domenica 28 novembre 2010

Suicida prete molestatore smascherato dalle Iene: si è gettato sotto un treno

Il Mattino


CARAVAGGIO (Bergamo) 28 novembre - Si è suicidato il sacerdote molestatore smascherato da Le Iene. L'uomo era stato ripreso in un servizio delle Iene mentre baciava e abbracciava un ragazzo che si fingeva omosessuale. L'uomo (S.R., un sacerdote di 51 anni), si è buttato sotto a un treno nelle campagne tra Masano di Caravaggio e Pagazzano, nella Bergamasca.

In più servizi con telecamera nascosta le Iene lo avevano ripreso, nel suo ufficio al Santuario di Caravaggio, mentre molestava un paio di giovani, fingendo di fornire loro supporto spirituale.

Il suicidio è avvenuto questa mattina, poco prima di mezzogiorno. Il religioso ha raggiunto la linea ferroviaria Milano-Brescia nelle campagne tra Masano e Pagazzano e si è lanciato sotto un convoglio in arrivo, morendo sul colpo.

Lo scorso aprile S.R., 51 anni, in servizio al Santuario di Caravaggio, era diventato un caso di cronaca dopo che gli inviati della trasmissione di Italia 1 avevano scoperto la sua abitudine ad approfittare di coloro che si rivolgevano a lui per consigli spirituali, sottoponendoli a pesanti molestie. Una Iena con telecamera nascosta aveva filmato tutto. Solo due mesi dopo la messa in onda del servizio si era scoperto che il sacerdote filmato era in servizio al Santuario di Caravaggio. Il prete era stato quindi sospeso dalle sue funzioni e inviato in una comunità di cura. Una situazione che a quanto pare non è riuscito a sopportare.









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Berlusconi, Sarkozy, Gheddafi I leader secondo le carte Wikileaks

Corriere della sera

Per il premier italiano «Feste selvagge». Il sito dell'organizzazione: siamo sotto attacco hacker


MILANO - Mahmud Ahmadinejad, con la didascalia «questo è Hitler» il colonnello Muammar Gheddafi («procaci biondine come infermiere»), il presidente afghano Karzai («spinto dalla paranoia»), il presidente francese Sarkozy («Il re nudo») e ultimo in fondo a destra, il premier italiano Silvio Berlusconi, con la didascalia «Feste selvagge». È quanto si legge sulla copertina del numero speciale del Der Spiegel, con le anticipazioni sui file di Wikileaks.

Un giornalista free lance, Symor Jenkins, afferma di aver acquistato a Basilea in Svizzera una copia della rivista tedesca che dovrebbe uscire in Germania solo lunedì. Si tratterebbe, se fosse confermato, di un'uscita anticipata in Svizzera ricca di anticipazioni dei file del sito di Assange. Al momento non è ancora stato possibile appurare se si tratti di un falso, di un errore di distribuzione o di un'anticipazione voluta dallo Spiegel. Nella copertina del periodico (guarda) compare la grossa scritta «Enthullt» (Rivelato), il sottotitolo «come l'America vede il mondo, il rapporto segreto del Dipartimento di Stato americano» e 12 foto di personaggi illustri.

SITO SOTTO ATTACCO - Intanto, mentre il sito di Wikileaks sarebbe sotto attacco hacker (lo afferma lo stesso sito), ha parlato anche il fondatore Julian Assange, intervenuto in video alla terza conferenza annuale di giornalisti investigativi arabi ad Amman, in Giordania: «I documenti che stiamo per pubblicare riguardano essenzialmente tutta le maggiori questioni in ogni Paese del mondo. Gli Usa hanno cercato con tutte le forze di disinnescare il meccanismo avvertendo i governi, ma senza sapere cosa stiamo davvero per pubblicare». Da Washington parla l'ammiraglio Mike Mullen, capo degli Stati Maggiori delle forze armate:

«È un precedente molto, molto pericoloso. Mi auguro che, prima o poi, i responsabili si assumano la responsabilità delle vita che stanno esponendo e smettano la fuga di notizie» ha detto in un'intervista alla Cnn. Assange dal canto suo nega che le pubblicazioni metteranno in pericolo vite umane: «La nostra organizzazione ha una storia di quattro anni di pubblicazioni e per quanto ne sappiamo nessuno è mai stato in pericolo per le nostre rivelazioni». I responsabili di Wikileaks fanno sapere via Twitter che «El Pais, Le Monde, Spiegel, Guardian e New York Times pubblicheranno domenica sera la documentazione anche se il nostro sito sarà irraggiungibile». Orario previsto: le 22.30.

I DOCUMENTI - Intanto cresce l'attesa per la valanga di documenti che riguardano comunicazioni tra gli Stati Uniti e diversi Paesi. Da giorni il Dipartimento di Stato sta avvertendo le cancellerie di mezzo mondo, Italia inclusa, per smorzare eventuali reazioni. Ma già sono trapelati i primi dettagli concreti con la pubblicazione temporanea - e per errore - di un articolo dello Spiegel, poi scomparso dalla rete. Secondo il settimanale tedesco saranno diffusi 251.287 cosiddetti "cablogrammi diplomatici" inviati al Dipartimento di Stato dalle ambasciate, dai consolati e dalle rappresentanze diplomatiche americane in tutto il mondo, oltre a 8mila direttive del ministero degli Esteri Usa alle sedi diplomatiche in tutto il mondo. Sarebbero tuttavia solo 4.330 i documenti "esplosivi". I documenti coprirebbero un periodo che va dal dicembre 1966 al febbraio 2010; ci sono 50mila carte per il solo 2008, l'anno in cui Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti. Sempre secondo le notizie che circolano in rete, dall'esame dei documenti risulterebbe che gli Stati Uniti sono a conoscenza dei segreti della politica tedesca più di molti uomini politici tedeschi.

MANDELA E KARZAI - I file conterrebbero anche critiche mosse dai diplomatici statunitensi a Nelson Mandela e Hamid Karzai. Secondo quanto scrive il domenicale britannico Mail On Sunday, l'ex presidente sudafricano sarebbe finito nel mirino dei diplomatici per il suo scontro con George Bush quando questi decise di invadere l'Iraq. Mandela lo accusò di essere razzista, dichiarando che il presidente Usa aveva ignorato le richieste delle Nazioni Unite perché il suo segretario generale all'epoca, Kofi Annan, era nero. Mandela all'epoca aveva anche attaccato l'allora premier britannico Tony Blair, definendolo «il ministro degli Esteri degli Usa». Tra gli altri leader mondiali che in passato si sono scontrati con gli Stati Uniti e che potrebbero essere stati oggetto di commenti negativi negli scambi diplomatici ottenuti da Wikileaks - che risalirebbero al periodo tra gennaio 2006 e dicembre 2009 - vi sono anche Karzai, il colonnello Gheddafi e Robert Mugabe. Secondo il domenicale tra i circa 800 messaggi dell'ambasciata americana a Londra ve ne sarebbero alcuni decisamente critici nei confronti di Gordon Brown e del governo laburista.

LONDRA E ISLAM - Il governo di Londra teme che le rivelazioni possano infiammare gli animi degli islamici e ha avvertito i suoi cittadini che vivono in Pakistan, Iraq, Iran e altre parti del mondo che potrebbero essere presi di mira. Secondo il Sunday Times alcune delle comunicazioni tra l'ambasciata americana a Londra e Washington potrebbero mettere a rischio la speciale relazione tra gli Usa e la Gran Bretagna gettando luce sull'opinione che i diplomatici statunitensi hanno di David Cameron, del suo vice Nick Clegg e del predecessore Gordon Brown. Fonti vicine al governo sostengono tuttavia che ad essere dannose potrebbero essere soprattutto le candide opinioni espresse dai britannici circa alcune figure chiave del mondo islamico: «La preoccupazione del governo è che alcune delle comunicazioni diplomatiche possano contenere certe frasi critiche di alcuni luoghi importanti, pronunciate o dagli Usa o da noi, a causa delle quali la Gran Bretagna potrebbe essere dipinta come un alleato del "Grande Satana" nell'attacco all'Islam» ha dichiarato una fonte ministeriale.

SCUDO ANTIMISSILE - Trema anche la Polonia: i documenti che riguardano Varsavia conterrebbero delicate rivelazioni sui retroscena dell'accordo Usa-Polonia sullo scudo antimissile, un dossier che ha creato parecchie tensioni con la Russia. Il portavoce del ministro degli Esteri polacco Martin Bosacki ha spiegato che una larga parte dei file riguarda le trattative sul sistema di difesa che l'amministrazione Bush stava negoziando in proprio con Varsavia, escludendo gli altri partner Nato. Il controverso progetto è stato poi abbandonato dalla nuova amministrazione Obama, che lo trasformò in un sistema di difesa comune a cui parteciperà anche la Russia. In Israele, la televisione commerciale Canale 2 ha sostituito i programmi della tarda serata con una trasmissione speciale in cui, a partire dalle ore 23.30 locali (le 22.30 in Italia) accompagnerà in diretta la divulgazione dei documenti del Dipartimento di Stato. Il quotidiano Yediot Ahronot prevede che «infliggeranno un duro colpo a Israele».


Redazione online
28 novembre 2010

E uscito il numero 51: sbancato il lotto Napoli milionaria, vinti 130 milioni

Il Mattino



NAPOLI (28 novembre) - Nonostante il freddo polare che investe l'Italia, quella di ieri sera è stata un'estrazione caldissima per gli appassionati del Lotto. Dopo 151 estrazioni di latitanza (la sua ultima apparizione era datata 9 dicembre 2009), si è infatti rivisto il 51 su Napoli.

Si trattava del numero più atteso e giocato in assoluto, tanto che solo sabato scorso aveva raccolto puntate per oltre 11 milioni di euro. Il ritorno del 51 ha permesso ai tanti seguaci del gioco dei numeri centenari di portarsi a casa vincite per oltre 130 milioni di euro. Il Lotto è così stato sbancato, visto che il gioco più antico al mondo ancora attivo ha raccolto puntate per meno della metà dei soldi vinti. Ovviamente la gran parte delle vincite è finita proprio nel capoluogo partenopeo, dove il 51 veniva seguito con grande passione dalla fine dell'estate. Già da questa mattina in molte ricevitorie ci sarà la fila per passare all'incasso, ma a parte un po' di attesa non ci sarà da preoccuparsi visto che da Lottomatica fanno sapere che tutti i premi saranno corrisposti nei tempi e nei modi previsti.

E quello attuale è certamente l'autunno più ricco nella storia dei giochi in Italia. Meno di un mese fa, il 30 ottobre scorso, c'era stata infatti la vincita record di 178 milioni al SuperEnalotto. Dopo appena quattro settimane esatte ecco arrivare gli oltre 130 milioni di vincite al Lotto. Insomma l'autunno del 2010 rimarrà nella memoria e nelle tasche di molti.

Tornando al 51, nel dopoguerra solo in un'altra occasione un numero aveva tardato per più tempo su Napoli. Si trattava del 17, la cui «sfortuna» durò per 160 estrazioni consecutive prima di farsi rivedere nell'aprile del 1975. Comunque il 51 un record particolare l'ha messo a segno. Da quando è andato il «pensione» il bambino bendato (settembre dello scorso anno) e le estrazioni del Lotto sono state tutte automatizzate, nessun numero aveva mai superato le 150 estrazioni di assenza. Siamo invece lontani dal primato di vincite complessive più alte di sempre.

Il record è infatti saldamente nelle mani del 31 su Bari che, quando uscì il 19 aprile del 2000 dopo un ritardo di 167 concorsi, regalò premi totali per oltre 1600 miliardi delle vecchie lire (oltre 800 milioni di euro). Adesso l'attenzione degli appassionati si sposterà verso il 32 su Roma. È infatti questo il numero più atteso del momento, viste le sue 111 estrazioni di ritardo. Qualcuno tenterà la fortuna anche con l'83, da poco diventato centenario sulla ruota di Cagliari.

Ma secondo gli esperti non è da trascurare la possibilità che il 51 torna a farsi vedere in breve tempo. Sembra infatti che dopo un ritardo importante, un numero tenda a recuperare lo scompenso accumulato e quindi a farsi vedere a più riprese. E visto che nella smorfia il 51 è abbinato al «giardino», chissà che quelle prossime estrazioni non possano «fiorire» altre ricche vincite.

Fabio Felici




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Ecco la vera vita di Gaber raccontata da Giorgio Gaber

di Alessandro Gnocchi




Esce il 2 dicembre, a cura di Guido Harari e della Fondazione a nome dell’artista, un’"autobiografia" ricostruita mettendo insieme 50 anni di immagini e interviste



 

A molti, il rock ha salvato la vita. A me, l’ha salvata una canzone di Giorgio Gaber. L’ho sentita per la prima volta nel 1992, a teatro. Si intitola L’illogica allegria. Fino a quella sera non sapevo neppure chi fosse il suo autore, credevo fosse roba della generazione di mio padre. Senza contare che avevo un robusto pregiudizio contro la musica italiana in generale e contro i cantautori in particolare.

Che cretino. Quel signore sul palco, che ero andato a vedere per caso, mi arrivò dritto come un meritato pugno in faccia. Mi fece ridere (tanto). E mi commosse (altrettanto). In particolare quella canzone, L’illogica allegria. Nel foyer del Ponchielli di Cremona, quella sera, c’era un banchetto di cd. Acquistai la mia copia del Teatro Canzone, un live inciso al Carcano qualche mese prima. Ora i dischi di Gaber occupano uno scaffale della mia libreria. Da allora sono andato a vedere Gaber tutte le volte che ho potuto, parecchie. Sì, perché Gaber dal vivo era davvero un’altra cosa. Una cosa mai vista né prima né dopo: attore perfetto, grande cantante, comunicatore eccezionale. Gli bastava un gesto, un’espressione del volto, una sottolineatura della voce per cambiare radicalmente il brano, o il monologo, e trasformarlo ogni sera in qualcosa di diverso.

I dischi sono belli ma non riescono a rendere totale giustizia alla statura di questo interprete. La sua dimensione ideale era il palco, a contatto col pubblico. Sapeva trasmettere la sensazione di cantare per ciascuno dei presenti, a ognuno donava l’illusione (ma era poi illusione?) di aver avuto il proprio concerto personale. Per questo i fan considerano Gaber come uno di famiglia.

«La grande sfida è vivere senza certezze». L’ha detto Gaber. Un uomo che ha osato attaccare l’inattaccabile, in anni in cui era pericoloso farlo: le ideologie decrepite, il buonismo, il politicamente corretto, il politicamente scorretto, il mercato, i nemici del mercato, i tecnocrati. Destra e sinistra, Quando è moda è moda, La presa del potere, Si può: inni contro l’idiozia del conformismo, qualsiasi bandiera sventoli. Ne è stato ripagato con accuse di qualunquismo. Sciocchezze, cattiverie, invidie. È che Gaber ha poco a che fare con la politica, quella dei partiti, ma è profondamente politico. Perché ciò che conta, in lui, è la tensione morale, il desiderio di cambiare che si spinge fino all’Illogica utopia (Chiarelettere) che dà il titolo al volume a cura di Guido Harari, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Una «autobiografia» sapientemente ricomposta attraverso lo spoglio e l’editing di cinquant’anni di interviste.

Insomma, parla solo Gaber, dall’inizio alla fine. La curatela di Harari, grande fotografo rock, garantisce la bontà dell’aspetto grafico, strepitoso: non solo per le immagini ma anche per le riproduzioni di numerosi autografi e appunti di scena (lavorati e tormentati fino all’ultimo). Un libro destinato a diventare un punto di riferimento anche in virtù della discografia a cura di Claudio Sassi, che mette ordine in un campo complicato.

L’Illogica allegria fa così: «Lo so del mondo e anche del resto,/ lo so che tutto va in rovina.../ ma di mattina, quando la gente dorme/ col suo normale malumore,/ può bastare un niente,/ forse un piccolo bagliore,/ un’aria già vissuta, un paesaggio, che ne so.../ E sto bene.../ sto bene come uno quando sogna.../ non lo so se mi conviene/ ma sto bene, che vergogna.../ È come un’illogica allegria/ di cui non so il motivo, non so che cosa sia.../ È come se improvvisamente/ mi fossi preso il diritto di vivere il presente...».

Saranno anche solo canzonette, come dice Edoardo Bennato, ma a volte descrivono al meglio i paradossi della vita. E magari, senza volerlo, te la salvano. Grazie Gaber.



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Via libera ai quattrozampe in tutti i luoghi pubblici" E' la rivoluzione-Brambilla

Quotidiano.net


Il ministro del Turismo invita tutti i Comuni ad adottare l''ordinanza prototipo' messa a punto con la collaborazione dell’Anci


Milano, 28 novembre 2010

Libero accesso in tutti i luoghi pubblici, nei pubblici esercizi, sui mezzi di trasporto e nelle case di riposo. Insomma, quella proposta dal ministro Brambilla è una sorta di rivoluzione copernicana nel rapporto con gli animali domestici: potranno entrare in tutti i luoghi pubblici, ristoranti, uffici postali, salire sui mezzi di trasposto, salvo espresse e motivate deroghe; non come ora che possono accedervi solo quando e' loro consentito. Il ministro del Turismo invita i Comuni italiani ad adottare grazie ad una ‘ordinanza prototipo' messa a punto con la collaborazione dell’Anci.

L’ordinanza dovrebbe prevedere nel dettaglio, "l’accesso degli animali nei luoghi pubblici o aperti al pubblico": "Ai cani accompagnati dal proprietario o da altro detentore è consentito l’accesso a tutti i luoghi pubblici o aperti al pubblico, compresi gli uffici pubblici, i giardini e i parchi - è scritto nell’ordinanza ‘prototipò - È fatto obbligo di utilizzare il guinzaglio e, ove sia necessario, anche l’apposita museruola. Qualunque deiezione degli animali stessi deve immediatamente essere rimossa a cura del proprietario/detentore, che dovrà essere munito di paletta/raccoglitore e riposta negli appositi contenitori. È fatto divieto di utilizzare collari elettrici nonchè di utilizzare fuochi d’artificio o petardi in luoghi pubblici, con esclusione delle giornate di festa stabilite dal calendario".

Per quanto riguarda gli esercizi pubblici e commerciali, "l’accesso di coloro che, a qualsiasi titolo, conducono gli animali è libero, fatto salvo l’utilizzo del guinzaglio e della museruola in relazione alle caratteristiche dell’animale. Il titolare di un esercizio può presentare all’ufficio competente motivata istanza di autorizzazione per limitare l’accesso degli animali, sulla base di concrete esigenze di tutela igienico sanitaria sussistenti nel caso di specie; in caso di accoglimento dell’istanza l’esercente deve apporre specifico avviso. È fatto comunque divieto agli esercizi commerciali di esporre in vetrina animali. Fermo il divieto di accesso di animali nei luoghi sensibili (ospedali, asili e scuole), ne è consentito l’accesso nelle case di riposo in caso di ricovero del proprietario o detentore".

 Per il trasporto pubblico infine, "è consentito l’accesso degli animali su tutti i mezzi di trasporto pubblico operanti nel territorio comunale. Il proprietario, o detentore a qualsiasi titolo, che conduce animali sui mezzi di trasporto pubblico dovrà aver cura che gli stessi non sporchino o creino disturbo o danno alcuno agli altri passeggeri o alla vettura".

agi





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Il tenente Colombo e lo scempio dei tagli

Corriere della sera


Che fare, parlarne con Emilio Fede, uomo simbolo delle rete? Meglio di no, di questi tempi, tempi amari. Con il direttore di rete Giuseppe Feyles? Quello dice di occuparsi di Aristotele, mica di telefilm. E allora? Per intanto diamo spazio a questa mail:


«Caro Grasso, siamo due colleghi giornalisti, ma lavoriamo nel campo della scienza (conducono «Moebius», settimanale di scienza su Radio 24, ndr). Una precisazione che nulla c'entra con il dramma che stiamo per raccontarti e serve solo a motivarti il "tu". La tragedia in corso ci vede ricorrere alla tua autorevolezza per tentare di porre fine a uno scempio. Siamo tutti e due ultra fan del tenente Colombo.

Questo significa che alle 19 e 30 di ogni domenica siamo sintonizzati su Rete 4, che da anni lo trasmette, in questa fascia. Ebbene, nelle ultime puntate, per ragioni di palinsesto e di tempi relativi, la parte iniziale del filmato è tagliata. Incredibile, ma è così. Come tu ricorderai il format narrativo di Colombo si basa sulla complicità fra autori e pubblico, perché i cattivi, gli assassini o assassine, sono subito noti, e quindi si deve poi vedere come il geniale tenente se la cavi.

Nell'orrenda versione monca, troviamo una apertura con Colombo che è appena arrivato sul luogo del delitto. Certo, è ovvio che - pur avendo delle sensazioni storte - poi si capisce chi è il colpevole, ma altri particolari della vicenda, molti dettagli (che nei gialli sono fondamentali) si perdono o risultano confusi. La sensazione che se ne ricava è quella di una storia recitata bene ma molto approssimata nella sceneggiatura. Fai qualcosa. Non può continuare».

Quello che posso fare è ricordare che la struttura del telefilm si ripete ogni volta: contravvenendo le regole del genere, ogni episodio svela subito al pubblico il colpevole, mostrando l'atto delittuoso.
L'attrazione, tutta psicologica, consiste nell'osservare come il detective indovini quello che è già noto. Il già noto, non il già tagliato.


Aldo Grasso
28 novembre 2010



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Puglia, uccisi due fratelli imprenditori

Corriere della sera


Erano scomparsi il 18 novembre dalla periferia di Vieste. Gli inquirenti ipotizzano una vendetta o la lupara bianca





MILANO - Carbonizzati: carabinieri e uomini del Corpo forestale hanno trovato in questo stato i cadaveri di Giovanni e Martino Piscopo, fratelli e imprenditori del settore turistico di Vieste (Foggia). Erano scomparsi il 18 novembre, avevano 51 e 45 anni. I corpi erano dentro un'Alfa Romeo 156 station wagon: i Piscopo sarebbero stati uccisi con colpi d'arma da fuoco e poi dati alle fiamme. Sarà la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari a coordinare le indagini, in collaborazione con le Procure di Foggia e Lucera, a causa della «modalità chiaramente mafiose» con cui è stato compiuto l'omicidio.

VILLAGGIO VACANZE - Il ritrovamento è avvenuto durante una battuta di ricerca in località Posta Telegrafo, tra Peschici e Vieste. I due, gestori del villaggio vacanze Sfinalicchio insieme ad altri sei fratelli, nel Gargano, erano spariti dieci giorni fa alla periferia di Vieste mentre stavano andando a raccogliere olive sul loro motofurgone. Giovanni era amministratore unico della società, Martino faceva parte del Consiglio di amministrazione. Le ricerche sono state frenetiche: una trentina di carabinieri, con unità cinofile e un elicottero, e 15 forestali hanno perlustrato la zona della Foresta Umbra (12mila ettari), con i suoi canaloni, costruzioni abbandonate, pozzi artesiani e naturali.



LE IPOTESI - Buio sulle cause dell'omicidio: gli investigatori non escludono l'ipotesi di un rapimento per fini estorsivi. Anche la famiglia delle vittime propende per la tesi del sequestro, anche se nessuno ha ricevuto una richiesta di denaro: possibile dunque una vendetta personale. Gli inquirenti non escludono anche la tesi della lupara bianca: i due fratelli, che non avevano mai avuto problemi con la giustizia, potrebbero aver visto qualcosa che non dovevano vedere.

Redazione online
28 novembre 2010



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Gli studenti non vogliono i politici sui tetti

Il Tempo


No delle organizzazioni giovanili alle strumentalizzazioni. "Altro che protesta, vengono qui perché ci sono le telecamere".


Giù i politici dai tetti. Perché un conto è manifestare la solidarietà ad una protesta cercata e voluta da chi pensa che la riforma universitaria sia sbagliata, altro è «cavalcare il momento in vista della crisi di governo per farsi vedere dalle telecamere e apparire in tv accanto al movimento studentesco». Proprio quello che, secondo diverse associazioni di studenti, stanno facendo in questo momento alcuni esponenti politici. Unione degli Studenti, Link coordinamento universitario, ASU (Associazione Studenti Universitari), invitano la politica ad un profondo esame di coscienza.

«Dove erano questi politici quando manifestavamo alcuni mesi fa per la strada?», si chiede Federico dell'Unione degli Studenti. «Avremmo apprezzato molto di più che gli stessi che oggi salgono sui tetti davanti alle telecamere, si fossero confusi mesi fa tra di noi che portavamo avanti la stessa protesta, ma in mezzo alla strada. Viene quindi da chiedersi se il mostrare solidarietà oggi nei nostri confronti sia più l'esigenza di ricercare notorietà in un momento di profonda crisi della politica e in vista di probabili nuove elezioni». «Basta però che questo non venga fatto sulle nostre spalle», ribatte Valentina del Link coordinamento universitario. «È facile oggi salire sui tetti accanto agli studenti mentre la protesta sale e ha catturato l'onda mediatica. Io apprezzo personalmente qualunque forma di solidarietà da parte di chi ci governa, ma il sospetto che questo mostrarsi sui tetti sia più l'esigenza personale di apparire che l'esprimere un vero sentimento di ribellione, viene». Valentina, poi, ha un altro dubbio. «Salire sui tetti significa forse lottare per una scuola e un'università diversa e quindi mettere in atto una serie di proposte che puntino a smontare l'attuale riforma Gelmini? Perché stando alle cose che vediamo, non mi sembra che i politici di sinistra abbiano idee alternative e facciano qualcosa in Parlamento oltre a inveire uno contro l'altro».

Manifestano in strada da mesi e sono anche saliti sui tetti, ma puntano il dito contro i politici che in questi giorni hanno fatto lo stesso o dichiarato di volerlo fare. «È sbagliato il momento e soprattutto il modo – incalza Marco senza usare mezzi termini – ma ci immaginiamo un simile spettacolo nel '68 quando a fronte delle forti contestazioni da parte dei movimenti studenteschi c'era una politica che sbagliata o giusta che fosse, si metteva in un angolo ad osservare e non avrebbe mai cavalcato simili proteste. Quello che vediamo oggi, invece, è una specie di circo mediatico prestato alla politica solo per farsi un po' di pubblicità».

Non è così drastico, ma lo stesso scettico, Dario. «Dubitare che sia vera solidarietà nei nostri riguardi è giusto, ma bollare la forma di protesta come mera strumentalizzazione politica è un po' troppo facile. Comunque è un gesto forte da parte di alcuni esponenti politici di sinistra che merita attenzione, però anche io mi chiedo perché la stessa attenzione non è stata manifestata già dallo scorso autunno quando eravamo in migliaia a dire "no" ad una riforma destinata a distruggere l'università e la scuola».


Damiana Verucci

28/11/2010





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Wikileaks, il governo Usa scrive ad Assange: «Minacci innumerevoli vite»

Corriere della sera


Lettera per impedire la pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti diplomatici riservati


MILANO - In attesa di poter consultare da oggi alle 22.30, la prima tranche di documenti diplomatici riservati che saranno messi in rete da Wikileaks, non si placano le polemiche sull'attività del sito fondato da Julian Assange. Il consigliere giuridico del Dipartimento di Stato, Harold Koh, ha scritto sabato proprio ad Assange, spiegando che l'imminente pubblicazione - preannunciata per stasera - di circa 250 mila documenti diplomatici americani «minaccia le vite di attivisti per i diritti umani, giornalisti e soldati e minaccia operazioni internazionali in corso per contrastare la proliferazione nucleare e il terrorismo».

LA LETTERA - A sostenerlo è l'autorevole sito americano Politico.com, che ha avuto visione delle missiva. «Malgrado il suo asserito desiderio di proteggere quelle vite - scrive Koh ad Assange - lei ha fatto il contrario e messo in pericolo innumerevoli persone». «Le ha reso vano il suo asserito obiettivo - prosegue il testo - distribuendo ampiamente questo materiale grezzo, senza riguardo per la sicurezza e la sacralità delle vite che la sua azione mette in pericolo». La lettera di Koh - afferma il Dipartimento di Stato, secondo quanto riferisce Politico.com - giunge in risposta a una lettera scritta da Assange allo stesso Dipartimento venerdì scorso, in cui il fondatore di Wikileaks chiede chi sarebbe danneggiato dalla pubblicazione dei documenti.

Redazione online
28 novembre 2010




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Eletto Ratzinger gli americani sono sotto choc"

La Stampa


La diplomazia statunitense aveva scommesso su un candidato sudamericano





MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

14 maggio 2005 

L'identikit del successore
L'elezione del nuovo Papa» è il titolo del documento di 7 pagine che il 14 aprile 2005 parte dall'ambasciata Usa presso la Santa Sede con destinazione la scrivania del Segretario di Stato, Condoleezza Rice. La classificazione è «Sensitive» perché nel sottocapitolo «profilo» si riassume l'identikit del personaggio che, secondo i diplomatici Usa, sarà eletto dal Conclave. «Il primo fattore è l'età, i cardinali cercheranno qualcuno non troppo giovane né troppo vecchio perché non vogliono avere presto un altro funerale e un altro conclave» ma «vogliono evitare anche un papato lungo come quello di Giovanni Paolo II» e inoltre «sarà una persona ragionevolmente in salute». L'altro elemento «è l'abilità linguistica» e dunque «indipendentemente se sarà italiano o meno» il nuovo Papa «deve saper parlare italiano» per «farsi comprendere bene dal gregge» visto che «l'italiano rimane la lingua di lavoro della burocrazia vaticana». 

Ma soprattutto conterà «l'origine geografica» perché «dopo un polacco è prevedibile che non verrà un cardinale dell'Europa Orientale, non sarà uno degli 11 americani perché cittadini dell'ultima superpotenza rimasta e non sarà un francese perché molti ricordano quanto i Papi francesi nel XIV secolo furono sospettati di essere influenzati dalla monarchia francese». Dunque la previsione contenuta nel paragrafo 12 è che «a godere di un considerabile vantaggio potrà essere un candidato dell'America Centrale o del Sud» anche per «il notevole numero di cattolici». Gli ultimi tre paragrafi si soffermano su altre caratteristiche considerate necessarie: «Dovrà avere un'esperienza pastorale per dimostrare le proprie qualità umane», «dovrà avere esperienza internazionale per affrontare le maggiori questioni della nostra era» e «dovrà essere un buon comunicatore, abile nell'uso dei nuovi media elettronici per trasmettere il messaggio della Chiesa in maniera chiara e potente».

19 aprile 2005- La previsione errata
Il 19 aprile del 2005 è il giorno in cui Joseph Ratzinger viene eletto al soglio pontificio e il telegramma spedito da Roma a Washington con la firma «Hardt» oltre a contenere la notizia ammette la previsione errata fatta dalle fonti vaticane consultate dai diplomatici Usa. «Solo ieri Poloff (un «political officer», ndr) ha parlato con una fonte (il nome è censurato, ndr) che ironizzava sull'elezione di Ratzinger». Ma la frase seguente contiene dettagli sull'identità della medesima fonte: «Quando abbiamo visto Brown dopo l'apparizione del nuovo Papa dal balcone, l'americano era sotto shock e ci ha detto di essere rimasto senza parole». Il commento finale è: «Nonostante le speculazioni dei media sul sostegno a Ratzinger da parte di molti cardinali, la sua elezione è stata una sorpresa per molti». 

I diplomatici statunitensi dunque ammettono che non avevano creduto alle voci che davano Ratzinger favorito, credendo di più all'ipotesi di un candidato proveniente da un Paese in via di sviluppo. Nella pagina seguente Ratzinger viene comunque definito un «cardinale potente» con la reputazione di essere «il guardiano dell'ortodossia teologica». Ma «sebbene i media lo descrivono come un despota autocratico», in un incontro con lui un alto diplomatico Usa lo ha trovato «sorprendentemente umile, spirituale e facile da trattare». Le previsioni immediate si riassumono in tre espressioni: «Continuerà la rotta», «il focus sarà sull'Europa» e «forse sarà una figura di transizione».

22 aprile 2005 - un segnale di continuità
E' il 22 aprile, Benedetto XVI ha appena riconfermato il cardinale Angelo Sodano come Segretario di Stato e l'ambasciata Usa in Vaticano plaude vedendovi un segnale di stabilità. «L'incarico è per cinque anni e indica il desiderio del nuovo Papa di preservare la continuità nei livelli più alti del governo» anche se «probabilmente farà cambiamenti nell'amministrazione, inclusa la nomina del suo sostituto come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede».

29 aprile 2005- I dubbi della chiesa tedesca
Il 29 aprile 2005 ad affrontare il tema delle conseguenze dell'elezione di Papa Ratzinger è una nota dell'ambasciata americana a Berlino firmata «Cloud» con il titolo «L'asse Roma-Colonia? La Germania e Benedetto XVI». L'intento è descrivere come «la Germania e il cattolicesimo tedesco hanno salutato l'elezione di Benedetto XVI con un misto di orgoglio, riserve e scetticismo». Per spiegare quest'ultimo aspetto si cita un «influente gesuita locale che ci ha detto che il conservatorismo di Ratzinger potrebbe non rivelarsi una caratteristica fondamentale del Papato, esprimendo l'auspicio di un suo ritorno alle posizioni riformiste delle origini». Il quarto paragrafo va più in profondità, riassumendo i dubbi: «Nel clero cattolico c'è scetticismo sulla possibilità che l'elezione di Ratzinger porti benefici di lungo termine alla Chiesa tedesca». 

A dimostrarlo c'è «quanto ci ha detto un membro dello staff della Conferenza episcopale» secondo il quale «i giovani, che sono oggi più conservatori dei genitori, se da un lato sono interessati alle critiche del nuovo Papa verso l'ordine sociale esistente» dall'altro «difficilmente possono condividere una moralità che riduce le libertà individuali di cui loro godono». In conclusione «è chiaro che la Chiesa cattolica tedesca, dalla quale Ratzinger è stato assente per oltre vent'anni, non avrà particolari privilegi e ruoli durante questo Papato» a causa di «conflitti passati» nonché della «preoccupazione che Roma possa cercare di esercitare più influenza sulla Germania» a causa di Ratzinger.
A conferma di questo «alcuni leader laici ricordano come dopo il 1990 Ratzinger tentò di bloccare l'inclusione di un seminario risalente alla Germania Est nell'Università di Erfurt perché convinto che i legami finanziari, politici e istituzionali fra Chiesa e Stato in Germania indeboliscono l'indipendenza e l'autorità morale della Chiesa».

3 maggio 2005- gli auguri con Condoleezza
Il primo messaggio dell'amministrazione di George W. Bush a Benedetto XVI è una lettera personale del Segretario di Stato, Condoleezza Rice, che il Dipartimento di Stato recapita all'ambasciata degli Stati Uniti in Vaticano chiedendone la consegna «immediata», e spiegando che «non seguirà un originale firmato». Ecco il testo completo: «Sua Santità, desidero estenderle i più calorosi auguri per la Sua elezione a Supremo Pontefice della Chiesa Cattolica. La Santa Sede e gli Stati Uniti condividono molti valori, speranze e aspirazioni.

Abbiamo in comune la missione di far avanzare la dignità umana nel mondo. Ricordo affettuosamente la nostra conversazione a pranzo durante la commemorazione del D-Day in Normandia lo scorso 6 giugno. Nel momento in cui Sua Santità assume la leadership della Chiesa Cattolica e della Curia Romana vedo con favore l'opportunità di continuare a lavorare con la Santa Sede per portare pace, libertà e opportunità a chi soffre e a chi è oppresso».

12 maggio 2005- farà prevalere l'identità europea
Per avere la prima analisi sulle prospettive del nuovo Papato bisogna arrivare al 12 maggio 2005. Il documento si intitola «Benedict XVI: Looking Ahead to the New Pontificate» e nelle sette pagine dattiloscritte si sofferma sulle «implicazioni della scelta compiuta dalla Santa Sede». «Sebbene i cardinali non possono discutere i dettagli del voto nel Conclave» ciò che emerge dalle conversazioni intercorse con i diplomatici di Washington è «continuità con il Papato di Giovanni Paolo II, ortodossia teologica e un Papa che non regnerà quanto il predecessore». 

A giocare a vantaggio di Ratzinger «è stato il fatto che in 23 anni di carriera ha incontrato letteralmente migliaia di vescovi e cardinali in tutto il mondo» e «molti hanno pensato non solo che lo conoscevano ma che lui era al corrente dei loro problemi ecclesiastici».

A rafforzare il nuovo Papato c'è l'«assenza di un favorito fra i suoi concorrenti a causa delle divisioni fra Italia e America Latina» che hanno impedito «la materializzazione di un candidato del mondo in via di sviluppo». Ad aver avuto successo è stata la strategia dei sostenitori di Ratzinger basata sulla convinzione che «in tempo di crisi la Chiesa si rifugia nell'identità europea» come avvenuto in passato. Da qui lo scenario di un Papato «concentrato sull'Europa» e segnato «dalle critiche di Ratzinger all'adesione della Turchia all'Ue».

Riguardo al resto del mondo: «Chi è vicino al nuovo Papa si aspetta un impegno battagliero contro il secolarismo negli Stati Uniti e in altre nazioni dell'Occidente, assieme alla dovuta attenzione per il mondo in via di sviluppo» e in particolare per l'America Latina in ragione «dei molti cattolici delusi» dalla mancata nomina di un cardinale sudamericano.




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L'italiano favorito è Tettamanzi" Ecco la lista dei sedici papabili

La Stampa


Curriculum con considerazioni sui fatti imbarazzanti del passato e sullo stile di comportamento




MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK

Erano Tettamanzi, Danneels e Castrillon Hoyos i candidati che Washington considerava «migliori» per diventare Papa. A rivelarlo è la nota del 18 aprile 2005 con cui l'ambasciata Usa al Vaticano descrive i profili dei 16 cardinali papabili. L'elenco è suddiviso per aree geografiche - italiani, altri europei, latinoamericani, africani e asiatici - in ordine alfabetico. Per ogni personaggio i dati anagrafici e la carriera ecclesiastica si sommano a dettagli rivelatori. Tarcisio Bertone «è stato molto vicino a Giovanni Paolo II e ha criticato quelli che considera gli aspetti anticattolici del bestseller Il Codice Da Vinci». Camillo Ruini «è vicino all'establishment italiano e ha una buona conoscenza internazionale». Angelo Scola è un «fermo sostenitore della dottrina, ma senza l'handicap di essere un demagogo» e «grazie a Opus Dei e Comunione e Liberazione ha aperto una scuola teologica a Venezia».

Dionigi Tettamanzi «parla un po' di inglese» e «a Milano ha colpito la gente per l'apertura ai giovani e la capacità di operare in un contesto moderno», al punto da essere «il migliore candidato italiano anche se la carenza di oratoria può nuocergli nel Conclave». Fra gli «altri europei» il portoghese José Cruz Policarpo è «un moderato che può piacere ai latinoamericani». Il belga Godfried Danneels «sa usare il computer, è un astuto teologo e rappresenta il miglior compromesso» fra «dottrina cattolica e liberalismo linguistico». Il tedesco Ratzinger «negli ultimi mesi della II Guerra Mondiale fu chiamato come ausiliario in una batteria antiaerea», «è stato il regista dell'inserimento delle radici cristiane nella Costituzione Ue» e «nei primi scrutini prenderà più voti ma è improbabile che ottenga il sostegno» mentre l'austriaco Christoph Schönborn «è troppo giovane» e «l'incapacità di sedare la rivolta anti-Papato lo ha indebolito».

Riguardo ai latinoamericani, all'argentino Jorge Mario Bergoglio «non giova essere il leader dei gesuiti». Il 74enne colombiano Dario Castrillon Hoyos ha «l'età giusta», «ha organizzato videoconferenze con migliaia di preti» ed è «il candidato perfetto per chi vuole un ispanico che conosce la Curia». Il brasiliano Claudio Hummes è un «francescano gentile ma testardo», il messicano Norberto Carrera «si batte per la famiglia» e l'honduregno Rodriguez Madariaga «ha accusato la stampa Usa di essere anticattolica per gli articoli sugli abusi». Gli africani sono il nigeriano Francis Arinze, «reazionario sulla liturgia», e il sudafricano Wilfrid Napier, «coinvolto nella transizione politica locale». Fanalino di coda come «Speranza dell'Asia» l'indiano Dias Ivan, «amalgama desiderabile di guida pastorale ed esperienza romana».




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Obama abbronzato". L'America si arrabbiò

La Stampa


Perplessità su Berlusconi e le sue relazioni con Gheddafi e Putin





MAURIZIO MOLINARI
NEW YORK

Per comprendere la genesi dell'operazione di «diplomazia preventiva» con cui Washington sta tentando di disinnescare l'impatto delle rivelazioni di Wikileaks bisogna partire dal metodo con cui ambasciate, consolati e Dipartimento di Stato comunicano fra loro. Si tratta di telegrammi su singole notizie, documenti di analisi su fatti avvenuti e previsioni sull'immediato futuro che richiedono agli estensori di mettere nero su bianco tutte le informazioni a loro disposizione, non solo quelle pubbliche e politicamente corrette ma anche indiscrezioni raccolte da informatori, gossip di vario genere, dettagli sulla vita privata dei personaggi più noti, veleni politici, battute gergali e quant'altro possa consentire a chi legge di farsi un'idea chiara su cosa sta avvenendo.

L'errore più serio che un diplomatico può compiere è astenersi dall'includere un dettaglio che, nel breve o lungo termine, potrebbe rivelarsi decisivo. Il fine è di far confluire più informazioni possibili a Washington, dove sono poi gli alti funzionari a elaborarle per trarre conclusioni che finiscono sul tavolo del Segretario di Stato e, a volte, del Presidente. Di conseguenza, leggendo tali documenti, si può trovare di tutto. Sono uno specchio della vita pubblica nei singoli Paesi, con il vantaggio di essere confezionati con il contributo di fonti di notevole rilievo, che adoperano ogni sorta di espressioni. Per tutelare tali fonti il governo americano le secreta ma WikiLeaks è riuscita ad avere i testi originali. Di qui le preoccupazioni dilaganti, testimoniate dalle anticipazioni di alcuni funzionari britannici sugli «insulti ai francesi spesso presenti nelle comunicazioni con gli americani».

Nel caso dell'Italia i documenti potrebbero contenere i commenti negativi alle frasi di Silvio Berlusconi - in almeno due occasioni - sull'«abbronzatura» di Barack Obama e della moglie Michelle. Quando il premier ricorse a tale terminologia, in Via Veneto fecero un sobbalzo, il Dipartimento di Stato ne venne subito informato e vi furono ulteriori scambi di comunicazioni. La Casa Bianca decise però di non far trapelare la vivace irritazione per non incrinare i rapporti con un alleato molto importante su più scacchieri, dal Libano all'Afghanistan. È sufficiente varcare la soglia del Dipartimento di Stato per rendersi conto che la vicenda ha lasciato il segno, al punto che alcuni diplomatici si spingono fino a descrivere il premier italiano come «ad alto rischio», perché «chi vi si avvicina non ha idea di cosa può avvenire, delle conseguenze politiche possibili».

Il rischio è che Wikileaks metta a nudo la contraddizione fra la scelta pragmatica del quieto vivere con Berlusconi e le perplessità che circolano nell'Amministrazione sui rapporti di Roma. Anche a causa dei legami italiani con più nazioni difficili: dall'apertura delle banche agli investimenti di Gheddafi alla moltiplicazione degli scambi commerciali con Teheran fino al flirt energetico con la Turchia. Ma forse il capitolo che può riservare più sorprese è quello del legame personale fra Berlusconi e Putin.

Non è un mistero che Washington da tempo cerca di capire cosa vi sia alla base dell'intesa personale fra i due e, in occasioni conviviali a Roma come Washington, è frequente imbattersi in funzionari che ipotizzano interessi personali di Berlusconi negli accordi energetici. Argomenti off-limits, di cui nessun diplomatico americano parlerà mai ufficialmente, ma nelle note diplomatiche se ne discute. Come nel 2007, in occasione del rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, con una tempesta nelle relazioni fra l'Amministrazione Bush e il governo Prodi che vide i rispettivi ministri degli Esteri, Condi Rice e Massimo D'Alema, protagonisti di una cena all'«Aquarelle» di Washington che, anziché risolvere gli equivoci sulla trattativa italiana con i capi dei taleban, finì per moltiplicarli.




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Assange, un uomo del mistero senza fissa dimora

La Stampa


L'hacker: «Sono braccato, cambio posto ogni 6 settimane». Ma oggi lo aspettano a Londra per un altro show contro i Grandi





ANDREA MALAGUTI
LONDRA

L' ultima volta che è apparso in pubblico è stato all'inizio di novembre, dieci giorni prima che il procuratore svedese Marianne Ny ne chiedesse l'arresto per stupro, molestie sessuali e coercizione ai danni di due donne conosciute a Enkoping durante una conferenza stampa. Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, era pallido, magro, preoccupato. Si sentiva braccato. Raccontava che dietro le accuse c'era il tentativo di qualcuno di fargliela pagare per la pubblicazione di cinquecentomila «file» militari segreti sulle operazioni degli americani e dei loro alleati in Iraq e in Afghanistan. Qualcuno, certo. Ma chi? L'Fbi? I servizi segreti inglesi? Quelli australiani?

La sua cattiva coscienza? Indossava un giubbotto di pelle marrone, una maglietta a maniche corte sbottonata sul petto, degli strani pantaloni a pois neri e aveva i capelli così biondi da sembrare bianchi, organizzati in uno studiato disordine. «Sto pensando di chiedere asilo qui in Svizzera», aveva detto a una giornalista della tv Tsr. Le aveva spiegato perché fosse convinto che il mondo era in pericolo. E in qualche modo anche la sua vita. Sembrava che non dormisse da settimane. Poi è scomparso, come sempre. «Non sto mai più di sei settimane nello stesso posto». Adesso, alla vigilia della pubblicazione di un altro fiume di documenti, tutti si domandano dove sia finito, e soprattutto dove ricomparirà. Le informative delle polizie internazionali dicono che in questo momento Julian Assange, 39 anni, primula rossa del terzo millennio, crociato della libertà secondo i suoi sempre più numerosi seguaci, uomo enigmatico, pronto a mettere in piazza i segreti dell'intero globo terracqueo ma gelosissimo dei suoi, si trova a Dubai. Nascosto, protetto, teso.

Ma è a Londra che lo aspettano per il prossimo annunciato show. Questione di ore. Il governo inglese lo teme al punto che ha chiesto agli editori dei giornali britannici, e in particolare del Guardian (che sta elaborando i tre milioni di documenti gestiti da WikiLeaks), di informare l'esecutivo «se intendono pubblicare “file” diplomatici dal contenuto sensibile». Aggiungendo che con questo «Defence Advisory», Downing Street non vuole dire che saranno avviati procedimenti penali per impedirne la pubblicazione. La libertà di informazione è sacra. «Ma la stampa dovrebbe preoccuparsi per la sicurezza delle operazioni militari britanniche». Cameron ha le mani legate e in un curioso ribaltamento dei ruoli chiede nervosamente, «per piacere», di essere tenuto al corrente su questo imbarazzante diluvio di informazioni. Hillary Clinton ha anticipato al primo ministro di Sua Maestà che nei rapporti delle ambasciate Usa ci sono commenti non proprio lusinghieri sull'ossessione di Brown di dimostrare a Obama tutta la sua importanza.

E anche giudizi freddisullacoalizione conservatori-liberaldemocratici. Alla fine di ottobre, prima di una conferenza stampa alla City University di Londra, Assange, accompagnato da un gigantesco bodyguard chiamato Christian, un lottatore mostruoso rubato a un romanzo di Stieg Larsson, aveva spiegato di non sapere più dove rifugiarsi. Aveva raccontato che la sede del sito è in un bunker sottoterra - naturalmente non aveva detto dove -, ma che il posto non andava più bene. «Ci ascoltano». Microspie piazzate nei muri. «Continuano a trapanare le pareti. Con la tecnica utilizzata dall'ambasciata australiana per spiare i cinesi. Ci serve un luogo isolato». Era nervoso. Arrabbiato con il governo svedese che gli aveva negato la cittadinanza e con i giudici australiani. Salito sul palco, si era rifiutato di rispondere a una serie di domande legate al modo in cui WikiLeaks decide che cosa pubblicare e che cosa no. «C'è un comitato etico», si era limitato a dire prima di lasciare in fretta la sala. Una donna era svenuta. Al risveglio aveva detto: «Mai visto un uomo così affascinante». Assange e i suoi misteri erano ormai scomparsi nella notte.




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Il segreto della longevità tra i monti di Vilcabamba dove la vecchiaia è d’oro

Corriere della sera

Sesso, fumo e rum per i centenari del Paese

di Ettore Mo

VILCABAMBA (Ecuador) — C’era un uomo che in 127 anni di vita è stato in ospedale una sola notte, l’ultima, quando è morto. C’è una donna che fa la sarta e, superati i novanta, riesce ancora a infilare il filo nell’ago senza mettersi gli occhiali. E ci sono infine dei baldanzosi vecchietti che non hanno mai smesso di far sesso, se non è leggenda il fatto che uno di loro, nonagenario, ha regalato ben tre figli alla sua giovane sposa. Cose straordinarie che accadono qui a Vilcabamba, più che una città un grande sperduto borgo della Sacra Valle, nel Sud dell’Ecuador, che a 1.500 metri sul livello del mare gode di una perenne primavera con temperatura costante dai 19 ai 25 gradi; e ha come sfondo la scintillante cordigliera delle Ande.
 
È dai primi anni Settanta che, grazie alle ricerche del prof. Alexander Leaf della Harvard University, Vilcabamba incuriosisce il mondo: e insieme a lei altre due località, ugualmente remote e sconosciute (Hunza, arroccata sulla catena del Caucaso, e Ogimi, nell’isola di Okinawa, in Giappone), vengono considerate capoluoghi della longevità, poiché ciascuna delle due annovera tra i propri abitanti una dozzina di persone che hanno superato i cent’anni.

Credevo di avere ancora i garretti saldi, alla mia età, fino a quando, l’altro giorno, mi sono imbattuto a Vilcabamba in Timoteo Arboleda Hurtado, 98 anni portati bene: la fronte adombrata dall’ala del cappello, schiacciato in testa, l'occhio furbo, mento e mandibole adornate da un’ispida barbetta bianca. Ogni giorno fa dieci chilometri a piedi: cinque di buon mattino per raggiungere la sua tenuta in montagna e cinque la sera per tornare a casa, in tutto due ore abbondanti di strada.
 
La moglie, racconta, è morta qualche anno fa ma lui non si sente solo, circondato com’è dallo stuolo chiassoso di figli, nipoti e nipotini, cui è legato — dice — dal «filo di ferro dell’affetto». E aggiunge: «Dio permettendo, vorrei restare ancora un poco in questa valle di lacrime».

Un po’ meno tosto José Manuel Picoita Rojas, all’incirca 105 anni, che ha 6 figli e molti acciacchi: «Soffro di cuore e di cervello — lamenta — e ho la pressione alta. Mia moglie è volata in cielo tredici anni fa e io abito ora con l’una o l’altro dei nostri ragazzi e le loro famiglie. Quand’ero giovane camminavo molto, partivo il lunedì e tornavo il sabato. Domenica la messa, anche se ero un poco di buono. E mi son pure divertito, señoritas, vino e tabacco. Adesso è come se il mio corpo si fosse addormentato».
 
Quattro passi più in là, le due donne che incontro sono sfuocate come stampe, antiche e quasi non respirano, ciascuna con un secolo alle spalle. Sella Adolphina Parapineda ha un che d’aristocratico e d’autoritario ed è più grigia del muro della sua casa davanti al quale sta rigidamente seduta. Dei 9 figli che ha avuto ne sono rimasti tre. Ha conosciuto la povertà e la solitudine. Qualche evasione? «Sono andata una volta a Quito».

Ciò che invece spaventa in Ermelinda Castillo è la pelle del volto e delle braccia, che tiene scoperte: tutta una fitta ragnatela di rughe, nere e profonde, come si vedono negli antichi crateri. In compenso esibisce una mini-palizzata di denti d’oro e gli orecchini. Il marito, morto quattro anni fa, le ha lasciato 6 figli: «Uno di loro — bisbiglia — è sparito dopo il servizio di leva, credo sia stato ammazzato lungo la frontiera col Perù durante una battaglia contro i guerriglieri Farc della Colombia».

Nel 1971, quando Vilcabamba contava solo 819 abitanti (oggi, circa cinquemila), già nove ultracentenari passeggiavano per le sue strade: e alla base della longevità — spiega un medico di Quito — non c’è niente di arcano ma una semplice dieta che consiste in 1.200 calorie al giorno, con basso contenuto di grassi e colesterolo, per ridurre l’insidia delle malattie cardiache. Alla salute della gente contribuiscono l’alimentazione (grande consumo dei prodotti locali) così come l’acqua di sorgente della Sacra Valle, che è «speciale».
 
È fuori strada chi pensa che il buon stato di salute esibito dagli ultracentenari sia da attribuirsi alla morigeratezza dei costumi e del modo di vivere. Niente di più falso. Gli abitanti di Vilcabamba e dintorni — fanno notare i sociologi — sono inclini per indole agli eccessi peggiori: fumano come turchi e bevono come cosacchi naufragando in sbornie colossali, apocalittiche.

Il loro tabacco preferito si chiama «Chamico», i cui effetti secondo gli esperti sono anche più gravi di quelli provocati dalla marijuana e dalla cocaina, allucinazioni, perdita della memoria, eccitazione, furia distruttiva. Se poi al fumo si aggiunge l’alcool, tracannando un «puro», un’aguardiente d’alta gradazione simile al rum, allora apriti cielo, non c’è più limite a niente, si entra nel ciclone della follia. Per evitare di esserne coinvolto — è il più ovvio consiglio rivolto al turista straniero — tieniti il più lontano passibile dal «Chamico» come dal «puro».
 
Una piacevole singolarità di Vilcabamba è che la popolazione femminile supera quella maschile: il rapporto è di tre dame per due caballeros. Ma i compilatori dì statistiche avvertono che sono stati sempre gli uomini a superare il limite di oltre 130 anni di età. Contrariamente a quanto avviene nel resto del Pianeta Terra, nella Sacra Valle dell’eterna primavera gli uomini vivono più a lungo delle donne. Però ci sono le eccezioni. È il caso di Maria Josefa Ocampo Rojas, che ha raggiunto i 1O3 anni ed è stata proclamata Madre Centenaria, mentre il marito, Miguel Leon, la precedette nella tomba ad appena cent’anni.

Le donne si sono aggiudicate primati eccezionali. Alcune signore avrebbero partorito dopo i 50 e perfino, in rarissimi casi, dopo i 60.

Non poteva mancare, affrontando il tema della longevità, la tentazione di attribuirla a poteri magici, come quelli emanati dal Mandango, la montagna degli dei dove s’erano stabiliti gli Incas, che diffondeva ondate di beatitudine. Alla fine, però, sarà necessario rinunciare all’arcano, e seguire, dal ’69 in poi, l’indagine del cardiologo ecuadoriano Miguel Salvador che a Vilcabamba esaminò 338 persone, tra uomini, donne e bambini per scoprire che nessuno di loro non solo non era affetto da arteriosclerosi e disfunzioni cardiache ma neanche dal cancro, dal diabete e dall’Alzheimer. E potè anche constatare, in quella circostanza, che gli uomini sopra i 65 anni erano «straordinariamente sani».

Come viene ricordato nel libro «Eterna Juventud», Vilcabamba è ormai entrata a far parte, a pieno merito, dell’Ecoturismo e le sue strade come le verdi balconate oltre i duemila metri sono diventate mete assidue di turisti provenienti da ogni parte del mondo, dall’Europa come dalla Cina, dal Canada come dal Sud America. Non deve quindi sorprendere che, mentre si parla di eterna gioventù si stia lanciando una proposta, anche se vaga: per un Istituto Nazionale di Gerontologia dal momento che gran parte della popolazione è costituita da super-vegliardi.

Se è vero quanto si racconta in giro, un distinto signore ultra novantenne si sarebbe spontaneamente sottoposto all’indagine di una giovane scienziata tedesca che voleva accertare se e fine a che punto la libidine degli anziani della regione avrebbe resistito agli assalti del tempo. Per il dottor Wilson Correa, da 25 anni medico condotto a Vilcabamba, non esiste alcun problema di erezione tra i vecchi del contado, se mai occorre spegnere gli erotici furori: come il giorno che si trovò di fronte quell’energumeno di Eulogio Carpio, convolato a nozze, lui novantenne, con Giulia Leon, una «muchacha jovencita», quel che si dice una ragazzina, cui diede tre figli.

«Ebbene, dopo aver parlato con lui e con altri come lui — ricorda ora Wilson come fosse ieri — giunsi a questa conclusione: che il sesso dei centenari è frequente e di buona qualità». Mi è capitato spesso di parlare con donne che vengono da me per un consiglio e talvolta mi pregano di dar loro qualcosa, ma invece che per se stesse per i rispettivi mariti che non le lasciano mai in pace, sempre smaniosi di portarsele a letto».

Ogni qualvolta ti affacci a una casa, in quel di Vilcabamba, ti offrono una tazza di tè, fatto — assicurano — con erbe miracolose che hanno la facoltà di disinfettare i reni e senti raccontare a lungo la storia dell’eremita Johnny Lovewisdon che fece del villaggio una specie di «Shangri-la», qualcosa di simile a un paradiso himalayano edificato negli anni Trenta dalla fantasia dello scrittore inglese James Hilton nel suo romanzo Orizzonti Perduti.

A Vilcabamba, sostiene il Dr. Correa, «la gente mangia sano», cioè fa ricorso a un’alimentazione naturale, con prodotti genuini della terra, frutta e verdure, e in una zona dove gli alberi ossigenano di continuo l’atmosfera e l’aria è limpida e pura: sono proprio tutte queste cose messe insieme ad assicurare la longevità. Ma basta un furgone che passa a velocità sparata nella piazza vomitando ritmi e canzoni a tutto volume che la calma e la serenità agreste vengono spazzate via d’un colpo. Altro che «Shangri-la». Gli stessi repentini mutamenti sarebbero in corso a Hunza, sulla sponda del Mar Morto, in Georgia (ex Unione Sovietica), dove Stalin ebbe i natali e dove il grande Capo Shirali Muslimov mise incinta la moglie quand’era un giovanotto di appena 136 anni e sarebbe poi morto di vecchiaia a 168.

Come quella di Vilcabamba, l’acqua di Hunza conterrebbe minerali con effetti antiossidanti che a loro volta agirebbero contro il processo di invecchiamento degli esseri umani: fenomeno che tuttavia non è stato ancora scientificamente accertato. Camminando lungo l’Avenida e nella città dell’eterna giovinezza oltre che dentro il turbine dei tuoi pensieri, la riflessione che subito ti aggredisce è che di eterno non c’è proprio nulla. Ed è penoso chiudere una così bella giornata con uno di quei verdetti dell’Ecclesiaste che grondano amarezza da tutte le parti.

Ettore Mo
28 novembre 2010

Facebook: rubata l'identità di Vizzani, presidente del XIII Municipio

Il Messaggero



di Davide Desario

ROMA (27 novembre) - «Mi continuano a rubare l’identità su Facebook. Adesso denuncio tutto alla polizia». Fa sul serio Giacomo Vizzani, il presidente del XIII municipio, quello che comprende Ostia, Acilia, Casalpalocco per un totale di 195mila abitanti. Ieri ha fatto preparare la denuncia dai suoi legali e oggi ha deciso che la presenterà agli uffici della polizia postale, quella che indaga sui “delitti” informatici.

Il suo caso non è certo il primo. E, purtroppo, non
sarà nemmeno l’ultimo. Basti pensare che in tutto il mondo gli iscritti al social network sono più di 500 milioni. In Italia a ottobre 2010 si è superata quota 17 milioni, quasi un italiano su tre. E sono tanti quelli che sul web si spacciano per altri: per un professore e divertirsi con i suoi studenti, per uno spasimante e verificare la fedeltà del proprio partner, per un ragazzino e controllare le frequentazioni dei propri figli. Le vittime preferite, però, restano i Vip, soprattutto quelli del mondo dello spettacolo come Carlo Verdone, Monica Bellucci, Alessandro Gassman, Michelle Hunziker, Leonardo Pieraccioni.

I ladri delle identità celebri, poi, si immedesimano nel personaggio e lanciano comunicati, chattano, rispondono ai messaggi e pubblicano foto. E anche se Vizzani non è Monica Bellucci e nemmeno Carlo Verdone, il problema non è da poco: «Ho un ruolo istituzionale - dice il sesantatrenne minisindaco di Ostia - Così qualcuno può approfittarsene per prendere in giro i cittadini, fare false promesse, annunciare progetti e interventi e magari lucrarci sopra. E’ gravissimo».

Il problema per Vizzani non è nuovo. Da tempo, a suo dire, qualcuno si sta divertendo a iscriversi a Facebook con i suoi dati. «La prima volta l’ho scoperto per caso quando ho incontrato degli amici che mi hanno detto che mi avevano iscritto a facebook. Ho spiegato loro che non ero iscritto e poi sono andato a controllare: c’erano ben tre profili con i miei dati». E aggiunge: «Uno aveva inserito delle fotografie di auto d’epoca probabilmente sapendo che sono un appassionato. A quel punto ho fatto una prima segnalazione informale a un uomo delle forze dell’ordine e ho sparso la voce in giro. E in breve i falsi “Vizzani” sono spariti».

Adesso, però, a quanto pare il problema si è ripresentato. «Stavolta vado fino in fondo - sbotta Vizzani - I miei legali hanno preparato la denuncia. E domani (oggi per chi legge ndr) la presenterò alla polizia. Rubare l’identità sul web è reato. E credo che nel mio caso ci sia anche l’aggravante che ricopro un ruolo istituzionale».




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Italiano il cuore di iPad e Nintendo Wii: ecco il chip che connette corpo e oggetti

Il Messaggero



 
di Diodato Pirone

ROMA (27 novembre) - A raccontarla non ci si crede, eppure la notizia è questa: è italiano il cuore elettronico di milioni di oggetti tecnologici che stanno invadendo la nostra vita. E’ made in Italy il micro chip grazie al quale la Nintendo Wii ci fa giocare a tennis con il nostro televisore oppure smartphone come l’iPhone o l’iPad dell’Apple avvertono il movimento e possono offrire giochi più sofisticati e navigatori più precisi.

Sono progettati, elaborati e fabbricati in Italia, infatti, i chip in silicio che - talvolta in spazi di due millimetri per due millimetri - sono capaci di misurare e trasmettere con precisione maniacale i movimenti umani e tradurli in input per gli oggetti elettronici. A piazzare una bandierina tricolore sull’ultima frontiera tecnologica è stata la ST Microelectronics, la nota multinazionale del chip con 51 mila dipendenti in tutto il mondo, fondata nel 1987 da Pasquale Pistorio e oggi guidata da Carlo Bozotti. ST - che spende il 28% del suo fatturato per la ricerca - ha diversi laboratori in Italia, i più grandi dei quali vicino Milano e Catania. Dopo ben cinque anni di tentativi a vuoto, un gruppo di un centinaio di ricercatori coordinati dal fisico nucleare quarantenne Benedetto Vigna ha avuto l’intuizione giusta ”inventando” mini-sensori che si chiamano MEMS (Micro Electro Mechanical Systems) capaci di misurare grandezze fisiche come l’accelerazione, la pressione, la velocità angolare e trasferire i valori alle macchine.

L’ennesimo guizzo del genio italico? Non solo. Il vero valore aggiunto di questa storia è che gli italiani - questi italiani - sono stati capaci non solo di inventare oggetti tecnologicamente all’avanguardia ma anche di “industrializzarli” per diffonderli nel mondo a costi bassissimi. Sono stati i manager della ST, per interderci, a contattare la giapponese Nintendo con l’obiettivo di reinventare il mercato dei videogiochi. Oggi ST controlla il 50% del mercato dei MEMS e negli stabilimenti italiani si viaggia sui 50 milioni di pezzi prodotti ogni mese con un fatturato in esplosione che nel 2009 è stato valutato in 210 milioni di dollari.

Ma cos’è esattamente e come funziona un MEMS? Per capirlo è bene dare un’occhiata alla foto con le quattro minuscole barrette distribuite sulla monetina da un centesimo. Quelle barrette sono MEMS in ognuno dei quali sono sospese infinite lamelle di silicio che registrano con precisione - sulla base della differenza di potenziale elettrico - ogni tipo di accelerazione. Ai MEMS ”accelerometri” si affiancano poi quelli del tipo ”giroscopio a 2 o 3 assi” che sentono la torsione, i MEMS ”microfoni”, i MEMS ”sensori di pressione” che passano le informazioni raccolte al telefonino, alla console dei giochi o, magari, al contatore del gas. E il gioco è fatto.

Questo meccanismo può avere applicazioni infinite. ST, ad esempio, sta lavorando per inserire i MEMS nei robot dell’industria manifatturiera. Presto le macchine automatizzate potranno dialogare fra loro e fare lavorazioni oggi impensabili, anche per piccole imprese, a prezzi contenuti e con aumenti esponenziali della produttività.

Ma è sul fronte della salute che vedremo le innovazioni più spettacolari. A partire dalla misurazione della pressione degli occhi con l’applicazione dei MEMS nelle lenti a contatto per individuare l’eventuale glaucoma oppure con l’arrivo di ”cerotti” intelligenti che consentiranno - stando a casa - di tenere sotto controllo medico il cuore. La rivoluzione tecnologica made in Italy è solo all’inizio.






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Il re del Tonga scopre la democrazia

La Stampa


Nell'unica monarchia assoluta della Polinesia il popolo ha eletto per la prima volta il Parlamento






ANNA MASERA

Tonga, meno di 110 mila abitanti sparsi fra 169 isole nel Sud Pacifico di cui solo 36 abitate, unica monarchia nella Polinesia, ha votato l'altro ieri per il suo primo Parlamento a elezione popolare in una tappa cruciale della transizione verso la democrazia. Per la prima volta la maggioranza dei parlamentari è stata eletta dal popolo invece di essere nominata dal loro re, George Tupou V, i cui antenati unificarono l'arcipelago, scoperto nel 1777 dall'esploratore britannico James Cook, nel 1845. Il vento del cambiamento soffia sul piccolo regno polinesiano dal 2006, quando morì suo padre Re Tupou IV, Guinness dei primati per obesità (209 chili), grande estimatore del cibo italiano (tanto da nominare suo consigliere personale il ristoratore Giulio Massasso, emigrato astigiano). Quel giorno nella capitale Nukùalofa («nido d'amore», in omaggio a quella sensualità tutta polinesiana che ammaliò gli ammutinati del Bounty), dove vive quasi la metà della popolazione, centinaia di giovani scesero in strada per protestare contro la lentezza delle riforme.

Otto persone rimasero uccise, unico episodio di violenza trapelato Oltreoceano: altrimenti la nazione, soprannominata «Friendly Islands» da capitan Cook e patria del rugby, è sempre stata pacifica, nonostante la monarchia fosse criticata come anacronistico retaggio feudale e la famiglia reale per lo stile stravagante (i turisti raccontano per esempio di essere stati invitati a corte per vedere l'obeso monarca esibirsi in performance atletiche nel tentativo di dimagrire) e perché aveva le mani in pasta in tutti i beni dello Stato. Incoronato nel 2008, il figlio successore Tupou V annunciò subito che avrebbe favorito la riforma democratica e in una recente intervista ha spiegato di aver acquisito una visione «liberale» del mondo grazie alla sua istruzione nelle scuole europee. Si è laureato ad Oxford e forse per questo gira col monocolo in un gigantesco taxi londinese nero. Grasso quasi quanto il padre, da giovane erede al trono era deriso per i suoi ameni passatempi (per esempio telecomandare barchette a vela nella sua enorme piscina privata).

Ma i vicini di casa neozelandesi hanno lodato la sua conduzione delle elezioni, giudicandole «libere, eque e trasparenti» e i tongani sono scesi per le strade a festeggiare. Nel vecchio sistema al Parlamento solo 9 deputati su 26 erano «plebei»: sono saliti a 17, con gli altri 9 nominati dai nobili, che hanno scelto comunque un plebeo come Primo Ministro, il democratico Akilisi Pohiva, che punta su due deputati indipendenti per ottenere la maggioranza. Il nuovo governo dovrà affrontare sfide difficili, perché il Paese, primo esportatore al mondo di vaniglia, assediato da scaltri affaristi giapponesi, neozelandesi ed europei che stanno trasformando il regno nel paradiso del golf e dei viaggi di nozze, è provato dalla crisi finanziaria globale. Secondo le stime della Banca Mondiale, il 40 per cento della popolazione - nonostante l'isola assomigli a un paradiso terrestre per la sua ricca vegetazione e la pescosa barriera corallina - vive in semipovertà.

L'economia dipende dagli aiuti che i tongani emigrati mandano a casa. Il Re, che ama il lusso e si veste ancora in uniforme completa di elmetto e pelliccia di ermellino, ha ancora il potere di porre il veto su certe leggi e far cadere il governo. E nemmeno una donna è stata eletta in Parlamento: se ne sono presentate 10 su un totale di 146 candidati. Insomma, il cambiamento a Tonga arriva lentamente. D'altra parte, viene da dieci secoli di monarchia e fino a poco più di un secolo fa praticava l'antropofagia: non per ferocia, ma per quella pantagruelica cultura del buon cibo dei tongani. L'abitudine scomparve solo quando i missionari, oltre a convertire la popolazione al cristianesimo, introdussero nelle isole il maiale.





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Le Br lo volevano morto, ora deve combattere l’acqua santa delle Coop

di Stefano Lorenzetto



Ettore Fortuna, ha diretto la Borsa, oggi guida Mineracqua, l’associazione che raggruppa i signori delle fonti. I retroscena di una campagna ideologica


 
Incolore? Legacoop e ambientalisti la stanno tingendo di rosso con campagne d’opinione improntate al più esasperato ideologismo. Inodore? Quando non puzza di cloro. E, se le togli quello, ricorda all’olfatto un altro elemento di color marrone assai diffuso in natura. Insapore? Solo perché nessuno è mai tornato dall’aldilà a raccontarci di che cosa sappia l’arsenico, che a partire dal 2006 è sceso dai rubinetti di 128 Comuni sparsi fra Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Lombardia e Umbria in quantità cinque volte superiori a limiti di legge: 50 microgrammi per litro contro i 10 tollerabili.

C’era una volta l’acqua. Oggi nessuno sa più che cosa sia, è saltata la distinzione fra quella buona e quella cattiva. Non ci si capisce un tubo, per stare in tema. La sfida è fra bottiglia e rubinetto. Sembra una battaglia nobile, in realtà nasconde interessi enormi: il consumo annuo di minerale in bottiglia riguarda ormai il 95% delle famiglie e dal 1978 a oggi è passato da 2 a 12 miliardi di litri.

Con uno spot televisivo e inserzioni sulla stampa, le Coop hanno lanciato una campagna in grande stile per «un consumo consapevole e sostenibile», invitando a bere acqua di rubinetto o acque minerali «a chilometro zero». Aldo Soldi, presidente dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori, ne ha parlato con accenti ispirati: «Il punto di partenza è informativo e educativo, perfettamente coerente con l’anima sociale di un movimento che è capace di unire più di 7 milioni e mezzo di soci su temi condivisi». La condivisione c’entra sempre. L’importante è non condividere il portafoglio.

La campagna, infatti, sembra coerente soprattutto con gli interessi della Legacoop, che grazie a una fiscalità agevolata senza eguali in Europa fattura quasi 12 miliardi di euro l’anno. Inserendo in assortimento una caraffa filtrante a marchio Coop per uso domestico, riducendo sugli scaffali dei suoi 972 punti vendita la presenza delle bottiglie altrui e rimpiazzandole con quelle che recano la propria etichetta, il colosso della grande distribuzione punta in realtà a inserirsi in un business golosissimo che vale 3,4 miliardi di euro l’anno.

L’acqua è un affare di famiglia, anzi un affarone. Se si eccettua la multinazionale svizzera Nestlé, che attraverso Sanpellegrino controlla Levissima, Panna, San Bernardo, Recoaro, Pejo e Vera, cioè il 17% del mercato, tutte le altre marche appartengono a un club ristretto in cui domina il vincolo di parentela: gli Zoppas (San Benedetto), i De Simone (Uliveto, Rocchetta), i Pontecorvo (Ferrarelle, Boario, Vitasnella, Natia), gli Arnone (Lete), i Rizzo (Sangemini, Fiuggi), i Pessina (Norda, Castello, Ducale), i Lunelli (Surgiva).

L’uomo che fa gli interessi dei signori delle fonti si chiama Ettore Fortuna. Da 20 anni presiede Mineracqua, l’associazione di categoria della Confindustria che riunisce 70 dei 110 produttori di acque minerali del nostro Paese e attraverso 170 stabilimenti serve l’80% dei consumatori. Pochi conoscono l’acqua come la conosce lui. Ha guidato per un quinquennio anche l’Associazione europea delle acque minerali, di cui è oggi vicepresidente.

Nato a Udine nel 1948, laureato a Roma in diritto del lavoro, Fortuna fu arruolato giovanissimo dall’industriale farmaceutico Arrigo Recordati come direttore delle risorse umane. «Restai in sella per sei anni, un record assoluto: Recordati i capi del personale se li mangiava vivi». La battaglia dell’acqua non lo spaventa. È figlio di un generale di fanteria privo di un pezzo di gamba, che si guadagnò sette croci di guerra combattendone tre, di guerre, e fu decorato con due medaglie d’argento al valor militare e una di bronzo per la Resistenza. Nella vita ha visto di peggio. Nel 1979 fu convocato a mezzanotte dai carabinieri nella sede della Recordati di Milano.

Gli investigatori volevano esaminare in archivio la foto di un ricercatore scientifico, che la mattina dopo fu arrestato mentre entrava in laboratorio: era un postino delle Brigate rosse. «Quelli del Consiglio di fabbrica pretendevano un locale per aprirci uno spaccio. Siccome non gli fu concesso, entrarono a tutta velocità con un furgone come i kamikaze islamici, abbatterono la sbarra all’ingresso della fabbrica, distrussero la porta e lo occuparono».

Poi un giorno la moglie ventottenne di Fortuna, madre di una bimba di 2 anni e in attesa di un’altra figlia, ricevette una telefonata: «Tuo marito sarà giustiziato domattina». Per non vederlo uccidere dalle Br, il suo datore di lavoro alzò il telefono e chiamò la Sintex a Palo Alto, in California, produttrice del naproxene di cui la Recordati era licenziataria per l’Italia: «Vi mando il mio direttore del personale. Tenetemelo lì per un po’». Dovette lasciare la famiglia in Italia ed emigrare a San Francisco.

Al ritorno, Romano Prodi, presidente dell’Iri, lo chiamò alla Deltasider. Siccome i sindacati non accettavano il piano di ristrutturazione, con una memorabile serrata di ritorsione Fortuna cominciò lo spegnimento dell’altoforno delle Acciaierie di Piombino. «Avevo contro tutti, compreso l’Iri: non si può smorzare un bestione che oggi vale 700 milioni di euro, nessuno ha mai fatto una cosa del genere, perché poi è da buttare». Vinse la sfida. In seguito divenne direttore generale della Borsa: fu lui a inaugurare il passaggio alle contrattazioni online e a scrivere la prima legge sulle Sim, le società d’intermediazione mobiliare.

Perché i signori dell’acqua hanno scelto proprio lei?
«Cercavano un manager super partes, privo d’interessi di qualsiasi tipo in questo settore. A individuarmi fu Tommy Berger (l’imprenditore ebreo che diseredò il figlio e che impose sul mercato Sangemini, Fiuggi, Ferrarelle, Uliveto, Fabia, ndr). Mi portò a vedere la fonte e gli impianti d’imbottigliamento della Levissima a Cepina. Per me fu come sentire l’odore della polvere da sparo. Accettai d’istinto. “Bene, si scriva il contratto da solo e si fissi lo stipendio”, concluse».

Quanta acqua minerale si beve in Italia?
«In un anno 187 litri a testa, poco più di mezzo litro al giorno. Il consumo pro capite d’acqua di rubinetto è di 250 litri. In realtà gli acquedotti devono erogare almeno 380 litri, perché un 35% va perso prima di arrivare nelle case a causa della dispersione. Eppure gli enti che li gestiscono ci rinfacciano questo primato con una comunicazione ingannevole, tesa a far credere che l’acqua comunale sia uguale, se non addirittura più buona e più controllata di quella in bottiglia. Falsità per giustificare il continuo aumento delle tariffe. A Roma l’Acea ha appena applicato un rincaro del 10%, la stessa tendenza si registra a Firenze, a Latina fioccano i decreti ingiuntivi perché i cittadini non pagano le bollette».

Ora gli enti pubblici si sono messi anche a farvi concorrenza diretta.
«Hanno inventato le “casette dell’acqua”. Pensi che la Provincia di Brescia ha stanziato mezzo milione di euro, ne ha già costruite 150. Ogni casetta costa 20.000 euro. La gente va lì, come ci si recava un tempo alla fonte, e attinge l’acqua già bell’e gassata. Una situazione batteriologica ad alto rischio».

Addirittura.
«Tanto per cominciare i contenitori casalinghi non sono sterili. In secondo luogo l’acqua viene filtrata per toglierle il saporaccio del cloro residuo, che invece dovrebbe essere presente per legge, trattandosi di uno degli elementi fondamentali che la rende potabile. Questo significa lasciarvi proliferare milioni, miliardi di coliformi fecali».

«Cicero pro domo sua», vien da pensare, ascoltando le sue argomentazioni.
«Parlo da esperto, non lo prenda come un discorso interessato. L’acqua ha una matrice complessissima, a tal punto che, quando presenta un problema e tenti di rimuoverlo, nel 99% dei casi la peggiori. In Italia da un rubinetto su 7 scende acqua in deroga. Significa che i Comuni non riescono a rispettare i parametri di legge previsti per arsenico, clorito, trialometani, fluoruri, nichel, vanadio e altre sostanze tossiche. Siccome la popolazione non può essere lasciata a secco, i sindaci chiedono alle Regioni il permesso di sforare e le Regioni si fanno autorizzare dallo Stato, che ora deve rivolgersi all’Unione europea».

Quanti sono questi parametri?
«Fra contaminanti e metalli pesanti, per le minerali sono 58. Negli impianti d’imbottigliamento l’acqua è monitorata continuamente, i produttori effettuano migliaia di analisi al giorno, oltre a quelle previste dalla legge e che ricadono sotto il controllo delle Asl e delle Arpav, le agenzie regionali di prevenzione ambientale. Attorno ai giacimenti vi è un’area di protezione in cui è vietata ogni attività umana».

La sicurezza ve la fate pagare più dell’oro. Un litro di acqua minerale in bottiglia costa suppergiù quanto 1.000 litri di acqua del rubinetto.
«In Italia il prezzo medio è di 20 centesimi al litro. In assoluto il più basso d’Europa. Nel Regno Unito costa 76 centesimi, in Germania 47, in Francia 34. Eppure quella italiana è la migliore del mondo».

Chi lo dice?
«Lo dico io, se permette. Solo in Italia abbiamo l’acqua minerale naturale, cioè batteriologicamente pura all’origine, proveniente da giacimento profondo e incontaminato, chimicamente stabile, imbottigliata alla sorgente. E il bello è che si rigenera in continuazione. Guardi fuori dalla finestra, la vede quanta pioggia sta cadendo?».

La vedo.
«Fra 10 o 20 anni sarà tutta acqua in bottiglia. Percolando nel sottosuolo fra rocce granitiche o dolomitiche, assumerà i minerali. Se le rocce sono vulcaniche, diventerà effervescente naturale. Accade solo nel Belpaese. In Germania invece l’acqua minerale si fa sentire su lingua e palato, perché le rocce sono basaltiche. All’estero troverà spring water, cioè da falde superficiali, che non può definirsi naturale; artesian water, acqua di pozzo trattata, non pura all’origine; purified water, acqua di rubinetto purificata. E via di questo passo. La minerale naturale è fra le poche materie prime che il nostro Paese possiede in abbondanza: 700 fonti censite, di cui la metà diventate marchi sulle etichette delle bottiglie. In Francia sono meno di 50, in Gran Bretagna non più di 10».

Mi sa dire che cosa c’è dietro l’ossessiva campagna contro la privatizzazione dell’acqua?
«Un pregiudizio ideologico. “L’acqua è un bene di tutti, è un diritto”, sostengono gli ecologisti di sinistra, ergo va distribuita gratis. Bene. Allora anche l’elettricità e il gas sono un diritto, perché lei, senza metano, d’inverno muore di freddo. Capirei che si facesse pagare l’acqua in base al reddito. Ci può stare. Ma se la dispersione idrica è pari a un terzo di quello che scorre negli acquedotti, con picchi del 66% in Puglia e Molise e con una perdita di 3-4 miliardi di metri cubi l’anno e un danno di 5,2 miliardi di euro, e se Federutility sostiene che per rifare le condutture colabrodo servono 64 miliardi di euro, come si rimedia? Il decreto Ronchi, che pochi hanno letto, non privatizza un bel niente: apre ai privati. È un’altra cosa. Il modello proprietà pubblica e gestione privata, come avviene per le acque minerali, risulta vincente. Il pubblico è il partito della spesa, il privato è il partito dell’investimento».

La campagna consumerista della Legacoop s’ispira al pregiudizio ideologico.
«L’invito è a bere acqua minerale del proprio territorio o acqua di rubinetto. Solo dopo averne controllato la qualità, però. Che significa? Sull’argomento salute la genericità non è ammissibile. Per noi di Mineracqua un contaminante è tale quando supera i 4 nanogrammi, cioè i 4 miliardesimi di grammo. Dobbiamo anche intenderci sul concetto dell’acqua a “chilometri zero”. D’inverno i lamponi non vengono dal Cile? E le arance si raccolgono forse a Bergamo? Con la concorrenza della Cina e dell’India alle porte, io sono favorevole al “chilometro cinquemila”. E comunque il trasporto delle bottiglie avviene per il 15% su rotaia, a fronte di una media nazionale del 5% per gli altri comparti».

È lecito che nei ristoranti si serva come minerale acqua di rubinetto in caraffa addizionata con anidride carbonica?
«Quanto tempo mi dà?».

Poco.
«Se il cliente chiede espressamente acqua minerale e gli viene servita quella roba lì, è frode in commercio. Dopodiché perché dovrebbe pagarla? Per regolamento di Pubblica Sicurezza, chi ha un locale pubblico non può negare a nessuno un bicchiere d’acqua di rubinetto. “Ma io la purifico”, si difende il ristoratore. Peggio. La filtrazione può far perdere i requisiti di potabilità».

L’acqua minerale è sana, voi dite. Però la imbottigliate nel Pet, polietilene tereftalato, che secondo i ricercatori dell’Arizona State University oltre i 60 gradi può rilasciare antimonio.
«È la plastica migliore sul mercato per affidabilità, resistenza, sicurezza, oltretutto riciclabile al 100%, tenuto conto che oggi le nostre bottiglie pesano il 20% in meno rispetto a sei anni fa. Abbiamo testato il Pet in camere di stress a temperature elevate per molti giorni, senza riscontrare cessioni di ordine chimico. A proposito di analisi americane, bisognerebbe anche divulgare quelle che la Nato ha fatto eseguire su campioni d’acqua di rubinetto prelevati nella base Nato di Napoli. Dagli Stati Uniti è arrivato l’immediato divieto di consumo».

Senta, ma com’è che siamo cresciuti sani bevendo acqua di rubinetto?
«Anch’io talvolta la usavo per preparare il latte artificiale da dare a mia figlia, nata nel 1976. Eravamo tutti più ignoranti. La diagnostica chimica non era sviluppata come ai nostri giorni. Michelangelo già nel 1500 scriveva al nipote raccontandogli del proprio “mal della pietra”, che “solo un’acqua miracolosa, di cui abbisognerebbe farne provvista, mi ha sciolto”. Ebbene, si è dovuti arrivare al 1995 perché il professor Giuseppe D’Ascenzo, chimico, a quell’epoca rettore della Sapienza di Roma, scoprisse che la fonte dell’acqua citata dal Buonarroti era in terreni ricchi di torba e felci che sviluppano acidi fumici. Provi a mettere un calcolo renale nell’acqua miscelata con gli acidi fumici: dopo 60 giorni sarà sparito».



stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



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I numeri della protesta: solo uno studente su 100

di Gabriele Villa


Su due milioni di iscritti agli atenei, appena 20mila hanno manifestato. E anche Fini scende dai tetti e ammette: "Riforma positiva, la voteremo".



 

Roma - Carta canta e i numeri sono numeri. Anche nella scuola degli asini e dei baroni che non vogliono perdere nemmeno un centimetro del loro territorio feudale, conquistato dopo anni e anni di fatiche improbe.

E così, numeri per numeri, se è vero come è vero che la popolazione universitaria italiana conta, dati del più recente censimento ministeriale, due milioni di studenti, è anche vero che dallo stesso ministero dell’Istruzione arrivano le cifre della protesta reale: in piazza in questi giorni sono andati non più di ventimila studenti. Il che significa, sempre se la matematica, sia pure nella strana scuola che qualcuno vorrebbe, non è un’opinione, l’uno per cento. Già, proprio l’uno per cento. Il che, ulteriormente, significa che su uno che è andato in piazza a fare un po’ di baccano, altri 99 studenti sono rimasti a scuola o hanno tentato di andarci regolarmente con i libri sottobraccio.

Così i numeri di una protesta, che fa arrampicare sui tetti improbabili scalatori come Bersani e certi suoi compagni di cordata di Fli, e che ieri, dopo le incursioni al Colosseo, alla Mole Antonelliana e sulla Torre di Pisa, ha dato l’assalto (e poteva mai venire dimenticata?) anche alla Basilica di San Marco a Venezia, si riducono drasticamente. Tornano, in altre parole, ad essere numeri meno fantascientifici, non facendo parte la fantascienza, almeno per ora, purtroppo, delle materie d’esame. Nonostante le occupazioni di tetti, sottotetti e abbaini continuino a macchia di leopardo un po’ in tutt’Italia ( ieri a Messina i ricercatori hanno occupato il campanile del Duomo, a Siena gli studenti hanno preso di mira il Palazzo comunale, a Perugia hanno occupato la facoltà di Lettere e Filosofia, mentre circa 200 tra studenti e ricercatori dell’Università di Cagliari sono saliti sul tetto del Palazzo delle Scienze), sono anche molti quelli che sono tornati con i piedi per terra.

Come, dopo il pressante invito della polizia, ha dovuto fare alla fine ieri il commando di giovani del «Coordinamento studenti Universitari di Venezia» guidato da Tommaso Cacciari che, con un blitz, aveva raggiunto una delle balconate della Basilica di San Marco e srotolato due striscioni di protesta con scritto: «It’s the final countdown Pdl Gelmini» e «Non avrete la mia fiducia. 14 dicembre 2010». E a terra sono ridiscesi, anche a Torino, gli studenti e i ricercatori che si erano accampati da qualche giorno sul tetto di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università.

Happening in «alta quota» a parte, è pur vero che la riforma ideata dal tanto bistrattato ministro dell’Istruzione non deve essere poi così malvagia, se è vero come è vero che ieri ha incassato la benedizione di Gianfranco Fini. «La riforma Gelmini è positiva, quindi Fli la voterà», ha preannunciato il presidente della Camera incontrando i «Magnifici Cento» che non sono studenti benemeriti ma è il movimento della società civile di Giuseppe Consolo.

D’altra parte, con buona pace dei nuovi amanti del trekking sulle tegole, le attestazioni di consenso e sostegno alla riforma continuano copiosamente, e anche insospettabilmente, ad arrivare da più parti. Il presidente della Conferenza dei rettori italiani, professor Enrico Decleva, in un’intervista a Repubblica, ribadisce la necessità della riforma Gelmini e nega che le università siano davvero in rivolta. E, sulla sua scia, decine di docenti si sono decisamente schierati a favore dell’approvazione del ddl decidendo di sottoscrivere un pubblico appello (visibile e scaricabile in più di un sito internet) dal titolo sufficientemente evocativo: «Difendiamo l’università dalla demagogia». Che ci sia poi anche un po’ di puzza di bruciato nella fiammeggiante protesta di questi giorni lo denuncia anche Azione Universitaria rilevando peraltro alcune contraddizioni politiche: «Nessuna proposta e nessuna mozione è stata presentata dalla sinistra come sostegno alle proteste di questi giorni nei confronti della riforma Gelmini al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari». «È questa - dichiara Andrea Volpi, coordinatore nazionale di Azione Universitaria - una prova tangibile che tali proteste sono solo strumentali e oggetto di interesse da parte di sindacati politicizzati e dell’opposizione politica. Noi continueremo a sostenere gli effetti di questa riforma che vuole combattere i baronati e gli sprechi negli Atenei». «Ci chiediamo perché nelle opportune sedi le forze di sinistra, legittimate a farlo, hanno taciuto con assoluta indifferenza le votazioni e le iniziative portate avanti in sostegno della Riforma». Già, perché? Forse perché urlare coi megafoni dai tetti non sarà politicamente corretto ma, in fondo, è più divertente, ammettiamolo





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