giovedì 30 dicembre 2010

Nella notte aggressione di giovani del Pdl Vendola: sono caduto dalle scale

Corriere del Mezzogiorno

 

La rivelazione del governatore in una conferenza stampa
«La mia abitazione non è terreno della lotta politica»

Nichi Vendola

Nichi Vendola

 

BARI - Un Vendola scosso all'inizio della conferenza stampa di fine anno indetta a Bari per illustrare i risultati della giunta di centrosinistra pugliese. «Ieri notte giovani del Pdl hanno pensato bene di venire a molestare il presidente della Regione a casa sua - ha rivelato Vendola - immaginando che l'abitazione privata possa essere una specie di protesi della lotta politica».

I DETTAGLI - «Alcuni ragazzi - ha proseguito il leader nazionale di Sel - sono stati identificati dalle forze dell'ordine. È stata una notte brutta e antipatica perché ognuno ha diritto al sonno e alla sicurezza. Nello spavento notturno sono anche caduto per le scale e per questo mi vedete zoppicante».

 

 

LONTANO DAL PALAZZO - «Ho deciso di andare a vivere nel mio paese (a Terlizzi, nel Barese ndr)di fronte al mercato - ha concluso Vendola - e non in una villa residenziale separata del popolo. Spero che i giovani del Pdl abbiano motivo di imparare le regole della lotta politica».

 

LA SOLIDARIETà DEL PD - «Esprimiamo la nostra solidarietà a Nichi Vendola per l’incidente di cui è stato vittima questa notte. I carabinieri e gli inquirenti chiariscano i particolari del comportamento di quanti hanno manifestato sotto casa del presidente della regione Puglia. C’è un clima politico teso nel paese, ogni episodio di intolleranza, piccola o grande che sia, va respinto con fermezza». Lo dice Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del Pd.

 

Angelo Alfonso Centrone
30 dicembre 2010

Gentilini scrive a Napolitano: «I soldati non sono spazzini»

Corriere della sera


Il vicesindaco di Treviso interviene sull'impiego dei militari per la raccolta dei rifiuti a Napoli. «Un sacrilegio che infanga la loro divisa»



La lettera di Gentilini esalta il ruolo delle forze armate in pace e in guerra (archivio)

La lettera di Gentilini esalta il ruolo delle forze armate in pace e in guerra (archivio)


VENEZIA - «Leggo con raccapriccio che i militari sono diventati spazzini, io ho sempre esaltato il soldato come faro di luce per il popolo italiano sia in guerra che in pace». Usa immagini roboanti il vicesindaco di Treviso ed ex alpino Giancarlo Gentilini, per criticare l’utilizzo dei soldati per risolvere il problema rifiuti a Napoli. Immagini che usa in una lettera indirizzata, fra gli altri, al Capo dello Stato e ad alcuni ministri. Gentilini, nella missiva, esalta il ruolo dei militari e delle varie armi in guerra e pace. «Ma a vedere i soldati - sottolinea - abituati a sfidare il pericolo sotto il crepitare delle mitragliatrici o sotto i bombardamenti o nei campi minati in mezzo al lezzo puzzolente delle spazzature ammucchiate per le vie di Napoli da amministratori incapaci, credo si commetta un sacrilegio». «Mi pare di sentire il suono dei tamburi di guerra - prosegue Gentilini in una iperbole -, percossi dalle ossa dei nostri caduti, intonare inni di disperazione, di esecrazione e di rivolta contro questi provvedimenti che infangano la divisa di soldato». (Ansa)


30 dicembre 2010





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Le bugie di Di Pietro sui "traditori"

Il Tempo


Tonino: "Se ne sono andati perché non li avrei ricandidati". Scilipoti: "Non è vero".



Scilipoti



«Quello che dice Di Pietro non sta né in cielo, né in terra. Lui voleva ricandidarmi, mi considerava un parlamentare che lavora sodo, una persona perbene». Domenico Scilipoti legge l'intervista rilasciata dal leader Idv all'amico Travaglio su Il Fatto Quotidiano e sbotta. Tonino lo ha fatto arrabbiare ancora una volta: «Cornuto e mazziato, lui? Che Ipocrisia!», esclama stizzito.

Nell'intervista l'ex pm sostiene senza mezzi termini che se avesse assicurato ai vari Razzi e Scilipoti una nuova candidatura, loro sarebbero rimasti all'interno del partito: «È per la questione morale che li abbiamo persi», ha sentenziato il leader Idv difendendosi dalle accuse rivoltegli da Luigi De Magistris e Sonia Alfano.


Ma Scilipoti non ci sta: «Circa una settimana prima del voto di sfiducia al governo, ero a colazione con Di Pietro nella sala ristorante di Montecitorio e lui mi ha spiegato che tutti gli uscenti sarebbero stati riconfermati», spiega. A sentir lui, l'ex pm non aveva nessuna intenzione di escluderlo dall'Idv: «Scilipoti sarai ricandidato e rieletto, mi disse in quell'occasione.

Due o tre giorni prima del voto ci siamo anche sentiti per telefono e il presidente ha ribadito la volontà di ricandidarmi. Poi ci ha pensato anche il nostro capogruppo alla Camera Massimo Donadi. Nessuno mi ha mai detto "guarda non ti ricandidiamo".

Ecco perché mi suona come pura ipocrisia la dichiarazione in cui Di Pietro fa notare che il sottoscritto e Razzi se li sarebbe pure tenuti, ma venendo meno a quelle regole e a quella questione morale tanto sbandierata da De Magistris. Niente di più falso, Di Pietro sa benissimo che non esiste alcun procedimento giudiziario a mio carico, contrastante con le regole del partito».

E, in effetti, la cronaca di quei giorni sembra dar ragione a Scilipoti: in un'intervista al Corriere della sera del dieci dicembre scorso, Di Pietro parlando di lui diceva: «È un valente medico omeopata, un bravo deputato, un movimentista incredibile che si batte come un leone in Parlamento. E ci dà pure un sacco di indicazioni mediche, quando qualcuno di noi ha problemi di salute». Perché non ricandidare allora «un bravo deputato, un movimentista incredibile»?



Nell'intervista Di Pietro sostiene che in Sicilia al suo posto gli avrebbe preferito Sonia Alfano, ma anche in questo caso Scilipoti ha la sua versione dei fatti: «Sempre durante quella colazione di lavoro, Di Pietro mi disse che la candidatura della Alfano non era né opportuna (visto l'impegno preso con gli elettori in quanto loro rappresentante al Parlamento europeo) né conveniente per il partito: perché proprio in quanto europarlamentare, qualora si fosse tornati alle elezioni e la Alfano fosse stata eletta, si sarebbe dovuta dimettere dal suo mandato e al suo posto sarebbe subentrato il primo dei non eletti, che - guardacaso - non appartiene più all'Italia dei valori».

 Scilipoti, insomma, non ha dubbi. Se esiste una questione morale all'interno nell'Idv, certamente non riguarda lui: «Il partito è nato 12 anni fa come contenitore trasversale che andava da destra a sinistra e raccoglieva chi avesse in testa un progetto di cambiamento. Adesso l'unico progetto è quello di abbattere Silvio Berlusconi. La verità è da ricercare nella cattiva gestione del partito, pieno di odio, giustizialista, che dimostra di amare poco il popolo italiano».



Nadia Pietrafitta
30/12/2010




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Finto cieco per 38 anni, "incastrato" dai video della Gdf

La Stampa


Per 38 anni si è finto cieco, percependo la pensione di invalidità e frodando allo Stato quasi 150mila euro. Ma una segnalazione al 117 ha permesso alla Guardia di Finanza di Lecce di scoprire il falso invalido che, come vedete dalle imMagini girate di nascosto dai militari durante i pedinamenti, a dispetto del suo status di "cieco assoluto" - come recita il certificato di salute - svolgeva una vita assoltamente normale, recandosi al supermecato, leggendo la posta e muovendosi agevolmente tra gli incroci e il traffico della città. Nel 2009 l'uomo era stato sottoposto a visita di controllo durante la quale la presunta invalidità era stata confermata. Per questo, assieme al finto cieco, anche il medico specialista che aveva effettuato la visita, in convenzione con l'Inps, è stato denunciato, con l'accusa di truffa ai danni di ente pubblico e falso ideologico. Ovviamente, ora la pensione è stata sospesa.


VIDEO



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San Marzano dop «taroccati», sequestrati 32 quintali di pomodori

Corriere del Mezzogiorno


Il carico di barattoli diretto in India, denunciato il titolare della ditta. Dolciumi scaduti a Castellammare



Veri pomodori San Marzano

Veri pomodori
San Marzano


SALERNO - Erano destinati all'esportazione in India i 32 quintali di pomodori San Marzano, falsi, sequestrati da carabinieri e personale di dogana al porto di Napoli. L'azione del Nucleo antifrodi (Nac) di Salerno messa in campo in occasione delle festività di fine anno di concerto con l'Agenzia doganale, ha permesso di scoprire un carico di barattoli di pomodori falsamente etichettati come «San Marzano dell’agro sarnese-nocerino»” dop. Denunciato il titolare della ditta produttrice per frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari.

IN PENISOLA SORRENTINA - Altra operazione dei militari del gruppo Politiche agricole e alimentari a Castellammare di Stabia, dove in collaborazione con l’arma territoriale e con personale della locale Asl, i carabinieri hanno controllato diversi esercizi commerciali, procedendo al sequestro di oltre un quintale di alimenti dolciari in cattivo stato di conservazione. I controlli straordinari nel comparto agro-alimentare continueranno per tutto il periodo delle festività con un numero verde attivo 24 ore su 24, utile a segnalare ogni situazione illecita (800 020 320).


30 dicembre 2010





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Pd riformista? Lo era di più il Pci nel '76»

Corriere del Mezzogiorno


Velardi a tutto campo: il flop del suo ex giornale, Santoro igraiano cafone, D'Alema insicuro dal '97 e poi Saviano...



Claudio Velardi col cardinale Sepe
Claudio Velardi col cardinale Sepe

Negli anni Settanta «io ero tra gli snob del riformismo partenopeo, Santoro era ingraiano e cafone, veniva da Salerno. Entrambi studiavamo gli interventi la notte: a Napolitano o Amendola non potevi dire vaffanbicchiere». Claudio Velardi, imprenditore napoletano, ex assessore bassoliniano, spazia a tutto campo in un'intervista sul Fatto Quotidiano. Lo spunto è la crisi del Riformista, il giornale che fondò nel 2003 con Antonio Polito, altro partenopeo di razza («dopo uno scontro in canotto a Capri»), oggi direttore uscente del foglio arancione. Velardi svela: tra quelli che misero i soldi all'inizio per il Riformista «c'è un nume tutelare che nessuno ha mai scoperto, la famiglia Garrone (i petrolieri genovesi, proprietari della Sampdoria, ndr)».

TRAVAGLISMO E FLI - Giornale poi venduto dallo stesso Velardi per otto milioni. «Pagai anche debitucci, non li misi in tasca tutti». La spasmodica ricerca di politici realmente riformisti negli anni lo ha sfiancato: «Un leader lo abbiamo cercato col lanternino di Diogene, ma in Italia non esiste!». Sul Pd partito riformista la risposta è sprezzante: «Lo era di più il Pci nel 1976 che aveva costruito se stesso contro l'estremismo». Estremismo oggi rappresentato, secondo l'ex assessore, da «Santoro, Grillo, Di Pietro, Vendola, il travaglismo». Non è tenero col neonato Fli di Fini: «Gianfranco mi pare che sia quasi morto con la sconfitta rovinosa del 14 dicembre (...) e poi nei documenti del Fli si parla sempre di Stato, Chiesa, ma anche laicità. C'è il mercato ma anche l'assistenzialismo».

MASSIMO E L'ATTACCO CGIL - Infine, l'ennesimo aneddoto su D'Alema, di cui fu braccio destro, «mai raccontato». «Era il 1997, D'alema scrisse la più bella relazione della sua vita, disse le stesse cose che sta dicendo Marchionne oggi. Ma alla fine fu circondato da sindacalisti Cgil, tra cui Nerozzi, che volevano farlo nero. Da allora cambiò: titubante, insicuro, incerto...». Il post scriptum è su Saviano: «Ragazzo intelligente, travolto da cose più grandi di lui».

Redazione online
30 dicembre 2010




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E' morta l'operaia simbolo della lotta al nazismo negli Usa

Corriere della sera


Fu immortalata nel poster intitolato «We Can Do It!»
del 1942, ma lei lo scoprì solo nel 1982

Scomparsa a 84 anni gARLDINE hOFF dOYLE



MILANO - Geraldine Hoff Doyle, il cui volto divenne un'icona americana della lotta antinazista durante la Seconda guerra mondiale, è morta domenica scorsa a Lansing, nel Michigan, all'età di 86 anni. L'annuncio della scomparsa è stato dato giovedì dalla figlia Stephanie Gregg al New York Times, precisando che la madre è morta per le complicazioni di un'artrite. Doyle fu la modella inconsapevole del poster intitolato «We Can Do It!» (1942), in cui si vede un'operaia di una fabbrica che mostra la flessione dei bicipiti del braccio destro. Il manifesto grafico, commissionato dal War Production Coordinatig Committee, più tardi divenne uno dei simboli del movimento femminista americano. La signora Doyle non fu a conoscenza dell'esistenza del poster fino al 1982, quando, sfogliando una rivista, vide una fotografia in cui riconobbe se stessa. La figlia Stephanie ha detto che il volto sul manifesto era quello di sua madre, mentre i bicipiti muscolosi non erano i suoi. «Mia madre non ha mai avuto braccia muscolose, era piuttosto esile, anche se con belle labbra, sopracciglia arcuate e una forma del viso fascinosa», ha aggiunto la figlia.

LA VITA DI GERALDINE - Nel 1942, quando aveva 17 anni, Geraldine Hoff trovò lavoro in una fabbrica di metalli vicino a casa sua, a Inkster, nel Michigan, nei pressi di Detroit, «contribuendo così allo sforzo bellico degli Stati Uniti». Un giorno un fotografo della United Press arrivò in fabbrica per scattare immagini alle donne che lavoravano per un servizio giornalistico di propaganda a sostegno della patria in guerra. Una delle foto fu poi utilizzata dal grafico J. Howard Miller per realizzare un poster che venne impiegato anche dalla società Westinghouse con l'obiettivo di scoraggiare gli scioperi e l'assenteismo alle catene di montaggio delle fonderie. Agli inizi degli anni Ottanta il poster «We Can Do It!» è stato riscoperto dalle femministe. Geraldine Hoff abbandonò il lavoro in fabbrica due settimane dopo la foto che le fu scattata, quando venne a sapere che un'operaia era rimasta ferita alle mani alla pressa dei metalli. Geraldine temeva che anche a lei potesse capitare un simile infortunio, impedendole così di poter continuare a suonare il violoncello, sua grande passione. Fu durante uno dei suoi lavori successivi, quando gestiva un chiosco di bibite, che Geraldine incontrò il suo futuro marito, Leo H. Doyle, all'epoca studente di odontoiatria. Sono stati sposati per 66 anni e il marito è deceduto pochi mesi fa. Oltre a Stephanie Gregg, Geraldine Hodde Doyle lascia altri quattro figli, 18 nipoti e 25 pronipoti. (Fonte: AdnKronos)


30 dicembre 2010



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Pompei crolla sotto le truffe sindacali

di Andrea Acquarone

Secondo l’accusa sarebbero stati pagati straordinari per 700mila euro ai dipendenti utilizzando un espediente: corsi di formazione in realtà mai fatti. Tutto dopo un accordo "segreto" con le organizzazioni dei lavoratori. Indagate 266 persone



 

L'ultimo a cedere, era sul finir dello scorso novembre, fu un pezzetto della «casa del Moralista». Sette metri di muro di cinta, tufo, per la precisione. Ma quale ghiotta occasione per urlare «piove, governo ladro». Sbraitarono sdegnati in coro i Moralisti della sinistra disunita: «Colpa di Bondi, il ministro deve dimettersi».

E adesso cosa diranno? Adesso che Pompei crolla davvero ma sotto i colpi della Guardia di finanza che ha riesumato dalla città sepolta una storia di truffe e inciuci vecchia di vent’anni. Adesso che al centro del malaffare sembra ci siano gli accordi sottobanco di furbetti sindacalisti; dopo che 265 dipendenti addetti alla vigilanza dei siti archeologici di Pompei, Stabia, Torre Annunziata, Boscoreale ed Ercolano, sono finiti sotto inchiesta, mentre Luigi Crimaco, ex direttore amministrativo degli scavi, rischia di finire a processo per truffa, falso e peculato. I militari gli hanno sequestrato beni per 700 mila euro.

È una storia di ricatti e compromessi questa, di diritti violati e accordi sottobanco, dove qualcuno potrebbe però obiettare che il fine giustifica i mezzi. Una storia cominciata nel 1988, corsa nel tempo fino al 1996. Secolo scorso. Quando ancora il Cavaliere era «solo» un ricco imprenditore e l’attuale ministro ai Beni culturali un sindaco di paese. L’inchiesta era partita da mesi. Ieri il tribunale del riesame di Napoli ha dato ragione all’accusa lanciata dalla procura di Torre Annunziata.

Questo in sintesi il quadro: gli straordinari effettuati dal personale degli scavi negli anni 1988-1996, non sarebbero stati pagati dall’Ente nei tempi dovuti, quindi dieci anni dopo ecco le «paghe» finire in prescrizione. Obtorto collo. Quindi l’inghippo. Di fronte alla minaccia di scioperi, malattie vere o presunte e ritorsioni varie, Luigi Crimaco, direttore amministrativo pro tempore dell’Ente, d’accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori - in particolare Cgil/Fp, Cisl/Fps, Uil/Pa, Flp/Bac, Unsa/Snabca e Intesa- avrebbe deciso nel 2004 di saldare il debito. Con il più classico degli escamotage: finti corsi di aggiornamento per i dipendenti «creditori», lezioni tenute naturalmente in orario di lavoro- compresi notturni e festivi- e naturalmente retribuite. Il tutto con un ammontare di ore «personalizzato», cioè corrispondente perfettamente alle ore di straordinario rivendicate da ogni singolo lavoratore.

Ma non basta. Il ministero competente, quello retto oggi dal ministro Bondi, nulla sapeva e niente autorizzò. I soldi arrivarono dai fondi gestiti direttamente dalla Soprintendenza.
Crimaco, attraverso il suo avvocato Luigi De Vita, ammette ma al tempo stesso si difende. «La decisione di trovare “soluzioni alternative” per pagare ai dipendenti degli scavi gli straordinari prescritti fu presa nel corso di un incontro cui parteciparono, oltre alle organizzazioni sindacali, il soprintendente regionale ai Beni archeologici dell’epoca, Stefano De Caro, e l’allora direttore amministrativo degli scavi, Giovanni Lombardi, predecessore del mio cliente», sostiene il legale. Che aggiunge di voler ricorrere Cassazione contro il sequestro dei beni.

«L’accordo - puntualizza l’avvocato - si basava sul principio etico del diritto al compenso, dal momento che il lavoro straordinario, anche se prescritto, era stato effettivamente svolto. Inoltre metteva fine a scioperi che per mesi avevano creato il caos negli scavi la chiusura per giorni del complesso archeologico e, di conseguenza, gravi danni alle casse statali».

Equazione «perfetta». A Pompei si rubava allo Stato per non far perdere denaro allo Stato.




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Dalle Brigate alle luci rosse, il terrorista che adora il porno

di Redazione


Si intitola "Il sesso dell’insetto" ed è un raccon­to con pretese erotiche che Cesare Battisti scris­se per il settimanale "Amica" nel 1998. Nella bio­grafia si accenna a "un passato nella lotta arma­ta" e alla sua vita in Francia "come rifugiato poli­tico"



Si intitola «Il sesso dell’insetto» ed è un raccon­to con pretese erotiche che Cesare Battisti scris­se per il settimanale «Amica» nel 1998. Nella bio­grafia si accenna a «un passato nella lotta arma­ta » e alla sua vita in Francia «come rifugiato poli­tico». Proprio per le sue «doti letterarie» è diven­tato un beniamino della gauche francese. Legge­telo e dite: non meriterebbe un altro ergastolo?  


di Cesare Battisti


La lente dell’occhio magico stira i tratti orientali del viso in filamenti sinuosi, aggressivi. Non come una vera gatta, fa pensare piuttosto all’espressione felina di un personaggio da cartone animato per adulti. È affascinante. E l’effetto della yoimbina è latitante. Colpa dei nervi, che quando ci si mettono non c’è droga che riesca a spuntarla. Leggera come una carezza la mano di lei si posa nella mia (...) Lo spacco della gonna scopre appena qualche centimetro di pelle in più. Ha gli occhi molto chiari, ma senza alcuna traccia di blu. Occhi limpidi. Si sta eccitando ne sono sicuro. Le donne quando si bagnano hanno un modo speciale di guardare il maschio (...)

Mi allontano scusandomi. In bagno ingoio altri due granuli. Lo specchio mi rimanda un viso inespressivo. Ne ingoio un terzo. Apro il rubinetto e attendo immobile. Nell’istante in cui smetto di pensare all’esito dell’ormai inevitabile prestazione sessuale, la droga irrompe nelle vene. Dolce sensazione di calore che dall’interno delle cosce risale, le natiche, il basso ventre, la bocca dello stomaco, le tempie, e poi ridiscende vertiginosamente inturgidendo ogni molecola del corpo. Forse ho ecceduto nella dose(...)

Non basta un corpo delizioso e una precoce abilità sessuale per dirsi scaltra, ci vuole ben altro per navigare in un mare di merda (...) Se volessi, in questo medesimo istante, potrei richiamare il mio autista, il cretino vanta dimensioni esagerate, e farla sodomizzare senza pietà. E io resterei a guardare, anzi no, mi masturberei per eiacularle su quella faccia da schiaffi (...) Inaspettatamente, mi spinge sul dorso e mi balza sopra come un fantino ansioso di cominciare la corsa, il sesso palpitante di lei mi inumidisce il ventre, obbligandomi a ricercare un’immagine disgustosa per evitare la frustrazione di un’eiaculazione precoce.

Posso trattenermi se lei... Maledizione, lo fa apposta? Avesse evitato d’inghiottirlo precipitosamente tra le sue viscere ardenti. Nonostante tutti gli sforzi di concentrazione, esplodo dentro di lei. Ma tengo il colpo e continuo ad agitarmi come se fossi un forsennato, fino a che lei si inarca all’indietro, mugugnando come una bestia. Di donne che simulano l’orgasmo ne ho conosciute a iosa; al punto che fare la differenza tra la finzione e la realtà per me è ormai sinonimo d’insicurezza, di paranoia che lascio volentieri ai giovani maschi sulle panchine universitarie (...)

Qualcosa brilla nella sua mano destra. Improvvisamente si getta in avanti e quel qualcosa affonda proprio la dove prima aveva posato la mano. É impazzita! No, non sento dolore, appena un pizzico. Dev’essere un trucco, un gioco erotico che la stronzetta si è procurata in un sex shop. Come se avessi bisogno di simili espedienti per eccitarmi. Accidenti a lei, mi ha distratto e adesso non riesco neanche più a muovermi.

La voce... non ho più voce e queste lacrime che colano... Debbo reagire, respirare profondamente, ma perchè i polmoni mi rifiutavano l’aria? Perchè quel ghigno cattivo? No, non è possibile, vuole davvero masturbarmi? Oh, l’aria, avrei dovuto lasciare la finestra aperta. Ma che fa? Ancora quella lama... No, calma, se stesse davvero evirandomi sentirei il dolore, e poi continuo a sentirlo diritto. Anzi, se non fosse per questa fottuta afa glielo infilerei da tutte le parti. Ma questo odore è... sangue. Cristo, ma si sta rivestendo, non vede che non respiro più?

Adesso ci si mette anche il piede sinistro, cos’avrà da agitarsi tanto? Sembrano gli spasmi della morte, ma la morte è qualcosa di grande, di unico, non può arrivare così, con questo brusio assordante (...)



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L'ultima Kodachrome, si chiude un'era nella fotografia

Corriere della sera


In Kansas nell'ultimo laboratorio al mondo in grado di processare la pellicola utilizzata dai grandi fotografi

Non veniva più prodotta dal 2009


Rullini Kodachrome
Rullini Kodachrome
MILANO - Giovedì 30 dicembre a mezzogiorno (le 19 in Italia) sarà processato l'ultimo rullino Kodachrome della storia. Nell'ultimo laboratorio fotografico al mondo rimasto a operare sulla classica pellicola che nemmeno la Kodak produce più dal 2009. Dal 1935 la Kodachrome ha fatto la storia della fotografia: utilizzata dai più grandi fotografi, specie quelli naturalisti, per l'altissima qualità dei dettagli e dei colori che nessun processo digitale fotografico è finora riuscito a uguagliare.

PARSONS - L'ultimo rullino sarà processato al Dwayne's Photo, l'ultimo laboratorio fotografico al mondo che ancora aveva un'apparecchiatura K-14 adatta allo sviluppo della pellicola Kodachrome, situato a Parsons, una cittadina di 11 mila abitanti del Kansas. Nelle scorse settimane, come racconta il New York Times, decine di fotografi e migliaia di rullini sono arrivati in questo sperduto angolo della prateria americana non lontano dal confine con l'Oklahoma. Uno di questi era Jim DeNike, 53 anni, un ferroviere che ha pagato 15.798 dollari per far sviluppare 1.580 rullini per un totale di quasi 50 mila diapositive, tutte di treni. Pochi minuti dopo si è presentato un'artista londinese, Aliceson Carter, 42 anni, che ha preso un volo dall'Inghilterra e poi un'auto a nolo dall'aeroporto di Wichita per far sviluppare tre rullini e poi fotografare con altri cinque prima che la K-14 venga spenta per sempre e sia venduta come rottame.

ULTIMA - Kodachrome negli anni Settanta-Ottanta divenne sinonimo di foto di qualità, tanto che il cantautore Paul Simon nel 1973 intitolò una sua canzone con il nome della pellicola. «Kodachrome non è stata solo una pellicola, ma una vera icona di un'epoca: la prima pellicola a colori accessibile a tutti», ha detto Todd Gustavson, del museo della fotografia George Eastman House di Rocherster, la cui sede si trova nell'ex abitazione del fondatore della Kodak. L'ultimo rullino a essere processato sarà quello di Dwayne Steinle, il proprietario e fondatore del laboratorio fotografico di Parsons: l'ultima foto sarà una immagine di gruppo di tutto lo staff davanti all'ingresso del suo negozio.


Redazione online
30 dicembre 2010



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Ahmadinejad chiede più libertà, il capo pasdaran lo schiaffeggia

La Stampa


Secondo gli ultimi file di Assange nell'incontro tra i vertici iraniani si sarebbe sfiorata la rissa






Il capo dei Pasdaran iraniani, Ali Jafari, «ha dato uno schiaffo in faccia» al presidente Mahmud Ahmadinejad colpevole di aver espresso una posizione «sorprendentemente liberale» nel corso di un incontro del Consiglio supremo per la sicurezza a Teheran dopo i tumulti elettorali dell’estate 2009. Lo scrive El Pais, media partner di Wikileaks, pubblicando un cablo dell’ambasciata americana a Baku (Azerbaigian), datato 2 settembre dello stesso anno.

 

Nell’incontro tra i vertici iraniani, a metà gennaio di quest’anno, riferisce una «affidabile» fonte degli statunitensi, Ahmadinejad afferma che «la gente si sente soffocare», e che per ristabilire la situazione «potrebbe essere necessario concedere maggiori libertà personali e sociali, compresa più libertà per la stampa». Il comandante delle Guardie della Rivoluzione (Pasdaran) Ali Jafari si infuria: «Stai sbagliando! Nei fatti sei tu che hai creato questo putiferio! E ora dici di dare maggiore libertà alla stampa?» A quel punto, riferisce la fonte, Jafari colpisce Ahmadinejad «con uno schiaffo in faccia, causando un principio di rissa e l’immediato stop all’incontro». Per le «due settimane successive» il Consiglio non si riunisce, e solo grazie «alla mediazione dell’ayatollah Janati» si arrivò a superare la situazione.

In realtà però, sostiene ancora la fonte, «entrambe le parti stanno lavorando per nuovi scontri, mentre vari sottogruppi manovrano», sottolineando l’importanza dei «discorsi di Karrubi e Khatami, sul fatto che Ahmadinejad non finirà il mandato». La situazione politica «sta peggiorando» sempre di più. Intanto, gli americani vengono informati: Istanbul è un «nido di spie» che passano informazioni sull’Iran, si evince dai dispacci dal consolato Usa nella città turca, nei quali si dà conto degli incontri con molti iraniani che passano informazioni sul regime di Teheran e dei rischi che corrono. Nei file, il console Sharon Anderholm Wiener sottolinea che «molti osservatori dell’Iran (informatori, ndr) hanno subito recentemente intimidazioni e minacce, se non addirittura l’arresto» a settembre 2009, dopo i disordini post-elettorali nella Repubblica islamica.

Dal cablo si capisce anche che gli Usa utilizzano le sedi diplomatiche di Istanbul, Dubai e Baku per monitorare l’Iran, dove non hanno una ambasciata dal 1979 e dove sono rappresentati dalla Svizzera. In Turchia ci sono 50.000 iraniani, tra i contatti degli americani «uomini d’affari, giornalisti, intellettuali», la gran parte dei quali a Istanbul appunto. In Iran, poi, il presidente americano Barack Obama «è molto amato» e gli Stati Uniti «molto popolari tra la gente», si legge in un altro file del settembre 2009.



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Bernardini: "Buttano i soldi e gli uffici sono vuoti"

di Redazione



La deputata radicale rivela: "Per avere gli atti ho dovuto fare lo sciopero della fame"




Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci

«A Palazzo Marini? Ci sono stata un paio di volte. Sì, lì avrei un ufficio a disposizione. Mi trovo meglio però al partito perché almeno lì non soffro di solitudine».
A parlare non è un peone qualsiasi. Bensì Rita Bernardini la radicale che, insieme con Amedeo Laboccetta (Pdl), per prima ha sollevato il problema del caro affitti che pesa sulle casse di Montecitorio. Un impegno economico salato (46 milioni di euro solo quest’anno) per trovare un adeguato ufficio a tutti i parlamentari.
Per arrivare a ottenere i documenti relativi ai contratti con le società che forniscono servizi alla Camera dei deputati la Bernardini ha iniziato ben due volte lo sciopero della fame. Strumento di lotta politica congeniale ai radicali.

Grazie allo sciopero della fame è riuscita a piegare la resistenza del Palazzo.
«La prima volta l’ho terminato il 2 febbraio scorso quando grazie a una lettera del presidente Fini sono riuscita a farmi dare dal Segretariato generale i primi documenti».

Un gesto di apertura da parte dell’istituzione.
«Mica vero. Se non tiravamo fuori il codicillo del Regolamento amministrativo della Camera dei deputati, non credo che il presidente Fini ci avrebbe dato l’ok».

Come si dice, obtorto collo...
«Le regole sono regole e vanno rispettate e fatte rispettare. Anche se intorno a noi Radicali non abbiamo constatato un clima di aperta adesione alla battaglia per la trasparenza».

Perché c’è stato bisogno di un secondo sciopero della fame a giugno?
«In verità l’ho solo annunciato. La minaccia però è servita a ottenere anche i documenti relativi ai contratti dettagliati con la Milano 90 per gli affitti e per la ristorazione».

Perché tanta attenzione sugli uffici di Palazzo Marini?
«Innanzitutto perché sono poco o punto utilizzati dai parlamentari. E poi perché oggettivamente gli affitti sono esosi. Per non parlare del ruolo degli addetti della Milano 90 che affiancano gli assistenti parlamentari nel loro lavoro».

Intanto avete vinto una prima battaglia. Siete riusciti a far votare dall’aula la rescissione del primo contratto con Scarpellini.
«Una vittoria di Pirro. La rescissione anticipa soltanto di un paio d’anni la scadenza naturale del contratto. Il risparmio sarà poca cosa. È però un primo passo. Direi una questione di principio. Prima ci dicono che i deputati hanno diritto ad avere tutti i documenti che riguardano l’amministrazione della Camera. Poi però siamo costretti a ricorrere a forme di protesta come lo sciopero della fame per difendere questo diritto. La rescissione del “Marini 1” e la consegna dei contratti con i fornitori di Montecitorio sono i primi passi. Speriamo non gli unici».

Ritiene manchi trasparenza nella gestione dell’amministrazione di Montecitorio?
«Mi sono accorta fino dal primo giorno da deputata che dentro Montecitorio la consuetudine è molto più efficace del rispetto delle più elementari regole di imparzialità. Un esempio? Quando ti sottoponi alle fotografie di rito per i documenti identificativi da parlamentare vieni avvicinato dai funzionari della Banca di Napoli, che vanta l’unico sportello che opera dentro Montecitorio». 

Che male c’è a fare pubblicità al proprio istituto di credito?
«Nessuno. Però è l’unico sportello. Quindi niente confronti, niente mercato. Niente gare. Almeno fino a quest’anno. Non è una cosa di poco conto. L’istituto gestisce non solo i soldi dei parlamentari. Ma anche quelli di chi alla Camera ci lavora, giornalisti compresi. Per non parlare degli ex onorevoli con le loro pensioni. E senza trascurare il fatto che da lì passano anche i fondi per finanziare il lavoro dei gruppi parlamentari. Non è una cifra di poco conto».




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Alla Camera nutrire i deputati ci costa 7 milioni

di Redazione


Non c'è solo lo scandalo locazioni nelle carte top secret scovate dal Giornale. Montecitorio affida all'imprenditore di Affittopoli pure il servizio di ristorazione. La torta dei pasti frutta all'azienda di Scarpellini ben 2 milioni e 660mila euro.



 

Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci

Roma

L’idillio tra il costrutto­re «rosso» Sergio Scarpellini e Montecitorio è forte anche a tavola. L’imprenditore che ha il monopolio degli affitti d’oro della Camera dei depu­tati fa la parte del leone anche negli appalti che riguardano la ristorazione dei parlamen­t­ari e degli impiegati che lavo­rano nei Palazzi del potere. Per agevolare al meglio il com­pito dei­rappresentanti dei cit­tadini italiani, si sa, non servo­no soltanto comodi e spaziosi uffici ma anche una ristorazio­ne di qualità.

Ecco spiegata la spesa da capogiro ricavata dalle tasche dei contribuenti: la Camera ha speso nel corso di quest’anno quasi 7 milioni di euro per dar da mangiare e da bere a chi frequenta men­se e bar degli stabili istituzio­nali. La cifra esatta (6.821.947 euro) è riportata nel bilancio di previsione che adesso, gra­zie alla battaglia dei Radicali per la trasparenza della gestio­ne amministrativa, è pubbli­cato anche on line sulla pagi­na Open Camera del sito servi­zi. radicalparty.org .

A ben guardare le cifre, la so­cietà «Milano 90» del costrut­tore Scarpellini si aggiudica una buona fetta di questa «tor­ta ». Quasi la meta: oltre 2.660.000 euro. Anche in que­sto caso, come già per l’affitto dei 12mila metri quadrati dei locali di Palazzo Marini, gli ac­cordi tra Montecitorio e la Mi­lano 90 non fanno seguito a un bando a evidenza pubbli­ca ma sono il frutto di un ac­cordo a trattativa privata.

Una trattativa che, spulcian­do le centinaia di pagine dei contratti, appare molto artico­la­ta e copre ogni possibile det­taglio: dall’origine “doc” de­gli alimenti, al modo di confe­zionarli e a quello di presen­tarli, sino ad elencare con puntigliosa precisione anche i menu fissi per ogni giorno della settimana. Ed è così che si viene a sapere, ad esempio, che nella mensa di piazza San Silvestro il lunedì il cuoco pro­pone farfalle con ricotta e po­modoro o fettuccine alla cio­ciara, mentre il martedì domi­n­ano l’attenzione degli avven­tori i rinomati rigatoni cacio e pepe e la pasta con le lentic­chie.

Giovedì ovviamente gnocchi alla romana, mentre il venerdì i cattolici osservanti possono rifocillarsi con il pe­sce del giorno e calamari fritti (gli agnostici e i laici, invece, hanno a disposizione tacchi­no ai ferri e saltimbocca alla romana). Questi sono soltan­to alcuni esempi tratti da uno dei menu settimanali. In tota­le sono dieci (quattro per la stagione primavera-estate e sei per l’autunno-inverno). La puntigliosa precisione del menù è niente, però, in confronto a quanto riportato dal «Capitolato relativo alle derrate alimentari» dove ven­gono descritti tutti i prodotti che vengono utilizzati nei punti di ristorazione della Ca­mera dei Deputati.

Sfoglian­dolo si viene a sapere che Montecitorio offre ai suoi di­pendenti e ai parlamentari soltanto carni bovine prove­nienti dall’Italia (Chianina, Marchigiana, Romagnola, Maremmana, Podolica, Pie­montese), dalla Francia (Cha­rolais, Limousine) e dalla Da­nimarca. Un’intera pagina è dedicata alle caratteristiche delle uova, mentre ben otto cartelle elencano tutti i tipi di formaggi ammessi alla dieta dei deputati. E così via. Tutta questa precisione e esattezza ha bisogno ovvia­mente – solo per i parlamenta­ri perché il resto dei cittadini quando va alla mensa dell’uf­ficio o al ristorante sotto casa non gode di tali privilegi - di essere verificata costante­mente.

Ed è così, quindi, che si spiega la straordinaria cifra di 126mila euro che la Came­ra spende per chiedere ai ri­ce­rcatori dell’Istituto superio­re di sanità di verificare la qua­lità del servizio di ristorazio­ne. Cui si aggiungono altri 80mila euro che vengono ver­sati nelle case dell’istituto G. Sanarelli dell’Università La Sapienza di Roma (che si oc­cupa di sanità pubblica). La salute, però, non si difen­de soltanto a tavola. I tecnici gestiti dall’Istituto superiore di sanità, per esempio, verifi­cano periodicamente la «fun­zionalità e l’adeguatezza del­le aree attrezzate per fumato­ri », dietro un compenso an­nuo per l’Istituto di 48mila eu­ro.

Altri 10mila euro li prende poi il Cnr per il «programma di monitoraggio della even­t­uale presenza di gas radon al­l’interno degli immobili della Camera dei deputati». Anche stare seduti a una scrivania però comporta rischi. Ecco quindi entrare in gioco l’Istitu­to di architettura e ergono­mia dell’Univeristà La Sapien­za. La «verifica dell’ergono­mia dei luoghi di lavoro » den­tro il Palazzo costa 19mila eu­ro l’anno. Quando c’è la salu­te c’è tutto, senza badare a spese. Tanto paghi tu, sì pro­prio tu, che hai appena finito di leggere l’articolo.



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