lunedì 29 novembre 2010

Mario Monicelli morto suicida a Roma

Corriere della sera


Il regista viareggino si è ucciso lanciandosi dal quarto o quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni






MILANO - Il regista Mario Monicelli si è ucciso lanciandosi dal quarto o quinto piano del reparto di urologia dell'ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato. Lo rendono noto fonti sanitarie.


29 novembre 2010



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Sarà Julian Assange il personaggio dell'anno di TIME?

La Stampa




Eroe o sovversivo, mentre le diplomazie del mondo tremano aspettando la pubblicazione dei nuovi files di Wikileaks, la Primula Rossa del Cyberspazio è in cima alla lista dei più votati.

Per ora è terzo, dopo il premier turco Erdogan e Lady Gaga. In una lista di TIME .com che tra i primi dieci votati dalla Rete comprende  Obama e  Steve Jobs, i minatori cileni, l’Americano  Disoccupato e Sarah Palin (decima). Poi starà alla redazione di TIME decidere a modo suo.
Dubitiamo che alla fine scelga proprio il fondatore di Wikileaks, che negli ultimi mesi ha portato alla luce 400.000 files sulla  guerra in Iraq (fra i quali il video segreto dell’attacco di un elicottero americano che ha ucciso decine di civili, compresi due giornalisti della Reuters) e 72.000 documenti segreti sulla guerra in Afghanistan.
 
 Troppo controverso il personaggio, che da tempo non mette più piede negli Usa, dove ha alle calcagna Fbi, Cia, Nsa e mille altre agenzie.  Vive spostandosi continuamente, uno zaino con dentro il suo Pc, salvo farsi vivo ogni tanto (come lo scorso giugno, invitato al Parlamento Europeo a parlare sulla libertà di informazione, intervistatissimo, di recente, alla Cnn, dove non ha gradito domande sul suo privato).
 
Anche la Svezia,  da dove in origine aveva esordito il suo sito, ha infine spiccato un mandato di arresto contro di lui, in base a un’accusa di stupro che Assange ha dichiarato essere “totalmente falsa, parte della campagna denigratoria organizzata da Washington per screditarlo”. E ultimamente gli ha negato la residenza e il permesso di lavoro che lui aveva chiesto ufficialmente, contando sulla legislazione svedese che protegge i “whistle-blowers”, di cui è l’alfiere.  
 
Whistle- blower. Una parola quasi intraducibile, sorta di “sentinella che fischia” i falli  di malgoverno e malaffare, rivelando documenti segreti e imbarazzanti che denunciano al pubblico reati, trame o anche solo “normali” comportamenti della politica o del business. Come fece David Ellesberg (che di Assange è il mito e l’ispiratore) ai tempi della guerra del Vietnam, mettendo in seria difficoltà il Pentagono.
Da noi praticamente non esistono. Ci sono solo le “talpe”, spesso e volentieri sono etero dirette,  magari dai Servizi. O i magistrati volenterosi.
 
Chi è Assange. Nato in Australia 39 anni fa, un metro e 90, capelli candidi che gli danno un’aria da Matrix (ma ultimamente ha cambiato look per camuffarsi ),  si definisce un anarchico e un libertario. L’istinto di ribellione glielo hanno instillato i genitori, che si erano conosciuti  a una manifestazione contro la guerra in Vietnam.  Nomade fin da bambino - i genitori hanno una compagnia teatrale itinerante - cambiato 37 scuole. A 17 anni se ne va di casa, dormendo da amici in giro per Melbourne. Ma Internet è la sua vera passione e ancora teen-ager diventa parte dell’underground cibernetico (milita nel gruppo International Subversives) , imparando a entrare nelle mail di personaggi ricchi e  influenti per carpirne e minarne i segreti. (Vedi)Un hacker provetto, insomma.
 
WikiLeaks. Dopo aver pubblicato una denuncia in cui  dei fisici vendevano ricerche a militari e servizi di intelligence, nel 2006 Assange fonda il sito WikiLeaks, che ha per motto “Apriamo i governi” e si presenta come “un Wikipedia incensurabile per masse di documenti  rivelati non tracciabili”, diventando la piattaforma più vasta e sicura a cui i whistle blowers possono accedere. E  pubblica quel che trova  bypassando i media tradizionali. “L’interesse primario sono i regimi oppressivi dell’Asia, l’ex blocco Sovietico, l’africa Sub sahariana e il Medio Oriente, ma contiamo di assistere le popolazioni di ogni regione che desiderano rivelare comportamenti non etici dei loro governi  e delle grandi aziende”.
Quando apre, nel gennaio 2007, ha già una banca dati di un milione di documenti.  Secondo la nuova politica editoriale il sito ora pubblica solo documenti “di interesse politico diplomatico storico o etico” e vieta agli utenti di commentare (vedi qui).
 
Il gruppo.
Sono solo 5 ma poco se ne sa. Oltre ad Assange, a lavorare a tempo pieno sarebbero il giornalista informatico Daniel Schmitt  e altri tre sconosciuti. A loro spetta di filtrare il materiale ricevuto. Ma  sarebbero centinaia gli attivisti in giro per il mondo, giornalisti tecnici e avvocati che curano gli aspetti legali. Forse non abbastanza (mentre si dice che in tanti lo starebbero lasciando). Lo scorso ottobre Assange, intervistato da Wired, ha detto di avere una gran mole di documenti interessanti che non pubblica perché gli mancano giornalisti volontari per verificarne l’attendibilità. Promettendo la prossima pubblicazione di materiali bollenti sulla BP, responsabile della marea nera nel golfo del Messico (Ivi).  

 Gli scoop. L’esordio è la rivelazione del “manuale di tortura” del carcere di Abu Grahib in Iraq , con documenti che  descrivono varie atrocità, seguono rilevazioni sulla gestione del campo di Guantanamo,  documenti sulla banca svizzera Julius Baer accusata di evasione fiscale e riciclaggio di denaro sporco (il sito viene chiuso nel 2008 dopo la denuncia per diffamazione  da parte della banca, alla fine costretta a rinunciare alla causa).  Quindi le segrete storie di Scientology, la pubblicazione di 10.000 mail di scienziati dell’unità di Ricerca sul Clima dell’università inglese East Anglia da cui si evincerebbero espedienti e trucchi  da parte di scienziati per sostenere la tesi che il riscaldamento globale è una realtà ed è causato  dall’uomo.

Ancora, nomi indirizzi e professione dei 13.500 del partito di estrema destra inglese BNP, (tra i quali molti poliziotti, militari, medici, professori), le mail di Sarah Palin, la governatrice dell’Alaska attivista del Tea Party . Fino Fino ai recenti files sull’Afghanistan, che rivelano fra l’altro l'uccisione di civili e l'occultamento dei cadaveri, l'esistenza di un'unità segreta americana dedita a "fermare o uccidere" talebani anche senza un regolare processo e il doppio gioco del  Pakistan, ufficialmente alleato degli Usa. (Vedi le 10 storie di WL)

L’imbarazzo mediatico. Tutto ciò spiega la cautela e l’ambiguità con cui i media trattano questa materia scottante. A cominciare da Assange.  Quando escono i files sull’Iraq e il soldato whistle-blower Bradley Manning (tradito da un hacker cui si era confidato) viene arrestato, i giornali americani tifano per l’hacker traditore, e non per Assange (vedi Underblog di qualche tempo fa). L’espresso a luglio dedica una copertina, ma a ridosso della battaglia  contro la legge-bavaglio berlusconiana.  Più volte i media accusano Assange di mettere in pericolo la vita di persone – i soldati in Iraq, ma anche i civili governativi.  Foreign Policy (ripreso da ilpost.it)ha persino provato a dargli consigli. Lui si difende affermando che si limita a “rivelare la verità”. Ma è la verità?  Certi blog arrivano a sospettare che certe “rivelazioni” possano essere pilotate.




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Wikileaks, all'ombra di Assange scoppia la guerra degli hacker

La Stampa


Traditori, fedelissimi e impauriti ora i seguaci di Julian si dividono




GIUSEPPE BOTTERO


Sono cresciuti tutti con il mito di Julian, il fuggitivo che in un pomeriggio ha messo ko le diplomazie mondiali. Poi, quando la faccenda Wikileaks ha cominciato a farsi seria, il vecchio Mendax- il soprannome rubato al poeta latino Orazio usato da Assange nelle scorribande di fine Anni Ottanta- è diventato un'altra cosa. Per qualcuno, il moschettiere che ha beffato il mondo. Per altri, un pazzo che si è fatto prendere la mano. Symor Jenkins, per esempio, tifa Julian da una vita e domenica ha segnato un punto importante per Wikileaks. E' lui- un trentenne che sulla sua pagina Twitter sfoggia loghi anarchici e slogan radical e si nasconde dietro la sigla "giornalista freelance"- il primo ad aver aperto i rubinetti dei file, quando il sito era sotto attacco e i quotidiani on line non avevano ancora rotto l'embargo.

Alla stazione ferroviaria di Basilea gli è capitata in mano una copia dello Spiegel uscita con un giorno d'anticipo. Appena se n'è reso conto ha cominciato a lanciare anticipazioni, beffando sul tempo i dirigenti del settimanale tedesco che hanno cercato di bloccare la fuga di notizie. Dall'altra parte della barricata- nemico giurato di Assange- c'è "The Jester", un americano che si fa chiamare «l'hacker buono» e da mesi cercava il sistema per affossare Wikileaks. C'è riuscito. «L'ho fatto per le nostre truppe», dice. Sui blog s'è sparsa in fretta la voce che "Jester" sia un nome collettivo dietro cui si muove la cyber-controffensiva del Pentagono. Non è così, assicura Mikko Hypponen, il numero uno del colosso F-Secure, l'azienda leader nel settore della sicurezza informatica: «E' stato lui», ha detto alla Cnn.

"Jester", un passato in Afganistan al seguito delle Forze Speciali americane- lavora da solo, comunica via Twitter, e finalmente è venuto allo scoperto. «Cerco di affossare chi fa propaganda jihadista in Rete, chi diffonde materiale per gli Stati Uniti, chi fa il tifo per i rivoltosi», spiega. Non gli piace essere chiamato cane sciolto, ma se ne va in giro a disseminare il Web di trappole sofisticatissime- per colpire Wikileaks ha scagliato un potentissimo attacco "denial of service" sovraccaricando di contatti il sito- «per il bene dell'America». Adesso per gli ultras del «tutto su Internet senza veli» è diventato un nemico.

Ma all'ombra di Assange si agitano in tanti, e qualcuno a un certo punto gli volta le spalle. Il primo a tradire, il più famoso, è stato Adrian Lamo, spaventato dalla mole di documenti custoditi nel computer di Bradley Manning, l'analista dell'intelligence militare in Iraq conosciuto in chat e considerato una delle gole profonde del "Cable-gate", in manette dallo scorso giugno: «Mi ha detto che voleva provocare l'anarchia globale in formato Csv e l'ho denunciato», spiega. Nelle comunicazioni con Lamo, pubblicate nei mesi scorsi da Wired News, Manning parlava proprio dei «260mila file di cablogrammi del dipartimento di Stato inviati da ambasciate e consolati di tutto il mondo» scaricati dal sistema militare a cui aveva accesso nella base irachena.

A volte i fratellini della star Julian la fanno franca, più spesso restano impigliati nella rete. Due settimane fa David House, un 23enne che fa parte di un gruppo che sostiene Manning, è stato arrestato all'aeroporto di Chicago dopo aver visitato il militare nella prigione di Quantico. Sul suo computer, adesso, stanno lavorando gli uomini del Pentagono.



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Rifiuti, accordo Regioni-governo

Corriere della sera

Dai governatori l'ok allo smaltimento di 600 tonnellate di rifiuti al giorni per tre mesi. Ora parte un tavolo tecnico

 

 

MILANO - È stato raggiunto un accordo tra governo e presidenti delle Regioni per smaltire 600 tonnellate di rifiuti al giorno per 3 mesi nelle Regioni italiane. «Ci sarà un tavolo tecnico nelle prossime ore per verificare le condizioni e le quantità che ogni Regione potrà smaltire», hanno detto il ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto e il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. «Lo stato d'emergenza è stato richiesto dalle Regioni e il governo farà le sue opportune valutazioni. Quanto al tavolo tecnico è già al lavoro», ha spiegato il ministro Fitto, il quale ha aggiunto che «emerge una collaborazione da parte delle Regioni di cui voglio dare atto». Il ministro ha evidenziato che nella riunione c'erano tutti - o governatori o assessori - «la parte politica di questo lavoro termina oggi, inizia quella tecnica», ha concluso. (Fonte Ansa)

 

29 novembre 2010

Wikileaks, il soldato responsabile della fuga di notizie: voglio l'anarchia globale

Il Messaggero



ROMA (29 novembre) - Si vantava in chat di aver sottratto i file segreti del Pentagono e del dipartimento di Stato scaricandoli dal suo computer della base di Baghad su falsi cd di «Lady Gaga» magari la sua cantante preferita. E così Bradley Manning, 23enne soldato semplice mago del computer in forza come analista dell'intelligence militare in Iraq, è finito in manette lo scorso giugno, denunciato da Adrian Lamo, un hacker spaventato dalle dichiarazioni del militare che dichiarava di voler provocare «l'anarchia globale in formato Csv».

Nelle comunicazioni con Lamo, pubblicate nei mesi
scorsi da Wired News, Manning parlava proprio dei «260mila file di cablogrammi del dipartimento di Stato inviati da ambasciate e consolati di tutto il mondo» scaricati dal sistema militare a cui aveva accesso nella base irachena. Quelli che da ieri stanno facendo tremare la diplomazia americana e di mezzo mondo. Proprio come scriveva Manning nei messaggi che Lamo ha girato all'Fbi: «Hillary Clinton e diverse migliaia di diplomatici avranno un infarto quando si sveglieranno un giorno e scoriranno che tutto l'archivio della politica estera americana segreta è diventato accessibile al pubblico».

Ma quando la polizia militare è andata ad arrestare il soldato a Baghdad, era troppo tardi: Manning aveva già recapitato i cd con tutto il materiale scottante a Wikileaks, il sito fondato da Julian Assange, sempre secondo quanto dichiarato da Lamo. Da allora, sono passati sette mesi, il giovanissimo hacker è detenuto in isolamento a Quantico ed è stato incriminato per diffusione illegale di materiale top secret e rischia, fino a 52 anni di prigione. Ma dalla sua cella della base militare in Virginia sta assistendo al terremoto globale da lui auspicato.

La prima scossa è avvenuta il 25 luglio, quando Wikileaks fa la sua prima massiccia comparsa sul proscenio mediatico internazionale scaricando nelle Rete - sempre con il sostegno di un gruppo di giornali internazionali, Le Monde, El Pais, Der Spiegel, New York Times e The Guardian - decine di migliaia di documenti sulla guerra in Iraq. Ed allora il Pentagono fa il nome di Manning, collegando il suo arresto alla diffusione, sempre da parte di Wikileaks, avvenuta in aprile di un video che mostra come un elicottero di combattimento Usa ha ucciso due civili in Iraq nel 2007.

Dopo l'Iraq, ad ottobre l'Afghanistan: 400mila documenti sulla guerra iniziata da George Bush ma fatta propria da Barack Obama. Il Pentagono non conferma mai ufficialmente che Manning sia la fonte di questo materiale, ma lo descrive come «persona attenzionata». Naturalmente, nessuna conferma arriva da Wikileaks.

Intanto i media americani si cominciano ad
interessare a questo «computer geek» - cioè il secchione mago del computer - che si è arruolato nell'esercito nel 2007, portando con sè la rabbia e la frustrazione per essere stato sempre emarginato, a scuola come nell'esercito. Anche perché, riferiscono i media americani, Manning è gay. Dopo l'arresto, i suoi commilitoni raccontano come Manning passasse anche 14 ore di seguito a lavorare sul computer militare che gli era stato assegnato. E su cui aveva l'accesso al Protocol Router Network, la rete Internet segreta usata dai militari, dai dipendenti civili dei dipartimenti federali e anche dalle società a cui vengono dati appalti.

Gli inquirenti ora stanno cercando di stabilire se Manning abbia collezionato da solo - trasferendoli appunto sui falsi dischetti musicali di Lady Gaga - questo enorme materiale o se sia stato aiutato da qualcuno, all'interno dell'esercito o all'esterno. Lamo, un noto hacker che Manning aveva contattato con la speranza di essere aiutato non sospettando minimamente che l'avrebbe denunciato, ha detto che il soldato gli ha raccontato che almeno un altro militare aveva accesso senza autorizzazione ai database segreti. E due settimane fa, scrive Daily Telegraph, David House, un 23enne che fa parte di un gruppo che sostiene Manning, è stato arrestato all'aeroporto di Chicago dopo aver visitato il militare nella prigione di Quantico. Rilasciato, House ha raccontato che, dopo un lungo interrogatorio, gli è stato sequestrato il computer.




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La madre della escort Nadia «Racconta delle balle colossali»

Corriere del Mezzogiorno


La ragazza ha parlato di rapporti intimi con Berlusconi
«Esagera con la fantasia perché è in cerca di notorietà»



La escort Nadia Macrì

La escort Nadia Macrì


NAPOLI - «L’intervista a mia figlia Nadia? Non l’ho nemmeno guardata»: Maria Luigia Peluso, originaria di Torre del Greco, la mamma di Nadia Macrì, il giorno dopo la prima apparizione televisiva della escort emiliana che ha raccontato dei suoi incontri a pagamento con il presidente del consiglio, confida al corrieredelmezzogiorno.it le sue sensazioni. «Non ho visto l’intervista a Sky, me ne hanno parlato, ho letto un po’ di resoconti. È la solita Nadia: mischia qualche verità a delle balle colossali, lo fa per farsi notare. Vuole fare soldi, è chiaro. Vuole approfittare dell’ interesse che c’è intorno a lei».

Parole dure, ma si tratta pur sempre di sua figlia…
«Dure? Lo sa benissimo quello che pensa chi le vuole bene: è ancora in tempo se vuole costruirsi una vita normale. Ma finchè continuerà su questa strada, non avrà accanto la sua famiglia. E lei lo sa».

Glielo ha detto personalmente?
«Non le parlo direttamente da quando è iniziata questa storia, ma attraverso sua sorella le abbiamo chiesto almeno di non tirare in ballo la sua famiglia nei racconti che fa”.

In effetti, Nadia alle domande sul rapporto con lei non ha risposto…
«Ha fatto bene».

Parla di balle raccontate da sua figlia, quali in particolare?
«Beh all’inizio di questa storia ho letto che Nadia mi avrebbe passato al telefono Berlusconi. Non è mai successo. Non ho mai, e dico mai, parlato al telefono con il presidente. Ecco, questa è Nadia: esagera con la fantasia».

Che idea si è fatta di quello che sta succedendo a sua figlia?
«È in cerca di notorietà. Vuole fare strada nello spettacolo, e su questo non c’è niente di male, ma avrebbe dovuto avere fiducia in se stessa, nel fatto che è una bella ragazza, e tentare di farcela col lavoro, in modo pulito. Invece, sta cercando una scorciatoia. Sta sbagliando tutto».

Vorrebbe riabbracciare sua figlia? Cosa dovrebbe fare secondo lei per recuperare il rapporto con la sua famiglia?
«Dovrebbe dare ascolto a chi le vuole bene, lasciar perdere le amicizie che la rovineranno. Sono pronta a riabbracciare mia figlia, le voglio bene, sono in pena per lei. Ma deve cambiare strada, stile di vita, deve rendersi conto che la strada che ha preso le porterà solo guai. Non ho perso la speranza».

Carlo Tarallo
29 novembre 2010





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Morto Prince Chunk, 20 kg, il gatto più grasso d'America

Il Messaggero





TRENTON (29 novembre) - Era diventato il gatto più famoso d'America per il suo peso -quasi 20 chilogrammi, un chilo in meno del record del mondo -: Prince Chunk, un tabby bianco, è morto nel sonno per una malattia al cuore. Negli Stati Uniti era molto conosciuto: quando nel 2008 la padrona era stata costretta ad abbandonarlo perché era finita in miseria per problemi negli affari, furono 500 le famiglie che si fecero avanti per adottarlo




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Spuntano 300 inediti di Picasso Erano a casa del suo elettricista

Corriere della sera


L'artigiano assicura di averli avuti in dono dall’artista e dalla moglie Jacqueline. Valgono almeno 60 milioni

 

La Polizia ha aperto un'inchiesta e la collezione è stata confiscata


Picasso con la moglie Jacqueline
Picasso con la moglie Jacqueline
BARCELLONA – Diventerà famosa probabilmente come “la collezione dell’elettricista”: una raccolta di quasi 300 opere di Pablo Picasso, mai viste prima neppure dal figlio Claude, riapparse dopo 80 anni dagli armadi di un artigiano francese, ormai in pensione. Pierre Le Guennec assicura di averli avuti in dono direttamente dall’artista e dalla moglie Jacqueline per i quali aveva eseguito diversi interventi all’impianto elettrico nelle case della coppia in Costa Azzurra. Sono disegni, acquarelli, bozzetti, studi su tela e nove collages cubisti eseguiti negli anni ’20 che, per la loro rarità, potrebbero valere da soli 40 milioni di euro: l’intero tesoro, di cui dà notizia il quotidiano francese “Libération”, potrebbe fruttare sul mercato dell’arte almeno 60 milioni di euro.
 
STUPORE DEL FIGLIO - Non è chiaro se Pierre Le Guennec fosse consapevole del patrimonio da museo in suo possesso quando, all’inizio di quest’anno, ha cercato gli eredi di Picasso per far autenticare la sua collezione privata. Esterrefatto, il figlio del pittore, Claude, titolare dei diritti ereditari, ha ricevuto l’elettricista e la moglie dopo che la coppia gli aveva inviato, a gennaio, fotografie delle opere, sperando di ottenere i certificati di autenticità per posta. Al rifiuto di Claude, Pierre Le Guennec si è rassegnato a tornare alla carica di persona, in settembre, e a mostrare 175 opere sciolte e due quaderni con 97 disegni, che hanno lasciato Picasso jr. a bocca aperta: quei fogli e quelle tele erano indubbiamente usciti dalle mani di suo padre. Ma come erano finiti in quelle del suo visitatore?

INCHIESTA DELLA POLIZIA - Poco convinto dalla storia che gli era stata raccontata, Claude Picasso ha avvisato la polizia: la collezione è stata confiscata in attesa di chiarimenti, e sarà custodita fuori Parigi fino al termine dell’inchiesta. A favore dell’elettricista c’è il fatto, notorio, che Picasso era molto generoso e regalava spesso opere in suo ricordo ad amici e conoscenti. Però mai in blocco, obiettano Claude e gli altri eredi, e soprattutto sempre aggiungendo la data e una dedica, per scoraggiarne la vendita. O addirittura prendendo nota di ciò che aveva dato in dono. Quei 271 “picassi” invece si materializzano dal nulla, all’improvviso, senza che nessuno ne sospettasse finora l’esistenza, in mano a due anziani coniugi che, forse, l’hanno considerata finora una pensione per la vecchiaia. Anche se l’avvocato della famiglia Picasso sospetta che abbiano atteso un numero di anni sufficiente perché eventuali accuse di furto naufragassero nella prescrizione del reato.

Elisabetta Rosaspina
29 novembre 2010



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Berlusconi: "Pagano ragazze per mentire" Frattini: "Vogliono distruggere il mondo"

Corriere della sera


Il premier sulle rivelazioni di Assange: «Non partecipo a festini selvaggi». Bersani: «Il premier nuoce all'Italia»


MILANO - Le rivelazioni di Wikileaks? Il premier non si cura delle opinioni di «funzionari di terzo o quarto grado» che «vengono poi riportate da giornali di sinistra». Ed è in ogni caso sicuro di non frequentare «festini selvaggi». Anzi, c'è da chiedersi «chi paghi le ragazze che parlano di me». Silvio Berlusconi interviene sulle comunicazioni tra le ambasciate americane nel mondo e Washington, rese note dal sito di Julian Assange, dalle quali emerge un giudizio tutt'altro che positivo sul capo del governo italiano definito, tra l'altro, «portavoce di Putin in Europa» nonché «incapace, vanitoso e inefficace come moderno leader europeo».

«CHI LE PAGA?» - «Io una volta al mese dò delle cene nelle mie case dove tutto avviene in modo corretto, dignitoso ed elegante - ha spiegato il premier durante la sua visita in Libia -. Le cose che vengono dette fanno male all'immagine del nostro Paese». Che poi queste cene vengano raccontate come delle feste caratterizzate dalla presenza di giovani ragazze che in alcuni casi si sono rivelate essere escort a pagamento, che hanno poi raccontato le loro esperienze a giornali e televisioni, Berlusconi lo imputa a un castello di falsità: «Mi domando perchè lo facciano - ha affermato -. Sono infondate e incredibili. Una ragazza che si dichiara prostituta di fronte al mondo si preclude tutte le strade per un lavoro futuro, per trovare un marito. Allora mi domando chi le ha pagate...».

«VOGLIONO DISTRUGGERE IL MONDO» - Sulla vicenda era intervenuto anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini, il numero uno della diplomazia italiana, che prende le distanze dai contenuti del dossier che Wikileaks sta pubblicando, minimizzandone la portata, perlomeno per quanto riguarda il materiale dedicato all'Italia e al suo premier. Il ministro ha spiegato che una cosa sono «i rapporti riservati degli ambasciatori» ai loro governi, un'altra la «policy» ufficiale di questi ultimi. E ancora: «Wikileaks vuole distruggere il mondo». «La comunità internazionale, quella vera, quella che vuole migliorare il mondo e non distruggerlo come vuole Wikileakes - sottolinea Frattini a margine di una visita a Doha, nel Qatar - , deve reagire compatta senza commentare, senza retrocedere sul metodo della diplomazia, senza lasciarsi andare a crisi di sfiducia che, se diventasse sfiducia reciproca, potrebbe bloccare collaborazioni fondamentali per risolvere le grandi crisi che vi sono nel mondo»..

«BERLUSCONI NON E' OFFESO» - «Dal suo punto di vista personale - dice ancora il titolare della Farnesina -, Berlusconi evidentemente non si sente nè attaccato, nè colpito, nè offeso» dai commenti Usa riferiti su di lui da Wikileaks. «Devo dire - ha aggiunto - che molte notizie che abbiamo letto sul premier, erano già uscite sulle prime pagine di giornali di opposizione da molto e molto tempo».

BERSANI: «VOLTARE PAGINA» -
Dalle opposizioni erano giunti già nella giornata di domenica commenti critici sui contenuti dei documenti, per l'immagine negativa che ne emerge dell'Italia e del suo governo. Oggi sulla vicenda interviene anche il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani: «C'è poco da ridere - dice il leader del centrosinistra, con riferimento alle battute riferite al premier che avrebbe accolto i documenti ridendoci sopra -. Berlusconi nuoce a reputazione Italia. C'è poco da ridere sui documenti resi noti da Wikileaks. Quel che emerge conferma in modo inequivocabile che il presidente del Consiglio con il suo comportamento e con le sue decisioni politiche nuoce alla reputazione dell'Italia nel mondo, con grave danno per il paese. Semmai ce ne fosse stato bisogno, è la conferma che occorre una svolta, che bisogna voltare pagina».

 Critica anche l'opinione di Emma Bonino, leader dei Radicali: «Non mi sembrano grandi novità quelle di Wikileaks sui rapporti tra Berlusconi, Putin e Gheddafi. L'Italia ha abbandonato ogni ipotesi di politica estera europea per spostare il proprio asse di politica estera sulla Libia e sulla Russia. Lo abbiamo detto a più riprese, da ultimo in occasione del viaggio compiuto da Berlusconi in Russia senza che ci fosse un solo dato di informazione all'opinione pubblica, una cosa che non esiste da nessuna parte».

«AIUTANO LE DITTATURE» - «L’irresponsabile Assange e svariati altri maoisti digitali - commenta il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone - forse neppure se ne rendono conto. Ma la loro opera è un tragico spot a favore delle dittature che non corrono i ’rischi’ dell’informazione, del libero dibattito, del confronto con l’opinione pubblica e contro le democrazie occidentali, che invece si fanno carico di questi necessari onori e oneri di un sistema liberale e aperto».

PROCURA DI ROMA - Intanto la procura di Roma replica al ministro Frattini che aveva chiesto l'intervento della magistratura italiana spiegando che nessuna inchiesta è stata aperta al momento. La Procura di Roma - si precisa a Piazzale Clodio - aprirà un fascicolo solo se venisse diffuso un documento dello Stato italiano classificato come segreto o riservato.

Redazione online
29 novembre 2010



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U lupu: pronto a uccidere per 200 euro»

Corriere della sera

Giuseppe Raeli è accusato di cinque omicidi e quattro falliti. Trovata pistola con colpo in canna ma non il fucile


SIRACUSA – Lo accusano di cinque omicidi, quattro falliti e una serie di danneggiamenti consumati con le armi e con il fuoco. Il procuratore della Repubblica di Siracusa, Ugo Rossi, traccia il profilo di Giuseppe Raeli, 69 anni, arrestato questa notte con l’accusa infamante di essere lui il “Mostro di Cassibile”. L’uomo che ha seminato terrore e morte fra il 1998 ed il 2009 nel sobborgo a dieci chilometri dal capoluogo, adesso si trova in isolamento rinchiuso nel carcere di Cavadonna. E per gli inquirenti c’è anche il movente di quella scia di sangue che non ha una logica: il denaro.

Il capo della Procura lo sottolinea più volte. «Raeli era pronto a uccidere per poche centinaia di euro», ha ribadito in conferenza stampa. Un personaggio, quello descritto dai magistrati che sembra uscito fuori da un romanzo di Giovanni Verga. Avaro, anzi avarissimo, con quelli che riteneva fossero i suoi creditori. «Il serial killer – ha aggiunto Rossi – uccideva anche per duecento euro. Voleva farsi giustizia da sé per chi non lo pagava dopo aver effettuato qualche lavoretto». Nel corso di una delle tante perquisizioni in casa del presunto serial killer i carabinieri hanno trovato una cassaforte artigianale. All’interno c’erano ventimila euro in contante con sopra una pistola con il colpo in canna. Come a voler dire, “chi li tocca muore”.


LA SVOLTA NELLE INDAGINI - Dopo il ferimento di un imprenditore agricolo, Giuseppe Leone, avvenuto nel marzo del 2009. Il “mostro” utilizza la solita tecnica per entrare in azione. Prima tende la trappola al bersaglio da colpire, poi gli spara con il fucile semiautomatico calibro 12 dileguandosi nel buio della campagna. Questa volta la missione di morte non va in porto. Il “mostro” non raggiunge la sua vittima in parti vitali e per lui sarà l’inizio di un mosaico che con il passare dei mesi si va a comporre. I carabinieri danno un’accelerazione alle indagini e all’interno del garage di proprietà di Raeli sequestrano, quello che in gergo poliziesco viene definito “materiale interessante”. In quel locale – bunker adiacente alla villetta dove abita il serial killer, e dove l’uomo fa il tiro a segno con le armi, vengono sequestrati passamontagna, guanti in lattice e delle cartucce, che poi, all’esame balistico del Ris, sono dello stesso tipo di quelle utilizzate dal “mostro” per seminare il terrore nella piccola comunità di cinquemila anime.

MANCA L’ARMA DEL DELITTO - Non c'è il fucile semiautomatico utilizzato dal serial killer per regolare i conti con le vittime. Subito dopo l’arresto una trentina di carabinieri, con il Ris in prima linea, hanno iniziato a passare al setaccio la villetta su due piani del presunto assassino. In particolare nelle prossime ore verranno sbancati due appezzamenti di terreno che si trovano adiacenti all’abitazione di Raeli. Carabinieri e pubblici ministeri sanno che l’eventuale ritrovamento dell’arma può essere fondamentale ai fini del dibattimento processuale.

LA CATTURA - Decine di militari, con l’ausilio di unità cinofile e con un elicottero che ha sorvolato la zona di Cassibile, alle 3,45 hanno bussato alla porta di casa del presunto mostro. Erano state prese le opportune precauzione per timore di una reazione violenta di Giuseppe Raeli, ma ad aprire la porta è stata la moglie. «Che volete», ha detto la donna al comandante della Compagnia di Siracusa, Enrico Pigozzo. «Cerchiamo suo marito», le ha risposto l’ufficiale. Quando è arrivato nella saletta d’ingresso i militari gli hanno consegnato l’ordinanza di custodia cautelare ed hanno disposto il suo trasferimento al comando provinciale di Siracusa, a bordo di un blindato.

IL PERSONAGGIO – Raeli è stato descritto dagli inquirenti come un introverso, un uomo taciturno. A Cassibile lo chiamavano “Pippo ‘u Lupu”. Per tanti anni aveva lavorato come manovratore di pale meccaniche, ma da qualche anno si dedicava a lavori meno faticosi. Sposato e padre di due figli, il suo chiodo fisso erano i soldi. Non parlava mai. Un particolare emerso anche dall’esito negativo delle intercettazioni ambientali. «Non parlava neppure con la moglie, era muto come un pesce», hanno raccontato gli 007 dei carabinieri. Il procuratore Rossi ha definito Raeli «un gran lavoratore» che «riusciva ad accumulare euro sopra euro». Conosceva alla perfezione tutte le campagne che circondano Cassibile e altrettante vie di fuga. Sulle sue presunte “missioni di morte”, non c’è alcun testimone. Il pm Antonio Nicastro, che ha seguito le indagini sul mostro di Cassibile sin dal 1997 non ha dubbi: è lui il serial killer. «Tutti gli omicidi e quelli tentati – dice – portano un’unica firma ed è quella di Pippo ‘u lupu».


Corrado Maiorca
29 novembre 2010

Una borsa di studio per aiutare Cristina, che vuole andare a scuola

Corriere della sera


Sgomberi e crisi: a Milano aumentano i ragazzi in difficoltà. Eppure in alcuni casi basterebbe poco



Il coraggio della solidarietà


L'iniziativa del Ciessevi
L'iniziativa del Ciessevi
MILANO - L'elenco dei desideri di Cristina ha solo un punto: «Numero uno, la scuola». Quello che ti piace di più? «La scuola». E poi? Concede: «La maestra». Per tornare subito al principio: quello che hai perso nell'ultimo sgombero? «La scuola». Si può continuare con le domande, la risposta è sempre la stessa. Da quando Cristina, due anni fa, ha scoperto banchi, libri, compagni di classe e soprattutto insegnanti, non vuole altro. Il suo cruccio, ora che vive in strada, da un giardinetto a un parcheggio, in movimento continuo, è aver perso un mese di lezioni, e non avere la certezza di riuscire a seguirne ancora.

LA CARTELLA A SCUOLA - L'elenco degli sgomberi di Cristina ha 19 punti. Ne aveva letti 17 la maestra Flaviana Robbiati al programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano «Vieni via con me». Da allora, tre settimane fa, la bambina e i suoi parenti, rom romeni, sono stati allontanati altre due volte, l'ultima giovedì. E ora si aggirano a bordo di un camioncino aperto, in un quartiere a Nord di Milano. Il totale fa 19 sgomberi in un anno, da quando a novembre 2009 è stato smobilitato per la prima volta l'accampamento abusivo di via Rubattino. Cristina era stata iscritta nel 2008 alle elementari di via Cima, in zona Lambrate, e col nuovo anno scolastico era in «quinta A - rivendica con un certo orgoglio - con Linda e Marco», a quanto pare i più simpatici tra i compagni. Ora che è a Nord, servirebbe il nulla osta per il trasferimento, ma se poi si sposta ancora? La cartella nel dubbio è rimasta in via Cima, perché già due volte è andata persa tra ruspe e vigili, una volta per la verità ha pure preso fuoco nel campo. Per sicurezza ora è custodita dalla maestra Loredana.

QUEI PELOUCHE DIMENTICATI - Ai giocattoli ci ha già rinunciato. Dieci anni compiuti lo scorso 30 ottobre, Cristina ha maturato un certo distacco coi pupazzi e gli orsacchiotti, dopo aver perso le sue cose in uno dei numerosi accampamenti che ha cambiato. E quando riceve in regalo una volpe di peluche, la tiene un po' e poi la passa alla sorellina di due anni. Altra cosa che ha smarrito in uno dei numerosi «traslochi», e che ci vogliono soldi e tempo per rifare, è il passaporto. Il problema ovviamente è a monte, nei soldi. Papà Costel, già nonno a 46 anni, si dispera per questa figlia che vuole andare a scuola e lui non è in grado di mandarcela. Anche perché vagare significa avere poche cose, e acqua scarsa. «Le hanno detto che puzza, io ho vergogna per lei». Che nonostante gli stenti cerca di vestirsi bene, degli stivali di gomma blu lucidi, un jeans che le ha passato la zia con una cintura di paillettes verde acqua, un giubbino arancione senza maniche che non sembra l'ideale per la neve, ma è pulito e le sta bene. In Rubattino andava alle docce della parrocchia e della polisportiva, e aveva i capelli sciolti e puliti. «Qui c'è l'acqua calda», dice Cristina entrando in un bar. Pizza e Coca Cola e poi molte volte a usare il rubinetto della toilette. Sotto la pioggia, senza un tetto, si finisce per appassionarsi a cose che per altri sono scontate. Non è una vita facile, e il papà lo sa.

MAESTRE E MAMME MOBILITATE - «Costel lavora per una cooperativa edile - spiegano Stefano e Tamara della Comunità di Sant'Egidio, che seguono la famiglia -, un pochino guadagna, ma il problema è, per lui come per altri casi simili, un avviamento all'autonomia abitativa che passi da un affitto calmierato». Insomma, trovare una casa. Anche nelle sue condizioni, senza busta paga e senza domicilio fisso, e con i pregiudizi nei confronti dei rom che è inutile negare. Una prima soluzione concreta, propongono da Sant'Egidio (insieme alle maestre e alle mamme dei compagni di classe), potrebbe essere una borsa di studio per Cristina. Un assegno mensile legato alla frequenza scolastica della bambina che nei fatti diventa anche un aiuto alla famiglia e innesca un circolo virtuoso. «Nessuno vuole difendere gli accampamenti rom - dice Stefano - ma è sbagliato pensare che queste persone vogliano essere "nomadi". Desiderano invece integrarsi, e le esperienze che abbiamo fatto con altre famiglie lo dimostrano». Di avviso diverso l'amministrazione milanese, soprattutto il vicesindaco con delega alla Sicurezza Riccardo De Corato, per il quale i rom hanno dimostrato incapacità a inserirsi, propensione alla delinquenza e dovrebbero «tornare a casa». E anche lui ha delle prove a sostegno della sua posizione.

«VOGLIO FARE LA DOTTORESSA» - Tenendo da parte le polemiche, restano le giornate al freddo di Cristina, e la sua incredibile voglia di scuola. «Sono bambini deprivati da molti punti di vista - riflette Silvia Borsani, che è stata la sua maestra durante uno dei molti spostamenti -. La scuola diventa un luogo importante, dove si ha l'occasione di imparare e di costruire un futuro diverso da quello delle proprie madri. Il luogo dell'amicizia, del gioco e della possibilità di tornare a fare i bambini. E anche il luogo delle regole, dove si apprendono gli elementi fondamentali della convivenza civile. Dove Cristina può dire «da grande voglio fare la dottoressa» (parole sue) e avere la speranza che si avveri.

IL SOSTEGNO DEL NON PROFIT - Un caso come quaranta altri bambini del gruppo di rom più o meno identificati con il vecchio insediamento di Rubattino, scolari che fanno fatica a raggiungere la scuola e che vivono in condizioni estreme. Può essere un inizio. Per partecipare alla raccolta fondi per una borsa di studio a Cristina si può scrivere o telefonare: santegidio.milano@gmail.com; 02.86.45.13.09 (risponde una segreteria). Oppure fare un bonifico all'Iban: IT73J0200801739000100909828, causale: borsa di studio bambina rom.




L'iniziativa «Non lasciamoli soli» del Ciessevi per i ragazzi
Scrivi al Ciessevi per segnalare un caso
Alessandra Coppola
acoppola@corriere.it
29 novembre 2010



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Il ritorno di "Scalfari" Dracula

Il Tempo


L’obbiettivo da colpire con la gragnola fiscale raccomandata dal nostro profeta Eugenio, e già proposta dal Pd di Luigi Bersani, è il ceto medio, che da anni la sinistra confonde con i nababbi.


Eugenio Scalfari all'Università La Sapienza

Tenetevi stretti a tutte le maniglie o grattatevi a volontà perché ci aspetta, secondo una profezia di Eugenio Scalfari, una «tempesta economica» che «durerà certamente per tutto il 2011, probabilmente ancora nel 2012 con effetti sperabilmente attenuati ma non ancora scomparsi nel 2013". A causa inoltre di un debito pubblico "che si trova al 118% del pil e raggiungerà il 120 l’anno prossimo", ma che dovrà abbassarsi al 60% entro il 2013 su prevedibile ordine dell’Ue, ci aspetterebbe, sempre tra il 2011 e il 2013, "una manovra complessiva di 45 mila miliardi di euro" l’anno. È "una cifra stratosferica e sicuramente negoziabile", concede il nostro profeta sperando in un rientro del debito "fino all’80%" o in "una rateizzazione decennale nell’ordine di 30 miliardi in tre anni e di 15 in dieci anni".

L’oracolo ci ha tuttavia regalato una carta di riserva, diciamo così, per attenuare i danni della tempesta: "una riforma fiscale - ha scritto - che tassi il patrimonio in favore dei redditi medio-bassi, dei consumi, del lavoro e delle imprese". Ma è una carta non spendibile - ha avvertito - da "un governo Berlusconi-Tremonti". Di cui pertanto occorre liberarsi al più presto, non lasciandosi scappare l’occasione della sfiducia offerta dalle mozioni che saranno votate il 14 dicembre al Senato e alla Camera. E qui le profezie economiche e finanziarie s’intrecciano con quelle politiche, esposte in base solo a "dati di fatto", ha cercato di assicurare Scalfari volendo allontanare il sospetto di averle ricavate dai suoi vecchi e noti rapporti di amicizia con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lungi da noi, insomma, l’idea ch’egli sia un infiltrato al Quirinale, paragonabile agli "infiltrati a Palazzo Chigi" dileggiati ieri nell’editoriale domenicale di Repubblica.

Nel quale Scalfari ha dato del "matto" al presidente del Consiglio, accomunato al Mussolini del 1935: quello che attribuì le sanzioni dopo la guerra di Abissinia ad un complotto "demo-giudo-plutocratico". Le elezioni anticipate in caso di crisi sarebbero naturalmente sconsigliate dalla "tempesta economica". Sarebbe invece auspicabile un nuovo governo "accettato dal fronte berlusconiano e dal fronte opposto". In via "subordinata", considerando evidentemente improbabile la prima soluzione, Scalfari consiglia "un governo di minoranza che si regga sull’astensione dei finiani e dei centristi, ma abbia però al primo punto del programma la revisione sostanziale della legge elettorale, oltre ovviamente ad una tenuta coerente della politica economica". Che dovrebbe contemplare - si presume - la già ricordata riforma fiscale raccomandata per "tassare il patrimonio - ripetiamo - in favore dei redditi medio bassi, dei consumi, del lavoro e delle imprese".

L’obbiettivo da colpire con la gragnola fiscale raccomandata dal nostro profeta, e già proposta dal Pd di Luigi Bersani, è il ceto medio, che da anni la sinistra confonde con i nababbi. L’ultimo governo di Romano Prodi, nato per far "piangere finalmente i ricchi", come gridarono i compagni di Bertinotti, estese lo scaglione di redditi tassabili con l’aliquota massima del 43% da 100 mila a 75 mila euro lordi l’anno. I redditi da 55 mila a 75 mila euro si videro assegnare l’aliquota del 41%, contro il 39 fissata dai precedenti governi di centrodestra. La vocazione fiscale della sinistra è semplicemente suicida. Dracula torna a bussare alla porta.


Francesco Damato
29/11/2010




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Wikileaks, il mondo resta in ansia

Corriere della sera


Ma assange rischia di vedersi ritirare il passaporto australiano e diventare un esule


Continua il flusso delle informazioni, che andrà avanti per mesi: ma ogni governo per ora aspetta


MILANO - Preoccupazione, risentimento, aperta censura. Il mondo reagisce in maniera diversa alle rivelazioni del sito Wikileaks. Tuttavia, a partire da Mosca che prende tempo ritenendo prematuro commentare quanto emerso dai documenti riservati del Dipartimento di Stato, l'intero pianeta sembra ancora trattenere il fiato in attesa di vedere «concretizzate» le conseguenze delle rivelazioni, mentre continua il flusso ininterrotto di informazioni.

RIVELAZIONI - Giungono da più parti, con dettagli di volta in volta rilevati da diverse testate in ogni angolo del mondo o direttamente dai documenti accessibili online, sebbene al momento si tratti solo di una minima parte (circa 200 sui 250mila sono disponibili in rete) della mole di informazioni del Dipartimento di Stato che, hanno affermato gli stessi responsabili di Wikileaks, verranno pubblicati in vari blocchi nel corso mesi. Così oggi sul «New York Times», uno dei grandi giornali in possesso del materiale raccolto da Wikileaks, si legge che gli Usa domandarono all'Italia di bloccare la fornitura a Teheran di 12 navi veloci con le quali l'Iran avrebbe potuto attaccare la flotta americana

 nel Golfo, e la richiesta fu accolta «solo dopo 11 mesi di resistenze, durante i quali le prime 11 navi furono comunque consegnate». Che nella imminenza della Operazione Piombo Fuso contro Hamas a Gaza, Israele cercò invano di coordinare le posizioni con Egitto ed Anp. Oppure un messaggio datato 2009, citato da Le Monde, in cui una fonte in Iran riferisce che il leader religioso iraniano Ali Khamenei ha il cancro, tra gli altri che continuano ad affluire in maniera del tutto imprevedibile dalla montagna di informazioni telematiche.

ASSANGE - L'attenzione, poi, continua a concentrarsi su Julian Assange, l'uomo dietro quella che viene già definita «la fuga di notizie più grande della storia», che potrebbe addirittura perdere il suo passaporto australiano. Solo un'ipotesi per il momento, ma l'Australia mette le mani avanti affermando che è determinata a negare rifugio al fondatore di Wikileaks. Durissimo il ministro degli Esteri Franco Frattini che ha affermato: Wikileaks «vuole distruggere il mondo» ribadendo tuttavia che non intende «commentare nel merito». C'è poi chi minimizza l'impatto delle rivelazioni, come il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, secondo cui i documenti riservati della diplomazia Usa pubblicati dal sito Wikileaks non hanno provocato «alcun danno al rapporto tra la Germania e gli Stati Uniti».

E oltreoceano continuano i tentativi -risultati finora vani- di fermare Assange e Wikileaks con tutti gli strumenti a disposizione: il senatore statunitense Joe Lieberman, che presiede la Commissione Homeland Security e Affari Governativi, ha chiesto a Barack Obama con urgenza di «chiudere» Wikileaks. «La pubblicazione di questi file non è altro che un attacco alla sicurezza nazionale - si legge in un comunicato del senatore -. Wikileaks sta mettendo a rischio la vita e la libertà degli americani e dei non-americani. I responsabili (di Wikileaks) avranno il sangue sulle proprie mani». La stampa di tutto il mondo ne parla, riferisce i dettagli per ora emersi e ritenuti più interessanti per il paese di riferimento. Unica anomalia la stampa cinese sulla quale non compare alcun riferimento alle rivelazioni di Wikileaks rispetto ai rapporti con Pechino. Unico riferimento, il messaggio nel quale si riporta la notizia che il re dell'Arabia Saudita avrebbe chiesto agli Stati Uniti di attaccare l'Iran.


Redazione online
29 novembre 2010



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Le pagelle sui leader

Segna di mano e l'arbitro convalida ma lui si autoaccusa e fa annullare la rete

Il Mattino





ROMA (28 novembre) - Non capita tutti i giorni che in un derby la rete del pareggio viene annullata dopo la segnalazione dello stesso marcatore. Lui , Cristian Cassioli, il capitano del Bassiano (Latina) segna con la mano, l'arbitro non si avvede della irregolarità e gli accorda il gol ma con un gesto di grande lealtà sportiva si autoaccusa ed evita una ingiustizia sportiva che avrebbe alterato l'esito finale della partita.

Protagonista di questo ammirevole gesto è Cristian Cassioli, 33 anni capitano del Bassiano,
compagine del girone D del campionato di Promozione laziale. Al 28' del secondo tempo, nel corso del derby in provincia di Latina con i cugini della Vis Sezze in vantaggio 1-0 sul campo dei rivali, Cassioli ha realizzato il gol dell'1-1 fra l'entusiasmo del pubblico di casa. L'arbitro, Di Matteo di Roma, ha indicato il centrocampo, ignorando le proteste degli ospiti.

Senza pensarci su Cassioli si è avvicinato al direttore di gara per sottolineare che aveva fatto gol di mano. A quel punto la rete è stata ovviamente annullata e il gioco è ripreso con una punizione. Il risultato alla fine non è cambiato e il Bassiano ha perso il derby per 1-0. Una sfida questa molto sentita fra gli sportivi della zona, ma il capitano con questo gesto ha vinto una partita decisamente più importante quella della correttezza che ogni atleta dovrebbe avere sempre.




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Il diario di Maria alla "corte" di Gheddafi

Corriere della sera


Uomini armati fino ai denti a posti di controllo. E 3.000 euro per ascoltare la lezione del mummar: «Convertitevi»



MILANO - - Ogni ragazza italiana che ha partecipato ai viaggi "culturali" promossi in Libia da Muammar Gheddafi ha ricevuto 3.000 euro. Lo scrive Maria M., 28 anni, che ha permesso al quotidiano britannico Guardian di leggere il diario che ha tenuto durante i suoi sette giorni di permanenza nel Paese africano. Finora sono sei i viaggi organizzati in Libia dall’agenzia italiana Hostessweb di Alessandro Londero, la stessa che ha garantito la presenza di donne italiane ai due incontri sulla cultura islamica tenuti a Roma da Gheddafi, nel 2009 e nell’agosto scorso.

ALLA TENDA - Al suo arrivo a Tripoli, lo scorso ottobre, Maria e altre 19 ragazze hanno ricevuto 3.000 euro prima di essere condotte a visitare il Paese dai collaboratori di Gheddafi. Al termine del giro turistico a siti archeologici, ospedali, suk e all’accademia femminile di polizia, le 20 ragazze sono state portate nella tenda di Gheddafi nel deserto. «Ci hanno fatto salire su autovetture del governo diretti alla tenda di Gheddafi - scrive Maria - a circa 30 chilometri da Sirte c’è un movimento di luci in mezzo al nulla. Siamo stati fermati da uomini armati fino ai denti in tre posti di controllo prima di vedere due enormi tende, una coppia di camper usati come bagni, un generatore grande e rumoroso e centinaia di cammelli»

REGALI E CONVERSIONI - Le ragazze hanno atteso ore prima che comparisse Gheddafi: «Ci ha detto che gran parte dell’Europa diventerà musulmana grazie all’ingresso della Turchia nell’Unione europea e che dovremmo abbracciare la fede di Maometto perché Cristo predisse che sarebbe arrivato un profeta dopo di lui che avrebbe preso il suo posto». Poi «ci ha chiesto se qualcuna di noi fosse interessata a convertirsi all’islam. Ci siamo guardate e poi, incredibile, due ragazze si sono alzate in piedi, cosa che non pensavo avrebbero mai fatto», annota Maria, sollevando il dubbio su eventuali bonus offerti alle due ragazze. Una ragazza che si è "convertita" lo scorso marzo ha confermato di aver ricevuto un «regalo, una forma di aiuto».

LA LISTA D'ATTESA - Londero ha fatto sapere che oggi la lista di ragazze che vogliono incontrare Gheddafi «sembra più lunga della lista di attesa delle persone in visita dal Papa». Il prossimo viaggio in Libia è previsto per il mese prossimo e il direttore dell’agenzia di hostess ricorda che vengono scartate ragazze israeliane e ragazze troppo interessate ai soldi. «Non escluderei che possa tenersi anche nel Regno Unito uno degli incontri che Gheddafi ha tenuto a Roma», ha concluso.

29 novembre 2010




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Saviano: ora mi fermo per un po' «Maroni? Un errore arrabbiarsi»

Corriere della sera


Lo scrittore: dopo «Vieni via con me» è tempo di ricostruirmi una vita


L'autore di Gomorra: la politica non è il mio mestiere


Saviano e Fazio
Saviano e Fazio
MILANO
- Roberto Saviano, e adesso?
«Cerco di finire il mio prossimo libro. A essere sinceri, il mio vero capolavoro non sarà fare un'altra Gomorra o una nuova trasmissione per milioni di persone ma cercare di ricostruirmi una vita. Ce la sto mettendo tutta, ma non so come andrà a finire».

Via Mecenate, studi della Rai di Milano. A metà del corridoio che porta allo studio di Vieni via con me. Lo scrittore più famoso e discusso d'Italia appoggiato a una parete di linoleum. Sulla faccia ancora qualche traccia del ragazzo che è stato, fino alla primavera del 2006. Quando uscì il libro di uno sconosciuto che collaborava con ogni possibile testata napoletana, uno che aveva la fissa della camorra. Appena quattro anni fa.

Vieni via con me è finito. Il suo bilancio?
«Un miracolo. Quando l'abbiamo scritto pensavamo a qualcosa di spurio, magari più adatto al teatro che alla televisione. Non ci aspettavamo questo successo. Quando un monologo ha un picco di 11 milioni di spettatori, più di una finale di Champions, è davvero una cosa incredibile».

Dicono che lei abbia fatto ombra a Fabio Fazio.
«Errore. Il merito del successo è suo. Un grande creatore di televisione. Con la sua esperienza, Fabio ha saputo creare l'alchimia giusta».

Prima di partire vi siete lamentati tanto della Rai, ma non sembra sia andata così male...

«Ah no? Abbiamo davvero fatto il programma contro l'editore. Non c'era un gran clima intorno a noi, e continua a non esserci. Il bello è che ce l'abbiamo fatta nonostante questa Rai. Nonostante questa politica».

Vieni via con me è televisione militante?
«A me piace una definizione che i più snob considerano fastidiosa: racconto civile. Il nostro è stato un programma trasversale. I dati dicono che ci hanno seguito tanti giovani tra i 14 e i 24 anni. E che il pubblico era diviso in maniera equa tra centro destra e centro sinistra».

E la faziosità, presunta o meno?
«Per superficialità oggi si definisce faziosa l'espressione di un punto di vista. Mi sembra incredibile: avere un'idea significa essere di parte. Non si può esprimere una posizione senza che immediatamente sia data la parola al suo contrario, perché possa annullarla».

Lo rifarà?
«E' stato bello, ma ora mi fermo. Esperienza durissima. Scrittura, prove serrate, memoria. E molta, troppa tensione che i dirigenti di Raitre ci aiutavano a sopportare. Non so se la ripeterò. Di sicuro non a queste condizioni. In una Rai come quella di oggi, mai più».

Maroni aveva ragione ad arrabbiarsi?
«Assolutamente no. Io ho raccontato le inchieste. Dire che non hanno portato all'arresto di politici leghisti, che ragionamento è? Un'inchiesta racconta un clima culturale, un modus operandi. La 'ndrangheta interloquisce con i poteri del Nord: dove c'è la Lega si rivolge alla Lega. Il problema principale del Nord non sono certo gli immigrati, come vogliono far credere, ma l'alleanza impresa-politica-criminalità. Il caso Desio lo dimostra. La Lega ha abbandonato la giunta dopo che un'inchiesta ha dimostrato che una parte di quella maggioranza faceva affari con la 'ndrangheta. E prima? Ignoravano? Il Nord Italia è sempre più infiltrato, piaccia o non piaccia alla Lega».

E poi Maroni cattura Antonio Iovine, il suo persecutore. Si è sentito in imbarazzo?
«Ma non scherziamo. Iovine non l'ha mica arrestato Maroni. Era 16 anni che lo cercavano. Il pm Federico Cafiero de Raho, dell'Antimafia di Napoli, uno degli eroi silenziosi di questo Paese, è la persona a cui deve andare il merito morale del contrasto ai boss casalesi».

Lo ammetta, ha pensato che quello di Iovine fosse un arresto a orologeria...
«In molti l'hanno fatto. Io non ci sto, detesto la dietrologia. Iovine era un capo, e adesso è in galera».

Perché Maroni sì e i pro life no?
«Perché raccontare una storia d'amore come quella tra Piero Welby e sua moglie Mina non significa affatto oscurare altre voci. Chi, dopo quarant'anni di sofferenza, ha chiesto di fermare la macchina a cui era attaccato non è affatto contro chi invece continua a sperare in quella macchina che lo tiene in vita. Il mio era un racconto d'amore, di sentimenti e di libere scelte. Non c'era nulla a cui replicare».

Il suo successo televisivo ha destato qualche invidia. Saviano in tivù fa venire le Gomorroidi, come dice Vauro?
«Lasciamo stare, dai. "Ma io già l'ho detto molto prima...", "Ma io l'ho scritto nell'89", "Ma è troppo lento, troppo veloce, troppo televisivo, troppo poco televisivo". Sono commenti che sento tutti i giorni. Un po' ne soffri, poi finisce che ne ridi. Veder nascere la bile perché grazie alla televisione arrivi a tante persone che in genere ignorano certi argomenti, in fondo, ti dà soddisfazione».

Pino Daniele è l'ultimo a dire che se lei fosse davvero "scomodo" l'avrebbero già ammazzata. Cosa ne pensa?
«Rispondo con le parole di Falcone: "Questo è il Paese felice dove per essere credibile bisogna essere uccisi". Io non me la prendo, perché credo si tratti di ignoranza, tipica di chi si accosta con superficialità a una persona e a un argomento che non conosce. Non so, mi verrebbe da dire: "Prima di parlare studiate di più"».

Fare televisione non è una dimostrazione di scarsa fiducia nelle sue possibilità di scrittore?

«Semmai il contrario. Anche raccontare storie in tivù è scrittura. Teatro, radio, cinema, televisione, fiction. Laddove si può comunicare io ci provo».

La grande speranza della sinistra?
«A volte questa cosa mi spaventa, a volte mi lusinga. Quando racconto delle gravi connivenze di questo governo con le organizzazioni criminali, quando intervengo per la libertà di stampa, dicono che sono di sinistra. Quando racconto dei dissidenti cubani, dei crimini del comunismo sovietico, sono di destra. Quando invito i migranti di Rosarno a non abbandonare l'Italia, torno di sinistra».

Scrivere è anche una attività privata. Saviano invece è ormai un personaggio pubblico, a stare bassi.
«Il Saviano privato? Mi fa sorridere questa espressione. Quando sei così esposto nessuno ti è a fianco, tutti ti sono addosso. Il Saviano privato deve nascondersi per difendere se stesso e non si fida di nessuno. Nessuno».

Si sente tirato per la giacca?
«Spesso. Quel che più mi colpisce è la paura dei politici. Molti di loro li ho visti terrorizzati all'idea che io scegliessi di servire il Paese, e non di scendere in campo, espressione orrenda che ha infettato la comunicazione politica, apparentando il Parlamento a uno stadio».

E Saviano, in che squadra giocherà?

«Destra e sinistra, tutti vorrebbero che urlassi le ragioni degli uni e i torti degli altri. Non è il mio mestiere, la politica. Io mi considero un narratore. Uno scrittore di 31 anni, ecco quel che sono».

Marco Imarisio
29 novembre 2010



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I file di Wikileaks più imbarazzanti dalla A alla Z

La Stampa



A come Abdullah



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Berlusconi è vanitoso inefficace come leader"

La Stampa


I diplomatici Usa: è il megafono di Putin in Europa. Lui ci ride su




ALBERTO SIMONI


Silvio Berlusconi «è un leader fisicamente e politicamente debole» le cui «frequenti lunghe nottate e l'inclinazione alle feste significano che non si riposa a sufficienza». Così l'ormai ex incaricata d'affari americana presso l'ambasciata Usa di Roma, Elizabeth Dibble, inquadra la figura del capo del governo italiano. La valutazione della Dibble fa parte di uno dei 3.012 documenti inviati dalle sedi diplomatiche Usa in Italia al Dipartimento di Stato. Cablogrammi «catturati» dal sito pirata Wikileaks e diffusi ieri pomeriggio. Si scopre che in un altro dispaccio Silvio Berlusconi è definito «incapace, vanitoso e inefficace come leader moderno» e si fa riferimento a sue «feste selvagge». Berlusconi si sarebbe fatto «una risata», dicono fonti a lui vicine, quando ieri sera gli sono stati riferiti i contenuti di Wikileaks.

I rapporti con Putin
Se le «antenne» della diplomazia Usa rilasciano giudizi sul premier, da Washington arrivano anche altre richieste. Partono dal segretario di Stato Hillary Clinton preoccupata dall'intensificarsi delle relazioni personali fra il premier russo Vladimir Putin e il Cavaliere. I diplomatici Usa descrivono il rapporto fra i due come «straordinariamente stretto. Un rapporto - si legge in un cablo riportato dal New York Times - che include «generosi regali e lucrosi contatti nel campo energetico». Viene citato «un oscuro intermediario che parla russo». La relazione fra i leader è così solida che gli statunitensi considerano «Berlusconi il megafono di Putin in Europa».

Sono tutte notizie e rivelazioni che suscitano l'attenzione di Washington. In un dispaccio del 28 gennaio 2010 Clinton chiede «di procurarsi ogni informazione sulla relazione personale fra Putin e Berlusconi». Il segretario di Stato vuole sapere «quali investimenti personali, se ce ne sono, potrebbero condizionare la loro politica estera o quella economica». In pratica Hillary Clinton vuole sapere se Berlusconi abbia davvero fatto affari privati con l'amico russo. A preoccupare Washington è l'intesa «fra Eni e Gazprom su Southstream», il mega gasdotto che collegherà Russia e Ue.

Partnership a Kabul
Gli ultimi «cablo» a finire fra le maglie di Wikileaks risalgono a febbraio 2010. Gli ultimi due sono datati 25 febbraio. Sul sito pirata è spuntato un «cablogramma» risalente al 12 febbraio 2010. Riferisce di un incontro privato avvenuto quattro giorni prima a Roma fra il ministro degli Esteri Franco Frattini e il capo del Pentagono, Robert Gates. I due parlano della situazione in Afghanistan, Frattini assicura l'alleato che l'America «può contare sul pieno sostegno dell'Italia a Kabul, sull'Iran e nella lotta al terrorismo». Il capo della Farnesina propone un coordinamento a più alti livelli della Nato fra civili e militari e suggerisce la creazione di «progetti per le popolazioni locali al confine fra Iran e Afghanistan».

Frattini-Gates e l'Iran
Ma il nocciolo della conversazione è la minaccia rappresentata dalle ambizioni nucleari di Teheran. «È necessaria un'azione urgente» dice Gates. «Senza progressi nei prossimi mesi, rischiamo la proliferazione nucleare in Medio Oriente, una guerra provocata da un raid aereo israeliano, o entrambi». Il capo del Pentagono - si legge nel carteggio - «prevede un mondo diverso nei prossimi 4-5 anni se l'Iran svilupperà armi nucleari». Frattini illustra la posizione italiana, dice di pensare che «la Russia sosterrà il percorso delle sanzioni» e spiega che la «sfida è portare a bordo la Cina». Pechino e New Delhi sono gli elementi chiave per far sì che le sanzioni - dice Frattini - «possano colpire il governo [di Teheran, ndr] senza danneggiare la società civile». È a questo punto che il titolare della Farnesina dice che l'azione diplomatica deve includere Arabia Saudita, Brasile, Egitto e Turchia accusata dal ministro «di fare il doppio gioco per avvicinarsi sia all'Iran sia all'Europa».

Motoscafi per Teheran
Le tensioni fra Roma e Washington emergono da un altro cablo inviato dall'ambasciata di Roma a Foggy Bottom. Gli Usa avevano chiesto all'Italia di bloccare la prevista consegna di 12 motoscafi all'Iran con i quali, era la paura americana, gli iraniani potevano colpire le navi statunitensi nel Golfo. Solo «dopo mesi di traccheggio nei quali 11 barche sono state consegnate», l'Italia fece marcia indietro.



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Londra dice sì alla carne clonata

La Stampa

L'agenzia che controlla
gli alimenti: "Non c'è alcuna differenza con la bistecca naturale"



ELENA LISA
Il caso è scoppiato in Inghilterra e, c'era da aspettarselo, in poche ore ha investito l'Europa. La Food Standards Agency (Fsa) - ente che controlla gli standard degli alimenti in circolazione sul mercato britannico - costretta a fare analisi e controanalisi per verificare la qualità di carne e latte prodotti da animali clonati, ha sentenziato che non c'è alcuna differenza tra il cibo che deriva dal bestiame «ordinario» e quello che proviene da bovini manipolati geneticamente.

Un'affermazione perentoria che, in Gran Bretagna, apre la strada alla commercializzazione di latte e carne clonati ma che, via via, potrebbe sfondare la moratoria della Commissione europea: la Ue proibisce per i prossimi cinque anni la vendita a scopo alimentare di carne e latte ottenuti con la clonazione. Permette il procedimento solo per la ricerca o per la produzione di farmaci. O per salvare razze in via d'estinzione. Ma se le conclusioni dell'ente governativo inglese facessero breccia, anche in Italia sarebbe lecita la vendita di burro, latte e fiorentine «ritoccate».

Andrew Wadge, ricercatore a capo della Food Standards Agency, ha dichiarato che i risultati della ricerca non lasciano dubbi: gli alimenti prodotti da animali clonati «non hanno evidenziato elementi di preoccupazione» per eventuali «allergie, intossicazioni e altri effetti collaterali». Non solo. Wadge ha confermato che «carne e latte che provengono da bovini dal dna modificato e dalla loro progenie non mostra differenze sostanziali dalla carne e dal latte prodotta in modo convenzionale». In genere valutazioni tanto positive da parte del Comitato consultivo della Fsa sono il preludio della concessione di licenze di vendita. Che, va detto, in Inghilterra, era già partita prima ancora dei riscontri dell'organismo indipendente. Ecco perché, si diceva, la Fsa è stata «costretta» ad analisi e controanalisi: quest'estate due aziende agricole vicino Birmingham avevano ammesso di aver allevato (e venduto) animali discendenti da embrioni clonati. In quali mercati e supermercati erano finiti gli avi macellati e i latticini derivati?

Nonostante il parere dell'ente di controllo inglese e quello della Food and Drug Administration che, in America, nel 2007 aveva dichiarato che «il consumo di carne di maiale, capre e pecore clonate non costituisce un rischio alimentare» sono molti i detrattori del cibo derivato da animali geneticamente manipolati. I cultori del cibo naturale e tradizionale soprattutto che, però, sostiene Agostino Macrì dell'associazione nazionale consumatori: «probabilmente non sanno che carne e latte pronti oggi sulle nostre tavole hanno ben poco di naturale». E poi aggiunge: «Nei nostri allevamenti funziona un processo di selezione spinto. Dal seme di una decina di tori sono nati milioni di vacche grazie alla fecondazione artificiale. Il liquido seminale degli esemplari considerati più idonei, morti anche decine di anni fa, viene ancora oggi distribuito in tutto il mondo per continuare a fecondare».




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Firenze, in classe tutti bimbi cinesi: "Soluzione contro l'isolamento"

Quotidiano.net


Il preside: "Prpmozioni raddoppiate nella sezione monoetnica" I contrari: "Rischio ghetto". Lo psicologo: "No, evitiamo che lascino gli studi"



di GERALDINA FIECHTER



 FIRENZE, 29 novembre 2010 - L’ESPERIMENTO si basa su un paradosso. I cinesi tendono a chiudersi nella loro comunità? Hanno difficoltà di comunicazione con gli italiani? E allora proviamo a farli stare fra loro, a curarli con la loro stessa debolezza, proviamo a vedere se invece di sentirsi spaesati e di andarsene al primo ostacolo, invece di bocciare e quindi tornare nelle fauci delle comunità-lavoro, si affezionano all’idea della scuola, studiano, allargano gli orizzonti, diventano adolescenti liberi e alla fine più aperti degli altri e più integrabili. Ecco, è nata così l’idea di formare una sezione per soli cinesi all’Istituto Sassetti-Peruzzi di Firenze, una normale scuola secondaria statale con indirizzo turistico commerciale.

SCAVALCANDO la circolare ministeriale che imporrebbe un massimo del trenta per cento di stranieri in una classe, il preside ne ha formata una con il cento per cento di cinesi. Ha cominciato l’anno scorso. E i risultati, dice, sono già incoraggianti. «Nelle classi miste — spiega Saverio Craparo, il preside — il tasso di promozioni raggiungeva al massimo il 25 per cento. Nella classe monoetnica, invece, le promozioni sono raddoppiate». E la circolare? «Non potrei comunque rispettarla — dice ancora Craparo — perché in questa scuola il settanta per cento dei ragazzi iscritti è composto da stranieri, l’ottanta per cento cinesi. Che dovrei fare, respingere le loro iscrizioni? Dire loro di andare al liceo classico o scientifico, dove non andrebbero mai?».

A mettere a punto il progetto — che sarà valutato dall’università di Siena — è stato un professore della scuola, che è anche psicologo. E la discussione nel collegio dei docenti è stata molto dura. «Prima di tutto c’è il rischio di una ulteriore ghettizzazione — dicono i professori contrari — e poi bisogna vedere alla fine del percorso se si integrano di più così o se invece restano isolati e meno preparati dei ragazzi italiani». Vedremo al termine dell’esperimento, dicono gli ideatori. «Ma il ghetto c’era prima — replica il professore psicologo, Massimo Barbieri — quando bocciavano in massa, uscivano dalla scuola e venivano richiamati a lavorare dai genitori. Più riusciamo a tenerli dentro il percorso scolastico, più saranno in grado di integrarsi e uscire dal chiuso della comunità cinese».

LA SCUOLA non è molto distante dalla zona in cui si trova la più grande comunità cinese dell’area fiorentina. I ragazzi, se intervistati, spiegano quasi tutti che dopo la scuola devono aiutare i genitori nelle ditte di pelletteria o nei negozi affini. Non sanno bene l’italiano o perché sono arrivati da poco o perché stanno isolati nella loro comunità. Per questo hanno difficoltà a inserirsi nelle classi miste e per questo l’esperimento della Sassetti-Peruzzi prevede di formare le classi non sulla base delle conoscenze nozionistiche ma per aree omogenee di padronanza della lingua italiana. I ragazzi possono ovviamente scegliere se stare nella sezione mista o in quella dedicata a loro. Ma tutti quelli che all’inizio hanno accettato con perplessità, una volta arrivati in seconda e con voti più accettabili hanno deciso di restare. Come i professori: «Quando l’ho saputo ho chiesto subito un appuntamento al preside, volevo farmi spostare — racconta la professoressa di lettere della sezione cinese — ma dopo il primo giorno ho cambiato idea, la cosa ha cominciato subito ad appassionarmi».


geraldina.fiechter@quotidiano.net



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Una favola, Edo il pescegatto che si comporta come un cane

di Cristiano Gatti



Ha 19 anni, vive in un acquario di Lugano, il suo padrone lo salvò per caso dalla pentola. E da allora non sembra più lui 



 

nostro inviato a Lugano

Il suo padrone lo chiama agitandogli la mano all'angolo dell'acquario. Edo, come il delfino Flipper, accorre esultante e gli fa le feste. É chiaramente un essere felice. Ha l'espressione che ride. Si fa accarezzare il capoccione, si strofina al braccio dell'umano prediletto, si contorce di beatitudine. In questo ristorante sul lungolago di Lugano, faccio una scoperta incredibile e tenerissima: anche i pesci hanno un anima. Non so quanta, non so fino a che punto. Ma certamente non sono quel genere di creature minori e minorate, amorfe e ignare, ebeti e inconsistenti, che tutti immaginiamo.

Nella recente discussione tra animalismo sensato e pescatori permalosi, il caso del pesce-gatto Edo capita a fagiolissimo. Nel suo acquario davanti al forno per le pizze, dove soggiorna come un fedele cane in cuccia, sconfessa clamorosamente tante sciocche convinzioni. Il signor Roberto, 67 anni, origini toscane e trapiantato a Lugano dai primi anni Sessanta, parla di questo pesce come qualunque persona parla del proprio cane, del proprio cavallo, del proprio micione. Per evitare equivoci, è bene precisare che il soggetto risulta nel pieno delle proprie facoltà mentali e non è minimamente affetto da furori animalisti: «Io mangio carne e pesce, ci mancherebbe. Però non posso tollerare la sofferenza degli animali. 

Nel mio ristorante si mangia aragosta, ma nessuno mi deve chiedere di buttarla viva in pentola. Non si fa, non si fa...». Mentre mi parla, tira su la manica e infila il braccio nell'acquario: «Qua, bello. Qua, il mio gattone...». E quello, Edo, arriva con un deciso colpo di pinna a ricevere e a restituire la dolcissima razione di grato affetto. «Non lo dico per dire - racconta il signor Roberto -: Edo è davvero il mio migliore amico. Mi è impossibile vederlo come una pesciotto da spinare in tavola. Ormai è una presenza fedele, è come uno di famiglia».

La storia di questo legame risale ai primi anni Novanta. Roberto, titolare del ristorante «Nibbio», ha un amico pescatore che ogni tanto cattura all'amo i pesci-gatto, specie da fondali melmosi, ma dotato di polpa ottima, in umido e alla griglia, senza lische, tipo pescatrice. «Un giorno - ricorda Roberto - dico al mio amico: ho sentito dire che il pesce-gatto è molto appetitoso. Quando ne prendi, portamene qualcuno, così li assaggiamo insieme...».
Una sera l'amico telefona: «Roberto, ho una cinquantina di pesci-gatto. Sono ancora piccoli. Te li porto appena posso...». Il carico arriva tre giorni dopo, dentro la solita borsa di plastica. Roberto consegna il pesce al cuoco per pulirlo. Dopo qualche minuto, il cuoco lo chiama in cucina. «Guardi - gli dice - uno è ancora vivo. Che faccio, lo finisco?». Roberto ricorda come fosse ieri: «Proviamo a vedere, gli dico. Lo prendo, lo metto nell'acquario del nostro pesce vivo, e dopo qualche minuto il piccolo Edo, allora pochi centimetri, salta già tra le mie dita per farsi coccolare...».

La favola continua al modo di Walt Disney. La mattina dopo, Roberto riapre il ristorante e non vede più Edo nell'acquario. Comincia a cercarlo, lo ritrova a dieci metri di distanza, sotto a un tavolo, nuovamente in fin di vita. «Lo accarezzo con un tovagliolo, lo rimetto in acqua, e dopo qualche minuto si riprende di nuovo. E di nuovo comincia a farmi feste.

 Da quel giorno nasce la nostra grande amicizia. In seguito ho approfondito la sua conoscenza, scoprendo che il pesce-gatto di origine africana, la sua specie, è molto resistente: quando i fiumi si prosciugano, nel continente nero, riesce a spostarsi anche di trenta chilometri, per cercare acqua. Come vita può durare anche fino a trent'anni. Come mole, può raggiungere anche i duecento chili. Per fortuna Edo ne pesa quindici. Però cresce. Ogni tanto dobbiamo cambiare l'acquario, per dargli più spazio. Ai primi di gennaio compirà 19 anni: è già una bella età, segno che sta bene. I bambini vengono apposta a trovarlo, per loro è uno spasso. Vuole vedere una cosa?».

Roberto prende una forchetta, infilza un pezzo di pesce cucinato, quindi lo allunga a pelo d'acqua. Edo, con molta grazia, arriva ed educatamente si fa imboccare. Così con il cucchiaio. Persona educatissima, a tavola. Roberto conferma: «Ha imparato presto. Non vuole niente con le mani. Il suo piatto preferito? Carne cruda. Con un boccone di filetto te lo conquisti subito. Una volta gli ho fatto uno scherzo: ho messo sulla forchetta un pezzo di carota. Lui è arrivato felicissimo, ha ingoiato in estasi, ma poco dopo ha sputato. Si è subito cacciato in un angolo e per mezz'ora non mi ha più guardato. Offesissimo. 

Ce n'è voluta per fare la pace...».
Il pesce-gatto Edo come il cavallo Furia, come il cane Lassie e come qualunque animale di casa che quotidianamente viziamo. Davanti allo spettacolo, davanti a Roberto che gioca con il suo pescione amatissimo, sorgono spontanee le più singolari riflessioni. Perché i pesci sono sempre trattati come esseri inferiori, incapaci di sofferenza, senza cittadinanza e senza rispetto sul pianeta Terra? 

Personalmente non sono abbastanza fondamentalista per sostenere che anche Edo abbia pensieri, emozioni e un posto prenotato nel Paradiso dei giusti. Però di una cosa resto convinto: i pesci vengono eternamente presi a pesci in faccia solo perché sono muti. Non per altro. Se orate e branzini potessero strillare il loro strazio, mentre muoiono della morte peggiore, agonizzano per soffocamento, vorrei proprio vedere le nostre facce gaudenti alle tavolate chic dei rinomati locali sul lungomare…

Così, guardando Edo, è inevitabile pensare che i pesci siano loro malgrado una povera e inconsapevole metafora della realtà umana. Come i pesci della vita - handicappati, vecchi, bambini dei continenti remoti -, non hanno voce. Non urlano l'ingiustizia. Solo per questo, nessuno li considera.




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