mercoledì 15 dicembre 2010

Lanciata la Soyuz: l'italiano Nespoli nello spazio Verso la Stazione internazionale

Quotidiano.net


Ad assistere alla partenza anche mamma: "Mio figlio è il mio orgoglio più grande". Missione lunga sei mesi: sarà il primo italiano a rimanere nello spazio così a lungo. Comunicherà con la Terra via Twitter e Facebook



Roma, 15 dicembre 2010 - E’ stata lanciata dalla base di Baikonur in Kazakistan la navicella spaziale Soyuz con a bordo Paolo Nespoli, l’astronauta italiano in forza all’Agenzia spaziale europea. La missione MagIsstra porterà sulla Stazione spaziale internazionale, oltre a Nespoli, il comandante russo, Dmitry Kondratyev, e l’ingegnere di volo americano, Catherine Coleman. La Soyuz è prevista attraccare alla Stazione spaziale internazionale alle 21.27 ora italiana di venerdì prossimo. La durata della missione è di 152 giorni ed è la terza permanenza semestrale di un astronauta europeo sulla Stazione spaziale internazionale.




Il prossimo aprile verrà raggiunto da un altro italiano, Paolo Vittori, che sarà imbarcato sulla navetta statunitense 'Endeavour'. Secondo i programmi, resteranno insieme per 12 giorni. Vittori avrà il compito importante di accompagnare e sistemare nella Stazione spaziale lo Spettrometro magnetico Alfa, uno strumento complessissimo.

I FAMILIARI - In prima fila la mamma Maria che si è sciolta in un dolcissimo sorriso. "E' tutto davvero bellissimo. E mio figlio Paolo è il mio orgoglio più grande". Così la donna commenta, emozionatissima, il lancio appena avvenuto. "Lui è arrivato fin lì con un enorme impegno, grazie a una costante fiducia e soprattutto a tanta, tanta gioia nel lavorare", aggiunge. Accanto a lei anche la sorella Antonella, il fratello Raul e la sorella più giovane di Nespoli, Lia. I famigliari più stretti hanno salutato con un applauso il lancio della Soyuz con a bordo il loro congiunto e anche il sindaco della cittadina natale di Paolo Nespoli, Renato Casati, si è alzato in piedi per salutare con un applauso l’avvio della missione di Paolo.

Sempre in prima fila anche le due nipotine di Paolo Iris di 6 anni e Viola di 5 anni con in mano un grande cartello 'hai le ali... vola'. Con questo cartello le bambine hanno salutato a loro volta l’avvio della missione.

LA SCHEDA - Cinquantaré anni, ingegnere dell’Agenzia spaziale europea (Esa), Nespoli nel corso della sua missione dovrà dedicare metà del tempo al mantenimento della Stazione, ovvero alla cura delle strumentazioni necessarie per garantirne il funzionamento. Il tempo restante lo impiegherà per realizzare una serie di esperimenti scientifici. Fra i più importanti vi è quello denominato 'Solar', uno strumento localizzato all’esterno del laboratorio europeo 'Columbus' per raccogliere informazioni sull’attività solare.

Un altro esperimento, detto 'Matroshka' (per via della forma, simile a quella della bambola da cui prende il nome) servirà a studiare come il copro umano assorbe le radiazioni nello spazio. Altre esperienze riguarderanno il comportamento dei fluidi densi in regime di assenza di gravità, e un ulteriore gruppo di ricerche studierà le conseguenze sulla fisiologia umana della prolungata assenza di peso: studi particolarmente importanti, questi, in vista di future missioni pilotate verso altri pianeti.

Un compito del tutto particolare assegnato a Nespoli sarà quello di 'portavoce' della micro-comunità umana a bordo della Stazione spaziale. Attraverso Twitter risponderà a domande inviategli dalla Terra da appassionati, e tramite YouTube manderà filmati in 3D registrati attraverso una videocamera appositamente progettata.






Powered by ScribeFire.

Dolce vita», la bicicletta da spalla leggera, pieghevole e senza raggi

IL Mattino


 

SALERNO (15 dicembre) - Un oggetto destinato a «fare molta strada»: una bicicletta pieghevole con le ruote prive di raggi e un ingombro minimo una volta chiusa tanto da poter essere trasportata in spalla. È il frutto degli studi di Gianluca Sada, un giovane ingegnere di Battipaglia che ha brevettato la sua invenzione. Un progetto selezionato dal ministero della Gioventù nell'ambito del Festival dei Giovani Talenti.

Ventisei anni, laureato in Ingegneria dell'Automobile al Politecnico di Torino, Gianluca Sada è ora alla ricerca di un finanziatore che concretizzi la sua idea innovativa.

«Dolce vita» è il nome che ha scelto per la sua «creatura» perché spera che, appunto, migliori la qualità della vita. «Il progetto può aprire la strada ad un nuovo sistema di mobilità fuori dai classici schemi, ampiamente fruibile e facilmente trasportabile - dichiara il giovane inventore - Lo stile personale e l'estrema versatilità di utilizzo danno dinamicità alla tradizionale bicicletta, oggetto sempre più richiesto in un'era ecosostenibile».




Powered by ScribeFire.

Colpo al casinò di Ocean's Eleven Rapinatore saccheggia il Bellagio di Las Vegas

Il Mattino


Un uomo armato, in apparenza solo, con tuta e casco integrale da motociclista, ha rapinato la scorsa notte il casinò Bellagio di Las Vegas, portandosi via circa un milione e mezzo di dollari (1.127.000 euro circa) in fiches. Lo rende noto la Bbc, che mostra anche spezzoni di filmato, con l'uomo mentre fugge attraverso i saloni dell' albergo-sala da gioco, e fermi immagine del rapinatore con la pistola spianata, ripresi dalle telecamere di sicurezza. Secondo la polizia, potrebbe trattarsi dello stesso autore di una rapina della scorsa settimana a un altro albergo-casinò di Las Vegas, il Suncoast. I gettoni da gioco sono contrassegnati e specifici per ogni casinò e la polizia - citata dalla Bbc - ritiene che difficilmente il rapinatore potrà incassarle fuori dal Bellagio, che è di proprietà della Mgm Resorts.




video


Strani soggetti alle manifestazioni - Roma 14/12/2010 - Infiltrati?

Scontri a Roma, giallo sull'uomo con le manette

La Stampa




Durante le tensioni nel cuore della capitale si nota un uomo "sospetto" con un giubotto marrone e un guanto rosso nella mano destra. Lo si vede di volta in volta con un bidone, con una pala e anche con delle manette. Anche durante l'aggressione al finanziarie ha in mano un manganello e partecipa all'azione. Secondo il popolo viola "è un infiltrato": «Le forze dell'ordine facciano chiarezza sull'accaduto».



Powered by ScribeFire.

Video-choc, i boss infuriati perché le immagini fecero il giro del mondo

Il Mattino



  

NAPOLI (15 dicembre) - Quando circolò la notizia, per molti fu come una doccia fredda. La notizia di quel video terrorizzò la camorra a nord di Napoli, scatenò l’ira dei boss contro alcuni organizzatori dell’agguato , mise in moto un vero e proprio repulisti interno.

Come era stato possibile? Chi aveva dato il via libera a un agguato in pieno giorno, nel cuore di Napoli, senza accorgersi che sul luogo del delitto era fissata una telecamera ben in vista? La colpa - a leggere gli ultimi atti depositati - ricadde sugli uomini del clan Lo Russo, chiamati a curare la logistica di un omicidio filmato in presa diretta e destinato a fare il giro del mondo. Omicidio di Mariano Bacioterracino, in aula vengono depositate le accuse di due nuovi collaboratori di giustizia.

Una possibile svolta nell’inchiesta culminata nella decisione della Procura di diffondere le immagini del killer che fa fuoco e ammazza un vecchio rapinatore della Sanità, quel Mariano Bacioterracino solito trascorrere i suoi pomeriggi all’esterno di una caffetteria di via Vergini. Oggi, al di là delle immagini, ci sono le accuse dei pentiti Biagio Esposito e Carmine Cerrato, nel processo iniziato ieri in assise a carico dell’unico imputato Costanzo Apice. Nuovi atti, nuove rivelazioni.

Mossa a sorpresa del pool anticamorra del procuratore aggiunto Sandro Pennasilico, al termine del lavoro investigativo dei pm Sergio Amato e Enrica Parascandolo. Soldi alla famiglia del presunto killer, ma anche la rabbia per la diffusione di quelle immagini. A parlare è Biagio Esposito, che mette a fuoco un particolare su tutti: il giorno dopo quell’assassinio portai tremila euro alla famiglia di Costanzo Apice, sapendo che si era dato alla fuga dopo il delitto.

Non solo soldi, ce n’è abbastanza anche per ricostruire equilibri e scenario d’insieme. Dichiarazioni che sembrano confermare mandanti e moventi delle indagini condotte dal comando provinciale dei carabinieri del colonnello Mario Cinque: l’undici maggio del 2009, in via Vergini alla Sanità, il 53enne Mariano Bacioterracino sarebbe stato ammazzato per una vendetta consumata a vent’anni di distanza, per il suo (presunto) ruolo nell’assassinio di Antonio Moccia consumato nel corso degli anni Ottanta.

Movente tutto da verificare, che riconduce l’attenzione su una triangolazione criminale: da Afragola ai Sacco-Bocchetti di Secondigliano, che avrebbero offerto i killer per liquidare Bacioterracino, in onore a un’antica alleanza, fino a concordare un interessamento dei Lo Russo di Miano. Sono i cosiddetti «capitoni», chiamati dallo stato maggiore della camorra di Napoli nord ad assicurare un supporto logistico.

Ai Lo Russo - stando al racconto dei due pentiti - toccava fare «l’imbasciata» sulle abitudini della vittima, sull’orario in cui agire, sulle vie di fuga. Contro i Lo Russo si è così scatenata la rabbia per non aver notato la telecamera all’esterno della caffetteria, quanto basta a rendere quel posto come il luogo peggiore per uccidere a volto scoperto. Processo allo start, si muove la difesa. Assistito dai penalisti Michele Caiafa, Claudio Davino e Saverio Senese, l’imputato non ci sta, si dice innocente, estraneo a quelle indagini che lo inchiodano al centro di una scena finita in tv, vista e commentata da tutti, camorra compresa.

Non è lui il killer del berrettino - sostiene - quello che uccide alle spalle, che si allontana in modo serafico. Non è lui a sfoderare un ghigno beffardo mentre guadagna una via d’uscita dai vicoli della Sanità, tanto da sbandierare gli accertamenti antropometrici che lasciano dubbi sulla sovrapposizione di Costanzo Apice alla sagoma del killer inquadrato nel video.

Processo complesso, si parte dalle accuse dei pentiti, che svelano anche il retroscena della partenza del commando da Secondigliano: «Vidi i killer partire dal lotto G, erano due su una moto, più altri due in funzione di appoggio...».











Powered by ScribeFire.

L'aviazione Usa vieta l'accesso ai siti con i cablo di Wikileaks

La Stampa


La decisione è indipendente dalle linee guida del Pentagono
Domani il ricorso della Svezia contro la libertà di Assange.
Nuovi file sulla Timoschenko



L'aviazione americana vieta al proprio personale di accedere dai computer di lavoro a siti come il New York Times, il Guardian, El Pais, Le Monde, Der Spiegel e altre testate on-line che hanno caricato materiali provenienti da WikiLeaks. Chi proverà ad accedere agli oltre 25 siti bloccati vedrà aprirsi la schermata «accesso negato» e l'avviso che l'accesso non autorizzato ai siti dai computer delle forze armate potrebbe essere punito.

Il motivo che ha portato l'aviazione a prendere questa decisione è mantenere segreti i cablogrammi divulgati da Wikileaks senza autorizzazione. L'esercito, la marina militare e i marines non hanno per ora seguito le decisione dell'aviazione. Del resto anche il Dipartimento della Difesa non aveva dato istruzioni del genere, limitandosi a emettere delle linee guida per non scaricare i materiali pubblicati da WikiLeaks e accedere al sito direttamente. Un funzionario della Difesa ha commentato che la decisione dell'aviazione di bloccare l'accesso a siti come il New York Times è frutto di un`interpretazione sbagliata delle linee guida del Pentagono.

Domani il ricorso della Svezia contro la libertà su cauzione concessa ad Assange
Assange libero su cauzione, anche se per ora è ancora in cella. La Svezia, comunque non si arrende. Si terrà domani, infatti, l’udienza in un tribunale britannico che esaminerà il ricorso presentato dagli svedesi contro la libertà su cauzione concessa al fondatore di Wikileaks. Intanto gli avvocati del giornalista hanno fatto sapere di aver raccolto circa la metà del contante necessario per la sua libertà.

Nuovi cablo sull'Ucraina
Julia Timoschenko ha deluso anche gli Stati Uniti. Lo sapevano tutti e ora lo confermano i dispacci diplomatici dell’ambasciata Usa a Kiev resi noti da WikiLeaks. Gli alleati più fedeli della leader della rivoluzione arancione sono coscienti di «corruzione, sprechi, paralisi politica, economia dipendente da favori russi e aiuti Fmi», che paralizza il governo su cui avevano posto tante speranze. Il paese che avrebbe dovuto essere a capofila della seconda avanzata Nato nello spazio post-sovietico sta andando in malora. Janukovich ha vinto le elezioni. La componente russofona del paese ha sbaragliato l’occidente orangista. Washington teme il ritorno della «verticale del potere» di putiniana memoria anche nello stato cui Walesa una volta ha detto che «non vi è indipendenza polacca senza indipendenza ucraina». Le informazioni inviate dai diplomatici americani al Dipartimento di stato notano le rivalità interne dell’esecutivo in via di perdere il potere. Tensioni che non mancano di riflettersi su corpo e salute di politici al centro delle strategie internazionali e costretti a uscire di scena.



Powered by ScribeFire.

Francia, ritrovata la testa di Enrico IV

La Stampa


«Il cranio del re che emanò l'editto di Nantes è in buono stato, con barba e capelli»




PARIGI

Dopo secoli di peregrinazioni rocambolesche è stato ritrovato il cranio di Enrico IV (1553-1610), il re di Francia che nel 1598 pose fine alle guerre di religione emanando l’Editto di Nantes che garantiva la libertà di culto ai protestanti. Un team di scienziati francesi, guidati dal medico legale Philippe Charlier, soprannominato «l’Indiana Jones dei cimiteri», ha autenticato il teschio del sovrano riscoperto nel 2008 in un pensionato francese, dove era custodito anonimamente. L’annuncio del ritrovamento è stato pubblicato oggi dal «British Medical Journal», che parla di una scoperta sensazionale, destinata a far riapparire altre reliquie reali dimenticate.

La testa di Enrico IV è «in un buono stato di conservazione, con capelli e barba», sottolinea lo studio del «British Medical Journal», rivelando poi che il cranio ha un colore dorato chiaro, «con gli occhi parzialmente chiusi e la bocca aperta». L’analisi del cranio ha fatto emergere diversi tratti distintivi: una piccola macchia scura di undici millimetri di lunghezza appena sopra la narice destra, un foro nel lobo destro praticato per appendere un orecchino, come era di moda alla corte dei Valois, e una lesione ossea sopra il labbro superiore sinistro inferta al sovrano da Jean Chatel in un tentativo di omicidio il 27 dicembre 1594.

Poco prima di intraprendere una guerra contro l’Austria, Enrico IV, soprannominato «il buon re», venne pugnalato a morte il 14 maggio 1610 da un fanatico cattolico, François Ravaillac, durante una processione. Il corpo del re, ucciso a 57 anni, fu seppellito nella basilica di Saint-Denis di Parigi, nelle tombe dove riposavano gli altri sovrani francesi. Durante la Rivoluzione francese la sua tomba come altre fu oltraggiata: nel 1793 il sepolcro fu aperto e saccheggiato, il suo corpo gettato in una fossa comune.

Fu allora che il cranio fu tagliato dal resto della salma, poi venduto all’asta più volte e conservato fino ad oggi in collezioni private. Lo studio pubblicato sul «British Medical Journal» è stato realizzato da un gruppo di 19 tra scienziati e ricercatori francesi, guidati dal dottore Philippe Charlier, già noto per aver scoperto l’avvelenamento da mercurio di Agnes Sorel, amante di Carlo VII, e per aver dimostrato che i resti conservati nel castello di Chinon non sono quelli di Giovanna d’Arco. L’autenticazione del teschio del sovrano dell’Editto di Nantes è avvenuta con la collaborazione di Jean-Pierre Babelon, uno dei più illustri storici dell’età di Enrico IV.



Powered by ScribeFire.

Florida, folle spara ai prof della scuola e poi si suicida

Il Mattino


WASHINGTON (15 dicembre) - Un uomo, a quanto sembra infuriato per il licenziamento della moglie, ha tenuto sotto la minaccia di una pistola un consiglio scolastico in Florida, sparando - senza ferire nessuno - contro i suoi membri ; una donna, arrivata alle sue spalle, ha tentato inutilmente di disarmarlo a borsettate, e lui infine ha rivolto la pistola contro se stesso e si è ucciso.

Le immagini choc sono state trasmesse dalle tv americane. L'uomo è stato identificato come Clay Duke, 56 anni. Presentatosi nell'aula di una scuola di Panama City Beach, dov'era riunito il consiglio scolastico, Duke ha disegnato una misteriosa V in un cerchio a vernice rossa sul muro dell'aula.



video

 Nelle immagini si vede poi l'uomo, dalla corporature robusta, in piedi di fronte ai membri del consiglio, seduti dietro una cattedra, che estrae una pistola, la punta contro i suoi interlocutori e spara alcuni colpi a casaccio contro il muro alle loro spalle, probabilmente solo come intimidazione, mentre questi cercano di ripararsi dietro alla cattedra.

In un altro spezzone di filmato trasmesso dalle tv, Duke si è spostato di lato rispetto alla cattedra e si vede una donna sopraggiungere alle sue spalle e prenderlo a colpi di borsetta per tentare di disarmarlo.

Nel terzo spezzone, trasmesso dalle tv, si vede l'arrivo in aula degli uomini della sicurezza, armi alla mano, mentre tutti i presenti si distendono a terra o alzano le mani, ma non si vede più l'aggressore. Secondo Sky Duke nel frattempo si è sparato. Nessun altro è rimasto ferito.






Ma la colpa è dei bombaroli della parola

di Massimo De Manzoni


La violenza dei teppisti organizzati è figlia di quella dei politici seminatori di odio che incitano alla rivolta. Ma loro fanno gli gnorri: Bersani dà la colpa a Maroni, Di Pietro tace e Vendola sta con la piazza impazzita





E no, signori: troppo facile. Troppo comodo, adesso, rispolverare i «mitici» Black bloc e nascondersi dietro i loro cappucci per ripararsi dalle schegge di responsabilità sprigionate dalle violenze che hanno sconvolto il centro di Roma. I teppisti organizzati per le strade della Capitale ieri c’erano, sicuramente. Ma non erano soli. Molti esponenti dei centri sociali e non pochi sedicenti studenti tiravano bombe al loro fianco. Le bandiere che sventolavano erano rosse. E nelle loro orecchie echeggiavano parole che davano piena legittimità alla lotta contro il tiranno.

Qualcuno, come Bersani, in teoria il leader del maggior partito di opposizione, ora prova a tirarsi fuori parlando di infiltrati e cercando addirittura di rovesciare la frittata sul ministro Maroni: «È intollerabile che nelle manifestazioni siano riusciti a inserirsi i violenti. Chiederemo chiarimenti su come non sia stato possibile prevenire episodi e scontri così gravi».

Qualcun altro, come Di Pietro, incredibilmente membro del Parlamento di una evoluta nazione democratica occidentale, fa lo gnorri, come se le sue frasi incendiarie nei confronti del premier (dopo Satana, Hitler, Videla, ieri ha tirato fuori dal suo modesto bagaglio culturale il paragone con Noriega) non avessero nulla a che fare con il clima nel quale sono maturati gli scontri. O forse è solo compiaciuto di aver visto alla fine incendiata quella piazza da lui spesso evocata invano negli ultimi tempi.

Fatto sta che il padrone dell’Italia dei valori non ha trovato neppure il fiato per solidarizzare con i poliziotti feriti. E come lui l’altro dinamitardo d’aula, l’altro supposto campione della legalità, Bocchino, che ormai la bocca la apre solo per sputare su Berlusconi.

Ma c’è chi si è spinto oltre. L’aspirante candidato premier della «nuova» sinistra, Vendola, ieri liricamente dipingeva il Medioevo italiano con i cattivi, i politici ricchi e potenti, chiusi nel Parlamento e i buoni, gli operai, gli studenti, i centri sociali, giustamente protesi all’assalto della fortezza. 

Era lì in piazza, il governatore della Puglia, simbolicamente alla guida di quei ragazzi di cui aveva già preso le difese due settimane fa, quando avevano fatto le prove generali della guerriglia irrompendo in Senato e tentando la stessa operazione alla Camera. Ricordate? 

La polizia aveva impedito il secondo blitz e l’uomo con l’orecchino si era indignato contro il ministro degli Interni: «Roma è stata assediata da una vera e propria tenaglia militare, che ricorda altre epoche e altre capitali: blindata e sequestrata come Santiago del Cile ai tempi di Pinochet». Ieri, dopo i terribili scontri, non si sono registrate sue dichiarazioni: evidentemente era abbastanza soddisfatto.

Il vuoto è stato riempito dal segretario di Rifondazione comunista, il partito da cui proviene Vendola: «Vergognosa macelleria messicana messa in atto dalla polizia a Roma. Un’ulteriore conferma del tratto fascistoide di questo governo». E con questo la capriola è completata, la realtà rovesciata.

I bombaroli della parola, quelli che sono saliti sui tetti incitando alla rivolta, quelli che un giorno sì e l’altro pure parlano di dittatura, di regime, di democrazia in pericolo, ora passeggiano fischiettando con le mani in tasca come se la cosa non li riguardasse, o danno ad altri la colpa dell’intollerabile saccheggio di Roma. Decine di agenti sono feriti, ma i macellai sono loro, gli uomini in divisa.

I negozi sono distrutti, ma il responsabile è Maroni. Le camionette delle forze dell’ordine sono in fiamme, ma i seminatori d’odio non c’entrano: è tutta colpa di Black bloc, sicuramente stranieri, certamente incapaci di comprendere la lingua italiana e quindi mai neanche lontanamente influenzati dalle frasi irresponsabili dei cattivi maestri.

Anzi, forse ingaggiati proprio da Berlusconi. O mandati qui da Putin. Perché? Non si sa, ma nei file di Wikileaks magari una risposta si trova.
Comunque sia, Bersani è innocente, Di Pietro immacolato, Bocchino un agnellino, Vendola puro come un giglio. Tutti al di sopra di ogni sospetto. E al di sotto della soglia del pudore.




Powered by ScribeFire.

Trattativa Stato-mafia, sentiti Scalfaro e Ciampi

di Redazione



I magistrati di Palermo a Palazzo Giustiniani a Roma per interrogare i due ex presidenti della Repubblica che, nel '93, erano capo dello Stato e presidente del Consiglio. Il procuratore Messineo e i pm Ingroia e Di Matteo cercano conferme alle parole dell'ex Guardasigilli Conso sui 41bis non rinnovati ai boss



 
Roma - Due ex presidenti della Repubblica. Entrano nel vivo le indagini dei magistrati di Palermo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia per fermare le stragi dei primi anni '90. È in corso a Palazzo Giustiniani il colloquio dei pm della procura siciliana con Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, rispettivamente, all’epoca delle stragi del ’93, capo dello Stato e presidente del Consiglio. Poco prima delle 10 sono arrivati il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo con il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il pm della Dda di Palermo Antonio Di Matteo.

L'audizione Nei giorni scorsi il Pdl aveva chiesto l’audizione di Ciampi e Scalfaro anche in commissione Antimafia dopo che l’ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, aveva dichiarato alla commissione guidata da Beppe Pisanu di non aver rinnovato nel 1993 il 41 bis per 140 detenuti per evitare altre stragi mafiose. Come la procura di Palermo, anche quella di Caltanissetta, che indaga sulla strage di via D’Amelio, potrebbe essere interessata a sentire i presidenti emeriti della Repubblica. "Scalfaro e Ciampi diranno di non sapere nulla. Ma noi non accetteremmo questa versione dei fatti" commenta il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, che poi critica "l’assurda posizione tesa a minimizzare" la vicenda sposata dai vertici dell’Anm. 

Altri interrogatori Non è la prima volta che i magistrati palermitani mettono piede al Senato per inchieste sulle stragi mafiose. Nel '97 fu ascoltato come persona informata sui fatti, l’allora presidente di Palazzo Madama, Nicola Mancino, ministro dell’Interno dal 1992 al 1994. Mancino, che in una lettera al Corriere della Sera nei giorni scorsi ha voluto chiarire la propria posizione in merito al 41 bis, ricordando alcune testimonianze dell’epoca dalle quali emerge la sua posizione favorevole al carcere duro per i più pericolosi detenuti mafiosi.




Powered by ScribeFire.

Scampa alla furia del mare, affonda per colpa dei soccorritori

di Ferruccio Repetti



Dopo aver scampato la tempesta, il vento contrario a 55 nodi e le onde alte 13 metri che l’avevano sorpreso al largo di Alessandria d’Egitto, coi motori in avaria, e squassato per oltre due giorni, il mercantile Jolly Amaranto si è arenato, con uno squarcio nella chiglia, all’imboccatura del porto egiziano dove l’avevano trascinata due rimorchiatori. Le responsabilità dell’incidente, avvenuto in piena notte, sono in corso di accertamento. Ma pare una beffa, considerato quello che avevano subìto la nave e come se l’erano cavata il comandante Federico Gatto, e i ventuno uomini dell’equipaggio. Resta il fatto che, per effettuare la manovra di ingresso nello scalo, erano saliti sul ponte di comando anche due piloti egiziani.

L’aveva scampata bella anche lui, Athos, il cane mascotte a bordo. Ormai era in salvo, al sicuro. In porto, la «Jolly», che pure imbarcava acqua da uno squarcio nella chiglia e si era inclinata su un fianco, non faceva più paura agli occupanti. Si poteva ragionare con calma, pianificare il trasbordo sul molo, cane compreso.

È cominciato il trasferimento in banchina. Ma per Athos, che vive da sempre a bordo della nave, ferma in porto o anche in viaggio sulla rotta dell’East Africa, il trasloco sul rimorchiatore che l’avrebbe portato sulla terra ferma dev’essergli sembrato una deportazione, o comunque una sorta di punizione. La sua casa, che diamine!, è lì, è sempre stata lì: sul ponte o nella stiva, in sala comando o in garage, dovunque ci sia da dare uno sguardo o addirittura vigilare contro gli intrusi, ladri, gatti e topi compresi.

Insomma, dovunque ci sia la possibilità di concedersi uno sbadiglio, o il dovere di lanciare un abbaio. Chi saliva a bordo di una Jolly se ne rendeva conto: di come il quattrozampe rigorosamente meticcio, che è ospite fisso sulle navi dell’armatore Messina, sia considerato a tutti gli effetti un membro dell’equipaggio, inquadrato e coperto. Con la differenza che lui, il cane, non abbandonava mai la nave: ci restava anche da solo, faceva la guardia, un giretto di qua, un’occhiata di là, tanto per far vedere che «ci sono io, e se non voglio io, di qua non passa nessuno».

Non l’ha voluta abbandonare, Athos, quella nave, la «sua», neanche ieri notte, quando l’hanno trasferito sul rimorchiatore. Ha girato il muso verso la Jolly, s’è tuffato in mare, ha nuotato per ritornare «a casa», sordo ai richiami di chi ha navigato con lui, ne ha condiviso per anni, per mille miglia, bonacce e tempeste, nebbie e orizzonti, fino all’ultima, drammatica avventura alla deriva nel Mediterraneo.

Athos ha annaspato, furiosamente, controcorrente. Ma l’ha tradito l’onda sollevata dall’elica del rimorchiatore, è sparito all’improvviso sott’acqua. Un marinaio s’è tuffato per soccorrerlo, invano. Il quattrozampe rigorosamente, orgogliosamente meticcio, se n’è andato così, fedele alla consegna com’è sempre stato. Dedicando l’ultimo saluto alla «sua» nave, come un vero marinaio di stampo antico.



Powered by ScribeFire.

Il flop di Pd e Idv, la solita sinistra "zero tituli"

di Massimo Malpica



Volti scuri in parlamento: l’ultimo schiaffo arriva dai due transfughi dipietristi che hanno salvato il premier E gli ex della Margherita se la prendono con i democratici: "Manca soltanto Occhetto e hanno rifatto il Pds"





Roma

Volti cupi, sguardi spenti, frasi di circostanza sibilate a denti stretti. Le facce del centrosinistra che ieri ha perso l’ennesimo tram sono ormai un déjà vu. Passi per i finiani, che in una sorta di nemesi monegasca dopo aver giocato al rialzo hanno visto sfumare la puntata della vita al Casinò Montecitorio. 

Ma per Bersani, D’Alema, Veltroni e Franceschini, la familiarità con la sconfitta comincia a diventare così scontata da esser difficile da digerire. Un marchio di fabbrica che i cambi di leadership, da Occhetto in avanti, non sembrano saper modificare: anno dopo anno, elezione dopo elezione, voto dopo voto, una legislatura dietro l’altra.

Anche Di Pietro, uno che ha costruito buona parte delle proprie fortune politiche su un antiberlusconismo personalista, ha poco da sorridere ora che si ritrova la sfiducia al «nemico» bocciata dai voti di Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, due che gli hanno voltato le spalle meno di una settimana fa. A dirla tutta, per l’ex pm sbarcato in politica non è una novità. 

Da quando è nato, l’Idv perde pezzi per strada: Pino Pisicchio e Sergio De Gregorio, Salvatore Misiti e Giuseppe Giulietti. Già una decina di parlamentari hanno fatto valigie e cambiato casacca. Lui, Tonino, ha urlato contro gli ingrati traditori, ha portato esposti in procura, ha radunato i suoi al Palasport con lo slogan «Lui va, io resto». E in effetti Berlusconi continua ad andare, e lui resta perdente.

Non va meglio nel Pd che, come ha mirabilmente sintetizzato Corrado Guzzanti, «è stato il primo partito in Italia a usare le primarie e il primo partito al mondo a perderle», come insegnano il caso Vendola in Puglia e quello Pisapia a Milano. Il destino degli eredi del Pci pare segnato dalle origini, da quando nel 1994 Achille Occhetto varò l’alleanza progressista battezzandola «gioiosa macchina da guerra», ed è noto com’è andata la guerra e dov’è finita la gioia. Non certo a casa di Massimo D’Alema, uno dei grandi delusi di ieri, che nel 2000 lasciò la presidenza del Consiglio dopo aver annunciato una tranquilla vittoria alle elezioni europee, che naturalmente - invece - per il Pds furono una debacle.

Ma sono tante le pagine dell’album delle (brutte) figurine del centrosinistra. C’è il volto poco noto di Turigliatto, che in un sussulto di tafazzismo silurò Prodi come il coreano Pak Doo-ik fece con l’Italia ai mondiali del ’66. C’è il faccione di Romano Prodi, leader improbabile eppure vincente, salvo il finir sempre defenestrato dai «suoi».

C’è Veltroni, l’uomo degli «I care», degli «yes we can», il piccolo principe Walter che diventa imperatore di Roma, fonda il Pd, taglia fuori la sinistra radicale e dice di voler correre da solo, ma poi lascia la porta aperta all’«eccezione» Idv, e tanto per cambiare aggiunge una sconfitta al palmares del centrosinistra. Anzi, più d’una. Prima le politiche, poi le amministrative, poi le provinciali, poi le regionali in Abruzzo e in Sardegna. E a quel punto molla anche la segreteria: «Basta farsi del male», dichiara.

Evidentemente inascoltato. Perché ieri, dietro alle affermazioni di facciata per ridimensionare la batosta presa in aula, poche ore dopo il voto riecco il volo di stracci all’interno dell’opposizione. Illuminante lo scambio d’accuse tra Franceschini e Donadi, con il primo a vantare che «il Pd ha fatto il suo dovere» e che la mozione sarebbe passata «se non ci fossero stati i tradimenti di due deputati dell’Idv», e il capogruppo dipietrista alla Camera a replicare a un’affermazione definita «sciacallesca»:

«Quel voto è figlio in egual misura dei tre eletti del Pd che non hanno votato la sfiducia». Il tutto mentre una cinquantina di parlamentari cattolici del Pd, guidati da Fioroni, criticano i vertici del partito, poco attenti alla componente ex margherita: «Manca solo Occhetto e hanno rifatto il Pds».

Ed è proprio un’ex margheritina, Simonetta Rubinato, ad ammettere che gli sconfitti di ieri sono Di Pietro, Fini e lo stesso Pd, perché «l’unico modo per mandare a casa questo governo è sconfiggerlo sul piano politico», sospira. Ma per farlo bisogna saper vincere.




Powered by ScribeFire.

Banco del pesce a un cinese al mercato di Chioggia, rivolta in Veneto

Il Messaggero

Il presidente della Regione: non è un bel segno.

Se un veneto va a comprare un branzino vuol sentire l'idioma locale



 

VENEZIA (14 dicembre) - L'acquisto di un banco del pesce da parte di un cinese al mercato di Chioggia (Venezia) scatena le polemiche in Veneto. Per il presidente della Regione Luca Zaia, è «un segno dei tempi, ma sicuramente non è un bel segno. La Regione Veneto - ha aggiunto - continuerà a lavorare perché i banchi del pesce e tutte le attività rispettino l'identità di origine. E questo perché immagino che quando un veneto va a comprare un branzino o un polpo voglia sentire l'idioma locale. Il prodotto tipico in Veneto si vende in questa e non in altre maniere».

Il presidente del Veneto così ha di fatto risposto anche alle associazioni dei commercianti ittici di Chioggia che avevano detto di avergli scritto per sollecitare misure di salvaguardia delle tradizioni nel campo del commercio, anche di un tipo di attività, come quella legata al pesce, che di fatto affonda nella cultura e storia stessa della cittadina veneziana.

«Non abbiamo nulla contro i cinesi, ovviamente - aveva detto Paola Camuffo, presidente dei commercianti del mercato - ma siamo allarmati: questo è il primo caso, ma se ne seguiranno altri si rischia di veder scomparire una tradizione e una attrattiva, anche turistica, per la città». Tra i commercianti di pesce qualcuno dice che non venderà mai il suo banco «neanche se mi si offrisse otto volte il suo valore».





Powered by ScribeFire.

Il web rispolvera la profezia di Totò «3 voti sono determinanti per governare»

Il Mattino



NAPOLI (15 dicembre) - Su Internet spopola il paragone fra alcune scene de "Gli onorevoli" e il voto di fiducia a Berlusconi. "Tre voti, in parlamento, sono determinanti per salvare un governo", dice Castellano al mitico Totò. Il film, commedia italiana del 1963 diretta da Sergio Corbucci e interpretata da Totò e Peppino de Filippo, racconta le vicende di alcuni candidati al Parlamento nei giorni precedenti le elezioni politiche










Powered by ScribeFire.

Disabile per un caso di malasanità, ma per Rocco arriva il giorno della laurea

Corriere della sera


Rocco Rumma, 27 anni, tetraparetico il 16 dicembre si laurea in informatica all'Università di Salerno



una diagnosi sbagliata lo ha costretto su una sedia a rotelle


Rocco Rumma
Rocco Rumma
MILANO - «Questa è una delle poche volte in cui c’è da essere fieri di se stessi». Così recita l’incipit della lettera di ringraziamenti che Rocco Rumma, ventisettenne tetraparetico, ha voluto allegare alla tesi di laurea d’informatica, intitolata «Reti ad hoc senza fili» che discuterà il prossimo 16 dicembre all’Università di Salerno. Nonostante le tante sofferenze patite negli ultimi dieci anni, le diagnosi sbagliate che hanno probabilmente aggravato il suo stato di salute e i problemi motori che hanno reso la sua vita «un calvario» Rocco, grazie alla sua incredibile forza di volontà, è riuscito a terminare gli studi e adesso è pronto a godersi «il giorno del riscatto».


STORIA DI MALASANITA’ - Quella di Rocco sembra essere in tutto e per tutto una storia di malasanità. Il 5 agosto del 2000, l’allora diciassettenne campano, mentre gioca a calcetto con gli amici, è colpito da una pallonata alla testa. Dopo alcuni giorni comincia ad avvertire forti dolori. All’ospedale di Mercato San Severino gli diagnosticano «solo una cervicalgia», ma visto che le sofferenze continuano è portato al San Leonardo di Salerno per una tac. Il responso dei dottori è senza speranza: Rocco ha un tumore cerebrale in stato avanzato e ha solo pochi mesi di vita. Per tentare di frenare il male il ragazzo è sottoposto a un ciclo di 23 radioterapie che rendono Rocco sempre più debole e magro. I suoi genitori decidono di chiedere un altro parere medico e lo fanno visitare anche all’ospedale di San Giovanni Rotondo. La biopsia capovolge la precedente diagnosi: nel cervello di Rocco non vi è nessuna forma tumorale. Ma la bella notizia è offuscata da un’altra informazione che gela il sangue: la pallonata che ha colpito in testa il giovane ha provocato lo spostamento della prima vertebra e il ragazzo ha subito un’ischemia cerebrale che ha paralizzato tutta la parte destra del suo corpo.


L’ACCUSA DELLA FAMIGLIA - I genitori del ragazzo pensano che le inutili radioterapie non hanno fatto altro che aggravare il suo stato di salute e decidono di citare in tribunale i due ospedali che hanno sbagliato le diagnosi. Da sette lunghi anni è in corso la causa e Rocco, sempre più scoraggiato, attende di avere giustizia: «Dopo tutto questo tempo mi sento preso in giro – dichiara al Corriere il ventisettenne – so di essere malato, ma la mia mente è lucida. Vorrei giustizia perché mi hanno fatto del male e penso che chi ha sbagliato debba pagare». Nonostante lo stato offra a Rocco una pensione di 750 euro, spesso questi soldi non bastano per le sue cure e i suoi bisogni.

La sua famiglia fa degli sforzi enormi per assisterlo: suo padre lavora da precario a Treviso come collaboratore scolastico e torna a casa solo per un weekend al mese. Sua madre, una donna minuta, ma piena di coraggio e di orgoglio, gli dedica buona parte della sua giornata. Per più di un lustro ha accompagnato tutti i giorni il ragazzo all’università. Quando non riescono a ottenere un passaggio in auto fino alla sede dell’ateneo, la signora Rumma non si scoraggia: si arma di tanta buona volontà e carica il figlio sulla carrozzella. Poi, per più di un chilometro lo spinge fino alla fermata del bus. Qui assieme aspettano il veicolo che li porterà all’università. Adesso che mancano pochi giorni alla laurea di Rocco, la signora Rumma è davvero soddisfatta: «Sto vivendo una gioia immensa – dichiara la donna – Questa è la dimostrazione che i miei sacrifici non sono stati inutili».


LE CONSEGUENZE DELLE DIAGNOSI SBAGLIATE - Rocco, dopo l’estenuante ciclo delle radioterapie, aveva perso l’uso della parola. Questo problema è durato un anno, ma poi grazie alla pazienza e all’ingegno della madre, il ragazzo è tornato a esprimersi. Oggi nonostante la sua pronuncia non sia chiarissima, riesce a colloquiare e soprattutto ama discutere. Inoltre avendo tutta la parte destra del corpo paralizzata, ha imparato a scrivere con la mano sinistra. Grazie al lavoro di Antonio Santonicola, il fisioterapista che da oltre due anni cura il ventisettenne, i dolori sembrano diminuiti: «Rocco ha una grande forza d’animo ed è un ragazzo ottimista – dichiara Santonicola –

E’ un esempio per tutti e dimostra grande maturità». Anche sua madre è molto orgogliosa: «In questi anni difficili più di una volta, anche persone molto vicine, mi hanno consigliato di lasciar perdere , di convincere mio figlio a lasciare l’università e ad accontentarsi della pensione d’invalidità – dichiara la signora Rumma - Io invece l’ho spronato a continuare anche nei momenti più tragici e gli ho sempre suggerito che con la buona volontà si possono raggiungere i traguardi più impensabili. Nelle ultime notti lo sento ridere da solo nella stanza. E’ felice perché il grande giorno sta arrivando».


IL GIORNO DEL RISCATTO - Per Rocco giovedì prossimo sarà il giorno del riscatto: «Ho immaginato questo momento per tanto tempo e adesso sono davvero emozionato – dichiara il ventisettenne che dimostra di non aver perso la voglia di sognare - Mi sono sempre sentito normale e la laurea è la dimostrazione che avevo ragione. In futuro spero di lavorare in un’azienda, vorrei essere autonomo e vivere la mia vita senza troppi affanni. Sto studiando anche l’inglese perché magari se ho un colpo di fortuna, un giorno, incontro Bill Gates e come lui divento milionario».


Francesco Tortora
12 dicembre 2010(ultima modifica: 15 dicembre 2010)



Powered by ScribeFire.

Finocchiaro: «Maroni ci dica chi ha pagato gli infiltrati»

Corriere della sera


Chi li ha mandati? Cosa devono causare? Accusa la senatrice che chiede al ministro di rispondere in aula



MILANO - «Ieri a Roma c'erano evidentemente degli infiltrati che hanno messo a rischio i manifestanti e le forze dell'ordine». L'accusa è del presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro. «Chi li ha mandati? Chi li paga? Cosa devono causare?», chiede la senatrice. « Chiediamo che il ministro dell'Interno Maroni venga in aula la prossima settimana. Abbiamo chiesto che il ministro dell'Interno riferisca in aula su tre punti rispetto a quelli che ieri erano chiaramente degli infiltrati nelle manifestazioni di Roma.

RIEDIZIONI DEL PASSATO - «Vogliamo sapere, di tutto abbiamo bisogno fuorché di un ritorno al passato», ha detto la senatrice Finocchiaro. «La situazione è delicatissima e confusa. Anche il leghista Bricolo, ha detto che questi che hanno provocato la devastazione e messo a rischio la sicurezza di manifestanti e forze dell’ordine non erano studenti. Ecco, visto che certamente non erano studenti, vogliamo sapere chi erano».


Redazione Online
15 dicembre 2010





Powered by ScribeFire.

Intervista a Vittorio Feltri: "Cribbio, che botta"

di Valeria Braghieri


Il direttore editoriale del Giornale: "Ha vinto Berlusconi come al solito. Fini è stato ridicolizzato, dovrebbe andare in esilio. Ora Casini in maggioranza, oppure si andrà a votare a marzo". Il Terzo polo? "Non ci scommetto neanche un euro bucato"



 

Ora sappiamo che una mag­gioranza c’è, sia pure risicata. Ba­sterà a Silvio Berlusconi per gover­nare? La domanda è rivolta a Vit­torio Feltri, direttore editoriale del Giornale , sospeso dall’Ordine dei giornalisti e quindi impossibi­li­tato a scrivere, ma non a ragiona­re di politica in questo momento topico per il Paese. «Romano Pro­di dal 2006 al 2008 governò male, e a fatica, con una maggioranza ancora più esigua al Senato. Teori­camente se l’impresa è riuscita al Professore, perché non dovrebbe riuscire al Cavaliere? Certo è che rimanere appesi a tre voti non è rassicurante. Il rischio di cadere sarebbe costantemente altissi­mo».


Mi sta dicendo che quella del premier è stata una vittoria di Pirro, come sostengono gli sconfitti dell’opposizione e ifi­niani?
«Pirro un corno. Se il voto sulla sfi­ducia fosse stato inutile, perché mai Gianfranco Fini e compagni lo avrebbero preteso? La verità è che volevano bocciare Berlusco­ni in aula per toglierselo dai piedi, visto che con lui in sella non com­binano nulla eccetto qualche pa­sticcio dannoso per loro e per il Paese. Il dato odierno è che anche stavolta ha vinto il Cavaliere. Vin­ce sempre. Tant’è che per scalzar­lo ne inventano una al dì e usano tutti i mezzi, in particolare quelli che con la politica non c’entrano niente. Sono ricorsi all’arma giu­diziaria, e hanno fallito; sono ri­corsi agli scandali più o meno gon­fiati, e hanno fallito; sono ricorsi alle escort, e non hanno cavato un ragno dal buco. Il presidente della Camera eletto, con i propri seguaci, nelle liste del Pdl ha addi­­rittura fondato un partito per ab­battere il governo di cui facevano parte alcuni dei sodali che lo attor­niano; poi ha presentato addirit­tura una mozione di sfiducia al premier. Tutto vano. Berlusconi ne è uscito incolume. Mentre Fini s’è scornato. Dovrebbe andarse­ne in esilio per un po’. Non dico cambiare mestiere, perché non mi risulta ne abbia uno, ma una pausa gli servirebbe per riconqui­stare un pizzico di lucidità».


D’accordo. Però è un fatto che, nonostante il governo abbia la maggioranza numerica, è pri­vo di quella politica.
«Quella politica non l’aveva nean­che prima. Non cel’ha da quando i finiani si sono messi di traverso. Il loro leader rema contro da alme­no due anni. Il dissenso è fisiologi­co in una coalizione. Tuttavia va elaborato all’interno della coali­zione stessa, non in piazza, non in tivù allo scopo di danneggiare gli alleati e di strappare applausi alla sinistra. Fini ha inferto colpi su colpi all’esecutivo, in particolare al presidente del Consiglio, dimo­strando di avere un solo obietti­vo: far secco il Cavaliere e soffiar­gli il posto. Missione incompiuta. L’elettorato saprà chi punire e chi premiare. I litigiosi, gli scalpitan­ti, i furbetti e i traditori non piac­ciono alla gente».


Le rifaccio la stessa domanda con altre parole: da domani co­sa succede?
«Intanto Fini è stato ridicolizzato, e su questo insisto. Non contano più né lui né i suoi compagnucci. Italo Bocchino, che ha trascorso gli ultimi sei mesi negli studi di tut­te le emittenti televisive, torna a essere una comparsa per non dire una macchietta, benché sia tut­t’altro che stupido. Diverso il di­scorso per Casini».


Perché diverso per Casini?

«Perché lui non può fare a meno dell’ap­poggio della Chiesa altrimenti prosciu­ga il proprio elettora­to. E siccome le ge­rarchie vaticane in questa fase politica non si fidano né dei finiani né della sinistra radicale consiglieranno all’Udc di avvici­narsi a Berlusconi e di negoziare il suo in­gre­sso nella maggio­ranza, ponendo al­cune condizioni. Esempio: gli aiuti al­le famiglie. Se Casini accettasse una solu­zione simile, il gover­no di centrodestra avrebbe l’opportuni­tà di resistere fino­al­la scadenza naturale della legisla­tura».


Non è ipotizzabile che Udc, fi­niani e rutelliani si impegnino a creare il cosiddetto terzo po­lo, cioè un centro delle belle speranze?
«Non ci scommetto neanche un euro bucato. Figuriamoci. Casini e Rutelli sono cattolici. Fini inve­ce è passato in poco tempo da Dio, Patria e Famiglia alla nega­zione di tutto ciò. Dio non lo nomi­n­a più perché è approdato al laici­smo. La Patria l’ha regalata agli ex­tracomunitari. Quanto alla fami­glia, be’ basta dare un’occhiata al­la sua... Come si fa a mettere insie­me un personaggio del genere con due amici dei cardinali quali Rutelli e Casini?».


Poniamo che l’Udc, preti o non preti, preferisca insistere con il governo tecnico o di respon­sabilità o roba affine. A quel punto avremmo un Cavaliere azzoppato e un esecutivo tal­mente asfittico da essere con­dannato all’immobilismo. «Condivido la sua opinione. Si tratterebbe allora di sciogliere le Camere e di dare il via alla campa­gna elettorale per votare a marzo. Non esistono alternative».


Ma qui entra in scena il Quiri­nale. Siamo sicuri che il presi­dente Napolitano abbia il co­raggio o almeno la voglia di sbaraccare tutto?
«Si richiederebbe coraggio a nega­re le elezioni, non a concederle».


Perché?
«Si dà il caso che Berlusconi abbia ottenuto la fiducia sia a Monteci­torio sia a Palazzo Madama. Igno­rarlo e tentare la strada tortuosa di un governo diverso sarebbe un controsenso, e una velleità. In quale democrazia si fa governare chi ha perso le elezioni e si spedi­sce all’opposizione chi le ha vin­te? Se la situazione è instabile a causa della fuoriuscita di Futuro e libertà, non restano che le urne. Decidano i cittadini, non i partiti. Gli intrighi e le manovre di Palaz­zo sono da bandire».


Eppure, se non sbaglio, nessu­n­o è favorevole alle elezioni an­ticipate. C’è la crisi e ci sono ap­pun­tamenti internazionali im­portanti.
«È così. Strano Paese, il nostro. E qui, se non mi accusa di giocare in casa, conviene citare mio figlio Mattia che sulla Stampa ha scrit­to una frase illuminante: “Il ditta­tore pazzo (Berlusconi, ndr) vuo­le votare, i sinceri democratici, no”. Il mondo si è capovolto. Da quando in qua il tiranno, presun­to, si affida ai suffragi e i suoi avver­sari pretendono di fare e brigare senza consultare il popolo? È una contraddizione in termini. Una scemenza. La verità è che Berlu­sconi fa paura perché è un com­battente e ama le sfide, nelle quali dà il meglio di sé,come s’è consta­tato anche ieri. Viceversa, l’oppo­sizione non ha feeling con la gen­te, vive su Marte ed è consapevole di andare incontro all’ennesima batosta elettorale». 


Calcoliamo le probabilità. Ca­sini che si allea di nuovo con il Pdl e la Lega: a quanto dà que­sta ipotesi, in percentuale? E a quanto dà le elezioni anticipa­te?
«Al 15-20 per cento la prima ipote­si, all’80-85 la seconda. Ma que­sta è una valutazione influenzata dai miei desideri. Se però penso che i democristiani soffrono trop­po a stare lontani dal potere, mi persuado che l’Udc non si lascerà sfuggire l’occasione per saltare nel piatto, e rimanerci fino al 2013».





Powered by ScribeFire.

Alemanno: "Chiederemo i danni ai teppisti arrestati"

Il Tempo


Il sindaco furioso: mai vista una cosa così. Tutte le istituzioni facciano muro contro questa azione violenta perché cose di questo genere non sono più tollerabili.


Alemanno osserva i danni a via del Corso


È appena tornato dalle vie dove si è scatenata la guerriglia al centro della città. Nella sua Roma che al tramonto brucia. Il sindaco Gianni Alemanno è sconvolto. «Mai vista una violenza simile si è trattato di un'aggressione gratuita e pretestuosa, una cosa vergognosa. Chiederemo i danni agli arrestati».

Sindaco Alemanno, di manifestazioni ne ha viste parecchie. È rimasto impressionato? «Un corteo così non si vedeva da più di vent'anni. Sembrava di stare negli Anni Settanta. Tutte le istituzioni facciano muro contro questa azione violenta perché cose di questo genere non sono più tollerabili. È veramente grave che lo scontro politico possa essere un alibi per qualcuno che fa certe azioni. Serve un atto di orgoglio da parte delle istituzioni affinché cose così non accadano più».

È stato superato il limite? «Decisamente. Perché non stiamo parlando delle classiche manifestazioni con mille-duemila persone che bloccano la città per fare qualche "corteuccio". Lì è un discorso di traffico e mobilità. Qui il problema è diverso perché c'è una logica violenta e di volontà di creare un incidente che ha segnato tutta questa protesta. Da un mese si ravvisava la determinazione da parte di gruppi antagonisti di creare gli incidenti. E questa volta ci sono riusciti».

Come? «Hanno in effetti messo in campo una tecnica ben organizzata e una forza aggressiva ben attrezzata. Non erano degli improvvisati».

Sono organizzati da chi? «Hanno sicuramente una regia interna. Non coinvolgono necessariamente tutta la protesta, cercano però di contagiarla per portare più persone possibile allo scontro. Di sicuro però attendiamo dall'opposizione parole chiare di isolamento e di condanna nei confronti di questi gruppi. Parole che finora sono in parte mancate. È ora di chiarire anche su questo punto».

Quanto costa alla città questa giornata d'inferno? «Non è facile dirlo. Ho visto non soltanto auto distrutte e vetrine infrante, ma anche parte di selciato con sampietrini divelti, i semafori spaccati, i cartelli stradali completamente distrutti e molto altro da ricostruire. La conta dei danni si farà domani (oggi, ndr). Sicuramente ci vuole qualche milione di euro».

Sui cortei e sulla possibilità di avere un regolamento che tuteli di più i romani si è parlato molto. A che punto siamo? «In questo periodo la situazione è cambiata. Il problema non è più del traffico ma della violenza. Quei regolamenti che abbiamo preventivato riguardano più il tema della mobilità e se li avessimo attuati subito avrebbero creato altre violenze e scontri con molta probabilità. Per questo abbiamo momentaneamente sospeso il discorso. Spero che dopo il periodo di tregua i sindacati finalmente firmino il protocollo, altrimenti dovremo intervenire di nuovo noi con un'ordinanza specifica».

In merito agli arrestati il Comune si costituirà parte civile? «Sì. Ci costituiremo parte civile contro gli arrestati, contro tutti i manifestanti che hanno creato incidenti e dissestato la città».



Fabio Perugia

15/12/2010





Powered by ScribeFire.

Sfiorato il linciaggio

Il Tempo


L'assalto alla Finanza in via del Corso scatena il caos. Centinaia di facinorosi contro pochi agenti. Poi l'arrivo dei rinforzi e il salvataggio.


Gli scontri a via del Corso


«Daie! Dai! Caricamo! Famoje senti' er fero!». Sono le 14.37 quando un gruppo di trecento a volto coperto e il casco in testa si stacca dagli altri manifestanti di piazza del Popolo e imbocca a passo svelto via del Corso. Non sanno ancora che la loro corsa darà origine a una guerra cittadina contro le forze dell'ordine che durerà ore. Mentre percorrono la via dello shopping l'andatura si fa a ogni metro più sostenuta. Gli autonomi, quelli dei centri sociali, i black bloc sono armati. Spranghe. Sampietrini e sassi. Bastoni. Bottiglie, bombe carta e mazze di ferro. S'alzano la sciarpa sopra il naso. Col giubotto imbottito e i pantaloni larghi si gasano a vicenda. «Berlusconi-pezzo-di-merda!».

Urlano. I negozi abbassano le serrande. Chi può si rifugia in un bar. Arrivati a trecento metri da largo Goldoni vedono i celerini schierati all'altezza di piazza San Lorenzo in Lucina, a pochi metri da Palazzo Montecitorio. Nei loro occhi monta rabbia. Allungano ancora il passo. La corsa diventa un galoppo incrontrollabile. Sono pronti allo scontro. Passano di fronte al negozio della Nike. Quello di Ricordi Mediastore. Superano un camion della nettezza urbana. E, subito dopo, prima ancora di arrivare al blocco dei celerini, si trovano di fronte a una camionetta della Guardia di Finanza. I finanzieri, una decina, sono fuori dal mezzo. Non si accorgono del loro arrivo. I black bloc attaccano senza preavviso. Sono violentissimi. Anche le porte della Chiesa San Carlo al Corso si chiudono. Partono i petardi. A volto coperto in venti si scagliano contro la camionetta prendendola a sprangate, mentre gli agenti si difendono dietro il mezzo.

 Provano a riparsi anche con gli scudi. Indietreggiano. Ma i venti diventano trenta. I trenta quaranta. Poi più di cinquanta. Continua il lancio di oggetti. Vola di tutto. Un ragazzo vestito di nero col casco integrale bianco in testa, smonta un cassonetto dell'immondizia e lo scaraventa addosso ai finanzieri. Lo scontro è un corpo a corpo. I manifestanti riescono per qualche istante a conquistare il blindato. Entrano da dietro. Solo grazie a una reazione decisa le forze dell'ordine riescono a riconquistare il mezzo. Ma sono pochi. Troppo pochi. Devono accendere il motore e fare marcia indietro.

Uno guida, gli altri fuori si ritirano a piedi sotto il lancio di razzi e sassi. Lo scontro non si ferma. I finanzieri riescono a fare solo venti metri e vengono bloccati di nuovo. Calci. Manganellate. «A pezzi di merda, polizia infame! Siete delle merde! Servi del potere!». Si lotta come si può per sopravvivere. Provono a rimettersi al riparo tentando la seconda ritirata. Chiedono rinforzi. Ma a piazza in Lucina, dove il cordone di cellerini è in assetto antisommossa, nessuno si accorge ancora di nulla. Gli uomini delle Fiamme Gialle riescono a liberarsi dall'assalto dopo sei o sette lunghissimi minuti. Indietreggiano col mezzo fino a Largo Goldoni. Ma la ritirata non mette tutti al sicuro.

Un agente cade a terra mentre corre al riparo. Un collega lo vede e si ferma. Prova a rialzarlo. Ma ora sono soli contro l'onda violenta dei facinorosi. In quindici gli si scaraventano contro. Pugni al volto. Un ragazzo tira una spranga di ferro sulla bocca dello stomaco di uno dei due. Che ricade a terra. Anche l'altro finanziere è alle strette. E giù calci. Le urla e il boato dei pedardi sono l'unico sottofondo a una scena violentissima.

Ancora calci. «Ti ammazziamo!». I due lottano ormai per la sopravvivenza. Spunta una pistola. L'agente la tira fuori dalla fondina. Spaventa qualcuno. Ma non tutti. A fatica riesce a tenere l'arma in mano mentre barcolla. È a quel punto che si muovono i rinforzi. Da piazza in Lucina parte una squadra di poliziotti e una di carabinieri manganello alla mano e scudo al braccio. Devono chiudere l'entrata di via del Corso da largo Goldoni. «Ragazzi sono lì! Carichiamo!», fa il caposquadra ai suoi. Salgono anche gli altri blindati a fare blocco.

Un poliziotto allunga il passo. Lo seguono altri tre. Poi alza lo scudo. Salta. E con un calcio in volo colpisce un ragazzo che stava massacrando di botte il finanziere ancora a terra. I due in divisa vengono liberati e portati dietro il cordone di sicurezza. Sono feriti, come molti altri della loro squadra. Partono i lacrimogeni. I mezzi s'infilano di traverso e chiudono il Corso. Da piazza Venezia arrivano altri rinforzi. Mentre i black bloc tentano un'altra carica. Poi un'altra ancora. Fino a non poterle più contare in tutto il centro della Capitale. Fino alle 16.15, ora dell'ultimo scontro. Nato dall'agguato alla camionetta della Guardia di finanza che ha trasformato una manifestazione in guerriglia cittadina.



Fabio Perugia

15/12/2010





Powered by ScribeFire.

I rifiuti inviati in Puglia tornano indietro

Corriere del Mezzogiorno


Marcia indietro per irregolarità nel trasporto ai camion partiti dagli impianti Stir di Tufino e di Caivano



NAPOLI – Tornano al mittente i rifiuti partiti dalla Campania e diretti in Puglia. Ieri la Regione governata da Nichi Vendola ha fatto fare marcia indietro per irregolarità nel trasporto ai camion partiti dagli impianti Stir di Tufino (che da oggi torna in funzione dopo lo stop per saturazione dei giorni scorsi) e Caivano (in totale 6 tir carichi di 180 tonnellate). «Qui da noi attenti a cosa portate», il messaggio che arriva dalla Puglia. Gli autotrasportatori sono tornati quindi agli impianti, in attesa che la situazione si sblocchi. A Napoli si aggirano sempre intorno al migliaio le tonnellate di rifiuti non raccolti che giacciono per le strade. Ben diversa la situazione nella provincia dove l’immondizia ancora da raccogliere ammonta a circa 30mila tonnellate. Nella notte di ieri si sono registrati ancora roghi appiccati ai cumuli di rifiuti, sia a Napoli che in provincia. «Pensiamo che nei prossimi due giorni Napoli sarà pulita», ha dichiarato ieri il premier Berlusconi.


Fr. Par.
15 dicembre 2010





Powered by ScribeFire.

Finti ciechi a Napoli, la truffa delle multe «Boom di ricorsi per non pagare i verbali»

Il Mattino


NAPOLI (15 dicembre) - C’è un falso cieco recordman, che ha avuto 200 multe e ne ha contestate 165, vincendo i ricorsi. È la punta dell’iceberg di un fenomeno che coinvolge decine di falsi invalidi in città.

Ma la truffa di Chiaia è ora al setaccio della polizia municipale. Intanto i suoi registi sono stati condannati: a Salvatore Alajo, ex consigliere della municipalità di Chiaia, sono stati inflitti sei anni e otto mesi, più l’obbligo di versare 600mila euro all’Inps, a sua moglie Alexandra Danaro cinque anni e quattro mesi.





Powered by ScribeFire.

Roma, finanziere aggredito prende la pistola: «L'ho solo recuperata»

Il Mattino



ROMA (14 dicembre) - «Mi sono ritrovato da solo per un momento e sono stato aggredito e strattonato dai manifestanti. Sono caduto a terra violentemente. Avevo lo scudo e il casco spaccato che era volato via dalla testa. Mi tiravano dalla giacca. Mentre ero a terra in ginocchio ho visto la mia pistola, con la sicura, che era in terra uscita dalla fondina. L'arma era comunque attaccata alla cordicella e io ho tirato quest'ultima per portarla al corpo e prenderla con le mani per impedire che altri la prendessero, poi i miei colleghi mi hanno trascinato via». È questo il racconto del finanziere aggredito oggi in via del Corso da alcuni teppisti durante la manifestazione a Roma. «Un lato della giacca si è bruciato per un petardo esploso su di me», ha raccontato ancora l'appuntato scelto, di 42 anni, che è stato poi soccorso e portato all'ospedale Fatebenefratelli cavandosela con quatto giorni di prognosi. L'uomo ha contusioni al viso e alla spalla. «Sono ancora scosso - ha proseguito - ma allo stesso momento contento di essermela cavata».





Powered by ScribeFire.

Ecco la poliziotta allergica al Nord che si fa trasferire in Puglia dal Tar

di Luca Fazzo


In servizio a Malpensa, ha motivato la richiesta con i fastidi dovuti alle piante di ambrosia. La polizia boccia la domanda ma i giudici la spediscono a casa



 

Milano - Fare la poliziotta all’aeroporto di Malpensa può essere duro. Soprattutto se sei a mille chilometri da casa. E soprattutto se sei allergica all’ambrosia, l’erbaccia che - specialmente quando tira vento - sparge i suoi pollini per chilometri e chilometri. Così la poliziotta Caterina ha detto: a Malpensa io non ci sto più. Voglio tornare a Brindisi, a casa. Detto fatto. Il capo della polizia, Antonio Manganelli, ha provato a mandarle un telegramma dicendo: ti ordino di tornare al nord. Per la poliziotta si è riaperto un incubo fatto di freddo, di brume lombarde, e soprattutto di starnuti. Ma ora il Tar della Lombardia, con una sentenza destinata a far discutere, le ha dato ragione. Il telegramma di Manganelli è stato annullato. Caterina ha diritto ad andarsene, a dire addio all’aeroporto, alle erbacce, e ai pollini.

Che l’allergia all’ambrosia sia, per chi ne soffre, un problema non da poco, beh, questo non si discute. E che la zona intorno all’aeroporto varesino sia infestata dall’ambrosia più di altre parti d’Italia è pure questo un dato di fatto. La conseguenza è che nei comuni intorno allo scalo si registrano le percentuali più alte di vittime dell’allergia. Secondo una ricerca dell’Istituto allergologico lombardo dell’agosto scorso, nel comune di Castellanza - venti chilometri in linea d’aria dalla Malpensa - si arriva ad un picco del 15 per cento: tutta gente che, quando arriva la stagione dei pollini, va avanti a fazzoletti di carta ed antistaminici. Ma mentre gli altri abitanti della zona starnutivano e tiravano avanti, la poliziotta ha deciso di averne abbastanza. Via da Malpensa, più lontano possibile. Fino a Brindisi, dove l’ambrosia neanche sanno cosa sia. E il Tar le ha dato la sua benedizione.

«La ricorrente - si legge nella sentenza - ha addotto a sostegno della propria domanda di trasferimento presso la Questura di Brindisi la circostanza di essere allergica al polline di ambrosia, sostanza molto diffusa nell’area dove è ubicato l’aeroporto di Milano Malpensa ove ella presta servizio; e che tale allergia le provocherebbe gravi problemi di salute, talvolta risolvibili sono con l’urgente ricovero presso strutture ospedaliere; la ricorrente riferisce altresì che analoga allergia ed analoghi problemi di salute affliggono il proprio figlio minore».

In realtà, secondo i medici del Viminale, a scatenare le allergie della poliziotta non era solo e soltanto l’ambrosia, ma anche una lunga serie di altri fattori: la donna e il figlio, si leggeva in una consulenza dei sanitari, «…sono soggetti poliallergenici, risultando positivi ai test cutanei specifici per numerosi allergeni inalatori tra cui i pollini di numerose piante erbacee ed arboree, acari della polvere domestica e derivati epidemici di diversi animali domestici (...) gli allergeni sopra riportati risultano esser ubiquitari (…) con una distribuzione scarsamente influenzata dall’area geografica di residenza». Insomma, non era affatto detto che i malesseri di Caterina sarebbero passati tornandosene al sud: anche per questo dai suoi capi era partito l’ordine a Caterina di prendere il treno e tornare in Lombardia. Ma la poliziotta si è allora rivolta a dei medici baresi, e questi hanno dato un responso praticamente opposto a quello dei loro omologhi della polizia.

«La causa delle affezioni di tipo allergenico patite dalla signora - hanno scritto i medici dell’università di Bari - è da ricercarsi in una severa allergia al polline di ambrosia che, solo in parte, può essere stata aggravata dalla coesistente allergia a polline di graminacee». Ed è sulla base di questo parere, che i giudici ritengono assolutamente credibile, che Caterina ha schivato il ritorno a Malpensa: «Tali conclusioni smentiscono l’assunto posto a base del diniego opposto all’interessata, giacché esse attribuiscono al polline di ambrosia un’efficienza causale più spiccata rispetto a quella svolta da altri fattori allergenici».




Powered by ScribeFire.

E adesso caro Fini devi andare a casa

di Salvatore Tramontano


Macché trionfo, quella di ieri è stata la sconfitta definitiva. Gianfranco è solo: gli altri leader lo evitano, i suoi preparano la fuga, tutti gli chiedono di dimettersi. Ma lui ha già deciso: non lascerà la presidenza della Camera, l’ultima poltrona della sua vita




Roma - Fini? Fini è solo. Questo dice il 14 dicembre. Non lo vede Casini, non lo vede Bersani, non lo ha mai visto Di Pietro. Non vuole più vederlo Berlusconi. E anche tra i suoi si sussurra che molte colombe vogliano tornare a casa. Quello che vede Gianfranco dal suo posto a Montecitorio è uno spettacolo desolante. Ma presto potrebbe tornare giù, ad altezza d’uomo. Tutti, a destra e sinistra, si aspettano che Fini si dimetta da presidente della Camera. Lo chiede la maggioranza con insolita chiarezza. E diversi ministri sono intervenuti perché faccia un passo indietro. C’è imbarazzo anche nell’opposizione. Follini con cortesia gli fa notare che quando lui lasciò la maggioranza si dimise da tutte le cariche: «Ma sono scelte personali». Niente da fare. Fini non è Follini. Ha scelto che lo scranno più alto di Montecitorio sarà il suo fortino. E ci si aggrappa come un naufrago, disperato.

Fini è la fotografia di una sconfitta. Legge con voce impersonale i numeri del suo fallimento. La delusione è tanta, il volto teso, con gli occhi sgranati. Davanti alla processione dei si alla fiducia mostra che forse non se lo aspettava. Era ancora sicuro di farcela. Eppure qualcosa non ha funzionato. Quando ha visto che Moffa non era lì a votare ci è rimasto davvero male. «Non me lo aspettavo. Non me lo aspettavo proprio», ha sussurrato con gli occhi bassi. Sconfitto da se stesso: se il Fli avesse retto ora saremmo qui a raccontare un’altra storia. Invece tocca a Fini masticare la delusione trasformandola in odio. Basta ascoltare cosa dice Bocchino dietro le quinte e Granata a destra e manca: «Berlusconi? Gli renderemo la vita impossibile».

La spallata non è riuscita. Ancora una volta non è stato all’altezza delle sue aspettative. Nelle scommesse politiche del presidente della Camera c’è sempre qualcosa che balla, una cifra che non torna, un azzardo che all’improvviso diventa troppo alto. Questa doveva essere la sua giornata. Questo 14 dicembre se lo era costruito a tavolino, sicuro che il suo avversario fosse alle corde, con le mani basse e senza via d’uscita. Il guaio di Fini è che sottovaluta sempre Berlusconi. È per questo che al momento di mostrare le carte i suoi bluff vengono scoperti.

Quello che ci lascia in eredità questa giornata fredda e con le strade ammaccate è l’inconsistenza del Fli. Il suo partito è depresso e diviso. La dittatura dei suoi nuovi colonnelli, Bocchino, Granata, Briguglio, ha umiliato chi lo ha seguito per una scelta di cuore. Non immaginando che il capo anche questa volta si sarebbe dimostrato freddo e distante. Non è facile innamorarsi di Fini. È uno che ti fa sentire in debito con la vita. L’unica cosa concreta che è riuscito ad ottenere da questa vicenda è il clima da guerra civile che si respira nel centrodestra. Il resto è un muro.

La chiarezza di schierarsi all’opposizione non cambia i suoi progetti. Si va avanti con la strategia della guerriglia: sabotare, disfare, preparare agguati, contrastare. «D’ora in poi - sintetizza un finiano - saremo una falange macedone. Saremo un esercito compatto, perché dobbiamo difenderci...». Ma tutto questo ha un valore solo negativo. Non ha un futuro. È lo sfogo rancoroso di un antiberlusconismo privato e viscerale. È l’unica merce politica che riescono a mettere sul mercato. Solo che accanto al loro negozio ci sono concorrenti molto più ricchi e antichi.

Lo strappo dalla maggioranza non ha costruito nulla. La diaspora dell’altra destra non è un’alternativa. Fini ha deluso i suoi nuovi compagni di strada. Non è lui l’antidoto a Berlusconi. Ed è un uomo che ormai odora di insuccesso. L’alleanza con Casini non è mai decollata. Fini si è infilato in un vicolo cieco. Non può tornare da Berlusconi, ma non c’è nessun altro che è pronto a scommettere sulla sua fortuna. Non gli resta che correre da solo, con una squadra a pezzi e senza il favore degli elettori. È da qui che deve ripartire, ma ci vorrebbe un colpo d’ala.

Invece no. Quello che si vede è lo sforzo di un uomo che resta abbarbicato all’ultima poltrona della sua vita.



Powered by ScribeFire.



La disfatta del Bocchino furioso

di Giancarlo Perna


Il discorso con la bava alla bocca del capogruppo finiano spacca il partito e spinge i moderati verso il Pdl. E' la sua Waterloo politica: dopo mesi di insulti, bugie e veleni, oggi è il primo artefice del tracollo futurista




Roma - Quello sulla sfiducia al governo doveva essere per Italo Bocchino il discorso della vita. È stato invece la Waterloo dell’arrembante parlamentare napoletano.


Bello non si considera neanche lui, ma ieri in Aula, Italo era così brutto da farsi torto. Davanti al teleschermo, mi sono dovuto scansare ripetutamente per evitare gli schizzi di rabbia. Occhi cattivi, voce furente, bava alla bocca. Questa della bava alla bocca è una delle accuse preferite che il giovanotto fa agli avversari nei dibattiti tv per farli uscire dai gangheri. L’ha rinfacciato spesso anche ad Alessandro Sallusti, ma a torto perché il direttore di questo giornale è invece un tipo da ira fredda. In ogni caso, dopo la performance di ieri è un’osservazione che Bocchino non può più permettersi.

Lato estetico a parte, è stata la farloccaggine dell’arringa a impressionare. Specialista in rovesciamenti di frittate, Bocchino ha superato se stesso. Ha avuto la faccia di accusare Cav di ribaltonismo. Sempre che abbia capito bene perché nella concitazione l’oratore ha fatto a pezzi la logica. Ha detto, tra uno sbocco d’odio e l’altro: «Lei raccatta i voti di dieci deputati dell’opposizione per cacciare brutalmente chi è stato eletto con la maggioranza (noi finiani, ndr)».

Analizziamo insieme. Sono sei mesi che Gianfranco Fini, Bocchino, Granata, Briguglio e compari attaccano il governo, incolpando il Berlusca di ogni nefandezza. Gli hanno fatto sgambetti parlamentari, lo hanno insultato nei talk show, Gianfry è stato beccato mentre si compiaceva con un pm per le «rivelazioni» del mafioso Spatuzza. E ora Italo fa la vittima perché alcuni deputati si sono schierati col premier, mandando a monte l’intrigo finiano.

Ci vuole stomaco e Bocchino, purtroppo per lui e per chi gli deve vivere accanto, ce l’ha. Ma poiché le menzogne hanno le gambe corte, il bugiardo si è dato la zappa su piedi. Grazie alla sua stupidità, ascoltato l’intervento, tre del suo gruppo si sono ribellati e hanno scelto di schierarsi col governo. Due deputate finiane, Catia Polidori e Maria Grazia Siliquini, hanno addirittura votato la fiducia e una di loro è tornata nel Pdl. Il terzo, Silvano Moffa, ha imboccato una via di mezzo che si può così riassumere: il suo cuore batte per il Cav; vota però la sfiducia, chiede che Italo sia cacciato da capogruppo del Fli e infine lascia il partito. Con questo, la pattuglietta del presidente della Camera è azzoppata, divisa e con un futuro incerto. Un capolavoro.


Del patetico voltafaccia di Gianfry & Co., Bocchino è stato l’anima nera. È lui che ha cavalcato la frustrazione di Fini nei riguardi del Berlusca. Individuato il punto debole del capo, ha soffiato sul fuoco spingendolo alla rottura. Aveva a colpo sicuro intravisto il vantaggio che gliene sarebbe derivato: guadagnare visibilità.

Fino a un anno fa, il giovanotto era un perfetto sconosciuto. Quarta fila di An, Italo era in Parlamento da tre lustri senza che se ne fosse accorto nessuno. Agli inizi, si era accodato a Giuseppe Tatarella di cui è stato il portaborse. Alla sua morte, nel 1999, era finito nello stagno dei peones. Fini non lo degnava di uno sguardo e lui, pieno di rancore, si è schierato con Maurizio Gasparri, avversario interno del capataz. Colpito nella vanità, Gianfry gli ha fatto però capire che se non cambiava rotta per lui era finita. Per punirlo, nell’elezione del 2006, lo ha messo in lista in una posizione così defilata da fargli rischiare la trombatura. Capita l’antifona, Bocchino si è adeguato, riacciuffando in extremis il seggio. Da allora, si è steso a tappetino sulle posizioni del principale. Restava comunque un quidam de populo.

L’occasione per far parlare di sé, gliel’ha dato l’astro nascente di Mara Carfagna. Entrata nell’attuale governo, si è notato che nei paraggi della «ministra più bella del mondo» si aggirava un premuroso cicisbeo. Era il nostro Italo. L’intesa era così ravvicinata che si è pensato a un flirt. La cosa sarebbe stata scabrosa perché Bocchino è sposato con Gabriella Buontempo, figlia di un ricco imprenditore napoletano e produttrice tv.

Il risvolto rosa non è stato mai chiarito, ma è certo che il rapporto tra Italo e Mara passava attraverso la comune origine campana. Entrambi hanno vasti interessi in zona. Ad accomunarli, era principalmente l’antipatia per Nicola Cosentino, coordinatore campano del Pdl. Sono stati loro a silurarne la candidatura a presidente della Regione con la scusa che era indagato per camorra. Ed è brandendo la bandiera della legalità che Bocchino ha rafforzato, a spese dell’avversario, la sua posizione nel napoletano.

Ma senza averne le credenziali. Ad accusare infatti Cosentino è un pentito, tale Vassallo, legato al clan Bidognetti. Costui però, ha chiamato in correità anche Italo, con la seguente dichiarazione: «Bidognetti Raffaele riferì che gli on. Bocchino, Cosentino (più un paio di altri, ndr) facevano parte del nostro tessuto camorristico». Ma di questa macchia, il Nostro se ne impipa e - soprattutto da quando i finiani fanno repubblica a sé - si erge a moralista.

Per questa capacità di somministrare prediche agli altri, facendo lo gnorri sulle proprie magagne, Fini ha eletto Bocchino a clava del suo gruppo. Lo spedisce a sparare panzane, tanto non arrossisce, né si fa l’esame di coscienza. Così, va in tv a fare il killer. Negli ultimi mesi, è stato ospite fisso di Santoro, Floris, Lerner, oltre a concionare di continuo su Repubblica e Il Fatto.

Riporto un paio dei suoi interventi più noti che lo dipingono meglio di tante parole. Prima ancora della scissione finiana, quando era ancora vicepresidente dei deputati Pdl, Italo ebbe un alterco tv col collega di partito Maurizio Lupi. Non riuscendo ad averne ragione, gli disse a freddo: «Voi di Cl siete maestri nel prendere poltrone e vieni fare la morale a me?». Lupi, offeso, replicò: «Dimettiti. Non ti riconosco più come mio vicepresidente». Italo, che quando gli chiedono di lasciare una carica perde il lume degli occhi, sibilò inviperito: «Sei un fascista e squadrista».

Caso tipico del bue che dà del cornuto all’asino. Nessuno nei suoi panni avrebbe osato tanto. Ma Bocchino, con questo genere di impudicizie, ci va nozze. L’altro episodio, anch’esso televisivo, è di pochi giorni fa. Era a Ballarò con Gianfranco Rotondi. Il ministro gli ha ricordato che, se Cosentino ha i suoi guai, lui stesso, Bocchino, era stato accusato (prima di essere assolto, ma resta agli atti una significativa intercettazione, ndr) di illeciti favoritismi verso l’imprenditore napoletano Romeo. Questa la replica, uscita dalla strozza dell’angioletto: «Tu non sai vivere. Me ne ricorderò. Finiscila o te la faccio pagare!». Parlamentare delle Repubblica o guappo?





Powered by ScribeFire.