martedì 21 dicembre 2010

Saddam, da dittatore a martire: il suo «Corano di sangue» divide l'Iraq

Corriere della sera


Il rais ha lasciato alla grande moschea di Baghdad una copia del libro sacro dell'Islam imbevuta del suo sangue



MILANO - Che fosse un megalomane l'avevamo capito sin dai tempi della prima Guerra del Golfo quando i primi testimoni raccontarono degli incredibili sfarzi presenti nei suoi palazzi e delle innumerevoli e imponenti statue sparse per tutto l'Iraq che lo ritraevano come uno dei più grandi eroi della storia contemporanea. Ma che la follia di Saddam Hussein avesse superato ogni limite lo dimostra la scoperta di una copia del Corano scritta completamente con il sangue dell'ex dittatore. Come racconta in un recente articolo il Guardian di Londra. «Il Corano di sangue» che conta 114 capitoli e oltre 300.000 parole, sarebbe custodito per volere dello stesso Saddam in una cripta della grande moschea di Baghdad e fino a oggi sarebbe rimasto al sicuro, lontano da occhi indiscreti.

GENESI DELL'OPERA - La genesi dell'opera è alquanto macabra. Saddam, dopo che Uday, il suo figlio maggiore, scampò per miracolo a un attentato, decise di riavvicinarsi alla fede islamica. Per due anni sul finire degli anni Novanta, si sarebbe fatto prelevare ben 27 litri di sangue. Ad assisterlo un infermiere di fiducia e un calligrafo, Abbas Shakir Joody al-Baghdadi. Quest'ultimo avrebbe avuto il compito di ricopiare con il sangue prelevato a Saddam l'intero Corano davanti agli occhi soddisfatti del dittatore. A distanza di un decennio il calligrafo non vuole tornare sull'argomento - «Non vorrei parlare di questo adesso - dichiara al Guardian -. È un momento doloroso della mia vita che vorrei dimenticare».


DIBATTITO POLITICO - Il volume sarebbe stato consegnato definitivamente nelle mani del defunto dittatore all'inizio del 2000. Per proteggere l'opera, Saddam fece costruire davanti alla cripta tre grandi porte blindate, le cui chiavi furono affidate ad altrettante personalità religiose e civili del Paese, in modo che nessuno, singolarmente, potesse mettere le mani sulla «reliquia». Adesso però la rivelazione pubblica dell’esistenza di questa incredibile opera sta scuotendo gli animi dei politici iracheni. Ci sono coloro che vorrebbero conservarla a futura memoria per dimostrare ai posteri quale grado di follia avesse raggiunto la mente di Saddam, mentre altri vorrebbero distruggere il libro per mettere una pietra sopra a un passato macabro e pieno di fantasmi.


TESTIMONIANZE - Per adesso il Corano di sangue continua a essere chiuso nella cripta. Come hanno fatto notare alcuni religiosi, distruggerlo potrebbe riaccendere la collera dei vecchi baatisti, i seguaci del movimento politico di Saddam, che ancora oggi continuano a organizzare numerosi attentati nel paese: «Quello che è custodito nella moschea è un’opera unica - spiega al Guardian lo sceicco Ahmed al-Samarrai, capo del Fondo delle sovvenzioni sunnite -. Sicuramente vale svariati milioni di dollari». Lo sceicco nonostante reputi l'opera molto importante, disapprova la scelta dell'ex dittatore di incidere il volume con il suo sangue: «È stato sbagliato quello che ha fatto - dichiara al-Samarrai –. È qualcosa di proibito». Da parte sua il governo di Nour al-Maliki sembra essere orientato per la conservazione e l'esposizione dell'opera: «Non tutto quello che è stato fatto durante il vecchio regime deve essere rimosso - dichiara Ali al-Moussawi, portavoce del premier -. Naturalmente c'erano statue che simboleggiavano la vecchia dittatura ed è stato giusto rimuoverle. Ma noi dovremmo custodire quest'opera come una testimonianza della brutalità di Saddam. Egli non avrebbe dovuto fare una cosa del genere. In futuro potrebbe essere preservata in un museo privato, come quelli che esistono oggi in Europa e mostrano i reperti delle vecchie dittature di Hitler e di Stalin».


Francesco Tortora
21 dicembre 2010





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Quando i conduttori sbottano

Corriere della sera

L'ipocrisia delle star 

Aldo Grasso

 

E Firefox adotta due firefox: reality zoo con le cucciole di panda rosso

Corriere della sera

Iniziativa della Mozilla Foundation: telecamere h24 su due neonati della specie divenuta simbolo del gruppo

La «volpe di fuoco» è minacciata dalla compromissione degli habitat e dalla caccia


Uno dei due esemplari di panda rosso adottati da Mozilla

MILANO - La prima è estroversa, ghiotta di latte, ama arrampicarsi sulle gambe degli inservienti che l'assistono e il suo gioco preferito è il kong riempito di bocconcini con cui si diverte a lungo. La sorella gemella è timida, schizzinosa quando si tratta di magiare, ama nascondersi tra le foglie e il suo trastullo preferito è un cuscino rosa a forma di cuore. Insomma, un tao perfetto, l'una l'opposto dell'altra, l'una complementare all'altra. Le due cucciole di panda rosso diventate le principali attrazioni del parco zoologico di Knoxville, nel Tennessee, si apprestano ora a diventare anche delle stelle di prima grandezza nel web. Sono infatti protagoniste di una sorta di reality show - anzi di reality zoo - con telecamere che consentiranno agli spettatori della Rete di ammirarle in ogni momento della giornata. Non si tratta però di un'iniziativa di carattere televisivo: i promotori dell'iniziativa hanno come obiettivo quello di accendere i riflettori su una specie protetta e fortemente minacciata. E a lanciare l'iniziativa è Mozilla, l'organizzazione no profit che promuove l'apertura e la partecipazione in Internet nota per avere lanciato sul mercato quello che è considerato l'anti-Explorer, ovvero il browser di navigazione Firefox, che poi non è altro che il nome inglese del panda rosso mutuato dalla definizione cinese di «volpe di fuoco». E che ora ha deciso di «adottare» le due nuove arrivate.


UNA FAMIGLIA SUL WEB - «Proprio perché abbiamo scelto il firefox come nostro simbolo - spiegano dalla Mozilla Foundation - abbiamo ora deciso di impegnarci nella sensibilizzazione dell'opinione pubblica nei confronti di questa specie protetta, incominciando dal mostrarla a tutti, visto che l'80% della popolazione a livello mondiale non l'ha mai vista o non la conosce». E' stato creato un apposito sito web per monitorare la vita delle due cucciole, che ancora non hanno un nome (chiunque potrà inviare suggerimenti), ma anche quelle dei loro genitori Akkali e Chewbacca e della zia Kumari. Una bella famigliola le cui gesta potranno essere seguite dal vivo, 24 ore su 24, attraverso l'occhio di sei telecamere piazzate nei punti strategici del loro recinto. Un reality in piena regola, insomma, ma senza televoti nè eliminazioni. La sola gara, al momento, è proprio quella dei nomi da attribuire alle neonate. Per il momento raccolgono i maggiori consensi Ember e Spark, scelti dal 40% dei votanti. Tra le altre accoppiate attualmente in corsa ci sono Chaos e Flux (22%), Cinnamon e Saffron (22%), Moxie e Millie (13%), Rue e Betty (3%). La scelta definitiva è prevista per il 22 dicembre.

L'ora della pappa...

SPECIE A RISCHIO - Anche lo zoo di Knoxville è un'organizzazione no profit ed è una delle due principali istituzioni a livello mondiale - l'altra è a Rotterdam - impegnate nella tutela del panda rosso e nella salvaguardia della specie mediante programmi di allevamento in cattività. Opera dal 1978 e da allora ha cresciuto 98 cuccioli. La principale minaccia per i firefox nei loro ambienti naturali, che vanno dal Nepal alla Birmania e si spingono fino ad alcune province della Cina centromeridionale, è la distruzione dei loro habitat a causa dell'urbanizzazione e dell'azione dell'uomo, ma anche degli squilibri di ecosistema creati dall'inquinamento e dalla riduzione della biodiversità. Non solo: la pelliccia di questo animale è particolarmente ricercata, in particolare per la produzione di colli e di cappelli, e la caccia indiscriminata ha contribuito in modo sensibile alla riduzione della loro popolazione. Mammifero carnivoro, il panda rosso si nutre prevalentemente di vegetali e in particolare di bambù, condividendo in questo un'abitudine con il più noto «cugino» bianco e nero (la loro è in realtà solo una parentela molto alla lontana), il panda gigante. A cui purtroppo deve essere assimilato anche per i rischi di progressiva scomparsa.

Alessandro Sala
21 dicembre 2010

Bondi "pianista" al Senato

Corriere della sera

Pedica (Idv) lo filma

Anzio, chiesto giudizio per 4 poliziotti accusati della morte di Stefano Brunetti

Il Messaggero


Secondo la procura l'uomo morì per le percosse subite nel commissariato di Anzio.

Omicidio preterintenzionale l'accusa




ROMA (21 dicembre) - La procura di Velletri ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro agenti del commissariato di Anzio, con le accuse di omicidio preterintenzionale e falso per la morte - avvenuta il 9 settembre 2008 - di Stefano Brunetti, un uomo di 43 anni arrestato il giorno prima per furto e lesioni. Un caso che ha preceduto quelli analoghi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi.

Brunetti, ex tossicodipendente con qualche precedente, era stato arrestato l'8 settembre dopo aver tentato di rubare nel garage di una casa ad Anzio e picchiato con una mazza il proprietario che lo aveva sorpreso. Brunetti aveva poi aggredito gli agenti di volante accorsa sul posto. Era stato caricato di peso nell'auto e portato in commissariato, dove aveva continuato a dare in escandescenze. Per sedarlo venne chiesto l'intervento della guardia medica per sedarlo. In serata fu trasferito in carcere, ma la mattina le condizioni del detenuto apparvero gravi, tanto da consigliare il ricovero nell'ospedale di Velletri. L'uomo morì mentre erano in corso gli accertamenti. 



Secondo la la procura di Velletri Brunetti è morto a causa delle percosse infertegli dai quattro agenti nella camera di sicurezza del commissariato. Il gup deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio il 6 giugno prossimo. Soddisfazione è stata espressa dai legali dei familiari di Brunetti, Carla Serra, Maria Luna e Francesco Romito: «È un buon inizio. La procura di Velletri ha svolto indagini accurate per fare luce su questo caso in modo serio ed i capi di imputazione sono pesanti».



«Ora ci aspettiamo giustizia e che chi ha sbagliato paghi, anche se porta la divisa - dice Carmela, sorella di Stefano Brunetti- La legge deve essere rispettata non solo dai cittadini, ma anche dalle istituzioni. Mio fratello non era tossicodipendente, come ha scritto qualcuno, era pulito da due anni. Aveva problemi al fegato, ma non è morto per quello, come ha dimostrato l'autopsia. Dal primo momento che ho visto il suo cadavere ho detto subito che era stato ucciso, perchè era pieno di lividi ed aveva il naso rotto: era stato chiaramente picchiato. La procura ha fatto indagini approfondite e, finalmente, dopo più di due anni, si comincia a vedere qualcosa di positivo. Ora vogliamo che sia fatta giustizia e che i colpevoli paghino».





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Università, a poche ore dalla riforma il rettore di Tor Vergata assume la nuora

Il Messaggero









di Claudio Marincola


ROMA (21 dicembre) - Per qualcuno potrebbe essere l’ultimo colpo di coda di parentopoli. Per altri la continuazione di una saga inarrestabile che si tramanda di padre in figlio passando per i nipoti (rare volte spingendosi fino ai trisavoli). E’ successo ieri, dunque a poche ore dalla verosimile approvazione da parte del Senato della legge Gelmini che prevede la proibizione di chiamate universitarie per parenti di dirigenti accademici fino al IV grado.

Università Roma 2, Ateneo di Tor Vergata, quello della spianata, che ospitò la Giornata mondiale della gioventù nel Giubileo 2000. La grande croce è sempre lì. Il rettore no, è cambiato. Da quasi due anni c’è Renato Lauro, 71 anni, preside della Facoltà di Medicina eletto con 727 preferenze. La stessa che proprio ieri ha chiamato come professore associato alla cattedra di Malattie dell’apparato respiratorio la dottoressa Paola Rogliani. Chi è? E’ la nuora del rettore. Il posto che arriva in zona Cesarini delimita un’epoca. A ridosso del Natale, sotto l’albero, riunisce suocera, figlia e nuora, in pratica mezza famiglia. Nella stessa facoltà e nello stesso dipartimento infatti c’è anche il marito della signora, nonché figlio del rettore, Davide Lauro, 41 anni, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre.

E ci sarebbe anche il “nipote”, il dottor Alfonso Bellia, ricercatore di medicina interna. Ma il Magnifico nega quest’ultimo ramo di parentela. «Con il professor Bellia - chiarisce una volta per tutte - non c’è nessun legame neanche leggero di parentela, mi viene attribuito solo perché è siciliano come me».
Già. In fatto di parentopoli non esiste una geografia. I legami travalicano qualsiasi confine, le nostre regioni, così diverse tra loro, nel malcostume etico si somigliano più o meno tutte.

Renato Lauro, preside della facoltà di Medicina dal 1996 al 2008, oltre a essere rettore e anche direttore del dipartimento clinico di Medicina, quello nel quale lavorano i suoi congiunti, del Policlinico Tor Vergata. La nuora chiamata in cattedra in extremis. Come lo spiega? «Lei scherza? Sono concorsi regolarmente banditi nel 2008, quando io non ero ancora rettore. Inoltre, faccio notare che la legge Gelmini, non ancora approvata, non abolisce i professori, stabilisce solo che i ricercatori sono una qualifica ad esaurimento». «Per gli stessi bandi - continua il rettore - sono stati chiamati già una ventina di vincitori di concorso. Ma vincere non vuol dire prendere servizio visto che ci sono, come è noto, problemi di budget».

In altri punti la legge Gelmini potrebbe prestarsi ad interpretazioni. Su questo punto è chiara: prevede che nelle assunzioni per ordinario e associato siano esclusi i consanguinei dei professori appartenenti al dipartimento o alla struttura che effettua la chiamata. Di docenti ma anche di rettori, direttori generali e consiglieri di amministrazione. E fissa anche un limite per i rettori: potranno rimanere in carica un solo mandato, per un massimo di 6 anni. Nel caso di Tor Vergata, se approvata la legge, Renato Lauro potrebbe avere una proroga di 2 anni dell’incarico rettoriale e restare in carica dunque fino alla quasi venerabile età di 74 anni.

Di lui si parlò come «lo zio» cui faceva riferimento nelle intercettazioni l’ex direttore dei Lavori pubblici Angelo Balducci finito in carcere per gli appalti del G8 alla Maddalena. Finito in pasto ai taccuini in quei giorni “caldi”, Lauro rispose: «E allora? Sì, sono io “lo zio” di cui si parla nelle intercettazioni, ma io sono un medico, non sono Provenzano».

Qualche giorno fa, il 16 dicembre, durante un incontro con il corpo accademico dell’Ateneo romano, il rettore era stato duramente contestato. E già in passato era finito nell’elenco dei parentopolati per la chiamata del figlio Davide, vincitore, circa 4 anni fa, di un concorso di professore ordinario, non di Medicina interna, ma di tecnologie biomediche, poi passato in endocrinologia. Lauro commenta: «Mio figlio se n’era andato negli Usa a studiare e lì stava benissimo. Basta guardare il suo curriculum per mettere tutti a tacere. Stesso dicasi per gli altri professori associati che hanno vinto i concorsi del 2008: controllate, sono tutti figli di nessuno».





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Morte di Taricone, il gip chiude inchiesta «È morto per un suo errore»

Il Mattino



TERNI (21 dicembre) - Archiviata l'indagine per omicidio colposo a carico di ignoti aperta dalla procura di Terni dopo la morte di Pietro Taricone in seguito a un lancio con il paracadute. Lo ha deciso il gip ternano Maurizio Santoloci. L'incidente era avvenuto il 29 giugno scorso dopo un lancio presso l'aviosuperficie «Leonardi» di Terni. Il gip ha accolto la richiesta di archiviazione presentata nelle scorse settimane dal sostituto procuratore Elisabetta Massini che aveva condotto l'inchiesta della squadra mobile della questura. Il fascicolo, aperto inizialmente con l'intestazione «atti relativi», era stato poi modificato in omicidio colposo contro ignoti.


Una perizia disposta dalla procura e affidata a un paracadutista esperto ha però accertato che non si sarebbe verificato nessun guasto al paracadute e alle attrezzature tecniche usate dall'attore nel suo ultimo lancio. Secondo la tesi della procura, accolta dal gip, lo schianto di Taricone sarebbe quindi da ricondurre a un errore umano: l'attore avrebbe ritardato la manovra di atterraggio.


Taricone a seguito dell'incidente aveva riportato fratture al bacino, al volto e al cranio e lesioni agli organi interni. Dopo il ricovero d'urgenza all'ospedale «Santa Maria» di Terni e un lunghissimo intervento chirurgico era morto nelle prime del 30 giugno.





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Barbara Berlusconi contro il padre: «Veline in Parlamento, che vergogna»

Il Mattino


«La Carfagna deve stare zitta: dai Telegatti a ministro.
Amareggiata dai scandali sessuali. Renzi? Mi rappresenta»




ROMA (21 dicembre) - «La cosa più grave è che Mara Carfagna trovi il coraggio di lagnarsi. A volte bisogna avere il pudore di tacere. Se si sente discriminata lei, che dai Telegatti è diventata ministro, la cosa assume dimensioni ancora più grottesche» dice Barbara Berlusconi in un'intervista a Vanity Fair a proposito del ministro per le Pari opportunità, che aveva parlato di maschilismo politico nei suoi confronti.

Per la figlia del premier, «vedere certe signorine girare in auto blu non fa bene all'immagine del Paese, perchè davvero si fatica a coglierne i meriti». Ma se è Silvio Berlusconi che ha portato le showgirl in Parlamento «non dimentichiamoci neanche che sono gli italiani che le hanno votate. La democrazia propone delle scelte, poi si chiede il consenso. E non mi pare che Berlusconi abbia un problema di consenso. Certo, non voglio eludere così il problema, credo che siano state fatte valutazioni superficiali, e che queste abbiano sminuito la classe politica nel suo complesso».

«Gli scandali sessuali? Sono vicende che mi hanno amareggiato. E faccio fatica a rispondere serenamente. Vorrei che una lettrice provasse a mettersi nei miei panni. È ovvio che non sono d'accordo con un certo tipo di condotta, ma devo anche credere alle verità di mio padre»,

«Matteo Renzi? Mi è sembrata una persona che vuole davvero cambiare le cose. Da lui mi sentirei rappresentata», dice Barbara Berlusconi nell'intervista al settimanale, che le dedica la copertina a proposito del sindaco Pd di Firenze. Di recente ad Arcore ha partecipato a un pranzo con il padre Silvio Berlusconi e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi: «Credo che ad avvicinarci non siano le idee politiche ma la stessa cultura generazionale».





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Strasburgo, Italia bocciata La giustizia è troppo lenta E' boom di ricorsi accettati

di Redazione


La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha oggi emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi



 

Strasburgo - Italia bocciata per colpa dei giudici lumaca. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha oggi emesso una maxi condanna nei confronti dell’Italia per i ritardi con cui vengono pagati gli indennizzi legati alla lentezza dei processi. I giudici di Strasburgo hanno infatti reso noto di aver adottato 475 sentenze che danno ragione ad altrettanti ricorsi presentati da soggetti che hanno dovuto attendere dai 9 mesi ai quattro anni per incassare il risarcimento che gli era stato riconosciuto, in base alla legge Pinto, per l’eccessiva lunghezza del processo. 

Giustizia lumaca Alla luce delle sentenze odierne, la Corte ha quindi chiesto all’Italia di rivedere la legge Pinto e, in particolare, di istituire un fondo speciale che consenta il pagamento degli indennizzi in tempi ragionevoli. Nel comunicato stampa relativo alla decisione dei 475 casi si sottolinea che in Italia esiste un "problema diffuso" inerente i pagamenti degli indennizzi. La Corte rileva che, a fronte di una normativa che fissa in sei mesi il termine per l’erogazione degli indennizzi, i 475 ricorrenti hanno dovuto attendere tra i 9 e i 49 mesi. La Corte rileva inoltre che al momento pendono in attesa di giudizio a Strasburgo oltre 3.900 ricorsi presentati per il ritardato pagamento degli indennizzi e che il loro numero è salito dai 613 del 2007 a circa 1.340 ricevuti tra il primo giugno e il 7 dicembre 2010. Nel comunicato inoltre si legge che la Corte "pur non appoggiando tutte le riforme attualmente all’esame della Camera, considera che questo sia l’ambito ideale per prendere in considerazione le indicazioni della Corte stessa e le raccomandazioni sinora fatte dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa". La Corte ha accordato a ciascun ricorrente 200 euro per danni non pecuniari. 





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Violenza sessuale su un minore di 14 anni, condanna a 10 anni per il prete professore

Corriere della sera


I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2006 e il 2009. Il pm aveva chiesto otto anni di reclusione



MILANO - Don Domenico Pezzini, sacerdote lodigiano di 73 anni, è stato condannato a 10 anni di reclusione e a pagare a livello provvisionale un risarcimento di 50mila euro per violenza sessuale su un ragazzo del Bangladesh. Le violenze sarebbero iniziate quando il ragazzo aveva meno di 14 anni. Il giudice ha anche confermato la misura del carcere, rigettando la richiesta della difesa che aveva chiesto gli arresti domiciliari in una comunità monastica. I fatti contestati risalgono al periodo tra il 2006 e il 2009. Don Pezzini, originario di Borghetto Lodigiano e appartenente alla diocesi di Lodi (anche se da tempo era impegnato nel milanese), è molto conosciuto nella comunità omosessuale, e in particolare dagli anni '80 è stato il fondatore di un gruppo di omosessuali credenti che approfondiscono le tematiche relative a omosessualità e cristianesimo. Era stato anche docente di linguistica inglese all'Università di Verona.

GIUDICE SEVERO - Il giudice ha applicato una pena più pesante rispetto a quella chiesta dall'accusa: il pm di Milano, Cristiana Roveda, aveva chiesto infatti per il sacerdote otto anni e mezzo di carcere, mentre l'avvocato, Mario Zanchetti, aveva chiesto l'assoluzione e il subordine di trasferimento dal carcere in una comunità monastica, trasferimento a cui aveva dato parere favorevole anche il pm. Al ragazzino, costituitosi parte civile con l'avvocato Laura De Rui, è stata concessa una provvisionale di risarcimento di 50 mila euro.

I FATTI - Le violenze sarebbero avvenute nell'abitazione milanese di don Pezzini. In particolare, secondo l'accusa, il religioso avrebbe avvicinato il ragazzo, che viveva in una situazione di indigenza e degrado in un parco, offrendogli una possibilità di aiuto. In realtà, poi, avrebbe abusato più volte di lui per circa tre anni. Nel corso delle indagini, inoltre, era arrivata a Milano in Procura anche un'altra denuncia per abusi sessuali a carico del prete, presentata da uno straniero che ha raccontato di aver subito violenze una quindicina di anni fa, quando era minorenne. Fatti prescritti, ma che l'accusa ha usato come ulteriore elemento per confermare il quadro probatorio nel processo.


Redazione online
21 dicembre 2010




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I carabinieri trovarono il "papello" ma arrivò l'ordine di non sequestrarlo»

Corriere della sera


Un teste: il foglietto con le richieste di Riina allo Stato fu scoperto in una perquisizione a casa Ciancimino


PROCESSO MORI


Mario Mori
Mario Mori

MILANO - Già nel 2005, durante la perquisizione in casa di Massimo Ciancimino, i carabinieri trovarono il cosiddetto «papello» di Totò Riina ma non lo sequestrarono, su ordine di un colonnello, poichè l'Arma ne sarebbe stata già in possesso. La rivelazione è venuta dalla testimonianza del maresciallo Saverio Masi, sottufficiale dei carabinieri che sta deponendo al processo al generale dell'Arma Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. «Il capitano Angeli - ha sostenuto il maresciallo - mi disse che, nel corso di una perquisizione a casa di Ciancimino, trovò il papello di Totò Riina, e informò della scoperta il suo superiore, il colonnello Sottili, ma che questi gli ordinò di non sequestrarlo sostenendo che già lo avevano». Il teste, prima in servizio al Reparto Operativo e ora nella scorta del pm Nino Di Matteo, pubblica accusa nello stesso dibattimento Mori, ha raccontato quanto appreso dall'allora capitano Antonello Angeli che effettuò una perquisizione a casa di Massimo Ciancimino, nel 2005 indagato per il riciclaggio del tesoro del padre, l'ex sindaco di Palermo Vito. In casa del superteste della trattativa, nascosto in un controsoffitto, ci sarebbe stato l'elenco con le richieste di Riina allo Stato.

FOTOCOPIA DI NASCOSTO - Esterrefatto dall'ordine del superiore di non sequestrare il papello, Angeli lo fece fotocopiare di nascosto a un collega. Angeli informò della vicenda il maresciallo circa un anno dopo la perquisizione a casa di Massimo Ciancimino e gli raccontò di averne poi discusso animatamente con Sottili e con un altro ufficiale del Reparto Operativo, Francesco Gosciu. Il capitano scelse il sottufficiale per la confidenza sapendo che questi aveva avuto rapporti conflittuali sia con Sottili che con Gosciu, quindi essendo certo di trovare in lui un «alleato». Angeli e Masi, molto preoccupati per la decisione di non sequestrare il papello, decisero di far filtrare la notizia sulla stampa.

Totò Riina
Totò Riina

CONTATTI CON LA STAMPA - Una mossa che, secondo loro, avrebbe «costretto» i magistrati a convocarli e gli avrebbe consentito di rivelare all'autorità giudiziaria una circostanza che ritenevano inquietante. Nel giugno del 2006 Masi, insieme a un altro sottufficiale, contattò allora il giornalista dell'UnitàSaverio Lodato proponendogli un appuntamento con un collega, ma non facendogli il nome di Angeli, e dicendogli di essere intenzionati a dargli una notizia importante. Al cronista chiesero però la garanzia della pubblicazione del pezzo. Dopo la testimonianza di Masi, controesaminato dal legale di Mori, l'avvocato Basilio Milio, che ha messo in luce che il teste è sottoposto a un procedimento penale per falso materiale e che è stato «piu volte trasferito», ha cominciato a deporre Lodato.  

(Fonte Ansa)
Redazione online
21 dicembre 2010



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Scrisse "La guida del pedofilo", arrestato dalla polizia in Florida

La Stampa


Il libro era stato messo in vendita da Amazon e poi subito ritirato






La polizia del Colorado, nell’ovest degli Stati Uniti, ha arrestato ieri l’autore di una ’Guida del pedofilo', che era stata messa in vendita da Amazon e che, dopo aver scatenato una bufera di critiche, il colosso dell’e-commerce aveva poi ritirato in tutta fretta dal catalogo di e-book destinati al lettore Kindle.

Lo ha reso noto la polizia della Florida. Philip Greaves, 47 anni, è stato fermato dalla polizia di Pueblo, a sud di Denver, in virtù di un mandato d’arresto emesso dalle autorità della contea di Polk, come ha precisato un comunicato dell’ufficio dello sceriffo di questa contea situata circa 400 km a nord ovest di Miami.

Greaves è accusato di aver distribuito materiale pedopornografico, precisa il comunicato dello sceriffo della contea di Polk, che ora cerca di ottenere l’estradizione dell’arrestato verso la Florida. ’The pedophilès guide to love and pleasure' (’la guida del pedofilo all’amore e al piacere') firmata Philip R. Greaves, era stata pubblicata a spese dell’autore e messa in vendita lo scorso novembre.



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Ndrangheta e politica, appalti per voti 12 arresti: c'è anche un consigliere Pdl

Il Mattino

L'ordinanza eseguita dai carabinieri e dai Ros all'alba in Calabria. Le accuse: associazione mafiosa e corruzione elettrorale                    


REGGIO CALABRIA (21 dicembre) - I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria e del Ros hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip nei confronti di 12 persone indagate per associazione mafiosa e corruzione elettorale aggravata dalle finalità mafiose. L'indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca della 'ndrangheta in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale. Al centro dell'indagine gli incontri tra il boss Giuseppe Pelle ed alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla 'ndrangheta illecitamente raccolti avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l'aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici ed altri favori.


Nell'operazione dei carabinieri, che è tuttora in corso, denominata «Reale 3» e sulla quale filtrano al momento pochissime indiscrezioni, sono stati arrestati anche esponenti politici. Quattro candidati al Consiglio regionale della Calabria nelle elezioni del marzo scorso sono stati arrestati nell'operazione dei carabinieri in cui è finito in manette il consigliere regionale del Pdl Santi Zappalà. Si tratta di Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria, tutti del centrodestra.




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Pizzo di Natale, il clan dei casalesi batte cassa: otto arresti nel Casertano

Il Mattino





CASERTA (21 dicembre) - I carabinieri del reparto territoriale di Aversa stanno dando esecuzione a provvedimenti restrittivi in carcere nei confronti di affiliati del clan 'dei casalesi' - gruppo Schiavone. I reati ipotizzati dagli inquirenti sono associazione per delinquere di stampo camorristico e concorso in tentate estorsioni continuate e aggravate dal metodo mafioso confronti numerosi imprenditori e commercianti della provincia di Caserta che in talune occasioni sono stati minacciati e percossi. È quanto si apprende da una nota dei carabinieri di Aversa. Otto le persone tratte in arresto, per il 'pizzo di natale', le cui indagini sono state coordinate dalla procura della repubblica, direzione distrettuale antimafia, di Napoli.




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Napoli, decapitato il clan Di Lauro Blitz antidroga dei carabinieri: 8 arresti

Il Mattino





NAPOLI (21 dicembre)- I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, nel corso di un blitz ancora in corso, hanno sottoposto a fermo otto esponenti di spicco del clan camorristico dei «Di Lauro», operante nell'area Nord del capoluogo campano. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione, spaccio e traffico di stupefacenti e detenzione e porto abusivo di armi da fuoco aggravati dal metodo mafioso.

Con il blitz - frutto di indagini dei carabinieri di Napoli e del Ros, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli - sono finiti in carcere i vertici del clan cui era demandata la gestione sul territorio del traffico e dello spaccio di stupefacenti: gli otto personaggi controllavano le «piazze di spaccio» nel quartiere di Secondigliano. Nella zona controllata dagli arrestati veniva venduta cocaina, kobrett, hashish e marijuana ad acquirenti provenienti da tutt'Italia.




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Addio a Bearzot, il ct campione del mondo

Corriere della sera


Vinse il Mondiale di Spagna nel 1982. Aveva 83 anni






MILANO - È morto Enzo Bearzot. Il mitico commissario tecnico campione del mondo in Spagna nel 1982. Aveva 83 anni. Friulano d'origine, giocò da mediano anche nell'Inter, prima di allenare con Rocco, Fabbri e Bernardini. Alla guida della Nazionale dal 1975, conquistò il quarto posto ad Argentina '78 e vinse il Mondiale quattro anni dopo. Prima di diventare allenatore della naizonale è stato anche giocatore vestendo le maglie di Pro Gorizia, Inter, Catania e Torino.

LA BIOGRAFIA - Enzo Bearzot era nato ad Aiello del Friuli il 27 settembre 1927.

Redazione online
21 dicembre 2010



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La vedova accusa "Lo hanno tradito due volte"

La Stampa

«Il governo non ha mai voluto cercare la verità»






GUIDO RUOTOLO

ROMA


Rosa Villecco Calipari, è colpita dalle rivelazioni di Wikileaks secondo cui il governo Berlusconi avrebbe impedito che si costituisse la commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di suo marito, Nicola Calipari?
«Devo essere sincera? No. Al di là del cablo dell’ambasciatore Mel Sembler a Washington, da sempre abbiamo saputo che il governo italiano non avrebbe premuto il piede sull’acceleratore, alla ricerca della verità sulla morte di mio marito».

Sin dai tempi della doppia relazione, americana e italiana, sull’episodio del conflitto a fuoco a pochi metri dall’aeroporto di Baghdad?
«Ricordo che la sera prima che fosse pubblicato, il direttore del Sismi, Niccolò Pollari, e il capo di gabinetto mi portarono una copia della relazione. La lessi e lanciai in aria le pagine finali di quella relazione. Rivolgendomi a Pollari, dissi: "Avete tradito Nicola..."».

Un rapporto non del tutto assolutorio degli americani....
«Sa, il punto è la conclusione dell’inchiesta italiana, che ha accertato che non si trattò di omicidio volontario... Per il resto, concordo nel ritenere quella ricostruzione abbastanza onesta».

Anche il processo fu deludente?
«Esito pilatesco. La corte ha stabilito il non luogo a procedere per difetto di giurisdizione. Ed è stata la seconda volta che Nicola è stato ucciso nel nome del popolo italiano. Non si è voluto fare il processo, sentire testimoni, pretendere la collaborazione degli americani».

Giuliana Sgrena, la giornalista del "manifesto" sequestrata a Baghdad, che Nicola Calipari andò a liberare, chiede una commissione parlamentare d’indagine. Lei è d’accordo?
«No, per carità. Ho visto come sono finite le commissioni d’inchiesta parlamentari... i miei figli hanno diritto a vivere serenamente...».





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E Rifondazione dà consigli su come occupare le scuole

Il Tempo

Un manuale dei Giovani Comunisti a uso degli studenti in lotta. Nel fascicolo anche le sentenze utili per essere scagionati. In caso di problemi il gruppo giovanile offre assistenza legale.


La


Il vademecum dello studente contestatore è servito. Anzi, per essere corretti, «la cassetta degli attrezzi dello studente» è pronta per essere messa nelle mani di tutti coloro che, come riporta la prefazione al testo firmata dai Giovani Comunisti, il gruppo giovanile di Rifondazione Comunista, «vogliono incidere all'interno delle dinamiche che gravitano attorno al mondo della scuola». Una cassetta degli attrezzi che non contiene né martelli né, tantomeno, tenaglie ma che, come continua la prefazione, «risponde con immediatezza alle necessità cognitive dei rappresentanti degli studenti, di chi fa politica in un collettivo, di chi vorrebbe crearne uno e non sa come, di chi vive la scuola come un disagio, ma non riesce ad esprimerlo». Sette paragrafi, nove pagine, un titolo che invita «allo studio e alla lotta» e un logo di Rifondazione in bella mostra. Così si presenta il vademecum che illustra quali sono gli organi colleggiali della scuola, come funzionano le assemblee, racconta i diritti e i doveri elencati nello statuto delle studentesse e degli studenti ma, soprattutto, spiega come crare un collettivo studentesco, come organizzare un presidio o una manifestazione e, ancora più interessante, come occupare una scuola senza rischiare di essere denunciati. Insomma, un furbo inno alla disobbedienza.

«L'occupazione si configura come uno dei metodi di mobilitazione e protesta maggiormente utilizzati nel corso degli anni da parte degli studenti» riporta la nota. E continua: «Prendere possesso dell'Istituto, tuttavia, compèorta dei rischi e delle responsabilità a carico degli studenti impegnati nella mobilitazione. da precisare che eventuali ripercussioni non sono ricondotte in alcun modo ai rappresentanti d'Istituto o ai Collettivi presenti nello stesso, i quali non sono legalmente responsabili dell'azione di protesta». I Giovani Comunisti incitano alla contestazione ma al tempo stesso cercano gli appigli giuridici per non cadere vittime delle proprie proteste.

E così se da una parte fanno l'elenco dei possibili reati come «l'invasione di terreni o edifici , (art. 633 c.p.) e l'interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità (art. 340 c.p.)», dall'altra riportano le sentenze a cui fare appello: «Con sentenza del 30 marzo 2000 la II sezione della Corte di cassazione è intervenuta sul punto statuendo che "non è applicabile l'art. 633 alle occupazioni studentesche perché tale norma ha lo scopo di punire solo l'arbitraria invasione di edifici e non qualsiasi occupazione illegittima. (...) L'edificio scolastico, inoltre pur appartenedo allo Stato, non costituisce una realtà estranea agli studenti, che non sono dei semplici frequetatori, ma soggetti attivi della comunità scolastica e pertanto non si ritiene che sia configurato un loro limitato diritto di accesso all'edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l'attività scolastica in senso stretto"». E se qualcosa dovesse andare storto? Nessun problema. «I Giovani Comunisti, come si legge alla fine del paragrafo, offrono assistenza legale agli studenti che ne fanno richiesta».



Alessandro Bertasi

21/12/2010





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Sicurezza stradale, manifesti choc a Limena pagati con le multe

Il Mattino di Padova


La nuova campagna voluta dall'assessore Barichello e approvata dal comando dei vigili. "Fermare la strage tra i giovani e i comportamenti scorretti di chi porta i figli a scuola". E ancora: "Non si tratta di sfuggire a una multa ma di salvare la vita ai propri figli"



di Cristina Salvato LIMENA. Messaggi forti per invitare a essere prudenti alla guida: da ieri sulla grande rotatoria all'ingresso di Limena campeggia un cartellone stradale con un bicchiere da cocktail. Dentro, al posto dell'oliva, una macchina accartocciata, reduce da un incidente stradale. Lo slogan eloquente invita a gustarsi la vita e a non bere se si deve guidare.

Senz'altro più forte l'impatto che avrà un altro manifesto: dopo le vacanze natalizie sarà issato davanti alle scuole e raffigurerà un bimbo che sorride da una lapide. Finito al cimitero perché non viaggiava legato al seggiolino. Il manifesto è in via di definizione ma il messaggio che passerà sarà appunto questo.

Messaggio nel messaggio: questa campagna sulla sicurezza stradale è stata pagata con i soldi delle multe.

«Da sempre mi impegno per la sicurezza stradale e ho pensato che a fianco dell'educazione nelle scuole occorresse un messaggio forte per chi guida - spiega l'assessore alla Sicurezza, Jody Barichello, ideatore dell'iniziativa, realizzata poi dal grafico Fabio de Agostini -. Gli incidenti stradali sono la principale causa di morte nei giovani: una strage che bisogna fermare. Ma i comportamenti scorretti li adottano anche le madri che portano i figli a scuola».

Mamme indisciplinate e mica poco, dal momento che almeno una ventina sono state quelle pizzicate recentemente dai vigili durante i loro controlli. Le scuse sono sempre le stesse: «Il bambino piange e non ne vuole sapere di rimanere legato», oppure «devo fare solo pochi metri di strada e guido con attenzione». Una mamma, che portava il figlio seduto davanti e senza cintura né seggiolino, è arrivata persino a farlo accucciare sul tappetino nel fondo dell'auto, tentando così di sfuggire ai controlli dei vigili.

«Non si tratta di sfuggire a una multa ma di salvare la vita ai propri figli - precisa il comandante della polizia locale, Alessandro Crivellari -. Essere prudenti alla guida non mette al riparo dalla probabilità di venire urtati da altre vetture: se i bambini non sono legati, prendono letteralmente il volo e rischiano di morire». Ecco perché anche il comandante ha accolto l'idea del cartello con la tomba del bambino, da collocare davanti alle scuole.

L'impatto sarà sicuramente forte, ma è l'unico modo per far passare il messaggio.



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La strategia degli universitari Aggirare la zona rossa e confondere la polizia

Il Tempo


Il grido lanciato nell'assemblea all’aula I della facoltà di Lettere della Sapienza: "Blitz ai ministeri". Mercoledì il corteo a Roma. La lunga giornata di passione comincerà alle ore 9.30 in piazzale Aldo Moro.


video

La sindrome dell'infiltrato malattia infantile della Sinistra

Il Tempo


Le false verità dei quotidiani vicini all'opposizione. I partiti che si richiamano al vecchio Partito comunista italiano hanno poca fantasia. Quando devono giustificare gli scontri in piazza tirano sempre in ballo la vecchia formula dell'infiltrato.


Il giovane con la pala scambiato per infiltrato


Il centrosinistra e la teoria dell'infiltrato. I partiti che si richiamano al vecchio Partito comunista italiano hanno poca fantasia. Quando devono giustificare gli scontri in piazza tirano sempre in ballo la vecchia formula dell'infiltrato. Era successo anche ai tempi delle Brigate Rosse, quando i terroristi di sinistra venivano definiti come eterodiretti dalla destra e dai servizi. I giornali vicini al centrosinistra non hanno fatto altro che rilanciare questa antica teoria. La prima a lanciare il sasso nello stagno è stata la capogruppo al Senato del Pd Anna Finocchiaro, sostenuta dal Comunistissimo Oliviero Diliberto. Il 16 dicembre, due giorni dopo gli scontri, su "l'Unità" Massimo Solani spiega la dinamica sulla nascita delle leggenda dell'infiltrato con la paletta del ministero dell'Interno: «Un'accusa pesante fondata, a quanto si dice nei corridoi del Senato, da alcune segnalazioni arrivate direttamente agli uffici del Pd». Ma ancor prima che il ministro dell'Interno Maroni intervenga in aula, "l'Unità" risponde agli interrogativi aperti dai sospetti della Finocchiaro: «Difficilmente, però, in quella sede, troveranno risposta i molti dubbi ed interrogativi allarmati che in tutta la giornata di ieri si sono rincorsi in rete attraverso blog e social network».


In questa gara per individuare l'infiltrato si distingue "Il Secolo d'Italia", che dedica un ampio servizio di una pagina sul tema con un titolo a caratteri cubitali: «Ma chi è quello con la pala? Dalle foto dei tumulti a Roma spunta uno strano studente...». I puntini del titolo lasciano pochi dubbi ai sospetti avanzati dal quotidiano finiano. Nel servizio del 16 dicembre, il giornale di Futuro e libertà spiega che «nulla impedisce di pensare, quindi, che se ci sono state infiltrazioni le stesse smentite apparse sul portale di Indymedia siano a loro volta dei depistaggi». Infatti, "Il Secolo" punta l'obiettivo su un video sospetto apparso su YouReporter nel quale il ragazzo con la giacca beige partecipa agli scontri senza «mai picchiare un poliziotto».


"Il Riformista" definisce il sospetto sugli infiltrati come "la domanda del giorno", ricordando che la Guardia di Finanza ha comunicato martedì, in una nota, la presenza di agenti in borghese sul luogo degli scontri. "Il Riformista" ritiene che alcune foto apparse il giorno degli scontri «non possono non far discutere». Il quotidiano "la Repubblica" del 16 dicembre non crede alle smentite degli organi preposti all'ordine pubblico: «Arriva una prima, parziale, precisazione della questura di Roma, che non smentisce in assoluto la presenza di agenti provocatori». Da questo coro di sospetti si dissocia a sorpresa "Europa". Sulla prima pagina del 16 dicembre, il giornale invita il Pd a non seguire linea dell'infiltrato: «I miti sulle infiltrazioni li lasci in archivio». Per accreditare la tesi dell'infiltrato, "l'Unità" mobilita lo psichiatra Luigi Cancrini. Il 17 dicembre l'ex parlamentare del Pdci spiega ad un lettore del giornale della De Gregorio: «L'idea che la manifestazione di martedì a Roma sia stata fatta degenerare da alcuni infiltrati non è, purtroppo, un'idea peregrina». La conclusione dello studioso è questa: «Gli infiltrati vengono fuori proprio in queste situazioni ed eccoli lì. Sbagliato pensarlo?». I fatti hanno dimostrato di sì.


Lanfranco Palazzolo

21/12/2010





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Per la sinistra questa pistola sarebbe solo uno zainetto

Il Tempo


Dopo la denuncia de Il Tempo gli autori del volantino sostengono che l’arma non c’è.  "È pura calunnia Chiunque può verificare che si tratta della cinghia di uno zainetto".


Il volantino dei Giovani comunisti su cui si intravede il disegno di una pistola in una fondina


Comunisti giovani ma miopi. I militanti di Gc, infatti, sono gli unici a non vedere nel loro volantino pubblicato ieri sulla prima pagina de Il Tempo una pistola spuntare dalla fondina che cinge le spalle di una sorridente ragazza asiatica con la stella rossa sul petto.

«È pura calunnia - scrivono sul sito del movimento politico Simone Oggionni e Anna Belligero - Chiunque può verificare che si tratta della cinghia di uno zainetto». Anche armati di una buona lente di ingrandimento o «zoomando» al massimo i pixel dell'immagine in questione con un buon programma di grafica digitale, però, è francamente impossibile riconoscere una cinghia. Passino i lacci di cuoio sulle spalle della ragazza che possono far pensare a uno zainetto, ma il calcio della pistola che spunta dall'ascella non lascia spazio a ulteriori interpretazioni. «Chi vede un'arma che non esiste è soltanto smanioso di trovare argomenti per sostenere la posizione repressiva, violenta e antidemocratica del governo», recita la nota del movimento di sinistra. Che si proietta in una plateale quanto impossibile arrampicata sugli specchi: La fibbia si vede a destra e non a sinistra soltanto perché a destra il braccio è leggermente discosto». Ma se fosse il calcio di una pistola si troverebbe nella poszione giusta per essere afferrato con la mano più forte, la destra.

«Una pistola lì non potrebbe starci - azzardano gli autori della nota pubblicata sul sito - Considerando le dimensioni si tratterebbe di un'arma inverosimile con una canna lunghissima». Non è che la premiata ditta Oggionni e Belligero vuole fare concorrenza alla Beretta e ridefinire le "regole aure" della costruzione di armi? Impossibile, perché i giovani rivoluzionari non ci stanno a passare per facinorosi. «I nostri compagni - si legge ancora - sono parte del vero movimento contro la violenza della riforma e del governo. Ma se occupare scuole, tetti, strade e binare è violento, allora sì: siamo violenti anche noi». Il revolver della ragazza non lo sappiamo. Ma la difesa dei Giovani Comunisti sicuramente fa cilecca.



Davide Di Santo

21/12/2010





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Ecco il piano di battaglia degli studenti

Il Tempo


Aggirare la zona rossa, confondere la polizia e assaltare i ministeri. Queste le linee guida della manifestazione di domani degli universitari. In piazza i nuclei flessibili della polizia.



Ignorare i divieti. «Dribblare» la zona rossa. Creare diversivi e confondere le forze dell’ordine. Blocco delle strade. Poi l’assedio ai Palazzi del potere. Non solo Montecitorio e Palazzo Madama ma anche i ministeri. Coinvolgimento dei sindacati. Sciopero generale. E a gennaio l'accerchiamento del dicastero della Pubblica Istruzione in viale Trastevere. È il piano degli studenti de La Sapienza. L'esordio domani con il corteo che sfilerà a Roma contro il ddl Gelmini. Appuntamento: ore 9.30 in piazzale Aldo Moro. La strategia degli universitari è un grido lanciato dall'aula I della facoltà di Lettere, in un lunedì pomeriggio che mette in scena la maratona delle riunioni degli studenti. A parlare è Luciano, del colletivo «Ateneinrivolta». È lui a gestire l'assemblea di Ateneo. Quella finale. Luciano è colui che in gergo studentesco è chiamato «comunicatore». Tratta. Accoglie proposte. Rilancia. E indica la strada ai «compagni». Il tono è deciso. Di chi è pronto a mettersi alla testa della manifestazione di domani, una settimana dopo la guerriglia urbana che ha devastato il centro della Capitale. «Il 22 - esordisce - è un'occasione per ribadire che la nostra non è una lotta in difesa dell'esistente, che anche se la riforma Gelmini non passa le nostre condizioni di vita sono comunque messe in pericolo da questo governo. Vogliamo rilanciare la necessità di un conflitto sociale più ampio». I trecento tra i banchi dell'aula lo ascoltano in silenzio.

 
«Per tre mesi ininterrotti - spiega il "comunicatore" - abbiamo assediato Montecitorio e Palazzo Madama. Adesso la nostra necessità è rilanciare una prospettiva più ampia anche dicendo chiaramente che della zona rossa che stanno imponendo loro (le forze dell'ordine, ndr) noi ce ne freghiamo alla grande. La aggireremo, perché il clima da G8 che stiamo vivendo ci imbottiglia solo nel discorso "zona rossa sì zona rossa no". Noi da questo imbuto dobbiamo uscirne». I «compagni» battono le mani. Ed è a questo punto che il "comunicatore" detta la linea. L'obiettivo è creare un «effetto sorpresa». «Un modo - urla ai suoi - è puntare anche su altri obiettivi. Dobbiamo spiazzare le forze dell'ordine e tutto il sistema mediatico. Assedieremo altri Palazzi, come ad esempio il ministero della Pubblica Istruzione perché è da lì che adesso passa la diretta applicazione della riforma Gelmini.

Dopo aver snobbato per molto tempo quel Palazzo adesso dobbiamo ricominciare a puntarlo. L'altra necessità è iniziare a parlare dello sciopero generale. È incredibile: siamo l'unico Paese dell'Unione europea che non ha fatto un'ora di sciopero generale. È incredibile che gli studenti siano l'unico motore sociale, anche se dobbiamo dire che il 14 dicembre c'erano anche quelli di Terzigno e dell'Aquila. Ma resta il fatto che siamo un po' troppo soli e troppo avanti rispetto agli altri». Avanti soprattutto «al sindacato di questo Paese. Quindi - spiega Luciano - un'altra idea è pungolare la Cgil per portarli in piazza già il 22 dicembre». Giorni in cui i manifestanti proveranno anche «a fare dei blocchi stradali come segno di protesta pacifica. Dobbiamo scardinare il clima di terrore che si sta creando intorno a questo corteo. La vera violenza è quella che sta dalla parte di un governo che consente quello che sta succedendo sul corpo dei migranti, delle donne, dei morti sul lavoro, nelle discariche, sui tagli, i licenziamenti. E questo lo dobbiamo dire col sorriso sulle labbra».

 
Ma la loro paura è assistere a un corteo «magro», in cui la partecipazione è bassa. Gli universitari fuori sede, in queste ore, stanno ripartendo verso casa per passare le vacanze di Natale in famiglia. E i giovani liceali sono frenati dai genitori che, visti gli scontri in piazza della settimana scorsa, mettono il veto alla loro adesione. In più di un'assemblea di facoltà emerge una paura: si teme un flop. Anche per questo i "comunicatori" de La Sapienza ripetono allo sfinimento l'importanza di esserci domani con megafoni e striscioni. In attesa, già oggi fioccheranno le prime iniziatove studentesche nella Capitale.

 
Il centro storico sarà «presidiato» da piccoli gruppi che parleranno alla gente in strada intenta a fare shopping e distribuiranno volantini. Cinque ragazzi in sciopero della fame, assieme ai loro sostenitori di abbiamofamedicultura.splinder.com, terranno una lezione sulla riforma nel pomeriggio a Campo de' Fiori. Alle 16, in piazza Montecitorio, andrà invece in scena un flash mob. Un po', fanno sapere gli studenti, per prendere in giro il presidente dei senatori del Pdl Maurzio Gasparri, che parla di manifestazioni frequentate da potenziali assassini. Un po' per ammorbidire i toni della protesta. In attesa di domani, quando la strategia decisa ieri in assemblea vedrà semaforo verde.



Fabio Perugia

21/12/2010





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Travolto e trascinato da un camion per 90 km: morte orribile sulla A1

Il Mattino



ROMA (21 dicembre) - Un romeno di 42 anni è stato investito ed ucciso da un autocarro con bisarca ed il corpo è stato trascinato per 90 chilometri sull'autostrada A/1 Milano-Napoli. Il corpo dell'uomo è stato dilaniato e pezzi di cadavere sono rimasti sull'asfalto nel tratto compreso tra Colleferro, in provincia di Roma, e Monte San Savino in provincia di Arezzo. L'incidente è avvenuto al chilometro 594 tra Colleferro ed Anagni quando il romeno, sceso dal suo furgone, è stato travolto dall'autocarro il cui conducente non si sarebbe accorto di nulla trascinando il cadavere per 90 chilometri, fin quando la polizia stradale lo ha fermato nei pressi Monte San Savino in provincia di Arezzo.





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Finta roccia nasconde una telecamera Continua la "spy war" Israele-Hezbollah

Corriere della sera


Il device scoperto su un'altura che guarda la valle della Bekaa. Controllava la via delle armi dalla Siria



Giallo sul ritrovamento:potrebbe essere solo propaganda dei guerriglieri filo-iraniani



La finta roccia che celava una telecamera spia, rinvenuta in Libano
La finta roccia che celava una telecamera spia, rinvenuta in Libano
WASHINGTON – Una roccia di colore grigio. Era incastonata su un’altura che guarda la valle libanese della Bekaa. Ma non era quello che sembrava: all’interno di un guscio in fibra di vetro, modellato come una roccia, c’era un sofisticato apparato di spionaggio. I guerriglieri filo-iraniani dell’Hezbollah hanno annunciato di averlo scoperto pochi giorni fa e ne hanno segnalato la presenza all’esercito libanese. Il sistema sarebbe stato in grado di monitorare una zona usata dai miliziani per il training e un’importante rotta seguita dai camion che portano armi dalla Siria all’Hezbollah. Nelle vicinanze è stato poi individuato un secondo apparato. Conteneva una videocamera, poteva trasmettere immagini, ricevere segnali e disponeva di un laser per “illuminare” bersagli.


GUERRA DI SPIE - La notizia della scoperta è solo l’ultimo episodio nella guerra di spie che si combatte in Libano. Da mesi l’Hezbollah e le autorità locali annunciano arresti di «talpe» al servizio di Israele. Alcune sono fondate, altre invece appaiono strumentali. I guerriglieri filo-iraniani vogliono dimostrare che il Libano è infiltrato dal Mossad, così come gli apparati di comunicazione. A cominciare dai telefoni. Una denuncia legata alla possibile incriminazione da parte del tribunale internazionale di alcuni dirigenti del movimento sciita. Personaggi di spicco sospettati di aver organizzato l’omicidio dell’ex premier Hariri e collegati all'attentato da una serie di cellulari. Sostenendo che il network telefonico è infiltrato, l’Hezbollah vuol dimostrare che quelle accuse sono state manipolate. Sarebbe stato interessante ascoltare il parere di chi ha svolto quelle ricerche – un coraggioso ufficiale libanese – ma lo hanno fatto fuori con una carica esplosiva.


REAZIONI OPPOSTE - Le rivelazioni sulla roccia-spia hanno suscitato reazioni opposte in Israele. Qualche esperto non ha dimostrato sorpresa: è scontato che la nostra intelligence – ha dichiarato – impieghi informatori e mezzi sofisticati. Altri hanno ipotizzato una mossa propagandistica dell’Hezbollah. E non hanno escluso che possa trattarsi di apparati lasciati da Israele dopo il ritiro dal Libano. Sulla «scatola magica» c’era una targhetta con riferimenti ad una società israeliana: da Gerusalemme è trapelata l’indiscrezione che la compagnia operava negli anni ’70. Ma potrebbe essere anche questa una versione di comodo. Un «tecnico» si è poi chiesto se l’impianto fosse dotato di un meccanismo di autodistruzione. Lo stesso che ha ridotto in frammenti, numerosi sensori, nel Libano sud nell’arco degli ultimi mesi. Fonti locali, a questo proposito, hanno sostenuto che caccia israeliani avrebbero incenerito con un raid un terzo apparato nei pressi della città costiera di Sidone.


Guido Olimpio
21 dicembre 2010

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Wikileaks, gli Usa sul caso Calipari: «Governo italiano bloccherà indagini»

Corriere della sera

Il cable dell'ambasciata a Roma: il governo Berlusconi voleva «lasciarsi alle spalle» la vicenda

LA FIRMA DI SPOGLI NEL DOCUMENTO DEL MAGGIO 2005
Wikileaks, gli Usa sul caso Calipari: «Governo italiano bloccherà indagini»
Il cable dell'ambasciata a Roma: il governo Berlusconi voleva «lasciarsi alle spalle» la vicenda


MILANO - Il rapporto italiano sulla tragica morte di Nicola Calipari in Iraq, almeno nella parte che definiva l'uccisione non intenzionale, era costruito «specificatamente» ad evitare ulteriori inchieste della magistratura italiana, e il governo Berlusconi voleva «lasciarsi alle spalle» la vicenda, che comunque non avrebbe «danneggiato» i rapporti bilaterali con Washington. Lo si legge in un cable siglato dall'ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, del maggio 2005.

GOVERNO BLOCCHERA' ALTRE INDAGINI - «Il governo» italiano «bloccherà i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini» sulla tragica morte malgrado vi siano già delle precise richieste delle opposizioni in proposito. Lo si legge in un altro 'cable' datato 3 maggio 2005 sempre a firma dell'allora ambasciatore americano a Roma Mel Sembler il giorno dopo aver incontrato a Palazzo Chigi, tra gli altri, Gianfranco Fini (all'epoca ministro degli Esteri), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta e il capo del Sismi Niccolò Pollari per discutere del rapporto italiano sulla vicenda. Il documento è stato diffuso dal Guardian, media partner di Wikileaks.


FINI-LETTA-POLLARI - I vertici dell'ambasciata Usa furono convocati il 2 maggio 2005 dall'ufficio del premier per ricevere in anticipo il rapporto italiano sul caso Calipari. «Presenti all'incontro - riferisce il 'cable siglato da Sembler - il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, il sottosegretario Gianni Letta, l'ambasciatore negli Usa Gianni Castellaneta, il capo del Sismi Nicolò Pollari, alcuni dei loro consiglieri, e due commissari, il diplomatico Cesare Ragaglini e il generale del Sismi Pierluigi Campregher. Berlusconi non era presente, e non sarà a Roma fino a domani». Il 5 maggio, il premier Berlusconi sarebbe intervenuto in Parlamento per discutere il rapporto: «Sarebbe meglio che il presidente George W. Bush lo chiamasse il giorno prima, in modo che lui possa dire in Parlamento di aver discusso la questione con il presidente».
Nel rapporto, notano gli americani, si afferma tra l'altro che «gli investigatori italiani non hanno trovato prove che l'omicidio è stato intenzionale: questo punto è stato 'designed specifically' (costruito specificatamente) per scoraggiare altre indagini della magistratura, visto che per la legge italiana possono aprire inchieste sulla morte di cittadini italiani all'estero, ma non in caso di omicidio non intenzionale (Nota: i nostri contatti hanno messo in guardia che i magistrati italiani sono famigerati per forzare queste leggi ai loro scopi, quindi resta da verificare se la tattica del governo italiano avrà successo)». «Il rapporto è stato scritto avendo i magistrati in mente», scrive ancora Sembler.

UNA SOLA MACCHINA COLPITA? - In un dispaccio successivo del 9 maggio 2005, in cui commenta l'intervento del premier Silvio Berlusconi alla Camera e al Senato sul rapporto italiano sulla vicenda, l'ambasciatore Mel Sembler aggiunge che l'Italia è «determinata» a «evitare critiche» al ruolo svolto da Nicola Calipari, fatto che ha portato il governo di Roma a ignorare una questione «fondamentale»: «Perchè solo una macchina su 30 passate per il check point è stata colpita dal fuoco?».

GIULIANA SGRENA - Il Parlamento italiano «riapra» il caso Calipari. È la richiesta fatta da Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto gravemente ferita nell'attentato in cui perse la vita il funzionario del Sismi il 4 marzo del 2005. «Solo il Parlamento può riaprire il caso e rendere onore alla memoria di un servitore dello Stato».

Redazione online
20 dicembre 2010

Il fondatore dei fasci napoletani «rinasce» nel tunnel borbonico. Con tanto di fanfara

Corriere del Mezzogiorno

Nella cavità di Monte di Dio riassemblata la statua del comandante della marcia su Roma nel 1922


NAPOLI - L'avevano trovata sotto 40 metri cubi di detriti e fango, smembrata, durante lo scavo del tunnel borbonico, da poco aperto al pubblico con ingresso da vico del Grottone a Napoli. Parliamo della statua di Aurelio Padovani, comandante della marcia su Roma, che presentò Mussolini al San Carlo nel ’22 ai napoletani e subito dopo fu dimissionario dal partito fascista per ben tre volte. Il monumento è ciò che resta di un mausoleo funebre che si ergeva in piazza Santa Maria degli Angeli a Monte di Dio. Il complesso, inaugurato nel 1934, fu progettato da Marcello Canino e scolpito da Carlo de Veroli con la collaborazione di Guglielmo Roherssen. Caduto il duce, nel tentativo di far sparire ogni emblema fascista da Napoli, il monumento fu distrutto e gettato nelle cavità al di sotto di via Gennaro Serra.


Singolare e «da romanzo» la vita di Padovani, nato a Portici nel 1888 e fondatore del Fascio napoletano il 4 agosto 1920 con l’avvocato Miranda e il capitano Navarra degli Arditi. Nel fascismo Padovani ricoprì anche il ruolo di sindacalista e nel '22 fece cessare uno sciopero portuale che durò sei mesi. Il giorno della sua morte, 16 giugno 1926, era la ricorrenza del suo onomastico. Il comandante si era affacciato con un gruppo di amici dal suo balcone di Santa Lucia, in via Orsini, che crollò all'improvviso uccidendo lui e altre sette persone.

Padovani fu soprattutto uno storico capitano dei bersaglieri. Per questo motivo, venerdì 18 dicembre all’interno del tunnel borbonico si è svolta una manifestazione commemorativa con la fanfara della brigata dei bersaglieri della caserma Garibaldi di Caserta, che ha suonato l’inno nazionale di fronte alla statua di Padovani. E' stata scoperta anche una targa commemorativa con la riconsegna ufficiale del labaro dei bersaglieri (insegna militare costituita da un’asta trasversale da cui pendeva un drappo) intestato a Padovani nel 1929. Il labaro fu rubato dall’esercito inglese e successivamente fu dato ad un cappellano inglese che alla sua morte lo lasciò alla zia Caroline Hide, che oggi lo ha riconsegnato.

Nel corso delle celebrazioni, il presidente dell’associazione culturale Borbonica Sotterranea Gianluca Minin e il vicepresidente della stessa Enzo del Luzio sono stati premiati con una medaglia per il lavoro di recupero e valorizzazione del tunnel.

Marco Perillo
20 dicembre 2010

Il killer dormiente terrorizza gli Usa: potrebbe aver ucciso 180 donne

Il Messaggero


Meccanico di 58 anni è accusato di 10 omicidi e sospettato di 30, ma nella sua casa sono state ritrovate migliaia di foto





di Anna Guaita

NEW YORK (20 dicembre) - Lo avevano soprannominato “il killer dormiente” perché era stato ”in sonno” per oltre dieci anni. Ma ora la polizia non ne è più così certa: forse in quegli anni, Lonnie Franklin aveva continuato a uccidere, solo che nessuno aveva collegato gli omicidi a lui.

Il sospetto che il 58enne meccanico di Los Angeles abbia sulla coscienza molti più omicidi che non i dieci di cui è accusato, è sorto quando la polizia è andato ad arrestarlo, e nella cantina della modesta villetta che condivideva con la moglie ha trovato un archivio infinito di foto e video di donne sconosciute. Alcune di queste hanno gli occhi chiusi, come se dormissero: «Ma a me - ha commentato il detective Dennis Kilcoyne - sembrano morte». Dopo aver passato in rassegna migliaia di foto e centinaia di ore di video, la polizia ha deciso due giorni fa di mettere in rete le immagini di 180 donne. L’avvocato difensore ha protestato per questa scelta, e gli stessi investigatori non erano certi che fosse giusto, ma alla fine ha vinto il desiderio di cercare di dare un nome ai volti e capire se negli anni fra il 1988 e il 2002, Franklin non fosse stato tutt’altro che “dormiente” e avesse continuato a uccidere.

La vicenda di Franklin minaccia di diventare una delle storie più orrende degli annali del crimine americano. Finora l’uomo è accusato di dieci omicidi, ma ce ne sono altri trenta dei quali è sospettato, e non si sa quante delle 180 donne di cui ha fatto foto e video “osè” siano diventate anch’esse sue vittime. Nei primi dieci omicidi, in cui le vittime erano prostitute o tossicodipendenti, gli inquirenti sono riusciti a risalire a lui con l’esame del Dna: l’identità genetica dei fluidi lasciati sui corpi corrispondeva alla saliva da lui lasciata su una fetta di pizza. Per recuperare il campione di Dna, un poliziotto si era finto cameriere in una pizzeria, e aveva confiscato gli utensili e la pizza lasciata dall’uomo.

Franklin si dichiara innocente. Ma oltre alla prova del Dna, contro di lui ci sono anche prove circostanziali: ad esempio, negli anni dei primi omicidi l’uomo era impiegato nei servizi di nettezza urbana proprio nella zona in cui vivevano le vittime, e nella sua casa sono stati trovati oggetti che appartenevano a loro - braccialetti, orologi, orecchini, collane. Inoltre sono state trovate varie pistole calibro 25, dello stesso tipo usato negli omicidi.

Da quando le foto delle 180 donne sono state messe on-line dalla polizia, centinaia di famiglie si sono fatte vive. Ma identificare un volto, non significa necessariamente sapere se la persona sia viva. E’ possibile che tutte siano state uccise, dopo che Franklin le aveva convinte a sorridere per la foto e talvolta assumere pose provocanti. Ma Franklin si è trincerato dietro un silenzio totale, e la polizia dubita che riuscirà a chiudere il caso dando un nome a tutte le foto e una sepoltura a tutte le vittime.





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Gli eredi di Peppone e Don Camillo: sindaco e parroco di Brescello dal Papa

Il Messaggero





REGGIO EMILIA (20 dicembre) - Peppone e don Camillo, o per meglio dire i loro «eredi» del ventunesimo secolo, insieme da papa Benedetto XVI. Il parroco e il sindaco di Brescello, quelli che hanno virtualmente preso il testimone dei due celebri personaggi immortalati da Giovannino Guareschi, andranno infatti in udienza insieme, con una delegazione del paese, dal papa il prossimo 26 gennaio. Nell'occasione don Giovanni Davoli, parroco di Brescello, e Giuseppe Vezzani, sindaco del paese della Bassa reggiana, consegneranno al papa, al termine dell'udienza papale del mercoledì in sala Paolo VI, un cofanetto con i film di Peppone e don Camillo, libri su Brescello e Guareschi e un poster tratto da una scena di un film dove Peppone e don Camillo dipingono insieme le statuine del presepe.

Lo ha annunciato il parroco, don Davoli, al termine delle messe del fine settimana, come segnala il Resto del Carlino. La decisione del regalo è stata presa dopo aver saputo che papa Ratzinger sarebbe un estimatore dei vecchi film tratti dai racconti di Guareschi. Oltre a sindaco e parroco, a Roma arriverà una delegazione del paese reggiano a bordo di un paio di pullman. Brescello (paese di circa 5.000 abitanti sulle rive del Po) ospita un museo dedicato a Peppone e don Camillo, con cimeli storici e materiale legato alla produzione cinematografica e letteraria dedicata ai due «eroi» del Mondo Piccolo guareschiano. All'ingresso del museo, che attira migliaia di visitatori all'anno, provenienti anche dall'estero, si ammira il carro armato che appariva nel film del 1955 «Don Camillo e l'onorevole Peppone». Zucchero Fornaciari ha presentato il suo ultimo album proprio nel museo di Brescello, per ribadire le sue radici emiliane.




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Via i pontili privati, diventati abusivi dopo una sentenza del Consiglio di Stato. Ora tocca a Porto Santo Stefano

Corriere della sera



Porto Ercole
Porto Ercole
PORTO ERCOLE (Grosseto) – Gli sfratti annunciati delle barche di vip e di quelle dei comuni mortali sono arrivati. E adesso c’è solo un mese di tempo per togliere i pontili privati ai quali sono ormeggiati mille natanti, diventati improvvisamente abusivi dopo una sentenza del Consiglio di Stato. Dopo lo sgombero sarà indetta una nuova gara di appalto. Sperando di fare presto e non rischiare di vivere l’estate (la prossima) più desolante di Porto Ercole con il porticciolo miseramente deserto.


TSUNAMI DELLE CONCESSIONI - Lo tsunami delle concessioni è dunque arrivato all’Argentario. Ad annunciarlo una lettera che il sindaco, Arturo Cerulli (Pdl), ha spedito a sette concessionari, proprietari dei pontili, di Porto Ercole che da soli gestiscono l’intero business delle barche. Devono sloggiare a causa di una sentenza del Consiglio di Stato che ha dato ragione alla società Marina Management di Leonardo Ferragamo. La Marina Management aveva denunciato irregolarità nelle concessioni demaniali nei tratti di mare dove far galleggiare i super redditizi pontili. Risultato: dopo mezzo secolo le concessioni, ereditate spesso da figli e nipoti, devono tornare libere e assegnate con tanto di gara pubblica, rispettando le norme del libero mercato e le nuove disposizione dell’Unione europea. Ed è solo l’inizio.



PORTO SANTO STEFANO - Il 31 dicembre scadono anche le autorizzazioni a Porto Santo Stefano (qui ci sono altre 600 imbarcazioni) ed anche qui scatta l’obbligo di indire nuove gare e seguire i principi del libero mercato stabiliti dall’Ue. Le concessioni sono un business. Le circa 7 mila euro pagate dai proprietari dei pontili al Comune sono almeno decuplicate (ma c'è chi parla di introiti maggiori) dall’affitto delle imbarcazioni. Posti barca ambitissimi che, una volta affittati, si cerca di mantenere ad ogni costo, proprio come un posto auto nel centro di una metropoli.






VOLTI NOTI - A ormeggiare, nella splendida baia di Porto Ercole, ci sono nomi illustri della borghesia romana e fiorentina, ma anche professionisti, politici, parlamentari. Tra questi il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Rocco Crimi; il vice sindaco di Roma e parlamentare Mauro Cutrufo; Cesare Previti con il suo brigantino «Barbarossa» che questa estate ha accompagnato le presunte spoglie del Caravaggio dando il via alle celebrazioni della scoperta delle ossa del grande Michelangelo Merisi. La lettera di sfratto, poche righe dattiloscritte, è arrivata inaspettata. «Un regalo di Natale al fiele», commentano i concessionari. Ed ha provocato le prime reazioni politiche. Il Pd, partito all’opposizione a Monte Argentario, ha chiesto di discutere il problema durante il consiglio comunale del 22 dicembre e promette battaglia. Il Gruppo di Centro - Alleanza per l’Italia attacca la giunta di centrodestra accusandola di essersi mossa con grave ritardo e di non voler risolvere la situazione. «Critiche strumentali», replica il sindaco Arturo Cerlulli, «siamo stati i primi a sollevare il problema e io stesso ne ho parlato subito dopo il mio insediamento, nell’aprile del 2008. Non è possibile che le concessioni siano da mezzo secolo affidate sempre agli stessi e senza gara. Adesso c’è una sentenza del Consiglio di Stato e normative europee molto precise. Bisogna rispettarle».


Marco Gasperetti
20 dicembre 2010




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