domenica 31 luglio 2011

Addio definitivo alla Lady di ferro: chiuso il suo ufficio alla Camera dei Lord

Corriere della sera


Giù il sipario sulla carriera della Thatcher. Ha la demenza senile, da mesi non esce più


Margaret Thatcher
Margaret Thatcher
MILANO - L'ufficio che Margaret Thatcher aveva alla Camera dei Lord è stato chiuso. E la notizia, confermata dal figlio dell'ex primo ministro Sir Mark Thatcher, suona quasi come l'ultimo atto della vita pubblica della «Lady di ferro». La Thatcher, 85 anni, soffre di demenza senile e ormai sono mesi che non esce più dalla sua abitazione nel distretto londinese di Belgravia.

L'UFFICIO - L'ufficio dell'ex primo ministro aveva da tempo un solo impiegato, Mark Worthington. L'uomo ha servito la Thatcher fedelmente negli ultimi vent'anni, ma più di recente, visto il declino progressivo della salute della Lady di ferro, è rimasto praticamente disoccupato. «A Westminster manca lo spazio e la famiglia ha deciso, in tutta onestà, che non era più giustificato mantenere un ufficio per lei», ha detto una fonte vicina a «Maggie», secondo cui è «molto improbabile» che l'ex primo ministro possa di nuovo comparire in pubblico.

CANCELLATE LE APPARIZIONI PUBBLICHE - Primo ministro britannico dal 1979 al 1990, la Thatcher ha subito un decennio fa una serie di mini-ictus che ne hanno limitato la capacità di parola. Di recente ha cancellato tutte le apparizioni pubbliche, tra cui il matrimonio di William e Kate a fine aprile e, all'inizio di luglio, l'inaugurazione della monumentale statua di Ronald Reagan, il suo grande alleato transatlantico e amico, davanti all'ambasciata americana a Londra.


Redazione online
31 luglio 2011 18:36



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Il cervello ha raggiunto il suo limite" L'intelligenza umana non si evolverà

La Stampa





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Un molo nella grotte di Napoli si naviga nella città sotterranea

Il Mattino

di Paolo Barbuto

NAPOLI - Venti metri più sopra, nel buio del Tunnel Borbonico, sciamano gruppi di turisti attoniti per la bellezza del luogo. Quaggiù, invece, si lavora: olio di gomito e risate, acqua fino alla cintola per sistemare il molo dove attraccherà la zattera per accogliere i turisti. No, non c’è nessun errore, inutile che cerchiate di andare qualche riga più su per rileggere: stiamo realmente parlando di un molo e di una zattera in fondo a una grotta. È il nuovo percorso turistico sotterraneo che Gianluca Minin, vulcanico gestore del Tunnel Borbonico s’è inventato grazie a un piccolo aiuto di madre natura.


Nelle viscere della città, da un paio di anni, sta tornando l’acqua. I pessimisti dicono che è per colpa della cementificazione che blocca il naturale sbocco a mare e opprime le sorgenti sulfuree che, da sempre, sgorgano sotto i piedi dei napoletani.
L’unica certezza è che le gallerie che corrono sotto Chiaia e Monte di Dio si stanno riempiendo inesorabilmente d’acqua. E uno di quei tunnel, entro settembre, diventerà una nuova attrazione turistica per gli appassionati delle scoperte sotterranee.

L’acqua ha completamente invaso una delle gallerie iniziate per la costruzione della Ltr negli anni ’80 e poi abbandonate. Si tratta di una zona che ai turisti, oggi, viene mostrata solo dall’alto, affacciati a una balaustra, per raccontare l’archeologia industriale. Quella galleria abbandonata, però, sta per diventare l’ingresso al tour sotterraneo in zattera.
Gianluca Minin alla guida del suo gruppo s’è messo al lavoro quando ha capito che quell’allagamento era controllato. Da geologo studia e comprende i movimenti della terra e dell’acqua che s’infila lì sotto: ha monitorato l’andamento per molti mesi, poi ha dato il via alle operazioni. Il molo d’attracco parte dall’interno di una cisterna del ’600 e si infila nella prima parte del tunnel della Ltr.

Per adesso è una sequenza di tubi innocenti ben sistemati sul fondo. Nel giro di qualche settimana sarà ricoperto di bel legno e avrà tutte le sembianze di un ormeggio da porticciolo di mare, solo che si troverà venti metri sotto terra e avrà una sola imbarcazione alla fonda: una grande zattera che consentirà il traghettamento di dieci persone per volta. La zattera avanzerà nell'imperscrutabile buio della cavità, si farà strada con la luce di due lampade a olio poste sulla prua.

Il progetto è già in fase avanzata. La zattera è quasi pronta, ma per adesso nel tunnel si lavora immergendosi nella ghiacciata acqua sulfurea dal colore rossastro e, laddove la profondità è troppa, si va avanti con l’aiuto di un canotto gonfiabile, come quello dei bambini al mare: «Lavoriamo con passione ma i nostri mezzi economici sono limitati - sorride Gianluca Minin sorpreso al lavoro incastrato nel canottino - preferiamo spendere per dare sicurezza ai nostri visitatori e se questo significa arrangiarsi e bagnarsi un po’ il sedere in questo gonfiabile, non fa niente».

Il percorso in barca sotto al tunnel sarà ricco di sorprese, dall’archeologia industriale alle stalattiti calcaree, agli ingressi improvvisi nelle cisterne antiche. Ma mano che l’acqua avanzerà, anche la zattera potrà toccare nuovi approdi: «Non c’è fretta - dice Minin - la natura si sta riprendendo quel che le apparteneva. Qui c’era l’acqua nei secoli passati. Sta semplicemente ritornando».

Nel frattempo il tunnel borbonico sta festeggiando la prima stagione di apertura con numeri in costante crescita: i visitatori aumentano, e anche le scoperte crescono. È stata di recente aperta alle visite, ad esempio, una porzione dell’acquedotto che conduce a una cisterna in cima alla quale sono state trovate incise antiche croci: «Probabilmente erano segni in memoria dei pozzari o degli scavatori che morivano qui dentro durante il lavoro», ipotizza Minin che non smette di esplorare quella porzione di sottosuolo alla quale si accede dal garage Morelli e da via Del Grottone, di scoprire nuovi percorsi e brandelli di storia dimenticati.

«Per un po’ di tempo, però, le esplorazioni sono sospese - spiega Minin - siamo concentrati sul progetto delle visite in zattera che richiede tempo e lavoro. Fin d’ora tutti i napoletani e i turisti sono invitati, a cominciare dal sindaco e dalla Giunta: da metà settembre potrete navigare sotto la città, una esperienza unica».



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I dieci scoop che sconvolsero il mondo

Corriere della sera


Dopo aver portato alla luce lo scandalo del News of The World, il Guardian celebra cento anni di inchieste




William Thomas Stead
William Thomas Stead
MILANO - Nelle ultime settimane lo scandalo intercettazioni che ha portato alla chiusura del News of the World, storico settimanale fondata nel 1843, ha suscitato grande clamore nell'opinione pubblica inglese e internazionale . La scarsa deontologia professionale dei giornalisti del tabloid di Rupert Murdoch è stata condannata unanimemente dagli analisti che però allo stesso tempo hanno elogiato il ruolo avuto in questa storia dal Guardian di Londra, il quotidiano che già nel luglio del 2009 aveva denunciato le sistematiche e ripetute intercettazioni illegali di politici e personalità dello spettacolo portate a termine dai reporter del settimanale britannico. Partendo dagli elogi ottenuti per questo ultimo scoop, il quotidiano londinese, nella sua versione online, dedica un reportage fotografico a quelle che a suo avviso sono le 10 inchieste giornalistiche più importanti della storia
 
IL PRIMO- - Il primo scoop giornalistico presente in classifica è datato 1885 ed è opera della Pall Mall Gazette , una rivista britannica su cui hanno scritto personaggio del calibro di George Bernard Shaw, Friedrich Engels e Oscar Wilde. Il quotidiano, diretto da William Thomas Stead, lanciò una crociata contro la prostituzione minorile con la pubblicazione dell'inchiesta intitolata "The Maiden Tribute of Modern Babilonia" (II tributo delle ragazze alla Babilonia moderna).

Gli articoli che raccontavano la triste vita delle giovani della classe operaia costrinsero il Parlamento a modificare alcune norme di diritto penale, ma costarono al direttore una condanna di tre mesi di reclusione. Il secondo memorabile scoop è quello di Elizabeth Jane Cochran, meglio conosciuta con lo pseudonimo giornalistico Nellie Bly nel manicomio femminile nell'isola di Blackwell. La prima giornalista sotto copertura della storia fu incaricata da Joseph Pulitzer, il grande direttore del New York World, di scoprire cosa accadeva nella casa di cura. La Cochran si finse pazza, si lasciò sottoporre alle terribili condizioni in cui erano trattate le pazienti nell'ospedale psichiatrico e poi denunciò tutto.

La sua inchiesta "Dieci giorni in manicomio" fece epoca e il governo dovette rivedere le leggi sugli istituti psichiatrici. Il terzo scoop è l'intervista esclusiva ottenuta dal Daily Mirror da Adolf Hitler nel 1936. Con il titolo a tutta pagina "Restiamo amici", il Fuhrer assicurava pace e amicizia ai paesi europei. Ben presto i giornalisti e i lettori del tabloid britannico avrebbero scoperto che non ci si poteva fidare delle parole del dittatore.

LA TALIDOMIDE, IL WATERGATE E LO SCOOP ROSA -  Seguono in classifica altre memorabili inchieste giornalistiche. Nel 1972 il Sunday Times denunciò la potente azienda farmaceutica Distillers, distributrice della Talidomide, il potente psicofarmaco somministrato alle donne nei primi mesi di gravidanza, che causò malformazioni in migliaia di neonati. Con grande coraggio e lucidità il settimanale svelò la tragedia di tante mamme inglesi che più tardi furono risarcite dall'azienda farmaceutica.

Alla fine anche la Corte Europea dei diritti dell'uomo concluse  che quest'inchiesta aveva fatto la differenza. Il successivo scoop è forse quello più famoso della storia: lo scandalo Watergate. Bob Woodward e Carl Bernstein, due giovani reporter del Washington Post partendo da alcune attività di spionaggio e intimidazione ai danni di esponenti del Partito Democratico fatte da uomini legati a Richard Nixon, portarono in due anni alle dimissioni il Presidente degli Stati Uniti.

Il primo scoop rosa in classifica è quello svelato dal News of the World nel 1992 e che costò la carriera a David Mellor, ex ministro del Patrimonio Nazionale del governo conservatore di John Major che proprio in quel periodo stava lavorando a una legge per frenare le continue intrusioni della stampa nella vita privata dei personaggi pubblici.

Il tabloid raccontò la sua love story con Antonia de Sancha, attrice e modella di origine spagnola. Furono pubblicate rivelazioni pruriginose (il ministro amava quando l'amante gli succhiava le dita dei piedi e indossava sempre la casacca del Chelsea quando faceva all'amore) e stralci di intercettazioni telefoniche in cui Mellor ammetteva come questa relazione extraconiugale si ripercuotesse negativamente sul suo lavoro.
POLITKOVSKAIA E RIMBORSI SPESE - Il settimo scoop è opera del Guardian e risale al 1995. Il quotidiano londinese raccontò che Jonathan Aitken, al tempo sottosegretario al Tesoro del governo conservatore britannico di Major da molti indicato come futuro premier inglese, era coinvolto in una vendita di armi illegali da cui avrebbe tratto vantaggi personali. Due anni prima - preciso il Guardian - Aitken aveva incontrato al Ritz di Parigi alcuni uomini d'affari sauditi e il soggiorno del sottosegretario era stato pagato da questi ultimi. Aitken denunciò «il cancro di un giornalismo parziale e distorto» e dichiarò di volerlo estirpare «con la spada della Verità e lo scudo della Giustizia».

Peccato per lui che il tribunale confermò le accuse del Guardian e il sottosegretario fu condannato per spergiuro a 18 mesi di reclusione. Seguono i reportage dalla Cecenia di Anna Politkovskaia, giornalista russa del quotidiano NovayaGazeta, assassinata nel 2006. Le sue denunce svelarono al mondo le atrocità e le sevizie dei soldati russi sui civili nella regione caucasica: «La Politkovskaia non era una giornalista equidistante stile Bbc - testimonia il Guardian -

Era una combattente, un'attivista, una forza della natura indignata dalla crudeltà». Chiudono la top ten i recenti scoop portati a termine rispettivamente nel 2009 e nel 2010 dal Daily Telegraph e dal News of the World : il primo è quello sui rimborsi spesa gonfiati dai parlamentari britannici che ha causato tante dimissioni e ha portato diversi politici in carcere. Il secondo è lo scandalo scommesse nel mondo del cricket denunciato dall'ormai ex tabloid britannico che raccontò ai suoi lettori come il match tra Inghilterra e Pakistan fosse stato truccato in cambio di 200 mila euro. L'incontro tra il finto corruttore (in realtà un giornalista sotto copertura del tabloid) e il rappresentante dei giocatori pakistani fu interamente filmato e pubblicato sul sito del News of the World


Francesco Tortora
31 luglio 2011 15:47



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Pisa, quella porta chiusa in faccia all'Ikea fa gridare allo scandalo anche all'estero

di Orlando Sacchelli


Dopo sei anni dal progetto l'Ikea si è vista negare l'autorizzazione per la costruzione di un punto vendita in provincia di Pisa. Un investimento da 60 milioni di euro che avrebbe portato 350 posti di lavoro. Del caso si è occupato anche l'International Herald Tribune, citandolo a esempio della scoraggiante via per la prosperità dell'Italia". Pisa cerca di rimediare... Ma c'è un caso analogo a Torino



Pisa - Da tempo Ikea ha in mente di allargare la propria rete di vendita in Italia aprendo un magazzino in provincia di Pisa. Sarebbe il secondo in Toscana, dopo quello di Firenze. Individuata l'area - nel Comune di Vecchiano (a Migliarino Pisano, per l'esattezza) - sono partite le trattative con gli amministratori locali. Trattative estenuanti, sei anni, che alla fine hanno prodotto un buco nell'acqua: niente da fare per gli svedesi. A Vecchiano lo stabilimento non s'ha da fare. Problemi burocratici. O meglio, l'incapacità da parte degli amministratori locali di sedersi a un tavolo per trovare un compromesso accettabile con chi, investendo tanti soldi e portando centinaia di posti di lavoro, ovviamente desiderava avere qualche garanzia (parcheggi, viabilità, ecc.).
La rottura della trattativa è stata motivata dalla stessa Ikea lo scorso maggio: "L'eccessiva dilazione dei tempi di decisione da parte delle autorità locali". Una storia che ha dell'incredibile. Infinite lungaggini burocratiche e politiche hanno bloccato un investimento da 60 milioni di euro, con la realizzazione di un negozio di circa 20mila metri quadrati con annesse infrastrutture viarie e la creazione di circa 350 posti di lavoro.
Clamore internazionale Il caso della mancata apertura dell'Ikea in provincia di Pisa è finito anche sull’International Herald Tribune. Viene citato tra gli esempi della "scoraggiante via per la prosperità" dell’Italia. L’articolo si sofferma su una serie di casi e di interviste ad imprenditori italiani sulla burocrazia e sulla politica italiana come freno all’economia. A proposito del caso Ikea si legge nell’articolo che "sei anni fa il gigante Ikea pianificò di aprire un magazzino da 60 milioni di euro a poche miglia dalla torre di Pisa ma poi le cose si sono ingarbugliate come succede spesso in Italia dove burocrazia e politica schiacciano l’economia".
Si cerca di correre ai ripari Tanto clamore non poteva passare inosservato. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, è corso subito ai ripari per cercare di limitare i danni e far capire al colosso svedese che qualcosa si poteva ancora fare. Rossi si è prodigato in prima persona, in un faccia a faccia con l'amministratore delegato di Ikea Italia, Lars Peterson, per convincerlo a non abbandonare l'idea di investire sulla costa toscana. Gli svedesi hanno fatto finta di nulla, rispetto ai pesci in faccia presi sino ad ora, e si son detti disposti a prendere in considerazione nuove soluzioni per la costruzione del loro punto vendita. Non lontani dalla zona che piaceva a Ikea ci sarebbero almeno tre alternative, tre i comuni interessati: Pisa, Cascina e Collesalvetti. Ma l'Ikea fa gola a molte altre amministrazioni locali. Per fortuna, infatti, non tutti ragionano coi paraocchi e sono ancora in grado di ragionare con lungimiranza, evitando di mandare all'aria una buona opportunità di sviluppo economico. 
Un no anche in provincia di Torino Il caso di Pisa non è il solo. Cinque anni di lavoro e trattative non sono bastati per l'apertura del secondomagazzino dell'Ikea a Torino. In questo caso a dire no è stata la Provincia.
Con la scusa che si tratta di "terreni agricoli". Come se non fosse possibile trovare una soluzione salvaguardando il verde senza sacrificare il necessario sviluppo economico. Anche in questo caso sono andati in fumo svariati milioni di investimento (60) e almeno 250 posti di lavoro. 



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Rovinato perché non ero amico di... Così andava a Sesto E quel miliardo per Filippo

Il Giorno

Un architetto svela gli ingranaggi del sistema che dominava la città: "Ho dovuto cambiare mestiere. Per me valevano regole diverse e spesso i miei progetti finivano nel cestino"




Operai (Cristini)

Sesto San Giovanni, 31 luglio 2011



Di quel presunto sistema all’Edilizia privata, fatto da una parte di corsie preferenziali per gli amici e dall’altra di continui rinvii e ritardi per chi invece amico non lo era, ha letto sui giornali. Ma ancor prima che diventasse oggetto di indagine della procura di Monza, lui lo ha vissuto sulla sua pelle. «Cosa ho fatto? Ho cambiato mestiere». La denuncia arriva da un professionista sestese che, pur nel suo piccolo, per anni ha cercato di svolgere nella propria città il lavoro che tanto lo appassionava: l’architetto. E che poi ha rinunciato, di fronte alle difficoltà incontrate sulla sua strada.

Lui preferisce non metterci la faccia: «Sono una vittima, come tanti altri. Mi hanno reso la vita un inferno, ormai voglio starne solo fuori». Racconta, però, la sua esperienza sul campo. Con tanto di date e indicazioni, per ogni possibile riscontro. Purché, poi, se ne faccia un discorso più generale. «Una decina di anni fa — ricorda il professionista — sono stato contattato da un imprenditore che voleva ristrutturare e ampliare una casetta. Feci un sopralluogo con i responsabili del settore, per capire cosa potessi o non potessi fare. Mi risposero: solo e soltanto manutenzione. Pur con dispiacere, rinunciammo al progetto».

La sorpresa, qualche tempo dopo. «Incontrai per strada l’imprenditore che mi fece capire di essere stato un incompetente: io non ero riuscito a fare nulla, mentre si era rivolto a un altro architetto con cui non solo avrebbe ristrutturato e ampliato quella casa, ma ne avrebbe costruito pure un’altra di fianco». Lavorare a Sesto non era facile: «Mi facevamo storie su tutti i progetti, me ne hanno cassati molti. Una volta mi hanno contestato persino la creazione di una cabina armadio». A fargli prendere una decisione tanto drastica quanto il cambio di mestiere, un caso per lui particolarmente amaro: «Era maggio-giugno di qualche anno fa — aggiunge — e ho presentato un recupero di sottotetti, una parte della quale era stata già condonata come residenziale. Dopo l’estate mi fanno sapere che il progetto era stato bocciato».

L’architetto lascia l’incarico che, ancora una volta, prende qualcun altro. E incredibilmente l’intervento ipotizzato passa il vaglio degli uffici. Persino con qualche concessione in più: «Non solo il recupero dei sottotetti, ma anche la sopraelevazione pari al perimetro di tutto l’edificio — precisa il professionista —. Ed era nettamente in contrasto con il piano di governo del territorio, che dava questa opportunità solo per una superficie massima di 100 metri quadrati, mentre qui si parlava di 160». Di denunciare tutto, però, non ne ha mai voluto sapere. «Mi sono trovato una montagna da scalare, ma sapevo che ero da solo, con il rischio di precipitare — spiega —. Per campare mi sono messo a fare altro. E mi dedico alla progettazione solo nel tempo libero, giusto per passione». A raccogliere il racconto-denuncia del professionista è anche il consigliere comunale Orazio La Corte. Che, sulla vicenda, promette di andare a fondo: «Chiederò gli atti degli interventi a cui si riferisce questo professionista — annuncia l’esponente dei Verdi — e se riscontrerò delle irregolarità, sarò io a portarli alla Procura di Monza».


di Patrizia Longo




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Muore al pronto soccorso: 21 ore su una sedia. La figlia: per loro era codice verde

Il Mattino

di Mauro Evangelisti

ROMA - La signora Licia aveva 82 anni, stava male ed è rimasta per ventuno ore su una sedia rotelle al pronto soccorso del San Camillo. La signora Licia ha dovuto fare i suoi bisogni per terra, riparata dalle figlie, «perché non le hanno dato neanche il catetere». La signora Licia, classificata come codice verde è morta dopo 48 ore, per un’emorragia cerebrale. «Ha vissuto le sue ultime ore in modo indegno, insieme a decine di altre persone sofferenti ammassate in pronto soccorso, senza che i medici per molte ore la visitassero». Racconta Antonella Marcellini, 47 anni, figlia della signora Licia Puglielli, morta il 16 luglio alle 17,45 al San Camillo: «Non vogliamo soldi, non vogliamo nulla, vogliamo solo fare sapere come si muore negli ospedali romani. E’ l’unico modo per ricordare nostra madre».


Licia Puglielli per tanti anni aveva lavorato proprio nella sanità romana, nel settore amministrativo. Da sette era su una sedia a rotelle per una neuropatia diabetica. Abitava al quartiere Portuense con il marito di 86 anni. «La chiamavamo la carabiniera perché era molto lucida e ben organizzata - racconta la figlia - Io avevo preso l’aspettativa dal lavoro per assisterla insieme a mia sorella. Il 13 luglio però comincia a sentirsi male. Non riesce più a usare le mani, soprattutto la destra. Alla notte le sue condizioni non migliorano. Ci preoccupiamo. Il diabetologo ci dice che forse la neuropatia sta arrivando alle mani. Il 14 luglio la portiamo al pronto soccorso del San Camillo. Sono le 17, la vede un medico a cui spieghiamo tutto: le sue condizioni, il problema alla mano. Lui ci risponde che anche se fosse stato un ictus ormai era tardi, non era un caso urgente. La classifica come codice verde. Insistiamo, ma lui conferma: codice verde».

Viene parcheggiata su una barella, come succede al San Camillo, secondo le rilevazioni dell’Anaao Assomed (sindacato dei medici dirigenti), a 1.240 pazienti in un anno per più di 48 ore? «Magari - replica la figlia della signora Licia - La lasciano su una sedia a rotelle». Per poche ore? «No, ci trascorre la notte. Nel pronto soccorso c’erano decine di persone tutte sulle barelle, in condizioni inaccettabili. L’umiliazione maggiore quando ha dovuto fare la pipì, riparata come si poteva. Trascorrono le ore, nessuno si occupa di lei. Io e mia sorella ci diamo il cambio. Mia madre cerca di tranquillizzarci, ci chiede di nostro padre che è a casa, si preoccupa per lui. Dorme su quella sedia, appoggiando le gambe come può su una poltrona. Ci dicono i parenti di altri pazienti: funziona così, ci sono anche codici rossi parcheggiati da due o tre giorni. Le hanno fatto solo due elettrocardiogrammi e due prelievi del sangue. Ma noi chiediamo che nelle sue condizioni le venga fatta una Tac».

Al mattino Antonella non ce la fa più, chiede una lenzuola per la madre a una infermiera, ne nasce un battibecco, chiamano la vigilanza. «Ho dovuto farla mangiare appoggiando il vassoio per terra. Eppure eravamo arrivati alle 17 del giorno prima».

La signora Licia sta sempre peggio, «la parte destra è ormai completamente andata, io alle 14 mi arrabbio con una dottoressa che ha appena preso servizio. Mia madre si aggrava, la Tac viene fatta solo alle 16.

«Alle 17.30 non parla più, balbetta. Solo allora diviene codice rosso, la intubano. Trascorre la seconda notte al San Camillo, questa volta in medicina d’urgenza. Al mattino, alle 6.30, ci dicono che è in coma irreversibile. Per capirci: mia madre è arrivata al pronto soccorso il 14 luglio alle 17 ed è stata classificata come codice verde. Trascorre la notte su una sedia a rotelle. Dopo 30 ore è in coma. E il 16 luglio, alle 17.45, è morta, per un’emorragia cerebrale. Non è giusto morire così».

Domenica 31 Luglio 2011 - 11:11    Ultimo aggiornamento: 12:58




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C’era un amico di Lenin fra i compagni del Duce

di Stefano Lorenzetto


La vita di Bombacci, fondatore del Pci fucilato con Mussolini a Dongo, ricostruita da Luciano Foglietta, decano dei giornalisti romagnoli sopravvissuto ai lager. Il dittatore restituì la tessera al suo segretario: aveva aiutato il comunista



Vi pare normale che uno dei fondatori del Pci, proconsole di Lenin in Italia, sia stato fucilato a Dongo insieme con Benito Mussolini e poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto accanto al Duce e a Claretta Petacci? E com’è possibile che il socialista Torquato Nanni sia stato ucciso dai partigiani insieme col fascista Leandro Arpinati e che un attimo prima d’essere raggiunto dalla scarica fatale abbia cercato di far scudo col proprio corpo all’ex podestà di Bologna?

Perché in Romagna l’amicizia ha sempre superato le divisioni politiche, al punto da far scrivere ad Alfredo Panzini, quantunque fosse nato a Senigallia: «È l’unica terra dove si conserva quel po’ di buono che è rimasto nel mondo»?
Per capire i motivi che hanno indotto Luciano Foglietta, un giornalista nato 28 giorni dopo la Marcia su Roma, a rispondere a queste domande, occorre innanzitutto ascoltare il modo in cui si presenta: «Diamoci del tu. Potrei essere tuo nonno». Poi si deve leggere il titolo del libro di 256 pagine appena stampato da Minerva Edizioni, nel quale sono condensate le sue certosine ricerche: Sangue romagnolo.

Quindi va tenuto conto del collega che s’è scelto per scriverlo a quattro mani: Giancarlo Mazzuca, ex direttore del Resto del Carlino, oggi parlamentare del Pdl e rubrichista di Panorama, che nella redazione di Forlì del quotidiano di Bologna fu suo ragazzo di bottega negli anni Settanta.
Infine, se si vuol capirne ancora di più, bisogna piantare un palo nella piazza principale di Santa Sofia, centro di 4.000 abitanti sull’Appennino forlivese, e tirare idealmente uno spago per non più di 7.200 metri.

I compagni del Duce di cui parla il sottotitolo del volume, e cioè Leandro Arpinati, Nicola Bombacci e Torquato Nanni, nacquero tutti qui, i primi due a Civitella di Romagna, meno di 12 chilometri in linea d’aria da Predappio, dove fu partorito Mussolini, e il terzo a Santa Sofia.
Di Santa Sofia è anche Foglietta, che ormai prossimo agli 89 anni è il lucidissimo decano dei giornalisti romagnoli, 28 libri pubblicati dal 1958 a oggi. Di Santa Sofia era la mamma di Mazzuca, Maria Naldini, imparentata con Nanni. Di Santa Sofia è primo cittadino onorario lo stesso coautore, il quale commenta: «Le vicende storiche che abbiamo narrato fanno capire come non si possa ridurre la Romagna a un semplice trattino attaccato all’Emilia, e infatti col collega Gianluca Pini, deputato leghista, ho presentato un progetto di legge per dar vita alla Regione Romagna.

A costo zero, nel senso che prevede la fusione delle province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna in un’unica entità». Sicché si può ben dire che Sangue romagnolo è un libro sull’amore per la terra dei padri ma soprattutto sull’amicizia, quella vera, che resiste ai traumi della lotta politica e all’usura del tempo, per continuare oltre la morte.
Foglietta vive ancora a Santa Sofia, accudito da una nipote. Giornalista dal 1955, fu talmente assorbito dalla professione da non trovare neppure il tempo per sposarsi. Esordì come corrispondente del Carlino dal suo paese natale. Nel 1968 il direttore Giovanni Spadolini lo assunse. «Benché fossi solo redattore ordinario, mi affidò l’apertura della redazione di Cesena. Quattro pagine tutti i giorni da scrivere e titolare. Da solo. Insieme a me prese anche Amedeo Montemaggi, il grande storico della Linea gotica, che divenne capopagina da Rimini.

È morto pochi giorni fa. Aveva la mia stessa età. Anni dopo Montemaggi fece causa al giornale. Io non me la sentii e mi accontentai di restare nella redazione di Forlì fino al 1989, quando mi mandarono in pensione per raggiunti limiti d’età». 

Lo dice con un certo rammarico, ma senza recriminare, nonostante la scarsità dei contribuiti versati gli valga una pensione certo non in linea con quelle piuttosto pingui pagate dall’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti: 1.270 euro al mese, cui si aggiungono 77 euro di vitalizio per essere stato prigioniero dei tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, nei campi di concentramento in Sassonia e nei Sudeti: «Fui mandato a scavare nelle miniere di bauxite. Tornai a casa che pesavo 53 chili. Ancora qualche mese ai lavori forzati e sarei morto. 

Per rimettermi in sesto, i medici dovettero sottopormi a sei interventi chirurgici». Si vede che la tempra è la stessa del fratello Foscolo, già arrivato a 91 anni. 
Dopo Spadolini, Foglietta al Carlino ebbe altri otto direttori: Domenico Bartoli, Enzo Biagi, Girolamo Modesti, Alfredo Pieroni, Franco Di Bella, Tino Neirotti, Franco Cangini, Marco Leonelli. «Biagi durò appena un anno: fu cacciato dall’editore Attilio Monti su pressioni di Luigi Preti, ministro delle Finanze. Eravamo molto amici. Lo aiutai a realizzare Terza B, facciamo l’appello, un programma della Rai in cui Enzo rintracciava i compagni di scuola dei personaggi famosi. Riuscii a ritrovargli gli amici di Pietro Nenni».

E ora ha riportato alla ribalta Arpinati, Bombacci e Nanni, i compagni del Duce.
«Mancherebbe all’appello lo stesso Nenni, finito in carcere a Forlì con Mussolini dopo le proteste del 1911 per la spedizione italiana in Libia. Ma lui veniva da Faenza, città guelfa, papalina. Non era sangue romagnolo. E non ha versato sangue: non fu ammazzato, è morto nel suo letto. Gli altri quattro amici imboccarono strade diverse, chi a destra e chi a sinistra, chi fascista e chi socialista rivoluzionario e poi comunista, chi fascista poi pentito e chi socialista turatiano, per ritrovarsi alla fine assieme, a due a due, negli ultimi istanti della loro vita in quell’aprile del 1945: Arpinati e Nanni uccisi il 23 a Malacappa, frazione del Comune di Argelato, da sei partigiani; Mussolini e Bombacci giustiziati a Dongo cinque giorni dopo».

Che cosa li univa?
«Erano tutti nati qui, fra il 1879 e il 1892. Tutti socialisti. Tutti proletari: Mussolini figlio di un fabbro, Arpinati di un oste, Bombacci di un carrettiere, Nanni di un fattore. Arpinati, dapprima socialista, poi anarchico, divenne uno dei ras del fascismo: deputato, podestà di Bologna, sottosegretario agli Interni dal 1929 al 1933. Più volte in attrito con Mussolini perché incapace di adulazione, fu estromesso dal partito, condannato a cinque anni di confino a Lipari, più altri cinque per mancato ravvedimento. Quando Nanni, sindaco socialista di Santa Sofia che aveva scritto la prima biografia di Mussolini nel 1915 per i tipi della Voce di Giuseppe Prezzolini, dopo la Marcia su Roma stava per essere linciato dai fascisti fiorentini, fra i quali c’era Amerigo Dumini, il killer di Giacomo Matteotti, Arpinati partì da Bologna con due camion carichi di fascisti emiliani e, arrivato in Romagna, cominciò a menare i camerati toscani per liberare l’amico. Nanni, che era l’intellettuale del gruppo, gli restituì il favore in punto di morte, cercando invano di proteggerlo dai proiettili dei partigiani
Caddero insieme. Un gesto eroico celebrato dal poeta Ezra Pound nei Canti pisani: “(Torquato) Nanni fu tre anni con Battisti / ma fucilato fu dopo Salò. / Si gettò davanti all’amico (Arpinati) / ma non poté salvarlo”».

Fa il paio con Bombacci, che andò a morire al fianco del Duce.

«Bombacci aveva frequentato la Regia scuola magistrale di Forlimpopoli diretta da Vilfredo Carducci, fratello di Giosue, dove si diplomò anche Mussolini. Nell’estate del 1911 era accanto al futuro Duce, che lo chiamava Nicolino, per l’inaugurazione della Casa del popolo a Villafranca di Forlì, insieme con la russa Angelica Balabanoff, amante di Benito. Il comizio degenerò in scontri tra socialisti e repubblicani. Bombacci fu il vero protagonista, molto più di Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti, della scissione del partito socialista il 21 gennaio 1921 a Livorno, da cui nacque il Pci.

Per questo l’egemonia culturale comunista lo ha condannato all’oblio. Una damnatio memoriae sancita quando Luigi Longo, il rappresentante del Pci nel Comitato di liberazione nazionale di Milano, alla vista dei cadaveri appesi alla tettoia del distributore di benzina in piazzale Loreto, sentenziò: “Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più”. Eppure era stato membro del Cominform e amico fraterno di Vladimir Ul’janov, detto Lenin. Dopo che il Duce aveva preso il potere, il capo del Cremlino rimproverò Bombacci e i comunisti italiani: “In Italia c’era un solo socialista in grado di fare la rivoluzione: Mussolini. Ebbene, voi l’avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo”».

Non fu più tenero il Duce, che di Bombacci, giudicato «un povero cervello di seminarista mancato», arrivò a dire, con riferimento alla barba da patriarca biblico che gl’incorniciava il volto: «Nicolino, Nicolino... Troppi peli per un coglione solo».
«Questo nella polemica pubblica. Ma, nonostante fosse diventato la bestia nera degli squadristi, che cantavano “Me ne frego di Bombacci e del sol dell’avvenir, con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidare le scarpe di Mussolini”, in privato continuò a volergli bene. Mazzuca narra nel libro un episodio illuminante che gli fu riferito da Montanelli. Il Duce aveva un segretario personale, che un giorno gli si presentò taciturno. Indro raccontò a Mazzuca che si trattava del prefetto De Feo, ma forse fece confusione con i nomi: secondo me era invece Quinto Navarra.

Mussolini chiese che cosa mai fosse accaduto e il suo collaboratore gli confessò d’aver mandato un assegno di 1.000 lire a quel comunista di Bombacci, perché la moglie di Nicolino aveva scritto una lettera al Duce chiedendo aiuto per un figlio molto malato, e per questo gesto di generosità era stato convocato da Achille Starace, segretario del Pnf, che gli aveva stracciato la tessera del partito. Due giorni dopo aver raccontato l’episodio a Mussolini, il braccio destro del dittatore fu riconvocato da Starace, il quale gli consegnò una tessera del partito fascista nuova di zecca e, con un buffetto sulla guancia, aggiunse ammiccando: “Ci avevi creduto, eh, cretinetti!”».

Ma come mai il referente di Lenin in Italia, l’uomo che guidava le delegazioni del Pci a Mosca, si convertì al fascismo?

«Credette che il Mussolini della Repubblica sociale italiana, teorizzatore dello Stato del lavoro contro il capitalismo, fosse finalmente approdato al marxismo. E ci credette fino in fondo.
Il 15 marzo 1945, una quarantina di giorni prima di finire crivellato di colpi col Duce a Dongo, era ancora capace di radunare una folla immensa nella piazza De Ferrari di Genova e di arringarla sulle magnifiche sorti della socializzazione».

Sangue romagnolo
non sarà un libro un po’ agiografico? Non si può dimenticare che gli squadristi di Arpinati linciarono Anteo Zamboni, il quindicenne anarchico che il 31 ottobre 1926 aveva sparato a Mussolini, senza colpirlo. Lo stesso Duce commentò: «Con questo atto barbarico, che deprecai, l’Italia non dette certo prova di civiltà».

«Stiamo parlando di anime nere, certo, a parte Nanni. Ma Togliatti non era forse un criminale? La politica è una Chiesa: chi ci entra sposa un “ismo”, qualcosa che non nasce dal ragionamento bensì dalla fede. E infatti avrei preferito come titolo I quattro dell’Apocalisse. Di Arpinati s’è persino ipotizzato che fosse coinvolto in quel fallito attentato. Io non ci credo. Il babbo di Zamboni era suo amico ed è molto più probabile che il giovane Anteo volesse sparare proprio ad Arpinati, che era alla guida della Torpedo su cui a Bologna aveva preso posto il Duce. Una condanna a morte per aver tradito l’ideale anarchico».

Lei era fascista, Foglietta?
«No. Sono stato balilla e avanguardista. A 20 anni mi mandarono in guerra, per cui non ebbi mai la tessera del Pnf. Però ci credevo anch’io, come tutti. Il consenso nacque dalla conquista dell’impero. Oggi ci si dimentica che nel 1929 il mondo si fermò, proprio come sta accadendo adesso. Milioni di italiani non potevano più emigrare negli Stati Uniti, le banche saltavano, mancavano i posti di lavoro. Mussolini trovò uno sbocco occupazionale per le masse in Africa orientale».

Torquato Nanni diceva: «La politica non è interesse e non è dottrinarismo: è azione, è passione, è rivoluzione».
«Lo diceva riferendosi alla Romagna, non al resto d’Italia. Per me, fin da allora, la politica era putredine, era privilegio, era interesse personale, come è sempre stata, a tutte le latitudini e con tutti i governi».

Il suo allievo Mazzuca, che siede in Parlamento, inorridirà.

«La politica non può emendarsi. Alla soglia dei 90 anni non nutro più alcuna illusione su questo. Ho visto nei campi di prigionia come sono fatti gli uomini».

Come sono fatti?
«A parte qualche santo, di cui persino io che sono agnostico riconosco l’esistenza, pensano solo a sé stessi. Prevale l’istinto di conservazione. Nel lager mangiavamo in sei un pane raffermo fatto di farina e segatura e ognuno di noi si girava dall’altra parte, mentre addentava il suo pezzo, altrimenti il compagno gliel’avrebbe strappato di bocca. La fame non è appetito».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Così lavora la "fabbrica" delle ostie

La Stampa

Fervono già ora i preparativi per la visita del Papa in Germania. Nell'abbazia benedettina di Santa Gertrude, ad Alexandorf, circa 50 chilometri a Sud di Berlino, le monache sono al lavoro nella "fabbrica" delle ostie. Il Papa non visiterà l'abbazia, ma sono loro a preparare le decine di migliaia di ostie che Benedetto XVI benedirà durante le Messe in Germania


La "fabbrica" delle ostie





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Mancano le barbe finte

Il Tempo

Se la Guardia di Finanza tiene sotto controllo il ministro dell’Economia siamo al delirio istituzionale, perché è uno dei bracci operativi del ministro e, fatta salva l’autonomia dei militari, il suo operato è sottoposto a controllo e valutazione della politica.


Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti in Senato Pasticcio. Ho usato questa parola per fotografare il caso Tremonti-Milanese e l’ultimo capitolo dedicato agli spioni. Più va avanti e più siamo di fronte a un guazzabuglio, una sceneggiatura sgangherata sulla quale si cimentano troppe mani. Su una sola cosa non ho dubbi: se la Guardia di Finanza tiene sotto controllo il ministro dell’Economia siamo al delirio istituzionale, perché è uno dei bracci operativi del ministro e, fatta salva l’autonomia dei militari, il suo operato è sottoposto a controllo e valutazione della politica.

Per quali fini le Fiamme Gialle avrebbero monitorato la vita di Tremonti? La storia della spiata non sta in piedi, per il semplice motivo che la Gdf non aveva bisogno di trasformarsi in James Bond per sapere cosa fa Giulio: le divise grigie lo scortano tutti i giorni. Sono i suoi angeli custodi. Immagino la risposta: sono i servizi segreti, magari deviati, a tallonare Tremonti. Eccole, le barbe finte. E che impresa. Non c’è bisogno dell’agenzia Pinkerton per sapere cosa fa il ministro: o sta nel suo ufficio in via XX Settembre a Roma o inaugura ministeri del Nord con Bossi o dorme a Pavia o nella Capitale.

Che vita hollywoodiana, un tripudio da scannerizzare e intercettare. Nel mio taccuino sono segnati due reali punti deboli: 1. L’affitto della casa in via Campo Marzio a Roma. Una vicenda che Tremonti ha spiegato a tappe e con troppa confusione. Un ministro dell’Economia non alloggia in casa di un suo sottoposto, non paga in contanti e soprattutto si accerta sull’onestà e sulla natura dei redditi di chi lo ospita; 2. La comunicazione in questa vicenda è un fiasco. Il ministro dell’Economia non ha un ufficio stampa credibile, professionale, rigoroso, informato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.



Mario Sechi
31/07/2011




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Ferdinand fa infuriare la Casa Bianca

Corriere della sera

Il difensore del Manchester fa le foto allo staff di Obama e poi le posta su Twitter: censurato



Rio Ferdinand in una delle sale da Pranzo della Casa Bianca
Rio Ferdinand in una delle sale da Pranzo della Casa Bianca
MILANO - Censurato su Twitter dalla Casa Bianca. È successo al difensore del Manchester United, Rio Ferdinand. In visita con tutta la squadra nella residenza del presidente americano Barack Obama, il calciatore inglese, come ogni turista che si rispetti, ha fatto tante fotografie. Poi le ha postate sul suo account di Twitter. Senza considerare, però, che certi scatti avrebbero dovuto rimanere riservati: in alcune immagini erano infatti perfettamente riconoscibili componenti dello staff dell'inquilino della Casa Bianca. All'attenta amministrazione Obama tanto è bastato per far scattare l'allarme sicurezza: via, dunque, le foto dalla Rete. Anche perché Ferdinand non si è limitato a rendere pubbliche immagini riservate, ma ha anche commentato con sarcasmo: «La sicurezza della Casa Bianca dovrebbe essere rafforzata».
LA SALA DA PRANZO E IL TÈ -Al difensore del Manchester non sono rimaste che poche e innocenti fotografie di lui in una delle sale da pranzo della Casa Bianca. E, come vendetta dopo la censura, un post graffiante: «Non c'erano neanche le bustine di tè».



Redazione online
30 luglio 2011 17:08



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Così si travestivano le spie della Stasi

Corriere della sera


Una mostra con le immagini inedite dei «corsi di camuffamento» della famigerata polizia segreta



Il travestimento da fotografo
Il travestimento da fotografo
MILANO - Come si travestivano le spie tedesche prima della caduta del Muro per non attirare attenzione? Il fotografo berlinese Simon Menner ha avuto accesso agli archivi nascosti della Stasi e oggi presenta al pubblico quei travestimenti, che a prima vista appaiono come una parodia dell'agente segreto dell’ex Germania dell’Est. Verrebbe da ridere, se non si pensasse a tutte le persone spiate, rapite, torturate, uccise dalla famigerata polizia segreta della Ddr, che organizzava dei veri e propri «corsi di camuffamento» per i propri agenti. Prima regola: non uscire mai di casa senza un paio di occhiali scuri.

OCCHIALI DA SOLE
- La vita della spia della Stasi, abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit (Ministero per la Sicurezza di Stato), cominciava all'alba e consisteva in una routine tanto priva di passione, quanto piena d'ansia. Il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmark aveva ben descritto nel 2006 le persecuzioni e lo spionaggio indiscriminato a opera della Stasi nella pellicola Le vite degli altri. Nelle istantanee raccolte e riprodotte da Menner si vede per esempio un agente paffutello che si traveste con parrucca, oppure berretto da uniforme, oppure colbacco e cappello di pelliccia col bavero alzato, sciarpa e - importante - grossi occhiali da sole. Un altro agente più magrolino esibisce un look da fotografo, un altro sfoggia dei bermuda da turista. «Immagini dagli archivi segreti della Stasi» dell’artista Simon Menner è anche il titolo della mostra, unica nel suo genere, nella capitale tedesca. «Sono le immagini del male», sottolinea il 33enne berlinese che in questi anni ha spulciato tra migliaia di foto e Polaroid nei cassetti segreti o dimenticati della Stasi.

I travestimenti della Stasi


CORSI DI CAMUFFAMENTO - Le fotografie fanno riferimento agli speciali «corsi di camuffamento» che dovevano seguire le spie di Berlino est. Delle lezioni approfondite per passare inosservati tra la gente e agire indisturbati. Oggi quei travestimenti paiono decisamente grotteschi, quasi fossero degli emuli di Benny Hill in salsa 007. Obbligatori erano gli occhiali scuri, il più classico (e forse il più banale) dei requisiti di tutti film di spionaggio dell’epoca. Ciò nonostante, il contesto nel quale queste immagini sono nate è tutt’altro che banale. Con l’aiuto di questi corsi l’immenso apparato di sorveglianza istruiva le spie e le migliaia di collaboratori della polizia segreta ad una efficace repressione nei confronti dei cittadini della Ddr. Pro capite la Stasi disponeva di più agenti tra la popolazione che il Kgb o la CIA. Solo la fine dei totalitarismi con il 1989 ha portato al lento tramonto l'ossessione di sapere tutto o quasi tutto sui propri cittadini.



Elmar Burchia
31 luglio 2011 13:56



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Tabacco. Bossi il crociato anti-sigarette. Senatùr, non mandare in fumi i nostri vizi.

Libero




Ora, è vero che di più odioso dei ticket sulla sanità esiste solo l’accertamento fiscale di domenica mattina presto. È vero che in questo momento di tutto c’è bisogno in Italia fuorché di nuove tasse. È vero che la base della Lega è in fase di depressione acuta e ha un pressante bisogno di un’incarnazione del centralismo romano ciucciasoldi da mandare al diavolo.  Vero tutto questo ed è vero anche un sacco di altra roba. Però, onorevole Bossi, prendersela con noialtri poveri cristi di fumatori no.

«No ai ticket, meglio aumentare il prezzo del tabacco». E no. No per tre motivi. Il primo è pratico. Perché il tabacco è già aumentato abbastanza: tanto per restare all’attualità, nelle ultime settimane le sigarette sono salite in blocco di dieci centesimi, e farsi una fumata ormai è diventato un lusso. Il secondo è filosofico: se la tassa sulla salute ripugna, a maggior ragione dovrebbe farlo quella sull’autodistruzione. Il terzo, e qui sta il cuore della faccenda, è politico.

Perché se a sostegno dell’idea di aumentare la tassa sul tabacco - la maggioranza restando in assordante ed eloquente silenzio - parlano soltanto il Codacons ed il Partito democratico (nella persona del senatore Ignazio Marino, il cui essere medico è un alibi solo fino ad un certo punto), allora significa che da qualche parte si sta sbagliando. Senza contare che il tabacco è forse l’unica cosa che si era riusciti a tenere al riparo dalle voraci fauci della manovra: intervenirci adesso suonerebbe come una beffa.

Da ultimo, c’è un altro aspetto della proposta che stride. Ovvero che essa non viene da un salutista di ferro o da un crociato anti-vizi. No, viene da un uomo che ha fatto del sigaro Garibaldi sempre in bocca un marchio di fabbrica secondo giusto al fazzolettone verde. E allora, Umberto, non mandare in fumo le nostre speranze. Mettiti una mano sul polmone e ripensaci.


di Marco Gorra

30/07/2011




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Lo scandalo di quei multisala sorti all'ombra del cinefilo Walter Veltroni

di Redazione

Affari sospetti, l'indagine della Procura di Velletri. I terreni su cui sorgono i cinema ceduti a un ventesimo del valore. Business da un miliardo di euro, ma alla città di Frascati sono andati solo 42 milioni. Leggi la prima puntata dell'inchiesta


Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
L’inchiesta sulla compravendi­ta dei «terreni cinematografici» che fa tremare il Pd laziale è ricca di spunti e coincidenze che finiscono per accendere i riflettori sulla ex giunta guidata dal cinefilo Walter Veltroni. L’autorità giudiziaria di Velletri si muove con riservatezza perché l’affare miliardario dei cine­multiplex alle porte di Roma ri­schia di travolgere tutto e tutti. Indi­scre­zioni raccolte dal Giornale rac­contano una sceneggiatura in evo­luzione dove attori e comparse sembrano recitare ognuna un ruo­lo ben preciso.
Il film immobiliare di cui anche in Parlamento si parla dà il primo ciak con gli accertamenti sulla «sdemanializzazione», a settem­bre 2002 di preziosi terreni di pro­prie­tà del Comune rosso di Frasca­ti situati nel X Municipio del Comu­ne di Roma, feudo Pd. Quei terreni acquistati da una società consorti­le di proprietà di Ettore Rosboch, (fratellastro e già socio del com­pianto principe Carlo Caracciolo, fondatore di Repubblica ) si esten­dono per 350mila metri quadrati a sud-est della Capitale, accanto agli studios di Cinecittà.

Il com­prensorio oggetto di indagine è quello di «Cinecittà Est-Anagnina, località Quadrato». Il valore com­merciale iniziale dei terreni, nudo e crudo, secondo una consulenza tecnica del perito della Regione La­zio Romolo Campagna è di 42 mi­lioni di euro. Soldi che Astra 8, vin­citrice dell’appalto, avrebbe dovu­to versare al Comune di Frascati che a oggi ha ricevuto solo spiccioli (un milione o poco più). Che fine ha fatto la somma mancante? Se­guiteci.
Il Comune frascatano, a genna­io 2003, ottiene il via libera regiona­le a sdemanializzare i terreni per alienarli. Sono «gioielli di fami­glia » da vendere al miglior offeren­te nell’interesse della cittadinan­za. Si bandisce un appalto-concor­so e alla gara partecipano quattro società: «Moca costruzioni», «Astra 8», la coop rossa «Consorzio emiliano romagnolo» e «Sviluppo Innovazione Servizi d’Impresa». La spunta l’Astra 8 di Rosboch. Ma nelle more dell’appalto qualcosa potrebbe non essere andato per il verso giusto. Ne sono convinti gli inquirenti, meravigliati del fatto che il progetto presentato da Astra 8 sarebbe risultato all’epoca non totalmente conforme al piano re­golatore generale
.
Diventandolo, d’incanto, due anni dopo, grazie a una variante al Prg approvata dal Campidoglio. Persino in consiglio comunale a Frascati ci si è doman­­dati come facesse Astra 8, due anni prima della variante del comune di Roma, a pronosticare le modifi­che. Di certo, al momento del ban­do, parte dei terreni non era edifica­bile mentre la parte restante aveva un indice di cubatura che risulterà più basso rispetto a quello stabilito dalla variante.
E ancora. Buona parte delle cu­bature previste era in origine desti­nata a servizi pubblici, salvo poi «mutare» in privati. Il cambio in corsa prevede tra l’altro la triplica­zione della cubatura della parte «residenziale» e una straordinaria lievitazione del valore dei terreni non edificabili, divenuti quasi tutti edificabili e commerciali per un’estensione di 650mila metri cu­bi. Un affare faraonico: rispetto ai 42 milioni di euro per l’aggiudica­zione dell’appalto, una stima orientativa dei consiglieri comuna­l­i d’opposizione cristallizza il valo­re dei terreni e dell’insediamento infine realizzabile in oltre un mi­liardo di euro.
A Roma ad aprile 2008, con Vel­troni dimissionario, si insedia il commissario ad acta Morcone che dà l’ok, con la deliberazione n.81, al programma di trasformazione urbanistica: 115mila metri cubi di appartamenti, multisala da 3.500 posti, ristoranti e negozi tematici legati al cinema, centro commer­ciale, ospedale da 550 posti e una tenenza dei carabinieri. 

Chi segue la vicenda fa presente che il proget­t­o Astra 8 rischia di rivelarsi l’affare del secolo per chi ha comprato, non per chi ha venduto. Perché il Comune di Frascati, contro il suo interesse, sceglie di cedere buona parte dei terreni attraverso il ricor­so al «diritto di superfice», cioè «af­fittando » i suoli invece di venderli.

Col risultato che si arriva a una loca­zione di 60 anni che addirittura, si ridurrebbe a 20, con possibilità di riscatto (non calcolato) e di cessio­ne di quote della società per la par­te dei servizi privati e residenziali. La fregatura per i frascatani sem­b­ra colossale perché anziché incas­sare subito almeno i 42 milioni «cash», l’amministrazione perce­pirà un canone annuale di cui, an­che qui, solo sulla carta è chiara l’entità: in alcuni carteggi è pari a 1,6 milioni di euro, in altri la cifra addirittura scompare come denun­cia­to in aula dai consiglieri d’oppo­sizione D’Orazio, Privitera e Con­te. 

Insomma un film all’apparenza senza capo né coda, dove gli attori si scambiano di ruolo, tant’è che il finale è ancora tutto da scrivere vi­sto che in questi primi anni dalle carte emerge un solo pagamento al Comune di Frascati, una tan­tum, di 500mila euro. Poi il nulla. Ma dove il kolossal immobiliare rischia l’insuccesso è sull’analisi delle procedure del bando. Gli in­quirenti si sono trovati davanti la Cer, colosso delle coop rosse, che presenta un progetto e prende po­chissimi punti. Poi c’è la Sisi,che di­mentica di depositare la fideiussio­ne bancaria. 

Quindi la Moca co­st­ruzioni perde pur avendo sostan­zialmente già vinto anche grazie al­l’offerta economica più alta. Chia­mato a dirimere la controversia, il Tar del Lazio formalmente dichia­ra fondato il ricorso di Moca ma non può accoglierlo perché pre­sentato con un giorno di ritardo. Tutte stranezze meritevoli di ap­profondimenti. 

Considerata «anomala» anche la procedura di vendita di altri pre­gi­ati terreni del Comune di Frasca­ti, denominati «Anagnina 1», se­questrati a maggio dalla procura di Velletri perché il prezzo di vendita di dieci anni fa (spalmato su 22 so­cietà) sarebbe di 8 milioni a fronte dei 18 calcolati dai periti. In en­trambi i casi a promuovere la di­smissione è stata la giunta guidata dall’ex sindaco, cinefilo anch’es­so, come detto ieri, Francesco Pao­lo Posa, ora capogruppo Pd in con­siglio comunale. 
Interpellati, i tre consiglieri d’op­posizione che con le loro denunce pubbliche hanno involontaria­mente accesso i riflettori degli in­quirenti, al Giornale confermano quanto detto in aula: «Prima che la situazione degeneri, e per il bene della collettività, il nuovo sindaco Di Tommaso deve recuperare i ter­re­ni venduti adoperandosi per an­nullare gli atti perché quanto sta emergendo è preoccupante, e non dà lustro alla città». Un ultimo ri­chiamo, prima dei titoli di coda. (2-fine)




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Bacco Etichette del terrore sulle bottiglie. Così ci mandano di traverso anche il vino.

Libero




Le bottiglie di vino come i pacchetti di sigarette. Dopo l'Australia anche il Canada si prepara a introdurre l'obbligo di indicare in etichetta messaggi come: "Bere fa male alla salute". Rendendo un po' meno politically correct uno dei pilastri del buon vivere, il nettare di Bacco.  Di vino in Italia se ne beve sempre meno. Per fortuna nel resto del mondo avviene l'esatto contrario: negli Stati Uniti, ma soprattutto sui mercati dei Paesi emergenti, la domanda di bottiglie made in Italy è in forte crescita.

Su tutti la Russia che ha fatto segnare un +90% nell'import di bollicine italiane, inducendo il governo locale a imporre un dazio pesantissimo, pari all'80%. Ma l'effetto-tappo delle tariffe doganali è nulla a confronto che quel che potrebbe accadere se dovesse diventare legge un provvedimento per ora soltanto allo studio: l’obbligo di inserire in etichetta avvertenze simili a quelle che già ci sono sui pacchetti di sigarette: "Bere fa male", oppure un più esplicito e preoccupante: "L'alcol può provocare il cancro".

A darne notizia per primo è stato il portale internet Winenews: in Australia  una organizzazione non profit, DrinkWise,  ha lanciato una campagna per anticipare una legge approvata da Camberra e destinata a entrare in vigore solo il prossimo anno. L'obiettivo è ridurre lo "sballo" collettivo cui si abbandona un numero crescente di giovani bevitori, moltissimi addirittura under 16.  Le etichette con l’allarme per ora sono top secret, ma si sa che le "avvertenze" saranno ben visibili e graficamente evidenti. In effetti nel Paese-continente dell’emisfero australe, l'abuso di alcol è molto diffuso, tanto che alcuni ritengono di far risalire l'abitudine addirittura alla fine del Settecento quando i galeotti inglesi, esiliati in Australia a scontare la pena, festeggiavano la fine di una lunghissima e altrettanto scomoda traversata con una sonora sbronza.

Ma non è solo Canberra a studiare le bottiglie di vino con l'allarme. Anche il Canada, che non scherza in fatto di "eccessi di prevenzione", ha in preparazione qualcosa di simile. Sono addirittura tre le Università del Paese nordamericano a studiare sugli effetti dell'alcool: a Ottawa, Toronto e Montreal è in corso uno studio epidemiologico per accertare le relazioni fra il consumo di alcool e il tumore al seno. Non ci avventuriamo nell'analisi dei fattori genetici su cui interverrebbero le bevande alcoliche, resta il fatto che i canadesi rischiano di essere gli apripista nell’emisfero Nord anche per le etichette di vino con l’avvertimento, dopo aver introdotto - seppure con risultati insoddisfacenti - i pacchetti di sigarette “bianchi”: nessun marchio, stesso carattere e stesso colore per tutti i brand.

Ma sul nettare di Bacco pende ben altra minaccia. L'Organizzazione mondiale della sanità ha inserito l’alcool tra le sostanze cancerogene di gruppo 1, quelle più pericolose, assieme all'amianto, trovando una valida sponda addirittura nel nostro Istituto superiore di sanità che ha definito l'accoppiata "alcol-cancro sottovalutata con proporzioni allarmanti". A nulla vale far notare che il consumo di vino in quantità moderate viene consigliato addirittura da nutrizionisti e dietologi per le proprietà benefiche sulla digestione e sull'apparato cardiocircolatorio. Il prodotto della vite rischia di essere la prossima vittima della ventata salutista e antiedonistica che percorre l'intero pianeta, da Nord a Sud. Poco importa sapere che i fenomeni di alcolismo diffuso, comuni a molti Paesi come Russia e Australia, si possano far risalire a un consumo smodato non di vino ma di super alcolici. A Mosca e dintorni, per esempio, fino a pochi anni or sono Chianti, Prosecco e Moscato erano quasi del tutto sconosciuti. Eppure gli alcolisti non mancavano.

A voler essere maligni ci sarebbe anche da dubitare che questa operazione di "dissuasione preventiva" non sia casuale. Il nettare di Bacco è uno dei simboli riconosciuti a livello mondiale del buon vivere ed è per definizione francese o italiano, anche se sui mercati italiani si stanno affermando da alcuni anni i nuovi produttori: Cile, Australia, Sudafrica, Stati Uniti (con la California). Se dovesse passare la nuova stretta a danno del vino non possiamo escludere che gli inventori del Chiantishire (così gli inglesi hanno ribattezzato gran parte della Toscana) siano costretti a trovare un nuovo nome per sostituire quello divenuto "politicamente scorretto".


di Attilio Barbieri

30/07/2011




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Ciudad Juarez, capitale dei narcos dove un killer costa sessanta euro

Corriere della sera

Viaggio nella città al confine con gli Usa, la più violenta del mondo. A metà luglio 50 persone hanno perso la vita


CIUDAD JUAREZ (Messico) - In questa sterminata città di frontiera con gli Stati Uniti, i cronisti di nera (come si dice in gergo) non soffrono affatto l'angoscia dei loro colleghi residenti in altri Paesi relativamente pacifici, sempre in attesa del grande evento che pare non arrivi mai. Qui avviene tutto il contrario. Appena metti piede in albergo non ti danno neppure il tempo di disfare la valigia. È già pronta la macchina di Riccardo, fotoreporter d'assalto di El Diario che, sguainando un sorriso, subito si propone nel duplice ruolo d'autista e di guida. Corre da mettere paura: una mano al volante, l'altra sul cellulare incollato all'orecchio sinistro attraverso cui la sua redazione impartisce ordini e cambiamenti di rotta. Un dialogo rapido, stretto, essenziale.


CITTA' VIOLENTA - «Sto andando verso Ovest, c'è un morto». «Niente affatto. Raggiungi la periferia orientale. Lì i morti sono tre». È bastata mezza giornata per rendersi conto che Ciudad Juarez, un milione e 300 mila abitanti, è davvero la città più aggressiva del mondo e che il livello di violenza nel Messico ha superato quello dell'Afghanistan e del Pakistan irretiti nella Jihad (la guerra santa) di Al Qaeda. Secondo dati ritenuti attendibili dagli esperti, i morti ammazzati nel conflitto del narcotraffico dal 1° gennaio 2009 al 28 febbraio 2011 sono 5 mila 316. «E puoi star certo - dice Luz del Carmen, giornalista messicana di quelle toste che però preferisce farsi chiamare Luci - che non si tratta di una guerra per la libertà o gli ideali, ma unicamente per il denaro. Il compenso per chi spara e uccide è di mille pesos (60 euro): questa la differenza fra la vita e la morte».

UOMINI INCAPUCCIATI - Quel pomeriggio, nel parco di un popoloso quartiere, dei ragazzi stavano giocando a calcio quando da una camionetta tipo Blazer sono scesi alcuni uomini incappucciati che hanno aperto il fuoco. Quattro le vittime rimaste a terra nella polvere bagnata di sangue. «Miguelito, figlio mio...», ha urlato una donna, mentre altre cercavano invano di confortarla. In soli quattro giorni - informava El Diario a metà luglio -, almeno cinquanta persone hanno perso la vita: tra queste una ragazza trovata morta in mezzo alla spazzatura, il volto imbavagliato in un sacchetto di plastica. Trattamento presumibilmente riservato alle donne da strada, categoria cui la giovane assolutamente non apparteneva.

La guerra dei narcos

CACCIA AI SICARI - - La caccia ai sicari, cui prendono parte militari dell'esercito, Federali e polizia, è l'argomento che ancora avvince la popolazione dello Stato di Chihuahua altrimenti frustrata da una grave depressione economica. Talvolta, lo zelo eccessivo suggerisce missioni avventate che si concludono con un nulla di fatto: come avvenne la scorsa settimana quando 50 uomini, passamontagna e Beretta in mano, piombarono su un casolare cotto dal sole e li vedevi correre all'impazzata sul tetto. Falso allarme. Del presunto sicario, neanche l'ombra.

Ma i guai non vengono solo dai banditi dei Narcos: hanno infatti un forte ritmo quotidiano le denunce contro i Federales, che non sono proprio degli angioletti, minacciano la gente, rubano le macchine, fanno man bassa sui mercatini locali e si impinguano con ogni genere di estorsioni. Quelli che più soffrono in questa guerra sono i poveri - sostiene Gerard Rodriguez, direttore di E l Diario , anche perché perderanno anche quel poco che gli è rimasto. Calderon parla di cause antropologiche della violenza, del «mexicano bravo», e la sua strategia ora è quella di generare paura, proporre un nemico collettivo contro cui combattere: lo stesso piano politico che aveva Bush col terrorismo. Gli Stati Uniti sono responsabili dei morti in Messico e temono che i Narcos vengono a patti con Al-Qaeda. Per questo alla frontiera ci trovi l'Fbi e la Cia. In realtà in Messico i Narcos sono i politici, gli impresari, i poliziotti, che non vengono mai arrestati. La polizia, infatti, è parte determinante di un sistema basato interamente «sulla corruzione».

POLIZIA "COMPRATA" - Da fonti che la stampa locale ritiene attendibili, la polizia ed altre organizzazioni statali sarebbero state «comprate» con montagne di pesos, per un totale che si aggirerebbe su 2,75 miliardi. Non deve quindi sorprendere se il 95% dei crimini commessi sia rimasto irrisolto. Allo stesso tempo viene spontaneo chiedersi, quando due di questi narcotrafficanti obesi e con le mutande abbassate sulla circonferenza del ventre venivano esibiti davanti la stampa internazionale dietro un tavolone su cui era esposta, in pacchetti, la loro merce letale, se non dovessero condividere la vergogna coi capoccioni della politica, appollaiati sugli scranni del potere. Più di tutto è stata penosa l'esposizione in pubblico di due giovani, Juan Carlos Martinez, di 16 anni, e Luis Alfonso Espinoza Morales, 24, che avevano appena ammazzato un adolescente a colpi di pistola (una calibro 9) e sui loro volti c'erano i segni di percosse recenti, evidentemente una reazione preliminare di castigo da parte dei poliziotti. Non pochi hanno obbiettato che sarebbe stato meglio sottoporli alla giustizia prima di darli in pasto al pubblico.

L'ATTACCO - Secondo Hugo Almada, docente all'università Autonoma Di Ciudad Juarez, «oggi i bambini crescono con l'idea che ammazzare sia cosa del tutto normale». Pensiero o test che saranno difficilmente condivisi dai cittadini di Monterrey, assaliti l'8 luglio scorso da una masnada di sicari. L'attacco venne sferrato in centro città e precisamente ai danni del Bar Sabino Gordo. Era di sera, l'ora di punta, quanto i banditi irruppero nel locale con fucili d'assalto AR15 e Ak 47 sparando all'impazzata: 21 morti, 17 uomini, 4 le donne. Fu l'inizio di un'impresa folle che colpì altri sette bar in Messico: a Torreòn (10 morti), ancora a Torreòn (8), a Cancun (8), Ciuda Juarez (11), ad Acapulco (1) e infine ancora a Ciudad Juarez (5). La tentazione di infilarmi in un bar quando sono in trasferta in qualche parte del mondo per me è sempre forte. Ma questa volta, d'accordo con Luigi, siamo rimasti rintanati in albergo. D'altra parte non si poteva ignorare che dal 1977 ad oggi sono stati ammazzati in Messico 138 giornalisti: uno di loro davanti alla figlioletta di 6 anni.

NARCOS - Il professor Almada è giunto comunque alla conclusione che Ciudad Juarez sia una città «che non lascia sognare i giovani» e ammette che la loro massima ambizione è trovare un posto in fabbrica anche se il salario è piuttosto misero. In quanto alla droga (col 50 per cento della cocaina destinata agli Stati Uniti, il 35% all'Europa e il 15% al resto del mondo) rimane sempre del parere che occorra alla fine legalizzarla perché «si tratta di un problema di salute pubblica». Senza la droga sarebbe difficile spiegare massacri come quello di Villas de Salvarcar, vittime i 5 studenti abbattuti un mattino da quattro militanti di un gruppo estremista che si batte contro i signori del Narcos: ai giovani assassini è stata inflitta una condanna a 240 anni di reclusione ma nel momento di ricevere la sentenza, i più restano indifferente e talvolta spunta anche un sorriso beffardo. Sentenza che alcuni ritengono esemplare, altri per lo meno stravagante; «Biologicamente - commenta l'avvocato Salvador Urbina Quiroz - è impossibile che nessuno sconti una quarta parte della condanna. In quanto all'esemplare è ridicolo pensare che essa induca i criminali ad abbandonare il cammino della delinquenza».

CARTELLI - La lotta fra i Cartelli dei narcotrafficanti si fa sempre più accanita se ha qualche fondamento la notizia che ognuno di loro sta facendo il massimo sforzo per accaparrarsi i migliori macellai ed i migliori chirurghi per decapitare i proprio nemici. Miguel Perrea, presenta un volto meno cruento della sua città e ne ricorda i bei tempi andati: «I nonni e i bisnonni dei Narcos di oggi - racconta - fecero i soldi ai tempi di Al Capone e del proibizionismo. Ciudad Juarez, allora, non aveva industrie ma era ricca di cabaret, bar bordelli e luoghi di divertimento in genere... Cominciarono ad arrivare i soldati nord-americani che da lì partivano per tutte le guerre. Prima di imbarcarsi per la Corea, il Vietnam o l'Iraq venivano a sbronzarsi e a fumare l'erba nei nostri saloon...».

OBITORIO - Non si poteva andarsene da Ciudad Juarez senza visitare l'obitorio, probabilmente uno dei più frequentati del mondo, vista l'eccezionale quantità di cadaveri che la città è in grado di fornire a ritmo continuo. Ci lavorano 120 persone con una équipe di 12 medici forensi. Ospita provvisoriamente gente morta per ferite d'arma da fuoco e da arma bianca e c'è qualcuno decapitato. Ci sono quattro frigoriferi, ciascuno con 120 corpi. «I cadaveri identificati lasciano l'obitorio entro 24 o 48 ore - dice la dottoressa Almarosa Padilla Hernandez - ma ciò che più mi rattrista è vedere i bambini morti. Cosa sta succedendo all'umanità?».

A Ciudad Juarez ho avuto la fortuna di imbattermi in uno straordinario personaggio, Gustavo de la Rosa, indomito paladino dei Diritti Umani in Messico. Ma è un'attività, la sua, che non piace affatto ai Signori del Narcos che lo vorrebbero in qualche modo «esiliare». Sono anni che, per evitare inconvenienti, va in giro in macchina o a piedi con la scorta di una camionetta su cui viaggiano due poliziotti nero-vestiti che hanno sempre il fucile in mano e il dito sul grilletto.

ATTIVISTA - È con questo apparato funereo-militare che viene a farci visita in albergo. Sessantacinque anni, ha un bel casco di capelli bianchi e dello stesso candore i baffi e la barba. Dice cose interessanti, talvolta sorprendenti come «polizia e delinquenti sono ambedue nemici dei DDHH (leggi Diritti Umani)». Dice che «la polizia si prende il diritto totale di punire» e ricorda che sono stati fatti progressi nel programma per rintracciare i desaparecidos e riportarli a casa. Ma la sua ultima confidenza è amara. «Ciudad Juarez - dice - si è trasformata in una città fantasma». Il 25 per cento delle case sono state abbandonate, mentre i grandi impresari sostengono che non è vero che ci sono ogni anno 3 mila morti ammazzati, tutte balle della stampa.
Qualcuno l'ho visto anch'io.

Ettore Mo
31 luglio 2011 10:36

Il partito della patrimoniale piange ma incassa sempre

Il Tempo

Amato ha una fissazione: tassare casa e ricchezze dei ceti medi. Lui non ha problemi: prende 30 mila euro al mese di pensione.


Giuliano Amato Puntuali come certe pie donne non appena hanno sentore di qualche possibile funerale, tornano ad affollarsi al capezzale dei conti pubblici ex premier e politici di lunghissimo corso. Tutti con parecchie caratteristiche in comune. Si tratta di esponenti o padri della sinistra, e di personaggi che hanno indifferentemente militato nella politica e nel business, nella cosa pubblica e in quella privata, che hanno servito gli interessi dell'Italia e di chi, oggi, viene (anche da loro) accusato di remare contro il nostro paese.

Parliamo di Giuliano Amato e Romano Prodi. Il primo ha approfittato del primo momento utile per rilanciare sul Corriere della Sera del 27 luglio la sua idea di una patrimoniale, che dovrebbe essere pari al 30 per cento del debito pubblico ed a carico del 30 per cento dei contribuenti “più abbienti”. Poiché il debito è di oltre 1.600 miliardi e la ricchezza netta delle famiglie ammonta a 8.600 tra immobili e risparmi finanziari, si tratta di più di 600 miliardi che dovrebbero essere pagati da circa 20 milioni di noi. Un tributo secco di 30 mila euro a testa – il 30 deve essere una fissa di Amato – che il Dottor Sottile giudica “fattibile”.

In mancanza di ulteriori precisazioni dell'autore, una famiglia di tre persone sgancerebbe 90 mila. Oppure, se si vogliono escludere i figli “non abbienti”, i genitori abbienti dovrebbero concorrere con 45 mila euro ciascuno. Il primo effetto della patrimoniale by Amato sarebbe di gettare nel caos finanziario la famiglia in questione, a meno che non appartenga ad una di queste categorie: miliardari (in euro), evasori fiscali, boss della criminalità organizzata.

Oppure che non abbia come capofamiglia il seguente pensionato descritto da Mario Giordano in “Sanguisughe”, un libro che sta spopolando: “Dal 1° gennaio 1998 incassa una pensione Inpdap da professore universitario di 12.518 euro netti al mese. Ai quali aggiunge una pensioncina da 9.263 euro da parlamentare. E almeno tre incarichi: due pubblici (presidente della Treccani e presidente del comitato dei garanti del 150° dell'unità d'Italia), ed uno privato, come senior advisor della Deutsche Bank.

Come presidente della Treccani prendeva 150.000 euro l'anno ma ha rinunciato all'assegno; come presidente del comitato dei garanti al massimo rimborsi spese; come senior advisor della Deutsche Bank non è dato sapere, ma trattasi di poltrone come minimo da centinaia di migliaia di euro l'anno. Se ci si aggiungono conferenze e altri incarichi professionali, in tutto, e stando molto stretti, si porterà a casa all'incirca 30.000 euro netti al mese”. Di chi stiamo parlando? Di Giuliano Amato, of course.

Tralasciando questa piccola slittata del patrimonialista in questione, il secondo effetto sarebbe addirittura più devastante. Un terzo del patrimonio privato italiano passerebbe allo Stato, riducendo il debito pubblico a 1.200 miliardi, quindi al di sotto del Pil. Il che darebbe ai nostri politici una formidabile licenza di uccidere: cioè di sperperare in men che non si dica i soldi sottratti alle famiglie. “Tassa e spendi” è stato del resto il marchio ufficiale della prima repubblica, e in particolare della sinistra, esattamente come “Honni soit qui mal y pense” è il motto dell'Ordine della Giarrettiera di Sua maestà britannica.

Quindi dall'80 per cento sul Pil il debito tornerebbe più veloce della luce alla situazione attuale, ma con una società infinitamente più povera, inferocita e certamente non disposta a sostenere le finanze pubbliche. Vale a dire a sottoscrivere quei Btp che escono dai portafogli stranieri: più o meno come accadde nel '92, quando ancora Amato pensò bene di rastrellare nottetempo, e retroattivamente, il 6 per mille dai conti correnti dei cittadini.

E passiamo a Prodi. Il Professore si è detto “molto turbato” perché la Deutsche Bank ha venduto il 90 per cento dei propri Btp. La definisce “una evidente dimostrazione di mancanza di solidarietà intraeuropea”, e come Massimo Mucchetti, editorialista del Corriere, afferma che la colpa è di Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi che “non hanno telefonato ai loro colleghi tedeschi Wolfgang Schauble e Angela Merkel”.

Ora, Prodi tra i suoi innumerevoli incarichi vanta quelli di presidente dell'Iri, del Consiglio e della Commissione europea. Quando lasciò la guida della holding pubblica (che ai suoi tempi controllava le tre maggiori banche italiane) fece una pubblica denuncia delle intromissioni dei politici nelle scelte della aziende. Quando fu estromesso dal governo dai colleghi ulivisti alimentò la battuta che dopo di lui (con D'Alema) palazzo Chigi era diventato “una merchant bank”. Durante il secondo mandato da premier un suo strettissimo collaboratore, Angelo Rovati, mise per scritto un piano, neppure insensato, di riassetto della Telecom. Scoperto, dovette dimettersi.

Arrivato alla Commissione europea con l'etichetta di Mr. Clean, l'uomo che avrebbe fatto pulizia di ogni scandalo, fu accusato (in particolare dal Financial Times e dal Daily Telegraph) di aver coperto una frode da oltre cinque milioni di euro perpetrata da Eurostat, l'agenzia di statistica della Ue che tra l'altro certifica i conti pubblici. Last but not least, anche il Professore risulta titolare di un bel po' di pensioni, prebende e gettoni. Le prime le ha ancora accuratamente censite Mario Giordano. Si tratta di 5.238 euro lordi da ex presidente della Commissione Ue, di 4.725 da ex parlamentare e di 4.246 da ex professore universitario.

Totale, oltre 14 mila lordi. Ma Prodi, come del resto Amato, non se ne sta certo con le mani in mano: cumula, e bene. Articoli, conferenze, un incarico ottenuto nel 2008 dall'Onu per “rendere più stretti i rapporti con l'Unione Africana”, e dal 2009 la nomina nell'Advisory board della Bp, il colosso petrolifero, oltre quella a professore presso l'Istituto di Studi Internazionali della Brown University. Ciò che ha fatto molto discutere è stato però il suo rapporto di consulenza con la Goldman Sachs tra il '90 e il '93, e poi di nuovo nel '97. Un dettaglio che lo accomuna, oltre alla militanza nei governi dell'Ulivo, proprio ad Amato.

Difatti Mr. Patrimoniale è dal 2010 senior advisor della banca tedesca che oggi è al centro delle vendite di Btp italiani (suscitando la riprovazione prodiana), con il mandato di seguire le problematiche italiane. Ricapitoliamo. Prodi, oltre a una quantità di altre cose, è stato nel board della Goldman Sachs, la più potente banca Usa. Amato, sempre oltre a una quantità di altre cose, è in quello della Deutsche Bank, la più potente banca tedesca. Per inciso, si tratta dei due istituti che più hanno curato le privatizzazioni e i prestiti all'Italia negli anni Novanta: quelli – non gli stessi – in cui il Professore e il Dottor Sottile guidavano la politica italiana.

A noi liberisti tutto ciò, in linea di principio, non fa scandalo. Ognuno con il suo talento faccia ciò che vuole e guadagni ciò che vale. Ci fanno però sorridere i turbamenti prodiani per la scarsa solidarietà dei banchieri tedeschi, e gli appelli da sinistra a “telefonare alla Merkel”: Prodi non ha uso di quel mondo? Certo, ancora di più ci allarma il revival patrimonialista di Amato.

A lui sicuramente quei trentamila euro non farebbero un baffo: corrispondono alla sua pensione netta di un mese, tralasciando tutto il resto. Ma perché intanto non si batte per il taglio di vitalizi e privilegi degli onorevoli?

O perché si dice contrario a quello delle Province (“Non vanno abolite, un ente intermedio tra Comune e Regioni serve”)? Forse potrebbero, lui e Prodi, dare un po' di esempi, anziché battere sempre cassa con la gente comune. Questo giornale non ha mai lesinato critiche al governo e alla classe dirigente attuale. Ma guardando al vecchio che avanza siamo abbastanza certi che dopo la padella ci aspettano i carboni ardenti.


Marlowe
31/07/2011




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Altro che austerity i partiti sbancano

Il Tempo


In 14 anni hanno incassato 2,2 miliardi e speso 579 milioni. Il resto è utile (loro).


Giorgio Napolitano Qualche giorno fa Pier Luigi Bersani, comprensibilmente turbato dalle vicende che stanno scuotendo il Pd, ha chiesto «una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, pena l'inammissibilità a provvidenze pubbliche o alla presentazione di liste elettorali». Si tratta di una presa di posizione che, in realtà, conferma la voracità della Casta postulando, ancora una volta, la volontà dei partiti di accedere a quella mangiatoia delle «provvidenze pubbliche» che i cittadini, nell'ormai lontano 1993, avevano deciso di voler chiudere con una quasi plebiscitaria votazione.

A quell'epoca, infatti, sull'onda emotiva dello scandalo di Tangentopoli, gli italiani, in un referendum abrogativo proposto dai radicali, si espressero in massa - il 90,3% dei voti - a favore della eliminazione del finanziamento pubblico dei partiti. Naturalmente la volontà degli italiani non fu tenuta nel minimo conto. Il risultato del referendum abrogativo venne tradito immediatamente con uno squallido trucco: il rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie disposto per legge, attraverso una normativa più volte ritoccata nel corso degli anni in modo da rendere le cifre versate sempre più consistenti fino al punto da superare di gran lunga le somme effettivamente spese.

In tal modo è stato reintrodotto di fatto il finanziamento pubblico dei partiti. Alla faccia degli italiani e delle loro - inequivoche - indicazioni. Ho parlato di trucco, ma - diciamolo a chiare lettere - siamo in presenza di una truffa. Una truffa colossale imbastita dalla Casta ai danni dei cittadini costretti a tirare la cinghia per dover pagare le tasse imposte da uno Stato sempre più pervasivo e vorace. Le cifre di questa truffa non sono bruscolini. E lo dimostra un solo, ma eloquente, dato. Fra il 1994 e il 2008, stando ai numeri certificati dalla Corte dei Conti, i partiti hanno speso 579 milioni di euro e hanno incassato 2,25 miliardi di euro.

La differenza, ben 1,67 miliardi di euro, è per i partiti tutto utile, utile netto. È finanziamento pubblico allo stato puro. Ammesso naturalmente - e non concesso - che il rimborso delle spese elettorali non sia da considerarsi finanziamento. Ma non basta. L'arroganza della Casta è arrivata, qualche mese fa, al punto da presentare un disegno di legge, rigorosamente bipartisan, per raddoppiare di fatto il finanziamento ed estenderlo ai partiti che abbiano superato la soglia dell'1% dei suffragi in qualsiasi tipo di votazione. Infine, come se ciò non bastasse, nella recente e vessatoria manovra socialista del ministro Tremonti, è stabilito che l'erogazione dei rimborsi viene effettuata persino «in caso di scioglimento anticipato» delle Camere e che «il versamento della quota annua di rimborso» viene «effettuato anche nel caso in cui sia trascorsa una frazione di anno».

Dulcis in fundo, poi, la stessa norma precisa che «le somme erogate o da erogare ai sensi del presente articolo ed ogni altro credito, presente o futuro, vantato dai partiti o movimenti politici possono costituire oggetto di cartolarizzazione e sono comunque cedibili a terzi». Altro che riduzione del costo della politica! Roba da non credere! La verità è che il finanziamento pubblico dei partiti - sotto qualunque forma - andrebbe abolito. In primo luogo perché contrasta con una concezione autenticamente liberale della democrazia.

Un caposaldo teorico della democrazia concorrenziale è, infatti, l'uguaglianza nei punti di partenza che viene meno, ovviamente, se al nastro di partenza della competizione elettorale si presentano soggetti che, proprio grazie al finanziamento pubblico, si trovano in una posizione privilegiata rispetto a chi di tale finanziamento non può (ancora) godere. In altre parole, il finanziamento pubblico riduce la concorrenza politica, favorisce la cristallizzazione del sistema politico e la sua trasformazione in un sistema oligopolistico di potere.

In una Casta, appunto. In secondo luogo - e le attuali vicende giudiziarie e paragiudiziarie lo dimostrano ad abundantiam - il finanziamento pubblico non elimina affatto né il finanziamento occulto ottenuto tramite tangenti. Si somma, semmai, ad esso in una spirale corruttiva e di malaffare. Si dirà. La politica costa. Ed è vero, ma è anche vero che sarebbe più giusto, pure da un da un punto vista etico, che il peso del mantenimento degli apparati burocratici e della vita dei partiti fosse sopportato dai militanti e, più in generale, da coloro, privati individui o gruppi economici, che ne hanno interesse. Anche per evitare che un cittadino sia costretto a finanziare gruppi, partiti, uomini che portano avanti idee contrarie a quelle nelle quali egli crede. Naturalmente tutto ciò dovrebbe avvenire alla luce del sole, con precisi controlli e bilanci certificati. In nome della libera concorrenza e in ossequio ai principi di una democrazia liberale. Mettendo da parte l'idea che lo Stato sia una greppia alla quale attingere per i propri interessi. Come ha fatto finora, e continua a fare, la Casta.


Francesco Perfetti
31/07/2011




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