venerdì 7 gennaio 2011

L'Egitto chiude la tomba di Tutankhamon I troppi turisti la stanno distruggendo

Il Mattino


Off limits anche le sepolture di Seti I e Nefertari. Presto per i visitatori nascerà una “valle delle riproduzioni”








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Frane e alluvioni, indagine della Procura sul commissariato: indagato Bassolino L'accusa: stipendi e indennità gonfiati

Il Mattino


I magistrati contestano il reato di peculato
Il tetto di spesa era di 600mila euro
E' arrivato a due milioni solo per il personale











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La moria d'uccelli tocca anche l'Italia

Corriere della sera

 

Faenza, centinaia di tortore trovate morte lungo la statale. Sotto esame i cadaveri di alcuni volatili

 

FAENZA (Ravenna) - Un tappeto di uccelli morti sulla statale di Faenza. Dopo gli Stati Uniti e la Svezia, anche in Italia un inquietante fenomeno che evoca scenari alla Hitchcock: quasi quattrocento tortore, specie molto diffusa nel Faentino, sono morte per motivi ancora misteriosi, facendo seguito alla strage di merli (oltre cinquemila) registrata il giorno di Capodanno a Beebe, nell'Arkansas, seguiti da duemila pesci tamburo pancia all'aria sulla superficie del fiume Arkansas.

 

GLI ALTRI EPISODI - Sempre negli Stati Uniti, altri cinquecento uccelli sono stati ritrovati pochi giorni fa su un'autostrada vicino a Baton Rouge, capitale della Lousiana, a circa 500 chilometri da Beebe. In questo caso, secondo gli esperti, sarebbero stati sbalzi di corrente sui cavi dell'alta tensione ad aver causato la morte dei volatili. Per gli esperti, dunque, gli eventi non sarebbero collegati tra di loro. Ma tempo due giorni, e anche nel Kentucky si è verificata una strage di merli. La misteriosa morìa ha raggiunto l'Europa il 5 gennaio, quando il Wwf ha segnalato in Svezia, nei dintorni della cittadina di Falkoeping, la morte di una cinquantina di corvi.

 

 

LE ANALISI - I corpi di alcune tortore morte a Faenza sono stati consegnati all'istituto zooprofilattico di Lugo, dove verranno analizzati: «Sono in corso esami virologici standard - spiega il dottor Frasnelli - innanzitutto stiamo indagando su malattie riconosciute, epidemie e altre forse virali, che potrebbero essere la causa del fenomeno. Poi effettueremo esami tossicologici. Capisco la risonanza mediatica di certi fenomeni, ma non c'è da allarmarsi». Nella zona dove sono stati rinvenuti i volatili esistono diverse aziende. Una distilleria, in particolare, è all'attenzione delle autorità sanitarie.

 

GLI IMPIANTI - Oltre 270 esemplari sono stati raccolti dagli uomini del Corpo forestale domenica scorsa proprio nelle vicinanze dello stabilimento, altre 70 il giorno successivo e ancora una cinquantina nei giorni scorsi. Al momento non è chiara la causa della moria degli uccelli ed i tecnici sono al lavoro per capire cosa abbia provocato la morte dei volatili. Il Nucleo investigativo di polizia ambientale e forestale del comando pronciale di Ravenna ha avviato indagini e prelievi sulle granaglie stoccate presso la distilleria. Le tortore si cibano proprio di cereali, semi di mais e di girasole. Menu che condividono con piccioni e altri volatili, restati finora immuni a questa misteriosa morìa.

 

Antonio Castaldo
07 gennaio 2011

Jackie, il cane che sbeffeggiava il führer

Corriere della sera


Nel pieno della guerra i funzionari tedeschi erano sulle tracce di un meticcio capace di fare il saluto nazista


Nei primi mesi del 1941 il ministero degli Esteri della Germania nazista era particolarmente indaffarato. La seconda guerra mondiale era nel vivo e le truppe del führer erano già impegnate su diversi fronti. Proprio in quel periodo venne deciso, ad esempio, l'invio degli Africa Korps nelle aree nordafricane per dare manforte ai soldati italiani in netta difficoltà nel confronto con l'esercito alleato guidato dal generale Montgomery. Non solo: di lì a poche settimane sarebbe stata avviata la campagna di invasione dell'Unione Sovietica. Insomma, non è che ci fosse gran tempo da perdere.

Eppure in tutto quel baillame, i funzionari tedeschi avevano ritenuto di dover dedicare le proprie attenzioni anche alla vicenda di un cane, all'apparenza come tanti altri, che per di più viveva a migliaia di chilometri di distanza da Berlino. Neppure un cane di razza: nulla più un meticcio di media taglia che se ne scodinzolava tranquillamente in una casa di Tampere. Ma che aveva una particolarità: sapeva alzare la zampa imitando il saluto nazista. E per questo motivo la sua padrona, una tedesca emigrata e sposata con un finlandese, che non aveva mai nascosto le proprie antipatie per il regime, aveva deciso di ribattezzare Hitler, anche se il suo vero nome era Jackie. E sta proprio qui il punto: come tollerare l'esistenza di un cane che al sentir pronunciare il nome del führer si mette seduto e solleva la zampa in quella che avrebbe potuto apparire una parodia del regime?

IL MINISTERO IN CAMPO - E' proprio per questo che gli addetti alla politica estera di Berlino decisero di non sottovalutare la questione, nonostante l'evolversi del conflitto e i mille altri problemi a cui pensare. La vicenda sarà raccontata nell'edizione di sabato del Die Tageszeitung da Klaus Hillenbrand, uno storico già autore di diversi libri sull'epoca nazista, a cui sono stati consegnati una trentina di documenti dell'epoca recentemente rinvenuti affinché li studiasse e catalogasse. E tra questi anche quelli contenenti la storia del cane di Tampere.

L'INTERROGATORIO - Jackie -Hitler apparteneva a un industriale farmaceutico,Tor Borg, e alla moglie di quest'ultimo, Josefine. Il 29 gennaio 1941, secondo quanto ricostruisce l'Associated Press, che ha intervistato Hillenbrand prima dell'uscita dell'articolo, il vice console tedesco ad Helsinki, Willy Erkelenz, scrisse un dispaccio parlando di «un testimone che non vuole essere identificato che ha detto di avere visto il cane di Borg rispondere al suono "Hitler" con il gesto della zampa alzata». Borg venne convocato all'ambasciata e interrogato sulle singolari abitudini del suo cane. L'uomo negò che il nome dell'animale fosse Hitler anche se dovette ammettere che qualche volta la moglie lo aveva effettivamente chiamato in quel modo. Cercò di minimizzare i fatti che gli venivano contestati, spiegando che il gesto della zampa si era ripetuto poche volte e solo molti anni prima, attorno al 1933, proprio a poca distanza dall'insediamento del führer e quindi senza alcuna correlazione diretta tra quello strano gesto e il rituale nazista. E fece mettere a verbale che nè lui nè la moglie avessero fatto «nulla che possa essere considerato un insulto contro l'impero tedesco». Tuttavia il console non gli credette e nel suo rapporto a Berlino fece scrivere: «Borg, nonostante quello che afferma, non sta dicendo la verità.

PROCESSO IMPOSSIBILE - Pare che la vicenda abbia interessato più di un ministero. Oltre agli Esteri, della vicenda si sarebbero fatti carico la stessa Cancelleria di Hitler e il ministero dell'Economia. Proprio da quest'ultimo partirono le pressioni su un'azienda chimica tedesca, la Ig Fabren, che risultava fornitrice delle industrie farmaceutiche di Borg, affinché interrompesse le consegne per mettere in difficoltà quell'imprenditore considerato, a causa del suo cane, particolarmente insolente. L'Ap ricorda che il ministero degli Esteri tedesco tentò in più di un'occasione di imbastire un vero procedimento contro Borg, senza però trovare testimoni disposti a ripetere le accuse davanti ad un giudice.

IL LIETO FINE - Non ci sono riscontri per sapere se Hitler in persona sia stato informato della vicenda, ha raccontato Hillenbrand, spiegando però che la sua cancelleria ne era decisamente al corrente e che in qualche modo si sia spesa per venire a capo della faccenda. Alla fine la guerra prese il corso che tutti conosciamo e nessuno andò più a indagare sul cane del dottor Borg. L'industriale morì nel 1959 all'età di 60 anni e la sua società, poi rinominata Tamro Group, divenne negli anni la compagnia leader per le vendite di prodotti farmaceutici nei paesi nordici. Margit Nieminen, portavoce dell'azienda, ha detto che l'azienda non aveva ulteriori dettagli da fornire, essendo venuta a conoscenza delle vicende del cane Jackie soltanto negli ultimi tempi.


Al. S.
07 gennaio 2011



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Pedofilia web, la polizia "ripulisce" mille siti

di Redazione


L'indagine partita in Italia dalla segnalazione di una nonna che cercava un regalo per i suoi nipoti sul web. Un software di un'organizzazione criminale dell'Est Europa utilizzava server di aziende ignare senza adeguata protezione per diffondere e vendere immagini pedopornografiche



 

Roma - Oltre mille siti web di una trentina di Paesi, un centinaio dei quali italiani, infettati a insaputa dei gestori da un software che reindirizzava l’utente a pagine internet che ospitavano materiale pedopornografico. Li ha scoperti la polizia postale italiana che, con la collaborazione dell’Europol, li ha ripuliti, denunciando centinaia di persone che hanno acquistato foto e video con minori. L’indagine, coordinata dalla procura di Venezia e denominata "Venice Carnival", è partita nel 2009 grazie a una segnalazione di una nonna che, navigando sul web in cerca dei regali per i nipoti, ha cliccato su un link di shopping on line, finendo invece su un sito web di abusi sessuali su minori.


Siti tracciati Partendo dalla segnalazione gli agenti hanno trovato le stesse tracce informatiche in centinaia di siti di tutto il mondo. Sono quindi state inviate le segnalazioni alle altre polizie e all’Europol che hanno consentito di scoprire un’organizzazione criminale, probabilmente originaria dell’Europa dell’Est, che era riuscita a entrare nei server di aziende che non usavano sistemi di protezione, installando un software che reindirizzava automaticamente gli ignari utenti internet verso siti web illegali. Complessivamente sono stati circa 300 i domini e 700 gli indirizzi web che erano stati infettati e sono stati ripuliti dalle polizie di mezzo mondo.

Gestori di server ignari Le successive indagini, ancora in corso, hanno consentito di accertare che i gestori dei server non avevano alcuna responsabilità e che centinaia di utenti hanno acquistato le immagini e i video: nei loro confronti sono in corso accertamenti per valutarne la posizione e formulare le ipotesi di reato. "L’organizzazione - ha spiegato il responsabile del centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia sulla rete, il vice questore della polizia Elvira D’Amato - ha utilizzato la miglior tecnologia esistente, con sofisticate tecniche di 'web masquerating' messe al servizio della diffusione di materiale pedopornografico". Materiale che veniva pubblicizzato attraverso mail di spamming massivo. Così facendo i criminali hanno "infettato siti italiani e di altri paesi assolutamente legittimi, ma che non avevano un’adeguata protezione".

I numeri Sono 18.676 i presunti siti internet pedopornografici che cittadini e associazioni hanno segnalato alla polizia postale italiana nel corso del 2010. Il dato è stato fornito dal centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online, l’organismo della polizia che si occupa del monitoraggio della rete e del contrasto alle organizzazioni criminali che sfruttano il web per veicolare il materiale pedopornografico. Un dato, sottolinea la responsabile, che risente della estrema complessità dell’organizzazione della rete: l’estrema volatilità degli spazi virtuali, infatti, può essere sfruttata dalle organizzazioni criminali ed è molto difficile per le forze di polizia intervenire in maniera tempestiva contro gli abusi commessi tramite Internet. Delle quasi 19mila segnalazioni, le indagini della polizia postale hanno consentito di individuare una prima lista di 940 siti sospetti da inserire nella black list, l’elenco dei siti che gestori di server e provider italiani devono inibire agli utenti. Gli ulteriori accertamenti hanno consentito di ridurre ulteriormente la lista iniziale a 216 siti, quelli che sono poi stati realmente inseriti nella black list che ad oggi conta 715 indirizzi "vietati". Nel corso del 2010, inoltre, dall’elenco sono stati rimossi 14 siti perché o non più raggiungibili o non più a carattere pedopornografico. Infine, grazie ai contatti con le polizie degli altri paesi, il centro nazionale è riuscito a far rimuovere 40 siti pedopornografici che si basavano su server ospitati in paesi stranieri.





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Ombretta Colli e il baby rapinatore morto «Segnale che il federalismo è necessario»

Corriere del mezzogiorno


La senatrice Pdl: «Così gli enti locali del Meridione avranno più strumenti per prevenire il fenomeno»



Ombretta Colli

Ombretta Colli



NAPOLI - Un rapinatore - ragazzino clinicamente morto, colpito da un agente nel corso di un tentativo di rapina in via Cirillo a Napoli, un altro in galera, un fatto di cronaca che da qualunque parte lo si analizzi suscita dolore e sconcerto, e una polemica, l’ennesima, che appare paradossale: per la senatrice del Pdl Ombretta Colli, componente della commissione Istruzione e Cultura di Palazzo Madama, quanto accaduto è infatti «il segnale che bisogna assolutamente accelerare con il federalismo, non solo quello fiscale».

Presa di posizione destinata a scatenare polemiche e riflessioni, quella della Colli, affidata ad una nota diffusa alla stampa questa mattina. «La vicenda del rapinatore minorenne - scrive la senatrice, ripresa dal Velino.it - è l’ennesima e ripetuta dimostrazione delle acute differenze sociali che esistono tra il Nord e il Sud del Paese. Umanamente non posso che essere addolorata dalla tragica scomparsa di un ragazzino: è però il segnale che bisogna assolutamente accelerare con il federalismo, non solo quello fiscale».

Ombretta Colli precisa il senso della sua riflessione: «Se ci fosse l’opportunità - aggiunge - di attuare dei provvedimenti specifici da parte dei governatori locali si riuscirebbe meglio a contrastare certi fenomeni sia con l’educazione scolastica che con la repressione. Al Nord i ragazzi commettono delle bravate, anche gravi, ma è raro che un ragazzino neppure maggiorenne possa solo pensare di tentare una rapina». Questa la convinzione della senatrice, componente della commissione Cultura e Istruzione. Dibattito aperto: più federalismo uguale meno rapine?


Carlo Tarallo
07 gennaio 2011





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Anche gli indiani sulla Vespa: parte la produzione a Delhi

Il Messaggero


DELHI - Vespa, lo scooter più famoso e diffuso al mondo, si presenta al mercato indiano all’Auto Expo di Delhi, il più grande salone automobilistico e motociclistico dell’Asia e tra le principali rassegne motoristiche mondiali. All’undicesima edizione del salone di Delhi, il Gruppo Piaggio ha svelato la Vespa LX 125 sviluppata espressamente per il mercato del subcontinente indiano che è il secondo più grande del mondo per volumi con circa 13 milioni di unità vendute nel 2011 - due milioni e mezzo delle quali sono scooter – ed è caratterizzato da altissimi tassi di crescita.




Nuovo motore.
La Vespa LX 125 presentata all’Auto Expo di Delhi è una versione che - rispetto a quella prodotta in Italia e commercializzata in Europa e USA, e al modello prodotta da Piaggio Vietnam - presenta adattamenti specifici dal punto di vista ergonomico, è caratterizzata da una più facile accessibilità a motore e pneumatici (le forature sulle strade indiane sono all’ordine del giorno), ma che soprattutto è dotata di un nuovissimo motore 125 cc 4 tempi a 3 valvole.

Un propulsore completamente nuovo che il Gruppo Piaggio ha sviluppato espressamente per il debutto sul mercato indiano delle due ruote. Si tratta di una unità modernissima, particolarmente silenziosa ed “eco friendly” (ridotte emissioni sia gassose sia sonore) e che presenta eccezionali livelli di consumo offrendo percorrenze superiori a 60 km con un litro di benzina.

150.000 Vespa l'anno.
La produzione della Vespa 125 destinata al mercato indiano inizierà a marzo 2012 nel nuovo stabilimento di Baramati, area in cui sorge il complesso industriale di Piaggio Vehicles Private Ltd., controllata al 100% dal Gruppo Piaggio, che già oggi in India produce veicoli da trasporto merci e persone a tre ruote (è leader di mercato in India, con oltre 220.000 unità vendute all’anno) e motori Diesel e turbodiesel per le gamme dei veicoli commerciali che Piaggio produce sia in India, sia in Italia a Pontedera.

La capacità produttiva iniziale dello stabilimento indiano della Vespa sarà di 150.000 veicoli/anno.
Le vendite della Vespa sul mercato indiano inizieranno ad aprile, subito dopo il lancio commerciale, e partiranno da una rete di dealer che coprirà da subito le 35 più importanti città dell’India.

Venerdì 06 Gennaio 2012 - 15:37    Ultimo aggiornamento: 20:34




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Così il Destino crudele salvò i dittatori in culla

di -

Da Hitler che a 4 anni stava per annegare a Stalin che a 10 rischiò di morire travolto da un cavallo. Ovvero, quando la storia imbocca la strada sbagliata


Si chiama «storia alternativa», o «allostoria», o «fantastoria». Oppure, più dottamente, «ucronia», dal greco ou (non) e kronos (tempo). La letteratura, il teatro, il cinema, i fumetti, ci giocano che è un piacere, deviando il corso degli eventi e costruendo mondi del tutto ipotetici, ma plausibili.



Una delle prime foto scattate a Hitler
Una delle prime foto scattate a Hitler

Insomma, è la storia che non c’è, anzi che non c’è stata, ma che avrebbe potuto verificarsi se soltanto un piccolo particolare fosse stato diverso da come è stato. Si chiama «ucronia», ma qualche volta è più corretto chiamarla sfiga. Come questa volta.

Gennaio 1894. Siamo a Passau, nella Bassa Baviera, al confine con l’Austria. L’inverno attanaglia le case, le campagne, i boschi. Il fiume Inn, che proprio lì si getta nel maestoso Danubio, è una pista di ghiaccio, irresistibile attrattiva per i bambini. Irresistibile e ovviamente pericolosa. Infatti... Infatti un bel frugoletto di appena quattro anni finisce nella crepa di un’enorme lastra e sta per annegare. Ma ecco entrare in scena il Destino. Un bambino un po’ più cresciutello e molto coraggioso, tale Johann Kuehberger, che da grande farà il prete, vede la drammatica scena e si precipita, rischiando a sua volta la vita, a salvare l’innocente creatura. Tutto bene? No, tutto male, visto che il frugoletto si chiamava Adolf Hitler.

Questa storia, purtroppo non ucronica, girava dagli anni Settanta. A raccontarla era stato Max Tremmel, anch’egli prete, amico e successore di Kuehberger. «È stato Johann a rivelarmelo», disse. «D’accordo - gli risposero - la storia è bellissima (anzi, bruttissima), ma come puoi provarcela?». Provarla, in effetti, non si poteva. Tuttavia, a Passau la vox populi andava insistentemente in quella direzione, erano in molti a confermare l’episodio, come fra l’altro scriverà la storica Anna Rosmus, nata a Passau nel 1960, in Out of Passau. Von einer, die auszog, die Heimat zu finden (1999)...

E poi la famiglia Hitler visse davvero a Passau fra il 1892 e il 1894, i documenti conservati negli archivi cittadini lo confermano... Due indizi, certo, però non ancora sufficienti.
Ebbene, il terzo indizio che ora la storia (quella vera) si vede costretta a elevare al rango di prova, è saltato fuori pochi giorni fa. Si tratta di un vecchio ritaglio della Donauzeitung (La Gazzetta del Danubio) del gennaio 1894 e l’articolo, pur non riportando nome e cognome del futuro Führer, espone esattamente la versione di Tremmel.

Hitler, da parte sua, non fece mai menzione con nessuno della disavventura infantile. In compenso, nella «sua» Passau ordinò di impiantare tre campi di concentramento «succursali» di quello di Mauthausen-Gusen...

Sfiga, dicevamo all’inizio. Perché la storia degli individui, come quella del mondo, non conosce pause, e il bimbo che non avrebbe meritato d’annegare in un fiume gelato, meritò, da adulto, le peggiori fiamme dell’inferno. Di solito si dice che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Dipende dal punto di vista: quello del diretto interessato o di tutti gli altri?
«Collega» e deuteragonista di Hitler nella corsa all’annientamento del genere umano, anche Iosif Vissarionovic Dzugašvili, cioè Stalin, fu un beneficiato dalla fortuna (sua) e dalla sfiga (altrui). Da piccolo era tutt’altro che d’acciaio, a dispetto del soprannome con cui è universalmente noto. Colpa di una forma acutissima di varicella.

E colpa soprattutto di un incidente occorsogli durante una festa. Aveva circa dieci anni quando, correndo per le strade della natia Gori, in Georgia, venne travolto da un cavallo. Ne riportò gravi ferite e da allora il suo braccio sinistro fu sempre più debole dell’altro. Se quel cavallo fosse stato un po’ più irruento...

Altro braccio, altra vicenda, altro dittatore. È il 1948. Siamo a Sirte, in Libia. Un bambino di sei anni sta giocando con i suoi due cuginetti quando scoppia una mina. I cuginetti muoiono, ma quel bambino, che il mondo sarà costretto a conoscere come Mu’ammar Gheddafi, resta soltanto ferito a un braccio. Se quella mina fosse esplosa qualche centimetro più in là...

Nello stesso periodo, ma in Siberia, in un campo militare, viveva un altro bambino. Era coreano.

Che ci faceva in Siberia? Si trovava lì perché il suo papà, Kim Il Sung, un capoccia del partito comunista coreano, vi era stato mandato in esilio. Il bambino si chiamava Kim Jong-il. Proprio lui, il dittatore scomparso recentemente. Se una pallottola vagante...

Il quinto bambino, anzi ragazzino, che la Storia ha purtroppo condotto fino alla maturità e alla vecchiaia nacque nel villaggio di Scornicesti, in Romania. All’età di undici anni si trasferì con la sua famiglia di poverissimi contadini a Bucarest. E soltanto quattro anni dopo conobbe per la prima volta la galera, perché accusato di essere un agitatore politico. A sedici anni, altro arresto e, a diciotto, la condanna per comunismo. Il pischello era Nicolae Ceausescu, e diventerà uno fra i peggiori tiranni che si nascosero sotto la barba di Carletto Marx per affamare il loro popolo. Se nella sua cella avesse incontrato, invece della futura moglie e complice Elena Petrescu, un galeotto di quelli tosti...
Ma la storia è più cieca della fortuna.




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Dubai, la pubblicità choc di una palestra: "Magri come fosse Auschwitz"

di -

Il web si scatena contro l'associazione troppo ardita. E il centro fitness si scusa e licenzia il creativo responsabile della campagna




Osare un po' in pubblicità è più che lecito. D'altronde il compito di uno spot è quello di colpire il suo target di riferimento, di interessare la clientela a ciò che si sta tentando di vendere.
Ma anche qui i limiti esistono. Limiti che una piccola palestra di Dubai ha ampiamente superato, guadagnadosi in cambio una valanga di contatti e altrettanto sdegno da parte del mondo del web.
"Kiss your calories goodbye", di' addio alle tue calorie in eccesso.

Era questo lo slogan scelto per la nuova campagna pubblicitaria del centro fitness. Nulla di strano, fin qui. Salvo che, ad accompagnare lo slogan, campeggiava una veduta dell'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, un'associazione facile, tra la magrezza ricercata dagli utenti della palestra e la magrezza, di ben altro tipo, di quanti nei campi avevano trovato la morte, o molte sofferenze. Un'associazione che non è piaciuta a nessuno.

Inutili le scuse della palestra, che ha tentato invano di spiegare la sua strategia commerciale, sottolineando come il messaggio fosse che allenarsi da loro rappresentava "un campo di concentramento per le calorie". Unico risultato della campagna, decisamente fallimentare, quello di aver portato al licenziamento dell'ideatore, il 32enne inglese Phil Parkinson, e al ritiro delle pubblicità diffuse via web, con tante scuse da parte dei proprietari e l'impegno a devolvere denaro per una causa benefica.




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Pensioni, stop ai contanti Conto, libretto o carta come farsela accreditare

di -

Entro il 29 febbraio 450mila pensionati dovranno scegliere come ricevere la rendita Inps superiore ai mille euro. Ecco come chiedere l'accredito e scegliere l'alternativa migliore


Entro il 29 febbraio 450mila pensionati che ora riscuotono la pensione in contanti dovranno passare alla "moneta elettronica". Basta con le file alle Poste, insomma: i soldi saranno versati dall'Inps sui conti correnti, su libretti nominativi o persino su carte elettroniche a cui è associato un Iban.

Uno sportello Inps

Questo ovviamente non eviterà che soprattutto all'inizio molti - quelli meno abituati a lasciare grosse somme in banca - continueranno a presentarsi agli sportelli nei primi giorni del mese per prelevare i contanti. Resta però l'obbligo, per chi percepisce una pensione sopra i mille euro, di comunicare all'Inps la modalità con cui si vogliono ricevere i soldi. Ecco come fare e quali sono le alternative

Come comunicare la scelta

Per la comunicazione, entro il 29 febbraio 2012 i pensionati iscritti ai servizi on line dell’Inps possono collegarsi al sito e accedere ai Servizi online con il proporio Pin. Chi non fosse iscritto, invece, può fare richiesta direttamente nelle agenzie territoriali o presso gli sportelli di banche e poste. Saranno necessari dati anagrafici e codice fiscale del pensionato, l'Iban sul quale si vuole ricevere la pensione e un documento di identità.

Accredito su conto corrente

La pensione potrà essere versata su un conto corrente bancario o postale intestato (o anche solo cointestato) al pensionato. Per aprirne uno bisogna essere maggiorenni e non aver subito fallimenti o avere protesti a carico. Si può scegliere tra conti tradizionali e conti online. Per il primo tipo basta presentarsi allo sportello di una banca o dell'ufficio postale con documento d'identità e codice fiscale. Sul mercato esistono diversi pacchetti.

Il consiglio è quello di farsi consigliare dai diversi operatori quello più adatto al proprio profilo e di confrontare le offerte tenendo conto anche di eventuali costi "nascosti", come quelli di servizio del bancomat o di invio delle comunicazioni. Spesso farsi mandare l'estratto conto via email permette di risparmiare qualcosa.

Le spese di gestione possono essere minori anche scegliendo un conto online, che si può aprire direttamente sul sito della banca. I documenti (contratto e carta d'identità) vanno in genere inviati via fax o via raccomandata alla sede centrale. Per eventuali problemi le banche hanno un call center a cui rivolgersi. Per scegliere l'offerta migliore, sia per i conti tradizionali che per quelli online, si può consultare anche la pagina di Sos Tariffe che mette a confronto i vari pacchetti.

Vantaggi: Più flessibilità, possibilità di avere un bancomat con il quale prelevare contante o pagare direttamente in negozi e locali
Svantaggi: Spese di gestione in genere più alte rispetto al libretto, interessi bassi, rischi di costi "nascosti"

Accredito su libretto nominativo

Un'altra possibilità è quella di far arrivare i soldi direttamente su un libretto nominativo ordinario intestato o cointestato al pensionato. Oltre che il classico libretto postale, molte banche hanno rispolverato questa opzione. Per aprirne uno è sufficiente recarsi allo sportello bancario o in un qualsiasi ufficio postale con codice fiscale e documento di identità. Lo svantaggio, rispetto al conto corrente, è che non è possibile associargli un bancomat per cui i soldi possono essere prelevati solo allo sportello e soltanto dagli intestatari. A fronte di minori costi di gestione, inoltre, eventuali interessi vengono applicati solo dopo anni dal deposito.

Vantaggi: Maggiori interessi, minori costi di gestione rispetto al conto corrente
Svantaggi: Si può prelevare solo attraverso gli sportelli e con un documento di identità valido, gli interessi sono consistenti solo se li lasciano i soldi depositati a lungo

Accredito su carta prepagata

La terza opzione per ricevere la pensione è quella di farsela accreditare su una carta elettronica prepagata. Una carta a metà tra un bancomat e una carta di credito, ma non collegata ad un conto corrente (anche se, proprio come un conto, può ricevere bonifici e versamenti) e che non permette di andare "in rosso". Attenzione però: non tutte vanno bene, perché è necessario che siano collegate ad un codice Iban. Per far fronte a questa esigenza le Poste hanno creato una InpsCard, totalmente gratuita e con un plafond assicurativo gratuito di 700 euro annui a copertura dei rischi per eventuale furto.


In alternativa quasi tutte le banche (come ad esempio Unicredit, Carige, Ubi banca) hanno ideato carte prepagate a cui è associato un codice Iban. Possono essere richieste agli sportelli e in genere per i pensionati sono gratuite o hanno costi di gestione bassi. Altri operatori nel mercato, come ad esempio PayPal, permettono invece di richiedere la carta nei punti Sisal e di controllare tutti i movimenti online.

Vantaggi: Le carte prepagate sono comode perché evitano di portare troppo contante nel portafoglio (quasi ovunque ormai si può pagare direttamente con la "moneta elettoronica") e in genere non ci sono commissioni in caso di pagamento con il Pos.
Svantaggi: Le commissioni sono alte se si preleva contante dagli Atm o quando si versano soldi




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Quelle vacanze gratis del sottosegretario Prima tegola sul governo

di -

L’imprenditore che rideva dopo il sisma all’Aquila ora tira in ballo Malinconico: "Pagai io la sua camera nell’hotel a 1500 euro a notte. Non sono mai stato rimborsato"


Finora aveva sempre negato. «Un disguido, un malinteso», si era schermito negli interrogatori in carcere. Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore arrestato nel marzo 2010 nell’inchiesta sulla «cricca del G8», l’elicotterista atterrato sulla spiaggia dell’Argentario con la mamma per pranzare in tempo, il costruttore che rideva pregustando gli appalti dell’Aquila terremotata, ha ritrovato la memoria.



Carlo Malinconico
Carlo Malinconico

«Ho pagato io le vacanze di lusso di Carlo Malinconico», ha detto ai magistrati che lo indagano, e ha ripetuto ieri al Fatto quotidiano.
È il primo scandalo che lambisce il nuovo tecnogoverno dei professori senza macchia.


Nulla di penalmente rilevante; tuttavia il neo sottosegretario della presidenza del Consiglio non fa una grande figura, anche perché ha sempre sostenuto di avere pagato di tasca propria. Ma le sue sono affermazioni ancora prive di riscontri. Il proprietario dell’hotel dove soggiornò, ascoltato dai pm di Firenze l'11 maggio 2010, disse di aver incassato la somma (quasi 10mila euro) da Piscicelli. La fattura, recuperata dai Ros dei carabinieri, conferma questa versione.

Ora le dichiarazioni spontanee del costruttore sembrano chiudere il cerchio. A questo punto dev’essere lo stesso Malinconico a chiarire. A fare luce sui suoi rapporti non tanto con Piscicelli, ma con Angelo Balducci, l’ex funzionario di Palazzo Chigi al centro dell’inchiesta sulla «cricca». Perché fu Balducci a chiedere a Piscicelli una prenotazione all’hotel Pellicano, un esclusivo resort cinque stelle all’Argentario appartenente alla prestigiosa catena Relais & Chateaux. La suite era destinata all’allora segretario generale della presidenza del Consiglio. Era l’agosto 2007 e il premier era Romano Prodi.

Piscicelli si è deciso a vuotare il sacco con gli inquirenti: «Quelli che andavano in vacanza gratis o che ho pagato sono tutti ai loro posti, al ministero e alla presidenza del Consiglio. Io che lavoravo e pagavo per non avere rotture sono trattato come se fossi il mostro. Perché? Ora mi incazzo e racconto tutto», ha dichiarato al Fatto. Non vuole più essere l’unico capro espiatorio del vasto giro di corruzione che ha al centro la «cricca» di Balducci e Diego Anemone. Ed ecco il racconto (tutto da verificare) di mazzette in contanti, regali, favori ai funzionari di Palazzo Chigi. Tangenti per l’appalto delle piscine per i mondiali di nuoto a Roma del 2009 e per la costruzione della scuola dei marescialli a Firenze (il processo è in corso a Roma).


«Complessivamente versai un milione di euro in contanti ai funzionari, più tanti favori e incarichi di lavoro», dice Piscicelli: «Mi hanno spennato come un pollo e adesso mi minacciano». La fastosa vacanza per l'ex segretario generale di Prodi (poi presidente della Fieg e ora sottosegretario di Mario Monti) rientra tra i favori fatti a Balducci. «Non ho nulla contro Malinconico - sostiene Piscicelli - non ho mai lavorato con lui né lui mi ha chiesto nulla, ma l'ho conosciuto e lo considero una bella persona. Un giorno Angelo Balducci mi invita a prendere un aperitivo nel centro di Roma. “Francesco, mi devi prenotare due vacanze, la prima a Capri per due amici francesi: pagano loro. La seconda invece all’hotel Pellicano di Porto Ercole, l’ospite è Carlo Malinconico. In questo caso ti prego di anticipare la somma”».

Balducci era potentissimo. «Sapeva che conoscevo bene Roberto Sciò, il padrone del Pellicano, e non potevo dire di no. Gli feci solo presente che una camera costa 1500 euro a notte. Anticipai i soldi. Sto ancora aspettando che Balducci me li restituisca». Sulla fattura emessa dall’hotel Pellicano alla società Eventi Speciali di Piscicelli il conto ammonta a 9.800 euro.

Sciò aveva già ricostruito la vicenda in un verbale di 25 pagine: «Piscicelli mi chiese di ospitare Malinconico: due suite da 1400 euro». Sarebbero in tutto tre i soggiorni gratuiti di cui il sottosegretario usufruì tramite Balducci: due nel 2007 e uno il 1° maggio 2008.

Il costruttore aveva chiesto che tutto fosse disposto per il meglio e l’albergatore sistemò l’ospite nelle suite migliori tranne l’ultima volta, quando era disponibile soltanto una camera sopra la cucina.

Piscicelli disse al titolare che avrebbe pagato lui: «Fa parte del gioco, che vuoi? Di qualunque colore siano», disse secondo l’informativa consegnata dagli investigatori ai pm. Secondo queste stesse carte, Malinconico chiamò Balducci al rientro dalle vacanze: «Ti chiamo per ringraziarti, tutto benissimo». E Balducci: «Scherzi? Tutto a posto».




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Il pm del delitto Cesaroni: ergastolo per Busco, ex fidanzato di Simonetta

Corriere della sera


L'uomo è accusato di aver ucciso la ragazza
21 anni fa nell'ufficio di via Poma, dove lavorava





ROMA - Sì è conclusa con la richiesta dell'ergastolo per l'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, Raniero Busco, la requisitoria del pm al processo di via Poma. Il Ilaria Calò ha chiesto dunque il massimo della pena ritenendo le prove a carico di Busco, accusato dell'omicidio avvenuto il 7 agosto di 21 anni fa nella Capitale. Il processo è in corso davanti alla III Corte d’assise da undici mesi; la sentenza è attesa per il prossimo 21 gennaio.

INNOCENZA PROCLAMATA - L’imputato Raniero Busco, che nelle numerose udienze degli scorsi mesi ha sempre seguito il dibattimento e proclamato a più riprese la sua innocenza, non era in aula venerdì 7 gennaio per seguire la seconda parte della requisitoria del pubblico ministero. Prima della pausa di Natale la rappresentante dell’accusa aveva parlato per 4 ore con l’obiettivo di dimostrare la colpevolezza dell'uomo che all'epoca del delitto era fidanzato con la Cesaroni.



29 COLPI DI TAGLIACARTE - Simonetta fu assassinata con 29 colpi di tagliacarte nell'ufficio dove lavorava, in via Poma. La richiesta di una pena severa ai giudici togati e popolari era scontata. Dato che il capo d’accusa è omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, Busco rischia dai 24 anni di carcere all’ergastolo. É anche vero però che il difensore e gli avvocati di parte civile devono ancora parlare. Toccherà a loro a partire dall’udienza successiva, quella del 14 gennaio.



INCERTEZZE NEL CASO - L’avvocato di Busco, in particolare, dovrebbe puntare sulle numerose incertezze emerse nel dibattimento, anche in relazione al segno del morso sul seno di Simonetta, che il pm ritiene «perfettamente» sovrapponibile all’arcata dentaria di Busco mentre tecnicamente si può parlare anche, soltanto, di «compatibilità». E dopo le arringhe gli avvocati, il 21 gennaio, per Busco sarà l’ora della verità: i giudici entreranno in camera di consiglio per una decisione storica, comunque vada a finire.

Redazione online
07 gennaio 2011





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Il medico-conduttore al disabile in tv: «Ma chi sta mejo de te». Bufera su Rete4

Il Mattino


MILANO (7 gennaio) - Gaffe e polemiche a Rete4 per una serie di battute apparse a tutte fuori luogo del medico-conduttore Fabrizio Trecca che, spinto forse dal tentativo di tirare su il suo ospite in sedia a rotella, ha cominciato a dirne di tutte i colori. Ospite della trasmissione è Andrea Stella, un ragazzo di Thiene (Vicenza) da dieci anni sulla sedia a rotelle e che ha ideato, attraverso la sua associazione no profit, il progetto "Lo spirito di Stella".






Il medico è schietto: «Senta Stella hai fondato la scuola, hai fatto di tutto, perché uno deve dì 'poraccio'?", e poi "chi sta mejo de te? Eh? Ciai pure la faccia de uno coi sordi».

Il ragazzo, a questo punto un po' imbarazzato, spiega che la disabilità è democratica e colpisce ricchi e poveri, poi aggiunge "ho la fortuna di stare bene di famiglia". Trecca allora risponde "lo vedi, lo vedi che non me sbajo mai io",

Ma il conduttore insiste. «Oh ma ‘ndo sta a fidanzata?». La ragazza è nel dietro le quinte, e Trecca sbraita «pure bella a fidanzata, cose da pazziii…»




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Padova. Consigliere comunale insulta Rosy Bindi: «Brusa la vecia»

Mattino di Padova


Nuova provocazione dell'ex parlamentare Vittorio Aliprandi su Facebook: la presidente del Pd come la "befana". Il consigliere comunale, vicino al Pdl, aveva già insultato i rom sulla sua pagina




di Claudio Baccarin

PADOVA.

Si chiamava Pierre Cauchon il vescovo francese che nel 1430 promosse il processo per eresia contro Giovanna d'Arco a Rouen. Fu scomunicato postumo nel 1455. Orbene, ieri giornata dell'Epifania, Vittorio Aliprandi, non nuovo a «provocazioni» su Facebook, ha indossato virtualmente i panni di Cauchon e ha promosso un «processo» mediatico nientopopodimenochè alla vicepresidente della Camera, nonchè presidente del Pd, onorevole Rosy Bindi.

In pratica il consigliere comunale, alfiere di una lista civica di centrodestra che sosteneva il candidato sindaco del Pdl Marco Marin, ha pubblicato sulla sua bacheca una foto della Bindi, con una bella sciarpa rossa al collo. A corredo dell'istantanea un inequivocabile invito in dialetto: «Brusa la vecia!». E, per chiarire meglio il concetto, un commento: «Rinnoviamo la classe politica». La «provocazione» di Aliprandi ha scatenato una ridda di commenti davvero poco simpatici, che volutamente evitiamo di riferire. Il top va ascritto a un interlocutore che, sposando l'invito del consigliere comunale «mariniano», ha accomunato alla Bindi, nel suo «rogo mediatico», il sindaco di Napoli Rosa Russo Jervolino.

Va detto che nemmeno Aliprandi è un homo novus della politica. Dal 1994 al 1996 è stato collega della Bindi alla Camera. Lui, eletto a fine marzo con la Lega Nord, passò nel settembre 1994 al gruppo Misto e a dicembre dello stesso anno, ai tempi del «ribaltone» che vide Umberto Bossi ritirare la fiducia al governo Berlusconi, aderì al gruppo Federalisti e Liberaldemocratici. Dal luglio 2009 fa il consigliere comunale. L'onorevole Bindi, deputato del Ppi, poi della Margherita, è stata ministro della Sanità nel primo governo Prodi e nel primo e nel secondo governo D'Alema. E ancora ministro delle Politiche per la Famiglia nel secondo governo Prodi.

Sulla vicenda non mancano le reazioni. Per il consigliere regionale Claudio Sinigaglia (Pd) «questo commento rivela una volta di più la stupidità di Aliprandi e dei suoi amici, che si divertono a fare queste considerazioni. Mi auguro che Barbara Degani, Marco Marin e Giustina Destro non esitino a prendere le distanze da questo signore». Per Antonio De Poli, portavoce nazionale dell'Udc, «è chiaro che, per farsi pubblicità e per trovare qualche riscontro sui media, Aliprandi si produce in uscite di cattivo gusto, che risultano diseducative. La politica non ha bisogno di queste provocazioni. Specie in una giornata che tante famiglie non possono festeggiare per problemi legati al lavoro».



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Poche multe con Veltroni Chi sporca oggi paga

Il Tempo


Decoro urbano ed emergenza rifiuti: l’anno scorso 6.122 contravvenzioni. Nel 2007 soltanto 35.

Nel mirino le zone di Campo de' Fiori e piazza Navona


Ogni giorno 30 sporcaccioni vengono multati dagli accertatori dell’Ama. Vi sembran pochi? Forse sì. Anzi, in tutta onestà possiamo presumere che certamente non tutti coloro che sporcano la città vengono multati. Quante volte abbiamo visto gente gettare cartacce in terra, abbandonare rifiuti lontano dai cassonetti? Almeno una volta al giorno assistiamo a questa scena. E probabilmente notiamo anche che questi galantuomini del senso civico la fanno spesso franca. Eppure, mediamente trenta di loro ogni giorno viene multato. Ripetiamo la domanda: vi sembrano pochi? Per rispondere dobbiamo ricorrere all'aiuto dei numeri - freddi e spietati come sempre, ma anche inequivocabili e incontrovertibili - per dare una risposta e dire: no non sono pochi. Di per sé, infatti, 30 può anche sembrare un numero basso ma dobbiamo metterlo a paragone con quanto fatto negli anni passati. Quindi: nel 2010 sono stati multati 30 sporcaccioni ogni giorno. Nel 2005 23; ma non al giorno, bensì nel corso dell'intero anno.



In tutto il 2006 ne sono stati invece pizzicati 41; nel 2007 35. In quegli anni la gestione dell'Ama era affidata ai manager dell'amministrazione di centrosinistra targata Walter Veltroni. Nel 2010 30 multe al giorno, nel 2007 35 in un anno. Allora: vi sembrano poche 30 multe al giorno? Posta così la domanda, alla luce dei dati forniti dalla stessa municipalizzata, la risposta è no. Certo, si può fare di meglio. Certo, sarebbe opportuno che anche il Servizio Giardini del Campidoglio e la Polizia Municipale contribuissero e aiutassero gli accertatori Ama nel loro compito, così come auspicato dall'amministratore delegato Panzironi. Comunque è innegabile che qualcosa è stato fatto. Per questo, parlando dell'Ama, il sindaco Alemanno gonfia il petto: «I risultati raggiunti dalla municipalizzata sono positivi da tutti i punti di vista, anche sul versante delle multe», dice il primo cittadino a margine della «Befana del netturbino 2011» organizzato dal Cral Ama al Circo Moira Orfei commentanto il numero delle multe elevate per far rispettare le ordinanze anti-degrado.

«Tra il 2009 e il 2010 le sanzioni si sono decuplicate. Sono arrivate a oltre seimila e in futuro saranno ancora di più». Infatti, nel 2008, anno delle elezioni comunali, le multe sono state 195; nel 2009 675; nel 2010 6.122. Sul tema parla anche il presidente dell'Ama, Marco Daniele Clarke: «Certi attacchi di basso profilo sono mossi da motivazioni politiche che denotano faziosità e scorrettezza perché non mettono in risalto che si è arrivati a oltre deimila multe nel 2010 a fronte delle 35 annue del 2007, delle 195 del 2008, e delle 675 nel 2009. Si può sempre fare meglio - aggiunge Clarke - in ogni caso sul decoro urbano è necessaria una sensibilizzazione dei cittadini. La nostra è un'attività che senza la collaborazione dei cittadini non può dare quei risultati che ci attendiamo.



Ad esempio, noi effettuiamo in alcune strade lo spazzamento alle 7 e dopo 3 o 4 ore quella strada è già sporca perchè alcuni gettano carte per terra e altro». Per l'assessore all'Ambiente, Fabio De Lillo, parlare di basso numero di multe «è una mistificazione della realtà, un'informazione faziosa e di parte». «Più decoro per la città è una priorità dell'Amministrazione Alemanno che in questi due anni ha messo in campo diversi strumenti - dice invece il consigliere comunale Pdl Federico Rocca - Certo bisogna intensificare controlli e sanzioni, ma per farlo servono uomini e mezzi sia dell'Ama che del Corpo dei Vigili Urbani. Sono convinto che questo nuovo anno potrà partire con strumenti e dotazioni adeguate a contrastare il degrado che insiste in alcune aree della città anche se il campo di azione è molto ampio, si va dalla lotta ai writers, ai proprietari dei cani, alla pulizia delle strade fino alla occupazioni di marciapiedi e strade da parti di bancarelle e furgoncini bar».

«Non sarebbe male - conclude Rocca - richiamare i cittadini a un maggior rispetto della città. Ci sarebbe meno lavoro per i nostri operatori che potrebbero svolgere un servizio migliore e più assiduo. Bisogna recuperare quel minimo di senso civico che sicuramente potrebbe contribuire a mantenere un maggior decoro per la città. Ovviamente la nostra amministrazione deve fare la sua parte e iniziare con controlli costanti su tutto il territorio, ma soprattutto bisogna sanzionare i trasgressori poiché finché avranno la convinzione che possono farla franca, continueranno con questo andazzo. Credo che sia opportuno iniziare a sanzionare anche chi getta un semplice pezzo di carta per terra - conclude Rocca - deve partire un messaggio che c'è un'amministrazione che non è più disposta a tollerare questi comportamenti ma confidiamo anche nel senso di responsabilità di tutti quei cittadini romani che amano la loro città e che vorranno aiutarci in questo lavoro per avere una Roma più ordinata e pulita».



Daniele DI Mario
07/01/2011




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Camorra su Facebook, la Polizia postale «Web usato per lanciare messaggi»

Usa, poliziotto colpisce automobilista con un manganello

Corriere della sera

 

Ripreso a sua insaputa da un cellulare

 

Ora comunista è un insulto per gli ex comunisti

di Paolo Bracalini


L'Unità difende il lìder Massimo beccato in vacanza a Saint Moritz tentando di rimuovere il passato. A costo di rinnegare le radici del Pci. Dalla barca alle scarpe di lusso: l'ex leader Ds ha sempre fatto il borghese snob



 

Ma che fantastica neve stamattina, compagno Kulisciov, qui nel soviet di Saint Moritz, noto rifugio operaistico ancora più accogliente degli Urali. La classe operaia non è andata in paradiso ma la classe politica cresciuta a Togliatti e vini sfusi nelle sezioni Pci, per lo meno, è andata in montagna. A questo punto, tra una serpentina su La Punt e un piatto di cervo e polenta in baita, dargli dei comunisti è puro anacronismo. Peggio, un’offesa terribile. Comunisti a noi?, pare chiedersi indignata L’Unità fondata da Gramsci ma rifondata da Brunello Cucinelli, re del cachemire. «D’Alema in vacanza, il premier insulta» riporta l’ex foglio comunista rivisto dalla sciantosa Concita De Gregorio, area Pd corrente Msc, «Mai stati comunisti».
L’insulto è appunto l’aver dato del «comunista» a Massimo D’Alema, un epiteto intollerabile per uno che a nove anni era iscritto all’Associazione pionieri (le falangi giovanili del Pci), a quattordici alla Fgci, di cui diventa poi segretario, primo scalino di una carriera luminosa tutta interna all’apparato del Pci, poi Pds, poi Ds, poi Pd. Nella grande rimozione freudiana che coinvolge una generazione, non si può mai nominare il rimosso, il passato cancellato dai nuovi traguardi borghesi raggiunti dagli ex compagni, la barca a vela, le scarpe fatte a mano, l’attico in zona chic, gli amici banchieri, le bottiglie di Moët & Chandon che abbondano - vedi foto - sul veliero del «mezzo Stalin» (uno dei tanti soprannomi guadagnati dalla portentosa antipatia di D’Alema). 
Sotto la trapunta in pura piuma d’oca e dietro la passeggiata agnelliana tra gli shop vipposi dell’Engadina, c’è sempre (o no?) il D’Alema che anni fa confessava alla Stampa di essere «uno dei pochi nel mio partito che ha le sue personali radici nella vicenda comunista. Per me il rapporto con l’Unione sovietica - spiegava Spezzaferro, altro soprannome - è stato qualcosa di importante, sono andato in Urss e nei Paesi sovietici più di venti volte», perché «c’è un’identità comunista che sopravvive al crollo del movimento comunista». Conclusione di allora: «Non ci penso proprio a togliere il ritratto di Togliatti da dietro la scrivania». Che sia stato sostituito da un ritratto di Reto Mathis, chef pluristellato de La Marmite, il rifugio dei gourmet di passaggio a Saint Moritz? 
Comunque sia, mai dare del comunista ad un ex comunista, L’Unità reagisce male. È capace di additare quei brutti comunisti di Vladimir Putin, Aleksandr Lukasenko e Nazarbayev, «i “veri” comunisti che piacciono a Berlusconi», sempre utilizzando l’aggettivo come infamante dispregiativo. Anche se, peraltro, Vladimir Vladimirovic Putin era membro del Pcus e giovane agente del Kgb proprio negli anni in cui il giovane D’Alema visitava gonfio di venerazione i campeggi modello della Siberia, più o meno quando il temibile comunistaccio di Lukašenko era direttore della sovhoz, la grande «fattoria» dello Stato sovietico, ammirato da Togliatti e altri padri intellettuali dello «svizzero» D’Alema. 
Trovare bizzarro che un uomo cresciuto nel culto del collettivismo sovietico calchi le stese piste da sci che Gianni Agnelli raggiungeva in elicottero (mentre poi si abbraccia la Fiom contro il padrone Marchionne), o stupirsi alquanto dei gusti snob dell’ex premier già comunista quanto a imbarcazioni e vacanze in alto mare lontano dal popolino in stuoia e ombrellone («Oggi non riesco nemmeno a concepire una vacanza che non sia in barca», disse una volta), non è riflesso da vecchi rincitrulliti («Mia nonna diceva “fa il comunista e va a sciare”», chiosa invece con la puzza sotto il naso la Concita) ma la domanda centrale sulla crisi che sta affondando gli eredi del Pci, non a caso seriamente minacciati dal più berlusconiano di loro, Nichi Vendola. 
«Ma se vanno a Saint Moritz anche loro, che fine hanno fatto i comunisti?» si chiede Alfonso Signorini, interpretando così nel cazzeggio televisivo un vero dramma storico. È del resto dalle pagine pettegole di Chi, come già aveva intuito Gad Lerner, che si cataloga nel modo più scientifico la politica e che la si decifra tramite le immagini, come pure nelle abbuffate ultracafonal immortalate da Dagospia. Il dramma posto dal «Vespa del nuovo decennio» (come la direttora dell’Unità chiama Signorini, per sfotterlo, senza accorgersi di dire una verità) si riassume plasticamente nell’immagine sconcertante di D’Alema in Engadina, l’ex pupillo di Natta che lì sembra un semplice cumenda in vacanza, con la Jaguar al calduccio in garage e la camera riconfermata di anno in anno all’Hotel della Posta. Problema: ma se dandogli del «comunista» L’Unità si offende, se gli si dà del borghese snob Concita che fa?





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Il ministro di Lula smentisce Carlà: fece pressioni

di Felice Manti



Tra moglie e marito non mettere il terrorista. Il giallo sul ruolo che la première dame francese Carla Bruni ha avuto nella mancata estradizione dal Brasile dell’ex terrorista Cesare Battisti si arricchisce di nuovi capitoli. Non c’è solo Bruno Berardi, presidente dell’associazione vittime del terrorismo Domus Civitas, a sostenere che la Bruni «chiese al presidente Lula di salvare Battisti». Anche l’allora ministro della Giustizia brasiliano, l’ex guerrigliero marxista Tarso Genro (quello che concesse - un po’ a sorpresa - l’asilo politico al leader dei Proletari armati per il comunismo), lo ammise durante un’intervista al giornale Zero Hora del 17 gennaio 2009: «Ho ricevuto indicazioni dalla sposa del presidente Sarkozy, che è impegnata nella campagna per il diritto alla difesa dei rifugiati politici come Battisti e Marina Petrella (...) assieme ad altri intellettuali».

L’attrice italiana, compagna del presidente francese Nicholas Sarkozy, nega oggi e negò allora. Rispondendo in tv a una domanda di Fabio Fazio a Che tempo che fa - era il 25 gennaio 2009 - aveva detto: «Non vedo come qualcuno possa pensare che la moglie di un presidente potrebbe andare a parlare di queste cose con il presidente di un altro Stato. Non mi permetterei mai, non ne ho l’ideologia». Poi però, solo qualche giorno dopo l’intervista da Fazio, proprio a Berardi aveva confessato di essersi in qualche modo «attivata con il marito perché ritirasse il decreto di estradizione della Petrella» ma soltanto «per pietà umana». Senza mai smentire questa circostanza.

Ma quando Carlà e Lula si trovarono faccia a faccia? L’incontro è quello di fine dicembre 2008, quando Sarkozy partecipò al vertice Ue di Rio de Janeiro preceduto da un articolo del settimanale francese Le Point nel quale si ipotizzava che i due presidenti avrebbero parlato anche del caso Battisti. Carlà era con lui, e si sarebbe fermata in Brasile fino al 29 dicembre per passare il Natale con il suo papà «biologico» Maurizio Remmert, che vive nel paese sudamericano dagli anni Ottanta.

Ad aumentare la confusione sulla vicenda due anni fa intervenne anche il senatore Eduardo Suplicy, vero e proprio pasdaran della causa Battisti. Suplicy è il compagno della giornalista Monica Dallari, figlia del giurista Dalmo: sarebbe proprio Dallari, secondo le indiscrezioni di stampa di allora, che avrebbe per primo suggerito all’amico e ministro Genro la strada dell’asilo politico. Decisione, narrano le cronache dell’epoca, che Genro avrebbe preso giusto un paio di settimane prima di ufficializzarla. Dov’era? Strano ma vero, proprio a Parigi. E, guarda caso, anche Suplicy aveva detto chiaramente che la Bruni si era interessata a Battisti. Innescando una bufera che non si spense nemmeno dopo le solite smentite di rito.

La più esagitata sostenitrice del caso Battisti è però la giallista Fred Vargas, pseudonimo di Frederique Audouin-Rozeau, e naturalmente amica di Carla Bruni. Che quando Battisti venne catturato in piena campagna elettorale per la corsa all’Eliseo (vinta proprio da Sarkò) affondò la lama contro il neo presidente francese, non ancora fidanzato con la Bruni: «Ha aspettato la scadenza elettorale per arrestare Battisti, al fine di trarne tutti i vantaggi personali. Poteva farlo nel 2006, non è una coincidenza che l’abbia fatto proprio adesso».

Il ruolo della Vargas è tutto da chiarire: secondo la polizia francese proprio dalla sua abitazione sarebbe partita Lucie Oles, la donna di 55 anni fermata a Rio de Janeiro con 9mila euro destinati a Battisti. Lei stessa, dopo la concessione dell’asilo politico, ammise candidamente l’esistenza di un misterioso uomo che aveva avuto un ruolo nella fuga di Battisti e soprattutto nella destinazione, il Brasile: «Cesare sa il nome dell’uomo dei servizi segreti francesi che gli diede l’idea di fuggire lì», disse la Vargas all’Ansa il 2 febbraio 2009. Per la giallista è «un agente che si muove dietro le quinte, certamente “di sinistra” in contatto con l’intelligence di Parigi sin dai tempi del governo Mitterand. È un segreto di cui parlerò quando questa storia sarà finita». Uno dei tanti.


felice.manti@ilgiornale.it



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L’ex giudice dell’Aja «Se l’Italia fa ricorso vince e il Brasile verrà condannato»

di Redazione


Cresce anche in Brasile la fronda contro la decisione dell’ex presidente Lula di non concedere l’estradizione per l’ex terrorista dei Pac Cesare Battisti. «È certo» che il Tribunale internazionale dell’Aja darebbe ragione all’Italia, perché non è stata rispettata la legge sull’estradizione. Lo ha affermato, secondo quanto riportava ieri la Folha, Francisco Rezek, ex ministro degli esteri del governo Collor de Mello ed ex giudice del tribunale dal 1997 al 2006. «La condanna del Brasile per non aver rispettato il trattato di estradizione è sicura - ha detto Rezek - ma si spera ancora che il Tribunale Supremo ripari l’errore commesso da Lula».

Intanto, oltre al danno la beffa, l’ex terrorista, se i suoi legali otterranno di farlo uscire dal carcere di Papuda, dove si trova recluso da quattro anni, potrebbe usufruire di una «rendita base di cittadinanza», come ha spiegato ieri un lettore al quotidiano leghista la Padania, che consente «a tutti i cittadini residenti in Brasile, anche stranieri, un vitalizio esentasse per soddisfare le esigenze minime di ogni persona, a prescindere dal loro status socio-economico». Lo prevede la legge 10835/04, voluta fortemente dal presidente del Brasile Luis Ignacio Lula da Silva. Tra qualche anno, dunque, per Battisti potrebbe scattare il vitalizio che, recita uno dei commi dell’unico articolo, «sarà di pari valore per tutti e deve essere sufficiente a soddisfare la spesa minima per ogni persona per il cibo, l’istruzione e la salute, considerando il grado di sviluppo e le possibilità di bilancio» e sarà considerato «reddito non imponibile ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche».

Insomma, la legge anti povertà voluta da Lula per migliorare le condizioni delle famiglie che vivono nelle favelas finirà per favorire il terrorista dei Proletari armati per il comunismo, condannato in Italia all’ergastolo per l’omicidio di quattro persone, scappato dalla Francia il 22 agosto del 2004 e arrestato in Brasile il 18 marzo del 2007.

Il suo destino, però, non appare ancora segnato. Battisti dovrà rimanere in carcere fino al prossimo febbraio, in attesa della decisione finale del Supremo Tribunal Federal di Brasilia, per finire di scontare la condanna a due anni per uso di passaporto falso comminata lo scorso 5 marzo dal giudice Rodolfo Kronenberg Harmann.



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Battisti, Brasile: "Niente scarcerazione Rimarrà in prigione fino a febbraio"

di Redazione




Il presidente del Supremo tribunale federale brasiliano ha respinto l'istanza dei legali di Cesare Battisti che ne chiedevano la scarcerazione. La decisione è rinviata al mese di febbraio quando si aprirà l'anno giudiziario. Gli avvocati dell'ex terrorista dei Pac: "Tenerlo in prigione è come un golpe"



 

Brasilia - Cezar Peluso, presidente del Supremo Tribunale Federale, brasiliano ha respinto l’istanza dei legali di Cesare Battisti che ne chiedevano la scarcerazione dopo il no all’estradizione deciso dall’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Lo riferisce il sito web del brasiliano Terra. Peluzo ha spiegato che gli avvocati dell’ex terrorista rosso condannato in Italia all’ergastolo per 4 omicidi non hanno fornito alcun elemento nuovo per sostenere che Battisti sarebbe perseguitato se fosse estradato in Italia. Peluso ha rinviato ogni decisione a Gilmar Mendes, giudice del Stf e relatore sul caso Battisti, che non potrà esprimersi fino al primo febbraio, all’apertura dell’anno giudiziario brasiliano al termine delle ferie che in Brasile cadono a gennaio. Sia Peluso che Mendes conoscono bene il dossier e a novembre del 2009 votarono entrambi con la maggioranza dei giudici del Stf a favore dell’estradizione di Battisti. Parere ribaltato da Lula nel suo ultimo giorno da presidente, forte di un parere dell’Avvocatura Generale dello Stato, organo governativo non indipendente a differenza del Stf.

I legali di Battisti: "Come un golpe" La decisione "individuale" del presidente del Supremo Tribunal Federal del Brasile, Cezar Peluso, di non liberare Cesare Battisti rappresenta "una specie di colpo di Stato": lo afferma in una nota il legale dell’ex terrorista rosso, Luis Roberto Barroso. La misura decisa "dall’eminente presidente" dell’Alta Corte viola le decisioni dell’ex presidente Lula, che lo scorso 31 dicembre ha detto ’nò all’estradizione in Italia, "del Supremo Tribunal Federal e il principio della separazione dei poteri in uno Stato democratico di diritto", afferma nel comunicato Barroso.




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