sabato 27 novembre 2010

I funerali di Enzo Baldoni, 6 anni dopo

Corriere della sera


Ultimo saluto al giornalista rapito e ucciso in Iraq nel 2004: la salma era arrivata in Italia ad aprile




MILANO - C'era tutto il paese di Preci nella piccola chiesa di Santa Maria della Pietà dove si è svolto il funerale di Enzo Baldoni, il giornalista free lance rapito e ucciso in Iraq nel 2004 da Al Qaeda. Presenti anche i rappresentanti delle istituzioni locali e molti giornalisti. Il feretro è arrivato nella cittadina umbra, dove il giornalista aveva trascorso l'infanzia e l'adolescenza, dall'istituto di medicina legale di Roma dove i resti, riportati dall'Iraq, si trovavano da aprile. Sulla bara di legno chiaro un cuscino di fiori. Gli unici per volere della famiglia, che ha deciso di raccogliere fondi da destinare a un orfanotrofio a Nazareth. La salma è stata poi tumulata nel piccolo cimitero della frazione di Saccovescio, con una lapide a forma di balena, l'animale scelto come simbolo dell'agenzia pubblicitaria fondata da Baldoni.

IL RICORDO - Giusy Bonsignore, vedova del giornalista, ha preso la parola al termine della cerimonia ringraziando la «famiglia allargata, per avermi dato la forza di andare avanti». «Devo confessarvi che quando ho avuto la conferma che si trattava effettivamente di Enzo mi era venuta voglia di una funzione privata, ma ora sono contenta che ci sia tanta gente - ha aggiunto -. Vorrei ringraziarvi uno per uno». Nella sua omelia il parroco, don Luciano Avenati, ha ricordato che Baldoni ha vissuto a Preci la sua infanzia e la sua giovinezza:

«Le sue radici sono qui». Il sacerdote ha quindi sottolineato l'impegno della famiglia Baldoni per riavere il corpo, «che non è un contenitore, ma è la persona. Rispetto per il corpo è rispetto per la persona». In chiesa anche Enrico Deaglio, ex direttore del Diario della settimana, il settimanale con cui Baldoni collaborava all'epoca del sequestro. Ha definito il freelance ucciso in Iraq «un reporter eccezionale, un fuoriclasse». C'era poi l'inviato del Tg1 Pino Scaccia, che trascorse con Baldoni le ore precedenti al rapimento. «La notte prima - ha ricordato - cercai di sconsigliarlo, parlandoci fino a tarda ora, di partire perché era pericoloso. Però non ci riuscii perché vinse lui».

I RESTI - Enzo Baldoni scomparve il 20 agosto del 2004 a Latifia, in Iraq, dove si trovava con accredito del settimanale Diario. Quattro giorni dopo la tv Al Jazira trasmise un video con le immagini del cronista in cui l'Esercito islamico dava un ultimatum di 48 ore all'Italia per lasciare l'Iraq. Il 26 agosto Baldoni venne ucciso dai rapitori e l'immagine del suo volto senza vita fu pubblicata su un sito riconducibile all'Esercito Islamico. Aveva 56 anni. L'indagine condotta dai carabinieri del Ros, coordinati dalla procura di Roma, ha confermato con ragionevole certezza che il giornalista fu rapito e ucciso dagli uomini dell'Esercito islamico in Iraq, un gruppo che operava nella zona di Falluja legato e finanziato da Abu Musab Al Zarqawi, all'epoca responsabile di Al Qaeda nel Paese.

Il corpo del giornalista non venne inizialmente consegnato alle autorità italiane, ma i resti sono stati individuati dopo lunghe e complesse ricerche. Anche il presidente Napolitano, in più di un'occasione, aveva rinnovato l'appello affinché si facesse di tutto per riconsegnare il corpo alla famiglia. Il primo frammento osseo di Baldoni arrivò in Italia ad agosto del 2005, portato dall'allora commissario della Croce Rossa Maurizio Scelli. Due mesi prima proprio a Scelli erano stati consegnati altri resti, ma i test di laboratorio esclusero la compatibilità del codice genetico con quello del padre del giornalista ucciso. Negli anni successivi dall'Iraq sono arrivati altri frammenti e anche in questo caso, in più di un'occasione, si è trattato di reperti non compatibili con il Dna di Baldoni. Poi, all'inizio di aprile, l'arrivo in Italia di ciò che restava della salma.


Redazione online
27 novembre 2010





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Tv, le ragioni di Fazio e Saviano e un utile gesto di sensibilità

Corriere della sera


«Vieni via con me» e i comitati pro vita

LA POLEMICA


Fabio Fazio e Roberto Saviano
Fabio Fazio e Roberto Saviano
Per affrontare un tema così delicato non basta certo un'animosa seduta del Consiglio d'amministrazione della Rai, bisogna calarsi nel profondo delle nostre coscienze. Com'è noto, giovedì il Cda di Viale Mazzini ha approvato un ordine del giorno per consentire alle associazioni pro vita di replicare nell'ultima puntata del programma di Fazio e Saviano. Una decisione alla quale i due conduttori di Vieni via con me hanno risposto con un secco «no».

Nella seconda puntata, infatti, il racconto di Roberto Saviano, dedicato a Piergiorgio e Mina Welby, e l'elenco scandito da Beppino Englaro e Fabio Fazio sono stati letti come una campagna contro i movimenti pro life. Di qui la pressante richiesta di un diritto di replica.
Se affrontiamo la vicenda su questioni di principio, alla fine tutti hanno ragione e tutti hanno torto.
Per una questione di principio Fazio e Saviano hanno spiegato che la richiesta è irricevibile: «Concedere un cosiddetto diritto di replica alle associazioni pro vita, significherebbe avallare l'idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata pro morte». La tesi degli autori di Vieni via con me, ribadita dal direttore Ruffini, è che sfidare il tabù della morte non significa necessariamente essere a favore della morte. E aggiungono un dettaglio linguistico di non poco conto: «Un programma di racconti, come il nostro, non ha la pretesa né il dovere né la presunzione di rappresentare tutte le opinioni. Non siamo un talk-show, non siamo una tribuna politica». E questo è vero. Tuttavia, la giustificazione regge fino a un certo punto perché, comunque, il diritto di replica è stato concesso al ministro Maroni (il quale, per altro, ha collezionato una modesta figura, costringendo malamente le sue ragioni dentro un format). Questo significa che esistono cittadini cui si deve rispetto e altri che si possono ignorare? Le leggi del genere tv devono valere per tutti.

Per una questione di principio, le associazioni pro life hanno sostenuto che deve aver voce anche chi cura amorevolmente le persone che si trovano in una condizione di grave fragilità, «ma che sono persone che vivono e che hanno bisogno di essere incoraggiate e di riconoscere il valore della vita anche in quella terribile condizione», come ha sostenuto il ministro Maurizio Sacconi. Molte famiglie, è vero, affrontano situazioni drammatiche nel più totale silenzio: ogni giorno accudiscono un loro familiare colpito da qualche malattia invalidante, curano un figlio in coma, accarezzano il volto di un padre o di una madre i cui occhi sembrano non riconoscere più quell'affetto supremo. Tutto vero, tutto giusto.

Tuttavia, c'è da chiedersi una cosa: se la trasmissione avesse avuto uno scarso seguito di audience, si sarebbero elevate così tante voci a esigere il diritto di replica? L'animosità con cui molti reclamano una presenza in video non deriva forse dallo strepitoso successo che la trasmissione ha avuto? E come mai, in tanti anni, politici e professionisti che adesso si schierano nella battaglia non sono mai riusciti a fare una trasmissione che desse degnamente voce a quanti ora la reclamano? Penso soprattutto agli autori, ai presentatori, ai dirigenti che su Raiuno e Raidue si proclamano cattolici, a parole, ma da tempo immemorabile sono fortemente impegnati in programmi di vergognosa banalità, capaci solo di lavarsi la coscienza in mille modi.

Il tema sul «fine vita» è così delicato che possiamo solo rivolgerci alla sensibilità di Fabio Fazio, Francesco Piccolo, Roberto Saviano e Michele Serra perché trovino il modo di raccontare questa immensa tragedia, magari sacrificando qualcosa dei loro principi autoriali.


Aldo Grasso
27 novembre 2010



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Quel Farabutto di Vauro: «Quando finirà il berlusconismo? Stapperò champagne»

Corriere della sera

«Il contratto con Annozero? Non lo firmeranno mai. Io comunista? Pensi che ho chiamato Rosso mio figlio»



MILANO - Qualcuno gli lancia una sfida: un bicchiere d'acqua sul tavolo. Alla fine, per fortuna, corre ai ripari. Così anche Vauro Senesi può festeggiare da par suo con un buon bicchiere di vino (anche se non rosso) l'uscita del suo ultimo libro: Il Farabutto - Dichiarazioni d'amore molesto (edizioni Piemme). Presentata alla Feltrinelli di Milano, quella di Vauro è una raccolta di vignette, disegni e pensieri, graffiante antidoto al «peggio che avanza». Ed è il solito Vauro: impenitente, sarcastico, ironico, velenoso. Ma inaspettatamente si scopre il Vauro che non t'aspetti: poetico e commovente, come quando parla di bambini e di guerra.

L'INTERVISTA - Gli scritti satirici del signor Senesi riverberano il suo sguardo graffiante sull’Italia, la nostra politica, il pantano nostrano e internazionale. Vauro è sempre al centro delle polemiche. Ma non si lamenta se ancora il contratto per la sua partecipazione ad Annozero non è stato firmato. «E forse mai lo sarà», ammette. Anzi, orgoglioso di non essere consumista e di essere comunista, aiutato dal buon senso, rivendica di non possedere un'auto e di aver persino chiamato «Rosso» il suo figliuolo. «La fine del berlusconismo? Del berlusconismo sia chiaro, non di Berlusconi. Beh, stapperò champagne, anche se penso che quando accadrà sarà già abbastanza evaporato». Infine, confessa d'essere pistoiese, «purtroppo» come mamma Ebe e Licio Gelli, e racconta al pubblico la sua sincera amicizia con Michele Santoro che culmina con la prefazione «gratuita» al libro. Una sorta di cambio merci «impari» con il conduttore a saldo delle sue vignette gratuite che chiudono la trasmissione. Insomma un corsaro che certamente fa ridere. Amaramente.

Nino Luca
26 novembre 2010(ultima modifica: 27 novembre 2010)

Scrive su Facebook della sua liquidazione Licenziata in tronco senza buonuscita

Corriere della sera


L'istituto ci ripensa: «Ha violato la regola di segretezza, non prenderà un penny»



una 23enne che lavorava per la rBS: «Seimila sterline per accettare il licenziamento»


Katie Furlong (dal web)
Katie Furlong (dal web)
MILANO
- Scrive su Facebook che avrebbe ricevuto una bella liquidazione dalla banca in cui lavorava, che aveva appena annunciato tagli al personale, e finisce licenziata in tronco e senza buonuscita. La 23enne Kate Furlong è rimasta vittima del suo desiderio di condividere sul social network i fatti suoi e, soprattutto, della Royal Bank of Scotland, ma così facendo ha violato la «regola di segretezza» imposta dall’istituto: da qui la decisione di cacciarla per «giusta causa».

LA VICENDA - Il 2 settembre scorso, pochi minuti dopo che i suoi capi avevano annunciato un giro di vite su 3.500 posti di lavoro, infatti, la ragazza aveva postato sul suo profilo Facebook che questa «era la miglior notizia di sempre» e che avrebbe ricevuto «una bella liquidazione»: peccato per lei, però, che i commenti siano stati riportati al suo superiore, che ha immediatamente avviato un’azione disciplinare contro di lei, da cui è poi scaturito il licenziamento. E così la giovane, che lavorava alla Rbs da tre anni e mezzo e guadagnava 18mila sterline annue, si è ritrovata senza lavoro e senza l’agognata buonuscita di 6mila sterline. Ma la Furlong non è disposta a rinunciare ai soldi che, a suo dire, le spetterebbero di diritto e ha, perciò, deciso di fare causa alla banca per «ingiusto licenziamento» e di portare il caso davanti al tribunale del lavoro.

I COMMENTI - «Non posso credere di essere stata trattata in una maniera così spaventosa per quella che è essenzialmente una chiacchierata con i miei amici fuori dal lavoro», ha raccontato la ex bancaria al Daily Mail. In realtà, a detta dello stesso tabloid, a leggere i post sulla sua pagina Facebook, la versione della «chiacchierata fra amici» reggerebbe poco. «Era dannatamente evidente che qualcosa del genere sarebbe successo – si legge nel primo commento delle 17.58 del 2 settembre – e io non sono né stupida né ingenua… onestamente, per quanto mi riguarda, è la miglior notizia che abbia mai avuto!».

Quattro minuti più tardi, il secondo post: «Ci daranno la possibilità di andare in pensione anticipata (ovviamente per quelli che ne hanno diritto), di trasferirci nella filiale di Birmingham, con la possibilità di un’indennità di viaggio, o di licenziarci con la buonuscita. In ogni caso…..vittoria!!!». Alle 20.17 il terzo ed ultimo commento, dove la Furlong dava dei «pazzi» a quelli della banca per averla tenuta il tempo necessario per garantirle «una bella liquidazione».

Evidentemente, però, la ragazza non ha considerato che fra i suoi amici di Facebook ci fosse anche qualche collega che, una volta letti i post, l’ha denunciata al suo superiore che l’ha immediatamente sospesa, annunciandole l’apertura di un’inchiesta disciplinare ai suoi danni. Il mese scorso, la Furlong è stata licenziata ed è di venerdì la notizia della sua azione legale contro la Rbs. «L’informazione era già nota – si è giustificata la ragazza - e io stavo solo facendo una chiacchierata con i miei amici. Non vedo perché dovrei essere licenziata per questo. In realtà, si sono voluti sbarazzare di me così da non pagarmi alcuna indennità». Nessun commento ufficiale da parte della Rbs: «Non commentiamo le questioni personali dello staff», ha spiegato un portavoce.

Simona Marchetti
27 novembre 2010



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I segreti dell'uomo succube dell'amante

La Stampa


Torino, dopo che lei gli ha ucciso la moglie lui ha continuato a frequentarla nonostante i sospetti Tra sesso, bugie e codardia, ritratto di un marito incapace di difendere i suoi affetti e se stesso




marco neirotti
torino

Calcare i passi, vestire abiti, ruolo, sorrisi di un’altra vita, diversa e serena, sarà possibile soltanto quando non ci sarà più chi quell’altra vita incarna. Ha pagato questo odio - più che il possesso d’un uomo - la giovane madre di Bruino, cintura torinese, sequestrata, ammazzata e sepolta in cortile. Buttata dalla nemica in un buco da ricoprire con il cemento d’un patio dove domani prendere il caffé con quello che della morta era stato il marito.

Da Avetrana la tv ha sparso una morte in un reality senza sosta. Qui, nelle case sconsolate di altri paesi tranquilli, è andato in scena un romanzo dell’Ottocento. Con un marito e padre che come tanti ha l’amante, e l’amante distrugge la rivale. Lui negava incontri dopo la scomparsa della moglie, ieri ammetteva: «Sì, ho continuato ad andare in quella casa». La sospetta e la vede, mentre la figlia ripete ai carabinieri: «Andate dall’amante di mio padre», tenace, ferrea. E questa amante che si sente perduta lo accusa: «Mi ha aiutato a seppellirla». «Non è vero», si difende lui. Intorno, complici di periferia pagati con un prestito chiesto dall’assassina ai genitori di lui, e un figlio che aiuta la madre a far sparire la rivale. L’uomo si strugge - «avevo un tesoro accanto senza saperlo» - ma si accoda all’indagine anziché guidarla. Sembra specchiarsi in un verso: «Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?».

Marina Patriti ha 44 anni, casalinga, da 25 sposata con Giacomo Bellorio, hanno tre figli, di 23, 13 e 5 anni. Lui è ambulante, lei casalinga. La mattina del 18 febbraio, Marina porta a scuola la bimba piccola. I magistrati di Pinerolo vedranno poi che c’è uno scambio di sms con il marito, il primo alle 8,48, l’ultimo alle 12,43, drammatico e tassativo: «Vai prendere il bambino, me ne sono andata». Il bambino? E’ una femmina. L’ha scritto lei?

Bellorio è al mercato. Viene un’ambulante: «Tua moglie mi ha lasciato questo». Un portafogli. Dentro ci sono chiavi e documenti della Renault Scenic e una lettera: «Me ne sono andata via... Non ti preoccupare dei bambini. Un giorno capiranno». Giacomo denuncia la scomparsa. Ha ritrovato l’auto, in un paese lì accanto, Villarbasse (memoria di sangue, 1945, vittime buttate in un pozzo, ultima condanna a morte in Italia): fari accesi e, cosa strana, il sedile indietro, mentre lei era piccola e la sfottevano per il suo guidare con il mento al volante.

Le indagini sono silenziose. La figlia di Marina implacabile: «Andate da lei». E il padre, poi lo ammetterà, da lei continua ad andare. Silenziosi i carabinieri arrivano a «Antonella», nome che si è data Maria Teresa Crivellari, 53 anni, bionda vita di travagli e sconfitte, un arrancare senza mai la vetta. Un marito che l’ha lasciata morendo fra i debiti, due figli, le case popolari fino al trasferimento in una cascina di Sant’Ambrogio, in Val di Susa. Unico sguardo avanti rispetto al randagismo dell’anima è il suo amante, Giacomo Bellorio, sposato con Marina. Si incontrano su uno dei mercati di lui, ad Alpignano, altro piccolo centro di cintura: «Cominciò per scherzo».

Ma dietro lo scherzo ci sono la passione, l’immagine di vita diversa da quella delle case umili («Antonella si faceva lasciare sull’altro lato, dove cominciano le villette», raccontarà Giacomo), delle sue due auto abbandonate cariche come un immondezzaio, una sequestrata dopo un incidente perché senza assicurazione. Lui è il contrario di quella vita e quella vita con lui Marina ce l’ha.

Maria Teresa è arrestata il 5 novembre: sequestro di persona, omicidio, distruzione di cadavere. Con lei vanno in carcere Andrea Chiappetta, 37 anni, e Calogero Pasqualini, di 27, anche loro allo stretto nelle case popolari di Pianezza. Per 2.500 euro si sarebbero fatti carico di «prelevare» Marina e consegnarla alla rivale. Negano d’aver partecipato all’omicidio. Una vita, 2.500 euro. Presi dove? La donna innamorata e odiante se li è fatti imprestare dai genitori del suo Giacomo. Per farsi consegnare la moglie. Eppure non c’è ancora tragedia in quest’uomo: «La sospettavo, volevo capire». L’omicidio è avvelenamento da farmaci, in cantina. E’ lento. Maria Teresa viene avvertita: «Si sveglia, si lamenta». Il 7 novembre la donna confessa. Marina è cadavere, un sacchetto di nailon in testa, sotto un marcipiede. Ce l’ha messa lei aiutata dal figlio ventenne Alessandro.

«Antonella» non vuole crollare nell’altra buca, quella del fallimento ancora una volta solitario e mette a verbale: «Giacomo mi ha aiutato a seppellirla».

Lui nega e i giudici gli credono. Però all’inizio nega anche di aver rivisto, se non qualche volta, l’amante. Invece parlano i tabulati: perché diceva di averla sentita tre volte il 18 febbraio e i contatti furono nove, dalle 13 alle 20,30, parlando l’ultima volta 25 minuti? Parlano i testimoni che lo vedevano tornare alla cascina, finché ammette: «Ho continuato a frequentarla, volevo capire». Perché allora cambiare tutti e due le carte Sim? La lacerazione dell’uomo si avvolge nella frase emblematica nella quale Crivellari Maria Teresa racchiude questo inferno sotto un cortile: «Forse è stata una storia malata».







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Condanna Ue per "Cioccolato puro" italiano

La Stampa


Brutte notizie per i puristi italiani del cioccolato. La Corte di giustizia europea ha condannato il nostro paese per aver vietato l'uso della denominazione di "Cioccolato puro" sulle tavolette che contengono grassi diversi dal burro di cacao. Ora la dicitura potrà trarre in inganno i fan del cioccolato perchè verrà usata anche sulle tavolette che contengono fino al 5% di grassi vegetali sostitutivi. Come testimonia questo buongustaio.





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Condanna Ue per "Cioccolato puro" italiano



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Il buco nero della politica nella raccolta differenziata

Il Tempo


Quello che Saviano non racconta (4) Gli amministratori provocano la crisi. E la camorra approfitta della situazione. Napoli non ha neppure un contratto per la pulizia delle strade

Quando si parla del ruolo della politica, nell'emergenza rifiuti in Campania, e del comodo uso della criminalità organizzata per diluirne le responsabilità davanti all'opinione pubblica, bisogna essere particolarmente attenti a non aderire, in maniera preconcetta, al falso sillogismo che recita: se la camorra fa affari con l'immondizia, e l'immondizia invade le città, allora quella è l'immondizia della camorra. Piuttosto, sarebbe corretto dire che quella è l'immondizia che fa gola alle cosche. Perché, come dimostrato da tante indagini della magistratura, la camorra approfitta dello stato di crisi, non lo genera. Paradossalmente, la camorra offre soluzioni con impianti di stoccaggio, discariche e camion per il trasporto. Il tutto, naturalmente, ben nascosto dietro società, carte protocollate e fatture al di sopra di ogni sospetto.


E, quando non lo sono, al di sopra di ogni sospetto, una robusta bustarella aiuta aiuta a digerire tutto. A generare l'emergenza, sono sempre e comunque le inefficienze della politica e delle Amministrazioni locali, a tutti i livelli. Come dimostra la circostanza, riportata non senza clamore dalla stampa cittadina, che nel 2009, erano ben sessanta i Comuni della Campania (di cui venti solo nella provincia di Napoli) inadempienti sul fronte della raccolta e dello smaltimento della differenziata. E si tratta di una statistica che, nel 2010, sarà sicuramente peggiorata. La raccolta differenziata, si sa, è uno dei punti cardine di una corretta e funzionale gestione del ciclo dei rifiuti, perché se non si riesce a selezionare e limitare all'origine, dunque, nel cestino di casa, la quantità e la qualità dei rifiuti che poi dovranno finire in discarica, allora c'è ben poco da fare.

Il capoluogo, su questo punto, versa in una situazione disastrosa, con il 18 per cento appena, ben lontana dagli standard richiesti dalla legge (65% entro il 2012) e sventolati, come miracolosamente raggiungibili, dal centrosinistra napoletano. D'altronde, che al Comune di Napoli – retto dall'ex ministro dell'Interno, Rosa Russo Iervolino – ci sia un inquietante livello di superficialità e di pressappochismo nell'affrontare tematiche legate all'ambiente e alla sanità, lo dimostra il fatto che tra Amministrazione comunale e Asìa, la società che si occupa, in città, della raccolta e dello spazzamento, non è mai stato formalizzato un contratto di servizio, ovvero quel documento che mette, nero su bianco, gli obblighi dei contraenti e le relative sanzioni. Se, ad esempio, il Comune di Napoli decidesse di contestare all'Asìa un qualsiasi disservizio, non ci sarebbe alcuna multa da pagare perché il contratto non esiste. C'è solo una bozza che non è mai stata portata in consiglio comunale e votata.

E questo da un bel po' di anni, almeno dal 2003. In pratica, siamo davanti a una società che opera, nel settore dei rifiuti, per il terzo Comune d'Italia in maniera più o meno abusiva. Sarà stata una dimenticanza? Mah, diciamo di sì. Diamo credito a chi, centrodestra e centrosinistra napoletani, ammette di non aver dato il giusto peso a questa inspiegabile dimenticanza. Che cosa dire, però, del caso di Camigliano, un paesino di 2 mila anime in provincia di Caserta, dove il Comune è stato sciolto malgrado avesse raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata? L'unica risposta è l'ottusità della burocrazia e la miopia della politica, perché punire un Ente virtuoso che sa difendere il suo territorio, che cerca - e ottiene - la collaborazione unanime della cittadinanza e, soprattutto, riesce laddove tutti gli altri, o quasi falliscono, significa non avere le idee chiare su come si amministra una comunità. Camigliano è stata commissariata, perché il suo sindaco non ha voluto consegnare alla Provincia di Caserta i ruoli della Tarsu, l'imposta comunale sui rifiuti. E non li ha voluti consegnare perché sapeva, benissimo, che ubbidire alla legge sarebbe stato il primo passo verso il baratro. Morale della favola: sono arrivati i commissari prefettizi, e il sindaco è stato costretto a sloggiare. Che bella figura.

Simone Di Meo
27/11/2010





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Avvenire attacca: "Fazio non vuole dare voce a chi sceglie di vivere e lottare"

Quotidiano.net


Il quotidiano della Cei: "Non c'è spazio per storie di malattia, di lotta, e di vita. Quale libertà è quella che giudica ‘inaccettabilè la verità?"


Città del Vaticano, 27 novembre 2010  - "Non ci sono ordini del giorno, richieste, appelli, mediazioni e nemmeno sofferenze che tengano. Fabio Fazio non ha alcuna voglia di ospitare nel suo programma (e di Roberto Saviano) le famiglie che hanno scelto la vita, cioè praticamente tutte quelle che hanno fra i loro cari uno stato vegetativo o un gravissimo disabile: in quegli studi c’è posto soltanto per le ‘storie di vita (come Fazio stesso le definisce) ed eutanasia raccontate da Beppino Englaro o di Pier Giorgio Welby": lo scrive il quotidiano cattolico Avvenire, che anche oggi apre con il titolo-invocazione "Fateli parlare" sulle foto di alcuni malati di sla e di volontari che chiedono la parola a Rai Tre, ed esprime sconcerto e sdegno per il reiterato rifiuto dei conduttori e autori di "Vieni via con me"  

(GUARDA IL VIDEO DI FAZIO) .

"Ieri - sottolinea il direttore Marco Tarquinio - Fazio ha speso molte parole per dire di nuovo ‘no' ai malati e alle loro famiglie. E ha spiegato che ‘alle storie (dei coniugi Welby e di Beppino Englaro) non si replica con opinioni'.
Infatti. Noi di Avvenire non abbiamo chiesto, raccogliendo le voci negate dei malati e delle loro famiglie di ‘replicare' con ‘opinionì, ma di far parlare altre storie. Storie - aggiunge Tarquinio - di malattia, di lotta, e di vita non suggellate da una richiesta di morte procurata. Quelle che Fazio, anche a nome di Saviano, continua a non considerare degne della sua narrazione televisiva di successo. Nel nome, dice, della ‘libertà autorale'. Ma quale libertà è quella che giudica ‘inaccettabilè la verità?".

 Il giornale della Cei risponde poi anche alla provocazione della parlamentare radicale Antonietta Farina Coscioni (vedova di Luca Coscioni, promotore della battaglia contro la legge 40 e a favore delle staminali embrionali), la quale ha fatto sapere di aver scritto anche lei un «decalogo per la vita» e di aver chiesto di poterlo leggere a «Vieni via con me» per denunciare "la fiera dell’ipocrisia e delle vanità che arriva a lottare per accaparrarsi soldi pubblici per associazioni private. Beninteso: in nome dei malati".

"Se il riferimento è a qualche oscuro progetto politico a lei noto, l’onorevole Coscioni - replica Avvenire - farebbe bene a spiegarsi meglio e a precisare i suoi bersagli. Perchè se, invece, l’oggetto del comunicato fosse la campagna per il diritto di parola che i malati, i loro familiari e le loro associazioni stanno conducendo assieme a questo giornale, allora farebbe bene a chiedere subito scusa. E arrossire di vergogna per aver parlato a sproposito di ipocrisia, vanità e ricerca di soldi".
agi




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Condannati al carcere i fondatori di "Pirate Bay"

La Stampa


Esultano i rappresentanti dell'industria discografica, ma i quattro si appellano alla Corte Suprema: «Con questa sentenza vogliono solo spaventare la gente»
FEDERICO GUERRINI


Nessun colpo di scena al processo di appello per Peter Sunde, Fredrik Neij and Carl Lundström, fondatori del noto sito svedese di file sharing “The Pirate Bay”. La Corte ha ritenuto che il sito “abbia facilitato il file sharing illegale in maniera tale da rendere punibili i gestori del servizio”.

Sono state perciò confermate le condanne di primo grado, anche rispetto alla precedente sentenza sono state diminuite le pene detentive – quella più lunga, dieci mesi, è toccata a Neij, mentre Sunde e Lundström dovranno scontare rispettivamente otto e quattro mesi – mentre è stato invece aumentato l’ammontare del risarcimento dovuto alle major dell’audiovisivo, che è di quasi 5 milioni di euro, da dividere in tre.

Mancava un quarto “pirata”, Gottfrid Svartholm, che non si è potuto presentare in aula a causa delle sue cattive condizioni di salute: il suo caso verrà discusso più avanti. «Non preoccupatevi, faremo ricorso alla Corte Suprema – ha annunciato, con un messaggio su Twitter, Sunde, che ha aggiunto - ci condannano alla prigione anche se non è la pena prevista per questo tipo di crimine. È soltanto per spaventare la gente».

Anche il leader del Partito Pirata, Rick Falkvinge, ha parlato di “processo politico”. «È oltremodo triste che le corti continuino a amministrate una giustizia che tiene conto di interessi particolari – ha dichiarato – la gente non ha più alcuna fiducia nel sistema giudiziario in queste materie». È indubbio, però, che il clima, anche politico attorno ai “pirati” è cambiato, rispetto anche solo a un anno fa.

Nelle elezioni dello scorso settembre, il Partito Pirata ha subito un crollo verticale, dal 7 % delle elezioni europee dello scorso anno, all’1,4 delle politiche, senza riuscire a superare lo sbarramento del 4 % e a portare almeno un rappresentante al Riksdag. Lo stesso processo di appello a Pirate Bay si è svolto un po’ in sordina e non ha avuto lo stesso richiamo mediatico di quello di primo grado.

Tutto ciò naturalmente, per la gioia dei rappresentanti dell’industria discografica internazionale: «E' un sollievo che la corte di appello abbia stabilito che portando avanti questo tipo di attività si venga spediti in prigione – ha commentato un avvocato che cura i diritti dell’industria cinematografica, Monique Wadsted».

Le major non sono però finora riuscite ad ottenere la chiusura del sito: The Pirate Bay è tutt’ora funzionante e la sua attività è portata avanti dalla società Reservella, con sede alle Seychelles. Secondo Frances More, presidente dell’associazione Ifpi, che rappresenta gli interessi dell’industria discografica a livello mondiale, «è ora tempo che Pirate Bay chiuda. Ci rivolgiamo ai governi e ai provider affinché prendano atto del verdetto e facciamo i passi necessari per oscurare il sito».




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Il populismo dei "sinistri"

Il Tempo


Il segretario del Partito Democratico va per tetti mentre la sinistra italiana è a terra. È questa l’icona amara, comica e surreale, di 20 anni di intellettualismo giustizialista e arroganza radical-chic .


Pierluigi Bersani, segretario del Pd

L’immagine del segretario del Partito Democratico che va per tetti mentre la sinistra italiana è a terra, è un’icona amara, comica e surreale, di ciò che 20 anni di intellettualismo giustizialista e arroganza radical-chic hanno prodotto sulla genìa della classe dirigente politica del vecchio Pci. Schiacciata dal rachitismo intellettuale di Ezio Mauro e dalle paranoie giustizialiste di Travaglio, la sinistra italiana rimane incapace di cogliere l’essenza del berlusconismo e la sua natura, anche solo per provare a rigenerare se stessa. Recentemente, Goffredo Bettini, una delle poche intelligenze politiche che abitano ancora da quella parte, ha riflettuto sulla fase attuale. Il punto di partenza della sua analisi è semplice: il berlusconismo è di fatto un personalismo esasperato che ha concentrato nella persona del premier il partito e l’attività del governo.

In questa identificazione tra "Stato e corpo del re", c’è la negazione della complessità moderna della politica e la prossima fine del berlusconismo stesso. Bettini è uno dei fautori della Santa Alleanza elettorale tra Pd, centristi, finiani e rimasugli di opposizione, con lo scopo di aprire una fase costituente per un bipolarismo che vede ormai perduto. Come si possa arrivare al compimento del bipolarismo italiano attraverso la sua negazione (la Santa Alleanza costituente), Bettini non lo spiega, ma tradisce un clamoroso errore di valutazione quando afferma che, tra i leader che da sinistra si oppongono a Berlusconi, solo Vendola "ha riscoperto un linguaggio non subalterno alla destra populista".

L’analisi di Bettini cade proprio in questa contraddizione: se il berlusconismo è una forma politica pre-moderna, non può essere populista. Di contro, se la destra è populista, non può essere pre-moderna. Perché il populismo è un tratto moderno della democrazia, ponendosi come sintesi tra il ruolo di leadership carismatiche e il richiamo all’essenza popolare di progetti politici; necessario approccio psicologico alla crisi delle democrazie parlamentari e delle funzioni di rappresentanza su cui esse sono state costruite.

Il populismo di Berlusconi è stato il punto di partenza di quella rivoluzione dolce che, contro il golpe giustizialista del ’92, ha cercato di riconsegnare alla sovranità popolare una democrazia scippata; per questo è tuttora temuto dai tecnici della politica e dai costruttori di immaginari democratici. Perché attraverso di esso, Berlusconi è riuscito a produrre qualcosa di più di una personalizzazione politica; ha riconsegnato il valore della democrazia al suo legittimo proprietario: il popolo. Attraverso un bipolarismo incompleto (perché costruito sulla contrapposizione a lui) ha ricollegato la politica alla gente attraverso la certezza di essere governati da chi si è scelto.

Una novità, per la democrazia italiana. Non l’identificazione del corpo del re con lo Stato, ma del capo con il popolo, spezzando i filtri rappresentativi della politica astratta. Con il suo populismo Berlusconi ha saputo parlare agli operai senza bisogno dei sindacati, agli imprenditori senza la Confindustria, ai professionisti senza associazioni e alla gente senza il filtro dei media; e ha costruito una dimensione immaginifica della politica senza bisogno di intellettuali e cantastorie. È proprio questo che non hanno perdonato a Berlusconi: l’aver scardinato quei corpi intermedi cristallizzati che avevano costituito il vero schermo divisorio tra politica e società. Quelli che prevedono la fine del berlusconismo, in realtà auspicano il ritorno della politica da corridoio, tanto cara a Fini, a Bersani, a Di Pietro e a giovanotti come Scalfaro. Il motivo è semplice: finché c’è Berlusconi loro, la politica, la possono fare solo sui tetti.

Giampaolo Rossi
27/11/2010




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Spettacoli estivi, indagata lady Mastella Accusata di estorsione con il figlio Elio

Il Mattino




BENEVENTO (27 novembre) - Ventidue indagati per le irregolarità nell’ambito della gestione dell’Associazione «Iside nova» che ha organizzato per anni in città la rassegna «Quattro notti e più di luna piena» , che ha visto esibirsi in città notissimi artisti, uomini di cultura ed esponenti politici. Nell'ambio della rassegna c’era anche la collocazione di banchi di vendita per gastronomia e prodotti tipici locali.

Ieri sono stati notificati ventidue avvisi di conclusione delle indagini agli indagati che hanno posizioni processuali differenziate. Tra gli indagati figurano la consigliere regionale Sandra Lonardo, il figlio Elio Mastella, ritenuti i dirigenti dell’associazione «Iside nova», il tesoriere Angelo Sabatino, il direttore generale Clemente Rossi, e le collaboratrici Consiglia Cacace e Rita Maio.

Secondo l’accusa nei loro confronti viene ipotizzato il reato di estorsione per aver preteso contributi dai venditori che collocavano i loro banchi di vendita nell’ambito della rassegna. Diverse le contestazioni per gli altri indagati.




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Assurdo, l'Ordine punisce Feltri ma non un impostore come me"

di Mariateresa Conti


Tommaso Debenedetti, pubblicista, per 10 anni scrive interviste inventate. I giornali ci cascano, poi viene smascherato.



La sua colpa, dieci anni di finte interviste a big della cultura, pubblicate da diversi quotidiani ignari che si trattasse di falsi, meriterebbe di certo qualche sanzione. E invece a Tommaso Debenedetti, giornalista pubblicista, falsario reo confesso, l’Ordine dei giornalisti, lo stesso che ha messo in croce il direttore editoriale del Giornale Vittorio Feltri comminandogli una sospensione di tre mesi, non ha fatto proprio niente. Neanche un rimprovero bonario. A riprova del fatto che la legge, anche in campo di giustizia giornalistica, non è uguale per tutti. 

È lo stesso Debenedetti, con una mail di solidarietà al direttore Feltri inviata alla nostra redazione, ad auto-denunciarsi, raccontando una storia, la sua, che è emblematica di come la giustizia giornalistica non funzioni. «Il meraviglioso, ineccepibile Ordine dei giornalisti che condanna il direttore del Giornale a un silenzio di tre mesi – sottolinea Debenedetti nel messaggio a Feltri – non interviene neppure quando non si tratta di punire voci scomode. Un falsario dichiarato rimane senza alcuna punizione mentre un grande professionista dell’informazione come Vittorio Feltri viene ridotto a un sia pur temporaneo ma pesantissimo silenzio». 

E di falsario dichiarato si tratta proprio, in questa vicenda. Per dieci lunghi anni, senza che a nessuno dei giornali cui offriva le sue prestazioni venisse il minimo sospetto (Il Mattino, il Quotidiano nazionale, Libero), Debenedetti ha pubblicato interviste ai più grandi scrittori italiani e stranieri, da John Grisham a Philip Roth e J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter, che l’anno scorso, senza saperlo, ai lettori italiani ha fatto anche gli auguri di Natale. «Ho cominciato per necessità – ricorda Debenedetti – costruendo senza averla mai fatta un’intervista che non ero riuscito a ottenere. Andò bene, poi cominciai a divertirmi e non ho più smesso. Non lo facevo per soldi, mi pagavano poco. Era proprio un divertimento». 

Dieci anni. Dieci anni di scoop senza destare sospetti. Il giocattolo si è rotto a marzo del 2010, quando Philip Roth, intervistato sul serio da Repubblica, a una domanda su un attacco a Obama contenuto in una sua intervista a Libero, è cascato dalle nuvole. Da lì alla scoperta dell’inganno il passo è stato breve. Debenedetti ha confessato. E della sua vicenda si sono occupati i giornali italiani ma soprattutto quelli stranieri, El Paìs, che lo ha intervistato, in prima fila. E l’Ordine dei giornalisti, cui Debenedetti è iscritto, nell’albo dei pubblicisti del Lazio, dal maggio del 1997? «Assolutamente nulla, quando è esplosa la vicenda nessuno mi ha né scritto né contattato. Non è stato aperto alcun fascicolo su di me». L’Ordine dei giornalisti del Lazio conferma: sul caso Debenedetti non c’è nessun procedimento disciplinare aperto. «Evidentemente – chiosa il giornalista – come falsario non sono scomodo a livello politico».





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Urso tiene famiglia: 54mila euro al suo socio

di Redazione


L’ex viceministro del Fli ha lasciato la poltrona. Ma al ministero è rimasto come consulente un suo fedelissimo. L’esperto è componente di Farefuturo e detiene il 10 per cento dell’azienda agricola dell’ex membro di governo



Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Addio sì, ma con sorpresa. Il finiano Adolfo Urso ha mollato, come tutti gli esponenti del governo in quota Fli, la poltrona di viceministro allo Sviluppo economico lo scorso 15 novembre. Ma al ministero (come ha scoperto il Mondo, rilanciato ieri dal sito Dagospia) è rimasto qualcuno a lui molto vicino.
Uno dei consulenti, ben pagati, del dicastero ha infatti un nome noto, molto vicino ai finiani e a Urso in particolare. Si tratta dell’imprenditore emiliano (ma di origini siciliane) Rosario Cancila, che siede nel consiglio di fondazione di Farefuturo ed è anche socio (al 10 per cento) della società agricola «Lo Schioppo», insieme all’imprenditore Enzo Poli e a Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello dell’ex viceministro.
Dello «Schioppo» si era parlato pochi mesi fa, a settembre, quando saltò fuori che la società dei parenti di Urso aveva comperato nel 2005 per 2 milioni di euro una tenuta agricola (che si chiama «Schioppo», appunto) tra Terni e Spoleto: 455 ettari di campagna umbra con monastero, pronto a essere riqualificato grazie a una variante al piano regolatore chiesta (e ottenuta) al comune di Terni. Un affare tutto portato avanti tra familiari di Urso e amici d’area. I primi a comprare la tenuta, nel 2005, sono il fratello di Urso, Paolo, e un imprenditore, Vincenzo Rota, che fa parte dell’osservatorio parlamentare di Urso. Anche il «farefuturista» Giancarlo Lanna, poco dopo, entra in società. Ma lo «Schioppo» cambia assetto societario nel 2008, quando Lanna e Rota lasciano, ed entrano appunto Enzo Poli (che compra il 50 per cento delle quote della tenuta da sogno per appena 125mila euro, come rivelò a settembre il Fatto quotidiano) e Rosario Cancila.
Insomma, l’imprenditore emilian-siciliano è in affari con la famiglia di Urso. Ed è molto attivo anche nella fondazione cara all’ex viceministro: il 25 febbraio del 2008 fu proprio lui, Cancilia, a organizzare la presentazione bolognese di Farefuturo, come racconta il sito web dello stesso think tank finiano, ricordando che «padroni di casa» dell’evento erano Gianfranco Fini e Urso.
La consulenza a Cancila da parte del viceministro è arrivata la scorsa primavera: sette mesi, dal primo giugno al prossimo 31 dicembre, per un corrispettivo lordo di 54mila euro, non proprio spiccioli. Oggetto dell’incarico, come riporta l’anagrafe delle consulenze del ministero, l’«attività di raccordo tra il gabinetto dell’onorevole ministro e la segreteria del sottosegretario di Stato onorevole Adolfo Urso, nonché di collaborazione nel settore dell’internazionalizzazione, con particolare riguardo all’approfondimento delle tematiche dell’internazionalizzazione della politica commerciale italiana». Un incarico mirato, legato alla segreteria del viceministro. Che però, adesso, non c’è più.





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Edificio abusivo" Il Vaticano sotto accusa

La Stampa

M.Veeger


   

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Costruzione abusiva sul terreno della Basilica San Paolo a Roma: Il Vaticano sta costruendo un edificio senza aver chiesto alcun permesso. Il presidente del Municipio protesta e chiede al giudice sospensione del cantiere. Basilica San Paolo è patrimonio dell'Unesco.



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Ripetenti del ’68 bocciati dalla storia

di Salvatore Tramontano


Antennisti, spazzacamini o ripetenti? A vederli lassù sui tetti per prima cosa uno pensa che sia una strana riunione sindacale, o un dopolavoro, dei tecnici Sky. Un secolo fa avremmo detto che erano spazzacamini, ma visto che sono tutti ricchi e satolli non si può pensare neppure a un remake dell’Italia umbertina. Oltretutto il fumo che si vede non arriva dal camino ma dai sigari. Se si fa attenzione ci si accorge che sono ripetenti. Nostalgici e ripetenti. Rivogliono un Sessantotto.

C’è chi lo ha vissuto, chi è arrivato troppo tardi e chi stava dalla parte sbagliata. Tutti comunque si divertono a sceneggiare una nuova contestazione. L’importante è che sia antiberlusconiana. È la sindrome di quelli per cui la storia è un gambero. Gente che si è lasciato l’avvenire alle spalle o vuole cancellare le scelte di una vita.

Reazionari. Prendete il presidente della Camera. Il suo sogno è riscrivere il passato. Riviverlo, rincorrendo le occasioni perdute. Gianfranco Fini saltella idealmente su tutti i tetti d’Italia. Guarda le manifestazioni contro la Gelmini. Osserva le foto di Bersani e Di Pietro, Vendola e Venditti, la Perina e Della Vedova e sogna la giovinezza che ha vissuto nel ghetto. Questa è la sua (...)

(...) occasione. Gli studenti in piazza, quei pochi professionisti della protesta, sono solo un pallido avatar di quello che accadde tanti e tanti anni fa a Valle Giulia. Questo non è il ’68. È solo la sua commemorazione, un rito che stancamente si ripete ogni anno, una sorta di frammento da cartolina delle manifestazioni studentesche degli anni ’70. In fondo noi ci siamo abituati a commercializzare gli eventi storici, li ripetiamo come se fosse una liturgia. È per questo che un pezzetto di ’68 si ripete ogni anno. Questo vale per chi vivacchia all’università e mette in scena le gesta dei propri nonni e per i vecchi veri, i signori come Bersani che si commuovono a ricordare i propri vent’anni. È un discorso comune a tutta questa banda di antennisti o ripetenti che sale sui tetti per ricordare o per imitare.

Magari per un volta bisogna ascoltare Beppe Grillo. «Gli studenti e i ricercatori che protestano sui tetti stanno ricevendo le visite dei politici. Signori che vanno per i sessanta salgono le scalette con baldanza giovanile e il sorriso degli italiani in gita. La protesta dei ragazzi è diventata per loro una passerella. C’è già la coda all’inizio della scaletta, Veltroni si sta allenando, non vede l’ora, ma anche Casini, la Bindi, persino Fini vogliono cimentarsi nella prova solenne dell’arrampicata. I ricercatori sono spaesati, presi in controtempo. Se fossi al posto dei ricercatori sui tetti farei una domanda al politico di turno: perché il tuo partito, che insieme agli altri prende un miliardo di euro di finanziamenti pubblici gabellati per rimborsi elettorali, non ha destinato questi soldi alla ricerca?».

È solo uno show nostalgico e l’ultima mossa per far cadere Berlusconi. Il discorso per Fini però è diverso. È ancora peggio. Gianfranco rimpiange le scelte sbagliate. Come disse una volta è finito a destra per caso, anche se a Bologna ci vuole sfiga o coraggio per non cadere a sinistra. A quanto pare per lui era solo sfiga. Adesso si pente di tutto. Non si riconosce. Fa il mea culpa. Quasi si scusa. E cerca di ricostruirsi un curriculum.

Qualche tempo fa raccontò al Corsera il suo ’68 e ammise che Almirante sbagliò: «Non capì i giovani e si schierò con i baroni e i parrucconi. Ci si emozionava sentendo Joan Baez, i Beatles, il nome dell’università di Berkeley, c’erano i figli dei fiori, il Piper, si portavano i capelli lunghi... E anche io me li lasciai crescere». Gianfranco si è ricostruito un passato da capellone. E va bene così. Il guaio è che si è messo a rincorrere ricordi che non ha mai vissuto. Lo fa ora che è presidente della Camera. Si inventa una vocazione barricadiera. Salvo poi dire: «Sto con gli studenti ma voto la riforma». Come sempre resta un uomo in doppio petto, uno di qua e l’altro di là.

Cerca di intercettare il voto di quel manipolo di professionisti della piazza travestiti da studenti. Ma la storia non si ripete sempre uguale e non c’è una nuova possibilità per i ripetenti. È un illusione ottica, un lifting all’identità e a una certa età rischia di diventare patetico. Questo non è il ’68. Stavolta le parti sono capovolte. Chi sta con i baroni e i parrucconi è salito sul tetto. Ma tutto questo, come l’Alice di De Gregori, Fini non lo sa.



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