lunedì 27 dicembre 2010

Far west in una masseria nel Vibonese Uccide 5 persone, poi si costituisce

Il Messaggero


Ercole Vangeli, 42 anni, stermina una famiglia. Spara al padre e ai suoi quattro figli, poi ammette: «Sono stato io»








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Christian, il leone di Londra che ha commosso il web

Il Mattino


LONDRA (25 dicembre) - È un filmato che ha più di 35 anni, ma appena è stato postato su YouTube, due anni fa, ha velocemente conquistato l'attenzione e i cuori della gente. A oggi è stato visto da almeno 80 milioni di persone. .

I protagonisti di questo commovente video (guarda) sono due ragazzi australiani, John Rendall e Anthony Bourke, e il loro (ex) cucciolo di leone: dopo aver vissuto diverso tempo insieme a Londra e essersi separati per circa un anno, i tre si ritrovarono nel 1972 in una riserva naturale del Kenya. Come mostra il filmato il leone, ormai divenuto adulto e selvatico, non appena scorge da lontano i due giovani


 Il video da YouTube


I due ragazzi inglesi: John ed Ace, nel 1969 comprarono un cucciolo di leone, Christian, ai grandi magazzini Harrods prendendosi cura di lui, essendo poi costretti ad affidarlo ad un parco naturale del Kenya, una volta diventato adulto.

I due ritornato in Africa dopo oltre un anno: Christian non solo riconobbe i due ragazzi, ma gli corse incontro come se non si fosse mai allontanato dai due e gli buttò le zampe intorno al collo in una sorta di abbraccio. Questo comportamento stupì anche il naturalista che non si aspettava una reazione così positiva dopo quasi tre anni di lontananza.

Il video che testimonia il ritrovamento dei tre amici, è stato distribuito in internet dopo 30 anni dall'evento, facendo conoscere dopo tutto questo tempo la commovente storia del leone e la sua reintegrazione nella natura selvaggia.


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Undici rapine in 40 giorni: arrestato giovane «seriale» delle farmacie

Corriere del Mezzogiorno

 

Giuseppe Arcuni, 19 anni, entrava negli esercizi commerciali a volto scoperto: catturato in via Giafar

 

 

PALERMO - S'era dato alla fuga dopo l'ennesima rapina, ma alla fine il diciannovenne Giuseppe Antonino Arcuni è stato arrestato dalla polizia nei pressi di via Giafar con l'accusa di avere messo a segno una serie di «colpi» ai danni di alcune farmacie nelle più disparate zone della città. Arcuni è stato raggiunto da un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, emesso dal sostituto procuratore Ilaria De Somma.

 

LA RAPINE SERIALI - Le rapine contestate all'indagato, alcune delle quali hanno visto la complicità di un minorenne già agli arresti, sono undici, tutte compiute nel breve arco temporale di un mese e mezzo circa, dal 7 ottobre al 22 novembre scorso. Il frutto delle rapine ammonta a poco meno di 5mila euro: il giovane aveva rapinato gli esercizi sempre a volto scoperto, incurante del rischio di essere riconosciuto dalle vittime.

 

IL PRECEDENTE - Arcuni era già stato fermato dalla polizia lo scorso 2 novembre e denunciato per ricettazione, ma in quell'occasione non fu riconosciuto come l'autore delle rapine seriali alle farmacie. La conseguente segnalazione ha però permesso il riconoscimento da parte delle vittime, facilitato dal fatto che il giovane, come detto, si era sempre mostrato a viso scoperto. Ulteriori indagini sono in corso per verificare se si sia reso responsabile di altre rapine.

 

Redazione online
27 dicembre 2010

Delfino morto spiaggiato nel Ravennate

Corriere della sera


L'autopsia farà luce sulle cause. La Forestale: spesso il motivo è l'ingestione di sacchetti di plastica



La carcassa del delfino trovata nel Ravennate

La carcassa del delfino trovata nel Ravennate


La carcassa di un delfino di circa 90 chili e lungo poco più di due metri è stata recuperata in tarda mattinata dal Corpo Forestale su una spiaggia a circa 500 metri a sud dalla foce del torrente Bevano, riserva naturale in provincia di Ravenna. È stato un cittadino che passeggiava sull’arenile ad avvertire gli agenti verso le 11.30. Dato che una pattuglia della Forestale era passata in zona attorno alle 10, si presume che l’animale - appartenente alla specie Tursiops truncatus Montagu - sia spiaggiato tra le 10.30 e le 11.

Da una prima ispezione sulla carcassa, ha riferito la Forestale, il delfino risultava in piena salute e senza evidenti ferite. Le cause del decesso verranno chiarite dall’autopsia che verrà eseguita nei prossimi giorni dalla fondazione Cetacei di Riccione. Anche se come per le tartarughe, ha spiegato la Forestale, la morte, se non dovuta a ferite da elica, è spesso causata da ingestione di sacchetti di plastica. Le mareggiate dei giorni scorsi, ha aggiunto la Forestale, hanno inoltre portato sul litorale ravennate allo spiaggiamento di alcuni esemplari di tartaruga di mare, oltre che di legno e tanta plastica.


27 dicembre 2010





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Il pm: Marino boicottato come medico perché si candidò contro Bersani

Il Mattino


Il chirurgo doveva iniziare una collaborazione con l'ospedale
Sant'Orsola di Bologna ma venne bloccato per motivi politici






BOLOGNA (27 dicembre) - Ignazio Marino stava per iniziare una collaborazione con l'ospedale Sant'Orsola di Bologna ma la trattativa venne bloccata nel 2009 perché c'era stato nel frattempo un rinvio del progetto sul nuovo polo chirurgico. Ora emerge una verità diversa, una verità "politica".


Dal tenore delle telefonate intercettate risulta che «il motivo dell'interruzione dei rapporti fu di natura prettamente politica». Lo scrive il pm di Bologna Luca Tampieri chiedendo al gip di archiviare il procedimento penale aperto nell'ipotesi che l'arrivo al Policlinico Sant'Orsola-Malpighi di Bologna del noto chirurgo dei trapianti di fegato, e senatore Pd, Ignazio Marino, fosse stato boicottato dopo che quest'ultimo si era candidato alle primarie del suo partito contro Bersani.

Per il pm però, benchè sia chiaro che l'interruzione della trattativa per avviare la collaborazione «non avesse altra ragione che quella di non favorire un avversario politico della compagine evidentemente ritenuta di riferimento per l' amministrazione dell'azienda, non è ipotizzabile una condotta che abbia i connotati dell'abuso di ufficio». Anche se i medici inconsapevolmente intercettati quando sono stati sentiti hanno poi negato, nelle conversazioni i riferimenti sono indubbi e tracciano «un desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di una azienda ospedaliera di primaria importanza». Ma, aggiunge, non si possono ravvisare condotte penalmente rilevanti. Di qui la richiesta di archiviazione.

L'inchiesta, contro ignoti e per abuso d'ufficio, era stata aperta a inizio anno dopo che da alcune intercettazioni telefoniche in un'inchiesta calabrese (su altri argomenti) era emersa l'ipotesi che dirigenti del Servizio sanitario avessero boicottato l'arrivo sotto le Due Torri del senatore. Lo stesso Marino, sentito dagli inquirenti, aveva confermato di aver avuto una trattativa (per iniziare ad operare nel Policlinico) con la direzione, in particolare con l'allora direttore generale Augusto Cavina. Si era perfino giunti ad una bozza d'accordo (che stabiliva tempi e modi della collaborazione, e profili economici). Ma dopo la candidatura del 4 luglio 2009, il tenore dei rapporti era cambiato radicalmente.

Il 17 agosto 2009 Cavina avrebbe prospettato a Marino l'imminente radicale trasformazione del polo chirurgico bolognese, la cui realizzazione consigliava di soprassedere al progetto. «Risulta pacifico che l'eventuale ristrutturazione del polo chirurgico in Bologna nulla aveva a che vedere con la possibile collaborazione del prof.Marino, dal momento che tale modifica sarebbe diventata operativa nell' autunno 2010», scrive il pm. Lo stesso Marino colloquiando con i colleghi bolognesi ebbe la conferma «che la ragione della rottura delle trattative fu di natura politica, attesa la sua candidatura 'contrò la figura di Bersani».

La sua collaborazione con il polo ospedaliero del Sant'Orsola «avrebbe in altre parole potuto nuocere a Bersani e costituire dall'altro un notevole elemento di sostegno per lo stesso Marino». Per il pm però non è ipotizzabile una condotta che abbia i connotati dell'abuso di ufficio. Non vi è infatti violazione di legge o regolamento per procurare danno a terzi o ingiustificato arricchimento a pubblico ufficiale. Semmai si potrebbe ipotizzare un danno da ingiustificata interruzione delle trattative, ma si tratterebbe di una prospettazione di valore civilistico. Quindi, conclude il pm, «l'operato dell'amministrazione è sicuramente censurabile sotto il profilo della efficacia e completezza del servizio offerto», ma tali considerazioni «possono ricevere censura nello stesso settore nel quale sono originate tali decisioni, ossia quello politico amministrativo in generale senza che però la condotta possa avere riflessi penalistici».


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E il piccolo tifoso del Milan offende Leonardo in diretta tv

Il Mattino


MILANO (27 dicembre) - Tanti i tifosi milanisti "traditi" e "indiavolati" per il passaggio dell'ex allenatore rossonero Leonardo all'Inter. Stesso discorso vale anche per i supporter più in erba, come dimostra questa intervista di SkySport ad un giovanissimo tifoso del Milan. Interpellato dal giornalista, il ragazzino non ha freni e... diventa un cult in rete.









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Micromega accusa Di Pietro: "Manipola i sondaggi"

di Redazione


Flores D’Arcais interviene sui risultati del sondaggio di Micromega sulla questione morale nell’Idv: "Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni a manipolare un sondaggio?"



 

Roma - "Caro Antonio, con questi mezzucci ti fai male da solo. Cosa ci guadagni a manipolare un sondaggio?". Con questa lettera "aperta" ad Antonio di Pietro, Paolo Flores D’Arcais interviene sui risultati del sondaggio avviato dal sito di Micromega sulla "questione morale" nell’Idv, lanciata dalla lettera di De Magistris, Alfano e Cavalli.

Le accuse di Micromega Fino al 26 dicembre, racconta infatti D’Arcais per un campione "rappresentato dai navigatori" più attivi e motivati di MicroMega, Il Fatto, La Repubblica, che non sono purtroppo rappresentativi della popolazione italiana ma certamente lo sono dei potenziali elettori Idv, quasi l’80% considerava più che ragionevole l’allarme sulla questione morale lanciato da De Magistris, Alfano e Cavalli. Solo il 6% condivideva invece l’immediato "stracciarsi le vesti" con cui il vertice Idv aveva risposto loro. Questa "era la situazione del sondaggio ieri sera. Stamattina alle 11,30 (miracolo!) i voti alla quarta opzione sono al 20% e continuano a salire (quelli alla seconda opzione sono scesi già al 40%). Nel frattempo - racconta ancora D’Arcais - ho ricevuto in copia da due militanti Idv (uno di Milano e uno di Napoli) l’sms che è stato inviato a tutti gli iscritti e simpatizzanti dal tuo apparato dirigente: 'Ciao, vai su micromega e vota (e fai votare) per il presidente. Grazie, risposta n.4 (gira sms a tutti i tuoi contatti)'. Circa tremila voti così ’coscrittì hanno fin qui manipolato i risultati, e non dubito che nelle prossime ore altri voti lo faranno ulteriormente", aggiunge. "Ma con queste manipolazioni, caro Antonio, cosa ci guadagni?", conclude D’Arcais sostenendo che "per un dirigente politico che vuole opporsi al berlusconismo non mi sembra proprio la cosa migliore: è tipico dei media berlusconiani, infatti, fare il maquillage alla realtà, raccontare un’Italia di plastica e paillettes, anzichè affrontare quella vera. Cosa ci guadagni, a fare come loro?".





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Pd, prodiani contro Bersani: così non si va avanti E Micromega accusa l'idv: "Manipola i sondaggi"

di Redazione


I parlamentari ulivisti a Bersani: "Concorreremo alla vita del partito valutando occasione per occasione".



 

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Roma - Esce allo scoperto, con un documento ufficiale, il malumore dei parlamentari ulivisti del Pd, dopo i segnali inviati dal segretario Pierluigi Bersani per una correzione del meccanismo delle primarie e un possibile accordo con Terzo polo, in chiave elettorale. Altro grana in casa dei Democratici cghe avevano rinviato anche una direzione del partito che si preannunciava "calda" e scomoda per un intervento di Veltroni, da tempo sul piede di guerra e critico verso la segreteria. Ora è la volta dei "prodiani" ad uscire allo scoperto.


Arturo Parisi, Mario Barbi, Antonio La Forgia, Fausto Recchia, Andrea Papini, Giulio Santagata e Albertina Soliani hanno spiegato che la loro partecipazione alle riunioni del gruppo dirigente non sarà più garantita. "Caro Bersani - si legge nella lettera aperta pubblicata dal Corriere - quasi tutte le parole che negli ultimi diciotto anni hanno accompagnato, e guidato, il nostro cammino comune hanno perso il loro senso. Progetto, democrazia governante, scelta maggioritaria, alternativa, bipolarismo, vecchio ulivo, nuovo ulivo, primarie, democrazia di partito, categoria di partito e, soprattutto, partito nuovo: queste sono le più importanti ma non le uniche. Dire che abbiamo perso il bandolo della matassa è il minimo ma, assieme a questa asserzione, ci pare fondamentale riconoscere la necessità di aprire una fase di ricerca, di una ricerca che non possa essere più contenuta nei rituali e nelle procedure di partito ma debba svolgersi, invece, in un clima di assoluta libertà tra i cittadini".


La Bertolini (Pdl): partito senza pace "Anche durante le festività Natalizie nel Pd si danno botte da orbi tutti i giorni. Una volta sono i rottamatori di Renzi, oggi arrivano gli ulivisti di Parisi. Ogni giorno ha la sua pena per Bersani", attacca la parlamentare del Pdl, Isabella Bertolini. "Il dato politico che emerge prepotentemente - aggiunge la Bertolini - è che il Pd non è certo il partito che può svolgere il ruolo guida dell’opposizione in Italia. Le continue liti, poi, hanno mostrato anche l’assoluta incapacità propositiva dei Democratici. Così, mentre Bersani è solo impegnato per tentare di trovare un’improbabile road map per la pace interna, l’azione politica del Pd appare sempre più residuale -conclude Bertolini- e totalmente al traino dell’alleato di turno".






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Atac, l'ex Nar assunto: «C'ho i rossi qua sotto, tiriamo due colpi di mortaio»

India, diventa padre a 94 anni. Il segreto? Dieta di latte e mandorle

Ganzer personalità preoccupante: si accordò con i narcotrafficanti»

Corriere della sera


Le motivazioni della condanna a 14 anni per il comandante del Ros: «Tradì lealtà verso lo Stato»





MILANO - Il generale Giampaolo Ganzer «non si è fatto scrupolo di accordarsi» con «pericolosissimi trafficanti». È quanto si legge nelle motivazioni della condanna a 14 anni per il comandante del Ros nel processo per presunte irregolarità nelle operazioni antidroga. Nelle oltre 1.100 pagine di motivazioni, i giudici dell'ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, descrivono il generale come un uomo dalla «personalità preoccupante» che «non ha minimamente esitato (...) a dar corso» a operazioni antidroga «basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, ripromettendosi dalle stesse risultati d'immagine straordinari per se stesso e per il suo Reparto». Ganzer, si legge sempre nelle motivazioni della sentenza, «non si è fatto scrupolo di accordarsi (...) con pericolosissimi trafficanti, ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di sostanze stupefacenti e ha loro garantito l'assoluta impunità». Il comandante dei Ros inoltre «ha tradito, per interesse personale, tutti i suoi doveri, e fra gli altri quello di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato».

«SMISURATA AMBIZIONE» - Non solo. I giudici milanesi motivano la mancata concessione al generale delle attenuanti generiche in quanto Ganzer è capace «di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione». Il 12 luglio scorso, oltre a Ganzer, i giudici hanno condannato altre 13 persone - a pene variabili dai 18 anni in giù - tra cui anche il generale Mauro Obinu e altri ex sottufficiali dell'Arma. L'accusa aveva chiesto per Ganzer 27 anni di carcere, ma i giudici lo avevano assolto dall'accusa contestata dalla Procura di associazione per delinquere e lo avevano condannato per episodi singoli di traffico internazionale di stupefacenti.


Ma il super-generale non molla: "Sono innocente, resto al mio posto"

di Luca Fazzo


Il comandante del Ros ribadisce al Giornale: "Assoluta estraneità alle accuse, la sentenza si limita a ripetere le tesi della Procura. Farò appello"




Chi non conosce Giampaolo Ganzer può faticare ad immaginare come possa un uomo - e soprattutto un ufficiale dell'Arma - affrontare una simile divisione in due di sè stesso, della sua storia, del suo ruolo. Perché esistono due Ganzer. Uno è il carabiniere che da trent'anni indaga contro il crimine, che collabora con le Procure di tutta Italia, che dirige gigantesche operazioni contro delinquenti di ogni genere: dai terroristi ai mafiosi, e da ultimo contro la zona grigia dove si incrociano affari, politica, corruzione.

L'altro è l'imputato Ganzer, inquisito, processato, condannato per un reato - il traffico di droga - che più infamante non si può. Al suo posto, un altro sarebbe rimasto schiacciato tra queste due incarnazioni della propria vita. Ma Ganzer è - qualunque opinione si possa avere della sua vicenda professionale e processuale - un uomo di uno spessore inconsueto. E anche oggi, di fronte ad una sentenza che lo accusa testualmente di avere «tradito» lo Stato, la sua voce al telefono arriva straordinariamente calma.

«Le motivazioni - dice Ganzer, dal suo ufficio nella caserma romana di via Ponte Salario - non mi sono ancora arrivate. Ne so, dunque, soltanto quello che ho letto sulle agenzie di stampa. Finora, direi che non aggiungono granchè a quello che era stato detto dall'accusa durante tutto il processo. E dunque io non posso che ribadire quanto ho sempre detto: sono assolutamente estraneo a queste accuse. E, ovviamente, farò appello perché venga riconosciuta la mia totale innocenza».

«Si dice - spiega Ganzer - che io avrei posto in essere un accordo con questi narcotrafficanti. Si tratta di un accordo assolutamente impossibile per il semplice motivo che io con questi trafficanti non ho mai avuto il minimo rapporto, il minimo contatto. Come potevo prendere accordi con persone che non conoscevo?». «E poi: si sostiene che esisteva una scheggia deviata all'interno del Ros, esisteva un Ros buono e un Ros cattivo. E tutti e due, però, erano comandati dalla stessa persona, cioè dal sottoscritto. Come è possibile?».

Nelle mille e cento pagine della sentenza, non c'è traccia - come non ce n'era nelle carte di una inchiesta lunga e tormentata, rimbalzata tra tre diverse Procure e una quantità di pm - di alcuna forma di arricchimento personale di Ganzer. Per l'accusa, e così pure per i giudici del tribunale, il movente dell'ufficiale era sempre lo stesso: inanellare successi a tutti i costi, fare carriera facendosi bello dei successi ottenuti. In sintesi, organizzare o tollerare traffici per poi scoprirli. A questa interpretazione, Ganzer ha sempre risposto che la sua carriera non ha mai tratto alcun beneficio dall'essere rimasto, più a lungo di qualunque altro ufficiale dell'Arma, nella trincea della lotta al crimine.

Inevitabile fare a Ganzer un'ultima domanda: e adesso, cosa succede di lei? Continuerà a restare al suo posto, a vivere la sua doppia vita di cacciatore e di preda, di investigatore e di imputato? «Non credo - risponde il generale - che la situazione sia cambiata rispetto al giorno in cui la sentenza è stata pronunciata. Io sono ancora al comando del Ros perché così è stato ritenuto giusto dai miei superiori e dalle Istituzioni, ed è alle loro decisioni che io continuo a ritenere giusto dimettermi. Non ho mai assunto iniziative autonome e continuerò a non prenderne». Il generale Ganzer non si dimette.


Redazione online
27 dicembre 2010


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Napoli, lite rabbiosa con la moglie Poi si scaglia contro un vicino e lo accoltella a morte sotto casa

Pluripregiudicato si consegna: "In carcere sono meno solo"

di Redazione

Telefona alla Questura di Lucca per chiedere di parlare con il Capo della Mobile affermando di essere "’stanco" di condurre una vita da criminale. Poi abbraccia gli agenti che lo arrestano: meglio dietro le sbarre che libero



 

Lucca - Colpo grosso della Polizia di Lucca: arrestato un pericoloso rapinatore seriale, pluripregiudicato per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, estorsione, rapina a mano armata, traffico di stupefacenti e perfino già affiliato alla 'ndrangheta del ponente ligure. Inconsuete però le modalità dell’ arresto.

Richieste bizzarre Prima ha chiamato personalmente in Questura, chiedendo di parlare con il capo della Squadra mobile, confidandogli di essere stanco di condurre una vita da criminale e confessandogli alcune rapine compiute. Poi ha voluto essere arrestato, ma ha preteso che le manette gli fossero messe solo dal funzionario capo in persona.

"Meno solo in carcere" Infine, dopo essere stato rintracciato, ha voluto abbracciare uno per uno gli agenti arrivati per l’arresto, confidando loro di sentirsi meno solo tra le mura del carcere che da libero. L'uomo è già stato collaboratoredi giustizia.






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Libero: un piano per colpire Fini «La colpa ricadrebbe su Berlusconi»

Corriere della sera


Editoriale del direttore: «Progetto per un attentato durante una visita istituzionale ad Andria»

la procura di Trani apre un'indagine conoscitiva dopo l'articolo di Belpietro


TRANI - La procura presso il tribunale di Trani aprirà un'indagine conoscitiva (senza ipotesi


di reato) dopo l'editoriale firmato dal direttore di Libero, Maurizio Belpietro, secondo il quale vi sarebbe un progetto per colpire il presidente della Camera, Gianfranco Fini, durante una visita istituzionale ad Andria, grosso comune della neo provincia Barletta-Andria-Trani. Lo si apprende da fonti giudiziarie. Secondo il direttore di Libero, chi vorrebbe colpire Fini «si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200mila euro».

LA COLPA A BERLUSCONI - Il prezzo - riporta Libero - comprenderebbe «il silenzio sui mandanti, ma anche l'impegno di attribuire l'organizzazione dell'agguato ad ambienti vicini a Berlusconi, così da far ricadere la colpa sul presidente del Consiglio». Secondo il quotidiano, «l'operazione punterebbe al ferimento di Fini e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l'esito». Il procuratore di Trani Carlo Maria Capristo dovrebbe esaminare l'articolo di stampa e affidare alla polizia giudiziaria una delega di indagine, all'esito della quale deciderà come procedere. (Fonte Ansa)


27 dicembre 2010



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Afragola, fratello di un boss ucciso da un immigrato dopo una rissa

Corriere del Mezzogiorno

La vittima, 37 anni, con precedenti penali. In carcere l'omicida della Costa d'Avorio, salvo dal linciaggio




NAPOLI - Futili motivi alla base di un violento litigio ad Afragola, nel Napoletano, che ha portato alla morte di un 37enne nel corso di una rissa. L'uomo, Ferdinando Caccavale, era il fratello di «’o criminale», noto boss della zona. Sulle sue spalle diversi precedenti penali e la fama di attaccabrighe, soprattutto nei confronti della comunità africana locale.

Già in carcere il responsabile dell’omicidio, un extracomunitario della Costa d’Avorio, Sevin Akua, che risulta colpito da provvedimento d’espulsione.

Alla base del litigio scoppiato tra la vittima ed un gruppo di immigrati cause non ancora precise. Il 37enne si stava recando in visita dal fratello, in via Guerra, una strada del centro storico a ridosso del municipio di Afragola. Probabilmente il parcheggio dell’auto innesca una discussione tra Ferdinando Caccavale e quattro ragazzi che stavano sul posto; urla e spintoni fino a quando uno di loro estrae un coltello e colpisce con un fendente il 37enne, che si accascia al suolo in un lago di sangue.

Nonostante la ferita, l’uomo trova la forza di raggiungere l’abitazione del fratello, «mi hanno accoltellato» sono le ultime sue parole prima di perdere conoscenza. Trasportato all’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, i medici non hanno potuto che costatarne la morte avvenuta probabilmente durante il tragitto. Sul posto sono in seguito sopraggiunti il magistrato di turno incaricato per le indagini e gli uomini del commissariato di polizia di Afragola, coordinati dal vice questore Paolo Iodice.

La notizia della morte di Ferdinando Caccavale scatena la rabbia dei parenti e degli amici che si accalcano nei pressi della sala mortuaria del nosocomio frattese. «Consegnatecelo ci facciamo giustizia da soli», urla qualcuno quando si apprende che è stato effettuato un primo fermo per l’omicidio di Ferdinando. Intanto sale la tensione ad Afragola nei pressi del luogo dove è stato commesso l’omicidio: c’è aria di caccia all’uomo si radunano un centinaio di persone. La zona è presidiata anche da uomini delle forze dell’ordine per evitare che qualcuno possa abbandonarsi ad altre gratuite violenze. Il clima rimane teso per tutta la notte. L'africano è salvo dal linciaggio, ma c'è l'assedio del clan nei confronti della sua comunità.

Rocco Sessa
27 dicembre 2010

Pubblicità progresso a Napoli

Il Tempo


L'eterno ritorno della monnezza ci dà la misura della bancarotta politica e culturale di una città dove da 50 anni governa la sinistra. Sbigottisce la tendenza ad attribuire a Berlusconi anche la colpa di questa vergogna.


I rifiuti invadono le strade di Napoli


Ha ragione chi sostiene che questo eterno ritorno della monnezza a Napoli basta da solo a darci la misura della bancarotta politica, amministrativa e culturale di una città che resta, nonostante tutto, uno dei luoghi più incantevoli della terra. È perciò assolutamente comprensibile che tanti osservatori seri e acuti, di fronte a questa autentica vergogna, non riescano a resistere alla tentazione di raddoppiare lo "scuorno" dei napoletani risbattendo loro in faccia la loro condizione di avanzi e rifiuti della Storia.

Tuttavia il codardo Pulcinella che sempre sonnecchia nei loro petti, avendo la non troppo vaga sensazione che da ormai circa mezzo secolo il governo della sua città sia finito quasi sempre nelle mani di elementi della nostra nobile sinistra – ossia a sindaci comunisti come Maurizio Valenzi, socialisti come Pietro Lezzi, post-comunisti come Antonio Bassolino e catto-comunisti come Rosa Russo Iervolino – e perciò un pochino sbigottito dalla tendenza, diffusa ormai persino fra i suoi concittadini, ad attribuire a Berlusconi e al suo governo anche la colpa di questa vergogna, potrebbe anche porsi i seguente quesiti:


E se questo disastro fosse nel suo piccolo una catastrofe analoga a quegli altri colossali eventi escrementizi che furono il crollo del muro di Berlino, l’implosione dell’Urss e il collasso del comunismo mondiale? Ossia un paragrafo della storia degli effetti del tramonto del comunismo? E l’abbagliante miscela di incompetenza, inefficienza e arroganza che i più pregiati avanzi del comunismo locale, ascesi ormai al potere con alcuni illustri rottami del vecchio partito cattolico, vanno sfoggiando anche in questa luminosa circostanza, fosse abbastanza simile allo specialissimo cocktail di virtù politiche e amministrative che ha sempre permesso alle cricche dirigenti dei socialismi reali di portare quei regimi allo sfascio e alla dissoluzione?

Se insomma la vera radice di questo dramma fosse l’imperturbabile fermezza con cui una gagliarda pattuglia di reduci locali di quella nobile armata mondiale che aveva a lungo sognato di costruire il paradiso comunista in terra è riuscita a trasformare in un inferno, lasciando che periodicamente vi si accumulassero immani montagne di merda, uno dei più famosi paradisi della terra? E questa impresa a suo modo epocale, lungi dall’essere l’indizio più tragico, disgustoso e stupefacente di una situazione assolutamente eccezionale fosse invece soltanto una delle innumerevoli conferme della strepitosa perizia del comunismo – non soltanto di quello incarnato dai suoi resti napoletani e italiani di oggi bensì di quello ideale ed eterno – in quel gioco di bussolotti che consiste appunto nel realizzare sempre e soltanto il contrario di quel che promette?



Se cioè la ditta Jervolino, Bassolino & Co, donando a Napoli l’inferno della monnezza dopo averle promesso il paradiso di un nuovo Rinascimento, si fosse semplicemente sforzata di costruire in Campania, col suo stile di governo improntato alla più rigorosa incompetenza congiunta al più scellerato dirigismo clientelare e assistenziale, un piccolo ma perfetto esempio di stato totalitario, votato come tale alla più diligente applicazione del famoso metodo dell’incessante rovesciamento dei fini nel loro opposto?

E se una delle tante vere cause di questa vergogna fosse la boria intellettuale e morale con cui i più illustri e loquaci intellò locali, i suoi letterati più fini, i suoi storici più dotti, i suoi artisti più pensosi, i suoi filosofi più profondi, i suoi economisti più fantasiosi, i suoi registi e attori più impegnati, i suoi psicologi più vivaci, i suoi sociologi più geniali, i suoi giornalisti più vispi, tutta insomma la grande e invincibile armata dei grilli parlanti della nomenklatura cittadina, dopo aver evitato con cura per anni di avvedersi in tempo della gravità del problema costituito dalle maree di pattume che ogni tanto minacciano di soffocare la loro città, ancora oggi continuano a pretendere di esserne "la coscienza civile"?

Se infine Napoli monnezzara fosse perciò soltanto uno dei tanti luoghi in cui mdama Storia sta da tempo provvedendo a dimostrarci che lo spirito del comunismo, anche dopo il suo collasso, sopravvive grazie all’entusiasmo con cui ancora oggi i suoi orfanelli, ormai da un pezzo votatisi al rilancio delle cosiddette "questioni morali", non cessano di onorare la loro primigenia vocazione di progettisti e costruttori di paradisi di spazzatura?



Ruggero Guarini
27/12/2010




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Monique, l'atleta disabile che è tornata a camminare

La Stampa


Lascia la sedia a rotelle dopo tredici anni per merito di un incidente. Il fisiatra: «E' un vero e proprio mistero»





IVO ROMANO

Sogni che somigliano ai miracoli e sogni che non sono altro che traguardi raggiungibili. Sogni che valgono una vita e sogni che aiutano ad alleviare le sofferenze di una vita. E pazienza se i primi, avverandosi, elidono gli altri. Monique van der Vorst, olandese, era caduta in un incubo, ancora adolescente, appena 13enne. Un'operazione mal riuscita, complicazioni a catena, fino a perdere l'uso delle gambe. La sedia a rotelle, triste compagna di quotidiana esistenza, di lì alla fine dei propri giorni, secondo i medici. Chiuse in un cassetto le speranze coltivate da piccola, ecco dischiudersi altre aspettative, ben differenti, dapprima timide, poi cavalcate con insospettabile forza d'animo. Lo sport, una ragione di vita, il traino in grado di alleviare i dolori e riaccendere le luce negli occhi.

Era brava, nell'hockey su prato. Una promessa. Carriera chiusa, stroncata sul nascere. Senza per questo alzare bandiera bianca, in segno di resa incondizionata. «Presto ero tornata indipendente - racconta ora - malgrado le gambe immobilizzate: potevo muovermi, guidare, volare. E fare sport». Dall'hockey all'handbike, passo lungo, ma non così tanto da scoraggiarla. Perché se non poteva più usare le gambe non le restava che puntare sulla forza della braccia.

Ex promessa, nell'hockey su prato. Presto una certezze, nella nuova disciplina. Fino a centrare risultati prestigiosi. Tre campionati del mondo vinti, il record iridato della maratona di handcycling in suo possesso da tempo, il campionato del mondo di Ironman, il titolo di Atleta disabile dell'anno nel 2009: palmarés coi fiocchi. Senza dimenticare il curriculum paralimpico: un doppio argento portato a casa da Pechino, con l'oro nella 40 chilometri sfuggitole per 13 centesimi. Avrebbe voluto riprovarci, a Londra 2012, per provare l'ebbrezza del gradino più alto del podio paralimpico. Sogno spezzato, questo.

Perché sogno piccolo, cancellato da uno più grande, di quelli che somigliano ai miracoli e valgono una vita. Un incidente, l'ennesimo. E la strada della speranza s'è messa in discesa, a partire dalla scorsa estate. Uno scontro fortuito con un ciclista, la rovinosa caduta, la sensibilità nelle gambe che sembra tornare pian piano: «Una sensazione unica: impossibile spiegare come si possa sentire qualcosa che non s'era mai sentito prima». Faticose sedute di fisioterapia, condite da massicce dosi di forza di volontà. 

Fino a rimettersi in piedi, come una volta: 13 anni per cadere in un incubo, altri 13 (ne ha 26) per uscirne. Come sia stato possibile, non lo sanno neppure gli specialisti: «È un mistero più unico che raro - spiega il dottor Valter Santilli, ordinario di fisiatria a La Sapienza di Roma - perché il recupero, anche parziale, se arriva, c'è nelle prime settimane dopo il trauma e comunque nei primi due anni. È improbabile che abbia avuto un ruolo il nuovo incidente: questa è una storia unica al mondo». Un miracolo, forse.

Che ha voluto condividere con il mondo intero. Ha preso in prestito da Nietzsche una frase che calza a pennello («Ciò che non mi uccide mi rende più forte»), l'ha impressa sulla home-page del suo sito. Dove, in poche righe, spiega la parabola della sua esistenza: «Sono di nuovo in piedi, è una nuova sfida. Non so quando o dove finirà, ma voglio farcela e voglio tornare a correre». Non finirà a Londra, perché il sogno più grande ha spezzato quello più piccolo. Ne resta un altro: inseguire nuovi traguardi sportivi, quale sia la disciplina.




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Un milione a Fini tramite Bocchino": i pm pronti a indagare

di Redazione


I guai del Fli a Napoli. Sta per essere convocato l'ex consigliere comunale che ha rivelato il finanziamento ad An



Da una parte il silenzio, dall’altro le parole. Gianfranco Fini, tirato in ballo come destinatario di un finanziamento da un milione di euro targato Romeo, preferisce restare dietro l’albero di Natale chiudendosi nel silenzio. L’ex consigliere comunale napoletano della Margherita Mauro Scarpitti, che nei giorni scorsi ha spedito alla procura partenopea una memoria in cui sostiene che l’allora leader di An avrebbe incassato quei soldi dall’imprenditore Alfredo Romeo per il tramite di Italo Bocchino, potrebbe invece presto - forse prima del nuovo anno - essere ascoltato in procura, dove potrebbero in questi giorni cominciare anche altri accertamenti sui fatti da lui denunciati. Come raccontato dal Giornale venerdì, Scarpitti ha spedito al pm napoletano Giancarlo Novelli un documento in cui racconta di un incontro in hotel e poi di una cena elettorale con l’ex assessore comunale Giorgio Nugnes, morto suicida alla fine del 2008 dopo essere stato coinvolto nell’inchiesta sui disordini per la discarica di Pianura e in quella sull’appalto Global service e il presunto sistema Romeo.

A quella cena, secondo Scarpitti, Nugnes, che era appena stato nominato assessore da Rosa Russo Iervolino, spiegò al testimone, e ad altri presenti, che proprio la delibera del Global service sarebbe stata presto approvata, e che non avrebbe avuto intoppi di sorta nel suo iter consiliare, nemmeno con il gruppo di Alleanza nazionale. E l’approccio morbido del gruppo di opposizione venne spiegato con i buoni rapporti tra Romeo e Bocchino. L’imprenditore nel corso di una gita in barca, sempre secondo quanto Nugnes avrebbe riferito nel corso della cena, avrebbe infatti stabilito con l’amico politico di far pervenire a Fini un «cospicuo finanziamento», quantificato in un milione di euro, anche per permettere un riavvicinamento tra Bocchino e il suo leader.

Il filone sul Global service si è chiuso in primo grado con un’assoluzione generale. Ma il pm napoletano Novelli indaga su un’inchiesta parallela, che investirebbe i rapporti tra Nugnes e un altro imprenditore, Vincenzo Cotugno, anche lui secondo Scarpitti presente a quegli incontri. E Scarpitti, che a Nugnes era vicinissimo, e che sostiene di volerne riabilitare la memoria, ha già esplicitamente chiesto al magistrato della procura di Napoli di essere ascoltato, per poter riferire direttamente agli inquirenti quello che ha accennato nel suo scritto, e tutto ciò di cui è a conoscenza. Compresi i nomi di quanti, oltre a lui, erano presenti all’incontro e alla cena, e che dunque possono confermare il racconto de relato del defunto Nugnes. La sua disponibilità è stata anche messa nero su bianco nella memoria depositata in procura, e adesso dal palazzo di giustizia del capoluogo campano dovrebbe arrivare a giorni la convocazione degli inquirenti, che potrebbero presto mettersi in azione sul nuovo filone.

Nel frattempo, come si diceva, Fini non smentisce e non commenta la notizia. Mentre Bocchino, al Giornale, ha derubricato quanto dichiarato da Scarpitti a «cazzate», e l’imprenditore Romeo dal canto suo sostiene di non aver mai elargito un milione di euro di finanziamento all’ex numero uno di Alleanza nazionale, il presidente della Camera sceglie invece ancora una volta la linea del silenzio, stavolta non delegando nemmeno i suoi - con l’eccezione, appunto, di Bocchino, interpellato però direttamente dal Giornale - a replicare per suo conto, come è avvenuto tante volte nei mesi dell’affaire immobiliare monegasco.




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La missione impossibile di D’Alema: negare l’attacco ai giudici

di Laura Cesaretti



La smentita è cauta e diplomatica: il colloquio c’è stato, ma il suo senso venne «frainteso» dall’ambasciatore Usa.
Massimo D’Alema finisce nel mirino di Wikileaks con un giudizio durissimo sulla magistratura italiana, se non uguale almeno assai simile a quelli contemporaneamente attribuiti a Silvio Berlusconi (che non ha smentito per nulla, anzi nella conferenza stampa di fine anno ci ha messo il carico da undici). Secondo quanto riferito a Washington nel luglio del 2008 dall’allora ambasciatore in Italia Ronald Spogli, l’ex premier nell’estate del 2007 gli avrebbe detto che «la magistratura è la più grande minaccia allo Stato italiano».

Il contenuto del cablo è stato reso pubblico il 23 dicembre a tarda sera, e la smentita di D’Alema è arrivata la mattina dopo: «Accanto ad osservazioni ovvie su fughe di notizie e intercettazioni - scrive il presidente del Copasir - viene riportato un giudizio abnorme sulla magistratura che non ho mai pronunciato, che non corrisponde al mio pensiero e che evidentemente all’epoca è stato frutto di un fraintendimento».

Conferma uno stretto collaboratore di D’Alema come Matteo Orfini, membro della segreteria Pd: «Escludo fermamente che sia quella la sua opinione, non ha mai detto cose del genere». Anche se un dirigente Pd filo-dalemiano, sotto garanzia di anonimato, commenta: «La magistratura un pericolo? Parole sante, quelle di Massimo...».
Che D’Alema, strenuo difensore dell’autonomia della politica, non abbia mai apprezzato (a differenza di gran parte della sinistra) il tintinnar di manette e l’eccesso di interventismo pubblico dei pm è noto.

Anche se, per non alienarsi l’elettorato giustizialista, ha evitato di manifestare il suo pensiero a voce troppo alta, specie se nel mirino giudiziario finivano gli avversari. Ma basta guardare alle date, e ricordare il contesto in cui si collocava il colloquio «frainteso» con l’ambasciatore, per dare a quelle parole (seppur smentite) il suono - se non della verità - quanto meno della verosimiglianza. L’estate del 2007 era quella delle scalate, dei «furbetti del quartierino» e del caso Unipol: la gip milanese Clementina Forleo aveva depositato i testi delle intercettazioni di Giovanni Consorte, e le sue telefonate con i massimi dirigenti dei Ds erano finite su tutti i giornali. Dal mitico «abbiamo una banca» di Piero Fassino al «Vai! Facci sognare» di D’Alema (che poi avverte Consorte che è meglio vedersi di persona: «Attento alle comunicazioni...»).

In quei giorni roventi, mentre la Forleo chiedeva di poter utilizzare le telefonate nel processo (l’autorizzazione per D’Alema verrà poi negata dall’Europarlamento), i rapporti tra stato maggiore della Quercia e magistratura erano tutt’altro che idilliaci. E D’Alema esprimeva, anche pubblicamente, giudizi ancor più duri di quelli riportati dall’ambasciatore: «La magistratura si è comportata in modo inaccettabile», diceva accusando la Forleo di «abnormi invasioni di campo». Forse, aggiungeva, «li abbiamo difesi troppo, questi magistrati. Ma ora dobbiamo reagire». La diffusione sistematica delle intercettazioni è «una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati», per alimentare «un clima da caccia grossa. Allora dico: siamo ancora uno Stato di diritto? Io non vedo alcuna ragione di giustizia in tutto questo». Il sistema giudiziario italiano è peggio di quello di Kabul, aggiungeva: «Il bello è che facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci di noi, del nostro sistema». Quanto alle intercettazioni, «è un metodo distorsivo per sua natura». Insomma, se la magistratura non è proprio «una minaccia» ci manca molto poco.



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Di Pietro come Craxi: bersagliato con monetine

di Paolo Bracalini


L’ex pm subisce il contrappasso durante un comizio a Matera. Per il leader giusitiziere dell'Italia dei valori è l’epilogo di un anno tutto da dimenticare. E Tonino è anche sotto assedio: è stato abbandonato da chi ha dato la fiducia al governo ed è attaccato dalla sua stessa base



 

Roma

Se non fossero iniziate già da un pezzo, saremmo alle comiche finali. L’annus horribilis di Antonio Di Pietro si è concluso nel modo più orribile di tutti, con un contrappasso micidiale per l’eroe di Mani pulite: a colpi di monetine, come Bettino Craxi all’Hotel Raphael nel’93. Tutto però in versione tragicomica, con un gruppo di tesserati obbedienti arruolati per applaudire nel cinema cittadino e i dissidenti lasciati fuori a zero gradi, dopo aver dribblato la stampa lasciata a secco di dichiarazioni («con voi parlo dopo, forse...») perché, dopo i casi Scilipoti e Razzi, è meglio evitare domande sul reclutamento di eletti nell’Idv.

È successo qualche giorno fa a Matera, nella Basilicata del capataz dipietrista Felice Belisario, suo capogruppo in Senato, e lo ha raccontato una testata locale, Trm Radiotelevisione del Mezzogiorno, poi ripresa dall’informatissimo sito de-dipietrizzato «Il Tribuno.com». L’arrivo di Di Pietro era previsto per le 15.30, una cinquantina di cronisti, fotografi e cine-operatori locali lì in piazza ad aspettarlo, al gelo, ma quello niente. Passano trenta minuti, niente, altri venti, niente ancora, altri dieci minuti e compare non Tonino ma Belisario, che prende in giro i giornalisti consigliando di pensare a coprirsi e non a fare domande. Poi, quando dopo un’ora e tre quarti l’ospite illustre arriva per davvero, non degna neppure di uno sguardo i giornalisti ormai semi congelati.

Però succede dell’altro, inaspettato e clamoroso. Un gruppetto di contestatori anti-Di Pietro prende a lanciare monetine contro l’ex pm, che svicola rapidamente dentro il cinema Comunale di Matera, dove lo attendono i dipietristi reclutati da tutta la Regione per ascoltare il comizio senza disturbarlo, addirittura con gli applausi registrati «come in una sit com», scrive il Tribuno. Ma il contrappasso è ormai compiuto: Di Pietro trattato come Craxi, il giustiziere come il corrotto, il magistrato come l’inquisito. Subito interviene la vigilanza dipietrista, che nella persona della coordinatrice cittadina liquida elegantemente e con sobrietà («Erano quattro incorreggibili imbecilli») la protesta in stile Tangentopoli, però contro il principale artefice di quella stagione.

Per Di Pietro è l’epilogo incredibile di un anno da dimenticare, saturo di fallimenti. L’emorragia di parlamentari, che lo mollano in media uno ogni 4 mesi, lo ha portato da 29 a 22 deputati in due anni e mezzo. La figuraccia, insopportabile per la sua base, di aver fatto eleggere gli onorevoli che hanno salvato il governo Berlusconi lo scorso 14 dicembre, e cioè Razzi, Scilipoti e Porfidia, tre ex dipietristi che hanno votato contro la sfiducia. E poi la dissoluzione del rapporto con l’ala movimentista-grillina, quella rappresentata da Luigi De Magistris, Sonia Alfano e il consigliere lombardo Giulio Cavalli, ormai in rotta di collisione profonda con Di Pietro.

I tre hanno siglato una lettera aperta in cui accusano di fatto Tonino (ma sempre in modo obliquo e pavido) di aver plasmato un partito in cui «c’è una spinosa e scottante “questione morale”, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito e tutti i suoi rappresentanti e rappresentati». Il terzetto di precari Idv ricorda alcune imbarazzanti vicende di eletti dipietristi, per porre poi questa domanda: «Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?», chi ha fatto transitare nell’Idv «i signori delle tessere, i transfughi, gli impresentabili che oggi si fregiano di appartenere a questo partito e si rifanno, con precisione chirurgica, una verginità politica?».

Il leader, ovviamente, ma De Magistris&Co non lo dicono, limitandosi a un untuoso appello a Di Pietro a «non rimanere indifferente». Tonino ha risposto a modo suo, con il trito argomento delle «mele marce» (aggiornato botanicamente a «erbacce») nel partito sano, ma con una controaccusa velenosa. Dopo aver simulato fratellanza e sintonia con De Magistris, ora dopo la lettera aperta Di Pietro sibila sul suo blog che «non è che chi critica ha sempre ragione. Ha volte (con l’acca, ndr) chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato».

Finita qui per il 2010? No, ci si è messa pure l’altra anima pia, Paolo Flores D’Arcais, che su Micromega bastona il pseudo amico Di Pietro («Sta portando il partito al suicidio») e lancia un sondaggio on line su Idv e questione morale. Un’altra pugnalata alle spalle per Di Pietro, in una annata da dimenticare. Forza Tonino, tra quattro giorni è finita.



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Voleva fare la kamikaze» E il padre la uccide strozzandola

Corriere della sera


Il gesto considerato «eroico» in Iraq. Ma la polizia teme anche il delitto d'onore

tragedia in un villaggio rurale al confine con l'Iran, luogo di scontro tra sciiti e sunniti

Eroe o assassino? La polizia irachena sta investigando i motivi che hanno spinto il piccolo commerciante di polli e pecore Najim al-Anbaky a strozzare e poi sgozzare sua figlia, la 19enne Shahlaa, circa tre settimane fa nella loro casa alla periferia del villaggio di Mandali. «Il caso è aperto. Se fosse confermata la versione del padre, secondo il quale avrebbe fermato la ragazza che era stata reclutata da al Qaeda per compiere un attentato suicida contro i pellegrini sciiti in arrivo dall'Iran, questi sarebbe immediatamente scarcerato e con il massimo del rispetto. Ma non è escluso si tratti dell'ennesimo delitto d'onore, da perseguitare con severità», sostengono gli agenti intervistati dai media locali.

LE DONNE IN IRAQ - Quella che emerge dal dramma di Shahlaa è in ogni caso un'altra prova delle complicate condizioni di vita per le donne nel profondo Iraq rurale. Mandali è un villaggetto della regione di Diala, un centinaio di chilometri a nord est da Bagdad, poco lontano dal confine con l'Iran. Luogo di scontro frontale tra sciiti e sunniti, dove i kamikaze di al Qaeda hanno causato migliaia di vittime tra le masse di pellegrini iraniani che annualmente transitano in bus da queste parti per raggiungere le città sante di Najaf e Karbala. Negli ultimi giorni la tensione è alle stelle. Sta infatti terminando il mese santo di Moharram, quando i pellegrinaggi sono più frequenti. Al Qaeda sta rialzando la testa.

I PRECEDENTI - Già nel passato ha utilizzato donne per gli attacchi sucidi. È più difficile controllarle ai posti di blocco. Mancano poliziotte. E loro possono nascondere le bombe sotto la «baja», il vestito lungo. Si calcola che dalla guerra del 2003 al Qaeda abbia reclutato oltre 180 donne «martiri» a Diala. Ci sono vedove, ragazzine inesperte, orfane, persino minorate. «Sapevamo che Shahlaa al-Anbaky era in contatto con al Qaeda. Per questo ci eravamo recati a perquisire la casa del padre», ammette il portavoce della polizia locale, maggiore Ghalib al-Karkhi. Come irrompono nell'abitazione però l'uomo li anticipa veloce. «Ho ucciso mia figlia. Stava per farsi saltare in aria. Il suo corpo è nascosto presso il nostro giardino».

Se così fosse, avrebbe ben poco da temere dalla legge. Altre fonti nella polizia sottolineano però che già nel 1984 Najim aveva pugnalato a morte una sorella per difendere il buon nome della famiglia. Uno delle centinaia di delitti d'onore che insanguinano annualmente il mondo musulmano. La figlia potrebbe avere avuto una relazione senza essere sposata, forse con un militante di al Qaeda. Sin dalla crescita degli attentati nel 2005 è emerso che uno dei trucchi utilizzati dagli estremisti islamici è avere rapporti sessuali completi con le fidanzate, che così si mettono automaticamente in rotta con le famiglie e nelle mani dei loro reclutatori.

Lorenzo Cremonesi
(da Bagdad ha collaborato Walid al Iraqi)
27 dicembre 2010



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Il club dei Comuni virtuosi "Così tagliamo le bollette"

La Stampa


Dalla corrente agli imballaggi: come ridurre ai minimi la spesa pubblica




MICHELE BRAMBILLA
INVIATO A COLORNO (Parma)


Passare una mezza giornata con Marco Boschini è, come diceva Guareschi che era di queste parti, «bello e istruttivo», perché impari un sacco di cose. Ma non è facile. Anche senza dirti nulla, Boschini ti mette un po’ in soggezione. Guai se, uscendo da una stanza, ti dimentichi di spegnere la luce. Se proponi di prendere l’auto per un tragitto che si può tranquillamente percorrere a piedi. Se poi ti capita di andarci a pranzo insieme, guardati dal lasciare qualcosa nel piatto, o di spezzare un panino senza finirlo.

Marco Boschini è il coordinatore nazionale dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una specie di mondo parallelo che ha deciso di combattere i guasti dell’era contemporanea – dall’inquinamento alla crisi economica – reintroducendo nella vita quotidiana pubblica e privata l’uso di quella vecchia e sana virtù dei nostri nonni: la parsimonia. Trentasei anni, educatore in un doposcuola, Boschini è assessore a urbanistica, ambiente e patrimonio del suo paese, Colorno, novemila abitanti.

La sfida dei più piccoli
Nel maggio del 2005 è stato uno dei fondatori di questa associazione di comuni virtuosi: «All’inizio eravamo in quattro – racconta –: noi, Vezzano Ligure (La Spezia), Monsano (Ancona), Melpignano (Lecce). Lo stimolo è stata la convinzione che il modello di sviluppo di oggi, oltre a provocare disastri a livello planetario, ha ripercussioni sulla vita delle piccole comunità locali». E così è partita la sfida: vivere non proprio come gli Amish, ma insomma.

Oggi l’associazione raggruppa 48 Comuni in tutte le regioni italiane. L’idea rivoluzionaria è di cambiare il mondo partendo dalle piccole azioni quotidiane. Un’utopia? «Potranno anche ridere di noi - dice Boschini - ma la storia spesso è stata cambiata da piccoli gesti di persone semplici. Le faccio un esempio che dimostra che la nostra battaglia non è affatto vana. Noi abbiamo cominciato da anni a dire a tutti: quando fate la spesa, siete sicuri di avere bisogno di prendere i sacchetti di plastica del supermercato? E se invece facessimo come si faceva una volta, e cioè se si portasse qualche sacchetto di tela da casa? Bene: ci davano dei talebani, ma adesso il governo ha finalmente messo al bando le borse di plastica. Lei ha un’idea di quante borse di plastica usiamo ogni anno in Italia?».

E’ in queste cose che Boschini ti stende: sui numeri, sui fatti. Perché non solo nessuno di noi sa quante borse di plastica vengono usate (e poi buttate, a inquinare l’ambiente) ogni anno in Italia: ma nemmeno se lo potrebbe immaginare.

Un mare di plastica
«Ventiquattro miliardi!», si auto-risponde Boschini con l’aria di chi sa di stupire. «Sì, ven-tiquat-tro-mi-liar-di! Ha presente il danno per l’ecosistema? Ecco, questo è un esempio di rivoluzione partita dal basso e arrivata in alto». Portarsi da casa una borsa di tela da riutilizzare migliaia di volte: è solo una questione di abitudine. «A Capannori, cinquantamila abitanti, il nostro Comune più grande, in provincia di Lucca, un anno e mezzo fa hanno inaugurato il negozio Effecorta. Sa che cosa fanno in quel negozio? Vendono solo prodotti senza imballaggio. Alimentari, detergenti, cosmetici eccetera. Tutto sfuso, offerto in una lunga fila di contenitori in vetro. Uno va là con una scatola, si prende la pasta e i biscotti e se ne va a casa. Chi compra in quel negozio non produce rifiuti, capisce? Adesso molti stanno seguendo l’esempio».

E l’ultimo spenga la luce
E’ solo questione, appunto, di abitudini. Come spegnere la luce quando non serve: «A Laveno Mombello, sul lago Maggiore, in un istituto tecnico un professore ha lanciato il progetto “I guardiani della luce”. A turno, ogni mese uno studente è responsabile del controllo degli sprechi. Se vede che c’è il sole, apre la tenda e preme l’interruttore. Così in aula, in palestra eccetera. Sa quanto hanno risparmiato sulla bolletta, senza modificare gli impianti? Il cinquantacinque per cento».

Il risparmio al camposanto
Si risparmia sui vivi e sui morti: «A pochi viene in mente quanto si spreca, ad esempio, per le luci votive dei cimiteri. Sono quasi tutte lampadine tradizionali. Noi a Colorno le abbiamo sostituite con quelle a led, spesso alimentate con l’energia solare, e risparmiamo il 90 per cento. E l’acqua minerale? In quasi tutte le mense scolastiche dei nostri Comuni l’abbiamo rimpiazzata con quella “del sindaco”, che poi è quella del rubinetto».

Acqua eccellente e controllata - garantisce l’assessore -, «che solo al nostro piccolo Comune permette di evitare l’acquisto di 200 mila bottigliette di plastica l’anno. Bottigliette che prima vengono trasportate da camion che inquinano, e poi finiscono nella spazzatura. Ecco, pensate a operazioni del genere a Milano e Napoli... pensate se così facessero tutti... provate a moltiplicare risparmi e benefici». Ma possibile che non ci abbia pensato nessuno, nei grandi Comuni? «Molti non lo sanno. E se qualcuno glielo dice, non cambiano per pigrizia».

L’obiettivo
Come tutti i rivoluzionari, anche Boschini ha un obiettivo che pare folle: «Vogliamo arrivare a produrre zero rifiuti». Zero rifiuti? Viene il dubbio che sia il caso di chiamare un’ambulanza. «Mi rendo conto che sembra impossibile – spiega – ma per esempio a Colorno abbiamo introdotto la raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono più i cassonetti in giro, solo le campane per il vetro. Ogni famiglia ha almeno quattro bidoncini: per la carta, la plastica, l’organico e l’indifferenziata. Così si ricicla quasi tutto. I risparmi? Il cittadino è portato a non comperare ciò che ha sperimentato essere inutile, e paga anche meno tasse per i rifiuti. Il Comune risparmia sull’inceneritore e crea posti di lavoro per la raccolta porta a porta. Guardi: la principale obiezione che ci fanno è che un mondo che consuma meno ha anche meno posti di lavoro. Ma noi abbiamo calcolato che se tutti i Comuni facessero la raccolta differenziata porta a porta, si creerebbero trecentomila posti di lavoro. Lei dice: rifiuti zero è impossibile. Ma nel nostro Comune di Ponte nelle Alpi, nel Bellunese, la raccolta differenziata è già arrivata al 90 per cento. La media nazionale di produzione annua di rifiuti pro capite è 600-650 chili. In molti nostri Comuni, siamo sotto i 40 chili».

L’addio al Pd
Marco Boschini era del Pd: era perché se n’è andato poco fa. «Le nostre iniziative – dice – vengono boicottate da tutti i partiti, anche a sinistra». Non sarà che siete dei rompiballe? «Lo siamo sicuramente per una classe dirigente che è inadeguata, impreparata culturalmente per capire la portata della sfida. Pensi che Camigliano, in provincia di Caserta, è stato commissariato perché troppo virtuoso». Possibile? «E’ così. Aveva ridotto i rifiuti del 70 per cento, e non aveva bisogno di aderire al consorzio provinciale come la nuova legge prevede. Così hanno commissariato solo l’unico Comune che non aveva monnezza in giro. Siamo noi i pazzi, o qualcun altro?».




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Ndrangheta, motivi sentenza in ritardo: torna libero un ergastolano

Il Messaggero


REGGIO CALABRIA (27 dicembre) - Giuseppe Belcastro, di 50 anni, condannato all'ergastolo dalla Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria, il 3 marzo del 2006, è stato scarcerato ed avviato alla pena alternativa della casa di lavoro di Sulmona per scadenza dei termini della custodia cautelare.
Belcastro era stato condannato alla pena massima nei due gradi del giudizio per reati di mafia legati all'inchiesta sulla "faida di Sant'Ilario", nella locride, che provocò numerosi omicidi. Belcastro avrebbe goduto anche di un permesso breve per le feste di Natale, raggiungendo i propri familiari residenti nel reggino.

La scarcerazione è stata motivata dal fatto che i motivi della sentenza d'appello con cui Giuseppe Belcastro è stato condannato all'ergastolo sono stati depositati quattro anni e mezzo dopo l'emissione della sentenza, avvenuta nel marzo del 2006. Un ritardo che ha provocato la scarcerazione anche di un altro imputato del processo "Prima Luce", per la faida di Sant'Ilario, Luciano D'agostino, condannato a 15 anni di reclusione. L'eccessivo periodo di tempo nel deposito della motivazione della sentenza era stato denunciato, in una interrogazione parlamentare nello scorso mese di novembre, dalla deputata di Futuro e libertà Angela Napoli che aveva chiesto l'avvio di un'ispezione nella Corte d'assise d'appello di Reggio Calabria.




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Stupido bandire i sacchetti di plastica

di Franco Battaglia


Da gennaio le tradizionali buste della spesa saranno sostituite da quelle eco compatibili: per gli ambientalisti sono riutilizzabili e inquinano meno. Eppure per sbugiardarli basta poco: una piccola bottiglia per esempio...





Mi propongo ministro all'Ambiente. E, per essere sicuro di non essere preso sul serio, con un unico punto in programma: chiudere il ministero omonimo. E chiudere, con esso, gli assessorati all'Ambiente di comuni, province e regioni. Centinaia di strutture che sono pleonastiche, se ci va bene. Ma troppo sovente ci va male, e così troppo sovente sono, quelle strutture, dannose. Ove c'è qualcuno che vorrebbe avviare un'attività produttiva, ecco che ti piomba il ministero o, come vuole il caso, l'assessorato, dell'Ambiente col preciso compito di renderla improduttiva. Accanto alle attività primarie, secondarie e terziarie (agricoltura, industria e servizi) cui la maggior parte di noi è dedita, vi sono le «attività quaternarie», il cui obbiettivo è uno solo: distruggere tutte le altre attività.

Orbene, a differenza di tutti gli altri, che cercano di regolare attività produttive, i ministeri e assessorati all'Ambiente esistono per regolare le «attività quaternarie». La molla ufficiale delle loro azioni sarebbe la difesa dell'ambiente, ma difficilmente esse hanno avuto qualche influenza positiva, anche minima, sull'ambiente. Le influenze negative, invece, si sprecano. La regola che seguono per decidere quale azione intraprendere è questa: per affrontare un problema - spesso presunto - trovare e perseguire tenacemente la soluzione - si fa per dire - che richieda il massimo dei costi col minimo dei risultati.

L'ultima che si sono inventata sarebbe di voler abolire le buste di plastica. Non chiedetemi quali, perché non l'ho capito. Quelle della spesa? Quelle del pattume? Non lo so, forse entrambe. Le associazioni ambientaliste tifano per le buste da spesa eco-compatibili perché sono riutilizzabili. Chissà mai perché non si possano riutilizzare quelle di plastica.

E quanto alle buste per il pattume, una volta nell'inceneritore, quelle di plastica fanno la stessa fine di quelle ecologiche o presunte tali. Ammesso e non concesso che la fine che fanno le prime sia dannosa e che sia virtuosa la fine che fanno le seconde, quel che manca in queste proposte è la cognizione delle dimensioni dei problemi, in questo caso infime. In un sacco di 5 kg di pattume che va a finire nell'inceneritore, il sacco medesimo peserà - quanto? - 30 grammi. Una sola bottiglia in Pet dentro quel sacco vanificherebbe ogni sforzo a sostituire il contenitore non-eco (o presunto tale) con uno eco (o presunto tale). Insomma, possiamo dire che queste buste (presunte) eco sono quella cosa che con la quale o senza la quale si rimane tali e quali.

Ci dicono che anche le bottiglie andrebbero sostituite. Non le vogliono di Pet ma di Pla. Entrambi polimeri, ottenuti dal petrolio il primo e da un processo agricolo il secondo. Ma siccome l'ignoranza ambientalista ha deciso che l'agricoltura è natura e che tutto ciò che è natura è buono per definizione, allora viva il Pla e abbasso il Pet. Se ci pensiamo bene, invece, non solo l'agricoltura non è natura, ma è il petrolio ad essere natura.

Inoltre, non è neanche vero che tutto ciò che è natura è buono per definizione: anzi, di solito succede il contrario. L'agricoltura è una delle più fantastiche conquiste dell'ingegno umano, senza il quale alcun prodotto agricolo neanche esisterebbe. E il petrolio è una delle più fetide schifezze mai prodotte da madre natura, che solo l'ingegno umano ha saputo elevare a preziosa risorsa, grazie alla chimica, che è una benedizione dell'umanità. Ma, come ben sappiamo, tutte le benedizioni per l'umanità sono avversate dagli ambientalisti, i quali hanno l'umanità in uggia.

Quando oltre 25 anni fa nacquero in Germania i primi Verdi, cominciarono subito a far danni, imponendo il bando del Pet a favore del vetro. Il pregiudizio su Pet e vetro era la riciclabità di questo ma non di quello, mentre è vero quasi il contrario. Dal vetro riciclato si produce vetro scuro, di commerciabilità limitata; mentre il Pet può riciclarsi quasi all'infinito con fantastica versatilità (da poche bottiglie di cola si può produrre una maglietta di pile) e, grazie all'elevato potere calorifico, in un inceneritore produce energia evitando di bruciare gas o petrolio. E, a questo proposito, va detto che se per produrre 1000 bottiglie in Pet occorrono 100 litri di petrolio, per produrre le stesse in vetro di litri di petrolio ne occorrono 250. Non a caso i tedeschi, negli anni, hanno soppresso quel bando. Insomma, ad essere ambientalisti virtuosi si dovrebbe preferire il Pet al vetro, contrariamente ai consigli dei ministeri e degli assessorati all'ambiente. Meglio chiuderli.




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I mercenari dell’intercettazione: ecco chi ci spia

di Redazione



Dalle carte del caso Unipol emerge un quadro inquietante: le Procure li assoldano e loro cercano di vendere i colloqui a politici e stampa. Ci sarebbe anche una telefonata di Bersani oltre a quella già nota tra Fassino e Consorte



 

Luca Fazzo - Enrico Lagattolla

Milano - «Egregio direttore, avrei il piacere di incontrare Lei o persona di sua assoluta fiducia per illustrarle alcuni fatti relativi alle società di cui sono stato sindaco e consulente. Ritengo di poter offrire alla sua testata importanti spunti di riflessione». L’e-mail è del 14 settembre 2009, e arriva all’indirizzo di Concita De Gregorio, direttore dell’Unità. A inviarla è Nicolò Gandolfo, commercialista, braccio destro di Fabrizio Favata, uomo d’affari con più di guaio con la giustizia: l’uomo che - secondo la procura di Milano - nel 2005 fece da tramite tra l’editore del Giornale e Roberto Raffaelli, amministratore delegato della società Rcs che per conto di molte Procure effettua intercettazioni telefoniche.

La De Gregorio è solo una dei tanti giornalisti a cui Favata ha tentato di raccontare - e a volte di vendere - la sua verità sulle scalate bancarie che hanno imbarazzato la sinistra e sugli scoop che agitarono l’estate di cinque anni fa. Quello che l’inchiesta dei magistrati milanesi ora racconta - nel mare di documenti depositati - è come fosse possibile sfruttare il delicato nodo delle intercettazioni, offrendo a ciascuno la pietanza preferita per poi passare all’incasso.

In fondo, i verbali di Favata spaziano da sinistra a destra. Sono un esempio di narrazione trasversale, in cui una notizia (la scalata di Ricucci, Fiorani e Coppola ad Antonveneta, e quella di Consorte a Bnl) ne partorisce subito un’altra (l’ormai famoso «Abbiamo una banca?» pronunciato dall’allora segretario dei Ds Piero Fassino), proseguendo come un domino fino alle accuse a Paolo Berlusconi, cui Favata offrì lo scoop su Fassino. Così, davanti al pm, l’imprenditore rivela che, in effetti, la telefonata di Fassino a Consorte non era l’unica degna di nota. «Ce n’era un’altra - dice - Raffaelli mi aveva detto che ce n’era anche una di Bersani e ce n’erano due o tre di esponenti del Pd che chiedevano...».

Anche l’attuale segretario dei Democratici, dunque, (anche se, stranamente, di questa telefonata di Bersani non è rimasta traccia agli atti) si sarebbe interessato in prima persona della conquista della Banca Nazionale del Lavoro, così come avrebbero fatto (oltre a Fassino, che tra il 5 luglio 2005 e il 22 dello stesso mese parlò al telefono sedici volte con Consorte), anche Nicola Latorre (26 telefonate in 21 giorni), Ugo Sposetti (13 chiamate in 22 giorni), e (per due volte) il personaggio che risponde a un numero fisso intestato alla Associazione Futura, di cui - rimarcano gli investigatori - «rappresentante legale è Massimo D’Alema».
Applicando una sorta di «metodo-Corona» al mercato delle fughe di notizie,

Favata vende a destra le soffiate sulla sinistra e a sinistra le dritte sulla destra. Nella caccia alle sponde politiche, c’è anche uno strano abboccamento tentato con la presidente del Pd al Senato Anna Finocchiaro. «Favata - si legge in un rapporto di polizia giudiziaria - versa in forte difficoltà economica, tanto da recarsi a Roma per contattare e probabilmente proporre le registrazioni audio che provino tutta la vicenda oggetto di questo procedimento legale sia a una giornalista dell’Unità che alla senatrice del Pd Finocchiaro». Dagli uffici del Pd lo invitano a chiamare in Senato. Favata ringrazia. È il 26 gennaio scorso. Di questa pista, poi, si perdono le tracce.

Il Fatto Quotidiano, la Repubblica, L’Unità, ma anche il Giornale: è lungo e vario l’elenco dei giornali e dei giornalisti cui Favata si rivolge mentre è già pedinato e intercettato dalla Procura milanese. A volte chiede soldi, a volte sembra animato unicamente da desiderio di rivalsa. Di quattrini non risulta che riesca a portarne a casa. Ma di consigli sì: «Quello che volevo dirti - gli spiega uno dei giornalisti contattati - è che il pesce grosso è Annozero, il pesce grosso è Ballarò o Annozero... Bisogna vedere se ti convocano quelli lì, secondo me devi assolutamente giocartela bene e sappiamo anche come... adesso vedi, io adesso ho il tuo numero, un primo segnale l’abbiamo incassato». In televisione, però, alla fine Favata non riuscì ad andarci. In galera sì.




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La Camera "ruba" 46 milioni l'anno in affitti

di Redazione




Per quattro edifici nel centro di Roma, Montecitorio spende una cifra tanto elevata che sarebbe più conveniente acquistarli. Lo scandalo di Palazzo Marini: gli uffici di 235 deputati e tre appartamenti ci costano 320 euro al mese per metro quadrato



 

Pier Francesco Borgia - Gian Marco Chiocci

Roma

Ecco l’Affittopoli della Camera dei deputati. Gli spre­chi, i canoni irrisori, gli affida­menti senza gara, i contratti top secret , le clausole cape­stro. I dati «fantasma» su Montecitorio rivelati dal Gior­nale grazie anche alle difficili investigazioni dei radicali e del parlamentare Pdl Ame­deo Laboccetta. Comincia­mo dai canoni stellari, dun­que. I gioielli più costosi del mercato immobiliare, è noto­rio, si trovano al centro della capitale. Ma quelli che valgo­no oro sono rintracciabili a metà strada tra piazza Colon­na (dove si affaccia Palazzo Chigi) e piazza di Spagna. Un esempio che rende l’idea?Pa­lazzo Marini. È un grande sta­bile sulla centralissima via del Tritone.

Buona parte dei suoi uffici – canone 2010 - so­no stati affittati alla Camera per oltre 13 milioni di euro (per l’esattezza 13.269.346 eu­ro). Lo spazio è ampio. Serve ad alloggiare gli uffici di 235 deputati, oltre a tre apparta­menti di rappresentanza. I locali appartengono alla società immobiliare Milano 90 di Sergio Scarpellini. Un partner affidabile per Monte­citorio, visto che l’istituzione ha affittato dalla sua società non un solo stabile di queste dimensioni e con queste fina­lità istituzionali, bensì quat­tro. E nessuno con gara o avvi­so pubblico. Per un totale di 12mila metri quadrati.

Locali ovviamente chiavi in mano, cioè ristrutturati e arredati se­condo il bisogno del locata­rio e forniti anche del perso­nale di vigilanza, del servizio mensa e di assistenza ai pia­ni. La Camera solo quest’an­no spenderà più di 46 milioni di euro (stando ai dati del Bi­lancio di previsione 2010) per far alloggiare i suoi depu­tati in questi uffici. Forse spendere più di 3.850 euro l’anno al metro quadro (320 euro al mese) è una cifra piuttosto consistente. A nutri­re questo sospetto sono stati alcuni parlamentari (Rita Ber­nardini dei radicali e Ame­deo Labocetta del Pdl) che hanno chiesto lumi all’Uffi­cio di presidenza.

Non si so­no limitati a questo; hanno osato chiedere addirittura la rescissione di questi contrat­ti considerati troppo onerosi scontrandosi con i vertici bu­rocratici e politici della Came­ra, che solo alla fine si sono dovuti arrendere, dando pub­blicità ad atti finora mai resi pubblici. La cosa però è più complica­ta di quanto possa apparire anche a chi conosce bene i punti meno «battuti» del Co­dice civile (dove peraltro è scritto che i contratti di affitto per locali ad uso professiona­le possono sempre essere di­sdetti da parte del locatario). La Camera ha stipulato il pri­mo dei quattro contratti nel ’97.

Il cosiddetto «Marini 1» impegna le parti per un perio­do di «9 più 9» anni. Il 21 set­tembre scorso, però, l’aula di Montecitorio, durante la let­tura, la discussione e l’appro­vazione del Bilancio di previ­sione del 2010, è riuscita a far passare la rescissione del con­tratto. Dal 2012 gli oltre 200 depu­tati che hanno l’ufficio in via del Tritone dovranno cercar­si una nuova sistemazione. Questo è stato possibile per­ché il «Marini 1» è l’unico dei quattro contratti che non pre­vede una clausola che vinco­la il locatario al rinnovo auto­matico. Un vincolo davvero insolito. Che non è presente nemmeno nel contratto del cosiddetto «Marini 2» (immo­bile di via Poli 14/20).

Infatti è in una lettera redatta e spedi­ta sei mesi dopo la firma del contratto che viene scritta ne­ro su bianco la rinuncia alla disdetta anticipata della loca­zione. Il contratto è stato re­datto nel luglio del ’98. E il 17 dicembre il Servizio ammini­strazione della Camera dei deputati spedisce alla Mila­no 90 una lettera in cui si scri­ve tra l’altro: «La presente Amministrazione rinuncia formalmente alla facoltà di re­cesso anticipato, contrattual­mente riconosciutale a far da­ta dall’inizio del decimo an­no di rapporto ». Non è casua­le la specifica del «decimo an­no » visto che nei contratti c’è scritto che la disdetta non è possibile fino al decimo anno (il primo del rinnovo automa­tico).

La Camera dei deputati, quindi, rinuncerà agli uffici di via del Tritone ma non si libererà dei contratti che la le­gano alla Milano 90 per gli im­mobili denominati «Marini 2», «Marini 3» e «Marini 4». Contratti stipulati tra il ’98 e il 2000 e che quindi vedranno la loro validità esaurirsi non prima del 2016. Secondo un calcolo appros­simativo (in virtù del fatto che ogni anno gli importi dei canoni variano perché sog­getti all’indicizzazione Istat), alla fine la Camera dei depu­tati avrà versato nelle casse della «Milano 90» oltre 540 milioni di euro nel corso di 23 anni. «Secondo questo calco­lo- spiega l’onorevole Laboc­­cetta, che insieme con la Ber­nardini (Pr) ha sollevato il problema dei costi di questi immobili - con la stessa cifra e per la stessa metratura è co­me se la Camera avesse acqui­stato immobili per un prezzo che oscilla tra 41.600 ai 50mi­la euro al metro quadrato».

Non proprio a prezzi di mer­cato ( che nella zona del Trito­ne come in tutto il centro sto­rico si aggirano al massimo sui 10mila euro al metro qua­dro). Insomma il locatario (in questo caso la Camera dei de­putati) non ha badato a spese e non ha nemmeno sottilizza­to su un fattore tutt’altro che secondario. Al momento di prendere in affitto i locali del cosiddetto «Marini 1» (il già citato palazzo su via del Trito­ne) il proprietario non sareb­be stato in condizioni di con­cedere il affitto i locali per uso ufficio. La destinazione d’uso era un’altra. Insomma la Camera affitta a prezzi piut­tosto fuori mercato e non tro­va nulla da ridire sul fatto che quegli stessi locali non po­trebbero nemmeno essere af­fittati come uffici.

Al proble­ma si rimedia in sede di con­tratto. L’articolo 14 al punto 1 spiega che «la conduttrice Ca­mera dei Deputati dichiara di essere edotta dell’attuale de­stinazione d’uso delle porzio­ni immobiliari oggetto della locazione». Al punto 2 dello stesso articolo si va ben oltre. «La Camera dei deputati - è scritto - attiverà, entro e non oltre giorni 15 dalla data della sottoscrizione apposta in cal­ce, ogni necessaria procedu­ra di legge per conseguire il cambio di destinazione d’uso delle porzioni immobi­­liari oggetto della locazione». Solitamente dovrebbe essere il proprietario a impegnarsi alla modifica della destina­zione d’uso e non l’affittua­rio. Secondo quanto ricostru­ito dal Giornale , il Municipio I non ha subito concesso il cambio di destinazione d’uso.Questo è stato poi assi­curato direttamente dagli uf­ficio del Campidoglio (il sin­daco di allora era Francesco Rutelli).




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