giovedì 9 dicembre 2010

Quelli che senza stipendio vincono sempre

di Franco Ordine


E poi dicono che i soldi, solo i soldi, sono il motore del calcio. Guardate la faccia stravolta di Marco Di Vaio mentre salta i cartelloni pubblicitari, scansa un vigile del fuoco e corre ad abbracciare idealmente il suo popolo in festa sotto la curva del tifo bolognese. Sembra la faccia di uno che ha appena scoperto di aver fatto bingo o sei al Superenalotto. Ed invece è solo il centravanti del Bologna pieno di debiti, con fideiussioni farlocche e senza stipendio da almeno quattro mesi, che ha trascinato i suoi al secondo successo consecutivo in tre (...)
(...) giorni (tra il derby col Cesena e la sfida col Chievo, sei punti tondi tondi hanno puntellato una classifica penosa).

Marco Di Vaio, testa rasata e fascia di capitano che pare una medaglia al valor militare, non ha realizzato solo il gol del 2 a 1 a pochi attimi dai titoli di coda. Ha fatto molto altro, come gli è successo dal giorno in cui ha scoperto che il club era rimasto senza un euro, del presidente non c’era più traccia e bisognava passare qualche soldo a massaggiatori e fisioterapisti, che non godono delle loro stesse finanze.

È stato il braccio e la mente, come può succedere solo a un uomo vero più che a un talentuoso centravanti, dotato perciò di un cuore grande così, capace di convincere i suoi sodali a non mettere in mora la società per evitarne il fallimento, oltre che di firmare gol decisivi. Un tempo antico, lontano assai, il Bologna faceva tremare il mondo: adesso produce solo cronache malinconiche, politiche e sportive, che documentano il declino della città, col commissario al Comune, la famiglia Menarini allo stadio sotto scorta e l’attuale presidente, Porcedda, fuggito in Sardegna inseguito da promesse mancate.

«Quel ragazzo che avevo allenato a Parma è cresciuto ed è diventato un campione. Allora era timido, oggi è diventato un leader». L’identikit di Marco Di Vaio nelle parole di Alberto Malesani, un altro tipo curioso partito per Bologna pensando di trovare l’America, ma che, andando incontro al deserto economico, invece è perfetto, e può aiutare a capire perché nel discusso calcio moderno certe favole possono ancora realizzarsi. La risposta più spontanea è custodita dentro le passioni e i sentimenti che alimentano il calcio stesso, chi lo pratica incassando stipendi da favola o stando all’asciutto da mesi, chi lo segue con religioso attaccamento a costo di sacrifici.

Nell’ora più complicata della sua gloriosa storia, il Bologna senza soldi e forse anche senza futuro, si è ritrovato sulle spalle di ragazzi dotati dell’onore necessario per dimenticare ansie e tormenti e sventolare quello che colleghi più fortunati (il pensiero deve andare dalle parti di Appiano Gentile) hanno dimenticato in una zolla nella notte di Madrid: il carattere. Ricordiamolo il giorno in cui qualcuno di noi sentirà il bisogno di sculacciarli. Proprio loro, i calciatori di serie A, controfirmando l’accordo di Roma e cancellando dall’orizzonte lo sciopero, hanno dimostrato che Campana e il suo sindacato sono parenti stretti di Fini e Casini. Hanno un terrore santo delle urne o del giudizio dell’opinione pubblica e alla prima occasione buona, da lupi feroci sono pronti a farsi pecorelle smarrite.



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Brembate, il leghista che difende gli immigrati "Riporteremo Yara a casa "

Quotidiano.net


Sindaco contro il razzismo, plauso di Napolitano e Veltroni. "Dobbiamo continuare a lavorare e a sperare. Se fosse il contrario sarebbe un insulto alla fiducia dei genitori, al paese"



Il sindaco di Brembate Sopra, Diego Locatelli (Ansa)
Il sindaco di Brembate Sopra, Diego Locatelli (Ansa)



Brembate di sopra (Bergamo), 9 dicembre 2010  — INCONTRA un gruppo di genitori con i loro bambini. Fra pochi giorni sarà Santa Lucia, in Bergamasca un anticipo del Natale. Un panino agguantato in fretta e Diego Locatelli, sindaco di Brembate di Sopra nel segno della Lega, si rituffa nelle ricerche. "Ho detto a questi genitori che i bambini non c’entrano. Siamo noi adulti che dobbiamo essere forti e uniti. E lo ripeto: non molliamo, non molliamo. Dobbiamo continuare a lavorare e a sperare. Se fosse il contrario sarebbe un insulto alla fiducia dei genitori, al paese. Dobbiamo insistere. Dobbiamo riportare Yara a casa. La speranza mi sostiene. Non lo dico per dire. E’ vero. Ci credo. Ci crediamo".

La telefonata di Napolitano,
parole di solidarietà, vicinanza, affetto. In una lunga lettera aperta al quotidiano di Bergamo Walter Veltroni ha tessuto le lodi del sindaco silenzioso, che in giaccone cerato e stivali partecipa ogni giorno alle ricerche di Yara, mischiato ai volontari della protezione civile. Un sindaco, ha scritto l’esponente Pd, che preferisce stare in mezzo ai suoi concittadini a perlustrare campagne piuttosto che davanti alle luci suadenti delle telecamere.

Sindaco Locatelli, un pubblico apprezzamento.

"E’ stata una cosa importante. Appena sarà possibile farò di tutto per ringraziare Veltroni di persona. Intanto lo faccio attraverso il giornale. Considero le sue parole un attestato di stima rivolto al paese, a tutta la nostra comunità. Un giudizio positivo. Gli altri sono soltanto pregiudizi".

Quando è apparso qualche striscione a sfondo razzista, quando si è registrato un sussulto xenofobo sono subito arrivati i vigili urbani e i carabinieri...

"L’ho già detto e lo ripeto: ci dissociamo, prendiamo le distanze, non li condividiamo. Sono episodi legati alla rabbia o ad altro. Non lo so, non m’interessa. Quello che voglio dire con tutta chiarezza che non sono espressioni della nostra comunità. Assolutamente no. Le rifiutiamo".

Qualcuno ha voluto invece tracciare un ritratto di Brembate paese omertoso.

"E’ stato confuso e scambiato per omertà il nostro modo di gestire questa drammatica situazione. Quello di non rispondere, di scegliere il silenzio è solo rispetto per il dolore di una famiglia ma non è assolutamente una chiusura nei confronti della stampa, dei mezzi di informazione. Siamo stretti attorno alla famiglia, rispettiamo il lavoro degli inquirenti nella speranza che tutti si risolva presto".


dall’inviato GABRIELE MORONI




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Incontro ad Arcore, Renzi ironizza: Non faccio mica il bunga bunga

Quotidiano.net


Il sindaco snobba le critiche: "Pensino ai problemi veri". Bersani rilancia: "Sabato in piazza per aprire una strada nuova. Naturale che non ci alleiamo con Fini"



Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, 35 anni, in Consiglio comunale (Pressphoto)
Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, 35 anni, in Consiglio comunale (Pressphoto)



Firenze, 9 dicembre 2010  — PARLARE con Berlusconi è per il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, più semplice che discutere con il leader del suo partito, Pier Luigi Bersani. Con lui la schermaglia va avanti a distanza. E Renzi ci va giù duro: "Invece di criticare me — ha detto ieri dalla ribalta del Tg di Mentana su La7 — perché il Pd non si occupa del fatto che è una vergogna che il Parlamento resti chiuso per dieci giorni?". E, snobbando in toto le critiche che gli sono piovute addosso in casa Pd, ha ironizzato: "Hanno paura che faccia il bunga bunga con Berlusconi?".

BERSANI a questa provocazione non risponde, ma ieri, la sua intervista al Tg1 ha comunque dimostrato che il Pd ha un’altra strada rispetto alle idee vagheggiate da Renzi. Tanto per cominciare, ignorando gli anatemi del sindaco di Firenze, ha preferito replicare al leader di Fli riguardo a un’eventale alleanza col Pd: "Fini ha ragione a dire che è nel centrodestra, mentre noi siamo nel centrosinistra. Ma Fini dice anche che non pensa che ci siano elezioni e non lo penso neanche io". E, vista l’azione incalzante delle ‘colombe’ dei finiani che con Udc e Alleanza per l’Italia sono alla ricerca di una via d’uscita possibile prima del voto in parlamento del 14 dicembre, il leader del Pd ha aggiunto il suo ‘no’ a un possibile Berlusconi bis. "Sarebbe un Berlusconi quater — ha sorriso amaro — abbiamo già dato. E’ ora di voltar pagina". Insomma Bersani non vuole le elezioni, ma quello che cerca di tracciare è comunque un percorso nuovo. "Siamo arrivati a un bivio — ha poi spiegato parlando della manifestazione del Pd di sabato prossimo — o stiamo nella vecchia storia o facciamo un passo verso una strada nuova. Noi andiamo a San Giovanni, a Roma, a dire che bisogna fare un passo verso una strada nuova".

POSIZIONI decisamente lontane da quelle del sindaco ‘ribelle’ Matteo Renzi. Lui ieri ha detto cose ben diverse. Intanto che il Pd farebbe bene a escludere qualsiasi rapporto con Fini, invece di criticare il sindaco di Firenze che va ad Arcore a parlare con il presidente del consiglio Berlusconi per la sua città. "Sogno un partito — ha insistito Renzi — che non abbia paura di dialogare con l’avversario dal punto di vista istituzionale e che abbia l’obiettivo politico di cambiare il colore della maggioranza, non con inciuci di palazzo, ma con una vittoria elettorale". Botta e risposta serrato. Intanto sabato a Roma alla manifestazione del Pd, fondamentale per Bersani, Renzi sarà presente solo per poco ("I sindaci non vanno in piazza" ha detto). La sua giustificazione è la presentazione di un libro in Palazzo Vecchio insieme a Benigni. Nella Firenze rossa, insomma soffiano, forti, venti di rivolta. E oggi arriva anche Nichi Vendola.
di PAOLA FICHERA




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A processo il giudice Figliolia, accusata di aver preteso soldi da Cecchi Gori

Il Messaggero





ROMA (9 dicembre) - Il giudice romano Luisanna Figliolia è stata rinviata a giudizio stamani dal gup di Perugia Massimo Ricciarelli con l'accusa di concussione nei confronti di Vittorio Cecchi Gori. La Figliolia era stata sospesa dall'esercizio della professione di magistrato per due mesi nel 2008 dal gip perugino Claudia Matteini proprio nell'ambito delle indagini che la vedevano protagonista, passate da Roma a Perugia per competenza territoriale data l'implicazione di un magistrato romano. In particolare, secondo il pubblico ministero Sergio Sottani, che ha ereditato e portato a termine le indagini dei colleghi romani Lina Cusano e Stefano Rocco Fava, il giudice Figliolia, in servizio presso il tribunale capitolino avrebbe costretto o comunque indotto Vittorio Cecchi Gori a fare moltissime elargizioni in suo favore quali una festa di compleanno in un noto albergo di Roma costata 2.056 euro, un soggiorno nella casa di Sabaudia del produttore cinematografico nell'estate del 2007, più soggiorni nell'appartamento di Londra, una collana del valore di 6.000 euro e una borsa del valore di 700 euro.

Per l'accusa, il giudice romano avrebbe anche indotto o costretto Vittorio Cecchi Gori a stipulare un contatto al marito commercialista che prevedeva un compenso di 100.000 euro al mese. Secondo l'accusa infine, il giudice romano in cambio di queste elargizioni avrebbe svolto una sorta di attività di consulenza giuridica nei confronti del produttore cinematografico toscano.




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Vestì Liz Taylor e Mina: l'addio allo stilista delle spose Fausto Sarli

Corriere del Mezzogiorno


Definito lo «scultore dell’alta moda», si è spento stamane a Roma, dove ha vissuto e lavorato



Premiato dal sindaco Alemanno con la Lupa capitolina alla carriera
Premiato dal sindaco Alemanno con la Lupa capitolina alla carriera

NAPOLI - Definito lo «scultore dell’alta moda», Fausto Sarli, morto questa mattina a Roma a 83 anni, è stato uno degli stilisti più creativi dell’haute couture italiana, ma anche uno dei creatori di moda più schivi e riservati. Nato a Napoli il 9 maggio del 1927, abbandonò gli studi in economia per dedicarsi alla moda, la sua vera passione. La sua formazione avvenne presso prestigiose maison dell’epoca, ovvero nelle sartorie di Emilio Schubert e Antonio De Luca. Il suo talento era innato, e attorno alla fine degli anni Cinquanta, Sarli fondò un proprio atelier a Napoli (1958). In seguito, incoraggiato dai continui successi aprì un secondo atelier a Roma, in Via Veneto (1959).

Nel 1954 vinse il premio come miglior figurinista di moda, aggiudicato da una giuria di personalità della moda, quali Federico Schubert, Jole Veneziani, Antonio De Luca, Roberto Capucci. Ma la sua consacrazione avvenne nel 1956, con la sfilata di trenta abiti, nella prestigiosa sede della Sala Bianca per l’alta moda a Firenze.



Fausto Sarli: la fotogallery



Molto apprezzato dalla stampa, tornò a Napoli, dove, dopo aver aperto il suo primo atelier d’Alta Moda in Via Filangieri, in un palazzo d’epoca, venne amato dall’aristocrazia partenopea e dalla nuova società nata nel dopoguerra. Il suo stile aveva però varcato i confini di Napoli, così, nel 1959 Sarli decise di aprire una sartoria a Roma, in Via Veneto. Cominciarono in quel periodo le collaborazioni con la televisione, per personaggi-icona di programmi storici come Giardino d’inverno e Studio Uno. Così sono divenuti celebri gli abiti creati da Sarli per Mina, per le gemelle Kessler, per Ornella Vanoni, Carla Fracci, Valentina Cortese, e in seguito per Carla Bruni e Valeria Mazza, che sono state tra le sue modelle in passerella a Roma.


Una creazione di Sarli
Una creazione di Sarli
Tra le dive del cinema internazionale, sono state sue clienti Liz Taylor e Monica Bellucci. Ma Sarli ha vestito anche regine, mogli di capi di Stato, grandi personaggi del jet-set internazionale. Renzo Arbore è un collezionista dei gilet di Sarli e alle sue sfilate non mancava mai. Nel 1998 Sarli aprì uno show-room in via Montenapoleone, e in quella sede gli venne annunciato l’incarico di restaurare gli abiti di Eleonora Duse, dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia. Una volta tornati a nuova vita gli abiti furono messi in mostra, a Venezia e subito dopo a New York, al Guggenheim Museum. Gli abiti di alta moda di Sarli erano apprezzati soprattutto per la perfezione dei taglio e lo stile impeccabile che coniugava eleganza e spunti diversi, dai temi etnici all’arte. Ben presto le sue clienti divennero le grandi dame dell’aristocrazia e le signore della politica, più in generale tutte le donne più esigenti in fatto di eleganza. Schivo e modesto per natura, Sarli non ha mai ceduto alle lusinghe del successo e non si è mai abbandonato a divismi da stilista arrivato, rimanendo apprezzato dagli esperti e dalla clientela.
La sua sartoria ha sempre utilizzato tecniche artigianali dell’ alta moda tradizionale e lui attento ai minimi dettagli ha seguito personalmente fino all’ultimo giorno la preparazione delle su collezioni, in tutte le fasi. Anche se era uno tra i pochi «maestri», che con un pezzo di stoffa qualsiasi riusciva a costruire un modello in pochi secondo sul corpo della modella. Nel maggio di quest’anno Sarli ha ricevuto dal sindaco di Roma Gianni Alemanno la Lupa capitolina alla carriera. Nella cerimonia di consegna del riconoscimento, Silvia Venturini Fendi, presidente di AltaRoma, lo definì «caposcuola della cordata romana dell’alta moda».



(Fonte Ansa).

09 dicembre 2010






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La svolta della Cina sul clima? E' stato un errore dell'interprete

Corriere della sera


dal nostro inviato  ALESSANDRA ARACHI



CANCUN (Messico) – La notizia ha fatto il giro del mondo, rapidissima visto che il mondo qui a Cancun è concentrato dentro un albergo, seppure molto grande. Il 7 dicembre Su Wei, negoziatore cinese per la conferenza sui cambiamenti climatici, ha regalato ai media titoli di apertura e approfondimenti di primo piano: “La svolta della Cina su Kyoto”. Brividi nella comunità internazionale: per la prima volta la Cina aveva detto sì agli impegni vincolanti e ai controlli internazionali sulle emissioni di CO2. Il punto nodale della trattativa sul protocollo di Kyoto. La pietra dello scontro fra i due grandi inquinatori del mondo, Cina e Stati Uniti. Con un dettaglio: la svolta della Cina non era vera. C’era stato un errore di traduzione.




CONFERMA - Le parole di Su Wei pronunciate in cinese erano state riportate male dall’interprete della conferenza. Todd Stern, capo negoziatore americano qui a Cancun, aveva fiutato l’errore. E quando è stato assalito dai giornalisti che volevano una sua reazione alla “storica svolta della Cina”, ha provato a balbettare: “Veramente a me non sembra che ci siano cambiamenti nella politica cinese….”. Ma niente da fare. La sua è stata interpretata come una mossa tattica, in difesa. Il tentativo di minimizzare la storica apertura della Cina. E’ dovuto scendere in campo Xie Zhenua, il capo delegazione del governo cinese. Una conferenza stampa con i crismi della diplomazia negoziale. Lungi dal denunciare un errore di traduzione, Xie Zhenua ha ripetuto pacatamente la politica cinese sulle riduzioni di CO2 che, tra le altre, vede la Cina come il paese al mondo che investe di più in energia rinnovabile. In conferenza stampa Xie Zhenua ha scandito lentamente i punti nodali della politica sulle riduzione delle CO2. Parlando, rigorosamente, in inglese.


09 dicembre 2010



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Erba, la casa del massacro diventa rifugio per i bisognosi

Quotidiano.net


Carlo Castagna ha donato l`appartamento in cui nel 2006 vennero brutalmente uccisi Raffaella Castagna, Paola Galli, il piccolo Youssef Marzouk e Valeria Cherubini


Roma, 9 dicembre 2010 - Dal dramma rinasce la vita. Quattro anni dopo uno dei delitti più efferati che il nostro Paese abbia mai conosciuto, l`annuncio che da quel dramma prende il via un progetto che riporterà la vita nella casa di via Diaz, ad Erba.
Il progetto si chiama “Se mi tieni per mano” ed è stato voluto dalla famiglia di Carlo Castagna, che ha donato l`appartamento in cui nel 2006 vennero brutalmente uccisi Raffaella Castagna, Paola Galli, il piccolo Youssef Marzouk e Valeria Cherubini.

La consegna simbolica delle chiavi di casa avverrà durante la celebrazione della messa, sabato mattina, in parrocchia. La famiglia Castagna ha deciso di donare l`abitazione alla Parrocchia Santa Maria Nascente di Erba. L`appartamento verrà messo a disposizione per le persone in difficoltà. Il progetto prevede l`attivazione di un alloggio di autonomia per singoli o nuclei familiari in difficoltà abitative nel territorio della città di Erba.

La famiglia dopo aver ristrutturato a sue spese l`alloggio lo ha concesso in comodato gratuito per nove anni alla Parrocchia, con l`espresso desiderio di far “rinascere” la casa, supportando persone in difficoltà in un`atmosfera di accoglienza, vicinanza e solidarietà. Ciascun singolo o nucleo familiare ospitato verrà seguito in modo individuale, grazie al supporto di una decina di volontari della Caritas e di personale qualificato; indicativamente, le persone saranno ospitate per un periodo dai 6 ai 18 mesi, a seconda della complessità dei casi e quindi dei percorsi. Il progetto è stato realizzato col sostegno di Fondazione Cariplo.







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Punta di ferro conficcata in testa: in coma il vicepresidente della Fiera di Pordenone

Il Mattino


Stava per entrare al ristorante a Caorle quando è inciampato e la sbarra gli si è infilata nell'occhio arrivando al cervello





PORDENONE (9 dicembre) - Guido Pedrazzoli, 46 anni, vicepresidente della Fiera di Pordenone, è ricoverato in stato di coma all'ospedale di Mestre (Venezia) per un incidente accaduto ieri sera a Caorle (Venezia). Il professionista si trovava in compagnia di alcuni amici ed era in procinto di entrare in un ristorante per cenare quando è inciampato finendo contro una punta di ferro che gli si è conficcata nell'occhio finendo per interessare il cervello. Subito soccorso, Pedrazzoli è stato trasferito d'urgenza in ospedale a Mestre dove sottoposto ad intervento chirurgico.




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Ndrangheta, si pente il boss Pino Vrenna I suoi: "E' impazzito"

Quotidiano.net


Il 59enne ritenuto il capo dell’omonima cosca crotonese, ha deciso di collaborare con l'antimafia. Il padre, i figli e la moglie l'hanno definita una decisione "assurda, non può che essere impazzito"




Direzione Investigativa Antimafia
Direzione Investigativa Antimafia



Crotone, 9 dicembre 2010 - I figli, la moglie e, in definitiva, l’intera famiglia, si sono apertamente dissociati dalla scelta del boss Pino Vrenna, il 59enne ritenuto il capo dell’omonima cosca crotonese, di passare il fosso e collaborare con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

La sua decisione sta facendo tremare i più disparati ambienti cittadini, anche tra i cosiddetti colletti bianchi, e probabilmente servirà ad accelerare e a dare corpo ad alcune indagini che erano già in corso. Una notizia che il figlio del boss, Antonio Vrenna, in una lettera inviata ai giornali locali e nella quale parla anche a nome degli altri familiari, dice di aver appreso con sdegno, invitando le forze di polizia a non chiedergli di seguire il padre in una scelta che nessuno della famiglia condivide in alcun modo.

Una decisione definita "assurda e incomprensibile" dallo stesso Antonio Vrenna, a detta del quale, suo padre, evidentemente, "non può che essere impazzito". Parole dure che hanno l’obiettivo di tracciare un solco netto tra la famiglia Vrenna e il boss pentito, con il quale i suoi parenti non intendono in alcun modo essere più accomunati. Tanto che ormai ne parlano come di un "ex congiunto" annunciando di aver già avviato un’azione legale per il suo disconoscimento, mentre la moglie ne ha chiesto la separazione.

Un messaggio oltremodo chiaro, insomma, sulla scelta di campo effettuata dai congiunti di Pino Vrenna: dopo aver rifiutato il programma di protezione previsto per i familiari dei collaboratori di giustizia, ora intendono tenere lontano da loro il marchio dell’infamia con il quale vengono bollati i pentiti.

"Abbiamo appreso con estremo stupore e notevole sdegno - si legge nella lettera firmata dal figlio del boss - la decisione del nostro ex congiunto Vrenna Giuseppe detto Pino. Riteniamo che egli abbia fatto la sua scelta in perfetta autonomia, così come noi abbiamo fatto la nostra. Egli ha deciso di collaborare con la giustizia perchè, evidentemente, ha di che pentirsi. Noi, dal canto nostro, abbiamo declinato l’invito rivoltoci dalle Forze dell’Ordine a seguirlo in questa assurda ed incomprensibile scelta e, non avendo nulla e poi nulla di cui pentirci, riteniamo che questo signore vada lasciato solo nelle sue scelte e nelle sue determinazioni".

"Non mi resta da dire - scrive ancora Antonio Vrenna - che, a mio avviso, il Vrenna Giuseppe non può che essere impazzito, ovviamente tale mia determinazione nasce dalla conoscenza perfetta di quello che era mio padre. Del resto, il Vrenna Giuseppe non avendo alcuna condanna coperta dal giudicato ed avendo una posizione processuale sostanzialmente buona, non può che definirsi che pazzo. Comunque, quand’anche avesse riportato l’ergastolo, tale scelta non era da noi tutti ritenuta opportuna".




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A Napoli la tazzulella 'e caffè arriva a un 1 euro/ Quanto costa nel tuo bar?

Il Mattino





NAPOLI (8 dicembre) - Anche la tazzina di caffè nei bar napoletani si arrende al carovita: quegli adorati sette grammi di polvere scura ora costano un euro. Aveva resistito a lungo alla tentazione della cifra tonda - il prezzo di un caffè a Napoli si mantiene sotto i 90 centesimi - ma ora i primi bar mostrano il caro-tazzina.
Nel 2000 il caffè al bar aveva un prezzo medio di 1.200 lire - dicono i dati dell'associazione dei consumatori - pari a 62 centesimi di euro. Chi è bravo in aritmetica faccia i suoi conti.

A colazione, dopo pranzo e dopo cena.
Ma anche al pomeriggio: il rito del caffè sembra irrinunciabile per gli italiani e in particolare per i napoletani. Ogni giorno in Italia vengono bevute 30 milioni di tazzine di caffè: la voce più importante del fatturato (oltre il 31,2%) dei 130.000 bar del Paese.

In rito della "tazzulella" da sorseggiare seduti e senza fretta godendosi l'estasi del profumo, del colore e dell'aroma di di un buon caffé non scoraggerà di sicuro nessuno dei suoi abituali consumatori. Difficile sottrarsi alla malia della tazzulella: ne consumiamo davvero tante, una quantità di chicchi pari a quasi sei chili a testa per anno, di cui il settanta per cento fuori casa. L' espresso da bar, infatti, è un contrappunto irrinunciabile nell' incedere della giornata, dal primissimo, ingollato all' inizio della giornata lavorativa, a quello gustato per ultimo, ben sapendo l' ora oltre la quale rischieremmo una notte insonne




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Caso Cogne, Taormina condannato a risarcire i due pm di Aosta

Il Messaggero



  

ROMA (9 dicembre) - L'avvocato Carlo Taormina, ex difensore di Annamaria Franzoni - condannata in via definitiva per l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi, avvenuto a Cogne nel gennaio 2002 - è stato condannato a mille euro di multa per aver diffamato l'ex procuratore di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, e il pm all'epoca titolare delle indagini, Stefania Cugge.

L'avvocato, inoltre, dovrà versare 40 mila euro a ciascuno dei due magistrati come risarcimento dei danni. La sentenza è stata emessa dalla settima sezione penale del Tribunale di Milano. Il capo di imputazione faceva riferimento a due interviste rilasciate da Taormina al quotidiano “La Stampa” e al settimanale “Oggi”nell'aprile e nell'agosto del 2004 in cui commentava la sentenza di condanna a 30 anni inflitta dal giudice dell'udienza preliminare di Aosta.

«La procura è fatta da marescialli di paese che hanno anche falsificato le prove», aveva detto, tra le altre cose, il legale, il quale aveva definito poi «incapaci» i magistrati aostani. In particolare, Taormina è stato condannato per l'intervista a “La Stampa” e assolto, «perchè il fatto non costituisce reato», per quella a “Oggi”. Il processo si è concluso dopo un iter giudiziario lunghissimo. In passato, infatti, la giunta per le autorizzazioni a procedere aveva dichiarato che non si doveva procedere in quanto Taormina, allora parlamentare, aveva rilasciato quelle dichiarazioni nell' ambito dell' esercizio delle sue funzioni. Del caso era stata investita la Consulta, che aveva ritenuto invece che quelle interviste non fossero state rilasciate dal parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni. Poi c'erano state undici udienze davanti al gup e una ventina nel corso del processo.




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Galleria, cade un cuore: ferita passante

Corriere della sera


Cede una delle grosse decorazioni natalizie di Swarovsky. Trauma cranico per la donna, 70 anni

L'incidente

MILANO - Uno dei grossi cuori che compongono l'installazione luminosa natalizia che pende dalla cupola dell'«Ottagono», nella centralissima galleria Vittorio Emanuele di Milano, è crollato, colpendo alla testa un'anziana che è dovuta ricorrere alle cure ospedaliere. L'episodio è avvenuto poco dopo mezzogiorno, nel complesso monumentale che collega Piazza Duomo a Piazza Scala dove, dal 4 dicembre, è stata installata una composizione di cuori sponsorizzata da Swarovsky. All'improvviso uno dei cuori, di circa un metro di diametro, in legno e rivestito in materiale luccicante, è precipitato, probabilmente a causa delle folate di vento, colpendo alla testa una passante, subito trasportata al policlinico da un'ambulanza. Immediatamente la parte centrale della galleria, l'Ottagono, è stata transennata dalla polizia locale ed è intervenuto l'assessore all'arredo urbano, Maurizio Cadeo, promotore di tutte le installazioni luminose in città, che ha potuto constatare di persona le tracce di sangue lasciate sui mosaici. La donna, di 71 anni, è ora al pronto soccorso con una ferita lacero contusa alla testa e un trauma cranico. Al momento è cosciente e sveglia. Non è in pericolo di vita


Cade un cuore in Galleria


INDAGINE - Cadeo ha espresso vicinanza alla donna colpita in Galleria e ha annunciato l'avvio di un'indagine sulla messa in sicurezza dell'istallazione di Swarovski. «Tutte le luminarie - ha assicurato Cadeo - sono state oggetto di controlli preliminari per quel che riguarda la loro messa in sicurezza. Ora però dobbiamo individuare le cause di questo incidente, visto che al momento non si sa se si sia tranciato un cavo d'acciao o se uno dei cuori si sia sfilato dal suo gancio». Nemmeno un'ora dopo l'incidente una squadra di vigili del fuoco ha chiuso il passaggio della parte centrale della galleria, ha rimosso i cocci del cuore di legno e brillanti andato in frantumi e ha avviato le operazioni di rimozione della struttura. Stando alle prime ricostruzioni dell'assessore Cadeo, l'impresa che si è occupata della posa dei cuori di Swarovski sarebbe la stessa che da anni istalla nel periodo natalizio la volta luminosa sulla cupola della Galleria. «Tutta la mia preoccupazione - ha concluso Cadeo - va alla signora che sfortunatamente è stata colpita, a cui auguro di rimettersi il prima possibile».


Redazione online
09 dicembre 2010



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E' morto Fausto Sarli maestro dell'alta moda italiana

Il Messaggero



 

ROMA (9 dicembre) - È morto questa mattina a Roma lo stilista Fusto Sarli, considerato un maestro del «taglio perfetto» degli abiti di alta moda. Nato a Napoli nel 1927, Sarli si è spento in ospedale a Roma, circondato dall'affetto dei suoi figli e del suo staff della sua nota sartoria in via Gregoriana. A dare la notizia, il suo braccio destro Alberto Terranova, che da oltre vent'anni collaborava con lo stilista nella maison.




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Venezia, in stato vegetativo da 5 anni si risveglia per 6 ore e gesticola

Il Messaggero



ROMA (9 dicembre) - Un paziente si risveglia dallo stato vegetativo di minima coscienza dopo cinque anni e per sei ore comprende e risponde agli ordini dei medici. È successo all'istituto ospedale San Camillo di Venezia e a rilevarlo è ora uno studio, pubblicato sulla rivista 'Neurorehabilitation and Neural Repair', organo ufficiale della Federazione mondiale di neuroriabilitazione. Secondo gli specialisti è un caso clinico unico che ha permesso per la prima volta al mondo un risveglio dagli stati vegetativi tramite la stimolazione magnetica transcranica (Tms). La stimolazione è stata eseguita su un paziente ricoverato al San Camillo e lo studio è stato realizzato in collaborazione con i dipartimenti di Neuroscienze delle università di Padova e di Verona.


Il paziente, che ha 70 anni, cinque anni prima era stato colpito da un' emorragia cerebrale. Un mese dopo, aveva recuperato il livello minimo di coscienza: poteva aprire gli occhi spontaneamente o in risposta a stimoli tattili, poteva girare gli occhi verso un suono o seguire un oggetto in movimento. Obiettivo dello studio era valutare se la stimolazione transcranica, una semplice sonda applicata al cuoio cappelluto, sulle aree frontali della corteccia cerebrale poteva variare il quadro comportamentale e della reattività del paziente. Dopo due sedute il paziente appariva più reattivo: era in grado di mantenere gli occhi aperti nonchè “comprendeva” ed “eseguiva” compiti volontari complessi su comando, come portare un bicchiere d'acqua dalla mano dell'esaminatore alla bocca; inoltre, vi era un netto miglioramento dell'attività elettrica cerebrale. L' effetto durava per circa sei ore dopo la stimolazione; alla settima, il paziente non rispondeva più prontamente ai comandi. «Si tratta della prima segnalazione di questo tipo nella letteratura internazionale - spiega il prof. Leontino Battistin, direttore scientifico dell'istituto». I risultati preliminari lasciano pensare che i pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza possano rispondere alla stimolazione magnetica transcranica e quindi si può pensare che la Tms possa avere un ruolo terapeutico nel recupero cognitivo e motorio di tali pazienti.




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Crac Parmalat: si chiude il processo Chiesti vent'anni per Calisto Tanzi

Quotidiano.net



Fasi finali per il filone più importante che vede imputati 17 dirigenti della multinazionale del latte che ha seminato debiti per un valore di 14 miliardi in tutto il mondo




Parma, 9 dicembre 2010 - E’ ormai nelle fasi finali il processo Parmalat per il filone più importante, quello che vede imputati 17 dirigenti della multinazionale del latte che, sotto la guida di Calisto Tanzi, ha seminato debiti per un valore di 14 miliardi in tutto il mondo. Questa mattina, infatti, i giudici del collegio presieduto da Eleonora Fiengo, assieme ai giudici a latere Marco Vittoria e Alessandro Conti, si riuniranno in camera di consiglio, allestita presso la sala congressi dell’Auditorium Paganini di Parma.

Il processo è iniziato il 14 marzo 2008 (a quattro anni circa dal crac); le indagini sono state condotte dai pm della procura di Parma Lucia Russo, Vincenzo Picciotti e Paola Reggiani, sotto il coordinamento del procuratore della Repubblica della città emiliana, Gerardo Laguardia. Per il patron dell’azienda di Collecchio sono stati chiesti 20 anni di reclusione perché considerato il principale responsabile “della più grande fabbrica di debiti del capitalismo europeo” come si legge negli atti delle udienze.

Assieme al patron di Parmalat sono imputati: Giovanni Tanzi (fratello di Calisto, per il quale sono stati chiesti 12 anni di reclusione); l’ex direttore finanziario Fausto Tonna, a cui sono state riconosciute le attenuanti generiche equivalenti - 9 anni e 6 mesi - per aver collaborato nel corso dell’inchiesta; l’ex direttore marketing Domenico Barili (7 anni e 6 mesi); Luciano Silingardi, all’epoca componente del cda di Parmalat finanziaria (6 anni); Paolo Sciumè, avvocato e membro del cda (6 anni); sei anni anche per Camillo Florini, del settore turistico; quattro anni per Giuliano Panizzi, del cda di Parmalat spa, per Mario Mutti, per il sindaco del Gruppo Davide Fratta; tre anni invece per Paolo Compiani, ex ad di Cosal ed Emmegi; cinque anni per Rosario Lucio Calogero, revisore della Hogson Landau e poi amministratore di società Parmalat, per Fabio Branchi, commercialista ed ex amministratore di società legate alla famiglia Tanzi, per Giovanni Bonici, ex Parmalat Venezuela ed ex amministratore di Bonlat; 4 anni per Enrico Barachini, ex consigliere della finanziaria; 2 anni per Alfredo Gaetani, ex presidente di Eurolat; 2 anni per l’avvocato Sergio Erede, ex consigliere d’amministrazione di Parmalat.

La pena più grande è stata quindi richiesta per Calisto Tanzi, implicato anche in altri processi. Il Tribunale di Milano, infatti, lo ha condannato a dieci anni in secondo grado per l’accusa di aggiotaggio; ma sono ancora in corso le inchieste su Parma calcio e quella sui quadri d’autore rinvenuti nell’abitazione dell’imprenditore parmense. Prosegue inoltre il processo per Parmatour. All’inizio del procedimento erano imputate 22 persone; cinque di loro hanno patteggiato. Nel corso degli anni oltre 32mila risparmiatori si sono costituiti in giudizio.





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Iran, liberata Sakineh con il figlio e l'avvocato

di Redazione


Ieri è stata liberata Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione per adulterio. Con lei sarebbero stati rilasciati anche suo figlio Sajjad Qaderzadeh e l’avvocato Javid Hutan Kian



 

Teheran - Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione per adulterio, suo figlio Sajjad Qaderzadeh e l’avvocato Javid Hutan Kian "sono stati liberati". "Sakineh è stata rilasciata ieri, ma non sono ancora riuscita a parlare con lei", ha detto Mina Ahadi, presidente del Comitato internazionale contro le esecuzioni, organizzazione che ha sede in Germania.

Una lapidazione per adulterio La vicenda di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna iraniana che rischia la lapidazione per adulterio, è iniziata quattro anni fa, quando allora 38enne è stata messa sotto processo. Il figlio e l’avvocato della donna, Sajjad Qaderzadeh e Javid Hutan Kian, sono stati arrestati il 10 ottobre dagli agenti dell’intelligence iraniana, mentre stavano rilasciando un’intervista a due giornalisti tedeschi. Della sorte dei due reporter europei non si hanno notizie. Il processo contro Sakineh prende il via nel 2006, quando la donna viene accusata di adulterio, messa in prigione a Tabriz e condannata a 99 frustate. Ma subito dopo viene accusata di avere una relazione con l’assassino di suo marito e per questo di nuovo messa sotto processo per adulterio e per complicità nell’omicidio.

Il ricorso di Sakineh Una sentenza della Corte Suprema nel 2007 condanna Sakineh alla lapidazione, ma la sua esecuzione viene rinviata in seguito alla presentazione di un ricorso. Ma a luglio il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, interviene per precisare che la sentenza non è stata sospesa ma, semplicemente, la procedura giudiziaria non è ancora conclusa. L’11 agosto Sakineh è intervistata in diretta, dal braccio della morte della prigione di Tabriz, sulla tv di stato e ammette di essere colpevole sia di adulterio che di complicità nell’omicidio del marito. Una confessione che, a detta degli attivisti e dei familiari della donna, le è stata estorta con la forza. Ma l’intervista produce un effetto boomerang, accendendo ancor di più i riflettori internazionali sul caso. In una seconda confessione alla tv di Stato, il 16 novembre, la donna ammette di essere una peccatrice.

Sotto l'attenzione pubblica La vicenda balza all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale all’inizio della scorsa primavera, quando una grande mobilitazione internazionale porta subito le autorità di Teheran a parlare di una sospensione della sentenza. Dagli Stati Uniti parte un appello di premi Nobel e star di Hollywood, dalla Francia quello della premiere dame Carla Bruni (per questo definita "prostituta" dalla stampa iraniana ultraconservatrice), dall’Italia quello di media come Aki-Adnkronos Internazional, a cui si associano politici, intellettuali e star dello sport, tra cui Francesco Totti. 





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Un'auto tampona aereo in sosta

Corriere del Mezzogiorno

 

E' di una società che cura i servizi a terra. La vettura contro l'ala destra dell'aeromobile, conducente ferito

 

NAPOLI - Auto contro aeroplano in sosta. Incidente bizzarro quanto sottaciuto, quello che si è verificato esattamente un mese fa, il 6 novembre, intorno alle sei di pomeriggio, sulla pista dell’aeroporto di Capodichino. Un lavoratore della Gh, società che cura i servizi a terra ed è nata dallo scorporo di un pezzo di Gesac (quest’ultima gestisce lo scalo partenopeo da alcuni anni) è finito con il parabrezza contro l’ala destra di un aeromobile. L’uomo ha riportato gravi fratture al viso ed è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Ha rischiato seriamente di perdere la funzionalità di un occhio. L’incidente avvenuto in pista.

 

 

L’episodio, del quale non si era avuta notizia fino ad oggi, è stato rivelato ieri, in una conferenza stampa, da Andrea Santoro, consigliere comunale del Pdl, e da Pietro Diodato, fino a pochi giorni fa consigliere regionale. L’incidente, secondo gli esponenti del centro destra, è il risultato dell’inadeguata illuminazione della pista, da parte del gestore dello scalo napoletano. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche da Ciro Luisi e Gennaro Guida, rispettivamente responsabile campano della Cisal e referente del Pdl nell’ambito della stazione aeroportuale di Napoli. Sostengono: «Quell’aeroplano avrebbe dovuto essere segnalato da coni luminosi e fosforescenti. Non c’erano il giorno dell’incidente». Gesac replica: «Premesso che il dipendente che guidava l’auto è in forza a Gh, non a noi, l’episodio è stato provocato dalla velocità eccessiva e dal fatto che l’autista non ha seguito il corretto percorso sulla pista».

«E’ l’intera sicurezza in aeroporto che lascia a desiderare», hanno sostenuto ieri in una conferenza stampa, Diodato e Santoro. Quest’ultimo ha presentato un video in cui si vedono capannoni nei quali i lavoratori verniciano mezzi senza indossare i dispositivi di protezione. Si nota un muletto da traino con una ruota completamente usurata. Si scorgono, ancora, contenitori con solventi e vernici accatastati alla meno peggio, invece che stoccati in depositi a norma di legge. La società replica che i capannoni immortalati nel video sono gestiti dalla Gh e non dalla Gesac.

 

Fabrizio Geremicca
08 dicembre 2010
(ultima modifica: 09 dicembre 2010)

Dove mangiare, dormire e lavarsi: i mille indirizzi della guida dei poveri 2011

Il Messaggero


Distribuita gratuitamente dalla comuntà di Sant'Egidio: dedicata a chi dorme in strada e agli operatori



  

ROMA (9 dicembre) - «Informazioni che aiutano a sopravvivere». Così il portavoce della Comunità di Sant'Egidio Mario Marazziti ha definito la nuova guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi” pronta anche per il 2011. La cosiddetta “Guida Michelin dei poveri” è stata presentata questa mattina presso la sede di Sant'Egidio e sarà distribuita nei giorni di Natale «come regalo a chi vive per strada ma anche agli operatori».

Giunta alla ventunesima edizione e già pronta in 16mila copie, la guida di Sant'Egidio, quest'anno è stata realizzata in collaborazione con il ministero del Welfare e la Camera di Commercio di Roma. In 215 pagine, dieci in più rispetto alla scorsa edizione, racchiude circa mille indirizzi, 33 mense (cinque in più rispetto al 2010), 36 posti dove dormire (3 in più), 15 punti dove lavarsi (2 in più), 24 strutture mediche e 18 centri di ascolto. «Abbiamo pensato questa guida per le seimila persone senza dimora a Roma - ha spiegato Marazziti - ma sicuramente potrà essere utile anche per i trentamila anziani soli della capitale e per le famiglie più disagiate. Sarà il nostro regalo di Natale per i poveri della città».


Secondo la Comunità di Sant'Egidio a Roma ci sono circa 6.000 persone senza dimora: «Durante l'inverno trovano accoglienza presso i centri notturni del Comune o di associazioni di volontariato circa 2.700 persone; 2.300, invece, non trovano accoglienza e dormono per strada o in rifugi di fortuna; 1.000 in insediamenti spontanei nella periferia della città».

«Le donne sono circa il 15% dei senza dimora - fanno sapere-, gli stranieri sono l'80%. Di questi, circa 2.000 sono rifugiati e richiedenti asilo». Sant'Egidio anche quest'anno ha aperto a Trastevere uno spazio di accoglienza in più «come risposta immediata al freddo invernale. Il centro, che dispone di una ventina di posti, è destinato ad accogliere le persone che vivono abitualmente per strada e si trova all'interno di Palazzo Leopardi in piazza Santa Maria in Trastevere».





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Amore arrivo». Autista dell'Atac scarica i passeggeri e corre dalla sua donna

Il Messaggero



  

ROMA (9 dicembre) - Fa scendere i passeggeri dall'autobus che stava guidando e corre dalla sua donna. È successo a Roma, dove l'altro ieri l'autista 40enne di un bus dell'Atac della linea 116 ha fatto scendere le persone a bordo con la scusa di una deviazione, dopo aver promesso alla donna di andare a prenderla da solo con il mezzo pubblico.

A raccontare la vicenda è stata una passeggera che l'altro ieri era sullo stesso autobus. La donna ha mandato un reclamo all'Atac, riferendo la vicenda. «L'uomo - ha detto la testimone - aveva giurato al telefono a una donna, chiamandola "amore", che sarebbe andato a prenderla. Subito dopo ci ha fatto scendere».




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Liste nere

La Stampa

Girano sul web elenchi dei "cattivi" che criticano Assange. Una brutta sensazione...
In nome della libertà di espressione, c'è chi vorrebbe cercare di censurare la libertà di espressione altrui. Girano in rete "liste nere" di chi si è permesso in questi giorni di sollevare critiche su Wikileaks o Julian Assange. Ecco come le segnala su Twitter lo stesso Wikileaks, tramite l'affiliato Cableleaks:

Wikileaks Cablegate
List of people who have criminalised Julian Assange or Wikileaks:

Qui trovate il forum dove se ne discute.

E qui ci sono alcune liste in pdf

Posso dirlo? Fa sempre una brutta impressione vedere liste di proscrizione con le persone additate agli altri come "cattivi". La libertà di espressione è sacrosanta, ma lo è per tutti: per Wikileaks, per Assange e anche per chi ha riserve su di loro.






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Crac Parmalat: 18 anni a Tanzi

Corriere della sera


Condannati anche altri ex dirigenti della società crollata nel 2003 a causa di un «buco» di 14 miliardi di euro






MILANO
- Per il crac Parmalat da 14 miliardi di euro, il Tribunale di Parma ha condannato l'ex patron della società Calisto Tanzi a 18 anni di reclusione. Il pm aveva chiesto per lui 20 anni di reclusione. «Non mi aspettavo una sentenza così severa» ha commentato Tanzi dopo aver ascoltato la lettura del dispositivo..

LE ALTRE CONDANNE - Sono stati condannati anche altri ex dirigenti della società. Fausto Tonna è stato infatti condannato a 14 anni, mentre 10 anni e mezzo sono stati stabiliti per il fratello di Calisto, Giovanni Tanzi. Condannati anche gli altri dirigenti a giudizio: Luciano Siligardi, ex membro del cda, a 6 anni; Domenico Barili, a 8 anni; Paolo Sciumè a 5 anni e 4 mesi; Camillo Florini a 5 anni; Giovanni Bonici, ex presidente di Parmalat Venezuela, a 5 anni. Davide Fratta a 4 anni; Rosario Lucio Calogero a 5 anni e 4 mesi; Mario Mutti a 5 anni e 4 mesi; Enrico Barachini a 4 anni; Giuliano Panizzi a 4 anni; Sergio Erede a 1 anno e 6 mesi. Ammonta invece a 2 miliardi di euro la provvisionale riconosciuta alla Parmalat come risarcimento.


LA SENTENZA - A tutti gli imputati viene contestata al bancarotta fraudolenta per il crac del gruppo di Collecchio, crollato nel 2003 sotto il peso di un buco da 14 miliardi di euro, mentre solo alcuni devono rispondere anche di associazione a delinquere. Il processo di primo grado per bancarotta iniziato nel marzo 2008 con 56 imputati poi scesi agli attuali 17 anche per via di alcuni patteggiamenti è il primo che si è celebrato a Parma sul crac del gruppo.


I LEGALI DI TANZI - La condanna a 18 anni di carcere per Calisto Tanzi è una sentenza «troppo forte». Così l'avvocato Giampiero Biancolella, legale dell'ex patron della Parmalat, ha commentato il dispositivo letto dal giudice Eleonora Fiengo del tribunale di Parma. «Sicuramente andremo in appello», ha aggiunto l'avvocato Fabio Belloni, uno degli altri legali di Tanzi.


LA VICENDA - Il buco da 14 miliardi di euro ha lasciato sulla scia debiti per 13,2 miliardi di dollari per 2.500 creditori. L’allora commissario straordinario della Parmalat Bondi nominato per tentare di salvare la società di Collecchio, mette a punto con i fedelissimi un piano di rilancio e di rimborso dei creditori del gruppo, che prevede la conversione dei crediti in azioni. È il primo passo che porterà, il primo ottobre del 2005, alla costituzione della nuova Parmalat Spa, che riapproda in Borsa il 6 ottobre del 2005.

Mentre prosegue la marcia per il rilancio del gruppo, su binari paralleli la magistratura porta avanti le indagini giudiziarie; nel 2004 vengono stabiliti due filoni d’inchiesta differenti: uno per aggiotaggio e false comunicazioni sociali, di competenza del Tribunale di Milano, e uno per bancarotta, il filone più rilevante, di competenza della Procura di Parma. Nel dicembre 2008 Tanzi viene condannato a 10 anni per aggiotaggio e, mentre questo processo si è concluso, nel capoluogo lombardo resta aperto un processo a carico delle banche estere.

Dal 2004 la magistratura è alla caccia di quello che è stato chiamato "il tesoretto" di Tanzi, che avrebbe nascosto negli anni distraendo fondi dalle casse della società. La pista sud americana è stata battuta, visto il viaggio nella zona di Tanzi prima dell’arresto, ma senza grandi esiti. Solo di recente, circa un anno fa - ma a sette anni dallo scoppio dello scandalo - sono stati scovati dagli investigatori quadri d’autore per un valore superiore ai 100 milioni di euro: Van Gogh, Picasso, Modigliani, Cezanne, Ligabue, De Nittis, e Monet. Per rilanciare il gruppo, Bondi ha ceduto molti asset, come i prodotti da forno, le merendine, il Parma calcio (nel 2007 con il benestare del ministero delle attività produttive), ma soprattutto ha avviato una «feroce» campagna di revocatorie contro le grandi banche italiane per cercare di rimpinguare le casse del gruppo. Oggi Parmalat è una vera e propria public company dall’azionariato diffuso.


Redazione online
09 dicembre 2010





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New York, un centro commerciale mette alla gogna i clienti che rubano

Il Massaggero


In Usa prendono piede le "punizioni creative". Diversi giudicisostengono che sono molto più efficaci della prigione




 
di Anna Guaita

NEW YORK (9 dicembre) - Ecco la gogna dell’età moderna: uno schermo all’ingresso di un centro acquisti mostra i volti di alcuni clienti beccati a rubacchiare. Pubblicamente svergognati: questa è la punizione inflitta a chi si è macchiato di taccheggiamento nel centro commerciale di New Springville, nel quartiere newyorchese di Staten Island. Il procuratore distrettuale, Dan Donovan, è orgoglioso di questa inziativa che sembra stia contribuendo a far diminuire le ruberie: «Il video ripete le immagini dei ladri ogni sei minuti - ha annunciato ieri Donovan -. Le loro facce verranno proiettate 4 milioni e 800 mila volte fra oggi e il 6 gennaio. Sono sicuro che non ci proveranno più a rubacchiare nei negozi. E sono sicuro che altri aspiranti ladri ci penseranno cento volte prima di provarci».

Il procuratore è particolarmente soddisfatto anche perché l’iniziativa non è costata nulla ai contribuenti: «L’intero progetto - spiega - è stato finanziato con fondi requisiti ai criminali, a trafficanti di droga, a prostitute, a scommettitori clandestini. Non abbiamo impiegato neanche un dollaro delle casse pubbliche».

La decisione di ricorrere a un metodo così anomalo, e così profondamente imbarazzante, è venuta perché siamo entrati nella stagione natalizia, grandemente preferita dai taccheggiatori: con la folla è più facile sgraffignare qualcosa dagli scaffali o nascondersi nelle salette di prova e tagliare dagli abiti le chip antifurto. Ma quest’anno i rivenditori sono sul piede di guerra più che mai. Con l’economia che stenta a riprendersi, e i consumi ancora deboli, tutti puntano su questa stagione, e non vogliono ostacoli. Le speranze sono abbastanza alte visto che nella prima settimana dopo la festa del Ringraziamento, lo scorso 25 novembre, che tradizionalmente inaugura la stagione delle spese natalizie, si è registrato un aumento delle vendite rispetto all’anno scorso. Ma siccome tanta gente è disoccupata e tanta gente è impoverita, insieme alle vendite aumentano anche i ladruncoli. Per molti esercenti però questa stagione potrebbe essere vitale: tanti hanno retto all’ondata lunga della crisi, ma sono agli sgoccioli, e se non registreranno un buon livello di affari e saranno danneggiati da continui furtarelli potrebbero essere obbligati a chiudere.

Il ricorso a ”punizioni creative” che espongano i criminali al ludibrio, è abbastanza frequente negli Stati Uniti, ma è anche oggetto di proteste da parte di autorevoli esperti di giurisprudenza, che lamentano che esso fa compiere alla società un passo indietro: «Questa giustizia è concepita per intrattenere il pubblico più che per proteggerlo - reagisce il costituzionalista Jonathan Turley -. Si torna indietro di secoli, all’epoca in cui i malfattori venivano coperti di catrame e di piume». Turley sostiene che mandare qualcuno in prigione è già una punizione che imbarazza, e che «c’è una radicale differenza fra la vergogna che si prova per essere puniti con la prigione, e la vergogna come punizione in se stessa».

Eppure i giudici sostengono che la ”gogna” è spesso più efficace che la prigione. E la prova ce l’hanno nel fatto che il più delle volte le persone condannate li supplicano di dar loro la prigione piuttosto che esporli alla vergogna in pubblico. E se si chiamano ”sentenze creative” una ragione c’è: alcune sono proprio ”creative”. C’è stato il caso recentissimo di un giovane 22enne, Andrew Gaudioso, che aveva causato un incidente automobilistico mortale perché viaggiava a velocità molto elevata. Il padre della sua vittima non poteva tollerare che questo ragazzo venisse mandato in prigione per 15 anni, ma avrebbe voluto che non dimenticasse mai la vita che aveva troncato con la sua incoscienza: così il giudice ha condannato Gaudioso alla libertà condizionata, ma a patto che ogni settimana invii una cartolina al padre della vittima. La dovrà inviare regolarmente per 15 anni, e se smetterà dovrà andare in prigione.

Le punizioni creative possono essere comminate solo per illeciti e crimini punibili al livello statale o della contea, come appunto casi di taccheggiamento, infrazioni al codice della strada, adescamento, disturbi alla quiete ecc. Ad esempio, due ragazzi che in Ohio hanno rubato un bambin Gesù da un presepe pubblico sono stati condannati a passeggiare per la strada principale del paese spingendo un asino. Due uomini che hanno importunato alcune ragazze per strada sono stati condannati a vestirsi da donna e a passeggiare su e giù per la stessa strada dove le avevano fermate. Un automobilista che aveva causato un incidente stradale ma era fuggito prima dell’arrivo della polizia, non è stato chiuso in prigione, ma obbligato a fare jogging per mezz’ora ogni giorno intorno alla costruzione che ospita la prigione: «Le prigioni sono piene - ha spiegato il giudice David Hostetler - e non volevo aumentarne l’affollamento e i costi di gestione con un altro detenuto. Ma volevo che nella punizione la prigione fosse in qualche modo presente».





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Il giornalismo è un'altra cosa

La Stampa



MARCO BARDAZZI


Julian Assange è vittima di un errore giudiziario. Le accuse di stupro che gli vengono contestate appaiono risibili. Il fondatore di Wikileaks andrebbe invece processato dall’opinione pubblica per altri reati (ma senza manette, che servono solo a creare falsi martiri). Quello che ha fatto in camera da letto con le signorine «Sarah» e «Jessica» sembrano fatti suoi, mentre ad essere stati «violentati» dall’operato di Assange sono i concetti di trasparenza e verità. E questi sono fatti nostri.

Il paladino della lotta ai segreti, che vuole un mondo di case di vetro ma lascia la propria vita avvolta nel mistero, potrebbe rivelarsi più dannoso di Dick Cheney per la causa di chi si batte contro gli abusi dei governi.

Dopo le manie per la segretezza post-11 settembre, Barack Obama era arrivato alla Casa Bianca promettendo «un’apertura senza precedenti», lanciando nel 2009 un programma-trasparenza mirato a ristabilire un corretto sistema di controllo dell’esecutivo. È stato un passo importante nel lungo cammino che una democrazia adulta come gli Stati Uniti ha intrapreso da decenni. Un percorso complesso, fatto di leggi del Congresso e sentenze della Corte Suprema, spesso sulla scia di inchieste dei media.

Tutto subirà ora una battuta d’arresto. Aspettiamoci un giro di vite sull’accesso ai documenti governativi, minore condivisione delle informazioni tra agenzie federali, nuovi paletti per la libertà di stampa. Ci saranno più decisioni prese in stanze chiuse, perché diplomazia e intelligence - che servono anche da deterrenti alla guerra - richiedono legittime aree di riserbo dove esprimersi con franchezza.

Possiamo allora condividere le parole di un noto reporter australiano, John Pilger, secondo il quale «quello di Wikileaks è il giornalismo migliore»? Credo di no. Anzi, è difficile pensare che quello di Assange sia giornalismo, neppure nella nuova ottica introdotta dall’era digitale. Il giornalismo ha per protagonisti «testimoni esperti» capaci di valutare i fatti sulla base di conoscenze acquisite nel tempo. Il suo punto di forza è la credibilità, che passa ogni giorno al vaglio di un giudice imparziale: il lettore. Non si è testimoni esperti e credibili, se ci si trasforma in semplici buche delle lettere.

L’effetto-Wikileaks si comincia a vedere proprio in questo. Se il NYTimes avesse ricevuto da solo i 250.000 cablogrammi del Dipartimento di Stato, ne avrebbe pubblicata una minima parte, dopo una lunga analisi e valutando le motivazioni di chi li forniva. Lo dimostra il caso citato come termine di paragone in questi giorni. Daniel Ellsberg, che fornì al quotidiano di New York i «Pentagon Papers», era mosso da «nobili fini morali», come ha detto ieri al «Corriere della Sera» l’esperto liberal di politica estera Fareed Zakaria: lo scopo «era rivelare come gli Usa perseguissero privatamente una politica estera antitetica rispetto a ciò che affermavano in pubblico». Assange, invece, conduce una personale crociata contro quella che ritiene la «cospirazione autoritaria planetaria» degli Usa. Dietro Wikileaks, per Zakaria, c’è «una totale assenza di idealismo». Le sue rivelazioni creano imbarazzi, ma non svelano niente che non avessero già documentato gli inviati in Iraq o in Afghanistan.

I giornali, quando danno il meglio, sono un’altra cosa. Nel 2005 il «New York Times» scoprì le intercettazioni segrete messe in piedi da Bush e indagò per mesi nel massimo riserbo per valutare cosa e come raccontare, senza mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Direttore ed editore del quotidiano furono persino convocati nello Studio Ovale dal Presidente, che intimò loro di non scrivere niente. Non si piegarono e pubblicarono ciò che ritenevano giusto si sapesse, dopo aver vagliato tutto con il metodo, la professionalità e la responsabilità che si richiedono a chi fa il loro mestiere.

Si tratta di criteri di giudizio che, talvolta, possono anche spingere a rinunciare a uno «scoop». Sempre il NYTimes nell’ottobre 1962 era venuto a sapere dell’esistenza di missili sovietici con testate nucleari a Cuba, in un momento in cui la Casa Bianca era impegnata in una delicatissima (e segreta) trattativa con il Cremlino per evitare un conflitto atomico. Con una drammatica telefonata notturna, il presidente Kennedy riuscì a convincere il giornale a non pubblicare la notizia. Due giorni dopo, Washington e Mosca trovarono l’accordo che salvò il mondo.

Una vicenda che Hollywood ha raccontato con un film straordinario, «Thirteen Days». Accadesse oggi, con Obama alle prese con un Assange, la trama del film rischia di essere quella del mondo post-catastrofe di «La Strada» di Cormac McCarthy.




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Continua la cyberguerra per Assange Fabebook e Twitter contro gli hacker

La Stampa


Chiusi gli account usati per lanciare l'offensiva "Payback"



LONDRA


Controffensiva cibernetica di Facebook e Twitter che si mobilitano per far fronte all’attacco degli hacker "Anonymous". I due social network hanno chiuso gli account utilizzati dal gruppo per lanciare l’operazione "Payback" che, nelle ultime ore, ha attaccato i siti di Mastercard, Visa, della procura svedese, Paypal, Poste svizzere e dei politici Usa Lieberman e Palin.

In una nota Facebook ha spiegato che i contenuti circolati sul suo network «promuovono attività illegali». Poche ore dopo anche Twitter ha chiuso l’account "Anon_Operation" utilizzato dai pirati informatici. Intanto nel cyberspazio la guerra prosegue. Il blocco dei fondi di finanziamento per il sito di informazione Wikileaks ha scatenato un vero e proprio conflitto informatico: legioni di hacker hanno attaccato i siti dei principali gestori di carte di credito e di sistemi di pagamento elettronico al mondo.

Gli attivisti hanno chiamato le loro incursioni "Operation Payback" («ripagare della stessa moneta) e "Avenge Assange" («vendicare Assange»). Sono stati bloccati per diverse ore i siti di MasterCard e Paypal, il primo colosso delle carte di credito e il secondo dei pagamenti online, "colpevoli" di aver respinto i versamenti a favore di Wikileaks. Colpiti anche, fra gli altri, il sito della procura svedese, da cui è partita la richiesta di arresto per Julian Assange in seguito a una denuncia per stupro, quello delle Poste svizzere, quello del provider EveryDns che ha oscurato Wikileaks costringendolo a cambiare indirizzo, quello del senatore indipendente Usa Joe Lieberman, che ha definito «reato penale» la diffusione dei dispacci diplomatici segreti, e quello dello studio legale svedese che assiste le due donne da cui è partita la denuncia per violenza sessuale nei confronti di Assange.

Gli attacchi avvengono mediante un sistema relativamente semplice e collaudato, che nel gergo informatico viene detto "Denial of service" (negazione del servizio), in sigla DoS. Si invia una massa considerevole di pacchetti di richieste ai server che gestiscono il sito sotto attacco (richieste generate aumaticamente, non c’è bisogno di un operatore che le scriva una per una), in modo da saturarne le risorse e bloccarne l’attività. Gli attacchi ai siti «nemici» di Wikileaks sono stati attuati con tale sistema, nella variante detta DdoS (distributed denial of service). Poiché, se si operasse da un numero limitato di computer, sarebbe relativamente facile arrivare a quelli che generano i messaggi destinati a intasare il sito bersaglio, viene infettato con il malware un numero elevato di computer distribuiti in un territorio il più vasto possibile. Questi computer così infettati vengono chiamati "zombie", nel linguaggio degli hacker, perché in pratica sono come schiavi inconsapevoli a disposizione di chi conduce l’attacco.





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I misteri dell'accusatrice di Assange

La Stampa


L'attivista svedese Anna Ardin e i contatti coi dissidenti cubani sotto la lente di decine di blog
«E' una spia pagata dagli Usa»






GIUSEPPE BOTTERO

Per l’eroina no-global Naomi Klein è una ragazza capricciosa ingaggiata dall'America per giustificare l'arresto di Assange. Contro di lei si sono scatenati persino l'icona femminista Naomi Wolf e il gruppo europeo "Women Against Rape". Il quotidiano cubano Granma la chiama “Anna la cubana”. «La Ardin è una collaboratrice della Cia- attacca l’organo ufficiale del Partito Comunista- attivissima in Rete». Lei, una delle due donne che ha incastrato Assange, per ora tace. Parlano al posto suo i sostenitori di Wikileaks, che hanno passato al setaccio la Rete a caccia di notizie sulla bionda che ha sedotto il capo del sito: prima ha passato la notte con lui e poi l’ha denunciato. «Una sexy-trappola», dicono i consiglieri di Julian, gli stessi che per anni gli hanno consigliato di stare lontano dalle donne.

In Rete le notizie corrono velocissime e in queste ore ognuno sembra poter dire la sua, tanto che - scrivono i giornali australiani - la ragazza che ha accusato Assange di molestie sessuali e stupro avrebbe deciso di lasciare la Svezia e smesso di collaborare con la magistratura e con il suo avvocato. Secondo il sito australiano Crikey la Ardin si sarebbe trasferita in Cisgiordania nell’ambito di un’iniziativa cristiana per portare la pace tra israeliani e palestinesi. Anna si troverebbe ora a Yanoun, un paesino vicino alla contestata barriera di separazione tra stato ebraico e Territori.

Tutto quello che si sa veramente di Anna Ardin, è che è una femminista trentenne, già addetta stampa del gruppo cristiano Brotherhood Movement, con un passato da militante nella Ong Olof Palme Center e una passione per viaggi che l’ha portata più volte in America Latina: prima in Argentina e poi a Cuba. Il resto è avvolto nella cyber-nebbia. Si sarebbe laureata a l’Avana, Anna, e sull’isola- scrive il Miami Herald- «avrebbe anche incontrato i dissidenti come rappresentante dei socialdemocratici svedesi». Un punto a favore di chi tifa per il complotto.

La caccia di Anna- ex sostenitrice di Wikileaks- è scattata mesi prima dell’incontro. Il convegno a Stoccolma in cui ha conosciuto Assange l’aveva organizzato lei. Mac McKinney, un blogger americano, ha postato due messaggi Twitter che Anna ha spedito nei giorni in cui è stata a letto con Julian, il 14 agosto: «E’ la persona più cool del mondo». E ancora: «E’ fantastico». La denuncia per molestie è scattata solo una settimana più tardi, e i tweet sono scomparsi. Perché? E’ qui che le voci si scatenano. «E’ chiaro, a quel punto sono entrati in gioco i servizi segreti», scrive il super blog All Voices. La replica: la seconda ragazza, con cui Julian ha avuto rapporti non protetti, è entrata in ballo solo allora. «Non c’entra affatto il Pentagono- così la Ardin citata dal Daily Mail- Assange è un uomo con un’opinione distorta delle donne a cui non piace farsi dire di no». Dunque, un uomo da punire, con l’aiuto dell’avvocato super star Claes Borgström.

Per la parte più intransigente della blogosfera non basta: ad Anna, spiegano, oltre agli uomini e i viaggi piacciono i soldi. Molto. Il suo nome- scrivono i fan di Wikileaks citando Diario de Cuba- è legato ad un episodio di mala gestione avvenuto nel suo periodo cubano, quando- da attivista- collaborava con l’organizzazione dell’opposizione Arco Progresista. «Accuse infondate», tagliano corto dalla Olof Palme Center. E i rapporti con gli Stati Uniti? Nei giorni scorsi- mai confermato- è spuntato un fratello che sarebbe militare in Afghanistan. Gli irriducibili di Assange preferiscono puntare sulla pista cubana. Lì, in mezzo ai gruppi anti-castristi, sarebbe avvenuto il primo contatto con l’America.

«La Ardin è nota per i suoi articoli al vetriolo su siti web finanziati dall’Usaid (l’agenzia Usa di aiuti all’estero)», attacca Granma. Secondo altri siti la donna sarebbe in contatto con l’esule a Miami Carlos Alberto Montaner e con le “Damas de blanco”, il gruppo delle mogli e familiari dei prigionieri politici. Il nome della Ardin compare anche su alcuni media argentini che segnalano un blog su cui la giornalista svedese dice di essere un’ammiratrice del governo della presidente Cristina Fernandez Kirchner: il testo è stato pubblicato il 28 ottobre, qualche ora dopo la morte di Nestor Kirchner.

Insomma, la Ardin è nel ciclone e secondo il sito australiano Crikey- che cita fonti svedesi- avrebbe lasciato la Svezia e smesso di collaborare con la magistratura e con il suo avvocato. Scrive il magazine che Anna potrebbe essere volata in Cisgiordania nell’ambito di un’iniziativa cristiana per portare la pace tra israeliani e palestinesi. «E’ a Yanoun», dice il reporter Guy Rundle. In fuga dal cyber-ronzio, che nelle ultime ore è diventato frastuono.





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Bersani grida: "Corruzzione". Ma il PD è smemorato.

Libero







"La compravendita di parlamentari non è solo uno scandalo, ma si può pensare anche ad un reato di corruzione". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lancia l'allarme sulle "grandi manovre" in vista del voto di fiducia del 14 dicembre ma ha la memoria corta. Innanzitutto, perché il trasformismo e il cambio di casacca sono pratiche vecchie quanto la politica. Secondo, perché negli ultimi 15 anni i governi del centrosinistra sono sempre stati appesi, nel bene e nel male, alla transumanza di un pugno di onorevoli.

Nell'inverno 2007, con il secondo governo Prodi alla canna del gas, la maggioranza accoglie a braccia aperte il prezzemolino Clemente Mastella, buono per tutte le stagion (e i colori). Come ammise il portavoce dell'allora premier, Silvio Sircana, il lider maximo di Ceppaloni prometteva ogni giorno l'arrivo di altri rinforzi dal centrodestra. Alla fine, però, andò male all'Ulivo: nel 2008, al momento della fiducia, Mastella tornò a destra. L'unico dell'Udeur a rimanere fedele all'ex avversario Prodi fu Cusumano, insultato da molti colleghi. Il pendolino per eccellenza però fu Sergio De Gregorio, passato da Berlusconi a Di Pietro e di nuovo a Berlusconi. Più "idealista" il passaggio dall'Udc alla maggioranza di Marco Follini, che in realtà non spostò gli equilibri e ricevette ben poco in cambio.

Il "meglio", però, si registrò nel 2006, nelle settimane di fuoco in cui il nascente governo Prodi, cercava il sì del Parlamento nonostante numeri risicatissimi. I bocconi più ambiti erano i senatori eletti all' estero. L'"argentino" Luigi Pallaro era corteggiato sia dal Professore sia dal Cavaliere. Entrambi, in caso di sostegno, gli avevano promesso un Dicastero. Il buon Pallaro finì per fare il... battitore libero. Né con la destra, né con la sinistra, molto spesso malato in infermeria se non addirittura in Sudamerica, come il giorno della fiducia.
La sinistra, però, non può dimenitacare quello che accadde nel 1999. Il primo governo Prodi era appena caduto e Massimo D'Alema stava lavorando per sedere a Palazzo Chigi. Una mano gliela diede, ancora una volta, il... clemente Mastella: in accordo con Cossiga, formò l'Udr e si spostò a sinistra. Dalla Casa delle Libertà via agli insulti: da "truffatori" al celebre "puttani" rifilato da Gianfranco Fini ai centristi. Qualcuno, poi, tradì il Baffo ex Pci e lui se la prese. "E' proprio grazie al trasformismo se sei diventato premier", lo rimbrottò il picconatore Cossiga.

A quell'episodio si riferisce oggi Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl, criticando l'uscita di Bersani: "Repubblica e il Pd dimenticano che il più grande spostamento di parlamentari è avvenuto quando, per dar vita al governo D'Alema circa 30 parlamentari si spostarono dal centro destra al centro sinistra. Allora nessuno parlò di compravendita. Il centro sinistra non è abilitato a dare lezioni di alcun tipo".

09/12/2010





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Il Pd è unito contro il nuovo nemico: Vendola E Bersani chiude: "Nessuna fusione con il Sel"

di Redazione


Tutto il centrosinistra apre la caccia al leader di Sel. Inizia Fioroni: "Vendola premier? Ipotesi irrealizzabile". Caustico il filosofo Cacciari: "Prenda la tessera del Pd e non rompa i c...". Poi la bocciatura di Bersani alla fondazione di un partito unitario: "C'è già il Partito Democratico"



 

Roma - Nel Partito Democratico è caccia aperta a Vendola. Il leader di Sel manda in tilt l'intera compagine di centro sinistra: dai cattolici del Pd all'Italia dei Valori. Apre le danze Beppe Fioroni, ex ministro della Pubblica istruzione, è categorico e boccia nettamente il presidente pugliese: " Vendola premier? L’ipotesi non è realizzabile". Non c'è appello per deputato del Pd, primarie o no. "Il suo è il progetto di un partito di sinistra, ma il Pd è dic entro-sinistra". "Vendola -spiega Fioroni- è un alleato importante per una coalizione di centrosinistra che vede nel Pd un partito riformatore. Un partito che si allea, ma con un candidato premier capace di dialogare con le parti moderate del paese e che dunque ampli la coalizione". "Un candidato - rimarca -, che metta insieme il centrosinistra, faccia vincere elezioni e agevoli la creazione di un patto con quella parte dell’Italia con cui il Pd ha la necessità di ricreare autorevolezza". Quanto alle primarie per la scelta del leader della coalizione, Fioroni si dice convinto che "Vendola possa partecipare ma ritengo che non le vinca. Se vogliamo vincere dobbiamo voltare pagina, c’è bisogno di un leader nuovo e se trovassimo un elemento di novità sarebbe meglio".


Lo stop di Bersani a Vendola "Noi il partito lo abbiamo già fatto e ci siamo presi anche una certa pena". Così Pier Luigi Bersani ha commentato, durante una conferenza stampa sul federalismo fiscale, la proposta di Nichi Vendola che Pd e Sel si sciolgano per formare un nuovo partito della Sinistra italiana attraverso le primarie. "Noi siamo interessati - ha spiegato Bersani - a organizzare nel centrosinistra; siamo interessati alle proposte che ci permettano di non rifare l’Unione, che ci permettano di creare una coalizione esigibile in termini di competizione, in grado di rivolgersi a tutta l’opposizione di centrosinistra. E su questo dialoghiamo con tutti". "Però - ha concluso - interroghiamoci sull’Italia più che su noi stessi, perchè solo così la nostra discussione è onesta".  


Cacciari: "Vendola si iscriva al Pd non rompa i c..." Massimo Cacciari filosofeggia poco e parla fuori dai denti: "Vendola? Si iscriva al Pd come sinistra del partito e avrà il suo ruolo e non rompa i coglioni: sa perfettamente che non potrà essere
segretario di un partito socialdemocratico europeo".


La bocciatura dell'Idv E l'Idv? Anche il partito di Di Pietro alza gli scudi contro il leader di Sinistra Ecologia Libertà:" Vendola è una risorsa importantissima per il centrosinistra ma non lo vedo come candidato premier".





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