venerdì 31 dicembre 2010

Capodanno, festa nel mondo

Il Mattino


NAPOLI (31 dicembre) - È già 2011 in Nuova Zelanda. Le immagini trasmesse sui circuiti internazionali mostrano il cielo notturno di Auckland illuminato dai fuochi d'artificio. I primi paesi a entrare nel nuovo anno sono stati i piccoli stati del Pacifico di Tonga, Fiji e Kiribati.




Per i 5.000 abitanti di Kiritimati, località dello Stato del Pacifico Kiribati, è già il 2011: a mezzogiorno ora italiana è già scattata la locale mezzanotte, mentre noi ancora siamo immersi nei preparativi del cenone. A ruota, alle nostre tredici, seguono gli abitanti di Tonga, poi, alle 15 Sidney. Alle nostre 18 è la volta di Singapore. Solo un'ora, invece, ci divide da Mosca, che festeggia il 2011 alle nostre 23. Quando per noi la festa ha già toccato il culmine, alle 3 di notte, è la volta di Rio de Janiero. Alle nostre sette del mattino sarà la volta di New York. Ancora di più attenderanno i californiani di Los Angeles: quando toccherà a loro far saltare i tappi di spumante, noi staremo smaltendo gli eccessi notturni nel nostro letto: saranno le 10 del mattino. Gli ultimi però saranno altri isolani del Pacifico, gli abitantanti delle Hawaii, che si trovano dall'altra parte, rispetto ai 'dirimpettaì di Kiribati, della linea di cambiamento di data: per loro il Capodanno arriva sempre al nostro mezzogiorno, ma di quello che per noi è il primo gennaio 2011.




Un milione di persone è atteso questa sera davanti alla celebre Porta di Brandeburgo a Berlino per festeggiare il nuovo anno. Sarà proprio davanti al monumento un tempo simbolo della divisione di Berlino e della Germania che si terrà il più grande party di Capodanno. Un evento che culminerà con uno spettacolo di 14 minuti di laser e fuochi d'artificio, accompagnato da musiche celebri come Moon River o l'aria pucciniana Nessun dorma. Parteciperà anche il cantante Usa David Hasselhoff, che eseguirà 'Looking for Freedom', che nel 1989 scalò le hitparade sull'onda del crollo del Muro. Hasselhoff ha preso il posto del britannico Bonni Tyler, che ha dovuto annullare la sua presenza per malattia. Gli organizzatori dell'evento hanno allestito tre palchi, sei tendoni e vari schermi giganti disposti lungo un percorso di due chilometri sulla strada che conduce alla Porta di Brandeburgo. Tra le attrazioni figura anche una ruota panoramica di 40 metri, portata da una vicina fiera di Natale dopo che quella originariamente prevista era rimasta danneggiata durante il trasporto sulle strade gelate.


In allerta polizia e sanitari, ma non sono previsti particolari rafforzamenti della sicurezza alla luce delle recenti minacce terroristiche contro la Germania. Vietate però le bottiglie di vetro per lo spumante e i petardi. Ad accompagnare la festa, temperature un pò meno rigide di quelle registrate nei giorni scorsi, ma sempre intorno agli zero gradi.




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In guerra il miglior amico è un rullino

di Fausto Biloslavo



Il digitale manda fuori produzione il Kodachrome che ha illustrato il ’900. Un inviato racconta le avventure in Palestina, Asia e Africa vissute con la macchina fotografica al collo



 



La calca di giornalisti e fotografi delle più grandi testate al mondo, che attendeva al varco Yasser Arafat, in ritirata da Beirut nel 1982 davanti ai carri armati israeliani, mi sembrava insormontabile. Armato di un paio di “vecchie” macchine fotografiche reflex, penzolanti al collo, pensai bene di aprire la portiera dell’ultima vettura di scorta. Dalla Mercedes scassata spuntò la canna di un fucile Kalashnikov. In inglese stentato riuscii solo a dire che ero un giornalista italiano e volevo fotografare il capo dei palestinesi. La guardia del corpo con il kalashnikov in pugno mi rispose con un rassicurante accento bolognese: «Ho studiato in Italia, salta su».

Grazie al colpo di fortuna passai la canea dei giornalisti e tutti i posti di blocco. Unico fotografo presente mi tremavano le mani, mentre scattavo a raffica l’addio di Arafat da Beirut. Alla fine tirai fuori il rullino di diapositive che pensavo fosse il migliore e mi presentai all’hotel Cavalier a Beirut ovest. Per un pugno di dollari lo comprò Time. Rudi Frey, il capo dei fotografi del mitico settimanale americano, guardò i suoi e disse: «Questo giovane free lance vi ha fregato». Il rullino arrivò con un autista a Damasco, dove un pilota che volava in Occidente lo consegnò ai corrispondenti del Time. Alla fine sbarcò a New York in tempo per l’edizione del settimanale sulla guerra in Libano.

Dallo scorso mese non ci sono più rullini da sviluppare. Le ultime scatole di Kodachrome sono state prodotte nel giugno 2009, numero di emulsione 1563, scadenza novembre 2010. Un mondo si è spento travolto dalla rivoluzione fotografica digitale. Oggi scatti, guardi se la foto è venuta bene, nel caso la cancelli e rifai l’inquadratura. Poi mandi le immagini via posta elettronica, dal deserto iracheno o dalle montagne afghane ed in redazione te le sparano in pagina in un attimo.

La leggendaria pellicola ha fatto la storia fotografica del ’900, ma fino allo sviluppo, che poteva arrivare settimane dopo, non sapevi mai se l’esposizione era corretta, i tempi giusti e l’immagine pubblicabile. Ora che non esiste più è doveroso tessere l’elogio del rullino estinto. Una specie di onore delle armi ad un mondo d’altri tempi, dal sapore quasi antico, ma legato a mille avventure nei reportage di guerra.

Nel 1987 incontrai per la prima volta il carismatico comandante Ahmad Shah Massoud, che guidava i mujaheddin contro l’Armata rossa in Afghanistan. Molti anni dopo, ultimo baluardo contro i talebani, diventerà la prima vittima dell’11 settembre ucciso da Al Qaida alla vigilia dell’attacco all’America. Lo immortalai con un rullino Kodachrome mentre combatteva sull’Hindukush. Al ritorno verso il Pakistan mi catturarono i filo sovietici. Nascosti nei sacchi di biada del cavallo, che mi faceva da facchino, c’erano le pellicole di una cinepresa Super 8 ed i rullini fotografici realizzati in due mesi di reportage.

I proiettili che fischiavano dappertutto fermarono me, ma non il cavallo che lanciai verso le linee dei mujaheddin. Rullini e filmati furono recuperati e per l’anniversario dell’invasione sovietica del Natale ’87 la Cbs mandò tutto in onda. Pochi giorni dopo il governo di Kabul ammise di avermi sbattuto in galera. I rullini ed i filmati mi avevano, con tutta probabilità, salvato la vita. Due anni dopo, a Kabul cercarono di ammazzarmi con un camion militare. La ruota davanti mi passò sopra a tal punto che un rullino, nel giubbotto mille tasche da fotografo, divenne piatto come cento lire.

La pellicola è legata a tanti ricordi, come lo scatto dei Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione iraniana, che correvano allineati sotto la neve, a piedi scalzi e torso nudo, gridando «abbasso l’America» e finito su Time-Life. Stiamo parlando degli anni Ottanta, del carnaio della guerra Iran-Iraq, quando i rullini venivano coccolati. Magari non c’era nulla da mangiare e piovevano le bombe, ma il rullino doveva stare al sicuro e alla temperatura giusta.

Impresa ardua all’Equatore, nell’Africa rosso sangue, dove con la pellicola ho immortalato per sempre gli orrori dei mucchi di cadaveri in Uganda o del genocidio in Ruanda. Ogni volta che dovevo caricare la macchina e scattare immagini di corpi straziati dalla furia umana mi accendevo un piccolo sigaro, perché il fumo aiuta a superare il lezzo dolciastro della morte che ti fa vomitare.

Il canto del cigno dei rullini è cominciato con la guerra che ha fatto a pezzi la Jugoslavia. Le ultime diapositive le ho scattate in Kosovo, quando i guerriglieri dell’Uck cominciavano a punzecchiare i serbi. Finito in un’imboscata assieme ad una colonna di kosovari in fuga con armati, feriti, donne e bambini sono rimasto tagliato fuori dalle raffiche e dalle granate di mortaio. Scappando nella foresta pensavo solo a riportare a casa la pellaccia e gli ultimi rullini delle fotografie di guerra.


www.faustobiloslavo.eu



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Afghanistan, morto un militare italiano Colpito al fianco da un cecchino

Il Messaggero


Matteo Miotto, 24 anni, veneto di Thiene, era di guardia su una torretta. La Russa: «Colpito nella parte scoperta dal giubbotto. Doveva essere un giorno di festa. Troppi lutti tra i nostri soldati»







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Lula, no all'estradizione di Battisti

La Stampa


Il presidente brasiliano ha negato il trasferimento in Italia dell'ex terrorista dei Pac «Impertinente nota dell'Italia».
La Russa: «Decisione offensiva»


video


BRASILIA

Il Brasile respinge la richiesta di estradizione per Cesare Battisti. Il presidente uscente, Ignacio Lula da Silva, ha deciso di seguire l'orientamento espresso dall'Avvocatura generale dello Stato che si era detta contraria al rinvio in Italia dell'ex terrorista dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, accusato di quattro omicidi per i quali non aveva mai scontato alcuna pena.

Vissuto per anni da latitante in Francia, era poi fuggito prima dell'estradizione che l'Eliseo sembrava intenzionato a concedere e si era rifugiato in Brasile, dove era stato poi fermato nel marzo 2007. Sostenuto da un movimento contrario all'estradizione, Battisti ha sperato fino all'ultimo nel diniego del capo dello stato al suo trasferimento in Italia. Lula ha preso la sua decisione nell'ultimo giorno di permanenza alla guida del Paese.

«Italia impertinente»Ad alzare i toni dello scontro tra i due Paesi la nota diffusa dal governo brasiliano, che considera l'Italia «impertinente, in particolare nel riferimento personale a Lula» .

La Russa: «Decisione offensiva»Immediata la replica del ministro della Difesa Ignazio La Russa: «La peggiore previsione si è realizzata», ma l’Italia «non lascerà nulla di intentato» affinchè il Brasile «receda da questa decisione ingiusta e gravemente offensiva».

Torregiani: «Vergogna incomprensibile»La mancata estradizione dell’ex terrorista Cesare Battisti è una «vergogna inspiegabile». Di più, «una presa in giro». Roberto Torregiani, figlio di Pierluigi , il gioielliere assassinato da Battisti nel 1979, non usa mezzi termini per definire la decisione del presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva. «Le motivazioni non si comprendono proprio. Resta una grande amarezza - afferma il figlio di Torregiani. - A questo punto credo che il boicottaggio del Brasile sia l’unico modo per fare capire che ci siamo e contiamo».

D'Alema tira la giacca di Silvio

Il Tempo

Il presidente del Copasir: "O Berlusconi si presenta o porterò il caso in Parlamento".


Massimo D'Alema


D'Alema ci riprova. E questa volta non usa mezzi termini passando direttamente dagli inviti alle minacce. Vuole a tutti i costi indossare i panni dell'inquisitore e costringere il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a sottoporsi al suo interrogatorio. E così, dopo che le precedenti quattro convocazioni del premier a presentarsi in audizione al Copasir sono rimaste disattese, ieri il lìder Maximo si è sfogato. Prima, ha definito «sprezzante» l'atteggiamento di Berlusconi che, invitato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, «non è venuto a rispondere», e poi ha annunciato una mozione in Parlamento nel caso in cui il Cav decidesse di continuare il suo silenzio: «La legge - racconta D'Alema, in un'intervista all'Unità prevede che il capo del Governo debba rispondere al Copasir per tutte le questioni, che sono moltissime, di sua esclusiva competenza come responsabile della sicurezza del Paese. Eppure - continua - l'abbiamo convocato, con decisione unanime, ben quattro volte. Ma Berlusconi non viene. È un atteggiamento che rivela una concezione inaccettabile, sprezzante, del rapporto tra Governo e Parlamento».

Ma non finisce qui. Infatti basta continuare nella lettura dell'intervista per capire che D'Alema brama dalla voglia di interrogare il premier tanto da dichiarare di avere già pronte le domande da sottoporgli: «Gli vorrei chiedere delle volte che ha opposto il segreto di Stato. Non sono contrario quando ciò viene fatto nell'interesse dell'Italia, ma l'abuso é inaccettabile», a partire da Telecom e dai dossier di Pio Poma. Così ieri si è aggiunto un altro tassello alla già lunga querelle tra D'Alema e Berlusconi. E, come è successo più volte negli ultimi mesi, le parole dell'ex premier, vengono bollate dal Pdl come un mero attacco politico. Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del partito berlusconiano e componente del Copasir attacca: «D'Alema utilizza questa presidenza per coprire aspetti del suo passato. Si tratta di una situazione che sta diventando intollerabile».

Si spiega meglio Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato: «Vedere D'Alema fare riferimento alle vicende Telecom è come vedere Cicciolina tenere un corso prematrimoniale. Forse l'esponente semi-comunista si illude di utilizzare la presidenza del Copasir per molestare Berlusconi e occultare le vicende della Telecom che chiamano in causa la sinistra. Ce n'è, come si sa, anche per D'Alema. Un nostro gruppo di lavoro sul fondo Oak sta cercando di mettere luce sulle ambigue condotte dai capi della sinistra. Forse il Copasir più che Berlusconi dovrebbe sentire proprio D'Alema. E la giornata si chiude con un annuncio fatto dal vice Presidente della commissione, Giuseppe Esposito (Pdl). D'Alema la smetta di fare politica perchè «non vorremo essere costretti a sfiduciarlo dal suo ruolo di presidente del Copasir, ma se si continua con questa deriva d'intolleranza e di violenza verbale per la sicurezza del Paese e per la sicurezza delle istituzioni presenteremo una mozione di sfiducia all'interno del Comitato».



Alessando Bartasi
31/12/2010




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La latitanza di Zagaria, la fuga del boss protetta da 007 deviati

Con il 2010 è finito l'anno dell'escort e di Nichi

di Marcello Veneziani


Il 2010 verrà ricordato come la stagione delle squillo, speranza dei poteri loschi per sovvertire il voto. Altro protagonista, un meteorite dell’altro mondo: Bocchino. E poi i dodici mesi di Napolitano: dignitoso, equilibrato e portatore sano di comunismo



 

È finito l’anno della Mignotta. Personaggio chiave della poli­­tica italiana, anel­lo di congiunzio­ne tra la stampa e la magistratura, punto di ristoro e di agguato per il premier, è stata la speran­za estrema della sinistra e dei poteri loschi per sovvertire la sovranità popolare. Dissento da Paolo Guzzanti, studioso del fenomeno, che usa la defini­zione di Mignottocrazia: riten­go che non si tratti di potere nel­le mani delle mignotte, ma di mignotte nelle mani del potere che le usano per allietare o ro­vesciare i governi e consentire l’alternanza a dispetto degli elettori.

Alla Mignottocrazia preferisco la definizione etni­co- paesaggistica di Zoccolan­dia, più ridente e più aderente a un paese in cui prostituirsi è mestiere diffuso non solo tra le donne. È finito l’anno di Italo Bocchi­no. Meteorite piovuto da una galassia lontana, l’asteroide ha assunto il nome del posto dove è precipitato, l’Italia, e l’accento del luogo in cui fu trovato, il Casertano. 

Fervo­no studi sull’origine del co­gnome. Nessuno sapeva a che titolo fosse divenuto il perso­naggio dell’anno. Il suddetto asteroide ha monopolizzato le telecamere più di Belen, im­perversando dappertutto, in­cluse le previsioni del tempo. La gente disperata si era ridot­ta a rifugiarsi nella pubblicità per non vedere e sentire il Boc­chino che sentenziava sulla vi­ta e la morte di governi, premier, partiti e alleanze, giornali e giornalisti, appalti in Rai e subappalti in Campania. Si confida nell’inceneritore di Caserta. 

È finito pure l’anno del suo seguace, il Bocchino-dipendente Fini, un tempo leader di un partito e ora libero professionista con studio in Camera. È finito l’anno di Nichi Vendola, l’omo della provvidenza, protagonista assoluto della sinistra. Auguriamoci che sia lui il candidato premier per quattro ragioni.

1-riporterebbe in politica l’alfabeto delle passioni ideali, se non i contenuti almeno le parole che danno dignità alla politica. 2-Da rompiscatole doc dimostrerebbe che il Pd è una scatola vuota. 3-Sarebbe divertente come avversario, con le sue «affabulazioni» e la sua curiosa personalità ben delineata da Galli della Loggia e Checco Zalone. 4-Libererebbe la mia Puglia da un governatore che non amministra e lascia malgovernare. Perciò lo vogliamo a Roma. Non so perché, ma lo vedrei bene con i capelli della Polverini. 

Quei capelli a tendina, tipo Cleopatra der Tufello, gli addolcirebbero lo sguardo inquietante e la testa bombata. È finito l’anno di Napolitano che oggi rivolgerà gli auguri agli italiani. Tutto sommato nel 2010 si è comportato in modo dignitoso ed equilibrato. Non ha colpa se è portatore sano della sinistra presente, del comunismo passato e della vecchia partitocrazia. E ancora meno ha colpa personale se la sua inflessione e perfino il suo cognome evocano a molti la monnezza e la camorra.Lo vedo un po’ accasciato; sarà l’amor patrio ma mostra tutti i 150 anni dell’unità d’Italia.

È finito l’anno di Mauro Masi, l’uomo più impotente d’Italia.Un tempo il direttore generale della Rai era ritenuto l’uomo più potente d’Italia. Invece il povero Masi deve prendere ordini dall’azionista, cioè il Tesoro, dal premier e il suo governo, dal Parlamento, dalla Commissione di vigilanza Rai, da una marea di authority, sindacati e associazioni, dai suoi stessi dipendenti, da primedonne e magistrati che decidono chi mandare in onda e che programmi fare. 

Subisce i programmi di successo della Rai, è costretto a opporsi agli ascolti. Un suo provvedimento contro qualcuno si trasforma in gratifica, una sua censura equivale a una promozione, i suoi ordini vengono coglionati anche nel video della sua stessa azienda, la sinistra lo disconosce, ma anche il centrodestra fa finta di non conoscerlo. Un magistrato di buon cuore lo reintegri con l’anno nuovo nell’ufficio reclami della Rai. È finito l’anno di Lady Gaga, eletta star numero uno del pianeta. Nata in laboratorio da un accoppiamento a distanza tra Madonna e Michael Jackson, frutto di una miscela chimica tra ormoni pop e ovuli rock, la sua esistenza è incerta.

C’è chi la reputa uomo, chi trans, chi ermafrodita, chi un fumetto, una bambola fatta di vestiti assurdi con la suoneria custodita tra le scapole. L’italoamericana Stefani Joanne Angelina Germanotta cerca ad ogni costo la trasgressione. Il sesso è poco, ci vuole altro per violare i tabù, e così si accanisce su religione, infanzia e morte. Troppo scontato. Oggi la vera trasgressione è la tradizione. Suor Germanotta prenda i voti e usi il cilicio, preghi col rosario. Sarà quella la vera trasgressione, se lo farà di nascosto dal pubblico, magari a casa sua appena finirà quest’anno di celebrità mondiale.

È finito l’anno di Elton John neo-mamma. Tutti a congratularsi con la rock star e con suo marito per il figlio in provetta. Nessuno che abbia avuto il coraggio di indignarsi per la mortificazione della donna, ridotta ad animale sfruttato, anzi a macchina per sfornare figli e poi cederli al danaroso acquirente. Il dogma gay schiaccia anche i diritti della donna e la denuncia dello sfruttamento biologico dei ricchi sui poveri. A proposito di figli, meglio l’esempio delle 113 mamme francesi che qualche giorno fa sono andate a prendersi i rispettivi bambini adottivi, rimasti orfani per il terremoto di Haiti. Erano belle a vedersi quelle mamme raggianti che hanno dato un futuro a quei bambini.

Erano belli a vedersi quei bambini benvestiti che guardavano con stupore l’aereo e poi Parigi, nei loro occhi splendeva l’incanto di una rinascita dopo il dolore e il terrore. Piuttosto che i capricci di una gay- star che vuole un bambolotto tutto suo e lo commissiona a un utero in affitto, meglio quelle mamme che hanno salvato dalla miseria e dai ricordi atroci quei bambini. Benvenuti in Europa, bentornati alla vita.




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Duel» sul raccordo anulare: una 600 blocca una Ferrari, due arresti

Corriere della sera


Testa a testa, speronamenti, poi la lite e le botte selvagge: in carcere il ferrarista e un amico. In ospedale l'aggredito


ROMA - A bordo di una Fiat 600 aveva "sfidato" una Ferrari, impedendole il sorpasso. Sarebbe questo il motivo di un folle inseguimento notturno sul Grande raccordo anulare di Roma, finito con un'aggressione fisica e due arresti, dopo un serrato testa a testa, con tanto di speronamenti. Quella che agli automobilisti in transito è sembrata una gara era in realtà una punizione: la conseguenza di uno stupido diverbio. Alla fine, speronato e inseguito dal Ferrarista, il conducente della Fiat è stato picchiato selvaggiamente sulla corsia d'emergenza.

VIOLENZA PRIVATA - La scena è stata però notata da un carabiniere libero dal servizio che, chiamando il 112 prima e intervenendo a dare man forte ai colleghi poi, ha evitato il peggio. Sono stati arrestati, così, due romani di 30 e 32 anni, il Ferrarista e un amico che si trovava con lui, entrambi già noti alle forze dell'ordine. Dovranno rispondere di violenza privata, lesioni aggravate in concorso, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. L'inseguimento è iniziato sul Gra, all'altezza dell'uscita Pontina, dove il conducente della Fiat non si è lasciato superare dalla Ferrari che lo seguiva.

Probabilmente indispettito da tale atteggiamento, il Ferrarista ha prima speronato diverse volte l'utilitaria e dopo averla bloccata, è sceso dal veicolo e, insieme all'amico, ha mandato in frantumi un finestrino della 600 e preso a pugni il 32enne che la guidava. I due aggressori sono stati arrestati dai militari del Nucleo Radiomobile di Roma. All'interno della Ferrari sono stati rinvenuti 27.500 euro in contanti: la provenienza del denaro, sequestrato assieme alla Ferrari, dovrà essere chiarita. Il conducente della 600 è stato portato al Sant'Eugenio per i soccorsi; è stato dimesso con una prognosi di 21 giorni. (Fonte: Ansa).

31 dicembre 2010



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Vendola insulta gli operai: "Siete dei bulloni"

di Gian Maria De Francesco


Sull’Unità il leader di Sel attacca i dipendenti Fiat firmatari della lettera al «Giornale» contro sinistra e Fiom Per lui i colpevoli sono le tute blu che vogliono lavorare. «In quella fabbrica non siete né persone né classe»


«In quella fabbrica sie­te solo bulloni e numeri». Ec­co il conflitto di classe secon­do Nichi Vendola che assie­me ad Antonio Di Pietro e al responsabile economico del Pd Stefano Fassina ha scelto le pagine dell’ Unità per ri­spondere alla lettera aperta degli operai di Pomigliano pubblicata dal Giornale . 

La lirica vendoliana trasu­da una mis­tica veterocomuni­sta che nelle comparsate pub­bliche del governatore puglie­se viene nascosta dall’abilità affabulatoria. L’ incipit è ri­dondante. «Cari amici di Po­migliano, mi addolora veder­vi “ usati”così,e su quel quoti­diano padronale», esordisce Nichi che si rivolge ai lavora­tori ammonendoli sulla «cu­riosa e paradossale polemica contro la sinistra e contro la Fiom, rei di non subire il con­tratto- capestro della Fiat». 

È, soprattutto, una questio­ne di cattiva coscienza ( sareb­be meglio dire di «autoco­scienza ») degli operai di Po­migliano. «Voi- scrive Vendo­la- non riuscite a rappresenta­re la strategia di Marchionne come una profezia del moder­no p­erché comunque siete in­gabbiati in quella fabbrica in cui siete solo bulloni e nume­ri, non persone né tantome­no classe. In cui il contratto sa­rà un negozio privato tra voi, piccoli e soli, e un padrone multinazionale». Un posto dove «la lotta e lo sciopero, strumenti sovrani della civil­tà e della democrazia, vengo­no oggi messi al bando».

Per il leader di Sel «è tutta qui la tragedia del nostro Pae­se » nel quale il potere arro­gante del capitale vuole gli operai «piegati e rassegnati». E meno male che premette un bel «non sono contro di voi» altrimenti ci sarebbe sta­to da attendersi una denun­cia alla Commissione per la morale rivoluzionaria. 

L’aspirante candidato pre­mier del centrosinistra alle prossime politiche ha rivela­to una sconfortante mancan­za di pragmatismo. Ricaden­do nel peccato originale del vecchio Pci che difettava di ca­pacità autocritica. 

Secondo Nichi, infatti, non è la sinistra ad aver sbagliato qualcosa nell’analisi, ma sono gli ope­rai a non capire, a errare, a non essere «classe» per usare il vecchio armamentario ideo­logico. Il governatore, infatti, non si rivolge agli operai in carne ed ossa che hanno scritto e sottoscritto la lettera al Gior­nale ma parla all’operaio­massa immaginario del seco­lo scorso. 

Non si rivolge a colo­ro che hanno scelto di dire sì alla proposta di Sergio Mar­chionne per 360 euro lordi an­nui di retribuzione in più, ma a delle entità indistinte. Non si rivolge a coloro che hanno accettato di lavorare con un aumento dei turni per guada­gnare fino a 300 euro al mese in più in busta paga, ma ai so­stenitori del vecchio contrat­to nazionale e delle vecchie gabbie.

Vendola ha abdicato a qualsiasi possibile riformi­smo in virtù della dottrina che predica il conflitto tra ca­pitale e lavoro come motore della Storia. Da questo punto di vista, an­che la lettera di Antonio Di Pietro appare sbiadita. L’ex pm non riesce ad abbandona­re nemmeno per un attimo la demagogia e incomincia ad­debitando al governo Berlu­sconi la responsabilità delle «mancate scelte di politica in­dustriale ».

Non manca la tira­ta da comizio sulla proposta di legge dell’Idv per regolare la rappresentanza nelle azien­de dei lavoratori «consegnan­d­o il potere di decidere ai lavo­ratori e non alle burocrazie sindacali». L’intesa? «È sba­gliata e ricattatoria» e la Fiom ha fatto bene a non firmare.

«Continueremo a lottare af­finché Marchionne non pos­sa smantellare pezzo dopo pezzo i diritti dei lavoratori», conclude. L’ex pm ha dato un altro sag­gi­o della propria visione pero­nista dei rapporti di lavoro e ha sostanzialmente appoggia­to la scelta della Fiom di sot­trarsi all’intesa. Autoelimina­ta la minaccia- Fini sul versan­te giustizialista, ora il leader Idv ha un altro problema: non perdere troppo terreno a sini­stra visto il crescente consen­so nei sondaggi per la gauche «alle cime di rapa» di Vendo­la. Nichi e Tonino una scelta l’hanno fatta. Il Pd ancora no.




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Le tute blu alla sinistra: «Voi non avete famiglia e mutui a cui pensare»

di Redazione


Ai politici e ai sindacalisti di sinistra, che in questi giorni stanno accusando le organizzazioni firmatarie dell’accordo Fiat Mirafiori e del contratto di lavoro per lo stabilimento Giambattista Vico, noi lavoratori Fiat dell’Ugl di Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Fma (Pratola Serra), Cassino, Sofim (Foggia), Termoli chiediamo di smetterla con le ipocrisie e con le parole incendiarie espresse in questi giorni.

Ci chiediamo cosa state difendendo. Di certo non i nostri posti di lavoro o quelli di chi gravita intorno a tutti gli stabilimenti Fiat come aziende della componentistica, dei servizi, delle attività commerciali e di tutto ciò che ancora riesce a dare lavoro, sebbene con grande fatica, in tempi di crisi e di globalizzazione.

Sicuramente voi non vivete con l’assillo di famiglie da mantenere, di mutui da pagare, di anziani e bambini da curare. Soprattutto non sapete fare sindacato senza permessi e senza godere di tutte quelle agevolazioni su cui noi dell’Ugl per lungo tempo e in alcuni settori non abbiamo potuto contare, senza per questo sparire, anzi crescendo, nel panorama sindacale.
State negando la realtà: gli effetti della globalizzazione sono sempre più pressanti e ormai non si può più fare finta di non sentirli.

Infine nessuno di noi ha mai pensato di escludere da un tavolo di trattativa un sindacato importante come la Fiom-Cgil, perché all’Ugl nessuno fa più politica e non potrebbe essere altrimenti, poiché in questo sindacato si riconoscono e sono iscritti tanti lavoratori di sinistra.
La verità è che stavamo perdendo l’industria automobilistica più importante d’Italia e che un sindacato altrettanto importante ha deciso di non essere insieme agli altri a difendere decine di migliaia di posti di lavoro.



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Fiat, ora l'Italia si è liberata del fattore Agnelli

di Redazione


La sua gestione "simpatica" (a spese dello Stato) ha paralizzato il Paese. Oggi l’impresa torna al suo mestiere: fare utili



 

Quello sciatto pulloverino di Sergio Mar­chi­onne ha fatto fuori l’orologio sul polsi­no dell’Avvocato. La nuova Fiat mortifica e conclude così l’agnellismo. Furio Co­lombo ci ha ricordato la peggiore (anche se per lui sublime) battuta di Gianni Agnelli: «Anche la Fiat deve uscire dal nu­cleare. È impopolare, nessuno lo vuole, un’azienda come la nostra non può esse­re antipatica». 

Ecco. Finalmente la cate­goria imprenditoriale della simpatia è morta. Non è più, grazie al Cielo, il metro con cui giudicare un’impresa. Le azien­de non sono simpatiche o antipatiche. Le aziende fanno utili o bruciano quattrini. Le scelte non possono essere solo simpatiche, debbono essere economicamente corrette. E la fine dell’agnellismo lacera la politica, soprattutto a sinistra, in quelle sacche conservatrici che ancora credono che il «salario sia una variabile indipendente». 

L’Avvocato ha costruito la sua fama sullo charme, sulla simpatia, sulla pettegola capacità di sapere e conoscere ciò che era giusto sapere e conoscere. È stato una favolosa icona di un’Italia democristiana che chiedeva di essere accettata e che voleva emergere. Più o meno quando Cristo si fermava ad Eboli, l’Avvocato comprava a Park avenue.

Ma Gianni Agnelli è stato anche uno dei peggiori virus del capitalismo all’italiana. Il simbolo dell’impresa che cercava di essere simpatica (talvolta), ma con i quattrini pubblici (sempre). Marchionne cancella l’agnellismo. È più americano dell’Avvocato, ma sembra un abruzzese. Il nuovo capo della Fiat ritiene che la regola d’oro sia fare quattrini (speriamo non occultandoli in Svizzera, come fece il suo illustre predecessore). 

Ci riuscirà? Questo è ancora tutto da vedere. Ma ci sta provando senza scorciatoie. Le fabbriche non sono il romantico parcheggio per far lavorare qualche mese un proprio discendente, sono macchine da far funzionare senza sbavature. La fine dell’agnellismo non poteva che avvenire a Mirafiori. Marchionne non merita di essere trattato (come sta avvenendo) come un moderno idolo del capitalismo italiano. 

Il numero uno della Fiat ha solo intenzione di fare il suo mestiere per cui è generosamente retribuito, e cioè vendere auto con profitto. Unica condizione per la quale un’impresa possa sopravvivere e dar lavoro.
Tutto il resto sono palle, anche se simpatiche. L’amministratore della casa automobilistica torinese cerca di fare ciò che milioni di imprenditori, artigiani, commercianti fanno ogni mattina quando alzano la claire . Far girare la propria macchina in collaborazione con i propri dipendenti. Sperando che sindacati e Stato facciano il loro dovere: non un grammo in più.





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Addio a Rasputin, morte improvvisa del leader del gruppo Boney M.

Corriere della sera

 

Negli anni Settanta la band fu la risposta europea alla discomusic. Famosi con Sunny, Ma Baker e Daddy Cool

 

MILANO - Bobby Farrell, leader e cantante del gruppo Boney M., è improvvisamente morto nella notte. Il decesso è stato annunciato dal suo agente John Seine che ha spiegato che il corpo è stato ritrovato senza vita in un albergo di San Pietroburgo dopo uno spettacolo privato per una società, durante il quale aveva detto di non sentirsi molto bene. Secondo fonti della polizia russa, sul cadavere e nella camera non sono stati trovate indicazioni di violenza e si ritiene che la morte sia da attribuirsi a cause naturalil. Farrell, 61 anni, originario di Aruba nelle Antille, era ballerino e viveva da tempo ad Amsterdam. Oggi avrebbe dovuto partire con il gruppo per l'Italia dove avrebbe preso parte a spettacoli in occasione di Capodanno.

 

 

BONEY M - I Boney M. negli anni Settanta furono - insieme agli Abba - la risposta europea alla discomusic di provenienza americana. Il gruppo era formato da tre donne e un solo uomo, Farrell, tutti orginari della Giamaica e delle Antille. Cinque i loro principali successi, che li fecero conoscere in tutto il mondo - specie nel Nord Europa e in Asia, ma rimasero praticamente sconosciuti in America - vendendo cento milioni di dischi: Daddy Cool, Ma Baker, Sunny, Rasputin e Rivers of Babylon.

 

Redazione online
30 dicembre 2010

Il ragazzo di città in fuga da tutto per fare il pastore

La Stampa


La scelta di Andrea: vivere in montagna con 300 pecore





VIDEO
Via dalla città
per fare il pastore



NICCOLO' ZANCAN
INVIATO A CANDELO (Biella)

Andrea non si è perso. Ma per non perdersi ha rinunciato a tutto quello che era previsto per lui: l’università, gli amici con le moto, «il bianchino» al bar, le notti in discoteca, le vacanze, una vita borghese. Ha rinunciato ai sogni preconfezionati e alla velocità del suo tempo. Andrea Maffeo, 18 anni, figlio di un chirurgo e di un’insegnante di Biella, da due anni ha scelto di fare il pastore: «Mi piacciono le bestie, stare all’aria, prendermi cura di loro. Andare a cercare sempre nuovi prati per portarle a pascolare, anche se non è facile.

Ma quando finisce la giornata e vedo che le mie pecore hanno la pancia piena, sono felice anche io». Perché la felicità può essere davvero un’idea semplice. Pastore ramingo. La sua transumanza oggi lo porta a Candelo, un piccolo paese ai piedi delle montagne, a settanta chilometri dal confine svizzero. E fa uno strano effetto arrivare alle bestie passando lungo stradoni costruiti per fare spazio a ipermercati, parcheggi e rotonde. Questa è la terra del filati di pregio. La lana di Andrea invece è spessa e ruvida, e il suo piccolo marchio si chiama «Crusch Gacc»: «In dialetto biellese significa pastore buono, pastore serio. Che non lascia mai le pecore, neanche di notte».

D’inverno dorme dentro una vecchia roulotte con una stufetta, niente televisione: «Guardo il telegiornale quando torno a casa dai genitori. Magari sto anche mezz’ora davanti al computer. Facebook mi piace, ma posso farne a meno». Andrea a scuola era un disastro. «A parte i voti, sentivo che non poteva essere la mia vita. Ero sempre stanco, insofferente. Il banco mi sembrava una prigione. Non era per me. Quando mio nonno mi portava in montagna, invece, stavo molto meglio. Lui mi diceva: "La senti l’aria?". Io la sentivo. Ho capito così quello che volevo fare».

I primi ad accorgersi di Andrea, della sua storia piccola e grande, sono stati Manuele Cecconello, Claudio Pidello e Andrea Taglier. L’hanno seguito per un anno con telecamere e macchine fotografiche. Con pochi mezzi hanno girato un documentario poetico, pieno di silenzi e attese, stagioni che cambiano lentamente, com’è la vita di Andrea. Si chiama proprio «Sentire l’aria». Un successo per ora confinato al biellese. Ma il primo vero sponsor del pastore Andrea, a guardare bene le cose, è stato suo padre.

«Facevo il secondo anno di Agraria. Alla fine della scuola, gli ho detto che volevo cercare qualcuno che mi insegnasse a fare questo mestiere. Lui mi ha detto di provare. Sono andato in montagna con un vecchio pastore che si chiama Nicola Pelle. Non è che parlasse molto, ma il mestiere si ruba, non si insegna». Al ritorno Andrea aveva deciso: «Ci sono state discussioni in famiglia, come è normale. Mio padre mi ha chiesto tante volte se fossi sicuro. Alla fine mi ha detto: “A noi va bene, se tu sei felice". Sono andato con lui a comprare le prime pecore».

Oggi Andrea ha 300 capi, insufficienti per vivere, ma abbastanza per sperare un giorno di farcela: «Devo arrivare a 500, avere più contributi, produrre più lana. Riuscire presto a pagarmi le spese: il fieno, il granturco, la tosa». Una giornata al pascolo può fare bene. Lunghe ore di attesa da un prato all’altro. Nessun rumore, a parte le pecore che brucano e belano, mentre il cane Birbàn controlla che ci siano tutte. Andrea sta seduto appoggiato a un bastone: «È bello vedere come cambiano le giornate - dice - ognuna è diversa». Cosa ti manca di più della tua vita di prima? «Il tempo libero. Non dico le vacanze, ma mezza giornata per andare con gli amici, magari. Però le pecore non aspettano». Ci tiene ad essere un «Crusch Gacc»: «Non so se potrò farmi una famiglia. Per stare insieme in questa vita bisogna fare tante rinunce».

Il padre di Andrea si chiama Michele Maffeo, da sette anni si occupa di cure palliative per malati terminali di cancro: «Certo, le ambizioni di ogni genitore sono diverse. Non dico che speravo che facesse il chirurgo, ma magari un lavoro in cui si realizzasse di più. Però Andrea a scuola soffriva troppo. E mi è venuto in mente che Mario Rigoni Stern aveva la terza media. Non so se in futuro ci rinfaccerà di non aver insistito di più per farlo studiare. Ma so che un uomo può trovare la sua morale in mezzo ai boschi come nel centro di Torino. Intanto gli stiamo con il fiato sul collo. La cosa più importante è che Andrea impari il rispetto».

Il rispetto è nel silenzio. Nelle carezze per Birbàn. Nei fischi che richiamano il gregge verso il recinto, quando il pomeriggio diventa freddo e buio. In giro che cosa dicono di te? Andrea sorride ancora: «I commenti sono vari. Molto mi criticano, dicono: “Ma cosa ci fa il figlio del dottore dietro alle pecore?”». Cerca un senso come tutti, il suo.






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Ma Battisti libero è un rospo che non si può ingoiare

di Paolo Granzotto


Non siamo nati ieri e dunque sappiamo benissimo che nelle relazioni internazionali a far aggio è l’interesse economico, il dare e l’avere. Della geopolitica e delle sue esigenze, poi, non ne parliamo. Non ci è ignoto che per la Fiat il Brasile è come l’antro di Ali Babà e che è lì che l’industria automobilistica italiana fa cassa. Non siamo nati ieri e quindi figuriamoci se digiuni di lezioni e retoriche menate sul reducismo, sulla «lettura» gramsciana degli anni di piombo, sui compagni che sbagliano, sugli ideali traditi o mal riposti da tanti bravi giovani che in buonissima fede scelsero la lotta armata disseminando il selciato di morti ammazzati per costruire il «futuro migliore».

No, non siamo nati ieri e tutte queste belle cose fanno parte del nostro cosiddetto bagaglio culturale, ciò che ci porta a vedere il mondo con occhio disincantato e il più delle volte rassegnato. Però arriva il momento in cui la fuffa ideologica, il fregnacciume sociologico, i balletti e i salamelecchi della diplomazia non riescono più a far argine all’indignazione o per meglio dire alla (...)
(...) rabbia. Ed è il caso del rifiuto da parte del presidente brasiliano Lula di concedere la più e più volte richiesta estradizione di Cesare Battisti.

Torna difficile se non proprio impossibile comprendere quella faccia da schiaffi, quell’arrogante e presuntuoso delinquente di Battisti nella categoria - che per altro non riconosciamo - degli eversori che sbagliarono sì, ma per un’idea giusta. Battisti è né più né meno che un serial killer. Appena diciottenne è sbattuto in galera per rapina a mano armata. Quando ne esce e decide di abbrancarsi a un gruppo eversivo, sceglie quello di «Proletari Armati per il Comunismo», attratto più da quell’«armati» che dal resto. Tant’è che la sua carriera di terrorista fu tutta dedicata alla rapina armata piuttosto che alla realizzazione del comunismo. Quando dunque Lula definisce «umanitaria» la decisione di tenersi stretto a sé Battisti, insulta non solo le vittime e i parenti delle vittime di quel teppista, ma tutti noi. Giudicandoci belluini selvaggi per voler punire a norma di codice una canaglia capace di ripetutamente uccidere a sangue freddo.

Non gliela possiamo far passar liscia, a Lula. Non possiamo accontentarci di mezze misure. Già il dichiarare che «il Governo italiano si riserva, sulla base della decisione del presidente brasiliano Lula, di considerare tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano», è il segno della resa. Si riserva? Considerare? In conformità del diritto brasiliano? Il diritto brasiliano è quello interpretato da Lula e dal suo gesto «umanitario». Ovvero la negazione medesima del diritto. E noi dovremmo tenerne conto tra una considerazione e l’altra, tra una riserva e l’altra?

Un tempo, in simili casi, una nazione con gli attributi e che non voleva esser trattata a pesci in faccia mandava le cannoniere. Non si chiede tanto, anche se per tener a bada la «Serpenton do mar» e la «Terror do mundo», orgoglio della marina militare brasiliana, basterebbe una sola motovedetta della nostra Guardia costiera. Non si chiede tanto, ma alzare la voce sì, battere i pugni sul tavolo sì, minacciare sì. Ci andranno di mezzo le relazioni economiche? Quand’anche fosse, pazienza, perché quello servitoci da Lula non è rospo da mandare giù in nome di qualche Panda in più o in meno. E poi voglio vedere il Brasile che strozza in un embargo i suoi più importanti stabilimenti industriali.

Parliamogli dunque a muso duro, al Calamaro, facciamogli capire che per compiacere le Carle Bruni e gli Adriani Sofri, le damine e i cicisbei della più imbecille intellighenzia radical chic, l’ha fatta assai fuori dal vaso umiliando gli italiani. Diciamogli chiaro e tondo che si deve reingoiare quella scellerata scelta «umanitaria», che grida vendetta al cospetto del buon senso comune e della civile convivenza fra i popoli. Cesare Battisti non è una vittima. Le vittime hanno altri nomi. Le vittime si chiamano Antonio Santoro, maresciallo di polizia penitenziaria; Lino Sabbadin, commerciante; Pier Luigi Torreggiani, commerciante; Andrea Campagna, agente di pubblica sicurezza. Cesare Battisti è un assassino e come tale deve essere tradotto in manette in un carcere italiano. Per scontare la pena alla quale la giustizia l’ha condannato, l’ergastolo. E non c’è Lula che tenga.



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