venerdì 3 dicembre 2010

Signor sindaco di Capua Sa che nel suo Comune torturano gli animali?

Il Mattino


Ill.mo Signor sindaco,

Per l'ennesima volta, nella Città che Lei rappresenta, si è verificato un atto di una barbaria inaudita perpetrato dall'”uomo” verso un essere innocente e indifeso: il cane. Ricorderà sicuramente Nala e Duca, i due cagnolini bruciati con l'acido l'11 settembre del 2008 e poi morti dopo atroci sofferenze senza avere giustizia? Ricorderà Billy, il randagio investito e che è rimasto per terra circa sette ore con la colonna vertebrale spezzata senza ricevere alcun soccorso da chi aveva il dovere di soccorrerlo? Se non ricorderà la triste storia di questi innocenti, vittime della crudeltà umana, può dare uno sguardo a questi video, anche solo per guardare un attimo negli occhi la sofferenza di queste creature:



I video su Nala e Duca
http://www.youtube.com/watch?v=O1S2rfiyV0Y
http://www.youtube.com/watch?v=6N60OocoZn8
http://www.youtube.com/watch?v=K3VQaGnQjzA

Il video su Billy
http://www.youtube.com/watch?v=cmek6jj15fE

Spero abbia guardato almeno qualche video e se non l'ha fatto spero guardi almeno qualche foto di quelle che seguono.

Oggi 2 dicembre 2010, verso le ore 13.00, è stato trovato a Sant'Angelo in Formis, frazione di Capua (CE) il cane che si vede nelle foto . Il cane pare sia stato legato per le zampe posteriori, appeso a qualche sostegno e poi seviziato e strozzato! Sul posto è intervenuto il Veterinario dr. Luigi di Monaco che ha accertato la morte del cane ed ha chiesto l'intervento della Polizia Municipale in quanto si è in presenza del reato di “Uccisione di animali” (Art. 544-bis Codice Penale) e di “Maltrattamento di animali” (Art. 544-ter).


Si rammenta che:

- Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l'ambiente. (Art. 1 Legge 14 agosto 1991, n.281 - Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo);
- I comuni, singoli o associati, e le comunità montane provvedono al risanamento dei canili comunali esistenti e costruiscono rifugi per i cani nel rispetto dei criteri stabiliti con legge regionale e avvalendosi dei contributi destinati a tale finalità dalla regione. (Art. 4 Legge 14 agosto 1991, n.281 - Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo);
- È attribuita ai Comuni la funzione, esercitata dall'Ente nazionale protezione animali, di vigilanza sulla osservanza delle leggi e dei regolamenti generali e locali, relativi alla protezione degli animali. (Art. 3, Dpr 31 marzo 1979).

Si fa presente, infine, che “L'Associazione Internazionali dei Capi della Polizia (Chiefs of Police) ha dichiarato che gli assistenti sociali e le forze dell'ordine hanno iniziato a considerare la crudeltà sugli animali come un serio problema correlato alla violenza domestica, all'abuso di minori, all'abuso di anziani, e altri crimini violenti. E questo può essere uno dei mezzi per rompere il ciclo di violenza domestica che si tramanda da una generazione a un'altra.”

Con la speranza che si adoperi, per quanto di Sua competenza, affinché questi episodi non si verifichino mai più, si porgono cordiali saluti.



Gabriella Paggi
Livorno
347-3171659





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Catturato a Cuernavaca «El Ponchis», baby killer 14enne

Corriere della sera


Edgar Jimenez Lugo, 14 anni, ha iniziato a uccidere
a 12 anni. È accusato di dozzine di omicidi

Arrestato con due sorelle: «ero obbligato a uccidere»


«El Ponchis» in basso nella foto
«El Ponchis» in basso nella foto
WASHINGTON – Edgar Jimenez Lugo, detto El Ponchis, il baby killer messicano, è stato catturato nella notte a Cuernavaca. Un reparto dell’esercito lo ha arrestato insieme a due delle sue sorelle mentre cercava di imbarcarsi su un aereo diretto a Tijuana. Da qui avrebbe dovuto raggiungere San Diego, la città della California dove vive la madre. El Ponchis, 14 anni, ha iniziato la carriera di sicario all’età di 12. Un boss, conosciuto come El Negro, lo ha arruolato dopo averlo «iniziato» alla droga. Il ragazzino ha sostenuto di essere stato costretto ad uccidere, «se mi fossi rifiutato mi avrebbero ammazzato». Ora si dice «pentito» di quello che ha fatto.

DOZZINE DI OMICIDI - Le autorità sono convinte che Edgar abbia partecipato a dozzine di omicidi: fonti non ufficiali parlano di 300 delitti, ma si tratta di cifre da prendere con cautela. Di certo c’è che il baby-killer si era specializzato nello sgozzamento dei nemici catturati e per ogni «contratto» riceveva circa 2500 dollari. Per l’esercito messicano El Ponchis faceva parte di una banda di minori – anche bimbi di 11-12 anni – inquadrata nel Cartello del Pacifico sud, organizzazione criminale vicina al clan Leyva. Al suo fianco c’erano le sorelle, le «Chabelas», che compongono una gang incaricata di trasportare in auto i killer, di spiare le mosse delle forze dell’ordine e di far sparire i corpi delle persone assassinate. El Ponchis è diventato famoso anche su Internet, visto che insieme ai suoi «amici» ha messo video e foto sulla rete per «celebrare» le sue imprese di assassino. Il Cartello del Pacifico sud è impegnato, da mesi, nel settore di Morelos in una battaglia contro i rivali della «Familia Michoacana» e i seguaci di «La Barbie», un padrino catturato e in attesa di estradizione verso gli Usa.


Guido Olimpio
03 dicembre 2010



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Assange : «Anche se muoio tutti i documenti saranno rivelati comunque»

Corriere della sera


La chat sul sito del «Guardian» con il fondatore di Wikileaks. «Sono minacciato da una superpotenza»


MILANO - «Siamo ancora indietro rispetto alla tabella di marcia»: Julian Assange, rispondendo on-line alle domande dei lettori del quotidiano britannico The Guardian, afferma di essersi sempre aspettato che WikiLeaks potesse avere un ruolo globale ma che gli potesse essere riconosciuto già nel 2007, quando «cambiò i risultati delle elezioni politiche in Kenya». Quanto alle minacce alla sua sicurezza, anche minacce di morte «sono sotto gli occhi di tutti. Stiamo adottando le precauzioni appropriate, nella misura in cui ciò sia possibile avendo a che fare con una superpotenza».

PRECAUZIONI - In caso di morte di Assange e di distruzione totale dell'organizzazione Wikileaks le informazioni in suo possesso sarebbero però comunque rivelate: «Abbiamo consegnato tutti i documenti in nostro possesso a circa 100mila persone in tutto il mondo che li possiedono in forma criptata. Se ci dovesse accadere qualcosa e non fossimo più raggiungibili, una chiave elettronica verrebbe inviata via web rendendo i file leggibili. A questo punto queste 100mila persone avrebbero il compito di divulgarle».

OMISSIS E INFORMATORI - Alle accuse di mettere a rischio la vita degli informatori dei governi, ad esempio in Afghanistan Assange risponde: «Nei nostri 4 anni di attività non c'è stato nessuna accusa credibile, nemmeno da organizzazioni come il Pentagono che possano dimostrare che le aggressioni a degli informatori possona essere correlate a informazioni rilasciate da noi». A chi gli chiede il perché degli omissis nei cable delle ambasciate Assange spiega: «I documenti sono affidati a dei giornalisti esperti della materia. Poi sono revisionati da altri giornalisti o editor e noi ne leggiamo dei campioni per essere sicuri che il processo funzioni».

RIVELAZIONI - «Se veramente, come dice il Pentagono, Bradely Manning è dietro alcune di queste recenti rivelazioni, - ha poi aggiunto Assange - allora senza dubbio è un eroe senza pari», ha affermato rispondendo ad una domanda riguardo alla riconoscenza da parte di Wikileaks nei confronti delle proprie fonti.«Negli ultimi quattro anni il nostro obiettivo è stato quello di magnificare le fonti che si prendono i rischi reali di ogni rivelazione giornalistica e senza le quali i giornalisti non sarebbero niente», ha detto.

UFO - I documenti di Wikileaks svelano molti misteri ma al momento mancano all’appello gli Ufo: un’assenza solo temporanea, assicura Assange. Una chat in differita dopo che l'accesso eccessivo di utenti aveva fatto crollare temporaneamente il sito del quotidiano britannico «Un mucchio di svitati ci inviano e-mail sugli Ufo o su come abbiano scoperto di essere l’Anticristo, ma per ora non hanno rispettato le nostre due regole fondamentali: che i documenti siano di fonte terza e che siano originali», spiega Assange, aggiungendo però che «va notato che in alcuni documenti ancora inediti vi sono in effetti dei riferimenti agli Ufo».

AMAZON - Poi Assange ha risposto a una domanda sul caso Amazon che ha deciso di non ospitare più il sito di Wikileaks: «Abbiamo messo apposta il nostro sito su vari server in vari Paesi tra cui in Paesi che hanno deficit di libertà di parola come gli Usa».

LA SCELTA DI DARE UN VOLTO A WIKILEAKS - «Qualcuno deve assumersi la responsabilità di fronte all’opinione pubblica e solo una dirigenza che sia disposta a dar prova di coraggio in pubblico può garantire che le fonti si prendono dei rischi per il bene comune»: così Assange spiega i motivi per i quali WikiLeaks non è rimasta un’organizzazione "senza volto" - con il rischio che danneggiando la credibilità personale del suo principale rappresentante ne risulti compromessa anche quella del gruppo. «Originariamente - spiega ancora Assange - l’intenzione era proprio quella di un gruppo anonimo «per non permettere agli ego di avere una parte nelle nostre attività», ma questo portò a «una incessante curiosità sull’identità dei componenti del sito e a situazioni in cui alcuni individui si spacciavano per dei nostri rappresentanti», di qui la decisione di apparire in prima persona. «Sono diventato il parafulmine, ricevo attacchi ingiustificati su ogni aspetto della mia vita, ma anche meriti ingiustificati il che bilancia un po’ le cose», conclude Assange.

LIBERTA' DI PAROLA - «L'attacco contro di noi - ha aggiunto Assange - da parte degli Stati Uniti è un segnale di grande speranza per la libertà di parola in Occidente che ha fiscalizzato il suo potere attraverso una rete di contratti, prestiti, azioni obbligazioni e così via. Da noi la critica politica è libera perché non intacca il vero potere. In Cina invece non è così».

NUOVO MANDATO DI ARRESTO - Intanto è stato emesso in Svezia un nuovo mandato d'arresto internazionale per il fondatore di Wikileaks. Lo ha reso noto la procura svedese, spiegando che la nuova richiesta contiene elementi sollecitati dalla polizia britannica. Assang è ricercato per aggressione e vionza carnale.

Redazione online
03 dicembre 2010





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In Atac parentopoli dei sindacati

Il Tempo


Nell’azienda capitolina assunti anche figli e nipoti di dirigenti Uil, Cisl, Cgil e Ugl. La polemica tra centrodestra e centrosinistra sulle assunzioni facili arriva in Parlamento.


Metropolitana



La riflessione nasce spontanea: perché nella bufera sulla parentopoli in Atac, e non solo, gli unici a tacere sono i sindacati? Una curiosità in parte soddisfatta dall'ennesimo elenco di assuzioni recenti e passate nell'azienda capitolina. Al di là delle selezioni superate, dei concorsi vinti e certamente di curricula all'altezza delle mansioni svolte, colpisce il fatto che la «grande famiglia» di Atac sia composta anche da parenti di sindacalisti o dirigenti interni ed esterni che non sono legati a partiti politici. Come il caso dell'ex presidente del dopolavoro Mario Moroni: nell'azienda lavorano i due figli e il nipote. O Paola Salinari, figlia del segretario della sezione Pci Autoferrotranvieri, dirigente sindacale Cgil e direttore del personale Cotral nel 2006; ancora, Valeria Ciofi, figlia dell'ex dirigente Uil, Silvia e Roberto Napoleoni, figli del segretario generale Trasporti Uil Lazio. Nell'elenco figurano praticamente tutte le sigle sindacali, dall'Ugl alla Cisl. Segno evidente che le assunzioni, da definire comunque se non facili quantomeno «facilitate», sono state e continuano ad essere «contagiose». L'elenco legato ai politici è ovviamente più lungo. Ex capisegreteria, ex segretarie, assistenti, addirittura riconducibili all'ex assessore alla Mobilità con Rutelli, Walter Tocci, passando poi per Di Carlo e Calamante. E una sfilza di consiglieri regionali, comunali e municipali, dei quali in questi giorni si è detto praticamente di tutto. Un «allegro» carrozzone insomma dove il Pd continua a farla da padrone con una «rappresentanza» che copre praticamente tutti i Municipi capitolini, dal II al VI, dal V all'XI. Ma non basta a sedare la guerra dei dossier che proprio ieri è arrivata persino in Parlamento dove Idv e Pd hanno presentato un'interrogazione al ministro Marroni per l'assunzione di due «estermisti» di destra Francesco Bianco, ex Nar, e di Gianluca Ponzio, già in Terza Posizione. Eppure, quando scoppiò il caso della consulenza alla giunta Veltroni di Anna Laura Braghetti, ex colonna romana delle Brigate Rosse e condannata all'ergastolo nel processo Moro, quella stessa sinistra invocò la «riabilitazione sociale». Oggi chiede le dimissioni del sindaco Alemanno.


Susanna Novelli
03/12/2010




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Napoli «ripaga» Enzo Tortora: una via per seppellire ingiuste accuse di camorra

Corriere del Mezzogiorno

Nel quartiere Fuorigrotta strada dedicata al giornalista televisivo che subì un duro processo negli anni '80




NAPOLI - Napoli ripaga (almeno in parte) Enzo Tortora, celebre presentatore televisivo italiano ed eurodeputato del Partito Radicale, al centro di un processo per presunti rapporti con la camorra negli anni '80.

Il caso Enzo Tortora: la fotogallery


Su proposta dell’assessore alla toponomastica Alfredo Ponticelli la Giunta Comunale partenopea ha approvato la delibera con la quale verrà intitolata nel quartiere di Fuorigrotta la già «seconda traversa Consalvo» al giornalista radiofonico e televisivo. «Si tratta di una iniziativa - ha dichiarato l’assessore Ponticelli - importante per la città per ricordare il personaggio Tortora caro a tanti nostri concittadini».

Nelle sue giornate più difficili, Napoli si strinse intorno al conduttore della trasmissione «Portobello», che proprio all'ombra del Vesuvio fu costretto a subire un processo duro ed estenuante, fino all'assoluzione nel 1986 con formula piena dalla corte d’Appello.

Il caso Tortora cominciò nel 1983, quando alcuni pentiti appartenenti alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo accusarono Tortora di traffico di droga ed associazione mafiosa. Un «tritacarne» in cui furono coinvolte 855 persone. Tortora venne ammanettato dai carabineri davanti a fotografi e tv, tratto in arresto per ordine della procura di Napoli. Nel settembre '85 Tortora fu condannato in primo grado a dieci anni di galera e subì gli arresti domiciliari. Gli indizi che lo accusavano erano pochi e deboli; l'ultimo, l'agendina di un camorrista dove c'era scritto il nome «Tortosa» con un numero telefonico, elemento che trasse in inganno magistrati e pubblici ministeri. L'Italia sul caso Tortora si spaccò in due, tra innocentisti e colpevolisti. Il 20 febbraio 1987 il giornalista ligure poté tornare sugli schermi televisivi, ma il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, morì restando nell'immaginario collettivo una vittima emblematica della giustizia italiana.



Marco Perillo
03 dicembre 2010






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Don Camillo e Peppone, fronte comune Il vescovo e il marxista contro le ruspe

Corriere del Mezzogiorno

Ischia, monsignor Strofaldi e l'ultrà comunista Savio uniti per contrastare gli abbattimenti delle case


NAPOLI - «Il vescovo ha incontrato Domenico Savio - racconta il cronista della webtv marxista leninista, che poi di Savio è il figlio - I due si sono salutati e hanno scambiato fugacemente due battute» sull'abbattimento delle case abusive di Ischia disposto dalla Procura. «Questa non è giustizia, è giustizialismo, si comincia dai più deboli» ha esordito monsignor Filippo Strofaldi. «Sì, è incomprensibile, è intollerabile, contro i più indifesi» risponde all'unisono Savio. I due si riferiscono al dramma degli ischitani Tina e Paolotto Monti che stanno per perdere l'appartamento.


IL DRAMMA DELLA FAMIGLIA MONTI - Il prelato, la più alta carica ecclesiastica dell'isola verde e l'ultrà comunista, fondatore del Partito comunista italiano marxista leninista (Pci-ml) fanno fronte comune. Per azzardare un facile paragone è come se i personaggi di Fernandel - Don Camillo e Peppone - firmassero un armistizio e lottassero fianco a fianco. Quella raccontata nei libri e nei film in bianco e nero era però un'Italia ruspante, innocente, divisa ma solidale. Nel 2010 la residua ideologia e la religione cattolica in affanno viaggiano nettamente separate. Ma ciò non impedisce a Strofaldi e Savio di ritrovarsi insieme sulle «barricate» per tentare di fermare le ruspe incaricate di demolire la casa della famiglia Monti, dichiarata abusiva. «Dura lex sed lex, allora - ha aggiunto il vescovo - ma la legge è superiore all’uomo? La legge è per l’uomo, e questo è un principio fondamentale». Gli fa sponda Savio, attingendo però al vocabolario rosso: «Lo Stato capitalistico, il potere padronale, utilizzando la forza dell'arroganza e della dittatura politica e istituzionale ha deciso di abbattere l'unica casa di questa famiglia di lavoratori: una tragedia sociale. La casa è un diritto costituzionale».

Alessandro Chetta
03 dicembre 2010

Famiglie arcobaleno e genitori omosessuali: "Basta nasconderci"

La Nazione

Le Famiglie Arcobaleno: una realtà sempre più diffusa anche in Italia, fatta di nuclei familiari a tutti gli effetti che tuttavia trovano nel nostro Paese grandi difficoltà


Firenze, 2 dicembre 2010 - Hanno deciso di rompere il silenzio. Di farsi vedere. Di uscire dal cono d’ombra mostrando non solo la loro omosessualità ma anche la loro famiglia, fatta di due padri, o due madri, con i loro figli. Bambini cercati, desiderati e alla fine  ottenuti dopo lunghi percorsi un tempo impensabili e che il progresso ha reso possibili.

Un tema delicato, spinoso, che i protagonisti hanno deciso di affrontar e a viso aperto. Il primo a raccontare la sua storia è Fabrizio Paoletti, un ingegnere fiorentino, responsabile per la Toscana delle Famiglie Arcobaleno (www.famigliearcobaleno. it), l’associazione nata per dare voce e visibilità a questi nuovi nuclei familiari. Lui ha vissuto due vite. La prima da uomo sposato, con una donna, una figlia molto amata, e la seconda da omosessuale, a cui ha dato spazio e parola solo dopo la separazione. Il secondo è Paolo Baldi, dirigente pubblico a Firenze, che  insieme al suo compagno Moreno ha deciso di avere un figlio, sono andati in Canada, hanno seguito la strada della gestazione di sostegno, e alla fine sono tornati con due gemelli.

E’ lo stesso percorso fatto dal famoso cantante Ricky Martin, che ne ha parlato lungamente e in pubblico, ed è l’unico possibile per una coppia di uomini. Bisogna affidarsi a due donne, per diventare padri: la donatrice  e la ’portatrice’, ovvero colei a cui vengono impiantati gli embrioni e che poi  porterà in grembo il bambino fino alla nascita. In Italia niente di tutto questo è possibile, come non lo è l’inseminazione eterologa a cui invece ricorrono le coppie di donne. Ma il mondo è sempre più piccolo, e se un tempo tutto era possibile ma solo di nascosto e con stratagemmi vari, oggi basta prendere un aereo e  cambiare territorio e leggi.




E’ giusto mettere al mondo un bambino che avrà due genitori dello stesso sesso? C’è un limite al desiderio di genitorialità? E qualora si fosse contrari, si può impedire ad altri di fare ciò che per noi è inaccettabile? Dice Paolo Baldi: “I bambini hanno bisogno di un luogo di amore, di cura e di protezione, così come  sancito dai trattati internazionali. Ed è questo ciò che noi garantiamo. D’altra parte trent’anni fa anche i figli di separati, o quelli adottati che venivano d a lontano, erano additati come figli infelici o esposti a chissà quale brutta vita. Poi abbiamo visto che non è andata proprio così”.

Tutti gli interpellati dicono che se avessero potuto avrebbero preferito adotta re un figlio, anzichè ricorrere alla scienza. Ma non essendo legalmente riconosciute come coppie, in Italia, ed essendo negato l’accesso alle adozioni da parte  dei single, anche questa strada è impraticabile. “Certo che le nostre famiglie sono diverse - dicono - ma soprattutto perché i nostri figli hanno meno diritti degli altri“. Infatti mentre in America o in Canada entrambi i papà (o le mamme)  risultano genitori, in Italia solo uno dei due è legalmente riconosciuto. L’altro, per la legge, sul figlio non ha alcun diritto. Nè doveri.

Nel video troverete anche i protagonisti del nuovo film “Due padri per David”, in cui Mario e Valter diventano padri dopo un lungo viaggio fatto di paure, ansie , speranze, e alla fine gioia.




INTERVISTA A FABRIZIO PAOLETTI, RESPONSABILE TOSCANO DELL'ASSOCIAZIONE ARCOBALENO
Fabrizio Paoletti, ingegnere, è stato sposato, ha avuto una figlia, e dopo la separazione ha deciso di dare spazio alla sua omosessualità. La figlia ha sempre saputo tutto.

Quando ha deciso di raccontare la sua storia?
Quando mi sono sentito sereno, anche dal punto di vista professionale. Mi hanno chiesto di dare la mia testimonianza e a quel punto ho deciso di farlo anche per dare voce a chi invece non può permetterselo

E' stata dura dirlo a sua figlia?
Avevo molta paura e anche molti sensi di colpa, non lo nascondo. Ma poi scoprii che mia figlia aveva già capito molte cose e quindi parlare con lei è stato un momento liberatorio. La chiarezza, la verità, è sempre meglio di qualsiasi bugia

Si è fatto aiutare?
Ho seguito le indicazione di una neuropsichiatra infantile, la stessa che ci aveva seguito nella separazione. E' stata lei a spiegarci che la cosa più importante era essere chiari, non dire bugie, ribadendo che per lei non cambiava niente, io ero sempre il suo papà e la sua mamma era sempre la sua mamma.

Mai avuto problemi a scuola?
Siamo stati fortunati, le maestre hanno preso atto senza mai giudicare o aggiungere alcunchè. Certo se l'ambiente circostante fosse omofobico, per un bambino sarebbe difficile non subire traumi

E lei ha avuto problemi nel posto di lavoro o in famiglia?
Qualche problema in famiglia, veniamo da una cultura cattolica molto tradizionale. Ma poi abbiamo superato. Al lavoro qualche collega ha preso le distanze. Ma credo sia solo una difficoltà di approccio

Perchè secondo lei c'è un pregiudizio negativo sull'omosessualità?
Come ha ben spiegato un sociologo francesce, credo sia un fenomeno antropologico e psichico legato all'istinto di sopravvivenza della specie: siccome l'omosessuale non può procreare, allora viene emarginato. Ma il progresso oggi ci permette di essere omosessuali e anche genitori, dunque la specie può andare avanti lo stesso.

INTERVISTA A GIUSEPPINA LA DELFA, RESPONSABILE NAZIONALE DELL'ASSOCIAZIONE FAMIGLIE ARCOBALENO (www.famigliearcobaleno.it)
Giuseppina La Delfa, docente universitaria a Salerno e madre, insieme alla compagna, di una bambina.

Esistono dei dati sul numero di figli di coppie omosessuali in Italia?
Secondo la ricerca “Modi di”, fatta con il patrocinio del ministero della salute, sono almeno 100mila i bambini che in Italia hanno almeno un genitore omosessuale. Ovviamente la cifra è sottostimata perchè nel nostro Paese il sommerso, il nascosto, è molto più vasto che in altri Paesi. In Francia ad esempio risultano 200mila (su una popolazione di 60 milioni come noi), negli Stati Uniti 9 milioni, e così via
Cosa intende per sommerso?

Tutto il non detto o il non esplicito. Molti dei figli di omosessuali sono nati nel matrimonio, cioè da coppie eterosessuali, non solo perchè era l'unico modo per avere bambini ma anche perchè molti gay o scoprono di esserlo dopo, quando si separano, o si reprimono per paura del giudizio sociale.

E ora anche in Italia nascono famiglie composte dichiaratamente da coppie omosessuali. Che difficoltà possono avere i figli di due papà o di due mamme?
Sono bambini che devono imparare a sopportare lo sguardo dell'altro, che ovviamente si nota. Sta ai genitori prepararli, attrezzarli, far capire che la loro differenza può essere anche una ricchezza

Quanti anni ha sua figlia?
Sette e mezzo. E mi creda, conosco molte famiglie cosiddette regolari che però vivono tensioni e bugie che creano danni gravi ai bambini

Cosa risponde a chi le dice che siete contro natura?
Che noi esseri umani non siamo delle bestie ma esseri pensanti, animali sociali con il cervello, e che trovo molto meno naturale la famiglia che finge di onorare il matrimonio e poi magari sopporta infedeltà o violenze o verità nascoste

Lei sarebbe favorevole all'adozione?
Certo, ma non ce lo concedono, perchè in realtà il vero problema non sono i figli ma il fatto che siamo coppie omosessuali, e in quanto tali mettiamo in crisi il sistema patriarcale del dominio del maschio. Per questo non vogliono riconoscerci legalmente. La storia è piena di padri che hanno fatto fare i figli alle serve o di mogli infedeli inseminate dal vicino di casa. Allora i figli non sono quelli che hanno i geni del genitore ma quello che un padre o una madre decidono di allevare.

INTERVISTA A DON MOMIGLI, DIRETTORE DELL'UFFICIO PASTORALE SOCIALE DELLA DIOCESI DI FIRENZE



Cosa pensa delle coppie di omosessuali che decidono di avere figli?
Intanto bisogna distinguere: da una parte c'è la persona, che esige rispetto qualsiasi scelta compia, dall'altra c'è la valutazione o la riflessione che ognuno di noi può fare sul merito di quella scelta

Detto questo?
Aggiungo che oggi si pensa che ogni scelta individuale abbia a che fare solo con la sfera privata e personale, mentre nei fatti, direttamente o indirettamente, ha un riflesso anche nella comunità. Le faccio un esempio. Se io ho scelto di fare il prete, questo influisce non solo sulla mia personale vita ma anche sulla comunità di San Donnino, per esempio, che mi sopporta da molti anni. E così se una coppia funziona o non funziona, questo ha inevitabilmente una ricaduta sulla comunità

Tornando al tema?
Vede, si potrebbe dire che è meglio avere due padri o due madri che hanno un forte desiderio di genitorialità piuttosto che avere un padre e una madre regolari ma incapaci di dare amore

E invece?
E invece non è questo il ragionamento da fare, altrimenti ci sarà sempre qualcosa di peggio che giustifica qualsiasi scelta. Bisogna invece dire che nella nostra società c'è già una forte carenza di figure maschili e questo tipo di coppie non fa che accentuare questa carenza

Parla da pedagogista o da prete?
Un prete deve parlare anche a chi non crede, usando argomentazioni sociali. Altrimenti dovrei fermarmi a dire che per la Bibbia l'uomo è creato da un maschio e da una femmina.

Ma lei accoglierebbe in chiesa una di queste famiglie?
Certo. Il rapporto fra un prete e un essere umano si costituisce partendo dalla situazione data e dalla persona.





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Renzi: "Intitolare a Monicelli il binario di Amici miei"

Quotidiano.net


Il sindaco di Firenze sta lavorando a un'idea ricevuta sulla sua bacheca Facebook da una ragazza intitolare a Mario Monicelli il binario della stazione di Santa Maria Novella famoso per una scena cult del film diretto dal maestro nel 1975





Firenze 3, dicembre 2010 - Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha annunciato durante una trasmissione tv su Rete 37 che sta lavorando a un'idea ricevuta sulla sua bacheca Facebook da una ragazza: intitolare a Mario Monicelli il binario della stazione di Santa Maria Novella famoso per una scena cult del film Amici miei (che il maestro diresse nel 1975), ovvero quella degli schiaffi alle persone affacciate dai finestrini di un treno in partenza.

‘’E’ una proposta che giudico fantastica e che pero’ dobbiamo valutare e verificare con Grandi Stazioni: lei mi ha suggerito di dedicare a Mario Monicelli il binario della famosa scena degli schiaffi e a me piacerebbe molto poterlo fare’’.

Il sindaco ha inoltre affermato: ‘’Credo che si debba dedicare una via di Firenze a Enrico Berlinguer e una via a Oriana Fallaci, e credo che questi protagonisti del ‘900 debbano avere anche delle vie belle’’.




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Oscurato Wikileaks Avrà il server in un bunker Usa, legge anti Assange

Quotidiano.net


Su Twitter il sito accusa gli Usa di aver oscurato il suo dominio. Così WikiLeaks avrebbe trovato casa nel server protetto dal bunker in una montagna svedese. Senato Usa, proposta di legge per azioni giudiziarie e attacchi informatici contro Assange



Roma, 3 dicembre 2010 - Il sito Wikileaks attraverso twitter accusa gli Usa di aver oscurato il suo dominio. ‘’Il dominio Wikileaks.org e’ stato ucciso dagli Usa ‘’, si legge sulla pagina Wikileaks di Twitter e questa mattina non e’ possibile collegarsi al sito.

WikiLeaks cerca casa, anzi case; e l’avrebbe trovata in un bunker dentro una montagna svedese, o meglio nel server protetto dal bunker. Il sito di Julian Assange (lui stesso ricercato ormai a livello internazionale) è stato buttato fuori da Amazon.Com e anche Tableau Software, una compagnia che offre visualizzazione pubblica di dati, ha tolto dal suo sistema i famigerati dispacci delle ambasciate Usa nel mondo. In ambo i casi, la decisione è stata presa per le specifiche pressioni del senatore statunitense Joe Lieberman, presidente della Commissione del Senato Usa sulla sicurezza nazionale. In ambo i casi le compagnie hanno spiegato che WikiLeaks non ha rispettato i termini del contratto circa l’uso “responsabile” dello strumento offertogli.

D’altra parte l’agenzia Usa per la Sicurezza Sociale, osserva oggi il quotidiano britannico Guardian (uno dei 5 organi di stampa internazionali che stanno pubblicando i file segreti delle ambasciate) ha persino informato i suoi dipendenti che anche leggere i cablogrammi in questione potrebbe configurarsi come un reato.

Solo che impedire al pubblico di vedere i documenti in questione non è per nulla cosa facile, osserva il Guardian. Intanto ci sono i file che vengono analizzati e resi pubblici man mano dalle 5 grande testate con cui WikiLeaks si è associata per questa operazione (anche New York Times, El Pais, Le Monde e Der Spiegel). In secondo luogo i file possono essere trovati in rete usando Google o il servizio di file sharing Bittorrent.

Secondo diverse fonti, poi, WikiLeaks avrebbe trovato una nuova ‘casa’: un bunker della guerra fredda dentro una montagna svedese, ovvero la sede della compagnia Bahnhof, vicino a Stoccolma (lo scrivono Forbes, la Associated Press e il sito norvegese VG Nett). Secondo la rivista tecnologica dell’università di Boston, la MIT, i tentativi di bloccare Wikileaks “hanno obbligato i fedeli di Assange a spostare il sito in un centro dati fortificato da guerra fredda, un bunker anti nucleare chiuso nella roccia, letteralmente. Il centro dati ospiterà il materiale di WikiLeaks a 30 metri sotto terra, nel centro di Stoccolma”.

“Il server ha un’unica entrata e porte di acciaio spesse mezzo metro, oltre a generatori di backup presi da sottomarini tedeschi” aggiunge la rivista. Anche il mondo virtuale ha bisogno di salvaguardie ben materiali.


SENATORI USA CONTRO WIKILEAKS


Il senatore Usa indipendente Joe Lieberman e i colleghi repubblicani John Ensign e Scott Brown hanno presentato una proposta di legge per facilitare azioni giudiziarie e attacchi informatici contro Julian Assange e Wikileaks. In un comunicato diffuso dall’ufficio di Lieberman, si spiega che lo "Shield Act" (legge-scudo) permetterebbe all’Amministrazione Usa "una maggiore flessibilità per attaccare Wikileaks e il suo fondatore fondatore Julian Assange" in quanto definisce illegale la pubblicazione dei nomi degli informatori dell’esercito americano e della comunità dei servizi di intelligence.

"Assange e i suoi complici hanno stilato una lista di bersagli da colpire per i nostri nemici", hanno denunciato i tre senatori, "Wikileaks non è un sito di informazione e Assange non è un giornalista".

 


DOCUMENTI, LA GERMANIA ACCUSA GLI USA DI AVER PRESO I SOLDI PER L'AFGHANISTAN

La Germania accusa gli Stati Uniti di aver sottratto milioni di euro da fondi internazionali comuni destinati all’Afghanistan. Da un documento riservato diffuso da WikiLeaks emerge che Berlino avrebbe minacciato di cancellare i propri contributi in favore dell’Afghanistan, in segno di protesta contro la pratica del Tesoro americano di appropriarsi di una percentuale del 15% del denaro destinato alla creazione delle forze armate afgane, come una sorta di contributo per le spese di gestione da parte dell’esercito Usa.

In una lettera di protesta inviata quest’anno a Washington dall’ambasciatore tedesco presso la Nato, Berlino pone domande sulle sorti di 50 milioni di euro versati dalla Germania nel 2009 quale maggiore contributo a un “fondo comune” per l’esercito afgano. Il governo tedesco vuole sapere cosa ne è del denaro, perché i progetti previsti non sono andati avanti e perché l’esercito americano si sarebbe appropriato del 15% di quel denaro.

In un cablo indirizzato a Washington la missione Usa presso la Nato chiede istruzioni su come rispondere alle proteste dell’ambasciatore tedesco presso l’Alleanza, Ulrich Brnadenbrug.

Ivo Daalder, l’ambasciatore Usa, spiega a Washington che la protesta tedesca “solleva preoccupazioni politiche molto serie”.

Istituito nel 2007 per finanziare la creazione dell’esercito afgano, il fondo ha accumulato oltre 123 milioni di euro, secondo i dati della Nato, e dovrebbe raccoglierne altri 151 se i vari Paesi manterranno gli impegni presi. Il contributo tedesco è stato di gran lunga il maggiore, oltre il doppio del secondo classificato, quello olandese, con 22 milioni di euro.


USA, I NARCOS POSSO PRENDERE IL CONTROLLO DEL MESSICO

Le autorità messicane temono che alcune regioni del Paese possano finire sotto il controllo dei trafficanti di droga. Lo scrive in un cablogramma dell’ottobre del 2009 inviato a Washington Carlos Pascual, numero uno dell’ambasciata Usa a Città del Messico, che cita il sottosegretario agli Interni, Geronimo Gutierrez Fernandez “che ha espresso una reale preoccupazione” in riunioni non ufficiali.

Secondo Gutierrez, si legge sul rapporto firmato da Pascual, diffuso dal sito Wikileaks e ripreso da numerosi quotidiani internazionali, la situazione sta danneggiando la reputazione del Messico sia all’interno che all’estero e se il presidente Felipe Calderon non dovesse ottenere “un successo tangibile riconoscibile dai messicani” nella guerra contro i cartelli della droga, “sarà difficile sostenere il confronto nella prossima amministrazione”.

Il memorandum, classificato e segreto della sede diplomatica Usa, è in contrasto con la versione ufficiale data da Usa e Messico circa la lotta al crimine organizzato. All’epoca del dispaccio, Calderon sosteneva che il picco di violenze legate al controllo degli stupefacenti, che hanno provocato la morte di 28.000 persone dal 2006, era il segno che i cartelli della droga erano alla corda e che il governo controllava ormai tutte le aree del Paese.


KARZAI CORROTTO

Hamid Karzai deludente e incapace e un Afghanistan che "mette in vendita se stesso a tutti i livelli": è lo sconsolante quadro che emerge dai cablogrammi della diplomazia Usa da Kabul tra il 2004 e il 2009, riportati da Wikileaks. Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, è convinto che il presidente afghano "abbia una doppia personalità", un diplomatico britannico esprime "profonda insoddisfazione" nei suoi confronti, un collega australiano sostiene che "ignora la realtà" e il ministro degli Esteri dell’Oman afferma "aver perso fiducia in lui".

Tagliente il giudizio di Karl Eikenberry
, l’ambasciatore Usa a Kabul: "Una delle principali sfide in Afghanistan è come combttere la corruzione quando i membri chiave del governo sono loro stessi corrotti". E ancora, in un memo nell’aprile del 2009: "L’incapacità di Karzai di afferrare i più elementari concetti di uno stato, la sua profonda e radicata insicurezza come leader vanificano i nostri migliori sforzi di cercare in lui un alleato responsabile".

C’è anche l’indicazione di una serie di occasioni in cui Karzai è intervenuto per far liberare criminali (tra cui 5 poliziotti sorpresi con 124 chili di eroina) e presunti terroristi.

 

 

IL PRESIDENTE DI HAITI E' UN UBRIACONE

Il presidente uscente di Haiti, Rene’ Preval, “e’ un forte bevitore, e ha ripreso a farlo, spesso frequenta un nightclub di Petitionville con amici”: lo si legge in un rapporto dell’ambasciata Usa a Port-au-Prince dell’estate 2009 classificato “confindenziale” dall’ambasciatore americano Janet A. Sanderson.

“Il comportamento stravagante di Preval ha creato voci su possibili effetti del suo cancro alla prostata - curato - o che abbia ripreso a bere”, si legge nel documento datato 16 giugno 2009 e verosimilmente redatto dall’incaricato d’affari Thomas C.

Tighe: “Preval ha incrementato il suo consumo di alcol e spesso frequenta un night-club di Petitionville con amici. Ma nei nostri incontri, non l’ho mai visto bere. Ciononostante, resoconti del suo ‘bere forte’ sono circolati largamente”.

Nelle elezioni tenutesi la scorsa settimana a Haiti, Paese stretto nella morsa dell’emergenza colera e del ritardo nella ricostruzione dopo il terremoto che ha causato centinaia di migliaia di vittime all’inizio dell’anno, il partito l’Inite’ del presidente uscente Preval non ha escluso la sconfitta: i primi risultati sono attesi il 7 dicembre.


MINISTRO LIBANESE SUGGERISCE A ISRAELE COME BATTERE HEZBOLLAH

Il ministro della Difesa libanese, Elias Murr, fornl indicazioni agli Stati Uniti su come Israele potesse sconfiggere gli sciiti di Hezbollah nel caso in cui fosse scoppiata una nuova guerra. È quanto emerge da uno dei documenti svelati da Wikileaks rilanciato dal sito del quotidiano Haaretz, da cui emerge che Murr consiglir a Israele, tramite l’ambasciata Usa a Beirut, di non farsi nemiche le comunit` crisitiane nei pressi del confine.

"Israele non pur bombardare ponti e infrastrutture nelle aree crisitiane - disse il ministro ai funzionari dell’ambasciata - i cristiani erano dalla sua parte nel 2006 (ai tempi della Seconda Guerra del Libano, ndr) fino a quando non comincir a bombardare i loro ponti". Secondo il ministro, le forze di difesa israeliane dovrebbero anche stare attente a evitare, in una nuova ipotetica guerra con Hezbollah, di entrare nelle zone controllate dalle Nazioni Unite, che hanno il contingente Unfil stanziato nelle aree di confine.

Altrimenti, sosteneva il ministro, Hezbollah potrebbe usare ogni violazione della Risoluzione Onu 1701, che mise fine alla guerra dell’estate 2006, per "inondare" la zona di combattenti e armi. Il gruppo sciita, alla fine della guerra, si dichiarr vincitore, ma secondo Murr non sarebbe stato in grado di reggere a un secondo attacco israeliano. "Sono certo che Hezbollah sia spaventato e si prepari a subire una dura lezione", disse ai diplomatici statunitensi.

Murr fece anche riferimento all’omicidio di Imad Mughniyeh, comandante militare di Hezbollah ucciso a Damasco nel 2008, per il quale il gruppo sciita puntr il dito contro Israele. A suo giudizio, Hezbollah si sentiva tenuto a rispondere all’omicidio con un attacco in territorio israeliano. "Murr pensa che un attacco nell’Africa occidentale o meridionale sarebbe piy facile, ma che Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah, ndr) preferisca attaccare nel cuore di Israele. Hezbollah tenterà di portare la Siria a farsi carico della risposta di Israele a questo attacco", si legge nel documento Usa.

Dal carteggio emerge inoltre che il ministro era preoccupato soprattutto di tenere l’esercito nazionale fuori dal contenzioso Hezbollah-Israele. "È preoccupato per la prima e l’ottava brigata nella Valle di Bekàa - si legge - Teme che possano vedersi negare il supporto del quartier generale mentre Israele conduce operazioni contro Hezbollah.

Dovranno rivolgersi alla popolazione locale per cibo e acqua, ma ll la popolazione h fatta di sostenitori di Hezbollah e Murr teme che alla fine quelle due unit` saranno trascinate negli scontri, un disastro che vorrebbe evitare".

Il ministro spiega anche di aver dato disposizioni ai vertici militari di mantenersi fuori dagli scontri, perchi "Iran e Siria non hanno chiesto il permesso di Beirut per armare Hezbollah" e quindi "non sarebbe una guerra contro Beirut". L’obiettivo dell’esercito, secondo Murr, era "sopravvivere completamente intatto" a un’eventuale guerra. "Non voglio che migliaia di nostri soldati muoiano senza una ragione", concluse.





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Indro "coloniale", oasi di scrittura nel deserto eritreo

di Mario Cervi


Torna il libro-diario che rivelò il suo talento di scrittore e giornalista a Bontempelli e Ojetti


Con eccellente iniziativa la Rizzoli ripubblica XX battaglione eritreo (pagg. 242, euro 19,50), il libro che rivelò Indro Montanelli e che lo segnò per sempre sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista professionale. Il giovane spilungone che si era volontariamente arruolato per conquistare l’Impero, e che come sottotenente fu assegnato appunto al XX battaglione eritreo, divenne famoso a sua insaputa. Lo ha raccontato lui stesso a Tiziana Abate: «Nel mio vagabondare avevo scritto un taccuino di guerra che avevo inviato, a spizzichi e bocconi, a mio padre, senza neppure sapere se l’avesse ricevuto... Mio padre aveva fatto leggere quel diario a Bontempelli che dopo varie vicende, me l’aveva fatto pubblicare dalla casa editrice Panorama, e Ugo Ojetti, apprezzandone il taglio antiretorico che a quei tempi era una rarità, l’aveva recensito spingendosi ad annunciare la nascita di un Kipling italiano».

Ojetti, altezzoso mandarino dell’élite letteraria, aveva fiuto e onestà nel valutare i talenti. Poteva, con le sue segnalazioni, decretare la fortuna o la sfortuna d’uno scrittore (anche Indro avrebbe avuto, dopo di lui, lo stesso ruolo seppure esercitato con bonaria spregiudicatezza, un suo elzeviro valeva diecimila copie). Dunque Ojetti fu incantato dalle pagine di quel debuttante, e aveva ragione. Sono pagine che ancora oggi non appaiono, come tante d’altre celebrità giornalistiche del tempo, irrimediabilmente datate, enfatiche, polverose. Il racconto di Indro mantiene intatti, a tanta distanza di anni, i suoi pregi.

Non indugio in citazioni, mi limito ad una: «Il Tigrai è di una bellezza senza sorriso, incurante di se stessa e insensibile all’elogio. Non si aderge e non si avvalla, nonostante le forre che lo solcano e le ambe che lo increspano: sta. Altri paesaggi di questa terra d’Africa sono mobili e vari, trasmutano di colore, si abbigliano con cangevole fantasia all’alba e al tramonto, mutano secondo la prospettiva, civettano con chi guarda. Cercano di sedurre con infingimenti da femmina. Ma il Tigrai taciturno, supino sotto un cielo di cobalto, sembra aver dimenticato per sempre e forse sempre ignorato, la chimica complicata del belletto. Né torvo né accogliente».

Il geniale ragazzo toscano maneggiava d’istinto come meglio non si sarebbe potuto le emozioni e il linguaggio. Credeva nell’avventura africana - quella voluta da Mussolini e quella sua personale - inebriato dalle vastità e dai silenzi d’un mondo per lui nuovo. Credeva che molti milioni d’italiani potessero trovarvi terre da coltivare e popolazioni da guidare, era convinto della superiorità dell’uomo bianco sugli indigeni. Dei suoi ascari ha dato descrizioni indimenticabili per affetto e rispetto, ma dall’alto del suo piedestallo di dominatore. In attesa d’avere un reparto scriveva che «quest’avventura è bella - la più bella, non ne avrò altre uguali - e quindi la desidero, la voglio lunga. Poi torneremo a portare al Duce l’Impero e riverremo quaggiù, malati di mal d’Affrica».

Le lettere che Montanelli scambiò con il padre e con la madre, e che completano il volume, sono testimonianza della sua onestà morale, del suo ingenuo entusiasmo patriottico, delle sue malinconie («la nostalgia morde») e della sua delusione per avere di fronte «un nemico che non fa che fuggire e una popolazione che non fa che applaudire. È una passeggiata, sia pure un po’ scomoda».

L’introduzione a XX battaglione eritreo è stata affidata ad Angelo Del Boca, grandissimo esperto del colonialismo italiano in Africa, da lui visto in chiave duramente negativa. È una introduzione intelligente ed agrodolce, nella quale Del Boca rievoca la pluridecennale querelle che ebbe con Indro a proposito dell’impiego dei gas nella campagna d’Etiopia. Quell’uso Del Boca lo affermava basandosi su documenti, Montanelli lo negava basandosi sulla sua esperienza personale. Per verità nel nostro primo libro a quattro mani, L’Italia littoria, era stato spiegato che dei gas s’era fatto uso lanciandone oltre una tonnellata e mezza e che Mussolini aveva dato licenza a Rodolfo Graziani di impiegarli «nel caso Vostra Eccellenza lo ritenga necessario per supreme ragioni di difesa». Queste righe erano di mio pugno e Montanelli, pur avendole lette e approvate, insistette anche successivamente nel contraddire Del Boca. Finché riconobbe lealmente d’essere in torto.

Piuttosto maliziosamente Del Boca sottolinea che l’esperienza guerriera di Montanelli si ridusse a quattro mesi. Poi si ammalò e, una volta guarito, fu destinato a un ufficio della propaganda. Ma non ironizzerei sulla brevità della sua partecipazione alle imprese del XX battaglione eritreo. La freschezza, franchezza e bellezza delle sensazioni che Indro provò e registrò un quei mesi appare ancor oggi straordinaria. Ugo Ojetti non si era sbagliato.




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Il partito islamico sarà il ghetto di Milano

di Livio Caputo


Il direttore della moschea di viale Jenner si candida a sindaco della città: è il debutto di un immigrato in politica. Altro che convivenza, così difendono solo la loro enclave


Già nel nome che Abdel Hamid Shaari, direttore del molto chiac­chierato Centro islamico di viale Jenner, ha scelto per la lista con cui si è presentato ieri a candida­to sindaco - «Milano nuova» - c’è qualcosa di inquietante. L’archi­tetto di origine libica, cittadino italiano da molti anni e perciò ti­tolare di tutti i diritti politici, pensa evidentemente a quel 2055 in cui, secondo una attendibile proie­zione basata sugli attuali flussi migratori, nella nostra città gli abitanti di origine stra­niera supereranno gli italiani.

Sembra un giorno ancora lontano, un pro­blema per i nostri nipoti; ma il fatto che Shaari ritenga utile che la minoranza di im­m­igrati abilitati a votare faccia blocco fin da ora ed entri nell’agone politico la dice lunga su quel che potrà succedere se e quando ­come chiedono a gran voce Fini e la sinistra - tutti i 210mila attualmente iscritti all’ana­grafe, più i nuovi che arrivano ogni giorno, potranno partecipare alle elezioni ammini­­strative: lungi dall’integrarsi e dall’entrare a far parte delle strutture politiche esistenti come prevedono le anime belle, lungi dal diventare milanesi a tutti gli effetti, si pro­pongono di diventare una specie di enclave con i propri referenti, che badino principal­mente ai loro interessi.

La discesa in campo di una lista civica che ha come candidato sindaco un musulma­no e cerca di trovare un minimo comune denominatore tra le esigenze delle principa­li comunità straniere presenti costituisce dunque uno spartiacque nella vita politica della città. Anche se nelle liste dei candidati di «Milano nuova» al Consiglio comunale ci sarà qualche italiano (certamente di sini­stra, o magari vicino alla Curia) a fare da fo­glia di fico, l’unico scopo di Shaari è quello di raccogliere abbastanza voti per funziona­re da gruppo di pressione. Nel presentare la sua candidatura, ha precisato che, al primo turno, non intende apparentarsi né con la destra, né con la sinistra, e che deciderà da che parte schierarsi solo per l’eventuale bal­lottaggio. Dal suo punto di vista si tratta di una tattica intelligente, perché solo in que­sto modo potrà far pesare davvero le sue ri­vendicazioni.

Ma da che parte stia lo ha fat­to capire chiaramente quando, dopo avere parlato di solidarietà e multiculturalità, ha detto di «volere rilanciare i valori di acco­glienza, legalità e giustizia che sono propri delle tradizioni di Milano ma che da vent’anni sono stati traditi»: dal momento che la città è governata dal centrodestra da 18, non è difficile indovinare chi, secondo il signor Shaari, siano i cattivi. Un’altra assicurazione che lascia perples­si è che «Milano nuova» sarà una lista laica e non islamica e che non intende inserire nel programma la costruzione di una moschea «per non mettere troppa carne al fuoco».

Aspirando a riunire sotto le sue bandiere tut­te le comunità straniere, non poteva fare al­trimenti, e tra i suoi candidati figureranno senz’altro uomini e donne delle più varie et­nie. Ma, come più eminente rappresentan­te della comunità islamica, è difficile im­maginare che non privilegi gli interessi e le esigenze dei suoi correligionari, e la scel­ta per la presentazione della candidatura del Teatro Ciak, dove da due anni si cele­bra il Ramadan, è di per sé un indizio elo­quente. Comunque, Shaari non può non sapere quanto sarà arduo mettere d’accor­do filippini e sudamericani cattolici, rome­ni e ucraini ortodossi, marocchini, egizia­ni, senegalesi, eritrei, tunisini e somali mu­sulmani, cingalesi buddisti e albanesi (più o meno) atei, e che perciò dovrà ap­poggiarsi su un «nucleo duro».

Molti milanesi «politicamente corretti» considerano probabilmente la discesa in campo di Shaari un fatto positivo. Noi non siamo di questo parere; e ne traiamo spun­to per augurarci ancora una volta che non si arrivi a un ballottaggio che gli darebbe subito un grosso potere contrattuale.




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Milano, un Partito islamico in lizza alle Comunali

di Alberto Giannoni


Il leader del centro di viale Jenner presenta la lista civica degli immigrati: si candiderà alle prossime Comunali La Lega: "Un pericolo e una vergogna". Il Pdl: "Una patacca elettorale"


 

Milano - Folklore elettorale o primo embrione italiano dei Fratelli musulmani: questo lo si vedrà nei prossimi mesi. Di certo si sa che la prima uscita della lista degli stranieri ha riscosso una selva di fischi, da sinistra a destra.

Ricapitoliamo: l’annuncio mesi fa era sembrato una boutade, ora si sa che, per non farsi mancare nulla, alle elezioni comunali i milanesi dovranno sperimentare anche la lista degli immigrati. Si chiama «Milano nuova», e l’ha presentata ieri il leader islamico della discussa comunità musulmana di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari. La lista fondata dal direttore dell’Istituto culturale islamico si dichiara laica e aperta agli italiani, ma fin dal «programma politico» abbozzato ieri dallo stesso Shaari il tentativo è quello di far leva sui «nuovi italiani». Con l’obiettivo, annunciato dall’imam milanese, di creare una forza politica che parta da Milano per poi presentarsi in tutto il Paese. Alla conferenza stampa di ieri sono intervenuti candidati di nazionalità italiana, peruviana, senegalese, siriana, romena ed eritrea. 


Ma quanti sono i potenziali «iscritti» del partito degli immigrati. Shaari spara numeri con un mucchio di zeri, sono quelli degli immigrati residenti a Milano e in Italia: 210mila compaiono - riferisce lui - nell’anagrafe di Palazzo Marino. E 5 milioni sono immigrati in Italia. Purtroppo per Shaari, e per alcuni politici italiani, c’è un dettaglio: la legge italiana che (ancora) non riconosce il diritto di voto ai non italiani - neanche alle Amministrative. Quanti sono dunque i potenziali elettori? Secondo il vicesindaco Riccardo De Corato la capacità di attrazione di Shaari la si può misurare sulla partecipazione dei musulmani alle preghiere islamiche: «Se i musulmani votano come partecipano al Ramadan - spiega de Corato - la lista degli stranieri di Shaari non catalizzerà che una manciata di preferenze, nella migliore delle ipotesi pertanto il partito di Shaari varrebbe lo 0,3%». Gli stranieri naturalizzati a Milano sono 15mila.

Al di là dei numeri, l’accoglienza della lista-Shaari è stata a dir poco scoraggiante. Ovviamente la Lega ha bocciato l’iniziativa, con parole pesanti. «È uno sfregio per Milano e per i tanti immigrati onesti che nella nostra città lavorano - ha detto il segretario provinciale del Carroccio, Igor Iezzi - Non permetteremo che nelle istituzioni milanesi siano presenti personaggi vicini al terrorismo internazionale. Visto che Shaari ha più volte dimostrato la mancanza di volontà nel prendere le distanze dal terrorismo nella gestione del suo centro islamico siamo preoccupatissimi e chiediamo che tutte le istituzioni e le associazioni per i diritti civili vigilino affinché in Consiglio comunale non entrino kamikaze». «Una vergogna» ha rincarato Matteo Salvini. Il Pdl con l’europarlamentare Carlo Fidanza liquida il tutto come «una clamorosa patacca mediatica». Ma anche dal Pd la bocciatura è netta: «La lista proposta da Shaari - riflette Roberto Caputo - malgrado il suo tentativo di definirla laica e di riempirla di candidati non solo islamici, è pericolosa perché divide i cittadini. Non può certo aiutare l’integrazione e la solidarietà una lista etnica con forti connotazioni religiose e islamiche».





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E morto l'ex arcivescovo di Napoli Michele Giordano: aveva 80 anni

Il Mattino



NAPOLI (3 dicembre) - Èmorto l'ex arcivescovo di Napoli, Michele Giordano. Ottanta anni, Giordano ha guidato la diocesi di Napoli dal 1987 al 2006, quando si è dimesso per raggiunti limiti di età. Nata a Sant'Arcangelo, in provincia di Potenza, Giordano era stato ordinato sacerdote nel 1953.
Parroco a Scanzano, successivamente è stato vicario generale della diocesi di Tursi-Lagonegro, quindi vescovo di Matera, nonchè amministratore delle diocesi di Gravina e Irsina, prima di essere trasferito a Napoli, da papa Giovani Paolo II, che lo creò cardinale nel 1988. 


Il cardinale Giordano, colto da un improvviso malore la scorsa settimana, era ricoverato all'ospedale Monaldi di Napoli. Le sue condizioni erano migliorate ma nella tarda serata di ieri sono sopraggiunte complicazioni respiratorie e cardiache. La salma è stata trasferita nella cappella dell'ospedale Monaldi dove alle 8 l'arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, celebrerà una messa.

Il cardinale Giordano, giunto a Napoli nel 1987, aveva raccolto l'eredità dell'arcivescovo Corrado Ursi che aveva lavorato per attuare le linee pastorali dettate dal Concilio Vaticano II. I 24 vescovi della Campania l'anno successivo lo elessero loro presidente. Giordano, in 19 anni di governo pastorale della diocesi di Napoli, la terza di Italia per numero di fedeli, ha più volte voluto visitare le parrocchie, così come aveva annunciato nella lettera pastorale «Sicut flumen pax tua», pubblicata in occasione della quaresima del 1988.

Suoi principali collaboratori sono stati prima i vescovi ausiliari Scanzillo e Vallini, attuale vicario di papa Benedetto XVI per la diocesi di Roma, successivamente gli ausiliari Filippo Iannone e Vincenzo Pelvi, attuale ordinario militare per l'Italia, il compianto monsignor Luigi Pignatiello e don Salvatore Ardesini, che chiamato da Giordano appena arrivato a Napoli non ha mai più lasciato l'ufficio di segretario particolare. Nel 1990 invitò a Napoli papa Giovanni Paolo II, che volle visitare la diocesi, non tralasciando alcuni quartieri a rischio, come quelli di Scampia. Negli anni del suo governo pastorale della diocesi partenopea, particolare attenzione è stata riservata agli ultimi, agli ammalati e ai carcerati.

Dimessosi nel 2005 per raggiunti limiti di età (così come previsto da codice di diritto canonico), ha lasciato la guida della diocesi di Napoli nel 2006, quando papa Benedetto XVI ha inviato a Napoli il cardinale Crescenzio Sepe, già prefetto di Propaganda Fide. Coinvolto in due inchieste giudiziarie avviate nel 1988 (la prima su un presunto giro di usura in Val d'Agri e la seconda su alcuni abusi edilizi in proprietà della diocesi di Napoli), Giordano è stato successivamente assolto con formula piena da ogni accusa.




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La sentenza è esecutiva Ora Feltri è imbavagliato La solidarietà dei lettori

di Redazione



L’ufficiale giudiziario ha notificato ieri a Vittorio Feltri, direttore editoriale del Giornale, la sanzione dell’Ordine dei giornalisti: tre mesi di sospensione per il caso Boffo. Lo stop forzato si prolungherà fino al prossimo 3 marzo



 

Adesso la condanna è esecutiva. L’ufficiale giudiziario ha notificato ieri a Vittorio Feltri, direttore editoriale del «Giornale», la sanzione dell’Ordine dei giornalisti: tre mesi di sospensione per il caso Boffo. Lo stop forzato imposto al direttore si prolungherà dunque fino al prossimo 3 marzo. Continua senza sosta, intanto, la valanga dei messaggi di solidarietà inviati dai lettori al «Giornale».




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Italia, il Paese delle partite Iva, 500mila nascondono dipendenti

La Stampa

Averla è spesso la condizione per poter lavorare

WALTER PASSERINI

Quelle ufficiali sono quasi 9 milioni milioni. Quelle attive sono 6,5 milioni. Ma se togliamo le aziende, i liberi professionisti con Ordini, gli artigiani arriviamo a un esercito di 3,5 milioni di partite Iva, dentro il quale lavorano free lance, collaboratori, consulenti senza albi e almeno 500mila dipendenti di fatto che per avere il lavoro hanno dovuto sottostare alla legge dell’Iva. Ma quando conviene o non conviene aprire una partita Iva?

Inevitabile. La partita Iva è praticamente obbligatoria quando si hanno più committenti. Nella sostanza, avere tre, quattro o cinque clienti, al di là della categoria di appartenenza, rispetto ai quali ci si arrabatta da mattino a sera, rende inapplicabile un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (cococo), un contratto a progetto e ovviamente anche un contratto da dipendente. Questa soluzione non è alla portata dei collaboratori pluricomittenti i cui clienti siano famiglie o privati che, non avendo a loro volta la partita Iva, non possono scaricare i costi. Anche la ritenuta d’acconto può essere usata al posto della partita Iva se si tratta però di collaborazioni veramente occasionali. Un altro caso è quello degli iscritti a un albo professionale come quelli delle libere professioni (avvocati, commercialisti, ecc.), per i quali la partita Iva è praticamente obbligatoria.

Quattro conti. L’apertura della partita Iva è conveniente a seconda del reddito. Infatti, l’altra domanda è: ma per chi ha pochi clienti, conviene aprirla? Sotto i 30mila euro l’anno di ricavi, dal punto di vista fiscale, aprirla o non aprirla è indifferente. Tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha il carico Irpef è identico. Anche il costo di apertura in questo caso è modesto ed è compensato dalla possibilità di scaricare l’Iva e le spese, che per chi non ha la partita Iva è impossibile. La differenza sta nel carico contributivo. Un cococo o un parasubordinato o anche un occasionale dovranno iscriversi alle gestioni separate, prevalentemente dell’Inps, ma pagheranno solo un terzo dell’aliquota oggi in vigore (26,72%), mentre due terzi li pagherà il datore di lavoro. Questo almeno sulla carta. Il titolare di partita Iva dovrà invece versare di tasca propria tutta l’aliquota, meno, ma non sempre ci riesce, il diritto di rivalsa del 4%. Su un reddito lordo di 30mila euro un lavoratore senza partita sborsa 2.204,40 euro; un lavoratore con partita Iva 6.412,80 euro, con una differenza di oltre 4.200 euro l’anno (tenendo conto che per il 2010 vi è un minimale contributivo esente di 5mila euro che rappresenta una sorta di franchigia).

Ricavi più elevati. L’apertura della partita Iva è quindi meno penalizzante se si hanno redditi più elevati e un livello di spese significativo. Con il reddito infatti sale la quota di spese deducibili, e, mentre la rivalsa del 4% si calcola sul reddito lordo complessivo, l’ammontare dei contributi si calcola in base al reddito netto, dedotte le spese. Per un reddito di 50mila euro e spese di 20mila la rivalsa sarebbe di oltre 5.300 euro e l’imposizione contributiva a suo carico di oltre 6.400 euro.

Dopo la Biagi. Dal 2003, poi, dopo il decreto attuativo 276/03, la partita Iva individuale è praticamente obbligatoria in tutti i casi in cui non sussista vincolo di subordinazione. Per cui o si è cococo, cocopro o dipendenti oppure si deve aprire la partita Iva. E’ anche il caso di dipendenti che aprano un’attività aggiuntiva. Sfuggono alla norma invece per esempio gli artisti o gli occasionali, purché il loro reddito sia modesto, al di sotto dei 10mila euro.

Tra il grigio e il nero. Vi è infine la concorrenza sleale da parte dei funamboli del grigio e del nero. E’ vero che la crisi riduce i volumi sia del chiaro che del nero. Ma la concorrenza sleale tra chi paga regolarmente le tasse con o senza partita Iva e chi non le paga resta una piaga che andrebbe quanto prima stroncata.








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Massimo Perla: "Non ragionate e interpretate il comportamento dei cani con la logica umana"

La Stampa / La zampa.it


L'addestratore di cani star del cinema racconta in un libro la sua vita con i quattrozampe
FULVIO CERUTTI (AGB)
TORINO

«Un cane educato è un cane fortunato» così si chiude il libro in cui Massimo Perla, 56 anni, di cui circa quaranta dedicati ad addestrare quattrozampe diventi poi delle vere star cinematografiche. In «Io sto con i cani» (edito da Sperling & Kupfer), l'autore racconta tutta la sua vita ricca di aneddoti e storie in cui traspare la soddisfazione per i successi raggiunti così come si farebbe per i propri figli.

Partiamo dall'inizio: la sua passione per i cani è diventata il suo mestiere e la sua vita. Che cosa c'è all'origine di tutto?
«Che io ricordi non c'è stata una ragione specifica. I cani mi hanno attirato sin da bambini. Ma non solo loro, tutti gli animali in genere. Vivendo a Roma, però, potevo scegliere fra cani, gatti e topi. Adesso che non sono più bambino, ho incominciato a interagire con i delfini: ogni anno parto per 15-20 giorni e vado negli Stati Uniti dove c'è una scuola dove si può interagire con loro. E' un mio hobby»

Però gli inizi non sono stati semplici. Anche suo padre non voleva che lei tenesse un cane in casa. Fra poco sarà Natale e purtroppo qualcuno regalerà un quattrozampe come se fosse un gioco. Che cosa possiamo dire ai genitori per aiutarli a non fare questo errore?
«Non è detto che non si debbano regalare i cani per Natale. Il cane per fortuna non è una Playstation. Per questo il bambino deve essere responsabilizzato "martellandolo" così come fanno loro quando lo chiedono, per far capire che il cane è un essere vivente, che diventerà un componente della famiglia, che bisogna farlo mangiare tutti i giorni, bisogna portarlo a fare i bisogni tutti i giorni, giocarci tutti i giorni... non è una cosa da un giorno e via. Fatto questo, rimane chiaro che il bambino non potrà occuparsi al 100% del proprio cane e avrà bisogno del contributo dei genitori»

Le capita che qualcuno venga al suo campo di addestramento per conoscere meglio gli animali?
«Si, è capitato anche che qualcuno venga, figli o genitori, per vincere la paura. E' capitato anche con i figli di Clemente Mimun, il direttore del Tg5 e ora hanno uno splendido cane. Lo facciamo anche in un villaggio vacanze a Capo Rizzuto dove portiamo per due mesi i cani e lì, un giorno a settimana, li facciamo interagire con i bambini presenti proprio per far conoscere loro questo splendido mondo. E' una cosa che facciamo molto volentieri»

Molti dei suoi cani hanno dei nomi mutuati dalla sua passione per gli Indiani d'America. Un consiglio per il nome ideale di un cane?
«Di certo non Mario o Giuseppe. Scherzi a parte, sicuramente un nome corto funziona meglio di uno lungo. O, per lo meno, un nome su due battute, anche se fosse Fi-do. Perchè quando il cane sente il "fi" deve già rispondere al richiamo in maniera da tornare quando lo completo con il "do"»

Nel libro lei fa un mix molto interessante fra i suoi racconti e i consigli che, al termine di ogni capitolo, vengono riassunti in un riquadro. Qual è l'errore che fanno più spesso i proprietari di cani?
«Di ragionare con la logica umana. Di ragionare, pensare e interpretare i comportamenti con la logica umana. Non c'è niente di più sbagliato, così come qualsiasi altra violenza, anche fisica. Spesso più i consigli sembrano assurdi, più vengono applicati. Per esempio non ha alcun senso far strusciare il muso del cane sulla propria pipì se per caso gli è scappata in casa. E' una cosa abberrante. Io normalmente chiedo: "Chi di voi ha sbattuto il viso di vostro figlio nel letto se gli scappava la pipì?". Nessuno, perchè i genitori non sono idioti. Allora cerchiamo di non esserlo con gli animali. Per far imparare al proprio cane dove fare i bisogni bastano circa quindici giorni. Però bisogna sapere che, dopo aver mangiato, soprattutto se è cucciolo, è probabile che farà la pipì nel giro di pochi minuti. E allora bisogna portarlo subito fuori. Gli si può anche insegnare dove fare i bisogni: basta portarsi dietro un giornale imbevuto della sua pipì, posizionarlo nel luogo scelto e far il solito "psss". Tempo tre o quattro giorni già hanno capito la regola. Cosa che è un bene anche per loro. Anche perchè, per esempio, neanche a loro piace stare sotto la pioggia. E un modo per fare più in fretta»

Come sono cambiati i proprietari dei cani in questi ultimi vent'anni? Meglio il mondo contadino o quello cittadino?
«In meglio e peggio. Paradossalmente il cane capisce più il comportamento del contadino perchè gli vengono date delle regole, precise, talvolta molto dure. Per esempio, se il cane gli ammazza la gallina, magari gli tira dietro un bastone. Comportamento sbagliatissimo, che però per il cane è molto chiaro. A fronte di questa durezza, nessuno però provi a toccare un cane al contadino, perchè ha una funzione di utilità come quella della guardia. Il cane moderno, che vive in un condominio ha "solo" la funzione del pet, dell'animale da compagnia. Di certo starà più al riparo, ma rischia di essere oggetto di chi vuole scaricare su di lui i propri affetti, talvolta le loro frustrazioni. Se poi si scelgono dei cani dal carattere forte, come il Rottweiler, spesso capita che non si sia in grado di dare loro il giusto ruolo e, quindi, di esserne sopraffatti»

Sempre in merito ai costumi che cambiano, che cosa pensa della questione legata alle botticelle romane?
«Ormai questi cavalli hanno una funzione che è legata alla tradizione di una città che non può più permettersi certe cose. Può avere senso farsi una passeggiata a cavallo o in botticella in realtà come Villa Borghese, ma non andare sull'asfalto, in mezzo alle macchine in condizioni meteo magari non ideali. In ogni caso rimane il fatto che la responsabilità è della persona che ha in gestione l'animale. E' un po' come il mio lavoro sul set. Io non mi piegherò mai a richieste assurde di un regista: non accetterei mai di addormentare un cane per farlo credere morto ma gli risponderei, alla romana, "Addormenta tua sorella!". Io farò in modo che il cane finga di essere morto, al regista spetta di fare l'inquadratura giusta per non far vedere che respira»

Proprio su questo tema, spesso nascono critiche sull'utilizzo degli animali nel cinema, facendo riferimento a fattori di stress...
«Hanno ragione. Dipende da chi li guida. Io ormai ho esperienza e ascendente sufficiente per non piegarmi alle richieste strambe. Non posso accettare di fare scene che vadano contro il benessere dell'animale. I cani quando recitano sul set stanno "giocando", sono io quello che lavora. E così deve rimanere. Nel film "Il grande cocomero" il regista voleva che l'attrice Laura Betti facesse una scena dove rincorreva il cane con una scopa in mano e, nella scena dopo, doveva prenderlo in braccio per buttarlo dalla finestra. Io avevo detto che le due scene si doveva girare non in sequenza, ma a scene invertite, prima una poi l'altra. Non mi si volle dare retta e il cane, nella scena del lancio, non si voleva più far prendere. Sono stato poi io a risolvere il problema suggerendo di far prendere il cane in braccio da un'altra attrice e, poi, solo dopo, Laura Betti avrebbe potuto toglierglielo dalle mani. Così la scena fu perfetta, senza alcun rischio per l'animale»

Lei dice, giustamente, che il cane deve comunque sempre divertirsi. Lei è un appassionato di "Agility dog" le competizione che vedono proprietari e cani impegnati su percorsi di gara. Come si fa a capire quando il cane si sta ancora divertendo oppure prevale la voglia di competere del proprietario?
«In generale il cane ha sempre voglia perchè la sua gioia deriva dall'interazione con il proprio proprietario. Non ha problemi tipo "non mi va", salvo che abbia male una zampa o abbia un acciacco fisico. Il problema può essere diverso: talvolta, prima, il proprietario non è molto interessato al cane e poi si infervora perchè, attraverso l'agility, l'animale diventa educato e capace di capire ciò che gli si chiede. Così può capitare che l'umano, preso dalla voglia di vincere, lo segua sino ai cinque anni e poi se ne disinteressi per cambiarlo con un altro, mentre invece i miei cani gareggiano anche sino a dieci anni. Questo è sbagliato, una mancanza di rispetto»

Tra i suoi vari cani, qual è quello che merita l'Oscar?
«Sicuramente Shonik. Ha fatto conoscere l'agility in Italia, è stato campione italiano e vicecampione mondiale di agility, ha girato settanta film. Quando Mario Monicelli ha terminato le riprese di "Cari fottutissimi amici" (1994) ha detto: "Le cose più belle di questo film sono il cane e il camioncino". In una scena una combriccola di sbandati guidati da Paolo Villaggio alla frase "Chi non piscia in compagnia, è un ladro o una spia..." doveva alzarsi da un camiocino per farla tutti insieme. Io proposi a Monicelli: "Perchè non facciamo fare pipì anche a Shonik assieme agli altri? Lui mi rispose: "Perla, non dire cavolate!". Io ne ero convinto e Sergio Strizzi, uno dei più grandi fotografi di scena, avendo sentito la mia "sfida" mi si avvicinò: "E' vero quello che hai detto a Mario? Se ci riesci, io mi metto in posizione e la facciamo diventare il manifesto del film". Eravamo ad agosto, in alcune colline senesi molto aride e non c'era un filo d'erba neanche a pagarlo oro. Mi allontanai alla ricerca di qualcosa finchè trovai finalmente un ramoscello. Ci feci pipì sopra e lo posizionai nel luogo dove si doveva tenere la scena. Mostrai a Shonik il tragitto che doveva fare, lasciai che annusasse per un attimo quel ramoscello senza però fargliela fare e lo portai al camioncino. Lui aveva capito tutto e al segnale si alzò con gli altri facendo pipì con loro, anche a favore di camera. Immagine che diventò la locandina del film. Una scena talmente perfetta che ci fu un momento di silenzio totale perchè il regista non dava lo stop. A un certo punto l'aiuto regista chiese a Monicelli: "Mario, che facciamo? Diamo lo stop?". "Ah sì, stop!" rispose lui e poi sbottò: "Ma guarda 'sto Perla cosa si è inventato!"»

E' bel ricordo del maestro tristemente mancato martedì scorso...
«Sì, mi è dispiaciuto moltissimo perchè era una persona straordinaria, vera, piena di vita. Era una persona molto dura, ma aveva una capacità grandissima di capire le persone e anche di fare dei passi indietro se pensava di sbagliare. Una persona autentica che, anche in questo suo ultimo gesto, ha mostrato tutta la sua forza e di coraggio, rimanendo radicale anche in questo.

Nel libro lei racconta un progetto bellissimo realizzato nel carcere di Rebibbia. Ci sono sviluppi?
«E' un progetto che ho ripreso da una suora americana, sour Pauline Quinn che nel 1981, per la prima volta, era riuscita a far istituire, all'interno di un penitenziario americano, un corso di formazione per le detenute: avrebbero imparato ad addestrare i cani, provenienti dai canili, per farli diventare capaci di assistere i disabili motori, non udenti o non vedenti. Ormai negli Stati Uniti non si costruiscono più carceri senza canili interni. Anche perchè i tentativi di evasione, di violenza e di suicidio sono diminiuti a dismisura, grazie a questa attività.
Dopo lunghissime trafile e problemi, siamo riusciti a realizzare un campo di addestramento dentro la struttura femminile di Rebibbia, tutto a nostre spese perchè era una cosa che volevo fare nella vita, e cominciammo a insegnare alle detenute a educare i cani meticci che avevo preso al canile. Attraverso i cani riusciavamo a dare una formazione anche alle detenute. In qualche maniera si instaura in loro il "tarlo" delle regole della vita, le stesse che servono per instaurare un rapporto con i quattrozampe. Speravo di creare un modello riproducibile in altri penitenziari, senza necessariamente essere impegnato in prima persona. Poi ho cercato di capire come si potesse continuare, c'erano anche alcuni progetti in campo, ma poi per problemi economici e politici non si è più continuato. Rimane un qualcosa di cui vado veramente fiero. E' un vero peccato che non si sia sviluppato»

Cosa pensa dell'iniziativa del ministro Brambilla per eliminare i divieti di accesso agli animali nei luoghi pubblici e non solo?
«Da una parte va benissimo perchè ci affianchiamo ai Paesi Anglosassoni e Scandinavi verso una civiltà rivolta anche ai cani. Dall'altra parte, non sembra un paese civile dati i padroni dei cani che si vedono in giro. Se dovessi valutare la civiltà di molti proprietari di cani mi verrebbe da dire che alcuni albergatori o ristoratori fanno bene a non farli entrare: non per i cani, intendiamoci, ma per la insensatezza dei loro proprietari»

Un po' come quando i genitori non dicono nulla ai loro bambini se questi vogliono a tutti i costi accarezzare i cani degli altri...
«Perfetto! Questa è una di quelle cose che mi fanno infervorare. Per caso un cane è un'acquasantiera? Ti senti meglio se l'hai toccato? Se tutte le persone che incontrate accarezzassero o prendessero per le ganciotte i vostri figli non vi arrabbiereste? Per il cane c'è anche una questione comportamentale: quando i cani, soprattutto quelli piccoli, si vedono trattati come un pupazzetto, allora pensano "ma come, tu capobranco mi fai le moine, come se tu non contassi nulla?". Dovrebbe accadere il contrario: aspettare che il cane venga a te, che ti annusi e si inizia già con il giusto rapporto. Se non conoscete i cani, almeno chiedete il permesso ai proprietari»

Una curiosità per sorridere: il libro scandisce la sua vita con i cani, ma anche le sue numerose storie d'amore. Fascino di Massimo Perla o l'avere un buon rapporto con i cani aiuta ad aver successo con le donne?
«Prima di tutto c'è il fascino dell'istruttore [sorride divertito n.d.r.]. Devo dire di averne approfittato un po' quando ero giovane, ma poi ho imparato a gestire le cose e ora sono felicemente innamorato»




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Sprechi Rai: per Riotta una suite da 50mila euro quando dirigeva il Tg1

di Paolo Bracalini



Oltre due mesi in un lussuoso hotel di Roma a 650 euro a notte: così nel 2006 è stato accolto l'allora direttore del Tg1, voluto da Prodi al posto di Mimun. Tra le spese per le "trasferte", viaggi a cavallo di Capodanno in Sicilia e a New York. Pagati coi soldi del canone



 

Una meravigliosa suite all’Hotel d’Inghilterra, uno dei più prestigiosi e cari alberghi di Roma, una residenza categoria luxury che sorge in una palazzo del XVII secolo, tra piazza di Spagna e Montecitorio, appartenuto ai principi di Torlonia. Per due mesi e mezzo ospite lì, il conto totale a Viale Mazzini: 50mila euro circa, 650 euro a notte. L’ospite però era di quelli illustri, l’allora neodirettore del Tg1 Gianni Riotta, appena nominato in epoca governo Prodi (settembre 2006) per sostituire Clemente J. Mimun, di area berlusconiana e quindi da epurare. 

Un gran bel soggiorno romano, ma il primo giornalista del primo telegiornale italiano merita questo ed altri benefit. Veramente un touch of excellence, come recita l’home page dell’hotel, in perfetto american-riottiano, con alle spalle 160 years of hosting royalty, celebrities and international travellers, insomma famiglie reali e Vip di tutto il mondo, come il direttore del Sole 24Ore Gianni Riotta.

L’incartamento Riotta, con le copie delle fatture spese per il soggiorno cinque stelle del predecessore di Minzolini, è piombato qualche giorno fa nell’aula della Vigilanza Rai. Si doveva discutere l’atto di accusa all’attuale direttore del Tg1 Augusto Minzolini, per aver speso in un anno 66mila euro con la carta di credito aziendale, e chiedere spiegazioni a Masi, torchiandolo a dovere. 

Un esborso prontamente denunciato dall’opposizione, fortissima e trasversale (finiani in prima linea), al direttore troppo berluscones del Tg1, con conseguente indignazione pubblica e articoli di giornale. Peccato che c’era quel precedente, di cui ci si è ricordati al momento giusto, che riguarda un direttore chiamato dal centrosinistra al Tg1 e considerato, al contrario di Minzolini, un campione di correttezza e responsabilità istituzionale.

L’audizione di Masi in Vigilanza, davanti ai membri d’opposizione caricati a molla sulle spese di Minzolini, sembrava dover essere una prova del fuoco a tutti gli effetti. Bastava leggere i comunicati del Pd per inquadrare il clima, paraculismi da uomo qualunque tipo: «Mentre l’Italia reale fa i sacrifici e soffre non è sopportabile che qualcuno, come Minzolini, offra così tante colazioni da spendere in un solo mese l’equivalente dello stipendio di quattro lavoratori dell’industria», cioè 5.500 euro al mese sulla carta aziendale.

 Non sapevano, però, che Masi aveva l’asso nella manica: copia delle fatture emesse per il soggiorno in hotel di un «altro direttore» (Masi non ha voluto specificare il nome davanti alla Vigilanza), che altri non era se non Gianni Riotta, un americano a Roma. Neppure potevano sapere che le spese del direttore moderato e anglofono del Tg1 erano state non di 5.500, ma di quasi 20mila euro al mese. Pari a quante volte lo stipendio di un lavoratore dell’industria? Chiedere al Pd.

Certo, il trasferimento a Roma, in seguito alla nomina, giustifica perfettamente un periodo in hotel, e a carico dell’azienda, non certo del giornalista. Ma ciò che fa storcere il naso a qualcuno è il tipo di sistemazione scelta e i costi da emirato arabo. «È una cosa vergognosa - erompe Alessio Butti, capogruppo Pdl in Vigilanza Rai e autore di una mozione al Senato sull’egemonia della sinistra in Rai -. Soprattutto mi colpisce il doppiopesismo del centrosinistra che appena può attacca i giornalisti di centrodestra ma poi tace su faziosità e spese allegre di quelli amici. Noi sapevamo di quei 50mila euro per l’hotel a Riotta, ma non abbiamo voluto infierire. Però è giusto che si sappia».

Nelle spese dell’ex direttore del Tg1 risulterebbero anche dei viaggi, a cavallo di Capodanno, in Sicilia (Riotta è nato a Palermo) e a New York. Tutte presentate come «trasferte», anche qui con costi notevoli. Ma non è una grande novità, né qualcosa che distingue Riotta. Le spese per il personale a Viale Mazzini sono sempre state una voce abnorme del bilancio.

Tant’è che si sta cercando in tutti i modi di contenerle, con un regime di austerity. Negli ultimi giorni il direttore generale ha preso le forbici per liofilizzare le uscite, a partire dai cellulari aziendali dei dirigenti, invitati - come si legge in una circolare aziendale scoperta dal Velino - a ridurre la spesa «in misura non inferiore al 20 per cento quanto a consumi riferiti complessivamente alla telefonia fissa e mobile». Meno telefonate. Soprattutto quelle da e verso i luxury hotel.





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