lunedì 31 gennaio 2011

E' morta la donna più anziana del mondo

Corriere della sera


Eunice Sanborn aveva 115 anni: è deceduta in Texas. Ora il «primato» passa ad un'altra americana, di 114 anni

 

STATI UNITI


Eunice Sanborn: era la donna più anziana del mondo. E' morta in Texas a 115 anni
Eunice Sanborn: era la donna più anziana del mondo. E' morta in Texas a 115 anni
NEW YORK - I familiari e i conoscenti di Eunice Sanborn non hanno dubbi: era lei, la loro nonna di 115 anni, la donna più anziana al mondo. La donna è morta oggi a Jacksonville, in Texas. Eunice Sanborn era nata a Lake Charles, in Louisiana, il 20 luglio del 1896. Secondo un gruppo specializzato in questo tipo di indagini, il Gerontology Research Group, la più anziana donna al mondo è ora Besse Cooper, nata il 26 agosto nel 1896 in Tennessee. (Fonte: Ansa)

31 gennaio 2011



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Pulito e restaurato riapre a palazzo Venezia il balcone di Mussolini

di Jacopo Granzotto



Il Sottosegretario Francesco Giro commenta: "Cade la damnatio memoriae". Napolitano in visita: "È piccolissimo"



Il balcone di Palazzo Venezia, quello dal quale Benito Mussolini dichiarò guerra alla Francia e al Regno Unito il 10 giugno del 1940, è stato ripulito, restaurato e sarà probabilmente riaperto al pubblico. Lo spiega il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Maria Giro, il quale ha raccontato che stamattina il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto visionarlo, alla fine della mostra «Due imperi-l'Aquila e il Dragone». «Il Capo dello Stato non si è affacciato - ha raccontato Giro - ha visto il balcone e ha commentato "ma è piccolissimo".

«Il balcone era in stato di abbandono ed era pieno di attrezzature - ha continuato il sottosegretario - ora è stato ripulito per bene e potrà essere visitato da tutti. E la Sovrintendenza del Polo Museale sta immaginando di aprirlo al pubblico nell'ambito delle visite al museo».
«Cade la damnatio memoriae del balcone - ha concluso Giro - non dei misfatti storici dell'epoca: una cosa è il balcone e una cosa è l'uomo». Fin troppo facile prevedere la fila di curiosi.




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Inps, ritenute fiscali su pensioni al minimo "E gli anziani vivono con 9 euro al mese..."

Quotidiano.net


La vicenda emerge grazie a un'interrogazione parlamentare del Pd in seguito alla segnalazione di una pensionata di Pistoia che invece di 583 euro se ne è vista recapitare solo 9


Roma, 31 gennaio 2011


Il vice presidente del Senato Vannino Chiti (Pd) denuncia - in una interrogazione presentata assieme ad altri senatori della Commissione Lavoro del Pd - la situazione di estremo disagio causata a numerosi anziani ai quali l’Inps ha ricalcolato le ritenute fiscali dell’intero anno 2010 recuperandole integralmente nei soli mesi di gennaio e febbraio 2011. Dal momento che si tratta di pensioni minime, sui 600 euro al mese, questi cittadini avranno nei mesi di gennaio e febbraio nove euro con i quali dovrebbero vivere.

Uno di questi casi è stato riportato all’attenzione dei senatori del Pd da una pensionata di Pistoia che, invece dei 583,53 euro che avrebbe dovuto ricevere di pensione, "si è vista pagare al netto per il mese di gennaio la somma di 9 euro. Come se niente fosse - sottolinea il senatore Pd - l’Inps ritiene che un cittadino in Italia possa vivere con 9 euro al mese. Si è di fronte a casi nei quali il cinismo burocratico non si rende conto della realtà che vive buona parte degli anziani del nostro Paese".

Insomma, "è inaccettabile
- continua Chiti - che persone, già in condizioni precarie e a rischio povertà, siano costrette a fronteggiare tali difficoltà. Occorre che le frange più deboli e fragili della popolazione siano protette e non abbandonate a loro stesse. Ci attendiamo - conclude Chiti - un chiarimento da parte del Governo e un intervento della stessa Inps per porre rimedio a queste situazioni, dilazionando il recupero in un tempo assai più ampio.  Donne e uomini anziani, che dopo una vita di lavoro, devono far fronte ai problemi della quotidianità con meno di 600 euro al mese, avrebbero bisogno in un paese avanzato di sostegno e pensioni adeguate e non meritano certo trattamenti simili".





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Terrorismo su internet, l'imam di Catanzaro arrestato con il figlio

di Redazione



Dalla preparazione di ordigni, al proselitismo tra i fedeli con finalità di terrorismo. In Italia e all'estero. In manette M’hamed Garouan, imam di Sellia Marina, con il figlio 25enne e un altro 28enne. Le indagini duravano da due anni


 
Catanzaro - Il sito si chiamava Nostalgia. Non si parlava del Nord Africa e della casa lontana, ma di confezionare bombe e ordigni, preparando militanti islamici al terrorismo. Tre cittadini di origine marocchina, tra cui M’hamed Garouan, l’imam della moschea di Sellia Marina, sono state arrestate dalla digos di Catanzaro al termine di una indagine durata circa due anni in collaborazione con la polizia postale. Gli altri due arrestati, cui viene contestato il reato di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale, per aver ricevuto e fornito documentazione e materiale informatico con istruzioni sulla preparazione e uso di esplosivi, di armi da fuoco, sono Brahim Garouan, 25 anni, figlio dell’imam, e Younes Dahhaki, 28 anni, abitante a Lamezia Terme.

L'imam e il terrorismo Nel corso delle indagini gli investigatori della polizia hanno acquisito numerosi elementi probatori a loro carico. "C’è la conferma di un utilizzo della rete internet - spiega Sergio Mariotti, dirigente della polizia postale - come strumento non solo per la radicalizzazione ideologica, ma soprattutto per l’addestramento dei singoli alla preparazione e all’uso di ordigni". Quella scoperta è una vera e propria cellula che aveva nell’imam l’elemento di spicco che diffondeva il suo verbo anche attraverso i sermoni tenuti nella moschea. Sono emersi collegamenti attraverso gli scambi informatici con realtà all’estero oltre che in Italia. Garouan è vicino alla galassia del gruppo Salafita per la Predicazione e il combattmento già nota in diverse inchieste svolte in Italia anche da altre procure.

Proselitismo La Rete veniva usata anche come strumento per la "radicalizzazione e proselitismo nei confronti degli appartenenti alle comunità islamiche, sia attraverso i sermoni all’interno della moschea di Sellia Marina con la diffusione di supporti informatici contenenti documentazione multimediale di propaganda jihadista".




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Rai, blackout per alcuni canali trasmissioni in tilt in molte regioni

Corriere della sera


Un'avaria elettrica a uno degli impianti a Roma ha provocato l'oscuramento in tutta Italia 

 

TELECOMUNICAZIONI


ROMA - Trasmissioni televisive Rai in tilt lunedì mattina, per oltre un'ora, a causa di un'avaria alla rete di distribuzione elettrica in uno degli impianti dell'azienda a Roma. Il problema ha provocato il black out dei canali Rai in diverse regioni dove le trasmissioni di Viale mazzini sono "scomparse".

L'AZIENDA - Secondo fonti Rai il problema è in via di soluzione.«Un'avaria alla rete di distribuzione eletrtrica in uno degli impianti dell'azienda a Roma, in via di soluzione, ha creato disservizi per oltre un'ora che hanno impedito la regolare diffusione dei programmi tv Rai», si legge in una nota diffusa dalla stessa Rai. Questo ha creato problemi alla diffusione dei programmai in tutta Italia e non nella sola zona della capitale. Sono in corso ulteriori accertamenti sulla dinamica e le dimensioni dell'avaria.

SITI IN TILT - Oltre al black out dei canali tv, da alcune ore si riscontrano problemi di connessione anche con i siti Internet della Rai.

red. on.
31 gennaio 2011



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Il democratico Bocchino minaccia Il Cav lasci o finirà come Mubarak

di Andrea Indini



Bocchino accetta la proposta di D'Alema di creare un'ammucchiata in chiave anti Cav: "Siamo un gradino sotto l'emergenza democratica. Ora Berlusconi si dimetta, anche Ben Alì all'inizio non voleva". Sul piano giudiziario: "Un paio di passaggi complicheranno la sua posizione". Poi invoca l'appoggio del Colle: "Sciolga le Camere anche senza la sfiducia"

 

Roma - L'idea è quella di rovesciare la volontà popolare in ogni modo. Il fine è quello di far cadere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con ogni mezzo. Anche dando vita a quella grande ammucchiata che ieri aveva invocato il presidente del Copasir Massimo D'Alema. In un'intervista a Repubblica il capogruppo Fli a Montecitorio, Italo Bocchino, torna all'attacco invocando ancora una volta le dimissioni del Cavaliere e andando oltre. "Anche Ben Alì all'inizio non voleva lasciare - è il ragionamento del deputato finiano - a breve il premier sarà costretto a dimettersi". Come dire: la rivolta di piazza è lecita. I toni sovversivi. 

L'apertura del Fli a D'Alema Alla chiamata a una grande ammucchiata in chiave anti Cav, ora rispondono pure i finiani. Dopo l'apertura dell'Udc di Casini, Bocchino traccia i prossimi scenari che potrebbero portare a una "larga coalizione" capace di tenere insieme la sinistra radicale, i democratici, i centristi e gli ex missini. Una compagine variegata e accomunata unicamente dall'odio per Berlusconi. Non ci sono ancora programmi né, tantomeno, il nome di un leader alternativo. Non è, infatti, questo l'intento dell'ammucchiata. Dal momento che "siamo appena un passo sotto all'emergenza democratica", Bocchino concede una sola alternativa a Berlusconi: dimettersi e "indicare al capo dello Stato una rosa di nomi" su cui "trovare una convergenza ampia".

Fli vuole ribaltare il governo Il diktat di Bocchino non tiene presente che l'emergenza democratica non c'è, che la vera anomalia è l'assalto giudiziario messo in campo dalla magistratura e cavalcato dalle opposizioni in parlamento per screditare il premier agli occhi dell'opinione pubblica. "Anche Ben Alì non avrebbe voluto lasciare - insiste Bocchino sulle colonne del quotidiano diretto da Ezio Mauro - anche Mubarak non vorrebbe farlo". L'esponente di Futuro e Libertà ragiona come se in parlamento non ci fosse alcuna maggioranza e come se il consenso tra gli elettori non mantenesse salde le percentuali godute dal governo prima del caso Ruby. Per questo Bocchino sa che la sola soluzione è la grande ammucchiata: "Se (Berlusconi, ndr) pensa di scatenare una guerra civile, senza piombo ma con armi mediatiche, e trascinare il Paese al voto, allora saremmo di fronte a quella emergenza democratica di cui parla D'Alema e ci comporteremmo di conseguenza". 

Oscure previsioni Il capogruppo di Fli alla Camera descrive il nostro Paese a tinte fosche azzardando addirittura similitudini con l'Egitto e la Tunisia. Allude a rivolte di piazza. Non a caso Bocchino fa i nomi di Ben Alì e Mubarak. Da tempo l'opposizione cerca di scaldare la piazza per riuscire, in un modo o nell'altro, a far cadere il governo. Da ultimo Michele Santoro è sceso dal palco di Annozero per indire insieme a Travaglio una manifestazione a favore proprio di quella magistratura che sta cercando tutti i modi per incriminare il Cavaliere e portarlo in tribunale. Lo stesso Bocchino anticipa un imminente colpo di mano dei pm milanesi. "Un paio di passaggi complicheranno la sua posizione", spiega l'esponente del Flitirando nuovamente in ballo la posizione del consigliere lobardo Nicole Minetti e la droga del fidanzato della Polanco. 

La posizione di Napolitano Davanti a questi scenari inquietanti più volte Pdl e Lega Nord hanno sottolineato l'imbarazzante silenzio del Quirinale. Sebbene fonti vicine al colle assicurano che il presidente Giorgio Napolitano stia seguendo la situazione con apprensione, in molti tornano a invocare una sua presa di posizione contro l'ingerenza delle toghe. Tuttavia sono in molti quelli di Futuro e Libertà a contare proprio sul Colle per un possibile scioglimento delle Camera anche in assenza di una sfiducia in Parlamento. Secondo lo stesso Bocchino, per esempio, sarebbe una "mossa obbligata se il premier continuerà a fuggire ai suoi giudici, se preferirà attaccare i pm, se il ministro degli Esteri anziché occuparsi dell'Egitto farà ancora il fattorino, se tutto salterà per aria". Se tutto salterà per aria, appunto. Questo il vero, unico auspicio dell'opposizione.




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Calabria: arrestati tre marocchini con l'accusa di terrorismo

Corriere della sera

Da internet scaricavano e diffondevano dati su armi ed esplosivi e software per il sabotaggio informatico



MILANO - Tre marocchini sono stati arrestate dalla polizia in Calabria con l'accusa di addestramento ad attività di terrorismo internazionale. I tre (due sono padre e figlio), secondo l'accusa, da internet scaricavano e diffondevano documenti su armi ed esplosivi e software per il sabotaggio informatico. Nell'ambito della stessa operazione, coordinata dalla procura della Repubblica di Catanzaro, sono state eseguite nove perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati. Gli arresti e le perquisizioni sono state effettuate a conclusione di una complessa attività investigativa svolta dalla Digos della questura di Catanzaro e dalla Polizia postale.

(Ansa)
31 gennaio 2011

L'ultima di Carla Bruni: non sono più di sinistra

di Redazione



In un'intervista a Le Parisien la première dame rivela che a farle cambiare idea sarebbero state le posizioni della gauche francese, che sul caso "Polanski-Mitterrand ha detto le stesse cose di Le Pen"



Parigi - Colpo di scena all'Eliseo. La première dame Carla Bruni non è più di sinistra. A farle cambiare idea sarebbero state le posizioni della gauche francese. Lo rivela lei stessa di Francia in un’intervista al quotidiano "Le Parisien", in cui spiega che era di sinistra quando era "bobo", acronimo francese derivato dai termini "bourgeois-bohemien", i ricchi con atteggiamenti trasgressivi. "Facevo parte di una comunità di artisti", spiega Carlà, "eravamo bobo, di sinistra, ma a quell’epoca votavo in Italia. In Francia non ho mai votato per la sinistra e non è adesso che comincerò a farlo. Non mi sento più di sinistra". 

Perché ha cambiato idea La moglie del presidente francese spiega che a farle prendere le distanze dalla gauche sono stati "certi fatti, certi commenti, in particolare dopo il caso Polanski-Mitterrand", allusione a Frederic Mitterrand, il ministro della cultura nipote dell’ex presidente francese, che aveva sostenuto il regista Roman Polanski quando era stato arrestato in Svizzera su mandato internazionale delle autorità Usa, che lo accusano di aver stuprato una minorenne negli anni ’70. Il ministro era stato poi al centro di polemiche per aver avuto rapporti sessuali con minorenni ed essersene vantato nel suo libro autobiografico "La mauvaise vie" (La Vita Cattiva). Carla Bruni spiega che sull’argomento ha ascoltato "responsabili socialisti (francesi, ndr) dire le stesse cose del Fronte Nazionale (di Jean-Marie Le Pen, ndr). Una cosa che mi ha provocato uno choc". 

"Non farò mai politica" Carlà aggiunge che per lei quello della politica "rimane un mondo difficile. Non sarà mai il mio mestiere e non lo farò mai. Trovo coraggiosi quelli che lo fanno e li ammiro, ma è come la boxe. Non ho né le ossa, né i denti adatti, la politica è a volte violenta". La cosa che invece fa volentieri è "rappresentare la Francia all’estero" ("Lavorare per la gente di questo Paese: è un onore e ne sono fiera") e dedicarsi alle cause umanitarie come la sensibilizzazione dell’opinione pubblica nella lotta all’Aids.




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Neppure il pc capisce Nichi

di Massimiliano Parente



Dialogo virtuale tra un'intelligenza artificiale e l'aspirante leader della sinistra. Dopo poche battute il programma lo liquida: "Non ti capisco, parli italiano?"



Chissà perché l’intelligenza artificiale affascina molto più dell’intelligenza non naturale, forse perché la seconda riguarda gli esseri umani e c’è poco da ridere. Se però, dopo averne sentito tanto parlare, da 2001: Odissea nello spazio a Blade Runner a Matrix, volete capire una buona volta cosa è l’intelligenza artificiale, se volete provare questo brivido, seguite le seguenti istruzioni.
Accendete il vostro pc e collegatevi a www.cleverbot.com e cominciate a chattare con Cleverbot. Si tratta di un software che, recentemente, ha vinto la Bcs Machine Intelligence Competion, quindi non proprio il primo venuto. Se siete dei maniaci sessuali virtuali come me capirete che eroticamente c’è poco da fare, io non sono riuscito neppure a capire se fosse maschio o femmina, all’inizio Cleverbot mi ha detto di essere femmina e dopo un’ora di conversazione ha smentito tutto sostenendo di essere un maschio ma senza smentire di avere le tette, e quando ho chiesto incuriosito «Allora sei un trans?» ha risposto «Ti piacerebbe, eh?».
Per la disperazione sono andato anche sullo spinto e le ho chiesto come fossero i suoi piedi, e ha risposto «Sono due». Le ho chiesto se usasse smalto per le unghie e ha risposto coerentemente «Certo, sono femmina». Ho chiesto «Di che colore? Non farai come Barbara D’Urso che li smalta di verde e di azzurrino per farmi dispetto?» e Cleverbot ha risposto «Non la conosco». Comunque sia ognuno faccia i suoi test, familiarizzi con la faccia e l’interfaccia dell’intelligenza artificiale, e si prepari al passo successivo. Lasciate Cleverbot in standby e spostatevi su un social network, per esempio su Twitter.
Se come me avete un account Facebook ma non ne avete uno Twitter apritevene uno, e poiché su Twitter bisogna per forza seguire qualcuno, cominciate a seguire il primo che vi viene in mente, vostra moglie o vostro marito, il vostro fidanzato o la vostra fidanzata, la vostra amante o chiunque vi venga in mente di testare. Io per esempio ho scelto Nichi Vendola (quindi se qualcuno mi cerca su Twitter sappiate che io seguo solo Nichi Vendola e «retwitto» solo gli status di Nichi Vendola; mi sarebbe piaciuto testare anche Silvio Berlusconi ma «papi» non è su Twitter, e mica scemo, capirete presto perché). Nichi Vendola, devo ammettere, è l’ideale per questo esperimento scientifico, perché tiene Twitter come da bambini si tenevano i diari di scuola, con cura maniacale, e ti dice sempre dove è e cosa sta facendo, e fa sempre cose belle e buone.
Nichi Vendola è perfetto per il mio esperimento perché è un bravo ragazzo moderno, cattolico ma omosessuale, pugliese ma con le pale eoliche, conosce tutti i paradigmi della società italiana e una ne pensa e cento ne scrive. So che all’inizio può essere impressionante ma non spaventatevi nel leggere gli status di Vendola. Piuttosto selezionateli, copiateli e incollateli nella finestra di input di Cleverbot e schiacciate invio, cioè iniziate a farli dialogare tra loro, il computer e Niki Vendola, l’uomo e la macchina, come se fossero Luca Telese e Luisella Costamagna in un momento di intimità su La7. I risultati vi lasceranno stupefatti.
Nichi Vendola: «Berlusconi è contemporaneamente causa e effetto. È una fabbrica di costumi e di mentalità». Cleverbot: «Se lo dici tu». Nichi Vendola: «Penso che Berlusconi debba dimettersi, spinto da un movimento prepolitico, quello della decenza». Cleverbot: «Prepolitico? Cioè?». Nichi Vendola: «Penso al danno di credibilità, anche quello politico, il danno di credibilità del nostro Paese sulla scena internazionale». Cleverbot: «Parli italiano? Non capisco». Nichi Vendola: «La dignità di un lavoratore è tale se non è part time, perché la precarietà colpisce i diritti soggettivi».
Cleverbot: «Non mi convinci, tu sei un computer» (proprio così, Cleverbot a Vendola, non avete letto male). Nichi Vendola: «Non vedo come si possa cancellare lo strumento delle primarie senza far saltare il Pd». Cleverbot: «Io sono molto triste perché non ho un fidanzato». Nichi Vendola: «Io chiedo le dimissioni del presidente del Consiglio, sarebbero un atto di decenza». Cleverbot: «Non per il mio fidanzato». Vendola: «Vivo in un Paese in cui il presidente del Consiglio è indagato per prostituzione minorile, è una vergogna... ». Cleverbot: «Perché, è il tuo fidanzato?».
Arrivati a questo punto fermatevi a riflettere, rileggetevi la chat dall’inizio alla fine, valutate l’incredibile potenzialità dell’intelligenza artificiale, e chiedetevi: chi vorreste come leader della sinistra italiana, Vendola o Cleverbot?




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E' morto Barry, compose la musica di James Bond

La Stampa






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L’ultima crociata degli atei Far l’esame del Dna alle ostie

di Luciano Gulli



"Non è il corpo di Cristo": l’affondo di un militante dell’Unione Agnostici che chiede l’incriminazione del vescovo per abuso della credulità popolare


 
Vanno per la maggiore gli atei, gli agnostici, gli scettici, i miscredenti, i senzadio e gli increduli. Una volta, chi versava in una delle predette categorie, viveva la sua condizione con disagio, con una certa intima sofferenza, sapendosi in una sparuta e tormentata compagnia di gente che aveva cercato, arrovellandosi a lungo, ma non aveva trovato.

Poteva tuttavia capitare che qualcuno, lungi dal menarne vanto, vivesse questo sua lontananza dal sacro, o da un Creatore, con una certa torpida atarassia, o una cupa indifferenza. Certo a nessuno sarebbe venuto in mente, fino a una ventina d'anni fa, di proclamare ai quattro venti il proprio ateismo, e gloriarsene, e fondarci un'associazione, e cercar di far proseliti con la stessa tenacia missionaria di cui diedero prova, tempo addietro, epperò sostenendo tesi diametralmente opposte, quattro signori che di nome facevano Matteo, Marco, Luca e Giovanni, per citare i più noti.

Ma è questo, esattamente questo, in tempi di secolarismo trionfante, il punto cui siamo arrivati. Sicchè non ci meraviglia più di tanto la notizia in arrivo dalle Marche, dove un signor Nessuno irresistibilmente attratto - come tutti, ormai, dalle luci della ribalta mediatica - ne ha pensata una che un angolino di ribalta, sia pure per cinque minuti, oggi gliel'avrà guadagnata.

L'uomo si chiama Dante Svarca, ha 72 anni e di mestiere, prima di andare in pensione, faceva il comandante dei Vigili urbani di Ancona, capoluogo di quelle inginocchiatissime Marche che un tempo erano feudo del Papa di Roma. Non a caso è proprio ad Ancona (in Ancona, come dicono all'ombra del Conero) che Benedetto XVI ha voluto si tenesse ultimamente il Consiglio episcopale permanente, in vista del Congresso eucaristico di settembre.
Questo Svarca, pensando di far cosa astutissima e un sacco sagace, ha chiesto ai sacerdoti della Diocesi, attraverso l'arcivescovo di Ancona monsignor Edoardo Menichelli, di «astenersi dal presentare ai fedeli l'eucaristia come il miracolo della transustanziazione, affermando la presenza effettiva nell'ostia consacrata della vera e viva carne di Gesù». Chi lo sostiene, opina il pensionato di Ancona pensando di aver risolto con uno sparo nel buio una questione teologica vecchia di due millenni, abusa della credulità popolare.

E dunque, scrive in una sua segnalazione inviata in Procura, commette un reato. Per avvalorare la sua provocazione l'esponente dell'Uaar (Unione degli atei e agnostici razionalisti) ha chiesto che vengano acquisiti «campioni di ostia consacrata e ancora da consacrare» per poi procedere all'esame del Dna, in modo da «chiarire definitivamente se sia avvenuto qualche reale cambiamento nell'ostia a seguito della consacrazione». Nel caso in cui l'esame riveli solo tracce di frumento, conclude il suo ragionamento l'ex capo dei Vigili di Ancona, come se davvero ignorasse quel che che di simbolico vi è nel grande mistero sacramentale dell'eucaristia, «si prega di voler procedere contro il vescovo, monsignor Edoardo Menichelli».
In questa «crociata» atea si è distinto a suo tempo il giudice di Camerino Luigi Tosti, rifiutandosi di tenere udienza in aule in cui fosse appeso il Crocifisso. Altro caso noto, per restare alle Marche, che si rivelano così ineffabile fucina di atei con fregola di evangelisti, è stato quello di Ennio Montesi, scrittore di Jesi (Ancona), che addirittura ha chiesto asilo politico alla Svezia perchè «discriminato» dallo Stato italiano che gli impone questo «simbolo religioso-politico e di morte della religione o setta cristiano-cattolica».

Montesi, «sbattezzato» ed esponente del Movimento Axteismo, aveva chiesto la rimozione del crocifisso dalla stanza d'ospedale in cui era stato ricoverato per un certo periodo, e in seguito aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Ancona, al Tribunale per i diritti del malato e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Guadagnandosi anche lui, come si diceva, i suoi tre minuti e mezzo di fugace notorietà.




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Livigno, fermata e perquista ambulanza con un malato a bordo dalla Finanza

Il Messaggero


LIVIGNO (Sondrio) - «È una vergogna, la pattuglia della Guardia di Finanza ci è arrivata alle spalle a velocità sostenuta con i lampeggianti accesi e con un militare che sventolava la paletta dal finestrino intimando il fermo». È la denuncia di Ciro Avino, commissario della Croce rossa italiana di Livigno, dopo che un'ambulanza è stata bloccata e perquisita in una piazza di Valdidentro (Sondrio), davanti a una piccola folla di persone incredule su quanto stava accadendo.

L'autolettiga, pochi minuti prima, aveva lasciato il territorio extradoganale di Livigno, avvisando del suo passaggio i finanzieri in servizio al valico dove solitamente avvengono i controlli ai turisti per prevenire episodi di contrabbando. «Sembra che la Cri sia una associazione di contrabbandieri - afferma indignata per l'episodio Sandra Basso, vice commissario - I militari, oltre agli operatori, hanno fatto scendere anche il paziente con trauma cranico che stavamo trasportando all' ospedale di Sondalo, poi hanno ispezionato tutta l'ambulanza, aperto il vano sanitario, rovistando nei cassetti e addirittura sotto la barella, senza però trovare nulla».
Domenica 30 Gennaio 2011 - 22:09    Ultimo aggiornamento: 22:47




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Bollettini via Internet più cari che alle poste: 7 euro Inps, 3,7 l'Aci

Tra ville e archistar, il Paese reale di Concita

di Redazione



La De Gregorio si vanta sul suo giornale di aver partecipato a un party chic insieme a ospiti come Magris e Piano. E' l'ennesima dimostrazione: la sinistra diserta operai e ceto medio per vivere nel lusso. Ma gli elettori non perdonano



«Ho respirato aria pulita, ho incontrato persone magnifiche, ho ascoltato paro­le bellissime: è talmente un sollievo di questi tempi, che voglio condividerlo con voi». Con questo incipit da suor An­gelica, Concita De Gregorio, direttore dell’ Unità , ha rallegrato i suoi lettori ragguagliandoli sulle sue ultime 48 ore. Bisogna prima sapere che la direttrice attraversa un allarmante stato di pro­strazione per i peccaminosi festini di Ar­core che si aggiunge, come una malat­tia su un’altra, al disgusto che già prova­va per Berlusconi. Per completare il quadro dei malesseri di Concita, va det­to che soffre oltre ogni dire anche per l’esistenza della destra da lei definita «bestiario nazionale».
Decidendo, dunque, di sfuggire alla morsa, la Signora è approdata nel villag­gio di Percoto, in quel di Udine, noto per la grappa Nonino. Voi pense­rete che d a nocchiera di u n giornale ex Pci con solida tradizione proletaria, Con­cita sia andata a ispeziona­re la distilleria, a verificare i luoghi di lavoro, le condi­zioni delle maestranze. O s­sia, che abbia fatto una co­sa di sinistra per riferirne ai lettori. Invece che ti fa? Si infila direttamente nella villa della proprietaria del­l a squisita acquavite, Gian­nola Nonino, per passarci parte del weekend.
Lì, si ri­prende dagli amari languo­ri, circondata da intellet­tuali, nobiltà locali e spiriti eletti: «Le persone magnifi­che e le parole bellissime» della sua prosa. Noi erava­mo rimasti ai compagni che stavano con i compa­gni, studiavano strategie per abbattere le ville dei ric­chi e proclamare il princi­pio di eguaglianza al grido «grappa per tutti». Siamo dei matusa. Concita, inve­ce, rappresenta la nuova si­nistra che coincide con la borghesia, possibilmente alta, con la nobiltà, purché progressista, con i ricchi politicamente corretti e rocciosamente antiberlu­sconiani. La direttrice, in­fatti, h a gustato la serata co­me un babà.
Il simposio ha luogo in «una casa grande, ma sem­plicissima» (sottinteso: niente d a spartire col villo­ne pacchiano di Arcore, ndr ). Ci sono «il premio Naipaul che discorre con Claudio Magris, Frances Moore Lappè, ecoscienzia­ta americana, dagli occhi magnifici» che deplora la mancanza di democrazia nel mondo. A questi si ag­giungono i comprimari: Ja­vier Marías, Edgar Morin, Norman Manea. M a Conci­ta, da cronista occhiolun­go, osserva anche le ombre che si muovono nei saloni della «casa semplicissi­ma».


Ecco la nipotina Noni­no, «che parla di scuola», il gruppo di ragazzi appesi al­le labbra di Renzo Piano che illustra le «case che re­spirano» (abitazioni di do­mani «rispettose dell’am­biente», spiega) e le don­ne, «tutte le donne presen­ti che chiedono che altro deve ancora succedere per­ché torniamo a essere il Pa­ese che eravamo e che po­tremmo ancora essere».
Percepibilissima sotto la bella penna concitesca la commozione di trovarsi fi­nalmente tra gente che de­testa le volgarità berlusco­niane, apprezza gli studi, l’ambiente incontamina­to, il cibo chilometro zero, la grappa Nonino - di cui la direttrice con signorile di­screzione non parla, ma fa intendere - e cerca mutuo conforto nei pettegolezzi anti Cav come gli ebrei op­pressi si consolavano con l’aria del Nabucco . Il resto dell’articolo ci porta anche a Milano sempre per respi­rare aria pulita - purtroppo alla vigilia del fermo auto per un picco di smog - e a una manifestazione di don­ne che protestano per il mercimonio di corpi fem­minili in quel di Arcore. Protesta molto comme il faut , con la Scala sullo sfon­do.
Mentre Beatrice Borro­meo, la marchesa Sandra Verusio e altri nobili lettori dell’ Unità avranno seguito con diletto la gita di Conci­ta, mi chiedo la reazione del metalmeccanico di Ter­ni, del marmista delle Apuane, del pescatore del lago di Massaciuccoli e al­tri presumibili lettori delle Regioni rosse. Per chi ab­bia scritto la direttrice non è chiaro. Il suo racconto, in­fatti, fa a pugni con le neces­sità di chi non arriva a fine mese. Ma anche qui, proba­bilmente, ho il paraocchi.
L’Unità ormai è per gente di città i cui bisogni sono il bistrot vegetariano, la pre­mière di Qualunquemente, deplorare il Cav spilluzzi­cando lardo di Colonnata. Il reportage degregoriesco ci porta dritto a tre anni fa. Oggi fece un servizio foto­grafico su Bersani a cena da una famiglia qualun­que. Della serie: il potente - lui era ministro di Prodi, alla vigilia delle elezioni ­che va umilmente a d ascol­tare il parere di chi vive m o­destamente del suo lavoro.

Ma già le foto erano dub­bie: champagne in primo piano e ospiti assai chic. Si scoprì poi che la famiglia presa a caso era quella dei marchesi Sacchetti, citata da Dante, cardinali tra gli avi, vie e piazze di Roma a suo nome, palazzo in via Giulia. Con i marchesi, Ber­sani parlò dei problemi economici che affliggono le famiglie. Impostò poi la campagna elettorale sul colloquio e vinse Berlusco­ni. Ora Concita lo imita a mo­do suo, perché a sinistra non sanno più chi sono e, nella loro sicumera, man­cano di una grande virtù: il senso del ridicolo.




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Cina, nel filmato sui nuovi caccia parti di "Top Gun"

La Stampa


L’aeronautica cinese ha usato spezzoni del film "Top Gun" del 1986 con Tom Cruise spacciandoli per le evoluzioni del loro caccia J-10. A scoprire la "bufala" sono stati diversi blogger. Il filmato è stato poi ripreso dal Wall Street Journal che ha pubblicato le immagini mostrate dalla tv di Stato Cctv il 23 gennaio per esaltare la precisione con cui il nuovo jet abbatteva un aereo rivale e subito dopo alcune sequenze identiche tratte dal film.


video

Santoro scaricato da D'Alema Bocciato il sit-in contro i giudici

Il Tempo


L'ex Ds: "Un paese civile non va in piazza per difendere i magistrati". Alla manifestazione del 13 febbraio a favore dei pm il teletribuno resta solo.


  La furia devastatrice antiberluscononiana di Michele Santoro si è scontrata ieri con Massimo D'Alema che, pur menando fendenti contro il Cavaliere, non ha risparmiato una stilettata all'anchorman televisivo ormai capopopolo della manifestazione a sostegno dei magistrati in programma il 13 febbraio a Milano. «Credo che in un Paese civile non si debba andare in piazza per difendere i giudici; in un paese civile non si fanno manifestazioni né pro né contro la magistratura. I giudici sono fuori dalla politica» ha detto il presidente del Copasir ospite della trasmissione «In Mezz'ora». Un frase che di fatto getta a mare la presunta unità della sinistra italiana sull'unico punto sul quale l'unanimità non è sembrata mai in discussione, ovvero colpire ovunque e comunque il capo del governo.

Peccato. Il teletribuno più famoso e livoroso della storia televisiva sentiva in mano l'investitura della minoranza rumorosa d'Italia per la guida delle truppe cammellate che, con la manifestazione di febbraio vogliono far sentire che in piazza l'opposizione esiste. La frase di D'Alema attenua sensibilmente l'impatto che Santoro contava di far sentire a Milano. 
Uno dei padri nobili della sinistra italiana non ci sta ad appoggiare sit-in e slogan a sostegno dei giudici italiani, e in particolare di quelli milanesi, e a lasciare il pallino del gioco politico in mano all'ultimo rampante protagonistadel giustizialismo. Il distinguo del leader Maximo lascerà l'amaro in bocca a Santoro.

L'antipatia che domina le relazioni tra i due è cosa nota. Ma in un momento in cui si gioca forse lo scontro finale, nella ormai più che quindicinale battaglia contro Berlusconi, un'unità, anche forzata avrebbe sicuramente giovato alla causa. A ben vedere però la scelta di D'Alema di sfilarsi da una protesta di piazza come quella programmata per il prossimo 13 febbraio sa di mero calcolo politico. Manifestare a sostegno dei togati porta, anzi strattona, la magistratura nel bel mezzo dello scontro politico in atto nel Paese. Un favore secondo l'ex leader dei Ds proprio a Silvio Berlusconi che «vuole trascinare i giudici nel terreno della politica, vuole farne un nemico politico, ma non staremo a qeusto gioco. Del resto anche il Pdl, alla fine, ha rinunciato a fare la manifestazione...» ha spiegato D'Alema nell'intervista televisiva.

Insomma una stilettata alle ambizioni di Santoro motivata da ragione politica non disgiunta ovviamente dalla necessità di non lasciare spazio politico al tribuno dell'etere. Lo stesso calcolo che fatto il leader dell'Idv, Antonio di Pietro che, al contrario, non ha perso tempo ad annunciare invece nei giorni scorsi il suo appoggio a Santoro. «Il 13 febbraio sarò a Milano e parteciperò alla silenziosa manifestazione di fronte alla Procura. Ci sarò e ci saremo noi tutti dell'Italia dei Valori» ha detto l'ex Pm alle prese con il problema inverso rispetto a D'Alema. Lui che è stato il primo giustizialista della storia recente d'Italia non poteva farsi certo rubare il podio e la scena da Santoro.



Filippo Caleri
31/01/2011




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Arnoldo Foà, confessione di una sconfitta

Corriere della sera

«Da padre ho capito di essere debole e me ne vergogno. Ho una tendenza all'amore. La politica? Per imbecilli»

L'attore, 95 anni, quattro mogli, il conflitto con la madre


Il sorriso conserva l'innocenza disarmante di un bambino. E la voce è sempre quella, sembra uscire da una caverna preistorica. «La mia voce? - dice - Non me ne frega niente. Eppure ha avuto il suo successo. Non l'ho scoperta io, l'hanno scoperta gli altri. In casa, nessuno ha mai detto di ammirare la mia voce. Non mi ricordo. Mia moglie sì...». Anna ricambia il sorriso: «La voce? No, non è stata la prima cosa, direi di no...». Seduto alla sua scrivania, la pipa accesa tra le dita di una mano, il manico del bastone nell'altra, Arnoldo Foà sfoglia la sua Autobiografia di un artista burbero (Sellerio). «Perché burbero? Sono buono come il pane. Burbero è uno che anche quando dovrebbe comportarsi dolcemente si comporta con cattiveria. Sono burbero?». Anna lo guarda con dolcezza.

Non è un tipo facile, Foà. Non è facile intervistarlo. Gli piace mostrarsi scontroso per poi sorridere, sbuffare, magari mandarti a quel paese. A 95 anni (compiuti la scorsa settimana), può permetterselo. Suo padre lo guarda severo da una grande fotografia appesa a una parete dello studio: «Papà mio è... lassù, c'è un ritratto, e io me lo guardo con grande affetto. Mia mamma amava tanto mio fratello Piero e poco me, non so perché... Una volta che decise di andarsene con Piero, mi disse: tu sei figlio di tuo padre, resta con lui!». Il piccolo Arnoldo si aggrappò alla sua gonna per non farla partire e ricevette uno schiaffo. «Papà era un uomo, non lo chiamerei in un altro modo, bello, simpatico. Gli piacevano le donne e l'amore di mamma per papà non era una gran cosa».


Foà abbassa lo sguardo alla pipa e aggiusta il tabacco con la punta annerita delle dita. Ricorda quando da ragazzo, a Firenze, lavorava nel negozio di ferramenta di suo padre: «Papà non era molto brillante negli affari, ma lavorare in un negozio significa conoscere l'umanità, conoscere la vita e io da ragazzo la vita l'ho conosciuta abbastanza presto. Altre cose da chiedere?». Quanto conta la psicologia per la recitazione? Nietzsche diceva che se provasse davvero il sentimento che esprime, l'attore sarebbe perduto. «È tutto, l'uomo si esprime psicologicamente con la sua sostanza, per quello che è. L'incontro con un personaggio, come con una persona, ti obbliga a una comprensione profonda. Ma lei tanto non capisce niente...». Risata. I personaggi in cui si è riconosciuto di più? Pausa di riflessione. «Tutti, perché quando faccio un personaggio sono lui, in un modo talmente profondo che non si esprime solo con le parole, ma anche con gli sguardi, i gesti, i rapporti con gli altri».

Le amicizie forse sono un po' la stessa cosa. Richiedono comprensione, e la comprensione richiede conoscenza. Amici nell'ambiente teatrale? «Nessuno. Con Gassman abbiamo avuto un rapporto amichevole, non proprio di amicizia. Vittorio era una cara persona la quale aveva un tale amore per se stesso da lasciare un po' in osservazione gli altri. Con Mastroianni, grande stima, era un bravo attore». Rivolto ad Anna: «Tu ti ricordi qualcosa?». Anna non può ricordarselo, giovane com'è. Ma fa i nomi di Amedeo Nazzari e di Alberto Lupo, e gli occhi di Foà si illuminano. E poi Rina Morelli: «Adoravo la sua semplicità, la grazia, la freschezza. Non era un'attrice. Era lei dentro il personaggio. Che bella che era, Rina!». Giorgio Strehler è il ricordo lontano di un litigio: «Mi tagliò una battuta e gli dissi che non ero d'accordo. Rispose: il regista sono io. Quando poi voleva restaurarla, gli dissi di no: perché io sono l'attore... A distanza di anni, disse: ho un debito con Foà».

Anche con Luchino Visconti le cose non andarono troppo bene: Foà fece tre spettacoli con la sua regia. Era da tempo che non si vedevano e incontrandolo un giorno sul Tevere, Visconti gli chiese: «Perché non mi telefoni mai». Risposta: «Tu hai il mio numero, se hai una parte da offrirmi puoi chiamarmi». Passarono cinque o sei anni di silenzio e si rividero a Londra, una sera, dopo la prima de Le notti bianche. Luchino chiese un parere ad Arnoldo e la risposta fu franca al punto che lì si chiusero per sempre i rapporti tra il regista e l'attore. Non è un tipo facile, Foà. Burbero? Qualcosa del genere.

Nel libro racconta di essere fuggito di casa giovanissimo, poi ricorda il tempo delle leggi razziali che lo costrinsero, giovane ebreo, a lasciare il Centro sperimentale di cinematografia e a recitare con lo pseudonimo nel Giulio Cesare diretto da Giovacchino Forzano a Verona. Quando il regista gli sentì recitare le prime battute nel provino, si commosse: «Ma tu sei Bruto!», esclamò. Ricorda Foà: «Alla prima, essendo ebreo, mi fu proibito di uscire per raccogliere l'applauso. Fu per me uno dei momenti di tragedia, ma la gente impazzita veniva nel camerino a congratularsi».

Dopo la guerra, Paolo Grassi gli disse di aver visto, qualche anno prima, un paio di bravissimi attori, vecchi e giovani, che non conosceva: era sempre Foà, che recitava sotto falso nome per le leggi razziali. Racconta che ancora adesso gli capita di sognare Mussolini e di svegliarsi prestissimo ricordando di averlo visto, da ragazzo, fiero e impettito a cavallo. Come ha vissuto la discriminazione razziale? «Con un misto di consapevolezza e di incapacità di capire. Poi, studiando le colpe, sono arrivato a giudicare. Ho dovuto soffrire, questo sì, perché non ho mai negato di essere ebreo. Ma lei non capisce...».

Tanti amori, quattro mogli, cinque figlie, Annalisa morta giovane. Un bilancio: ha prevalso il dolore o l'amore? «Direi che ha prevalso l'amore, sì. Ho una tendenza all'amore, non fisico con una donna, ma l'amore per le persone, per gli spiriti, per le personalità, che sono le cose più belle sulla faccia della terra, perché sono diverse l'una dall'altra. Lei è diverso da me. Per fortuna. Mia, ovviamente». Ovvio. Amore tutto terreno, si direbbe, se è vero che la dimensione trascendentale non è mai entrata nel suo panorama mentale, spirituale, neanche in vecchiaia: «L'ateismo non l'ho maturato, mi sentivo ateo fin da ragazzino. Mio padre era religiosissimo quando le cose gli andavano bene, molto meno quando gli andavano male».

Il passaggio da figlio a padre? «Da padre ho capito di essere debole e di non essere importante come avrei dovuto. Me ne vergogno. Non sono stato autoritario. Mi è mancato tutto, non sono un padre, sono un fratello delle mie figlie, un compagno. Non è bello». La fuga alle Seychelles per quattro anni, con il primo governo Berlusconi, è stata raccontata come un esilio politico: dopo aver sofferto il fascismo, gli ex fascisti tornavano al potere... «In realtà decisi di rimanerci, più che di andarci. Mentre l'Europa è un'espressione della civiltà, le Seychelles sono un'espressione della natura, gli uomini somigliano alle piante, agli animali, agli uomini, è un modo di vivere naturale. In Europa si vive artificialmente, devi pensare a chi sei, a cosa pensi, a chi credi.

Belle le Seychelles, belle! Ho fatto un quadro in cui ci sono un uomo e una donna nudi che parlano, non c'è altro, sono veri, tranquilli, non c'è desiderio, parlano... Faglielo vedere, Anna, tiralo giù, che ci vuole?». Negli anni Sessanta Foà fu consigliere comunale per il Partito radicale. La politica oggi? «Mi ha sempre interessato pochissimo. Interessa agli imbecilli, la politica. Se è fatta bene, non chiamiamola politica. Vederla in televisione, poi... mi dà fastidio». Risata. «Adesso ancora più di prima». Nuova risata. «A parte l'amore che ho per Silvio, per quest'uomo meraviglioso, stupendo. Un attore? No, no, c'è una differenza, l'attore cambia, fa diversi personaggi, lui purtroppo ne fa uno solo». Pipa, tosse, nuova risata. «Adesso basta, mi faccia l'ultima domanda e basta». Eccola, l'ultima.

Quanto pesa la vecchiaia? «L'età non mi pesa, la vita sì. Non mia moglie, non il passato. Mi pesano i minori interessi che ho adesso e che prima erano tanti, la pittura, la scultura, la poesia. Per fortuna c'è la musica, Beethoven mi piace da morire. E poi leggo... i libri di Foà... Poesie non ne scrivo più. Anzi, ne ho scritta una bellissima che dice: "Gli anni li compi, ahimè, una volta sola...". E adesso basta». Rimpianti? «Avere accettato questa intervista».

Paolo Di Stefano
31 gennaio 2011

domenica 30 gennaio 2011

Il decalogo delle istituzioni allo sbando

La  Stampa



Cerchiamo sempre di essere marziani (ma basterebbe essere svizzeri) planati sul pianeta terra e capitati in Italia.

Nell'ordine notiamo:

1. Il Presidente del Consiglio dei ministri indagato per reati immondi, uno dei quali - la concussione -viene tranquillamente ammesso dallo stesso.

2. Lo stesso presidente del Consiglio per difendersi attacca e strepita contro la magistratura.

3. I magistrati che  accusano il presidente del Consiglio lo fanno per l'ennesima volta negli ultimi 14 anni e per raggiungere il suo scopo certo non bada a spese.

4. Il partito di maggioranza del Paese chiede le dimissioni del presidente della Camera che è anche il fondatore dello stesso partito (da pochi mesi espulso non si capisce bene da chi, né perché)

5. Il Presidente della Camera è da mesi al centro di uno scandalo che non aiuta a risolvere, non lo spiega, non ne prende le distanze.

6. Il Presidente del Senato accorda un dibattito sul caso che riguarda il Presidente della Camera, mettendo di fatto una Camera contro l'altra.

7. Il ministro degli Esteri che solo una volta in tre anni era andato al Senato a rispondere a un'interpellanza parlamentare, si fionda a Palazzo Madama con tanto di documenti richiesti direttamente al governo di Santa Lucia e arrivati senza rogatoria internazionale perché richiesti dai giudici, né con una valigia diplomatica ma , più prosaicamente con un pacco FedEx.

8. Lo zelante ministro degli Esteri non ha detto una parola, alle Camere, di quel che accade in Egitto, per esempio.

9. Il Copasir, comitato di controllo dei servizi segreti, non si riunirà più perché i due partiti che compongono la maggioranza, non intendono partecipare ai lavori in quanto con il passaggio di un depuitato all'opposizione, non hanno più la maggioranza. Il Comitato, di fatto, non lavora più.

10. Polizia e Carabinieri, altro pilastro dello Stato si lamentano perché dalle notti di Arcore , si capisce che più che tutela della sicurezza del premier e dei suoi ospiti, le forze dell'ordine fanno da tassisti per le ragazze. E il prefetto di Milano, su indicazione del premier, aiuta e raccomanda una ragazza fidanzata di un narcotrafficante che ha patteggiato 8 anni dopo il sequestro di dodici chili (chili!) di droga a ottenere il passaporto italiano. E le fa pure saltare la fila e  non pagare il parcheggio. "La chiamo da parte del Presidente Berlusconi" dice lei. E lui:  "Me lo saluti".

Potremmo anche andare avanti

Marco

marco.castelnuovo@lastampa.it




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Benevento, gli ritirano la patente e lui usa quella del padre morto

Il Mattino


BENEVENTO - Privato della patente ha tentato di sostituirla con un’altra intestata al defunto genitore. Ma i carabinieri lo hanno individuato e denunciato. I.S., 48 anni, residente a Paduli, già noto alle forze dell'ordine, si era visto sospendere la patente da qualche tempo in conseguenza di una segnalazione nei suoi confronti per uso di stupefacenti.

L’uomo, dopo aver ritrovato in casa la patente del padre defunto, ha pensato di sostituire la foto tessera con la sua e di modificare le generalità del documento. Il lavoro però non deve essere riuscito a regola d'arte ed è arrivato un altro espediente. Il «falsificatore» ha danneggiato con dell’inchiostro il documento, rendendolo parzialmente illeggibile, e si è presentato agli uffici della Motorizzazione di Benevento chiedendo la sostituzione del documento danneggiato e fornendo le generalità del genitore.

Allo sportello non hanno impiegato molto tempo a notare più di una incongruenza sui dati forniti ed hanno chiesto l'intervento dell'Arma. I carabinieri della stazione di Paduli hanno così accertato che all’uomo la patente era stata sospesa per una precedente segnalazione come assuntore di stupefacenti alla Prefettura di Benevento e che l'uomo aveva escogitato questo laborioso escamotage. È stato denunciato per falsità e sostituzione di persona.
Domenica 30 Gennaio 2011 - 12:30




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Vi raccomando queste raccomandazioni

di Massimiliano Parente



Per farsi pubblicare un libro è indispensabile saper coltivare le relazioni giuste con le persone giuste Uno scrittore ve ne fornisce l’elenco aggiornato: dalla Lipperini alla Sgarbi e da Mieli a Lagioia



Volete pubblicare un romanzo? Per favore non ivolgetevi a me, non ne posso più. Certo, con gli anni ho imparato a difendermi, e gli aspiranti li mando tutti da chi detesto, usandoli come un’invasione di cavallette: «Vai da Scurati, a mio nome, ti aiuterà sicuramente». Ma oggi, in esclusiva per il Giornale, vorrei rendere un servizio pubblico a me stesso svelandovi da chi dovete farvi raccomandare o meno per trovare un editore.

Se volete pubblicare con Einaudi Stile Libero, si sa, ci sono Severino Cesari e Paolo Repetti. Tuttavia, se frequentate il demi-monde letterario, in giro vedrete sempre Repetti, con la barba, mai Cesari, perennemente malato e chiuso in casa a lavorare (per questo è malato), l’importante è non commettere l’errore di agganciare Repetti di persona, vi mangerà vivi. Cercate di procurarvi piuttosto una bella raccomandazione di Paolo Mauri o Antonio Gnoli di Repubblica. In alternativa provate con Loredana Lipperini, mentre se conoscete Eugenio Scalfari potrete ambire direttamente ai Supercoralli. In generale, se avete la tessera di un partito, meglio la tessera del Pd che quella del Pdl, meglio ancora se siete pugliesi e vendoliani. Un segreto: esiste anche un certo Luca Briasco, che fa non so cosa in Senato e lavora per Repetti, aspettatelo fuori dal Senato con il vostro manoscritto e metteteglielo in mano.

Se volete pubblicare per Adelphi fate prima a suicidarvi: se valete qualcosa i calassiani amano le scoperte postume, se non valete niente meglio per tutti, uno in meno. Se puntate alla Rizzoli e siete giovani e carine andate dritte da Michele Rossi, che talvolta, forse per sbaglio, manda mms erotici alla mia fidanzata, quindi andateci solo se il vostro cognome non inizia con la A perché in quella zona deve esserci molto traffico non solo telefonico. Se siete spregiudicati chiamate Rossi e spacciatevi per amici di Mieli, Mieli Paolo, attenzione, non Mario. In alternativa potete tentare alla Bompiani sequestrando Elisabetta Sgarbi e chiedendo un riscatto a Mieli. L’unico rischio è che Mieli ve la lasci e lei vi assuma come cameraman. Non vi passi in mente di rapire Antonio Franchini, della Mondadori: non solo è molto intelligente e colto ma è anche cintura nera di judo e jujutsu.

Se volete giocare la carte delle parentele sappiate che sono influenti solo quelle dei bestselleristi: Camilleri è riuscito a far pubblicare il genero Francesco De Filippo, Carofiglio ha infilato il fratello Francesco e la madre Enza Buono a Marsilio e Nottetempo, Christian Raimo raccomandava Veronica Raimo e ora pare sia il contrario. Quanto ai critici lasciateli perdere, un giro di telefonate tra gli addetti ai lavori mi conferma che «tutto ciò che arriva da La Porta, Trevi e Pedullà junior sono sempre fregature e favori, così come non funzionano le aspiranti scrittrici raccomandate da Baricco e Pascale e i giovanotti di Antonio Veneziani».

Se siete aspiranti scrittori omosessuali andate da Fabio Croce, il quale prima o poi gli omosessuali li pubblica tutti, e giocatevi appunto il nome di Mario Mieli tra i morti e Antonio Veneziani tra i vivi, stavolta stando attenti a non sbagliarvi con Mieli Paolo e Veneziani Marcello, altrimenti sono cazzi. Se avete più di cinquant’anni millantate un’amicizia intima con Dario Bellezza, se più di sessanta anche con Pasolini (da chiamare rigorosamente Pierpaolo), tanto Bellezza e PPP ne frequentavano così tanti che potete esserci anche voi.

Se siete eterosessuali non andate da Pietro D’Amore, in Via Isonzo, e tenete vostra moglie, se giovane e bella, alla larga da Vivalibri, noto luogo di relazioni pericolose oltre ai paraggi di Baricco e Pascale. Consigliato farsi raccomandare da Fulvio Abbate presso Emanuele Bevilacqua, della Cooper. Se non avete grandi ambizioni andate da Alberto Gaffi Editore in Roma in una delle sue sedi ex sedi della Democrazia Cristiana con tanto di bassorilievo di Aldo Moro di fronte a cui inginocchiarsi. Per avere udienza buttate lì il nome di un qualsiasi politico italiano degli ultimi cinquant’anni, va bene anche Picone in una frase con tante supercazzole e scappellamenti a destra.

Se avete scritto un libro rivoluzionario degli anni Settanta fuori tempo massimo andate a Derive&Approdi, un nome una garanzia e anche una coppia di fatto: Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni. Lì potrebbe contare una telefonatina del compagno Cesare Battisti, o di uno degli autori che assomigliano a noiosi padri di famiglia ma che, in passato e en passant, come hobby, hanno partecipato al sequestro Moro. Se non sapete riconoscere Moretti da Morucci o nessuno dei due, accontentatevi di una raccomandazione di Franco «Bifo» Berardi o Nanni Balestrini o Edoardo Sanguineti, anche se uno dei tre mi pare sia morto e non ricordo mai quale.

Se siete un ingegnere e avete un titolo che terrorizzerebbe perfino Gaffi in Roma, tipo «Breve storia dell’abuso edilizio in Italia», mettetevi in giacca e cravatta e andate da Donzelli Editore, lì più che i titoli e le raccomandazioni fanno colpo tutti i titoli personali, avvocato, dottore, professore, credo vadano bene anche quelli nobiliari, per questo hanno in catalogo molti libri su Totò, mica perché era Totò.

Se invece siete dei musicofili arrabbiati e volete denunciare i loschi retroscena della Rca, o siete degli ex direttori del Tg1 degli anni Novanta e volete denunciare i loschi retroscena del Tg1 di oggi (tanto non ci siete più, appunto), o siete Don Backy e volete denunciare i loschi retroscena di Celentano, se insomma volete denunciare qualcuno di cui a nessuno frega più nulla, andate senza raccomandazioni da Francesco Coniglio ma sappiate che è più facile avere un appuntamento con Silvio Berlusconi che vedere Coniglio. Coniglio è un’entità astratta, Coniglio è Dio, non esiste. Invece, una dritta: lo trovate a intervalli regolari a mangiare un gelato al bar dei due fratelli in Piazza Regina Margherita, se non lo riconoscete chiedete a uno dei due fratelli, non importa quale, tanto sono gemelli.

Se siete Proust o Joyce o comunque scrittori veri non valicate la soglia della Fazi Editore, in Via Isonzo, né della Newton Compton, in via Panama: sono negozi di bassa macelleria mascherati da boutique. Elido Fazi, da poco sposato con la sua editor Alice Di Stefano, vi spiegherà che lui ha scoperto degli irlandesi che se ne fottono di Joyce, e vi mostrerà i tabulati di vendita per dimostrarvi chi ha ragione tra lui e Joyce. Stessa minestra alla Newton Compton, dove Raffaello Avanzini vi spiegherà che Proust e Joyce non contano niente:

«Ma che so’ letteratura quelli? Li conoscete in quattro, la letteratura è quella che vende, te faccio vede’» e anche lui vi sventolerà i fatturati, elogiandovi Vito Bruschini o Massimo Lugli, e se non li conoscete cazzi vostri, avete studiato troppo. Se comunque volete tentare lo stesso andate dall’editor Giusi Sorvillo stavolta a mio nome e sul vostro romanzo allegate un mio giudizio negativo apocrifo (esempio «non è letteratura ma paccottiglia commerciale, sembra Lisa Jane Smith»): vi prenderanno subito.

Infine se siete ombelicali e sociologici e vivete alla Garbatella ma siete peace and love e preoccupati per il global warming e iniziate ogni discorso con «la mia generazione» potete sperare nei boy scout della minimum fax. Lì, a Ponte Milvio, c’è la fortunata coppia Marco Cassini e Daniele De Gennaro. L’entratura buona è direttamente Nicola Lagioia, direttore editoriale della collana Nichel. Se non volete faticare troppo, imparate a memoria almeno questo passaggio dell’ultimo intervento di Lagioia per Il Sole 24ore, e non cadete nella trappola di dire che David Foster Wallace o Bolaño sono grandi scrittori, alla minimum fax i grandi diventano sempre più piccoli e i piccoli sempre più grandi, e quindi «venendo agli anni Zero, gli allibratori ultimamente scommettono molto su David Foster Wallace e Bolaño quali prossimi candidati al processo di canonizzazione.

È probabile che entrambi passino la prova del tempo. E tuttavia, a distanza di qualche lustro dall’uscita delle loro opere più note, il giudizio su di esse ha già subìto le prime modifiche. Se negli anni Novanta sembrava che il mondo dovesse essere salvato dal furore analitico - bianco, protestante, anglosassone - di Foster Wallace, dopo la crisi creativa a stelle e strisce il sol dell’avvenire sembra ora sorgere a sud di Bolaño». Non significa nulla, il pensiero di Lagioia, ma ci sono tutte le parole chiave per essere accettati nel club di Cassini: salvare il mondo, crisi a stelle e strisce, il sud, il giudizio su di esse, il sol dell’avvenire. Auguri e figli sterili.



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Ho visto le foto. Busco non mente"

Il Tempo


Il padre della migliore amica di Simonetta difende l'ex fidanzato della vittima. In aula si è detto che a Raniero non furono mostrate le immagini a poche ore dal delitto. Ma Giovanni Villani giura che alle 3.30 del mattino erano sul tavolo del dirigente della Mobile Cavaliere.


Hanno detto che è un bugiardo. Che ha mentito sull'alibi, che ha cercato di depistare le indagini. Hanno sostenuto che aveva dichiarato il falso quando in aula riferì che la notte del delitto lo schiaffeggiarono e gli misero sotto gli occhi le foto del cadavere di Simonetta: non potevano essere già state sviluppate quelle atroci immagini del corpo martoriato, crivellato da trenta coltellate. Dalla scoperta del delitto erano passate solo poche ore. Quindi, quella di Busco era una menzogna. Una delle tante che aveva messo in circolazione per garantirsi l'impunità, per non pagare le sue colpe. Ma c'è un testimone che giura di aver visto quegli scatti raccapriccianti alle tre del mattino dell'8 agosto, quindi tre ore e mezzo prima che Raniero venisse interrogato.

È il padre di Donatella Villani, la migliore amica della vittima, quella a cui Simona indirizzò una delle lettere messe agli atti del processo. «Erano all'incirca le due e mezzo del mattino, squillò il telefono e una voce maschile dall'altra parte della cornetta disse: "Sono il dirigente della Squadra Mobile Nicola Cavaliere. Ho bisogno di parlare con sua figlia. Me la può portare in Questura?" - racconta Giovanni Villani, 69 anni, un negozio di frutta a Morena - Cavaliere non mi disse che cosa era successo. Verso le 3 e 20 arrivammo a San Vitale. Donatella entrò nell'ufficio di Cavaliere e io andai nella sala d'attesa. Qui vidi Raniero Busco seduto, la testa poggiata sulle braccia, che piangeva a dirotto. "Che è successo?", gli chiesi.

 "Hanno ammazzato Simonetta", replicò lui. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. Per quello che ho potuto osservare, non aveva graffi, ferite e nemmeno cerotti sulla mani e sulle braccia». Villani, che nel suo quartiere tutti chiamano Giovannone per la stazza non certo efebica, a questo punto esce dalla stanza, lasciando Busco a singhiozzare in solitudine, bussa alla porta di Cavaliere ed entra. «Anche mia figlia stava piangendo. Aveva saputo. Io ero in piedi e, sul tavolo del dirigente vidi una quindicina di foto del corpo di Simonetta.

Ricordo che c'erano un sacco di buchi, di ferite, e poco sangue. Donatella non poteva scorgerle da seduta perché Cavaliere sul tavolo aveva alcune cartelle e forse la borsetta della vittima, se ricordo bene». Ma perché il signor Villani queste cose non le ha dette prima, perché non si è presentato in aula in questi ultimi undici mesi? «Ho seguito il processo in tv e non ho mai saputo del particolare delle foto - spiega lui - Quando mi hanno detto che in televisione si era messa in dubbio l'amicizia di mia figlia per Simonetta mi sono arrabbiato, mi è tornata in mente quella notte e oggi ho deciso di parlare».

Sì, perché Giovannone ha visto crescere tutti e due, Raniero e Simona. «Era una comitiva di ragazzi acqua e sapone e Simonetta veniva spesso a mangiare da noi - riferisce - Spesso si toglieva le scarpe, era un suo vizio. Quando si metteva seduta, se le toglieva. Comunque le due ragazze erano amiche per la pelle. E nessuno può insinuare il contrario. Ancora oggi Donatella, che ormai ha 41 anni e due figli, piange ogni volta che si accenna alla sua amica uccisa e spesso va a pregare sulla sua tomba a Genzano. E lei capisce che sentir dire che ha tradito l'amicizia di Simonetta mi fa imbufalire. Solo un depravato - conclude Villani - può aver fatto una cosa del genere. E Busco non è un depravato. Io posso gridare al mondo che Raniero è innocente. Ma mi piange il cuore perché l'assassino di quella poveretta resterà impunito».


Maurizio Gallo
30/01/2011




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Caselli si rassegni: ad Arcore di "penale" c’è solo la parola

di Vittorio Sgarbi


Il procuratore di Torino invoca la condanna di Berlusconi. Ma in ballo non ci sono reati, al massimo gli attributi del Cav. Secondo questi giudici rispettare i diritti significa emettere sentenze sommarie



 

L’assoluta sicumera con cui alcuni fallaci magistrati sostengono il primato dell’accusa, in un momento in cui le inchieste si manifestano come attentati alle elementari libertà individuali, in un rinnovato clima di inquisizione, contrasta con una infinita serie di errori storici che hanno visto gli accusati e i condannati come simboli positivi. Nel processo a Socrate la ragione era dalla parte dell’accusa? E nei processi a Giordano Bruno, Galileo, Pasolini, Braibanti, Gramsci, la ragione era dalla parte dell’accusa? E nei più recenti processi, accompagnati dall’infamia e dal ludibrio, a Calogero Mannino, Francesco Musotto, Corrado Carnevale, Franco Nobili, Vito Gamberale, la lunga gogna, l’umiliazione di accuse sbagliate è giustificabile, soprattutto senza che nessuno sia stato chiamato a pagare per il suo errore? Cosa fa dunque pensare che le ragioni dell’accusa meritino comunque rispetto e impongano all’accusato di discolparsi?

Questa esaltazione catartica dell’accusa sembra nascondere una prepotenza religiosa, legata all’ombra del peccato, sulla dimensione laica della giustizia. Non è contemplato l’errore, e tantomeno il pregiudizio, quasi sempre moralistico. Un tale atteggiamento si ravvisa nel pensiero del procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, che sembra non sopportare il ribaltamento del ruolo da accusato ad accusatore, tipico delle rivoluzioni culturali (e anche sessuali).

Per lui Caifa ha sempre ragione. Prevedibile, benché più grave, la posizione di Giancarlo Caselli che, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario a Torino, senza il minimo turbamento per avere chiesto e ottenuto il carcere per Calogero Mannino sulla base di accuse rivelatesi inconsistenti, ha sentenziato tetragono: «Come fosse ossessionato dai suoi problemi giudiziari, il presidente Berlusconi nel corso degli anni ha moltiplicato gli interventi per indurre nei più l’immagine della giustizia come campo di battaglia di interessi contrapposti, anziché luogo di tutela di diritti in base a regole prestabilite».

E quale sarebbe la tutela dei diritti secondo Caselli, di grazia? Allegare 616 pagine di vaniloqui telefonici di ragazze desiderose di essere considerate, aiutate, promosse, anche amate, per una richiesta di perquisizione, senza alcun interesse penale e solo per diffondere un profilo moralmente discutibile dei comportamenti sessuali di una persona, può essere considerata tutela di diritti? E quali? Nell’evidente e prepotente violazione della privacy, senza alcun profilo di reato? E perfino l’insistenza sulla minore età che non preclude figli, matrimoni e mantenimento, non ostacola doni e regali e neppure rapporti d’interesse che non possono essere in alcun modo fatti coincidere con la prostituzione, soprattutto se si instaurano rapporti di responsabilità e di conoscenza, non è un modo suggestivo per mettere in cattiva luce un antagonista politico con lo stesso discredito che si usò nei confronti di Carnevale?

Le stesse cose ritornano ma non si possono fare i processi sulla base di valutazioni moralistiche dei comportamenti, soprattutto sessuali. La sfera sessuale è sacra e nessuno l’ha vista così oscenamente sfregiata come il presidente del Consiglio. Con l’assoluta evidenza ben descritta da Maria Giovanna Maglie di un mondo femminile di donne consapevoli e voraci che «prima spolpano il Cavaliere e poi lo sputtanano». Questo soltanto appare dalle intercettazioni.

E la Maglie conclude, sulla base di quanto si è, con disgusto, letto: «Una considerazione mi scappa, queste sono veramente delle sanguisughe, e la loro giovinezza non può essere un alibi per tanta spolpante irriconoscenza». Vero è che non c’è nulla di male a desiderare di frequentare e vedere donne giovani e belle. È ricostituente, perfino una medicina. Mio padre, novantenne, quando vede una ragazza di vent’anni, riprende vigore e piacere com’è naturale e come era davanti a giovani corpi per Luchino Visconti, per Pasolini, per Balthus, per Socrate, per Platone, per Moravia, per Simenon, per Henry Miller, per Kennedy e per quegli attori americani che hanno confessato la loro sex addiction.

Tutto questo per Caselli è reato e merita di essere condannato non moralmente ma penalmente. È ingiusto ed eversivo ribellarsi, inaccettabile rivendicare la riservatezza per la sfera privata, ancorché di un premier. Eppure abbiamo combattuto con Pannella e con tutti i difensori delle libertà perché «nessuno tocchi Caino». Battaglie anacronistiche? Principi indifendibili per l’idolatria dell’accusa? Da nessun punto di vista riesco a giustificare questa indagine penale.

Ad evidenza nulla di penalmente rilevante. E però comincio a capire ora perché essa è stata concepita. È penale perché riguarda il pene. È per questo equivoco che ne stiamo parlando. I magistrati di Milano non hanno potuto resistere alla formidabile attrazione del pene. E lo hanno visto al centro di una vicenda che si muove intorno a quello più simbolico ed emblematico del presidente del Consiglio come rappresentante di tutti gli italiani. Punendo lui hanno inteso punire tutti i peccatori credendo di essere non un tribunale laico ma un tribunale ecclesiastico e hanno voluto mettere in discussione le ragioni del pene. È in questo senso che la loro indagine è penalmente rilevante. Ma di pene si tratta, non di pene.



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La topica (impunita) del pm che sequestrò la luce

di Stefano Zurlo


Mise i sigilli a un'enorme centrale di Voghera. E dopo le accuse la Procura ha dovuto scusarsi. L'ultima impresa di Cotugno è la confisca dello yacht di Briatore: una mossa ad alto impatto mediatico



 

La centrale elettrica. La fabbrica. L’ufficio urbanistica del Comune. E poi, a scendere, persino un marciapiede, una rotonda al casello dell’autostrada, e lo yacht di Flavio Briatore. Il pubblico ministero Walter Cotugno si è fatto un nome prima a Voghera e ora a Genova dove è entrato in rotta di collisione con la barca del marito di Elisabetta Gregoraci. La sua specialità è sempre la stessa: i sequestri. Nella sua carriera ha sequestrato di tutto: ha paralizzato per due anni l’ufficio urbanistica di Voghera, una città di 40mila abitanti, costringendo l’amministrazione, fra arresti e blocco delle pratiche, a chiedere la consulenza di dirigenti esterni; ha spento per sei mesi la centrale elettrica di Torremenapace, un colosso da 250 milioni di euro appena fuori Voghera; ha messo in ginocchio, anche se per un periodo breve, un’azienda specializzata nella produzione di tappi per bottigliette, la Crown Cork oggi Obrist, provocando la reazione rabbiosa degli operai che hanno alzato la voce e scandito slogan sotto il tribunale e le sue finestre.

Ora ha «arpionato» i 63 metri del Force Blue e ha costretto la famiglia Briatore a scendere a terra. Cotugno è un tipo tosto: non ha paura di affondare la spada della giustizia, costi quel che costi, ma non ha nemmeno paura di aprire un altro fascicolo prima che il precedente sia chiuso. Risultato: molte indagini, iniziate con grande clamore, si sono risolte in nulla. O con risultati modesti, sproporzionati agli alti costo sociali delle sue iniziative e, per dirla con i parametri dei chirurghi, Cotugno è uno dei pm più invasivi d’Italia: interventi a gamba unita, naturalmente giustificati dal suo punto di vista dall’applicazione della legge, risultati microscopici, da zerovirgola, che spesso fanno sorgere la più retrospettiva delle domande: ma perché ha stoppato quelle turbine, perché ha chiuso quell’ufficio, perché ha sigillato quell’attività?

Una questione importante che però i suoi superiori hanno tranquillamente ignorato ritenendola superflua: così, dopo aver furoreggiato a Voghera, nella nebbiosa provincia italiana, ora il mastino combatte sul mare di Genova la sua nuova battaglia. Eppure c’è chi ancora deve fare i conti con il suo passaggio, certo non indolore, sulla linea del Po. «Ha ordinato l’alt a molti miei progetti quando ero sindaco di Voghera - racconta al Giornale Aurelio Torriani, oggi Pdl e allora Forza Italia - è arrivato a sequestrare addirittura una rotonda all’ingresso dell’autostrada e un marciapiede».

Ma le operazioni che hanno segnato la comunità sono due: il blitz all’Urbanistica e quello alla centrale elettrica di Torremenapace. «A Torremenapace - spiega l’avvocato Antonio Rossi - è stata paralizzata per cinque mesi un’impresa che stava nascendo. Non solo: Cotugno ha bloccato un impianto costato 250 milioni di euro per un reato, una violazione delle norme a tutela dell’aria, che si può cancellare pagando un obolo di mille euro». Una modesta contravvenzione ha messo ko gli ingranaggi. Non è un po’ troppo?

L’indagine è andata avanti, la centrale è faticosamente ripartita, col tempo sono emersi nuovi e più consistenti capi d’imputazione. Ma alla fine in tribunale l’impianto che è crollato è quello dell’indagine, e il pm che aveva ereditato il fascicolo di Cotugno, intanto emigrato a Genova, ha chiesto e ottenuto una raffica di assoluzioni, spruzzate qua e là dall’immancabile prescrizione. Insomma, oltre che impacchettare la centrale, come faceva Christo con i monumenti, Cotugno ha ottenuto ben poco. E ancora peggio è andata con l’assalto all’Urbanistica. Il pm aveva annusato un computer sospetto e inseguito una serie di condoni poco trasparenti, per allargarsi poi a macchia d’olio: una raffica di arresti, tutto il settore bloccato per un periodo intollerabile, dal 2006 al 2008, il sindaco Torriani sotto scacco pure lui per la trasformazione di un magazzino in studio medico.

A Voghera non c’era più nessuno che potesse maneggiare quei dossier e dare risposte ai cittadini esasperati per la lunghezza delle procedure. Così l’amministrazione ha dovuto bussare a tecnici esterni per tamponare le falle. Una situazione incandescente finita in farsa: il pm Ilaria Perinu, che come per Torremenapace si era ritrovata a gestire il dossier aperto dal collega, si è accorta che nella perizia del consulente ingaggiato dalla procura a suo tempo c’era un errore di impostazione: un «dieci» era invece un «venti». Così, in aula, coraggiosamente la Perinu ha demolito, tanto per cambiare, il lavoro di Cotugno, riconoscendo una sorta di «vizio d’origine», quel calcolo errato che faceva sballare le operazioni. Conclusione: tutti assolti, anche qua, a parte due patteggiamenti. E tutti in fila a chiedere allo Stato il risarcimento per l’ingiusta detenzione.

Lui, invece, il mastino, ha cambiato aria: basta con la provincia, avanti verso la grande città, la metropoli. Genova. Dove ha preso di mira Briatore e la sua imbarcazione. Il padrone del Billionaire protesta. Quello yacht è un’azienda, viene noleggiato, incassa. Per ora però il Force Blue resta a terra. Domani si vedrà.



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La ricetta del successo Ecco come nascono i telepredicatori

di Maurizio Caverzan


Gli anchormen non si accontentano più di dettare la linea alla sinistra: vogliono guidare il Paese. Travaglio e Saviano hanno il polso dei loro seguaci più di Vendola e Bersani



 


I supplenti dell’opposizione hanno preso la laurea in tv. Nelle fumerie d’oppio della prima sera­ta. Nei calderoni altrimenti deno­minati talk show. Nelle piazze vir­tuali più o meno ribollenti. Ades­so però si preparano a esercitarsi nelle piazze tout court , il 13 feb­braio prossimo, davanti al Palaz­zo di giustizia di Milano. Del re­sto, il momento è quello che ve­diamo tutti i giorni nei tg e nei pro­grammi di approfondimento con risse e telefonate incorporate. Lì, sotto i nostri occhi, si sta consu­mando la grande metamorfosi del conduttore. Un po’ come av­viene per certi mostri, certi supe­ruomini dalla doppia vita che po­polano il cinema per ragazzi e che, in particolari condizioni, si trasformano. Ecco qua, i supplen­ti dell’opposizione sono gli esseri geneticamente modificati della specie «tribuni televisivi». Santo­ro, Lerner, Travaglio conduttori militanti lo sono sempre stati. Sa­viano, invece, la laurea (non quel­la honoris causa ) l’ha presa di re­cente.

Ora che l’ Armageddon si avvici­na, assistiamo a uno scatto in avanti. Annozero , Il Fatto quoti­diano , gli scritti di Saviano non so­no più solo programmi tv, testate giornalistiche, espressioni intel­lettuali. Sono strumenti di attività politica, marchi e soggetti che in­nescano appartenenze, per i qua­li si può tifare. In buona parte so­no le condizioni esterne a provo­carlo. Innanzitutto la radicalizza­zione dello scontro tra poteri del­lo Stato. Poi l’ostruzionismo im­potente e maldestro dei cosiddet­ti organi di controllo, dalle autho­r­ity fino ai vari tentativi del diretto­re generale della Rai Mauro Masi. Infine, ma soprattutto, la latitan­za dell’opposizione tradizionale. Così Santoro & Co. riempiono un vuoto. 

Per capire come stanno le cose in un certo mondo che non si può più definire solo banalmente di si­nistra (l’antiberlusconismo è di­ventato un fattore ancor più ag­gregante come dimostra il caso di Futuro e libertà) basta confronta­re due iniziative pubbliche con­tro il premier. La raccolta di firme indetta da Bersani e appunto la manifestazione a sostegno della Procura di Milano promossa da Santoro e soci. Come si è visto pro­prio ad Annozero nel duetto tra Rosy Bindi e Paolo Mieli che invi­tava il Pd a rovesciare nelle urne le eventualissime 10 milioni di adesioni anti-Cav, l’iniziativa dei gazebo suscita reazioni che van­no dallo scetticismo all'ilarità pas­sando per la compassione (nella parodia de Gli Sgommati di SkyU­no, il povero Bersani che racco­glie le firme diventa un arrotino o un cantante da metrò). Tutt’altra accoglienza,frutto di tutt’altra de­terminazione e del sèguito con­quistato in televisione, è quella ot­tenuta dall’annuncio del raduno davanti al tribunale milanese: un’idea che vellica il popolo vio­la, scalda gli animi, schiera le piaz­ze. 

Qualche giorno fa Saviano ha stabilito che a Napoli bisognava rifare le primarie e Bersani si è adeguato dopo aver rinviato l’as­semblea nazionale del partito. 





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