sabato 4 dicembre 2010

Italia rifiuta i Canadair agli israeliani: aerei fermi, piloti da mesi senza stipendi

Il Messaggero



di Carlo Mercuri


ROMA (4 dicembre) - Il premier israeliano Netanyahu, per domare le fiamme che devastano il monte Carmelo, ha chiesto aiuto all’Italia. Il nostro Paese dispone infatti di una delle più grandi flotte di aerei-antincendio del mondo, ben 19 Canadair, fiore all’occhiello della Protezione civile di Guido Bertolaso. Netanyahu ha dunque giustamente domandato all’Italia, ma l’Italia ha risposto di no. Verremmo volentieri, è stato detto agli israeliani, però siamo rimasti senza aerei. Ma com’è possibile? Di 19 aerei non ce n’è uno che voli? E’ proprio così e per sciogliere il rebus conviene fare un passo indietro.

La storia dei 19 Canadair. La Protezione civile, s’è detto, è proprietaria dei 19 velivoli antincendio. La gestione degli aerei (piloti e personale addetto alla manutenzione) è stata però affidata a una società esterna, la “Sorem”, di proprietà dell’imprenditore Giuseppe Spadaccini, attualmente in galera. Spadaccini è accusato di evasione fiscale per 90 milioni tramite la costituzione di false società con sede all’estero. La società di Spadaccini ottenne dalla Protezione civile di allora (il direttore era Franco Barberi) l’appalto della gestione dei Canadair dopo una trattativa privata. La società si aggiudicò la gestione dei Canadair senza avere né piloti né strutture manutentive né particolari esperienze da esibire. Vinsero e basta. E poi s’organizzarono. Soltanto fino al 2006, secondo i dati della Corte dei Conti, la “Sorem” incassò per le operazioni antincendio ben 170 milioni di euro. Bertolaso provò pure a scrollarsi di dosso la società di Spadaccini, manifestando l’intenzione di non rinnovarle il contratto con lo scopo di indire invece una gara europea, ma ebbe partita persa. La “Sorem” si vide confermata la gestione della flotta della Protezione civile fino al 2014. Poi l’improvviso patatrac.

Gli aerei a terra. Con l’arresto di Spadaccini e con la sua conseguente dichiarazione di non essere più in grado di garantire il rispetto delle norme, il contratto con la Protezione civile è stato risolto nell’ottobre scorso. Da allora i 19 aerei giacciono immoti negli hangar dell’aeroporto di Ciampino e trecento famiglie (di piloti e tecnici) sono senza stipendio da tre mesi. Un aereo, si sa, se non vola si guasta più facilmente e tenere fermi 19 velivoli significa mandare sicuramente al macero un patrimonio di 400 milioni. «E dire che l’estate scorsa - afferma Francesco Morgante, uno dei piloti rimasti a terra - l’attività dei Canadair italiani è stata premiata dalle Autorità russe, grate per il lavoro prestato da due dei nostri velivoli per lo spegnimento di circa 800 incendi nei boschi». Ieri la gratitudine dei russi, oggi il rammarico degli israeliani.

Il salvataggio difficile. Dalla fine dell’estate ad oggi il governo non è stato in grado di tornare a fare volare la sua flotta antincendio. La soluzione più semplice e risparmiosa, quella di mettere sui Canadair i piloti dell’Aeronautica militare (in modo da permettere loro pure di fare quell’addestramento che non riescono più a fare) è stata bocciata lo scorso anno perché i Vertici militari non l’hanno ritenuta acconcia; un piano di salvataggio proposto dall’amministratore giudiziario nominato dalla Procura di Pescara è fallito; un progetto della stessa Protezione civile che prevedeva l’approvazione di un decreto-legge non è riuscito a superare il filtro legislativo perché in palese contraddizione con alcune norme. E per fortuna che siamo in inverno, tra l’altro particolarmente piovoso quest’anno («Ma ci sono molti incendi anche d’inverno, sa?», dice il pilota Morgante), perché sarebbe stata una ben magra figura di assistere impotenti al divampare qua e là dei focolai con la più grande flotta antincendio del mondo costretta a terra.

L’ultima puntata. L’ultima puntata del racconto è quella odierna. Piloti e tecnici sono ancora senza stipendio, le segreterie dei sindacati di categoria hanno scritto al presidente della Repubblica per informarlo che «il Paese è rimasto senza lo scudo dell’antincendio». Qualcosa, però, si sta muovendo. Il Dipartimento della Protezione civile ha pubblicato un bando per l’affidamento per un anno della gestione della flotta aerea. Nel bando, stavolta, si legge che è richiesta «un’adeguata struttura organizzativa» e «una specifica e comprovata esperienza» nella gestione dei Canadair. L’appalto è del valore di 50 milioni l’anno e il soggetto che se lo aggiudicherà si dovrà avvalere del personale rimasto senza stipendio della società “Sorem”. Pare che la vicenda dovrebbe sbloccarsi entro la fine dell’anno. Permettendo a tutti di festeggiare il Natale davanti al fuoco di un caminetto. Con sicurezza e tranquillità.





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Ecco i documenti di Wikileaks: "Bersani onesto e intelligente"

La Stampa


I giudizi di Berlusconi sul rivale nel colloquio con l'ambasciatore
americano svelato da Assange





ROMA

Una persona «diretta», «onesta» e con un intelletto «di alto livello». È questo il giudizio che il premier Silvio Berlusconi dà del suo avversario politico Pierluigi Bersani, leader del Pd, secondo quanto emerge da un cablogramma del primo gennaio 2010, inviato dall'ambasciata degli Usa a Roma e firmato dall'ambasciatore David Thorne. Nel documento l'ambasciatore descrive la sua visita al premier dopo l'aggressione subita a Milano da Massimo Tartaglia nel dicembre 2009.

Thorne incontra Berlusconi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E si parla anche di politica interna, in particolare dell'opposizione. «Berlusconi e Letta hanno dimostrato un grande rispetto per i leader dell'opposizione. Berlusconi ha lodato il leader del Pd, Bersani», si legge nel cablogramma. E Letta, «separatamente, ha anche elogiato l'ex premier (e arcirivale) Massimo D'Alema che ha agito mostrando coraggio e integrità durante la crisi dei Balcani prendendo alcune decisioni molto dure».


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RUEHFL/AMCONSUL FLORENCE IMMEDIATE 3953
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RUEHNP/AMCONSUL NAPLES IMMEDIATE 4177

Friday, 01 January 2010, 15:02
C O N F I D E N T I A L SECTION 01 OF 03 ROME 000001
SIPDIS
EO 12958 DECL: 01/01/2020
TAGS PREL, PGOV, PINR, IT
SUBJECT: VISITING WITH A RECUPERATING BERLUSCONI
ROME 00000001 001.2 OF 003
Classified By: Ambassador David H. Thorne. Reasons 1.4 (b) and (d).
¶1. C) Summary: The Ambassador visited recuperating Prime Minister Silvio Berlusconi at his Lombardy estate for a private luncheon December 30. The Ambassador had suggested he visit Berlusconi after the Prime Minister was assaulted at a Milan rally in mid-December. Accompanied by Gianni Letta, the Undersecretary in the Prime Minister’s office and effectively Berlusconi’s second in command, Ambassador flew up for the meeting on the Prime Minister’s plane. Bandaged and bruised from the December attack, Berlusconi was nonetheless upbeat and eager to show off his new project for training Italy’s elite and share his thoughts on European leaders and domestic politics. Berlusconi was effusive about U.S.-Italian relations and Letta promised action on roping in ENI operations in Iran and pushing ahead on Megaports. End Summary

The Recuperating Prime Minister
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¶2. C) Following the Ambassador’s call to Gianni Letta suggesting the Ambassador visit the Prime Minister during his recuperation, Letta, the Undersecretary in the Prime Minister’s Office, invited Ambassador Thorne to accompanied him to Milan on December 30 for a private afternoon with the Prime Minister. The three hour session, held in Italian, involved only the Prime Minister, Letta and the Ambassador, and included a visit to Berlusconi’s latest endeavor, a private training school for Italy’s elite, and a wide-ranging lunch with the two top decision makers in the Italian government.

¶3. C) Berlusconi was still bandaged and scarred from the assault in early December where a mentally unstable man hurled a die cast model of Milan’s cathedral at his head. Berlusconi noted that the missile had struck a glancing blow to his cheek, cutting him, breaking his nose and some of his teeth, but if it had hit him straight on “it would have killed” him. Letta recounted separately that Berlusconi had slumped into a depression following the attack - “he’s an impresario, he wants everyone to love him “ - but that had snapped out of it and was on the mend. Letta also noted that their tour of Berlusconi’s new project site was the Prime Minister’s first excursion outdoors since his release from the hospital.

U.S.-Italy: A Prized Relationship
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¶4. C) In luncheon discussions, Berlusconi unabashedly stated that he prized Italy’s relationship with the U.S. and that his government stood ready to help us, whatever the issue. He noted that Italy owed the United States a debt of gratitude for salvation during World War II, and for protection throughout the Cold War. On Afghanistan, basing issues, and other tough problems, Italy was committed to helping the U.S. get to the right solution. He noted that he hoped that the Italian increase in Afghanistan would help President Obama and address the situation on the ground.

Berlusconi on European Leaders
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¶5. C) The Prime Minister and Letta also gave their run down of current European political leadership. Berlusconi assessed that Sarkozy’s star was clearly waning in European circles and that the French President did not command the same influence he did a year ago. Letta was less convinced, noting to the Ambassador that both Berlusconi and Sarkozy were “big dogs angling for the same spotlight.” Berlusconi recounted how he had played an instrumental role in the Spring in persuading a reluctant Erdogan to accept Danish PM Rasmussen as the new NATO Secretary General, overcoming the Turkish President’s profound irritation at Rasmussen for not silencing Kurdish language radio stations despite numerous requests. On Russia, Berlusconi felt that Putin and Medvedev got along well, respected each other, and had an effective relationship. In fact, farewells after lunch were unexpectedly cut short by an incoming call from Putin.

Iran: Appalled by violence, Will try to rope in ENI
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¶6. C) On Iran, Berlusconi noted that he was appalled by the Iranian crackdown. He offered the capabilities of the Italian intelligence services and assured full sharing of information gathered on the internal dynamics in Tehran. Letta, as the supervising authority over Italy’s intelligence services, assured the Ambassador of a continuation of our

ROME 00000001 002.2 OF 003
already excellent bilateral cooperation on the issue. Letta also promised that he would talk to ENI CEO Scaroni about the energy giant’s ongoing operations in Iran and, if he could, persuade them to halt activities. Megaports - GOI to determine POC
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¶7. C) In response to the U.S. request to move forward on Megaports, Letta told the Ambassador that the issue would be discussed at the Council of Ministers meeting on January 8 and that they would be in contact soon thereafter to convey which ministry would have lead in the GOI for implementing the project and as such be the primary interlocutor for our Embassy.

Italy’s Courts - Problem Number One -----------------------------------
¶8. C) Berlusconi forthrightly identified the magistratura - Italy’s judiciary and courts -- as Italy’s “biggest problem” and told the Ambassador that he was ready to forge an alliance with the center left opposition to implement judicial reform. He noted that a legal system where issues were never definitively resolved -- where you can be absolved of a crime and yet have the case resurrected later - sapped Italy’s political and economic system. He argued that this is what has happened in his own case, where he has been cleared in the past but the same charges keep on returning repeatedly. He said that he had allies in the opposition on the need for reform, including PD Leader Bersani. Letta cautioned the government won’t know if it has the clout to deliver on such an idea unless it secures a decent showing in regional elections in March 2010.

Smart Guys in the Opposition
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¶9. C) Berlusconi and Letta displayed a great deal of respect for opposition leaders. Berlusconi praised the Democratic Party Leader, Pier Luigi Bersani as a “straight shooter” who was fair with a top rate intellect. Separately Letta was also complimentary about former Prime Minister (and archrival) Massimo D’Alema who he credited with showing courage and integrity during the Balkans crisis and taking some very tough decisions. Letta noted that D’Alema’s prickliness and “smartest guy in the room” demeanor made dealing with him a chore, but acknowledged his judgment and political effectiveness, which was why Berlusconi backed him for the EU Foreign Minister position despite their differences. Letta told the Ambassador that he did not have a clear judgment on how DiPietro will play in domestic politics and looked forward to future conversations. On other domestic political issues, Letta thought that the current estrangement between the governing PDL party and Sicilian President Lombardo was a minor issue and they would patch it up quickly.

Worried about a flat 2010
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¶10. C) Both Berlusconi and Letta expressed concern about the limited prospects for economic growth in 2010. Berlusconi thought that Italy had weathered the past year of the financial crisis fairly well but thought it would be a challenge to produce enough growth in 2010 to start replacing jobs lost. The Prime Minister was less concerned that a financial meltdown in Greece would have EU-wide impact. He said that he had a good relationship with Greek PM Papendreou and was confident that he could right the situation.

New Media - Important for Liberty
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¶11. C) In response to the Ambassador’s questions to the Prime Minister about the role of the internet, Berlusconi shot back “it’s important for liberty.” New media - particularly Facebook which has been instrumental in the past month in organizing a national “No Berlusconi Day” and more controversially in continuing to host “Kill Berlusconi” pages - has vexed the GOI, - but the Prime Minister stated that he felt the evolving media was both critical to the future and also to the preservation of liberty. But he felt there needed to be better tuned controls to prevent the most extreme use of the new outlets.

The Berlusconi Leadership Academy
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¶12. C) The Prime Minister commenced the visit by personally ROME 00000001 003.2 OF 003 conducting a guided tour of his most recent project, a private academy to train Italy’s brightest young minds. Berlusconi led Letta and the Ambassador on a personal tour of a newly rehabbed Lombardy estate that will serve as the home of the enterprise. The completely renovated 17th century country mansion, Villa Gernetto, will house a special school set to open in March for one hundred of Italy’s most talented young leaders, completely funded from Berlusconi’s personal fortune. The Prime Minister intends to choose the students himself and he envisions an environment where Italy’s best and brightest live and study, taught by world leaders “like Blair and Clinton.”

Comment
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¶13. C) The Ambassador’s intimate afternoon with Italy’s two top decision makers was both a testament to the priority Berlusconi gives the U.S.-Italy relationship but also perhaps a sign that the GOI has achieved its long-sought level comfort and ease with the Obama administration. It is also a dividend of the Ambassador’s cultivation of the relationship with Letta, which has opened up a personal channel to the Prime Minister. The Italian press coverage of the following day clearly took this message from what they viewed as an extraordinary private session. The Prime Minister was clear that he expects to be called upon to deliver for the U.S., which he will do out of principle, not self-interest. Despite being given numerous openings, neither the Prime Minister nor Letta asked for anything from the U.S. during the lengthy luncheon. A striking aspect of the session was Letta’s clear position as co-regent, with Berlusconi deferring regularly to his colleague and with Letta airing opposing points of view to his boss during the luncheon. THORNE



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Ragazzo muore durante un'operazione, i genitori aggrediscono medici

Corriere della sera

Il giovane, 29 anni, deceduto durante un intervento per l'asportazione della milza. Interviene la polizia

SAN FILIPPO NERI




ROMA - Hanno aggredito l'equipe medica che ha operato il figlio quando hanno appreso che questi era morto nel corso dell'intervento chirurgico al quale era stato sottoposto. È accaduto questa mattina all'ospedale romano San Filippo Neri. I genitori aspettavano nella sala d'attesa l'esito dell' intervento chirurgico di asportazione della milza. Intorno alle 10 un primario dell'ospedale si è avvicinato dando loro la tragica notizia della morte del giovane, M.P, 29 anni. I genitori, secondo quanto si è appreso, hanno allora aggredito il medico e l'anestesista e l'infermiere che facevano parte dell'equipe dell' operazione. Sono intervenuto agenti del posto di polizia.

«PATOLOGIA EMATOLOGICA» - «Quando il chirurgo, l'anestesista e un infermiere - ha spiegato il direttore sanitario dell'ospedale, Lorenzo Sommella - sono andati a comunicare la notizia, naturalmente con tutto il tatto richiesto dal caso, sono stati colpiti in maniera abbastanza violenta: due di loro hanno avuto una prognosi inferiore a 10 giorni e l'altro una frattura al naso. Il ragazzo era un malato grave, affetto da una patologia ematologica congenita e quindi c'era anche un rischio chirurgico e anestesiologico molto serio». Secondo il racconto del direttore sanitario «è successo che in fase di avvio dell'anestesia, il paziente abbia avuto un evento acuto, non sappiamo di che natura e lo chiarirà l'autopsia, in seguito al quale è morto nonostante tutti gli specialisti presenti siano stati chiamati per effettuare, tempestivamente, tutti i tentativi per rianimarlo. Purtroppo non c'è stato niente da fare». Sommella valuta il gesto dei parenti del giovane deceduto «come espressione di un clima che non è positivo e non facilita in generale i rapporti tra i medici e i pazienti, e quindi anche il buon andamento del servizio sanitario nazionale».


Redazione online
04 dicembre 2010




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E intanto Assange tratta la resa con Scotland Yard

Corriere della sera

potrebbe finire in cella già in settimana. Ma il legale smentisce tutto

Chuck Norris è un Texas Ranger. Davvero

Corriere della sera


Nominato ufficialmente membro (onorario) delle forze dell'ordine texane alla presenza del governatore Perry

Il 70enne attore e' un vero fenomeno in rete

MILANO - Ridete pure ma fate attenzione altrimenti «un calcio rotante vi seppellirà!». Stavolta Chuck Norris, il muscolare attore del cinema d'azione hollywoodiano, è diventato davvero un Texas Ranger. L'icona televisiva dell'uomo che non deve chiedere mai è stato infatti nominato ufficialmente membro onorario delle forze dell'ordine texane alla presenza del governatore. Proprio come nella serie tv, insomma.





RANGER ONORARIO - I fan di Norris direbbero che prima della cerimonia - svoltasi giovedì a Garland, poco distante da Dallas -, «ha contato fino all'infinito. Per due volte». Poi aggiungerebbero che si è presentato in perfetto orario nell'ufficio del governatore Rick Perry, sebbene «Chuck Norris non porti l'orologio. Decide lui che ora è». Esagerazioni e non-sense che arrivano dai «Fatti di Chuck Norris»: battute, motti e freddure dedicati all'attore che da quasi cinque anni è diventato un cult, in rete e in libreria (quattro i volumi già pubblicati finora). Basta guardare ai numeri e ai commenti di www.welovechucknorris.it per capire le dimensioni del fenomeno (LEGGI ALCUNI DEI "FACTS" PIU' DIVERTENTI). Fenomeno che in Italia continua a macinare ascolti: ogni sera il telefilm Walker Texas Ranger incolla ai teleschermi di Rete 4 una media di oltre 1,7 milioni di fedelissimi telespettatori. E questo nonostante la serie si sia conclusa quasi dieci anni fa. Ora però, il settantenne specializzato in arti marziali e veterano dell'Air Force, è ufficialmente un membro dei cosidetti Texas Rangers, l'unità speciale della polizia dello stato americano: l'attore è stato insignito del titolo onorario dal governatore del Texas per «aver così ben interpretato i valori che contraddistinguono il comportamento degli appartenenti a questo corpo di supporto alla legge». Il ranger di Norris è sotto ogni aspetto «consapevole, attento e meritevole», ha spiegato il repubblicano Perry che ha nominato Texas Rangers ad honorem anche il 59enne fratello minore Aaron, coordinatore degli stunt-men e coproduttore della serie televisiva.


POLITICA E LIBRI - Chuck Norris da qualche anno ha lasciato il piccolo e grande schermo per dedicarsi alla famiglia. Ciononostante, «ritornando indietro nella vita non cambierei nulla», ha spiegato l'attore. Politico conservatore, spesso ha difeso le opinioni condivise dal partito repubblicano, nel 2007 si è schierato al fianco di Mike Huckabee, potente ex governatore dell'Arkansas, nella campagna elettorale per le presidenziali americane. Recentemente ha prestato il suo volto per la pubblicità alla compagnia telefonica della Repubblica ceca. Lo scorso anno, invece, è uscito nelle librerie il suo "The Official Chuck Norris Fact Book: 101 of Chuck's Favorite Facts and Stories".


Elmar Burchia
04 dicembre 2010



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Legge antimafia per i nomadi Via i beni al disoccupato ricco

Corriere della sera


Treviso, la procura sequestra un milione a un pregiudicato. Aveva quattro case, otto auto e contanti ma risultava nullafacente tanto da avere diritto a una casa Ater





TREVISO – Pluripregiudicato, nullafacente e povero in canna, tanto da vivere in un alloggio Ater. Questo sulla carta perché in realtà vantava un patrimonio milionario. E’ questo l’identikit di un 60enne, appartenente alla nota famiglia nomade Hudorovic che, primo in provincia di Treviso, è incappato in un provvedimento di prevenzione patrimoniale di quelli che solitamente si applicano ai mafiosi. L’uomo, infatti, si è visto sequestrare case, auto e contanti dai carabinieri che, dopo un anno e mezzo di indagini, hanno messo in luce l’incongruenza tra la sua condizione di nullafacente e disoccupato e il suo patrimonio.



Il sequestro è stato disposto dal Procuratore Capo della Repubblica di Treviso Antonio Fojadelli: «La legge è quella che generalmente si applica nei confronti delle associazioni criminali di stampo mafioso ma che prevede anche la possibilità di agire sui singoli che, dediti commettere reati vivano con i proventi di tali attività delittuose. E quindi nei confronti di chi, pur avendo nella propria disponibilità patrimoni consistenti non è in grado di giustificarne una lecita provenienza. Esattamente ciò che è successo con il 60enne che addirittura viveva in un alloggio Ater». Nella giornata di ieri una task-force di carabinieri è intervenuta in città e in provincia per mettere sotto sequestro: 4 immobili, 3 roulotte, 8 auto tra cui alcune di lusso, conti correnti e libretti di risparmio per circa 200 mila euro. Un patrimonio stimato in circa 1 milione di euro che sarà adesso confiscato dallo Stato.



Milvana Citter
03 dicembre 2010(ultima modifica: 04 dicembre 2010)



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Lui è irregolare ma il parroco lo sposa con donna di Albenga "Vale pure per lo Stato"

Quotidiano.net


Fa discutere il matrimonio in chiesa tra un'italiana e un marocchino senza permesso di soggiorno. Il sacerdote: Sono due brave persone, spero che lui trovi presto un lavoro"


Genova, 4 dicembre 2010 - "E' stata applicata la legge". Così il sindaco di Albenga, Rosy Guarnieri (Lega Nord), commenta il caso del matrimonio celebrato in chiesa tra una trentanovenne cittadina di Albenga e un ventottenne marocchino non in regola con il permesso di soggiorno.


"L’uomo - spiega il sindaco - lavorava in Italia con un regolare permesso di soggiorno. Quando i due hanno deciso di sposarsi lui non era in possesso del rinnovo del permesso, non so per quale motivo. Quindi l’ufficiale di stato civile non ha accettato la trascrizione della richiesta di matrimonio. Un provvedimento introdotto di recente dal ministro Maroni prevede infatti che per la pratica matrimoniale entrambi gli aspiranti coniugi siano in regola con le norme sulla cittadinanza e sul soggiorno in Italia".


"I due - continua il Sindaco - si sono rivolti alla Chiesa, che non richiede questo adempimento. Hanno seguito l’iter richiesto, corso prematrimoniale e altre pratiche, e sono stati sposati. È avvenuto nei primi giorni di aprile, poco dopo il mio insediamento. Il matrimonio, naturalmente, in base alla legge, è valido anche per lo Stato italiano. A questo punto l’ufficiale di stato civile ha registrato l’atto". "Se è un modo per aggirare la legge Bossi-Fini non lo so - dice ancora il sindaco - non conosco la coppia".


Chi conosce i due sposi è don Berto Musso, arciprete della cattedrale, che ha celebrato il matrimonio. "In queste cose - spiega - andiamo con i piedi di piombo. Personalmente è il primo matrimonio del genere che ho celebrato, in passato abbiamo avuto altre richieste di questo tipo e non le abbiamo accettate".
"Quando i due - riferisce il sindaco- ci hanno chiesto il matrimonio in chiesa, subito abbiamo risposto di no. Poi sono tornati una seconda e una terza volta, li abbiamo conosciuti e abbiamo capito che non si trattava di un espediente per ottenere la cittadinanza italiana e si è deciso di celebrare il matrimonio. Sono due brave persone, spero che lui trovi presto un lavoro".




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Scrivete ai 45 traditori

Libero





La maggior parte di loro erano perfetti sconosciuti. Alla Camera ci sono arrivati solo ed unicamente perché sulla scheda, nel 2008, c'era scritto Silvio Berlusconi. Ora, capeggiati dal leader di Futuro e Libertà, Gianfranco Fini, vogliono sfiduciare un governo che nelle ultime consultazioni non ha vinto, ma stravinto.

Libero
oggi ha reso note le email - pubbliche - di tutti e 45 i deputati. I cittadini indignati dal ribaltone potranno così far sentire la loro voce ai diretti interessati. Potranno rivolgersi a quel gruppo di parlamentari che è pronto a sovvertire la volontà del popolo sovrano e ad affidare le chiavi di questo Paese a una maggioranza non legittimata dalle urne. Una maggioranza in cui, magari, si infilerà anche la sinistra. Un vero paradosso.

SCRIVERGLI E' SEMPLICE
- L'indirizzo email pubblico dei deputati segue questo formato: cognome_inizialenome@camera.it. Un esempio: bocchino_i@camera.it. Fate sentire la vostra voce


LA LISTA DEI 45


Italo Bocchino
Giulia Bongiorno
Luca Barbareschi
Benedetto Della Vedova
Fabio Granata
Chiara Moroni
Catia Polidori
Flavia Perina
Adolfo Urso
Andrea Ronchi
Roberto Rosso
Alessandro Ruben
Daniela Melchiorre
Daniele Toto
Giorgio La Malfa
Giorgio Conte
Claudio Barbaro
Luca Bellotti
Carmelo Briguglio
Antonio Buonfiglio
Giuseppe Consolo
Giulia Cosenza
Aldo Di Biagio
Francesco Divella
Donato La Morte
Nino Lo Presti
Roberto Menia
Silvano Moffa
Angela Napoli
Gianfranco Paglia
Carmine Patarino
Francesco Proietti
Enzo Raisi
Giuseppe Scalia
Maria Grazia Siliquini
Mirko Tremaglia
Gabriella Mondello
Roberto Commercio
Ferdinando Latteri
Angelo Lombardo
Carmelo Lomonte
Aurelio Misiti
Maurizio Grassano
Italo Tanoni
Paolo Guzzanti

04/12/2010




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Catturato a Cuernavaca «El Ponchis», baby killer 14enne

Corriere della sera

Edgar Jimenez Lugo, 14 anni, ha iniziato a uccidere
a 12 anni. È accusato di dozzine di omicidi



WASHINGTON – Edgar Jimenez Lugo, detto El Ponchis, il baby killer messicano, è stato catturato nella notte a Cuernavaca. Un reparto dell’esercito lo ha arrestato insieme a due delle sue sorelle mentre cercava di imbarcarsi su un aereo diretto a Tijuana. Da qui avrebbe dovuto raggiungere San Diego, la città della California dove vive la madre. El Ponchis, 14 anni, ha iniziato la carriera di sicario all’età di 12. Un boss, conosciuto come El Negro, lo ha arruolato dopo averlo «iniziato» alla droga. Il ragazzino ha sostenuto di essere stato costretto ad uccidere, «se mi fossi rifiutato mi avrebbero ammazzato». Ora si dice «pentito» di quello che ha fatto.

DOZZINE DI OMICIDI - Le autorità sono convinte che Edgar abbia partecipato a dozzine di omicidi: fonti non ufficiali parlano di 300 delitti, ma si tratta di cifre da prendere con cautela. Di certo c’è che il baby-killer si era specializzato nello sgozzamento dei nemici catturati e per ogni «contratto» riceveva circa 2500 dollari. Per l’esercito messicano El Ponchis faceva parte di una banda di minori – anche bimbi di 11-12 anni – inquadrata nel Cartello del Pacifico sud, organizzazione criminale vicina al clan Leyva. Al suo fianco c’erano le sorelle, le «Chabelas», che compongono una gang incaricata di trasportare in auto i killer, di spiare le mosse delle forze dell’ordine e di far sparire i corpi delle persone assassinate. El Ponchis è diventato famoso anche su Internet, visto che insieme ai suoi «amici» ha messo video e foto sulla rete per «celebrare» le sue imprese di assassino. Il Cartello del Pacifico sud è impegnato, da mesi, nel settore di Morelos in una battaglia contro i rivali della «Familia Michoacana» e i seguaci di «La Barbie», un padrino catturato e in attesa di estradizione verso gli Usa.

Guido Olimpio
03 dicembre 2010(ultima modifica: 04 dicembre 2010)

Toscana: polemiche per i «dottorini»

Corriere della sera


Problemi clinici minori che non hanno bisogno dell’intervento di un medico trattati da 42 infermieri

In Usa e Gran Bretagna è normale, in Italia c'è un esposto alla procura



FIRENZE – La sperimentazione, sei mesi in tutto, è già iniziata nei pronto soccorso di sei ospedali toscani. Nome ufficiale «see & treat», guarda e tratta. Soprannome ufficioso e un po’ malizioso «dottorini». Protagonisti 42 infermieri, tutti laureati a pieni voti e con alle spalle un corso ad hoc di 180 ore, pronti ad affrontare i problemi clinici minori, ovvero quei casi che non hanno bisogno dell’intervento di un medico ma che ogni giorno rallentano il funzionamento degli ospedali. Quali? Piccole ferite da taglio, abrasioni, contusioni, congiuntiviti, punture di insetti, morsicature di animali, piccole ustioni.

ESPOSTO - Negli Stati Uniti e in alcuni Paesi europei, come la Gran Bretagna, il «see & treat» è da anni una realtà consolidata e apprezzata. In Italia, invece, i primi esperimenti toscani hanno già provocato polemiche, un esposto alla procura della Repubblica per esercizio abusivo della professione medica, istigazione all’esercizio abusivo e omesso controllo, e una divisione tra ordini professionali favorevoli e contrari all’iniziativa. Il primo ospedale a far partire la sperimentazione, che per sei mesi vedrà gli infermieri affiancati a un tutor medico, è stato il Lotti di Pontedera. Poi i «dottorini» hanno accolto i pazienti nei nosocomi di Santa Maria Annunziata di Firenze, Misericordia di Grosseto, Valdelsa a Campostaggia di Poggibonsi, Spedali riuniti di Livorno e infine Misericordia e Dolce di Prato.

AVVIO - L’avvio è stato incoraggiante. «Siamo ancora nella fase di sperimentazione», spiega Danilo Massai, l’infermiere coordinatore del corso, «ma la gente sta apprezzando il servizio. Dopo sei mesi valuteremo quali sono stati i risultati e inizieremo con gli infermieri senza tutor medico». L’iniziativa è partita su sollecitazione dell’Ordine dei medici di Firenze. «Perché non solo aiuta ad affrontare meglio alcune situazione che non hanno bisogno dell’intervento medico», spiega il presidente Antonio Panti, «ma eleva la professionalità di medici e infermieri ed è un’iniziativa che va incontro alle esigenze dei pazienti».

CONTRARI - Ma se Firenze sponsorizza la piccola rivoluzione sanitaria, altri ordini si schierano contro. E c’è chi, come Bologna, ha presentato una denuncia alla magistratura. «Un breve corso di aggiornamento e una sperimentazione non possono modificare il profilo professionale di una persona», spiega Giancarlo Pizza, presidente dell’Ordine dei medici di Bologna, «quando si curano persone e si fanno atti medici è indispensabile personale medico. Questo prevede la legge che, se non si modifica, deve essere rispettata. Dopo aver presentato l’esposto alla procura di Firenze, abbiamo ricevuto l’adesione di molti ordini, tra questi Milano, Catania, Arezzo, Latina, Roma e l’elenco si sta allungando ogni giorno». Sorpresa della reazione degli ordini contrari all’iniziativa si dichiara l’assessore alla Sanità della Regione Toscana, Daniela Scaramuzza. «Sinceramente non capisco questo atteggiamento anche perché sono stati proprio i medici a sollecitarci a intraprendere l’iniziativa», spiega l’assessore, «questo nuovo approccio riduce le attese e la permanenza al pronto soccorso e consente al personale medico di dedicarsi alle vere urgenze e dunque assicurare un trattamento più tempestivo e adeguato».


Marco Gasperetti
04 dicembre 2010



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Cortina «vietata» per Lele Mora Il sindaco: «Il suo circo non è gradito»

Corriere della sera


Franceschi: «I suoi personaggi e il suo circo sono molto distanti dal nostro target»




BELLUNO - «Il signor Lele Mora e il suo circo, che frequentano Cortina da oramai 10 anni, sono persone non più gradite». Lo afferma il sindaco di Cortina d’Ampezzo, Andrea Franceschi risentito per l’annuncio di un veglione di Capodanno e di altri eventi promossi dal talent scout veronese in un albergo cortinese. Franceschi ricorda che «12 mesi fa lo stesso Mora era stato multato e allontanato per un abuso edilizio realizzato in pieno centro». In quel caso si trattava di una casetta di legno realizzata in pieno centro per raccogliere fondi per progetti umanitari in Bolivia. Franceschi, riferendosi ad una serie di pubblicità in internet, sottolinea di aver già preso contatti con i partner di Mora nella cittadina dolomitica. E che «oltre a ciò - avverte il sindaco che ha stigmatizzato le iniziative anche con il titolare dell’hotel che dovrebbe ospitare la festa - nel corso della prossima seduta di Giunta, proporrò di intraprendere un’azione legale per l’utilizzo improprio del marchio di Cortina che viene associato ad un evento che si svolgerà in buona parte fuori dai confini comunali e con dei personaggi molto distanti dal nostro target». (Ansa)


04 dicembre 2010





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Assange tratta l'arresto con Scotland Yard

Corriere della sera


Il fondatore di Wikileaks potrebbe finire in manette già la prossima settimana


MILANO - Julian Assange sta trattando con il suo legali l'arresto con Scotland Yard. Lo riporta il quotidiano inglese The Times, che riporta fonti della polizia britannica, secondo le quali il fondatore del sito Wikileaks potrebbe essere arrestato già la prossima settimana. L’Agenzia britannica per il crimine organizzato (Soca) ha ricevuto il nuovo mandato di arresto della Svezia con le accuse di stupro, molestie sessuali e coercizione nei confronti dell'avvocato australiano. L’agenzia avrebbe trasmesso il mandato di arresto a Scotland Yard, che è in contatto con i legali di Assange da oltre un mese e sa dove si trova il fondatore di Wikileaks. Nei giorni scorsi, il quotidiano Independent aveva precisato che Assange si era messo in contatto con le autorità britanniche al suo arrivo nel Paese, lo scorso ottobre. Secondo la stampa britannica, il fondatore di Wikileaks si troverebbe nel sud-est dell’Inghilterra.

FRATTINI - Sull'argomento Wikileaks torna anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini. «Le rivelazioni di Wikileaks possono mettere a repentaglio le relazioni internazionali, causando una pericolosa reticenza nelle discussioni e portare eventualmente a uno stallo nei negoziati, con conseguenze distruttive per le nostre prospettive di sicurezza», ha ribadito il capo della diplomazia italiana nel suo intervento al Manama Dialogue in Bahrein, foro internazionale sui temi della sicurezza regionale. «Quanto è accaduto con Wikileaks non può essere relegato al campo alla sfera delle semplici minacce alla sicurezza delle informazioni e delle comunicazioni. Ma è un attacco alla stabilità della comunità internazionale».


Redazione online
04 dicembre 2010




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Wikileaks, base Usa a Vicenza concessa interpretando gli accordi della Nato

Il Mattino

Lo Yemen voleva due navi italiane. Frattini: Hillary Clinton
ha promesso un maggior controllo sulle informazioni





ROMA (4 dicembre) - Gli Stati Uniti «sono seriamente intenzionati, come lo siamo noi, a monitorare la sicurezza delle informazioni, per evitare che in futuro degli attacchi così gravi al sistema diplomatico internazionale si ripetano». Lo afferma il ministro degli Esteri, Franco Frattini, riferendo del suo incontro col segretario di Stato Usa Hillary Clinton, avvenuto ieri sera, in occasione della inaugurazione del “Manama Dialogue”, la conferenza sulla sicurezza regionale che si sta svolgendo in Bahrein. Nel suo intervento alla conferenza la Clinton, parlando della questione Wikileaks, aveva detto che è «probabilmente impossibile avere reti completamente sicure con così tante informazioni che circolano 24 ore su 24», ribadendo però che gli Stati Uniti continueranno a rafforzare i propri sistemi di sicurezza.

Base Vicenza, Spogli alla Rice: sarà sede Africom. Pochi giorni dopo l’elezione di Barack Obama a presidente degli Usa, l’ambasciatore americano in Italia Ronald Spogli inviò a Condoleezza Rice, a quel tempo ancora segretario di Stato, una relazione sul progetto di realizzazione a Vicenza della nuova base statunitense. Il documento sarebbe servito a preparare Rice agli incontri con il premier italiano Silvio Berlusconi. In particolare la relazione spiegherebbe come l’assenso italiano alla nuova infrastruttura sia arrivato accettando l’interpretazione americana del trattato bilaterale sulla presenza statunitense in Italia legata alle attività Nato. Tra queste figurerebbe anche il lavoro relativo all’Africa Command (Africom) dipartimento americano della Difesa responsabile di operazioni con 53 Paesi africani, che pur con il comando a Stoccarda avrebbe individuato la sede vicentina come base operativa.

Yemen: l’Italia ci dia un paio di navi. Il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh in un incontro avuto il 2 gennaio scorso a Sanaa, in Yemen, con il comandante delle forze Usa in Afghanistan, generale David Petraeus, tra le tante avanzò anche questa richiesta: perchè gli Usa non si adoperavano «con Italia, Germania, Olanda, Giappone, Arabia Saudita e Emirati arabi per fare avere allo Yemen un paio di navi a testa?». Nel cablogramma l’ambasciatore americano in Yemen, Stephen Seche, il 4 gennaio 2010 informa Washington circa l’incontro tra Saleh e Petraeus in questi termini: «Sottolineando i problemi della Yemen nel combattere il traffico di armi e droga, Saleh ha detto al generale Petraeus che l’assistenza navale americana è insufficiente per coprire i circa 2.000 chilometri di coste dello Yemen».

Conservatori inglesi promisero un regime filo americano. La prima linea dei Conservatori britannici, alla vigilia delle elezioni generali che a maggio hanno portato David Cameron a Downing Street, hanno più volte promesso un “regime pro-americano” e l’acquisto di armi dagli Usa in caso di conquista del potere. È quanto emerge dai cablogrammi dell’ambasciata americana a Londra diffusi da Wikileaks e disponibili sul sito del Guardian, secondo cui, nonostante la posizione tanto favorevole da parte dei politici inglesi ai limiti della sudditanza psicologica, i dispacci diplomatici statunitensi rivelano un certo divertimento di fronte a quella che è definita la paranoia britannica per un rapporto cosiddetto speciale.

Sondaggio Usa: 60% cittadini vede impatto Wikileaks negativo. Il 60 per cento degli americani ritiene che la pubblicazione dei documenti segreti da parte del sito Wikileaks avrà un impatto negativo nei rapporti tra gli Stati Uniti e gli altri paesi, secondo un sondaggio della Tv Cbs. Comunque il 73 per cento degli intervistati ritiene che l’opinione pubblica non abbia il diritto di conoscere segreti relativi alla sicurezza nazionale mentre il 25 per cento è di opinione opposta ed il restante due per cento è incerto.




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Droga, assolta la «regina del Pacifico»

Corriere della sera


In Messico la donna, che viene da una famiglia di narcotrafficanti, è una sorta di eroina popolare

Gli Usa hanno chiesto l'estradizione - e' stata sposata anche con due funzionari di polizia


Sandra Avila Beltran
Sandra Avila Beltran
WASHINGTON – Insufficienza di prove. Con questa motivazione il giudice messicano Fernando Cordova Della Valle ha assolto Sandra Avila Beltran, 49 anni, la presunta narcotrafficante soprannominata la «regina del Pacifico». Per ora la donna rimane in prigione: su di lei pende una richiesta di estradizione da parte degli Usa. Sandra è nipote d’arte. Nel senso che è la nipote di Miguel Angel Felix Gallardo, detto il «padrino», una delle figure più importanti del Cartello di Sinaloa e attualmente in carcere. Un altro zio, Juan Quintero Payan, sconta una lunga pena negli Stati Uniti. Cresciuta in un ambiente contiguo alla criminalità, si è unita per amore e per affari con Juan Espinoza Ramirez, un trafficante colombiano conosciuto anche come «El Tigre». Insieme – secondo fonti statunitensi – avrebbe inviato tonnellate di cocaina verso il territorio Usa. Proprio la relazione con Ramirez ha permesso alla «regina» di ampliare i legami con le organizzazioni attive in Colombia per conto di Sinaloa.

Prima della love story con «El Tigre», Sandra ha avuto storie con altri due personaggi del cartello, Ismael Zambada e Ignacio Coronel, quest’ultimo ucciso qualche mese fa in uno scontro a fuoco. Ma nel suo letto – dicono con malizia – sono passati in tanti. Infatti, è stata sposata con due funzionari di polizia, entrambi eliminati in agguati. Sempre molto curata, elegante, con la passione per Chanel, abituata a vivere nel lusso, Sandra è stata arrestata nel 2007 con una spettacolare operazione delle forze dell’ordine messicane che l’hanno sorpresa in un ristorante di lusso thailandese. Durante il primo interrogatorio ha risposto sfrontata agli agenti: «Sono una casalinga che si guadagna da vivere vendendo vestiti e case. Sono in manette perché mi vogliono gli americani».


Un'altra immagine della «regina»
Un'altra immagine della «regina»
La sua storia ha appassionato i messicani ed è diventata tema delle ballate popolari – i famosi narco-corridos -, una delle quali composte dal gruppo Los Tucanes, anche loro sospettati di essere troppo vicini al grande crimine. Sandra Avila era stata catturata dopo una lunga inchiesta che aveva portato al sequestro di una gigantesca partita di coca a Manzanillo. E gli investigatori erano sicuri di avere incastrato lei e «El Tigre» grazie ad un’intercettazione fornita dagli americani. Nel frattempo il suo compagno è stato estradato negli Stati Uniti dove è stato inserito in un programma di protezione. La «regina», invece, è finita davanti al giudice che ha emesso il verdetto in suo favore e di «El Tigre»: sembra che non abbiano accertato con sicurezza che la voce registrata fosse davvero quella della donna. Un finale che non ha sorpreso molti osservatori che, fin dal primo giorno, avevano espresso dubbi sulle prove raccolte contro la «regina». Se gli americani la vogliono, dovranno davvero lottare.

Guido Olimpio
04 dicembre 2010



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Fli, ora il partitino punta a incassare 95 milioni

di Gian Maria De Francesco


Berlusconi li ha battezzati "piccoli imprenditori della politica". Ecco quanto prenderebbero i finiani, Casini e Rutelli in rimborsi elettorali se le rispettive liste racimolassero almeno il 6% dei voti. In tasca a deputati e senatori 35 milioni



Roma - I «piccoli imprenditori di piccoli partitini politici», co­me li ha definiti Silvio Berlu­sconi, magari non si impegne­ranno al massimo per il bene del Paese, ma sono imbattibi­l­i nella cura del proprio orticel­lo, machiavellicamente dedi­ti al particulare.

Quanto vale, infatti, un par­titino? In cinque anni di legi­slatura si possono incamera­re circa 95 milioni di euro che non faranno la fortuna del­­l’Italia, ma di ogni sedicente leader certamente sì. Si tratta di una stima parametrata su una formazione che riesca a conseguire il 6% alle elezioni politiche. Un valore che i son­daggi attualmente accredita­no all’Udc di Casini, all’Italia dei valori di Di Pietro e anche a Futuro e libertà di Gianfran­co Fini.

Ipotizzando che l’affluenza alla prossima chiamata alle ur­ne si attesti prudenzialmente attorno al 75%, il «partitino X» otterrebbe circa 2 milioni di voti alla Camera (47 milioni la base elettorale) e circa 1,9 mi­lioni di preferenze al Senato (43 milioni gli aventi diritto). Il rimborso per i cinque anni di legislatura elargito dalle Ca­mere di appartenenza dovreb­be pertanto attestarsi sui 28,5 milioni di euro. Una cifra co­munque ragguardevole consi­derato che i partiti tendono a spendere per le campagne elettorali importi di gran lun­ga inferiori a quelli che saran­no rimborsati.

Se non stringesse alleanze, il «partitino X» con un forte ra­dicamento territoriale ( ponia­mo a caso il Centro-Sud) po­trebbe, in base all’attuale leg­ge elettorale, far eleggere una trentina di deputati e una deci­na di senatori. Una pattuglia di tutto rispetto e soprattutto capace di formare gruppi au­tonomi in entrambi i rami del Parlamento. Un onorevole ha un costo medio annuo lordo per le casse della Camera di circa 160mila euro. Trenta de­putati «valgono» pertanto 4,8 milioni. Dieci senatori, inve­ce, vengono retribuiti a vario titolo ogni anno per 2,3 milio­ni di euro circa (231mila euro di retribuzione media annua lorda). Se la nuova legislatura durasse cinque anni si arrive­rebbe a un totale di 35 milioni.

E il «partitino X» cosa c’en­tra se le indennità e le diarie dei deputati sono elargite indi­vidualmente? È prassi che ogni parlamentare contribui­sca alle casse del proprio parti­to con una quota del proprio «stipendio», dunque di quei 35 milioni una parte giunge­rebbe sicuramente al tesorie­re e comunque i parlamentari svolgono attività politica an­che autofinanziandosi.

Non è finita qui: Montecito­rio e Palazzo Madama contri­buiscono al funzionamento dei gruppi parlamentari stan­ziando rispettivamente 35 e 38 milioni di euro ogni anno. Il «partitino X» potrebbe rice­vere pro­quota circa 3,5 milio­ni all’anno. Una parte di que­sto ammontare viene corri­sposta dai gruppi ai singoli parlamentari per agevolare il rapporto con gli elettori. Logi­co pensare, quindi, che depu­tati e senatori utilizzino que­ste somme destinandole alle casse del partito, anche a livel­lo locale. Per cinque anni di le­gislatura si ottiene dunque un importo di 16,5 milioni.

Ultimo ma non meno im­portante, l’organo di partito. Il «partitino X» potrebbe edita­re un quotidiano, come fa l’Udc (e anche Fli considerato che Il Secolo è ormai la voce di Fini). Liberal e Il Secolo per l’anno 2008 hanno ottenuto contributi pubblici per l’edito­ria prossimi ai 3 milioni di eu­ro. Se il partitino X li imitasse in una legislatura otterrebbe per il proprio house organ ben 15 milioni di euro.

Tirare le somme è semplice: 28,5 milioni di rimborsi eletto­rali, 35 milioni per deputati e senatori, 16,5 milioni per i gruppi e 15 milioni per il quoti­diano fanno 95 milioni in una legislatura. Ben 19 milioni al­l’anno che non cambieranno il destino del Paese, ma che consentiranno a quelli che il Cavaliere chiama «professio­nisti della politica» di prospe­rare per lungo tempo. Ovvia­mente, a nostre spese.




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Desio: 140 euro per esorre il tricolore

di Franco Sala




Il Comune della Brianza "inventa" una nuova tassa: 140 euro per chi espone la bandiera. Ma tutti esentati il 25 aprile e il 1° maggio



 

Quando le norme fanno a cazzotti con il buonsenso. Chi espone la bandiera dello Stato italiano, deve pagare la tassa sulla pubblicità. Lo prevede il decreto legislativo 507 del 1998. Non si scappa. Il caso succede a Desio dove, il titolare di un bell’albergo decide di esporre il vessillo nazionale e la bandiera blu dell’Unione Europea. La concessionaria che si occupa di riscuotere la tassa per conto dell’amministrazione comunale è inflessibile: bisogna pagare. Salato. Per le due bandiere l’importo annuale fa 280 euro. «Ho chiesto informazioni ai funzionari che incassano la tassa – racconta Gianni Caslini proprietario insieme ai figli dell’hotel – e mi hanno confermato che non avevo vie di scampo. Non credevo alle mie orecchie. Parlano tanto dei valori nazionali e poi ecco che mi arriva la sorpresa». Quindi? «Non per una questione di soldi ma per una di principio ho deciso di toglierle. Le ho piegate e messe in una scatola». Gaslini è indignato. La concessionaria non cede: «Ci siamo limitati ad applicare una normativa di legge». E se la nazionale di calcio vince i Mondiali e per festeggiare si espone un tricolore sul davanzale della finestra, si deve pagare? « In questi casi direi che si può essere esonerati come per il 25 aprile e il Primo maggio». Bontà loro.




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Nulla di nuovo. Wikileaks c'era già nel '700

Il Tempo


Questa Wikileaks del 1700 era nient'altro che un grande castagno, chiamato "Albero di Cracovia", situato all'interno dei giardini del Palazzo Reale di Luigi XV.


L'home page del sito Wikileaks


Esisteva una Wikileaks anche nella Parigi della metà del XVIII secolo. Non un luogo virtuale su una rete interattiva globale, ma uno spazio fisico, definito e localizzato. Questa Wikileaks del 1700 era nient'altro che un grande castagno, chiamato «Albero di Cracovia», situato all'interno dei giardini del Palazzo Reale di Luigi XV; sotto le sue fronde, quotidianamente, si raccoglieva un'umanità varia fatta di servitori di palazzo, dignitari e agenti stranieri inviati da diplomatici, per ascoltare i nouvellistes de bouche, i gazzettini umani che raccontavano informazioni ricevute da fonti più o meno anonime all'interno dei corridoi o nelle stanzedi Versailles.

Informazioni e indiscrezioni che divenivano pettegolezzo ma anche materia di valutazione politica e condizionamento delle scelte del potere. Da sotto l'albero le notizie si propagavano poi per tutta Parigi e oltre la Francia, sotto forma di dispacci e rapporti diplomatici, ma anche sotto forma di divulgazione popolare attorno alla quale intrecciare una produzione impressionante fatta di notizie manoscritte che circolavano nei salotti, notizie a stampa pubblicate nei rari giornali che sfuggivano al controllo censorio, canzoni, filastrocche, storielle che spesso ridicolizzavano la monarchia. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Lo storico americano Robert Darnton ha ricostruito la complessità di questi canali informali attraverso i quali, nel XVIII secolo, la comunicazione viaggiava. In realtà, da sempre resoconti indiretti, voci, rapporti basati sui «sentito dire» e pettegolezzi sono stati un elemento fondante della diplomazia e delle relazioni internazionali. Da questo punto di vista, Wikileaks non regala nulla di nuovo. La sua forza travolgente ed il rischio che rappresenta per il sistema diplomatico internazionale e per la tenuta di molti governi è data da altro. Sfruttando la strutture di internet, Wikileaks si configura come una rete sociale capace di generare flussi comunicativi costanti e organizzare l'informazione per nodi interconnessi.

Le strutture reticolari organizzano la società da sempre e non sono una prerogativa della moderna società digitale del XXI secolo; esse esistono da molto prima di internet, di Facebook e di Twitter. La novità è che internet consente una velocità di diffusione delle notizie mai raggiunta e un accesso pressoché totale da parte di tutti, ai dati informativi.

È questo duplice elemento che rischia di mettere in crisi le organizzazioni di tipo verticale e gerarchico sui cui si fondano le stesse democrazie moderne e gli stati nazionali. Heather Brooks, sul Guardian, uno dei giornali progressisti che ha sposato la causa di Wikileaks, inneggiando in maniera un po' delirante al suo ruolo guerrigliero di trasparenza e democrazia ha esaltato la possibilità finalmente data alla gente di sfidare il potere, attraverso il passaggio dalla «surveillance», (il controllo dall'alto), alla «sousveillance» (il controllo dal basso).

Il gioco di parole in francese denota la verve intellettualistica di questo approccio. In una democrazia, chi governa è delegato dai cittadini a farlo e il controllo avviene attraverso gli strumenti costituzionali previsti. La segretezza, soprattutto nelle relazioni internazionali, è la base della difesa di quegli interessi nazionali che un governo democratico è chiamato a tutelare.

Lo ha capito pure Obama che ha messo in soffitta la retorica della democrazia elettronica e partecipativa della rete. Il paradosso è che i furbi cantori dell'utopia libertaria di Wikileaks reclamano trasparenza per tutti tranne che per se stessi. Secondo loro un governo nazionale può mettere a rischio la propria sicurezza vedendosi pubblicate informazioni riservate mentre Wikileaks può mantenere nascosti i propri finanziatori sempre più occulti e i propri componenti in nome di quella stessa sicurezza che nega agli Stati.

Ogni comunicazione non è mai neutrale. Essa ha in sé anche un aspetto di prevaricazione che genera conflittualità. Questo spiega perché la moderna società dell'informazione, dove i flussi comunicativi sono pressoché infiniti, non è molto più pacifica delle società passate. Anzi. La comunicazione introduce un elemento di soggettività competitiva pericolosa. Proprio Darnton ci ricorda che «le notizie non sono cose accadute, ma sono solo i racconti su cose accadute». La differenza non è di poco conto.


Giampaolo Rossi
04/12/2010




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Soldi e società: gli affari esteri dell'Ingegnere

di Paolo Stefanato


De Benedetti ha sempre detto: "Pago le tasse in Italia". Eppure è la Svizzera che lo annovera nella classifica dei suoi Paperoni. Il patrimonio, stimato in circa due miliardi di franchi, è gestito da una fiduciaria di Lugano che ha interessi anche in Israele



 
Ma che cosa ci fa l’ingegner Carlo De Benedetti nella classifi­ca degli svizzeri più ricchi? Non era italiano? In effetti il presi­dente della Cir ed editore de L’Espresso e di Repubblica , ha due passaporti e doppia cittadi­nanza, tricolore e rossocrocia­ta, una specie di ubiquità giuri­dica non priva di qualche van­taggio. Fiscale no, giurano gli uomini della sua cerchia:l’Inge­gnere ha sempre mantenuto la propria residenza fiscale in Ita­lia, dove- a Dogliani, in Piemon­te, in una casa di famiglia - ha riportato nel 2010 anche la resi­denza civile, dopo che per 13 an­ni era stata soltanto elvetica. In­somma un su e giù dalle Alpi che evoca faticose immagini di spalloni: absit iniuria verbis , na­turalmente.
Il rapporto tra De Benedetti e la vicina confederazione ha ori­gini antiche e tormentate, che meritano il massimo rispetto: la prima volta riparò a Lucerna da bambino, nel 1943, a nove anni soltanto, in piena guerra mon­diale, perché la sua famiglia, ebraica, in Italia era fortemente a rischio. Il piccolo Carlo, che poi studiò a Torino e fu compa­gno di liceo di Umberto Agnelli, frequentò qualche anno di scuo­la tra mucche e prati in fior. La seconda volta risale agli anni di piombo, quando per un abbien­te vivere in Italia significava es­sere a rischio di rapimento (e di riscatto). Fu il generale Carlo Al­berto Dalla Chiesa a dirgli con una certa franchezza: «Posso proteggere te ma non la tua fa­miglia». E lui fece armi e bagagli e andò a proteggersi da solo, ol­treconfine. A Sankt Moritz.
«Pago le tasse in Italia», ha sempre ripetuto l’ingegnere, nell’evidente convinzione dita­citare ogni sospetto. Ma i suoi uffici, alla richiesta di conosce­re uno straccio d’Irpef - magari anche il dato del 2005, messo a disposizione di tutti dall’allora ministro Vicenzo Visco- assicu­rano, con qualche imbarazzo, di non possedere l’informazio­ne. Strano: chi dice con tanta si­curezza «pago le tasse», dovreb­be essere pronto a rispondere anche alla domanda successi­va: quanto?
E poi ce lo ritroviamo tra i mi­liardari in Svizzera. La classifi­ca, come ogni classifica di que­sto tipo, è piuttosto approssima­tiva. Elaborata dalla rivista Bi­lanz , lo colloca tra i 12 stranieri «new entry» nell’elenco, ma con un patrimonio calcolato a spanne (1,5-2 miliardi di fran­chi svizzeri - l’equivalente di 1,15-1,53 miliardi di euro - co­me se 500 milioni fossero una sciocchezza) e in una posizione di coda, invidiabile sì, ma sem­pre di coda. Il primo, per inten­derci, con 38-39 miliardi di fran­chi vale più di venti De Benedet­ti messi in fila: il suo nome, In­gvar Kamprad, forse non è noto a tutti i lettori, ma basta dire che è il fondatore e proprietario del­­l’Ikea per dargli immediata identità. Kamprad, per esem­pio, è nato in Svezia e il suo patri­monio è collocato in Olanda, ma - esattamente come De Be­nedetti - è cittadino del «club» svizzero.
Se De Benedetti «paga le tas­se» in Italia (anche, a onor del vero, attraverso le sue società quotate e non), questo non si­gnifica che il suo rapporto con la Svizzera rifugga sdegnosa­mente dal denaro. Proprio ieri il Corriere della Sera, che non è certo un giornale guerrafonda­io, faceva le pulci agli interessi elvetici dell’ingegnere, indican­do un indirizzo preciso di Luga­no- via Calgari 3, una villetta al­l’ombra di un grande salice piangente - come sede della Starfin, individuata come il fa­mily office , ovvero il laboratorio incaricato di accrescere la parte più personale del suo patrimo­nio. È stata anche individuata una società immobiliare, la Cri­stallo Blaunca, presieduta dallo stesso De Benedetti e gestita da professionisti presenti anche nella Starfin. E sono stati rico­struiti intrecci che, sempre da Lugano, portano a una strana società israeliana che punta a costruire l’auto che vola, come quella di Batman.
Quanto valgano le attività svizzere dell’ingegnere non si sa. De Benedetti, piuttosto, si è lamentato della classifica di Bi­lanz : non tanto perché lo consi­dera l’ultimo, ma perché, secon­do lui, sopravvaluta enorme­mente l’intero suo patrimonio. Rifacendo i conti sulle dita e convincendosi di possedere so­lo qualche centinaio di milioni, pare abbia esclamato: «Due mi­liardi? Magari!».




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Noi, sopravvissute a un aereo ma non a 20 anni d'ingiustizia"

La Stampa


Le ragazze della II A di Casalecchio di Reno: «Lo Stato si è schierato con i militari»




FRANCO GIUBILEI
CASALECCHIO DI RENO

Quando il jet militare si schiantò sulla scuola entrando nella loro aula, la mattina del 6 dicembre di vent'anni fa, Federica Regazzi era seduta accanto all'amica del cuore, Milena Gabusi: «Ho sentito il botto e mi sono ritrovata sotto le macerie, col fuoco tutto intorno. – racconta oggi – Non potevo uscire dalla porta perché era avvolta dalle fiamme, allora ho scavalcato i resti dell'aereo e mi sono buttata dalla finestra.

Avevo 15 anni, quando hai quell'età riesci a superare tante cose». Della sua classe, la seconda A dell'Itc Salvemini di Casalecchio, si salvarono solo in quattro: lei, Milena, Federica Tacconi e Daniele Berti. Gli altri dodici compagni - Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Carmen e Alessandra – morirono nell'urto micidiale dell'Aermacchi da addestramento che il pilota non era riuscito a dirigere su una zona disabitata, dopo che un'avaria lo aveva costretto ad abbandonare l'apparecchio al suo destino. Altri ottantadue ragazzi del Salvemini rimasero feriti, e quasi tutti si porteranno addosso per sempre le tracce di quel terribile incidente, con invalidità permanenti che vanno dal 2% all'80%.

Federica oggi lavora in banca, è sposata, ha una figlia di sei anni e una bella casa. Si considera molto fortunata, anche se non dimenticherà mai quella giornata: «In un primo momento credevo fosse stato un attentato, non ho neanche capito che ci aveva colpito un aereo, me l'hanno detto in ospedale qualche giorno dopo. Quando ho saputo che ci eravamo salvati solo in quattro è stato un colpo». Un disastro del genere, oltre alle ustioni che bruciano il corpo, segna in profondità, ma può anche saldare amicizie di ferro:

«Milena Gabusi è stata mia testimone di nozze, mentre Daniele Berti ha fatto da autista il giorno del mio matrimonio. L'incidente ci ha uniti moltissimo: Milena era mia amica fin dall'infanzia, ma con gli altri due l'amicizia è nata dopo il fatto». Le cure, la guarigione, il ritorno a scuola e infine il processo, che l'Avvocatura dello Stato fece di tutto per scongiurare, perché tutto si risolvesse con un'indagine interna dell'Aeronautica militare: «Ricordo i tempi lunghissimi, e ricordo che comunque fra i familiari c'era la volontà di fare in modo che una tragedia così non si ripetesse mai più. Il processo però non ha risposto alle nostre speranze».

Tutti assolti. L'aereo precipitato? Una fatalità, niente che il pilota o i controllori di volo potessero fare per evitare che si abbattesse sulle case. «I risarcimenti ci sono stati – aggiunge Federica – noi però volevamo andare oltre, perché era una questione di giustizia. Io sono sempre stata molto ottimista, ho sempre avuto la speranza che la giustizia trionfasse, ma nel nostro caso tutto è andato nella direzione opposta». Milena, anche lei impiegata in banca, ha un'immagine netta del 6 dicembre 1990: «Io e la Fede Regazzi quella mattina siamo arrivate in ritardo, allora ci hanno messo nei banchi davanti ed è stata la nostra salvezza. Alle 10,30 abbiamo visto arrivare questa cosa dalle finestra, non c'è stato neanche il tempo di renderci conto. Appena ci siamo liberate dalle macerie, io e la Fede ci siamo buttate dal primo piano. Dovessi riviverlo adesso non so se ce la farei: un mese d'ospedale, il dolore fisico, è dura dover diventare grandi da un giorno all'altro quando hai solo 15 anni».

Il concetto di giustizia? Un'astrazione, a giudicare dall'andamento del processo: «Ci sono persone potenti e noi eravamo piccoli, non l'avremmo mai vinta – aggiunge Milena – E' molto triste, lo Stato si è schierato dalla parte dell'aeronautica anche se noi eravamo in una scuola pubblica». Per lei che è credente, restano aperte domande importanti: «Mi sono sempre chiesta perché noi ci siamo salvati e gli altri no, e si può capire se la fede ha traballato fra i genitori che hanno perso i figli».

Federica Tacconi, che oggi ha un negozio di abbigliamento a Bologna, il giorno del disastro è rimasta sotto un'ala dell'aereo col bacino fratturato, l'han dovuta tirar fuori i vigili del fuoco: «Grazie a Dio ora sto bene, sono sposata, ho un figlio e un cane, ma il dolore è stato grande: ho perso tre amici a cui ero molto legata. Noi superstiti abbiamo continuato a studiare al Salvemini, dopo il disastro e l'ospedale abbiamo cambiato due classi e finito gli studi. Da allora noi quattro siamo rimasti molto legati, ci vediamo spesso». Dalla vicenda processuale invece è uscita una lezione amarissima di vita: «E' uno scandalo che sia stata data la colpa alla fatalità: alla fine è stata colpa nostra esserci trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ti accorgi subito di come gira il mondo, e soprattutto te ne rendi conto a 15 anni…».




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The Guardian rivela: Angela Merkel ha minacciato di uscire dall'euro

Il Messaggero





ROMA (3 dicembre) - Il Cancelliere tedesco Angela Merkel, ha avvertito per la prima volta che il suo Paese potrebbe abbandonare l’euro se non riuscirà nella sua idea di stabilire un nuovo regime per la moneta unica. Lo riferisce The Guardian. Durante un vertice di Bruxelles alla fine di ottobre (organizzato per discutere proprio della crisi dell’euro) Angela Merkel ha parlato della possibilità di uscita dalla moneta unica durante una cena.

Durante la cena a Bruxelles il 28 ottobre, alla presenza di 27 capi di governo o di stato dell’Ue, dei presidenti della Commissione europea e del Consiglio, e del capo della Banca centrale europea, alcuni testimoni hanno riferito che il greco Papandreou ha accusato Merkel di presentare proposte che sono state definite «antidemocratiche». la risposta non si è fatta attendere e sempre secondo i testimoni, la cancelliera avrebbe risposto: «Se questo è il genere di club dell’euro che si sta prospettando, forse Germania dovrebbe lasciare».

Dopo queste dure parole, il portavoce della Merkel, Steffen Seibert, è corso ai ripari. «La minaccia non è plausibile. Il Cancelliere vede l’euro come il progetto europeo centrale».




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Napolitano sbotta e richiama Fini

Il Tempo


Il Colle irritato per il "doppio ruolo" di Gianfranco, durissima nota del Quirinale. Gianfranco: "So cosa farà il capo dello Stato". Matteoli: "Il presidente della Camera interpreta il presidente della Repubblica. Se lo avesse fatto Berlusconi sarebbe scoppiate le polemiche".

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


Riaffermare le prerogative. Rimettere a posto ruoli e protagonisti. Chiarire ambiti di competenza e cancellare gli sconfinamenti. La nota che viene fatta filtrare dal Quirinale ieri sera fa ordine nel generale impazzimento del mondo politico. Da giorni sul Colle si ragionava per un intervento che suonasse di monito per tutti: sciogliere le Camere è un potere che spetta al presidente della Repubblica. Chi altri s’azzarda a dire che si va al voto o, al contrario, che non si apriranno le urne a breve, stia zitto, resti al posto suo. Napolitano sceglie la linea di non intervenire con una nota ufficiale. E la forma anche conta, soprattutto per uno che ha messo piede la prima volta in Parlamento nel 1953. Si sceglie di far filtrare una presa di posizione. E qual è? Il Quirinale ribadisce che nessuna presa di posizione politica di qualsiasi parte può oscurare il fatto che ci sono prerogative di esclusiva competenza del presidente della Repubblica. E perché questa irritazione del Colle? Dalla presidenza della Repubblica si fa notare la necessità di mettere al riparo le prerogative di esclusiva competenza del Capo dello stato dalla polemica politica di questi giorni che, in vista del voto del 14 dicembre, si esercita anche nel delineare scenari che sconfinano, appunto, nelle prerogative del capo dello Stato. Quali prerogative? Una sola: lo scioglimento o meno delle Camere e l'eventuale ricorso alle urne.

Da diversi giorni sul Colle c'era una certa fibrillazione per il continuo invocare le urne. Berlusconi che insiste: o fiducia o voto. E tutti gli altri che rispondono: no, niente voto; si può fare un altro governo. Il Cavaliere in un certo qual modo aveva intuito e infatti negli ultimi due giorni non ha più evocato in alcun modo le elezioni. Fini invece ha continuato a sostenere la sua tesi, andando un po' oltre. E annunciando: «L'Italia non andrà a votare», ha detto il presidente della Camera parlando a Mestre. Poi ha aggiunto: «Il Capo dello Stato sa cosa fare». «Non si andrà a votare ma non si potrà continuare con la situazione che c'è oggi. Non dico di più», ha concluso il leader di Futuro e Libertà. O la terza carica dello Stato? Ecco, il punto è proprio questo. Al Quirinale c'è una certa insofferenza per il doppio ruolo di Fini. Uno che alla mattina parla come presidente della Camera e con il calar delle tenebre come leader del nuovo partito: ieri sera ha presenziato a una cena di raccolta fondi con mille invitati (mille euro a testa a Villa Miani a Roma) per Futuro e Libertà. Un doppio ruolo che Napolitano non sopporta più anche in vista del possibile avvio delle consultazioni che potrebbe esserci dopo il 14. E in quel caso Fini sarebbe costretto a salire al Colle prima come presidente della Camera e successivamente come capo di Fli. Inaccettabile per la presidenza della Repubblica che ha sempre dato grande importanza al colloquio costante con i presidenti delle due aule parlamentari.

A evidenziare che Fini è davvero andato oltre i suoi limiti ci ha pensato Altero Matteoli, ex finiano e da sempre molto in sintonia con il Colle. Il ministro delle Infrastrutture, parlando ai quadri del Pdl a Prato, ha notato efficacemente: dalle dichiarazioni di Gianfranco Fini della mattina, a proposito della gestione della crisi, emergeva che «il presidente della Camera interpreta il presidente della Repubblica. Se lo avesse fatto Berlusconi sarebbero scoppiate le polemiche. Il Presidente della Repubblica avrebbe fatto una nota di protesta e invece allo stato non ho visto nulla di tutto questo». Allo stato, appunto. Mezz'ora dopo arriva la puntualizzazione del Colle. Che dovrebbe essere un punto a favore per il Pdl. Ma ci pensa subito Denis Verdini a trasformare un gol in un autogol. Parlando alla stessa manifestazione di Matteoli a Prato, il coordinatore del Pdl attacca: «Noi sappiamo che» il presidente della Repubblica ha le sue prerogative «ma ce ne freghiamo, cioè politicamente riteniamo che non possa accadere questo. Anche i partiti hanno le loro prerogative».

E insiste: «Noi sappiamo che in caso di caduta del governo il Capo dello Stato ha le sue prerogative. Lo sappiamo benissimo che funziona così - spiega Verdini - Ciò che non sappiamo e non vogliamo capire, e che non ci piace per niente, è che il Capo dello Stato, nelle sue prerogative, possa pensare che per risolvere i problemi di questo Paese si mandi a casa chi ha vinto le elezioni, Berlusconi e Bossi, e si mandi al governo chi le ha perse, Casini e Bersani. E su questo si innesca una polemica perché noi andiamo a toccare le prerogative del Capo dello Stato. Noi sappiamo che le ha ma ce ne freghiamo, cioè politicamente riteniamo che non possa accadere questo. Anche i partiti hanno le loro prerogative». «Ricordate che dal 1994 - conclude il coordinatore del Pdl - da quando c'è questo sistema, nessun Capo dello Stato si è mai sognato di affidare il governo a qualcuno di diverso da chi aveva vinto le elezioni, fosse questi Prodi o Berlusconi. L'incarico lo ha dato a chi le elezioni le ha vinte. Voglio vedere: come fa se cade il governo a dare l'incarico a chi le elezioni le ha perse?». Fini non replica. Legge le agenzie e non commenta. Ma è facile immaginare che le parole di Verdini siano semplicemente pazzesche. O
vviamente i finiani non si fanno sfuggire lo scivolone e vanno all'attacco. Su tutti Italo Bocchino: «La dichiarazione di Verdini conferma l'assoluto disprezzo del Pdl per ogni regola, ed è ancor più grave perché è relativa alle prerogative che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato».



Fabrizio dell'Orefice
04/12/2010


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Cinzia-gate, Delbono patteggia e chiede scusa Lei: "Sa solo fare la vittima"

Il Resto del Carlino


Nell'udienza preliminare del primo filone dell'inchiesta i legali hanno proposto la pena di 19 mesi. L'ex sindaco scrive una lettera alla città: "Ho sbagliato, ma non sono un corrotto". Ma l'ex compagna lo attacca. E l'ateneo sta alla finestra


Bologna, 3 dicembre 2010 - Un anno, sette mesi e 10 giorni: e’ questa la pena proposta dai legali dell’ex sindaco Flavio Delbono (con l’assenso del pm Morena Plazzi) per il primo filone del Cinzia-gate. Il tutto in un’udienza lampo, durata circa mezz’ora. Il gup Bruno Perla comunichera’ la sua decisione il 31 gennaio, giorno in cui si svolgera’ il rito abbreviato per Luisa Lazzaroni.

La richiesta degli avvocati di Delbono e’ legata al fatto che Delbono ha gia’ risarcito il danno: 20.000 euro e rotti di danno patrimoniale e oltre il doppio per danno d’immagine e interessi, per un totale di poco meno di 50.000 euro, gia’ versati alla Regione Emilia-Romagna (che ora dovra’ esprimersi, se ne volesse di piu’ questa cifra sarebbe un acconto). All’uscita dall’aula, gli avvocati Paolo Trombetti e Gaetano Insolera hanno consegnato ai cronisti una lettera che Delbono scrive alla citta’.

LA LETTERA ALLA CITTA'


«Vorrei gridare a testa alta la mia totale e assoluta estraneità ad accuse che ancora gravano su di me. Non ho ostacolato la giustizia nè arrecato alla Regione i danni economici nella misura che mi viene attribuita. Dei miei errori, per i quali chiedo scusa alla città, ho pagato il prezzo politico dimettendomi a febbraio; ho pagato il prezzo economico risarcendo la Regione, danno di immagine incluso; pago il conto con la giustizia patteggiando una condanna». È quanto scrive in una lettera alla città, l’ex sindaco Flavio Del Bono che in tal modo cerca di fare alcune riflessioni «su una vicenda personale, drammatica e dolorosa, che ha purtroppo segnato anche la vita della nostra città» ricordando che «il tempo è più galantuomo di tanti frettolosi e interessati inquisitori mediatici e dimostrerà la reale dimensione degli avvenimenti che mi hanno travolto».

L’ex sindaco ricorda che «c’è una inchiesta in corso che mi vede indagato di corruzione, un’accusa tanto infamante quanto infondata. Non ho mai preso mazzette. Ho vissuto quindici anni di esperienza politico-amministrativa con spirito di servizio mettendo a disposizione le mie compentenze di economista, onorato di servire la mia regione e la mia città». Nella sua lettera Del Bono tiene a ricordare: «Bologna nel mio breve mandato non è stata amministrata da un sindaco corrotto e mi auguro che la verità emerga rapidamente. Non sono la mela marcia della politica locale». E anzi aggiunge che «nonostante il fiume di illazioni infondate, spesso in malafede, magari apparentemente verosimili nelle circostanze ma false nelle conclusioni, vorrei tranquillizzare i bolognesi e i tanti amici e collaboratori che hanno contribuito alla straordinaria vittoria delle scorse elezioni. Non avete votato e sostenuto un bandito o un corrotto ma un uomo che ha cercato di operare al meglio nel governo locale senza timori reverenziali nei confronti dei piccoli e grandi poteri. Forse anche questa indipendenza e autonomia al servizio esclusivo dei cittadini non è stata gradita da tutti. Non evoco complotti nè mi propongo come vittima; voglio solo segnalare come la mia vicenda e la mia persona siano state oggetto di un vero e proprio massacro».

Sulle sue dimissioni da sindaco, Del Bono ha spiegato che, così facendo, ha voluto «evitare un disagio alla città perchè ero consapevole che ogni decisione sarebbe stata filtrata attraverso una lente deformante. Mi sono dimesso anche perchè ingannato come molti dalla possibilità di un voto rapido che limitasse la durata del commissariamento vista l’ovvia inadeguatezza di una gestione ordinaria rispetto alle grandi sfide che attendono da tempo la nostra comunità». Del Bono si rende anche conto che «dire tutto questo oggi può apparire contraddittorio con la decisione di patteggiare questa mia vicenda giudiziaria. Patteggiare equivale ad un’ammissione di colpevolezza. Per quel che mi riguarda ciò è vero solo in parte. In realtà su questa decisione hanno pesato, da un lato, il rischio che i tempi lunghi dell’iter giudiziario possano ulteriormente compromettere la mia fisionomia professionale dovendo inoltre sostenere i costi non solo economici di un processo; dall’altro la volontà di restituire rapidamente un pò di serenità ai miei cari». «Finire in un’inchiesta come quella che mi ha colpito -prosegue- significa anche trovarsi a scegliere tra inseguire una verità più aderente ai fatti, rischiando un disastro professionale, economico e personale, oppure adattarsi ad un patteggiamento che mi rovescia addosso molte più colpe di quelle che ho». Infine Del Bono riconosce «di avere commesso due errori imperdonabili come persona prima ancora che come amministratore: ho mischiato per un periodo la mia attività pubblica con la mia sfera privata e non ho compreso in tempo il cinico opportunismo di chi era parte di quella sfera».

LA REPLICA DI CINZIA: 'DELBONO FA LA VITTIMA' 


“Sono basita: lui ne esce da vittima; in questo modo, come sempre, e’ colpa degli altri, del cinismo che aveva intorno. Eppure e’ lo stesso uomo che disse che non si sarebbe dimesso da sindaco neanche se lo rinviavano a giudizio”. Cinzia Cracchi, ex compagna di Flavio Delbono, colei che con le sue rivelazioni ha portato all’avvio di un’inchiesta e alle dimissioni del primo cittadino, commenta cosi’ l’ennesimo capitolo del Cinzia-gate: la richiesta di patteggiare la pena da parte dei legali di Delbono e soprattutto la lettera aperta alla citta’ dell’ex sindaco. E’ proprio quella che la lascia turbata. Ne’, meno tenera, e’ con il Pd che chiede rispetto e non accanimento su Delbono. “Un atteggiamento berlusconiano”, e’ la stilettata di Cracchi alla presa di posizione del segretario democratico Raffaele Donini. Per lo piu’, Cracchi vorrebbe mordersi la lingua. Ma e’ dura resistere.

“Delbono lamenta il cinismo? Se non fossimo arrivati a dove siamo oggi, sarei ancora nelle sue mani, deciderebbe lui tutto per me, dove lavoro, quanto prendo...”. E quanto a cinismo, “quale migliore occasione, se non oggi” per scrivere la lettera aperta alla citta’, “per dire che quel che ha fatto lo ha fatto per il bene della citta’... Comunque le parole non costruiscono nulla, ognuno le puo’ usare come meglio crede e lui le usa in questo modo”, allarga le braccia l’ex funzionaria di Regione e Cup. Allo stesso modo, “che altro dovrebbe dire Donini? Loro hanno candidato Delbono. Mi chiedo pero’ di che rispetto parli: prima di volerlo, lo si dovrebbe dare”.

Nessun commento invece sull’entita’ della pena suggerita dai legali di Delbono. Cracchi non si dice contenta dell’ipotesi che Delbono sconti una pena piu’ lunga del periodo in cui ha indossato la fascia tricolore. Semmai, rinvia le sue valutazioni. “Non e’ ancora finita - dice Cracchi - prima di tirare le somme si deve vedere bene cosa succedera’, cosa decideranno i magistrati. Io di certo, per ora non sto qui ad accanirmi. Vengo si’ tirata in ballo, ma ricordo che le rivelazioni furono di Cazzola. E comunque se Delbono non si era accorto del cinismo che aveva intorno si vede che in tutta la sua vita non si e’ accorto di quel che gli capitava intorno”.

L'UNIVERSITA': 'ATTENDIAMO GLI SVILUPPI'


In relazione alle notizie riportate dalle agenzie di stampa sull’udienza preliminare del processo che vede coinvolto il professore Flavio Delbono, l’Università di Bologna in una nota afferma: «L’Ateneo segue con attenzione gli sviluppi della vicenda penale e rimane in attesa di conoscere quali saranno i provvedimenti dell’autorità giudiziaria. In relazione ad essi si provvederà ad avviare tempestivamente ogni iniziativa di competenza».

DELBONO E LAZZARONI ASSENTI IN AULA


Era cominciata alle 9.40 al Tribunale di Bologna l’udienza preliminare per il primo filone del Cinzia-gate, che vede imputati l’ex sindaco Flavio Delbono e l’ex assessore Luisa Lazzaroni. Nessuno dei due imputati si e’ presentato.
Al loro posto, i legali Paolo Trombetti e Gaetano Insolera per Delbono e Guido Magnisi per Lazzaroni. Presente anche Mariano Rossetti per la Regione Emilia-Romagna, che si costituisce parte civile nel processo. L’udienza si svolge nell’ufficio del gup Bruno Perla, al primo piano della sezione gip del Tribunale di Bologna.

“È vero che c’e’ gia’ un patteggiamento concordato?” avevano chiesto i cronisti all'entrata di Trombetti e Insolera in Tribunale. “È difficile, dal momento che l’udienza e’ oggi”. In ogni caso, “ne parleremo all’uscita” aveva aggiunto Trombetti.




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