (1.094) e 1.082 a Bologna.






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Usa, poliziotti sparano a disabile

Corriere della sera

 

Ferito l'uomo in carrozzella

 

Nei guai l’astronauta dell’Apollo 13 La Nasa: ha venduto reperti storici

La Stampa

L’83enne ha messo all’asta un taccuino con la rotta per tornare dalla Luna




[PAO. MAS.]
dall’inviato a new york

Un eroe della Nasa è sotto inchiesta da parte dell’ente, per aver venduto un «souvenir» della sua missione. Segno dei tempi, in cui l’agenzia spaziale americana sembra più preoccupata di preservare il suo passato, che non immaginare il proprio futuro.

L’eroe incappato nel guaio non è uno qualunque: si tratta di James Lovell, comandante della missione Apollo 13, quella abortita nell’aprile del 1970, quando una bombola di ossigeno esplose a bordo della navicella. La frase con cui il suo collega Jack Swigert annunciò il dramma in corso è passata alla storia: «Houston, abbiamo avuto un problema qui». 
Al momento dell’incidente gli astronauti si trovavano a 200.000 miglia di distanza dalla Terra, e non c’era più modo di raggiungere la Luna. Il problema era diventato invece salvare le loro vite, perché rischiavano di morire soffocati. La soluzione individuata dalla Nasa era quella di abbandonare la navicella e trasferire gli astronauti nel modulo di atterraggio lunare, con cui tornare indietro. La difficoltà, però, era trasferire tutti i dati necessari alla navigazione dal mezzo principale a quello di emergenza. Per riuscirci, il capitano Lovell riempì settanta pagine di un blocco note con calcoli complicatissimi, che però riportarono a casa sani e salvi i ragazzi dell’Apollo 13. Nel 1995 la loro storia è diventata un film, in cui Tom Hanks interpretava proprio Lovell. Quel taccuino e i calcoli di Jim erano protagonisti di una delle scene più drammatiche, che li ha resi preziosi per i collezionisti.

Una volta tornato a casa Lovell li aveva tenuti per sé, come ricordo di quella straordinaria avventura. Probabilmente aveva dimenticato il blocco degli appunti in qualche cassetto, e per vivere aveva aperto un ristorante in Illinois. Oltre quarant’anni dopo Jim ha avuto bisogno di soldi, e gli sono venuti in mente i suoi appunti. Ha chiamato la Heritage Auctions di Dallas e ha proposto di venderli all’asta. L’idea ha funzionato, e a novembre l’intero blocco di settanta pagine è stato acquistato da un collezionista per 388.000 dollari. Appena la Nasa lo ha saputo, però, ha chiamato la Heritage, per sapere se Lovell aveva il diritto di cedere quel «souvenir» storico. La casa d’aste ha risposto che l’ex astronauta aveva fornito una dichiarazione scritta in cui affermava di essere il proprietario del blocco note, e quindi tutto era in regola. La Nasa ha replicato che l’affidavit non era sufficiente, e ha aperto un’inchiesta per appurare con certezza a chi appartengono quei fogli. La vendita, intanto, è stata bloccata. Lovell, che ha 83 anni, ha reagito con questa dichiarazione: «Sto cercando di avere un incontro con l’amministrazione della Nasa, per chiarire l’equivoco».

Il problema in realtà è più grande di lui, per quanto monumentale sia la sua storia. L’Agenzia spaziale sostiene che tutti i reperti delle missioni sono di sua proprietà, a meno che gli astronauti non abbiano ricevuto autorizzazione esplicita a tenerli. Su 26.000 pezzi mandati a ricercatori e musei, circa 500 sono scomparsi. Diversi astronauti hanno venduto all’asta i loro ricordi, sostenendo che un memorandum del 1972 consentiva di tenerli, a patto che mandassero una lista alla Nasa. Qualcosa è cambiato, però, e adesso l’agenzia, invece di andare a caccia di nuovi pianeti, insegue le vestigia del suo passato a colpi di cause.




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I cani "leggono" le nostre intenzioni

La Stampa

Una ricerca ungherese: «L'esperimento rivela che i cani sono ricettivi nei confronti della comunicazione umana in un modo che in precedenza era attribuito solo ai bambini»





Roma

Arriva la conferma scientifica di quanto gli amanti dei cani sostengono da anni: i dolci quattrozampe sono in grado non solo di cogliere le parole che diciamo, ma anche la nostra intenzione di comunicare con loro.

Si tratta di uno studio pubblicato on line sulla rivista "Current Biology" secondo il quale, in pratica, la ricettività di questi animali nei confronti della comunicazione umana è sorprendentemente simile alla quella dei bambini piccoli, dicono i ricercatori dell’Accademia Ungherese delle Scienze.

Questa indagine «aumenta le prove che gli esseri umani e i cani condividono alcune abilità sociali: sotto molti punti di vista, le funzioni socio-cognitive del cane somigliano a quelle di un bimbo dai 6 mesi ai due anni d’età» assicura Jòzsef Topal, autore principale della ricerca. «L’utilizzo di spunti ostentivi è una di queste caratteristiche: i cani, così come i bambini umani, sono sensibili ai segnali che indicano l’intenzione comunicativa». Fra questi segnali, i principali sono il rivolgere parole al cane e il cercare il contatto visivo con lui.

Il team guidato da Topal ha studiato un gruppo di cani mentre osservava un video con un uomo in due situazioni. Nel primo caso, l’individuo li guardava dritto negli occhi e diceva loro con voce alta: "ciao bello!". Subito dopo, l’uomo guardava due piatti di plastica. Nel secondo, la persona si rivolgeva con voce fioca al cane, evitando il contatto visivo e concentrandosi sui due piatti.

I risultati delle osservazioni mostrano che i cani sono più attenti ai piatti quando l’uomo esprime loro l’intenzione di comunicare. «Il nostro esperimento - commenta lo scienziato - rivela che i cani sono ricettivi nei confronti della comunicazione umana in un modo che in precedenza era attribuito solo ai bambini. Come spesso accade nella ricerca, questi risultati non faranno altro che confermare quello che molti proprietari di cani e istruttori cinofili già sanno. Ma è il primo studio a utilizzare la tecnica dell’eye-tracking per studiare le abilità sociali dei cani».

Il veterinario: dovremmo riflettere su quanto possono soffrire i cani nei canili

«Chi convive con un cane - commenta all’Adnkronos Salute Andrea Rettagliati, veterinario di Roma - non ha certamente mai dubitato di queste abilità, confermate dallo studio dell’Accademia Ungherese di Scienze dove per la prima volta è stata utilizzata la tecnica dell’eye tracking. Gli studi di etologia hanno già da tempo dimostrato che il cane ha sviluppato una tendenza alla massima cooperazione nel gruppo, al fine di incrementare il successo delle risorse acquisite. Inoltre la socialità nei cani e negli esseri umani si è affermata molto precocemente nel corso della filogenesi».

«Inoltre - prosegue - il legame tra essere umano e cane è un legame biologico basato su strutture sociali che hanno caratteristiche simili. Le conclusioni dello studio non solo confermano quanto sofisticati siano i meccanismi che compongono la relazione tra cane e uomo, ma dovrebbero anche far meditare su quanto, ad esempio, possono soffrire i cani detenuti nei canili o comunque in condizione di deprivazione» di rapporti con l’essere umano.

«Non da ultimo - conclude Rettagliati - va evidenziato come il mondo accademico sia tuttora imbrigliato in un atteggiamento antropocentrico che risente della visione cartesiana e utilitaristica dell’animale rispetto all’uomo. Resta da augurare che studi così elevati dal punto di vista delle tecnologie migliorino non solo la conoscenza delle capacità di comprensione dei cani, ma soprattutto quella delle persone che con loro interagiscono ogni giorno».



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Debiti choc con imprese: se lo stato paga fallisce

Libero

La pubblica amministrazione deve versare 90 miliardi di euro di arretrati alle aziende fornitrici. Tutta colpa dell'euro. E di Prodi...




La cifra ufficiale nessun governo l’ha mai fornita. Secondo Confindustria il debito dello Stato nei confronti delle imprese fornitrici ammonta a circa 70 miliardi di euro. Ma la cifra è sicuramente in difetto. All’interno del ministero dell’Economia  si dà per scontato che ammonti ad almeno 90 miliardi. Una cifra che si può leggere anche in un altro modo: 6 punti di Pil. Il problema è che sia in Italia che a Bruxelles viene letta proprio in questo modo.

E per uno di quei pasticci delle regole contabili che restano incomprensibili ai cittadini comuni e anche a ragionieri che da decenni lavorano in azienda, quei debiti dello Stato nei confronti delle imprese sono oggi invisibili all’Unione europea e ai parametri di Maastricht, ma se fossero pagati diventerebbero un minuto dopo debito pubblico in grado di fare impazzire i conti italiani e fare volare a cifre impensabili lo spread.

In pratica un debito che oggi è vero come il pane che non possono mangiare i dipendenti delle imprese fornitrici dello Stato fino a quando non verrà saldato, non esiste invece per i guardiani dei conti pubblici comunitari. Quando invece verrà pagato alle imprese, per noi del mondo normale quel debito verrebbe estinto, per le regole di Maastricht invece emergerebbe solo a quel punto e il rapporto   fra debito e Pil salirebbe di sei punti. Un disastro.

La follia ha una  spiegazione, che parte da due dati semplici. Il primo è un’affermazione apodittica: i signori di Maastricht hanno deciso che i debiti della pubblica amministrazione con i fornitori non debbano essere conteggiati nel debito pubblico di ciascun Paese. Eurostat, secondo i principi di bilancio pubblico Sec05, non li conteggia. Così come non conteggia il debito previdenziale nei confronti dei cittadini che pure esiste.

Quindi per la Ue quei 90 miliardi che l’Italia deve alle imprese fornitrici semplicemente non esistono. Il secondo motivo - che è la ragione per cui quel debito si è accumulato e non viene pagato -  è banalissimo: lo Stato non ha i soldi per pagare i fornitori. Sui conti correnti di tesoreria non c’è la liquidità che servirebbe. Ogni tanto arriva qualcosa, e  dopo molto tempo si paga qualcuno.

Ma i soldi per tutti non ci sono. Tanto è che un coraggioso magistrato della Corte dei Conti, Aldo Carosi,   ha scoperto che   per ovviare a quella mancanza di liquidità sulla spesa corrente, lo Stato aveva espropriato dal fondo Tfr dei lavoratori dipendenti la bellezza di 16 miliardi di euro senza nessun programma di restituzione. Carosi è stato molto criticato, poi è stato promosso giudice della Corte Costituzionale e del tema non si occupa più.


Se i soldi per pagare i fornitori non ci sono, bisognerebbe fabbricarli. Questo potere però da quando c’è l’euro l’Italia non l’ha più. Resta una sola soluzione: emettere titoli di debito pubblico e riversare lì la liquidità ottenuta dal collocamento per pagare i fornitori. Questo per piccole tranche si fa, ma per saldare una partita da 90 miliardi  è impossibile: altrimenti salirebbe di sei punti il rapporto fra debito e Pil e l’Italia verrebbe stangata dalle incredibili regole Ue (per cui conta la forma assai più della sostanza) e  dalla speculazione internazionale che farebbe schizzare  lo spread.

C’è chi ha proposto di saldare il debito con i fornitori pagando invece che con la liquidità, in titoli di Stato. Lo aveva ipotizzato anche il ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera,  alla vigilia del decreto salva-Italia. Non è stato fatto perché nella sostanza nulla cambierebbe: per pagare in titoli, il debito dovrebbe crescere nello stesso modo. Emettere titoli destinati alle imprese fornitrici e poi con la liquidità ottenuta riacquistare debito pubblico risolverebbe il problema con una mezza truffa contabile che sposterebbe solo temporalmente più in là negli anni il buco che si verrebbe a creare.


In questa situazione è inutile sperare nella direttiva europea che impone agli Stati di pagare le imprese entro 60 giorni: se non si trova una soluzione tecnica, l’Italia non l’applicherà come tante altre direttive, prendendosi tirate d’orecchie e magari anche sanzioni comunitarie che costano   meno del pagamento immediato ai fornitori. Bisogna anche dire che tutto questo caos ha un’origine chiara: la stretta di cassa operata dal 1996 in poi dal trio Romano Prodi - Carlo Azeglio Ciampi - Dino Piero Giarda. Grazie a quella stretta, che di fatto iniziò a congelare il pagamento dell’Italia alle imprese fornitrici per almeno 50 mila miliardi di lire dell’epoca (26 miliardi di euro circa), il governo Prodi riuscì a imbellettare i conti pubblici in modo da essere accolto  fin dal primo momento nell’area dell’euro. Un prezzo talmente alto che ancora oggi ci si chiede se valeva davvero la pena pagare.


Questo macigno al momento non ha soluzione: i tecnici del ministero dell’Economia stanno cercando tutte le soluzioni possibili per sbloccare almeno in parte quei 90 miliardi facendoli passare attraverso strutture indirette (ad esempio Cassa depositi e prestiti) e coinvolgendo il sistema bancario. Ma la fantasia finora non ha trovato la soluzione e i margini sono sempre più stretti. Nel frattempo rischiano di fallire migliaia di imprese fornitrici.


di Franco Bechis

08/01/2012




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Ritrovate le ricette delle Sacre Scritture

Il Giorno

Numerosi piatti della tradizione gastronomica dei Patriarchi



A fare la scoperta, un biblista e un teologo, don Andrea Ciucci, sacerdote della Diocesi di Milano, e Paolo Sartor, insegnante all'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano. Menu tradizione di Mosè, Davide, Elia, Tobia e anche Gesù





Milano, 8 gennaio 2011

Il pane del deserto, il pane bianco lievitato, il vino speziato, lo spezzatino di vitello maggiorana e zucca, lo stufato di manzo con olive, la minestra di lenticchie, il pilaf di lenticchie e orzo, la minestra di fave e miglio, il croccante di Giuda, la composta di uva passa e pistacchi: ecco alcuni piatti della tradizione gastronomica dei Patriarchi di Israele, da Abramo a Isacco e Giacobbe, per riportare in tavola i migliori piatti della Bibbia.



A 'ritrovare' un centinaio di ricette sparse nelle Sacre Scritture sono stati un biblista e un teologo, don Andrea Ciucci, sacerdote della Diocesi di Milano, e Paolo Sartor, insegnante all'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano, autori del libro ''A tavola con Abramo'', pubblicato dalle Edizioni San Paolo. La prefazione è di Ezio Santin, proprietario della prestigiosa Antica Osteria del Ponte. Si tratta di un volume curioso, divertente, ricco di illustrazioni, che offre tanti spunti per cimentarsi con padelle e fornelli.


I piatti della tradizione biblica sono descritti con precisione, altri soltanto citati, altri ancora fanno parte del patrimonio culinario dell'antico Vicino Oriente. Tra i menu proposti quelli che fanno riferimento alle tradizioni di Mosè, al re Davide e al profeta Elia. Le ricette sono tratte dal testo biblico e ricostruite nel modo più fedele possibile, sia nella scelta degli ingredienti sia nei metodi di cottura. Sono inoltre accompagnate da considerazioni di natura storica, filologica e cultuale e da una fotografia del piatto realizzato.


Dalla tradizione gastronomica dei tempi di Mosè il libro propone lo stracotto di pollo e legumi, le cipolle al forno, il manzo profumato con cipolle, l'agnello alla griglia, gli spiedini di agnello, l'erbe amare e pistacchi, il pane azzimo, la torta di azzime, le quaglie al modo del deserto, il pane dolce alla manna, la focacaccia della consacrazione.

Per ritornare ai tempi della tavola di Davide possono cucinare le quaglie ripiene della promessa, il dolce di grano ai profumni della terra, i fichi stufati, la ricotta fritta dolce, il latte profumato, il capretto bollito, lo stufato di agnello e lenticchie, il carrè di capretto al profumo di alloro, la schiacciata di fichi, il bulgur di insalata, la supreme di oca alla verza, il cervo alle mele, la faraona profumata, la bruschette allo zaatar. 



A tavola con Elia si puo' assaggiare la focaccia alla Sarepta, la schiacciata di carne e verdure, la crema di zucca, la focaccia di fichi freschi e mandorle, la frittata di cipollotti, il bollito misto al modo di Dio, la macedonia in tempo di pace, l'insalata di orzo e frutta, l'insalata di verdure allo yogurt. Per ricreare la tavola dei tempi di Tobia si possono preparare piatti come lo stufato di montone, le frittelle nuziali, il succo di melagrana, la focaccia di uva passa. Il libro si conclude con il capitolo ''A tavola con Gesu''', che presenta alcuni piatti ricavati dalle citazioni del Vangelo, come la carne sotto sale, il lievito naturale, il pesce di lago alla griglia, la trota alla cannella, il persico alle cipolle, il pane d'orzo, il vino bianco profumato e il vino dolce.





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Laos, morto capo dell'esercito ombra della Cia

Corriere della sera

Scritto da: Marco Del Corona


Le guerre d’Indocina adesso sono un po’ più lontane, il passato è un po’ più passato. E’ morto Vang Pao, l’uomo che dall’inizio degli anni Sessanta al ’75 guidò l’esercito ombra della Cia in Laos ma anche il fulcro carismatico della diaspora di un popolo, i hmong. Era impastato di guerra. Nato nel 1929, aveva combattuto ragazzino contro i giapponesi e poi al fianco dei francesi fino al 1954. Fu il primo generale hmong – una popolazione montanara – del reale esercito del Laos, ma se l’ex capo della Cia, William Colby, lo definì “il più grande eroe della guerra del Vietnam” è per altro.


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40 MILA HMONG Vang Pao capitanò infatti un’armata che arrivò a lambire i 40 mila effettivi impegnata contro i comunisti nordvietnamiti e del Pathet Lao. Un conflitto che gli americani non potevano combattere in proprio e dall’epilogo catastrofico: nel maggio 1975, caduta Saigon, i comandi Usa mostrarono di non avere alcun piano di evacuazione per le decine di migliaia di hmong che fedelmente avevano servito Washington. La base di Long Cheng, quartier generale della guerra segreta della Cia, si congestionò di forsennati andirivieni aerei da e per la Thailandia, ma solo pochi hmong poterono scappare. Vang Pao riparò in America. Per gli altri la morte o la rieducazione, la fuga in Thailandia o un’improbabile, disperata guerriglia nella giungla solo da poco praticamente esaurita.


IL CAPOCLAN Vang Pao ha continuato a essere negli Usa il capoclan che fu, cuore di una diaspora hmong - fra i 250 e i 300 mila - sulla quale ha saputo accendere una luce, parziale ma preziosa, Clint Eastwood con “Gran Torino”. Molti dei hmong d’America non sono mai stati in Laos, non tutti covano sentimenti revanscisti, mentre in un Laos sempre formalmente comunista un hmong è ormai capo del Parlamento. In ogni caso, Vang Pao era il leader di tutti e la polmonite che lo ha stroncato era il lascito di una faticosa trasferta per assistere a due diverse feste della sua comunità. Ora – spiegava ieri al Corriere una sua nipote – anche la diaspora dei suoi familiari sta convergendo in California per i funerali.


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EFFERATEZZE E COMPLOTTI Quando nel 1960 Bill Lair lo reclutò a nome della Cia, Vang Pao pronunciò quanto a Washington volevano sentirsi dire: “Dateci le armi e combatteremo i comunisti”. Così fece. Compiendo efferatezze (“un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”, commentavano grati gli statunitensi). Gettando nella mischia ragazzini. E non riuscendo, alla fine, a far salvare tutti i suoi, traditi dagli Usa come, 21 anni prima, erano stati traditi dai francesi in ritirata dopo Dien Bien Phu. Accadde quindi che, oltre a lanciare attività filantropiche varie, Vang Pao venisse coinvolto nelle manovre di un gruppo di fuoriusciti che progettava un “11 settembre del Laos comunista”, un velleitario blitz militare per decimare la leadership di Vientiane, con volontari e mercenari. Il Generale nel 2007 finì in carcere, per poi essere prosciolto. Ma ormai il Laos non era più il suo Laos. E la sua gente era sempre meno hmong e sempre più americana.



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Alligatore arancione scovato in Florida

Corriere della sera


La scoperta di una turista a Venice. Incerti gli studiosi. E c'è chi pensa a una trovata pubblicitaria




La foto dell'alligatore
La foto dell'alligatore
MILANO - La Florida è famosa per i suoi aranceti, meno per gli alligatori color arancione. Fino ad ora: a Venice una turista ha scovato e fotografato il primo esemplare di alligatore con un'inconsueta tonalità. Esperti della commissione faunistica dello stato sono al lavoro per capire se il colore sia di natura genetica o un ulteriore passo nella scala evolutiva dei rettili.

Mentre era di ritorno dal lavoro, Sylvia Mythen, una settantaquattrenne della Florida del Sud, ha scoperto in un canale nei boschi a Venice quello che sembra essere il primo alligatore arancione al mondo. Lo ha catturato col suo cellulare e spedito la foto dapprima ai nipotini nell'Indiana e poi ai media locali. Che prontamente hanno ripreso la curiosa notizia. Perplessi in un primo momento biologi ed esperti: alcuni sostengono possa semplicemente trattarsi di un esemplare per metà albino.


Gary Morse, della Florida Fish and Wildlife Conservation Commission, la commissione che si occupa della tutela dell'ambiente marino, spiega invece che la strana pigmentazione non è di natura genetica, ma potrebbe essere dovuta a un qualche fattore ambientale, come la ruggine. Il Christian Science Monitor specula addirittura sul fatto che potrebbe anche essere una trovata pubblicitaria elaborata dal gruppo sportivo dei Gators, dell'Università di Florida, di cui l'alligatore è la mascotte. In ogni caso la creatura ha quasi certamente bisogno di essere protetta: non più in grado di mimetizzarsi nell'ambiente circostante è una potenziale preda di qualche cacciatore sprovveduto in cerca magari di un paio di scarpe, sicuramente di cattivo gusto.


Elmar Burchia ---
08 gennaio 2011



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Il rimborso per l'esame? 99 centesimi

Bresciaoggi.it


IL CASO. Indennità-beffa per il maestro Giancarlo Facchinetti, «commissario esterno» al Conservatorio di Darfo










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Guatemala, in dieci mesi morti più di 2.000 bambini di fame

Sri Lanka, prodotti alimentari troppo cari: l'esercito apre negozi a prezzi calmierati

I furbetti del governo: case, doppi incarichi e... le vacanze gratis

di -

Quanti privilegi ai ministri "tecnici" del governo Monti. Ora mantengano la promessa e rendano pubblici i loro patrimoni. Intanto tra auto blu e benefit il Csm divora 35 milioni all'anno. E c'è chi lavora 12 giorni al mese


Un governo di tecnici: duri e puri. Un governo trasparente. Un governo battezzato nel fonte battesimale della società civile, dell’università, della magistratura, lontano dagli intrighi di palazzo. Ci eravamo illusi.



Il governo Monti al completo dopo il giuramento al Quirinale
Il governo Monti al completo dopo il giuramento al Quirinale



Anche i migliori, anche quelli nati senza peccato originale, anche loro hanno qualche macchiolina nel curriculum sfavillante, qualche privilegio, qualche opacità, come si dice con una brutta parola.


Anche loro sfruttano i voli di stato, per tornare a casa dopo un incidente sugli sci, come il ministro della difesa Giampaolo Di Paola: lussazione alla spalla e aereo pronto a Verona; anche loro avrebbero dovuto mettere in vetrina i loro guadagni, ma evidentemente fanno fatica a rintracciare i cedolini; anche loro si sono dimostrati pronti a battagliare per salvare i doppi stipendi, (o almeno uno stipendio e un quarto o uno e mezzo) argomento d’attualità per Antonio Catricalà, Corrado Clini, Filippo Patroni Griffi. Filippo Patroni Griffi è il ministro con due cognomi e due stipendi: quello di titolare della Funzione pubblica e l’altro, incredibile ma legittimo, di presidente di sezione del consiglio di stato, in aspettativa da una vita.

Sì, perché Patroni Griffi ha collezionato poltrone importanti nella pancia dello Stato ma una leggina, fatta ad hoc per i magistrati amministrativi come lui, gli permette di incassare l’indennità per il lavoro in freezer. Niente male. Patroni Griffi è un supertecnico e da supertecnico ha vinto, dopo cinque sentenze, una battaglia spettacolare. Spettacolare come la casa con vista sul Colosseo. Spettacolare come il prezzo pagato nel 2008 per acquistare quei 109 metri catastali al primo piano di uno stabile di via monte Oppio: 177.754 euro. Come ha fatto Patroni Griffi? Semplice, ha ingaggiato una feroce battaglia contro lo Stato e il ministero dell’economia, padrone del palazzo, e li ha piegati, passando attraverso i colleghi del Tar, poi per quelli del Consiglio di stato e poi per la Corte costituzionale.



Il governo Monti a Montecitorio


Giulio Tremonti e il sottosegretario Maria Teresa Armosino si erano inventati una legge ad domum, come l’ha chiamata Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, pur di non essere costretti a svendere l’immobile situato in una zona strepitosa della capitale. Ma non c’è stato niente da fare. I magistrati amministrativi, con l’aiuto di due periti che lavoravano fianco a fianco con Angelo Balducci, quello della cricca, hanno stabilito che lo stabile di via monte Oppio era una casa popolare e non un immobile di pregio, come gridava l’Armosino. Risultato: il miracolo che ha dissanguato lo Stato. Patroni Griffi ha spuntato 1.630 euro al metro quadro, quando a pochi metri di distanza Claudio Scajola, aiutato però da una robusta iniezione di denaro degli onnipresenti amici della cricca, ha acquistato a 8.500 euro al metro quadro. Cinque volte di più. Attenzione: chi era l’avvocato che ha aiutato Patroni Griffi nella delicatissima ed estenuante partita contro lo Stato?



È Carlo Malinconico, oggi strategico sottosegretario alla Presidenza del consiglio, ieri presidente della Federazione italiana editori giornali e prima ancora tante altre cose. Bene, anzi male: qualche anno fa Malinconico era incappato in una singolarissima disavventura: era andato in vacanza in un hotel a cinque stelle del’Argentario, in una suite da 1.500 euro a notte, e alla fine aveva trovato l’amara sorpresa. Qualcuno, vai a sapere chi, aveva già saldato il conticino da 9.800 euro. Un dramma. Ieri al Giornale che chiedeva lumi, Malinconico ha dato una spiegazione ancora più singolare: «Volevo pagare, ma qualcuno l’aveva già fatto e quando ho mi sono rivolto al direttore per sapere chi fosse, mi ha risposto che non poteva dirlo per rispetto della privacy».



Il vero benefattore, si sa, vuole rimanere anonimo. E Malinconico aveva bevuto l’amaro calice. Peccato che l’imprenditore Francesco de Vito Piscicelli abbia raccontato a Marco Lillo del Fatto quotidiano, lo stesso giornalista che ha ricostruito la soap opera della casa di Patroni Griffi, di essere stato lui a saldare la vacanza da cartolina. E Piscicelli è uno degli amici di Balducci e della solita cricca. Sia chiaro: Patroni Griffi e Malinconico non sono indagati, ma lo stile, le frequentazioni, le spiegazioni (almeno nel caso del sottosegretario) pongono più di un punto di domanda. E confermano un sospetto antico e perfino banale: anche il tecnico non vive sotto una campana di vetro. La cricca aveva i suoi gangli nel corpo dello Stato: magistrati contabili, grand commis, dirigenti, superdirettori.


Tecnici puri, che pensavano ai fatti loro.

Questo è il loro governo. Duri e puri, si diceva. Duri sì, ma con il contribuente. Puri mica tanto. Trasparenti nemmeno: Monti ci ave assicurato che tutti i componenti del governo avrebbero messo in rete redditi e patrimoni. Stiamo ancora aspettando. E intanto il comma 6 del decreto salva-Italia salva i super-stipendi di chi arriva dalle file della pubblica amministrazione: la vecchia indennità resta intatta, purché non superi quella dei parlamentari che è di 5.246 euro. E i contributi per la pensione sono tarati sull’ultima busta paga percepita prima di andare in aspettativa. Questo sì che è un governo tecnico.


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La tecnologia manda in soffitta gli Stradivari Così cade l'ultimo mito della musica

Corriere della sera

Il prototipo (lo Stradivari 01) - più costoso e illustre - è stato quello meno apprezzato dagli esperti per la qualità del suono



MILANO - Da secoli gli amanti del violino assicurano che la musica prodotta da uno Stradivari è unica e si potrebbe riconoscere lontano un miglio per la sua particolarità. Ma a quanto sembra il segreto dell'eccezionalità di questo strumento realizzato dall'omonimo liutaio italiano vissuto a Cremona tra il XVII e il XVIII secolo, è solo un mito. Lo dimostrerebbe un recente esperimento portato a termine da Claudia Fritz, esperta di acustica che insegna all'Università di Parigi VI e dal produttore di violini Joseph Curtin che hanno «bendato» 21 celebri professionisti (6 tra questi avevano partecipato nel settembre del 2010 all'Ottava rassegna internazionale di violino a Indianapolis, una delle più importanti competizione al mondo) e gli hanno fatto suonare a turno 6 violini. Tre di questi strumenti erano molto antichi (due Stradivari e uno ideato dall'altro celebre liutaio cremonese Giuseppe Guarneri del Gesù) mentre altri tre erano recenti (uno era addirittura stato realizzato poche settimane prima dell'esperimento). Risultato? Gli esperti hanno preferito la musica prodotta dagli strumenti recenti, bocciando le melodie dei violini più antichi


TEST - Il test è stato portato a termine in una camera d'albergo, dotata di un'ottima acustica. La luce era molto bassa, mentre i violinisti hanno indossato speciali occhiali che gli impedivano di riconoscere la fattura dello strumento e sui 6 violini è stato spruzzato un particolare profumo in modo che gli esperti non riconoscessero l'odore del legno antico degli Stradivari. Nella maggior parte dei casi i professionisti, dopo aver suonato ogni violino per diversi minuti, non hanno saputo riconoscere gli strumenti antichi. Addirittura quando hanno dovuto indicare il violino che avrebbero voluto portare a casa, solo il 38% ha segnalato uno dei tre strumenti realizzati nei secoli passati, mentre il resto ha preferito i violini moderni. Lo Stradivari 01, quello con la storia più illustre e il più costoso (in tutto i 3 strumenti antichi sono valutati 10 milioni di euro) è stato il violino meno apprezzato dai professionisti «bendati».


RISULTATI - I risultati dell'esperimento non hanno sorpreso Claudia Fritz: «Certo questi esiti potrebbero aiutare a cambiare la mentalità delle persone, ma sono sicura che ciò avverrà molto lentamente - dichiara alla rivista americana Discover Magazine - Gli amanti del violino sono una comunità molto conservatrice. Sicuramente questo studio farà felici i produttori moderni che potranno più facilmente vendere i loro violini. L'esperimento infatti dimostra che essi stanno facendo un ottimo lavoro e i loro strumenti riescono a competere anche con quelli più antichi». In realtà già in passato alcuni studiosi avevano tentato di dimostrare che la qualità della musica di uno Stradivari non è per forza migliore degli altri violini, ma le loro argomentazioni sono sempre state bocciate dagli esperti. A turno questi ultimi hanno indicato la geometria dello strumento, la tecnica d'assemblaggio, la natura del legno e la vernice usata dal liutaio italiano come l'elemento che rende unica la qualità della musica di uno Stradivari, ma il mistero della presunta eccezionalità dello strumento non è mai stato realmente svelato. Dopo questo esperimento - rivelano diversi quotidiani internazionali - l'unicità della musica di uno Stradivari può essere vera quanto è reale la qualità dei vini costosi. Un recente ricerca ha dimostrano che questi più sono cari più ci appaiono di qualità migliore e spesso il prezzo condiziona il nostro gusto


Francesco Tortora
8 gennaio 2012 | 14:18



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Vendola, un gay disturbato» parole choc di un assessore del Pdl

Corriere della sera

Giuseppe Ripa si scaglia contro il governatore della Puglia in un post omofobo su Facebook





MILANO - Ha definito Nichi Vendola, governatore della Puglia, un «disturbato», un «gay affetto da turbe psichiche». Giuseppe Ripa, assessore ai trasporti del Comune di Lecce, ha pubblicato un lungo messaggio su Facebook per spiegare che «in natura esistono solo due tipi di generi umani: l'uomo e la donna. Il resto è classificato come turbe della psiche ed è materia della scienza sanitaria e della psicanalisi». Frasi che stanno sollevando un putiferio.

BACHECA INTASATA - Tutto nasce da un dibattito innescato dal sindaco di Lecce Paolo Perrone sulla sanità regionale: si parla di ticket e tagli, la sessualità non c'entra nulla. Fino a quando Ripa non irrompe con un commento nel quale definisce Vendola «signorina». Perrone si dissocia e attacca Ripa che però rincara la dose in un altro post dove definisce la scelta di Vendola una «anormalità». E ora la bacheca di Facebook dell'assessore del Pdl è intasata di post indignati che prendono le difese del governatore Vendola. Di parole «inaccettabili» e «meschine» parla il vicepresidente della Regione Puglia Loredana Capone.



Redazione Online 8 gennaio 2012 | 14:28



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Rifiuti, gli spazzini sono in malattia mentre i militari puliscono Napoli

Il Mattino


Quadruplicate le assenze durante le feste di Natale
«Sabotaggi e pressioni per imporre nuove assunzioni»







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Sarah, trasmesse in tv nuove foto-choc Misseri simula lo strangolamento

Brasile, gli altri Battisti Così il terrorista rosso passa dal mitra a maître

di Gian Marco Chiocci


L’ex Prima linea Luciano Pessina è il titolare di un ristorante di lusso a Rio de Janeiro frequentato dall’ex presidente Lula. Condannato a 12 anni non ha scontato nulla



 
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Cesare Battisti, e non solo. Gli ex terroristi rossi a cui il Brasile puntualmente garantisce l’impunità, sono troppi. Negli anni l’elenco dei rifugiati s’è aggiornato di vecchi arnesi del partito armato beatamente in fuga dalle sentenze di condanna dei tribunali italiani. Ed oggi la colonia dei brigatisti verdeoro s’è fatta ancora più compatta ed arrogante perché supportata da politici locali rimasti guerriglieri e da avvocati militanti arruolati da Soccorso rosso. 

Fulgido esempio di esilio dorato quello di Luciano Pessina, esponente di punta di Prima linea, 12 anni e 4 mesi da scontare per rapina, furto, banda armata, resistenza a pubblico ufficiale, detenzione e porto illegale di armi. Pessina è diventato un ristoratore di successo di Rio, passato dal mitra al maître. Sforna pietanze all’ombra del Cristo Redentore sul Corcovado che a braccia aperte l’ha accolto permettendogli di specializzarsi nell’alta cucina e di diventare il gourmet preferito di un cliente d’eccezione: Luiz Inacio Lula da Silva, l’ex presidente che ha graziato Battisti.

Proprio nel rinomato locale dell’Osteria dell’angolo, al 40 di rua Paul Redfern nel cuore pulsante di Ipanema, nell’ottobre del 2002 Lula stappò un Ronanee Conti da 6mila euro per festeggiare il dibattito televisivo che gli spianò la strada del trionfo elettorale (la bottiglia esposta orgogliosamente in vetrina da Pessina è stata poi rubata da un barbone alcolizzato, sic!).

Per avere un’idea dell’ex terrorista, di casa in ambasciata come al consolato, grande sponsor di Battisti e di altri colleghi latitanti, occorre compulsare gli schedari della policia federal di Rio-Leblon laddove il 28 agosto del ’96 si relaziona l’arresto di un milanese 47enne senza documenti, sposato, una figlia, colpito da mandato di cattura internazionale per tre condanne in tre differenti processi. L’ex Prima linea ha scontato la sua pena nel paradiso di Ipanema grazie a una decisione del Supremo tribunale di giustizia che ha negato all’Italia l’estradizione per i soliti, pretestuosi, motivi politici. 

Da allora, fra un risotto e un branzino, ci mette sempre la faccia a tutela dei compagni fuggiaschi coccolati dal suo Carp, il comitato di supporto per i rifugiati politici nostrani. Insoddisfatto della fregatura rifilata all’Italia, nel marzo del 2004 il Nostro si ritrova insieme al mostro di Primavalle, il Potop Achille Lollo e all’ex katanga autonomo, Carlo Pagani, a sottoscrivere la lista elettorale benedetta dall’Ulivo denominata «Viva L’Italia». 

Lo scherzetto viene scoperto da Gianluigi Ferretti, membro del consiglio generale degli italiani all’estero. In poche ore inonda internet di rivelazioni che obbligheranno la Farnesina e il Viminale a intervenire. «Non potevo starmene zitto – racconta il funzionario al Giornale – così ho fatto presente che in quella lista c’era gente che non avrebbe dovuto essere candidata per i trascorsi negli anni di piombo».

Fatto lo scoop Ferretti inciampa. Parla di lista di «assassini», quando Pessina, al contrario di Lollo, pur avendone combinate abbastanza non conta omicidi sulla fedina penale. Automatica scatta così la querela, che Ferretti perde anche per la testimonianza accorata resa dallo stesso denunciante in tribunale. Al giudice, lo scorso settembre, Pessina parla come se non vedesse l’ora: «Partecipai alla lista solo per fare numero, formalmente ero candidato, me lo chiese Arduino Monti (nel 2007 presidente del Comitato di assistenza rifugiati politici di Rio che difese pubblicamente Cesare Battisti, ndr).

Sono in Brasile da 27 anni, ho sempre lavorato nel ramo ristorazione (...). Sono stato condannato in totale a 12 anni, sono stato arrestato in Brasile solo quando l’Italia ha chiesto la mia estradizione». Giorni di carcere scontati in Italia? Pessina fa mente locale: «Otto mesi». Dopodiché «sono stato rimesso il libertà condizionale, dopo non ho fatto più niente e me ne sono uscito dall’Italia alla fine del 1980». Uscito e mai più tornato. Ventiquattro anni dopo Pessina si candida a Rio con la lista dell’Ulivo. 

«Sì, certo – attacca Pessina – nel 2004 non avevo più nessun problema con la giustizia italiana, ero un libero cittadino, potevo venire in Italia come sto venendo adesso. Avevo risolto tutti i miei problemi». Il leader dei rifugiati pro-Battisti giustifica il ricorso alla querela perché «io a Rio de Janeiro, sono una persona conosciuta, ho un ristorante, ho famiglia. Ho avuto dei problemi in gioventù ma non sono mai stato coinvolto in fatti di sangue». Problemi, dice. «Seri problemi quando è uscita la notizia sia a livello professionale che in famiglia. Mia moglie, i miei figli, sono rimasti scioccati a leggere queste cose». Poveraccio. E al ristorante, poi, «le persone mi guardavano con una certa diffidenza. Alcuni non sono più apparsi». Per sua fortuna, sabato sera, il locale era pieno di vip ed era caro come al solito. Non si parlava d’altro che di Battisti.

Ma non nei termini usati dal proprietario del ristorante nell’intervista del novembre passato al quotidiano Folha de Sao Paolo («In Italia Cesare corre il rischio di morte») laddove faceva un raffronto col suicidio della neobrigatista Blefari Melazzi. E nemmeno credendo a quanto fragorosamente esternato sul detenuto più coccolato del pianeta («Battisti è stato selvaggiamente picchiato in cella dalle guardie»). Piuttosto discettando su una soluzione politica per uscirne bene tutti. Pessina un’idea la coltiva da tempo: «Sono favorevole a una soluzione definitiva degli anni '70: dobbiamo metterci una pietra sopra. Va rispettato il dolore dei figli delle vittime ma poi ci saranno anche i nipoti e il circolo non si chiuderà mai. Se una persona si redime anche fuori dal carcere dovrebbe andare bene lo stesso: l’Italia è un paese cattolico, e il perdono fa parte della visione cattolica del mondo». Giusto. Ma c’è una condanna da espiare. Se Alberto Torregiani la sconta a vita in carrozzina perché Cesare Battisti deve pagare il conto sul bagnasciuga di Copacabana?




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Cara Internet, dimenticami L’oblio diventa un diritto

di Vittorio Macioce




L’Unione europea studia norme che tutelino la scelta di cancellare le migliaia di tracce digitali che lasciamo



 

Delete. Non basta un clic per cancellare tutto. Questa sembra ormai la condanna di questo secolo. Non c’è più il diritto all’oblio. La colpa è di quella grande rete che chiamiamo Internet, che tutto archivia, tutto ricorda e non ti lascia libero di sparire, di farti dimenticare, di resettare quello che sei stato. La questione è pratica, voglio bruciare i miei post su Facebook o le mie ricerche su Google, ma si porta dietro anche qualcosa di più intimo, quasi filosofico. La libertà di ricominciare da zero, rifugiarsi, scappare, scegliere la montagna dell’eremita o la solitudine del monaco in fuga dal mondo. La tentazione maledettamente umana di cancellare le tracce, di ridefinire il destino, di rigiocare la partita senza i bonus o i malus del passato, riscrivere su carta vergine la propria identità. Questo è ora molto più difficile.

Ci sono quelle orme virtuali indelebili. Sono le scie che hai lasciato cercando su Wikipedia la data di nascita di Scilipoti, cose stupide o compromettenti, ci sono le foto, le parole, tutte le puttanate che hai scritto, c’è il numero della carta di credito, l’ebook che hai scaricato poco prima di Natale, gli acquisti di ebay, i filmati di youtube, le firme sotto qualche manifesto, lo scambio di messaggi di amori finiti. Tutto questo non ha scadenza. Resta lì, scolpito sul silicio. Avete mai provato a cancellarvi da Facebook? Potete sbarazzarvi del vostro profilo, ma da qualche parte nella blogosfera resta ciò che avete lasciato. Neppure la morte vi salva. Sono tanti i casi di persone che non sono più in questo mondo ma restano con il profilo attivo, fino a quando una mano pia gli chiuda gli occhi, magari informando i signori del social network che quella foto con il sorriso è ormai puro spirito. La fregatura, o la meraviglia, è che l’avatar è immortale.

La domanda è questa: come si tutela il «diritto di Salinger»? Il padre del giovane Holden ha passato una vita a cancellare le sue tracce. Ha cercato di farsi dimenticare. Era un’ombra, un ricordo, un eremita, uno che bestemmiava ogni volta che un paparazzo o un critico letterario frugava nel suo passato. Il diritto di Salinger è una delle scommesse giuridiche e filosofiche di questa stagione. È la libertà di urlare: dimenticatemi. L’Unione europea dovrebbe presto rinnovare il diritto all’oblio. L’idea è che tutto quello che voi fate sarà a tempo. 

Poi scade. È il tentativo di frenare un paradosso. In Delete appunto, Viktor Mayer-Schönberger, racconta questa metamorfosi della memoria. In una società dove le tracce di ciò che facciamo non svaniscono mai, dimenticare è l’eccezione e ricordare una norma. Quello che era difficile diventa facile, e viceversa. «Nel 2007 – scrive – Google ha ammesso di aver salvato ogni singola ricerca effettuata dai suoi utenti e ogni singolo risultato cliccato. Conservando e organizzando più o meno 30 miliardi di ricerche al mese e abbinando login, cookies e indirizzi Ip, Google è in grado di collegare le ricerche fatte nel tempo da ogni utente con una precisione impressionante. Una sorprendente memoria digitale che si espande di anno in anno con ritmi del 30 per cento».

Certo. I moralisti potranno dire che se uno ha messo la sua foto su un social network, ha portato i suoi panni in piazza, ora non deve rompere troppo le scatole. Se è un malfattore è giusto che gli altri conoscano i suoi peccati. Se è un cristo qualsiasi si accontenti di farsi da parte, senza recriminare sul passato. I moralisti non credono che l’oblio sia un diritto. Ripulire il passato è una scorciatoia etica. La questione, però, è complicata. Il desiderio di sparire non si programma. È Salinger che scrive un romanzo troppo grande in cui si riconosce e si mimetizza nel silenzio. È Goethe che entra ed esce di scena, mascherandosi e rivelandosi, ogni volta che lo prende l’ansia di rinnegare il dolori di Werther. È lui che viaggia in Italia sotto falso nome e mentite spoglie. Ma è ancora lui quando riprende le forme di patriarca della letteratura tedesca. È un continuo entrare e uscire da Facebook. Qualcuno vuole negargli questo diritto? È il Fu Mattia Pascal, che cancella e rincorre se stesso. È il mistero senza soluzione di Ettore Majorana, che ha ripudiato numeri, sensi di colpa e identità. È la fuga dall’economia di Federico Caffè. È l’ansia che un giorno portò Lucio Battisti a nascondersi nei versi di Panella.

È la paura fisica dell’immensa Mina, che lascia ai posteri poche immagini e una voce senza fine. È l’eterna ultima occasione offerta ad Antonio Cassano. È la remissione dei peccati che il conte del Sagrato cerca disperatamente sotto la maschera dell’Innominato. È quella parte di noi che non si riconosce sempre e solo con il proprio passato. È la discontinuità come scelta di vita. È l’inutile richiesta di essere giudicati per ciò che siamo adesso. È la fuga dalla prigione infernale dell’eterna memoria.




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150°, la replica di Bossi a Napolitano: "Non si festeggia senza il federalismo"

di Redazione



Il Capo dello Stato inaugurando le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia a Reggio Emilia si rivolge al governo: "Rispettare la Costituzione e il tricolore". Poi al Carroccio: "Non celebrare l'anniversario non giova al federalismo". Nel pomeriggio la replica del Senatùr: "Dopo 150 anni lo Stato è ancora centralizzato". E il Colle: "Superare le tare del centralismo"



 

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Reggio Emilia - Rispettare la Costituzione e il tricolore, soprattutto per chi ha responsabilità di governo, è un obbligo. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso del suo intervento al teatro Romolo Valli di Reggio Emilia aprendo le celebrazioni per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia. "Dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei principi fondamentali della nostra Costituzione - ha detto il Capo dello Stato riferendosi all’articolo 12 della Carta - ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l’obbligo di rispettarli". "Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all’articolo sulla bandiera tricolore - ha aggiunto non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiamo ruoli di rappresentanza e di governo"

La stoccata al Carroccio
Ritirarsi dall'impegno a celebrare il 150esimo anniversario della Unità d’Italia "non giova a nessuno, non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle,le legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico", ha detto Giorgio Napolitano nel suo discorso a Reggio Emilia.

La risposta di Bossi "Celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia senza il federalismo, con tutto ancora centralizzato a Roma, sarebbe una cosa negativa". Così Umberto Bossi ha commentato l’invito del presidente della Repubblica  a non ritrarsi dalle celebrazioni della ricorrenza, perché non gioverebbe alle "legittime istanze di riforma federalistica". "Il federalismo è una speranza" ha proseguito il leader leghista, rientrato a Gemonio, dopo una decina di giorni di vacanze tra Ponte di Legno e Calalzo di Cadore. "Bisognerebbe - ha concluso - almeno arrivare a realizzare il progetto di Cavour".

Napolitano: "Superare uniti le tare del centralismo" "Abbiamo ereditato questo Stato anche con le sue tare. È fondamentale che ci adoperiamo insieme per superarle. Mi auguro che ci ritroveremo tutti in questo spirito". Lo ha detto il Presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, nel saluto agli amministratori locali di Forlì. Napolitano ha detto che occorre "superare il vizio di origine del centralismo statale di impronta piemontese" con cui nacque l’Italia unita, e bisogna farlo attuando il titolo V della Costituzione". 

"La grande partecipazione ci conforta" La grande partecipazione popolare a Reggio Emilia "ci conforta" e manifesta "il senso della storia dell’Unità nazionale", ha detto il presidente. "Se c’è stata una memoria che non si è mai smesso di coltivare e festeggiare è la nascita del Tricolore", ha proseguito il Capo dello Stato. L’intervento di Napolitano è stato preceduto da una serie di manifestazioni: in apertura di mattinata il presidente della Repubblica ha ricevuto gli onori militari in piazza Prampolini. Successivamente nella sala del Tricolore il presidente della Repubblica ha consegnato ai sindaci delle città che sono stati capitali d’Italia - Sergio Chiamparino per Torino, Matteo Renzi per Firenze, Gianni Alemanno per Roma - una copia del primo tricolore.

Il popolo leghista si agita, ma Salvini minimizza "Non parlerei di contestazioni al Presidente Napolitano...certo qualche ascoltatore veneto delle zone alluvionate, ancora arrabbiato, a sentir parlare di festeggiamenti invece che di interventi per rimettere in piedi case e fabbriche si è un poco alterato a microfono aperto, ma sono cose marginali e senza intenti offensivi". Così Matteo Salvini, eurodeputato della Lega Nord e anima di radio Padania, commenta alcune contestazioni di ascoltatori andate in onda stamani sull’emittente a proposito del discorso del presidente a Reggio Emilia. Interventi in cui ascoltatori hanno affermato ad esempio "Napolitano non è che ha sempre ragione" o che "L’Unità d’Italia non è mica un dogma" e anche che "prima di tutto viene il federalismo, altro che festeggiare i 150 anni di Unità".




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Feltri: Silvio no al Quirinale e non si ricandidi

di Redazione


Il giornalista ospite a Cortina Incontra: "Spero che il prossimo capo dello Stato non sia lui, immaginate cosa potrebbe succedere con le escort al Colle...". Stupore tra la folla che ha assistito al dibattito tra il direttore editoriale di Libero e il suo ormai collega editore, Giampaolo Angelucci



 


Berlusconi al Quirinale? Meglio di no, sai che gossip ci sarebbero su feste e belle ragazze. E meglio pure che il Cav non si ripresenti candidato alle prossime elezioni politiche. Parola di Vittorio Feltri, che ospite a Cortina Incontra, non ha risparmiato nessuno, presidente del Consiglio compreso.

Proprio i giudizi sul Cav hanno suscitato maggiore stupore tra la folla che ha assistito al dibattito tra il direttore editoriale di Libero e il suo ormai collega editore, Giampaolo Angelucci, moderato da Marino Bartoletti. A cominciare da quello sulle aspirazioni al Colle. Dopo aver dato le pagelle ai presidenti della Repubblica, sul Cav Feltri è stato ultra-tranchant: «Spero che il prossimo presidente della Repubblica non sia Berlusconi: immaginate cosa potrebbe succedere, escort al Quirinale...».

Niente Quirinale, e pure niente Palazzo Chigi. Il Vittorio Feltri nella nuova versione di direttore editoriale di Libero dice espressamente che «teme» che il Cavaliere alle prossime politiche scelga ancora una volta di scendere in campo e di candidarsi a premier. Del resto lo stesso Feltri si chiede come mai il Cav riscuota tanto successo: «La gente ha finora votato Berlusconi per lui, anche se non ho capito quale sia il suo irresistibile fascino». Solo una piccola concessione al Cav: «Errori – sottolinea Feltri – Berlusconi ne ha fatti tantissimi, ma non gli si riconoscono neanche i meriti. Senza Berlusconi questa sarebbe una democrazia zoppa».

Tanta durezza col Cav, tanto plauso per il ministro dell’Economia Tremonti: «È il miglior ministro che abbiamo, perché se non abbiamo fatto la fine della Grecia è in gran parte merito suo. Tremonti ha il diritto come tutti di avere delle ambizioni. E che ambizioni può avere se non diventare premier? D’altronde, se le ha Alfano le ambizioni, non vedo come non possa averle Tremonti».

Il nuovo Feltri vuol anche scendere in politica? Il direttore editoriale di Libero smentisce: «Non potrei mai, stare tutto il giorno in Parlamento non fa per me, così come non sarei capace di stare attento agli equilibri. A me la gente non fa schifo e la ascolto, ma cambio idea troppo spesso. Con il giornale posso dare voce a un po’ di gente che non ce l’ha, invece se fossi un politico dovrei prendere delle decisioni. Mi vergognerei a fare un comizio. Oppure non potrei mai mettermi a discutere con La Russa o Franceschini: non ci riesco, gli darei ragione e me ne andrei senza neanche iniziare».





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Sulle rotaie con il treno: si salva bimba

Corriere della sera

Miracolo a Buenos Aires

 

Wikileaks, corte Usa ordina a Twitter di fornire dati su Assange e Manning

Corriere della sera


Un tribunale della Virginia chiede di avere «nomi degli utenti, indirizzi di posta elettronica e indirizzi di casa»


MILANO - Un tribunale americano ha stabilito che Twitter dovrà fornire al Dipartimento di Giustizia di Washington dati relativi a Wikileaks che riguardano tanto il fondatore del sito Julian Assange quanto il militare Bradley Manning, in carcere perché sospettato di aver fornito informazioni riservate al sito. La decisione, annunciata da una corte distrettuale della Virginia, impone a Twitter di fornire «nomi degli utenti, indirizzi di posta elettronica e indirizzi di casa».

Redazione online
08 gennaio 2011




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Uova alla diossina: «Sono anche in Italia ma in minima quantità e tutte tracciate»

Corriere della sera

 

Fazio: controlli a tappeto dei Nas, filtro anche su latte e carni suine. I test: livelli 78 volte superiori alla norma

 

MILANO - L'Italia ha importato una limitata quantità di uova dalla Germania, ma grazie all'etichettatura è possibile rintracciarle guardando il marchio di produzione e provenienza. Lo ha detto il ministro della Salute Ferruccio Fazio dopo che l'allarme per i prodotti contaminati da diossina si è esteso in tutta Europa.

 

PRODOTTI ITALIANI SICURI - Il ministro ha rassicurato sul fatto che i prodotti italiani (latte, carne e uova), marchiati e tracciabili, «sono garanzia di sicurezza». Per quanto riguarda il latte, ai produttori italiani che lo importano dalla Germania è arrivata una lettera del ministero con la richiesta di effettuare indagini specifiche per la diossina; in più saranno effettuati controlli a campione da Nas e Regioni in tutta la Penisola. Oltralpe proseguono le indagini: nuovi test hanno indicato che i livelli di diossina nei grassi animali prodotti dalla ditta tedesca sotto accusa, la Harles und Jentzsch, erano circa 78 volte sopra la norma. Uno scandalo che ha portato alla chiusura di oltre 4.700 allevamenti di polli e suini e che ha investito anche Olanda e Gran Bretagna, dove sono arrivate le uova contaminate.

 

 

DOPPIO FILTRO DI CONTROLLO - Il Ministero della Salute ha disposto un doppio filtro per individuare l'eventuale presenza di diossina nei prodotti alimentari, con un controllo all'origine da parte delle aziende importatrici e un sistema di verifica al dettaglio nelle regioni. La prossima settimana, il 12, è in programma una riunione tecnica a Bruxelles. «E il 13 a Roma ho convocato una riunione con i tecnici che hanno partecipato all'incontro di Bruxelles, i Nas e le Regioni - aggiunge Fazio -. Insieme si metteranno a punto modalità di controllo a campione». Per il latte a lunga conservazione e le carni suine, sui quali non è prevista l'etichetta che indica l'origine, «potremo contare su questo doppio filtro». Ricostruendo poi le cause della contaminazione in Germania, Fazio spiega che la Harles und Jentzsch produceva contemporaneamente olii industriali e acidi grassi recuperati da olii di scarto alimentari da aggiungere ai mangimi.

 

DIOSSINA NELLA CARNE DI POLLO - Intanto lo scandalo della diossina si allarga anche alla carne di pollo. Il settimanale Focus ha rivelato che in un rapporto del 6 gennaio inviato a Bruxelles dal governo tedesco è scritto che l'analisi di tessuti grassi prelevati a tre polli di batteria hanno evidenziato una percentuale di diossina di 4,99 picogrammi per ogni grammo di carne. Il valore massimo di tossina tollerato dalla legge è invece di 2 picogrammi. Nel rapporto non è scritto da quale allevamento provengano i polli.

 

COREA SUD, SOSPESE IMPORTAZIONI - L'allarme sui prodotti tedeschi si allarga a macchia d'olio. Il primo provvedimento drastico arriva dalla Corea del Sud, che ha deciso di sospendere le importazioni di carne di maiale dalla Germania. Il portavoce del Commissario europeo alla Salute, Frederic Vincent, ha detto che si tratta del primo Paese a prendere una misura precauzionale di questo tipo, che peraltro giudica «sproporzionata». Finora la Commissione non ha ritenuto opportuno chiedere la sospensione delle esportazioni di carni o di prodotti alimentari dalla Germania, perché i risultati delle analisi hanno dato livelli di contaminazione pari a «12-14 picogrammi di diossina per grammo di grasso», un livello che è stato definito «tre-quattro volte» superiore a quello ammesso, ma non pericoloso per la salute. La magistratura tedesca ha aperto un'inchiesta perché sospetta che all'origine del caso ci sia un «comportamento criminale» dell'azienda.

 

Redazione online
08 gennaio 2011

Il Signor G al Museo del Fumetto

Il Giorno

Una mostra e uno spettacolo teatrale



L’arte e il mito di Giorgio Gaber raccontato attraverso l’esposizione di tavole tratte dal volume di Davide Barzi e Sergio Gerasi, la raccolta di omaggi firmati da importanti illustratori italiani e una selezione dal numero 233 di Dylan Dog ispirato a un’opera di Gaber




Milano, 7 gennaio 2012

ReNoir e WOW Spazio Fumetto, il Museo del Fumetto di Milano, celebrano l’eclettica figura di Giorgio Gaber con una mostra e uno spettacolo ispirati al volume a fumetti di ReNoir “G&G” di Barzi e Gerasi.


Proprio nel cuore di Milano, al Piccolo, il 12 gennaio 1971 Gaber debutta con lo spettacolo che riscriverà le regole della presenza scenica: Il Signor G apre le porte al cosiddetto “teatro canzone”. A distanza di decenni l’impronta del Signor G rimane indelebile e non solo in ambito teatrale. Per ricordarlo, ReNoir e WOW Spazio Fumetto organizzano un doppio appuntamento in collaborazione con la Fondazione Franco Fossati e la Sergio Bonelli Editore e il patrocinio della Fondazione Gaber.

Si inizia giovedì Il 12 gennaio, ore 18.30, con l’inaugurazione della mostra “G&G - Gaber a fumetti” con tavole tratte dall’omonimo libro pubblicato da ReNoir con testi di Davide Barzi e i disegni di Sergio Gerasi. La mostra si arricchisce anche di una raccolta di illustrazioni inedite che numerosi illustratori, tra cui Giampiero Casertano, Massimo Giacon, Alessandro Poli, Alberto Ponticelli, hanno realizzato appositamente per questa occasione. Oltre all’esposizione degli inediti ispirati alla figura di Gaber, la Sergio Bonelli Editore collabora alla mostra mettendo a disposizione una selezione di illustrazioni tratte dal numero 233 della serie Dylan Dog, “L’Ospite sgradito” di Michele Medda e Angelo Stano, in cui l’indagatore dell’incubo è protagonista di una storia ispirata al monologo “Il grigio”, scritto da Gaber con Sandro Luporini e portato in scena e su disco nella stagione 1988/1989.


“G&G” è la prima opera a fumetti interamente dedicata a Giorgio Gaber e alla sua poetica, un viaggio nella sua mente e nel suo pensiero mediante i suoi dischi, i suoi spettacoli e i suoi personaggi. Attraverso il “bambino G” e le sue difficoltà a fare i conti con la bizzarra realtà, familiare e sociale, che lo circonda, il lettore è portato per mano attraverso il teatro canzone di Gaber, “quelle parole mai prevedibili: una canzone d’amore che diventa politica, un monologo politico che diventa comico, una pausa che fa riflettere e poi magari ridere oppure indignare” (dalla prefazione al volume, scritta da Claudio Bisio). Davide Barzi ha dato coerenza narrativa a una discografia ampia e articolata, mentre Sergio Gerasi, dopo un attento studio di Gaber, è riuscito a riportarne su carta la gestualità e l’espressività, rendendolo vivo e dinamico anche in un mezzo espressivo “fermo”. Il libro, già giunto alla seconda edizione, si è aggiudicato nel 2010 il premio Full Comics come miglior graphic novel dell’anno.


La mostra, a ingresso libero, rimarrà aperta dal 12 gennaio al 5 febbraio, dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19 e sabato e domenica dalle 15 alle 20 (lunedì chiuso). Il catalogo delle opere esposte, a cura di ReNoir, è in vendita presso lo shop di WOW Spazio Fumetto. A disposizione del pubblico anche il volume “G&G” di Barzi e Gerasi, da cui sono tratte le illustrazioni, pubblicato da ReNoir.

L’omaggio al Signor G prosegue venerdì 27 e sabato 28 gennaio (ore 21) con lo spettacolo di teatro-canzone illustrato “G&G – Omaggio a Gaber”. Due serate a cura dei Formazione Minima e Sergio Gerasi dove viso, corpo e voce di Gaber vengono affrontati in una luce nuova, attraverso disegni realizzati nel corso di un concerto, con le immagini che commentano le parole e le melodie che suggeriscono nuove immagini. I brani messi in scena sono per gran parte quelli utilizzati anche nel libro di cui Gerasi è illustratore: si va da Giuoco di bambini: io mi chiamo G (1970) a Lo shampoo (1972), da Chiedo scusa se parlo di Maria (1973) alla postuma La parola io (2003), passando per La libertà e Un’idea (1972), fino a Io come persona. In parallelo, Sergio Gerasi disegna suggestioni che amplificano le emozioni delle parole e delle musiche di Gaber e Luporini.


WOW Spazio Fumetto
Viale Campania, 12 - 20133 Milano
Info: 02 49524744
- info@museowow.it





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