mercoledì 31 agosto 2011

Forma Urbis, il tesoro abbandonato: la pianta di Roma giace in un magazzino

Il Messaggero

di Fabio Isman

Roma perde la sua Forma e la sua memoria. Un’antichità tra le più importanti e prestigiose, un «unicum» che tramanda e descrive minuziosamente come era la città 18 secoli fa, verso l’anno 200, giace nascosta, invisibile, per decenni riposta in un magazzino: in un’epoca in cui tanto si parla di come «valorizzare i beni culturali». E la Forma Urbis, una pianta d’età severiana, è davvero importante se Rodolfo Lanciani, uno dei maggiori archeologi dell’Ottocento, ne esegue una copia in gesso. Una copia ormai anch’essa celata in un deposito (è stata smontata dal Campidoglio, dove si trovava, quando vi fu ricoverato il Marc’Aurelio). E in California, l’Università di Stanford ha digitalizzato tutti i 1.186 frammenti esistenti della Forma Urbis originale.

Sono appena il 15 per cento della mappa severiana; ma anche se «conservata solo in minima parte», essa «costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia di Roma antica», spiega l’archeologo Filippo Coarelli. Era ai Fori, nel Tempio della Pace; su un muro che c’è ancora, vicino alla Basilica dei Santi Cosma e Damiano: se ne possono vedere le perforazioni delle grappe per fissarla. Ma, dopo tanti traslochi e nascondimenti, lo straordinario reperto è come di nuovo sepolto: sta al Museo della Civiltà Romana all’Eur dal 1998, oggi è accessibile solo agli studiosi.


La Forma Urbis era alta 13 metri e lunga 18; composta da 150 lastre di marmo, non tutte eguali, disposte su 11 file. La città vi era rappresentata in scala 1 a 240: proporzione analoga a numerose tra le migliori mappe di oggi; erano ben 235 metri quadrati. Ne mostrava tanti dettagli: i contorni delle costruzioni pubbliche e private (serviva per scopi amministrativi, e forse nella medesima sala c’era la pianta catastale dell’Urbe, su papiro per poterla aggiornare), il tragitto del Tevere, le piante del Colosseo, del teatro di Pompeo e del Circo Massimo, di molte case e casette, delle Terme, dei negozi e degli «horrea», i magazzini di grano e di altre derrate alimentari.

E’ stata incisa tra l’anno 203 e il 211: riporta anche il Septizodium, una facciata e un ninfeo a più piani appunto del 203, uno splendido edificio che si conservava ancora nel Cinquecento, abbattuto per ordine di Papa Sisto V; e una sua dicitura evoca Settimio Severo e il fratello Aurelio Antonino (Caracalla) come co-imperatori, il che avvenne dal 198 al 211. Forse è di prima del 209: infatti, un’altra iscrizione non menziona il fratello minore di Settimio, Geta, che allora è insignito del titolo di Augustus (Caracalla lo farà uccidere nel 211, appena morto Settimio Severo, per non dividere il ruolo di imperatore).

La Forma Urbis, o quel che ne resta, è stata scoperta a più riprese dal 1562. Il primo a (ri)vederla fu un tal Torquato Conti, mentre scavava pietre nell’orto dietro la Chiesa. Il vecchio tempio romano, creato da Vespasiano con le spoglie della guerra giudea, era stato donato da Teodorico a papa Felice IV nel 527; e dai tempi di Costantino, era la sala d’udienze (presunta) del prefetto della città, dice Richard Krautheimer; divenuto chiesa, fino al 1632 ha un magnifico rivestimento in marmi policromi: il papa aggiunge soltanto gli splendidi mosaici che ancora esistono. Quando scopre i primi frammenti di marmi incisi, Torquato Conti li regala a Alessandro Farnese, di cui era parente.

Ma altri pezzi si ritrovano successivamente, e per fortuna, se ne fanno i rilievi (esistono ancora in Vaticano): perché molto viene disperso. Gli stessi Farnese, che pure li avevano esposti nel loro palazzo, ne utilizzano per costruire il «Giardino segreto» sul Tevere: se ne recupererà soltanto una parte; 192 frammenti nel 1888, 451 l’anno dopo. In vari scavi e vari periodi, ne sono rinvenuti altri, qua e là. Nel 1999, 53 durante gli scavi ai Fori; 10 anni fa, uno a via delle Botteghe Oscure, costruendo un sottopassaggio nell’area della Crypta Balbi. Ma i rilievi d’epoca e tanti disegni rinascimentali permettono di colmare parecchie lacune.

La prima esposizione della Forma avviene nel 1742: 20 quadri, sullo scalone del Museo Capitolino. Nel tempo, uno dei maggiori tentativi di ricostruire questo «puzzle» si deve a Lanciani. Applica i frammenti originali, che poi sostituisce con calchi, in Campidoglio: a una parete di Palazzo dei Conservatori. (Poi, si sa, ripete e attualizza il lavoro dei tempi severiani: operando da solo, in scala 1 a 1000, 46 tavole a colori apparse dal 1893 al 1901, crea la sua «Forma Urbis Romae», stavolta non incisa nel marmo, ma su carta, per distinguere i monumenti imperiali da quelli romani e medievali, dagli edifici moderni).

Ma la sua copia in gesso è finita anch’essa in deposito. E l’originale, dai tempi dei Musei Capitolini, ha avuto mille peripezie che, in pratica, lo hanno reso sempre invisibile. Nel 1924, in Campidoglio, è sostituito da una copia. Cinque anni dopo, emigra nel nuovo nell’Antiquarium comunale, al Celio: che però è chiuso nel ’39, perché lesionato dagli scavi per la prima metropolitana. Torna in Campidoglio: ma a Palazzo Caffarelli, in un deposito.
Quando ne iniziano i restauri, nel 1955, va in un altro magazzino, a Palazzo Braschi. E da quasi 15 anni, all’Eur. «Il progetto è di esporre la Forma Urbis nel Museo della Città, se e quando si farà», dice sconsolata Anna Mura Sommella, l’archeologa che se ne è presa cura per 43 anni, fino al 2007. Però, senza riuscire, nemmeno lei, a resuscitarla.


Mercoledì 31 Agosto 2011 - 15:13




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Pedofilia, Don Mazzi: chiudere i seminari sono all'origine delle deviazioni

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO - La provocazione di don Antonio Mazzi, c’è da starne certi, stavolta non passerà inosservata al di là del Tevere. Il prete più popolare della tv ha scelto la platea della festa del Pd di Pesaro per affermare chiaro e tondo che la pedofilia tra le fila del clero germoglia all’interno dei seminari minori, vale a dire le strutture che ospitano adolescenti che manifestano la vocazione religiosa. «Le risposte della Chiesa ai casi di pedofilia emersi in questi ultimi tempi non mi hanno convinto» ha affermato il fondatore della Comunità Exodus, suggerendo che forse sarebbe meglio chiudere i seminari dato che sono organizzati secondo una formula da «allevamento da pollaio».


«La mia idea è che oggi la preparazione dei preti non vada più fatta lì dentro. I seminari minori, per i ragazzi fino a 18 anni, andrebbero aboliti, perchè durante l’adolescenza è opportuno che i ragazzi stiano nell’ambiente più adatto, che è la famiglia». Mentre quell’ambiente risulta artificiale, chiuso, dunque fuorviante per una persona che si sta sviluppando. «In un momento così delicato quale quello dello sviluppo fisico e affettivo dei ragazzi, non credo sia l’ambiente migliore» ha argomentato il sacerdote che non è nuovo alle provocazioni.

A stretto giro ha replicato allibito il rettore del Pontificio Seminario Romano Minore. «Forse don Mazzi si fa trascinare dalla ricerca dell’audience, o dal secolarismo, forse non conosce più tanto bene queste realtà» è stato l’amaro commento di don Roberto Zammerini all’idea di don Mazzi di abolire i seminari minori per scongiurare i rischi di abusi sessuali della Chiesa. «Anche le condizioni di un seminario minore si adattano ai tempi, non siamo più negli anni ’40, i ragazzi non sono chiusi dentro come carcerati».

Oggi gli studenti che li frequentano sono ragazzi dai 14 ai 18 anni. Oltre alle normali lezioni, dedicano molte ore di studio alla teologia, alla morale, alla dogmatica, alla patristica ma i fine settimana tornano tutti in famiglia. Fanno sport e hanno la possibilità di coltivare amicizie. Ci sono persino gli psicologi che seguono l’andamento della loro crescita umana, proprio per evitare il pericolo di vocazioni traballanti. «Non c’è nessuna costrizione, proprio in questi giorni un ragazzo mi ha detto che pur essendosi trovato bene ha capito che questa non è la strada che intende seguire ed è andato via».

La tesi di don Mazzi (che ha strappato applausi alla platea pesarese) non è nuova. In Germania e in Austria, infatti, vi sono gruppi appartenenti a Noi Siamo Chiesa che si interrogano da tempo sull’utilità dei seminari minori. Don Mazzi è sereno e difende le sue idee. «Secondo me sono pronti i tempi per un altro Concilio Vaticano nel quale mettere sul tavolo i grandi problemi della Chiesa: il problema dei preti, quello dei matrimoni, dei sacramenti, del dialogo con le altre religioni. Io ci spero. Non sarà questo Papa, ma spero che un giorno si possa dibattere questi grandi temi».

Mercoledì 31 Agosto 2011 - 17:48    Ultimo aggiornamento: 17:50




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Usa, ai top manager più soldi che al fisco"Così eBay e Coca-Cola beffano lo Zio Sam"

Quotidiano.net

Nel 2010, secondo uno studio dell'Institute for Policy Studies, almeno 25 società americane hanno versato più soldi ai loro amministratori delegati che all'Agenzia dell'Entrate



Il quartier generale di eBay a San Jose in California (Ap)

New York, 31 agosto 2011



Per eBay l'asta delle tasse è meglio farla al ribasso. Per i top manager del più famoso sito d'aste online, di Verizon, Boeing, General Electric e altri 20 colossi statunitensi, rimandare al mittente le esose richieste dell'Agenzia dell'entrate Usa è più facile che completare un sudoku.

La ricerca. Nel 2010, secondo uno studio dell'Institute for Policy Studies, almeno 25 società americane hanno versato più soldi ai loro amministratori delegati che al fisco. L'ad di Coca-Cola, John F. Brock, per esempio, si è messo in tasca oltre 19 milioni di dollari, mentre la società di Atlanta ha effettivamente versato allo zio Sam appena 8 milioni di dollari. «Ognuna di queste compagnie - sottolinea il New York Times - ha fatto registrare profitti per circa 1,9 miliardi di dollari. Ma grazie ad agevolazioni, scappatoie e strategie messe in campo per ridurre il peso delle tasse, queste società hanno ottenuto in media 400 milioni di dollari in benefici fiscali, che possono essere utilizzati come rimborsi o accantonati come crediti da usare in futuro». Gli ad di queste 25 imprese sono stati pagati in media più di 16 milioni di dollari all'anno, quasi 6 milioni di dollari in più rispetto ai loro colleghi che siedono sulle poltrone più importanti delle società quotate nell'indice Standard & Poor's 500.

Maxi stipendi. Qualche esempio? Jim McNerney, Ceo di Verizon, ha portato a casa 13,7 milioni di dollari, mentre la società da lui guidata ha effettivamente versato all'Agenzia delle entrate 13 milioni di dollari. La Motorola System ha pagato Gregory Q. Brown 13,7 milioni di dollari. Sei in più di quelli andati al fisco. John J. Donahoe, ad di eBay, si è messo in tasca 12 milioni di euro. Soldi molto ben spesi, visto che l'azienda nel 2010 ha accumulato un credito di 131 milioni di dollari. Ad Alan Mulally è andata ancora meglio: ha accantonato 26 milioni di dollari, dopo aver ottenuto per la Ford un maxi bonus da 69 milioni di dollari. Secondo gli autori della ricerca, l'attuale sistema fiscale «premia chi evita le tasse» al posto di chi innova. «Numerose prove - sottolinea l'Institute for Policy Studies- suggeriscono che gli amministratori delegati e le loro corporation stanno spendendo tutte le loro energie nell'evitare il fisco, in un momento in cui il governo fedarale ha disperatamente bisogno di maggiori entrate per mantenere i servizi di base per i cittadini».

L'appetito vien mangiando. Ma la lotta la fisco non conosce tregua: proprio negli ultimi mesi, le lobby delle società americane stanno facendo pressione per ridurre il peso delle tasse, mentre l'amministrazione Obama sta considerando una revisione del fisco per tentare di ridurre il deficit. Il presidente ha promesso che non ci saranno sconti, se le scappatoie a disposizione delle società non verranno messe sotto controllo.


di Luca Bolognini




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La casa del boss ai giornalisti precari con le minacce di "benvenuto" del clan

Corriere del Mezzogiorno

L'ex «fortino» di Ciro Mariano, capo clan della camorra era stato già assegnato dal Comune a immigrati e non vedenti. Ambiente ostile: nessuno di loro è durato


NAPOLI — «Da qui ve ne dovete andare. Non vi faremo stare tranquilli». È questo il «benvenuto» che i componenti del «Coordinamento giornalisti precari della Campania» si sono visti rivolgere all’indomani dell’assegnazione da parte del Comune di un bene confiscato alla camorra. Un terraneo in vicolo Caritatoio ai Cariati, cuore dei Quartieri spagnoli, che fu scelto da uno dei boss più efferati della camorra partenopea degli anni ’90: Ciro Mariano capo clan dei «Picuozzi». Poi venne la giustizia a requisire il suo «fortino» e di lì una lunga lista di «inquilini»: due famiglie di immigrati ed un’associazione di non vedenti. Ma nessuno di loro è durato a cause dall’ambiente ostile, con i parenti del boss che non accetta l’idea di piegarsi allo Stato. E proprio mentre si stava per scrivere l'ennesima storia di un bene confiscato reso inutilizzato a causa del contesto, arrivano dei giornalisti precari.


REPORTER INDESIDERATI - Gli unici che forse Mariano non avrebbe desiderato in casa propria. Lui, che al processo dove era imputato chiese ed ottenne di non essere immortalato dai reporter. Un possesso che ancora oggi vive nelle minacce di una donna, sua parente, che grida sui volti dei precari «Stu’ vascio è ’o mio». Poche parole di minaccia, ma gridate a voce roca tra i vicoli. Si torna allora qualche giorno più avanti con il nucleo operativo della Polizia Municipale e con l’assessore alla Sicurezza Narducci. Come a dire che lo Stato stavolta c’è e la camorra non è l'unica cosa che esiste nel buio di queste strade. «Ci sono tante persone che ci guardano con simpatia — spiega il presidente del coordinamento Luca Romano - Ad esempio molti residenti ci hanno chiesto di organizzare il doposcuola per i figli». Intanto, già da ieri, martedì sera, i precari hanno ricominciato a riunirsi per discutere i tanti progetti in cantiere per la «Casa del giornalista».

Luca Mattiucci
31 agosto 2011

La coscienza bancaria batte al telefono: «Contenete le spese o perderete la casa»

Corriere della sera


Migliaia di risparmiatori stanno per ricevere una chiamata che li esorta a concentrarsi sul mutuo


MILANO – Spendaccione avvisato, mezzo salvato. Con una telefonata molto seria due banche inglesi inviteranno nei prossimi mesi alcuni loro clienti a smetterla di spendere i loro risparmi per avere le partite sul digitale, andare a cena fuori, giocare con il cellulare e frequentare la palestra più costosa del quartiere, e senza giri di parole “consiglieranno” ai loro correntisti di concentrarsi sul pagamento più importante, quello della rata del mutuo di casa, o del prestito in atto con l'istituto. In barba alla privacy dei dati e dei consumi, l'Inghilterra si difende anche così dallo spauracchio della crisi.

I CONTROLLI – L'operazione telefonica da parte dei funzionari della UKAR, UK Asset Resolution, l'istituto statale che dal 2010 (e dopo la crisi finanziaria del 2008) si occupa della gestione di due istituti di credito immobiliari oggi nazionalizzati come Bradford & Bingley e Northern Rock, partirà nelle prossime settimane. Finora l'istituto si è occupato di svolgere controlli diretti sui conti correnti dei debitori, per analizzarne propensione al rischio, eccesso di spesa e di uso della liquidità a disposizione. È la prima volta che ai titolari di mutui inglesi (in questo caso sono stati presi di mira quelli a interesse variabile) viene controllato il conto corrente dopo che il finanziamento è già stato erogato, mentre tali controlli sono di routine in fase di approvazione del prestito.


LA CARICA DEI 30MILA - La UKAR ha giudicato a rischio circa 30mila debitori: per loro, in caso i tassi di interesse aumentassero e superassero lo storico e favorevole livello odierno dello 0,5 per cento, si prospetta la possibilità di non riuscire a far fronte alla rata mensile, trimestrale o semestrale e per l'istituto statale si delinea una preoccupante fase. Ecco perché, a ritmo di 2mila a settimana, gli spendaccioni inglesi più spericolati verranno avvertiti telefonicamente, e consigliati sulla revisione delle priorità di spese familiari. Una sorta di coscienza finanziaria che, dopo aver controllato debiti e rate a carico dei singoli, aiuterà i consumatori a rinunciare a qualcosa, rassicurando così le casse statali che devono recuperare i 48 miliardi di sterline versati per la nazionalizzazione dei due istituti falliti.



Eva Perasso
31 agosto 2011 16:08



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Un tedesco con gli occhi grigi il nuovo volto di Jack Lo Squartatore

La Stampa

Un ex detective riscrive la storia del più spietato killer di donne "Era un marinaio di Karlsruhe"

LONDRA



Fronte ampia, occhi grigi, piccoli e infossati, naso grosso. Capelli corti di colore marrone scuro. Età 54 anni. Jack lo Squartatore, nel nuovo identikit messo a punto dall’ex detective inglese Trevor Marriot e pubblicato dalla Bbc, ha la faccia di Carl Feingenbaum, arrestato e condannato a morte a New York per l’omicidio, avvenuto nel 1894, della sua affittacamere di Manhattan. Un crimine diverso, ma non troppo, da quelli che nell’autunno del 1888 gettarono Londra nel terrore. Più di 200 sono stati i sospettati dei cinque delitti che ebbero altrettante prostitute come vittime, cent’anni prima che Stig Larsson raccontasse con grande potenza narrativa l’odio contro il genere femminile.

L’uomo che odiava le donne - in una Londra immersa nei fumi e nelle nebbie dickensiane (il Charles descrittore di un Tamigi livido e fangoso in cui le imbarcazioni s’imbattevano in cadaveri) - secondo Marriott era un mercante e marinaio tedesco, originario di Karlsruhe, città del sudovest della Germania. L’ex investigatore, che al cold case più famoso della storia ha dedicato gran parte della sua vita, ne è sempre stato convinto. Innanzitutto, perchè fu proprio l’avvocato newyorchese di Feigenbaum, William Sanford Lawton, a puntare il dito contro il proprio cliente per la catena di omicidi di avvenuti a Whitechapel.

Feigenbaum era stato arrestato e giustiziato sulla sedia elettrica della famigerata prigione di Sing Sing per aver trucidato Juliana Hoffmann, americana di origini ungheresi che nella Grande Mela gli affittava una camera per dormire. L’assassinio avvenne nel 1894, sei anni dopo i fatti di Londra, e il tedesco fu arrestato mentre fuggiva dalla scena del delitto. All’epoca la polizia trovò anche un lungo e affilato coltello, coperto di sangue, che fu ritenuto l’arma del crimine. Il suo legale si insospettì quasi subito, tanto più che Feigenbaum gli rivelò di soffrire di un disturbo che lo spingeva ad uccidere e mutilare le donne. Cosi, nel 1896, l’avvocato dichiarò alla stampa di aver fatto alcune ricerche e di poter localizzare il marinaio-mercante nel quartiere di Whitechapel proprio nel periodo in cui il fantomatico Jack lo Squartatore terrorizzava l’Inghilterra.

Secondo Marriot, la circostanza è più che possibile. Feigenbaum, infatti, lavorava per la compagnia mercantile Nord Deutsche Line, che aveva una nave - la Reiher - che risultò ormeggiata a Londra proprio nei giorni dei delitti (tutti tranne uno). Le banchine della capitale londinese si trovavano a poca distanza da Whitechapel, zona molto frequentata dai marinai dell’epoca, in cerca di donne e divertimenti. E così, afferma Marriott, il tedesco avrebbe potuto colpire le sue vittime, rifugiandosi poi indisturbato a bordo della sua nave.

L’investigatore ha scoperto inoltre che, tra il 1889 e il 1894, vi furono una serie di brutali omicidi irrisolti in Germania, nell’area di New York e nella stessa Londra: casi che ricordavano assai da vicino le gesta criminali del celebre serial killer. L’identikit tracciato da Marriott si basa su documenti d’epoca, in particolare sulla scheda compilata dai secondini americani nel momento in cui Feigenbaum fu rinchiuso in prigione. Nel form si parla di un uomo dalla «complessione media», alto poco più di un metro e 50 e parzialmente sdentato. Feigenbaum, a quanto risulta, aveva anche un specie di tatuaggio a forma di ancora sulla mano destra, alla base tra il pollice e l’indice.

Non è la prima volta che si tenta di dare un volto a Jack lo Squartatore. In Gran Bretagna già nel 2006 un team di storici, detective e medici aveva tracciato un identikit sulla base degli indizi e della testimonianze raccolti dalla polizia del tempo. Secondo questa ricostruzione, il serial killer era alto un metro e 68, aveva larghe mascelle e lungi baffi neri.



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Scandalo Rai, in ferie per 5 mesi

Corriere della sera
Servizio pubblico assente d'estate
Aldo Grasso

Corriere: in Svizzera sarebbe «legittimo sparare ai gatti»

Il Disinformatico
Paolo Attivissimo



Il Corriere della Sera ha titolato proprio così: Svizzera, animalisti sconfitti «Legittimo sparare ai gatti». Idem il Secolo XIX: «Si può sparare ai gatti». Svizzera a mano armata.

Titoli che fanno sembrare che sia permesso prendere impunemente a fucilate il micio della vicina, ma le cose stanno un po' diversamente. Non è una bella storia, ma va raccontata senza inutili sensazionalismi e mettendo da parte i sentimenti, cosa che non mi viene facile perché sono un gattofilo.

Manca innanzi tutto una precisazione fondamentale: la legge federale sulla caccia (PDF) consente la caccia soltanto al “gatto domestico inselvatichito”, non ai gatti domestici in generale (Articolo 5). Per quanto possa sembrare una pratica barbara, c'è da considerare che i gatti domestici inselvatichiti possono mettere a repentaglio, tramite le ibridazioni, l'esistenza dei gatti selvatici veri e propri. Scrive infatti l'Ufficio federale dell'ambiente:

I gatti selvatici non sono gatti domestici inselvatichiti, ma due sottospecie distinte. Il gatto selvatico è una specie europea, mentre quello domestico discende dal gatto selvatico asiatico o africano. Nonostante vivano fianco a fianco da secoli, in seguito all'estensione delle aree insediative i gatti selvatici entrano più sovente in contatto con i gatti domestici in libertà e, in parte, anche inselvatichiti. L'incrocio di queste due specie (ibridazione) può far nascere degli esemplari (ibridi) capaci di procreare. L'ibridazione con il gatto domestico rischia di provocare la graduale scomparsa genetica del gatto selvatico.

In altre parole, non è una questione in bianco e nero, con l'uomo cattivo che ammazza gattini: si tratta di decidere se si vuole tutelare o no una rara specie di gatto dall'invasione di un'altra, e se sì, come procedere. Al momento, secondo gli enti governativi, la caccia, per quanto sia una soluzione violenta e spesso crudele, sembra essere l'unico mezzo praticabile ed economicamente sostenibile per contenere la diffusione dei gatti domestici inselvatichiti, per cui non la si può vietare.

Questo, spiegano Ticinonline, Swissinfo e RSI, è il senso della risposta governativa alla mozione del consigliere federale Luc Barthassat per privilegiare le campagne di sterilizzazione. Da questa risposta cito (l'evidenziazione è mia):


Contrariamente a quanto indicato nella mozione, l'abbattimento di gatti domestici inselvatichiti non è affatto frequente. Stando ai Cantoni, oggigiorno i gatti randagi rappresentano soltanto un problema sporadico. L'abbattimento di tali gatti può essere ordinato dai servizi cantonali della caccia, dalla polizia o dai servizi veterinari cantonali. Le trappole non sono efficaci, in quanto questi gatti si lasciano difficilmente catturare. Limitarsi a campagne ufficiali di cattura e di sterilizzazione dei gatti domestici inselvatichiti comporterebbe spese sproporzionate e costi elevati. Occorre pertanto lasciare ai Cantoni la competenza di decidere come far fronte alla problematica dei gatti randagi. Già oggi, numerosi Cantoni ne consentono l'abbattimento solo agli organi di vigilanza competenti.

Niente sparatorie indiscriminate autorizzate dalla legge, insomma. Certo, anche in Svizzera ci sono gli imbecilli che sparano a qualunque cosa si muova e maltrattano gli animali, ma da qui a dire che è “legittimo sparare ai gatti” ce ne passa.

Questi i fatti, senza i sensazionalismi con i quali la stampa li ha conditi. Possono non piacere, e sicuramente mi attirerò le ire degli animalisterici, ma i fatti son quelli che sono.

Se qualcuno ha soluzioni alternative, le proponga, però metta una mano nel portafogli e una sulla coscienza, perché la prima responsabilità nella diffusione dei gatti domestici inselvatichiti è di chi non sterilizza il proprio gatto.




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A Padova c'è il bollino-amico: serve a ghettizzare i gay

Libero



Dall’anno prossimo anche i gay, come gli eterosessuali, da soli o in coppia potranno entrare tranquillamente negli alberghi, nei ristoranti e nei bar di Padova. Non che ora vengano respinti, sia chiaro, ma dal 2012, grazie all’adesivo “Gay friendly” che potrà essere incollato dagli esercenti all’ingresso dei locali, gli omosessuali avranno la certezza che in quegli ambienti si troveranno come a casa loro.

Insomma, nei locali “Gay friendly” le persone omosessuali non solo saranno le benvenute, ma anzi in quanto tali verranno trattate con un occhio di riguardo. L’iniziativa, annunciata dalla rappresentante del Consorzio promozione turistica, Etta Andreella, dal palco del “Pride Village” - la festa che da anni l’Arcigay organizza proprio a Padova - ha spaccato in due l’opinione pubblica. Da una parte ci sono le associazioni omosessuali che esultano per un progetto che farà della città patavina la capitale gay d’Italia, dall’altra c’è chi, invece, come l’onorevole Filippo Ascierto, coordinatore provinciale del Pdl, parla di «autoghettizzazione» da parte degli omosessuali. «Con questa iniziativa», spiegas «si escludono da soli dalla società. Se il loro obiettivo è l’uguaglianza con gli eterosessuali un bollino è davvero un controsenso. Essere gay non è un titolo di merito», prosegue Ascierto, «loro sono proprio come tutti gli altri».

A Padova, città che vanta numerosi circoli omosessuali, neppure i cittadini più sensibili alle rivendicazioni gay sembrano convinti di questa novità. Molti infatti la definiscono una semplice provocazione, altri si domandano se chi non incollerà questo adesivo verrà poi etichettato come una sorta di nemico degli omosessuali subendo in seguito anche delle ritorsioni da parte di fanatici, magari da parte delle teste calde dei centri sociali che a Padova, da anni, la giunta di sinistra guidata da Flavio Zanonato continua a difendere anche di fronte ai più vili episodi di violenza.  In città infuria la polemica anche perché c’è chi è certo che alla base di questa iniziativa non ci sia esclusivamente la rivendicazione dell’orgoglio gay. E a dissipare i pochi dubbi, per assurdo, ci ha pensato lo stesso segretario veneto dell’Arcigay, Alessandro Zan, assessore comunale al Lavoro di Padova, che ha spiegato come questo progetto porterà notevoli benefici economici alla città.

In che senso? Nel senso che gay richiama gay e, quindi, tutti i locali faranno il pienone dopo che sarà stata creata una sorta di mappa degli ambienti disposti ad accogliere gli omosessuali. E, in effetti, a sostegno di questa tesi ci sono pure gli economisti i quali sostengono che le coppie omosessuali sono maggiormente portate a spendere e spandere secondo la logica del “doppio stipendio e niente figli”.  Ma la maggior parte dei commercianti e dei titolari di locali pubblici di Padova sono scettici, per non dire allibiti.

Il presidente provinciale dell’associazione di categoria, Fernando Zilio, si chiede a che cosa serva un’iniziativa del genere. «Non mi pare» afferma, «che ci siano esercenti così retrogradi da fare delle differenze tra omosessuali ed eterosessuali». Il presidente padovano dell’Ascom parla piuttosto di «un’iniziativa di moda». Se sono gli stessi commercianti a sollevare perplessità ci si chiede perché avvelenare il clima con una simile trovata. A Padova sembra che l’amministrazione voglia creare delle intere zone gay, un po’ come è accaduto a San Francisco con il quartiere “Castro” - dove la percentuale di omosessuali dichiarati supera il 20 per cento della popolazione - cuore pulsante delle comunità gay di tutto il mondo.

Ma classificare gli esercizi commerciali secondo la loro propensione ad avere o meno clienti gay, secondo molti, rimanda in qualche modo al passato, quando in pieno nazismo l’ingresso nei locali pubblici veniva vietato a particolari categorie di persone, tra cui gli omosessuali. Allora era un triangolo rosa ad identificarli e a tenerli lontani dal resto della popolazione perché ritenuti diversi, indegni di mescolarsi al resto della cittadinanza. E allora, quindi, ci si domanda se sia appunto il caso di rievocare quelle tragiche ingiustizie, quelle tragedie immani, con iniziative che invece di unire, come si propongono di fare, di fatto discriminano e basta.   


di Alessandro Gonzato
31/08/2011




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Oggi al via al festival degli sprechi: a Venezia i film pagati dallo Stato

Libero



Sono passati due anni da quando il ministro Renato Brunetta tuonava contro il «culturame» e i «cineasti parassiti» che affollavano il Lido di Venezia. L’avessero ascoltato, alla 68esima Mostra del Cinema che inaugura oggi ci sarebbe un ospite sgradito in meno, il convitato di pietra chiamato Stato. Non c’è crisi economica, tsunami finanziario o guerra in Libia che tenga: i soldi pubblici per la settima arte vanno sganciati.

Del resto, scriveva l’economista Ernesto Rossi sul Mondo mezzo secolo fa, «il cinema è, in Italia, il “cocco di mamma”. I parlamentari, a qualunque partito appartengano, dedicano molte cure e destinano più quattrini al cinema che alle biblioteche, alla conservazione dei monumenti, alla salute pubblica, alla tutela della libertà dei cittadini. E come tutti i “cocchi di mamma” troppo sbaciucchiati, viziati e rimpinzati di dolciumi, il cinema italiano, nonostante promettesse bene da piccolo, è cresciuto male: è diventato un vitellone, per non dire un magnaccia». Dunque sotto a chi tocca, tutti in fila per la mungitura della vacca pubblica. E meglio se il film è un po’ politicamente orientato, nella migliore tradizione della Laguna rossa.  

Terraferma di Emanuele Crialese, che si presenta come una pellicola di buoni sentimenti sull’incontro fra un’italiana e un’africana sopravvissuta al tragitto su un barcone, ha ottenuto dal ministero dei Beni culturali 1.200.000 euro. Altra pellicola sul tema immigrazione è L’ultimo terrestre (dove gli stranieri sono gli alieni), l’attesa opera prima del fumettista Gian Alfonso Pacinotti (in arte Gipi), che ha ottenuto il sostegno finanziario della Toscana Film Commission. Per completare il trittico migratorio, ecco Il villaggio di cartone dell’ottuagenario  Ermanno Olmi (con un prete che ospita un bel gruppo di migranti), sovvenzionato dal MiBac con  1.000.000 di  euro.  Alla  commedia «antileghista» Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno (con Abatantuono nei panni di un imprenditore veneto decisamente ostile agli stranieri) sono arrivati invece 1.300.000 euro.    

Ma di soldi ce ne sono per tutti. Quando la notte di Cristina Comencini ha ricevuto 400.000 euro.    La coproduzione italo-franco-svizzera Un été brulant,   interpretata da Monica Bellucci,  300.000  (ma almeno si prospetta il nudo integrale della bella signora, quindi forse sono ben spesi).  A primeggiare per il maggior numero di contributi è la sezione   Controcampo Italiano  e non potrebbe essere altrimenti.  Scialla! di Francesco Bruni (300.000 euro), Qualche nuvola di Saverio Di Biagio (400.000 euro più un contributo della Roma Lazio Film Commission), Cavalli di Michele Rho (500.000 euro più la coproduzione di Rai Cinema) e Il maestro di Maria Grazia Cucinotta (40.000 euro: ma è un cortometraggio).

Nella sezione Settimana internazionale della critica, gestita autonomamente dal Sindacato nazionale critici cinematografici, due film realizzati grazie all’intervento pubblico: Missione di pace di Francesco Lagi (400.000 euro dal Minbac) e La-Bàs. Con il mare negli occhi di Guido Lombardi (la compagine produttiva include Rai Cinema nonché la regione Campania). Anche le Giornate degli autori, sezione autonoma (patrocinata  dai sindacati di categoria Anac e 100 autori), non mancano di  schierare  film sovvenzionati, come il mediometraggio Hit the road, nonna di Duccio Chiarini (40.000 euro più il contributo della regione Toscana), Ruggine di Daniele Gaglianone (1.000.000 euro più l’apporto produttivo di Rai Cinema e Apulia Film Commission) e Mundial olvidado di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni (200.000 euro).

Ma il meglio viene alla fine. Nella sezione Fuori concorso c’è il giusto tributo al vero eroe del finanziamento pubblico: Citto Maselli. L’uomo che nel 1995 si è beccato un milione e 321 mila euro  per girare Cronache del terzo millenio. Incasso al botteghino: 5000 euro.  Nel 1998, assieme ad alcuni colleghi, si è preso 432 mila euro per  Gli ultimi della classe, mai uscito. Nel 2005   464mila euro per  Civico zero. Risultato: 25mila euro circa di incassi.    A Lido quest’anno vedremo Scossa,  film sul terremoto di Messina del 1908 diretto con  Carlo Lizzani, Ugo Gregoretti e Nino Russo,  il quale oltre ai 200.000 euro sborsati dallo Stato può contare sui denari della Regione Sicilia e della Sicilia Film Commission.
Ma per un maestro come Citto, ci sembra il minimo.


di Francesco Borgonovo e Franco Grattarola
31/08/2011




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Guatemala, gli americani usarono i neri come cavie

La Stampa

Anni 40, studi sulla sifilide: 83 morti. Obama si scusa


CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Sono almeno 83 le vittime dei macabri esperimenti condotti da dottori pagati dal governo degli Stati Uniti su migliaia di civili in Guatemala fra il 1946 ed il 1948: ad attestarlo è il rapporto pubblicato dell’apposita commissione di indagine creata dal presidente Usa Barack Obama lo scorso novembre, con un duro atto d’accusa nei confronti del «ricorso ad esseri umani come cavie» nel tentativo di trovare rimedi con la penicellina alle più gravi malattie veneree.

«Circa 5500 persone vennero sottoposte a test diagnostici e oltre 1300 esposte a malattie veneree attraverso contatti umani come attraverso inoculazioni, al fine di provare l’efficacia della penicillina» si legge nel testo di 48 pagine del rapporto finale. Stephen Hauser, uno degli studiosi che ne ha fatto parte, sottolinea che «le vittime sono state almeno 83 sulla base di quanto riscontrato dall’esame dei circa 125 mila documenti» nei quali i medici americani annotarono tutti i dettagli della ricerca.

La vicenda iniziò nel 1946 quando fu l’Istituto nazionale della Sanità dell’allora amministrazione Truman ad autorizzare «l’esposizione alla sifilide» di 700 persone in Guatemala, scegliendo soprattutto prostitute e soldati ma in alcuni casi anche dei minorenni. «Ci troviamo di fronte ad un caso di ingiustizia storica» afferma Amy Gutmann, presidente della commissione, secondo la quale «l’accertamento della verità è solo il primo passo perché adesso dobbiamo rendere omaggio alle vittime e fare in modo che episodi di questo genere non si ripetano più».

Le prime tracce sugli esperimenti medici a danno di guatemaltechi vennero trovate nel 2010 da Susan Reverby, storica del Wellsey College, esaminando il lavoro di ricerca svolto dal controverso medico americano John Cutler. Da quel momento in Guatemala come negli Stati Uniti si è indagato per ricostruire la dinamica degli eventi e la commissione voluta di Obama è arrivata a concludere che «molteplici dottori e ricercatori americani hanno violato i più basilari diritti umani e la moralità dei principi della medicina con comportamenti spregievoli, seguiti da un costante tentativo di nascondere cosa facevano» a dimostrazione della consapevolezza di cosa stavano facendo.

In particolare Cutler e il suo team medico, lavorando per l’Istituto nazionale della Sanità, identificarono in Guatemala circa 1500 persone, inclusi molti detenuti e malati di mente, per tentare di dimostrare che la penicillina potesse essere un rimedio valido alla malattie veneree. In molti casi vennero reclutate prostitute portatrici di gravi infezioni, come la sifilide, spingendole ad avere rapporti sessuali con detenuti e soldati idetificati come cavie, a loro insaputa.

Cutler, scomparso nel 2003, è lo stesso dottore responsabile dell’esperimento Tuskegee che vide tenere sotto osservazione fra il 1932 ed il 1978 centinaia di uomini afroamericani portatori di sifilide avanzata. Finora si è sempre ritenuto che gli afroamericani non vennero adoperati come cavie ma il comportamento di Cutler in Guatemala potrebbe adesso portare a riaprire il caso. C’è chi ipotizza infatti che gli espertimenti Tuskegee e in Guatemala abbiano fatto parte di un’unica ricerca, basata sulla contaminazione dei non-bianchi.

Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton si sono personalmente scusati con il Guatemala per quanto avvenuto e il presidente centroamericano, Alvaro Colom, ha parlato di «crimini contro l’umanità» ordinando un’inchiesta nazionale. Nei rapporti fra i due Paesi c’è ora in agenda la creazione di un sistema teso a compensare le vittime degli esperimenti di Cutler anche perché prima di effettuarli in Guatemala per un certo periodo adoperò come cavie dei detenuti nel carcere di Terre Haute, Indiana, che erano cittadini americani. L’ipotesi è ricorrere all’attuale programma federale per risarcire le vittime di danni causati dai vaccini, senza stanziare fondi ad hoc.




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Gragnano, festa per sua maestà la pasta con concerti, dibattiti e degustazioni

Il Mattino

di Francesco Fusco

NAPOLI - Gragnano per tre giorni sarà un palcoscenico a cielo aperto con artisti di strada e grandi gruppi di funamboli, mimi, acrobati e ballerini in maschera provenienti da tutt’Europa ispirati alla «Follia della Pasta». Tra assaggi nei cortili della storica via della Pasta, via Roma, e gli scorci monumentali del territorio si esibiranno artisti del calibro di Mario Biondi e Simone Cristicchi.

Mentre si cimenteranno in confronti e analisi sull’eccellenza pasta con produttori, esperti di enogastronomia, giornalisti, rappresentanti istituzionali. Si svolgerà dal 2 al 4 settembre l’undicesima edizione della «Follia della pasta», manifestazione che rievoca i primi cinque secoli di questo prodotto industriale diventato fulcro dell’economia di Gragnano. L’evento, organizzato da Comune e Consorzio pastai con il patrocinio del ministero delle Politiche Agricole, Regione e Provincia, è stato presentato ieri mattina all’hotel Mediterraneo di Napoli.


Alla conferenza stampa erano presenti, oltre al sindaco di Gragnano Annarita Patriarca, il presidente del Consorzio della Pasta di Gragnano Giuseppe Di Martino, il direttore generale del ministero delle politiche agricole Laura La Torre, Rosario Lopa dello stesso ministero oltre ai sindaci di Agerola, Pimonte, Positano, Tramonti, Furore e una rappresentanza di Slowfood e della Comunità Montana dei Lattari. Sarà l’ex piazzale della ferrovia ad ospitare gli spettacoli canori di Simone Cristicchi (il 3 settembre) e di Mario Biondi (il 4 settembre, a conclusione della kermesse).

Resta invariata anche la formula dell’apertura al pubblico dei portoni privati dei maggiori edifici di via Roma, la storica via della pasta, all’interno dei quali i produttori delle eccellenze pastaie di Gragnano offriranno degustazioni di pasta accompagnate dall’inconfondibile vino locale. In ogni portone ci sarà un’atmosfera particolare con figuranti in costume d’epoca, accompagnamento musicale e intrattenimento in tema. Lungo via Roma, piazza Aubry e la piazza del Trivione si terranno invece gli spettacoli itineranti.

«Per i gragnanesi – spiega il sindaco Patriarca – la pasta non è solo il motore dell’economia, ma rappresenta soprattutto la radice identitaria della città. La stessa via Roma fu immaginata per intercettare il vento e permettere una migliore asciugatura del prodotto che viene realizzato ancora come cento anni fa. La Festa della Pasta non solo celebra un prodotto noto in tutto il mondo ma costituisce il momento culminante di un lavoro di raccordo e promozione dell’economia locale che il Comune articola per tutto l’anno».

La festa partirà alle 19 di venerdì con un incontro sul tema delle eccellenze enogastronomiche. Subito dopo, la «Compagnia degli Sbuffi» e la «Compagnia dei Folli» metteranno in scena spettacoli itineranti, mentre sempre venerdì (alle 21) nel Chiostro di San Michele Arcangelo si assisterà all’esibizione del Circo Nero, il Circo delle fiabe e delle passioni. Piazza Aubry ospiterà anche lo spettacolo della compagnia francese di circo visuale «Les Farfadais», mentre il «Piccolo Nuovo Teatro - Compagnia dell’Atmo» proporrà un lavoro artigianale di grande impatto visivo. Non mancheranno momenti dedicati ai bambini, con i laboratori curati da Slowfood, per svelare ai più giovani i segreti dell’arte bianca. Intanto il Consorzio attende il via libera definitivo dell’Unione Europea al marchio Igp, «allo scopo – affermano i vertici - di tutelare il nostro prodotto dai numerosi tentativi di imitazione».

Un riconoscimento importante per la pasta di Gragnano che, negli ultimi due anni, ha registrato un incremento di produzione di circa il 14%, abbattendo per la prima volta la barriera del 10% della produzione nazionale.

Mercoledì 31 Agosto 2011 - 11:24    Ultimo aggiornamento: 11:27




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Sotto il Rio delle Amazzoni scorre un'enorme falda acquifera

Corriere della sera

Per gli scienziati brasiliani è un vero «fiume sotterraneo» ma per altri il termine è improprio



Un tratto del Rio delle Amazzoni
Un tratto del Rio delle Amazzoni
MILANO - Non gli bastava coprire 7 milioni di chilometri quadrati del Sudamerica ed essere il fiume più lungo del mondo con i suoi quasi 7 mila chilometri. Il Rio delle Amazzoni ha fatto di più. In silenzio, di nascosto, senza palesarlo con troppo rumore ha permesso a un «fratello» sotterraneo di scorrere sotto di lui. O, almeno, così potrebbe essere secondo gli scienziati. Stando infatti a quanto afferma un gruppo di studiosi brasiliani, a 4 mila metri in profondità sotto il Rio delle Amazzoni, per 6 mila chilometri scorre l’Hamza. I due vanno quasi in parallelo, come due rette che non si incontrano mai. E se la scoperta è per il momento un’ipotesi che «potrebbe essere confermata nei prossimi anni», certo è che le prove dell’esistenza del fiume segreto non mancano.

LA SCOPERTA - L’annuncio è stato dato la scorsa settimana a Rio de Janeiro durante il Congresso internazionale della Società brasiliana di geofisica da un gruppo di scienziati brasiliani capeggiati da Elizabeth Tavares ed Valiya Hamza (da qui il nome del nuovo corso d’acqua) del dipartimento di geofisica dell’Osservatorio nazionale. Occhi sgranati e bocche aperte in platea. «Il fiume segreto nasce nella regione di Acre sotto le Ande e scorre attraverso il Solimões, l’Amazzonia e l’isola di Marajó prima di gettarsi nell’oceano Atlantico», hanno spiegato. Ma non solo. «Come il Rio delle Amazzoni anche l’Hamza viaggia da ovest verso est. Inoltre la sua esistenza spiegherebbe la bassa salinità delle acque del fiume intorno alla foce». Tra i dettagli emersi, anche i dati sulla portata, con 3.900 metri cubi di acqua al secondo (il Rio delle Amazzoni ne sposta 133 mila), e la bassa velocità di scorrimento da 10 a 100 metri all'anno, mentre il Rio delle Amazzoni arriva fino a 2 metri al secondo. Per scovarlo i geologi hanno usato un sistema matematico basato sul cambiamento delle temperature e sui dati raccolti dalla compagnia petrolifera Petrobras durante una serie di 241 perforazioni condotte tra gli anni Settanta e Ottanta. Risultato? «Il flusso delle acque dell’Hamza è verticale fino ai 2 mila metri, poi cambia e diventa orizzontale».

IL DIBATTITO ACCADEMICO E GLI INTERESSI ECONOMICI - Più che un fiume, però, l’Hamza è dunque una falda sotterranea molto profonda che scorre in direzione dell'Atlantico secondo il gradiente del Sudamerica. A dirlo è pure la Bbc secondo cui non si può parlare di un fiume in senso convenzionale. «L’acqua circola molto più lentamente perché deve attraversare le rocce». Nella comunità geologica inoltre serpeggiano dubbi e scetticismi: «L’annuncio è stato dato durante un convegno internazionale, però nessuno studio è ancora apparso in una rivista scientifica». Cosa che fa storcere il naso ai puristi. Il concetto è «prima vogliamo vederlo scritto nero su bianco, poi iniziamo a discuterne». Dibattito accademico a parte, in ballo ci sarebbero anche soldi e geopolitica. Gli oppositori del governo brasiliano vedono dietro questo annuncio un obiettivo ben più ambizioso: accaparrarsi il controllo di tutto il bacino idrico del Rio delle Amazzoni. E anche gli Stati confinanti non sono tranquilli. Insomma propaganda o rapporti più o meno buoni tra vicini che siano, di sicuro è che l’acqua fa gola. A scienziati, politici. E uomini d’affari.



Marta Serafini



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Una vita a lottare contro i privilegi delle coop adesso Caprotti si prende la sua rivincita

di

Il decreto toglierà le agevolazioni fiscali alle cooperative che per anni hanno fatto cartello contro il libero mercato. A lungo ha fronteggiato i numerosi colpi bassi delle "sorelle rosse"



È un giorno come qualsiasi altro per Bernardo Caprotti: mattinata nel quartier generale di Pioltello, alle porte di Milano; pranzo con i collaboratori più stretti; pomeriggio di nuovo al lavoro, nel riserbo, secondo il leggendario stile di vita del «Dottore». Potrebbe essere il giorno della rivincita per l’ottantaseienne patron di Esselunga, uno degli imprenditori più schivi - e di maggiore successo - d’Italia. È il giorno in cui il governo ha annunciato che eliminerà i privilegi fiscali alle cooperative. E proprio Caprotti, nel settembre di quattro anni fa, pubblicò il bestseller Falce e carrello (Marsilio editore) nel quale raccontava i colpi bassi subìti dal gioco di sponda tra la Legacoop, gigante economico legato al Pci-Pds-Ds, e le amministrazioni locali di sinistra.
Caprotti non ha mai indossato i panni del fustigatore. Il suo non era un libro-denuncia, ma una esposizione di fatti, scritta con un linguaggio sobrio e accompagnata da una mole di documentazione pubblicata on-line. Il racconto di una serie di vicende imprenditoriali che sembravano iniziative sfortunate, mentre in realtà erano state affossate dalla strategia delle «coop sorelle» per tenere lontana la concorrenza dal mercato della grande distribuzione in larghe zone del Paese.
Licenze commerciali lasciate scadere, ma prontamente girate dalle amministrazioni di sinistra alle coop «amiche». Ritrovamenti archeologici etruschi usati per dissuadere Esselunga dall’insediarsi nel cuore di Bologna. Terreni pagati all’asta sei volte il loro valore di mercato pur di impedire che l’imprenditore brianzolo aprisse un supermercato a Modena. Operazioni preparate con meticolosità e con l’impiego di ingenti capitali erano state mandate in fumo in un batter d’occhi.
Non si trattava di episodi riconducibili alla normale dialettica della concorrenza, ma tappe di un preciso disegno per bloccare l’espansione di Esselunga e tentarne la scalata.
Tuttavia le coop non avrebbero potuto mettere in campo la loro manovra se non potessero contare su un trattamento normativo e fiscale che le pone in situazione di vantaggio. Gli stretti rapporti con gli enti locali governati dalla sinistra non spiegano tutto. Ed è questo livello, quello dei privilegi, che viene colpito dal provvedimento del governo Berlusconi.
Le coop sono scalabili perché nessun socio può avere la maggioranza delle quote, quindi in qualche modo si sottraggono alle leggi del mercato. Hanno manager con poteri quasi illimitati, nel bene e nel male. Sono prive del fine di lucro e dovrebbero destinare parte degli utili (non tassati) a scopi mutualistici. Gran parte delle imposte sono deducibili dal reddito: in questo modo, per esempio, l’Ires (Imposta sul reddito delle società) incide sull’utile lordo delle coop per il 17 per cento, contro il 43 che abbatte l’utile di una società non cooperativa.
E poi le coop possono evitare di rivolgersi alle banche per ottenere capitali, perché incamerano ingenti somme in prestito dai soci ai quali garantiscono un doppio vantaggio.
I soci infatti godono di tassi di assoluto favore (Unicoop Firenze rende l’1,65 per cento, molto più di qualsiasi banca), sul quali si applica l’aliquota fiscale del 12,5 per cento contro il 27 per cento dei depositi bancari. E in un buon numero di casi, i bilanci delle coop vengono controllati e certificati da società riconducibili alle grandi centrali mutualistiche.
Questa massa di esenzioni fiscali doveva garantire la vita della miriade di piccole e piccolissime realtà cooperative che operano prevalentemente nel sociale. Ma nei mercati più vasti si trasformano in meccanismi distorsivi.
Le grandi coop sono presenti nella grande distribuzione e nell’agroalimentare, nel credito e nelle assicurazioni, nelle costruzioni e nell’impiantistica, nel settore immobiliare e dei servizi ospedalieri, perfino nella telefonia mobile e addirittura nel mercato dei farmaci.
Esse operano sul mercato dei capitali, raccolgono risparmio, emettono azioni e obbligazioni, si quotano in Borsa pur conservando franchigie (come le agevolazioni tributarie e la non contendibilità grazie al voto capitario nelle assemblee) di cui i concorrenti non godono.
«Le cooperative hanno perso l’anima», disse una volta l’ex segretario della Cgil Bruno Trentin all’Unità. Forse, togliendo un po’ di privilegi, gliela restituirà un governo di centrodestra.




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L’ex braccio destro avvisa Bersani «Io non mi sono mai arricchito...»

di

Milano

«Con la politica non mi sono arricchito» e «non ho avuto in passato, e non ho oggi, conti all’estero o tesori nascosti». Chiede di «non subire pressioni politiche o non politiche» Filippo Penati, l’ex presidente della Provincia di Milano indagato per tangenti sulla riqualificazione delle aree ex Falck di Sesto San Giovanni. L’ex capo della segreteria politica del leader Pd Pier Luigi Bersani ha inviato ieri una lunga lettera al presidente della segreteria provinciale del partito, poche ore prima che i cento membri si riunissero per affrontare il caso che sta scuotendo il partito.

«Gli chiederemo un gesto politico forte», di «rinunciare alla prescrizione del reato se si arriverà al rinvio a giudizio» anticipava in mattinata il segretario cittadino Roberto Cornelli. Non ce n’è bisogno, la garanzia arriva ben prima delle 21 da Penati. E suona come un messaggio in codice al partito. Se le tangenti rosse esistono, dov’è il bottino? Penati si dice «completamente estraneo» ai fatti contestati, «non ho avuto in passato, e non ho oggi, conti all’estero o tesori nascosti.

Non ho preso denaro da imprenditori e non sono mai stato tramite dei finanziamenti illegali ai partiti a cui sono stato iscritto». «Chi mi conosce - spiega - sa che non sono il tipo che si accontenta di scorciatoie o espedienti. Ho deciso di separare in modo netto la mia vicenda personale da quella del Pd, autosospendendomi, per non creare imbarazzi e problemi e per poter meglio difendermi». Ma «chiedo alla politica - avverte - di essere garante anche nei miei confronti del diritto che ha ogni cittadino di poter svolgere una difesa efficace e di non subire, soprattutto nella fase iniziale dell’indagine, pressioni politiche o non politiche di alcun genere».

«Non ho mai inteso il mio impegno politico come il mezzo per arricchirmi. Così è stato per tutta la mia vita», spiega ripercorrendo gli anni come sindaco di Sesto. «Ciò che possiedo è il frutto del lascito di mio padre, morto 12 anni fa, e del mio lavoro». Insiste su «valori e etica del lavoro» su uno stile di vita «sobrio e concreto». In tanti anni di vita amministrativa scrive Penati «non ho mai compiuto un solo atto contrario al perseguimento del bene pubblico. Ho dedicato alla politica tanto impegno e passione e, soprattutto tempo, spesso sottratto alla famiglia».

La politica «mi ha ripagato generosamente» ma (sgombra il campo da equivoci) «dandomi tante soddisfazioni. Dico senza falsa modestia di essere stato un buon amministratore». A quegli anni si riferisce l’inchiesta: «Le ricostruzioni degli avvenimenti indotte dalle dichiarazioni dei due imprenditori, a loro volta inquisiti, che mi accusano sono false e parziali. I fatti parlano più delle calunnie di Pasini. Quando nel 2000/2001 acquistò le aree del gruppo Falck trovò le scelte urbanistiche già compiute e il nuovo piano regolatore operativo da tempo. Questi sono i fatti incontestabili e non esiste e non è mai esistito alcun “sistema Sesto” che sarebbe durato o durerebbe per oltre 15 anni». Nella primavera del 2002 diventò sindaco Giorgio Oldrini e «solo un cretino poteva pensare che dare denaro a me avrebbe potuto significare avere dei benefici da lui».

Penati sottolinea che il gip «non ha creduto alla tesi degli accusatori e ha derubricato i fatti nel reato di corruzione che, per quanto riguarda le mie accuse, è prescritto perché fa riferimento a presunti episodi di 10 anni fa. Nelle loro ricostruzioni ci sono evidenti incongruenze e falsità». Ad esempio, «quando Di Caterina asserisce di avermi anticipato fino al 1997, somme per oltre 2 miliardi di lire, che gli sarebbero state restituite nel 2001 dalla tangente di Pasini, versata su un suo conto in Lussemburgo. C’è da chiedersi come avrebbe fatto Di Caterina a sapere molti anni prima che Pasini avrebbe comprato le aree Falck con un’operazione così grande da poter sostenere tali esborsi.

Se sono passati ben 10 anni e i reati si sono prescritti ciò è avvenuto perché il mio accusatore, Pasini, ha aspettato tutto questo tempo prima di dichiararsi vittima di concussione». Penati ribadisce: «Non mi nasconderò dietro alla prescrizione». Già nel ’99 indagato per abuso in atti d’ufficio per bonifiche nelle aree Falck «chiesi il rito abbreviato. Non accetterò, in nessun modo, un esito che lasci dubbi e zone oscure». Penati «ha fatto tutti i passi indietro che poteva fare» commenta in serata Bersani: «Berlusconi, Verdini, Scajola, Milanese, come si stanno comportando? Per noi presunzione di innocenza sì, però passi indietro».




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Scott Lund: "La Gioconda fu dipinta a Roma"

Il Tempo


Lo scrittore americano: "Dopo l'invasione di Milano da parte di Luigi XII, l'artista non riparò a Venezia e quindi a Firenze bensì a Roma, che si preparava per il grande Giubileo del 1500".

La Gioconda di Leonardo Da Vinci Fu Roma, e non Firenze, la città dove Leonardo Da Vinci iniziò a dipingere la Gioconda: nè è convinto Scott Lund, scrittore investigativo di Los Angeles, che il 10 settembre, in un evento organizzato a Piazza del Colosseo (ore 15, Arco di Costantino), promette di svelare - prove alla mano - il "segreto" di Monna Lisa. "L'idea che Monna Lisa fu dipinta a Firenze è il più grande inganno che la storia dell'arte abbia mai conosciuto", afferma l'esperto americano, autore di un volume dal titolo "Mona Lisa Code". Secondo Lund, dopo l'invasione di Milano da parte di Luigi XII, l'artista non riparò a Venezia e quindi a Firenze bensì a Roma, che si preparava per il grande Giubileo del 1500. E fu proprio nella città eterna che Leonardo comincio' a dipingere la più celebre delle sue opere, "ben prima del 1503, data indicata dagli storici". "Mi rendo conto che a Firenze vi saranno moltissime persone che rimarranno deluse dalle mie rivelazioni.

Ma la Monna Lisa di Leonardo da Vinci non ha nulla a che fare con la magnifica città toscana. La verità è che Roma e i romani sono i veri eredi del capolavoro di Leonardo, e io intendo dimostrarlo a settembre". Ma quali sono le prove in mano a Lund? Sul punto l'esperto non intende concedere troppe anticipazioni: "le prove sono nel dipinto stesso", assicura. Di piu': il celebre paesaggio che incornicia l'enigmatico volto della Gioconda, lungi dal rappresentare uno sfondo immaginario - come ritenuto dai più - traccia in realtà "una mappa, un codice molto precisi". Leonardo, del resto, era un esperto topografo e della stessa città di Milano aveva elaborato una mappa finalizzata a un progetto di riqualificazione urbanistica commissionatogli dal duca Ludovico Sforza.

Seguendo le indicazioni nascoste nel dipinto, Scott Lund promette che il 10 settembre sarà in grado di mostrare al suo pubblico il luogo esatto in cui la Monna Lisa prese forma sulla tela di Leonardo. La conferenza, non a caso, prenderà avvio al Colosseo, ai piedi dell'Arco di Costantino, a poca distanza dal luogo in cui sorgeva il Tempio di Giano, nel Foro romano. Proprio la simbologia del dio bifronte, infatti, secondo l'esperto americano, è il filo conduttore del dipinto. Leonardo "era intrigato dall'idea che la madre e il bimbo che porta nel grembo condividano una stessa, singola anima. Su questo tema lasciò degli scritti e i suoi tentativi di afferrare il mistero dell'anima condivisa erano forse alla base delle autopsie che effettuò su feti e uteri".

Lungi dall'essere il ritratto di una donna mortale, la Gioconda sarebbe quindi l'emblema del mistero e paradosso dell'inizio della Vita, espresso attraverso il simbolismo del dio romano. "Ispirandosi alla dualità di Giano, Da Vinci riusci' a elaborare in modo unico un tema ingegnoso e quanto mai adatto per la rappresentazione pittorica di due corpi come una sola entità metafisica". Di qui le fattezze androginiche della Gioconda, plastica raffigurazione di "due facce in una". Di qui, ancora, le due basi di pilastri su entrambi i lati della figura centrale, che sostengono il tema della biformità, creando le basi del simbolo primario di Giano, l'arco. Di qui, infine, il nome stesso del soggetto che - anagrammato dalla traduzione inglese "Mona Lisa" - origina le due parole latine "Anima Sol", o "Anima di Giano", visto che il mito del dio Sole, conclude Lund, altro non fu che l'evoluzione dell'arcaico dio Giano.


30/08/2011




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No all'addebito se la coppia è aperta

La Stampa


L'infedeltà reciproca è, di per sè, un motivo di disgregazione spirituale fra moglie e marito tale per cui la separazione non può essere addebitata a nessuno dei due coniugi.

La Cassazione ha affrontato il tema della c.d. “coppia aperta” con la sentenza n. 9074/11 rigettando il ricorso di un facoltoso imprenditore – ma anche quello incidentale della moglie - che aveva richiesto l'addebito della separazione alla donna in considerazione della ben nota relazione extraconiugale mantenuta in costanza di matrimonio.

Il tradimento era da molti anni reciproco e frutto della comune scelta di instaurare un regime coniugale improntato a reciproca autonomia e libertà sentimentale, decidendo di vivere sotto lo stesso tetto, ma su piani diversi della casa, e di coltivare abitudini, stili di vita, interessi e svaghi non coincidenti.

Il Tribunale di Milano addebita la separazione alla moglie in virtù del tradimento emerso, ma la Corte d'Appello ribalta il verdetto accogliendo il gravame di lei ed eliminando l'addebito. La Cassazione sposa le argomentazioni dei giudici d’appello sottolineando come la reiterata inosservanza da parte di entrambi i coniugi dell'obbligo di reciproca fedeltà, pur se ricorrente, non costituisce circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione in capo all'uno o all'altro o ad entrambi, essendo sopravvenuta in un contesto già di disgregazione della comunione spirituale e materiale tra coniugi, ed in particolare in un'emersa situazione già stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da alcuna affectio coniugalis.




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Battisti resta una lesione profonda"

La Stampa

Napolitano: ma noi non siamo riusciti a fare capire che cosa abbia significato il terrorismo


JACOPO IACOBONI


Giorgio Napolitano torna a far sentire la sua voce sul caso di Cesare Battisti, il terrorista dei Proletari armati per il comunismo latitante prima in Francia e oggi in Brasile, dopo aver subito condanne in tre gradi di giudizio per omicidio e banda armata. A maggio il capo dello stato aveva definito «incomprensibile» lo stop del Tribunale Supremo del Brasile all’estradizione del terrorista in Italia, peraltro già negata dal governo Lula: «Una decisione aveva detto il presidente - che lede sia gli accordi sottoscritti in materia tra Italia e Brasile, sia le ragioni della lotta al terrorismo». Oggi ripete quelle parole, aggiungendovi un tassello cruciale per sgombrare i tanti equivoci sul terrorismo italiano cui molto ha contribuito la gauche caviar francese, ma non solo: «L’Italia condusse quella lotta nella piena osservanza delle regole di uno stato di diritto».

Il capo dello stato ha colto uno spunto informale - un ringraziamento per lettera all’ex giudice istruttore di Milano Giuliano Turone, che gli aveva spedito il suo libro «Il caso Battisti» appena uscito per Garzanti - per tornare su una vicenda che molto lo tocca, e periodicamente torna ad affacciarsi sui giornali italiani, con accenti tra il grottesco e l’impudico. Solo in questa fine di agosto, per dire, Battisti, fattosi riprendere sulle spiagge di Rio in pose pensose, ha concesso due lunghe interviste, prima a Rede Globo, poi a uno dei settimanali brasiliani più diffusi, «Istoé», nelle quali si avventura in affermazioni a ruota libera, tipo «non ho nulla di cui pentirmi», «gli autori di quegli omicidi sono stati arrestati e torturati dallo stato italiano», «mi piacciono le donne brasiliane» e, dulcis in fundo, «se non interferisce con la sua agenda, mi piacerebbe poter ringraziare il presidente Lula». Dev’essere parso allora più che opportuno, al capo dello stato, ricordare anche a Rio come viene vissuta quella vicenda dagli italiani. Come qualcosa di «profondamente lesivo», appunto. Una ferita aperta.

Spiega Napolitano nella lettera: «Sono ancora convinto che non siamo riusciti, istituzioni, politica, cultura ed espressioni civili - a far comprendere cosa abbia significato per noi la vicenda del terrorismo e quale forza straordinaria sia servita per batterlo». Una forza che, tiene a specificare, servì «per la difesa dell’ordinamento costituzionale dell’Italia», che avvenne senza mai rinunciare ai principi di uno stato di diritto.

Altro che Italia alla cilena, come vorrebbe la retorica degli intellettuali alla Fred Vargas e Philippe Sollers, che i magazine brasiliani si compiacciono ora di rilanciare. Battisti subì processi. Ebbe regolare difesa. Sparò materialmente - è accertato. Poi divenne scrittore, si travestì da esiliato, e s’infilò nelle maglie protettive - ma anche quelle, malintese - della dottrina Mitterrand.



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Pagavo gli straordinari in nero ma dovevo salvare l’azienda"

La Stampa


Lindustriale vicentino Mastrotto sotto accusa: me lo chiedevano gli operai

FABIO POLETTI


INVIATO AD ARZIGNANO (VICENZA)

Pagavo gli straordinari in nero, era l’unico modo per salvare la mia azienda». Un industriale vicentino getta la maschera e spiega come si diventa evasore fiscale.

Nella zona dove vive è difficile non vederle. Dovunque ti giri tra Arzignano, Tezze, Trissino, in lungo e in largo sugli stradoni della Val di Chiampo, le modernissime fabbriche tutto acciaio e cemento della Mastrotto Group spuntano come funghi. L’1% della lavorazione mondiale della pelle passa di qui, in questo sogno realizzato mezzo secolo fa da Arciso Mastrotto, il patriarca a capo di una dinastia guidata ora dai figli Bruno, Santo e dall’altra parte Rino, da qualche anno divisi da beghe famigliari ma unitissimi nel mettere benzina nera che più nera non si può nella locomotiva sempre più arrugginita del Nord Est. Un sogno diventato un incubo per la Guardia di finanza che prima ha messo sotto inchiesta i fratelli Bruno e Santo Mastrotto - 800 operai tutti in nero, 1 miliardo e 300 milioni di evasione fiscale contestata poi ha passato ai raggi X pure le aziende del fratello Rino - 174 operai pagati fuori busta, 100 mila euro al mese di nero - e la storia non cambia. «Non dico più niente, non dico più niente, ostrega...», sbraita al telefonino in dialetto stretto Santo Mastrotto.

Signor Santo Mastrotto, guardi che così rischia di passare alla Storia come il principe degli evasori fiscali e di questi tempi non è bellissimo...
«Noi che abbiamo iniziato dal niente... Cinquantatre anni fa lavoravo ancora nei campi, mi sono rimasti i calli alle mani... Io mio padre e i miei fratelli abbiamo iniziato da zero. Adesso siamo solo delusi, arrabbiati, stanchi, non pensavo mai nella vita che mi potesse accadere qualcosa del genere. Questo è il giorno più brutto della mia vita».

Capitano queste cose quando non si pagano mai le tasse...

«Abbiamo sbagliato, vogliamo chiarire, se c’è da pagare paghiamo ma non ci meritiamo tutto quello che ci stanno facendo passare. Io vorrei che si guardasse anche alle cose buone che abbiamo fatto con le nostre aziende. In cinquantatre anni siamo partiti dai campi e adesso diamo lavoro a migliaia di persone in mezzo mondo. In Brasile, in Indonesia, il marchio Mastrotto è ovunque ed è leader riconosciuto nella lavorazione della pelle...».

Di là dell’oceano non si sa, ma qui gli operai li pagavate in nero. Vero?

«Ma lo sa che i miei operai mi dicevano:"Va bene, vengo a lavorare di sabato, ma mi paghi fuori busta". Lo sa che erano loro che volevano essere pagati in nero? Cosa dovevamo fare? C’erano le consegne da rispettare... Noi abbiamo sbagliato ma non siamo i soli. Siamo tutti nella stessa barca ma adesso ce l’hanno tutti solo con noi».

Chi ce l’ha con voi?
«Abbiamo tutti contro, la Chiesa, gli industriali, i sindacati. Sembra che siamo i soli che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. E invece noi abbiamo sempre creduto solo nell’azienda. Salvare l’azienda è la cosa più importante. Se non fossimo persone responsabili, se non credessimo nel nostro lavoro, se non avessimo la responsabilità di migliaia di operai con le loro famiglie, mi verrebbe da dire che chiudo tutto, vendo le aziende e me ne vado».

Così è comodo però... Non si pagano le tasse, i capitali vanno all’estero, i dipendenti si tengono in nero, quando il lavoro cala c’è la cassa integrazione...
«Vogliamo chiarire tutto. Siamo disponibili a chiarire tutto. Anche la Guardia di finanza riconosce la nostra disponibilità a collaborare. Se ci sono stati comportamenti non corretti e non in regola con la legge siamo pronti a correggerli. Le cifre di cui veniamo accusati sono gonfiate. Vengono moltiplicate anno per anno ma sono sempre quelle. I nostri operai sono tutti assunti, qualche irregolarità c’è stata solo con gli straordinari. Nessuno però ci faccia passare come gli unici evasori di questo Paese. Noi siamo gente che lavora e non ha mai avuto niente di niente da nessuno. Nè quando andava bene nè con la crisi. Siamo soli e ci difendiamo da soli con il lavoro».

Il governo - Berlusconi, Bossi, Tremonti - stanno cercando di mettere in piedi una manovra economica per salvare il Paese. Però chiedono che ognuno faccia la sua parte. Gli imprenditori devono pagare le tasse. Giusto no?

«Quelli lì sono dei disperati che non sanno nemmeno da che parte cominciare. Ma io come imprenditore sono più disperato di loro. Solo che io sono responsabile delle mie fabbriche, dei miei operai e delle loro famiglie. Se cinquantatre anni fa avessi saputo che sarebbe finita così non avrei nemmeno iniziato. Invece ci siamo dati da fare perchè credevamo nel nostro lavoro. Non ci aspettavamo di essere ringraziati ma nemmeno di essere trattati così. Sbattuti in prima pagina su tutti i giornali... Lei per chi ha detto che scrive?».

La Stampa, perchè?.

«La Stampa cos’è? E’ un giornale di destra o di sinistra? Guardi lasci perdere, tanto destra e sinistra è tutto uguale allo stesso modo. Oggi non c’è più niente di buono».



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Gps e navigatore nel telefonino tanti ce l'hanno, quasi nessuno lo usa

Il Messaggero

di Federico Rocchi

ROMA - Il “Navstar Gps” (NAVigation Satellite Timing And Ranging Global Positioning System), oramai Gps nel lessico comune, è uno dei sistemi che consentono di calcolare la propria posizione geografica, sviluppato negli Stati Uniti a scopo militare ma oggi aperto all’uso di tutto il mondo, nonostante il controllo dei satelliti rimanga saldamente in mani statunitensi con la stazione principale di Colorado Springs. Con la parola “Gps”, però, si intende normalmente anche l’apparecchio “navigatore” vero e proprio, in Italia per antonomasia anche “tom tom” dal nome del prodotto specifico più noto. Ma la vera novità consiste nella disponibilità di elettronica sempre più piccola e sempre più “convergente”: molti acquirenti di moderni telefoni cellulari “smartphone” trovano incorporato anche un ricevitore Gps e spesso anche un software di navigazione pronto all’uso, un sogno per i molti “Ulisse” che hanno fatto il mondo oggi nelle tasche di molti, spesso a loro insaputa.


Le funzioni Gps più specifiche - calcolare le tre coordinate relative alla posizione geografica, altezza compresa - si integrano perfettamente con altre possibilità d’uso del telefono moderno, mettendo a disposizione un insieme di servizi complessivamente migliore rispetto a quello che si otterrebbe utilizzando apparecchi separati. I vantaggi vanno in entrambe le direzioni: ad esempio, un ricevitore Gps incorporato può sfruttare le caratteristiche di connettività del telefono per migliorare le sue prestazioni in termini di precisione e velocità, mentre la produzione di fotografie e video può integrare i dati relativi al posizionamento per facilitare la vita ai più incalliti fotografi viaggiatori. Insomma, il Gps nel telefono è davvero funzionale ma purtroppo, come spesso accade, le funzionalità di posizionamento e navigazione non sono conosciute bene, spesso con la spiacevole aggiunta di un sorprendente conto telefonico dovuto a funzionalità aggiuntive alla pura ricezione dei dati Gps che rimane, è bene ribadirlo, sempre gratuita.

E’ necessario distinguere fra le funzioni Gps e quelle di navigazione. Avere un ricevitore Gps incorporato nel telefono, infatti, non significa automaticamente disporre anche del programma relativo alla “navigazione” ovvero il software in grado di mostrare i percorsi, a piedi o con un mezzo di trasporto, quello con la voce che informa della prossima svolta a destra o sinistra. Spesso questi programmi sono incorporati dal produttore del telefono, come nel caso dei telefoni Nokia che per prima ha installato di serie il suo programma di navigazione “Ovi Maps” nei telefoni dotati di Gps. Oltre al programma di navigazione “della casa” è comunque sempre possibile acquistare e installare anche altri software in grado di utilizzare i dati provenienti dalla radio Gps e aggiungere altre funzioni alla navigazione, come la ricerca dei “Poi”, i cosiddetti “punti di interesse” quali esercizi commerciali o descrizioni relative al luogo in cui ci si trova

Anche il gratuito servizio “Google Maps” può essere utilizzato in un gran numero di telefoni cellulari,
con la possibilità di sfruttare mappe e foto satellitari e stradali le quali devono però necessariamente essere trasferite dalla rete internet nella memoria del telefono, di solito in tempo reale e quindi pagando la connessione 3G se ci si trova in movimento. I più attenti utilizzatori, tuttavia, sanno che è possibile anche usare una connessione wi-fi per memorizzare un certo numero di mappe prima di iniziare il viaggio. In ogni caso bisogna ammettere che solo la connessione 3G perenne e ubiqua realizza pienamente tutte le potenzialità del sistema di navigazione. Se il piano tariffario in uso è di tipo forfettario questo non è un problema, come sempre è necessario porre un minimo di attenzione alle regolazioni del proprio telefono e alle operazioni automatiche, che si lanciano con un click.

Martedì 30 Agosto 2011 - 15:11




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Dammi cavo!

La Stampa


YOANI SANCHEZ

Nel 1983, la visita di Oscar D'León e la sua presentazione nell’anfiteatro di Varadero in un certo senso pose fine alla noia. Nel bel mezzo del tedio, sbarcò a Cuba il Diavolo della Salsa, e con la sua voce ci fece conoscere i nostri classici del son.

A parte l’esclamazione siguaraya! lanciata per ricordare la cantante proibita Celia Cruz, la cosa più eclatante della sua visita fu quella frase “Dammi cavo” ripetuta spesso durante i concerti. Brandiva il microfono e rivolto al tecnico del suono diceva: “Dammi cavo, dammi cavo…” per gettarsi in mezzo alla folla che danzava affascinata dalla sua musica. Quando è partito, ci ha lasciato quella frase che è diventata una metafora per chiedere libertà.

“Dammi cavo”, dicevano i giovanotti quando i genitori pretendevano che si tagliassero i capelli o che non portassero pantaloni troppo stretti. “Dammi cavo”, diceva il venditore illegale al poliziotto quando quest’ultimo gli confiscava la mercanzia. “Dammi cavo”, diceva il marito accusato dalla moglie gelosa che gli perquisiva le tasche. L’espressione è rimasta in un angolo sperduto della memoria ma è tornata di moda con l’entrata in scena del cavo di fibra ottica che dovrebbe collegare Venezuela e Cuba.

Promesso dal 2008, ha toccato il nostro litorale solo lo scorso febbraio, ma dopo non se n’è più parlato, cosa molto sospetta per un’opera costata oltre 70 milioni di dollari. All’inizio si diceva che avrebbe migliorato moltissimo le operazioni di trasmissione dati, ma adesso - pensate che assurdità - si afferma che nonostante la sua presenza non è previsto un accesso massiccio a Internet da parte dei cittadini cubani. Si sono succeduti diversi scandali per corruzione, due vice ministri sono stati indagati ed è stato raccomandato ai giornalisti ufficiali di non fornire dettagli in merito.

Il polemico cavo di fibra ottica è ormai diventato una leggenda metropolitana. Alcuni dicono di averlo visto e toccato, ma aggiungono che è al servizio di poche persone. Altri assicurano che è solo una cortina di fumo per placare la non conformità degli internauti di casa nostra, così poco connessi con il resto del mondo. Per il momento non è arrivato ai nostri computer neppure un kilobyte trasportato dalle sue moderne fibre.

I prezzi per navigare in rete da un albergo continuano a essere proibitivi mentre la connessione è così lenta da rasentare la truffa. Oltre a questo, il clima di aggressione contro le reti sociali - come Facebook e Google - nei centri lavorativi statali è molto peggiorato. Nella disperata intenzione di farci credere che quel fantasmagorico cordone ombelicale tra Santiago de Cuba e La Güaira esiste davvero, alcuni giorni fa il vice ministro Boris Moreno ha assicurato che entrerà in funzione nei prossimi mesi.

In ogni caso continuiamo a sentirci come quel cantante venezuelano che cercava di raggiungere il suo pubblico nonostante i controlli del “tecnico del suono”. Dammi cavo! chiediamo con insistenza, dammi cavo! pensiamo... come se fosse una vecchia metafora della libertà.


Fotografia di Corbis
Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi




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Iss, stazione orbitante senza equipaggio

Corriere della sera

I russi bloccano le missioni dopo l’incidente al Progress




La stazione Iss è grande quanto un campo di calcio
La stazione Iss è grande quanto un campo di calcio
MILANO - A Houston e a Mosca si sta valutando l’abbandono della stazione spaziale da parte degli astronauti. La prospettiva è diventata molto seria in queste ore dopo l’annuncio dell’agenzia spaziale russa Roskosmos di non procedere al lancio del prossimo equipaggio previsto il 22 settembre. La partenza non avverrà prima della fine di ottobre, nella più rosea delle previsioni. Ma l’indicazione era solo routine. La realtà è più complicata e si presenta come la prima crisi della stazione internazionale dopo il ritiro dello shuttle. Da allora, 21 luglio, la grande base orbitale costata cento miliardi di dollari è nelle mani dei russi che sono i soli a possedere un veicolo per il trasporto degli astronauti, le vecchie navicelle Soyuz nate sessant’anni fa e poi aggiornate. Per raggiungere lo spazio utilizzano un razzo Semiorka, lo stesso che ha portato Yuri Gagarin in orbita nell’aprile di cinquant’anni fa. Con lo stesso razzo si portano i rifornimenti alla stazione con una navicella automatica Progress. La settimana scorsa, mercoledì, un lancio di Progress è fallito perché il suo stadio superiore si è spento prima dei nove minuti necessari.

IL LANCIO - I computer avevano rilevato una caduta di pressione nel propulsore e lo hanno spento dopo soli 5 minuti e mezzo di volo. Così il veicolo non ha raggiunto la necessaria velocità orbitale ed è precipitato a terra sul monte Altai ai confini tra Mongolia e Cina. Le tre tonnellate di rifornimenti che aveva a bordo (ossigeno, acqua, vestiti, alimenti, apparecchiature ecc.) sono andate ovviamente perdute ma questo non pone grandi problemi perché a bordo della stazione ci sono riserve che garantiscono la vita dell’equipaggio sino al marzo dell’anno prossimo. Il guaio nasce invece per il ricambio degli equipaggi.

IL PROGRAMMA - Il 22 settembre doveva partire il nuovo (Shkaplerov, Ivanishin e Burbank) sostituendo l’attuale della “spedizione 28” formato da Borisenko, Samokutyaev e Garan, lassù dal 5 aprile. L’altro terzetto oggi a bordo (“spedizione 29”: Fossum, Volkov e Forukawa) partito invece il 7 giugno sarebbe dovuto rientrare il 16 novembre. Ciò avrebbe permesso il lancio il 30 novembre di Kononenko, Pettit e Kuipers dell’Esa europea. Tutto il programma salta. Intanto i tre della “spedizione 28” sono stati invitati a prolungare la loro permanenza a bordo fino al 16 settembre sperando che nel frattempo la commissione di tecnici russi e americani riesca a trovare la causa del guaio e a risolverlo. Se così non fosse la successiva opportunità di ritorno (ci devono essere condizioni di luce diurna nella zone di atterraggio) si presenterebbe alla fine di ottobre.

Ma ciò porrebbe un problema serio perché si andrebbe oltre i 200 giorni di vita garantiti della Soyuz. Il perossido d’idrogeno che alimenta i propulsori si degrada con il tempo. Se la soluzione richiederà altro tempo entro l’anno scadrà anche la permanenza in orbita dell’altra navicella che dovrebbe riportare a casa l’equipaggio 29. Quindi dovrà forzatamente chiudere la missione. A quel punto la stazione rimarrebbe vuota, senza astronauti a bordo.
LE PAURE DELLA NASA - «L’aumento del rischio non è insignificante», dice diplomaticamente Mike Suffredini, manager del programma stazione alla Nasa. «Lasciare la stazione senza uomini a bordo è molto rischioso – sottolinea e precisa – perché si potrebbe perdere». La grande base estesa come un campo di calcio può essere gestita dai centri di controllo terrestri di Houston e Kalingrad ma se nasce un problema che richiede l’intervento umano, magari con una passeggiata extraveicolare, allora non si può fare nulla e per l’International Space Station ISS le difficoltà sarebbero insormontabili. Per avere sufficienti garanzie, prima che un nuovo equipaggio cavalchi di nuovo un razzo Semiorka si intendono effettuare due lanci dei veicoli automatici Progress il cui stadio superiore (il terzo) è, appunto, uguale nei lanci delle navicelle Soyuz. Sembra incredibile come l’aspetto dei collegamenti umani con ISS (che ha richiesto uno straordinario investimento) sia stato così sottovalutato da parte americana. Per il futuro il volo umano, anello critico delle attività spaziali e che deve soddisfare diversi obiettivi, come ha ricordato di recente il direttore generale dell’ESA, Jean-Jacques Dordain, dovrebbe essere materia di una maggiore collaborazione e integrazione fra le varie agenzie.



Giovanni Caprara
30 agosto 2011 20:33





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