martedì 4 gennaio 2011

Giappone, il maratoneta è primo ma durante la volata finale sbaglia strada

Il Mattino


Pochi metri all'arrivo e il giapponese con la casacca rossa sembra avere la maratona in pugno. Sulla sua strada verso la vittoria c'è però un incrocio di troppo: il corridore infatti sbaglia strada e svoltando a destra viene incredibilmente sorpassato dagli avversari che lo inseguono. Un errore che costringerà l'atleta ad accontentarsi del gradino più basso del podio









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Ha 13 anni, è figlio del boss della piana del Sele e incendia scooter delle Poste

Non più Occidente L’islam adesso punta ai cristiani

di Marcello Veneziani


Col nuovo decennio il fanatismo islamico ha fatto un salto di qualità: il suo nemico principale non è l’Occidente americano, ma la Cristianità. Una lunga scia di sangue e di attentati, dal Sudan al Pakistan, dalle Filippine al Libano, dall’Irak all’Egitto, mostra che il passaparola è uno: terrorizzare i cristiani, colpirli e perseguitarli. E si teme ora per il Natale copto-ortodosso di venerdì e per il voto in Sudan di domenica. Di ogni strage si è cercato di dare finora una ragione locale, da conflitto interno ai Paesi, come quello egiziano tra copti e islamici. Ma quando i massacri colpiscono i cristiani in Paesi diversi e anche lontani, hai la sensazione che - come ha denunciato il Papa in solitudine - oggi il nemico mondiale dell’islam fanatico sia la civiltà cristiana.

Provo a dare una spiegazione: l’islam fanatico ha bisogno di un nemico per compattare i suoi credenti e richiamare sotto le bandiere feroci di Al Qaida i popoli che si ispirano ad Allah. L’America è stata finora il Nemico Principale, ma ora è caduto in sonno perché Obama non è Bush, e per i fanatici è importante che il Nemico abbia anche un volto e un nome. Al di là delle dicerie sulla sua matrice islamica, il colore della pelle e la provenienza etnica di Obama, e il suo legame più labile con Israele, lo rendono meno indigesto agli arabi e agli islamici tutti. Di conseguenza la Cristianità assurge a Nemico Simbolico, vista come la Religione dell’Occidente; di conseguenza (...)
(...) le popolazioni arabe, egiziane, pachistane, sudanesi o egiziane che seguono la religione cristiana sono considerate traditrici. Intelligenza col Nemico, la cristianità come veicolo di occidentalizzazione.

Non ho mai creduto alla guerra di religione ed ho scritto in passato che gli obbiettivi del fanatismo islamico erano sempre rigorosamente laici e riguardavano l’Occidente della finanza e del materialismo americano. Non a caso l’11 settembre colpirono le due Torri a New York e non la basilica di San Pietro a Roma. E così gli obbiettivi seguenti, da Londra a Madrid ai tentativi sparsi in Occidente, colpivano la metro e la City, non la cattedrale di Saint Paul o la Sagrada Familia di Barcellona. Ora qualcosa è cambiato, si avverte una svolta e questo ci chiama in causa anche in quanto europei. Perché, anche se noi non lo ricordiamo, l’Europa è comunque vista nell’islam e nel mondo come la culla della cristianità, cattolica e protestante. L’Europa, lo scrivevo già prima della strage di Alessandria, dovrebbe far sentire la sua voce, accompagnare l’appello del Papa che parla nel nome di una grande religione disarmata, senza pasdaran.

Perché, al di là delle confessioni, c’è la nostra civiltà, e noi non possiamo tirarci indietro nel difendere in quei cristiani massacrati anche la nostra civiltà, il nostro rispetto per i diritti delle persone e dei popoli e la loro libertà di culto. Un regista iraniano in cerca di pubblicità-martirio, variante islamica della pubblicità-progresso, desta da giorni in Occidente una vistosa solidarietà perché è stato condannato a sei anni dallo stesso regime che ha finanziato fino a ieri i suoi film, ma è a piede libero perché è solo al primo grado di giudizio. Intanto decine di cristiani vengono massacrati nel silenzio dell’Occidente, milioni di cristiani che rischiano la vita solo per andare in chiesa vengono considerati come un affare interno ai Paesi sovrani. Quando penso a quella gente uccisa solo perché crede in Cristo, quando rivedo quell’immagine di Cristo d’Alessandria schizzata di sangue dei suoi credenti, ripenso al nostro Paese e ai suoi tetri scristianizzatori.

Ripenso per esempio alla scuola elementare di Livorno dove il direttore ha vietato i canti religiosi per Natale, per non offendere gli islamici. Ripenso al consiglio d’istituto di Cardano al Campo, nel Varesotto, che ha vietato al parroco di entrare nelle scuole di ogni ordine e grado per la benedizione natalizia (e poi s’indignano per settimane intere per i simboli leghisti di Adro). Ripenso alle insegnanti della scuola elementare Santa Caterina di Cagliari che hanno disertato e fatto disertare la recita natalizia «per rispetto dei bambini musulmani». Ripenso alla scuola materna Casa del Bosco di Bolzano che ha cancellato le canzoni natalizie che citano Gesù, noto terrorista come Battista. Ripenso ai presepi cancellati, a Verona e non solo.

E potrei a lungo continuare con uno sciame di idioti, tra insegnanti, collettivi e genitori democratici che fanno del male ai bambini, islamici inclusi, privandoli del piacere di una festa pacifica, serena, gioiosa, che unisce e non discrimina nessuno. E violentano le nostre tradizioni, si vergognano della nostra civiltà cristiana, si prostituiscono all’islam che nemmeno gradisce l’offerta. Scommetto che tutta questa gente è di sinistra, legge e porta in classe giornali di sinistra. Li ripenso tutti insieme questi incivili di ritorno, questi buonisti sterminatori di innocue tradizioni di fratellanza mentre vedo quei cristiani massacrati dall’odio del fanatismo islamico ad Alessandria. E dico nel nome di quella gente, di quei bambini uccisi, di quelle facce ridotte a maschere di sangue e di quel Cristo che ha ripreso a sanguinare: vergognatevi.




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Padova, nonnina usa una bomba a mano come fermaporta

Il Mattino di Padova


Scoperta dal nipote dopo che l'anziana è stata ricoverata in ospedale. Era un ordigno di tipo "ananas" perfettamente funzionante. La nonna abitava in via Porciglia, in pieno centro




PADOVA. "Nonnina" usa la bomba a mano come fermaporta. Un ordigno che poteva esplodere. L'originale "attrezzo" è stato scoperto da un nipote "acquisito" (marito di una nipote dell'anziana), in un appartamento di via Porciglia, in centro a Padova: l'uomo, che ha 66 anni, è andato a far le pulizie nella casa della nonna dopo che questa, di 87 anni, è stata ricoverata in ospedale per alcuni malesseri.

Dopo la denuncia dell'uomo, gli artificieri della questura sono intervenuti per mettere in sicurezza la bomba a mano. E' un ordigno della prima Guerra Mondiale, di tipo "ananas", prodotto dalla fabbrica Sipe. Era senza spoletta, al suo posto c'era una vite. La bomba era un ricordo, lasciatole del marito.
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Maometto invade la Gran Bretagna: in 10 anni raddoppiano le conversioni

di Redazione



L'Independent lancia l'allarme: l'Inghilterra va verso l'islamizzazione. Negli ultimi 10 anni le conversioni sono aumentate al ritmo di 5mila all'anno



Londra - Sempre più inglesi scelgono il Corano. Il trend delle conversioni alla Mecca sembra crescere inesorabilmente, negli ultimi dieci il numero dei britannici devoti al Profeta è praticamente raddoppiato. Un trend - segnala il quotidiano The Independent -, che potrebbe portare all’islamizzazione del paese. La stima dei convertiti, sottolinea il foglio londinese, non è semplice perché i criteri dei censimenti britannici non tengono della religione di origine dei censiti se non i termini di dato secco (non considerano cioè se la religione professata sia quella in cui si è ’natì o un’altra).

Cinquemila conversioni ogni anno Secondo un nuovo studio realizzato dal think-tank Faith Matters, tuttavia, il numero dei convertiti all’islam negli ultimi dieci anni equivarrebbe a circa 100.000 persone, con una media di 5000 conversioni l’anno (di cui circa 1400 nella sola Londra). Rispetto a dati comparabili raccolti nel 2001 si tratta di un aumento del 50% circa.




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Berlusconi: "Battisti criminale vero" Il testimone: la Bruni telefonò a Lula

di Redazione


Il presidente del Consiglio incontra Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso dal terrorista: "Battisti ha rivestito di ideologia politica una sua realtà di criminale vero" E poi: "Racconteremo alla stampa europea chi è veramente" (Video). La testimonianza choc di Berardi: "Carla Bruni telefonò a Lula perché non fosse estradato". Santanchè: "Se è vero si deve vergognare". Oggi la protesta nelle strade: sit in dei politici. Ma la Ue gela l'Italia: "Questione bilaterale, non ci riguarda". La Farnesina: "Superficiale"





Roma - Nel giorno della protesta in piazza contro la decisione del Brasile di non concedere l'estradizione di Cesare Battisti il premier incontra Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 dal terrorista dei Pac (Proletari armati per il comunismo). Poco ore dopo, durante Sky Tg24 pomeriggio, Bruno Berardi, presidente dell'associazione Domus Civitas, svela un retroscena: "Carla Bruni telefonò a Lula per impedire l'estradizione di Battisti".



Berlusconi incontra Torregiani "Questa vicenda non riguarda i buoni rapporti che abbiamo con il Brasile - dice Silvio Berlusconi -, ma un caso di giustizia per cui i nostri rapporti con quel Paese non cambieranno a causa di questa situazione". Poi il giudizio netto su Battisti: "Mi sono radicato nell’idea che Battisti ha rivestito di ideologia politica una sua realtà di criminale vero. La sua è una vicenda che mi ha colpito molto. Il signor Torregiani non solo ha perso il padre, ma ha subito una grave infermità. Proprio lui che, ho saputo oggi, da ragazzo giocava bene al calcio e avrebbe voluto militare nelle giovanili del mio Milan".


"Conferenza stampa a Bruxelles con Torregiani" Poi un'idea per far conoscere al mondo il passato tra le file dei terroristi di Battisti: una conferenza stampa davanti a tutti i giornalisti europei a Bruxelles perché sappiano quello che ha fatto nel nostro Paese alla guida dei Pac. "Ho proposto a Torregiani di recarci a Bruxelles nella terza settimana di gennaio - ha detto il premiere durante un incontro con Torregiani - dove a cura del Partito popolare europeo di cui il Pdl fa parte, sarà organizzata una conferenza stampa di fronte ai giornalisti europei per far conoscere i fatti e per rendere possibile la dazione di una giustizia da parte della corte dell’Aja che abbiamo voluto adire". Poi: "Ho deciso di partecipare a questa volontà che anima lui e le altre vittime in modo convinto cercando di ottenere una decisione diversa dal Brasile non per vendetta ma perchè la giustizia si affermi". Alla fine del colloquio Torregiani racconta ai giornalisti la promessa fatta dal premier: "Maggiore fermezza e determinazione e se c’è bisogno del pugno duro lo useremo".


Berardi: "La Bruni telefonò a Lula" La première dame Carla Bruni si sarebbe spesa personalmente presso l'ex presidente brasiliano Lula perchè Cesare Battisti non fosse estradato. Lo ha affermato a Sky TG24 Pomeriggio Bruno Berardi, presidente dell’associazione "Domus civitas - vittime del terrorismo e mafia". La rivelazione - ha proseguito Berardi, figlio del maresciallo di polizia Rosario, ucciso dalle Br nel 1978 - sarebbe giunta da Carla Bruni stessa nel corso di una sua visita all’Eliseo, dove si trovava per la vicenda dell’ex brigatista Marina Petrella: "Mi ha detto di aver telefonato a Lula perchè non estradassero Battisti chiedendoglielo come favore personale e mi ha pregato di non dire nulla di questa vicenda. Non l’ho mai detto ma arrivato a questo punto che tutte speranze sono perse…". Il colloquio, ha reso noto Berardi, si sarebbe svolto con la première dame e con il segretario del presidente Sarkozy, che "mentre parlavamo mi ha raggiunto per telefono":"Mi assumo tutte le reposabilità di quello che sto dicendo", ha concluso il presidente di "Domus civica".  


Cicchito: "Da condannare il ruolo della Francia" "La storia di Battisti è molto chiara. Non c’è dubbio che sia un criminale, come non c’è dubbio che l’Italia non preveda una situazione in cui le libertà individuali sono a rischio". Lo ha sottolineato il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, parlando con i cronisti al sit-in di protesta a Piazza Navona contro il no del Brasile all’estradizione dell’ex terrorista rosso. "Il ruolo iniziale della Francia va condannato perchè è stato ambiguo", ha aggiunto Cicchitto, spiegando che Parigi "ha avuto un’influenza molto negativa in questa storia perchè molti anni fa la Francia è stato un territorio di rifugio per i terroristi". "L’influenza francese - ha concluso Cicchitto - si è estesa poi ad ambienti politici brasiliani".


Santanchè: "Se lo ha fatto se ne deve vergognare" Immediato e deciso il commento del sottosegretario Daniela Santanchè: "se lo ha fatto se ne deve vergognare". "Se è vero, e sottolineato se è vero, che si vergogni", ha proseguito, "stare dalla parte di chi ha le mani sporche di sangue per me è una vergogna. Battisti è semplicemente un criminale, un delinquente che poi si è messo il vestito ideologico per fare cosa? Per diventare chic, un intellettuale del cavolo?". Meglio, ha aggiunto, sarebbe "che Carla Bruni chiamasse Alberto Torreggiani e si prodigasse per le famiglie delle vittime del criminale Battisti". Tuttavia Santanchè ha tenuto a ricordare che la premiere dame non ha un ruolo istituzionale. "È un cittadino, per me non rappresenta niente altro, non fa il presidente della Repubblica", ha detto. 


La politica in piazza Tutti o quasi (manca il Sel di Vendola) in piazza per manifestare contro la decisione del governo brasiliano. Un centinaio di persone si è riunito a Roma, a piazza Navona. Diversi gli striscioni esposti dai manifestanti che chiedono a gran voce "giustizia e non vendetta" e definiscono Lula e Battisti "vigliacchi". Massiccia la partecipazione di esponenti del Pdl, del Movimento per l’Italia, dell’Udc al sit-in di protesta. Anche l'Idv di Antonio di Pietro protesta: "Oggi saremo in piazza per manifestare contro la decisione del governo brasiliano di non concedere l’estradizione a Cesare Battisti. È necessario, oggi più che mai, che tutte le forze politiche e sociali facciano sentire la propria voce contro il terrorismo. Maggioranza e opposizione, insieme, devono rivendicare il rispetto delle regole internazionali e assicurare alla giustizia un assassino". La Lega Nord ha manisfestato in mattinatadavanti al consolato brasiliano a Milano. Sostegno anche dal Pd tramite Vannino Chiti: "Un presidio giusto contro una decisione che appare incomprensibile". Anche il minsitro Giorgia Meloni è scesa in piazza con i ragazzi della Giovane Italia. Presente al sit in anche Alberto Torregiani: "Oggi è l’inizio di un cambiamento che molti di noi auspicavano", ha spiegato. "Grazie, oggi mi avete dimostrato che non sono solo", ha detto.


L'Ue se ne lava le mani Il caso Battisti è di natura bilaterale, e non c’è margine per un’iniziativa a livello comunitario per convincere le autorità brasiliane a estradare l’ex terrorista condannato in Italia all’ergastolo per aver partecipato a diversi omicidi. Lo afferma un portavoce della Commissione europea, parlando a nome dell’Alto rappresentante per la Politica estera comune, Catherine Ashton. "Si tratta - ha detto il portavoce, Michael Mann - di una questione bilaterale fra Brasile e Italia, quindi non di competenza dell’Ue. Spetta a Brasile e Italia decidere". Più tardi, a margine del briefing, il protavoce ha spiegato che "non ci sono accordi di estradizione fra il Brasile e l’Ue, e quindi l’Ue non ha la competenza per intervenire". Il portavoce (che sostituisce temporaneamente la collega titolare, ancora in vacanza) ha detto anche di non essere al corrente di alcuna iniziativa dell’Italia per sollecitare la solidarietà degli altri Stati membri e far salire al livello europeo la pressione sulle autorità brasiliane. 


arnesina: "Superficiale il funzionario della Ue" Considerato che un portavoce - presumibilmente di turno per il periodo festivo -, della Commissione europea ha già espresso, con superficialità, la sua valutazione sulla natura meramente bilaterale del "caso Battisti", la Farnesina precisa che il caso è assai più complesso e che non si esclude, proprio nelle prossime ore, un'iniziativa europea promossa dall’Italia sulla questione. 



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Una via per Almirante. Pacifici: «Mai» Donna Assunta: intervenga Alemanno

Il Messaggero

Il presidente della comunità ebraica: non è meritevole. La moglie: Il sindaco perchè tace? Non glielo perdono




ROMA - Una strada intitolata a Giorgio Almirante. Una miccia che è esplosa nella polemica politica romana partita dalla richiesta dell’Anpi (l’associazione dei partigiani italiani) di vietare una manifestazione per ricordare le morti di Acca Larentia. La richiesta finisce in fondo a tutte le parole perché Almirante a scaldare gli animi con scambi di offese da destra e da sinistra ma anche con la ferma posizione della Comunità ebraica romana.

Pacifici: le vie si dedicano solo ai meritevoli, su Almirante giudizio negativo. «Siamo felici di prendere atto dell’impegno assunto dal sindaco Alemanno di tenere conto delle sensibilità espresse non solo dalla nostra comunità, ma anche da chi condivide i valori dell’antifascismo». Così il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici a commento della ipotesi, circolata in queste ore, di una intitolazione di una via a Roma per l’ex segretario del Msi Giorgio Almirante. «Credo che sia quasi ovvio - ha aggiunto - sottolineare che il giudizio storico sul personaggio non può che essere di condanna totale per aver collaborato durante il ventennio alla nota rivista “La difesa della razza”, il più odioso libello di propaganda razzista e antisemita dell’epoca. Le vie si dedicano solo a uomini meritevoli».

Donna Assunta contrattacca. «Almirante può fare a meno della strada intitolata a Roma se il sindaco Alemanno non protesta contro chi vuole impedirlo. Giorgio ha strade anche dai comunisti, ha la bellezza di 200 strade in Italia. A me la cosa non interessa e chi non vuole farlo, come Alemanno, beh, non fa nulla. Quando il sindaco avrà bisogno di qualcuno, se il buon Dio mi darà vita, saprò rispondergli. Io questa cosa non la perdonerò al sindaco: se faccio una richiesta la faccio in una casa in cui mi accettano. Sono stati bravi quelli che hanno voluto una strada per Togliatti e l'hanno avuta». Così Assunta Almirante intervistata nella trasmissione «Roma Anch'io», in onda su RadioIes 99.8.

Di Veroli: allora si revochi via intitolata a mia zia Spizzichino. «E’ inaccettabile comprendere come sullo stesso suolo cittadino possano convivere una strada intitolata a mia zia Settimia Spizzichino, unica donna tornata viva dalla Deportazione del Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e una a Giorgio Almirante che considero tra gli ideologi e i sostenitori più attivi della propaganda antiebraica in Italia, culminata in deportazioni e assassini. Se mai una strada di Roma, dovesse portare il nome di Giorgio Almirante, chiedo fin d’ora che venga revocata quella intitolata a Settimia Spizzichino». Così in una nota Carla Di Veroli, Assessore Politiche Culturali Municipio Roma XI e componente del direttivo Aned Roma.

Ugei: non possiamo ignorare passato. «Il segretario de La Destra, Francesco Storace, ha chiesto al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, di mantenere la promessa di intitolare una via della città a Giorgio Almirante. Come giovani non possiamo ignorare il passato e quello che è il trascorso di questo signore». Dice il presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, Daniele Massimo Regard.

Gasperini: commissione non ha approvato alcuna proposta. A cercare di riportare un po’ di serenità è Dino Gasperini, assessore capitolino alla cultura. «In Commissione Cultura e Toponomastica di Roma Capitale non è mai stata approvata la proposta di una via dedicata a Giorgio Almirante. Risultano dunque incomprensibili queste polemiche basate sul nulla».

Foschi: sarebbe ennesimo rigurgito fascista.
«Questo ultimo strappo su via Almirante, sostenitore del “manifesto della razza” antisemita, sarebbe l’ennesima rigurgito fascista di questo sindaco che ha il cuore a destra». Lo dichiara in una nota Enzo Foschi, consigliere del Pd alla Regione Lazio.

Storace: vergognosa la nota dell’Anpi. «È vergognosa la nota dell’associazione partigiani che vorrebbe impedire la commemorazione dell’eccidio di Acca Larentia. Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni sono ricordati, oltre trent’anni dopo, perché la violenza non semini ancora lutti ed è oggettivamente scandalosa la pretesa di non doverli onorare. O l’odio antifascista serve ancora come passepartout per uccidere giovani di destra? L’Anpi vuol negare persino il ricordo di Giorgio Almirante. Ma non ci riuscirà mai. C’è un popolo che lo ama ancora». È quanto scrive sulla sua pagina Facebook, Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra.

Ciardi: basta razzismo politico. «Non si riesce a capire l’inutile polemica sollevata dal centrosinistra sulla proposta di intitolazione di una strada a Giorgio Almirante: un personaggio così importante nella storia della Repubblica ma che continua a subire veti da parte della sinistra con tesi che oggi hanno davvero una portata ridimensionata dalla storia». È quanto dichiara in una nota il consigliere Pdl di Roma Capitale, Giorgio Ciardi.

Martedì 03 Gennaio 2012 - 21:28    Ultimo aggiornamento: Mercoledì 04 Gennaio - 10:17




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Equitalia, il cane lupo e i cittadini

La Stampa

Massimo Gramellini


La guerra di sguardi lividi e carte bollate che gli italiani hanno ingaggiato da anni con Equitalia non ha nulla a che spartire con i gesti criminali di chi in questi giorni, nonostante le smentite della Storia, vuole farci credere che le ingiustizie si guariscano evocandone la madre: la violenza.

La guerra di cui ci occupiamo qui è una guerra fra poveri, anzi, fra impoveriti (le finanze individuali contro quelle pubbliche) ed è il sintomo di un’emergenza nazionale che precede e spiega tutte le altre: il rapporto fra i cittadini e lo Stato.

Secondo il manuale di educazione civica che prende polvere da decenni nelle nostre librerie, i cittadini sono lo Stato. E le tasse, di conseguenza, lo strumento per finanziare se stessi. Non pagarle rappresenta un atto di masochismo. Ma in Italia non è così. Per un italiano lo Stato è altro da sé, è un vampiro arrogante da buggerare più che si può. Di solito viene identificato con la casta costosa, pletorica e inefficiente dei politici, con il treno sporco e perennemente in ritardo dei pendolari, con il funzionario pubblico che digrigna i denti al di là dello sportello, complicandoci le cose facili e non semplificandoci quelle difficili.

D’altro canto, per un funzionario pubblico il cittadino italiano non è il suo datore di lavoro, ma un postulante. Non il comproprietario dello Stato, ma un suddito. L’effetto di questa estraneità reciproca, rimasta grosso modo inalterata dai tempi delle invasioni barbariche, si riverbera sulla relazione cruciale fra chi paga le tasse e chi le riscuote. Il contribuente considera Equitalia un taccheggiatore. Equitalia considera il contribuente un evasore.

Equitalia detesta il contribuente perché sa che egli farà o ha già fatto di tutto per fregarla. Perciò gli starà addosso con i metodi dell’inquisitore, applicando senza un briciolo di buon senso quelle leggi che le consentono di pignorare la casa e l’auto a chi non possiede nient’altro per lavorare e quindi per pagare le tasse. L’agenzia agirà come se avesse sempre ragione e quando la giustizia le darà torto si rifiuterà di riconoscerlo fino all’ultimo grado di giudizio, confidando nella stanchezza del cittadino, che pur di non spendere altri soldi in tribunale accetterà di pagare in forma scontata una somma che non avrebbe dovuto pagare affatto.

A sua volta il contribuente ritiene che Equitalia si accanisca contro di lui perché è piccolo e nero, mentre i grandi patrimoni vengono risparmiati e coloro che portano i soldi all’estero o mettono le proprietà immobiliari all’ombra di società di comodo non correranno mai alcun rischio. E’ portato a considerare veniali le sue colpe, anche quando ci sono, e sproporzionata la reazione della controparte.

Questo stato d’animo è aggravato, o forse addirittura determinato, dalla mancata percezione dell’interesse comune. La maggioranza degli italiani è convinta che le tasse riscosse da Equitalia non serviranno a pagare i servizi essenziali, ma a ingrassare i soliti noti, perciò vive l’evasione come una forma di autodifesa invece che come una diserzione sociale. In realtà i servizi, anche se pessimi, ci sono e ce ne stiamo accorgendo adesso che cominciano a scarseggiare. E ci sono anche gli evasori: quelli grandi, certo, ma pure i piccini, che la latitanza dei grandi non rende meno colpevoli.

Quando si parla di cartelle esattoriali ogni italiano diventa doppio. La sua parte A applaude all’irruzione delle Fiamme gialle negli alberghi di Cortina durante le festività natalizie, a caccia di ricconi esentasse. Ma la parte B solidarizza con gli abitanti di Cortina che dal prossimo Capodanno rischiano di perdere la clientela e quindi il lavoro. In genere questa parte B è particolarmente sviluppata quando l’azione invasiva dello Stato lambisce le nostre tasche. Quando invece tocca quelle degli altri, rifulge al massimo splendore la parte A. Una schizofrenia che raggiunge livelli di autentico interesse scientifico in una certa sinistra radicale a cui ha appena dato voce Beppe Grillo. Quella che invoca uno Stato cane lupo, da aizzare addosso agli evasori, tranne poi lamentarsi se il cane lupo Equitalia sbrana tutto ciò che fiuta.



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Stop all'appalto di Mister Finocchiaro A L'Aquila no ai 34 milioni della Caritas

Il Tempo


Fanno i moralisti piangono miseria e dimenticano i loro "scheletri". Sicilia: Nel mirino il ginecologo Melchiorre Fidelbo che è anche marito della presidente dei senatori del Pd. Abruzzo: le 17 strutture che la Caritas vorrebbe realizzare per restituire ai terremotati una vita quanto più possibile "normale", si sono perse nei cassetti della burocrazia comunale.
 

I


Un altro macigno s'abbatte sul Partito Democratico.E non si tratta dell'ennesima questione politica. Stavolta a far tremare gli uomini di Pier Luigi Bersani sono gli appalti nella sanità siciliana. Una vicenda su cui la procura di Catania ha aperto un'inchiesta. Nel mirino il ginecologo Melchiorre Fidelbo che "incidentalmente" è anche marito della presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro. Attraverso la sua società Solsamb, Fidelbo ha ottenuto un appalto da 350mila euro dall'azienda sanitaria di Catania per l'informatizzazione del presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre. Un appalto che, secondo gli ispettori inviati dalla Regione Siciliana, presenta «evidenti profili di illegittimità».

Questi i fatti. Il 30 luglio 2010 il direttore dell'azienda sanitaria catanese Giuseppe Calaciura, firma la convenzione con la Solsamb assegnando alla società di Fidelbo 350 mila euro per informatizzare l'unità sanitaria. Il 15 settembre il marito della Finocchiaro riceve i primi 175 mila euro. Il 15 novembre viene celebrata in pompa magna l'inaugurazione del Presidio territoriale di assistenza sanitaria di Giarre. Tra gli altri partecipano alla cerimonia l'ex ministro alla Salute Livia Turco, l'assessore alla Salute della Regione Siciliana Massimo Russo e, ovviamente, la senatrice Finocchiaro e il marito.


Formalmente sembra non esserci nulla di strano se non fosse che la vicenda ha scatenato negli ultimi mesi una serie di polemiche. Al punto che l'assessore Russo è stato costretto a incaricare due ispettori per verificare eventuali irregolarità nella procedure di appalto (che tra rinnovi e altri servizi poteva raggiungere la cifra di un milione e 600mila euro). E come una mannaia, alla vigilia del nuovo anno, è arrivato il responso: il servizio fornito dalla società di Fidelbo equivale a una sorta di "esternalizzazione", forma vietata dalla Regione Siciliana e quindi l'affidamento sarebbe illegittimo. D'altronde, visto il valore dell'appalto, si sarebbe dovuto fare un bando di gara di rilevanza comunitaria, a meno che il servizio non potesse essere offerto esclusivamente dalla società di Fidelbo.

 Così, nelle ultime ore del 2010, gli uomini della guardia di Finanza per ordine dei pm catanesi, hanno fatto ingresso negli uffici dell'assessorato alla Salute per acquisire documenti. E non è tutto: in queste ore, alla luce del verdetto degli ispettori dell'assessorato, la stessa Regione Siciliana ha chiesto alla direzione dell'azienda sanitaria di Catania di annullare la concessione rilasciata lo scorso 30 luglio e con la quale sono stati affidati alla Solsamb i lavori di informatizzazione del Pta. Lapidario, il responsabile della Sanità regionale ed ex magistrato Russo: «È evidente che quell'atto, se illegittimo come affermano gli ispettori, va subito revocato in autotutela dell'amministrazione». Tradotto: niente più business per Fidelbo. La spinosa questione assume adesso anche un risvolto politico. Infatti, la vicenda verrà inserita in un ordine del giorno del Parlamento siciliano. Intanto, sia la Finocchiaro, sia suo marito, annunciano querele, sostenendo tra l'altro, che sull'accaduto c'è stata una strumentalizzazione politica.



Gaetano Mineo
04/01/2011




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Il fulgido esempio dei doppiopesisti

Il Tempo


Sinistrati: la Caritas rivela: hanno detto no a 34 milioni per i terremotati. A Palermo inchiesta sull’appalto al marito della Finocchiaro. Questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana.

Il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente


Premessa: qui a Il Tempo non ci piace la magistratura d’assalto, ricordiamo sempre che il simbolo della legge è la bilancia, ci fanno orrore le sentenze preventive. Per queste semplici ragioni non mi bevo come nettare miracoloso i verbali delle procure e osservo che troppo spesso le inchieste iniziano con presunti colpevoli e finiscono con certissimi innocenti. E per questo credo che il signor Finocchiaro, il marito di Anna, capogruppo del Pd al Senato, sia al massimo un ingenuo. E sempre per queste ragioni penso che le accuse della Caritas alla giunta comunale dell’Aquila - e al suo sindaco Massimo Cialente - siano da pesare. In ogni caso, questi due casi sono emblematici perché si prestano ad esser rovesciati e a mostrare il doppiopesismo che ha distrutto la politica italiana e, in particolare, la sinistra nel suo complesso.



Se al posto del marito della Finocchiaro ci fosse stato, che ne so, il marito di Maria Stella Gelmini e se al posto del sindaco Cialente ci fosse stato, così tanto per gradire, Gianni Alemanno, secondo voi, cari lettori, cosa sarebbe successo? Immagino la scena: dichiarazioni sdegnate della Finocchiaro in Parlamento che chiedeva le dimissioni del ministro; interrogazioni e interpellanze dei democratici contro il primo cittadino della Capitale; titoloni cubitali dei giornaloni, servizi televisivi dove venivano intervistati gli studenti universitari che esprimevano il loro sdegno per la ministra tagliabilanci; marce di intellettuali e Ong sotto il Campidoglio e articolesse grondanti di vibrante protesta e severa indignazione. Due pesi, due misure. Questo è il fulgido esempio che viene dai sinistrati del Belpaese.


A Palermo, a Catania e all’Aquila, dove il Progresso perde sistematicamente le elezioni ma riempie le piazze di minoranze rumorose, si consuma una nemesi dell’opposizione. Quella che in Sicilia teorizza il Pdl come partito-mafia e in Abruzzo scarriola contro un governo che ce l’ha messa tutta per dare una casa ai terremotati e affrontare un’immane tragedia. Non mi interessano le contese giudiziarie, le lasciamo ai magistrati e speriamo vivamente che si chiudano nel migliore dei modi, ma siamo invece molto attenti al costume politico, ai suoi tic, alle sue ipocrisie e mancanze. Uno dei motivi per cui il sistema politico italiano è bloccato alla contesa tra berlusconiani e antiberlusconiani è proprio questa incapacità di fare autocritica da parte della sinistra, l’assoluta impermeabilità alla civiltà del dibattito e al rispetto dell’avversario.



Forti della barzelletta della presunta superiorità morale, hanno raccontato al Paese per decenni di essere «diversi» e se qualcuno veniva beccato con le mani nella marmellata (o sulla pistola) erano solo e soltanto «compagni che sbagliano». Mi dispiace, ma non è così. Noi quella favoletta non ce la sorbiamo. La sinistra non ha niente di superiore, semmai ha un passato imbarazzante (ricordate il comunismo?) e un presente da raccontare nel bene e anche nel male. Non sto dicendo che i partiti sono tutti uguali, non cado nel qualunquismo del «magna magna» e sciocchezze simili. A destra e a sinistra ci sono fior di galantuomini. Ma nella gestione del potere emergono debolezze, fatti privati e pubblici, comportamenti disinvolti e arroganti che non sono esclusiva di un partito, sottoprodotto di un gruppo di persone. La rappresentazione che la sinistra ha voluto sciaguratamente dare del Paese e della sua storia contemporanea è un boomerang che a ondate si abbatte contro i postcomunisti.


La loro ipocrisia ha dipinto una realtà che non esiste, un mondo spaccato in due, hanno fornito una versione manichea della vita sociale che gli si sta rivoltando contro. É dai tempi di Berlinguer che vanno avanti con il mito della «diversità» e della superiorità antropologica e culturale. Solo che Berlinguer era comunista, lo era fieramente e non ripudiò neppure per un minuto la sua ideologia. I suoi eredi invece, «i ragazzi di Berlinguer» hanno sciolto il Pci e si sono scoperti post-tutto, post-muro e post-qualcosa pretendendo di essere «diversi» e migliori. E a forza di ripeterselo ci hanno creduto. E il risultato di questo mantra è sotto gli occhi di tutti. Dal governo centrale a quello locale, i postcomunisti hanno deluso, lasciato macerie e mai fatto un passo avanti verso quell’Italia moderata, di centro-destra, che merita più attenzione e rispetto.



Chi vota per il centrodestra non ha l’anello al naso, non è un lobotomizzato del Biscione, non parla solo del Milan e delle veline di Striscia la notizia. All’Aquila abbiamo assistito a una ignobile campagna di carriolanti che hanno strumentalizzato un evento come il terremoto a fini esclusivamente politici. Per mesi e mesi è stato narrato un mondo dove il governo Berlusconi se ne infischiava dei terremotati, degli aiuti, della zona rossa, della ricostruzione. Era come se a Palazzo Chigi ci fosse un’orda di barbari impegnati a banchettare sul tavolo mentre sotto le tende dell’Aquila si soffriva e pregava per il ritorno del Pd alla guida del Paese. Uno spettacolo misero che i terremotati per primi non avrebbero meritato. Poi leggiamo che la Caritas aveva milioni di euro di buoni progetti e al Comune hanno pensato bene di respingerli al mittente. Avranno avuto le loro ragioni, non ne dubito, ma in onore di quella trasparenza che hanno sempre invocato, per rispetto dei tanti italiani che hanno messo i soldini e spedito un aiuto, avrebbero potuto spiegare bene il per come e il perché di certe scelte.


A Gianni Chiodi, governatore dell’Abruzzo, non si perdona niente e tutti sanno che disastro sta affrontando: ha ereditato un bilancio regionale a pezzi e in Abruzzo prima non governavano i marziani ma la sinistra illuminata e sindacalista. A Palermo e a Catania si è parlato a ogni piè sospinto di corruzione, collusione con la mafia, nepotismi e favoritismi a senso unico. E ora scopriamo che il signor Finocchiaro aveva un suo appaltino di cui a noi non importa un fico secco se non fosse che la moglie Anna tutti i giorni fa il predicozzo al governo e lo dipinge come un manipolo di conquistadores che stanno massacrando gli italiani a colpi d’ascia. La macelleria sociale di cui parlano con enfasi i signori e le signore dell’opposizione è quella che dimentica la realtà e la deforma, la porta verso un dibattito pubblico che è un pozzo avvelenato e poi quell’acqua putrida viene data da bere a tutti i cittadini. A giudicare dai risultati elettorali degli ultimi anni, non hanno grande successo, ma stendono un mantello plumbeo sul dibattito politico, quel minimo che era rimasto, e fanno suonare a morto le campane del Parlamento.

Mario Sechi
04/01/2011




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Morto in carcere a 19 anni, la madre non si rassegna: «Non è stato suicidio»

Corriere della sera

L'associazione Antigone presenta un esposto alla procura sulle troppe stranezze del caso. «Inchiesta frettolosa»


CATANIA - Per i magistrati la morte di Carmelo Castro è un caso chiuso, ma la madre non si rassegna e con lei l’associazione Antigone che ora ha ufficialmente presentato un’istanza alla Procura di Catania per chiedere di riaprire le indagini.
Carmelo Castro è morto in carcere il 28 marzo del 2009, a soli 19 anni. Era stato arrestato per aver fatto il palo in una rapina. Tre giorni dopo aver varcato il portone del carcere di Piazza Lanza si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda. Cosi è stato scritto nella relazione di servizio e questo ha confermato anche il gip Alfredo Gari che ha già respinto una prima richiesta di riapertura delle indagini presentata dalla famiglia del ragazzo.


LA MADRE - Ma la madre Grazia La Venia non si stanca di ripetere: «Mio figlio non può essersi suicidato, non era in grado nemmeno di allacciarsi le scarpe da solo, figuriamoci attaccare un lenzuolo alla branda e impiccarsi». Al suo fianco ora si schiera l’associazione Antigone che nell’esposto alla Procura si sofferma sulle troppe stranezze di questa vicenda e sull’inchiesta condotta in modo a dir poco frettoloso. «Nel corso delle indagini preliminari non è stato disposto il sequestro della cella, né del lenzuolo con il quale Castro si sarebbe impiccato –si legge nell’esposto- a questo, si aggiunga che non è stato sentito nessuno del personale di polizia penitenziaria intervenuto, né il detenuto che avrebbe portato il pranzo a Castro e che sarebbe l’ultima persona ad averlo visto ancora da vivo».

I DUBBI - La denuncia riprende molti dei dubbi già sollevati dal legale della famiglia Castro. «Come può una persona che muore impiccandosi presentare delle ipostasi, cioè addensamenti di sangue alla schiena, e non agli arti inferiori? –si chiede l’avvocato Vito Pirrone - e ancora come può chi sta per suicidarsi consumare un pasto abbondante come risulta dall’autopsia e tra l’altro in un contesto in cui non si capisce quando sia stato distribuito il vitto ai detenuti? Perché un detenuto suicida viene trasportato in ospedale a bordo di un’auto di servizio e non in ambulanza?». L’associazione Antigone arriva addirittura a chiedere la riesumazione del cadavere per accertare, se ancora possibile, eventuali tracce del «pestaggio a cui secondo la denuncia della famiglia sarebbe stato sottoposto nella caserma dei carabinieri e che sono visibili dalla stessa foto segnaletica».


Carmelo Castro

LE FREQUENTAZIONI - Nell’esposto si ricostruisce anche il contesto delle frequentazioni del giovane. Un gruppo di pregiudicati del suo paesino, Santa Maria di Licodia, con i quali si era reso responsabile della rapina per la quale è stato arrestato. Gli stessi che pare non lo volessero assolutamente fare uscire dal giro e che per questo lo avrebbe anche minacciato e picchiato. Particolari raccontati dallo stesso Castro ai carabinieri dopo l’arresto «da tempo vivo in una condizione di assoluta paura –fece mettere a verbale quel giorno - poiché a seguito dell’arresto di Vincenzo Pellegriti, detto u chiovu, molti dei soggetti pericolosi che lo stesso serviva hanno iniziato a pensare a me come il suo naturale successore. Tale scelta da parte di questi individui forse è stata dettata dal fatto che i medesimi vedevano nel sottoscritto un ragazzo che era rientrato dalla Germania e che quindi non aveva particolari legami con alcuno e contestualmente non era particolarmente in vista alle forze dell’ordine». Sempre in quella occasione Castro precisava: «Il mio stato di soggezione ad altri soggetti del gruppo deriva dal fatto che gli stessi mi hanno spesso picchiato. Ricordo, in particolare, che meno di un mese fa gli stessi mi fratturarono il naso perché mi rifiutavo di aiutarli in alcune scorribande ed altri reati che gli stessi avevano progettato di compiere». Che questi retroscena possano avere un nesso con la misteriosa morte in carcere è tutto da verificare ma, secondo l’associazione Antigone, nuove e più approfondite indagini potrebbero servire a fugare definitivamente ogni dubbio sulla morte di un ragazzo di appena 19 anni.

Alfio Sciacca
(asciacca@corriere)
03 gennaio 2011(ultima modifica: 04 gennaio 2011)

Notizie sul traffico, guerra tra le radio Autostrade rompe con Isoradio

Wikileaks: "Il calcio bulgaro è in mano alla mafia"

Quotidiano.net


El Pais svela un cable dell'ambasciata Usa a Sofia: tra i proprietari di club ci sarebbero mafiosi e trafficanti d'armi. "Scommesse clandestine, riciclaggio e mancato pagamento delle tasse avvelenano il campionato"


Roma, 3 gennaio 2011 - Il calcio bulgaro è nelle mani della mafia. E’ quanto rivelato nei file diplomatici resi noti da WikiLeaks e pubblicati dal quotidiano spagnolo El Pais. Il rapporto dal titolo “Il calcio bulgaro riceve un cartellino rosso per corruzione”, inviato dall’ambasciata americana a Sofia, spiega come la maggior parte dei club della massima serie del campionato bulgaro siano di proprietà o indirettamente controllati da uomini della mafia che si servono delle società per riciclare il denaro sporco e per accrescere la propria immagine.

“E’ largamente accertato che i club di calcio bulgari sono controllati direttamente o indirettamente da figure della criminalità organizzata che utilizzano le squadre come un mezzo di legittimazione, di riciclaggio del denaro o di facili guadagni”, si legge nel dossier.

Le squadre di calcio che all’epoca del comunismo appartenevano ai comuni, alle forze armate o alla polizia, “sono stati venduti alla nuova elite economica conosciuta per la sua vicinanza con la criminalità organizzata e i vecchi servizi segreti”, scrive nel rapporto l’incaricata Susan Sutton. “Oggi quasi tutte le squadre appartengono o sono legate a delle personalità dela criminalità organizzata”. Tra queste spiccano i nomi di alcuni dei maggiori club bulgari: Levski Sofia, CSKA Sofia, Litex Lovetch, Slavia Sofia, Lokomotiv Sofia e Lokomotiv Plovdiv.

Il rapporto rivela che tra i proprietari di queste squadre ci sarebbero: un trafficante d’armi, un prestanome di un uomo d’affari russo espulso dalla Bulgaria e tre feroci mafiosi. “Le accuse di partite truccate, scommesse clandestine, riciclaggio e il mancato pagamento delle tasse, avvelenano il campionato”. La giustizia bulgara sta indagando sulla regolarità di otto partite, dopo la denuncia dell’Uefa su un sospetto giro di scommesse.



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Hacker all'assalto dell'ospedale di Veronesi

Il Giorno


Massiccio attacco informatico giovedì mattina, per quattro ore gli hacker resistono ai tecnici. Un lavoro condotto da autentici "esperti" capaci di violare l'Intranet aziendale


Milano, 4 gennaio 2011 - Un attacco informatico in grande stile contro lo Ieo del professor Umberto Veronesi, il tempio dell’oncologia privata milanese. Un lavoro non certo condotto da dilettanti, ma «da esperti», dicono a mezza bocca i tecnici della sicurezza informatica, con conseguenze imponderabili, specie se si fosse verificata qualche violazione della privacy. Dopo la querela, le indagini sono state affidate alla Polizia Postale di Milano, che dovrà cercare risposte a più di una domanda: cosa cercavano i cyber criminali, che hanno resistito per quattro ore ai tentativi di difesa messi in atto dai tecnici di Opera?

Cos’è successo la mattina del 30 dicembre in cui si è combattuta nell’etere una guerra invisibile, tra nemici che nemmeno si potevano guardare in faccia e che magari si fronteggiavano a migliaia di chilometri di distanza? Chi e perché ha tentato l’intrusione nel database di un ente sanitario di tale livello? Nessuna tesi è esclusa.

In particolare, tra le più curiose circolate tra i dipendenti dello Ieo, un attacco personale a Veronesi, per esempio, per le sue recenti posizioni sul nucleare. O la tentata «clonazione» delle cartelle cliniche di qualche paziente illustre, da utilizzare a fini illeciti e ricattatori. Quel che è certo è che, nonostante le voci preoccupate del pomeriggio, nessun dato sensibile sembra essere andato perduto. Anche se questo non esclude che possa essere stato copiato.

L’attacco degli hacker è stato intercettato attorno alle 9 del mattino di giovedì scorso, quando alcuni dipendenti hanno rilevato una prima serie di «stranezze» nel sistema Intranet (il web interno). A quel punto è scattata la procedura di difesa degli addetti al sistema informativo, che hanno messo in atto svariati tentativi di blocco, tutti regolarmente scavalcati, almeno per qualche ora.

Alle 13.02, il responsabile inviava una mail a tutti i 1.500 dipendenti della struttura (molti dei quali peraltro già in ferie): «Tutti i sistemi informatici del nostro Istituto sono in questo momento sotto attacco informatico, con caratteristiche che appaiono di matrice dolosa e proveniente da figure con competenze specifiche ed una approfondita conoscenza della struttura interna del sistema stesso».

Un’espressione chiara. Non dilettanti. Forse nemmeno estranei. «Per questo - continuava la mail - siamo costretti ad adottare drastiche misure aggiuntive..., atte a ridurre possibili ulteriori interventi dannosi». Le misure erano tre: chiusura completa dell’accesso a Internet, atto indispensabile per impedire accessi dall’esterno non controllati. Modifica di alcune password amministrative e altri interventi interni ai sistemi.
Abbottonatissimo e conciso il Direttore Pianificazione e Controllo, ingegner Nicola Spada. «Nessun dato ci risulta perduto - conferma - anche se i nostri tecnici hanno dovuto fare davvero un superlavoro. Ma il sistema di difesa era evidentemente buono».

A Spada riferisce Pierandrea De Grandis, direttore del Servizio Sistemi Informativi. Il bilancio degli danni sarà cosa dei prossimi giorni. certo, scegliendo di forzare l’Intranet aziendale, gli hacker hanno puntato diritti al portale del servizio accettazione. Un elemento sul quale, di sicuro, si concentrerà la polizia postale.
di Enrico Fovanna




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Mette sonnifero nel caffé e poi la rapina Un filmato incastra la falsa infermiera

Il Messaggero


La vittima è una 77enne conosciuta su un autobus
Sottratti bancomat e 140 euro. Incastrata da un video



Il caffè galeotto
Il caffè galeotto


BARI - Una massiccia dose di sonnifero per far addormentare e poi rapinare la vittima: una donna anziana di 77 anni. Una quantità di sostanza che avrebbe anche potuto essere fatale. È accaduto a Bari dove i poliziotti della squadra mobile in poco meno di dieci giorni sono riusciti a fermare la presunta responsabile: si tratta di Silvana Santorsola, 41 anni, con qualche piccolo precedente di polizia. Il fermo è stato convalidato ieri dal gip e le accuse contestate sono rapina, uso indebito della carta di credito e ricettazione.

I FATTI - Gli investigatori della mobile coordinati da Fausto Lamparelli hanno così ricostruito i fatti: il 21 dicembre scorso la 41enne ha «agganciato» l'anziana ad una fermata sull’autobus in centro a Bari e spacciandosi per un'infermiera è salita con lei sul bus e e l'ha accompagnata fino a Carbonara dove abita la 77enne. Poi le ha detto che sarebbe stata disponibile nel caso in cui avesse avuto bisogno. Successivamente è riuscita ad ottenere un appuntamento con la nonnina e si è presentata a casa sua. Insieme hanno consumato un caffè ed è stato allora - secondo la polizia - che la finta infermiera avrebbe versato il sonnifero nella bevanda. Poco dopo la padrona di casa si è addormentata e la giovane ne avrebbe approfittato per portare via una carta bancomat e circa 140 euro trovate nell’appartamento. Quel che è peggio è che la vittima ha dormito venti ore di fila prima di essere risvegliata dalla figlia che non avendo più notizie del genitore è andata personalmente a controllare cosa fosse accaduto.

LE INDAGINI - La 77enne è stata accompagnata in ospedale dove i medici le hanno riscontrato uno stato di stanchezza probabilmente dovuto a qualche sonnifero. La figlia della donna ha denunciato il fatto alla polizia e sono state avviate subito le indagini. Così gli investigatori hanno scoperto che il bancomat era stato usato due volte: in un negozio di giocattoli e in una gioielleria. I poliziotti hanno ascoltato i commercianti e poi acquisito un filmato delle telecamere a circuito chiuso di uno dei due negozi dove Santorsola è riconoscibile. Così il 31 dicembre la donna è stata rintracciata nella sua casa in via Napoli, al rione Libertà e poi sottoposta a fermo. Durante la perquisizione in casa della giovane donna è stata trovata la merce che aveva acquistato con il bancomat e nella borsa c’era un flacone di un antidepressivo, l’EN che assunto in dose massicce può essere pericoloso. Sono in corso le indagini per verificare se la finta infermiera ha messo a segno altre rapine utilizzando lo stesso meccanismo. Intanto dal dirigente della mobile Lamparelli arriva un appello agli anziani: «Diffidate sempre degli sconosciuti e non permettete loro di entrare in casa».

Angela Balenzano
04 gennaio 2011




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Giovani e tariffe tutti i paletti degli avvocati

Il Mattino


di Antonio Vastarelli
L'unico vero smacco subito dal governo guidato da Mario Monti, nelle poche settimane trascorse dalla sua nascita, è quello del dietrofront sulle liberalizzazioni che, dopo essere state inserite nella manovra salva-Italia, sono uscite - nottetempo - dal testo definitivo licenziato dal Parlamento. Gli italiani cercano ancora il colpevole della rimozione, visto che nessun leader politico si azzarda ad opporsi apertamente a misure che sono viste, dalla stragrande maggioranza dei cittadini, come un simbolo della lotta ai privilegi della casta dei professionisti.




Ognuno vorrebbe, ovviamente, liberalizzare i settori in cui pescano elettoralmente i suoi avversari, e non quelli del proprio bacino: battere le resistenze di lobby e corporazioni, quindi, non sarà affatto facile nemmeno per un premier che è stato commissario europeo alla Concorrenza ed un sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, che arriva fresco fresco dalla poltrona di numero uno dell'Antitrust.

Tra i punti più spinosi in agenda, c'è la riforma delle professioni: e, quando si parla di Ordini, il primo che viene in mente, l'Ordine per eccellenza, è quello degli avvocati che si sono dimostrati, in più di un'occasione, capaci di farsi rispettare.

A dimostrarlo, la rivolta di 22 avvocati parlamentari del Pdl che, nell'estate scorsa, hanno fatto naufragare il pacchetto di liberalizzazioni allo studio dell'allora esecutivo Berlusconi (che prevedeva l'abolizione dell'esame di abilitazione anche per la professione forense) con una semplice lettera in cui minacciavano di far cadere il governo, se la misura non fosse stata ritirata (così come poi è effettivamente accaduto).

Accusati di voler difendere i propri privilegi, gli avvocati rispondono che la loro intenzione è solo quella di tenere alta la professionalità degli iscritti all'Ordine, soprattutto a tutela della clientela, e negano intenzioni ostruzionistiche, ricordando che alla Camera è bloccata una riforma dell'ordinamento forense, già approvata al Senato, alla quale l'avvocatura ha dato il suo contributo.

Per questo hanno già minacciato, nelle scorse settimane, scioperi e proteste clamorose contro riforme che non dovessero coinvolgerli attivamente nella stesura. Tante le voci circolate che non sono piaciute ai vertici della categoria: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dato rassicurazione su una di esse negando l'intenzione del governo di abolire l'Ordine, al quale, tra l'altro, è iscritta.

Restano, però, sul tappeto questioni di primaria importanza, quattro in particolare: l'abolizione delle tariffe minime, la possibilità per gli avvocati di creare società di capitali anche con la maggioranza detenuta da non iscritti all'Albo, le modalità di accesso alla professione e l'equo compenso dei praticanti.

Per quanto riguarda il primo punto, c'è da notare che le tariffe minime sono state già abolite nel 2006 dal decreto Bersani: oggi, quindi, il cliente può liberamente negoziare la parcella con l'avvocato. Le tariffe fissate dall'Ordine restano applicabili solo in caso di gratuito patrocinio e liquidazione giudiziale (quando, cioè, spetta al giudice stabilire in un procedimento i compensi): in questi due casi sarebbe, tra l'altro, dannoso, secondo gli avvocati, eliminare definitivamente le tariffe (attraverso l'abrogazione dell'articolo 2233 del codice civile) perché verrebbero meno criteri oggettivi per la determinazione dei compensi che rischierebbero, quindi, di essere calcolati in maniera arbitraria.

Per quanto riguarda le società di capitale, chi ne vuole l'introduzione pensa ad un mercato più libero, con l'ingresso di nuovi soggetti e una maggiore concorrenza che determinerebbe un servizio di più elevata qualità a tariffe più basse. Gli avvocati temono, invece, che si possa snaturare la professione forense, in cui contano molto le qualità individuali, assimilandola ad un'impresa commerciale che consentirebbe il controllo di studi legali, attraverso il capitale, anche ad avvocati radiati dall'Albo, piuttosto che a banche, assicurazioni e grandi aziende fornitrici di servizi, soggetti contro i quali più spesso intentano cause civili i cittadini.

Le questioni più spinose sono, però, quelle che riguardano l'accesso alla professione e il trattamento economico dei praticanti: nel primo caso, scartata l'abolizione dell'esame di abilitazione (che è un tabù per i vertici della categoria che ritengono, tra l'altro, già troppo facile l'accesso alla professione), si parla di riduzione del periodo di tirocinio; nel secondo, c'è l'esigenza di dare risposta ai tanti giovani che accettano di lavorare negli studi legali anche gratuitamente.

Secondo la ricerca ”Professionisti: a quali condizioni?” dell'Ires Cgil, solo il 43,8% dei praticanti avvocato sondati riceverebbe un compenso mensile. I senatori radicali Donatella Poretti e Marco Perduca propongono, inoltre, di abolire il limite di 6 anni all'esercizio limitato del patrocinio (concesso a chi è praticante da almeno 12 mesi) per evitare che, se in questo arco di tempo non si supera l'esame di abilitazione, si perda la possibilità di patrocinare in proprio: così si potrebbe creare la figura intermedia del patrocinatore legale, che potrebbe dar sbocco economico a migliaia di tirocinanti.

Martedì 03 Gennaio 2012 - 16:49    Ultimo aggiornamento: 18:06




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La terapia Di Bella? Andiamoci piano con l'entusiasmo..."

di -

Franco Berrino, epidemiologo dell'istituto dei tumori di Milano, cita uno studio del 1999 che non dimostrò una miglior sopravvivenza nei pazienti trattatti con il metodo Di Bella. Vai alla sezione


Franco Berrino, epidemiologo. Lavora all’istituto dei tumori di Milano dal 1975 dove è impegnato in vari progetti di ricerca e di prevenzione: dal registro dei tumori lombardo, agli studi Diana per le donne colpite dal cancro al seno.

Fra i suoi impegni la divulgazione dei principi della sana alimentazione, che fa attraverso conferenze e corsi di cucina aperti al pubblico e, a Cascina Rosa (il dipartimento di Medicina preventiva e predittiva dell’istituto), alle donne che hanno avuto un carcinoma mammario.

Professor Berrino cosa pensa della cura Di Bella?

“Dico di andarci piano con l’entusiasmo. Anche il professor Luigi Di Bella probabilmente si illudeva che molti suoi pazienti fossero guariti, quando invece erano morti”.

A quali si riferisce?

“A quelli citati nello studio condotto dall’epidemiologa Eva Buiatti. La studiosa analizzò le cartelle cliniche dei pazienti del professor Luigi Di Bella, dal ’71 al ’98, confrontò la loro storia con i dati dei registri dei tumori nazionali e dimostrò che la terapia Di Bella non garantiva miglior sopravvivenza”.

Lo studio è apparso su Cancer n° 86 del 15 novembre 1999 pag. 2142, Buiatti è partita da 10mila cartelle prese dallo studio di Di Bella, ha scartato i pazienti che non avevano un tumore, quelli che vivevano in una regione senza registro nazionale dei tumori, quelli di cui non si era certi che si fossero curati con la Di Bella, si è arrivati a 248 cartelle cliniche di altrettanti pazienti. Di questi 196 erano morti, dei rimanenti sono state prese in considerazione 4 persone che avevano seguito soltanto la Di Bella perché le altre avevano fatto anche le cure tradizionali. Dopo due anni di questi 4 ne era rimasto vivo solo uno. Professore, non è un po’ poco basarsi su 4 pazienti?

“Ovviamente i pazienti andavano dal professor Di Bella dopo il fallimento delle terapie tradizionali, e comunque morivano ugualmente”.

Cosa pensa dei farmaci usati da Di Bella?

“Non sono competente per valutare l’insieme dei farmaci utilizzati. Troppi antiossidanti però potrebbero favorire la crescita tumorale, anziché inibirla. Ci sono studi che dimostrano che alte dosi di vitamina E aumentano la mortalità generale e possono favorire la comparsa del cancro alla prostata e eccessi di betacarotene non giovano a prevenire il tumore al polmone nei fumatori, anzi ne fanno aumentare l’incidenza, verosimilmente perché impediscono l’apoptosi (la morte programmata delle cellule)”.

Sull’uso della melatonina però lei è favorevole.

“Sì, è dimostrato che le donne che si ammalano di cancro al seno hanno bassi livelli di melatonina e che le donne che fanno lavori notturni rischiano di più di ammalarsi di tumore alla mammella”.

La somatostatina?

“So che è utilizzata per alcuni tumori”.

Per prevenire i tumori lei invita a seguire un’alimentazione che tenga sotto controllo i fattori di crescita, senza zuccheri, farine bianche, latte vaccino. In caso di cancro conclamato suggerisce di evitare il consumo di arance e di frutta ricca di poliammine, perché queste stimolano la crescita dei tessuti. Come giudica la terapia Di Bella che farmacologicamente (con somatostatina e non solo) attacca i tumori togliendo loro tutti i fattori di crescita?

“Sempre più studi indicano che livelli alti di fattori di crescita nel nostro ambiente interno favoriscono lo sviluppo del cancro e, in chi si è ammalato, la comparsa di metastasi. Noi lavoriamo con la dieta per riequilibrare il nostro ambiente interno, l’industria farmaceutica investe su molecole che riducono la sintesi dei fattori di crescita o ne ostacolano il funzionamento, purtroppo generalmente molto tossiche.

Ben vengano ricerche su strategie di intervento a bassa tossicità”.

Sulle proprietà dei retinoidi? Umberto Veronesi ripete da diversi anni che la fenretinide, il derivato di sintesi dei retinoidi, è un efficace antitumorale.

“E’ una via di ricerca di grande interesse per la prevenzione del cancro mammario Non conosco studi che ne dimostrino una chiara utilità in terapia”.




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Ferrara, funerale con sconto per i dipendenti comunali iscritti alle sigle sindacali

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La convenzione sulle esequie resa possibile da un accordo tra i comuni della Provincia e le onoranze funebri


Per gli iscritti ai sindacati il funerale è scontato del 10%. Succede a Ferrara, dove i dipendenti comunali che siano in grado di esibire una tessera che attesti la loro iscrizione a Cgil, Cisl o Uil possono ottenre tutto il necessario per le esequie ad un prezzo di favore.

La convenzione, valida anche per il coniuge dell'iscritto, è frutto di un accordo tra un'agenzia di onoranze funebri locale, la Amsef e  le sigle sindacali cittadine ed è in vigore dal primo gennaio. Tutti i materiali, scrive il Resto del Carlino, dalle bare, agli arredi, dalle imbottiture alle maniglie, ai crocifissi ai veli coprisalma, sarà valida per tutti i dipendenti comunali del ferrarese, che potranno usufruire dello sconto, semplicemente recandosi "negli uffici Amsef muniti di tessera di adesione al sindacato, valida per l’anno in corso o con la certificazione rilasciata dalla segreteria".

"In un periodo di crisi economica come quello che stiamo affrontando, dove le famiglie soffrono l’aumento dei servizi, dove il costo della vita grava sempre di più, questa intesa vuole andare incontro alle fasce più deboli", spiega Paolo Panizza, di Amsef. L'argomento sarà forse non troppo spiacevole ma "il funerale è un servizio del quale si ha bisogno e di cui purtroppo non si può fare a meno"




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Filippine, foto-choc fa il giro del mondo politico immortala il suo assassino

Basta una commissione per affossare le riforme (e salvare i privilegiati)

di -

I tecnici incaricati di studiare come ridurre le paghe dei parlamentari in 4 mesi non hanno trovato soluzioni. Come in 30 anni di Bicamerali. LEGGI il rapporto della Commissione


Ci voleva una commissione speciale per salvare gli stipendi dei parlamentari. I professoroni, riuniti sotto la guida del presidente dell’Istat Giovannini, si sono insediati il 1° settembre, nominati con tutti i timbri ufficiali della gazzette nazionali.



Camera dei deputati

Gente tosta, prof. avv., ordinari emeriti, grandi ufficiali, bocconiani (non potevano mancare), cervelloni di statistica economica, diritto amministrativo, diritto costituzionale, economia delle aziende. Hanno lavorato duro (si fa per dire: cinque riunioni in tutto) fino al 31 dicembre. Hanno elaborato formule astruse, coefficienti, parametri, tabelle, allegati. E alla fine, dopo 4 mesi di «impegno profuso», hanno sentenziato: niente da fare.

I privilegi degli onorevoli non si toccano. «La commissione considera i dati contenuti nella presente relazione del tutto provvisori e insufficienti per una loro utilizzazione ai fini indicati dalla legge». Proprio così: provvisori e insufficienti. La casta salva il portafoglio, la commissione perde la faccia.
Del resto si sa: ci sono tanti modi per affossare un’idea. Il più rapido è proprio quello di affidarlo a una commissione. In Italia siamo degli specialisti.

Prendete la riforma della Costituzione: se ne discute da alcuni decenni. Come si è riusciti soltanto a parlare, senza realizzare mai nulla? Semplice: si è puntato tutto sulle commissioni. Praticamente un pozzo nero per ogni possibilità di cambiamento. Nel 1983, per esempio, la riforma della Costituzione fu affidata a una commissione bicamerale, la commissione Bozzi: non se ne fece nulla.

Nel 1993 fu affidata ad un’altra commissione, la commissione De Mita-Iotti: non se ne fece nulla. Allora nel 1997 ebbero l’idea di affidarla a una terza commissione, la commissione bicamerale di D’Alema, pensate che trovata geniale: ovviamente non se ne fece nulla. Come stupirsi? La commissione stragi è stata in carica per quattro legislature, circa 13 anni, dal 1988 al 2001: qualcuno ha saputo la verità su piazza Fontana?

O su Ustica? Macché: audizioni, riunioni, proclamazioni, ma alla fine non è stato prodotto nemmeno un documento conclusivo. Niente di niente. Tutto sepolto nel nulla. E la disciplina degli immobili urbani? Fu affidata a una commissione speciale nel 1971. E in effetti non è un caso se quarant’anni dopo siamo ancora in attesa della riforma del catasto...

Tu chiamale se vuoi commissioni. Il gruppo degli esperti è fatto apposta per avvolgere, inghiottire, seppellire. Tu hai un’idea? Affidala alla commissione e la farà sparire. Tu hai un problema? Affidalo alla commissione e non esisterà più. Ormai dovremmo esserci abituati. Però bisogna dire che il manipolo di intelligentoni radunati da Giovannini ha superato ogni limite: prima d’ora nessuno mai ci aveva preso in giro in modo così spudorato.

Ci si sono messi proprio d’impegno. A cominciare dalla scelta dei membri, tutti luminari con titoli onorifici da far invidia al Grand Uff Lupo Mannaro di Fantozzi: Prof. Avv. Alfonso Celotto, ordinario di diritto costituzionale nella facoltà di giurisprudenza dell’Università Roma Tre; Prof. Ugo Trivellato, ordinario emerito di Statistica economica nella facoltà di Scienze Statistiche dell’Università di Padova; Prof Giovanni Valotti ordinario di economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche all’Università Bocconi di Milano; Prof. Avv. Alberto Zito, ordinario di Diritto Amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo. Pofferbacco: mancano solo Archimede Pitagorico e Pico della Mirandola poi il concentrato di fosforo della commissione sarebbe in grado di sconfiggere l’Intelligenza Universale.

E allora io dico: è possibile che in quattro mesi questi professoroni non siano riusciti a studiare come ridurre gli stipendi degli onorevoli italiani a livello di quelli europei? Quattro mesi dico. In quattro giorni, per dire, riusciamo ad andare sulla Luna. Possibile che in quattro mesi non si riesca a eliminare un privilegio di un parlamentare? Il rapporto finale del gruppo di lavoro è un documento di 37 pagine. Comicità assoluta: se non fosse pericoloso per il fegato dei lettori sarebbe da consigliare come lettura umoristica.


Roba da sbellicarsi. I cervelloni stabiliscono che sì, è vero, gli onorevoli italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi dell’Unione europea, ma che la legge che prevede la riduzione dello stipendio non si può applicare.

E perché? Perché «nonostante l’impegno profuso la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo di nessuno delle medie di riferimento con l’accuratezza richiesta dalla normativa». Capito? Non sono in condizioni di effettuare il calcolo. Insegnano statistica economica ma hanno problemi con le operazioni aritmetiche. L’unica che riesce bene, a quanto pare, è la sottrazione.
Sottrai di qua, sottrai di là, alla fine per la commissione finisce sempre con un’addizione (una poltrona in più).

E per gli onorevoli con una moltiplicazione. Dei privilegi. Manca solo la prova del nove, ma sull’«impegno profuso» sia lecito almeno avanzare qualche dubbio: cinque riunioni in quattro mesi non è quel che si dice uno sforzo immane In compenso cercano di mascherare la loro debolezza inzuppando il documento finale di astruse formule utili solo a confondere le idee: a pagina 7 spunta unDev’essere roba forte, sicuramente bocconiana, molto intelligente.

Infatti ci hanno messo quattro mesi di «impegno profuso», ben 5 riunioni di cervelloni per produrle. Ma se quelle formule non sono sufficienti per fare ciò che qualsiasi salumiere di buon senso avrebbe saputo fare, cioè tagliare gli stipendi dei parlamentari, beh, a che serve ‘sto Vrt asterisco? Non ho mai fatto la Bocconi, non sono Prof. Avv, e di scienza statistica ho dato solo un paio di esami. Ma per trovare la soluzione di quelle equazioni bastano quattro secondi, altro che quattro mesi: VRt=ChpDnpiC. Semplice: Ci hanno preso Di nuovo per il Culo.




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In tredici uccisi dalle tasse

di -

Ancora un suicidio, salviamo chi crea lavoro



Tredici imprenditori si sono tolti la vita perché nei guai col fisco. Un bollettino drammatico. Burocrazia lenta a saldare, ma pronta a riscuotere distruggendo le aziende. Ma è lo Stato il vero evasore: deve alle aziende 90 miliardi. Maglia nera alla sanità: 40 miliardi il debito complessivo. 

Dipendenti pubblici a rischio taglio: sono 3,5 milioni e costano 165 miliardi l'anno, anche se lavorano solo 10 mesi





Negli ultimi due mesi una dozzina di piccoli imprenditori si è tolta la vita. Quando una crisi economica morde, il fallimento dell’azienda per un piccolo imprenditore è il fallimento della propria vita.

Una caduta che sembra irreversibile. Purtroppo non è la prima crisi economica che affrontiamo e il fenomeno dei suicidi è una costante. Ciò che cambia è che l’urlo di disperazione e di rabbia dei nostri concittadini questa volta ha un indirizzo ben preciso: lo Stato. E ciò è molto pericoloso.
In Italia non esiste quella fumettistica divisione tra capitale e lavoro, che qualche reduce degli anni Settanta vuole ancora raccontare.

Il 90 per cento delle imprese italiane è di dimensioni microscopiche: i dipendenti e i datori di lavoro sono sulla stessa barca. Frequentano gli stessi bar, vivono nelle stesse piazze, lavorano nei medesimi spazi. Per un’impresa che muore, crolla la famiglia che ha pensato la bottega e chi ci lavorava dentro. Tra il leader di un’impresa e i suoi collaboratori non ci sono filtri.
È più facile attribuire responsabilità e censurare cattive pratiche.

Quando una piccola impresa attende sei mesi per essere pagata dallo Stato (e non solo, anche le grandi imprese pagano con ritardi mostruosi) e nel frattempo si vede consegnare con rigore e puntualità le cartelle esattoriali, perde la pazienza. Quando ad una piccola impresa non è riconosciuta la possibilità di un minimo errore formale, ma la pubblica amministrazione ragiona con metodi prussiani, perde la pazienza.

Quando una piccola impresa subisce un controllo al mese e vede che per ottenere una qualsiasi licenza deve avere quantomeno buone relazioni, perde la pazienza. Quando una piccola impresa compete con tutto il mondo e vede che i burocrati pubblici le affibbiano oneri e regole da multinazionale, quando cioè un parrucchiere deve trattare i suoi rifiuti come quelli dell’Eni, perde la pazienza.

Per anni ci siamo disperati per l’occupazione in Italia. Abbiamo pensato, e in parte continuiamo a farlo, che il lavoro sia un diritto. Bene, benissimo. Ma chi lo deve assicurare questo diritto? Berlusconi, ora Monti? Non diciamo sciocchezze. Quel diritto esiste solo se riconosciamo un superiore diritto ai medesimi cittadini di fare impresa. Pensiamo alla tutela della salute del lavoro e imponiamo spesso regole minuziose a tutela dei dipendenti. Perfino il calcolo per legge del loro potenziale stress. Forse sarebbe bene ribaltare l’ordine delle priorità.

Sono le imprese che fanno occupazione e dunque reddito. Sono loro che debbono essere tutelate. Non servono quattrini. Smettiamola con i sussidi, che poi vanno a finire solo a coloro che hanno le relazioni migliori. Bisogna fare una 626 (la legge sugli infortuni) delle imprese.
Sovraordinare l’interesse degli imprenditori a quello della burocrazia, che fino a prova contraria dovrebbe esserne al servizio.

Sostituire il mito del diritto al lavoro con il diritto dell’impresa. Lo statuto dei lavoratori con lo statuto delle imprese. Vi sembra normale che lo Stato pretenda puntualità sui suoi crediti fiscali da parte delle imprese, e non applichi lo stesso rigore ai suoi pagamenti? Basterebbe una piccola norma che vietasse pretese fiscali a imprese in credito dallo Stato. Questo è il diritto dell’impresa.

La crisi economica è seria. Ma se pensiamo che la soluzione sia quella di tutelare i posti di lavoro e non il posto delle imprese, continuiamo a sbagliare strada. I cittadini che se la prendono con Equitalia sbagliano (anche se i blitz natalizi a Cortina fanno pensare). Guardano al dito e non alla luna. È lo Stato con le sue regole ideologiche modellate sull’imprenditore cattivo ed evasore ad essere il colpevole.




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Australia, scoperto il primo squalo ibrido

Corriere della sera


Per la prima volta avvistato un esemplare nato dall'unione di due razze. Si adatta a tutte le condizioni climatiche


MILANO - È una prima mondiale: davanti alle coste australiane un gruppo di scienziati dell’Università del Queensland hanno scoperto quelli che sono in assoluto i primi squali ibridi al mondo. Per i ricercatori un segno che i predatori si stanno chiaramente adattando ai cambiamenti climatici in atto.

«EVOLUZIONE IN AZIONE» - Secondo quanto riferiscono all’agenzia Afp gli studiosi - che hanno anche scattato alcune foto del particolare esemplare - «l’accoppiamento tra lo squalo pinna nera (Carcharhinus tilstoni) endemico dell'Australia con lo squalo pinna nera minore (Carcharhinus limbatus), che vive in tutto il mondo, ha prodotto una prole mai osservata prima d'ora e con implicazioni per tutto il mondo degli squali».

Si tratta di «evoluzione in azione», ha sottolineato Jess Morgan dell’Università del Queensland. I primi risultati dello studio indicano che lo squalo ibrido è relativamente robusto e in grado di riprodursi, ha aggiunto Colin Simpfendorfer dell’Università James Cook. Lo squalo pinna nera australiano è più piccolo dello squalo orlato e può sopravvivere solo in acque tropicali.

La sua prole ibrida è però stata osservata a 2.000 chilometri a sud, in acque molto più fredde - un modo questo di estendere il proprio habitat naturale. Spiega Simpfendorfer: «Se gli squali ibridi si dimostrassero più forti dei loro genitori, potrebbero prevalere gradualmente». In alcune parti al largo delle coste australiane già adesso rappresentano circa un quinto dell’intera popolazione di squali pinna nera.



Elmar Burchia3 gennaio 2012 | 16:39



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Malasanità, in Calabria il record della vergogna

di Filippo Marra Cutrupi



I dati drammatici della Commissione parlamentare d'inchiesta. su 326 episodi di errori sanitari sull'intero territorio nazionale, 78 si sono verificati nella regione del Sud. E 59 volte sono finiti con la morte del paziente. Situazioni allarmanti anche in Sicilia, Lazio e Puglia



 

Gli ultimi due sono neo­nati: una bimba di 28 giorni ed un piccolo appena venuto alla luce con un parto cesa­reo. Mancavano pochi giorni al 2011, quando in due ospe­dali di Cosenza si registrava­no gli ultimi casi di malasani­tà dell'anno. Ma è da molto più tempo che in Calabria si muore per cattiva assistenza, per gli ospedali fatiscenti, per la mancanza di posti letto ed ambulanze. Il primato della regione l'ha certificato, pochi giorni fa, la Commissione d'inchie­sta sugli errori sanitari, pre­sieduta da Leoluca Orlando. Il territorio dal Pollino allo Stretto è quello dove, in Ita­lia, si muore di più per mala­sanità. Poi ci sono la Sicilia (63 e 43) seguita da Lazio (32 e 19) e Puglia (23 e 14).

Com­plessivamente, 326 casi con­t­ati in tutto il Paese dalla Com­missione parlamentare che si occupa di errori e disavanzi nella sanità. Settantotto di questi casi si sono registrati in Calabria e 59 hanno avuto come esito la morte del pa­ziente. Nello specifico, ci sarebbe­ro stati 64 errori sanitari, che in 49 casi avrebbero portato al decesso del paziente, ed in altre 14 circostanze ci sareb­bero state altre criticità o di­sfunzioni di diversa natura che in 10 casi hanno avuto co­m­e esito il decesso del pazien­te. Su queste segnalazioni, la Commissione parlamentare d´inchiesta ha inoltrato una richiesta di relazione indiriz­zata al Presidente della Regio­ne, Giuseppe Scopelliti, per avere informazioni volte a far luce sulle situazioni che han­no determinato l´eventuale criticità segnalata.

Quindi il dato nazionale complessivo vede una morte sospetta ogni due giorni e di queste uno ogni quattro in Calabria. Dati allarmanti che non fanno sta­re sereni proprio per nulla i calabresi che si devono cura­re nella propria regione. Quindi una specie di Caporet­to dei giorni nostri per quan­to riguarda la sanità calabre­se, che ogni giorno presenta «il conto» salatissimo per i suoi assistiti. Secondi in Italia per spesa pro capite sulla sanità, ma agli ultimi posti per la qualità dell'offerta nei servizi sanita­ri principali. I calabresi se la passano abbastanza male. Anche perché, la Calabria pri­meggia per emigrazione sani­taria.

I calabresi spendono in media all'anno 3.110,2 euro pro capite. Praticamente, dal­le nostre parti, si spende il tri­plo del Veneto. Numeri allar­manti, soprattutto per le ta­sche dei contribuenti. Infatti, con il varo del federalismo fi­scale, la copertura integrale del deficit sarà a totale carico delle singole Regioni. In prati­ca, quei 3mila e passa euro do­vranno venir fuori dalle ta­sche dei martoriati calabresi che non è che godano di buo­nissima salute negli altri set­tori. La relazione della Com­missione d'indagine «sulla qualità dell'assistenza presta­ta dal servizio sanitario della Regione Calabria», datata 14 aprile 2008 era un elenco di situazioni sconcertanti: in 36 ospedali calabresi (su 39) fu­rono trovate irregolarità, ol­tre alla mancanza di una rete d'emergenza.

Per contro, ab­bondava in quasi tutti i noso­comi il personale ammini­­strativo, proliferato oltre ogni decenza. In un caso, quello della Azienda sanita­ria provinciale di Crotone, il prefetto Riccio scriveva così: «Su 1.980 dipendenti, 353 am­ministrativi sembrano vera­mente troppi», tanto più che «l'incidenza delle strutture private è straordinariamente elevata: il numero degli esa­mi di laboratorio effettuati in ospedale è molto basso». Pro­babilmente con le stesse ap­parecchiature, e la stessa do­tazione organica si possono raddoppiare o triplicare i fat­turati (riducendo natural­mente i budget per i laborato­ri privati). I quali invece, an­notava sconcertato il prefet­to, «complessivamente forni­s­cono oltre 732.000 prestazio­ni l'anno».

Non parliamo poi degli ospedali della Piana di Gioia Tauro, i dipendenti so­no 1.758 per 234 posti letto: 7,5 a letto, contro una media nazionale di 2,9. A Gioia Tau­ro, in ospedale ci sono 26 cuo­chi, anche se i pasti li porta una ditta esterna per soli 32 posti letto, in teoria quasi un cuoco per ogni paziente. Nell' Ospedale di Vibo Valentia, per 200 letti, lavorano ben 115 medici, 220 infermieri, 16 ausiliari e 10 tecnici. D'al­tronde qui per tantissimo tempo la 'ndrangheta con i suoi boss e gregari ha fatto da efficientissimo ufficio di col­locamento per parenti e ami­ci degli amici.

Basti pensare che la Commissione parla­mentare antimafia, nella rela­zione annuale 2008, scrive: «In un'azienda sanitaria lo Stato non è riuscito a far luce sul numero dei dipendenti e sul posto indicato in organi­co ». Si parla di Locri, dove 13 medici, 23 tra tecnici ed infer­mieri e ventinove addetti alle pulizie sono parenti di boss, ma non è solo Locri così, ma nell'intera regione Calabria, dove si può ancora morire per un'appendicite o un in­gessatura troppa stretta op­pure perché mancano le am­bulanze. Su episodi di mala sanità indagano le procure dell'intera regione: A Reggio Calabria, Locri e Palmi. A La­mezia Terme, Vibo e Catanza­ro. A Cosenza, Rossano e Pao­la, ovvero un dato pesante. In Calabria 9 procure su 11 han­no aperto fascicoli per casi di presunta malasanità.



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