domenica 12 dicembre 2010

Esposto di Tremonti contro Report Gabanelli: «Io avvertita tardi, perché?»

Corriere della sera

La denuncia della giornalista in tv, dopo l'iniziativa del ministro presso l'Agcom contro la puntata sulla manovra


MILANO - «Perché mi è stato comunicato così in ritardo dell'esposto del ministro Tremonti contro Report e su mia richiesta?». Milena Gabanelli apre la puntata del 12 dicembre con questo interrogativo, lamentando di essere venuta a conoscenza solo due giorni fa dell'iniziativa del titolare del dicastero dell'Economia, che è stata invece notificata alla Rai lo scorso 29 novembre. La Rai, spiega la giornalista, come da prassi, ha 30 giorni di tempo, fino al 29 dicembre, per predisporre le sue memorie difensive. «Io sono entrata in possesso dell'esposto solo il 10 dicembre, quindi 12 giorni dopo la notifica, e su mia richiesta: mi sono rivolta all'ufficio legale attraverso il direttore di Raitre Ruffini».


IL SERVIZIO - «Conti, sconti e Tremonti», il servizio oggetto dell'esposto del ministro andato in onda lo scorso 24 ottobre, passava al setaccio la manovra economica varata dal governo, tagli compresi, ma anche l'ascesa del tributarista Tremonti e il ruolo che ancora il ministro ricoprirebbe, secondo Report, nel suo ex studio (oggi Studio Vitali, Romagnoli, Piccardi). Il ministro ha chiesto all'Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni di sanzionare il programma, ritenendo la ricostruzione giornalistica in questione lesiva dei principi di imparzialità e correttezza dell'informazione. «Il 14 novembre - aggiunge la conduttrice - Report ha proposto una puntata sulle Authority, Agcom compresa, puntando tra l'altro il dito sulla questione della loro indipendenza dalla politica. Il 23 novembre Tremonti ha presentato l'esposto all'Agcom, che è stato notificato all'azienda il 29: la Rai, come da prassi, ha 30 giorni di tempo, fino al 29 dicembre, per predisporre le sue memorie difensive. Io sono entrata in possesso dell'esposto solo il 10 dicembre».

«NOI CORRETTI» - «Tremonti, da noi più volte sollecitato, non ha mai risposto» spiega ora la Gabanelli, dicendosi convinta della correttezza di Report: «Il ministro invoca il contraddittorio? Ma chi più di lui era titolato a garantirlo? Tremonti - sottolinea - è libero di intraprendere le iniziative che vuole, anche se normalmente chi si sente diffamato si rivolge alla magistratura o chiede l'obbligo di rettifica. Ma il diritto di critica è sacrosanto. E la nostra critica si basa sui fatti». A questo punto, conclude la giornalista, «stiamo predisponendo la corposissima documentazione sulle fonti, sui curriculum dei personaggi intervistati, sulle richieste di intervista alle quali non abbiamo ricevuto risposta».

LA REPLICA DELLA RAI - La direzione Affari Legali della Rai tuttavia ha poi precisato che «non c'è stato nessun ritardo di alcun tipo nella comunicazione a Raitre, relativamente al programma Report. «Il provvedimento dell'Autorità dell'avvio del procedimento su segnalazione del ministro Tremonti - spiega la direzione Affari legali di Viale Mazzini, replicando a Milena Gabanelli - è stato infatti notificato alla Rai in data 2 dicembre e inviato dalla direzione Affari Legali alla Segreteria del direttore di Raitre, Paolo Ruffini, il giorno 3 dicembre e poi formalmente trasmesso il 10 dicembre con le rituali osservazioni ai fini della predisponenda attività difensiva che evidentemente verrà espletata nella piena osservanza dei termini di legge».

Redazione online
12 dicembre 2010

Voto e veleni:

Libero


I numeri, alla Camera, sonon ancora complicati. Il bilancino ufficialmente dice che, ad oggi, i voti di fiducia a favore del governo Berlusconi sarebbero 312 mentre quelli contro 315. Ma da qui al 14 dicembre la strada è lunga. E l'impressione è che il Cavaliere potrebbe guadagnare terreno. A perdere, più la faccia che gli uomini, sarebbero Fini e i futuristi. Incassate le defezioni sul fronte della sfiducia di Razzi (da Idv a Noi Sud, voterà sì), i misti Scilipoti, Cesario e Calearo (confluiti nel Movimento di Responsabilità Nazionale e rispettivamente per la sfiducia, il sì e l'astensione, in attesa di posizione comune) e Grassano (dai Liberaldemocratici a Pionati: sì), il Fli si aggrappa alla sfiducia dichiarata dei Radicali pannelliani. Ma la terra, intorno al presidente della Camera, sa sempre più di bruciato. E lui non la prende bene: "Da adesso comincia il calciomercato", avrebbe detto Fini a due insegnanti del liceo scientifico "Majorana" di Isernia che gli rivolgevano un "in bocca al lupo" in vista del voto del 14 dicembre.
E il premier Silvio Berlusconi, intervenuto all'inaugurazione dell'atrio Pietralata della stazione di alta velocità Roma Tiburtina, si sbilancia: "La maggioranza degli italiani è con noi. Finiremo la legislatura, andremo avanti senza follie politiche".

IL VIDEO-EDITORIALE DEL POMERIGGIO - Per il direttore di Libero Maurizio Belpietro, però, è inutile lamentarsi dei cambi di casacca. Il modo per eliminarli ci sarebbe, ed è modificare la Costituzione. Ma nessuno ci ha mai provato, forse perché conviene a tutti.



LA PROCURA INDAGA - Dalla Procura di Roma giunge la notizia dell'apertura di un'inchiesta circa la presunta "compravendita" di deputati in vista della fiducia alla Camera. Secondo quanto si è appreso, l'indagine sarebbe partita da alcuni articoli apparsi sui quotidiani degli ultimi giorni e riguarderebbe, in particolare, il cambio di casacca dei due ex esponenti dell'Italia dei Valori Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, passati rispettivamente al Movimento di responsabilità nazionale e a Noi Sud (ma entrambi vicini al "sì" alla fiducia). Giovedì il leader dell'IdV Antonio Di Pietro aveva annunciato di aver presentato in Procura "elementi utili su diverse situazioni" proprio riguardo la presunta "campagna acquisti". Proprio Di Pietro, venerdì, ha affermato: "Ho prodotto documenti e prove sul piano materiale e altre mi riservo produrne, mi auguro che coloro che sono a conoscenza dei fatti possano aiutare la Procura della Repubblica a fare luce su questo scandalo del ventunesimo secolo. Il voto di scambio sulla fiducia del 14 dicembre è un fatto che sconvolge la democrazia. Non è possibile, in un paese civile, che il governo e la maggioranza si reggano su un voto comprato, venduto, ricattato".
Secondo il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, da parte della Procura è giunta una "gravissima intromissione" nella libera dialettica parlamentare: "Apre una questione istituzionale molto rilevante", spiega Cicchitto. Sandro Bondi e Denis Verdini, intanto, fanno sapere che intendono sporgere denuncia a loro volta circa gli acquisti di parlamentari di centrodestra da parte dei partiti di centrosinistra: "Da sempre riteniamo che sia sbagliato trascinare nei tribunali questioni che sono solo politiche, ma visto che qualcun altro è affetto da una vita da questa sindrome, che almeno questo momento di verità valga per tutti", dicono i due esponenti del Pdl.

FAMIGLIA CRISTIANA: "FIDUCIA COME TANGENTOPOLI" - Ha un titolo eloquente il nuovo articolo contro il governo apparso su Famiglia Cristiana. "Fiducia: peggio di Tangentopoli", dice il settimanale paolino. Che poi, nel pezzo, dice: "I quotidiani sono pieni di dettagli su questo tariffario, rispetto al quale le mazzette di Tangentopoli sono acqua fresca. La sensazione cioè è che, se non tutto, quasi tutto sia vero. E che i trenta denari abbiamo assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato. Si diceva di Tangentopoli. Doveva essere un momento di rinascita civile, di giustizia contro corrotti e corruttori - prosegue il settimanale cattolico - Ma si sa come è finita. Una volta assodato che volavano soltanto quattro stracci, troppo carcere preventivo con le tragedie che conosciamo ma sentenze definitive del tutto marginali, il mondo politico si è sentito libero di reiterare. Peggio ancora, di fare apertamente ciò che allora si faceva di nascosto. I risultati li vediamo ogni giorno".
Famiglia Cristiana solleva un problema costituzionale parlando di "disprezzo della norma secondo cui il parlamentare non ha 'vincolo di mandato'. Il concetto è stato capovolto. Ammesso che in passato si rispettassero almeno le forme, il vincolo non esiste più rispetto agli elettori. E’ invece ferreo rispetto ai capibranco, specie i berlusconiani che hanno più soldi da spendere e più prebende da elargire. In una seria analisi politica - continua la rivista dei paolini - il primo rimedio dovrebbe consistere in una riforma della legge elettorale, tale da consentire ai cittadini un diritto di scelta. Ma visto il punto cui si è giunti, c'è da chiedersi se basterebbe. Se si accetta di essere comperati e venduti, se le reazioni sono soltanto di carattere giornalistico, se la stessa Giustizia si mostra impotente, vuol dire - ultima frase fatta - che si sta toccando il fondo. Mettersi le mani nei capelli, cos'altro sennò?"

ALTA TENSIONE IN PARLAMENTO - "I pasdaran finiani più accesi hanno sbagliato tutte le valutazioni, in questi sei mesi - attacca Daniele Capezzone, portavoce del Pdl -. Prima la scelta delle fibrillazioni e del controcanto continuo, poi la spaccatura, poi i toni astiosi usati a Bastia Umbra da molti dirigenti finiani, fino all'errore più clamoroso, quello della mozione di sfiducia, che li ha allineati a Bersani e Di Pietro". "E' naturale - prosegue Capezzone -, che non solo gli elettori, ma anche numerosi eletti, non si riconoscano in quel tipo di approccio. E oggi il Fli è isolato".
L'attacco alla nomenklatura finiana arriva anche da destra. Francesco Storace se la prende con Bocchino: "Si è lamentato di uno sputtanamento perché si è saputo del suo colloquio con Berlusconi. Di grazia, perché gli italiani non dovevano sapere che il campione della trasparenza era andato alla corte del suo principale nemico?".
A proposito di cambi di casacca. Bruno Cesario, ex deputato Api, accusa il centro-sinistra: "I veri trasformisti sono quelli del Pd. Che oggi a Roma spalleggiano gli ex fascisti del Movimento sociale mentre in Sicilia stanno con quelli che prima consideravano dei mafiosi", ha sottolineato al Riformista. Sul voto del 14 dicembre è chiaro: "Sosterrò il governo votando contro la mozione di sfiducia, come ho già fatto a settembre. Il paese non può infilarsi in una contrapposizione cieca".

10/12/2010




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Repubblica Ceca: manichini di poliziotte in minigonna per far rallentare il traffico

S. Anastasia, il sindaco s'ispira alla “Livella” di Totò: tombe tutte uguali

Il Mattino


SANT’ANASTASIA (12 dicembre) - Prende spunto dalla notissima poesia di Totò, «'A livella», l’idea lanciata dal sindaco Carmine Esposito (Pdl): le tombe, i loculi, le cappelle nel cimitero comunale dovranno essere tutte uguali, semplici, dignitose, senza fronzoli. Nessun marmo più prezioso d’un altro sulla fossa di un defunto benestante, nessuna decorazione barocca sui frontali delle cappelle gentilizie che eventualmente saranno costruite quando avverrà l’ampliamento del cimitero.

«'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo, trasenno stu canciello ha fatt'o punto c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme». Tutti uguali, nell’ultima dimora. Almeno lì. Qualche anno fa, a lanciare un’idea simile, ci aveva provato l’ex assessore Luigi Maiello, ora comandante della polizia municipale a Cercola. Ma non ebbe seguito. Ora però l’attuale sindaco sta per avviare una campagna di sensibilizzazione, con la ferma intenzione di consultare i cittadini su questo punto.

«Sarebbe un grande segno di civiltà – dice il primo cittadino – quella di Totò non è solo una lirica ma una poesia – simbolo, una filosofia che condivido: dignità, pari opportunità – quelle che dovrebbero esserci per tutti nella vita – siano tali almeno nella morte». Non è solo questo, però, il motivo che ha spinto il sindaco a lanciare la proposta che farà sicuramente discutere. «C’è un altro vantaggio non da poco nell’idea di “livellare” il cimitero cittadino – continua Carmine Esposito – se tutti usassero gli stessi marmi, lo stesso stile, non ci sarebbero mai più speculazioni che sono sempre da condannare ma che, quando fatte sulla pelle di familiari affranti per la morte di un proprio caro, sono assolutamente indegne di una comunità civile».

Ed il cimitero, a Sant’Anastasia, è praticamente un «caso». Patologico, per lo più. La cappella madre è in condizioni di degrado, molti loculi sono puntellati, come si vede nelle foto scattate per la pagina facebook «Sant’Anastasia Oggi» dal reporter Ciro Colombrino, le scale che portano al piano superiore sono sconquassate, i servizi igienici a dir poco vergognosi. Un luogo sacro nell’incuria dilagante. A fronte dell’affidamento per molti anni ancora ad una ditta privata, aggiudicatrice della gara d’appalto con il metodo della finanza di progetto che per ora ha solo preso acconti dai cittadini ma che non ha ancora messo mano né ai lavori per l’ampliamento né a null’altro.

L’affidamento risale alla giunta Iervolino, poi confermata dal consiglio comunale con il sindaco Carmine Pone che provò a rescindere il contratto ma dovette poi tornare sui suoi passi evitando un’onerosa penale. «Le cose stanno così – dice l’attuale sindaco che l’altro giorno ha incontrato in municipio i responsabili della ditta – certo fosse stato per me avrei usato il project financing per una piscina, una struttura sportiva, mai per il nostro cimitero, ma ora dobbiamo andare avanti, anche se nell’incontro recente ho messo dei punti fermi».

Punti che si traducono nella sistemazione della cappella madre in tempi brevi, in quella dei viali e delle scale ed in un investimento di almeno 3 milioni di euro. «Ma prima ancora di sederci ad un tavolo con la ditta – assicura il sindaco – ho preteso ed ottenuto che i prezzi dei loculi fossero ritoccati, da qui la mia proposta affinché siano tutti uguali, per civiltà ma anche per risparmiare tutti».





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Un altro mistero per la Gioconda Negli occhi Leonardo disegnò dei simboli

Il Mattino



ROMA (11 dicembre) - Un altro mistero avvolge la Gioconda. Nei suoi occhi il segno di Leonardo. La scoperta arriva da alcune ricerche del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali. Il Comitato, dopo il recente recupero e studio delle spoglie del Caravaggio, procede con l'analisi del famoso dipinto, detto anche Monna Lisa, sul quale tanto si è ipotizzato sulla data di realizzazione e sulla identita« della modella.

Ora, secondo Silvano Vinceti presidente del Comitato, sul dipinto conservato al Louvre, si apre una nuova pagina.

Nel retro del quadro, in basso a sinistra della tavola di pioppo secondo lo studioso si legge il numero 149: ciò testimonierebbe che l'opera sarebbe stata realizzata tra il 1490 ed il 1499.

Ma la vera scoperta, avvenuta del tutto casualmente, è un'altra: negli occhi di Monna Lisa Leonardo avrebbe nascosto due simboli. Ad accorgersi del celato tratto del genio del Rinascimento è Luigi Borgia, uno dei soci del Comitato che per la passione verso lo scienziato studia tutto ciò che lo riguarda.

E quindi acquista, in un mercatino di libri antichi, un testo del 1960 dove l'autore francese fa cenno ad alcuni particolari degli occhi della Gioconda. Inizia allora a fare ricerche sempre più sofisticate fino ad individuare 'qualcosa' che «va ancora studiato e approfondito - dice Borgia - anche se una idea ce la siamo fatta».

Il dubbio scatena subito la curiosità dello storico Vinceti che vola a Parigi e nonostante la ritrosia dei francesi riesce a verificare, indagare: «è bastata una lente d'ingrandimento per capire che era tutto vero», spiega il presidente che non vuole ancora rivelare i particolari della sua scoperta: «stiamo studiando i dettagli - afferma - appena avremo sicurezza di quanto abbiamo visto ne daremo notizia». Ma alcune indiscrezioni parlano chiaramente di due coppie di cifre o sigle che potrebbero svelare nuovi "segreti" su Leonardo o sulla vera identità di Monna Lisa.

Intanto anticipa l'uscita di un libro su «Il segreto degli occhi della Gioconda», ma la sua vera soddisfazione è un'altra: «è la prima volta - sottolinea - che un gruppo di italiani si stanno conquistando a livello mondiale la leadership di questi studi scientifici e antropologici su personaggi storici di risonanza internazionale».





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Roma, assalto writers ad un treno

La Stampa

Dieci uomini incappucciati hanno bloccato un convoglio sulla linea Termini-Giardinetti
e poi lo ha imbrattato. Minacce al conducente




ROMA

Agguato dei writers a un treno della Termini-Giardinetti. Una persona, alle 5.46 di questa mattina, a bordo di un treno ha tirato il freno di emergenza e ha bloccato il convoglio. Nello stesso momento un gruppo di almeno dieci persone munite di bombolette spray, incappucciate e armate di bastone hanno imbrattato il treno e minacciato il personale. Lo rende noto Roma Servizi per la mobilità. Il macchinista, una volta concluso l’episodio, si è assicurato delle condizioni di sicurezza ed è ripartito per non interrompere il servizio. L’episodio è avvenuto a ponte Casilino, nei pressi del Pigneto. Sul posto è intervenuta la polizia.



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Candali d'Italia: La super pensione di Tony Negri

Libero








Ai tranquilli lettori padovani dev’essere andata di traverso la brioche intinta nel cappuccio sfogliando al bar la copia del quotidiano Il Mattino. Il giornale ha inteso ricordare - nel bel mezzo del clima da fine dei giochi, mentre qualcuno le prova tutte pur di mandare all’aria  la legislatura - che un tempo i parlamentari ci pensavano bene, prima di abbattere un governo. Se non altro perché dopo due anni, sei mesi e un giorno maturavano il diritto alla pensione.

Facendo un riepilogo degli onorevoli che tra la prima e la seconda Repubblica hanno ottenuto il vitalizio, Il Mattino ha pescato anche Toni Negri, il cattivo maestro per eccellenza, il grande nemico dello Stato borghese e capitalista. Questo signore - come riporta il sito internet dell’Espresso - incassa ogni mese dai contribuenti 3108 euro e questo dal 1993, anno in cui varcò la soglia dei sessanta.

Non solo. Questa ragguardevole cifra, superiore alla retribuzione di molti nostri connazionali, se l’è guadagnata col sudore della fronte. Fu eletto infatti nelle liste radicali, uscendo dal carcere dove era stato rinchiuso dal 7 aprile 1979, dopo un processo in cui gli venivamo mosse pesanti accuse per legami col terrorismo rosso.

Fece il suo ingresso in Parlamento il 12 luglio del 1983 e prima che gli onorevoli colleghi autorizzassero il suo arresto, fuggì in Francia e tanti saluti. Dunque la sua esperienza in aula durò 64 giorni. In realtà, però, per via del periodo estivo e delle relative ferie, a Montecitorio vennero convocate soltanto 9 sedute.

La notizia non è nuova, in sé. Anzi, è stata scritta e riscritta, campeggia pure in La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, saggio vendutissimo ma forse non abbastanza letto, almeno dai politici. Nel libro, fra l’altro, viene citato un memorabile intervento dell’on. Negri, nel quale afferma: «Mi hanno accusato di aver vissuto in cento bande clandestine, ma l’unico corpo separato in cui mi è toccato di vivere è proprio questo Parlamento».

Però la pensioncina mica gli fa schifo. Anche se è “proprietà privata”.   
Quel che sorprende è notare che nonostante tutte le segnalazioni, a Negri continui ad arrivare lo stipendiuccio da ex rappresentante del popolo italiano, garantitogli da quella democrazia borghese e padronale da lui tanto disprezzata.

Soprende ancor di più poiché Negri continua a pubblicare - anche con un certo successo negli ambienti salottieri che contano - i suoi libroni rivoluzionari. L’ultimo dei quali è uscito proprio qualche mese fa e si intitola Comune. Oltre il privato e il pubblico. Nel tempo libero, dicono, Negri si diletta a consigliare sinceri democratici come il caudillo venezuelano Hugo Chávez.

Vero, il professore padovano non è il solo a godere delle prebende da ex politico. Tanti come lui incassano e continuano ad approfittare di scandalosi benefici. Il suo però è un caso abbastanza clamoroso. Sia per il numero di giorni di “lavoro” in Parlamento sia per le dichiarazioni che il maestro rosso ancora sparge in giro.
Fosse così duro e puro come sembra, potrebbe anche fare un bel gesto e rinunciare all’assegno, ma del resto, come scrive nel suo più recente saggio, il mondo va preso com’è, tanto vale approfittarne.

«Dobbiamo renderci conto che, per quanto lo si giudichi con intelligenza critica e radicalità», teorizza,  «siamo destinati a vivere in questo mondo, non solo perché siamo sottomessi al suo dominio, ma anche perché siamo contagiati dalla sua corruzione. Abbandoniamo dunque i sogni di una politica incontaminata e i “grandi valori” che ci permetterebbero di restarne fuori!».  Ecco, basta coi valori, meglio i privilegi.

Ma visto che in Parlamento è accomodato qualcuno che con la scusa dei valori intende ribaltare Berlusconi - il presidente della Camera Gianfranco Fini - ci permettiamo di rivolgergli un appello, anzi un appellino. Lei che di Montecitorio è il massimo rappresentante, faccia una cosa di destra. Tolga queste pensioni ridicole. E, magari, inizi dal rivoluzionario Toni Negri.


di Francesco Borgonovo

11/12/2010





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Prete-papà imputato di truffa

Il Mattino di Padova


L'accusa: contributi incassati grazie a fatture «gonfiate». Fondazione Cariparo e Regione rivogliono da Sante Sguotti i finanziamenti dati per il restauro degli impianti sportivi della chiesa di Monterosso


di Cristina Genesin



ABANO. Nuovi guai per (l'ex don) Sante Sguotti, il prete-papà dimesso ex officio dallo stato clericale per decisione del Papa dopoché divenne di dominio pubblico la notizia del suo amore per Tamara Vecil, la donna che gli ha dato un bimbo. E stavolta, altro che guai ultraterreni: sono tutti di natura giudiziaria. L'accusa. A due anni e mezzo dalla perquisizione messa a punto dalla guardia di finanza con la polizia locale di Abano nella parrocchia di Monterosso - di cui Sguotti è stato pastore per otto anni - e nell'abitazione di Lovertino di Albettone, nel Vicentino dove vive con la famiglia, il pubblico ministero padovano Sergio Dini ha chiesto il processo a carico dell'ex sacerdote, per il reato di truffa aggravata - in quanto finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche e commessa in violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto - nonché di falso ideologico. Sguotti, difeso dall'avvocato Barbara Cellini, ha chiesto di essere giudicato con un rito alternativo, mentre Regione Veneto (assistita dall'avvocato Tito Munari dell'Avvocatura regionale) e Fondazione Cariparo (rappresentata dall'avvocato Laura Baliello) hanno reclamato il risarcimento dei danni: la prima per 20 mila euro, pari alla somma sborsata alla parrocchia di Monterosso, la seconda per quasi 30.000 (9.288 euro di danni patrimoniali e 20 mila di danni non patrimoniali).

L'udienza è stata fissata davanti al gup Vincenzo Sgubbi per il 18 gennaio. L'inchiesta. Era stato un esposto anonimo a dare il via all'indagine nei confronti dell'allora sacerdote finito sulle pagine di tutti i giornali e sulle tivù anche straniere, per la sua storia di prete-papà-innamorato difeso da tanti parrocchiani e aspramente criticato da altri, infine punito dai vertici della Chiesa, oggi soltanto un uomo che, per sbarcare il lunario e mantenere la famiglia, lavora come camionista e vive in un rustico piuttosto malconcio nell'area dei Colli Berici.

È il 30 ottobre 2003 quando don Sante presenta alla Regione la domanda per ottenere dei contributi destinati a finanziare alcuni lavori nella parrocchia di San Bartolomeo Apostolo a Monterosso. Lavori che prevedono la realizzazione di un campo di beach volley e il rifacimento delle gradinate sia del campo di calcio che del patronato.

I finanziamenti. Il 28 febbraio 2006 la Giunta regionale autorizza l'esborso di 20 mila euro, subordinandolo alla trasmissione della documentazione contabile e del certificato di regolare esecuzione dei lavori, compilato dal parroco e dal direttore dei lavori. Certificato presentato il 13 febbraio 2007 che attesta lavori per un costo complessivo di 57.664,65 euro. Una somma consistente, tanto che don Sante sollecita pure un aiuto dalla Fondazione Cariparo che eroga il contributo massimo previsto di 33 mila euro. Alcuni interventi in realtà risultano eseguiti, ma non per gli importi giustificati dall'allora pastore con una serie di documenti fiscali predisposti da lui stesso, almeno secondo l'accusa: alla Regione Veneto, infatti, risultano inviate due fatture apparentemente emesse dall'impresa Ecoedil rispettivamente per 13.200 e 12.715 euro, un'altra emessa dalla Trevisan Ambrogio Snc per 23.228,70 euro, un'altra ancora con carta intestata della ditta Enrico Rossetto per 6.397,12 euro e infine altre fatture relative a diverse prestazioni professionali.

A Cariparo, invece, oltre al certificato di regolare esecuzione dei lavori, sono trasmesse due fatture emesse (sempre a quanto risulta dalle carte) il 28 marzo e il 18 ottobre 2006 da Ecoedil per un importo totale di 18.577,90 euro. Ovviamente attraverso quei documenti falsificati sarebbero stati indotti in errore gli architetti Andrea Mario e Barbara Patanè, direttori dei lavori nell'ambito del progetto finanziato dalla Regione il primo, da Cariparo la seconda. Già perché i due professionisti erano stati così convinti a certificare l'avvenuta esecuzione delle opere per gli importi liquidati.

La difesa. Sante Sguotti ha sempre ribadito di non aver mai rubato alcunché. «Gli interventi eseguiti alle strutture parrocchiali quand'ero a Monterosso sono sotto gli occhi di tutti - aveva raccontato - Sul rendiconto potrei aver commesso qualche errore, ma in assoluta buona fede. Chi del resto non sbaglia nella vita? A volte in qualche imprecisione incappa anche chi il maneggio delle fatture lo fa di professione. In ogni caso, prima dell'erogazione del contributo, la Fondazione Cariparo ha anche mandato un perito». L'ultima parola spetterà al giudice.



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Berlusconi: «Israele può usare l'atomica»

Corriere della sera


Le valutazioni del presidente del Consiglio riportate nei cable di Wikileaks e pubblicate da Der Spiegel

«Nessuno, neppure Obama, può fermare Gerusalemme se si sente minacciata»


In caso di una minaccia nucleare da parte dell'Iran, nessuno potrà fermare Israele nella sua reazione. È quanto avrebbe affermato Silvio Berlusconi secondo un rapporto inviato a Washington dall'ambasciata americana a Roma, reso noto da Wikileaks, di cui riferisce il settimanale tedesco Der Spiegel nel suo nuovo numero. La dichiarazione di Berlusconi sarebbe avvenuta nel corso di un colloquio del 6 febbraio con il ministro della Difesa americano Robert Gates.

Dopo aver ribadito che l'Italia intende essere «il migliore amico degli Stati Uniti», Berlusconi non avrebbe fatto mistero del fatto che a suo avviso l'Iran sta lavorando per ottenere l'arma atomica, basandosi sulla «promessa di Ahmadinejad di cancellare lo Stato di Israele». Preoccupato per un eventuale attacco preventivo all'Iran da parte del governo guidato da Benjamin Netanjahu, secondo il rapporto dell'ambasciata americana il premier italiano avrebbe «supposto che Tel Aviv colpirebbe, forse addirittura con armi nucleari». Berlusconi viene citato nel rapporto con queste parole: «Nessuno, compreso il presidente Obama, può fermare Israele, se si sente minacciato nella sua esistenza». La reazione americana alle dichiarazioni del presidente del Consiglio, secondo il rapporto rivelato da Wikileaks, sarebbe stata che «Berlusconi ha capito». (Fonte: Agi)


12 dicembre 2010



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Un turista a Mogadisco, il primo da vent'anni

La Stampa


Un canadese sbarca in Somalia.
All’aeroporto volevano rispedirlo a casa





CARLA RESCHIA

Una passeggiata sotto scorta nelle vie martoriate del centro, un breve soggiorno al Peace Hotel con vista sulla spiaggia infestata dalle mine, una foto con soldati neri e longilinei che sembrano usciti da un fumetto di Corto Maltese.

Erano vent’anni, forse più, che a Mogadiscio non si vedeva un turista e ha fatto notizia lo straniero in t-shirt rossa «I love Turkey» e zaino in spalla intento a cercare invano dépliant e brochure e curioso delle tracce della colonizzazione italiana. Tanto da finire sui giornali locali come l’ultima follia di una capitale abituata a tutto.

La Somalia non è una meta da «turisti per caso», è in preda a una guerra civile ininterrotta dal 1991, dopo la caduta di Siad Barre. Un susseguirsi di attacchi, invasioni, impossibili missioni di pace che ha reso l’ex colonia italiana uno dei luoghi più pericolosi al mondo. «Viaggiare sicuri», il prudentissimo sito della Farnesina, vi sconsiglia i viaggi «a qualsiasi titolo».

Perciò quando Mike Spencer Bown, canadese, 41 anni, che ai 140 Paesi visitati ha appena aggiunto, con un certo scalpore mediatico, la Somalia, si è presentato sorridente al controllo passaporti lo volevano rimandare indietro subito: «Io però – racconta - mi sono messo a urlare, ho usato tutti gli espedienti che mi venivano in mente, finché l’aereo non è ripartito senza di me». I funzionari dell’Ufficio Immigrazione somalo hanno cercato allora di consegnarlo ai caschi verdi ugandesi delle truppe di pace dell’Unione Africana, ma questi hanno gentilmente declinato. Se a Mogadiscio ci fosse un governo forse non ce l’avrebbe fatta, ma poiché la città è un gigantesco e anarchico duty free dove tra un’epidemia e un’incursione aerea si fanno meravigliosi affari con Internet e le telecomunicazioni, alla fine Mike è passato.

Soggiorno breve ma intenso, trascorso per metà a litigare con doganieri allibiti e per l’altra metà a farsi fotografare al Peace Hotel da un amico conosciuto sul posto, il giornalista Mustafa, in posa con un arsenale che i più di noi hanno visto solo nelle varie edizioni di Rambo. Non è un guerrafondaio Mike, solo un viaggiatore giramondo, ma quella è la specialità locale. Il Paese infatti, informa gli amici virtuali che seguono le sue avventure, è controllato dai fondamentalisti islamici.

La permanenza è stata appena di due giorni - muoversi per il Paese è impossibile e, per quanto a Mike sia parso curioso, manca un ministero del Turismo in grado di suggerire itinerari e monumenti - ma riscaldato dalla genuina sorpresa degli abitanti, increduli di vedere in giro un «turista» invece dei soliti miliziani e dei sempre più rari cooperanti.

A Mike è proprio piaciuto e lo racconta sul suo profilo Facebook, dove è ritratto mentre imbraccia gioiosamente un lanciarazzi e riassume la sua filosofia di vita tra una citazione colta da Sören Kierkegaard – «La vita può essere capita solo a posteriori, prima deve essere vissuta» – e una da Nietzsche: «Quello che non mi uccide, mi fortifica».

La Somalia era da tempo una meta del suo viaggio invernale in Africa iniziato a ottobre, una tappa d’obbligo dopo le chiese rupestri di Lalibela e le steli di Axum nella vicina Etiopia. Gli sarebbe piaciuto anche fare un salto in Eritrea, confida, ma prendere il visto richiedeva un rimpatrio in Canada che gli avrebbe guastato il ritmo dell’avventura.

Perché Mike Spencer Bown, ex agricoltore, ex venditore di bigiotteria, ex importatore di mobili da giardino dall’Indonesia, da qualche tempo ha ridotto i suoi possessi terreni a quello che poteva stare in uno zaino e ha fatto del viaggio perenne il suo nuovo mestiere. Non è che visiti solo Paesi pericolosi, ama spaziare. Da Calgary, in Canada, ai villaggi dei pigmei in Congo, dalla Groenlandia ad Alma Ata, in Kazakhstan, per studiare il russo.

Torneremo forse a sentire parlare di lui: scampato a Mogadiscio medita di andare a dare un’occhiata all’area tribale dei dinka, nel Sud Sudan: «Potrei aiutare a difendere un villaggio da un attacco janjaweed, come in uno di quei vecchi film sulle guerre zulu». Un’altra delle sue citazioni preferite è un adagio zen: «Se le capisci, le cose sono come sono, se non le capisci, sono come sono lo stesso».



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Viaggio nella Russia senza gas: patate, cetrioli e solitudine

La Stampa


A Sudislavl non è cambiato molto dai tempi dell’Unione Sovietica. Tanti telefonini e poca industria: il bucato si fa al fiume anche d’inverno



EVGENY UTKIN
SUDISLAVL (REGIONE DI KOSTROMA)

Per arrivare da Mosca a Sudislavl, nella regione di Kostroma, ci vogliono nove ore di viaggio con un pulmino di linea Anni Settanta, i cui ammortizzatori non sono mai stati sostituiti. Per fare quanti chilometri? Trecentoquarantacinque.

Al centro dell’unica piazza c’è una chiesa sopravvissuta ai tempi del bolscevismo che non è mai stata chiusa. A 200 metri il monumento di Lenin rimasto dai tempi del socialismo, che nessuno vuole togliere. «Smontare la scultura e mettere qualcun altro al suo posto sarebbe un costo inutile», dice un passante di nome Viktor Andreevic. Ci sono altri problemi a cui pensare. «Siamo abituati, quando attraversiamo la piazza non pensiamo neanche a chi sia stato, siamo qui per vivere, non per fare politica», aggiunge un altro. «Hanno già distrutto una chiesetta 90 anni fa, perché dobbiamo seguire gli esempi sbagliati?».

Ogni volta che ritorno a Sudislavl c’è una sorpresa. Un nuovo negozio, un’improbabile Spa aperta giorno e notte, vuota (avranno 5 clienti a settimana?), un piccolo hotel. Tranne le due strade principali che sono asfaltate, tutte le altre sono un vero e proprio incubo. Buchi larghi come crateri sono sempre lì, anno dopo anno. L’asfalto costa troppo, dicono. Tre anni fa è nato un servizio di taxi: per un euro ti portano in ogni parte del paese. È l’unico mezzo «pubblico». Ai tempi del socialismo circolavano due linee di bus. Poi si sono fermate, e tutti i numerosi pensionati sono costretti ad andare a piedi al negozio per comprare pane e latte o per recarsi in chiesa sulla collina. C’erano poche macchine in epoca sovietica, ma qualcuna in più di adesso. La maggior parte sono Zhiguli russe (fabbricate a Togliattigrad, come la Fiat 124), anche se ultimamente si vedono marche straniere di grossa cilindrata.

La maggior parte delle case sono di legno, le izbe, riscaldate solo con la stufa a legna, alcune messe bene, dipinte con allegri colori, altre fatiscenti. L’acqua si prende dal pozzo vicino e il bagno di legno si trova in cortile. Se d’estate si può indugiare a un qualche romanticismo - ci si lava al fresco, ascoltando gli uccelli - durante l’inverno le temperature scendono sotto i 35 gradi. Come fanno? I panni sono lavati al fiume, estate e inverno. Come trent’anni fa.

Due strade incrociano il paesino, la Sovetskaja e la Komsomolskaja. Non ci sono più i giovani comunisti, i Komsomol, e in paese hanno scordato lo slogan «tutto il potere ai Soviet!», ma nessuno pensa a cambiare i nomi. La casa del governo, un quadrato bianco di 4 piani, semivuoto, dà l’impressione di essere abbandonata. Si affaccia su una pineta che nasconde un lago. Anni fa c’era una spiaggia, dove l’estate i bambini vanno a fare il bagno. Ma si dice che sia inquinato - certezze nessuna -, e che sia diventato una cosa «per bambini molto coraggiosi». Passando, si vede un’enorme fabbrica per la lavorazione del legno, semibruciata e non funzionante da tempo.

Si diceva che l’avesse comprata un oligarca locale, ma non ha fatto niente. Sì, anche qui ci sono gli oligarchi; più modesti dei moscoviti alimentati da petrolio e gas, hanno comunque case grandi e confortevoli, di tre piani, su 500 metri quadrati. Avranno pure i servizi in casa, ma non il gas. Malgrado Gazprom venda gas in tutta Europa, il gasdotto a Sudislavl non arriva. E gli oligarchi, come tutti gli altri in paese, si riforniscono grazie alle bombole, che durano un mese circa. Da qualche tempo si parla di un progetto di «gassificazione» del paese, ma costa, e non tutti hanno deciso di aderire all'offerta.

La gloria locale, uno stabilimento dove si allevavano visoni (le pellicce venivano esportate in tutte le parti del mondo, Italia compresa), è quasi completamente in disuso. Negli Anni 90 la gente era arrivata a nutrirsi del mangime dei visoni per sopravvivere, e gli animali sono morti di denutrizione. È così che tutti hanno iniziato a coltivare l’orto (terra ce n’è in abbondanza), per far crescere patate e cetrioli, il cibo di sempre.

È stato un periodo strano, il passaggio dal socialismo al capitalismo. Ha portato tanta ricchezza, ma anche tanta povertà. Si rubava (o meglio, si prendeva) di tutto. I trattori e gli attrezzi agricoli abbandonati dei kolhoz (cooperative agricole) venivano portati per pochi soldi alle discariche di metalli. Il caso più clamoroso fu quello della diga di un lago - il posto preferito di villeggiatura non solo dalla gente locale ma anche dai moscoviti, con barche a noleggio e una bella spiaggia. La diga conteneva pezzi di acciaio. Una notte scomparve, e con lei anche il lago. C’è voluto molto tempo per riempirlo di nuovo, e non è più tornato come prima.

La gente non sa cosa fare. I giovani si lamentano, non c’e lavoro, non c’e spazio per socializzare. Tutti hanno Dvd, tanti i telefonini, ma Internet è ancora una cosa piuttosto rara. E i giovani scappano verso le città più vicine, come Kostroma, Yaroslavl, o persino Mosca. Rimangono le vecchiette abbandonate nelle loro casette di legno, concentrate sull’orto (le donne anziane sono notevolmente più numerose degli uomini; l’età media di un uomo è passata dai 73 anni durante il socialismo ai 60 odierni, mentre le donne sono rimaste stabili alla media di 75 anni). A qualsiasi domanda riguardante le difficili condizioni della vita a Sudislavl, soprattutto d’inverno, rispondono che sono abituate. E non chiedete di politica, di Medvedev e Putin. L’unica preoccupazione è il troppo caldo per i cetrioli e il troppo freddo per le patate.

Un gruppetto di bambini gioca sulla strada. Sentono una voce straniera e uno incuriosito chiede «Che lingua parlate?» «Italiano». Sanno dov’è, non sembrano sorpresi. «Un’amica di mia mamma è andata in Italia l’anno scorso». Voglio capire se i tempi sono cambiati. «Cosa volete fare da grandi?» chiedo. «Il cosmonauta», risponde uno (ci siamo, era la risposta più diffusa anche 40 anni fa). «Voglio essere Putin», risponde un altro. I tempi sono cambiati.



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Sbai: "Le vere minacce? Me le ha fatte Fini" Scilipoti: "Non mi vergono, io con gli italiani"

di Emanuela Fontana


La deputata Souad Sbai che per prima ha lasciato il Fli per tornare al Pdl: "Mi ha insultato quando gli dissi che me ne andavo. Mi ha fatto sentire come una mosca sul vetro. Quel partito è una specie di setta: Granata decideva per te, Bocchino decideva per te".





 Roma È stata la prima a lasciare Fini, tre mesi dopo la nascita di Futuro e Libertà: «Ho sofferto tutta l’estate e poi, una mattina, ho deciso». Era il 23 settembre. Souad Sbai, deputata marocchina, si recò nell’ufficio del presidente della Camera: «Durante quel colloquio Fini ebbe con me un tono di offesa, aggressivo, lo voglio chiamare un colpo di testa, che da signora non voglio riferire. Mi sono sentita peggio di una mosca sul vetro. Lo farà lui un giorno, se ne avrà il coraggio». Chiusa la porta, Souad Sbai tornò nel Pdl.
Onorevole Sbai, ci vuole raccontare quell’ultimo colloquio, come maturò la sua scelta?

«Per prima cosa voglio dire che trovo ignobili le accuse di Di Pietro ai deputati che stanno lasciando l’opposizione. Scilipoti (uno dei due che hanno abbandonato l’Idv ndr) era da un anno che manifestava un disagio pesante. Non ne poteva più dell’arroganza del suo partito».

Cosa diceva Scilipoti?
«Un giorno andammo a pranzo insieme, era alle lacrime. Per me non è stata una sorpresa sapere che aveva lasciato l’Idv. E sapevo anche del malessere degli altri, non sono stupita delle loro decisioni, e anche di alcuni in Fli».
Torniamo a lei: perché scelse di aderire a Fli?
«Per solidarietà a Fini. Tutti abbiamo fatto questa scelta per lo stesso motivo. All’inizio ci fu assicurato che non avremmo mai votato contro il governo, che non eravamo un partito».
Berlusconi cosa le disse?
«Disse: “Rispetto la tua scelta, continuo a stimarti per le battaglie che fai e qualsiasi cosa di cui avrai bisogno io ci sarò”. Eppure avrebbe dovuto avere rancore».
Arriviamo allora al suo addio a Fini.
«Granata e altri iniziarono a dire: alleiamoci con Vendola, stiamo con il Pd. Decisi di lasciare Fli la prima volta in cui mi fu chiesto di votare contro il governo».
Non erano questi i patti?
«Mi ero già accorta che la strada che stavano prendendo alcuni era di aggressività mai vista contro Berlusconi. E un odio da parte di Fini, un rancore, una rabbia, più personale che politica. Di fronte a quell’imposizione, decisi di non accettare».
Com’è stato il suo periodo in Fli?
«Non c’era libertà, non mi sentivo libera, Bocchino decideva per te, Granata decideva per te. Quando fu il momento di votare il capogruppo, ad esempio, in 14 volevamo Moffa, ma poi Bocchino fu imposto dall’alto.
Intende da Fini?
«Sì certo. Veniva imposto: questo lì, quell’altro là, senza neppure una riunione in cui si poteva decidere. In un piccolo gruppo appena formato, questo non è un comportamento molto liberale...Io non votai Bocchino».
Dove vi vedevate?
«Sempre alla presidenza della Camera, ma ci riunivamo separatamente».
Cioè «falchi» di qua, «colombe» di là?
«Sì, sempre».
Perché chi ha malessere non riesce a fare una scelta di coraggio?
«Come posso spiegare, la sensazione era quella di essere in una specie di setta, una situazione da cui non puoi uscire, non riesci a reagire, a parlare, un vortice che non ti lascia pensare».
Fini cosa le disse?
«Mi consigliò di riposarmi per qualche mese».
Le consigliò di sparire?
«Mi chiese se volevo andare in un partito che tratta le donne come prostitute».
Non accettava la sua decisione?
«Mi propose di andare nel gruppo misto o di dimettermi. Ma io gli risposi che un partito già ce l’avevo, ed era il Pdl».
E poi?
«Poi...Mi ha trattata in un modo non gentile, senza rispetto».
Maleducato?
«Non vedevo l’ora di uscire da quella stanza».
Quale è stata la sua ultima parola?
«È stata orribile».
Un insulto?
«Non posso dirlo».
Una parolaccia? Le ha dato della...stronza?
«Non commento, è la mia parola contro la sua. Avevo una stima altissima di questa persona, è crollato tutto. Spero che dopo quest’intervista non faccia veto sulle mie proposte sull’immigrazione. Mi espongo dalla mattina alla sera per il mio lavoro».
Questo è un tema caro a Fini...
«Mi permetto una battuta cattiva: se Fini vuol fare davvero qualcosa per gli immigrati, inizi a cambiare la sua legge (la Bosi-Fini, ndr)».
E una volta andata via, quel giorno?
«Ho chiamato Berlusconi. Gli ho detto: alle 5 torno nel Pdl. Lui mi ha risposto che era felice. In quei tre mesi non mi aveva mai chiesto, mai, neppure una volta, di tornare nel Pdl».
E adesso?
«Ora sono serenamente e felicemente nel Pdl. Mi sento più libera. Dal 15 dicembre non so come Fini potrà guardaci in faccia da presidente delle Camera».
Qualche colomba del Fli potrebbe votare sì alla fiducia?
«So che alcuni di loro non stanno bene. Chi parla di calciomercato si deve rendere conto che in parlamento ci sono anche persone perbene, gente che è arrivata a far politica magari solo questa volta, ma che lo fa in modo onesto, come prima nella società civile. Non tutti sono spietati e malvagi».



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I tristi ipocriti che vedono i disonesti solo a destra

di Marcello Veneziani



Che differenza c’è tra il figlio del caposcorta di Veltroni assunto all’Atac quando era sindaco Veltroni e il figlio del caposcorta di Alemanno assunto all’Atac quando è sindaco Alemanno? Un abisso. Il primo è ordinaria amministrazione, il secondo è una vergogna e Alemanno deve dimettersi.

Che differenza c’è tra un deputato eletto nelle liste del Pdl che cambia partito e ritira la fiducia al premier a cui era abbinato e un deputato eletto nelle liste dell’Idv che cambia partito e fa il percorso inverso al suo collega? Un abisso. Il primo è un eroe ravveduto, il secondo un infame traditore. E se (...)
(...) dietro all’uno come all’altro si può supporre che ci sia un interesse personale (garantirsi un futuro incerto con seggi, incarichi, prebende), il primo resta un incensurabile politico, il secondo è un corrotto da destinare alla gogna e al tribunale.

E ancora. Che differenza c’è tra un direttore del Tg1 che spende 7mila euro al mese di spese di rappresentanza e un direttore del Tg1, suo predecessore, che ne spendeva ventimila al mese per una suite? Un abisso, il primo è un delinquente da cacciare e da censurare in azienda, in commissione di vigilanza, in tribunale e in comitato di redazione; il secondo è un galantuomo che doveva pur trovarsi un tetto per esercitare il suo mestiere.

Gli esempi potrebbero andare all’infinito, tra parenti di politici di sinistra sistemati nelle pubbliche amministrazioni e poi parenti di politici di destra che hanno goduto degli stessi privilegi. Se davvero fossimo tra persone oneste, quelli di sinistra che pagano di tasca propria le loro opinioni dovrebbero indignarsi soprattutto con quelli di sinistra che campano alle spalle loro; e viceversa quelli di destra. Invece la Repubblica dei disonesti lancia giudici, gogna e condanne per quelli di destra che imitano i loro predecessori di sinistra e si adeguano all’andazzo. Ma esonera i predecessori.

Questa campagna contro la corruzione fa vomitare. Non ho altre parole per riassumerla meglio. Mi vergogno per loro. Ma chi va con Fini, dicono, crede a una destra moderna e democratica? Non vi sfiora il dubbio che chi vota Berlusconi preferisca responsabilmente il governo in carica a una crisi al buio? Ma no, è solo un servo pagato. Voi che tenete tanto alla Costituzione, non è uno strappo alle sue regole negare il governo a chi è stato eletto dal popolo o lasciare che il presidente della Camera agisca anche da capo fazione e voglia sfasciare il governo? Che schifo. Disonesti ce ne sono sempre stati, ma la novità dei nostri giorni è che i disonesti hanno il monopolio dell’Onestà.

Dai giornali di questi giorni sembra che da pochi mesi si sia imposto in Italia uno spregevole malcostume: il clientelismo, il nepotismo, la corruzione, il mercato dei voti, il trasformismo. Tutte malattie sconosciute a questo sano e onestissimo Paese, importate da Berlusconi, dai leghisti e addirittura dagli ex-fascisti. Intendiamoci, i fascisti andati con Fini sono fior di galantuomini redenti perché il loro codice d’onore prevede al punto uno, anzi unico: sfasciare Berlusconi e il suo governo, pentirsi di aver vissuto per tutti questi anni con quel leader, con quel programma, e di essere stati perciò eletti, diventando perfino maggioranza e forza di governo (chi l’avrebbe mai detto, camerati).

Ora, si sa bene che la corruzione non nasce con la destra al governo o con Berlusconi e nemmeno con la sinistra, a essere onesti. C’era già dai tempi della Dc e anche prima. Anzi se volete l’onestà estrema, l’unico periodo in cui la corruzione non prevalse sull’onestà e il merito fu durante il fascismo. Scoccia dirlo ma è così. Ma qualcuno è disposto a rinunciare alla libertà e alla democrazia e beccarsi un regime autoritario per avere onestà ed efficacia, meno mafia e più opere pubbliche, meno ladri e più politica sociale? No, e allora il discorso si chiude lì, torniamo al presente. Dunque, che famo?

Colpiamo la corruzione in sede penale, il malcostume in sede civile e culturale, il clientelismo in sede politica, ma evitiamo di stabilire teoremi ideologici e razzismo etico: non c’è la razza dei corrotti a destra e degli incorrotti a sinistra. La responsabilità è personale e si proceda caso per caso e non secondo razza.

Sul malaffare a destra, lasciatemi invece dire una cosa: sconforta sapere che i «propri» eletti non sono migliori degli altri, si adeguano agli standard di potere precedenti, Dc e sinistra. E non c’è nemmeno l’alibi consolatorio per dire: sì sul piano clientelare e nepotistico agiscono come gli altri, ma almeno lasciano segni mirabili in altri campi, impronte di grandi imprese, esempi fulgidi, simboli, idee e principi finora calpestati. No, è tutto così scarso, dappertutto.

Poi vedi quel che scrivono i giornali, quel che dice la partitocrazia, quel che fanno i magistrati, vedi quella disonestà cieca, unilaterale e militante che stabilisce chi sono i corrotti e chi gli esonerati, e sei costretto a preferire i mali minori, e a chiedere perfino l’arbitrato di Mastella. Italia, ora pro nobis.



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Il medico operaio e il suo ospedale costruito sulla cima delle Ande

di Stefano Lorenzetto



Pietro Gamba ha sposato un’allieva biologa che lavora con lui e gli ha dato quattro figlie L’ultima, Norma, ha la sindrome di Down: "È lei che sorregge la famiglia"



 

Ci sono medici che sull’esempio di Albert Schweitzer, il premio Nobel per la pace oggi sepolto vicino al suo dispensario di Lambaréné, nel Gabon, sono entrati nella storia, come se avessero curato l’umanità intera. Pietro Gamba, il soccorritore dei campesinos della Bolivia, è uno di questi medici. Solo che prima faceva il tornitore meccanico. Quando 28 anni fa decise di lasciare il posto da operaio in fabbrica, tutto poteva pensare tranne che un giorno sarebbe diventato il dottor Gamba, laureato con 110 in medicina e chirurgia, anestesista, esperto di malattie tropicali, e che avrebbe lavorato in un ospedale chiamato col suo nome e cognome.

L’Hospital clinica de l’Asociación humanitaria Doctor Pietro Gamba si trova nel cuore delle Ande, ad Anzaldo, un paesino di un migliaio d’abitanti dimenticati dal mondo, 3.200 metri d’altitudine, nel dipartimento di Cochabamba. Esegue 150 interventi chirurgici l’anno. Dispone di 10 posti letto, sala operatoria e sala parto, servizi di radiologia, ecografia, citologia, oculistica e diagnostica. Ci lavorano la moglie del fondatore, altri due medici (un italiano e un chirurgo boliviano stipendiato personalmente da Gamba), tre infermiere, due laboratoristi. Tenerlo aperto costa 80.000 dollari l’anno. I poveri vi vengono ricoverati, curati e operati gratuitamente. È convenzionato direttamente con la provvidenza, perché in Bolivia non esiste il servizio sanitario nazionale.

A dire il vero in questa sperduta località della cordigliera andina non esistevano neppure l’acqua potabile e l’energia elettrica. Il dottor Gamba ha fatto arrivare ad Anzaldo anche quelle. Ecco perché il giorno in cui decise di portare all’altare Margarita Torrez, una volontaria laureata in farmacia e biologia arrivata ad assisterlo dall’Università di Cochabamba, non dovette pensare a nulla: solo indossare l’abito da sposo. «Hanno organizzato tutto i campesinos. Due giorni di festeggiamenti in piazza». Dal matrimonio sono nate quattro figlie: Silvia, che studia medicina, Linda e Alba, che frequentano le superiori, e Norma, «che a 12 anni ha ancora qualche difficoltà a calcolare 2 per 2, però è la più affettuosa». Il giorno in cui nacque, Ognissanti del 1998, il medico bergamasco non poteva sapere che la sua ultimogenita fosse positiva alla trisomia 21. «Che era portatrice della sindrome di Down l’ho capito solo dopo qualche settimana, osservandole le dita dei piedi. Oggi è Norma che sorregge tutta la famiglia e m’impartisce ogni giorno lezioni di tenacia».

Gamba è nato nel 1951 a Stezzano, alle porte di Bergamo. Il padre Battista, un montanaro sceso dalla Val Brembana a fare il contadino, rimase vedovo nel 1948: la moglie Palma, che voleva a tutti i costi un maschio, si sentì male subito dopo il parto, quando le dissero che era nata una femminuccia, e non si riprese più. Battista Gamba si risposò con Angela ed ebbe altri 9 figli. La primogenita, Rachele, morì a 4 anni in un incidente domestico, ustionata dall’acqua bollente che la mamma trasportava in due secchi.

Pietro, il secondogenito, con i suoi primi stipendi, 70.000 lire al mese, divenne il principale sostegno dei fratellini. Figurarsi la faccia del padre, che aveva appena perso due vacche e ricavava dai campi meno di quanto lo Stato gli passasse con gli assegni familiari, nell’apprendere che il figlio maggiore sarebbe andato ad aiutare i contadini dell’America Latina. Il poveruomo perse la parola e rimase chiuso nel suo silenzio per settimane. «Non volevo servire la patria in armi, ma allora per gli obiettori di coscienza non esisteva il servizio civile alternativo», racconta il dottor Gamba. «Chi si rifiutava di partire per la naia finiva in galera a Peschiera del Garda o a Gaeta. Don Bepo Vavassori, un prete che nei Patronati San Vincenzo raccoglieva ragazzi abbandonati, orfani e caratteriali, mi spronò a studiare pedagogia, con l’intenzione di mandarmi per tre anni in una sua missione in Bolivia e nel frattempo, a mia insaputa, mi fece figurare come seminarista, cosicché nel giro di pochi mesi mi arrivò a casa il congedo illimitato».

Resta un mistero, che nemmeno l’interessato riesce a spiegare, il motivo per cui, con quel volto serafico incorniciato da una barbetta bianca da frate cappuccino, non sia diventato in effetti padre Gamba. «Pensai solo a conseguire il diploma di perito meccanico alle scuole serali, in modo da poter insegnare qualcosa ai boliviani. Partii il 14 settembre 1975. Un mese in mare fra Atlantico e Pacifico perché non avevo i soldi per l’aereo. Fu una delle ultime traversate oceaniche della nave passeggeri Rossini, che sarebbe stata demolita pochi mesi dopo. Sbarco nel porto di Antofagasta, in Cile, e da lì in pullman fino a La Paz».

Chi la aspettava nella capitale boliviana?
«Don Vavassori era morto a febbraio, nessuno sapeva del nostro accordo, non c’era nulla di scritto. La prima tappa fu la Ciudad del Niño, un villaggio di casette per orfani costruito dalle ambasciate. Ma litigai subito col direttore, un prete bergamasco. Sono venuto quaggiù per vivere tra i poveri come i poveri, gli dicevo. E lui: “Ma i poveri non mangiano, sono pieni di pidocchi e senza casa. Vai, vai. Vedrai che tornerai indietro presto. È troppo dura”. Partii per Challviri, 3.800 metri sul livello del mare. Appena 70 famiglie. Da Cochabamba oggi sono sette ore di auto. Ma allora erano 12 ore di cammino. Mi fermai dove finiva il sentiero».

Come fu accolto?
«“Tu chi sei?”. I campesinos erano i primi a non capire. Facevano un unico raccolto l’anno di patate e si nutrivano solo di quelle. “Qui non abbiamo polli da cucinarti”, mi dicevano. Io voglio mangiare patate come voi, gli rispondevo. Era difficile anche intendersi, perché lì si parla solo il quechua, l’antico idioma degli inca. Mi misi a studiarlo. Facevo mattoni di fango e paglia e li essiccavo al sole. Ero ridicolo. Ma felice. Con i mattoni costruii una scuola. Le famiglie mi ospitavano a turno per la notte. Mi presi la scabbia, o rogna che dir si voglia».

Malattia della pelle altamente contagiosa.
«Per curarmela mi spruzzavano il Ddt sulle piaghe. Un prurito notturno lancinante. Dovetti scendere a valle e cercare aiuto. Una suora mi rifornì di pomate, garze, tintura di iodio, acqua ossigenata. Qualche tempo dopo i campesinos mi portarono Marquito, 4 anni. Il mio primo paziente. “Pedrito, fa’ qualcosa!”, m’implorarono. Io ero il gringo, quindi non potevo fallire. Il bimbo era rimasto ustionato da una pentola d’acqua bollente, proprio come la mia sorellina Rachele. S’era salvato, ma aveva un braccio ridotto a un cotechino. Il curandero, lo sciamano locale, ci aveva messo sopra un impiastro fatto con lo sterco di mucca. Lavare l’arto del bambino con l’acqua tiepida e spalmare la crema cicatrizzante fu un’operazione atroce: urla disumane, in quattro a tenerlo fermo. Dopo 15 giorni era guarito. E lì mi hanno fregato per sempre. Ero diventato il mago arrivato dall’Italia e a ogni disgrazia chiamavano me. Ma io ero solo un tornitore. Che potevo saperne della vinchuca?».

Che cos’è?
«Un insetto ematofago che punge di notte. Mentre succhia il sangue, defeca sulla ferita e così trasmette il Trypanosoma cruzi, un protozoo che provoca la malattia di Chagas. Il parassita si annida nell’intestino, distrugge i plessi nervosi e annulla la peristalsi. Si muore per volvolo, cioè l’attorcigliamento del viscere con conseguente strozzamento dei vasi sanguigni e necrosi ischemica dell’organo. Il primo a spirarmi fra le braccia fu un padre di famiglia. Aveva appena 31 anni. Poi persi Pedrito, 5 anni, che portava il mio stesso nome, Pietro, e mi chiamava papà perché gli davo il minestrone».

Sempre per la malattia di Chagas?
«No, per un’epidemia di morbillo. Ma io allora non potevo saperlo. Cercai di abbassargli la febbre con l’aspirina. Peggiorava. Al terzo giorno suo padre m’impedì di visitarlo e chiamò il curandero, che fece sigillare la casa e lo lasciò lì dentro avvolto da incensi. Quando fu riaperta la porta, Pedrito era cadavere. Poi due fratellini che non riuscivano a respirare e morirono sotto i miei occhi. Poi altri due. Mi sentivo impotente. Scrissi una lettera alle autorità sanitarie di Cochabamba, invocando aiuto. Un campesino partì a cavallo sotto la pioggia per consegnarla. Tornò dopo cinque giorni. Non era riuscito neppure a ottenere una risposta scritta. Gli avevano detto semplicemente: “Verremo a vedere di che si tratta quando saranno morti almeno dieci bambini”».

Comincio a comprendere perché da perito meccanico è dovuto diventare medico.
«A quel punto erano già passati due anni. Sentivo che il tempo stava scappando. Dovevo scegliere fra la coerenza con me stesso e il rientro in Italia. Di notte, a 3.800 metri, le stelle ti vengono in mano, allunghi il braccio e te le prendi. Quell’esplosione della volta celeste, il silenzio, il freddo, la lontananza... Mi venne spontaneo parlare col Creatore: dimmi Tu che cosa vuoi che faccia. E la risposta arrivò spontanea: “Ma fa’ il medico! Non vedi che quassù i medici non arrivano? È tanto chiaro! Perché sei venuto in Bolivia? Adesso tocca a te”. Cercai di resistere. Cacchio, sono un tornitore, io. No, no, non c’entro niente con questa storia, non è per me. Sono venuto soltanto a vedere, lasciami stare, dài, passerà. Il giorno dopo camminai per 12 ore nella tempesta ma alla fine avevo deciso».

E ritornò in Italia a studiare medicina.
«A Padova lo psicologo del Cuamm (Collegio universitario aspiranti medici missionari, ndr) non voleva iscrivermi all’università: “Siete tutti un po’ schizzati voialtri che tornate dall’America Latina”. Dovetti insistere. Mi fu concesso un anno di prova. Alla fine riuscii a laurearmi nel più breve tempo possibile e col massimo dei voti. Ricordo l’ultimo esame nel 1984, clinica chirurgica, col professor Pier Giuseppe Cevese, uno dei più grandi virtuosi del bisturi. Mi presentai in sandali. “Sei pazzo, se non hai giacca e cravatta ti caccia via”, mi dicevano i compagni. Invece m’interrogò e mi mise un bel 30 sul libretto. Il mese dopo ero già in un piccolo ospedale di Faido, nel Canton Ticino, a fare pratica di ginecologia. Sono stati gli svizzeri a consigliarmi di aprire il mio ospedale ad Anzaldo, dove almeno c’è una strada per farci passare l’ambulanza e posso servire un territorio più vasto».

Ha mandato in pensione il curandero.
«Quello è un mestiere che in Bolivia non morirà mai. Anche perché chiunque può improvvisarsi guaritore, basta che sia circondato da un’aura soprannaturale. A 14 anni Eulogio era caduto dal camion ed era finito in uno stato vegetale per un ematoma al cervelletto. L’ho fatto uscire dall’incoscienza togliendogli tutti i farmaci. Qualcuno ha gridato al miracolo. Adesso parla tre lingue e si guadagna da vivere come curandero. Butta per aria le foglie di coca e, osservando come cadono una sull’altra, fa le diagnosi».

E quando si ammala il medico dei campesinos, chi è che lo cura?
«Gli amici. Mi sono attorniato di persone selezionate per sensibilità. Ci ho messo 25 anni. Sono vivo per miracolo anch’io. Nel 2002 la centrifuga che serve per le analisi del sangue e delle urine è schizzata via dal suo perno mentre ruotava a 8.000 giri e mi è arrivata in faccia. Poteva aprirmi in due la testa. Me la sono cavata con la frattura dell’osso zigomatico-orbitale».

Di che cosa avrebbe più bisogno in questo momento?
«Di una nuova sala radiologica. Dagli apparecchi Müller di mezzo secolo fa escono lastre che non mostrano con precisione le patologie».

Ma come fa a mantenere da solo una struttura sanitaria?
«Non sono solo. Ogni tanto arrivano medici e specializzandi a lavorare gratis. Da Padova è venuto il primario Nicola Zadra a darmi qualche dritta sull’anestesia spinale. Da Teggiano, in provincia di Salerno, s’è fatto vivo per mail e poi è rimasto ad Anzaldo per sei mesi Cono Casale, specialista in gastroenterologia. L’8 novembre, per il mio compleanno, s’è presentato persino l’attore Stefano Accorsi, il compagno di Laetitia Casta».

A fare che?
«Le spiego. Un giorno mi scrive Moira Mazzantini, sorella di Margaret, la scrittrice sposata con Sergio Castellitto. È l’agente dei più popolari registi e divi del cinema. Mi dice che vuole coinvolgerli negli aiuti all’ospedale. Dopo qualche tempo mi chiede se ho avuto riscontro. Solo 100 euro dalla regista Liliana Cavani, ho dovuto risponderle. Così l’anno scorso ha organizzato una serata alle Officine Farneto di Roma: 30.000 euro. E a gennaio, con l’aiuto di Accorsi, si replica. Io non c’entro nulla. Non sono io il bravo. È la provvidenza che compone e incastra tutte le storie».

Com’è che lei riesce a operare e a guarire senza bisogno di eseguire trapianti d’organo come la maggior parte dei suoi colleghi chirurghi nel mondo civilizzato?
«Basta avere ben chiaro che la morte fa parte della vita. Chi ha una patologia del fegato o del rene, ad Anzaldo è morto. A una mamma di 30 anni, con un cancro al collo dell’utero, posso solo dire: prepàrati, anche se hai quattro figli ancora da crescere».

In Italia dove farebbe il medico?
(Sgrana gli occhi, si ripete la domanda). «Non ci ho mai pensato. Vorrei continuare a non pensarci».

Come passerete il Natale nell’ospedale di Anzaldo?
«Ci sarà la messa di mezzanotte. Poi metteremo una tovaglia diversa e i malati che potranno alzarsi dal letto staranno a tavola con tutto il personale».

Quando lei non ci sarà più, chi prenderà il suo posto?
«Se si chiama provvidenza, vuol dire che provvederà. Qualcuno che darà continuità a questa piccola cosa si troverà. Di questo sono sicuro. L’ho detto anche al direttore del Credito Bergamasco di Stezzano, dove è stato aperto il conto della Fondazione Pietro Gamba. “Può scegliere il numero che preferisce”, mi ha spiegato. Otto, gli ho risposto io. È il simbolo dell’infinito. “Mi spiace”, ha ribattuto, “servono almeno quattro cifre”. Allora 8888».


(523. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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