lunedì 6 dicembre 2010

Serbia, spunta il nipote di Tito E ritorna il Partito comunista

di Redazione


Josip Joshka Broz è il nipote del maresciallo Tito e vuole ricreare una Federazione Jugoslava. Ha già fondato il Partito comunista serbo e fa sul serio. I suoi obiettivi: "Vogliamo aiutare i giovani a studiare, i vecchi a curarsi, i pensionati a mantenersi". Il modello? Il nonno Tito



 

Belgrado - In Jugoslavia il comunismo non è mai morto. E anche se è successo, già c'è chi vuole riesumarlo. Non un fanatico qualunque, ma il nipote dello storico maresciallo socialista Tito. Si chiama Josip Joshka Broz e fa sul serio. E non solo perché la sua somiglianza con il nonno è impressionante. Broz ha consegnato alle autorità competenti di Belgrado le 12mila firme necessarie alla registrazione del nuovo partito che - come ha sottolineato lui stesso - ha voluto raccogliere e fondere in un’unica formazione 14 altri piccoli partiti comunisti sparsi in tutto il paese.

Gli scopi del partito Nobili quanto ardui da raggiungere gli obbiettivi che il "nuovo maresciallo" si prefigge con la creazione del Partito comunista serbo: restituire alla popolazione la propria dignità, ripristinare il sistema di valori esistente nella ex Jugoslavia, rafforzare i contatti socio-economici tra i Paesi della vecchia Federazione, collaborare con l’Unione europea. "Vogliamo aiutare i giovani a fare i loro studi, i vecchi a curarsi, i pensionati ad avere regolarmente i loro assegni - ha detto il nipote di Tito -  e per questo vogliamo unire tutte le forze della sinistra".

Il modello da seguire Un progetto ambizioso, annunciato dinanzi ad alcune decine di membri del nuovo partito, che vedrà come primo banco di prova la partecipazione alle prossime elezioni locali e parlamentari in programma nel 2012. Il nuovo Partito comunista - ha detto Joshka Broz - "difende la figura e l’opera di Josip Broz Tito, le conquiste della lotta di liberazione nazionale e si batte per la pace tra i popoli". Al nuovo partito può aderire chiunque senza distinzione di religione o appartenenza etnica. "Non ci sono più né partigiani né cetnici, lavoriamo per la riconciliazione del nostro popolo e impegnamoci a costruire una vita migliore".

Chi è Broz Joshka Broz Tito ha 63 anni e a Belgrado gestisce un ristorante, le cui pareti sono tappezzate di quadri raffiguranti il maresciallo Tito, ma anche altre figure politiche come Vladimir Putin, Fidel Castro, Hugo Chavez, Aleksandr Lukashenko. Tutti quadri di autori rigorosamente comunisti. E su questo non c'erano dubbi.





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Modigliani gettò le teste nei Fossi »

Corriere della sera

«L’episodio ebbe per testimoni i pittori Mario Natali, Gino Romiti, Corrado Michelozzi e il fotografo Bruno Miniati»

il professore di storia dell'arte Franco Sumberaz riapre il caso.



I falsi Moddigliani al centro del caso del 1984 I falsi Moddigliani al centro del caso del 1984

LIVORNO - Dopo la beffa delle teste, quella storia magica su Modì era stata cancellata per sempre dall’immaginario di Livorno. «Solo una leggenda», si disse in città e oltretutto delle peggiori. Perché quelle teste false erano costate la testa (vera stavolta) ad amministratori e illustri critici d’arte che avevano attribuito al genio di Modì pietre «scolpite» con un trapano elettrico da studenti universitari burloni e ripescate nei Fossi Medicei dove si raccontava fossero state gettate da Modigliani. Adesso, a distanza di un secolo da quell’oscuro episodio e a sedici dalla burla, la testimonianza di Franco Sumberaz, professore di storia dell’Arte e artista di fama internazionale, riapre il caso.

LA STORIA - Dimostrando che non fu leggenda, la storia delle teste,e che Amedeo Modigliani, disperato e in un impeto di rabbia, le gettò realmente nei Fossi Reali. Quell’episodio ebbe testimoni eccellenti: i pittori Mario Natali, Gino Romiti, Corrado Michelozzi e il grande fotografo Bruno Miniati. Le sculture, però, non furono gettate nel punto dove si cercarono e furono trovare le false pietre nel 1984, bensì qualche centinaio di metri più avanti, verso la Piazza Cavour e la sede dall’allora Caffè Bardi ritrovo storico degli artisti livornesi e toscani, Modì compreso. Siamo nella metà degli anni Cinquanta. «Avevo 16 anni e frequentavo l’Istituto d’arte», racconta Sumberaz. «La scuola era da poco finita per le vacanze estive al tramonto andavo spesso in una bottega d’arte frequentata da grandi pittori per mostrare i miei disegni. Quel giorno ero in compagnia dell'amico Giovanno Cabras, che sarebbe diventato il grande restauratore di Palazzo Pitti a Firenze, e insieme ci avvicinammo alla spalletta lungo i Fossi. Sul muricciolo appoggiati c'erano appunto Natali, Miniati, Romiti e Michelozzi. Stavano discutendo animatamente di un episodio».



L'EPISODIO - Quale? Quello, che presumibilmente nel 1909, aveva visto protagonista «Dedo», Amedeo Modigliani. I pittori discutevano animatamente di quella storia della quale erano stati protagonisti. «Vi ricordate? Dedo gettò le teste giù in questo punto», diceva Natali agli altri. E loro: «No qui, un po’ più in là, verso la piazza». Tutti discutevano animatamente, con nostalgia e forse con anche con qualche senso di colpa. «Erano stati loro», dice Sumberaz, «a canzonare il grande Modì appena tornato da Parigi. Lui, che frequentava spesso il Caffè Bardi, era arrivato nella piazza con un sacco con le sue teste. Loro gli avevano chiesto quali grandi opere d’arte avesse lì dentro. «Facci vedere cos’hai in quel fagotto». Lui gliele aveva mostrate. Per ricevere in cambio solo derisione. «"Che troiai sono, è questa l’arte di Parigi?". Modigliani si era infuriato e le aveva scaraventate nei Fossi».

IL TESORO NASCOSTO - Dunque leggenda vera e sculture che potrebbero essere ancora là tra la melma. Un tesoro dimenticato che, se autentico, potrebbe valere una fortuna considerate le quotazioni da favola di Modì. Sempre che le «pietre dello scandalo» siamo sempre lì. «Negli anni passati i Fossi Medicei venivano puliti con draghe attrezzate con grandi cucchiaioni», continua il professore, «che raccoglievano dal fondo detriti di ogni genere. I detriti venivano poi caricati sui “bracozzi”, grandi barconi neri, e scaricati in mare». Franco Sumberaz guarda verso il porto e sorride: «Forse le teste adesso sono nel fondo del mare, in quel museo abitato da granchi, murene, arselle, triglie, sogliole. Oppure sono sempre qui nei Fossi, nascoste dalla melma e dal tempo, pronte ad essere ripescate. Chi può dirlo?». La leggenda delle teste continua e forse continuerà per sempre.

Marco Gasperetti
06 dicembre 2010

Fiorenzo Magni, 90 anni da Campione: «Io, terzo incomodo, fra Coppi e Bartali»

Il Messaggero


dal nostro inviato Gabriele De Bari


MONZA (6 dicembre) - L’ultimo interprete del ciclismo eroico vede ancora lontano il giorno della pensione. La giornata del novantenne Fiorenzo Magni, elegante, lucido, attivo, comincia alle 7,30 ed è costellata di appuntamenti e impegni. Prima fra tutti, la lettura di 5 quotidiani. Snocciola date, ricordi, aneddoti, con facilità, passione e sensibilità, ma sempre pronto a puntualizzare anche argomenti attuali di uno sport che l’ha visto grandissimo protagonista.

«Leggo tanto perché devo tenermi aggiornato su quello che accade nel mondo».

Partiamo dalla storia: Coppi, Bartali e Magni...
«Sì, io venivo sempre considerato ”il terzo uomo”. Però questa non era una situazione che mi pesava».

Anche perché spesso riusciva a batterli.
«I miei tre Giri, conquistati contro questi grandissimi campioni, più forti di me, hanno assunto un valore specifico ancora superiore. Ma, oltre a Fausto e Gino, bisogna citare altri straordinari ciclisti come Bobet, Koblet, Gaul, Kubler, Nencini, Van Looy, Van Steenbergen... Gente che ha fatto la storia del ciclismo mondiale».

Quanto avrebbe vinto Magni senza Coppi e Bartali?
«Sono comunque soddisfatto dei miei risultati ottenuti in venti anni di carriera. Ho vinto corse che pensavo di perdere, ne ho perso altre che pensavo di vincere: non ho rimpianti».

Lei, che non andava forte in salita, come faceva a conquistare i Giri d’Italia?
«Madre Natura mi ha dotato di un gran fisico. E’ vero che faticavo in salita, perché pesavo quasi ottanta chili, però, una volta in cima, io non ero stanco e potevo recuperare in discesa e in pianura. Ero il corridore che smaltiva la fatica più in fretta di tutti, eppoi non mollavo mai».

A che età ha cominciato a correre?
«Avevo sedici anni quando convinsi mio padre a comprarmi la prima bici usata. Poi mi regalò una ”Coveri”, che pagò cento lire. Così riuscii a realizzare il sogno di fare il professionista».

Lei, coetaneo di Coppi, era più amico di Bartali.
«Gino era toscano e loquace come me. Ma l’amico più grande e fedele compagno era Alfredo Martini, un fratello col quale ci sentiamo spesso anche adesso».

Chi era più forte Coppi o Bartali?
«Difficile dirlo. Fausto ha realizzato un’impresa memorabile, nella Cuneo-Pinerolo, però anche il bis al Tour di Gino, dopo dieci anni, ha rappresentato un’impresa straordinaria».

Erano solo rivali o anche nemici?
«Diciamo rivali, nemici e molto diversi. Bartali alle sette andava a Messa e due ore dopo partiva per la Sanremo... Coppi sfidava le leggi e la moralità dell’epoca per amore di una donna già sposata. Non si parlavano mai e chiedevano a me di fare da intermediario nelle loro dispute».

Quanti chilometri ha percorso in bici?
«Oltre un milione, praticamente trenta volte il giro del mondo...».

Da ”Leone delle Fiandre”, per averne vinte 3 di seguito, a protagonista in tante corse a tappe.
«Giro e Tour mi piacevano di più perché esaltavano le caratteristiche di resistenza e di corridore adatto a ogni tipo di percorso duro».

Alla sua epoca esisteva il doping?
«Qualche volta ci davano delle pillole di simpamina, robetta. Il vero doping erano gli allenamenti, non ne ho mai saltato uno».

Oggi, invece, il doping è sempre più diffuso.
«Questo mi addolora tanto perché i giovani si rovinano scegliendo scorciatoie pericolose. Nel 1951, pur avendo già vinto due Giri, ancora non avevo comprato l’auto. Adesso i ragazzi pensano subito ai soldi e no vogliono fare sacrifici. Bisogna cambiare la loro mentalità prima che sia troppo tardi».

Lei si dice soddisfatto, eppure c’è un episodio che non che non ha mai accettato...
«Il Tour del 1950, quando si andava in Francia con la nazionale. A Saint Godens ero in maglia gialla ma i francesi, che non sopportavano gli italiani, nel corso della tappa, e non era la prima volta, insultarono e spinsero il nostro capitano Bartali. Dopo lunghe riunioni e difficili trattative, con il patron del Tour, i ct Binda cedette alle pressioni di Gino e la squadra venne ritirata. Un evento clamoroso. Peccato perché almeno sul podio salivo di sicuro. Sono passati sessant’anni e ci penso ancora...».

Ci racconti l’impresa più bella.
«Al Giro del 1953. Koblet era in maglia rosa e la corsa, a due tappe dalla fine, sembrava archiviata. Ma io diedi appuntamento a mia moglie a Milano, con la promessa che avrei vinto. E così, nella Trento-San Pellegrino, attaccai su un tratto con la ghiaia. Poteva apparire un suicidio, ma ero certo di poter fare qualcosa d’importante. Coppi mi raggiunse, lo aspettai dopo una foratura, e andammo al traguardo. Una fuga di 170 chilometri: lui vinse tappa e premi di giornata, io il Giro d’Italia con i suoi complimenti. Mi disse ”Sei stato grande Fiorenzo”. Detto da Coppi, che non parlava mai, era un evento eccezionale. Ma anche il secondo posto al Giro del 1956, dietro a Gaul, con una clavicola rotta, ha rappresentato un’impresa che porto nel cuore tra le più belle». E nei suoi occhi c’è un lampo d’orgoglio.

Nel 1953 ha rivoluzionato il mondo del ciclismo e dello sport: in che modo?
«Con la prima scritta pubblicitaria sulle magliette, che non apparteneva a un’azienda di biciclette: la crema Nivea. Un’idea che andava contro ogni regolamento e, soprattutto, contro la tradizione consolidata e che costrinse i dirigenti a cambiare le norme. Per far accettare la squadra alla Parigi-Roubaix dovette intervenire Coppi, minacciando il suo forfeit».

Una novità assoluta di grande successo a livello commerciale.
«Il ciclismo, fatta eccezione per Bianchi e Legnano, era in crisi e diventava difficile trovare aziende disposte a investire. Allora proposi l’idea ai titolari della Nivea che mi misero a disposizione un budget di venti milioni. I soldi furono sufficienti a coprire i costi di gestione e gli stipendi dell’annata. Non rimase una lira però il presidente, visto il grandissimo successo pubblicitario, con un vero e proprio boom di vendite, mi firmò un generoso assegno con più zeri...».

Lei è stato anche il primo ciclista-imprenditore...
«L’ho fatto negli ultimi sei anni della carriera (1951-56). L’idea di lavorare nel mondo ecomico-produttivo mi stuzzicava da tanto e così, pur facendo ancora il corridore ad alti livelli, cominciai a lavorare per la Guzzi e la Lancia. A dire la verità, ero più bravo a fare l’imprenditore che il ciclista...».

Per il lavoro ha lasciato la bici: troppo presto?
«Forse sì. Ho smesso a trentasei anni, quando ero ancora nel pieno delle forze. Nel 1956, infatti, ero arrivato secondo al Giro d’Italia, quello della famosa tappa del Bondone, sotto la tormenta di neve. Ho fatto una scelta importante ma, anche in questo caso, senza rimpianti».

Oggi il ciclismo è un po’ in crisi, pur confermando una grande popolarità e ottimi indici di ascolti.
«La spiegazione è nella mancanza di rivalità. Il pubblico ama schierarsi e tifare: come ai miei tempi o quelli di Gimondi e Merckx, fino all’ultimo grande dualismo, quello fra Moser e Saronni. I grandi duelli fra campioni sono il sale e la vita del ciclismo, ma oggi non ci sono».

Qual è stato il segreto della sua longevità?
«Lo sport, la famiglia e il pensare giovane. Ho smesso di fare l’imprenditore, però sto partecipando alla stesura della biografia (uscirà a primavera), lavoro al pc, leggo, rispondo a tutti gli inviti pubblici. Non ho tempo per annoiarmi. E già penso alla prossima intervista, fra dieci anni...» E allora, tanti auguri al Mito Fiorenzo Magni.





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Sarah, tentò di far cambiare versione a Misseri: indagato legale di Sabrina

Il Messaggero


Anticipazione orario omicidio, tre persone ascoltate
dai carabinieri: avrebbero visto le manovre dell'auto rossa



ROMA (6 dicembre) - Sarebbe indagato per favoreggiamento l'avvocato di Sabrina Misseri. Intanto negli uffici del comando provinciale dei carabinieri di Taranto sono state ascoltate tre persone per riscrivere l'orario dell'omicidio.
L'avvocato Vito Russo, difensore di Sabrina Misseri, in carcere con l'accusa di concorso in omicidio volontario e sequestro di persona, sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Taranto perché avrebbe tentato insieme a un altro legale del Foro della città jonica, Gianluca Mongelli, di far cambiare versione a Michele Misseri, il padre dell'assistita, anche lui detenuto nell'ambito dell'omicidio di Sarah Scazzi. La Procura ipotizza i reati di favoreggiamento e alterazione delle dichiarazioni da parte del testimone. I due legali sarebbero entrambi indagati.

L'avvocato Russo, insieme alla sua collega del collegio difensivo Emilia Velletri (peraltro sua moglie), e anche all'avvocato Daniele Galoppa, difensore di Michele Misseri, sono sottoposti da alcune settimane a un procedimento disciplinare dell'Ordine degli Avvocati di Taranto per alcune presunte infrazioni deontologiche.

Si sono concluse al comando provinciale dei carabinieri di Taranto le audizioni di alcuni testimoni. Il pm Mariano Buccoliero e i militari dell'Arma hanno sentito una coppia di coniugi in relazione a quanto avrebbero visto nelle vicinanze dell'abitazione dei Misseri ad Avetrana (Taranto) nel primo pomeriggio del 26 agosto scorso, quando Sarah venne uccisa. Le audizioni sarebbero legate all'eventualità di anticipare il momento in cui Sarah venne uccisa a poco dopo le 14, e non tra le 14.25 e le 14.40 circa, come sino ad oggi risulta dagli atti dell'inchiesta. Secondo quanto appreso, però, non avrebbero apportato nulla di nuovo a quanto già acquisito in questi mesi di indagini.

I legali della famiglia Scazzi: zio Michele fragie, ma anche grande mentitore. «Un soggetto debole, dalla fragile personalità», ma anche «un grande mentitore»: così gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, legali della famiglia Scazzi, definiscono Michele Misseri in relazione alle versioni fornite sull'omicidio della nipote Sarah e alla sua istanza, respinta nei giorni dalla Procura di Taranto, di essere ascoltato dai magistrati senza la presenza di avvocati.

L'atteggiamento di Misseri è «un coacervo di reticenze, goffi mutismi e compiacenti verità, mentre il presunto pentimento è solo di ordine pratico e non anche etico». Per il suo comportamento, dunque, Misseri «non merita alcuna considerazione e deve essere abbandonato al suo colpevole destino, a meno che non decida di descrivere definitivamente la reale dinamica dei fatti che lui ben conosce». In questo modo, concludono gli avvocati della famiglia Scazzi, Misseri consentirebbe «di scoperchiare quel vaso di Pandora che è la sua famiglia, nell'ambito della quale, come dal medesimo dichiarato, è stato realizzato e gestito l'omicidio di Sarah».





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Dopo ventiquattro anni di udienze la causa si discuterà nel 2014

Il Messaggero


La storia di Gino Poggioli, 78 anni, che perse tutto
con il crack Sgarlata. Il legale: il giudice ha voluto rinviare



di Isabella Faggiano

ROMA(6 dicembre) - Ci può essere anche una tragica ironia della sorte nella scelta di certi giudici di rinviare i loro processi su agende e calendari che saranno stampati tra molti anni. Come quella che capita a un pensionato di 78 anni, Gino Puggioni, che per ottenere la restituzione dei suoi risparmi messi insieme in trent’anni di lavoro, nè dovrà aspettare altrettanti. Perché nei giorni scorsi il giudice che doveva solo emettere la sentenza dopo 24 anni di giudizio, ha rinviato la causa al 2014. Significa che Gino potrebbe riavere i suoi soldi, 73mila euro, quando avrà 82 anni. Ma il condizionale è d’obbligo, perché quando entri nei tribunali non sai mai quando potrai uscire. E comunque per Gino sarà tardi per realizzare il grande sogno di comprare un casa.
Cominciò tutto nel 1986: «È stato il periodo più difficile della mia vita - racconta Puggioni - I soldi risparmiati a fatica in trent’anni sono svaniti nel nulla, in un attimo». Gino lavorava e metteva da parte. Purtroppo nelle mani sbagliate. Perché i suoi soldi, come quelli di tanti altri umili risparmiatori, finirono in quella voragine che passò alla storia giudiziaria del Paese come il crack Sgarlata.

«A 25 anni - racconta Gino - ho aperto una pescheria. Da quel momento non è trascorso un mese senza che una parte dei miei guadagni finisse tra i risparmi». L’anno successivo arriva il matrimonio, poi tre figli da mantenere, nati negli anni precedenti alla truffa, tra il ‘64 ed il ‘75: «Quante volte non ho potuto accontentare le loro richieste per inseguire il sogno di comprare una casa tutta nostra», dice il pensionato. Come Gino, altre persone sono state vittima della stessa malasorte. Anche Carlo Savio ha trascorso gli ultimi 24 anni nella speranza di riavere i suoi risparmi. Ed anche lui dovrà attenderne altri quattro per la sentenza del giudice.

Nel 2014 avrà 81 anni. «Gino e Carlo - spiega il difensore Paola Pampana - affidarono i loro risparmi alle società Reno S.p.A. e Previdenza S.p.A., tramite la società Otc, Overseas Trade Center, di proprietà di Luciano Sgarlata”. Le truffe realizzate da queste società, all’epoca dei fatti, finirono sulle prime pagine dei giornali. I collaboratori e gli amministratori esterni del gruppo Sgarlata sono stati condannati per bancarotta fraudolenta il 31 gennaio del ‘95. «Queste società - continua il legale - erano sottoposte al controllo istituzionale del ministero dell’Industria che, per legge, avrebbe dovuto vigilare sulla loro attività. Ne consegue che in sede civile è lo stesso ente di controllo a dover risarcire il danno. A novembre, l’ultima udienza è stata condotta dal giudice Verusio, incaricato dopo la morte del collega che l’ha seguita in questi anni. La causa era già finita, completamente istruita, con perizia depositata. Bisognava solo scrivere le conclusioni, l’ultimo atto di una causa.
Due parole: ”le parti concludono”. Per scriverle il giudice si è preso quattro anni di tempo.





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Wikileaks, Assange chiederà asilo in Svizzera: "Se mi arrestano file bomba sulla Bp e Guantanamo"

Quotidiano.net


Alle ambasciate a una lista di "infrastrutture di importanza critica per l'America", anche italiane.Berlusconi a diplomatico Usa: "Medvedev è l'apprendista di Putin". Ma Silvio smentisce: "Mai detto". Sotto attacco i server svedesi


Roma, 6 dicembre 2010


Spunta "la lista della spesa dell’impero Usa’’. Con questo titolo un articolo di Wikileaks svela le attivita’ di intelligence richieste alle ambasciate americane da Washington sulle ‘’infrastrutture chiave, le risorse critiche’’ nei Paesi ospitanti. Per l’Italia, nella lista figurano: ‘’Glaxo Smith Kline SpA, Parma; Digibind, l’oleodotto Trans-Med’’.

Il dispaccio, inviato il 18 febbraio 2009 dal Dipartimento di Stato Usa, contiene la ‘’prima versione’’ - scrive il sito - della ‘’Critical Foreign Dependencies Initiative’’, una lista di ‘’infrastrutture chiave considerate dal governo statunitense di importanza critica per l’America. Nella lista si dettagliano impianti farmaceutici, miniere per i minerali rari, infrastrutture tecnologiche e per la comunicazione’’.

Tra questi, si legge nel lungo elenco indicato nel dispaccio pubblicato integralmente da Wikileaks, centinaia di aziende, impianti, infrastrutture. Ad esempio, il gasdotto ‘’Trans-Med, la Glaxo Smith Kline SpA di Parma e la Digibind in Italia’’, il cavo sottomarino APOLLO in Francia e Gran Bretagna, le fabbriche farmaceutiche in Germania, il gasdotto Nadym in Russia e altre centinaia di siti in Israele, Spagna, Africa, praticamente ovunque.

L’attivita’ di intelligence doveva essere condotta ‘’senza consultare i Paesi ospitanti’’, si legge su Wikileaks.

A conferma dell’interesse Usa per queste infrastrutture chiave, aggiunge il sito, l’offerta ‘’di aiuto agli impianti, o la promozione di servizi e tecnologia Usa per garantire la sicurezza’’.

 

USA: GOVERNO ITALIA ESORTA EDISON A CONTRATTO IN IRAN

L’Eni “ha trasmesso al governo Usa” la lista di tutti i progetti in Iran, “quelli in corso e quelli sospesi”, mentre l’Edison “ci ha detto” che “il governo italiano sollecita l’avvio di un importante progetto in Iran”. Cosi’ un dispaccio dell’ambasciatore Usa a Roma, David H. Thorne, che da’ conto del primo incontro con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel settembre 2009. Presenti Gianni Letta, Elisabeth Dibble, Valentino Valentini, Bruno Archi. Il cable ottenuto da Wikileaks e’ stato diffuso dal Pais.

“Berlusconi si e’ mostrato sorpreso, e ha smentito che la compagnia procedera’ “, si legge ancora.

“Anche se il governo italiano dice di applicare con successo la ‘moral suasion’’’ sulle aziende tricolore che hanno investimenti in Iran, su cui gravano le sanzioni Onu per il programma nucleare, questo sforzo “e’ apparso timido”, si legge nel cable siglato da Elizabeth L. Dibble, del gennaio 2010 e pubblicato da El Pais.

“Eni e Edison si sono dette disponibili solo a non avviare nuovi progetti’’, si legge. ‘’Eni lo ha ripetuto ai nostri funzionari, mentre in realta’ sta espandendo la sua produzione di petrolio nell’ambito dei contratti esistenti”. “E’ importante sottolineare a Frattini la nostra forte preoccupazione sull’espansione di ogni attivita’ in Iran, in particolare dell’Eni”, sottolinea la diplomatica Usa in vista della visita di Franco Frattini a Washington.

 

BERLUSCONI: MEDVEDEV APPRENDISTA DI PUTIN

 

Tra i documenti divulgati da Wikileaks spunta il primo incontro tra Berlusconi e David H. Thorne, l’ambasciatore americano in Italia nominato da Barack Obama.

Il premier, dopo una “lunga e familiare” disquisizione “sulle qualita’, a suo modo di vedere, di Putin come leader”, si lascia andare ad una considerazione sempre sul leader del Cremlino che e’ “il centro del potere in Russia” e come Dmitri Medvedev sia un mero “apprendista” dello stesso.

Nel resoconto, del 21 settembre 2009, pubblicato da El Pais, il diplomatico Usa racconta il suo primo incontro con il presidente del Consiglio italiano, incentrato su Afghanistan, Russia, Iran e candidatura di Chicago alle Olimpiadi del 2016.

 

ASSANGE: SE MI ARRESTANO PRONTI “FILE BOMBA” ANCHE SU BP

 

I sostenitori del fondatore di Wikileaks sono pronti a rendere pubblici file contenenti “segreti dannosi”, tra cui alcuni riguardanti il colosso British Petroleum e Guantanamo, qualora Julian Assange venisse arrestato o ucciso o se il suo sito venisse rimosso in via definitiva da internet.


Stando a quanto riferisce oggi il Daily Mail, Assange ha distribuito a diversi hacker un “boccone avvelenato” criptato.
 

Lo stesso legale del giornalista australiano, Mark Stephens, ha bollato come “congegno termonucleare” i documenti segreti in possesso di Wikileaks, da pubblicare qualora l’organizzazione abbia bisogno di tutelarsi.
Nei giorni scorsi, Assange ha ammesso di temere per la sua vita, ma ha anche sottolineato che qualora gli succedesse qualcosa o WikiLeaks venisse in qualche modo bloccato, il ‘Cablegate’ non verrebbe fermato, perchè “l’archivio del Cablegate è stato disseminato in forma criptata ad oltre 100mila persone: se dovesse succederci qualcosa, le parti fondamentali verranno diffuse in maniera automatica”.

 

SERVER SVEDESI SOTTO ATTACCO

I server svedesi che ospitano Wikileaks non rispondono e sono con tutta probabilità sotto attacco. Il portavoce del server PRQ, Mikael Viborg, ha spiegato che la causa esatta del disturbo non è chiara ma ha detto di credere che questa dipenda da un sovraccarico di richieste di accesso provocato artificialmente.

Da quando ha cominciato a mettere in rete documenti riservati della diplomazia americana, il sito di WikiLeaks si è trovato sotto forte pressione. Viborg ha confermato che la PRQ non ha chiuso i server né ha subito pressioni dalle autorità svedesi. WikiLeaks ha utilizzato il server attivamente da venerdì scorso.

 

ANCHE TWITTER CENSURA WIKILEAKS?

 

La censura insegue Wikileaks: dopo avergli chiuso il suo dominio originale, e mentre e’ in corso il tentativo di spegnere anche i ‘cloni’ nati per assicurargli la sopravvivenza, ora il rischio e’ che Twitter, la piattaforma utilizzata dalla squadra di Julian Assange per comunicare con l’esercito del web, inizi a censurare i ‘post’ che lo riguardano.


La denuncia arriva proprio da Wikileaks che oggi si chiede sul suo account: ‘’Twitter censura i nostri trend?’’ (o discussioni, nel gergo del servizio di microblogging, ndr). E le centinaia di migliaia di sostenitori di Wikileaks si allarmano: ‘’Twitter sta censurando le nostre discussioni, cosi’ non ci aiuta’’, ‘’Aiuto, Twitter ci censura’’, sono alcuni dei twit allarmati.
 

La prova, secondo un noto blogger la cui teoria sta facendo il giro della rete, e’ che la parola ‘Wikileaks’, nei giorni scorsi tra i maggiori ‘trend’ di Twitter, e’ scomparsa dalla lista. Ma senza che le discussioni che la contengono siano diminuite, anzi, aumentano di ora in ora. Come dimostrano i siti di statistiche del web che monitorano la presenza di alcuni termini sul web. Nella lista dei trend piu’ diffusi vi sono invece dei termini come ‘The Walking dead’ (una nuova serie Tv), ‘noonlikesyoubecause’ e ‘FelizCumpleDulceMaria’ che stando alle statistiche sono invece molto meno presenti di Wikileaks.
 

Per questo, spiegano i blogger, sembra fondato il timore che anche Twitter, megafono della rete, stia operando una sorta di ‘’selezione’’ sugli argomenti che Wikileaks e i suoi sostenitori stanno diffondendo. 

 

IN SVIZZERA L'ULTIMO RIFUGIO PER ASSANGE E IL SUO SITO

 

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, spera ormai solo sulla Svizzera per salvare in rete la sua organizzazione, cacciata dagli Stati Uniti dopo la diffusione di 250.000 documenti diplomatici Usa riservati. Lo stesso Assange, cittadino australiano oggi rifugiato nel Regno Unito, ha fatto sapere nelle scorse settimana di aver preso in considerazione l’ipotesi di chiedere asilo nel Paese elvetico.


I legami tra Svizzera e Assange si sono moltiplicati in questi ultimi giorni. Il giornalista australiano ha infatti beneficiato dell’appoggio logistico del Partito dei pirati svizzeri dopo che il sito è stato rimosso da due dei suoi principali host, Amazon.com e EveryDNS.net, e ha aperto un conto alle Poste svizzere, in cui riceve le donazioni dei suoi sostenitori. Sabato scorso, l’azienda Usa di transazioni finanziarie Paypal ha annunciato di aver sospeso l’accesso al conto utilizzato da Wikileaks, giustificando la sua decisione con le attività “illegali” condotte dall’organizzazione.
 

Il fondatore di Wikileaks ha indicato Ginevra come suo domicilio in Svizzera, dal momento che per aprire un conto alle Poste bisogna indicare un domicilio elvetico o interessi finanziari attraverso un bene immobile o affari. Tuttavia, dopo lo scalpore scatenato dalla pubblicazione dei documenti Usa, le Poste svizzere hanno deciso di indagare meglio sulle informazioni fornite da Assange. Secondo il quotidiano Le Temps, l’indagine dovrebbe andare avanti “molte settimane” ed è stata avviata per attutire eventuali ripercussioni di immagine sulle Poste, per i suoi legami con quello che è diventato il nemico pubblico numero uno dei governi.
 

Ieri, il Partito dei pirati svizzeri ha fatto sapere che il nuovo indirizzo del sito, wikileaks.ch, riceve circa 3.000 visitatori al secondo. Il partito ha anche annunciato la creazione di centinaia di siti “specchio” da parte dei sostenitori di Assange, per garantire la diffusione dei documenti diplomatici anche qualora Wikileaks dovesse essere rimosso dal web. “Anche se smantelli il server in Svezia, ormai è troppo tardi. Ci sono già centinaia di specchi di Wikileaks”, ha detto all’Associated Press il vicepresidente del Partito, Pascal Gloor.
“Testiamo la censura su internet - ha aggiunto - i governi possono cacciare qualcosa dalla rete? Io non credo. Ci sono copie del sito ovunque”.
 

L’Ambasciatore Usa in Svizzera, Donald Beyer, ha dichiarato al quotidiano NZZ am Sonntag che la Svizzera “dovrebbe valutare attentamente se garantire o meno un rifugio a qualcuno che sfugge alla legge”. Assange è ricercato in Svezia per stupro, molestie sessuali e coercizione e contro di lui è stato spiccato un mandato di arresto internazionale da parte dell’Interpol. Il giornalista australiano si troverebbe nel Regno Unito e potrebbe essere finire in manette nei prossimi giorni.

 

MINISTRO AUSTRALIANO: ASSANGE PUO' TORNARE

 

Come cittadino australiano, Julian Assange, può tornare tranquillamente in patria. Lo ha affermato oggi il ministro australiano della Giustizia Robert McClelland. Assange, che si dice ‘’abbandonato’’ dall’Australia, ha diritto di tornare e puo’ anche ottenere assistenza consolare se dovesse essere arrestato all’estero, ha detto il ministro, aggiungendo pero’ che il governo ha l’obbligo di assistere gli Usa nelle indagini su questioni penali.
McClelland ha ribadito che il governo di Canberra condanna come ‘’altamente irresponsabile’’ la pubblicazione di documenti diplomatici confidenziali degli Usa, poiche’ essa minaccia la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati, e i documenti possono identificare e mettere a rischio gli informatori. ‘’La liberta’ di parola e’ una cosa che tutti noi rispettiamo, ma rispettiamo anche la liberta’ e il diritto delle persone di vivere senza aver paura’’.
Il ministro ha confermato che l’Australia sta collaborando con le autorita’ Usa nelle indagini su Wikileaks, mentre la polizia federale sta esaminando se il sito abbia violato leggi australiane pubblicando informazioni riservate.

 

LA LISTA USA DEI SITI SENSIBILI NEL MONDO

 

Da alcuni viene già definito come il documento più importante, da un punto di vista strategico, finora reso pubblico da WikiLeaks: ieri notte il sito online di Julian Assange ha pubblicato una lista segreta di tutti quei siti industriali e le infrastrutture sull’intero pianeta che secondo gli Stati uniti meritano particolare protezione di fronte a potenziali attacchi terroristici.
In un cablo datato 18 febbraio 2009 il Dipartimento di stato americano chiede alle sue rappresentanze diplomatiche nel mondo di recensire quelle installazioni sensibili, “la cui perdita avrebbe conseguenze significative sulla salute pubblica, la sicurezza economica e/o la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Per redigerla, si legge nel cablo, “non è necessario che i diplomatici consultino le autorità locali”. La lista è apparsa online nella notte tra domenica e lunedì e riguarda diversi Paesi: fra i siti rilevati compaiono cablaggi subacquei per le telecomunicazioni, porti, miniere, aziende chimiche e farmaceutiche.


ITALIA, FARMACEUTICA E GASDOTTO - Per quanto concerne l’Italia sono esplicitamente menzionati due obiettivi sensibili: la sede a Parma della multinazionale farmaceutica Glaxo Smith Kline che produce il Digibind (farmaco per curare i morsi di serpente) e il gasdotto Trans-Med, che trasporta gas dall’Algeria alla Val Padana.

GERMANIA: SIEMENS, BASF E ARMI - In Europa il paese che riceve maggiore attenzione è la Germania: tra i siti “interessanti” gli stabilimenti Siemens di Erlangen, la Basf di Ludwigshafen, la Junghans Finewerktechnik, un impianto per la produzione bellica.

GRAN BRETAGNA, BAE E CAVI SOTTOMARINI - Il secondo paese europeo con il maggior numero di elementi selezionati è il Regno Unito, con la sede nel Lancashire della Bae System (che costruisce i caccia F-35) e diversi cablaggi sottomarini.

FRANCIA, FARMACEUTICA E ALSTOM - Segue la Francia, con numerose aziende farmaceutiche (Sanofi-Aventis a Lione che produce vaccini contro la rabbia, Emd-Pharms, GlaxoSmithKline a Evreux), la Alstom, gruppo industriale chiave per trasporti ed energia e due possedimenti d’oltremare, in Guyana e Martinica.

SPAGNA, STRETTO GIBILTERRA E GASDOTTO - Per la Spagna la lista elenca lo Stretto di Gibilterra, il gasdotto che unisce la penisola iberica all’Algeria e i laboratori chimico-farmaceutici catalani Grifols.

CINA E GIAPPONE, PORTI E CAVI SOTTOMARINI - Nel continente asiatico si va dall’Estremo oriente, dove interessano principalmente i porti, soprattutto quelli cinesi e giapponesi e i cablaggi sottomarini.

ASIA CENTRALE E M.O.: GASDOTTI, OLEODOTTI E STRETTI - In Asia centrale e Medio Oriente la preoccupazione è soprattutto per gasdotti e oleodotti, per lo Stretto di Ormuz, il Canale di Suez, il terminal petrolifero di Bassora e l’impianto di raffinazione del greggio di Abqaib in Arabia Saudita.

CANADA, DIGHE E NUCLEARE - In Canada si guarda con attenzione al gigantesco impianto idroelettrico Hydro Quebec, “insostituibile fonte di energia”, e all’impianto nucleare di Chalk River.

SUDAMERICA E AFRICA, LE MINIERE - Nel contintente sudamericano le priorità di Washington sono chiarissime: le miniere. In Messico i passaggi di frontiera e le dighe. In Africa, infine, la lista è significativamente più breve e comprende praticamente solo le miniere di manganese, bauxite e cobalto.





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Si indaga sui conti di Assange

Il Tempo


Banca svizzera pronta a bloccare i soldi e una fondazione tedesca è la "cassaforte" di Wikileaks. L’assicurazione dell’hacker nei file su Guantanamo e Bp.


Assange


Ora si indaga sui finanziamenti di Assange. La banca delle Poste svizzere ha annunciato di voler verificare un conto bancario in cui dati sono disponibili sul sito del fondatore di WikiLeaks: il conto sarebbe destinato agli aiuti diretti ad Assange e ad altri componenti del sito. Sulla pagina web più cliccata da dieci giorni, si chiedono donazioni sul conto «Postfinance» per il cosiddetto «Julian Assange Defence Fund».
Per poter tenere aperto un conto bancario regolare in Svizzera, Assange dovrebbe avere la residenza nella Confederazione, oppure avere proprietà nel paese o affari in Svizzera. Questa norma vale per i cittadini di nazioni come Australia e Stati Uniti in base alla legge sul riciclaggio. Se davvero Postfinance chiuderà il conto, sarà un nuovo duro colpo dopo che il servizio di transfer finanziari online Paypal ha già fatto altrettanto. La Svizzera non è l'unica a indagare sui fondi di Assange. Lo scorso anno il sito dovette sospendere l'attività per mancanza di fondi. Poi come d'incanto è arrivato un milione di dollari. Il sito ha un costo annuo di 450mila dollari, ma dopo la pubblicazione dei primi files sulla guerra in Iraq le donazioni si sono moltiplicate.
Il denaro arriva dalle istituzioni più diverse. Da un quotidiano svedese, da una fondazione francese. Un flusso di soldi che finisce principalmente in una fondazione no profit con sede in Germania: la Wau Holland Foundation che di fatto è la cassaforte di Wikileaks. Grazie a un giro di organizzazioni no profit, Assange riceve il denaro accumulato nella fondazione. Molti versamenti vengono fatti anche da privati cittadini. Poi ci sono facoltosi finanziatori con i quali il pirata australiano ha contatti diretti. Ma la vera caccia è a lui: Julian Assange. L'ultima volta è stato visto in Svezia. Dopo è scomparso. Ha rilasciato interviste attraverso skype, Twitter, mail. Domicilio sconosciuto per il ricercato numero 1 dell'Interpol, anche se in molti sostengono che sia veramente in Gran Bretagna.
Quello che è certo, dicono i suoi avvocati, è che in molti vogliono la sua testa, Stati Uniti per primi. E solo per motivi politici. Su di lui, che ha svelato al mondo i segreti della diplomazia americana pubblicando centinaia di migliaia di documenti riservati, dal punto di vista legale al momento pesa solo un mandato di cattura internazionale per stupro. Ma il pirata possiede ancora un'arma carica. Si chiama «insurance.aes256», potrebbe contenere files compromettenti su Guantanamo, BP e Bank of America, ed è effettivamente la polizza d'assicurazione contro il peggio. Dovesse accadere qualcosa di davvero grave al sito o al suo fondatore la «chiave» verrebbe immediatamente diffusa nel web provocando l'immediata apertura del vaso di Pandora versione 2.0. Una reazione a catena impossibile da fermare. Già oggi sono 70 i siti che pubblicano i docuemnti resi disponibili da Wikileaks, bypassando i blocchi di sistema.



Maurizio Piccirilli
06/12/2010




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Studenti Pdl offrono mortadella a Prodi L'ex premier: avete ancora paura di me?

Il Mattino



  

FIRENZE (6 dicembre) - «La ringrazio, non credevo che aveste ancora paura di me...». Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e della Commissione Europea, ha risposto così ad un ragazzo di Studenti per le Libertà che gli ha offerto un panino con la mortadella, di fronte all'edificio D6 del Polo di Scienze Sociali dell'Università di Firenze, dove Prodi ha tenuto una conferenza dal titolo I costi della non Europa. «È la cosa più inaspettata... sono passati tanti anni e avete ancora paura?», ha proseguito sorridendo l'ex premier: «No, è perché ci ricordiamo ancora di lei in negativo», hanno risposto i giovani del Pdl, che avevano annunciato questa forma di contestazione in risposta ai disordini avvenuti nei giorni scorsi per la partecipazione di Daniela Santanchè ad un convegno sull'immigrazione sempre al Polo di Scienze Sociali, sfociati in scontri fra studenti di sinistra e forze dell'ordine.

Successivamente Prodi si è intrattenuto al bar con alcuni ragazzi, e al suo ritorno presso l'edificio D6 è stato intercettato da altri ragazzi di Studenti per le Libertà, che hanno ripetuto l'offerta di un vassoio di panini con la mortadella: «Avete ancora paura?», ha ribadito sorridente, declinando l'offerta.




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Non comprate cuccioli come regalo di Natale: «Abbandonati 4 su 10»

Corriere della sera


A dicembre si vendono 350 mila tra cani e gatti

Gli animalisti: adottate nei canili quelli rimasti senza padroni


Cuccioli di dalmata (Archivio Corsera)
Cuccioli di dalmata (Archivio Corsera)
Non si può dire che le festività umane portino letizia agli animali. Ferve l'attività nei mattatoi, e anche l'idea di un cucciolo in regalo nasconde parecchie insidie. Per dissuadere dall'acquisto nei negozi e invitando piuttosto alle adozioni presso canili e gattili, l'Aidaa (Associazione italiana a difesa di animali e ambiente) ha lanciato ieri un appello, ricordando l'enorme numero di abbandoni dei cuccioli comperati sotto Natale (150mila cani e 250mila gatti): dopo qualche mese il 40% di questi si ritrova senza un padrone. Ma sono più d'una le ragioni per cui si chiede di evitare l'acquisto negli esercizi commerciali.


ANIMALI IN VETRINA - Anzitutto, l'animale in vetrina viene di solito importato da qualche paese dell'Est. Lì si alleva spregiudicatamente e in economia, sono frequenti le consanguineità che causano tare fisiche e caratteriali. I cuccioli sono sottratti alle madri troppo presto, con serie conseguenze comportamentali. Vengono sottoposti a viaggi spaventosi; raggruppati nei camion passano una prima selezione innaturale. Molti, infatti, così muoiono. Altri, si ammalano una volta acquistati. Altri ancora sono sofferenti, manifestano disturbi psichici difficili da gestire, soprattutto per proprietari inesperti. Se il cane è di taglia piccola, una volta cresciuto finisce sul marciapiede dopo aver rovinato qualche divano. Se è grande, robusto, di temperamento, può accadere che prima di finire male combini guai peggiori.
Tutte le più serie associazioni animaliste, le gattare, i volontari, i responsabili di rifugi, da sempre, ripetono come un mantra quanto è davvero necessario: la sterilizzazione. Abbattere i costi degli interventi e limitare le nascite, anche nel privato. Il desiderio di maternità o paternità che tanto spesso viene attribuito al cane di casa è una proiezione tutta nostra, capace di produrre danni a catena. Nel vivere con noi, nei nostri appartamenti, non esiste più lo stato naturale, solo una sessione programmata. Il gatto, non vedrà i figli crescere e andare all'università: non gliene importa nulla. Mentre noi avremo il problema di sistemarli, senza mai poter davvero garantire per loro. Un animale è un essere vivente, non un giocattolino.


ALLEVAMENTI - Un capitolo a parte, meritano gli allevamenti. Parliamo di commercio, di notevolissimi interessi. Non esiste un limite al numero di cani e gatti che vengono «prodotti» ogni anno, e messi in commercio. Inoltre, non tutti verranno bene: c'è un inevitabile numero di esemplari meno belli, meno sani. Questo è un punto dolente. Bisogna comunque distinguere. Esistono attività ufficialmente riconosciute e regolamentate, e un vastissimo e indistinto fai-da-te. Gente che alleva e vende in casa, tenendo e sfruttando animali in condizioni inimmaginabili. Del resto, basta guardare la quantità di annunci: l'offerta è strabiliante.
Sacrosanto, dunque, non comprare cuccioli nei negozi. Ma per combattere sul serio il grave fenomeno di randagismo e degli abbandoni bisogna sterilizzare, e necessariamente puntare su una normativa che inizi a porre limiti alle nascite.


Margherita D'Amico
06 dicembre 2010



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Puglia, ritrovata mongolfiera scomparsa: a bordo i cadaveri dei due navigatori Usa

Il Messaggero



Il pallone, scomparso il 29 settembre durante una gara, ritrovato da un peschereccio al largo di Vieste





ROMA (6 dicembre) - Un peschereccio di Manfredonia, lo Sharon, ha ritrovato nella notte al largo di Vieste la mongolfiera Usa2, dispersa lo scorso 29 settembre durante lo svolgimento della Coupe Aeronautique Gordon Bennet. A bordo della gondola sono stati recuperati i corpi degli americani Richard Abruzzo e Carol Rymer Davis. La mongolfiera è rimasta impigliata nella rete dello Sharon a una dozzina di miglia al largo della costa, durante una battuta di pesca a strascico.

Abruzzo e Rymer Davis erano partiti con altri 19 equipaggi alle 23:25 del 25 settembre da Bristol (Inghilterra) per una gara che avrebbe vinto chi sarebbe atterrato più lontano. I due la mattina del 29 incapparono però al largo di Vieste in pessime condizioni atmosferiche, che potrebbero aver causato la caduta del loro pallone. I corpi sono nell'obitorio del cimitero di Vieste dove sono stati sottoposti ad una prima ispezione medico-legale. Nonostante la lunga permanenza in acqua, i corpi sono stati in parte preservati dalle tute per la navigazione aerea.

Alle 8 del 29 settembre la mongolfiera aveva avvisato la torre di controllo dell'aeroporto di Brindisi di difficoltà a bordo: i due navigatori segnalarono che il pallone aerostatico stava scendendo velocemente verso il mare. Nella zona c'erano piovaschi e vento, con fulmini, e il mare era forza quattro-cinque. Le ricerche con mezzi aeronavali italiani e due velivoli Usa (un C26 e un Mpa) decollati da Napoli e da Sigonella, non diedero alcun risultato e il 4 ottobre furono interrotte perchè non c'erano più speranze di trovare in vita i due dispersi e perchè non era stata trovata alcuna traccia del pallone. Agli equipaggi dei pescherecci impegnati nella zona fu però raccomandato dalla capitaneria di battere con insistenza la zona dell'ultima segnalazione della mongolfiera, giacchè, secondo la Guardia costiera, era «quasi certamente» precipitata in mare al largo di Vieste. La conclusione derivava dall'esame dei tracciati di tre radar, dai quali emergeva che il pallone aerostatico, dopo essere entrato in un temporale, in un minuto, forse dopo essere stato colpito da un fulmine, aveva fatto un salto di quota scendendo da circa 1.800 metri a 200 metri, precipitando a una velocità di circa 85 chilometri orari. L'ipotesi era dunque che i resti del pallone fossero stati trascinati sul fondale in un punto in cui la profondità è di 80-90 metri.




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Si inventa due cancri e truffa tutti, anche la sua famiglia

Corriere della sera


Terri Edkins ha chiesto aiuti per le sue cure. Organizzata anche una partita di beneficenza. Ma era tutto falso

Smascherata la raccolta di fondi organizzata da una 23enne in Inghilterra


Terri Edkins (dal Daily Mail)
Terri Edkins (dal Daily Mail)
LONDRA - Ha finto di avere un tumore al cervello, un cancro alle ossa e pure la leucemia per frodare centinaia di benintenzionati, pronti a mettere mano al portafogli per dare vita ad una raccolta fondi che le permettesse di sottoporsi ad un rivoluzionario trattamento negli Stati Uniti che costava 25mila sterline. In questo modo, la ventitreenne Terri Edkins, originaria di Gainsborough, nel Lincolnshire, si è messa in tasca 1.380 sterline, raccolte in tre eventi di beneficenza a lei dedicati, fra cui una partita di calcio. Ora la donna è accusata di frode e il mese prossimo dovrà apparire davanti alla Lincoln Magistrates’ Court per rispondere di uno dei tre capi di imputazione.

LA MESSINSCENA - Di certo, la ragazza aveva pensato proprio a tutto per rendere il suo raggiro credibile, tanto da rasarsi completamente la testa e indossare una sciarpa per dare l’idea di soffrire realmente di tumore al cervello. Non solo. Nella truffa aveva coinvolto anche l’ignaro compagno Lawrence che, una volta saputa la gravità della sua condizione, aveva deciso di sposarla a ottobre dell’anno scorso, cominciando poi a darsi da fare per raccogliere il denaro che potesse pagare le costose cure di cui Terri sosteneva di avere bisogno. Tutto è iniziato nell’estate dell’anno scorso, quando la Edkins rivelò che le erano stati diagnosticati un tumore al cervello e uno alle ossa, presto seguiti dalla leucemia. E per fare in modo che tutti credessero alla sua pietosa storia, architettò il taglio dei capelli e il giorno del matrimonio nascose il capo rasato sotto ad un velo, raccontando poi ai tre figli, agli amici e ai familiari che le restavano solo sei mesi di vita.

LA PARTITA - Come detto, fra le iniziative organizzate in suo onore, c’è stata anche una partita di calcio, per la quale vennero raccolte 580 sterline (mentre altre 800 le arrivarono dal patrigno e suocero Paul Gibbs, che si fece rasare completamente la testa). E parlando alla stampa a giugno di quest’anno, proprio per presentare la partita di beneficenza, la Edkins commosse l’opinione pubblica spiegando che «tutto quello che voglio è più tempo da passare con mio marito e con i miei figli. Se non fossi madre e non fossi sposata, ora sarei già morta. All’inizio dell’anno mi avevano dato sei mesi di vita e sono ancora qui, pertanto ogni giorno in più che arriva è un autentico bonus e io sono davvero felice che i bambini siano ancora troppo piccoli (hanno, rispettivamente, 4,2 e 1 anno, ndr) per capire quello che sta succedendo. Sono realmente grata a tutti quelli che mi stanno aiutando, perché questo è fondamentalmente il mio ultimo sussulto».

LE MINACCE - Prima che la verità venisse a galla e che Terri e il marito cominciassero a ricevere minacce di morte, la donna aveva anche scritto sulla sua pagina di Facebook di essere incinta del quarto figlio, tanto che un amico si era congratulato con lei, stante le sue gravi condizioni di salute. «Non possiamo credere a quello che ha fatto – ha raccontato la suocera Susan Gibbs al Daily Mail -. Un sacco di gente l’ha aiutata e adesso noi dobbiamo andare in giro a dire a tutti quello che è successo. Mio figlio Lawrence, che non sapeva nulla di tutta questa storia, rimaneva addirittura fuori dall’ospedale ad aspettarla, quando lei gli diceva che andava a fare la chemioterapia, e adesso è distrutto e arrabbiato e sta pensando di separarsi». La prima udienza contro la Edkins era in programma venerdì scorso, ma è stata aggiornata al mese prossimo a causa della neve.



Simona Marchetti
06 dicembre 2010



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Show sugli spalti in Messico: striptease della tifosa

Il Mattino


             


CITTA' DEL MESSICO (4 dicembre) - Show sugli spalti in Messico durante la gara tra Santos e Monterrey. Nel bel mezzo del match una tifosa scatenata ha deciso di dare spettacolo con un mini striptease immortalato dalle telecamere.


La donna, visibilmente "eccitata" dal risultato di 3-2 per il Santos, ha desico di alzarsi la maglia e di mostrare i seni a tutto lo stadio. La donna, come dimostrano le immagini, è stata scortata all'esterno della struttura dagli addetti alla sicurezza.





Parigi: la Continental responsabile del disastro del Concorde

Quotidiano.net


Dopo più di 10 anni di indagini e tre mesi e mezzo di audizioni, la corte di Pontoise ha stabilito che l'incidente fu causato da un frammento al titanio caduto sulla pista da un Dc10 della compagnia americana. Responsabile anche l'Eads


Parigi, 6 dicembre 2010 - Un tribunale francese ha stabilito che la compagnia aerea Continental è "penalmente responsabile" del disastro del Concorde, l’incidente aereo in cui nel 2000 morirono 113 persone.
Dopo più di 10 anni di indagini e tre mesi e mezzo di audizioni, la corte di Pontoise ha stabilito che l’incidente, che accelerò il pensionamento dell’aereo più veloce nella storia dell’aviazione commerciale, fu causato da un frammento al titanio lasciato cadere sulla pista da un Dc10 della Continental, metallo che perforò le gomme del Concorde in fase di decollo.
La compagnia Usa aveva sempre sostenuto che il Concorde era già in fiamme quando urtò il frammento. Il tribunale ha inflitto alla Continental una multa di 200mila euro in relazione all’incidente.
Il tribunale di Pontoise ha stabilito anche che il consorzio europeo Eads è civilmente responsabile per il disastro del Concorde del 2000 e dovrà pagare il 30 per cento dei danni alle vittime.




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Belve di Gorgo, i giudici: "No aggravante crudeltà, l'ergastolo è esagerato"

di Paolo Granzotto


Tre anni fa due albanesi e un romeno ammazzarono una coppia di coniugi in casa dopo averli selvaggiamente torturati. Ma la Cassazione cancella l'aggravante della crudeltà e ritiene "esagerato" l'ergastolo



 

«Ne ho viste tante durante la mia vita da magistrato, ma stavolta...». Queste le parole pronunciate dal procuratore Antonio Fojadelli dopo aver assistito all'autopsia dei coniugi Pellicciardi, torturati e quindi uccisi il 21 agosto del 2007 in una vila di Gorgo al Monticano, nella marca trevigiana. E ancora: «Non posso paragonare gli assassini di Gorgo alle bestie perché ho troppo rispetto per gli animali».
Bisogna partire da quelle dichiarazioni per comprendere lo sgomento provocato dalla decisione della Corte di cassazione di revocare l'ergastolo all'albanese Naim Stafa e i vent'anni di reclusione comminati al «palo», il romeno Alin Bogdaneanu, ritenti colpevoli del duplice omicidio (alla mattanza parteciparono altre due canaglie: di una non si è mai conosciuta l'identità, l'altra, l'albanese Artur Lieshi, s’è suicidato in carcere). Bisogna partire da quelle dichiarazioni perché se mai ci fu un delitto efferato, bestiale, se mai ci fu violenza sadica e selvaggia, fu quella cui furono vittime Guido e Lucia Pellicciardi.
Potete leggere qui a fianco di cosa si resero capaci le «belve di Goro» e non sarà un bel leggere. Ebbene, per la Corte di cassazione la somma di quelle sevizie e di quelle ferine crudeltà non costituisce quell'aggravante senza la quale cade la pena del carcere a vita. In quanto ai vent'anni inflitti a Bogdaneanu, per la Corte di cassazione rappresentano una pena «sproporzionata al reato effettivamente commesso». Ciò stabilito, i due saranno rinviati in appello perché il Tribunale proceda ad attenuare le condanne.

La legge è la legge ed è dovere del magistrato applicarla. Nessuno discute questo principio, ma qui ci troviamo di fronte a un giudizio personale che ovviamente non ha codifiche: valutare se l'uso della vanga nell'infierire sul corpo di Lucia Pellicciardi possa o non possa ritenersi una aggravante. Cioè un elemento che rende più grave il reato. E così per i vent'anni inflitti a Bogdaneanu: è la canaglia che fornì agli albanesi le informazioni sulla villa e sulle vittime, che disse loro dell'esistenza di una cassaforte, che fornì il così detto «supporto logistico» restando poi di vedetta mentre i complici portavano a termine, come sappiamo, l'impresa. Senza Bogdaneanu non ci sarebbero state torture e omicidio.
Senza l'intervento di Bogdaneanu, Guido e Lucia Pellicciardi sarebbero vivi. Affermare dunque che vent'anni sono una condanna sproporzionata al reato commesso dal romeno - quando il semplice «non poteva non sapere» è stata la chiave di volta e di galera del più altisonante procedimento giudiziario degli ultimi tempi, Mani pulite - lascia il cittadino a bocca aperta. Perché il giudizio è inevitabilmente discrezionale e perché lo sminuire le colpe del romeno significa deprezzare il valore della vita dei coniugi Pellicciardi. Che deve contare ben poco se colui che li ha massacrati e l'altro, che del massacro è stato il regista, non si meritano l'ergastolo e i vent'anni di galera ai quali in nome del popolo italiano li aveva condannati un Tribunale.

Nessuno, specie nel nord est teatro delle gesta delle «belve di Goro», s'illude su come andrà a finire. Rifatto il processo e ridotte le pene ai due detenuti, grazie agli scivoli della legge Gozzini - permessi premio, semilibertà, libertà provvisoria eccetera - ce li ritroveremo fra di noi, liberi, in men che non si dica. Liberi e assistiti, aiutati, beneficiati da una dozzina di Ong con vocazione all'«impegno nel sociale» e la predisposizione a privilegiare i Caini sugli Abeli.




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Thailandia, la sorella del reporter italiano ucciso rifiuta l'invito del re

Quotidiano.net


Elisabetta, sorella di Fabio Polenghi, il fotografo italiano ucciso negli scontri del maggio scorso a Bangkok, ha declinato l'invito alla cerimonia di compleanno del re. La dura risposta e le critiche hanno diviso la stampa locale


Una immagine tratta dal sito Viadeo mostra il fotoreporter italiano Fabio Polenghi
Una immagine tratta dal sito Viadeo mostra il fotoreporter italiano Fabio Polenghi




Bangkok, 6 dicembre 2010



Media e blog divisi in Thailandia dopo il rifiuto della sorella di Fabio Polenghi, il fotografo italiano ucciso negli scontri del maggio scorso a Bangkok, di attendere alla cerimonia del compleanno del re Bhumibol Adulyadej, tenutasi lo scorso fine settimana a Bangkok.

La risposta dura di Elisabetta e le sue rivelazioni su come le autorità di Bangkok si stanno muovendo sette mesi dopo la morte di Fabio, sono state commentate in articoli apparsi su diversi media locali, tra i quali Prachatai, Thai Rath, Voice TV, The Manager e Matichon.

Articoli bilanciati, ai quali hanno fatto seguito reazioni che hanno sottolineato le divisioni esistenti in Thailandia. I lettori del ‘The Manager’, gruppo mediatico molto vicino alla Corona, hanno ad esempio insultato Elisabetta, scrivendo che il fratello, come gli altri giornalisti, era consapevole dei rischi e che quindi non c’è di che lamentarsi.

La posizione di Elisabetta è stata invece sostenuta in diversi blog, tra i quali Siam Voices e Bangkok Pundit.

Nella sua lettera inviata il 2 dicembre all’ambasciatore della Thailandia a Roma Somsakdi Suriyawongse, oggi pubblicata nel blog italiano ‘Le Terre Sotto Vento', Elisabetta Polenghi ha rifiutato l’invito del re e sottolineato come l’amarezza per il silenzio sulla morte di Fabio "è acuita dal vostro invito, dal quale si evince chiaramente che non vi è da parte vostra una corretta percezione della gravità della situazione che i miei cari e io stiamo vivendo".

Elisabetta, che guida una campagna per arrivare alla verità su come Fabio sia morto, ha aggiunto che sarebbe impossibile per lei e la sua famiglia partecipare all’83esimo compleanno del re "trovandoci ancora senza risposte addirittura riguardo agli effetti personali di Fabio."

"Ancora più grave - ha aggiunto la donna - è che da parte delle istituzioni thailandesi non sono mancate le offerte di risarcimento economico". La famiglia Polenghi ha ritenuto tali offerte "assolutamente inopportune e percepite come un tentativo di chiudere le nostre bocche e ripagare la dignità di Fabio e nostra con un po' di denaro".

In uno studio indipendente pubblicato lo scorso luglio il ‘Committee to Protect Journalists’ (Cpj) ha detto che le forze di sicurezza thailandesi e i dimostranti delle Camicie Rosse hanno agito in maniera "irresponsabile" durante le proteste e sono corresponsabili per la morte di Fabio e Hiro Muramoto, oltre che del ferimento di altri nove repoter.

Il Cpi ha comunque accusato il governo di aver "fatto poco per portare i colpevoli in tribunale". Bangkok ha istituito una commissione indipendente per indagare su quanto avvenuto, ma il mandato della commissione non prevede la possibilità di decidere chi ha infranto la legge. Il governo sostiene che i soldati hanno sparato per autodifesa e che le misure attuate per controllare i dimostranti erano in accordo con gli standard internazionali. Il Cpj, sulla base delle testimonianze raccolte da giornalisti e tenendo conto di altre indagini indipendenti, contesta la tesi del governo e sostiene che vi sono state molte infrazioni, oltre che casi di "soldati che hanno sparato in modo indiscriminato contro la folla".




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Sta arrivando il Natale: dov’è finito il presepe?

di Cristiano Gatti



Quest’anno c’è un’atmosfera irreale: manca la guerra al Bambinello fatta da maestre che vogliono salvaguardare la sensibilità di bimbi induisi o musulmani. Ma viene il dubbio che per non litigare gli scatoloni siano rimasti in cantina



 

Tira una strana aria, quest’anno. Siamo già al 5 dicembre, ma ancora non si muove niente: cos’è, non facciamo più la guerra del presepe? Evidentemente c’è sotto qualcosa. L’intero armamentario della tradizione natalizia si presenta perfettamente in regola. Tutto a posto, con sincronismo esemplare. I centri commerciali espongono luminarie da dopo Ferragosto, le vie del centro sono addobbate da fine ottobre, le famiglie un po' trafelate hanno comunque ultimato gli allestimenti in tinello. In azione anche quelli che temono di restare indietro con gli auguri: se non ci sentiamo prima, tante buone cose a tutta la famiglia. Inutile specificarlo, perfetta pure la macchina pubblicitaria: gli spot dei panettoni, in un tripudio di bambini dai boccoli d’oro e di nonni euforici, martellano con cadenza scientifica dai teleschermi, quanto meno da quelli che ancora trasmettono qualcosa dopo il nefasto passaggio al digitale terrestre.

Non ci sono dubbi: manca solo il rito più recente e più sentito. Non c’è la guerra del presepe. Dobbiamo stare in pensiero. Nessuna segnalazione di presidi politically correct che emanano la classica circolare nel rispetto delle diversità religiose. Non ci sono maestrine d'asilo col coltello tra i denti, pronte a incatenarsi nell’atrio se appena qualcuno si azzarda a tirare fuori il bue e l'asinello, ovviamente a tutela dei poveri bambini musulmani, induisti e scientologysti, che potrebbero subire dei traumi. Non ci sono genitori che riscoprono l'ardimento del Sessantotto per arrestare le insidie conservatrici e integraliste della natività, fosse pure in gesso e muschio. Non si sentono più quelle solenni motivazioni che scuotono le coscienze, del tipo «è finita l’epoca della scuola confessionale» (e pazienza se il presepe rimane una delle poche cose al mondo che non hanno mai fatto male a nessuno).

In questo strano vuoto, inevitabilmente disinnescati anche gli attori di contorno, sociologi e teologi, sondaggisti e tronisti, lambertisposini e neuropsichiatri, analisti e giuristi, da anni impegnatissimi nelle due trincee, presepe sì e presepe no. Di più: fermi ai box persino gli intrepidi crociati del Bambinello, che per undici mesi se ne impippano bellamente di lui, ma che quando c'è da menare le mani a difesa delle radici cristiane sono i primi a rimboccarsi le maniche.

Atmosfera irreale. Basta guardarsi indietro e sfogliare le raccolte di giornale degli ultimi anni: a quest'ora eravamo già in piena bagarre. Al 5 di dicembre la guerra del presepe era tra i primi argomenti in qualsiasi programma tv più o meno serio, del mattino e del pomeriggio. Dove sono finiti tutti quanti? Cos'è questo silenzio? Non possiamo pensare che presidi e maestrine siano tutti distratti dalla riforma Gelmini. Mi guardo in giro e sinceramente mi preoccupo. Sì, c'è sotto qualcosa.

Certo, potrebbe pure darsi che finalmente il buonsenso abbia trovato il modo di riemergere. E' persino bello pensare che l'armonia della ricorrenza, cristiana però universale, in qualche modo sia riuscita finalmente a placare gli animi, ristabilendo un minimo di gerarchia tra le nostre battaglie ideali. Ma temo che queste siano soltanto illusioni. Ottimismo gratuito.

Guardandomi in giro, piuttosto, è forte la sensazione che abbiano «vinto loro». Ho cioè il timore che la guerra del presepe non sia ancora scoppiata, e che mai più scoppierà, semplicemente perché una delle parti in causa ha alzato bandiera bianca. Per ignavia, per accidia, per quieto vivere, i sostenitori del presepe hanno risolto la grana annuale alla radice: lasciando gli scatoloni in cantina. Soffocato in culla il Bambinello. Faccio outing: non sono un bigotto, ma un mondo che considera il presepe un’imbarazzante seccatura non mi piace per niente. È Natale, fatemi scendere.




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Il bunga bunga del pm che indaga sul Cavaliere

di Stefano Zurlo



Show Idv a Bologna contro il "dittatore" Berlusconi. Con Di Pietro, Fo, Vauro e Travaglio ci sarà anche Ingroia, il magistrato che a Palermo sta curando l’inchiesta sulla presunta trattativa tra il premier e Cosa nostra nel 1993



 
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Bologna
- Lo spettacolino si annuncia scoppiettante fin dal titolo: «Il dittatore del bunga bunga». Con tanto di fotomontaggio di Berlusconi, in mano una maliziosa banana e in testa un berretto alla Fidel Castro come il Woody Allen dittatore di Bananas, e logo dell’Italia dei valori che ha inventato la performance. L’appuntamento è per venerdì 10 dicembre al Paladozza di Bologna con un trenino di politici-penne-toghe da prima serata e audience alle stelle. Ci sarà Antonio Di Pietro e ci sarà Marco Travaglio, presentato come «la penna più irriverente d’Italia», ma al loro fianco si cimenterà con l’arduo tema della manifestazione anche un peso massimo della magistratura come Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo.

Per la verità, i magistrati protagonisti dell’evento saranno due: oltre a Ingroia prenderà la parola anche Bruno Tinti, il fortunato autore del pamphlet Toghe rotte, ma Tinti, proprio per evitare cortocircuiti e per non prestare il fianco a critiche, ha da tempo lasciato la professione. Ingroia invece è in servizio; non solo: è il titolare della delicatissima inchiesta sulla trattativa fra lo Stato e Cosa nostra per fermare le bombe, è il pm che ha ricevuto da Massimo Ciancimino il famigerato papello con le richieste dei corleonesi, ha rappresentato l’accusa al processo Dell’Utri (in primo grado), insomma si occupa di Arcore e dintorni da molti anni oltre a seguire e inseguire tanti altri misteri italiani: è stato lui, per esempio, a riesumare recentemente i resti, presunti, di Salvatore Giuliano per accertare una volta per tutte l’identità del corpo sepolto nel 1950, fra misteri e chiacchiere, nel cimitero di Montelepre.

In sostanza, Ingroia è uno dei pm che da tempo stringono d’assedio Palazzo Chigi e il Cavaliere. Legittimo. Ma fa una certa impressione scoprire che Ingroia prosegue con altri mezzi e su un altro palcoscenico l’attacco sferrato al Cavaliere nelle aule di giustizia. Al mattino s’indaga, la sera si gioca fra satira, musica, giornalismo. Sfruttando un sontuoso parterre: Di Pietro, Travaglio e Ingroia. Ma non solo: ci sarà anche Sergio Rizzo, il giornalista anticasta del Corriere della sera e poi Vauro, con le sue vignette puntute, e il nobel della letteratura più militante della storia, Dario Fo. E ancora, il comico Antonio Cornacchione e il cantautore Andrea Mingardi.

A condurre le danze ci penserà un giornalista navigato come David Parenzo, scattante volto della tv, che cercherà il giusto mix fra gli ospiti e i temi, «ripercorrerà - come dicono gli organizzatori - gli ultimi quindici anni di storia italiana analizzando il degrado etico-morale di cui è stato vittima il nostro Paese», seguirà il filo indicato dal chilometrico titolo: «Il dittatore del bunga bunga. Lui va, io resto...»

Dunque, Ingroia, che scava sui molti misteri italiani del lungo dopoguerra - dalla morte di Mauro De Mauro ai rapporti con la mafia di Bruno Contrada - sarà una delle voci che daranno fuoco alle polveri. Per carità, esiste una trentennale tradizione militante di parte della magistratura italiana che da sempre si concepisce come contropotere. Basterà ricordare Nicoletta Gandus, il giudice del processo Mills che non perde occasione per criticare sul web, in corteo o nei dibattiti il governo Berlusconi. Sulla carta il magistrato ha tutto il diritto, come ogni altro cittadino, per far sentire le sue opinioni antipremier, ma se poi la stessa voce legge in aula la condanna ad un avvocato coimputato del presidente del Consiglio, ecco che qualcosa non quadra. Siamo al cortocircuito, all’invasione di campo, alla guerra fra diversi pezzi dello Stato.

Soprattutto il magistrato - il pm e ancora di più il giudice - rischia di perdere quella credibilità e quell’autorevolezza che gli derivano dall’essere sganciato dalla cronaca, dalle passioni della politica e dagli altri poteri dello stato.
I tribunali sono abitati invece da alcuni giudici che l’opinione pubblica considera, a torto o a ragione, leader dell’opposizione: con una mano scrivono le requisitorie, con l’altra saggi e acuminati interventi che trovano sponda nelle parole dei leader, da Di Pietro a Bersani. Ingroia e il suo collega Roberto Scarpinato avevano partecipato, a settembre dell’anno scorso, al forum di lancio del quotidiano ultragiustizialista il Fatto e sempre il prolifico Ingroia ha firmato l’anno scorso un libretto brillante, ricco di spunti e polemico con il governo sin dal titolo: «C’era una volta l’intercettazione». Risultato, paradossale: il testo del pm siciliano è a disposizione dell’opinione pubblica, la legge non c’è ancora.

Piccola accortezza, l’Italia dei valori annuncia che Ingroia non sarà sul palco, con gli altri relatori, ma verrà intervistato in precedenza e risponderà in solitudine alle domande su legalità e illegalità. La sostanza non cambia. E la diretta, su siti e tv, amplificherà il messaggio. In fondo non hanno tutti i torti quelle toghe di Magistratura democratica che si concepiscono come la vera opposizione al berlusconismo. Anche perché la sinistra, in parlamento, non fa certo faville.



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Vendola toglie soldi agli studenti e li dà ai politici

di Bepi Castellaneta


Due milioni e 600mila euro stanziati per l’acquisto di libri saranno spesi invece per vitalizi e liquidazioni: così il governatore pugliese paga gli 8 consiglieri non rieletti ad aprile. Sbalordito il sindaco pd di Bari: "Se è vero c’è da mandare al diavolo tutti"



 


Bari
- Il vitalizio non può attendere. E così per fronteggiare questa inderogabile emergenza sociale e pagare quindi le liquidazioni agli otto consiglieri che non sono stati rieletti ad aprile, la Regione Puglia decide di attingere ad altre risorse. La strada scelta dalla giunta guidata dal governatore Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà e aspirante candidato premier del centrosinistra, è quella di una variazione di bilancio che azzera la disponibilità «di competenza» dei fondi dedicati all’acquisto di libri di testo per gli studenti. Una mossa che ha innescato accese polemiche, anche perché tutto ciò avviene proprio mentre proseguono le proteste contro la riforma universitaria del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini.

L’obiettivo della Regione Puglia è quello di garantire liquidazioni e vitalizi, che tra l’altro da queste parti sono i più alti d’Italia. Insomma, per i delusi delle urne, e cioè per i consiglieri regionali che hanno dovuto ingoiare il rospo della mancata rielezione nell’aprile scorso, si profila un Natale consolatorio niente male, visto che la giunta è riuscita a mettere insieme due milioni e seicentomila euro attraverso il fondo di riserva.

La cosa non è passata inosservata, neanche a sinistra. Al punto che il sindaco di Bari, Michele Emiliano, presidente regionale del Pd, è intervenuto sulla vicenda attraverso Facebook. E non ha usato mezzi termini. «Voglio sapere – si legge sulla sua bacheca online - se questa cosa è vera. Se così fosse ci sarebbe davvero da mandare tutti al diavolo»; e ancora: «Spero di riuscire ad avere una risposta dall’assessore del mio partito. Non è sempre facile avere risposte, neanche per me», aggiunge il primo cittadino.

Ma dalla Regione respingono le accuse e si difendono: spiegano che si tratta solo di un passaggio tecnico; i soldi non sono stati sottratti a nessuno perché ad agosto è stato fatto un accordo con il ministero che eroga direttamente quel contributo; sempre dalla Regione precisano inoltre che su quel capitolo non c’era disponibilità di cassa ma soltanto una certa cifra iscritta come «competenza». E aggiungono che le somme prelevate dai fondi per il diritto allo studio saranno liquidate già a partire dal 2 gennaio.

In poche parole secondo la giunta pugliese non ci sarebbe nulla di cui preoccuparsi. Sarà. Ma rimane il fatto che gli studenti dovranno attendere, mentre i politici rimasti fuori dall’aula consiliare possono dormire sonni tranquilli: il vitalizio è salvo. E si tratta di cifre che sono piuttosto cospicue. La Puglia è infatti l’unica regione d’Italia che assegna ai consiglieri uscenti un assegno annuale che arriva fino al 90 per cento dell’indennità di carica più una somma di fine mandato pari a un anno di stipendio per ogni legislatura in servizio. Fatti i conti la pensione mensile può raggiungere anche 10.400 euro lordi.

L’assessore regionale a Bilancio e Programmazione, Michele Pelillo, Pd, getta acqua sul fuoco. «È incredibile l’accusa che ci viene rivolta di aver utilizzato i fondi per i libri di testo per pagare le liquidazioni dei consiglieri regionali non rieletti», scrive in una nota spiegando di aver chiesto al governo «di versare quei fondi direttamente ai Comuni per pagare i libri». Pelillo tiene a ribadire che «una posta di bilancio regionale, per competenza e non per cassa, è risultata inutile perché non utilizzata».

E «con l’ultimo assestamento di bilancio, sostiene ancora, «abbiamo utilizzato la competenza di quel capitolo per altre necessità». L’assessore sottolinea che si è trattato di un «adempimento tecnico» e non risparmia una stoccata a Emiliano: «Evidentemente – scrive – il sindaco di Bari, forse disinformato, non deve essersi accorto che il suo Comune ha già ricevuto direttamente dal governo centrale circa 560mila euro per i libri di testo, ovvero quanto gli spettava».

Le precisazioni non hanno però spento le polemiche. Che si aggiungono a quelle sorte qualche giorno prima per una delibera della giunta che riserva un’altra gradita sorpresa natalizia a consiglieri e assessori regionali. I quali, nel nome di un aggiornamento sempre più tecnologico, avranno la possibilità di scegliere se accontentarsi di un tradizionale personal computer o se invece ricorrere all’iPad, il nuovo gioiellino dell’informatica.




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Mai fidarsi dei sondaggi

Il Messaggero


di Piero Mei


La città di Spokane, duecentomila abitanti, nello stato di Washington, sta diventando una celebrità per gli appassionati di YouTube: un video mostra un semaforo, naturalmente rosso, che fa il gesto del dito medio ai passanti.



Sarebbe successo (il condizionale è d’obbligo con tutti i Wikileaks e le bufale che pascolano nelle rete e sulla terra) un ingorgo di neve: la neve intelligente. Cadendo opportunamente, infatti, i fiocchi avrebbero coperto e reso invisibili le falangi delle altre quattro dita, lasciando trionfante il medio. Simbolicamente il gesto avrebbe voluto farlo anche il sindaco di Londra ai grandi elettori della Fifa, la federazione mondiale di calcio, che alla candidatura inglese hanno preferito quella russa per i mondiali del 2018.

Immediata la vendetta: il colonnello Blatter, presidente della Fifa, non sarà più ospite della città di Londra in un albergo a cinque stelle durante i Giochi Olimpici del 2012. L’invito è stato prontamente ritirato. Il colonnello se ne farà una ragione: è membro del Comitato Internazionale Olimpico e dunque invitato di diritto. Un retroscena della scelta russa intanto fa meditare sulle certezze in caso di votazioni: il principe William e David Beckham, testimonial inglesi, avevano ricevuto assicurazioni di voto favorevole da cinque dei 22 elettori, rivela la Bbc. Poi, alla prova dell’urna, i voti a favore sono stati soltanto due. Mai fidarsi dei sondaggi preventivi e dei promessi voti...




Sarebbe successo (il condizionale è d’obbligo con tutti i Wikileaks e le bufale che pascolano nelle rete e sulla terra) un ingorgo di neve: la neve intelligente. Cadendo opportunamente, infatti, i fiocchi avrebbero coperto e reso invisibili le falangi delle altre quattro dita, lasciando trionfante il medio. Simbolicamente il gesto avrebbe voluto farlo anche il sindaco di Londra ai grandi elettori della Fifa, la federazione mondiale di calcio, che alla candidatura inglese hanno preferito quella russa per i mondiali del 2018.

Immediata la vendetta: il colonnello Blatter, presidente della Fifa, non sarà più ospite della città di Londra in un albergo a cinque stelle durante i Giochi Olimpici del 2012. L’invito è stato prontamente ritirato. Il colonnello se ne farà una ragione: è membro del Comitato Internazionale Olimpico e dunque invitato di diritto. Un retroscena della scelta russa intanto fa meditare sulle certezze in caso di votazioni: il principe William e David Beckham, testimonial inglesi, avevano ricevuto assicurazioni di voto favorevole da cinque dei 22 elettori, rivela la Bbc. Poi, alla prova dell’urna, i voti a favore sono stati soltanto due. Mai fidarsi dei sondaggi preventivi e dei promessi voti...


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