lunedì 3 gennaio 2011

Trovati i resti di 220 persone in Tirolo Forse vittime dell'eutanasia nazista

Corriere della sera


Secondo gli storici potrebbero essere state eliminate nel periodo tra il 1938 e il 1945

La macabra scoperta durante i lavori IN un ospedale a hall in Austria


La cittadina di Hall, in Tirolo
La cittadina di Hall, in Tirolo
VIENNA - I resti di circa 220 persone, probabilmente vittime di un programma di eutanasia durante il nazismo, sono venuti alla luce in Tirolo durante i lavori di ampliamento dell'ospedale regionale di Hall. La macabra scoperta è stata fatta nell'area del reparto di psichiatria dell'ospedale. Secondo quanto indicato dalla società Tilak che gestisce la struttura ospedaliera, i lavori sono stati sospesi ed è stata nominata una commissione di esperti incaricata di esaminare i resti rinvenuti.


STOP AI LAVORI - I lavori di scavo del progetto edilizio avrebbero dovuto avere luogo sul vecchio cimitero dell'ospedale. Durante le ricerche preparatorie era emerso che i morti erano stati seppelliti fra il 1942 e il 1945. Molto probabilmente si tratta, «almeno in parte», di vittime del programma di eutanasia varato durante il nazismo in Germania ed esteso in Austria dopo l'Anschluss al Terzo Reich nel 1938. Dopo la scoperta, il progetto è stato provvisoriamente fermato. Secondo la società Tilak, gli scavi non erano ancora cominciati. La commissione di esperti dovrà ora indagare sulla scoperta e occuparsi fra l'altro dell'identificazione dei resti, che il cimitero scoperto venga correttamente portato alla luce, della ricerca storica e di aspetti legali.


LA STORIA - Nell'ambito dell'agghiacciante programma di eutanasia nazista, secondo uno studio di storici dell'Università di Innsbruck sulla "Sterilizzazione forzata e l'eutanasia nazista in Tirolo, Sudtirolo e Vorarlberg", circa 3.000 persone, fra le tre regioni, furono denunciate fino al 1945 per presunte "malattie ereditarie" fra le quali i nazisti includevano anche quelle mentali. Fra il 1940 e il 1945 oltre 700 adulti e bambini con handicap furono deportati. Nello stesso periodo almeno 400 persone furono sterilizzate con la forza. È possibile quindi che fra i resti resti scoperti vi siano anche quelli di sudtirolesi. Fino a pochi anni fa, infatti, in Alto Adige, in assenza di una clinica psichiatrica vera e propria, i malati venivano ricoverati o in una casa di cura di Pergine in Trentino, o proprio a Hall in Tirolo. Il periodo delle denunce va dal '38 al '45. Il personale sanitario era obbligato a denunciare i casi riscontrati. Se ne occupavano poi i Tribunali per le malattie ereditarie (uno era a Innsbruck) che potevano disporre il ricovero coatto. Il regime aveva previsto anche ad Hall un centro per eliminare queste persone e anche un programma di eutanasia con iniezioni letali. Nessuno dei due piani fu realizzato, ma gli storici sospettano da anni che durante il nazismo centinaia di persone siano state fatte morire di fame ad Hall. Tocca ora ai patologi accertare le cause della morte delle persone i cui resti sono stati scoperti ad Hall.


03 gennaio 2011



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L'esercito rifiuta il caporal maggiore Fabri: «Inidonea perché incinta»

Corriere della sera


Precaria da 5 anni. Non potrà partecipare al concorso per l'assunzione a tempo indeterminato. Ricorre al Tar

DISCRIMINAZIONI MILITARI


MILANO - Cinque anni di onorato servizio da volontaria con le stellette. Poi, quando finalmente stava arrivando l'occasione di stabilizzare il rapporto di lavoro, la doccia fredda: esclusa dal concorso perché inidonea al servizio militare. Il tempo del concorso era arrivato mentre Valentina Fabri, primo caporal maggiore dell'Esercito italiano, era incinta. A denunciare la storia di Valentina, anni da precaria e fuori dal concorso perché in attesa del primo figlio, è il portale di informazione indipendente per il comparto sicurezza e difesa (Grenet.it). Il caporal maggiore Fabri, messa da parte la delusione, ha impugnato la decisione proponendo il ricorso al Tar del Lazio.


VIOLAZIONE - La futura mamma tutto avrebbe immaginato, dopo aver servito le forze armate così a lungo come precaria, con rafferme biennali, fuorché di vedersi negata la possibilità di coronare il proprio sogno professionale e di affrontare con maggiore serenità l'arrivo del suo primo figlio. Il ricorso, spiega l'avvocato Giorgio Carta, nasce dalla «chiara violazione dell'articolo 3 del D.M. 4 aprile 2000, numero 114, il sui secondo comma dispone che lo stato di gravidanza costituisce impedimento all'accertamento temporaneo dell'idoneità». Non solo: «l'altro aspetto grottesco della vicenda - aggiunge l'avvocato Carta - è che la commissione medica concorsuale ha reiteratamente rinviato le visite previste avvertendo che lo stato di gravidanza sarebbe stato causa di inidoneità se si fosse protratto oltre il termine finale del concorso. Come se la ragazza potesse accelerare o contrarre il tempo fisiologico della gestazione».


Redazione Online
03 gennaio 2011



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Dopo 21 anni il Dna scagiona gli 007

Corriere della sera


L'attentato fallito contro Falcone fu opera della mafia. Il test conferma il colpevole: il boss Galatolo

IL TRITOLO dell'addaura


MILANO - Il Dna, estratto da una maglietta ritrovata sul luogo del fallito attentato dell'Addaura contro il giudice Giovanni Falcone, appartiene ad uno degli esecutori materiali. Si tratta del boss Angelo Galatolo, classe 1966, già condannato per l'episodio. È quanto emerge dal test eseguito dagli agenti del gabinetto della Polizia scientifica di Roma, che hanno accertato che non appartiene nè al poliziotto Antonino Agostino nè al collaboratore del Sisde Emanuele Piazza. Così dopo 21 anni dalla vicenda trova conferma la ricostruzione che venne fatta dal pentito Angelo Fontana. Inoltre, la scientifica avrebbe estratto altri tre profili genetici, ancora da attribuire.


NEL MIRINO - Il test sulla maglietta ha così escluso la presenza dei due uomini dello Stato sulla scogliera palermitana antistante la villa in cui il giudice Giovanni Falcone trascorreva le vacanze: Agostino e Piazza che secondo quanto sostenuto dal confidente dei carabinieri del Ros Luigi Ilardo e dal pentito Vito Lo Forte, avrebbero avuto un ruolo nel piazzare il tritolo che avrebbe dovuto uccidere, il 21 giugno del 1989, il magistrato (poi assassinato a Capaci tre anni dopo) e i suoi colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann.


LE VERSIONI DEI PENTITI - Il test della scientifica ha individuato una compatibilità solo con uno dei personaggi coinvolti nella vicenda: Angelo Galatolo, nato nel 1966, già condannato con sentenza definitiva. In ogni caso, sottolineano gli inquirenti della Procura di Caltanissetta, esce confermata l'attendibilità del pentito Angelo Fontana che, il 6 maggio 2010, aveva parlato della presenza del cugino Galatolo sul luogo dell'attentato fallito. Adesso c'è anche una prova scientificamente certa, che non sposta nulla per quel che riguarda la responsabilità del già condannato Galatolo, ma che ribadisce l'affidabilità di Fontana. Ridimensionata, invece, per l'ennesima volta la portata delle dichiarazioni di Lo Forte, collaborante ritenuto poco attendibile. Mentre Ilardo (ucciso nel 1996) aveva precisato, nel riferire quel che sapeva al colonnello del Ros Michele Riccio, di essere stato informato da altri mafiosi palermitani del ruolo dei Servizi e di Agostino e Piazza. Questi ultimi furono poi assassinati entrambi: Agostino il 5 agosto del 1989, con la moglie Ida Castelluccio; Piazza sparì il 30 marzo 1990 e non fu mai più ritrovato. Le comparazioni eseguite dalla polizia hanno escluso anche che gli indumenti e gli accessori ritrovati sulla scogliera (una maschera e una muta da sub, un telo da bagno, due magliette) abbiano tracce del Dna di altri indagati: il superkiller Salvino Madonia, lo stesso Angelo Fontana, Gaetano Scotto (già condannato per l'attentato di via D'Amelio contro il giudice Paolo Borsellino), i boss dell'Acquasanta Raffaele e Angelo Galatolo, quest'ultimo nato nel 1960 e anch'egli parente dell'altro Angelo.


Redazione Online
03 gennaio 2011



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Baby pistoleri nella festa di fine anno Identificati i 15enni da far west di Bari

Corriere del Mezzogiorno

 

I due minorenni inquadrati da Telenorba con le armi
Nessun provvedimento è stato preso nei loro confronti

 

 

BARI - I carabinieri hanno identificato i «pistoleri» ripresi per caso a Bari, mentre facevano sfoggio di armi, durante i festeggiamenti di fine anno dalle telecamere dell’emittente televisiva Telenorba e ritrasmesse successivamente dalle televisioni nazionali. Si tratta di due quidicenni e del padre di uno dei due, tutti incensurati, residenti in via Brigata Bari, nel quartiere Libertà. In seguito a perquisizioni sono state trovate due pistole scacciacani e 4 bossoli a salve. Nessun provvedimento è stato preso nei loro confronti.

 

IL FILMATO - I carabinieri, dopo l’acquisizione del video, con l’ausilio tecnico della sezione investigazioni scientifiche, hanno localizzato il luogo dell’evento, via Brigata Bari, ed identificato le tre persone. Nel corso delle perquisizioni eseguite, i militari hanno trovato ed accertato che le due pistole riprese nel video, erano «scacciacani». Il successivo sopralluogo effettuato in via Brigata Bari ha consentito anche il ritrovamento di quattro bossoli «a salve» riconducibili alle due armi recuperate e sparati la notte di fine anno.

 

Redazione online
03 gennaio 2011

Transition, l'auto volante diventa realtà

Quotidiano.net


Dopo aver ottenuto le omologazioni necessarie nei mesi scorsi, a fine 2011 il prototipo dell'industria aerospaziale Terrafugia dovrebbe essere messo in commercio negli Stati Uniti









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Droga, un esercito di spacciatori a Padova

Il Mattino di Padova


Il dossier della Dia: sequestrati 796 chili di stupefacenti, duemila i trafficanti denunciati


di Cristina Genesin










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Dio, aiutami a realizzare i miei sogni» L'ultimo messaggio di Mariouma su Fb

Corriere della sera

Lo ha scritto prima di andare in chiesa. Ora il suo profilo è diventato meta di «pellegrinaggio»


LA STRAGE di cristiani copti ad alessandria d'egitto «Dio, aiutami a realizzare i miei sogni»
L'ultimo messaggio di Mariouma su Fb. Lo ha scritto prima di andare in chiesa. Ora il suo profilo è diventato meta di «pellegrinaggio»




Mariouma, 22 anni

MILANO
-
Un saluto al 2010, «l'anno migliore della mia vita», e un pensiero carico di entusiasmo per i «tanti desideri» da realizzare nel 2011. Maryam Fekry i suoi desideri, le sue speranze le aveva scritte fu Facebook pochi minuti prima di andare in chiesa per la messa di mezzanotte. Maryam, Mariouma per gli amici di Facebook, 22 anni, a messa è andata nella chiesa copta dei Santi Marco e Pietro, ad Alessandria d'Egitto. A casa, a continuare i suoi post, non è più tornata. Mariouma è una delle 21 vittime della strage di Capodanno.


SIMBOLO - «Il 2010 è ormai passato - questo il messaggio scritto da Maryam - Quest'anno porta con sé i migliori ricordi della mia vita. Spero che il 2011 sia ancora meglio. Ho così tanti desideri per il 2011. Per favore, Dio, stammi vicino e aiutami a realizzarli». Nella pagina di Facebook una giovane donna, abbigliata elegantemente con un vestito di seta salmone e una rosa tra i capelli. Ora sotto ci sono decine e decine di saluti pieni di commozione. «Non ti dimenticheremo mai, sei un angelo», scrive una donna. «La gente muore a causa dell'odio. Non riesco ancora a crederci. Sarai sempre nel nostro cuore», afferma un'altra ragazza. La sua testimonianza è divenuta simbolo del martirio dei copti in Egitto. Molti siti e forum copti riproducono le sue parole, mentre su Youtube circola un video con le sue foto.

Redazione Online
03 gennaio 2011

2011, l'anno dei ponti che non ci saranno: 1 maggio è domenica, il 25 aprile Pasquetta

Ai piloti Raf per uccidere basta lo sguardo

Corriere della sera

In dotazione all'aviazione britannica il «casco della morte» che rivoluziona i combattimenti aerei

E per le truppe di terra c'è un sensore da polso che individua i nemici a un km di distanza


Il «casco della morte», presentato dal Sun
Il «casco della morte», presentato dal Sun
MILANO - Un «casco della morte» modello Star Wars e una «polsiera individua-cecchino» sono i due nuovi e futuristici dispositivi in dotazione alle Forze Armate inglesi. Il primo è usato dai piloti della Raf e permette di individuare ed abbattere un aereo nemico semplicemente guardandolo: stando a quanto riporta il Sun, questo speciale casco da 250mila sterline funziona grazie a degli appositi sensori ottici, i cui impulsi vengono raccolti da altri sensori posti sulla carlinga. All’atto pratico, non appena il radar dell’aereo rileva gli obiettivi nemici posti di lato e in basso, questi vengono proiettati sulla visiera del casco del pilota che, dopo aver stabilito quale colpire per primo grazie ai comandi vocali, non deve fare altro che aprire il fuoco.

FINE DI UN'EPOCA - «Questa è la fine del combattimento aereo – ha spiegato al tabloid il pilota Mark Bowman – . Di solito, tu devi essere dietro ad un aereo nemico per riuscire a bloccarlo, mentre da adesso in poi sarà possibile orientare le armi con la testa». Sviluppato dall’azienda inglese “BAE Systems”, il «casco della morte» viene già usato sui jet da combattimento Typhoon.


RADAR DA BRACCIO - Verrà, invece, sperimentato questo mese dai paracadutisti in Afghanistan il rivoluzionario dispositivo «da braccio» che permette di individuare la posizione esatta dei cecchini nemici a quasi 1000 metri di distanza. Sviluppato dagli scienziati dell’esercito al Defence Science and Technology Laboratory di Wiltshire, stando al Daily Mail il «Boomerang Warrior -X» costa circa 10mila sterline ed è considerato il rilevatore di posizione più avanzato che ci sia sul mercato. Grande 30 centimetri per 300 grammi di peso, va indossato sopra al braccio ed è collegato ad un sensore, posizionato sulla spalla, che rileva la posizione, mentre la tecnologia acustica analizza e stabilisce da dove arrivi il fuoco nemico, inviando le coordinate al display e indicando l’obiettivo con una freccia rossa. Contemporaneamente, viene emesso un segnale acustico di avviso nella cuffia collegata con il dispositivo. Questo, almeno, il funzionamento in linea generale, perché in realtà i dettagli sono tenuti comprensibilmente segreti, mentre vi è un unico software che fornisce i continui aggiornamenti sulle location nemiche


Simona Marchetti
03 gennaio 2011




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Funerale alpino morto in Afghanistan "Sacrificio di Matteo dono per la pace"

di Redazione


Avvolto nel tricolore portato a spalle dai commilitoni il feretro di Matteo Miotto, il primo caporalmaggiore ucciso in Afghanistan venerdi scorso, è entrato nella basilica di Santa Maria degli Angeli per i funerali solenni. Presenti le massime autorità dello Stato. L'omelia dell'arcivescovo Pelvi: "Matteo ha sempre creduto nella giustizia e nella forza interiore della compassione, fino a dare la vita"






Roma - Profonda commozione nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli dove è stato celebrato il funerale dell’alpino Matteo Miotto, ucciso venerdì in Afghanistan. La bara del primo caporal maggiore è stata portata a spalla da sei commilitoni del settimo reggimento Alpini di Belluno: ha fatto il suo ingresso nella chiesa tra gli applausi della gente, sulle note del canto degli Alpini "Signore delle cime". Su un cuscino, il cappello con la penna alpina, che il giovane militare ucciso aveva definito "sacra" in una sua lettera. Ai lati del sagrato il picchetto d’onore degli Alpini, della Marina, dei Carabinieri, dell’Aeronautica Militare e della Guardia di Finanza. In prima fila, in chiesa, i genitori di Miotto e la fidanzata. Presenti anche amici e parenti.


Le autorità presenti A rendere l'ultimo saluto all'alpino le massime autorità dello Stato: il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il ministro delle Difesa, Ignazio La Russa, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, il presidente del Copasir, Massimo D’Alema. Impossibilitato a partecipare, a causa dell’influenza, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Tra le autorità, anche il presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo, il capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, i vertici militari e delle forze di polizia.


Le note del Signore delle cime All’ingresso nella chiesa la banda dell’esercito ha intonato il "Signore delle cime", canto tradizionale degli Alpini. In piazza della Repubblica, ad attendere il feretro cittadini molti dei quali venuti anche da fuori Roma per dare l’ultimo saluto al caporal maggiore. In prima fila alcune donne e uomini che hanno applaudito commossi l’arrivo della bara: "Per noi è come un nostro figlio, un italiano figlio di tutti" dice una coppia di anziani. Mentre due ragazze sono arrivate da fuori Roma per "stare vicine alla famiglia di Matteo. Siamo quasi sue coetanee e sentiamo tutto il dolore di questa perdita".


L'omelia dell'arcivescovo "Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta su cui le generazioni future potranno costruire una società internazionale stabile e pacifica". È questo un passaggio dell’omelia dell’arcivescovo Vincenzo Pelvi che ha celebrato il rito funebre di Miotto. "La bara di Matteo avvolta da tricolore - ha proseguito - è come una piccola reliquia della redenzione che si rinnova nel tempo. Matteo ha sempre creduto nella giustizia e nella forza interiore della compassione, fino a dare la vita. Anche noi, non possiamo rassegnarci alla forza negativa dell’egoismo e della violenza; non dobbiamo abituarci ai conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli. Il sacrificio di Matteo invita a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione".  


"Fuggire da lì? No" "Molti chiedono - ha proseguito l’ordinario militare - perché ci ostiniamo ad esporci in terre così pericolose, ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di aver cercato la morte, affrontando deliberatamente coloro che avevano il potere di condannarlo? Perchè non fuggire?" ha domandato Pelvi. "Gesù non ha cercato la morte, non ha però neppure voluto sfuggirla, perché giudicava che la fedeltà ai suoi impegni fosse più importante della paura di morire". Anche noi, ha aggiunto Pelvi, "non possiamo rassegnarci alla forza negativa dell’egoismo e della violenza, non dobbiamo abituarci ai conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli". Di fronte a "minacciose tensioni, discriminazioni, soprusi e intolleranze religiose", Miotto ci ha insegnato, ha detto Pelvi, "come poter credere ad un domani di pace". 


Belluno in lutto La sede del settimo Reggimento Alpini di Belluno, dove era di stanza Miotto, è in lutto. A Belluno tutte le bandiere sono a mezz’asta mentre negli uffici pubblici è stato tenuto un minuto di silenzio. In prefettura è stato esposto il libro delle condoglianze dove, fin dal primo momento, molte persone hanno posto la propria firma a testimonianza della vicinanza a Miotto e agli alpini.

Ucciso da un cecchino Il giovane militare italiano è stato ucciso da un cecchino lo scorso venerdì, in Afghanistan, mentre era in servizio all’interno della base avanzata "Snow", nella valle del Gulistan. 





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La protesta del pigrone: in Canada, cane «si incolla» al marciapiede

Il Mattino

TORONTO (3 gennaio) - Incredibile scena sulle strade canadesi. Un bull dog è rimasto a terra per diversi minuti rifiutandosi di seguire il padrone e attirando l'attenzione di numerose persone, divertiti dalla singolare protesta dell'animale. Circondato da turisti e passanti, il cane ha inscenato una inedita resistenza passiva, rimanendo "spalmato" a terra...

Napoli, agguato mortale a Ponticelli È il primo delitto di camorra del 2011

Il Mattino


NAPOLI (3 gennaio) - È il primo agguato dell’anno. Un omicidio, di camorra molto probabilmente. Ponticelli, periferia estrema di Napoli. È passata da mezz’ora la mezzanotte quando uno o due killer entrano in azione.

L’obiettivo è Giovanni Conte, quarantenne con piccoli precedenti penali alle spalle. L’uomo sta rincasando nella sua abitazione di via Palermo ma non fa in tempo a varcare il portone dell’edificio 11: i killer gli scaricano addosso una serie di colpi. Non c’è scampo per Conte che muore sul colpo. Inutile anche chiamare i soccorsi: quando i sanitari del 118 arrivano sul posto non possono fare altro che constatarne il decesso. Inutile il trasporto in ospedale. Sul posto gli uomini del locale commissariato e il pm di turno.

A loro il compito di effettuare i primi rilievi e cercare di capire la dinamica dell’agguato. Probabile che Conte, forse chiamato per nome, abbia fatto in tempo a vedere i volti dei suoi assassini. Nessun testimone e nessuna telecamera che possa aver messo a fuoco qualche dettaglio utile a risalire ai killer. Nulla in mano agli inquirenti anche se si potrebbe affacciare l’ipotesi che questo primo omicidio del 2011 possa essere collegato all’ultimo del 2010.

Il 31 dicembre infatti a Miano alcuni killer hanno ucciso, sempre vicino la sua abitazione, Patrizio Palumbo, 51enne ritenuto vicino al clan Lo Russo, mentre era in auto in compagnia dei due figli (rimasti illesi). Che l’omicidio di stanotte sia una risposta? Impossibile saperlo per ora anche se Conte non è ritenuto un organico di alcun clan ed alle spalle ha solo precedenti di poco conto.

Poco quindi per giustificare un raid sotto la sua abitazione. Forse si è trattato solo del tentativo di punirlo per qualche piccolo affare legato alla droga o al racket.




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Marinai sotto la doccia, video scandalo sulla nave: indaga la Us Navy

Il Mattino


NEW YORK (3 gennaio) - Marinaie che si fanno la doccia insieme, allusioni sessuali, battute contro i gay, finte masturbazioni, falsi esami rettali, coprofragia e in generale un'immagine della marina Usa decisamente poco positiva. Gli alti comandi militari hanno aperto un'indagine su alcuni controversi video girati a bordo della portaerei nucleare Enterprise e resi pubblici (censurati) da un giornale online, il Virginian Pilot.









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Bari, ragazzina di 13 anni partorisce, il padre è un 16enne

Quotidiano.net


La decisione di portare avanti la gravidanza è stata condivisa dalle famiglie dei due baby-genitori. Sia la mamma che la piccola stanno bene


Bari, 13 gennaio 2010 - Una ragazzina di 13 anni ha partorito una bimba nell’ospedale ‘Miulli’ di Acquaviva delle Fonti (Bari) dopo una relazione avuta con un adolescente di 16 anni, suo compagno di scuola. Il parto - di cui da’ notizia La Gazzetta del Mezzogiorno - e’ avvenuto con taglio cesareo nei giorni scorsi.

Sia la mamma sia la piccola, molto vispa e con i capelli neri, stanno bene. La decisione di far portare avanti la gravidanza alla tredicenne è stata condivisa dalle famiglie dei due adolescenti, i quali vivono in provincia di Bari, che hanno quasi subito scartato l’idea di procedere all’interruzione volontaria della gravidanza.




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Come nel film di Hitchcock, dal cielo piovono merli morti

Il Mattino


NEW YORK (3 gennaio) - Come in un incubo di Alfred Hitchcock, uno stormo di più di mille merli è "piovuto" su una piccola città dell'Arkansas, Beebe. Sconcertati gli abitanti e anche gli esperti di fauna selvatica che hanno chiesto che gli uccelli siano analizzati.

Lo strano fenomeno è iniziato l'ultimo dell'anno, ma nelle ore successive gli uccelli hanno continuato ad ammucchiarsi su case e giardini. Le autorità non hanno dato alcuna spiegazione ufficiale,










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Schwarzenegger non è più governatore della California e forse torna al cinema

Se lo Stato sociale affonda le radici nel Ventennio

di Andrea Indini


Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un'origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata. Un'origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista



Milano - Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un'origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata. Un'origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.

Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo - giurista cattolico e funzionario del Ministero dell'Economia e delle Finanze - per riportare alla luce quel lungo processo che, nell'arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa. Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico. Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy. E' così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione. 

Il welfare del Ventennio Dall'Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all'Opera maternità e infanzia, dall'Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. "Chi ha promosso questo welfare italiano, questa sociale, economica ed industrial, che ha reso grande l'Italia anche all'estero? - si chiede Bontempo - non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano". Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l'affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell'epoca. Da Lo Stato sociale nel Ventennio emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro. Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.

Un Ventennio di cambiamenti Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell'epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico. Si inizia con un rapido esame della società e dell'economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a "fare impresa". Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l'economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta. Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti. Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini. Non solo. Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.

La legislazione sociale del Ventennio Lo Stato sociale nel Ventennio riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola. E' così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità, vecchiaia e disoccupazione. Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l'istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo "diversamente abili". Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori. Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale






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Wikileaks sul Medioriente "Nel 2009 Israele pronto a guerra su vasta scala"

di Roberto Fabbri



Lo Stato ebraico considerava pericolosissima la minaccia missilistica e ha pianificato un’offensiva per neutralizzare Gaza e il Libano



 
L’inesauribile giacimento di segreti diplomatici a disposizione di Wikileaks continua a dispensare notizie “esplosive”, che messe poi sotto la lente d’ingrandimento di una più ponderata attenzione si rivelano certamente degne di attenzione, ma magari non così sensazionali. Sembra essere il caso anche dell’ultima rivelazione del sito pirata guidato dall’australiano Julian Assange, che ha come oggetto i programmi bellici di Israele. Alla fine del 2009, si legge in un documento riservato (almeno in origine) dell’ambasciata americana a Tel Aviv e pubblicato dal quotidiano norvegese Aftenposten, lo Stato ebraico si stava preparando a «una guerra su vasta scala».

Era trascorso quasi un anno dall’operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza, che aveva inflitto un colpo durissimo al movimento integralista islamico Hamas al potere in quel territorio palestinese ma aveva anche lasciato, con le sue 1400 vittime in buona parte civili, strascichi pesanti per la credibilità internazionale di Israele. Dal punto di vista dei responsabili militari di Gerusalemme, soprattutto, tutto quel piombo e quel sangue non sembravano aver risolto il problema per cui erano stati versati: la minaccia del lancio di razzi da Gaza contro il territorio israeliano.

Su questo argomento, scrive Aftenposten, il capo di stato maggiore israeliano generale Ashkenazi si intrattenne nel novembre 2009 con una delegazione del Congresso americano guidata dal rappresentante democratico Ike Shelton. Ashkenazi, si legge nel documento pubblicato dal giornale norvegese, disse di star «preparando l’esercito isrealiano a una guerra su larga scala». E questo perché «è più semplice trasformarla in una piccola operazione piuttosto che fare il contrario».

Il capo delle forze armate dello Stato ebraico si soffermò in particolare sulla minaccia missilistica che pendeva sopra il suo Paese («È più grave che mai, è per questo che attribuiamo tanta importanza alla difesa antimissilistica») a causa della politica minacciosa attuata dall’Iran. Ashkenazi spiegò agli ospiti americani che Teheran disponeva di circa 300 missili Shahab in grado di raggiungere il territorio israeliano e precisò che in caso di attacco iraniano avrebbe avuto un tempo ridottissimo per reagire: non più di dodici minuti.

Ma per il generale il pericolo più insidioso veniva proprio da Gaza, oltre che dal Libano: due territori di confine dove agiscono movimenti fanaticamente ostili a Israele come Hamas e Hezbollah, entrambi finanziati e armati dall’Iran di Ahmadinejad. «Hamas - disse Ashkenazi secondo il documento diffuso da Wikileaks - avrà la possibilità di bombardare Tel Aviv, dove si trova la più alta concentrazione di popolazione israeliana»: stiamo in effetti parlando di un’area urbana estesa poche centinaia di chilometri quadrati, nella quale risiedono oltre tre milioni di persone, quasi la metà dell’intera popolazione del Paese.

Per questo Ashkenazi parlò dell’eventuale ricorso a «una guerra su vasta scala». E riferendosi alle circostanze dell’operazione Piombo Fuso, secondo Aftenposten, il capo di stato maggiore israeliano sottolineò che l’esercito non aveva mai attaccato intenzionalmente obiettivi civili, ma aggiunse che in un eventuale futuro conflitto Israele non avrebbe più osservato «restrizioni sulle azioni militari nelle aree abitate».




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Le colpe della Sinistra su Battisti

Il Tempo


Il terrorista italiano è stato praticamente graziato dall’ormai (fortunatamente) ex presidente del Brasile Lula, incoraggiato proprio dalla sinistra italiana a credere alle baggianate del pluricondannato all’ergastolo.


Cesare Battisti


Sullo scandaloso epilogo della vicenda di Cesare Battisti, il terrorista italiano praticamente graziato dall’ormai (fortunatamente) ex presidente del Brasile Lula, la sinistra italiana ha gravissime responsabilità. Dalle quali ha grottescamente cercato di liberarsi deridendo la politica estera berlusconiana delle «pacche sulle spalle». Evidentemente gli sciacalli travestiti da uomini non riposano mai. Non so francamente se Lula, e quel che segue o precede del suo nome inutilmente lungo, avrebbe evitato l’estradizione a quell’assassino pagliaccio e falsario anche nel caso in cui a guidare il governo italiano ci fosse stato Walter Veltroni o un altro di quelli che da sinistra hanno sbeffeggiato il Cavaliere. So però di sicuro, perché risulta dagli atti, diciamo così, del nostro dibattito politico, che Lula è stato incoraggiato proprio dalla sinistra italiana a credere alle baggianate del pluricondannato all’ergastolo.


Egli ha ceduto anche al costo di contraddire un amico, anche lui di sinistra, quindi un "compagno", come il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Al quale aveva lasciato immaginare durante un incontro in Italia, con o senza pacche sulle spalle, tutt’altra decisione. Fra gli argomenti usati da Battisti per contestare il diritto dell’Italia di tradurlo in carcere per fargli scontare le condanne definitive rimediate per quattro omicidi nei famigerati anni di piombo, c’è la rappresentazione del nostro Paese come «governato dalla mafia e dai fascisti». Proprio così ha detto e ripetuto Battisti sin dal primo momento del suo arresto in Brasile parlando dell'Italia: governata - ripeto - «dalla mafia e dai fascisti». 


E Lula, considerando evidentemente il povero Napolitano una specie di soprammobile al Quirinale, ha mostrato di credergli quando ha condiviso i timori dell'Avvocatura dello Stato brasiliano che Battisti rischierebbe troppo in Italia, persino la morte, se le fosse consegnato. In effetti, solo in un regime mafioso e fascista, di uno come Battisti si potrebbe reclamare la consegna solo per farlo morire ammazzato in un carcere, o nei suoi dintorni.

Ma, di grazia, oltre a quello sciagurato di Battisti in Brasile, chi evoca in Italia la mafia e il fascismo come connotati, riferimenti e quant'altro del presunto "regime" berlusconiano?


Siamo seri, e non ipocriti. È la sinistra italiana, sia nelle sue componenti estreme, che aspirano a tornare in Parlamento dopo esserne rimaste fuori con le elezioni del 2008, sia nelle sue componenti dichiaratamene riformiste, a sostenere da tempo, con l'aiuto di cervellotici teoremi giudiziari, che a spianare la strada a Berlusconi, prima ancora ch'egli fondasse Forza Italia e scendesse in politica, fu la mafia con le stragi fra il 1992 e il 1993.

Ed è sempre la sinistra italiana, anche qui in tutte le sue componenti, estreme e moderate, o presunte tali, che raffigurano Berlusconi come un dittatore del quale sarebbe lecito, anzi doveroso, liberarsi come si fece con Benito Mussolini. È stato di recente, fra gli altri, Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera, nonché ex segretario del partito, tra Veltroni e Pierluigi Bersani, a riesumare la formula del «comitato di liberazione nazionale» dal nazifascismo per reclamare e giustificare un'alleanza politica ed elettorale contro Berlusconi estesa da Gianfranco Fini, l'ultimo arruolato contro il Cavaliere, a Nichi Vendola. O non è vero? E non ha partecipato a questa allucinante rappresentazione dell'Italia governata da Berlusconi anche l'aspirante "pasionaria" Dolores Ibarruri del Pd, che è la sua presidente Rosy Bindi?

Non c'era bisogno che Lula nel suo ufficio di presidente del Brasile perdesse il suo tempo nei mesi e nelle scorse settimane a farsi tradurre tutte le rassegne della stampa italiana, quotidiana e periodica, per farsi del nostro Paese l'idea assurda che ha mostrato di condividere sostenendo la necessità di proteggere un delinquente come Battisti dal rischio fisico di finire qui i suoi giorni. Gli è bastata e avanzata l'eco del nostro dibattito politico, e magari il ricordo di qualche colloquio sull'Italia con chi ora si mostra anche nella nostra sinistra ipocritamente sorpreso della sua decisione, per decidersi ad un passo che semplicemente lo disonora. E dal quale è augurabile che Dilma Rousef, appena subentratagli alla Presidenza del Brasile, voglia e sappia ora svincolarsi, essendo peraltro note le sue opinioni contrarie a Battisti.



Francesco Damato
03/01/2011




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Una cascata dai balconi dell'Avana

La Stampa


YOANI SANCHEZ


È venuta giù una cascata da ogni balcone delmio edificio modello jugoslavo, proprio alla mezzanotte del 31 dicembre. I cubani conservano la tradizionedi lanciare un secchio d'acqua ogni fine anno,per scacciare tutte le cose cattive che hanno portato i mesi precedenti e attendere «puliti» spiritualmente il gennaio che sta per cominciare. In questa occasione c'erano moltissimi motivi per svuotare i serbatoi delle case e tirare il prezioso liquido dai terrazzi e dalle finestre compiendo un gesto che dovrebbe servire a farci affrontare meglio tutto quelloche staper accadere.Per questo ho preso il recipiente più grande che ho potuto trovare nel mio appartamento e insieme a mio marito abbiamo lasciato cadere il contenuto nel vuoto - dal nostro quattordicesimo piano - mentre pensavamo a tutto quello che volevamo lasciare alle spalle.

Il primo sole del 2011 ha fatto brillare le pozze che nelle strade non erano state formate dalla pioggia, ma dai nostri desideri. Sono in pochi a confessare a voce alta l'elenco completo delle loro speranze per i prossimi dodici mesi, ma è facile prevedere che ricopra un posto importante la necessità dei cambiamenti politici a Cuba. Ognuno chiama il desiderio a modo suo: «che tutto questo finisca», dicono alcuni, «che le riforme rauliste riescano a migliorare le nostre vite», sostengono altri, oppure «che il 2011 sia l'anno che da tempo attendiamo», pronostica in modo sibillino chi da tempo ha perduto pazienza e fede. Curiosamente la parola «rivoluzione» è assente da certe predizioni popolari, perché la maggior parte dei cittadini ha smesso di considerarla un concetto dinamico, vivo, in trasformazione. Quando i cubani si riferiscono al modello vigente nel Paese, lo fanno come se si trattasse di una struttura inamovibile, come se fosse una camicia di forza che difficilmente potrà adattarsi alle nuove domande del secolo XXI.

Tutte quelle idee di rinnovamento che sono giunte insieme ai giovani barbudos calati dalla montagna, hanno lasciato il posto a un governo composto da ultrasettantenni al potere privi di fiducia negli innovatori. Tuttavia, la retorica ufficiale continua a citare il primo gennaio di ogni anno come il compleanno di una creatura viva, quando in realtà è solo l'anniversario di qualcosa che è morto da tempo. La rivoluzione è stata sepolta dall’immobilismo, il progetto sociale giace sotto terra e la sola cosa che ci chiediamo è quale data dobbiamo mettere sulla sua lapide. Per migliaia dei miei compatrioti la Rivoluzione è morta nel 1968, quando Fidel Castro applaudì l'ingresso dei carri armati sovietici a Praga. Il forte abbraccio che calò sopra di noi dopo il triste evento, l'onnipresenza del Cremlino con le migliaia di tonnellate di petrolio che giungevano ogni anno, con gli abbondanti sussidi e le richieste geopolitiche, finirono per annullare ogni traccia di spontaneità.

Il cosiddetto Quinquennio Grigio spense la luce nella cultura, dove il realismo socialista tentò di tagliarci le ali della creazione e di ridurci alle storie trionfaliste che avevano come protagonista il mai realizzato uomo nuovo. I miei genitori, dal canto loro, videro la fine della rivoluzione nei primi mesi del 1989, durante il processo per narcotraffico contro il generale Arnaldo Ochoa. Le fucilazioni successive e le purghe nel ministero degli Interni, fecero capire a molti che la brama di potere veniva prima di ogni ideale, prima di tutti i manuali di marxismo e comunismo scientifico che ci avevano fatto studiare a scuola. Per la mia generazione il requiem della Rivoluzione ha trovato conferma alcuni anni dopo, con le botte e le pietre ricevute da chi scese nelle strade avanere per protestare durante l'agosto del 1994. Molti cubani partirono da ogni punto del litorale a bordo di rustiche zattere, portandosi via buona parte delle illusioni di chi credeva che questo fosse un progetto sociale «degli umili e per gli umili». Erano proprio le classi più povere a scegliere lo stretto della Florida in quelle giornate di disperazione, rischiando sia le pinne degli squali che di finire nella base navale di Guantanamo.

Insieme a loro salpò dal territorio nazionale l'ultima possibilità che le nostre autorità proclamassero l'intenzione di governare per tutti i cubani. Per questo motivo adesso resta solo il ricordo, le frasi tipo «ciò che poteva essere e non è stato», la cronaca - spesso idealizzata - del passato. Mentre la realtà nega ogni parola pronunciata dal palco, il mercato nero si estende come opzione di sopravvivenza, l'apatia getta il suo acido corrosivo sulle intenzioni di mobilitarci ideologicamente. È un lungo funerale che non finisce mai, dove i familiari più affezionati dello scomparso non si decidono a coprire di terra la bara. Alcuni - ma sono una minoranza - credono ancora che la defunta Rivoluzione potrà rialzarsi dal feretro, reinventare se stessa, scrollarsi di dosso le rughe e i mali cronici. Assistiamo alla sepoltura con alcuni interrogativi che ci assillano: «Cos’è andato male? Quando la Rivoluzione si è trasformata in cadavere?». Sciogliere questi dubbi può essere di vitale importanza per il nostro futuro nazionale. In parte già sappiamo che nella morte hanno giocato un ruolo determinante alcune malattie croniche come il personalismo, la burocrazia, l'essersi consegnati a una potenza straniera e l'aver copiato un modello che sembrava buono solo nei libri di testo. Malgrado ciò, non sappiamo ancora se la spinta finale l'abbiamo data noi stessi, se sono state le nostre mani e le nostre menti a soffocare definitivamente la creatura che volevamo creare, o se nella genetica del processo erano insiti i cromosomi del fallimento.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi




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Svegliamoci! Gli integralisti ci stanno rubando la libertà

di Oriana Fallaci



Un passo del libro profetico "La rabbia e l’orgoglio" (Bur) scritto da Oriana Fal­laci nel 2001: "E' in atto una Crociata all’inverso. Abituati al politically correct non capite che è in corso una guerra. Cannoneggiate dalla nostra debolezza e cecità, le mura delle nostre città sono già cadute" 



 


Pubblichiamo un passo del libro "La rabbia e l’orgoglio" (Bur) scritto da Oriana Fal­laci nel 2001.

Sveglia, gente, sveglia! Intimi­diti come siete dalla paura d’andar contro corrente op­pure d’apparire razzisti, (pa­rola oltretutto impropria per­ché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata all’Inverso. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia e dalla cretineria dei Politically Correct, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse, (forse?), co­munque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad, Guerra Santa. Una guerra che forse non mira alla conquista del nostro territorio, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime: alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà, all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci... Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri...

Cristo! Non vi rendete conto che gli Osama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador anzi il burkah, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. Irrimediabilmente atea. E non ho alcuna intenzione d’esser punita per questo da barbari che invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità se ne stanno col sedere all’aria cioè a pregare cinque volte al giorno. Da vent’anni lo dico, da vent’anni. Con una certa mitezza e non con questa collera, con questa passione,vent’anni fa su tutto ciò scrissi un articolo di fondo.

Era l’articolo di una persona abituata a stare con tutte le razze e tutti i credi, d’una cittadina abituata a combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, d’una laica senza tabù.Ma nel medesimo tempo era l’articolo d’una persona indignata con chi non sentiva il puzzo d’una Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po’ troppe. Feci un ragionamento che anche allora suonava pressappoco così: «Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando essi disprezzano la nostra? Io voglio difendere la nostra, e v’informo che Dante Alighieri e Shakespeare e Molière e Goethe e Walt Whitman mi piacciono più di Omar Khayyam».Apriti cielo. Mi mangiarono viva. Mi esposero alla pubblica gogna, mi crocifissero. 

«Razzista, razzista!». Furono le cicale di lusso anzi i cosiddetti progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a crocifiggermi.Del resto l’insulto razzista- razzista me lo presi anche quando i sovietici invasero l’Afghanistan. Li ricordi i barbuti con la sottana e il turbante che a ciascun colpo di mortaio gridavano le lodi del Signore cioè il bercio Allah akbar,Dio-è-grande,Allah-akbar? Io li ricordo eccome. E a sentir accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio, mi venivano i brividi.Mi pareva d’essere nel Medioevo e dicevo: «I sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo.«Razzista,razzista!».Nella loro cecàggine non volevan neanche sentirmi parlare delle mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari sovietici fatti prigionieri. Ai militari sovietici segavano le gambe e le braccia, rammenti? Un vizietto cui s’erano già abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed ebrei. (Né è il caso di meravigliarsi, visto che nell’Ottocento lo facevano sempre ai diplomatici e agli ambasciatori. Soprattutto inglesi. Anzi a loro tagliavano anche la testa, e con questa giocavano a buskachi. Una specie di polo.

Le gambe e le braccia, invece, le esponevano come trofei nelle piazze o al bazaar). Tanto che gliene importava, alle cicale di lusso,d’un povero soldatino ucraino che giaceva in un ospedale con le braccia e le gambe segate? Nel loro cinismo applaudivano addirittura gli americani che, rincretiniti dalla paura dell’Unione Sovietica, riempivan di armi l’eroico-popolo-afgano. Addestravano i barbuti e coi barbuti (Dio li perdoni, io no) un barbutissimo di nome Osama Bin Laden. «Via i russi dall’Afghanistaaan! I russi devono andarsene dall’Afghanistaaan! ». Bè, i russi se ne sono andati.Contenti?E dall’Afghanistan i barbuti del barbutissimo Osama Bin Laden sono arrivati a New York con gli sbarbati siriani, egiziani, iracheni, libanesi, palestinesi, sauditi, tunisini, algerini, insomma coi diciannove che componevano la banda dei kamikaze identificati. Contenti? (...)

Da quando i nostri nemici ci hanno regalato l’Undici Settembre, le cicale non si stancano mai di ripetere che i mussulmani sono una cosa e i fondamentalisti o integralisti mussulmani un’altra.Che il Corano ha molte versioni, che viene letto con molte interpretazioni, ma in ogni sua versione ed interpretazione predica la pace e la fratellanza e la giustizia. (Lo dice anche Bush. Per tenersi buoni i suoi cinque milioni di americani arabo-mussulmani, suppongo. Per indurli a spifferare quel che sanno su eventuali parenti o amici devoti a Osama Bin Laden. Povero Bush). Ma in nome della logica: se il Corano è tanto fraterno e tanto pacifico, come la mettiamo col fatto che il Profeta fosse uno spietato guerriero e quindi un uomo tutt’altro che fraterno e pacifico? Come la mettiamo col fatto che avesse personalmente guidato ventisette battaglie, personalmente sgozzato settecento nemici, personalmente incendiato tre città? Come la mettiamo col fatto che i suoi avversari li liquidasse come un capo mafioso, che i suoi rivali li eliminasse con atrocità da rabbrividire? (...) Come la mettiamo col fatto che il Corano predichi senza sosta la Guerra Santa, che i paesi dove non regna l’Islam li definisca «Dar al-Harb» cioè Terra-da-conquistare?

Come la mettiamo col fatto che i non-mussulmani li chiami cani-infedeli, che li tratti da inferiori anche se si convertono, che lungi dal raccomandare un qualsiasi perdono imponga la legge dell’Occhio-per-Occhio-e-Dente-per-Dente, che tale legge la consideri il Sale della Vita? Come la mettiamo con la faccenda del chador o meglio del burkah che copre le donne dalla testa ai piedi, volto compreso, sicché per vedere quel che c’èal di là di quel sudario una disgraziata de-ve guardare attraverso la fittissima rete posta all’altezza degli occhi? Come la mettiamo con la faccenda della poligamia ossia delle quattro mogli (però su speciale dispensa dell’Arcangelo Gabriele il Profeta ne aveva sedici), o con la faccenda degli harem dove le concubine e le schiave vivono a mo’ di prostitute nei bordelli? Come la mettiamo con la storia delle adultere lapidate o decapitate, e della pena capitale per chi beve alcool? Come la mettiamo con la legge sui ladri a cui il Corano ingiunge di tagliar la mano, al primo furto la sinistra, al secondo furto la destra, al terzo non so cosa però mi pare che al terzo il castigo consista nel bucare le pupille con un ferro rovente? Cito a caso, affidandomi alla memoria. Certo il Sacro Libro offre esempi ancora più gravi. Nondimeno questi bastano, e non mi sembra che esprimano pace e fratellanza e misericordia e giustizia. Non mi sembra nemmeno che esprimano intelligenza. 

E a proposito d’intelligenza: è vero che gli odierni santoni della Sinistra o di ciò che chiamano Sinistra non vogliono udire ciò che dico? È vero che a udirlo danno in escandescenze, strillano inaccettabile-inaccettabile? Si son forse convertiti tutti all’Islam e anziché le Case del Popolo ora frequentano le moschee? Oppure strillano così per compiacere il Papa che su certe cose apre bocca solo per chiedere scusa a chi gli rubò il Santo Sepolcro? Boh! Lo zio Bruno aveva ragione a dire che l’Italia non ha avuto la Riforma ma è il paese che ha vissuto più intensamente la Controriforma. (...) Oh,sì,mio caro.La Crociata all’Inverso, la Crociata dei nuovi Mori dura da tempo. È ormai irreversibile e per avanzare non ha bisogno di eserciti che a colpi di bombarda abbattono le mura di Costantinopoli. Cannoneggiate dalla nostra misericordia, dalla nostra debo-lezza, dalla nostra cecità, dal nostro masochismo, le mura delle nostre città sono già cadute: l’Europa sta già diventando una gigantesca Andalusia. Per questo i nuovi Mori con la cravatta trovano sempre più complici, fanno sempre più proseliti.

Per questo diventano sempre di più, pretendono sempre di più, ottengono sempre di più, spadroneggiano sempre di più. E se non stiamo attenti, se restiamo inerti, troveranno sempre più complici. Diventeranno sempre di più, pretenderanno sempre di più, otterranno sempre di più, spadroneggeranno sempre di più. Fino a soggiogarci completamente. Fino a spengere la nostra civiltà. Ergo, trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Cullarci nell’indulgenza o nella tolleranza o nella speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso.




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Egitto, dopo la strage l'islam minaccia il Papa

di Andrea Tornielli



Benedetto XVI condanna l'attentato in Egitto e teme un piano mondiale contro i cristiani. Ma l'imam Al-Azhar, una delle massime autorità religiose sunnite, lo attacca: "Parole inaccettabili, è un'ingerenza". Per la prima volta il Pontefice parla di una strategia contro i cristiani. I copti in piazza chiedono vendetta


Le parole pronunciate dal Papa in favore dei cristiani perseguitati rappresentano un «interven­to inaccettabile negli affari dell’Egitto». Quella di Benedetto XVI è «una visione sbilanciata su musul­m­ani e cristiani che rischiano di essere uccisi in tut­to il mondo: perché il Papa non ha chiesto la protezione dei musulmani quando venivano massacrati in Irak?».

C’è d a trasecolare nel leggere le dichiarazioni di Ahmed al- Tayeb, gran sceicco dell’università egiziana Al-Azhar, il più importante e prestigioso centro dell’islam sunnita. Accusa Ratzinger di ingerenza, perché continua a richiamare l’attenzione sui cristiani e a invocare l’intervento dei responsabili delle nazioni in favore della libertà religiosa. Si rimane stupiti innanzitutto perché lo sceicco di Al-Azhar è considerato un liberale moderato e dialogante, spesso presente agli incontri interreligiosi, che proprio ieri ha voluto recarsi di persona dal capo della Chiesa copta, Shenuda III, esprimendogli le condoglianze per il barbaro attentato che ha provocato 21 vittime fuori da una chiesa ad Alessandria. Al-Tayeb ha voluto dunque bollare come eccessivi e sbilanciati gli interventi papali in favore dei cristiani. Cristiani che, nel caso delle vittime di Alessandria, non sono cattolici, ma appartengono all’antichissima comunità precalcedonese copta.

Il Papa, insomma, di fronte alle stragi di Natale e di Capodanno, di fronte alle autobombe nelle chiese o alle bombe usate per «sfrattare» i cristiani iracheni, non dovrebbe neppure alzare la voce. O meglio, può anche farlo, basta che si limiti a chiedere preghiere, ma senza appellarsi alle autorità dei vari Paesi, perché, in questo caso, si tratterebbe di ingerenza. Che cosa h a detto il Papa? In San Pietro, il giorno di Capodanno ha invitato l’umanità a non «mostrarsi rassegnata alla forza negativa dell’egoismo e della violenza » spiegando che «non deve fare l’abitudine a conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli». Ha parlato delle «discriminazioni», dei «soprusi» e delle «intolleranze religiose, che oggi colpiscono in modo particolare i cristiani». Ha esortato «tutti a pregare», aggiungendo che per costruire la pace «non bastano le parole, occorre l’impegno concreto e costante dei responsabili delle nazioni».

E ieri ha definito «vile gesto di morte» l’attentato di Alessandria come pure le bombe in Irak, parlando di una «strategia di violenze che mira ai cristiani». È un po’ difficile leggere questi appelli come un’ingerenza o come uno «sbilanciamento » del Papa, dato che proprio dalla Santa sede - a suo tempo peraltro contraria alla guerra contro l’Irak - sono sempre arrivate condanne per ogni tipo di violenza, non soltanto per gli attacchi contro i cristiani. Le parole di Benedetto XVI attestano comunque una preoccupazione crescente nei vertici della Chiesa. Il Papa non aveva mai parlato così esplicitamente di una «strategia» che mira ai seguaci di Gesù. Anche per questo colpisce l’annuncio dato tre giorni fa della convocazione di una riunione ad Assisi dei leader delle religioni mondiali il prossimo ottobre, per «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace». 

L’occasione èil 25˚ anniversario dell’incontro presieduto da Giovanni Paolo II nel 1986, un appuntamento sul quale si appuntarono molte critiche per alcune sbavature e alcuni abusi dovuti alla leggerezza degli organizzatori, che concessero luoghi di culto cattolici per preghiere tribali. Abusi che non si ripeterono in occasione delle altre due giornate di Assisi, convocate sempre da Papa Wojtyla nel 1993 e nel 2002. Tra coloro che avevano prestato più attenzione alle obiezioni sulle modalità di svolgimento del primo incontro di Assisi c’era proprio l’allora cardinale Joseph Ratzinger. Il quale, in un libro, parlò di «pericoli innegabili» e di interpretazioni errate: la riunione di tutti i leader religiosi poteva dare l’idea che ogni credo si equivalesse.


Ma Ratzinger spiegò anche che queste occasioni devono restare «solo come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d'angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio». Nell’86 c’era il timore di un conflitto nucleare, nel ’93 la guerra in Jugoslavia, nel 2002 il rischio dello «scontro di civiltà » dopo l’attentato alle Torri gemelle. Oggi Benedetto XVI, per ripetere quel gesto, deve ritenere «straordinaria » la situazione che l’umanità sta vivendo. E di fronte a chi strumentalizza la religione per fomentare odio, divisione, terrorismo rilancia al mondo un appello in favore della libertà religiosa, invitando i leader delle varie fedi a costruire la pace per arginare il fondamentalismo e i suoi registi occulti.



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