lunedì 31 ottobre 2011

Maltempo, medaglia d'oro al valor civile per il volontario morto a Monterosso

Il Messaggero

Corsa contro il tempo: in arrivo da giovedì nuove piogge. Procura La Spezia apre un fascicolo per omicidio colposo




ROMA - Corsa contro il tempo per consentire ai soccorritori di mettere in sicurezza il Levante ligure in previsione di una perturbazione che dovrebbe infatti portare nuove piogge. Un incubo per gli sfollati e per chi spera ancora di ritrovare i propri cari inghiottiti dall'acqua e dal fango. All'appello mancano ancora quattro dispersi, tre a Varnazza e uno a Borghetto Vara. Domani Monterosso darà l'ultimo saluto a Sandro Usai, il volontario morto per salvare i suoi concittadini.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «ha avviato l'istruttoria per il conferimento con procedura d'urgenza della medaglia d'oro al Valor Civile alla memoria» di morto «mentre si prodigava in interventi di protezione civile» durante l'alluvione a Monterosso. «Nella dolorosa circostanza del recupero delle tante vittime degli eventi alluvionali che così duramente hanno colpito le province di La Spezia e di Massa Carrara, sono rimasto profondamente colpito dalla tragica vicenda di Sandro Usai che, con generoso slancio volontaristico ed esemplare altruismo, ha sacrificato la vita mentre si prodigava in interventi di protezione civile», si legge nel messaggio inviato dal presidente della Repubblica al sindaco di Monterosso, Angelo Betta.

«Signor sindaco, la prego di partecipare ai familiari di Sandro Usai i miei sentimenti di ammirazione per il suo esempio e il suo sacrificio e di commosso cordoglio. All'intera comunità di Monterosso ed a coloro che sono impegnati nelle operazioni di soccorso rinnovo la mia solidale vicinanza. Desidero, altresì, informarla dell'avvio, d'intesa con il ministro dell'Interno, dell'istruttoria per il conferimento, con la procedura di urgenza, della medaglia d'oro al Valor Civile alla memoria del suo coraggioso concittadino».

Il meteo annuncia il ritorno della pioggia a partire da giovedì sera
. Il fenomeno, secondo gli esperti, dovrebbe essere meno intenso ma più persistente di quello della scorsa settimana. La Regione al momento non ha emesso nessuna allerta meteo. La situazione sarà esaminata mercoledì, quando la protezione civile farà il punto con le previsioni in mano. «La situazione è sotto controllo: siamo più deboli dal punto di vista morfologico, ma il dispositivo delle misure di sicurezza offre ampie garanzie sia alle popolazioni che ai soccorritori», afferma il prefetto della Spezia, Giuseppe Forlani. Nel frattempo sono state accelerati i sopralluoghi, per valutare il rischio residuo nei sette comuni colpiti dall'alluvione, ed è allo studio la possibilità di costruire «sponde mobili» che indirizzino i fiumi in determinate traiettorie.

La Procura della Spezia ha aperto fascicoli contro ignoti, con l'ipotesi di omicidio colposo
, per ogni vittima - sette quelle accertate nello spezzino - dell'alluvione. Nel frattempo gli uomini della Guardia di finanza stanno indagando per far luce sull'intera vicenda legata anche alla situazione idrogeologica del territorio. Questa mattina il procuratore capo facente funzioni della Spezia, Maurizio Caporuscio, ha compiuto un nuovo sopralluogo a Monterosso e Vernazza.

Il procuratore di Massa Aldo Giubilaro, insieme al suo sostituto Rossella Soffio, nominerà intanto il collegio di esperti che dovrà lavorare sui luoghi colpiti dall'alluvione ad Aulla. Il procuratore confida in una relazione sui danni e sulle cause entro pochi mesi. Giubilaro parla di «indagini a 360 gradi, senza tesi preconcette e che interessano, al momento, l'argine del Magra sfondato dalla piena, la diga di Teglie che non può essere sequestrata ma la cui documentazione tecnica verrà acquisita dai carabinieri, con accertamenti anche nei dintorni, i momenti precedenti al disastro, la comunicazione dell'allarme da parte degli enti preposti e le misure prese successivamente da chi ha avuto il compito di intervenire».

Sulla diga di Teglie il capo della protezione civile Franco Gabrielli, aveva detto di non aver avuto segnalazioni circa un ruolo dell'invaso nell'accaduto, mentre sulla questione dei fax di allerta prosegue il ping-pong delle responsabilità tra il sindaco di Pontremoli che afferma di averli inoltrati e quello di Aulla che sostiene di non aver ricevuto alcuna comunicazione di allarme.

Sono 30 le strade della Provincia della Spezia danneggiate dal maltempo
, il 43% dell'intero sistema viario. Soltanto 11 sono di nuovo transitabili, ma solo per i mezzi di trasporti dei soccorritori. Ripresa invece la circolazione sul secondo binario della ferrovia, con il ritmo di quattro treni all'ora. La stazione di Vernazza resta inagibile.

Lunedì 31 Ottobre 2011 - 21:06    Ultimo aggiornamento: 21:14




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Carte di credito perse, rubate o «violate»: attenti al mercoledì

Corriere della sera

È il giorno nero per le plastic card: lo rivela una ricerca



MILANO - Di mercoledì prestate particolare attenzione alle vostre carte di credito. Perché, fra tutti i giorni della settimana, proprio il mercoledì è quello in cui le plastic card sono più esposte al rischio di frode, furto o smarrimento. Un dato curioso, confermato da una ricerca condotta da CPP Italia. La divisione della multinazionale inglese specializzata nella protezione delle carte di pagamento ha analizzato i sinistri più frequenti con le carte di credito segnalati al suo servizio di assistenza clienti negli ultimi venti mesi.

Il risultato è interessante: il giorno nero per le carte di credito e per i bancomat in Italia è il mercoledì e la causa principale di sinistri è la distrazione dei titolari. Gli smarrimenti sono molti di più dei furti e i più coinvolti sono uomini e donne tra i 35 e i 44 anni. Non solo: bisogna stare più attenti a casa e sul posto di lavoro, dove avvengono rispettivamente il 13% e il 10% di tutti i furti e gli smarrimenti censiti da CPP Italia, che sui mezzi pubblici o al bar, in ciascuno dei quali si riscontra tra il 2% e il 3% di tutti i problemi segnalati.

PRIMAVERA STAGIONE «CALDA» - Dopo il mercoledì, in cui si verifica il 20% dei sinistri, soprattutto nelle ore mattutine, i giorni più rischiosi per chi utilizza bancomat e carte di credito sono il giovedì, il venerdì e il lunedì. La percentuale degli inconvenienti subiti sulle plastic card risulta, invece, inferiore il martedì e si dimezza il sabato e la domenica. Quanto alle stagioni, è sicuramente la primavera quella più «calda» per bancomat e carte di credito. Il servizio di assistenza clienti di CPP Italia segnala infatti che a maggio avviene il 16% di smarrimenti, furti e frodi sulle plastic card e indica come mesi altrettanto a rischio anche marzo, gennaio, aprile e giugno.

COME CAMBIANO I DATI - «Un’analoga ricerca che avevamo condotto nel 2007 – spiega Walter Bruschi, amministratore delegato di CPP Italia, che nel nostro Paese ha più di 700 mila clienti e 3 milioni di carte di credito assicurate – aveva evidenziato risultati leggermente diversi. Il giorno più pericoloso era risultato il giovedì e la stagione più rischiosa quella estiva. Nella sostanza, però, cambia poco: si conferma che nelle mattine dei giorni lavorativi, per la fretta o lo stress, siamo più esposti ai rischi di perdere le carte». In sostanza, se siete sbadati o vivete un momento di particolare ansia ricordatevi di non usare le carte. Almeno il mercoledì.



Redazione Online
31 ottobre 2011 16:13



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L'Unesco riconosce la Palestina Gerusalemme: «E' una tragedia»

Corriere della sera


Accolta a maggioranza come stato membro a tutti gli effetti. L'Italia si è astenuta, la Francia ha votato sì


MILANO - La conferenza generale dell'Unesco ha votato a favore dell'adesione della Palestina come membro a pieno titolo dell'organismo Onu che si occupa di educazione, scienza e cultura. La decisione è stata votata a maggioranza (serviva il benestare almeno dei due terzi dell'assemblea, composta sino ad oggi da 193 membri): i consensi sono stati 107, i voti contrari 14. Il risultato ha subito suscitato i malumori di Israele e degli Usa, che hanno giudicato l'operazione «prematura» e «controproducente» e che alla vigilia del voto hanno minacciato di tagliare i finanziamenti all'organizzazione in caso di ingresso palestinese. La quota versata dagli Usa corrisponde al 22% delle somme corrisposte dagli Stati membri. Due leggi approvate negli anni '90 dagli Usa, da sempre alleato fedele di Israele, vietano espressamente il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo


«E' UNA TRAGEDIA» - Le prime dichiarazioni ufficiali dei rappresentanti di Washington sembrano andare proprio in questa direzione: «Non possiamo accettare questa decisione». Il portavoce di Gerusalemme è stato ancora più drastico e ha definito il via libera dell'Unesco come «una tragedia». La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland, aveva chiarito molto bene la posizione Usa la scorsa settimana: «Esistono linee rosse molto chiare nella legislazione e, se sono sorpassate nell'Unesco, tale legislazione viene attivata». E stamane, il sottosegretario Usa per l'Educazione, Martha Kanter, ha appunto parlato di «controproducente e prematuro». Gli Usa sono rientrati nell'Unesco solo nel 2003, dopo anni di boicottaggio nei confronti di quella che il Dipartimento di Stato definiva «la crescente disparità tra la politica estera Usa e gli obiettivi dell'Unesco»; ma nonostante il ventennio di boicottaggio, il presidente Barack Obama ha sempre considerato quella parigina un'organizzazione di interesse strategico e un utile strumento multilaterale per propagare i valori occidentali.

L'ASTENSIONE DELL'ITALIA - Tra le nazioni che hanno votato contro, oltre agli Usa, ci sono Germania e Canada. L'Italia e il Regno Unito si sono astenuti, mentre la Francia, la Cina, l'India hanno votato a favore, insieme alla quasi totalità dei Paesi arabi, africani e latino-americani. Complessivamente, i voti a favore sono stati 107, mentre 14 paesi hanno votato contro l'ammissione e 52 si sono astenuti. . «L'Italia si è attivata per giungere a una posizione coesa e unita dell'Ue, in mancanza della quale abbiamo deciso di astenerci», ha spiegato Maurizio Massari, portavoce della Farnesina -. Riteniamo che non era questo il momento per porre la questione della membership palestinese all'Unesco, in una fase in cui si sta cercando di creare le condizioni ideali per una ripresa del negoziato tra le due parti».

L'ADESIONE ALL'ONU - Il voto di oggi ha un valore simbolico per i palestinesi, e rappresenta un primo importante successo in attesa che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu si pronunci sull'ammissione della Palestina nelle Nazioni Unite, sulla base della richiesta presentata lo scorso settembre dal presidente palestinese Abu Mazen alla 66ma Assemblea Generale. Gli Stati Uniti hanno però già annunciato che sono pronti a mettere il veto, ritenendo che uno Stato palestinese debba essere riconosciuto nell'ambito del negoziato di pace con Israele.


Redazione Online
31 ottobre 2011 16:33

La tv ci fa schifo, in Italia c'è la censura»

Corriere della sera


L'ex conduttore di «Annozero» Santoro lancia «Servizio Pubblico», da giovedì sul web e CorriereTv


MILANO - «In Italia c'è la censura», ma «la rivolta del pubblico è già cominciata». Per questo «dal 3 novembre il giovedì sarà una giornata di sciopero contro la tv che ci fa schifo». Michele Santoro lancia così Servizio Pubblico, il suo nuovo programma che partirà giovedì 3 novembre su una multipiattaforma tv, radio e web e che Corriere.it seguirà in diretta. «Povero ma artisticamente bello: sarà così il mio nuovo programma», ha detto l'ex conduttore di Annozero nella conferenza stampa per la presentazione della trasmissione. Quella di Servizio Pubblico è una «tv che sale sulla gru - ha spiegato Santoro - come hanno fatto tanti per far sentire loro voce. Ora si affianca anche una televisione che non ha diritto di cittadinanza. E quindi questi due mondi si saldano».


«NON CONTRO BERLUSCONI» - Il programma avrà tante novità: Santoro non le ha volute rivelare tutte, ma ne ha anticipato alcune. Come quella del sondaggio su Facebook «in tempo reale» e cioè in concomitanza con la trasmissione online. «Ogni giovedì sarà uno schiaffo al potere che ha voluto costruire la tv a sua immagine e somiglianza», ha detto il conduttore. Il «destinatario polemico»? «Non Berlusconi, che è un fenomeno morto, ma il sistema politico nel suo insieme». Il giornalista è soddisfatto, visto soprattutto che «sono già più di 93 mila le persone che si sono messe in fila per versare 10 euro a testa» per Servizio Pubblico e che dunque la sottoscrizione è «vicina al milione di euro». «Questo - ha sottolineato Santoro - ci dà una spinta straordinaria ed un grande senso di responsabilità».


OSPITI - Tra gli ospiti della prima puntata, incentrata sul tema «scassare la casta», ci saranno Diego Della Valle e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. «Apriremo con una sorpresa di Vauro e poi Travaglio racconterà la balla della settimana», ha detto Santoro. Nessuna preoccupazione rispetto all'ipotesi che il direttore del Foglio Giuliano Ferrara vada ad occupare il posto nel palinsesto che fu del suo Annozero, il giovedì sera su Raidue. «È sbagliato - ha affermato Santoro - dare a Ferrara lo spazio dopo il Tg1, con quel traino di ascolti. Anche se, dopo Minzolini, ci potrebbero mettere qualunque cosa... Ma se si va a cercare ascolto sul mercato, in una fascia diversa, non ci trovo niente da dire».


Redazione Online
31 ottobre 2011 15:00

Il fondamentalismo islamico risorto

Corriere della sera


Gli scenari in Tunisia, Egitto, Libia e Siria dopo la Primavera araba
di Antonio Ferrari

Halloween, la notte dei relativisti «Un rito che non ci appartiene»

Corriere della sera

L'anatema di due cardinali: snatura le feste della Chiesa


ROMA - Halloween nemica delle feste cattoliche di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti? Il dilemma si ripresenta da anni ad ogni fine ottobre.


Ma nel 2011 una differenza c'è. Riguarda la durezza con cui l'Arcidiocesi di Bologna del cardinale Carlo Caffarra ha parlato di «brutta resa al relativismo dilagante», con tanto di nota sull'edizione bolognese di Avvenire , per la manifestazione organizzata in piazza Re Enzo a base di zucche da intarsiare per Halloween dalla Coldiretti, associazione di area cattolica. La curia invita a usare le zucche «per la vellutata o il ripieno dei tortelli».

A Torino l'arcivescovo Cesare Nosiglia rincara la dose: «La prossima festa dei Santi e la commemorazione dei fedeli defunti, tanto care alla tradizione anche familiare del popolo cristiano, da anni sono contaminate da Halloween. Tale festa non ha nulla a che vedere con la visione cristiana della vita e della morte e il fatto che si tenga in prossimità delle feste dei santi e del suffragio ai defunti rischia sul piano educativo di snaturarne il messaggio spirituale, religioso, umano e sociale che questi momenti forti della fede cristiana portano con sé. Halloween fa dello spiritismo e del senso del macabro il suo centro ispiratore».

Vincenzo Pace, docente di Sociologia della religione all'università di Padova, replica con una riflessione ottimista ma che consegna un dubbio alla Chiesa: «Halloween non ha affatto soppiantato quella di Tutti i Santi. Il culto che la base cattolica riserva proprio ai Santi è tuttora solidissimo. Io vivo a Padova e vedo cosa avviene ogni giorno alla Basilica di Sant'Antonio. La tradizione del pellegrinaggio perdura così come, ripeto, non conosce crisi il culto dei Santi. Direi che resiste più della figura dello stesso Papa...». Affermazione interessante, visto che viene da un sociologo della religione. Pace respinge anche il nodo del relativismo: «Ricordo che le stesse figure dei santi sono relative, ciascuno ha il proprio "ambito" in cui esercita, secondo i credenti, una influenza».

Pippo Corigliano, scrittore (il suo «Preferisco il Paradiso» edito da Mondadori ha superato le 20 mila copie), per quarant'anni responsabile delle relazioni esterne dell'Opus Dei, si schiera con i vescovi: «Hanno ragione, Halloween è una moda importata dall'America che, come tutte le mode, inducono alla superficialità. La bonomia buongustaia bolognese fa capolino anche in questo caso perché la nota della Curia invita a usare le zucche per i tortellini o per la "vellutata"...». Detto questo, aggiunge Corigliano, «le feste di Tutti i Santi e della Commemorazione dei defunti sono comunque momenti sanamente inquietanti perché inducono a riflettere sull'aldilà.

È bene ricordare che Gesù è stato chiaro: esiste la vita eterna e l'immagine che usa più di frequente per illustrarla è quella del banchetto, cioè una riunione di famiglia e di amici in cui si mangia e si sta bene assieme». Dunque una festa... «Un modo per far capire che in Dio staremo bene e non ci mancherà nulla. Sarà come mangiare dei tortellini di zucca e anche meglio. In tutta Italia si confezionano i dolci dei morti sotto forme molto svariate. L'importante è imitare Gesù nel suo amare tutti, altrimenti ci sarebbe anche l'inferno col suo "pianto e stridore di denti". Ma speriamo che l'argomento non ci riguardi».

Più problematico Brunetto Salvarani, teologo e critico letterario, impegnato nel dialogo interreligioso, direttore della collana Emi «Parole delle fedi»: «Ritengo che il problema sia più ampio della questione legata ad Halloween e a una possibile accusa di relativismo. C'è una questione di omologazione del tempo. Fino agli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, in Italia gran parte dei credenti erano anche praticanti e, attorno alle parrocchie, scandivano il tempo della propria vita con le festività». E ora, professor Salvarani? «Tutto diverso. La pratica nelle chiese è quella che vediamo. Assistiamo a una sorta di nomadismo culturale, religioso e spirituale che denota una trasformazione complessiva. Occorre porsi il problema se talune festività cattoliche abbiano perso la forza di "parlare" ai fedeli».

Cosa dovrebbe fare il mondo cattolico? «Ci viene offerta un'occasione per stare dentro questa trasformazione, per intercettarne i dati eventualmente positivi. La mutazione non dovrebbe vedere la Chiesa cattolica come semplice spettatrice, se non addirittura come parte ostile. In una contingenza simile, non si può stare l'un contro l'altro armati».

Paolo Conti
31 ottobre 2011 10:34

Ingroia va dal Pdci: «Io, pm partigiano» E si apre un caso. Il Pdl: uno scandalo

Corriere della sera


Il procuratore antimafia di Palermo, allievo di Borsellino: «Imparziale? No difendo la Costituzione»

 


ROMA - «Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni ma io confesso che non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano, sono un partigiano della Costituzione». Antonio Ingroia, aggiunto della Procura antimafia di Palermo, allievo di Paolo Borsellino e fedelissimo di Giancarlo Caselli, parla al sesto congresso del partito dei comunisti italiani. È il magistrato che ha condotto alcune delle inchieste più difficili sulla mafia, da quella che ha riguardato il senatore pdl Marcello Dell'Utri a quella sull'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, fino alle grandi stragi e alla trattativa fra Stato e Cosa nostra. La platea del congresso di Rimini si alza, gli regala una standing ovation. E lui spiega il motivo della sua presenza qui, mezz'ora di intervento per parlare di mafia e legalità nella giornata conclusiva di un incontro politico, di partito, sotto lo slogan «La rivoluzione da ottobre».


Partigiano Ingroia lo è davvero, socio onorario dell'Anpi che lo ha premiato ad aprile di quest'anno. Ma la resistenza di cui parla è un'altra. «Fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgerla - dice il magistrato - so da che parte stare». E ancora: «Ho accettato l'invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui. Ma io ho giurato sulla Costituzione democratica e sempre la difenderò». In effetti le polemiche arrivano subito, tutte targate Pdl. Il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto usa il sarcasmo: «Ringraziamo il dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate per i rapporti fra mafia e politica sono nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità».

Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dice di voler portare il «comizio e questo scandalo in Parlamento». Il ministro della Giustizia, ed ex magistrato, Francesco Nitto Palma preferisce il no comment, il falco Giorgio Stracquadanio invoca l'intervento del Csm mentre la colomba Gianfranco Rotondi dice, ironicamente, di avere rispetto perché «non si era mai visto un giudice comunista che venisse fuori con tanta chiarezza». Ma è Jole Santelli, ex sottosegretario alla Giustizia, a dar voce a quello che nella maggioranza pensano in molti: «Credo che Ingroia stia preparando il suo ingresso in politica. È ovviamente possibile che tale previsione si riveli errata ma altrettanto probabile che, come altri suoi colleghi, sia nel momento di passaggio in cui la toga serve per acquisire notorietà per la carriera politica».


Dottor Ingroia, allora stanno così le cose, è vero che lei vuole scendere in politica? «Non ci sono i presupposti - risponde il procuratore durante il viaggio di rientro da Rimini - in questo momento non ci sono elezioni e quindi siamo di fronte al solito pretesto per fare il tiro al bersaglio sul magistrato di turno». Ma questo vuol dire che, se ci fossero elezioni, lei si candiderebbe? «Non ho detto questo ma ricordo che, in base alla legge, il magistrato ha diritto sia all'elettorato attivo che a quello passivo». Più di uno spiraglio lasciato aperto, insomma.

Quest'estate il nome di Ingroia era circolato per una possibile candidatura a sindaco di Palermo. Non se ne farà nulla, ed è lui stesso a spiegare il perché: «È inopportuno che un magistrato si candidi nella stessa città dove è stato in servizio». E non è inopportuno che un magistrato partecipi ad un congresso di partito? «Non vedo dove sia lo scandalo, per altro ero stato già invitato in passato da Di Pietro e da Claudio Fava. Semmai il tema è perché alcuni partiti invitano i magistrati a parlare di giustizia e di mafia mentre altri no. Evidentemente alcuni partiti non hanno a cuore questi temi».


Diliberto, appena confermato segretario del Pdci, lo difende rinviando al mittente le accuse: «Ringrazio Ingroia per il suo coraggio. Era ben conscio che la sua partecipazione ad un libero congresso qual era il nostro, ancorché sacrosanta, avrebbe suscitato le schiumanti reazioni di chi odia i liberi congressi».

Lorenzo Salvia
31 ottobre 2011 11:54

Sequestri, segreti e depistaggi: il giallo del sergente scomparso

Corriere della sera

Del sottoufficiale della Marina, Davide Cervia, esperto di «guerre elettroniche», non si hanno notizie dal 1990


Il sergente Davide Cervia

MILANO - Aveva cominciato Marisa, la moglie, adesso tocca a Erika sostenere una storia enorme di segreti e depistaggi. Una vicenda che inizia con il rapimento, ventuno anni fa, davanti al cancello di casa a Velletri, dell’ex sergente della Marina Davide Cervia, esperto di «guerre elettroniche», suo padre. «Io e mio fratello Daniele — dice — adesso abbiamo l’età per potercene occupare, per attirare l’attenzione dopo tanti anni di silenzio».


LA LETTERA Lo fanno con una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Pretendiamo una risposta concreta... affinché si faccia finalmente luce su questo agghiacciante mistero di Stato». Un intrigo che dalle porte di Roma conduce al Sud del Mediterraneo, oppure al Medio Oriente, o ancora più a Est, apre scenari di guerra, rende quasi impossibile districarsi tra prove e bugie. La battaglia di una famiglia della provincia italiana alle prese con un «nemico» molto più grande e con un vuoto personale da affrontare. Erika aveva sei anni quando, il 12 settembre 1990, il padre non rientrò a casa. «Rimani segnato, e anche dopo — per quanto fossi solo una bambina — ricordo personalmente pedinamenti, telefonate mute, minacce».

I DOCUMENTI La magistratura conferma la tesi del «sequestro a opera di ignoti» ma nel 2000 archivia per l’impossibilità di rintracciare i responsabili. Il caso resta un’inchiesta privata. Di documenti la famiglia ne ha raccolti a migliaia. Lo stesso Sismi in una relazione «riservatissima» ammette che l’indagine si fonda su «materiale di parte» e — incredibilmente — non aggiunge nulla di più. Erika e Daniele fanno il punto su carte e registrazioni, e ogni tassello si lega a un’inadempienza degli inquirenti o a un tentativo palese di insabbiamento.

I DEPISTAGGI Un testimone, un vicino di casa, vede Davide malmenato e spinto a forza in un’auto verde scuro. Un altro, l’autista di un autobus, incrocia la vettura verde seguita dalla Golf di Cervia guidata da un biondino. Entrambi vengono a lungo ignorati. La Marina fornisce nel tempo cinque fogli matricolari (curriculum professionali dei militari) diversi e solo nell’ultimo — ottenuto dopo nove ore di occupazione dei familiari al ministero della Difesa — compare la sigla GE, «guerre elettroniche».

LE TRACCE Quattro mesi dopo la scomparsa, il nome di Davide Cervia compare tra i passeggeri di un volo Air France Parigi-Il Cairo, biglietto acquistato dal ministero degli Esteri francese. Sette anni dopo nella casa di Velletri, verso mezzanotte, arriva una telefonata strana: quando Marisa alza la cornetta sente la voce del marito che parla di lavoro. Lo chiama ripetutamente, finché si rende conto che è una registrazione.

GLI INSABBIAMENTI Molte lettere anonime in questi anni alla famiglia. Qualcuna tracciava ipotesi più o meno fantasiose, qualcun’altra, più frequente, intimava il silenzio. Un anno dopo il rapimento, subito dopo il ritrovamento della Golf di Cervia, vicino alla stazione Centrale a Roma, in perfette condizioni, con l’autoradio inserita e i fiori raccolti per la moglie ancora sul sedile posteriore, alla famiglia qualcuno offre un miliardo di lire per tacere e abbandonare il caso. «Io e mia madre non vogliamo ancora dire chi, prima vogliamo la garanzia che lo Stato sia disposto a tutelarci».

LE IPOTESIChi c’è allora dietro la scomparsa di Davide Cervia? Le risposte, come in ogni mistero, sono tante. Il tecnico può essere stato sequestrato da un «cliente» interessato alla sua specializzazione nel campo della guerra elettronica. Si è parlato di Iraq, Libia, Iran, Arabia Saudita, Stati che avevano acquistato navi e materiali bellici in Italia e che forse avevano bisogno di esperti. E’ l’ipotesi a cui più crede la famiglia.

E anche le autorità italiane ad un certo punto hanno indicato una pista libica. Oppure c’è un Paese più importante: una traccia porta alla Russia e al giallo di un sistema sofisticato «rubato» dal Kgb nell’89 (ci furono anche due arresti). E’ possibile che l’Italia abbia venduto tecnologia a uno «Stato canaglia» e questo lo abbia poi girato ai russi? Cervia potrebbe essere venuto a conoscenza di qualcosa di inconfessabile. Qualcosa di molto imbarazzante.

Qualcosa di così serio da essere risolto in modo drastico facendo sparire l’italiano. E una volta eseguita la missione sono poi partiti i depistaggi con le mille segnalazioni e i testimoni poco attendibili. Infine l’ultima carta, quella del denaro. Dopo la scomparsa le autorità hanno cercato di accreditare la tesi dell’allontanamento volontario di Cervia. Ma allora perché l’offerta di un miliardo di lire? E’ chiaro. Non solo si voleva soffocare la verità, ma anche far dimenticare una storia dalle implicazioni gravi.


DOCUMENTI: gli incartamenti con le indagini del Sismi



Alessandra Coppola
Guido Olimpio
30 ottobre 2011(ultima modifica: 31 ottobre 2011 07:43)

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Quando Vallanzasca sparò al mio amico"

Il Giorno

Silvano Gattari 36 anni in Polizia

Il sostituto commissario va in pensione dopo oltre tre decenni di servizio sulle strade di Milano. "Droga e stranieri, così è cambiata la città. Ma anche la polizia non è più la stessa"

Renato Vallanzasca


Milano, 31 ottobre 2011 - Quando prese servizio alle «Volanti» aveva 23 anni. Oggi Silvano Gattari lascia dopo 36 anni. Era arrivato a Milano dalla provincia di Macerata, terra fertile e produttiva solo per riempire i treni che portavano al Nord. E molti si arruolavano e indossavano quella divisa verde pesante come una coperta. Qualcuno è diventato questore (Paolo Scarpis), qualcuno ha fatto carriera fino a essere nominato Cavaliere e poi Ufficiale restando un Sostituto commissario, appunto Silvano Gattari. Qualcuno è stato molto meno fortunato ed è rimasto ucciso sotto i colpi della banda Vallanzasca, come Giovanni Ripani.

«Era il 17 novembre di 33 anni fa, ma lo ricordo come fosse oggi - racconta con l’emozione che il tempo non ha corroso, Silvano Gattari - mi è morto fra le braccia in piazza Vetra. Gli hanno sparato 14 colpi Vallanzasca, Cochis, Careccia e gli altri della sua banda. Quella maledetta mattina eravano in servizio tutti e due. Entrambi marchigiani. Eravamo compagni di stanza...».

Gattari è uno dei pochi fortunati che ha attraversato gli ultimi 35 anni di storia milanese con una divisa indosso e con una pistola alla cintola. «Anni di rapine violente, di banditi spregiudicati, sequestri di persona, di sparatorie in mezzo la strada, inseguimenti pericolosi... Anni difficili. Allora la microcriminalità non esisteva. C’erano solo grandi criminali...».

E snocciola nomi che sembrano un elenco telefonico: «Vito Pesce, Mario Carluccio, Rossano Cochis, Antonio Colìa, la banda Vallanzasca. Tutti avevano un soprannome». Gattari pesca nel catino dei ricordi. «Andavamo a fare irruzione in qualche appartamento della Comasina e loro avevano un trucchetto per sfuggire alla cattura. Mandavano avanti le loro donne. Tutte mezze nude e intanto avevano il tempo di scappare dalla finestra. Ma noi non eravamo fessi...».

Voltando lo sguardo indietro spesso, con nostalgia, si parla di codice d’onore della mala? Di banditi che non osavano toccare bambini o anziani. «In un certo senso, appunto, non si vedevano scippi o roba di questo livello. Le grandi bande non volevano tra i piedi delinquentelli. Le rapine in banche si facevano entrando con sette persone col mitra e il passamontagna. Poi fuggivano sparando all’impazzata. Altro che taglierino...». Bande, malavita, cominciava ad affluire a Milano anche la droga. E poi è arrivato il terrorismo. Gli anni di piombo. «Un altro periodo terrible. C’era la colonna milanese della Brigate rosse, guidata da Moretti e Senzani. Ogni giorno un gambizzato».

Senza vanagloria ma con un briciolo d’orgoglio il Sostituto commissario ricorda anche qualche episodio che gli fa ancora venire i brividi. «Le Brigate rosse mi avevano preso di mira. A me come tanti altri. Mi telefonavano a casa. Minacce. Sentivo che avrei potuto essere la vittima di un agguato. Poi quando ci fu l’irruzione nel covo di via Lorenteggio tutto finì. Un’altra volta un imprenditore che voleva suicidarsi mi puntò la pistola al petto.

Lavorava nel settore dei giubbetti antiproiettili e sapeva che quello che indossavo io non sarebbe servito a nulla...». Come è cambiata Milano? «Immigrazione e droga. Hanno cambiato questa città. Prima la coca l’aveva solo Vallanzasca, adesso lo spaccio ha cambiato tutto. C’è la microcriminalità, tanti stranieri che non hanno lavoro e casa. È una situazione difficile. Ma pensate cos’era il terrorismo, i sequestri di persona, le sparatorie...»

Per 36 anni, non ha badato ad orari e giorni di riposo anche all’epoca in cui gli straordinari non venivano pagati. «La questura è la mia seconda casa.» sospira ancora. Ma cosa è cambiato al lavoro? «Smilitarizzazione e ingresso delle donne. La polizia è diventata democratica, trasparente. Sicuramente è migliorata da questo punto di vista. Però prima c’era un attaccamento alla divisa che adesso non c’è più. C’erano valori più forti.

Si lavorava perchè c’era qualcosa che ti spingeva a farlo anche se in cambio avevi pochissimo. Adesso è un lavoro, uno stipendio, a volte qualche riconoscimento e qualche medaglia, sperando in un aumento di stipendio. E adesso. Da novembre in poi? «Non voglio pensarci. Ma ho lavorato una vita nel settore Sicurezza e questo mi darà da vivere ancora. Di certo non vado a pescare e faccio il pensionato».


di Tino Fiammetta




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Bruno Vespa contestato: «Venduto»

Corriere della sera


Critiche al giornalista mentre passeggiava nei pressi del teatro Valle di Roma. La replica: «Insultato alle spalle»


ROMA - Bruno Vespa è stato contestato e insultato davanti al Teatro Valle a Roma. È quanto documenta un video, messo in rete dagli stessi autori della protesta, che sta girando su Facebook e mostra il giornalista alle prese con un gruppo di persone inferocite che gli urla «venduto, la Rai è servizio pubblico». Contro il conduttore di Porta a Porta si sono levate parolacce, fischi e cori.


LA RICOSTRUZIONE - Secondo quanto riferiscono i lavoratori dello spettacolo che dal 14 giugno scorso stanno occupando il teatro Valle di Roma l'episodio è accaduto sabato sera verso 20.30 circa. A contestare Bruno Vespa, che stava passeggiando vicino lo storico teatro romano, sarebbero state una trentina di persone. Tutto sarebbe iniziato da una frase, appunto «La Rai è un servizio pubblico», indirizzata al conduttore di Porta a Porta e partita dalle persone in fila per assistere allo spettacolo serale del Valle. Da lì poi il coro di urla ed insulti è andato via via aumentando coinvolgendo gran parte degli spettatori in attesa fuori dal teatro, alcuni occupanti del Valle ed anche, secondo quanto si apprende, diversi commercianti della zona. Il video della contestazione è stato pubblicato alcuni minuti dopo l'accaduto sulla pagina Facebook del Teatro Valle occupato.


LA REPLICA DEL GIORNALISTA - Lo stesso Bruno Vespa è intervenuto domenica sera sull'accaduto, facendo notare che «il video mostra soltanto gli ultimi secondi, quando io mi sono allontanato». «In realtà passando davanti al teatro Valle insieme con mia moglie - ha precisato - sono stato insultato alle spalle. Sono tornato indietro per affrontare chi mi insolentiva chiedendone le ragioni e dicendomi pronto a una franca discussione. Non è stato possibile e per almeno un quarto d'ora sono stato violentemente insultato da almeno una trentina di persone che urlavano come ossesse. Ci sono testimoni che possono confermarlo».

Quanto a «chi mi diceva di essere venduto a Berlusconi - ha evidenziato il giornalista Rai - ho chiarito che io non gli devo niente e anzi sono io che ogni anno gli do una discreta paghetta con i miei libri come editore di Mondadori. Quando ho dovuto allontanarmi perchè alcuni ospiti ci aspettavano ormai da tempo in un ristorante vicino, mia moglie si è fermata altri venti minuti affrontando gli occupanti del Valle e alla fine, quando tutti se ne erano andati, ha dato agli ultimi il suo biglietto da visita del ministero della Giustizia invitandoli a chiamarla quando avessero voluto fare un dibattito».

(con fonte Ansa)
Redazione Online
30 ottobre 2011 23:34

Il «vaffa...» di Iacchetti ai ministri Brunetta e La Russa

Corriere della sera


Il conduttore «indignato» lancia i suoi insulti via Facebook. «E tra 15 mesi ci saremo andati pure noi»


MILANO - Enzo Iacchetti si indigna contro i costi della politica via Facebook. Posta così un video sulla sua pagina del popolare social network: t-shirt bianca e occhialini, il comico insulta i ministri della Pubblica amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, e della Difesa, Ignazio La Russa. «Questa settimana - esordisce Iacchetti nel video - mi dice un mio confidente e amico, poi se non è vero lo smentiamo, che alla Camera dei Deputati, che ha già 4.600 dipendenti, sono stati assunti altri 33 dipendenti quindi: vaffanculo Brunetta».

Poi, prosegue Iacchetti «leggo sul Corriere di ieri che La Russa ha comperato 19 Maserati blindate per trasportare dei generali e allora diciamo: vaffanculo anche a La Russa. In questo modo - aggiunge - si possono scrivere tutte le lettere del mondo (probabilmente il comico allude alla lettera d'intenti all'Unione europea ndr.) ma fra una quindicina di mesi saremo andati affa... pure noi. Bisogna cominciare a incazzarsi un attimino», conclude Iacchetti.


LA CAMERA - Immediata la smentita dalla Camera che con una nota comunica che le notizie «fornite da Enzo Iacchetti sono completamente false». Non è vero, si legge che alla «Camera dei deputati i dipendenti sarebbero 4600 e altri 33 ne sarebbero stati assunti in questa settimana», come ha scritto il comico. «Niente di più falso: alla Camera i dipendenti sono 1648 e non c'è stata alcuna assunzione».

Redazione online
30 ottobre 2011(ultima modifica: 31 ottobre 2011 00:09)

Folli. L'ultima perla di una giustizia incredibile. Sciolse la moglie nell'acido, Stato paga il legale

Libero




E' accusato di aver ucciso e sciolto nell’acido l’ex moglie, “colpevole” di aver denunciato un noto clan della ’ndrangheta calabrese. Ma l’avvocato per difendersi nel processo glielo paga lo Stato. L’imputato è Carlo Cosco, ritenuto il mandante dell’omicidio di Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia rapita a Milano nel novembre del 2009 e poi torturata e sciolta in 50 litri di acido in Brianza.

Il processo è cominciato lo scorso luglio. E Cosco, che ha chiesto il giudizio immediato, ha ottenuto il gratuito patrocinio: nel dibattimento sarà difeso da Daniele Sussman Steinberg, noto avvocato milanese, scelto dal presunto mafioso ma pagato coi soldi pubblici. Per essere ammessi al gratuito patrocinio, l’ultimo reddito annuo dichiarato non può superare i 10.628,16 euro.

Ed è ciò che ha fatto Cosco. «È ovvio che un mafioso non dichiari i soldi guadagnati dai traffici illeciti», dice Ilaria Ramoni, referente per Milano della associazione “Libera”. E infatti, i fratelli Vito e Giuseppe, anch’essi imputati nel processo, pagano di tasca propria due avvocati a testa. Ma nella dichiarazione dei redditi dell’altro fratello, spiega Ramoni, «è scritto che lavorava come buttafuori nelle discoteche e che aveva un reddito esiguo». Non si sa, a questo punto, dove Cosco avrebbe preso i 200mila euro promessi alla figlia Denise, principale accusatrice del padre nel processo, per convincerla a tornare a Milano.

«Il problema», prosegue Ilaria Ramoni, «è che nell’accusa è caduta l’aggravante mafiosa, altrimenti l’imputato non avrebbe ottenuto l’avvocato gratuito». In poche parole, eliminato il reato di associazione mafiosa, Carlo Cosco è stato rinviato a giudizio per omicidio premeditato e occultamento di cadavere, ma non per motivazioni legate alle rivelazioni di Lea Garofalo sui traffici del clan Cosco. Bensì, per «ragioni familiari dovute alle continue liti con la moglie». Insomma, un omicidio “normale”.

Dalle ricostruzioni delle indagini sulla morte di Lea Garofalo, però, la rete di relazioni della famiglia calabrese risulterebbe tutt’altro che normale. Carlo, Giuseppe e Vito, noti come “i fratelli Cosco”, sarebbero esponenti della omonima cosca di Petilia Policastro, nel crotonese. Quartier generale della famiglia sarebbe stato il palazzo di via Montello 6, di proprietà dell’Ospedale Maggiore ma occupato abusivamente dai Cosco. Qui i tre fratelli avrebbero gestito gli affari legati al settore edilizio, al traffico di droga e ai subaffitti delle case popolari. Affari di cui Lea Garofalo aveva parlato ai magistrati. Una scelta fatta per sè e per il futuro di Denise, anche a costo di andare contro la sua famiglia. E, soprattutto, contro suo marito. Quel Carlo Cosco che ora è difeso da un avvocato a spese dello Stato.

di Lidia Baratta
29/10/2011




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Woodcock, vittima dal suo stesso metodo

di

Il magistrato napoletano scopre quanto è brutto essere vittima dell'abuso di intercettazioni e della loro diffusione incontrollata; ma perché se ne accorge solo ora?




Il metodo anti Woodcock, in effetti, è uno scandalo. E lo sapete perché? Perché assomiglia in tutto e per tutto al metodo Woodcock. Se fossimo dei fan della legge del contrappasso potremmo dire che al magistrato delle inchieste vip è stata applicata l’antica regola del «chi la fa l’aspetti»:in fondo quel che di ( brutto) gli è successo è né più né meno che quello di (brutto) lui faceva succedere agli altri. Uso abnorme delle intercettazioni, superamento dei limiti formali e territoriali, ricorso al gossip giudiziario: quello che sarebbe stato messo in campo contro Woodcock è esattamente quello che lui metteva in campo contro le sue vittime. Sia chiaro: lui è innocente. Ma anche molte delle sue vittime lo erano. Però, per loro, chissà perché non si è mai indignato nessuno…

Invece per Woodcock sì, sono tutti indignati. Il Sacro Coro delle Penne Riunite da qualche giorno sta spandendo ettolitri d’inchiostro per deprecare giustamente la macchina infernale messa in campo da un gruppo di magistrati per cercare di delegittimare cinque loro colleghi, a cominciare appunto da Henry John. Sia chiaro: se tutto questo sarà dimostrato i responsabili dovranno pagare, in primis i due capi della presunta «associazione», cioè i sostituti procuratori di Potenza, Gaetano Bonomi e Modestino Roca. Ma quello che sfugge al Sacro Coro, tutto impegnato a difendere l’eroe di Vallettopoli, abbandonando cautele e condizionali d’obbligo, è un piccolo particolare: che differenza c’ètra il metodo applicato contro Woodcock e quello che lui applicava contro i suoi indagati?

A prima vista, pare assai poco. In entrambi i casi siamo di fronte a: abuso di intercettazioni, telefoni controllati quando non avrebbero dovuto esserlo, raccolta di informazioni al di fuori della competenza dei magistrati, illecita diffusione di notizie che riguardano la vita privata. Cosa c’è di diverso se finisce sui giornali la foto di Woodcock che fa footing con Federica Sciarelli o la telefonata di Vittorio Emanuale con la prostituta Alice? Far pubblicare il gossip su una presunta amante è più grave che far pubblicare le telefonate in cui l’erede Savoia parla di bambine e sardi?

Woodcock è innocente, si dirà. Anche Vittorio Emanuele lo era, come dimostrato dalle inchieste. Entrambi, dunque, sono finiti (innocenti) al centro di una macchina che li ha infangati, meritano entrambi la solidarietà. Soltanto che di una macchina John Henry è vittima, dell’altra è il manovale. Tirare in ballo le amiche solo perché personaggi televisivi è scandaloso, ci ripetono indignati i giornalisti del Sacro Coro.

Che c’entra la conduttrice Rai Sciarelli? Già: non c’entra nulla. Più o meno come la conduttrice Rai Anna La Rosa, infangata con presunte accuse che sono cadute nel nulla. Ci scandalizziamo tutti per la Sciarelli vittima del metodo anti Woodcock, d’accordo.Ma dov’erano gliindignados quando Anna La Rosa rimaneva vittima del metodo Woodcock?

Dicono i bene informati che gli autori del metodo anti-Woodcock avevano messo in piedi questo sistema capace di sfruttare i giornali di gossip perché volevano guadagnare prestigio e visibilità. Ma guarda un po’:non mirava ad acquisire prestigio e visibilità anche John Henry? Non è per quello che le sue inchieste sfondavano i confini della competenza territoriale e andavano a cercare nomi noti, da titolo sul giornale, in giro per l’Italia?Non è per quello che dalla fino allora dimenticata Procuradi Potenza sono passati tutti i volti possibili della Tv e del jet set?

Come vedete, alla fine, tra metodo Woodcock e metodo anti Woodcock ci sono molte analogie e poche differenze. Entrambi mirano a mettere una persona nel frullatore, senza preoccuparsi del fatto che sia colpevole o meno, ma danzando lunga la linea sottile della credibilità. In entrambi entrano in gioco magistrati che esondano rispetto alle loro funzioni. In entrambi si scivola dalla giustizia al gossip, dai fatti accertati ai pettegolezzi. L’unica vera differenza, a pensarci bene, è che le vittime del metodo Woodcock, pur essendo innocenti, a volte sono finite in carcere. Quelle del metodo anti Woodcock, per fortuna no.

E dunque, a questo punto, se fossimo fan del contrappasso, ripeteremmo: chi di spada ferisce… Ma siccome il contrappasso non ci piace, e il metodo anti Woodcock ci fa orrore tanto quanto il metodo Woodcock, ci limitiamo a una gentile richiesta: mentre ci indigniamo tanto per il trattamento cui è stato sottoposto il pm da copertina, qualcuno potrebbe gentilmente ricordargli che è, più o meno, lo stesso trattamento cui lui sottoponeva le sue vittime? Senza nessun rancore, sia chiaro: solo per chiedergli una testimonianza. Solo per sapere in presa diretta l’effetto che fa.




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Benvenuta Nargis, siamo 7 miliardi

La Stampa

E' una bambina indiana. Ma è già sfida per conquistare il primato



Nargis è nata in un ospedale rurale dell'Uttar Pradesh


Il cittadino numero 7 miliardi della terra è una bambina indiana almeno secondo l'organizzazione non governativa Plan International. Secondo la Ong, il simbolico titolo spetta a Nargis, una piccola nata in un ospedale rurale dell'Uttar Pradesh a circa 70 chilometri dalla capitale dello stato Lucknow.

Nargis è nata alle 7,20 ora locale da una madre di 23 anni e un padre di 25 nel piccolo villaggio di Mall. La Ong seguiva da vicino sette done il cui parto era previsto per oggi e aveva scelto l'Uttar Pradesh per l'esperimento in ragione dell'alto tasso di fertilità della zona e in base ad alcune indicazioni delle Nazioni Unite secondo cui l'essere umano numero sette miliardi sarebbe nato lunedì 31 ottobre proprio in questa regione.

Ma il primato di Nargis non è incontrastato e anche nelle Filippine si rivendica il primato. In questo caso la palma sspetterebbe a Danica May Camacho, una bambina nata due minuti prima di mezzanotte a Manila. Con 1.2 miliardi di abitanti l'India è il secondo paese più popoloso al mondo e dovrebbe superare la popolazione cinese entro il 2005. Gli indiani hanno in media 2,7 figli mentre in Uttar pradesh ogni donna ha in media 3,8 figli.




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Se una strage di animali vale solo una multa

di

La nave perde carburante e uccide oltre 1.000 uccelli: ammenda di 5000 euro. In mare 1.700 tonnellate di cherosene. Spariti 88 barili "misteriosi". La motonave ha sbattuto perché il comandante festeggiava il compleanno




Appena 5000 euro di multa per il peggior disastro ambientale nella storia della Nuova Zelanda. 1018 uccelli morti, soffocati dalle 1700 tonnellate di cherosene riversate in mare dalla motonave «Rena» al largo del porto di Tauranga, in Nuova Zelanda. Deciderà il giudice se a bordo c'era una festa, quella del comandante, 44 anni, ora agli arresti domiciliari. Avrebbe lasciato i comandi e la portacontainer, a 18 nodi di velocità, è andata a sbattere contro la barriera corallina dell'Astrolabio.

Era un piccolo paradiso: delfini, pinguini, balene. 142 uccelli di varie specie sono stati recuperati ed ora sono sotto la tutela della protezione animali neozelandese. «Ci vorrà del tempo per ripulirli e rimetterli in libertà - dice uno dei 500 volontari impegnati nel salvataggio della fauna del posto». Una meraviglia della natura, ora irrimediabilmente compromessa.

«Noi speriamo di liberarli nello stesso luogo da cui li abbiamo raccolti ma sappiamo che non dipende solo da noi. La minaccia ambientale - spiega resta alta fintanto che la portacontainer Rena resta incagliata in quel pezzo di barriera. Vedi quella chiazza marrone che accompagna in superficie le onde? Quello è tutto cherosene perso dalla nave, continua ad arrivare e ogni giorno sembra aumentare».

Quello è il primo rubinetto da chiudere. C'è infatti ancora del carburante nel serbatoio della Rena. Sul luogo del disastro è già giunta la nave cisterna Awanuia. Dovrà prepararsi a pompare gas e carburante dal relitto per metterlo in sicurezza.

Ma le operazioni non cominceranno almeno fino a quando le condizioni meteo non lo consentiranno. C'è poi il problema del carico. Nessuno sa con esattezza cosa contengano i container ancora rimasti in coperta e quelli persi in mare. Sono 88 in tutto.

Alcuni hanno viaggiato alla deriva fino all'isola di Motiti. Un altro paio sono giunti fino alla spiaggia di Papamoa, a 5 chilometri da Tauranga. In mare le operazioni di recupero sono condotte grazie ad una flottiglia di pilotine. Ma la minaccia resta alta: il relitto della Rena è in pratica tagliato in due. Può spezzarsi in qualsiasi momento. Rotta e condannata, diceva il New Zealand Herald in prima pagina qualche giorno fa.

La notizia ha anche oscurato l'attesa che tutto il Paese sta vivendo per il mondiale di rugby. Da queste parte l'ambiente è una cosa seria. E quelle immagini dei gabbiani e dei cormorani con le piume luride di catrame hanno l'effetto di un pugno allo stomaco. Proprio a Papamoa, la passeggiata sulla sua finissima sabbia accarezzata dal Pacifico, lascia un paio di centimetri di catrame sulle suole delle scarpe come macabro souvenir. Le autorità hanno vietato l'accesso all'arenile per permettere le operazioni di pulizia. I volontari non usano solventi, solo barriere e sacchetti di plastica per raccogliere sabbia e catrame e portarli lontano.

Un lavoro massacrante che non riguarda solo Papamoa, ma diverse spiagge come ad esempio quella di Motiti, la più vicina al relitto della nave. Per questo il primo ministro John Key e il ministro dei trasporti Steven Joyce, sotto accusa nelle prime ore per la lentezza dei soccorsi, ora non escludono una caccia senza fine al colpevole. Per fargliela pagare. Ma per ora a pagare (e pure poco) è solo il comandante della nave. La prossima settimana tornerà in aula è gli verranno contestate altre accuse.

Intanto l'armatore della Rena, Diamantis Manos in un messaggio video ha chiesto scusa alla popolazione di Tauranga e in perfetto burocratese ha annunciato l'apertura di un'inchiesta interna per scoprire la cause dell'incidente. Della festa di compleanno del comandante neanche a parlarne, per carità. L'assicurazione non capirebbe.

E l'equipaggio, gli unici che potrebbero dire qualcosa in più su quello che è accaduto quella notte, è già tornato nelle Filippine. Le migliori condizioni, insomma, per insabbiare l'inchiesta come del resto hanno fatto con il catrame. Intanto ci sono quei mille uccelli morti, le balene che hanno preso un'altra rotta e Tauranga che dovrà aspettare parecchio prima di tornare ad essere quel pezzo di paradiso simbolo turistico e commerciale dell'«isola dalla lunga nuvola bianca».




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domenica 30 ottobre 2011

Deputato paga 100 euro per una pizza «Gli rimarrà per sempre sullo stomaco»

Il Mattino


NAPOLI - Sergio D'Antoni, parlamentare Pd, è il primo onorevole a pagare la pizza a prezzo maggiorato, come promesso dai pizzaioli napoletani che hanno aderito alla nuova campagna contro la "casta". È successo nella pizzeria Sorbillo, in Via Tribunali nel Centro antico di Napoli, dove una pizza agli onorevoli costa 100 euro.




«Sabato 29 ottobre intorno alle 22.30 - raccontano il commissario regionale campano dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, e lo speaker radiofonico Gianni Simioli, ideatori della nuova campagna contro la casta - Sergio D'Antoni si è recato nella nota pizzeria ai Tribunali.

Forse non sapeva del prezzo per i deputati o forse ha ritenuto giusto pagare di più. Fatto sta che i clienti del locale l'hanno riconosciuto e hanno chiesto al titolare, che non lo aveva notato, di praticare il sovraprezzo per i deputati che è segnalato in grande evidenza all'ingresso del locale». D'Antoni, raccontano Borrelli e Simioli, «non ha battuto ciglio e ha pagato il salatissimo conto per una pizza "salsiccia e friarielli", che probabilmente gli rimarrà per sempre sullo stomaco. Siamo solo all'inizio».

«Questa vicenda dimostra - continuano Borrelli e Simioli - che se il popolo vuole la casta paghi. In tre giorni già 30 locali hanno messo i sovrapprezzi per i deputati, dai caffè a 90 euro ai panini a 350, fino ai pastori di San Gregorio Armeno a 1.200 euro. Ovviamente, qualora i deputati italiani si riducessero i benefit e gli stipendi, la nostra campagna si fermerebbe subito».

«I primi 100 euro - racconta Gino Sorbillo - li donerò a un centro per il sostegno ai poveri. Mi spiace per l'onorevole D'Antoni, ma finchè non si leveranno i privilegi della casta io e tanti altri commercianti li 'bastoneremò con il conto. Adesso aspetto il ministro La Russa. Se si presenta gli chiedo mille euro per un pizza perché in piena crisi economica ha acquistato con il suo Ministero 19 Maserati. Questi personaggi vanno fermati perchè non hanno ritegno», conclude.


Domenica 30 Ottobre 2011 - 12:35    Ultimo aggiornamento: 12:40



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Imprenditore nudo per protesta: «Ogni giorno uno di noi rischia....»

Corriere della sera

«...di restare in mutande»: manager trevigiano compra una pagina del Corriere e si spoglia


Enrico Frare copra una pagina del «Corriere» e si spoglia per protesta
Enrico Frare copra una pagina del «Corriere» e si spoglia per protesta
MILANO - Come Luciano Benetton 18 anni fa. Ma se in quel caso il patron della griffe di abbigliamento agì solo per pubblicità, in questo caso la storia è assai diversa. Già perché il giovane imprenditore trevigiano Enrico Frare, titolare della E-Group ha voluto comprare una intera pagina del Corriere, posando nudo, e lo ha fatto per provocazione, per manifestare il disagio della categoria di fronte alla crisi. La sua azienda è specializzata in abbigliamento sportivo invernale.

«Ogni giorno in Italia - recita lo slogan che accompagna la foto di Frare - un imprenditore rischia di rimanere senza mutande». «Per chi come me cerca di portare avanti il made in Italy - spiega oggi dalle pagine del Corriere del Veneto - la situazione non è più sostenibile. C'è chi mi chiede perché non delocalizzo: ma io voglio investire qui». È anche un problema di liquidità. «Le banche - denuncia Frare - anche a fronte di garanzie non concedono più nulla. La conseguenza sono meno investimenti in ricerca, sviluppo del prodotto, ritardi nella consegna e produttività in calo». La soluzione, ammonisce infine il giovane imprenditore, è una sola: «Il governo deve muoversi subito per non rischiare la fuga delle imprese che hanno fatto la fortuna del nostro territorio». Redazione Online








30 ottobre 2011 12:37



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Ingroia si confessa dai comunisti: "Io mi sento un partigiano"

di

Al VI congresso del Pdci, il sostituto procuratore di Palermo fa un comizio e dice: "Non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma soprattutto perché sono un partigiano della Costituzione". Il Pdl insorge: uno scandalo




Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell'Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, "di parte" era balenato nella mente.

Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”. Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani.

Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che "siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali".

E poi ancora parole in difesa della Costituzione: "La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste".  Infine viene fuori il vero Ingroia: "Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni -e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è- ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione.

E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare". Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. "Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui - ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci - ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche".

La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamento il "dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità".

Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. "Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi.E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere dlla nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire".

"Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intevento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri", sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl.




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Nel tunnel del Bianco come al Gp L'autovelox lo "becca" ai 197 km all'ora

La Stampa

Mentre il turista volava in galleria la donna al suo fianco riprendeva la pazza corsa con un telefonino. Arriva la multa da 3000 euro



L'uomo ha dovuto lasciare la patente nelle mani della polizia


S. SER.
Un turista tedesco di origini israeliane ieri notte ha scambiato il tunnel del Monte Bianco per quello, tanto caro agli appassionati di Formula 1, di Montecarlo. I radar disseminati lungo la galleria italo-francese hanno fotografato a più riprese l'Audi A6 su cui viaggiava in direzione di Courmayeur a una velocità che ha toccato i 197 chilometri orari, contro un limite dei settanta all'ora. L'uomo è stato poi fermato dalla polizia italiana all'uscita del traforo.

Ne dà notizia Le Dauphiné Libéré. Nelle immagini registrate dagli autovelox dell'Audi lanciata a folle velocità, gli agenti hanno anche trovato una sorta di spiegazione al gesto delirante: mentre l'uomo pigiava sull'acceleratore della berlina, la donna che era seduta al suo fianco riprendeva il tutto con un videofonino. Il filmato però costerà caro alla coppia, che ha accumulato multe per 3 mila euro, mentre l'uomo ha dovuto lasciare la patente nelle mani della polizia. La riavrà, ma con tempi assai meno veloci di quelli registrati dalla sua Audi.




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L'ultima battaglia di "Capitan Uncino"

La Stampa

E' morto a Piacenza Giampiero Steccato: ha lottato per sette anni contro la sindrome di Locked-in.
Completamente paralizzato poteva comunicare con gli occhi



Giampiero Steccato con la figlia in un fotogramma tratto da Youtube


Piacenza
è morto a Piacenza Giampiero Steccato, 62 anni, conosciuto da tutti come "Capitan Uncino", che lottava coraggiosamente da anni con la "sindrome di Locked-in", malattia che lo aveva "sepolto" nel proprio corpo: cosciente ma completamente paralizzato, riusciva ad esprimersi solo muovendo una palpebra o un angolo della bocca.

Accanto a lui fino all'ultimo la moglie Lucia, che era la sua voce, avendo creato il canale di comunicazione che permetteva a Steccato di esprimersi: lei recitava l'alfabeto (scorporato in vocali o consonanti, e sequenze) e lui con un quasi impercettibile movimento della bocca dava il segnale che quella era la lettera giusta. E via via, alla solerte ricerca della seconda lettera.

Nonostante la malattia Steccato, ex impiegato delle Ferrovie, non ha mai rinunciato alla voglia e al diritto di vivere: meno di un anno fa con l'amico Alessandro Bergonzoni, artista, comico e scrittore, era stato in cattedra a Genova e quindi alla Bicocca di Milano parlando di comunicazione. Già inchiodato alla sedia a rotelle e non vedente - la malattia lo colpì quando aveva 48 anni - ha scritto libri (firmandosi Capitan Uncino) e tenuto conferenze. L' 11 marzo di due anni fa, accompagnato dai familiari, volò con un C-27J dell'Aeronautica militare a Roma per partecipare all'udienza generale a San Pietro e consegnare a Papa Benedetto XVI un messaggio per il «diritto alla vita».

Solo una delle sue ultime sfide non andrà in porto: doveva salire su un'imbarcazione speciale e veleggiare sulle onde ospite della Capitaneria di porto di Genova, ma non ne ha avuto il tempo. I funerali si svolgeranno domani alle 9.30 a Piacenza nella chiesa parrocchiale di San Corrado.




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Fermiamo l’invasione" Atene costruisce l’ultimo muro d’Europa

La Stampa

Con canotti e salvagenti gli immigrati attraversano l’Evros



I clandestini sorpresi dalla polizia greca vengono portati ai commissariati e poi a una sorta di Centri di identificazione ed espulsione





NICCOLÒ ZANCAN
INVIATO A NEA VYSSA (Grecia)

Un nuovo muro in Europa. Hanno deciso di costruirlo qui. Nella boscaglia fitta dove senti urlare: «Go, go, go!». Dove qualcuno sta scappando anche adesso. In mezzo ai campi di pannocchie. Fra i cacciatori greci che sparano alle lepri e i pescatori turchi che lambiscono il confine con le loro piccole barche di legno. In questo angolo di frontiera. Dove 130 immigrati in media al giorno attraversano il fiume Evros in qualche modo. Canotti gonfiati a bocca. Braccioli da bambini. Ciambelle gialle.

Corde e preghiere. Oppure affidando i soldi stropicciati alle solite mani dei trafficanti. Non importa come. Youness Faisall, per esempio, mette le scarpe da ginnastica e la tuta Adidas dentro un sacchetto di plastica. Poi lega il fardello al collo con le stringhe, e si butta. In jeans e maglietta. L’acqua è gelida, ma sa nuotare bene. Sette minuti. E adesso un po’ ride e un po’ piange, cercando l’ultimo raggio di sole per scacciare via i brividi. «Questo è il giorno più felice della mia vita - dice Faisall -: evviva l’Europa. Ho 26 anni, arrivo da Casablanca, andrò a lavorare a Parigi. Il mio piano è riuscire ad aprire un ristorante».

Il piano della Grecia, invece, è difendersi dietro a tre metri di cemento e filo spinato, con telecamere, sensori termici e nuovi centri di detenzione. Il muro sarà lungo dieci chilometri e trecento metri. Dai villaggi di Kastanies e Nea Vyssa alle campagne, dove l’ansa del fiume è più stretta, il confine più indefinito e la via per l’Europa apparentemente più agevole. Dunque non era una minaccia. Neanche un modo per attirare l’attenzione della comunità europea. Il ministro dell’Interno greco, Christos Papoutsis, fa sul serio. Il 4 ottobre è scaduto il bando di gara. Quattordici imprese hanno i requisiti per la costruzione del muro. Sta per essere annunciato il vincitore.

Poi incominceranno i lavori. L’obiettivo è finire prima della prossima estate. Sono già pronti 6 milioni di euro, in un piano complessivo da 275 milioni (200 arrivano dall’Europa). La Grecia considera la costruzione del muro un’opera prioritaria. Ha i confini più porosi dell'Unione: 132.524 migranti nel 2010, 47 mila solo nella zona dell’Evros.

Ma arrivare al fiume passando dal confine turco fa uno strano effetto. Il concetto d’Europa appare ormai relativo. Da Istanbul c’è un’autostrada a tre corsie. Edirne - la vecchia Adrianopoli - brulica di vita. Le bambine vanno a scuola con il grembiule delle Winx. Ragazze e ragazzi si tengono per mano nelle strade del centro, fra i minareti della moschea Selimiye. Ovunque, banche e negozi di telefoni cellulari. I turchi non invidiano i greci. Ma Youness, Rached e gli altri non è qui che vogliono stare, anche se è stato facile ottenere il visto per turismo.

La Turchia accoglie chiunque. Afghani e pachistani arrivano a piedi dal’Iran. I bengalesi rimbalzando da diversi aeroporti. I nordafricani comprano i voli in Algeria. Stanno arrivando anche dalla Libia e dal Corno d’Africa. Molte donne dalla Repubblica Dominicana. Sono ondate continue di gente senza valigia. Anche famiglie con bambini piccoli. Vogliono andare dall’altra parte del fiume. Dove li attende un’altra Lampedusa.

La zona è già militarizzata. Quotidianamente battuta da un contingente di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini. In questi giorni il capo è un agente islandese. Studia nuove strategie con i colleghi greci. I mezzi militari percorrono la sponda del fiume. Gli agenti usano grossi binocoli a raggi infrarossi. In tutta l’area è vietato fare fotografie. Solo i cacciatori hanno libero accesso, con vecchi fuoristrada per non impantanarsi. A noi ci porta un ragazzo di Nea Vyssa, ma dopo averci fatto vedere le torrette di avvistamento, le barche dei trafficanti e i salvagente ancora gonfi sulle rive, è preoccupato per il fango che abbiamo sulle scarpe. «Se ti vedono così, capiscono dove sei stato».

Eppure anche oggi gruppi di ragazzi guadano l’Evros. Alcuni aspettano il buio. Altri si spostano verso Sud. Sbucano dai boschi bagnati fradici e si incolonnano sulle strade. Accolti e spesso salvati dagli operatori di Medici senza frontiere. Distribuiscono kit di sopravvivenza, coperte e cure, informazioni preziose. Perché sono ragazzi che non sanno nulla. Quando scoprono che Atene è lontana ancora 1000 chilometri, sgranano gli occhi e riprendono a camminare.

Il capo della polizia di Orestiada si chiama Georgios Salamagkas. Madonne e bandiere nel suo ufficio. A tutti i giornalisti mostra un video in bianconero: un motoscafo affianca una piccola barca a remi, che trasborda uomini e donne da una sponda all’altra. «Abbiamo arrestato 73 trafficanti nel 2010 e 49 nel 2011 - spiega - nel 50 per cento dei casi sono turchi». Poi Salamagkas tira fuori un plico di foto impressionanti. Cadaveri devastati dall’acqua. È difficile passare l’Evros. Il fiume è profondo, pieno di correnti e mulinelli.
E la fine di tutte le speranze è uno spiazzo di terra, nel piccolo villaggio di Sidiro: definirlo cimitero non sarebbe giusto. Oggi arrivano quattro cadaveri. Li hanno trovati i cacciatori. Il medico legale ha già fatto l’autopsia e prelevato un campione di Dna a futura memoria. Ora due funzionari aprono il cancello di ferro e scavano l’ennesima buca.

Non ci sono lapidi. Neppure croci. I morti dell’Evros sono considerati musulmani per definizione. «Arrivano qui con un cartellino attaccato alla busta di plastica - spiega Enes Domadoglu, che aiuta a scavare -. Niente nome, nemmeno la nazionalità. C’è scritto soltanto un numero». Nessuno conosce l’esatta contabilità dei morti dell’Evros. Lo spiazzo è grande. Tantissimi cumuli di terra. File disordinate. Le erbacce ricresciute indicano l’anno di sepoltura.

«Quello che stiamo verificando - dice Ioanna Pertsinidou di Medici Senza Frontiere - è che i migranti sono disposti a fare viaggi sempre più complicati, pericolosi e dispendiosi, pur di raggiungere la loro destinazione finale». Quando arrivano in Grecia vengono portati in centri di detenzioni in condizioni pessime, come quello di Fylakio.

Disumani per stessa ammissione del Governo: «Non abbiamo fondi». Ne escono con un permesso di soggiorno valido per 30 giorni. Una specie di foglio di via. Con il divieto di passare dai porti di Patrasso e Igoumenitsa, quelli dove si può tentare di salpare verso altri pezzi d’Europa. «Ma stanno già aprendo nuove vie attraverso l’Albania - spiega Ioanna Pertsinidou -. Oppure passano dalle isole minori. Il muro non farà altro che aumentare i rischi di viaggi già decisi».

Il commissario Salamagkas non è il tipo che si scompone di fronte alle critiche: «Avevamo bisogno di chiudere quel tratto di 10 chilometri e lo faremo. Il muro servirà. Il 70 per cento degli immigrati è passato di lì». Come Youness Faissal. Che intanto se la ride. Ride e piange. Le stazioni sono piene di ragazzi come lui. Infreddoliti, stremati, commossi. Si dividono i biscotti. Di nuovo in partenza. Faysall ripensa al suo ristorante e ti abbraccia: «Lo chiamerò “Sogni per tutti”».




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