sabato 11 dicembre 2010

Dietro la scomparsa ci sono sette tipologie di criminali

Il Mattino


 

ROMA (11 dicembre) - Fatti. Servono fatti concreti e nel caso della scomparsa di Yara Gambirasio, di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo, sono pochi. A due settimane dalla sparizione dell'adolescente, il criminologo Carmelo Lavorino, sul sito detcrime.com, ha pubblicato delle riflessioni sul caso Yara, partendo dalle poche certezze di cui gli inquirenti sono in possesso.

Il criminologo sostiene che la combinazione criminale, una o più persone, che ha rapito Yara potrebbe essere compresa in sette tipologie da lui evidenziate:

- un soggetto in confidenza con Yara, di cui lei si fida, un amico o un accompagnatore di amiche.

- un cacciatore o cacciatori di ragazzine del tipo itinerante e collezionista di prede munito di auto.

- cacciatore/i di ragazzine del tipo pianificatore, organizzato e previdente con mezzi e logistica speciali.

- un maniaco che approccia da solo, in modo casuale o premeditato, un soggetto esperto.

- una persona del tipo primitivo, che avvistata la presa l'ha istitntivamente agguantata.

- un branco che ha agito per baldoria o edonismo.

- un'organizzazione o un singolo che ha puntato la ragazzina per portarla in luoghi segreti per commercio sessuale o altri scopi.

Il criminologo inizia dagli elementi certi della vicenda: alle 18,30-35, Yara è stata vista viva per l'ultima volta mentre usciva dal centro sportivo, alle 18,47 la ragazzina ha inviato un sms e subito dopo è scomparsa e le sue tracce si perdono nelle vicinanze di Mapello a distanza a circa un chilometro e mezzo dal centro sportivo.

Lavorino esclude il rapimento a scopo di riscatto o altro. Ogni tipologia, spiega il criminologo nelle sue riflessioni, ha sistemi, strumenti, mezzi, modus operandi e livelli criminali di tipo specifico, oltre che uno specifico profilo logico investigativo.

Due scenari principali: il primo prevede un rapitore con possibilità speciali, opportunità e capacità di approccio, di accaparramento e di fuga che soltanto una persona territoriale, organizzata, pianificatrice e in confidenza con Yara può possedere. In questo caso il soggetto dovrebbe conoscere le abitudini di Yara, dei suoi orari di entrata e di uscita dalla palestra, le sue attività nel tempo libero, e godeva della fiducia e della simpatia della vittima tanto da farle abbassare le difese naturali ed attirarla in trappola. Il rapporto di fiducia-simpatia fra la preda e il predatore appare essere basato, nella fattispecie, sull'età, sull'attrazione o simpatia reciproca o sull'autorevolezza dell'ignoto autore. Il secondo scenario, scrive ancora Lavorino, vede Yara catturata con un blitz o con la forza da un ignoto che approfitta della situazione favorevole (preda aggredibile e vulnerabile, buio e strada isolata).

Il rapitore quindi conosceva luoghi e tempi nei quali poteva aggredirla e l'eventuale uccisione è un incidente di percorso: l'aggressività maligna è quindi esplosa dopo un rifiuto da parte di Yara. L'approccio e il contatto se è vero quanto riferito da Enrico Tironi, suo vicino di casa, e da un altro testimone, i quali parlano di un'auto rossa e di due uomini che parlano con Yara, il contatto è stato del tipo palese, anche se discreto. Se invece è coinvolto un furgone bianco, evidenzia Lavorino, ci si trova di fronte a predatori del tipo organizzato, almeno a livello di mezzi.

Secondo il criminologo le tracce del soggetto ignoto e del suo rapporto con Yara sono da cercare nel cellulare della ragazzina, nelle numerossissime comunicazioni adolescenziali di Yara, nei suoi amici e in tutti quegli strumenti utilizzati per 'depositare la memorià.
 
Il 26 novembre, giorno della scomparsa, era un venerdì, fine settimana e forse qualche corteggiatore, o amico segreto di Yara sperava di avere molto tempo da trascorre con lei ma la ragazzina non era accondiscendente e questo ha portato ad un'esplosione di violenza. Può essere, conclude Lavorino, che il soggetto frequentasse in qualche modo la palestra, ha goduto inoltre di vantaggi come controllare lo stato e le modalità delle ricerche e delle indagini e quindi poter attuare contromosse: cancellare la proprie tracce e quelle di Yara, distruggere prove materiali e depistare gli inquirenti.





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Rai-buco, un taglio tira l'altro: via le auto blù a tutti i direttori

Il Messaggero



di Aldo De Luca

ROMA (11 dicembre) - Se cento milioni vi sembran pochi... cento milioni di rosso eh! Mica di profitti. Ma così sono messi i conti del bilancio Rai. Del resto i tempi sono quelli che sono, il governo ha pure tagliato la cultura, my God. E anche in Rai, vai coi tagli! Taglia di qua taglia di là... E ora sono state tagliate anche le autoblu dei direttori.

La decisione è stata comunicata agli interessati con una circolare in vigore da lunedì. Da lunedì i trentuno direttori (da Minzolini Tg1 a Orfeo Tg2, Berlinguer Tg3, Del Noce RaiFiction in giù...) non avranno più l’automobile personale sempre a disposizione autista compreso. Da lunedì ogni volta dovranno telefonare per farsela mandare... e non è detto che al centro di smistamento ce ne sia sempre una disponibile subito. Insomma dovranno prenotarla ogni volta che gli serve. Com’è facile immaginare i trentuno non l’hanno presa bene, al contrario, sono leggermente infuriati.

La decisione è stata presa dal direttore generale Mauro Masi, ma chissà se per dare il buon esempio ha tagliato anche la sua (secondo i pettegoli invidiosi a lui sarebbero assegnate addirittura tre autoblu). E chissà se i tagli hanno riguardato anche le auto riservate ai membri del consiglio di amministrazione... hmm, a pensar male spesso ci si azzecca. E ora una curiosità. Ogni giovedì sera, il direttore generale si gusta Annozero del suo caro amico Santoro: se lo guarda nel suo ufficio al settimo piano del palazzo di mammarai, in compagnia di alcuni fidati collaboratori. Cenando con le pizze che è andato a prendere l’autista in una nota pizzeria dintorni di piazza Mazzini. Quasi sempre, purtroppo, la pizza gli va di traverso, a Masi.

Trainspotting
La prima riduzione teatrale italiana di Trainspotting, film cult sulla droga, trattata senza sconti. In un teatro off di Trastevere: un (meritato) successo travolgente, ancora in scena a furor di pubblico. Tra i protagonisti Alessandro Giuggioli, cognato di una star del cinema mondiale, Colin Firth. Gli altri attori: Matteo Pianezzi, Manfredi Saavedra, Azzurra Rocchi, Ernesto D’Argenio, Luca Scapparone, Benedetta Comito, Corso Codecasa (sua la regia).

Monsè
L’irrefrenabile Maria Monsè, prezzemolina televisiva e attrice all’inseguimento, ha pure il pallino della scrittrice. E ora ha dato alle stampe il suo terzo libro: «Per avere tutto... e subito». Ci vuole pazienza Maria, nella vita...





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Dalla Romania: «Attenti tifosi della Steaua Napoli è come Gomorra»

Il Mattino




NAPOLI (10 dicembre) - Una scena tratta dal film Gomorra che ritrae una esecuzione di camorra sotto un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: tifosi della Steaua, state attenti! Così stamani il sito sportivo romeno Prosport mette in guardia i tifosi rossoblù - intenzionati a seguire la loro squadra a Napoli per la partita di Europa League in programma mercoledì prossimo - dai rischi che si possono correre venendo nel capoluogo partenopeo. Nell'articolo messo in rete si parla di «una trasferta che promette di essere un incubo» e di soli 20 biglietti venduti finora tra i supporter dello Steaua rispetto ai 3.000 messi a disposizione, a dimostrazione che i timori nei confronti della spedizione in terra campana sono concreti.


Vengono ricordati anche gli scontri e le aggressioni messe in atto dagli ultrà del Napoli ai danni dei tifosi del Liverpool alla vigilia del match di Europa League e il servizio si chiude con una esortazione a non andare a Napoli. Il match d'andata tra la squadra romena e il Napoli si concluse 3-3 tra le polemiche e una dura contestazione nei confronti dell'arbitro reo di aver concesso un maxi recupero che consentì ai partenopei di segnare la rete del pareggio al 98'. Quello di mercoledì prossimo, invece, si annuncia decisivo per sancire chi passerà il turno.




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Le assunzioni all'Ama, dalla “campagna d'Africa” alla Bertucciopoli

Il Messaggero

di Claudio Marincola


ROMA (11 dicemrbe) - L’Ama per i romani è sempre stata come la Forestale per i calabresi o la Croce Rossa per i siciliani. Una mano santa per i disoccupati, l’unico possibile ancoraggio per chi vuole lavorare e non deve vergognarsi di nulla, neanche del proprio casellario giudiziario. Per politici e sindacati è un serbatoio di tessere e di voti. Ma cambiati i tempi, ecco che un posto nell’azienda che tratta i rifiuti urbani può far comodo - vedi Panzironi - anche al parente dell’amministratore delegato.

Concorso! Concorso! Siamo nel 1998. Le strade di Roma già fanno discretamente senso. Al concorso per 400 posti di spazzino si presentano in 4000. Stipendio un milione di lire al mese. Bisogna risultare iscritti da almeno 4 anni al collocamento. Tra gli aspiranti anche laureati e diplomati. Il pezzo di carta da solo però non basta a trasformare il candidato dottore in scopino. Mentre si svolgono le prove l’azienda fa sapere di averne assunti 500 senza concorso con un contratto trimestrale part time a 20 ore settimanali. Apriti cielo! Primo esempio di class action: molti esclusi si mobilitano, fanno ricorso al Tar. E’ polemica.

Caposquadra. Siamo all’aprile del 2002. L’azienda potrebbe scegliere il personale senza gli obblighi previsti per le amministrazioni pubbliche. Ma per diventare caposquadra si fa comunque il concorso. Su 55 selezionati, 29 hanno la tessera del sindacato. Lo denuncia la Cgil Funzione pubblica ed è quasi un’autodenuncia visto che tra i vincitori ci sono molti suoi iscritti. Ma è tutto in regola. Non ci sono illeciti. L’80% del personale è sindacalizzato. Su 6 mila dipendenti, 600 stanno nelle Rsu. C’è un particolare però che il giorno dopo colpisce il cronista de “Il Messaggero”: «Leggendo la graduatoria - scrive - con malizia non si può fare a meno di notare che esiste una certa corrispondenza fra il peso della sigla sindacale e il numero di rappresentanti selezionati». «In genere - si legge ancora - salvo alcune eccezioni, più è importante l’incarico sindacale ricoperto più è alta la posizione in graduatoria». «Quei tempi me li ricordo benissimo - dice oggi Luigi Nigro, ex segretario della Cgil Fp - arrivai e cambiai tutti i quadri dirigenti». Lui, fa notare, ha due figli, «entrambi laureati e disoccupati».

La mission. Biografia non autorizzata dell’Ama, insomma. Azienda che ai tempi di Rutelli e Di Mario Di Carlo cessò di essere “speciale” per tramutarsi in una spa. Non più un direttore generale, dunque, ma un nuovo cda, con un presidente e un ad. L’arrivo di Veltroni coincide con quello di Massimo Tabacchiera, espressione, si scrisse all’epoca, della società laica. L’azienda rimane comunque presidiata dai partiti. Il capo delle relazioni istituzionali è Maurizio Venafro, già capo gabinetto di Enrico Gasbarra alla provincia di Roma, e ora, dopo un passaggio alla regione Lazio con Piero Marrazzo, nella stessa funzione, e sempre come distaccato, con Nicola Zingaretti.

Sono i tempi in cui all’Ama c’è anche Simonetta Ruina, moglie di Antonio Calicchia, capo dipartimento in Campidoglio ribattezzato “il signor concorso”. La mission ereditata dall’accoppiata Tudini-Valentini è: tentare l’avventura nel Terzo mondo. Viene catapultato in Ama anche Maurizio Pucci, ex braccio destro di Bertolaso. Per lui viene creato un ufficio ad hoc (progetto rimozioni ingombranti). Ma lui sfora il budget e va via. Sono gli anni in cui nascono Ama-Senegal e altre società satelliti in Egitto e persino in Sudamerica. L’operazione è spericolata, non si bada a spese. Per celebrare “la campagna d’Africa” il cantante Youssu N’Dur viene portato in aereo-taxi da Dakar a Roma per esibirsi all’Auditorium. Il volo arriva in ritardo. Per prendere tempo i sindacalisti senegalesi (sic) vanno a braccio. Sul palco sventolano le bandiere della triplice.

Prole di scorta. Tra vecchio e nuovo c’è un punto in comune, quasi un rito di passaggio: i figli dei capiscorta, la prole di chi vigila sul sindaco di ieri e su quello di oggi, trovano comunque una via per entrare. E siamo così ai giorni nostri. Da una parte i Panzironi boys, l’infornata dei parenti, il genero, etc, etc. Dall’altra la lunga lista di nomi già usciti. Ha senso aggiungerne altri? Sì, nel caso di Giuliano Meroldi, figlio del segretario della S.A.S Fp Cgil, Andrea Meroldi, assunto insieme ai cugini Luigi Pittacci e Danilo Di Nicola. Splendido esempio di micro-parentopoli sindacale.

Bertucciopoli. All’Ama i dipendenti sono 6280. All’Atac il doppio. Cambia poco, però. Il nuovo capoazienda di via Ostiense Maurizio Basile lo ha capito e vuole fare tabula rasa. Uscendo dalla Procura ha minacciato di chiedere i danni, allusione all’ipotesi che qualcuno li abbia causati. «Certo, nel caso dovessero emergere responsabilità l’Atac si dovrà rifare», risponde british l’ex ad Adalberto Bertucci, chiamato in causa anche per l’assunzione della nipote Annalisa Di Sacco all’Enpalc, l’Ente di previdenza dei consulenti del lavoro. In cambio a Trambus arriva Lucrezia Mastrototaro, figlia di un consigliere Enpalc. Uno scambio di poltroncine?

Il figlio Marco Bertucci precisa intanto di aver percepito 64 mila euro dal ministero dell’Ambiente ma nell’arco di un anno e dopo aver collaborato anche con Pecoraro Scanio. E spuntano fuori macchinisti distaccati all’assessorato alla Mobilità (Roberto Proia) e altri figli assunti: quello del sindaco di Rieti, Giuseppe Emili all’ufficio stampa. In compenso la bella cubista Giulia Pellegrini aveva superato il test della Praxi con il giudizio di sufficiente. Ad un concorso per miss sarebbe andata in un altro modo.




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Bruno Vespa scrive e gli intolleranti sfasciano

Il Tempo

Il giornalista è autore di libri su Berlusconi. Un "peccato" imperdonabile. A Genova hanno distrutto i suoi libri. La loro rabbia nasce dall'incapacità di battere Silvio.


Bruno Vespa non ha più pace da quando gruppi di banditi metropolitani e perfino preti continuano a perseguitarlo. Perché? Semplice: Vespa non è di sinistra ed ha scritto un libro su Berlusconi. Un peccato capitale. E così egli non può più dibattere pubblicamente di quel che gli pare e piace. Una porcata di dimensioni colossali. Che merita un bel po' di riflessioni. Intanto, un fatto e un luogo: viene assaltata la libreria Mondadori nella centralissima via XX settembre, a Genova. Un blitz allo scopo di fare «spesa proletaria», come facevano, nei devastanti anni '70 del secolo scorso, gli autonomi guidati – a debita distanza, naturalmente – da Toni Negri e dai suoi feldmarescialli rossi. Il secolo scorso, appunto, dunque dovrebbe trattarsi del passato. Invece, in Italia esiste un passato che non passa. Protagonisti i soliti imbecilli, stavolta senza storia, cultura e ideologia. Solo imbecilli nichilisti. Dunque, un privato cittadino non può più scrivere libri sul Cavaliere.

Strano: fior di sociologi di sinistra hanno sentenziato che Mister B. sia già entrato nella storia. Allora, come la mettiamo? È un soggetto centrale per capire l'Italia tra le macerie fumanti del Muro di Berlino e il post-moderno politico. Perché, dunque, Vespa non dovrebbe occuparsi di questo tema, così caro agli intellettualoni della sinistra radical-chic? E perché i suoi libri non dovrebbero essere liberamente venduti alla Mondadori, alla stessa stregua di quelli di Toni Negri, che sforna, proprio come Vespa, un libro all'anno?

A Negri sì, gli concediamo tutto, e a Vespa, no, gli neghiamo anche il minimo sindacale di rispetto e libertà? Sarebbe questa la «democrazia» di questi indecenti «post-moderni»? Il blitz è stato fatto durante il corteo di precari, metalmeccanici e studenti che manifestavano contro la riforma Gelmini e i tagli allo Stato sociale: che c'entra Vespa? Perché trenta deliranti manifestanti devono entrare in una libreria, vestiti da Babbo Natale, e fare strame del suo libro? Ovvio: perché Berlusconi, Citizen Berlusconi, ha vinto. E continua a vincere in termini di immagine, ridondanza simbolica e, come ha scritto un intelligente professore di sinistra, «racconto totale».

Ecco perché: la reattività, come sapeva Deleuze, filosofo maestro di tanti rivoltosi del '77, è sempre un segno della decadenza e della morte. Potevi risparmiarti la lezione, caro Gilles, questi qua non hanno capito niente, e i loro «nipotini» sono ancora più grotteschi. La post-politica in azione: non so che pesci prendere, allora meno il «nemico di classe», asservito al Nemico pubblico numero 1, Silvio Berlusconi. La rabbia dei perdenti patentati.

Ma a mettere la ciliegina su questa torta immangiabile è intervenuto un caporione clericale di questi sinistrati senza più sinistra, che si chiama don Gallo, prete a parer mio fin troppo conosciuto. Sentite un po' qua che delirio a cielo aperto: «Se l'avessi saputo sarei andato anche io, incurante dei benpensanti». Ora Don Gallo ha pubblicato ben due libri per Mondadori, casa editrice del Nemico con molti titoli di pura sinistra al vetriolo, dunque di che parliamo? Ma - ecco il rovesciamento della scena del moralista incallito - il prete no global ha annunciato di aver rotto il contratto con la perfida casa editrice di Mister B. Ora è un uomo libero. Libero di delirare con altri ricchi contratti tra le mani, magari per la Einaudi...anch'essa in mano a Berlusconi. Appunto.

Raffaele Iannuzzi
11/12/2010




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Islam, la provocazione della Le Pen: preghiere in strada come occupazione


La figlia del fondatore del Fronte nazionale contro le preghiere in strada: "Una vera e propria occupazione senza blindati"


Parigi -  Marine Le Pen, figlia del fondatore del Fronte nazionale (Fn, estrema destra francese) e candidata alla presidenza del partito, ha denunciato ieri sera a Lione "le preghiere in strada" dei musulmani paragonandole alla seconda guerra mondiale e definendole una "occupazione" senza "blindati" nè "soldati" ma "una vera e propria occupazione". "È cominciata 15 anni fa - ha detto in un discorso per la campagna interna la Le Pen - prima con il velo, e abbiamo cominciato a vederne sempre di più. Poi il burqa, e ne abbiamo avuti sempre di più. E poi queste preghiere in strada... adesso ci sono 10 o 15 posti dove in modo regolare alcune persone vengono per accaparrarsi i territori. Mi dispiace, ma questa è occupazione del territorio", ha detto fra gli applausi dei 300 presenti. "Occupano pezzi di territori, quartieri nei quali si applica la legge religiosa - ha aggiunto - è un’occupazione. Certo, non ci sono blindati, non ci sono soldati, ma è un’occupazione vera e propria e pesa sugli abitanti".




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Il Fli ora chiama in campo i pm

di Alessandro Sallusti




Il Fli ha sbagliato i conti e ora chiama in campo i pm. Ma nessuna inchiesta può ribaltare la verità: non c’è alternativa a Berlusconi


L’ultimo assalto, come spesso accade, è il più violento, cattivo, colpisce sul piano personale. A quarantotto ore dal voto di sfiducia che davano per scontato e che invece scontato non è, gli uomini di Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro e i vertici della sinistra minacciano di fare arrestare chi martedì non alzerà la mano per fare cadere il governo e Silvio Berlusconi. Sono alla frutta, con la bava alla bocca, come direbbe Bocchino, si sono accorti che potrebbero aver sbagliato conti e progetto politico. Così, in zona Cesarini, chiamano in loro soccorso i magistrati: indagate su chi sta dalla parte del premier, è il loro appello trasformato in iniziativa giudiziaria. Un atto di terrorismo messo in campo da gente che, tra l’altro, in vita ha tradito e rinnegato tutto e tutti per calcolo e convenienza. D’Alema, Fassino e Bersani negano di essere mai stati comunisti, Fini, Bocchino e Granata hanno rimosso dal loro curriculum prima il fascismo e poi il berlusconismo. Tutti politici di professione che del calcolo personale e dei benefici della politica hanno fatto una religione, traendone vantaggi economici non irrilevanti per loro stessi, amici e parenti.

Adesso tutti questi signori fanno le vergini: in politica non è lecito cambiare idea, dicono, e se lo fai sei per forza corrotto. Oggi pubblichiamo un’intervista a Clemente Mastella, uomo che di salti di alleanze se ne intende. Ci racconta come da sempre la politica sia anche questo. La prassi fu inaugurata nel 1882 da un uomo della sinistra, Agostino Depetris, il premier che per primo governò convincendo parlamentari della destra conservatrice a passare dalla sua parte. Così nacque il trasformismo, pratica non disdegnata neppure dai suoi successori, tali Crispi e Giolitti. Tutta gente a cui abbiamo intitolato strade e piazze.

I trasformisti, poi, sono traditori e mascalzoni quando abbandonano, eroi quando arrivano. Dall’inizio della legislatura 89 parlamentari hanno cambiato casacca senza tanto clamore. Il Pdl ne ha persi 50, il Pd 18, l’Idv 7. Casini ieri ha detto che lui non vende, però evidentemente gli piace comperare, e ha un saldo attivo: in due anni di campagna acquisti ha fatto crescere l’Udc di 5 parlamentari, uno strappato (oggi si direbbe corrotto) al Pdl, Gabriella Mondello.

Vogliamo che la magistratura indaghi su tutti questi 89 casi? Apriamo le porte del Parlamento a carabinieri e pm d’assalto? Noi siamo per il libero arbitrio degli eletti, così come prevedono la Costituzione e la legge ordinaria. Qualcuno dei transfughi avrà fatto i suoi calcoli? Non sarebbero diversi da quelli, per esempio, di Roberto Rosso che ha lasciato il Pdl per diventare coordinatore regionale del Fli in Piemonte. Nelle prossime ore il pressing psicologico si farà ancora più pesante. Prepariamoci a insulti, nuove minacce, il fango girerà a fiumi. E tutto non per un sussulto di moralità. È solo paura delle conseguenze personali del fallimento. La verità è che non c’è mai stato un progetto politico alternativo a questa maggioranza capace di aggregare uomini e idee. Chi di dovere ne prenda atto e si rassegni.




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Di Pietro porta la crisi in tribunale

di Paolo Bracalini



Arriva Tonino e finisce tutto nell’aula che lui preferisce, quella di un tribunale. La compravendita di parlamentari, reato non ancora conosciuto dal codice penale ma si provvederà, è il misfatto che prima Bersani e poi Di Pietro vedono profilarsi nel grande «mercato delle vacche» di Montecitorio. Il leader Idv parla da esperto, avendo visto fuggire in due anni dieci suoi parlamentari passati a miglior gruppo. Tutto fa brodo per accusare il Pdl di corrompere le istituzioni, anche se il partito che ha perso - e non acquistato - più deputati, dal 2008 ad oggi, è proprio quello di Berlusconi, a «meno 34» dopo la diaspora collettiva dei finiani.

In effetti passa qualche ora dalla trovata dipietrista (denuncia contro ignoti depositata alla Procura di Roma) e il Pdl, dopo averci ragionato bene sopra, si rende conto che qualcuno potrebbe aver fatto compravendita a spese sue. E dunque parte la co-denuncia nell’insolita formazione Pdl-Idv, con i coordinatori Bondi e Verdini che fanno sapere in una nota che il Pdl presenterà una denuncia alla procura di Roma perché «venga fatta luce anche su tutti quei casi in cui sono stati altri partiti ad acquisire i nostri parlamentari».

Non lo avrebbero fatto, ma se «deve essere fatta chiarezza questo deve avvenire a 360 gradi». Magari si scoprirà qualcosa sulle «stranezze di chi, in modo più che sospetto, ha usato il tram del Pdl salvo poi scendervi in corsa per passare ad altri schieramenti o per formarne di nuovi». Perciò il capogruppo Gasparri non scherza più di tanto quando annuncia che chiederà alla Procura «di essere ascoltato, in quanto capogruppo parlamentare, come parte lesa. Potrei raccontare di tante indebite pressioni subite da parlamentari del centrodestra». Cicchitto, l’altro capogruppo del Pdl, invece parla di «gravissima intromissione della Procura nella libera dialettica parlamentare», scatenando un putiferio.

L’Anm gli risponde male: «L’apertura di un’inchiesta sulla presunta compravendita di parlamentari - dice il presidente Anm, Luca Palamara - non è assolutamente un’intromissione». Però si scopre che l’inchiesta non è partita dalla denuncia di Di Pietro, che ha solo integrato un altro fascicolo già aperto dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, sulla base di articoli di stampa riguardanti la presunta compravendita di senatori. L’inchiesta procederà per il momento senza rubricare ipotesi di reato e contro ignoti (non ci sono indagati). «Ma per contestare una fattispecie servono riscontri precisi», si sottolinea negli ambienti della Procura.

Insomma siamo al tutti contro tutti, giusto per alimentare la confusione nei giorni già confusi del pre-fiducia. Già che c’è Di Pietro perché non anche Borrelli? E infatti lo interpellano e l’ex capo di Mani pulite spiega: «Compravendita di parlamentari? Se corre denaro è corruzione». Se invece cambiano casacca (alcuni anche più di una volta) per calcoli di convenienza, no. Però anche se non c’è reato le migrazioni delle ultime ore indignano non poco Fini, che per un attimo dimentica la sua famosa solfa del «rispetto del Parlamento» (da leggersi con la «e» apertissima finiana) e dà dei cialtroni ai deputati (di cui è presidente) che si danno al «calciomercato».

Il clima è surriscaldato e dà facilmente alla testa. Il verde Bonelli (bruciato sul tempo da Tonino, perché anche lui voleva rivolgersi alla Procura) invoca «gli osservatori Osce» per il voto di fiducia del 14. E i caschi blu, quelli no? In effetti, se ci si calma un po’, si può vedere che il mercato delle vacche non è iniziato l’altroieri ma si è aperto da tempo. Solo per restare a questa legislatura, sono circa 80 i deputati che, una volta eletti, hanno voltato gabbana. Ci sono interi partiti che non esistevano quando si è votato: l’Api di Rutelli, il Fli di Fini, l’Adc di Pionati, i Libdem, i Popolari d’Italia, NoiSud. Casini si ribella: «Non siamo tutti in vendita nel Palazzo». Però l’Udc sulla piazza c’è sempre stata, tant’è vero che fino ad ora ha acquistato sei deputati, cinque dal Pd, uno dal Pdl (in cambio ne ha persi quattro). Scambi nella media. Il top è invece Fini, con una transumanza in massa. Se in Parlamento c’è il calciomercato, lui è il presidente del Real Madrid.



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Ospedale leccese ai suoi medici: "Non sniffate coca sul lavoro"

Quotidiano.net


Singolare circolare diramata dal direttore sanitario del nosocomio 'Santa Caterina Novella' di Galatina dopo alcune segnalazioni anonime


Galatina (Lecce), 10 dicembre 2010  


Niente cocaina durante l'orario di servizio. E' questo in sintesi il contenuto di una circolare interna diretta al personale medico dell’ospedale ‘Santa Caterina Novella’ di Galatina (Lecce), diramata dal direttore sanitario Giuseppe De Maria.

L'invito-ammonimento è stato rivolto dopo alcune segnalazioni anonime giunte alla direzione sanitaria del nosocomio salentino. Nella circolare, inviata per conoscenza anche allo psicologo del lavoro, si fa riferimento al presunto utilizzo di cocaina, in dosi tali da alterare le capacità lavorative.

"Questo ufficio - si legge nella circolare - è pertanto tenuto a richiamare chi eventualmente ne facesse uso, ad astenersi durante il lavoro e ad intraprendere un idoneo programma di disintossicazione. Stante il tipo di sostanza, non dovrebbe essere così difficile. Un periodo di riposo e l’eventuale supporto dei nostri servizi a ciò dedicati - conclude la circolare - potrebbe giovare".




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La banda del sonnifero sbaglia farmaco e uccide turista americano: due arresti

Corriere della sera


Scoperta organizzazione che circuiva i viaggiatori stranieri e offriva loro vino drogato per poi rapinarli


ROMA - Selezionavano le vittime - soprattutto turisti stranieri - e con fare amichevole le approcciavano. Una volta guadagnata la loro fiducia le portavano a passeggiare nei pressi del Parco di Colle Oppio, e offrivano loro del vino contenente del sonnifero. Era questa la tecnica collaudata della banda del sonnifero che da tempo agiva nella Capitale, ma qualcosa è andato storto e qualche giorno fa un turista statunitense è morto, stroncato dagli effetti di una dose troppo forte di farmaci.

LADRI INDISTURBATI - Al termine di una indagine complessa, nella notte tra venerdì 10 e sabato 11 dicembre gli agenti del commissariato Celio hanno arrestato due persone. Una terza, identificata dalla polizia, è attualmente ricercata. Ma potrebbero esserci altri malviventi coinvolti nell'organizzazione. La banda aveva messo a segno numerosi colpi: quando le vittime perdevano i sensi, i ladri agivano indisturbati, derubandole di tutto. In un caso però lo stratagemma ha avuto un epilogo drammatico, quando il turista americano è rimasto ucciso dal potente sonnifero. (fonte Ansa).

11 dicembre 2010



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RomanziI Wikileaks

di Massimiliano Parente



Non lo si può più dire, non lo si può più pensare, e soprattutto oggi, poiché chiunque scrive, chiunque pubblica, chiunque pensa, chiunque è uguale a chiunque altro, bisogna ascoltare chiunque e leggere chiunque, bella storia. Eppure la letteratura è elitaria per definizione, e nell’egualitarismo non può esservi opera d'arte ma solo un’opera più o meno pia, e quindi, per esempio, in arte, chissenefrega di quanto sei buono? Di quanto ti preoccupi del mondo? Insomma, chi ha ucciso l’eccellenza a favore delle pari opportunità espressive?

Tanto per cominciare l’ideologia, lo spostamento del valore dall’ambito estetico a quello etico, o meglio civile, pragmaticamente politico. Non è una questione solo italiana, ormai perfino i Nobel per la letteratura si danno in base a criteri di lotta sociale: hai lottato per il tuo popolo, hai lottato per il femminismo, hai lottato contro un regime, hai lottato per la pace, hai lottato per il bene, hai lottato per Israele o per la causa palestinese, basta ci sia una causa non letteraria.

Uno scrittore non umanitario, non preoccupato dei problemi del mondo, non va neppure preso in considerazione, figuriamoci uno scrittore eccelso ma dichiaratamente stronzo. Negli Stati Uniti se ne lamenta Harold Bloom da anni, denunciando il cancellamento dei canoni e i danni del multiculturalismo, una moda ormai globale secondo cui non esistono, non devono esistere montagne, solo pianure, e nessun gigante, solo nani. Dire che Shakespeare o Faulkner o Beckett rappresentano una vetta artistica offende implicitamente la letteratura del Burundi, e appena uscirà uno scrittore dal Burundi noi lo premieremo, perché è del Burundi, è già un valore, lo attendiamo a braccia aperte.

Così anche in Italia non siamo da meno, e ogni scrittore si sente in dovere di firmare appelli e mobilitarsi per la proprio partito, per la condizione delle donne, per la condizione degli operai, contro Berlusconi, a favore o contro la Mondadori, per la libertà di stampa anche se non si vive in Iran o in Cina; o perché scrive di ebraismo, di disoccupati, di immigrati. Come minimo comune denominatore, quando non è la difesa dell’espressione di qualsiasi stronzata narrativa e alla pari con la retorica del rispetto delle opinioni (lo sentiamo spesso in televisione «è una tua opinione, la rispetto»), c’è il rifiuto della gerarchia estetica a favore del sociologismo etico.

I critici addetti ai lavori sono appunto addetti ai lavori: valori di scrittura puramente giornalistica, come la lotta alla camorra, vengono continuamente scambiati per valori letterari, per cui se dici che Gomorra artisticamente è un’opera irrilevante sei un camorrista perché l’opera deve essere utile come un disegno di legge. Ma perfino i grandi scrittori, coloro che dovrebbero difendere l’eccellenza dell’arte, ne sono vittime.

Al riguardo ricordo lunghissime discussioni con Antonio Moresco, perché affermare che una cosa è arte e l’altra non è, affermare che un’opera è un capolavoro e l’altra non è letteratura, non gli sembrava molto democratico, e dunque anche distinguere tra genere e non genere, tra letteratura e narrativa di consumo, tra alto e basso, sopra e sotto, Highbrow e Lowbrow, Midcult e Masscult, era un tabù senza parole, ci saremmo capiti di più parlando di kamasutra e si girava a vuoto intorno a una parola impronunciabile. Il «popolare» era bene per definizione, e allora Moccia, Ammaniti o Camilleri sono più popolari di te, come la mettiamo? Al massimo si dà la colpa al sistema, i lettori sono manipolati dalle macchine editoriali del male.

Comunque sia, la feci breve: come distinguere il valore di Canti del caos da quello di Gomorra? Siccome le risposte di Moresco non le capivo, lo chiesi anche a Carla Benedetti, la quale mi obiettò come il concetto di arte fosse borghese e troppo elitario e andasse «aggiornato». Passi pure questa, ma come? Incalzata dal sottoscritto su quale fosse la parola giusta per installare un updating, all’opera d’arte mi propose il concetto, secondo lei più democratico, di «forza» (come se non fosse ugualmente gerarchico, dal suo punto di vista, e forse perfino peggiore, quindi il problema uscì da La Porta, teorico dell’esperienza, e rientrò dalla finestra della Benedetti con le parole di Obi Wan-Kenobi).

In sintesi il valore letterario ormai prescinde dalle strutture, dalla lingua, dai precedenti letterari, e nella sua espressione più alta è riassumibile in una serie di appelli, mobilitazioni, insurrezioni e buoni propositi tanto chiassosi quanto piccini, sindacali, circoscritti a una causa, a brevissima scadenza. Non si salva nessuno: perfino un assoluto individualista come Aldo Busi, per il quale in letteratura esiste solo Aldo Busi, da anni non fa che porsi al pubblico come esempio morale, fiscale, politico, etico, proponendosi come modello di cittadino esemplare perfino a L’isola dei famosi, e infatti lo sentirete parlare di politica, mai di letteratura.

La cosiddetta cultura di destra non fa eccezione, essendo il rovescio della medaglia della cultura di sinistra è appunto la stessa medaglia e segue il medesimo riflesso condizionato: quando non sono tristissimi circoli di poeti ciellini o nostalgici fascisti, non c’è intellettuale di destra che, oltre alla parabola di Pasolini e i poliziotti (o, nella variante cattolica, la topica edificante di Pasolini e l’aborto), prima o poi non ti sciorini i soliti nomi, in base a criteri di appartenenza ideologica, anche qui extraletteraria: Céline, Jünger, Pound, Mishima, e avanti fino a Carmelo Bene, e a sentirli lì tutti in fila ti viene da solidarizzare anche con la fucilazione di Brasillach. Come se tra l'altro Cervantes, Sterne, Dostoevskij, Swift, Laclos, Leopardi, Proust, Joyce, Musil, Mann, Kafka o Gadda fossero ideologicamente iscrivibili al marxismo-leninismo.

Ma a questo punto, sapendo cosa conta in letteratura, quali sono i valori importanti, possiamo pronosticare: a chi sarà dato il prossimo Nobel per la letteratura? Al momento, leggendo i commenti degli intellettuali e degli scrittori impegnati, scommetterei su Julian Assange, perché Wikileaks ha tutti i requisiti per essere un capolavoro.



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Vi spiego io il mercato dei deputati.»

di Redazione



L’ultimo assalto, come spesso accade, è il più violento, cattivo, colpisce sul piano personale. A quarantotto ore dal voto di sfiducia che davano per scontato e che invece scontato non è, gli uomini di Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro e i vertici della sinistra minacciano di fare arrestare chi martedì non alzerà la mano per fare cadere il governo e Silvio Berlusconi. Sono alla frutta, con la bava alla bocca, come direbbe Bocchino, si sono accorti che potrebbero aver sbagliato conti e progetto politico.

Così, in zona Cesarini, chiamano in loro soccorso i magistrati: indagate su chi sta dalla parte del premier, è il loro appello trasformato in iniziativa giudiziaria. Un atto di terrorismo messo in campo da gente che, tra l’altro, in vita ha tradito e rinnegato tutto e tutti per calcolo e convenienza. D’Alema, Fassino e Bersani negano di essere mai stati comunisti, Fini, Bocchino e Granata hanno rimosso dal loro curriculum prima il fascismo e poi il berlusconismo. Tutti politici di professione che del calcolo personale e dei benefici della politica hanno fatto una religione, traendone vantaggi economici non irrilevanti per loro stessi, amici e parenti.

Adesso tutti questi signori fanno le vergini: in politica non è lecito cambiare idea, dicono, e se lo fai sei per forza corrotto. Oggi pubblichiamo un’intervista a Clemente Mastella, uomo che di salti di alleanze se ne intende. Ci racconta come da sempre la politica sia anche questo. La prassi fu inaugurata nel 1882 da un uomo della sinistra, Agostino Depetris, il premier che per primo governò convincendo parlamentari della destra conservatrice a passare dalla sua parte. Così nacque il trasformismo, pratica non disdegnata neppure dai suoi successori, tali Crispi e Giolitti. Tutta gente a cui abbiamo intitolato strade e piazze.

I trasformisti, poi, sono traditori e mascalzoni quando abbandonano, eroi quando arrivano. Dall’inizio della legislatura 89 parlamentari hanno cambiato casacca senza tanto clamore. Il Pdl ne ha persi 50, il Pd 18, l’Idv 7. Casini ieri ha detto che lui non vende, però evidentemente gli piace comperare, e ha un saldo attivo: in due anni di campagna acquisti ha fatto crescere l’Udc di 5 parlamentari, uno strappato (oggi si direbbe corrotto) al Pdl, Gabriella Mondello.

Vogliamo che la magistratura indaghi su tutti questi 89 casi? Apriamo le porte del Parlamento a carabinieri e pm d’assalto? Noi siamo per il libero arbitrio degli eletti, così come prevedono la Costituzione e la legge ordinaria. Qualcuno dei transfughi avrà fatto i suoi calcoli? Non sarebbero diversi da quelli, per esempio, di Roberto Rosso che ha lasciato il Pdl per diventare coordinatore regionale del Fli in Piemonte.

Nelle prossime ore il pressing psicologico si farà ancora più pesante. Prepariamoci a insulti, nuove minacce, il fango girerà a fiumi. E tutto non per un sussulto di moralità. È solo paura delle conseguenze personali del fallimento. La verità è che non c’è mai stato un progetto politico alternativo a questa maggioranza capace di aggregare uomini e idee. Chi di dovere ne prenda atto e si rassegni.



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Ci mancava Trasformopoli

Il Tempo


Votare la fiducia diventa ipotesi di reato. I pm indagano sugli onorevoli che cambiano idea. A Roma aprono un fascicolo sui deputati passati al Pdl.




La politica ha abdicato. A poco più di 72 ore dal voto di sfiducia al governo la nobile arte di «amministrare la polis» ha ceduto lo scettro alla magistratura. Così, mentre in Parlamento aleggia un’aria da caccia alle streghe verso quei deputati che hanno deciso di abbandonare l’opposizione per sostenere la maggioranza, le toghe romane scendono in campo aprendo un fascicolo.

Lo scontro politico sulla fiducia si trasferisce così in Procura. Precisamente quella di Roma alle prese con l'esposto dell'Idv e il contro-esposto (per ora solo annunciato) del Pdl sulla presunta compravendita avviata da Silvio Berlusconi per assicurarsi la fiducia in vista del voto del 14 dicembre. Un fascicolo nel quale si ipotizza il reato di corruzione e concussione che immancabilmente getta benzina sul fuoco di un dibattito politico ormai giunto ben oltre i livelli di guardia.

La magistratura così irrompe nel dibattito politico aprendo, in realtà, un doppio fascicolo: uno che riguarda un atto avviato nei giorni scorsi dai pm sulla base di notizie di stampa e un altro per l'esposto presentato ieri dal leader dell'Idv, Antonio Di Pietro. Una denuncia sulla fuoriuscita dal partito degli ex colleghi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti che creerà qualche problema ai magistrati di piazzale Clodio che dovranno esaminare l'esposto dato che la Costituzione non riconosce ai parlamentari alcun vincolo di mandato.

In altre parole, la Carta non obbliga alcun eletto a rimanere nel partito con cui è stato eletto per tutta la durata della legislatura. Immediata la reazione del Pdl appena è trapelata la notizia: «L'intervento della procura di Roma è gravissimo e apre una questione istituzionale molto rilevante perché costituisce una gravissima intromissione nella libera dialettica parlamentare» è lo sfogo del capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto. E aggiunge: «Quando in questa legislatura un numero assai significativo di parlamentari ha abbandonato il Pdl, la procura di Roma si è guardata bene dall'intervenire. Quando nel 1999 circa 30 parlamentari passarono dal centro-destra al centrosinistra, anche allora silenzio assoluto. Adesso perché Bersani, Violante, Di Pietro alzano la voce, allora la Procura di Roma interviene».

Un duro attacco che fa da preludio all'annuncio dei coordinatori Sandro Bondi e Denis Verdini di voler presentare una denuncia alla procura di Roma «perché venga fatta luce anche su tutti quei casi in cui sono stati altri partiti ad acquisire i nostri parlamentari». Un'accusa che, senza troppi giri di parole, sembra essere indirizzata proprio al presidente della Camera, Gianfranco Fini, ritenuto colpevole di aver sottratto al Pdl 35 deputati e 10 senatori e che ieri, rispondendo agli auguri di due insegnanti del liceo Maiorana di Isernia gli hanno rivolto per il 14 dicembre, si è lasciato sfuggire: «Da adesso inizia il calciomercato...». Poche parole che hanno sollevato un vespaio nell'agone politico. Per il vicecapogruppo Pdl al Senato, Francesco Casoli: «Fini aveva già iniziato il calciomercato quando incontrò il senatore Massidda sostenendo che si era parlato del Bologna calcio».

A ruota si sono aggiunti molti altri tra i quali il ministro Ignazio La Russa («È strano che l'accusa venga fatta dal presidente della Camera ai propri deputati»), il portavoce del Pdl Daniele Capezzone («Fini offende i deputati. Ora che il suo ribaltone sta per fallire considera venduti i deputati che è chiamato a presiedere»). Ma non solo il centrodestra ha attaccato Fini, anche il Democratico Giorgio Merlo, ha voluto commentare: «È come il richiamo evangelico: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra"». Un'accesa discussione nella quale anche il settimanale dei paolini Famiglia Cristiana ha voluto dire la propria sulla questione «compravendite»: «È peggio di Tangentopoli. I quotidiani sono pieni di dettagli su questo tariffario, rispetto al quale le mazzette di Tangentopoli sono acqua fresca. La sensazione è che, se non tutto, quasi tutto sia vero. E che i trenta denari abbiamo assunto forme più moderne, ma senza cambiare significato».




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Pizza napoletana, l'Ue boccia il marchio «Pronta la protesta, la Lega contro di noi»

Il Mattino





NAPOLI (11 dicembre) - I pizzaioli napoletani si sono riuniti stamattina da Sorbillo ed hanno improvvisato una protesta spontanea a Via dei Tribunali con una pizza fasciata a lutto e cartelli contro la lega e la Ue per protestare contro la richiesta di eliminare il marchio Stg della pizza napoletana.

«10 anni di battaglie per ottenere il marchio Stg ( specialità tradizionale garantita ) - ha spiegato Sergio Miccù il presidente dell' associazione pizzaioli napoletani - e pochi mesi per levarcelo. Sono disgustato, da quando la lega gestisce il ministero dell' agricoltura i pizzaioli napoletani sono stati messi in ginocchio. L' ex Ministro Zaia non venne neanche a festegiare il riconoscimento Ue, preferì il panino Mc Italy di McDonald's. Al Ministero ci stanno facendo girare da mesi nei vari uffici per non concludere nulla. Adesso il vaso è colmo non staremo più zitti».
 

«Stiamo preparando la marcia su Roma dei pizzaioli - spiega l' ex assessore provinciale all' africoltura Francesco Emilio Borrelli presente all' iniziativa che seguì fin dall' inizio tutto l' iter burocratico del riconoscimento - fuori al Ministero. Da venerdì le pizzerie napoletane metteranno i drappi a lutto per protesta contro il governo e la Ue anche se sappiamo che questo colpo basso è anche opera dei leghisti. Non ci aiutano a levare la monnezza dalla strada ma la pizza napoletana invece ce la vogliono scippare».
 

«Ho pianto tre volte nella mia vita - spiega il pizzaiolo Gino Sorbillo - quando sono nati i miei figli, quando abbiamo avuto il marchio Stg e quando da ieri stanno tentando di levarcelo. Sappiano una cosa i signori della Ue e della lega questa volta non gli permetteremo di fare ancora del male a Napoli».




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Trattativa Stato-mafia, nuove audizioni dei pm Scalfaro e Ciampi interrogati il 15 al Senato

di Redazione



Mercoledì prossimo i pm di Palermo sentiranno al Senato Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro, rispettivamente presidente del Consiglio e capo dello Stato nel '92, anno in cui sarebbe avvenuta la trattativa tra Stato e mafia

 

Roma - I pm di Palermo che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia sentiranno, mercoledì prossimo, a Roma, gli ex presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Oscar Luigi Scalfaro i quali, nel 1992, erano, rispettivamente, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica. Gli interrogatori si terranno a Palazzo Madama. L’attività istruttoria sarà svolta dal pm della Dda, Nino Di Matteo, dall’aggiunto Antonio Ingroia e dal procuratore Francesco Messineo. 

Altre audizioni I magistrati svolgeranno una serie di altre audizioni, alcune delle quali potrebbero riguardare anche boss mafiosi che tra il ’92 e il ’93 erano detenuti col regime del 41 bis. Proprio le revoche e i mancati rinnovi di questo sistema speciale di detenzione, avvenute in quel periodo, successivo alle stragi di Capaci e via D’Amelio e contemporaneo rispetto agli attentati di Roma, Firenze e Milano della primavera-estate ’93, saranno al centro delle audizioni di Ciampi e di Scalfaro, quest'ultimo eletto capo dello Stato il giorno dopo l’attentato del 23 maggio ’92, che costò la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie, Francesca Morvillo, e a tre agenti della scorta. 

Precedent interrogatori Nell’indagine sulla trattativa, in gran parte legata alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, sono già stati sentiti, fra gli altri, l’ex presidente della Camera e della commissione Antimafia, Luciano Violante, gli ex ministri della Giustizia Claudio Martelli e Giovanni Conso, e l’ex capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato.



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Nostro figlio di tre anni senza identità»

Corriere della sera

Nato e adottato in Italia, ma per lo Stato è straniero

L'appello | Nato e adottato da una coppia portoghese in Italia, lo Stato non lo riconosce

Pubblichiamo una lettera inviata al «Corriere della Sera» da Ricardo Sousa e Carla Costa, due coniugi portoghesi che da più di 10 anni vivono in Italia. Lo scorso febbraio hanno adottato un bambino di tre anni con la procedura d'adozione del nostro Paese. Il piccolo è di origine africana ma è nato in Italia. Essendo figlio di due portoghesi, non gli viene concesso un documento d'identità senza il quale non può andare con i genitori fuori dai nostri confini. Secondo la loro lettera potrebbe essere considerato un clandestino o, peggio, loro potrebbero essere accusati di rapimento. Così, Ricardo e Carla chiedono, attraverso il «Corriere», che venga colmato questo «buco legislativo».




Ricarso Sousa e Carla Costa insieme al bimbo che hanno adottato a febbraio secondo la procedura italiana
Ricarso Sousa e Carla Costa insieme al bimbo che hanno adottato a febbraio secondo la procedura italiana
Caro direttore,


ci rivolgiamo al Corriere per portare alla luce un «buco» nella legge italiana che merita di essere affrontato: è quello che non consente al nostro bimbo adottivo di 3 anni di avere una regolare carta d'identità con tutti i problemi che ne derivano.

Siamo una giovane coppia di origini portoghesi e viviamo in Italia da più di 10 anni. Abbiamo concluso con successo lo scorso 23 febbraio una procedura di adozione nazionale (italiana), durata 18 mesi, di un bambino di origine africana, nato in Italia: il nostro bimbo è stato riconosciuto dalla madre alla nascita ma, subito dopo, dato in adozione allo Stato italiano.

Durante la procedura di adozione, e secondo la legislazione italiana, non si può uscire dai confini di Stato - cosa che non abbiamo mai fatto -; solo alla fine di tutto il percorso si ha la possibilità di avere il documento d'identità del bambino. Nel nostro caso invece lo Stato italiano non ha riconosciuto nostro figlio come un cittadino italiano perché noi siamo una coppia di portoghesi e quindi non ci ha rilasciato il suo documento. Però - ironia della sorte - visto che il piccolo è nostro figlio legittimo, è registrato nel Comune dove abitiamo e risulta nel nostro stato di famiglia. Un bambino locale ma non globale, quindi.

Ci sembra una cosa assurda ma il problema per noi è ancora più grande perché non possiamo uscire dall'Italia tutti insieme per andare in Portogallo a trovare la nostra famiglia perché nostro figlio alle frontiere sarebbe considerato come un clandestino, o meglio potremmo averlo rubato. Ci siamo mossi ovviamente in questi lunghi mesi e su molti fronti. Abbiamo parlato con il Presidente del Tribunale dei Minori che ci ha consigliato di scrivere ai Comuni coinvolti per chiedere il documento d'identificazione per il nostro bambino.

Abbiamo quindi scritto al nostro Comune di residenza e a quello dove nostro figlio è nato ed entrambi hanno negato la possibilità di dargli il documento d'identità. In questo momento abbiamo in corso in Portogallo il riconoscimento della sentenza di adozione italiana per vedere se riusciamo ad ottenere un documento per il piccolo e fargli finalmente avere una nazionalità.

Caro Direttore, ci aiuti a capire attraverso le pagine del suo giornale perché nostro figlio seppur nato in Italia e adottato regolarmente non possa venire tutelato con un documento di identificazione anche provvisorio; pensiamo che se lui è stato accolto dallo Stato italiano alla nascita e ha fatto parte di un'adozione nazionale italiana avrebbe dovuto, come minimo, avere il diritto alla cittadinanza italiana.

Noi pensiamo che ci sia un buco nella legge italiana e ci auguriamo che altre coppie non debbano seguire l'iter faticoso e doloroso che stiamo seguendo noi. Siamo o no tutti cittadini comunitari? Le leggi dovrebbero essere quindi più semplici e al servizio dei cittadini e delle famiglie che, come nel nostro caso, vorrebbero far conoscere al proprio figlio la nostra famiglia di origine e la nostra terra. Pensiamo che lui ne abbia diritto.


Carla Costa e Ricardo Sousa
11 dicembre 2010




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Prezzo record per la bandiera di Custer Pagata 1,6 milioni di euro

Il Messaggero



NEW YORK (11 dicembre) - Prezzo record per la bandiera del generale Custer: in un'asta da Sotheby's a New York, l'unico cimelio della battaglia sulle colline fatali di Little Big Horn e del Settimo Cavalleggeri è stato battuto a 2,2 milioni di dollari (circa 1,6 milioni di euro)

George Armstrong Custer aveva 37 anni quando morì: era soprannominato "Boy general" perché aveva raggiunto il più alto grado della cavalleria a soli 23 anni durante la guerra di Secessione. Un coraggio da leone, ferocissimo con gli indiani, durissimo con i suoi soldati. I disertori li faceva fucilare sul posto, ma in un massacro dei Cheyenne a Washita non risparmiò né donne né bambini.

In battaglia non indossava mai l'uniforme, preferiva abiti più stravaganti e - sosteneva - comodi: quasi sempre pantaloni di pelle chiara, giacca di camoscio sfrangiata e cappello bianco a tesa larga. Quel 25 giugno 1877 a Little Big Horn, però, faceva molto caldo, per cui combattè con il busto fasciato da una semplice camicia azzurra. Fu sconfitto e ucciso da Tashunka Uitko, Cavallo Pazzo, il capo guerriero che sacrificò la propria vita per difendere il diritto del suo popolo a vivere nella terra in cui aveva sempre vissuto. Le spoglie dell'ultimo guerriero della nazione Sioux che si arresa ai soldati blu riposano in un luogo segreto e conosciuto soltanto agli sciamani.

La patina eroica di Custer appartiene più a film come quello con Errol Flynn che alla storia: in realtà, anche nel giorno della sua morte, fu protagonista di uno di un errore tattico che fu fatale a lui e ai suoi soldati. L'unico sporavvissuto della strage del Settimo Cavalleggeri fu un italiano di Sala Consilina, John Martin, alias Giovanni Martino. Faceva il trombettiere ed era stato prima camicia rossa con Garibaldi e poi, emigrato negli Stati Uniti, soldato blu. A Little Big Horn, Custer gli ordinò di attraversare le linee nemiche e chiamare rinforzi. John riuscì nell'impresa, ma quando tornò, Custer e i suoi sono già tutti morti e divenne l'unico superstite del Settimo Cavalleggeri in quella storica battaglia.




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La Pfitzer ritira un farmaco per i polmonii

Corriere della sera


Possibili rischi legati al Thelin, usato per combattere la ipertensione arteriale polmonare

L'allarme dopo due casi mortali per tossicità al fegato

WASHINGTON - La Pfizer Inc ha ritirato volontariamente dal mercato un medicinale usato per combattere gravi problemi ai polmoni dopo che la sostanza è stata collegata ad almeno due casi mortali di tossicità al fegato. La sostanza ritirata, chiamata Thelin, è usata per combattere la ipertensione arteriale polmonare. Il ritiro è scattato dopo nuove informazioni giunte su due casi fatali riguardanti il fegato. Il prodotto è venduto in Europa, in Canada e in Australia ma non negli Stati Uniti. Un portavoce della Pfizer ha detto che il prodotto è stato ritirato volontariamente dopo che era stato collegato a complicazioni al fegato «che occorrono raramente e in modo imprevedibile nei pazienti».

10 dicembre 2010



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Come si raccoglie la differenziata a Napoli? Tutta nello stesso camion

Il Mattino


NAPOLI (11 dicembre) - Ecco la raccolta differenziata a Napoli. Ai Colli Aminei, quartiere adiacente alla Zona Ospedaliera e a pochi km in linea d'aria dalla discarica di Chiaiano, da circa due anni è in fase sperimentale la raccolta differenziata porta a porta, fiore all'occhiello contro l'inquinamento e l'emergenza rifiuti. Ma un video amatoriale, peraltro trasmesso da Sky Tg 24 ieri, ma postato su YouTube due mesi fa, illustra come vengono smistati i rifiuti dagli operatori dell'Asia: organico, multimateriale, e indifferenziato nello stesso camioncino, indiscriminatamente. Il video è stato girato con un cellulare da due abitanti del quartiere, increduli, ma non troppo, di fronte alla tristissima scena.








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Sono i figli di papà a far la rivoluzione

di Luciano Gulli


Si chiama Charlie Gilmour: è una testa calda della rivolta studentesca, l'hanno beccato a sfregiare la statua del milite ignoto. Ma attenzione: il vandalo è figlio di un leader dei Pink Floyd, è ricchissimo, e se spacca tutto non è per la retta. E non è il solo



Sì, è vero, lo dicevamo anche per darci un tono. Per snobismo. Ma c’era molto di vero, di purtroppamente vero, come direbbe Frassica, in quel che dicevamo; e cioè che eravamo troppo poveri per prenderci il lusso di essere anche comunisti.

Correva la fine degli anni Sessanta, e il penultimo di quel decennio, come poi imparammo, sarebbe diventato addirittura “mitico”. Il mitico Sessantotto. Non la faremo lunga, e non ci faremo su neppure un’oncia di filosofia e di amarcord. Dico solo che se fossimo stati meno snob, e ci fossimo serenamente intruppati nel Movimento, come facevano quasi tutti, avremmo “acchiappato” di più, in quelle sessioni no stop di okkupazioni al liceo e all’università; avremmo avuto vita più facile, socialmente parlando; e avremmo trovato un posto di giornalista senza buttare il sangue, come invece ci toccò.

Chiedo scuso del preambolo personale. Ma mi è parso necessario, di fronte alla notizia che arriva da Londra, e in fondo è sempre la stessa notizia che riciccia da quarant’anni, e forse anche da prima, anzi senza dubbio da prima: perché a fare i rivoluzionari, i Santorre di Santarosa, i risorgimentali o i leninisti son sempre loro: i borghesi, quelli che se lo possono permettere; perché ribaltare l’ordine costituito, dare aria alle parrucche elettrizza, fa chic, appassiona. Ma appassiona anche di più se uno ha un eskimo ben foderato di pelliccia e un autista dietro la barricata (come pur si vide nel Sessantotto) che tiene aperta la portiera della Mercedes dentro la quale riparare quando il gioco si fa duro. L’ultimo epigono dell’immortale genere si chiama Charlie Gilmour, ha 21 anni, ed è il figlio adottivo di David Gilmour, chitarrista dei Pink Floyd.

Era lui il brillantone che l’altro ieri si è appeso come un macaco alla bandiera che a Londra sventola sul monumento al Milite Ignoto a Whitehall, vicino a Westminster. In Inghilterra una roba così, giuridicamente parlando, si chiama «oltraggio ai caduti». Gesto - come quello di sfregiare la statua di Winston Churchill e di attaccare la polizia a cavallo (in fondo prendere a pedate l’auto del principe Carlo e della signora Camilla è stato il minore dei mali) - che ha letteralmente scioccato non solo la maggioranza silenziosa dei benpensanti ma perfino gli stessi autori. I quali, rivedendosi il giorno dopo, a sbornia passata, si sono francamente vergognati degli eccessi compiuti durante le manifestazioni di protesta per l’aumento delle rette universitarie. E si sono cosparsi il capo di cenere. Gilmour è tra questi.

Davanti allo scandalizzato cipiglio del primo ministro David Cameron, Charlie Gilmour (al quale naturalmente l’aumento di 9mila sterline nella retta del College fanno l’effetto di una paglia che titilla un baffo) ha abbassato la testa e ha chiesto scusa. Gesto (rarissimo da noi) davanti al quale noi ora cavallerescamente ci scappelliamo. «Non avevo capito che stavo sul Cenotafio», ha detto Charles, studente del terzo anno di Storia al prestigioso Girton College di Cambridge. Per poi aggiungere: «Voglio esprimere le mie più profonde scuse per il terribile insulto a migliaia di persone morte coraggiosamente per il nostro Paese. Mi vergogno. È che mi sono trovato inseguito dalla polizia insieme a altre centinaia di persone, e mi sono fatto prendere dallo spirito del momento». 

Ora la domanda è la seguente: ve li immaginate, voi, una Martina Veltroni, figlia di Walter, progressista cinematografara con comodo di casa a Manhattan, o un Leon Blancheart, 23 anni, figlio di un ricco gallerista milanese con attico in centro, star delle ultime manifestazioni studentesche, nell’atto di chiedere scusa? O una Carlotta Cossutta, 22 anni, ex liceo Parini, ora iscritti a Filosofia in Statale, nipote del commovente Armando, vecchia gloria del Pci, anche lei tutta un sussulto rivoluzionario, ammettere come ha fatto Charlie Gilmour che sì, ogni tanto, anche i sinceri rivoluzionari fanno delle “idiozie”?




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Mastella: "Vi racconto io il mercato dei deputati"

di Stefano Zurlo


L’ex ministro della Giustizia: "Nella Prima Repubblica i peones si salvavano passando da corrente a corrente, oggi sono naufraghi che navigano da un polo all’altro. Per loro votare la fiducia è un’assicurazione: se il governo cade, addio a stipendio e pensione. E anche ai soldi per il mutuo"


Di calciomercato se ne in­tende: «Mi chiamavano il Moggi della sinistra». Cle­mente Mastella assiste allo shopping parlamentare dal­la sua casa di Ceppaloni. «Io faccio l’europarlamentare, eletto con il Pdl, al momento della conta sarò nell’atmosfe­ra rarefatta che si respira a Strasburgo, dunque non so­no esposto a tentazioni e nemmeno posso essere al centro di trattative. Certo che lo spettacolo è impressio­nante ».

Lei ha una discreta espe­rienza in materia.
«
Io mi prestavo ad opera­zioni politiche».

Il verbo prestarsi è un tan­tino
equivoco.
«Nessun equivoco».

E che cosa, allora?

«Nella Prima Repubblica il peone aveva una sua digni­tà ».

Oggi?

«Oggi il peone non c’èpiù».

E chi c’è al suo posto?

«C’è il clandestino o,se vuo­l­e usare un’immagine più po­etica, il naufrago».

Scusi, Scilipoti e Razzi sa­rebbero clandestini?

«Certo. Saltano su una zat­tera, prendono il largo, vaga­no alla ricerca di un appro­do. Poveretti, li compatisco».

Veramente, a Razzi avreb­bero offerto il pagamento del mutuo in caso di cam­bio di casacca. E lei lo defi­nirebbe naufrago?
«Mah, io questa storia del mutuo me la spiego in un al­tro modo» .

Quale?

«Razzi passa con la maggio­ranza. Giusto?».

Prosegua con la sua anali­si merceologica.

«In questo modo fa un favo­re a Berlusconi, ma fa anche un triplo favore a se stesso».

Addirittura?

«Se la maggioranza tiene e non si va al voto, Razzi pren­de i suoi quindicimila euro di stipendio per altri due anni e rotti. Provi a moltiplicare quindicimila per dodici; ot­tiene 180mila euro. Che di­ventano 360mila nell’arco di due anni. Circa 400mila eu­ro, euro più euro meno, per il resto della legislatura».

E così il mutuo è pagato.

«Ovvio. Se il governo cade, invece, addio stipendio».

E addio mutuo.

«Non solo. Razzi perdereb­be anche la pensione, che og­gi matura dopo cinque an­ni ».

Che cosa manca ancora al suo elenco?
«La rielezione. È chiaro che un parlamentare tratta il suo futuro, si garantisce la se­dia o comunque un posto buono nelle liste di domani».

Insomma, la fiducia vale oro?
«La fiducia, oggi come og­gi, è un’assicurazione sulla vi­ta. I partiti sono strutture pri­ve o quasi di democrazia e le correnti non esistono più. Dunque, chi è marginale, chi sta sul bordo- e molti dei par­lamentari coinvolti nel cal­ciomercato stanno sul bordo - ha una sola chance ».

La zattera?

«La zattera. Ma non s’illu­dano. Anche i barconi dei parlamentari, come quelli degli extracomunitari, sono destinati a capovolgersi nel mare infestato dagli squali. Su dieci ne sbarca uno, due, se vogliamo essere ottimi­sti ».

Gli altri?

«Gli altri si devono rasse­gnare ad essere inghiottiti nell’anonimato da cui pro­vengono. E dovranno riparti­re senza stipendio e senza pensione».

Nella Prima Repubblica?

«Era diverso. Il peone face­va il peone per una vita, ma aveva una sua dignità. Aveva in mano un’arma formidabi­­le, la preferenza, e poteva pas­sare da una corrente all’al­tra ».

Ma sempre all’interno del­lo stesso partito?
«Certo, erano rari, rarissi­mi, i passaggi da un partito al­­l’altro. Oggi i parlamentari­naufraghi vanno da una riva all’altra: da sinistra a de­stra... ».

Ci mancherebbe, è la de­stra a Palazzo Chigi.
«Sì, ma la crisi è più ampia. Si va anche da destra a sini­stra. Da destra a sinistra e poi ancora a destra e poi non si sa più neanche dove, purché il piede tocchi terra. La crisi, la crisi del bipolarismo, è ge­nerale e non riguarda solo il centrosinistra alle prese con le defezioni alla vigilia della fiducia».

Lei «comprava» voti ai tempi gloriosi della Dc?
«Ma no, gliel’ho detto, al massimo c’era il pendolari­smo fra le correnti. E poi il ver­bo comprare a me non pia­ce ».

Ma se la paragonavano a Moggi?
«Quell’immagine è venuta dopo, nel ’98, quando sotto la regia di Cossiga, il nostro De Gaulle, abbiamo inventa­to l’Udr. Ce ne siamo andati dal Ccd. Poi, complice la divi­sione, da noi non prevista, fra Bertinotti e Cossutta, ab­biamo finito col sostenere il governo D’Alema dopo aver votato la sfiducia a Prodi».

Allora Prodi cadde per un voto.
Colpa della Pivetti. Che ri­mase a casa ad allattare il fi­glioletto ».

Poi la Pivetti passò con voi, al tempo dell’Udeur, con la
e fra la d e la r. Altra trattativa?
«Ma no, io non potevo offri­re nulla. O quasi».

Quasi?

«Le ho offerto la presiden­za del partito. Un miniparti­to, eravamo in pochi».

Eravate o era?

«Sì,lo so,c’è un uso incredi­bile del pluralis maiestatis ».

Francesco Pionati del­l’Adc alla Camera parlava al plurale, ma era solo.
«Ognuno sventola il plura­lis come meglio gli pare. Noi dell’Udeur eravamo quattro o cinque. E io offrii alla Pivet­ti la presidenza e a Pisicchio, che si era confidato con me e mi aveva espresso il suo disa­gio di diniano inquieto, il po­sto di capogruppo. Questo potevo dare».

Alla luce del sole. In priva­to?
«
Non ho mai offerto nulla. Quando ho lasciato il Ccd ad­­dirittura ci ho rimesso».

Poveretto.

«Mi dimisi doverosamente da vicepresidente della Ca­mera e dovetti lasciare l’ap­partamento che mi spettava, un bonus extra, una segrete­ria con sei persone. Quella fu un’operazione politica».

Ieri la Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sulla compravendita.
«Io non ho mai assistito a violazioni del codice».

Chi vincerà: Berlusconi o Fini?
«Per me Berlusconi sul filo di lana. E, in questo caso, sa­rà interessante vedere come gestirà il successo».

E se dovesse spuntarla il leader di Fli, cosa accadrà al Cavaliere?
«Superman non può perde­re. Può solo morire».



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Wikileaks: l'ira della Santa Sede

Corriere della sera


Il Vaticano protesta contro le rivelazioni sui files Usa: «Estrema gravità della pubblicazione»


MILANO - Le rivelazioni di Wikileaks non sono state molto gradite dal Vaticano. «Estrema gravità » Sono queste le parole usate in una nota della Sala Stampa vaticana, a seguito della diffusione di una serie di files di Wikileaks in cui si riportano delle comunicazioni della diplomazia americana, che riguardano la Santa Sede. Il Vaticano precisa di non volere «entrare nella valutazione dell'estrema gravità della pubblicazione» dei documenti e ribadisce che i files «riflettono le opinioni di coloro che li hanno redatti».

LE RIVELAZIONI - Nei files oltre ai giudizi sul segretario di Stato cardinal Bertone si parla anhe dei giudizi dell'allora cardinale Joseph Ratzinger espresse nel 2004 scetticismo verso l'adesione della Turchia all'Unione Europea differenziandosi così dalla posizione di neutralità assunta dal Vaticano sulla questione. Nei cable di Wikileas sul Vaticano si discute ampiamente anche delle strategie comunicative della Santa Sede e tra i vari dettagli si apprende che nella fase finale del pontificato di Giovanni Paolo II si tenne una speciale riunione ad alto livello per decidere quale linea adottare contro il «Codice da Vinci», il romanzo di Dan Brown ambientato a Roma dove sotto accusa è in primo luogo l’Opus Dei (da ricordare che l’allora portavoce vaticano, Navarro Vals, era membro dell’Opus Dei). Nel «cable» si parla di un incontro con Manuel Sanchez, capo relazioni internazionali dell’Opus Dei. Sanchez disse che l’Opus Dei aveva proposto in Vaticano tre linee di condotta:

1) ignorare la controversia;
2) scegliere la guerra aperta e ribattere colpo su colpo negando qualsiasi accusa;
3) adoperare la controversia come un modo di spiegare gli scopi dell’associazione al mondo. Sanchez dice anche se si scelse la terza via impegnandosi in regolari iniziative pubbliche e briefing con la stampa.

Redazione online
11 dicembre 2010





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Storia di Anna Rosa uccisa due volte in cinque anni

La Stampa


Ieri i funerali della donna che sopravvisse a 15 coltellate nel 2005. L’ex convivente, a casa dopo soli 2 anni, lasciato libero di ucciderla





MICHELE BRAMBILLA

INVIATO A MATERA

Ieri nella piccola e stracolma chiesa di San Rocco a Matera è stato celebrato un funerale annunciato cinque anni fa. Anna Rosa Fontana, 38 anni, è morta martedì sera, colpita dal suo ex convivente Paolo Chieco, 53 anni, con sei coltellate. Ma aveva cominciato a morire il 13 luglio del 2005, quando lo stesso Chieco, nello stesso punto – l’ingresso di casa di lei – aveva cercato di ammazzarla con quindici coltellate, non riuscendovi solo perché i soccorsi erano stati rapidi e l’ospedale a un passo. Tra le quindici coltellate di allora e le sei di martedì sono trascorsi cinque anni di benevola giustizia per il carnefice e di indicibile incubo per la vittima. Cinque anni di molestie, minacce, vane denunce.

Molto – forse troppo – spesso noi giornalisti usiamo l’espressione «cronaca di una morte annunciata», ma se c’è una volta in cui queste parole non sono né retoriche né esagerate è proprio questa. Quel che è successo a Matera in questi giorni, anzi in questi cinque anni, ha dell’incredibile, così come è incredibile che la vicenda sia scivolata via, quasi del tutto ignorata, da un media system tanto avido di storiacce di sangue e, a parole, tanto attento ai diritti delle donne.

Forse perché è successo a Matera, e non in una grande città? Chissà. Eppure, anche se non è stata ritenuta degna di un paio di colonne sui giornali, questa è una storia che purtroppo non riguarda solo la povera donna che ieri è stata accompagnata al camposanto da una città incredula. Quante Anna Rosa Fontana ci sono in Italia? Quante donne vivono nel terrore di veder apparire l’uomo che non si è rassegnato all’abbandono? L’uomo che in modo tanto perverso intende la promessa «per sempre»? L’uomo che cede «alla tentazione tanto diffusa – ha detto ieri don Angelo alla messa funebre – di risolvere un problema con la violenza?».

Anna Rosa Fontana non aveva avuto una vita fortunata. Il primo matrimonio era finito con una separazione. Le erano rimasti due figli maschi, che oggi hanno 17 e 12 anni. Poi aveva conosciuto Paolo Chieco, un manovale, ex macellaio. Avevano avuto una bambina, che oggi ha sei anni e probabilmente ancora non sa quanto malvagio sia stato il destino con lei.

Anna Rosa e Paolo si erano lasciati. O meglio lei aveva messo fine al rapporto, e lui non si era rassegnato. Il 13 luglio del 2005, in via Lucana 333, lui l’aveva aspettata e colpita con quindici coltellate al collo, al torace, alla pancia. L’aveva colpita alla presenza del figlio maschio più piccolo di lei, che allora aveva sette anni. Era rimasta una striscia di sangue dal portone fino all’ingresso dell’appartamento di Anna Rosa, al primo piano. Lui aveva chiamato il 113: «Ho ammazzato la mia convivente, vi aspetto». Ma Anna Rosa si salvò e visto com’era ridotta verrebbe da dire «per miracolo»: e se davvero si trattò di un intervento della bontà divina, era destinato a essere vanificato cinque anni più tardi dalla malvagità umana.

Il 15 luglio 2005, interrogato dal giudice, Paolo Chieco fa mettere a verbale la sua concezione dell’indissolubilità dell’amore: «In quel momento sono andato un’altra volta in macchina perché mi era venuta una furia di sangue, ho visto un coltello che si è trovato quando mi sono sloggiato di casa, l’ho visto, l’ho preso, sono andato un’altra volta e le ho dato con il coltello, però il portone era aperto, non ho forzato nessun portone. Ho cominciato a dare il primo colpo alla pancia, qua, affianca qua, però lei gridava sempre “Ti amo, ti amo, non mi colpire”… Io dicevo: “Non ci credo, come hai fatto le altre volte che hai detto tutte le bugie e sei ricorsa subito in Questura…” Lei disse: “No, questa volta…”, però io non la voleva ammazzare». Il giudice gli chiede se si ricorda quanti colpi le ha dato e lui risponde: «Non mi ricordo, in quel momento non pensavo più a niente… Il bambino gridava soltanto, diceva “Non lo fare, non lo fare”, però il bambino dopo non l’ho visto più». Il giudice domanda se si rende conto che con quel coltello – 33 centimentri di lama – la poteva uccidere. Chieco risponde: «In quel momento, adesso mi sto rendendo conto dello sbaglio che ho fatto». Il giudice gli chiede anche se non ha pensato alla loro bambina. Lui: «Sì che mi rendo conto. Io avevo detto a lei: “Vedi che io voglio vedere la bambina perché la bambina mi è entrata dentro al…”». A quel punto la deposizione si interrompe, il verbalizzante annota che l’indagato sta piangendo.

Il 7 novembre 2006 il giudice determina la pena in 12 anni e 6 mesi, ma per effetto del rito abbreviato c’è subito una riduzione: 8 anni e 4 mesi. In carcere però Chieco resta poco. Gli vengono presto concessi gli arresti domiciliari. Sapete che cosa vuol dire? Che un condannato sta a casa sua invece che in galera. E sapete dov’è la casa di Chieco? A trecento metri da quella di Anna Rosa Fontana. La giustizia italiana ha deciso che poteva stare lì. Dal 2007 solo trecento metri separano accoltellatore da accoltellata. Comincia, per Anna Rosa, un tormento che la uccide lentamente, giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Il 28 settembre 2008 c’è il processo d’appello. All’imputato vengono concesse quelle attenuanti che si chiamano «generiche» e la pena viene ridotta a sei anni. Comunque troppi, per una giustizia così sollecita nel non deludere i garantisti. Anche per l’effetto dell’indulto del 2006, Chieco torna definitivamente libero nel 2009. In totale le quindici coltellate a una mamma in compagnia del suo bambino gli sono costate un paio d’anni di cella e uno abbondante di arresti domiciliari.

Libero, definitivamente libero. Libero anche di andare a suonare il campanello all’uscio di Anna Rosa, e non solo di spiarla con il binocolo come faceva quando pativa la terribile punizione degli arresti domiciliari. Lei si era accorta, di essere spiata. Aveva avvisato la polizia, che era andata in casa di Chieco e aveva sequestrato il binocolo. Su questo tipo di indiscreta «osservazione» hanno costruito dei film dell’orrore. Ecco, Anna Rosa Fontana ha interpretato un film dell’orrore per almeno tre anni, da quando il suo ex convivente è uscito di galera.

Lei accumula denunce su denunce, alla fine ha quasi timore di essere scambiata per pazza. Il 21 settembre va dal giudice e supplica: mi molesta continuamente, non ce la faccio più. Il 1˚ ottobre lui finge di invitarla a cena a Montescaglioso. La porta in una stradina sperduta, le stringe una corda al collo e la porta sul ciglio di un burrone. All’1,18 – ormai è il 2 ottobre, notte – Anna Rosa cerca di mandare un sms alla mamma. Non riesce neppure a concluderlo: «Mamma mi sta uccidendo, ora mi porta nel». All’1,40 riesce a mandare un sms al figlio Antonio: «Mi sta uccidendo corda al collo mi ha portato di forza nella tavernetta per paura che chiamo i carabinieri mi stava but nel burrone come devo fare».

Il 7 ottobre Anna Rosa va dai carabinieri che verbalizzano così la sua denuncia: «Con aria minacciosa e sotto la pioggia, mi intimava di dargli il cellulare, poi prendeva la mia borsetta e la buttava lontano da me. Poi apriva il bauletto dello scooter e vi prendeva un paio di guanti neri, o comunque di colore scuro, ed una corda bianca. Mentre si infilava i guanti mi diceva: “Comincia a pregare perché per te oggi è finita”. Io ero tremendamente impaurita e lo scongiuravo di non farmi del male perché vedevo il suo sguardo perso nel nulla. Era lo stesso che aveva quando nel 2005 mi aveva inferto ben 15 coltellate dopo avermi appostato nel portone di casa di mia madre». Anna Rosa riferisce ai carabinieri che Paolo le diceva: «Niente a me e niente a nessuno. Ti farò morire lentamente. Questa sera per te è finita. Allora, sei pronta vuoi dire le ultime preghiere? Stai diventando nera, stai morendo».

Così si conclude la denuncia della donna di quel 7 ottobre scorso: «La sottoscritta Anna Rosa Fontana è costretta a tutelare la sua incolumità e chiede che si voglia accertare la responsabilità del sig. Chieco Paolo, ravvisabili nei fatti narrati, individuandolo come autore del tentativo di omicidio, del sequestro di persona e dei numerosi appostamenti sotto la mia abitazione che evidenziano il reato di stalking». Precisa che dopo quel 1˚ ottobre è stata minacciata anche i giorni 4, 5 e 6 ottobre: pure pubblicamente, con urla in mezzo alla strada.

I carabinieri trasmettono la querela alla magistratura ma il giudice, di tutti i reati indicati, si sofferma sul più lieve: stalking. Lieve, per non dire altro, è anche la punizione: il 3 novembre Paolo Chieco riceve l’ordine di non avvicinarsi all’abitazione di Anna Rosa Fontana. Lunedì 6 dicembre lei telefona alla mamma: «Ho paura. Mi chiudo nel portone per nascondermi». Il giorno dopo Paolo Chieco uccide Anna Rosa Fontana proprio su quel portone, esattamente dove aveva cercato di ammazzarla cinque anni fa. Anche questa volta la donna è con uno dei suoi figli: è il più grande, quello di 17 anni. Le prime due coltellate Chieco le vibra sul collo, dicono che l’ha quasi decapitata. Le altre quattro alla schiena e sul fianco.

Ora Paolo Chieco è in carcere: il pm e il giudice sono due donne, le stesse che gli avevano ordinato di stare alla larga da Anna Rosa Fontana.








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Wikileaks: "Il Papa contrario a ingresso Turchia nella Ue" Vaticano 'offeso' da indagine sulla pedofilia in Irlanda

Quotidiano.net



Nel 2004 l’allora cardinale Ratzinger si era pronunciato contro l’ingresso nell’Ue di uno stato di religione musulmana. Dai documenti risulta inoltre che il Vaticano si rifiutò di collaborare all’indagine sulla pedofolia in Irlanda


Roma, 11 dicembre 2010 - Dai file diplomatici Usa diffusi da Wikileaks emerge che Papa Ratzinger è responsabile della crescente ostilità del Vaticano all’ingresso della Turchia nell’Unione europea. “Il Vaticano potrebbe preferire la Turchia impegnata a sviluppare un rapporto speciale, qualcosa di meno dell’ingresso nell’Ue”.


Nel 2004, ricostruisce oggi il Guardian
, l’allora cardinale Ratzinger si era pronunciato contro l’ingresso nell’Ue di uno stato di religione musulmana, nonostante la posizione di neutralità assunta all’epoca dal Vaticano. Monsignor Pietro Parolin, Sottosegretario per i rapporti con gli Stati, dichiarò ai diplomatici Usa che le dichiarazioni del cardinale non esprimevano la posizione ufficiale del Vaticano.
 

Dal documento dell’ambasciata di Roma, diffuso da Wikileaks, emerge inoltre che fu proprio Ratzinger a fare pressioni per garantire la citazione delle “radici cristiane” europee nella costituzione dell’Unione, tanto che il diplomatico Usa sottolineò come Ratzinger “comprenda chiaramente che permettere a uno stato musulmano di aderire all’Ue indebolirebbe ulteriormente i suoi sforzi per le fondamenta cristiane europee”.
 

Nel 2006, quando Ratzinger è diventato Papa, Monsignor Parolin cambia tono e all’incaricato di affari Usa afferma che “nè il papa nè il Vaticano appoggiano l’adesione della Turchia in sè, piuttosto la Santa Sede si è sempre mostrata aperta alla sua adesione, sottolineando solo che la Turchia deve rispettare i criteri di adesione di Copenhagen per poter trovare il suo spazio in Europa”.
 

Tuttavia, Parolin si dice scettico sul fatto che Ankara si adegui al rispetto del diritto alla libertà religiosa: “Il nostro grande timore è che la Turchia possa entrare nell’Ue senza aver fatto i necessari passi avanti nell’ambito delle libertà religiose. Parolin ha insistito sul fatto che gli stati membri dell’Ue, e gli Stati uniti, continuino a far pressioni a questo riguardo”.
 

I cablogrammi rivelano infatti pressioni del governo americano su Roma e Ankara in merito all’adesione della Turchia: “Auspichiamo che un alto funzionario del Dipartimento di Stato possa fare visita alla Santa Sede e incoraggiarli a fare di più per inviare un messaggio positivo sulla Turchia e sull’integrazione”, conclude il telegramma del 2006.
 

Ma nel 2009, in preparazione della visita di Obama, l’Ambasciatore Usa scrive che “ora la posizione della Santa Sede, in quanto Stato non membro dell’Ue, è che il Vaticano non ha ruolo nel promuovere od ostacolare l’adesione della Turchia. Il Vaticano potrebbe preferire la Turchia impegnata a sviluppare un rapporto speciale, qualcosa di meno dell’ingresso nell’Ue”.


Il VATICANO NON COLLABORO' A INDAGINE PEDOFILIA IN IRLANDA

Il Vaticano si rifiutò di collaborare all’indagine promossa in Irlanda dalla commissione guidata dal giudice Murphy, sugli abusi sessuali commessi dal clero di Dublino, perchè le autorità irlandesi non avevano rispettato le procedure ufficiali. E’ quanto emerge dai documenti Usa diffusi da Wikileaks, pubblicati oggi dal Guardian, secondo cui le richieste inviate nel 2009 dalla commissione “hanno offeso molti in Vaticano”, perchè si ritiene che il governo irlandese “non sia riuscito a rispettare e a tutelare la sovranità del Vaticano”.
 

Nel documento, intitolato ‘Lo scandalo sugli abusi sessuali crea tensioni nei rapporti tra Irlanda e Vaticano, scuote la chiesa irlandese e pone delle sfide alla Santa Sede’, si afferma che la commissione Murphy non avrebbe rispettato le normali procedure di inchiesta, tanto da indurre il Segretario di stato Vaticano, Cardinale Tarcisio Bertone, a scrivere all’Ambasciata irlandese per chiedere di seguire la via diplomatica.
 

In un cablogramma si apprende che l’Ambasciatore irlandese presso la Santa Sede, Noel Fahey, riferì al diplomatico Usa Julieta Valls Noyes che lo scandalo sugli abusi commessi dal clero irlandese era la crisi più difficile che avesse mai gestito. Il governo irlandese vuole “essere visto come collaborativo nelle indagini”, si legge nel documento, ma i politici sono piuttosto riluttanti a fare pressioni sul Vaticano per ottenere risposta alle richieste della commissione.
 

Dai documenti emerge un frenetico lavoro diplomatico per convincere il Vaticano a sostenere l’inchiesta. Il Vaticano cambiò posizione alla fine del 2009, quando l’Ambasciatore riferì dell’incontro avuto dal Papa con il cardinale irlandese Sean Brady e l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin.
 

Pubblicato nel novembre 2009, dopo tre anni di indagine, il rapporto Murphy ha denunciato il caso di 46 preti accusati di avere abusato sessualmente di minori tra il 1975 e il 2004. Lo scorso 20 marzo, Papa Benedetto XVI ha inviato una lettera agli irlandesi in cui ha espresso “vergogna e rimorso”.

 

BERTONE? UNO “YES MAN”

Emerge dai cablogrammi dell’ambasciata Usa presso la Santa Sede rivelati da Wikileaks anche un duro giudizio sul cardinal Tarcisio Bertone (uno “yes man”) e in generale sui livelli diplomatici in Vaticano. In effetti, si legge sul quotidiano El Pais, l’ambasciata Usa appare frustrata anche negli ultimi dispacci dell’ambasciatore Miguel Humberto Diaz, inviato da Obama nel maggio 2009, e dalla sua numero due Julieta Valls.


Entrambi cattolici e di origine spagnola ma apparentemente con problemi di lingua. L’ambasciata segnala che nella curia non ci sono quasi statunitensi e in generale persone che parlino inglese. Il suo principale contatto dunque è un irlandese, monsignor Paul Tighe, dice El Pais, numero due del Consiglio Pontificio delle comunicazioni. Tighe direbbe a Valls che i consiglieri più vicini a Benedetto XVi sono italiani ma che sarebbe bene “Nominare più portavoce di lingua inglese nel circolo intimo del papa”.
 

Nessun interlocutore vaticano si rivela loquace e i diplomatici, piccati, criticano “l’assenza di voci dissidenti”. In particolare il segretario di Stato Tarcisio Bertone viene definito uno “yes man” e si afferma che è digiuno di qualunque esperienza diplomatica (“per esempio, parla solo italiano”) Nel dispaccio intitolato “Fixing what’s lost in translation” (Sistemando quello che si perde nella traduzione) Valls spiega che “Bertone ha uno stile pastorale personale che a volte lo porta lontano da Roma, in giro per il mondo, a occuparsi di problemi spirituali prima che della politica estera”. E sempre secondo Valls “non sono poche le voci che chiedono la destituzione del cardinale dal suo attuale posto”.


RISCHIO VIOLENZE IN GB PER APERTURA PAPA AD ANGLICANI

L’invito rivolto da Papa Benedetto XVI agli anglicani che si oppongono all’ordinazione delle donne di convertirsi al cattolicesimo rischia di innescare discriminazioni e violenze contro i cattolici britannici. E’ quanto affermò ai diplomatici Usa l’Ambasciatore britannico presso la Santa Sede, Francis Campbell, riferendo dell’incontro del novembre 2009 tra il Papa e l’Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams.


Stando ai documenti Usa diffusi da Wikileaks, e riportati oggi dal Guardian, Campbell disse che l’iniziativa del Vaticano aveva posto Williams “in una situazione impossibile” e che “i rapporti tra gli anglicani e il Vaticano sono alle prese con la loro peggior crisi degli ultimi 150 anni a causa della decisione del Papa”. “La crisi è preoccupante per la piccola comunità cattolica inglese, perlopiù di origine irlandese - disse l’Ambasciatore al diplomatico Usa Julieta Valls Noyes - in alcune zone dell’Inghilterra è ancora latente un sentimento anti-cattolico e potrebbe non volerci molto a farlo esplodere. Il risultato potrebbe essere la discriminazione, o in casi isolati, persino la violenza contro questa minoranza”.
 

“La decisione vaticana sembra rivolta soprattutto alle comunità anglicane negli Stati Uniti e in Australia - si legge ancora nel cablogramma - senza riflettere troppo a quali ripercussioni possa avere nel centro dell’anglicanesimo, l’Inghilterra, o sull’Arcivescovo di Canterbury. Benedetto XVI, dice Campbell, ha messo Williams in una situazione impossibile. Se Williams reagisce con più forza, rischia di distruggere decenni di lavoro sul dialogo ecumenico; se non reagisce con più durezza, perde il sostegno degli anglicani arrabbiati”.


USA: IN VATICANO TROPPO VECCHI PER LE TECNOLOGIE, “MESSAGGI CONFUSI”

Il Vaticano invia “messaggi confusi”, perchè i più stretti collaboratori del Papa soffrono di tecnofobia e ignorano gli strumenti di comunicazione del XXI secolo. E’ quanto scrive nel 2009 un diplomatico Usa dell’Ambasciata presso la Santa Sede, in un cablogramma diffuso oggi da Wikileaks e riportato dal Guardian.


Solo il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha il Blackberry, e pochi collaboratori del Papa hanno un indirizzo di email, si legge nel documento. “La maggior parte dei più alti esponenti del Vaticano, tutti uomini, in media sui 70 anni, non comprende i mezzi moderni e le nuove tecnologie informatiche”, scrive.
 

Al contrario, rimangono legati a una comunicazione vecchio stile, basata su un linguaggio “cifrato” che è difficile da comprendere. Il diplomatico porta quindi l’esempio di un messaggio positivo inviato dal Vaticano a Israele, che non è stato colto dall’Ambasciatore israeliano. Questo significa, conclude, che “il megafono morale” del Papa opera a un volume ridotto.





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