giovedì 30 giugno 2011

Assistenza al suicidio a pochi metri dall'Italia

Il Partito Comunista Cinese compie novant'anni

La Stampa

Ilaria Maria Sala

Mentre censura e repressione impediscono una riflessione indipendente, si scatena la proaganda

Il Partito Comunista Cinese compie novant'anni, e la propaganda si scatena. In tutto il Paese il rosso è il colore di ordinanza, che sia in televisione, per le strade decorate di bandiere, o nei rally negli stadi e nelle piazze che celebrano il grande, il glorioso, l'unico salvatore della Cina: il Partito Comunista Cinese e i suoi leader.

Il 1 luglio, quest'anno, oltre ad essere una cifra tonda – dettaglio fondamentale per tutti gli anniversari – cade nel mezzo di una campagna “rossa” intensa, volta a preparare, già da mesi, il terreno per il 18esimo Plenum del Partito, che si terrà nell'ottobre del 2012. L'anno prossimo, il Partito organizzerà le nuove nomine del Politburo, comprese quelle del Premier e del Presidente, per sostituire Wen Jiabao e Hu Jintao, attualmente in carica. Si tratta di una successione che non ha precedenti: i nuovi leader (che dovrebbero essere Xi Jinpin e Li Keqiang, a scanso di imprevisti dell'ultim'ora) infatti non sono né stati attivi negli anni rivoluzionari che vengono ora ricelebrati tramite le commemorazioni per l'anniversario, né tantomeno designati da un leader rivoluzionario – come avvenne per l'attuale dirigenza, scelta da Deng Xiaoping ancora negli anni Novanta. Il problema della legittimità dunque si pone, eccome, e la propaganda martellante vorrebbe essere il miglior antidoto contro i dubbi.

Così, il venerando Partito si mobilita per favorire una transizione senza intoppi, e gli ultimi mesi dimostrano che, nei periodi di incertezza, essere conservatori è ancora la scelta più sicura: Bo Xilai, il governatore di Chongqing, ha lanciato da due anni la “campagna rossa” per eccellenza, imponendo il canto delle “canzoni rosse”, facendo inviare ogni giorno agli abbonati alla telefonia mobile della sua municipalità (17 milioni) un SMS con una frase di Mao o di Deng Xiaoping, promuovendo il “raccontare storie rivoluzionarie” fra i ragazzini delle scuole, e via dicendo. La televisione locale ha bandito tutta la pubblicità, ed è un susseguirsi di canzoni rivoluzionarie vecchie e nuove, e di alti sentimenti della pomposa, melensa, e prevedibile “etica rivoluzionaria” voluta (ma non necessariamente osservata) dal Partito. All'inizio, molti risero delle iniziative di Bo Xilai, aspirante membro del Politburo, ma da quando la “campagna rossa” è stata promossa con entusiasmo in tutta la Cina, se ne ride un po' meno, e si aspetta che la follia propagandistica abbia presto termine.

Il Partito del resto è in pieno boom: ha superato gli 80 milioni di membri, secondo le statistiche ufficiali, ed ha fatto nuove reclute in particolare fra i giovani – i quali, vuoi per calcolo politico, vuoi per vero idealismo, hanno fatto domanda a centinaia per essere ammessi nei ranghi dell'organizzazione politica che governa il Paese. Prima, era un'organizzazione clandestina e rivoluzionaria. Oggi, è la più potente organizzazione politica ed economica del pianeta, restia ad ogni riforma ed apertura politica ma lanciatissima sul piano della finanza, degli investimenti anche all'estero, e della diplomazia internazionale.

Fra gli eventi per la celebrazione, diversi megafilm fatti con budget hollywoodiani, che quante più persone possibile devono vedere – anche a costo di essere portate con gli autobus aziendali in giorni lavorativi. Il primo fra questi “blockbuster” un po' forzati è “L'inizio della grande rinascita”, dove si ripercorrono i primi passi clandestini, la guerriglia, la guerra civile e poi il trionfo delle truppe maoiste, ripercorrendo dunque delle tappe rivoluzionarie che oggi colpiscono gli spettatori in particolare per come inneggino ad azioni rese attualmente tutte illegali: come le proteste contro i corrotti, le manifestazioni, i pamphlet politici, le assemblee. L'umorismo del web cinese è tale che i più importanti siti web di film e critica cinematografica hanno ricevuto l'ordine di disabilitare i commenti dell'utenza, lasciando dunque solo recensioni entusiastiche d'ordinanza.

Pochissime le riflessioni autorizzate sui 90 anni del Partito: chi ha provato, in tempi recenti, ad aprire in pubblico il dibattito sui disastri avvenuti in Cina sotto la guida del Partito, dal Grande Balzo in Avanti (che causò una violenta carestia che portò alla morte di milioni di persone) alla Rivoluzione Culturale, all'attuale stato di corruzione endemica, viene immediatamente messo a tacere.

Alcuni, ugualmente, ci provano, come ha fatto ieri il professor Zhao Shilin, delll'Università Minzu di Pechino, che in una lettera pubblica ha denunciato il modo selettivo con cui il Partito organizza il suo compleanno, impedendo di rivedere in modo aperto “i terribili errori” fatti. “Non deifichiamo e glorifichiamo il Partito”, ha vanamente implorato Zhao, rara voce coraggiosa in un crescendo rivoluzionario che non conosce limiti del kitsch.

Non che il Partito non ci tenga a “rivedere la sua storia”: anzi. Nuove storiografie ufficiali sono state approvate, documentari e speciali sui giornali. Ma un'unica versione dei fatti è ammessa, e gli ultimi mesi hanno ampiamente mostrato che la tolleranza nei confronti del dissenso, o anche solo di opinioni diverse, è oggi a livelli bassissimi.

A 90 anni, il Partito sembra oscillare fra l'orrore per ogni critica, l'ossessione per il controllo, e l'orgoglio per la crescita economica della Cina e per la sua riconquistata dignità internazionale. Un compleanno che mostra come, sotto ai canti patriottici e alle bandiere rosse, ci sia anche il timore di ammettere ogni, seppur minima, debolezza.






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Berlusconi-Espresso e gli elicotteri Il premier: «Mi fido solo dei miei»

Corriere della sera

 

I voli di stato in copertina sul settimanale. Il presidente «Ho piloti ed elicotteri miei. Volo su quelli che Pago io»

 

 

MILANO - Gli elicotteri di Berlusconi? Non sono quelli di Stato, come scritto dall'Espresso. Il premier ritorna sull'argomento per dire che usa solo quelli che «Pago io». Intorno ai voli di stato l'aria si surriscalda. Con il ministro Tremonti che ha chiesto di tagliare tutti i voli di stato. E il settimanale di De Benedetti che fa le pulci ai voli del Premier, oltre che sull'acquisto, da parte del governo, di due nuovi Agusta Aw139 proprio mentre il governo Berlusconi stava preparando la manovra da 47 miliardi che impone sacrifici a tutti gli italiani.

ATMOSFERA - Una una nota di palazzo Chigi precisa che il presidente del Consiglio non utilizza elicotteri di Stato. E il Premier in conferenza stampa precisa che sì, due elicotteri sono stati acquistati: per sostituire quelli «vecchi di 40 anni» dopo «sollecitazioni venute anche dalla Presidenza della Repubblica». Dice il presidente Berlusconi: «Sono stati acquistati due elicotteri, ma io non ne usufruisco mai». La querelle si congela tra immagini e contenuti. «Ho la fortuna - spiega ancora Berlusconi - di avere miei elicotteri, con miei piloti e mi sento in condizioni di sicurezza solo con quelli». E attacca il settimanale che ha riportato «immagini di elicotteri miei e dei miei piloti» e dicendo che erano dello Stato.

VOLI DI STATO - L'Espresso, dal canto suo, conferma i contenuti della sua inchiesta: in risposta alle interrogazioni parlamentari già nel 2009 il ministro Elio Vito ha spiegato che proprio in virtù di un decreto della presidenza del Consiglio, all'elicottero Finivest utilizzato da Silvio Berlusconi veniva riconosciuta la qualifica di «Volo di stato» D'altronde, il premier usa spesso aerei di Stato per raggiungere la sua residenza privata sarda in compagnia di suoi ospiti personali. E se non bastasse i due nuovi elicotteri saranno in un allestimento «vip» per trasporto autorità che non prevede l'installazione di barelle e che ha fatto aumentare il prezzo di molti milioni di euro. Ma per fare chiarezza sulla materia, basterebbe che Palazzo Chigi rendesse pubblica la documentazione sui voli di stato: quanti sono, chi li ha usati e quanto sono costati.

Santoro-La7, interrotte le trattative Lui: «Colpa del conflitto d'interessi»

Corriere della sera

La nota dell'azienda: «Inconciliabili posizioni». Mentana e Lerner: «L'azienda chiarisca»




SANTORO: CONFLITTO INTERESSE - «Siamo di fronte ad una nuova, eloquente ed inoppugnabile prova dell'esistenza nel nostro Paese di un colossale conflitto di interesse» afferma Michele Santoro. «Un accordo praticamente concluso - prosegue il giornalista -, annunciato dallo stesso telegiornale dell'editore coinvolto, apprezzato dal mercato con una crescita record del titolo, viene vanificato senza nessuna apprezzabile motivazione editoriale.

Naturalmente non possiamo fornire le prove dell'esistenza di interventi esterni ma parla da solo l'interesse industriale che avrebbe avuto La7 ad ospitare un programma come il nostro nella sua offerta». «Improvvisamente - prosegue Santoro - ci sono stati posti gli stessi problemi legali che la Rai pone a Milena Gabanelli e norme contrattuali che noi consideriamo lesive della libertà degli autori e dei giornalisti.

Per non tradire le attese del pubblico, ci siamo impegnati a farci carico delle eventuali conseguenze legali delle nostre trasmissioni, ad autoprodurle e a procedere per gradi, senza un contratto quadro, con una prima serie di undici puntate. In questo modo, sia noi che l'editore, avremmo potuto liberamente valutare l'opportunità di continuare la collaborazione».

«Ricordiamo a tutti - aggiunge il giornalista - che il dottor Stella, amministratore delegato di Ti media aveva pubblicamente dichiarato che non c'erano divergenze economiche e che La7 non aveva nessun problema a mettere in onda un programma come Annozero.

Un programma che, tra infinite difficoltà e attacchi di ogni tipo, è sempre stato realizzato in completa autonomia. Perchè hanno cambiato idea? Chi ha interesse ad impedire che si formi nel nostro Paese un terzo polo televisivo che rompa la logica del duopolio?» «Per tornare a crescere - conclude Santoro - l'Italia deve liberarsi del conflitto di interesse e di tutti coloro che non hanno avuto il coraggio di opporgli le ragioni della libertà di opinione e della libertà di mercato. Sulla scia del successo di Tuttiinpiedi, con l'aiuto fondamentale del pubblico, dimostreremo presto che un Paese semilibero non ci basta. Tutto cambia».

MENTANA - La7 spieghi che non ci sono state pressioni esterne sull'interruzione delle trattative con Michele Santoro: questo, in sintesi, l'auspicio di Enrico Mentana. «Parliamo del caso Santoro. Sapete - ha detto Mentana - si sono rotte le trattative tra La7, dove io lavoro, e il popolare conduttore di Annozero. Si sono rotte male, con un comunicato unilaterale de La7 che diceva sostanzialmente che erano inconciliabili le richieste dell'una e dell'altra parte riguardo all'autonomia lavorativa di Santoro e ai vincoli che invece ha un'emittente. Le parole di Santoro a commento dell'avvenuta rottura sono durissime e fanno riferimento alla persistenza di un gigantesco conflitto di interessi in Italia. La tesi neanche tanto velata è che a bloccare tutto sia stato Berlusconi. In qualche modo non soltanto la Rai e Mediaset ma anche La7 deve tenere conto del fatto che, se lui non vuole, le cose non si fanno». «È il momento dell'amarezza - ha commentato ancora il direttore del Tg La7 - e quindi si capisce che questo giudizio è particolarmente duro, ma per amore di verità e per amore di libertà sarebbe opportuno proprio che La7 spiegasse, se come spero può farlo, che la decisione di rompere, di interrompere le trattative è soltanto sua. Poi io penso che in realtà - ha concluso - la cosa migliore sarebbe riprenderle quelle trattative».



LERNER - In precedenza il giornalista con il collega Lerner in una nota congiunta si chiedeva? «Che bisogno c'era di decidere e annunciare con questa fretta lo stop alla trattativa con Santoro? Ci auguriamo che si possa riprendere più serenamente il filo della trattativa nell'interesse di tutti, come suggeriscono le ragioni del libero mercato».

«LA RAI LO RIPRENDA» -Su Santoro nel frattempo, si muove l'Italia dei Valori. Il portavoce Leoluca Orlando, appresa la notizia, ha invitato infatti «a questo punto, il dg della Rai, Lorenza Lei, e i vertici dell'azienda pubblica a riprendere Michele Santoro. La notizia del mancato accordo tra Santoro e La7 «è la conferma che il regime berlusconiano sta vivendo gli ultimi pericolosi colpi di coda» ed «è chiaro a tutti che l`editto bulgaro emanato dal presidente del Consiglio nei confronti di trasmissioni sgradite a Palazzo Chigi come «Annozero» non solo è ancora in vigore, ma ha ormai superato il duopolio Rai-Mediaset. Questa decisione colpisce tutti i cittadini, che vengono privati di una voce libera come quella di Michele Santoro, e calpesta definitivamente l'articolo 21 della Costituzione. Siamo in presenza di un vero e proprio vulnus della democrazia». «Non hanno più alibi: Michele Santoro e la sua redazione - ha sottolineato il portavoce Idv - sono ancora disponibili a tornare in Rai. Gli oltre 8 milioni di telespettatori meritano rispetto e aspettano un segnale dalla dirigenza. Lorenza Lei dimostri che non ha nulla a che fare con la lobby piduista di Bisignani».

«PERSO UN SEGMENTO FORTE» - In precedenza Massimo Liofredi in un'intervista al Corriere della Sera, parlando dei palinsesti di Rai2 di cui è direttore ha espresso un auspicio proprio su Santoro: «Io mi ritrovo un palinsesto che non ho condiviso in alcune scelte che ritengo importanti, una su tutte, dopo l'uscita di Santoro, la mia proposta di uno spazio dedicato alla politica con Monica Setta. Il fatto del giorno, quando era in palinsesto, ha portato risultati straordinari: dove si faceva il 3%, si è arrivati al 13%. Perdendo Santoro e Setta, io perdo un segmento forte che è quello della politica».


Redazione online
30 giugno 2011 21:19

Kermesse antiracket con Mantovano Ma i clan lanciano un avvertimento: "Molotov" nella pizzeria dell'incontro

John Lennon di sinistra? Prima di morire si convertì ai repubblicani»

Corriere della sera


La rivelazione dall'ex assistente del cantante al regista del documentario «Beatles Stories»




John Lennon (archivio Corriere)
John Lennon (archivio Corriere)
MILANO - Ha scritto «Give Peace a Chance» contro la guerra in Vietnam e fatto di «Working Class Hero» un manifesto politico; si è schierato con gli operai dei cantieri navali di Glasgow e sostenuto l’Ira; ha messo in scena il «Bed-In for Peace» con la moglie Yoko Ono dopo il matrimonio nel 1969 ed è finito sotto sorveglianza dall’Fbi nel 1971, perché considerato un personaggio scomodo dall’amministrazione Nixon. Insomma, tutto si potrebbe pensare tranne che John Lennon non fosse un radicale convinto e un militante di sinistra. E invece il suo ex assistente personale, Fred Seaman, ha raccontato una storia completamente diversa al regista Seth Swirsky, che ha girato il documentario «Beatles Stories», rivelando che in realtà prima di morire Lennon aveva sorprendentemente virato verso i repubblicani, diventando un fan di Ronald Reagan e che il suo passato radicale lo imbarazzava non poco.

REAGAN - «In sostanza, John aveva reso molto chiaro il fatto che se fosse stato americano, avrebbe votato per Reagan, che aveva conosciuto anni prima ad un evento sportivo, perché non sopportava il democratico Jimmy Carter – ha raccontato Seaman nel documentario -. Reagan mi pare che fu quello che ordinò alla Guardia Nazionale di attaccare i dimostranti per la pace di Berkeley, ma credo che forse John lo avesse dimenticato…. Di certo, il suo esplicito sostegno a Reagan mi scioccò». Seaman ha lavorato con Lennon dal 1979 fino alla sua morte, avvenuta l’8 dicembre 1980, quando venne ucciso con quattro colpi di pistola sul marciapiede davanti al Dakota Building di New York, dove risiedeva, dal 25enne Mark Chapman.

E a dar retta all’ex assistente, il palese appoggio a Reagan non sarebbe il solo indizio della trasformazione politica subita dal cantante dei Beatles negli ultimi anni di vita. «L’ho visto spesso imbarcarsi in discussioni davvero accese con mio zio, che era un comunista della prima ora – si legge sul Toronto Sun che per primo ha scoperto i contenuti scottanti di “Beatles Stories” – e gli piaceva un sacco provocarlo. Forse lo faceva solo per divertirsi un po’, ma era abbastanza ovvio per me che ormai si fosse allontanato dal suo precedente radicalismo. Nel 1979 e 1980 John era una persona molto diversa rispetto a quella che scrisse “Imagine” e se ripensava a quell’ingenuo ragazzo di un tempo, provava imbarazzo».

LE CANZONI - Ma la presunta conversione a fervente conservatore di Lennon non sembra aver convinto i commentatori della sinistra radicale, che hanno espresso forti dubbi sulla credibilità del 58enne Seaman, che nel 1983 venne condannato a cinque anni di libertà vigilata per aver sottratto delle riviste dalla casa del cantante e nel 2002 fu costretto a scusarsi con Yoko Ono in tribunale per aver violato un accordo di riservatezza. E stando al Daily Mail, il documentario di Swirsky non screditerebbe solo il Lennon politico e pacifista, attribuendogli idee repubblicane e conservatrici, ma anche il Lennon artista: in questo caso, a parlar male del cantante sarebbe Tony Bramwell, a lungo assistente dei Beatles, secondo il quale la band «non avrebbe mai registrato così tante canzoni di successo negli ultimi anni se non fosse stato per Paul McCartney, perché Lennon era spesso troppo pigro per andare in studio».

Simona Marchetti
30 giugno 2011 15:47



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Christian Perozzi e le Brigate Monti: da Facebook il ritratto del picchiatore

Corriere della sera


Scenario da ultrà nella pagina di uno degli arrestati per il tragico pestaggio: in gruppo con gli amici del rione, o mentre fa il saluto romano e legge articoli sulla destra


Perozzi con il tatuaggio delle Brigate Monti
Perozzi con il tatuaggio delle Brigate Monti
ROMA - Christian Perozzi dal suo profilo su Facebook, immagini inquietanti con saluti romani, con striscioni allo stadio su Lupo Liboni, con la Brigata rione Monti - della quale si è perfino tatuato il simbolo sul petto - e infine con la lettura di articoli dedicati all'associazione di destra CasaPound. Il giovane arrestato per il pestaggio mortale di Monti offre sulla sua pagina sul social network una carrellata di immagini che lo ritraggono insieme ai suoi amici ma anche da solo, in uno scenario che sa di frequentazioni da ultrà e di atteggiamenti fascisti, sullo sfondo di un rione che è evidentemente un territorio da difendere. Un territorio talmente importante da doversi tatuare sul petto, all’altezza del cuore, il simbolo che lo riguarda accompagnato dalla scritta Brigata Rione Monti.

Il picchiatore e le Brigate Monti

LETTURE ORIENTATE - La prima immagine che compare sul profilo Facebook di Christian Peroni lo propone chino col cappello in testa intento a leggere una copertina di cronaca del Messaggero: la lettura è concentrata sull’articolo in basso, il titolo dice: «Casapound, quattro denunciati». Questa foto, evidentemente simbolica, ha l’onore di essere posizionata come prima immagine del profilo. Eccomi qua, io sono questo, sembra suggerire.

Perozzi con gli amici in piazza Madonna dei Monti
Perozzi con gli amici in piazza Madonna dei Monti
IL RIONE SULLO SFONDO - Scorrono poi dentro il profilo nella sezione foto molte altre immagini, ce ne sono scattate anche scattate allo stadio come quella che ritrae in curva lo striscione che inneggia a Lupo Liboni. Ma è il rione a costituire lo sfondo principale delle foto. Perozzi vi appare spasso in gruppo con altri, qualcuno fa il saluto romano. In una, da solo, anche lui si esibisce nel gesto fascista. Brigata Rione Monti: lo stemma di questa organizzazione appare ripreso stampigliato su qualche portone del rione. Poi in una foto Perozzi lo esibisce sul suo torso nudo ben tatuato sulla parte sinistra del petto. Che cosa rappresenti questa Brigata sarà certamente uno spunto investigativo da approfondire da parte degli inquirenti. Redazione online


30 giugno 2011 13:17



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Gay Pride, ora Vendola difende l'esibizionismo: "Le forme etero più pacchiane sfilano sempre"

di Redazione


Il governatore della Puglia si racconta a GQ e prende le parti delle "forme più trasgressive e spettacolarizzate di esibizione dell'identità gay" che sfilano un giorno all'anno. E accusa: "Le forme più pacchiane dell'identità etero sfilano anche nei palazzi del potere tutti i giorni dell'anno"




Roma - "Le forme più trasgressive e spettacolarizzate di esibizione dell'identità gay, normalmente, sfilano un giorno all'anno; le forme più pacchiane e spettacolarizzate di esibizione dell'identità etero, nella sua versione più maschilista e più machista e anche più greve, sfilano anche nei palazzi del potere tutti i giorni dell'anno". Con queste parole Nichi Vendola si racconta al mensile GQ che gli dedica un'insolita e provocatoria copertina in cui indossa per l'occasione un grande orecchino da zingaro ispirato ai versi di Federico Garcìa Lorca.

Per il governatore della Puglia, l'omofobia non appartiene soltanto alla cultura di destra, ma anche a quella di sinistra, "che rappresenta l'omosessualità come una devianza piccolo-borghese". Nonostante questa cultura omofoba attraversi in modo trasversale la politica e la società italiane, secondo Vendola "oggi vale la pena pagare il prezzo della propria libertà piuttosto che soffrire due volte. È ingiustificato l'atteggiamento di chi si nasconde, di chi fugge dalla propria verità, perché i tempi sono molto cambiati, perché ci si dà coraggio gli uni con gli altri". 





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Il “giorno di magro”, un'abitudine da riscoprire

Corriere della sera


Ad Aspen i “lunedì vegetariani” per ridurre il consumo di carne e i rischi per la salute che ne derivano




Niente carne al lunedì
Niente carne al lunedì
MILANO- I turisti ricchi che arrivano ad Aspen, sulle montagne del Colorado, sono carnivori nel senso più spiccato del termine. «Per qualche ragione, quando vengono qui tutti vogliono mangiare carne», ha raccontato al New York TimesMimi Lenk, manager di uno dei ristoranti più famosi della città dove le specialità sono alce, bisonte e agnello. E così proprio Aspen ha abbracciato in pieno la filosofia “vegetariana” che in America le istituzioni stanno proponendo per arginare i consumi eccessivi di carne: dall'inizio di giugno, ogni lunedì più di 20 fra i migliori ristoranti della città stanno offrendo solo piatti a base di verdure. 

RISTORANTIMartin Oswald, uno dei ristoratori che ha promosso e sostenuto i “Lunedì senza carne” di Aspen, spiega che nessuno vuole costringere la gente a diventare vegetariana e anche che non è stato il pensiero della salute degli avventori a convincere la maggior parte dei ristoranti: semplicemente, una volta coinvolti molti locali gli altri si sono accodati per non perdere gli affari derivanti da questa iniziativa diversa dal solito. Anche se è così, tuttavia, il risultato è meritorio perché si sa quanto mangiare (troppa) carne possa far male alla salute, facilitando tumori e malattie cardiovascolari. E i ristoranti sono solo gli ultimi, ad Aspen, ad aver abbracciato la filosofia “vegetariani per un giorno”: l'ospedale della città promuove menu vegetariani da anni e l'unità di cardiologia riabilitativa (dove il 20-30 per cento dei pazienti è rappresentato da turisti in vacanza che hanno avuto un infarto sulle piste) è stata fra i primi sostenitori dell'iniziativa nei ristoranti. E pure le scuole elementari e medie della città da due anni seguono il “Lunedì senza carne”, con i menu del resto della settimana che cercano di essere comunque altrettanto salutari e preparati al momento. Sarà forse anche per questo che ad Aspen si registra il tasso di obesità più basso di tutti gli Stati Uniti. 

CAMPAGNALa campagna per i “Lunedì senza carne” è promossa in tutto il Paese dall'università Johns Hopkins di Baltimora, ma finora solo Aspen l'ha abbracciata con convinzione. Perché, dicono i ristoratori, a volte la carne è un vero e proprio cibo di conforto e “proibirla” ai clienti sembra un atto quasi crudele. Detto ciò, tutti qui sono d'accordo che frutta e verdura fanno meglio alla salute, hanno meno impatto sul pianeta perché vengono prodotte con un minor spreco di risorse (dall'acqua all'energia), sono perfino più economiche. E così i ristoranti stanno comunque facendo affari, nonostante il “blocco” del lunedì alle bistecche. Certo, ci sono gli scettici: dai ristoratori che non vorrebbero cambiare i loro menu tipici ad alcuni esponenti delle autorità, che si chiedono se essere vegetariani “per decreto”, per quanto un solo giorno alla settimana, non sia una violazione delle possibilità di scelta personali.

Questioni culinarie ed etiche a parte, il lunedì vegetariano sembra un'idea non troppo malvagia per ridurre un po' i consumi di carne: l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di introdurre 300 grammi di carne rossa (fresca o conservata) alla settimana, ovvero 45, 50 grammi al giorno, ma secondo i dati dell'Osservatorio dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN,), in Italia adulti e adolescenti ne mangiano più del doppio e solo i lattanti rispettano il consumo raccomandato di proteine animali. Dalle nostre parti è il precetto religioso cattolico a consigliare l'astensione dalla carne al venerdì, “giorno di magro” e penitenza. Forse non sarebbe male osservarlo anche da laici, per motivi di salute: la connessione fra consumo di carne rossa e guai per la salute è ormai sicura e si sa che mangiarne molta, ad esempio, aumenta la mortalità. L'11 per cento dei decessi negli uomini e il 16 per cento di quelli nelle donne potrebbero essere evitati riducendo  l'introito di bistecche, insaccati e affini: che sia l'ora di istituire il “giorno vegetariano” anche in Italia?


Elena Meli
30 giugno 2011 15:00



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Botte in scena tra Haber e Lucia Lavia

Corriere della sera


Lui tenta di baciarla durante le prove di Otello a Verona, lei risponde con schiaffi che lui restituisce. Intervengono i legali e volano le querele. Alla fine Haber è costretto ad abbandonare il palcoscenico



Botte in scena tra Haber e Lucia Lavia
Credit: Milestone

Scambio di schiaffi in scena tra Alessandro Haber e Lucia Lavia. Accade alle prove di Otello (debutto il 13 luglio al Teatro Romano di Verona nell’ambito del Festival shakespeariano) quando Haber cerca di baciare Lucia e lei reagisce con un manrovescio. Subito restituito dall'attore. Volano anche frasi pesanti sull’attrice perché si era dimostrata fredda. Arriva anche Maurizio Donadoni, che copre il ruolo di Jago, che cerca di fermare Haber. Prove sospese e intervento dei legali. Arrivano subito gli avvocati di Lucia Lavia e di Alessandro Haber, perché risulta chiaro che lo spettacolo deve rinunciare a uno dei due protagonisti.

Le richieste del legale di lei sono tali che, nonostante manchino pochi giorni al debutto, si vuole obbligare l'attore a rinunciare allo spettacolo. Fortunatamente un altro grande attore come Franco Branciaroli è libero, ha già fatto Otello (1995 con Orsini nel ruolo di Jago e papà Lavia regista) e accetta la sostituzione lampo. Oggi iniziano le prove con il nuovo cast.




Ecco il comunicato ufficiale di quanto avvenuto: "La Cooperativa Nuova Scena – Teatro Stabile di Bologna ha deciso di risolvere con effetto immediato il rapporto di lavoro con Alessandro Haber in relazione allo spettacolo Otello con regia di Nanni Garella, il cui debutto è previsto al Teatro Romano di Verona per il 13 luglio 2011. La risoluzione del rapporto con Haber è conseguenza dei gravi comportamenti tenuti nel corso delle prove dello spettacolo nei confronti di Lucia Lavia. Per tutelare con forza, la sua dignità di giovane donna e di attrice, Lucia Lavia ha dato mandato al proprio legale, avvocato Francesco Brizzi, di presentare querela nei confronti di Alessandro Haber".




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Sarkozy strattonato, assalitore fermato

Corriere della sera

 

Il presidente francese spinto mentre era tra la folla, intervengono le guardie del corpo

 

 

MILANO - Attimi di paura in Francia Una persona nella folla ha tirato il presidente francese Nicolas Sarkozy per la spalla ed è quasi riuscito a buttarlo a terra, prima di essere fermato dalle guardie del servizio di sicurezza. L'incidente è avvenuto oggi mentre il presidente stringeva le mani alla folla di persone riunite nella città di Brax, nel sud della Francia. L'identità dell'assalitore è sconosciuta.

LE IMMAGINI - Le immagini trasmesse dalla tv francese mostrano Sarkozy che si sporge su una transenna di metallo per salutare il pubblico, quando si vede un braccio che lo afferra per il vestito all'altezza della spalla e lo tira verso la folla. Sarkozy ha iniziato a perdere l'equilibrio e a cadere, ma è riuscito subito a raddrizzarsi. Nel frattempo gli agenti di sicurezza hanno messo a terra l'assalitore. L'ufficio di Sarkozy non ha ancora commentato l'accaduto.

 

Redazione online
30 giugno 2011 14:54

Val Susa, agguato all'imprenditore del cantiere Tav

La Stampa


In cinque davanti a casa per rompergli un braccio
Aperta un’inchiesta: «Sono di qui, non black bloc»




CLAUDIO LAUGERI

INVIATO A SUSA


L’imprenditore della Val Susa che, con i suoi operai, sta delimitando l’area del primo cantiere della linea ferroviaria Torino-Lione è stato aggredito da cinque militanti No Tav martedì sera a Susa, qualche minuto prima dell’inizio di una fiaccolata di solidarietà dopo lo sgombero del presidio della Maddalena di Chiomonte a cui avrebbero partecipato, secondo la valutazione della questura, circa 9 mila manifestanti, contro i 20 mila accreditati invece dal movimento.

Ferdinando Lazzaro, titolare della Italcoge di Susa, stava rientrando a casa dopo più venti ore trascorse nel cantiere, blindato da 600 poliziotti e carabinieri. Era alla guida della sua auto, ha rallentato in attesa che i cancelli automatici si aprissero, quando è stato circondato dal gruppo di persone, tutte a volto scoperto. Alcuni avevano la bandiera con il treno crociato sulle spalle, altri T-shirt con i simboli del movimento che per oltre vent’anni è riuscito a bloccare l’opera.

Gli aggressori hanno spalancato le portiere con l’idea di trascinare fuori l’imprenditore, nella colluttazione ha battuto con violenza sulla carrozzeria, poi è stato ripetutamente colpito con calci e pugni. Insulti e minacce: «Traditore, infame, la pagherai prima o poi».

È stato il presidente della Comunità Montana, Sandro Plano, che stava raggiungendo la piazza dove si stavano concentrando i primi partecipanti alla fiaccolata, a vedere la scena e a intervenire con decisione. Plano s’è interposto tra gli aggressori e la vittima e li ha invitati ad andarsene, prima che la situazione si aggravasse ancora. Poi ha aiutato Lazzaro a riprendersi dallo choc. L’imprenditore è andato subito al pronto soccorso dell’ospedale di Susa, dove gli hanno diagnosticato una piccola frattura a un gomito, che è stato ingessato. Poi altre lesioni lievi, con prognosi di 10 giorni. Ha presentato una denuncia (con la descrizione delle fisionomie degli aggressori) ai carabinieri di Susa, che hanno aperto un’inchiesta.

Di sicuro né anarchici, né black bloc, né autonomi dei centri sociali torinesi. Ma gente della Val Susa, non giovanissima, forse militanti storici dei No Tav, ora alle prese con uno dei momenti più difficili del loro percorso, dopo la rapidissima e imprevedibile fine della Libera Repubblica della Maddalena, spazzata via dal blitz di lunedì mattina. Plano, che da sempre esprime posizioni contrarie alla linea dell’Alta Velocità, spiega: «Non ho visto colpi, quando sono arrivato io volavano solo insulti e altre parole spiacevoli, li ho separati e ho convinto il gruppetto di No Tav ad andare via. Mi sembrava solo una discussione animata, sono arrivato dopo che era già iniziata».

Cresce il clima di linciaggio contro le imprese della Val Susa che stanno collaborando con la società Torino-Lione, cui s’è visto un drammatico anticipo già lunedì mattina, quando una collaboratrice di Radio Black Out, durante una diretta con la radio legata al movimento della Val Susa, aveva riempito di insulti gli operai che manovravano le benne per distruggere le barricate: «Questo operaio infame, traditore, pezzo di m...assassino».

Ma c’è qualcosa di più, oltre le aggressioni fisiche e le minacce, ad avvelenare il clima attorno al cantiere della Torino-Lione. Contro gli imprenditori della zona che si sono dichiarati disponibili a lavorare nella prima fase del progetto Tav, ci sono state manovre, ora al centro di indagini degli uffici di sicurezza di alcuni istituti bancari, per acquisire dati economici protetti dalla privacy e dal segreto bancario. Lo scopo era quello di costruire dossier contro i «collaborazionisti», per danneggiarne l’immagine e gli affari, non solo in Val Susa. Un elevato numero di accessi in teoria proibiti alla centrale rischi di Banca Italia sarebbero partiti da una piccola agenzia della Val Susa.





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Così l'Idrolitina rendeva effervescente gli Anni 60

Gomme tagliate per quattro volte: «Pregiudizi contro la mia Rebecca»

Corriere della sera


MILANO - Via Stoppani 15. I copertoni tagliati, due gomme a terra. Niente asilo, oggi. Rebecca non perde il sorriso, gira la sua Pegasus, la carrozzina elettrica rosa fucsia che guida con un joystick pieno di «appiccichini», e punta al portone di casa. Ormai sa come va a finire in questi casi. È la quarta volta che succede in pochi mesi. Mamma trova occupato il «suo» posto invalidi numerato, è costretta a chiamare i vigili e il carro attrezzi per farlo liberare e il giorno dopo, l'incredibile vendetta. Gomme a terra, auto rigata sulle due fiancate. Rebecca bloccata a casa. Giornata persa anche per la mamma. Oltre alla spesa e al tempo necessari per la riparazione. Il contraccolpo più pesante è «la cattiveria dei milanesi». «L'ho scoperta con la malattia di Rebecca. La gente ha paura della sofferenza. E se ne frega degli altri. Milano è intollerante. Oltre che poco attrezzata per i disabili», è lo sfogo legittimo di Elena Muserra, pierre di moda, moglie di Luca, private banker, e mamma di una bimba con un dono speciale, un sorriso travolgente, e poi lo sguardo dolcissimo, e tutta la grinta che le serve.

Racconta Elena: «Rebecca è nata perfettamente sana, ha sgambettato fino a cinque mesi, poi sembrava impigrita. La diagnosi è arrivata subito, violenta: "sma2", atrofia muscolare spinale. È una malattia genetica, grave e rara, blocca i movimenti. Oggi ha cinque anni Rebecca, fa la vita che fanno i suoi coetanei, a parte la fisioterapia del mercoledì. Il suo problema è solo motorio, in altre città, più attrezzate per i disabili, la sua e la nostra vita sarebbe meno complicata». Martedì pomeriggio Rebecca è venuta al Corriere della Sera, il sindaco incontrava i milanesi, lei ha chiesto di partecipare. Quando le hanno avvicinato il microfono ha chiesto decisa a Giuliano Pisapia che cosa intendesse fare per superare il problema delle barriere architettoniche «non solo per me, per tutti i bambini in carrozzella».

Lui si è impegnato. Difficile dimenticarsi Rebecca. Lei è uscita da via Solferino sfrecciando a «velocità cinque», massima, sulla sua Pegasus. Soddisfatta? «A metà. Volevo farne due di domande - dice Rebecca -. La seconda è quella della nonna: abita a Sesto, ci potrei andare in metropolitana con la mia tata. Ma io in metro non ci posso andare, non ci sono ascensori né servoscala. Ecco, volevo chiedere al sindaco di aiutarci, per poter andare in giro». Ma l'elenco dei desideri è molto più lungo. Lo snocciola punto per punto, pacata e forte, mamma Elena: sono i marciapiedi con scivolo perennemente bloccati per sosta selvaggia. Sono i posti per disabili numerati occupati, anche dai disabili non gravi. («E devono essere persone con falsi pass, altrimenti lo saprebbero che i numerati sono per i casi come il nostro»). Sono gli ascensori che non ci sono. I vecchi tram arancioni che Rebecca non può prendere. Le gite di classe fatte dove guarda caso ci sono mille gradini e nessuno se ne è preoccupato.

Sono le rampe che mancano quasi sempre
,
anche nelle scuole e negli asili. Sono la maestra di sostegno e gli assistenti che ci sono, forse, non sempre, non per tutto il tempo scuola («A noi è successo, un giorno ci hanno comunicato che la nostra maestra era da "condividere"»). I De Luca non mollano. Elena e Luca quando la loro bambina non aveva ancora un anno hanno fondato Smarathon, per la raccolta fondi. Rebecca è più di una testimonial. «Abbiamo comprato il dual sky per la scuola sci di Predazzo, per far sciare i bambini come me - spiega -. Poi facciamo la maratona e i soldi ci servono per trovare la cura della mia malattia».


Federica Cavadini
30 giugno 2011 13:28



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Azienda licenzia solo le donne: «Così stanno a casa con i figli»

Corriere della sera

 

La motivazione: «Possono curare i bambini e comunque quello che portano a casa è il secondo stipendio»

 

 

MILANO - Sciopero giovedì mattina a Inzago in difesa delle colleghe - tutte donne - licenziate dall'azienda Ma-Vib di Inzago. Allo sciopero, organizzato dal sindacato Fiom, mancavano però gli uomini: i colleghi maschi, «graziati» dai licenziamenti, dopo aver promesso mercoledì pomeriggio la loro partecipazione hanno invece preferito presentarsi regolarmente al posto di lavoro. La Ma-Vib, dove si producono motori elettrici per impianti di condizionamento, ha 30 dipendenti, in maggioranza operai, 12 uomini e 18 donne. «Per fronteggiare un calo produttivo ha deciso prima di mettere in cassa integrazione per brevi periodi (senza accordo sindacale) le operaie (solo le donne) e, oggi, di annunciare il licenziamento tra i 10 e i 13 lavoratori scegliendoli rigorosamente di sesso femminile», denuncia la Fiom, che sta seguendo la vertenza. «La motivazione della selezione dichiarata in sede Api (Associazione piccole medie imprese, ndr) - prosegue la Fiom - è davvero brillante: "Licenziamo le donne così possono stare a casa curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio". Al no ai licenziamenti si aggiunge l'indignazione per il becero, offensivo e discriminatorio atteggiamento dell'azienda», conclude il sindacato.

LA REPLICA -L'azienda Ma-Vib replica alle critiche sostenendo che la cassa integrazione prima e il taglio dei posti di lavoro poi sono stati motivati da «ragioni oggettive». I proprietari non hanno però voluto rilasciare dichiarazioni.

CAVALLI: DISCRIMINAZIONE SOCIALE - «I licenziamenti ai danni di 13 lavoratrici della MaVib rappresentano una pericolosa deriva sessista, che non può e non deve trovare spazio nel mondo del lavoro», commenta il consigliere regionale Giulio Cavalli. «Le motivazioni addotte alla base dell’interruzione del rapporto lavorativo non sono disattenzioni, ma scelte consapevoli che relegano le donne al ruolo di massaie e casalinghe che, per hobby, decidono di lavorare. Questo atteggiamento - continua Cavalli - non è solo un insulto di stampo medioevale, ma anche un preoccupante segnale di discriminazione sociale». «La Ma-Vib ha consapevolmente calpestato la dignità di tutte le lavoratrici e si è posta in netto contrasto con i principi della nostra Carta Costituzionale. Mi auguro - conclude il consigliere regionale - che ci sia quanto prima un ravvedimento da parte dell’azienda e che i suoi dirigenti escano dalle primitive categorie sociali ottocentesche».

 

Redazione online
30 giugno 2011 13:33

La Croce Rossa cerca soccorso

La Stampa


Il commissario Rocca: "Mai sentito parlare di privatizzazione. E se si fa dovrà essere graduale"




FLAVIA AMABILE

ROMA


Braccio di ferro sulla Croce Rossa Italiana. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sta facendo di tutto per privatizzarla e mettere in bilancio quello che ne ricaverà. E ha fatto scrivere un corposo articolo, il numero 2 che occupa ben 4 pagine della bozza della manovra messa a punto dal governo. Il testo è chiaro: dal 2012 non sarà più un ente di diritto pubblico ma avrà «personalità giuridica di diritto privato e piena capacità giuridica e patrimoniale». Sarà un’«associazione umanitaria a carattere volontario» e il contributo pubblico sarà stabilito di anno in anno dalla legge di bilancio.

La vecchia Cri sarà messa in liquidazione dalla data di approvazione del testo e il personale civile a tempo indeterminato verrà messo in mobilità, i precari verranno spediti a casa e il personale militare trasferito al ministero della Difesa. Questo è quanto è scritto nell’articolo 2.

Diverso il punto di vista di chi sulla Cri ha competenze e poteri. Il commissario straordinario Francesco Rocca smentisce con decisione: «La privatizzazione? Non esiste. Non so come sia nata questa notizia ma posso assicurare che nella bozza entrata in preconsiglio non c’era alcun riferimento alla Croce Rossa». Inutile quindi chiedere commenti o spiegazioni, Rocca aggiunge soltanto che «qualunque sarà la soluzione che si sceglierà dovrà essere graduale». Una posizione molto simile a quella espressa dal ministro della Salute Ferruccio Fazio: «Il problema della privatizzazione della Cri va affrontato - sostiene - anche perchè tutte quelle internazionali lo sono. Non so se deve essere fatto nella manovra ma il problema va affrontato con la dovuta calma e, verosimilmente, in modo graduale».

Insomma, dopo anni di annunci, sembra che stavolta per la Croce Rossa sia davvero il momento della privatizzazione. Che cosa accadrà? I tagli coinvolgeranno almeno 1600 dipendenti civili e circa 300 militari, tutti con contratto a tempo determinato, a fronte di 1.300 dipendenti effettivi che verranno messi in mobilità. Per i sindacati un’ecatombe sociale che rischia di mettere a dura prova anche i servizi di emergenza-urgenza assicurati in numerose città italiane dalla Cri. L’Usb, l’organizzazione sindacale di base della Cri ha organizzato due giornate di protesta dei dipendenti e precari Cri, martedì scorso e domani alle 10 a piazza Montecitorio. «Nel provvedimento tanto annunciato per ridurre la spesa e raggiungere l'obiettivo del pareggio di bilancio, ancora una volta si colpiranno i lavoratori e, in particolare i lavoratori precari di Cri che saranno liquidati dopo anni di onorato servizio a tutela dei cittadini in vari servizi, dal 118 in Italia al Cem di Roma, gestiti da Cri», denuncia Massimiliano Gesmini del coordinamento nazionale Usb/Cri. «Altro che alla frutta! Stanno per servirci l’amaro - aggiunge».

Un capitolo a parte meritano invece i militari: molti di loro sono già stati dislocati in diverse regioni italiane, in base al piano di riordino a cui il Commissario Francesco Rocca sta lavorando da due anni. Per loro infatti è previsto il ritorno al Ministero della Difesa in un ruolo ad esaurimento. «Si è arrivati conclude l’Unione sindacale di base della Cri - a ridurre un'Associazione e un Ente glorioso come la Cri, ad una vecchia prostituta il cui unico obiettivo è quello di far cassa infischiandosene se poi ci rimettono i poveri malati, disabili, lavoratori».





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I farmaci equivalenti sono tali solo di nome, o anche di fatto?

Corriere della sera


Non vi sono ragioni per supporre differenze significative. E i «generici» fanno risparmiare soldi allo Stato



Al posto dei farmaci che prendevo di solito, un po’ di tempo fa hanno cominciato a darmene altri, assicurandomi che erano «generici equivalenti» e costavano meno. Poi mi sono accorta che qualcosa non andava: i disturbi ricomparivano. Sono tornata ai «vecchi» farmaci e i disturbi sono spariti. Ho iniziato a farmi domande su questi «generici» e alla fine il mio medico ha ammesso: «Non sono sempre equivalenti agli originali, non tutte le case farmaceutiche li fanno come si deve, anche quando si tratta di prodotti salvavita». Servirebbero controlli seri ma, si sa, le farmaceutiche sono potenti... Che cosa devo pensare?


Risponde Silvio Garattini
Direttore Istituto Ricerche Farmacologiche, Mario Negri, Milano


Farmaci «equivalenti»: funzionano?
Farmaci «equivalenti»: funzionano?
Questa lettera riflette probabilmente il parere di molti italiani e — ahimè — anche di parecchi medici. Purtroppo il nome di farmaci generici (che deriva dalla traduzione letterale inglese) in italiano suona male perché dà l'idea di qualcosa che serve un po' per tutti i mali. Si dovrebbe parlare invece di medicinali equivalenti. Gli equivalenti sono prodotti analoghi ai farmaci di marca e possono essere prodotti quando i medicinali di marca hanno esaurito il periodo del brevetto. Devono essere commercializzati a un prezzo almeno il 20% inferiore rispetto ai prodotti di marca e devono recare il nome del principio attivo. Questo rappresenta un vantaggio perché il medico sa che cosa prescrivere e non rischia di confondersi, visto che molti prodotti di marca, ognuno con un proprio nome di «fantasia», contengono alla fine lo stesso principio attivo. I farmaci equivalenti sono messi in commercio solo dopo aver presentato una documentazione che riguarda la purezza del prodotto e la velocità di dissoluzione nel caso si tratti di compresse. Questi parametri devono essere sovrapponibili a quelli del corrispettivo prodotto con nome di fantasia.

Inoltre si devono misurare nel sangue le concentrazioni del farmaco che — pur nell'ambito della variabilità individuale — devono essere simili a quelli ottenibili con il prodotto di riferimento. Infine numerosi studi clinici — anche per i farmaci «salvavita» — hanno dimostrato che il passaggio dalla somministrazione del farmaco equivalente a quella del farmaco di marca e viceversa non comporta cambiamenti di efficacia o di tollerabilità. Non vi sono quindi ragioni per supporre che vi siano differenze significative. D'altra parte questo sembra essere un problema italiano perché in tutto il mondo e in particolare in Germania e Inghilterra il mercato dei farmaci equivalenti è almeno tre volte maggiore rispetto all'Italia.

Da dove nascono, allora, i dubbi sugli equivalenti? Soprattutto da ragioni commerciali molto evidenti. Le industrie hanno un notevole interesse ad ostacolare il diffondersi degli equivalenti, perché per mantenere la competitività dei prodotti di marca le ditte devono diminuirne il prezzo e per di più vedono erose le loro vendite dalla concorrenza. Anche i medici spesso esprimono dubbi, perché quando prescrivono un farmaco di marca, magari, in qualche caso si possono aspettare un ringraziamento da parte dell'industria che lo produce, mentre il farmaco equivalente può essere prodotto da molte industrie farmaceutiche. È molto importante che i cittadini si rendano conto del fatto che i farmaci equivalenti fanno risparmiare soldi al Servizio sanitario (nel 2010 circa 600 milioni di euro), soldi che sono stati utilizzati per coprire in parte la spesa legata a farmaci molto costosi, come quelli utilizzati per i pazienti con tumore.


30 giugno 2011



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Manovra, giallo pensioni adesso sparisce la tassa sulle "sanguisughe"

di Mario Giordano


Il contributo di solidarietà sui vitalizi d’oro di ex onorevoli e super manager non è più nel pacchetto. Chi l’ha tolto e perché?




Perché è sparito il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro? Perché è sparita la «tassa sulle sanguisughe»? Nella manovra da 47 miliardi di euro varata l’altro giorno dalla maggioranza ci sono diverse misure sul fronte previdenziale, compreso anche l’innalzamento dell’età pensionabile, che colpisce tutti i cittadini. Manca invece una misura attesa: il balzello sui Paperoni della previdenza, che avrebbe colpito solo quelli che ogni mese incassano dall’Inps 40 o 50mila euro. E pensare che fino all’altra mattina, secondo quanto ci risulta, la misura era inserita in bozza. Poi è scomparsa all’ultimo minuto. Come mai? Chi l’ha tolta? E perché?
Come si dice: se ne vanno sempre i migliori.

E in effetti la «tassa sulle sanguisughe» non ci pareva un pessimo provvedimento. Anzi, al contrario: nel momento in cui si chiedono nuovi sacrifici ai cittadini in campo previdenziale, è doveroso cercare di dare un forte segno di cambiamento, andando a incidere, per la prima volta, in quelle sacche di privilegi che nessuna riforma Amato o Dini è mai riuscita a intaccare. La denuncia e la mobilitazione di queste ultime settimane avevano infatti portato alla luce dati impressionanti: da ex onorevoli che incassano 3108 euro al mese per essere stati in Parlamento appena un giorno (proprio un giorno solo!) a ex manager che sfruttando varie agevolazioni e fondi privilegiati arrivano a prendere 90mila euro al mese (come il recordman italiano, l’ex Telecom Mauro Sentinelli). E di fronte a questo scandalo la domanda, da più parti, era sorta spontanea come nelle vecchie trasmissioni di Lubrano: perché, se dobbiamo continuare a tagliare le pensioni, non cominciamo da quelle d’oro?
Così si erano messi in cantiere i provvedimenti necessari. Tre le misure studiate: l’abolizione dei vitalizi per parlamentari e consiglieri regionali, il contributo di solidarietà per gli assegni più ricchi e il blocco della rivalutazione automatica.

Delle tre misure nella bozza è rimasta solo l’ultima, la più light, cioè il blocco della rivalutazione automatica: nel biennio 2012-2013, infatti, non sarà concesso l’adeguamento alle pensioni 5 volte superiori al minimo, mentre è ridotto al 45 per cento l’adeguamento delle pensioni da 3 a 5 volte superiori al minimo. Si badi bene: si parla di blocco e non di taglio. E soprattutto non si parla di pensioni d’oro, ma di pensioni intorno ai 2mila euro mese. Non è certo questo il modo per colpire i veri privilegi.

Che fine hanno fatto, invece, le altre due misure? Per quanto riguarda l’abolizione dei vitalizi per parlamentari e consiglieri regionali bisogna aspettare il nuovo documento di Tremonti sui costi della politica, augurandosi che nel frattempo la reazione della casta non blocchi tutto. (Sarebbe un grave errore: è mai possibile, tanto per dire, che ogni mese paghiamo la baby pensione all’ex governatore Marrazzo, 52 anni appena compiuti e stipendio Rai assicurato? È mai possibile che paghiamo la pensione a Toni Negri, per i suoi 64 giorni in Parlamento? E che da novembre saremo costretti a pagarla a Cicciolina? È mai possibile che nel luglio 2010, in piena crisi economica, i consiglieri regionali della Puglia si siano aumentati il vitalizio di 1231 euro lordi al mese, da 8.840 a 10.070 euro)?

Resta l’ultima misura attesa: il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro.

E qui si apre il piccolo mistero di cui vi abbiamo parlato: ci risulta infatti che fino all’altra mattina la «tassa sulle sanguisughe» fosse inserita in bozza. Era stato ipotizzato, infatti, un contributo pari al 5 per mille su tutte le pensioni 20 volte superiori alla minima, cioè quelle dai 9mila euro in su. Era una vera e propria «tassa sulle sanguisughe» che avrebbe colpito un numero ristretto (circa 8mila) di Paperoni previdenziali, generando un gettito piuttosto significativo (oltre i 100 milioni di euro). Tutti i calcoli già fatti, tutti i pareri legali richiesti. Poi all’improvviso quella norma è sparita.
Sia chiaro: il contributo sulle pensioni d’oro non sarebbe stato sufficiente a correggere gli errori accumulati in anni di scandali e privilegi, ma se non altro avrebbe dato un segnale di svolta. Un segnale sicuramente più incisivo del blocco della rivalutazione.

E avrebbe reso più accettabili tutti gli altri (necessari) interventi in campo previdenziale, innalzamento dell’età pensionabile compreso. Invece, all’ultimo minuto, nottetempo, quella misura che avrebbe danneggiato 8mila sanguisughe e portato benefici a tutti gli altri italiani, è stata cancellata. Qualcuno sa spiegare perché? E qualcuno, per caso, può incaricarsi di reintrodurla, magari con un apposito emendamento?





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La Cassazione: vanno mantenuti anche i figli con il posto fisso

La Stampa


ROMA - I figli trovano lavoro con regolare contratto, con i contributi e busta paga nemmeno troppo leggera. Ma questo non basta: chi è tenuto a versare l'assegno alla ex moglie per provvedere alle esigenze dei ragazzi deve continuare a farlo. L'avvertimento arriva dalla Cassazione: per mettere fine all'esborso mensile, infatti, l'impiego - dicono i supremi giudici - deve essere consono alle aspettative maturate con il titolo di studio, anche quando si tratta di un modesto diploma da ragioniere, non di una laurea prestigiosa. Per di più la retribuzione dei figlioli, anche se è quella prevista dalla legge, deve essere di una certa consistenza. 



Per fare l'esempio del caso affrontato dalla Suprema Corte, 600 euro per un lavoro fisso part-time, mentre si vive ancora con la mamma sotto un tetto già pagato, non esimono il padre, anche se è un povero pensionato, dal versare il contributo per la figlia.

La Cassazione ha respinto il ricorso di Antonio R., un artigiano in pensione di Perugia, stufo di versare la paghetta di 150 euro mensili per la figlia venticinquenne dato che la ragazza, ormai da tempo, lavorava, in regola, come commessa part-time presso una azienda e aveva uno stipendio di 600-650 euro al mese.

Siccome la figlia Teresa ha il diploma da ragioniera, per la Cassazione, l'impiego reperito non è adeguato rispetto al titolo di studio e bisogna che papà Antonio pazienti ancora un po' e tiri la cinghia con la sua magra pensione. Le ragioniere - nel mercato del lavoro, osservano i supremi giudici - non vanno più a ruba come una volta, e poi l'entità della busta paga non è sufficiente a consentire l'autosufficienza della giovane, seppur convivente con la madre.

In proposito la Cassazione - sentenza 14123 della Prima sezione civile - ricorda che «l'obbligo di versare il contributo per i figli maggiorenni al coniuge presso il quale vivono, cessa solo quando il genitore obbligato provi che essi abbiano raggiunto l'indipendenza economica, percependo un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali condizioni di mercato». Per cessare l'esborso, il genitore onerato deve provare che il figlio che mantiene si sia «sottratto volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata».

Nel caso affrontato, la Suprema Corte ha condiviso il ragionamento della Corte d' Appello di Perugia che - nell'affermare il protrarsi dell'obbligo di mantenimento - aveva messo in evidenza la circostanza che «normalmente, anche lo sfruttamento di un diploma da ragioniera, di cui Teresa è munita, richiede oggi un tempo ben maggiore che nel passato». E poi il suo stipendio (pari a circa 600/650 euro mensili), era di «evidente inadeguatezza rispetto alle complessive esigenze di vita della ragazza». Inutile il tentativo di papà Antonio di far presente che, da quando era andato in pensione, il suo reddito si era molto assottigliato e non era certo colpa sua se Teresa «si era rifiutata di collaborare nell'azienda artigianale paterna».

Si deve accontentare del fatto che in primo grado, il Tribunale, aveva dimezzato gli originari 300 euro di assegno. Per quanto riguarda la "misurazione" dell'autosufficienza, i supremi giudici avvertono che essa «deve essere accertata anche sulla base di una corrispondenza, quanto meno tendenziale, fra le capacità professionali acquisite e le reali possibilità offerte dal mercato del lavoro, tenendo naturalmente conto, dell'assenza di colpevoli inerzie o rifiuti ingiustificati e, soprattutto, dell'entità dei proventi dell'attività esercitata nella ragionevole attesa di una collocazione nel mondo del lavoro adeguata alle capacità professionali e alle proprie aspirazioni, se ed in quanto concretamente e meritevolmente coltivate, nonchè prive di qualsiasi carattere velleitario». Ora Antonio deva anche versare mille euro per aver perso la causa in Cassazione.


Mercoledì 29 Giugno 2011 - 15:55    Ultimo aggiornamento: 21:53




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Restivo «colpevole» per il delitto Barnett Rito abbreviato per l'omicidio Claps

Corriere della sera

Il gup lo rinvia a giudizio. Processo al via l'8 novembre Nel Regno Unito giovedì sarà nota la sentenza


MILANO - Danilo Restivo, il 39enne italiano accusato di aver assassinato Elisa Claps a Potenza quasi 18 anni fa, è stato riconosciuto colpevole da una giuria del tribunale inglese di Winchester dell'omicidio della sarta britannica Heather Barnett, barbaramente assassinata il 12 novembre 2002. La giuria era composta da sette uomini e da cinque donne. Heather Barnett fu uccisa a colpi di martello nella sua abitazione di Bournemouth, città dove nel frattempo Restivo si era trasferito per rifarsi una nuova vita lontano da Potenza. La donna fu trovata dai figli nel bagno, con la testa fracassata, il seno mutilato e due ciocche di capelli non suoi fra le mani. La sentenza sarà resa nota probabilmente giovedì. Con la sentenza nel Regno Unito si allontana sempre di più la possibilità di vedere Danilo Restivo presente fisicamente alle udienze che si terranno a Salerno. Con la condanna della Corte della Corona, infatti, Restivo dovrà scontare la pena in Inghilterra e sulla richiesta di estradizione avanzata dai magistrati salernitani, dovrà mediare Eurojust: l'organo della Comunità europea che ha lo scopo di promuovere il coordinamento di indagini e procedimenti giudiziari fra gli Stati membri.


LA FAMIGLIA DI ELISA- «Una sensazione quasi liberatoria: è sfuggito alla giustizia per troppo tempo» ha commentato con l'Ansa Gildo Claps, fratello di Elisa. «Per 18 lunghi anni abbiamo inseguito la verità, che per noi è stata chiara da subito: ora la condanna per il delitto Barnett ci restituisce già qualcosa» ha aggiunto Gildo Claps. «Il processo in Inghilterra si è basato per larga parte - ha continuato - su elementi dell'omicidio di Elisa. La condanna di Restivo è un segnale anche per tante altre vittime e tanti altri genitori che aspettano giustizia: in questi lunghi anni ne abbiamo conosciuti tantissimi».

L'UDIENZA A POTENZA - Poche ore prima della sentenza nel Regno Unito a Salerno il gup Elisabetta Boccassini ha accolto la richiesta di rito abbreviato per Danilo Restivo e lo ha rinviato a giudizio per l'omicidio di Elisa Claps. Il processo comincerà l'8 novembre. Il rito abbreviato era stato chiesto dalla difesa dell'imputato.

IL PROCESSO NEL REGNO UNITO - Danilo Restivo si è sempre detto innocente: «Non ho mai ucciso nessuno». Durante il processo per l'omicidio di Heather Barnett ha risposto sui vari punti sollevati dall'accusa. Sul coltello rinvenuto in una borsa nella sua macchina, l'uomo aveva sostenuto di averlo trovato in un prato a Throop, dove alcuni bambini stavano giocando, mentre per le forbici, aveva dichiarato di usarle «per ritagliare gli articoli di giornale e gli annunci di lavoro». Sui fazzoletti, tuttavia, anch'essi trovati vicino al coltello, il 39enne era caduto in contraddizione, prima sostenendo di averli presi vicino al ponticello e poi spiegando che servivano per raccoglierci gli insetti con cui alimentava le lucertole che teneva in casa. Quanto al passamontagna, Restivo si era giustificato adducendo a una sinusite cronica che lo obbligava a indossarlo per mantenersi al caldo. Il magistrato Michael Bowes aveva dichiarato alla stampa inglese che «ci sono impressionanti similitudini tra la morte di Heather Barnett e quella di Elisa Claps». I due delitti, aveva aggiunto, «sono così somiglianti che sono senza dubbio opera di un uomo solo».


Elisa Claps
LA SCOMPARSA DI ELISA - Studentessa al terzo anno del liceo classico Elisa Claps uscì di casa la mattina del 12 settembre 1993 per recarsi alla messa, dopodiché di lei si perse ogni traccia; secondo le testimonianze, la giovane aveva detto ad un'amica di dover incontrare una persona nella Chiesa della Santissima Trinità, in via Pretoria, nel centro storico di Potenza. Restivo fu l'ultima persona ad averla vista viva. Il 17 marzo 2010, i resti di Elisa Claps furono ritrovati occultati in fondo al sottotetto della chiesa potentina della Santissima Trinità. Furono trovati per caso da operai impegnati nei lavori di ristrutturazione. Oltre ai resti umani furono trovati anche un orologio, i vestiti e i resti di un paio di occhiali.



Redazione online
29 giugno 2011

P4, pm senza freni: spiati 4,5 milioni di colloqui La denuncia di Fede: "Bugie e fughe di notizie"

di Stefano Zurlo

Panorama rivela i numeri del castello accusatorio della procura di Napoli. Il computer di Bisignani grazie a un costoso virus è stato usato come altoparlante per captare pure i respiri. Intercettate 70mila conversazioni. E la polizia tributaria denuncia: "Le spese sono troppe"




Più che di intercettazioni si deve parlare di guerra elettro­nica. Per dare l’assalto al pc di Luigi Bisignani la Guardia di fi­nanza ha elaborato una strate­gia da 007: ha inoculato un vi­rus nel computer, un Vaio, del presunto capo della P4 e in que­sto­modo è entrata nelle conver­sazioni del giornalista. Per tre mesi tutto quello che avveniva fra le pareti dello studio di piaz­za Mignanelli 3 a Roma veniva registrato e finiva nei brogliacci dei militari. Nulla è sfuggito al­la caccia: nemmeno uno spillo d’informazione. Le Fiamme gialle hanno raccolto e letto le telefonate, le email, i file. Tutti i messaggi sono stati catturati e decifrati. Per tre mesi il grande orecchio ha captato sussurri e sfoghi, confidenze e sfuriate, proposte e chiacchierate a ruo­ta libera, bla bla noiosissimi e disquisizioni sui massimi siste­mi. Il Vaio che doveva essere il confessionale di Bisignani è di­v­entato un altoparlante punta­to sul backstage della Seconda repubblica. Con molto fumo e poco arrosto, almeno per ora, servito ai magistrati e poi, attra­verso i giornali, all’opinione pubblica. I numeri grandiosi dell’inchiesta sulla P4, scovati da Maurizio Tortorella di Pano­rama , lo confermano.

Panorama, oggi in edicola, dà una cifra riassuntiva da fan­tascienza dello sforzo senza precedenti compiuto dai finan­zieri napoletani: gli elementi raccolti sono 4.415.628. Il tutto fra il 13 dicembre 2010 e il 16 marzo di quest’ anno. Insom­ma, il sistema d’intercettazio­ne del flusso telematico, chia­mato Querela, ha consegnato agli investigatori anche i respiri di Bisignani e dei suoi interlocu­tori. Una radiografia senza pre­cedenti: le indagini tradiziona­li al confronto paiono preisto­ria da museo. Ma la procura di Napoli non si è fatta mancare niente; anche le vecchie, care ci­mici nel telefono hanno dato i loro frutti: da luglio a febbraio, dunque per un periodo più lun­go­di quello sfruttato da Quere­la, i militari hanno ascoltato in cuffia 38mila conversazioni di Bisignani, circa 70mila conteg­giando anche quelle transitate per i cellulari degli altri indaga­ti. Il giornalista è stato seguito e inseguito su una quindicina di utenze diverse. Poi Querela ha completato l’accerchiamento.

Piccolo dettaglio: il cavallo di Troia costa. E il 16 marzo scor­so il comandante del gruppo di polizia tributaria di Napoli Lui­gi Acanfora lo ricorda ai pm, sot­tolineando che da 29 giorni il computer monitorato tace. Per questo Acanfora invita i pm a pesare vantaggi e svantaggi del lavoro alla James Bond: «Valuti­no le signorie vostre l’opportu­nità di cessare le operazioni, considerato l’elevato costo del sistema d’intercettazione tele­fonico ». Ma i pm non hanno tol­to le tende. E l’indagine è anda­ta­avanti battendo record su re­cord. Quattro milioni e mezzo di conversazioni, naturalmen­t­e nel senso più ampio della pa­rola, sono finite nella rete dei magistrati che il 22 luglio ripro­porranno le loro argomentazio­ni al tribunale del Riesame e chiederanno di nuovo l’arresto di Bisgnani per associazione per delinquere, un reato boc­ciato dal gip. I numeri sono im­ponenti, i risultati, al momen­to, modesti.



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Repubblica senza freni ora mette sotto processo anche lo Spirito Santo

di Luca Doninelli

Sul quotidiano del gruppo l’Espresso il teologo Mancuso critica il Papa per la nomina del cardinale Scola ad arcivescovo di Milano citando persino il "pluralismo dei Vangeli"




Il saluto al nuovo arcivescovo di Milano viene affidato, da parte del secondo maggior quotidiano del Paese, la Repubblica, alla scrittura insinuante di Vito Mancuso, che eleva un discreto monumento al cardinale Scola, ma piazza dentro il piedistallo la carica di dinamite destinata a distruggerlo. 


Il sunto dell’articolo è il seguente: scegliendo Scola, Benedetto XVI pone sulla cattedra milanese un uomo di grande fede, carità e cultura, un intellettuale di grande prestigio: peccato che, scegliendo un uomo di formazione ciellina, abbia dichiarato pressoché chiusa l’avventura del cattolicesimo democratico italiano.


Senza il cattolicesimo democratico, dice Mancuso, le «istanze più aperte al cambiamento» non avranno più nessuna possibilità «di essere comprese come reali esigenze della vita concreta, senza essere bollate a priori come eresie».

Mancuso non dice di quali esigenze si tratti, ma si possono indovinare, anche perché il richiamo, fin dalle prime righe, alla vittoria di Pisapia nelle elezioni per il Comune di Milano basta da sé a fornire un elenco delle priorità sociali: divorziati, omosessuali, fine vita e così via.

Ma tra le priorità sociali ci sono anche e soprattutto gli stranieri: e l’Italia in questo si aspetta qualcosa da Milano. Ora, la presentazione di Scola come «teologo sistematico» (espressione bruttina, che fa pensare a un erudito vagamente impolverato, con qualche ragnatela qua e là, tutto immerso nei suoi studi teologici e sdegnosamente lontano dalla «vita concreta») fa abilmente passare in secondo piano l’impegno del nuovo Arcivescovo di Milano per il dialogo interculturale e interreligioso, cui ha dedicato molti importanti interventi nonché un’intera rivista, Oasis. Tenuto conto del fatto che a Milano la voce del cardinale Tettamanzi è stata una delle poche a levarsi con forza in difesa dei diritti degli stranieri, sarebbe stato giusto osservare che la nomina di Scola, che a questo tema si è dedicato anche a livello di modelli teorici (e la teoria è, mi si permetta, una delle cose che mancano di più, nella cultura odierna, laica o cattolica che sia), appare in perfetta continuità con l’opera e il pensiero dell’Arcivescovo uscente.

Ma il pezzo forte arriva quando Mancuso dubita che una Chiesa come questa - che egli ritiene ormai a senso unico - sia secondo la volontà dello Spirito, «che ha sempre amato il pluralismo visto che di Vangeli ne ha ispirati quattro, e non uno solo». 


Verrebbe voglia di liquidare un’affermazione come questa con un semplice sfottò, ma non sarebbe giusto. Difficile stabilire le preferenze politiche dello Spirito Santo. Difficile interpretare lo Spirito. Il metodo - duro, durissimo - che Dio, incarnandosi, ha suggerito all’uomo si chiama Storia: è nell'adesione alla realtà concreta di tutti i giorni che si rivela la volontà dello Spirito, il quale ha molti doni, però è uno solo. Dura cosa da comprendere: dura e splendida.

Conobbi, anni fa, un vecchio parroco che litigava tutti i giorni con lo Spirito Santo: «Lui, ripeteva il vecchio canuto, fa un sacco di cose, crea, inventa: poi però tocca a noi parroci gestire il tutto, e mi creda che col tetto che ti piove in casa, i lavori dell’abside da completare, l’impianto di riscaldamento da rifare, le beghe tra parrocchiani, la sciura che ce l’ha a morte con quell’altra sciura e i soldi che mancano sempre, stare poi dietro anche a Quello Là non è un bell’affare». Il vecchio morì, questo va detto, in odore di santità. Né si permise mai di interpretare lo Spirito: ubbidì sempre, sia pure di malavoglia.

La mania di interpretare lo Spirito si chiama, invece, clericalismo. C’è molto di clericale nelle parole di Mancuso, che accetta di fare la parte dello «scemo del villaggio», una parte che richiede in realtà molta accortezza, e che consiste nel dire in faccia a tutti quello che altri non oserebbero mai dire.

Mancuso parla perché sa di non contare nulla se non a livello mediatico, non essendo né un uomo di gerarchia né un importante teologo. Ma parla, senza bisogno di patti segreti, a nome di altri, ben più posizionati di lui, che invece non lo faranno, e che anzi magari lo smentiranno pubblicamente, anche se la pensano come lui.
L’articolo di Mancuso è, insomma, una garbata dichiarazione di guerra, e la sua lettura mette tristezza. Immagino che il Card. Scola sapesse già chi troverà al proprio fianco e chi dovrà cercare di conquistare, vincendo una posizione inizialmente ostile. È nell’ordine delle cose.

Ma questa immagine di una Chiesa fatta di bande non è veritiera. Esistono correnti, posizioni anche distanti tra loro, ci sono i ciellini e i cattolici progressisti, i neocatecumenali e i tradizionalisti, i cattocomunisti e i cattofascisti, e così via. Ma la Chiesa, con il suo perenne miracolo, non si riduce certo a questo.





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L'Osama privato: frugale e poco rispettato dai collaboratori

Corriere della sera

Emergono dagli Usa particolari sulla vita dell'ex capo di Al Qaeda: risparmiava su tutto e faceva fatica a imporsi


WASHINGTON (USA)– Un Osama parsimonioso e frugale. Che spendeva davvero poco per vivere ad Abbottabad, Pakistan. Un grande latitante che, a corto di denaro, doveva forse arrangiarsi vendendo monili. Fonti pachistane e americane, citate dai giornali della catena «McClatchy», hanno fornito nuovi particolari su Bin Laden e, per certi aspetti, hanno anche rivisto il suo ruolo.

LE SPESE – Osama non si preoccupava direttamente della gestione della casa, ma erano i due presunti corrieri a farlo. Molto meticolosi e precisi. E non è una sorpresa. Documenti sequestrati in Afghanistan hanno mostrato che i qaedisti sono stati sempre molto pignoli nel tenere in ordine la loro «cassa». Ad Abbottabad, i commandos americani hanno trovato le bollette delle utenze. Gli abitanti dell’edificio – quasi 30 persone, tra cui 18 minori – spendevano appena 18 dollari al mese per il gas. Cifra davvero irrisoria. Un vicino, con una famiglia ben più piccola, arriva a una media di 54 dollari mensili. Altra bolletta, quella della luce: il «clan» Bin Laden pagava circa 80 dollari. Molto attenti anche nella spesa per il cibo. I corrieri si limitavano ad acquistare lenticchie e riso in un negozio poco distante. Aspetto curioso raccontato dal bottegaio: i due emissari di Bin Laden avevano conti rigorosamente separati. Così come erano separati i 4 allacciamenti della luce all’interno della palazzina.

I GIOIELLI – Le indagini successive all’uccisione di Osama hanno accertato che i collaboratori del terrorista trafficavano in gioielli. Li acquistavano e li rivendevano. Ma stiamo parlando di cifre contenute: tra i 1500 e i 2000 dollari per set di anelli, collane, orecchini. La polizia ha trovato le ricevute delle transazioni in alcuni negozi della regione. L’ipotesi che alcuni fossero dei regali che Bin Laden doveva fare, ma non è escluso che i suoi complici cercassero la quadratura dei conti con qualche piccolo baratto. Gli americani, fino ad oggi, non hanno fornito troppi particolari su come Osama abbia finanziato la sua lunga latitanza. Dopo il blitz è stato svelato che negli abiti del terrorista sono stati trovati cuciti 500 euro. Una sorta di kit di emergenza per la fuga. Infatti, oltre al denaro, c’erano due numeri di telefono.

IL RUOLO – Osama, si è detto, ha continuato a coordinare le operazioni di Al Qaeda. O meglio, questo è ciò che emerso dai documenti sequestrati ad Abbottabad. Ma questa valutazione è stata negli ultimi tempi rivista. Bin Laden scriveva, impartiva ordini attraverso un complesso sistema gestito dai corrieri, dettava strategie ma i qaedisti facevano poi di testa loro. Secondo la nuova interpretazione – peraltro parziale – il fondatore faticava a farsi rispettare. Forse aveva problemi a mantenere i contatti con i diversi gruppi ed è anche possibile che i suoi desideri – ad esempio, attacchi su larga scala – si siano scontrati con la realtà sul campo. E i qaedisti, divisi e sparpagliati, hanno lanciato azioni minori.

Guido Olimpio
30 giugno 2011



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