martedì 28 dicembre 2010

I 6 milionari frutto di una svista

La Stampa


Duplicate e poi regolarmente giocate alcune delle schedine
prestampate inviate dalla Sisal alla stessa ricevitoria di Napoli






VIDEO
SuperEnalotto, schedina forse clonata per errore


NAPOLI

Una svista milionaria: è questo che ha permesso alla tabaccheria di corso Vittorio Emanuele a Napoli di centrare i due "6" che ieri hanno portato a casa quasi 36 milioni ciascuno. «A ogni ricevitoria, la Sisal invia 500 schedine prestampate - spiegano i titolari ad Agipronews - il singolo ricevitore decide poi quante metterne "in vendita" e in genere si va per blocchi: noi, per esempio, avevamo messo a disposizione dei clienti le prime 15 e tra queste c’era anche la schedina vincente».

«Quando abbiamo esaurito la prima "mazzetta" - continuano i titolari della tabaccheria, spiegando cosa sia successo - avremmo dovuto stampare il secondo blocco, a partire cioè dalla sedicesima schedina inviataci dalla Sisal. E invece per una svista abbiamo duplicato il primo gruppo. Il che vuol dire che oltre alla doppia giocata vincente ci sono altri doppioni che però non hanno vinto». «È sicuramente gente del posto - aggiungono, a proposito dei vincitori - ma nessuno si è fatto vivo».

In compenso, i festeggiamenti sono andati avanti per tutta la notte. «Avevamo ottenuto qualche vincita discreta con i Gratta e Vinci ma niente di paragonabile a questo. Abbiamo brindato fino a stamattina e intanto continuiamo a lavorare». L’effetto jackpot si è subito fatto sentire. «In poche ore - concludono - abbiamo superato la nostra media gioco sul Superenalotto. Se continua così stasera faremo il boom».



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Sulle orme della «camera d'ambra» Una mappa indica il tesoro degli zar

Corriere della sera


L'originale stanza degli zar, sparita durante l'occupazione nazista, sarebbe in Germania. Cercasi finanziatore



MILANO - Il tedesco Andreas Uckert, scrive il giornale online Austrian Times, è alla ricerca di un finanziatore per iniziare le ricerche del tesoro degli zar, ovvero la «camera d'ambra» regalata nel 1716 da Federico Guglielmo I re di Prussia allo zar Pietro il Grande. Uckert sostiene di avere una mappa con l'indicazione del posto dove si trova l'originale della preziosa stanza del Palazzo di Caterina a San Pietroburgo, sparita durante la guerra e ricostruita a partire dal 1957. Sarebbe nei pressi di Fulda (centro della Germania), seppellita in tre bunker. Sulla mappa vi sarebbero anche alcune frasi scritte in inchiostro simpatico con la firma AH (Adolf Hitler?).

EFFETTO ORO - La camera d'ambra, un capolavoro dell'arte barocca, era grande più di cento metri quadrati, rivestita dal pavimento al soffitto con 107 pannelli di ambra del mar Baltico. Quando le 565 candele venivano accese l'effetto era magnifico: sembrava di essere immersi nell'oro. Gli incisori di Koenigsberg avevano impiegato sette anni per completarla. Pietro il Grande la fece montare dall'architetto fiorentino Francesco Bartolomeo Rastrelli (1700-1771) a Tzarskoe Zelo e per 200 anni fu il gioiello più prezioso dei Romanov. La bellissima opera d'arte fu asportata dai nazisti durante i tre anni del terribile assedio di Leningrado. In quel periodo, Tzarskoe Zelo e il suo tesoro furono saldamente in mano ai tedeschi. Quando, nel '43, le sorti della guerra cambiarono e l'Urss passò alla controffensiva, i nazisti smontarono la camera d'ambra pezzo per pezzo e la imballarono in ventidue casse d'acciaio che furono trasportate nell'ex palazzo reale di Koenigsberg. L'anno dopo, i sovietici conquistarono la Prussia orientale e le casse finirono nelle mani delle SS.

LA CACCIA E' APERTA - Da allora, del tesoro degli zar, si sono perse le tracce. L'attuale valore monetario della camera dovrebbe aggirarsi intorno ai 150 milioni di euro. «È da una vita che vado alla ricerca di vecchi documenti. Ho trovato la mappa in una bancarella a Berlino lo scorso 17 giugno. Sulla mappa vi sono un'aquila e una svastica. Mettere in vendita simboli nazisti è un reato, in Germania. Forse per questo il venditore me l'ha ceduta per pochi soldi e in fretta. Osservandola meglio, mi sono accorto delle scritte nascoste che ho potuto leggere con una torcia elettrica», dice Andreas Uckert. Nel passato, la camera d'ambra è stata cercata dappertutto: nelle fortezze della Turingia e nei castelli sassoni, dentro il relitto di una nave affondata nel mare del Nord e nelle vicinanze del Nido dell'aquila a Berchtesgaden, la residenza estiva di Adolf Hitler. Andreas Uckert cerca, appunto, un mecenate che paghi le spese delle ricerche. Il giornale austriaco mette anche il suo numero di telefono. Eccolo, per chi fosse interessato ad una caccia al tesoro: +49 3306 204 71 98.


Paolo Torretta
28 dicembre 2010



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La capra napoletana è salva Trova casa allo zoo di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Cesare Falchero risponde all'appello sull'estinzione degli esemplari vesuviani. Pronto un laboratorio sul latte



NAPOLI – Dopo l'appello lanciato un mese fa anche dal portale «A tavola» del Corriere del Mezzogiorno.it, può dirsi salva la capra napoletana grazie all'intervento dello zoo di Napoli.
L’allarme era stato lanciato da Nando Cirella, direttore della rivista «Agricultura e Innovazione» per il rischio di definitiva estinzione dell'esemplare. La rivista aveva acquistato un gruppo di capre del Vesuvio per scongiurarne l’estinzione, animali che dovevano essere trasferiti perché non era più possibile tenerli nell’allevamento che le ospitava.

A rispondere all’appello lanciato a mezzo stampa è stato lo zoo di Napoli con il suo patron Cesare Falchero, che ha detto: «Sono entusiasta che sia proprio lo Zoo di Napoli a chiudere in bellezza l’anno della biodiversità, non con convegni, manifestazioni o pubblicazioni, ma con azioni concrete salvando una razza campana, e rafforzando la tesi che lo zoo è un luogo di didattica e conservazione della biodiversità».

A partecipare al progetto anche Vincenzo Peretti, genetista della facoltà di Medicina Veterinaria di Napoli, esperto di razze a rischio di estinzione e vice presidente dell’ associazione razze autoctone a rischio di estinzione. «Allevata principalmente in provincia di Napoli ed esattamente alle pendici del Vesuvio e sui Monti Lattari, oggi questa capra – spiega Peretti - è seriamente compromessa e il rischio di estinzione incombe ogni giorno sempre più seriamente. La razza era allevata tradizionalmente per il latte fresco da pronto consumo, infatti piccoli greggi di capre in lattazione, venivano portate in città, dove il latte veniva venduto al bicchiere e talvolta la capra veniva fatta salire sul pianerottolo di casa degli antichi palazzi partenopei, per essere munta davanti al cliente». Sensibile all’iniziativa anche Francesco Borrelli commissario regionale dei verdi, convinto che quest’iniziativa sia di rilevante importanza per lo zoo di Napoli e per tutta la città.

Nel «Progetto capra napoletana» dello Zoo l'intento di incrementare il numero delle capre di razza napoletana nell’aziende campane. Gli esemplari verranno sottoposti a test citogenetici su semplici campioni di sangue che diventeranno un serio segnale di salute dell’ambiente. In futuro è prevista la realizzazione di un laboratorio didattico sul latte e sul formaggio.

Redazione online
27 dicembre 2010
(ultima modifica: 28 dicembre 2010)

Viviani, il poeta amatissimo dalla sinistra scrisse in versi un lungo «Saluto al Duce»

Corriere del Mezzogiorno


Dopo 70 anni rispunta la poesia che Paolo Ricci
e Pratolini avevano espunto dalle edizioni precedenti
Lezza: «Nell'enfasi c'è però una presa di distanza»



Eduardo De Filippo (a sinistra) e Raffaele Viviani con Armando Falconi

Eduardo De Filippo (a sinistra) e Raffaele Viviani con Armando Falconi


NAPOLI - «Piazza Venezia: tutto nu popolo; vestute d’uommene tutte ’ e fanale; ’ a truppa rigida ’ a coppa ’ o Milite schierata e lucida pe’ tutte e scale... Nu squillo e subito scoppia l’applauso: appare l’Idolo fore ’ o balcone!» . Chi sia l’ «Idolo» è scontato: «E ’ o Duce, immobile, sorride al numero. Tutte ’ o guardano cu religione!». Non lo è affatto il nome dell’autore: Raffaele Viviani, il poeta protestatario amatissimo dalla sinistra, usato come vessillo ideologico anche in quella pseudo querelle tra vivianisti ed eduardisti i primi esaltanti il purismo popolare dell’uno contro la presunta rappresentazione piccolo-borghese dell’altro).


I VERSI PUBBLICATI DOPO 70 ANNI - Il Saluto al Duce rispunta ora dopo settant’anni in Raffaele Viviani. Poesie. Opera completa a cura di Antonia Lezza, pubblicato da Guida nella collana Passaggi e percorsi diretta da Giuseppe Galasso ed Emma Giammattei (493 pagine, 29,50 euro). Dopo una fugace apparizione in ... e c’è la vita del 1940, lirica d’occasione sparisce dalle edizioni successive a cura di Paolo Ricci, Vasco Pratolini e Vittorio Viviani. È una omissione dal sapore non innocente.

POESIA ELIMINATA DA PAOLO RICCI E VASCO PRATOLINI - «Dalla prefazione di Paolo Ricci in poi - spiega Antonia Lezza -si voluto caricare l’aspetto proletario dell’uomo e poeta di strada, del popolo e per il popolo. Ed è chiaro che questo cedimento di circostanza al fascismo non rispondeva a quell’immagine. Né ora però è il caso di gridare allo scandalo. La posizione di Viviani è quella di un autore certo, ma in primo luogo di un capocomico che scrive per rappresentare il suo teatro. E in quegli anni egli stentava a metterlo in scena, rappresentando per lo più testi di altri. Non così Roberto Bracco, censuratissimo dal regime e purtroppo oggi dimenticato».

LEZZA: NESSUNO SCANDALO - La critica di sinistra, dunque, appare strabica: da una parte ha esaltato Viviani, dall’altra ha lasciato cadere un cono d’ombra sull’ «intellettuale intransigente» Bracco (è il titolo di un fondamentale saggio di Pasquale Iaccio). «C’è da dire che negli ultimi dieci anni ci sono stati numerosi studi in materia e tutti hanno evidenziato il ruolo della censura teatrale durante il regime. Lo stesso Iaccio, che non è certamente un conservatore, non demonizza la questione. E poi quelle parole l’idolo; p’ogni pausa passa nu fremito; parla l’Oracolo; tu faie miracule -con la loro enfasi, fanno trapelare un’ambiguità, forse una presa di distanza. Ma a testimoniare un certo rapporto con il fascismo ci sono anche le lettere di Viviani al prefetto Zurlo, nelle quali il capocomico chiedeva piazze per i suoi spettacoli» . Un uso ideologico di Viviani c’è dunque stato? «Sì e non ha fatto bene neanche a lui che, come testimonia il complesso delle liriche, è poeta ben oltre i sapunarielli e le bammenelle».


Natascia Festa
28 dicembre 2010




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Cannavaro testimonial contro i botti

La Cgil: con blocco stipendi fino al 2013 gli statali perderanno 1600 euro

Il Messaggero


Preoccupati anche gli altri sindacati. Stop al turn over: entro il 2012 usciranno 300mila impiegati, ne entreranno solo 60mila





ROMA (2013) - La Cgil ha elaborato una stima secondo la quale il blocco degli stipendi pubblici fino al 2013 deciso dalla manovra economica costerà complssivamente ai lavoratori del pubblico impiego circa 1.600 euro di potere d'acquisto. Lo annuncia il responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile, specificando che circa 1.200 euro lordi si perdano per il triennio 2010-2012 di mancato rinnovo dei contratti mentre altri 400 euro di aumenti complessivi mancheranno all'appello nel 2013 a causa del blocco ulteriore previsto dalla stessa manovra.

Nel triennio 2010-2012 - spiega Gentile - «l'incremento degli stipendi sulla base dell'indice dell'inflazione Ipca previsto dall'accordo interconfederale del 2009 (non firmato dalla Cgil) avrebbe dovuto essere complessivamente del 4,2%. Poichè ogni punto di inflazione vale circa 20 euro si tratta a regime di 90 euro lordi che mancheranno nello stipendio. Ipotizzando tre tranche annuali da trenta euro in più al mese (quindi 400 euro l'anno compresa la tredicesima) che non ci saranno, la perdita cumulata di potere d'acquisto sarà almeno di 1.200 euro lordi in media. Se ci aggiungiamo il blocco già previsto anche per il 2013 arriviamo almeno a 1.600 euro. I lavoratori pubblici torneranno a vedere aumenti in busta paga solo nel 2014».

La Cgil sottolinea che al blocco della contrattazione nazionale per il triennio (i contratti per circa tre milioni e mezzo di lavoratori sono scaduti a fine 2009) si affianca lo stop alla contrattazione integrativa e il blocco economico della carriera. In pratica nei prossimi anni si potrà fare carriera ma l'avanzamento sarà riconosciuto solo giuridicamente senza nessun miglioramento dello stipendio.

Il blocco degli stipendi preoccupa anche gli altri sindacati che però sottolineano come la stretta sul lavoro pubblico sia comunque meno pesante rispetto a quanto è accaduto negli altri Paesi. «In 17 paesi europei - dice il segretario generale della Fp-Cisl Giovanni Faverin - non si sono limitati al blocco dello stipendio in essere ma hanno deciso tagli delle retribuzioni rilevantissimi. In Spagna è stata del 5% mentre in Irlanda hanno avuto tagli del 13%. E puntiamo a recuperare risorse con la contrattazione integrativa».

«Il blocco dei contratti è una ferita - precisa il segretario confederale Cisl Gianni Baratta - ma se guardiamo al panorama europeo le decisioni degli altri Paesi sul lavoro pubblico sono state più pesanti».

La stretta nel pubblico impiego per i prossimi anni riguarderà anche il turn over. La manovra economica di questa estate prevede che fino al 2012 ci sia un limite del 20% delle entrate rispetto alle uscite. In pratica su dieci dipendenti pubblici che escono (per pensione o dimissioni) ne potranno entrare solo due (e con il limite anche del 20% massimo della spesa quindi non sarà possibile che a fronte dell'uscita di due commessi entrino due dirigenti). Facendo un calcolo medio di uscite per l'anno di 100.000 persone (circa il 3% di tre milioni e mezzo di dipendenti) significa che tra il 2010 e il 2012 a fronte di 300.000 uscite sarà possibile fare solo al massimo 60.000 nuove assunzioni (poichè vincoli più stringenti ci sono nei comuni, le regioni e la sanità).




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Fini querela Libero e il Giornale Fli: da Pdl silenzio complice

Il Messaggero


Belpietro: dovrebbero ringraziarmi e invece mi attaccano. L'Udc: basta fango sul presidente della Camera






ROMA (28 dicembre) - Dopo il bailamme scatenato ieri con l'annuncio di una macchinazione per screditare Berlusconi e far passare Fini da vittima (di un attentato), Maurizio Belpietro torna oggi alla carica contro il presidente della Camera e Futuro e libertà: «Dovrebbero ringraziare e invece mi attaccano».

Fini querela. «In relazione a quanto pubblicato ieri ed oggi dai quotidiani Giornale e Libero, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha dato mandato di adire le vie legali a tutela della propria onorabilità», dichiara Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera.

Belpietro non ha rivelato il nome della sua fonte al procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro che ieri lo ha sentito in qualità di persona informata sui fatti, cioè l'annuncio dell'attentato contro Fini, da organizzare in Puglia ad aprile, la cui responsabilità, secondo Belpietro e la sua fonte, doveva ricadere su Silvio Berlusconi. «Ho parlato di una cosa vera - spiega Belpietro - che aveva come obiettivo Fini, ma l'obiettivo era anche far ricadere la responsabilità della vicenda sul presidente del Consiglio. Questo è ciò che mi è stato raccontato e che ho riferito ai magistrati ieri. Se poi i giornali per esigenze di copione devono raccontare balle, questo è un altro fatto: si sono scritte oggi cose che non stanno nè in cielo nè in terra».

«Non ho rivelato il nome della mia fonte ai magistrati - spiega Belpietro - ho detto semplicemente a loro che questa persona si era rivolta a me e ho dato loro tutti gli elementi in mio possesso tranne il nome perchè questa persona non mi aveva autorizzato a rivelare la sua identità. Certo il procuratore Spataro mi ha chiesto chi fosse, è ovvio, e io ho eccepito il segreto professionale. Era una fonte, mi ha raccontato dei fatti, io ho spiegato tutto in procura e tocca a loro verificare, io non faccio lo Sherlock Holmes».

Belpietro ha commentato l'esistenza di un filmato, come scrive il Giornale, in cui una escort racconta di un presunto incontro a «luci rosse» con Gianfranco Fini, incontro di cui aveva parlato lo stesso Belpietro nel fondo di ieri. «Non so se esiste un filmato a me non risultava di un filmato - spiega Belpietro - ho detto che c'era una persona che girava in alcune redazioni che raccontava questi fatti: se sia vero o no, ciò tocca a qualcun altro accertarlo. Se Fini si ritiene diffamato o calunniato faccia una denuncia».

Belpietro torna sull'articolo in cui parlava dell'attentato a Fini e della escort che racconta di un incontro con il presidente della Camera. «Per consolarsi dopo la botta del 14 dicembre, alcuni esponenti di Futuro e libertà a Natale devono aver esagerato con lo spumante. Di fronte a tutto ciò, cosa avrei dovuto fare? Fingere che nulla fosse accaduto e girare la testa dall'altra parte? Ammettiamo che sia tutto falso, l'attentato e pure le sedute con le escort. Il presidente della Camera dovrebbe essermi grato per averlo avvisato di un paio di mestatori e calunniatori che vanno in giro per l'Italia a spargere veleni sul cuo conto. Ma se al contrario ci fosse qualcosa di vero?». Per Belpietro, «l'unica possibilità era di raccontare tutto e di lasciare poi che se ne occupassero i magistrati. Ed è esattamente ciò che ho fatto, riferendo dopo che ai lettori anche al dottor Armando Spataro della Procura di Milano. Lui e i suoi colleghi di altri uffici giudiziari verificheranno cosa ci sia di vero nella storia pugliese (per quella modenese serve una denuncia per calunnia, perchè ciò che Fini fa o non fa in camera da letto rigurda al massimo i giornali e non i tribunali). Nel frattempo speriamo che a Bocchino e compari sia passata l'ubriacatura da sconfitta».

Urso: «La campagna di annientamento politico che i giornali vicino al premier hanno nuovamente scatenato contro Gianfranco Fini non fermerà Futuro e Libertà che anzi realizzerà il proprio Congresso a Milano chiamando a raccolta chi nel centrodestra e nel paese non intende chinare la testa - afferma il coordinatore di Futuro e Libertà - Noi non ci lasciamo intimidire nè dalle liste di proscrizione e neppure dal fango e dai veleni che la politica della corruzione ha messo in campo contro chi non si arrende. È pero gravissimo il silenzio complice di chi nel Pdl dovrebbe, invece, prendere le distanze da quella che appare a tutti un infamante campagna che sta avvelenando i pozzi della politica e delle istituzioni».

Flavia Perina: un tempo erano bombe, oggi sono escort. «Se il topic degli anni di piombo fu la teoria del doppio Stato, quello dei nostri anni di fango sarà il titolo dell'editoriale di Maurizio Belpietro: “Iniziano a girare strane storie” - scrive l'esponente di Fli e direttore del Secolo d'Italia sul Post, il giornale online diretto da Luca Sofri - Le “strane storie” non costano niente, alzano polvere più di dieci chili di tritolo e sono perfettamente funzionali allo scopo di bloccare la democrazia italiana nel pantano dov'è, demolendo e delegittimando chiunque prefiguri alternative al potere costituito, o comunque lo limiti». Secondo Perina mentre «una volta nei passaggi politici più delicati scoppiavano le bombe, oppure venivano rapiti gli statisti, oggi si videoregistrano non meglio identificate escort: il salto di qualità democratico è evidente. Niente vittime, niente sangue, niente dispendiose operazioni di depistaggio, rischi penali bassissimi: l'effetto è lo stesso, ma tutto è molto più pulito, economico, light. E se era difficile giustificare la liceità costituzionale di una P38 o di un timer ora si può dire con leggerezza commentando la nuova offensiva di Libero e del Giornale: è libertà di stampa, perché vi offendete?».

L'Udc: basta fango su Fini. «Dopo il fango di questa estate verso il presidente della Camera, dobbiamo impedire che si vada verso una nuova stagione di veleni. Tutte le forze politiche sono chiamate a un supplemento di responsabilità, senza speculare in alcun modo su vicende oscure, trame e sospetti che rincorrono voci del tutto incontrollate. Sarà la magistratura a fare piena luce; nel frattempo, soprattutto chi ha ruoli di responsabilità politica e di governo è chiamato a impedire che queste vicende condizionino la politica italiana», scrivono in una nota congiunta, il capogruppo dell'Udc al Senato Gianpiero D'Alia e il vicecapogruppo centrista alla Camera, Gian Luca Galletti.




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Shoah, Bartali e l'altra vita da campione: «Vivi perché ci nascose in cantina»

Il Messaggero


Il racconto di Giorgio Goldenberg, ebreo che vive a Kfar Saba
«Rischiò la vita per salvarci dai nazist. Avrà un albero allo Yad»





FIRENZE (27 dicembre) - Il grande campione di ciclismo Gino Bartali nascose una famiglia di ebrei nella cantina di casa sua a Firenze, ma l'episodio finora è rimasto sconosciuto a tutti: ne ha avuto testimonianza per la prima volta il mensile Pagine Ebraiche. «Sono vivo perchè Bartali nascose me e la mia famiglia in cantina», ha raccontato al periodico Giorgio Goldenberg, 78enne ebreo originario di Fiume, che oggi vive a Kfar Saba, in Israele. Finora si conosceva l'azione di corriere clandestino di Gino Bartali, che recapitò documenti falsi a circa 800 ebrei nascosti in case e conventi di Toscana e Umbria, ma nulla si sapeva di un suo coinvolgimento diretto nell'opera di nascondimento dei perseguitati.

«Me lo rammento benissimo quando Bartali e suo cugino Armandino Sizzi vennero nel salotto di casa nostra, a Fiesole, a parlare con i miei genitori - ha raccontato Goldenberg - Con l'arrivo dei nazisti a Firenze la situazione diventava sempre più drammatica per gli ebrei e dovevamo nasconderci». Bartali, uomo di ideali ma anche pratico, ospitò la famiglia Goldenberg correndo un rischio enorme da cui non l'avrebbe potuto salvare neppure la fama già acquisita di campione sportivo. «La cantina della casa di via del Bandino, nel rione di Gavinana, era molto piccola - ha ricordato Giorgio Goldenberg - Una porta dava su un cortile ma non potevo uscire perchè avrei rischiato di farmi vedere dagli inquilini dei palazzi adiacenti. Dormivamo in quattro in un letto matrimoniale: io, il babbo, la mamma e mia sorella Tea. Non so dove i miei genitori trovassero il cibo. Ricordo solo che il babbo non usciva mai, solo mia madre usciva con due secchi a prendere acqua da qualche pozzo».

I Goldenberg rimasero nascosti fino all'arrivo degli Alleati nell'agosto del 1944. La testimonianza potrebbe diventare decisiva per piantare un albero in onore di Gino Bartali allo Yad Vashem, uno dei luoghi della memoria più sacri al popolo ebraico, iniziativa per la quale ci sono stati già vari appelli. «È una notizia bellissima che dimostra ancora una volta il grande cuore di mio padre e che spero ci aiuti a piantare presto questo benedetto albero in Israele», ha commentato uno dei figli di Gino, Andrea Bartali, presidente e anima della fondazione che negli anni mantiene vivo il ricordo dell'eroismo di Ginettaccio.




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Messico: a Guadalupe rapita dai narcos l'ultima poliziotta rimasta in città

Corriere della sera


Gli altri sette agenti presenti avevano dato le dimissioni e un ottavo era stato ucciso dai narcos

un'altra poliziotta della zona è stata assassinata poche settimane fa



Erika Gandara
Erika Gandara
WASHINGTON (USA) – Erika Gandara era la sola poliziotta rimasta nel comune di Guadalupe, vicino a Ciudad Juarez (Messico). Gli altri sette agenti avevano dato le dimissioni e un ottavo era stato ucciso dai narcos. Così per alcune settimane, Erika, 28 anni, è stata l’unica presenza nel commissariato. Nell’ufficio una scrivania, un fucile d’assalto, un giubbotto anti-proiettile e un quadro della Vergine. In strada, di rado, qualche pattuglia dell’esercito. Dunque nessuna vera autorità capace di imporre la legge. I banditi hanno atteso che l’attenzione sulla poliziotta solitaria scemasse e sono passati all’azione. All’alba di lunedì sono entrati nella casa di Erika e l’hanno portata via.

TERRITORI SENZA LEGGE - Di lei non si è saputo più nulla. Solo una segnalazione ha indicato la presenza di un cadavere di donna. E si è pensato che potesse essere proprio la poliziotta. Ma in seguito le autorità hanno smentito, anche se sono in molti a temere che Erika possa essere stata eliminata. Altre «voci» hanno fornito una storia meno romantica: Erika fa parte di una famiglia vicina al crimine organizzato e la sua sparizione è legata ad una faida. Verità controverse, dubbi, accuse fondate e calunnie che accompagnano a volte alcuni degli omicidi che insanguinano il Messico. Il caso di Erika fa comunque notizia perché segue di poche settimane quello di Hermila Garcia. Single, diplomata, 38 anni, è stata una delle prime donne a guidare un distretto di polizia. L’hanno assassinata il 29 novembre a Meoqui, stato di Chihuahua, uno dei santuari dei narcos. Comandava una novantina di agenti, però andava in giro disarmata e senza scorta. Raccontava di non aver ricevuto minacce, ma questa non vuol dire che non si è comunque un obiettivo. I trafficanti preferiscono corrompere gli agenti e se non vi riescono li eliminano. Una «regola» ben nota ad un’altra ragazza-coraggio, Marisol Valles. A soli 20 anni ha accettato di assumere la guida del posto di polizia di Praxedis Guerrero. Nessuno voleva quell’incarico e lei ha detto sì nonostante la sua scarsa esperienza. Per ora ha avuto pochi problemi, perché ha cercato di dare un minimo di sicurezza senza provocare le gang. Superare questa «linea» potrebbe significare una fine atroce.


Guido Olimpio
28 dicembre 2010



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Chiesa del Gesù nuovo, svelato il mistero Musica scolpita nella facciata

Che spreco, tanto valeva comprare altri immobili"

di Gian Marco Chiocci



Il deputato Pdl Laboccetta e la radicale Bernardini hanno ottenuto con fatica i dati sui soldi dilapidati



Agendo con l’avvedutezza e la «diligenza del buon padre di famiglia» la Camera dei deputati avrebbe potuto risparmiare un sacco di soldi e, soprattutto, fare ottimi investimenti. Degli esorbitanti contratti d’affitto per i palazzi della Milano 90 srl abbiamo detto ieri. Oggi torniamo sull’argomento soltanto per ricordare che se Montecitorio, per risolvere il problema della mancanza di spazio per i deputati (il cui numero, è bene precisarlo, non è cresciuto nemmeno di un’unità dal 1948), avesse pensato a un mutuo fondiario, «con i soldi che spende per gli uffici di Scarpellini si sarebbe comprato unità immobiliari tre volte più grandi di quelle affittate». A ricordarlo è il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta, che sulla battaglia per rivedere la «politica immobiliare» della Camera si è speso senza riserve.

Al suo fianco ha trovato soltanto i Radicali che hanno lavorato ai fianchi con costanza l’Ufficio di presidenza di Montecitorio per avere risposte chiare sui bilanci della Camera. Argomento sul quale, non si sa bene per quale motivo, vige un riserbo davvero sconcertante. «Il problema fondamentale è la cosiddetta disaggregazione delle voci di bilancio - ricorda Rita Bernardini (Pr) -. Per chi voglia vederci chiaro tra i tabulati dei conti della Camera è un’impresa improba non perdersi tra i dati sparsi tra i tanti capitoli di spesa».

E pensare che basterebbe aggregarli per temi per capire esattamente quanti soldi pubblici (cioè nostri) Montecitorio spende per agevolare al meglio il lavoro dei parlamentari.
L’unica vittoria, per il momento, rimane la rescissione del cosiddetto «Marini 1», cioè la prima unità immobiliare affittata alla Camera dei deputati dalla Milano 90 e che ospita gli uffici di 235 parlamentari.

Gli effetti di questo risparmio, però, non si vedranno prima del 2013, visto che nei prossimi due anni la locazione continuerà. Difficile capire i risparmi che così si produrranno. È difficile non solo per un cittadino qualunque ma anche per un parlamentare capire il senso delle spese di bilancio gestite dalla Camera. In verità l’articolo 68 del Regolamento interno di amministrazione della Camera dei deputati afferma che questi documenti sono a disposizione dei parlamentari.

Un articolo che ha lo scopo di dimostrare ampia trasparenza sulla gestione dei fondi pubblici. Poi, però, passare dalle parole ai fatti è un’impresa titanica. Ne sa qualcosa, appunto, la Bernardini che ha dovuto addirittura iniziare lo sciopero della fame i primi giorni di febbraio per sollecitare la consegna dei dati di bilancio. A quel punto è dovuto intervenire lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, per sbloccare la resistenza dei questori e del Segretariato generale di Montecitorio.

«Ma raccapezzarsi sui dati disaggregati - si lamenta la radicale - resta un problema serio per chi non ha una profonda competenza di contabilità». Inoltre c’è da ricordare che, come stabilito dalla stessa Costituzione, Montecitorio non subisce controlli esterni sulla propria amministrazione. In altri termini gli smaliziati giudici della Corte dei Conti e del Tar non possono mettere becco sulle decisioni assunte all’interno del Palazzo. Il controllo allora a chi è affidato? Ma agli stessi deputati, ovviamente. La gran parte dei quali, sibila la Bernardini, nemmeno conosce l’esistenza di un Regolamento interno di amministrazione.




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Anomalie nei contratti d'affitto di Montecitorio

di Redazione



Non ci sono solo i 46 milioni l’anno buttati per prendere in locazione i palazzi. Dalle carte spunta pure un intreccio di clausole capestro accettate senza fiatare.




 


Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci


Roma -
Sono oltre 60 anni che i deputati non aumentano. Eppure gli spazi «necessari» al loro lavoro negli ultimi tre lustri si sono praticamente decuplicati. Ed è su questa nuova e urgentissima necessità che ha fatto la sua fortuna l’immobiliarista Sergio Scarpellini. Dalla sua Milano 90 la Camera dei Deputati ha preso in locazione immobili per oltre 12mila metri quadri. E solo quest’anno spende ben 46 milioni di canone.

Il rapporto tra Scarpellini e Montecitorio non è sempre stato idilliaco. Dal 1997, l’anno del cosiddetto Marini 1, il primo contratto stipulato per l’affitto dell’omonimo palazzo di via del Tritone, ha avuto i suoi alti e i suoi bassi. Anzi, una volta è finito addirittura ai ferri cortissimi delle vie legali, come quando è intervenuto addirittura il Tribunale di Roma per sciogliere un dubbio interpretativo su una clausola di uno dei contratti tra la Milano 90 dell’immobiliarista romano e la Camera dei deputati. Una battaglia persa, alla fine, da Montecitorio. La Sesta sezione civile del Tribunale di Roma ha infatti deciso, il 19 gennaio del 2009, il rigetto della domanda avanzata dall’Avvocatura generale dello Stato per conto della Camera dei deputati riguardo all’articolo 13 dei quattro contratti di affitto stipulati con la Milano 90.

Qual era il problema? L’articolo 13 riguardava della possibilità da parte del locatario di acquistare l’immobile con il prezzo fissato dai parametri dell’Ufficio tecnico erariale e scontato delle annualità di pigione già pagate. Il tribunale, come detto, ha rigettato la domanda. «Le parti - è scritto nella sentenza - non possono aver voluto riconoscere alla Camera dei Deputati un diritto di opzione». Al punto 3 dell’articolo 13, infatti, è scritto a chiare lettere che «la Milano 90 srl avrà facoltà insindacabile di accettare o meno detta proposta dandone comunicazione nei 90 giorni della sua ricezione».

È davvero singolare dilungarsi per due pagine di contratto per elencare tutti i diritti che la Camera ha di avanzare opzioni d’acquisto e poi buttar lì una clausola in cui si dice in buona sostanza che il padrone di casa ha l’ultima parola su tutto. Ma come si era arrivati davanti al giudice? In un documento del Collegio dei Questori di Montecitorio, protocollato il 6 giugno del 2007, viene annunciata la decisione da parte della Camera dei Deputati di adire alle vie legali proprio per la questione del controverso articolo 13 del «Marini 2». 

Nello stesso documento si chiarisce che è dal giugno del 2005 che i parlamentari mugugnano su un contratto considerato poco opportuno.

Un tipo di contratto limato dal tempo e dall’esperienza. Se per il «Marini 1», infatti, i legali della Milano 90 non avevano fatto precisa menzione all’insindacabilità delle decisioni del proprietario, con i nuovi contratti si cambia. Così che non è possibile alcuna disdetta da parte dell’inquilino (che deve pagare 9+9 anni di affitto). Le ragioni di questa clausola le spiega lo stesso Scarpellini al Sole 24 Ore del 13 ottobre: per rientrare dalle spese sostenute per l’adeguamento degli immobili alle esigenze lavorative dei parlamentari, il contratto di nove anni non era sufficiente. Da qui l’esigenza, poi espressa da una clausola precisa, di rendere impossibile la loro risoluzione anticipata.

Nel luglio ’98 viene siglato il nuovo accordo per il cosiddetto «Marini 2», un complesso immobiliare compreso tra piazza S. Claudio, via del Tritone e via del Pozzetto. Anche qui è presente la possibilità di disdetta (articolo 5.2). La Camera dei deputati però è generosa e sensibile con le necessità del suo padrone di casa. Il 17 dicembre spedisce una missiva alla Milano 90 srl dove mette per iscritto la sua rinuncia alla facoltà di disdetta. In buona sostanza la società di Scarpellini aveva mandato una lettera per chiedere un impegno preciso a non avvalersi di quell’articolo del contratto e la Camera, con una tempestività davvero ammirevole, risponde lo stesso giorno dicendo che il collegio dei Questori (i deputati responsabili dell’amministrazione di Montecitorio) rinunciava alla facoltà di disdetta. Una facoltà implicita, va detto per inciso, in ogni contratto di affitto di locali a uso ufficio.

Le incongruenze non finiscono qui. E il buonsenso resta fuori da un altro dettaglio che già abbiamo segnalato sul Giornale di ieri. Quando abbiamo ricordato come, al momento del primo contratto con la Milano 90, i locali da affittare non potessero essere ceduti come uffici. La destinazione d’uso impediva, di fatto, l’accordo tra le parti. Ecco però in sede di contratto, l’ennesimo schiaffo al buon senso. Invece di rifiutare l’offerta perché non conforme alla legge, la Camera dei deputati accetta di prendere in affitto i locali e fa mettere nero su bianco nel contratto (articolo 14.1 e 14.2) che è consapevole che i locali nei quali si appresta a entrare non dell’attuale destinazione d’uso delle porzioni immobiliari hanno una destinazione d’uso diversa da quella necessaria. Ma non si limita a questo. Si dichiara addirittura disposta ad attivare «ogni necessaria procedura di legge per conseguire il cambio di destinazione d’uso».

Insomma un inquilino davvero solerte e disponibile, che non solo non fa una piega nello scoprire che la destinazione d’uso dei locali da lui richiesti è diversa da quella cui aveva pensato, ma promette addirittura di attivarsi al posto del proprietario per farla modificare. Non c’è che dire, la Camera dei deputati è l’inquilino che ogni proprietario di immobili desidererebbe avere.

(2 continua)





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Spia la mail della moglie, adesso rischia il carcere

La Stampa


In Usa è entrata in vigore la nuova legge anti-pirateria,
il 33enne incrimato come hacker





Spiare le email del proprio coniuge può costare caro negli Stati Uniti, dopo l’entrata in vigore della nuova legge contro la pirateria informatica. Un marito del Michigan è stato infatti incriminato come hacker e dovrà comparire in tribunale, nonostante la legge sia stata pensata per difendere segreti industriali e commerciali, e non per perseguire la gelosia. Leon Walker, 33 anni, rischia serie ripercussioni, secondo fonti legali citate dal Detroit Free Press. Secondo il Telegraph potrebbe essere condannato a 5 anni di carcere. La metà dei matrimoni negli Stati Uniti finisce per casi di ’spionaggio' tra i coniugi, stimano le fonti.

Walker è accusato di aver violato la posta elettronica di sua moglie Clara, che lo aveva sposato in terze nozze. L’uomo ha scoperto che la moglie lo tradiva con il suo secondo ex marito, che era stato arrestato per averla picchiata di fronte al bambino avuto dal primo marito. A quel punto, Walker ha mostrato le email al primo ex marito della donna dicendosi preoccupato per il bambino. A quel punto, il padre naturale ha chiesto l’affidamento del figlio. «Ho fatto quello che dovevo, c’è di mezzo un bambino», ha detto Walker al giornale di Detroit. Quando la donna ha scoperto che il marito aveva mostrato le sue email al padre di suo figlio, ha denunciato Walker. La coppia ha anche divorziato. Il procuratore della contea di Oakland, Jessica Cooper, ha detto che Walker ha infranto la legge anti pirateria informatica. L’uomo si difende sostenendo che divideva il computer con la moglie, ma la donna nega la circostanza.

«L’accusa si sbaglia di grosso: questa è una legge pensata per punire chi cerca di violare siti del governo o di aziende con intenti criminali. È anche pensata per difendere la proprietà intellettuale, i segreti commerciali e per combattere i furti di identità», ha detto il legale di Walker.



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Tasse e sanità: tutte le novità da gennaio

Corriere della sera


Ecco cosa è destinato a cambiare nel nuovo anno e nei successivi con la manovra di contenimento del deficit


Una manovra di emergenza, fatta nel periodo di massima intensità della crisi: l’unica possibile, secondo il governo, per garantire il rigore nei conti pubblici e il mantenimento dello Stato sociale. Tutti indistintamente ne avvertiranno però le conseguenze: lavoratori pubblici e privati, imprese e famiglie. Ecco cosa è destinato a cambiare nel nuovo anno e nei successivi con la manovra di contenimento del deficit varata a luglio, con la legge di Stabilità che fissa il quadro finanziario del prossimo triennio, e con il decreto di fine anno. Misure che riguardano il pubblico impiego, la fiscalità di autonomi e professionisti, le pensioni, gli ammortizzatori sociali, la lotta all’evasione, gli ecobonus per la casa e l’emersione degli immobili fantasma.


ASSISTENZA E WELFARE
Invalidità e sgravi, parte la stretta. Il rischio ticket


L’austerità che segna l’intera manovra di bilancio sviluppata dal governo tra luglio, con il decreto antideficit, e dicembre, con la legge di Stabilità e il milleproroghe, tocca solo di rimbalzo le famiglie ed i loro redditi. Non ci sono nuove o diverse detrazioni fiscali, né grandi modifiche per quanto riguarda l’assistenza e la sanità. Sul fronte previdenziale, oltre l’adeguamento delle pensioni all’inflazione (vale circa 7 euro al mese per le minime), le novità del 2011 saranno le finestre mobili (che allungheranno il momento del pensionamento di un anno per i lavoratori dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi) ed il passaggio alla quota minima «96», data dalla somma tra età anagrafica e contributiva, per l’accesso al pensionamento. La stretta sulle pensioni di invalidità è stata notevolmente addolcita nel passaggio del decreto di luglio in Parlamento. Da gennaio, tuttavia, le nuove pensioni saranno concesse, oltre che erogate, direttamente dall’Inps e non più dalle Regioni. Nel 2011 scatta, poi, il piano straordinario di verifica sulle pensioni di invalidità esistenti: 250 mila controlli l’anno nel 2011-2012. Controlli incrociati e verifiche a tappeto sono previsti anche per l’erogazione di una lunga serie di prestazioni assistenziali. Con l’entrata a regime dei collegamenti telematici tra l’Inps e l’Agenzia delle entrate, i furbi avranno senza dubbio maggiori difficoltà ad ottenere bonus fiscali e assistenziali indebiti, esponendosi anche al rischio di sanzioni più forti. Non cambiano, invece, le prestazioni fornite dal Servizio sanitario nazionale. Anche se c’è un «rischio ticket»: con la legge di Stabilità l’esenzione per le prestazioni diagnostiche e specialistiche è stata sospesa ma solo fino a giugno. E se per allora non si troveranno altre risorse per compensare le Regioni, la reintroduzione del ticket può esser data per scontata.


GLI IMMOBILI
Resta l’ecobonus. Edifici fantasma, sì alla proroga



Il 2011 porta tre buone notizie ed una delusione ai proprietari degli immobili. La brutta notizia è la mancata applicazione della cedolare secca del 20% sugli affitti, prevista dal decreto legislativo sull’autonomia fiscale dei Comuni. La bozza del decreto è ancora all’esame del Parlamento per la formulazione dei pareri che devono essere recepiti dall’esecutivo e la cedolare secca, attesissima, si allontana. In compenso sono state confermate con la manovra di luglio e la legge di Stabilità, sebbene con qualche modifica rispetto al passato, le detrazioni Irpef sulle ristrutturazioni edilizie. Quelle destinate al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici restano fissate al 55% della somma spesa per i lavori, ma potranno essere scalate dall’imposta dovuta nell’arco di dieci anni e non più di cinque. Resta invariato, invece, il regime fiscale per le ristrutturazioni semplici, che non hanno finalità ecologiche. La detrazione resta ferma al 36%, non potrà superare i 19.700 euro, e sarà utilizzabile in 10 anni. Confermata anche per il futuro la ritenuta d’acconto del 10% sui bonifici bancari per pagare le imprese che hanno effettuato i lavori sugli immobili, in vigore già dallo scorso mese di luglio. Le banche o la Posta faranno da sostituti di imposta, prelevando cioè la ritenuta dagli importi dovuti e la verseranno al Fisco. La novità dell’ultim’ora, per i proprietari, è la proroga dei termini per l’accatastamento degli immobili fantasma. La regolarizzazione riguarda i fabbricati che insistono su particelle censite al catasto terreni ma non da quello dei fabbricati: sono 1,4 milioni di unità immobiliari già individuate dall’Agenzia del territorio e per le quali insieme all’accatastamento, sarà stabilita la nuova rendita. La procedura vale anche per gli immobili già censiti, ma che hanno subito ristrutturazioni con aumento della consistenza (e della rendita). Per mettersi a posto si pagheranno sanzioni (fino a 300 euro), più l’Irpef e l’Ici dovuta nei cinque anni precedenti.


IMPRESE E LAVORO
Incentivata la produttività. Più fondi Cig

Proroga degli ammortizzatori sociali in deroga, quelli a favore delle piccole imprese e dei settori prima esclusi. E proroga della cassa integrazione straordinaria, della detassazione della parte del salario legata alla produttività. Il 2011 si annuncia come un altro anno molto difficile per l’occupazione. Secondo le ultime previsioni della Confindustria, dopo la perdita di 600 mila posti di lavoro nel 2010, l’anno prossimo ne sono a rischio almeno 440 mila, mentre si stima un ricorso alla cassa integrazione guadagni per 315 mila lavoratori. Dopo la flessione del 2,6% del 2009 e dell’1,7% di quest’anno, l’occupazione tornerà a crescere, ma impercettibilmente (+0,1%), stima il centro studi dell’associazione imprenditoriale. Così il governo si è attrezzato, stanziando somme cospicue per mantenere i sussidi e le agevolazioni concesse nel 2011. Con la legge di Stabilità varata a novembre sono infatti stati recuperati 1,5 miliardi per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, cioè per l’estensione dei benefici ai lavoratori delle imprese che non potevano usufruire della tradizionale cassa integrazione ordinaria e straordinaria. I fondi reperiti nel bilancio si aggiungeranno ai residui di stanziamento del 2010: sul piatto, per quest’anno, c’erano 8 miliardi di euro (messi da Stato e Regioni), di cui dovrebbero esserne rimasti circa un paio, anche perché il «tiraggio», cioè l’utilizzo effettivo della cassa da parte delle aziende, è inferiore alle ore domandate e poi autorizzate dall’Inps. Un miliardo di euro circa sarà invece destinato all’alleggerimento del prelievo fiscale sulla parte del salario legata alla produttività, straordinari compresi. L’aliquota agevolata resta fissata al 10%, mentre è stato elevato il tetto di reddito entro il quale sarà possibile beneficiare del bonus fiscale, portato da 35 a 40 mila euro lordi annui.


PUBBLICO IMPIEGO
Per gli statali stipendi bloccati o tagli fino al 10%

Dopo decenni passati al riparo delle intemperie, per i dipendenti dello Stato inizia nel 2011 il triennio della «penitenza». Non ci sarà, per cominciare, il rinnovo della parte economica del contratto di lavoro. I dipendenti pubblici saltano dunque un «giro», che non potranno recuperare neanche successivamente. Per loro la Finanziaria 2011-2013 prevede solo l’indennità di vacanza contrattuale, ossia il recupero (parziale) dell’inflazione programmata. Ma non è tutto, perché il decreto di luglio prevede espressamente il blocco, se non il taglio, degli stipendi. Nessun dipendente pubblico, secondo quanto previsto dal decreto di luglio, potrà ricevere nel triennio 2011-2013 uno stipendio più elevato di quello percepito nel 2010. Per le qualifiche ed i redditi più elevati, quindi manager e dirigenti, è invece prevista una decurtazione. La quota di stipendio che supera i 90 mila euro lordi annui sarà infatti tagliata del 5%, mentre la parte eccedente i 150 mila euro subirà una limatura del 10%. Vengono poi sterilizzati, per numerose categorie di lavoratori pubblici, le progressioni automatiche di carriera, gli «scatti», ai quali poi corrispondono gli aumenti di stipendio. Il blocco degli automatismi riguarda il personale della scuola (anche se per loro saranno parzialmente recuperati), militari e forze dell’ordine, docenti universitari ed il personale di servizio in carriera diplomatica. Per i magistrati il taglio si applicherà non allo stipendio, ma alla cosiddetta indennità giudiziaria. Per i «pubblici» saranno anni difficili. Anche arrivare alla pensione dopo 40 anni di lavoro, in questo periodo, a molti darà meno soddisfazioni. Le indennità di buonuscita, ovvero le liquidazioni, di importo più elevato verranno infatti corrisposte in più annualità. La prima rata, al momento del pensionamento, non potrà comunque superare i 90 mila euro. La parte eccedente sarebbe corrisposta un anno dopo, mentre la parte di liquidazione che dovesse superare i 150 mila euro sarebbe pagata dallo Stato dopo due anni.


AUTONOMI
I contanti? Mai oltre 5 mila euro. Le fatture online

Già alle prese con la durissima crisi economica, che ha costretto a ridimensionamenti e a chiusure, le piccole imprese e gli autonomi, dal 2011, avranno ancor meno spazio per gli arbitraggi fiscali. Il governo e l’Agenzia delle entrate, con la manovra di luglio e lo stesso milleproroghe di fine anno, hanno chiuso quasi tutti i varchi all’evasione fiscale ed inasprito notevolmente le sanzioni. Con la manovra di luglio è stato ad esempio reintrodotto il limite all’uso del denaro contante e degli assegni per le transazioni. Da quest’anno diventa impossibile incassare una somma «liquida» superiore ai 5 mila euro. Insieme al vincolo sull’uso del contante per le imprese che hanno partita Iva (sono fatte salve le più piccole, cioè la stragrande maggioranza) c’è anche l’obbligo di trasmettere al Fisco, per via telematica, tutte le fatture di importo superiore ai 3 mila euro (3.600 euro se sono prestazioni non fatturabili, come tutte quelle che vengono rese ai cittadini senza partita Iva). Anche i controlli sui redditi degli autonomi, reali o presunti, saranno ben più penetranti con il nuovo redditometro (vedi l’articolo dedicato al Fisco). Dichiarare poco o niente, a fronte di spese consistenti per generi di lusso, porterà quasi automaticamente ad un accertamento da parte dell’Agenzia delle entrate. Agli autonomi, nel 2011, saranno applicati anche i nuovi studi di settore rivisti, e in parte addolciti, per tener conto della crisi economica. Qualche buona notizia per gli autonomi e le piccole imprese arriva invece dal fronte della semplificazione amministrativa. L’attuale Dia, dichiarazione di inizio attività, sarà sostituita dalla Scia, segnalazione certificata di inizio attività, che consentirà di sostituire con autocertificazioni anche le attestazioni dei tecnici abilitati quando prevedano pareri di enti e amministrazioni pubbliche.


FISCO
Redditometro-bis e tempi brevi per le riscossioni

Il nuovo giro di vite deciso tra luglio e dicembre alle regole del Fisco riguarderà tutti: lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati e «rentier». La prima novità rilevante è la spinta alle verifiche fiscali con l’accertamento sintetico e il nuovo redditometro. Nel primo caso l’Agenzia delle entrate verificherà la congruenza tra i redditi dichiarati e le spese effettivamente sostenute dai contribuenti. Con il nuovo redditometro, lo strumento dell’accertamento sintetico sarà ulteriormente rafforzato, visto che la congruità tra spese e reddito dichiarato sarà scremata tenendo conto della dimensione familiare e dei fattori geografici. Dal 2011 scatta, poi, il blocco delle compensazioni automatiche tra crediti e debiti fiscali in presenza di un ruolo definitivo, di importo superiore ai 1.500 euro, per il quale sono scaduti i termini di pagamento. Prima si salda il conto arretrato con il Fisco e poi, eventualmente, si compensa (ma solo se il credito è certificato dai professionisti, come avviene già ora). Con il decreto antideficit di luglio, inoltre, viene notevolmente anticipata l’esecutività degli atti di riscossione, per i quali attualmente trascorre più di un anno dal momento dell’accertamento. D’ora in avanti l’esecutività coinciderà con il momento dell’accertamento, ma sarà operativa due mesi dopo (60 giorni) la notifica dell’atto. Cambiano anche le regole del contenzioso in ambito tributario. Il piano disegnato inizialmente dal governo, che puntava ad una sospensione minima dei termini di pagamento (150 giorni anche in presenza di ricorsi), è stato però addolcito. Secondo quanto deciso dal Parlamento, la sospensione dell’atto impositivo varrà almeno per tutta la durata del processo tributario di primo grado. Con il milleproroghe, infine, sono stati inaspriti gli oneri per l’adesione a tutte le forme di «patteggiamento» con il Fisco, a cominciare dal ravvedimento operoso.


COMUNI E REGIONI
Sforbiciate sugli enti locali a 360 gradi



Gran parte dei soldi necessari per la riduzione del deficit pubblico arriveranno, nel prossimo triennio, dalle Regioni e dagli enti locali. La manovra di luglio, nei loro confronti, è stata particolarmente dura. Le Regioni dovranno contribuire al risanamento con 10 miliardi di euro in due anni. Ai fondi destinati ai Comuni sarà data una sforbiciata di un miliardo e mezzo nel 2011 e di ulteriori 2,5 miliardi all’anno dal 2012. Alle Province toccherà un sacrificio di 300 milioni nel 2011 più altri 500 a partire dall’anno successivo. Sono, per giunta, tutti tagli «preventivi»: non affidati agli amministratori locali, ma operati direttamente alla fonte con la riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato. Per tutti gli enti locali, inoltre, dal 2011 c’è il blocco generalizzato delle assunzioni. Inutile dire che la manovra sulle autonomie locali ha determinato fortissime proteste da parte dei sindaci e soprattutto dei governatori che minacciano di non erogare più determinati servizi (dal trasporto locale, all’assistenza sociale). La stretta non si limita ai trasferimenti, perché le autonomie locali subiscono di rimbalzo anche quella, più generale, operata ai costi della politica. E dunque, stipendi tagliati per i sindaci, i presidenti di Provincia e i membri delle giunte, da un minimo del 3% fino a un massimo del 10% (in funzione della dimensione degli enti). Per i consiglieri comunali, dal 2011, il compenso non potrà superare il 20% di quello del sindaco. La manovra di luglio prevede anche la riduzione, se non l’azzeramento, di alcune spese specifiche. Nel 2011, ad esempio, è previsto lo stop assoluto alle spese per le sponsorizzazioni, mentre quelle per le consulenze esterne saranno ridotte dell’80% e quelle per i contratti flessibili tagliate del 50% rispetto al 2010. Per almeno cinque Regioni, poi, la stretta varata con la manovra si sommerà agli effetti dei piani di rientro del deficit sanitario, che rischia di tradursi in un aumento automatico delle addizionali fiscali.


STATO E POLITICA
Onorevoli e ministri, compensi ridotti. Auto blu giù del 20%



Non viene certo travolta, come accade a interi settori dell’economia, ma anche la politica pagherà il suo conto alla crisi dell’economia. Con la manovra di luglio, arrivano infatti anche i tagli al costo della macchina statale, e alle prebende dei suoi amministratori. Si comincia dai ministri e dai sottosegretari, ai quali dal 2011 verrà praticato un taglio del 10% dello stipendio, per passare subito dopo ai deputati e ai senatori. Per loro il taglio previsto sarà di mille euro netti mensili: 500 sulla «diaria», che oggi tocca i 4.003 euro mensili, altri 500 sulla parte accessoria, che ammonta a 4.190 euro, e viene utilizzata dai parlamentari essenzialmente per pagare i loro collaboratori. Taglio in vista anche per i dipendenti di Camera e Senato. Anche a loro si applicherà la regola fissata per i manager della pubblica amministrazione: sforbiciata del 5% alla parte di stipendio che supera i 90 mila euro lordi annui, del 10% sulla parte eccedente i 150 mila euro. In più vengono sospesi tutti gli adeguamenti automatici di carriera che determinano un aumento della paga. La manovra colpirà direttamente anche i partiti politici. Inizialmente il governo aveva previsto un taglio dei ricchi rimborsi elettorali (1 euro per ogni voto preso) del 50%, ma il Parlamento lo ha ridotto al 10%. Ci sono poi regole generali che valgono per tutta la platea degli incarichi elettivi, nello Stato ma anche nelle amministrazioni locali. Nessun «eletto», in virtù della manovra di luglio, potrà percepire altri emolumenti dall’amministrazione pubblica, diversi da quelli relativi al proprio incarico. Si prevede anche che i compensi per le consulenze dei dirigenti, siano incassati direttamente dall’amministrazione di appartenenza. Arriva la sforbiciata anche sulle cosiddette «auto blu»: la spesa per le autovetture di servizio, nel 2011, dovrà essere ridotta del 20% rispetto a quella sostenuta nel 2010. Previsto infine un limite massimo del 2% per le spese di manutenzione degli immobili pubblici.


Mario Sensini
28 dicembre 2010



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Ora spunta una intervista a luci rosse: una escort vuole gettare fango su Fini

di Enrico Lagattolla



Una escort prova a vendere un video in cui racconta: "Il presidente della Camera è stato con me tre volte, pagava 2mila euro per ottenere il mio silenzio". Poi svela: incontri avvenuti l'anno scorso a Reggio Emilia. Però non mostra le prove. Dopo i casi D'Addario e Ruby, un'altra storia architettata per ricattare un uomo delle istituzioni



 
Milano - Interno, giorno. In­quadratura fissa. Parete spo­glia. In sottofondo, squilli di telefono. Sulla poltrona, una ragazza sulla trentina. Tacco da gara, inguainata in un pa­io di pantaloni di pelle neri, neri la giacca i capelli e gli oc­chi. Rachele, dice di chiamar­si. È un nome d’arte. E la sua arte è la prostituzione. Una escort, secondo il vocabola­rio del terzo millennio. In principio fula D’Addario. Poi venne Ruby. Ora è lei che ca­valca l’onda di fango. O alme­no ci prova. E lo fa con un vi­deo. Un filmato che da quasi un mese gira al mercato nero degli scandali. Immagini che qualcuno ha provato a vende­re a televisioni e giornali. Mi­gliaia di euro in cambio di un nome: Gianfranco Fini.

È il regalo di Natale per il presidente della Camera. Tre­dici minuti di racconti detta­gliati sui presunti incontri ses­suali con la terza carica dello Stato. Nessun riscontro ai ri­cordi di Rachele, e - anzi - il forte sospetto che gli ultimi sex-gate all’italiana abbiano fatto scuola. Dallo sputtana­mento alla notorietà, il passo è breve. Una confidenza sul politico giusto e al momento opportuno per aprirsi le por­te della celebrità.
Anche per poco, ma quanto basta per spuntare un’ospitata in tv o in qualche serata trash da di­scoteca. È il marketing della melma. E a prendersi gli schizzi, questa volta, è il lea­der di Futuro e libertà. Il video risale agli inizi di di­cembre. Rachele racconta di tre incontri con Fini. È lui ­spiega in favore di telecame­ra - ad averla raggiunta nel suo appartamento di Reggio Emilia. Il primo contatto av­viene su internet. Poi la ragaz­za riceve una telefonata da un numero anonimo.

È un in­termediario che organizza la serata con il presidente della Camera. Che- prosegue il rac­conto - arriva su un’Audi blu accompagnato da quella che sembra essere una guardia del corpo. Secondo i ricordi della escort, siamo a metà no­vembre dello scorso anno. Si accordano per un compenso di 500 euro. Poi, considerate le richieste di Fini, la cifra rad­doppia. Alla fine, le avrebbe addirittura lasciato 2mila eu­ro. S’indigna, Rachele. Quel­­l’extra - è convinta - serve a comprare il suo silenzio.

E al­la faccia di quel generoso re­galo, che avrebbe dovuto ga­rantire la riservatezza dei tête-à-tête , davanti alla teleca­mera la escort indugia sui mi­nimi dettagli di quelle serate di eccessi. Ancora, ricorda che nessuno ha visto il politi­co entrare nel suo apparta­mento e che - bontà sua - si sarebbe impegnata a garanti­gli la massima discrezione. Un’accortezza ripetuta an­che nelle altre due occasioni in cui Fini le avrebbe fatto visi­ta. Una nel maggio scorso, l’ultima a settembre. Poi più nulla.

Soprattutto, nessun se­gnale da quell’uomo tanto importante, che avrebbe po­tuto cambiarle la vita. Ecco il punto. Ecco perché donna Rachele - lei che dice di esse­re di destra, e perciò si è scel­ta quel nome- decide di vuo­tare il sacco urbi et orbi . Il lea­der di Fli le avrebbe fatto cre­dere di volerla aiutare, le avrebbe lasciato intendere che grazie alla sua interces­sione avrebbe messo fine a quella carriera - redditizia ma scandalosa - di prostituta a cinque stelle, salvo poi ri­mangiarsi la parola.

Così la escort ha scelto la via più bre­ve. Un’intervista che puzza di falso e infamia, un piatto nata­lizio da dare in pasto agli sto­maci foderati del gossip, sen­za scrupoli né troppi timori di essere denunciata per diffa­mazione. Senza contradditto­rio e soprattutto senza prove, ma avanti il miglior offeren­te. Così, nel caso, si pagano le spese legali. Rachele - dice proprio così - si è sentita usata, e fa niente se a fare le prostitute capita pure di peggio. Fini doveva farle cambiare vita e non lo ha fatto.

Di più. Avrebbe do­vuto aprirle le porte del Gran­de Fratello . Capito? Tredici minuti di palta fumante, il na­so e il seno rifatti (coi soldi di Gianfranco, s’intende), per sfondare. Per andare in tivvù. Per essere la nuova D’Adda­rio. O la nuova Ruby. O sem­plicemente, per essere Rache­le, quella che ha sputtanato il presidente della Camera. In equilibrio su una cresta di fan­go, e pace per gli schizzi. Poi, dopo un po’,magari sirischia di cadere. Ma in certi ambien­ti, si nasce portati per stare a galla.




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Ecco il patto tra Fli e magistrati" Una toga è pronta a testimoniare

di Redazione




C'è un’alleanza per rovesciare Berlusconi. Clemenza sulla vicenda Montecarlo in cambio del no in Aula alla riforma della giustizia



Solo una «simpatia» in chiave anti-Cav o addirittura un patto? L’ultimo gossip del Palazzo sul presidente della Camera riguarda un possibile retroscena del rinnovato feeling tra Gianfranco Fini (e i finiani) e la magistratura, «rivelato» in anteprima, la scorsa settimana, da Silvio Berlusconi.
Un abbraccio, quello tra Fli e le toghe, che si è fatto più stretto man mano che l’ex leader di An si allontanava dal Pdl, e che si è manifestato in dichiarazioni pubbliche, sia in contrasto con i periodici attacchi del premier alla magistratura che indipendentemente da queste.

Come è avvenuto nel caso, esemplare, dell’inchiesta romana sull’affaire monegasco: Fini da subito ha ribadito la propria fiducia nel lavoro dei pm capitolini e ha professato serenità. Poi è andata come si sa: richiesta di archiviazione da parte della procura, e protezione assoluta, una quasi inedita blindatura, della notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per il presidente della Camera. Le toghe romane, che tra l’altro non hanno mai convocato Fini in una vicenda nel quale il suo ruolo era centrale, lo hanno indagato per truffa aggravata soltanto l’ultimo giorno utile, contestualmente alla richiesta al Gip di chiudere la partita, quando insomma non potevano farne a meno.

Finora, con un pizzico di malizia, si era attribuito il trattamento riservato all’ex presidente di Alleanza nazionale proprio alla sua nuova apertura nei confronti del potere giudiziario. Ma negli ultimi tempo una voce tutta da verificare circola con insistenza in alcuni ambienti politici. Ci sarebbe persino un testimone, pronto a giurare sull’esistenza di uno scenario diverso, un vero e proprio patto di non belligeranza tra il capo di Futuro e libertà e la magistratura. A far emergere quella voce sui giornali sono state le indiscrezioni del pranzo tra Berlusconi e gli eurodeputati del Pdl, lo scorso 20 dicembre.

Lì Berlusconi ha attaccato duramente l’ex alleato, parlando appunto di un «patto» siglato tra Fini e l’Anm, l’associazione nazionale magistrati, secondo il quale le toghe avrebbero garantito protezione al presidente della Camera e ai suoi, e in cambio la terza carica dello Stato avrebbe assicurato lo stop a Montecitorio di qualsiasi legge «contro» i magistrati. Tanto che lo stesso numero uno dell’Anm, Luca Palamara, avrebbe passato alla finiana Giulia Bongiorno, presidente della commissione giustizia, il testo di quattro emendamenti al testo della legge sulle intercettazioni, prima «vittima» dell’accordo. Berlusconi, poi, ha smentito quelle dichiarazioni, Fini le ha definite «barzellette». Ma è esattamente questa la voce che gira sempre con maggiore insistenza nei corridoi del Palazzo, attribuita a un testimone attendibile, vicinissimo all’Anm, forse addirittura un magistrato, che avrebbe confermato l’intera storia, e rivelato l’ultima alleanza strategica di Fini: l’abbraccio col «partito delle procure», per sgambettare l’ex alleato.




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L’auto-attentato di Gianfranco: indagano tre Procure

di Jacopo Granzotto



La soffiata, la sparata in prima dell’attentato propagandistico a Fini, le inchieste delle Procure di Milano, Bari e Trani. Anche se si rivelerà privo di fondamento, l’editoriale di ieri del direttore di Libero Maurizio Belpietro «Su Gianfranco iniziano a girare strane storie...») che ipotizza un falso agguato nei confronti del leader futurista per affossare politicamente il Cavaliere, avrà avuto il suo perché. L’«ennesimo delirio di Libero» per i finiani è comunque una minaccia da scongiurare per tre procure. Le indagini - fascicoli aperti senza ipotesi di reato - intendono far luce soprattutto su ipotetici agganci con la criminalità organizzata.

Secondo Belpietro - ascoltato dal procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro - il progetto di auto-attentato del presidente della Camera «dovrebbe essere messo in pratica durante una visita istituzionale primaverile ad Andria». Per organizzarlo ci «si sarebbe rivolti a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro per il ferimento lieve di Gianfranco». Il prezzo comprenderebbe anche «l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini a Silvio Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio».

Un piano ardito al sapor di fantascienza per Nino Lo Presti, segretario amministrativo di Futuro e libertà, che attacca: «Belpietro non deve preoccuparsi, la credibilità di Libero, il quotidiano da lui diretto, è già perduta da tempo, non c’è bisogno di metterla in discussione. Difatti, l’ultimo suo delirio su un possibile attentato a Gianfranco Fini, a scopo propagandistico, la dice lunga sulle condizioni psichiche di questo giornalista che ha fatto dell’ingiuria e della calunnia il leitmotiv della sua carriera».

Sempre secondo Lo Presti, «l’instabilità di Belpietro è ormai un dato acquisito, così come è acclarata la sua totale mancanza di coraggio nell’accettare un confronto con il sottoscritto, che ancora attende soddisfazione dopo essere stato definito insieme agli altri colleghi finiani “traditore”. Il vero traditore di quella che dovrebbe essere la regina delle professioni intellettuali è proprio lui - continua il deputato finiano - che ha ridotto il giornalismo a un suk di pettegolezzi e falsità».

Aggiunge l’altro deputato futurista Aldo Di Biagio: «L’editoriale di Belpietro è carta straccia, degno della peggior stampa di regime che cerca di plagiare le menti degli italiani». Sorpreso l’editore Vittorio Feltri: «Quello di Belpietro è un articolo equilibrato che racconta con cautela un episodio rilevante. Non capisco la reazione isterica, portata avanti con virulenza e maleducazione da Fli». Un signore viene dalla Puglia in carne e ossa, senza nessun interesse ad apparire, e racconta delle cose di cui è venuto a conoscenza e per questo non chiede nulla, neanche il prezzo del viaggio - aggiunge Feltri -. Che qualcuno pensi di fare un attentato nei confronti della terza carica dello Stato mi preoccupa e mi sembra giusto denunciarlo».



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Di Pietro adesso trucca anche i sondaggi

di Antonio Signorini


Roma

Antonio Di Pietro tarocca i sondaggi. No, è Paolo Flores D’Arcais che pecca di «accidia, superbia e invidia». Nell’area giustizialista volano stracci e accuse secondo lo schema classico della sinistra estrema, dove c’è sempre qualcuno più puro che ti epura. Era stato Giuseppe De Magistris, pochi giorni prima di Natale, ad aprire la «questione morale» dentro l’Italia dei valori. Che è un po’ come se qualcuno sollevasse la questione settentrionale dentro la Lega Nord.

Ieri l’affondo di Santo Stefano firmato Paolo Flores D’Arcais. Tutto contro il vertice di Italia dei valori, pizzicato a mobilitare i militanti per orientare un sondaggio online di Micromega. A smascherare l’ex Pm, è stato innanzitutto l’andamento anomalo della consultazione via Internet. Alle otto della vigilia di Natale il sito della rivista aveva aperto il sondaggio sulla lettera aperta di De Magistris a proposito della necessità di una «grande opera di pulizia» dentro Idv. Quatto opzioni: le prime due pro questione morale, quindi contro Di Pietro, le altre due contro i rilievi sollevati dalla minoranza, quindi a favore del presidente del partito.

Fino al 26 dicembre la prima e la seconda opzione raccoglievano la stragrande maggioranza dei voti. Alle 11.30 di ieri, racconta Flores d’Arcais, «miracolo! I voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano a salire (quelli alla seconda opzione sono scesi già al 40%)».

A trasformare la debacle dipietrista in una sfiducia di misura, un Sms che lo stesso Flores D’Arcais ha reso noto: «Ciao, vai su Micromega e vota (e fai votare) per il presidente (cioè Di Pietro, ndr). Grazie, risposta n.4 (gira sms a tutti i tuoi contatti)». Tanto è bastato per spostare circa 3.000 «coscritti» a favore dell’ex magistrato.

Il direttore della pubblicazione del gruppo Repubblica non ha dubbi su chi sia stato il regista della manipolazione e punta il dito contro Di Pietro: «Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni a manipolare un sondaggio?». Poi ci mette il marchio d’infamia: sei come Berlusconi e come i politici secondo i quali «un sondaggio serve a influenzare l’opinione pubblica, ingannandola con lo specchietto di cifre gonfiate sugli effettivi umori del pubblico, come con gli applausi finti in certi spettacoli tv».

La risposta di Di Pietro non si è fatta attendere ed è tutta in attacco. «Oggi ho scoperto un altro carattere di Paolo Flores D’Arcais: l’accidia, nel senso più biblico del termine: negligenza nel fare il bene». Opposta la ricostruzione dell’ex Pm. Flores ha lanciato il sondaggio «proprio alla vigilia di Natale, quando tutti erano affaccendati in altre faccende».

Poi, una volta verificato che «i sondaggi non rispondevano più ai suoi desideri», il direttore di Micromega ha fatto scattare la «mannaia», prima lo ha accusato del taroccamento e poi ha «letteralmente sospeso» il voto «bloccando l’accesso in rete a coloro che volevano e vogliono ancora partecipare». Insomma, se c’è qualcuno che ha manipolato è proprio Flores D’Acrais.

E l’sms? È il popolo della rete che si è accorto della consultazione on line. «È comprensibile che, all’inizio, il sondaggio fosse decisamente più favorevole all’opzione caldeggiata proprio dal direttore della rivista. È altrettanto ovvio che, finite le feste - ha argomentato Di Pietro - l’intera società in rete si sia mossa», anche con «passaparola fra gli internauti». Una difesa da imputato, nella guerra tra gli ex pm.




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