venerdì 26 novembre 2010

Che micione iellato: prima gli danno addosso due ucelli poi un altro gatto

Il Mattino


 Il video da Liveleak


Storie di gatti dal web parte quarta: questa volta il protagonista è un micione bianco davvero sfortunato. Prima viene aggredito da due aggressivi uccelli che gli svolazzano intorno prima di puntarlo, poi dopo una manciata di secondi da un gattone nero. Ne viene fuori una specie di rissa sotto lo sguardo per nulla impaurito, degli stessi piccioni. Che continuano a svolazzare tra i due contendenti. Finendo persino di inseguirli quando il gatto bianco decide che, con l'aria che tira, molto meglio darsela a gambe.

Guarda le storie degli altri gatti dal web.




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Il camper ha la ruota bucata Niente assistenza ai clochard

Corriere del Mezzogiorno



L’amministrazione non trova i soldi per ripararla. Il servizio del Comune è fermo da oltre due mesi



Il camper con la ruota a terra
Il camper con la ruota a terra


NAPOLI— Basterebbero solo 300 euro per far ripartire il camper delle Politiche Sociali del Comune di Napoli che sino a due mesi fa e per oltre un decennio ha assistito centinaia di clochard e tossicodipendenti di Napoli. Eppure oggi giace abbandonato nel parcheggio del Comune in via Cavallegeri d'Aosta. A denunciarlo è il consigliere della II Municipalità Pino De Stasio «Il freddo è alle porte, ora arriva l'emergenza. Ho scritto all'Assessore Riccio affinchè intervenga sulla questione ma ad oggi niente. Ha deliberato 23.000 euro per delle cancellate a Santa Chiara e ne dimentica 300 per un servizio essenziale?». Una ruota bucata, cambio dei filtri, della cinghia e dell'olio. Questi gli insormontabili problemi che l'ente partenopeo non è in grado di affrontare.

L'unità mobile, peraltro unica per tutto il territorio cittadino, rappresenta un servizio di base prezioso per chi in strada è costretto a viverci: assistenza medica, counseling, guida ai servizi ed alle opportunità di recupero, queste le azioni che gli operatori ogni giorno conducevano nelle aree più disagiate e che da tempo ormai effettuano a piedi con gravi disagi perché parte delle attività non possono svolgersi in pubblico. «Altre volte è accaduto che dovessimo anticipare spese per conto del Comune. Oggi non possiamo permettercelo. Ci sono operatori con oltre venti mesi di arretrati ed alcuni, lo diciamo senza vergogna, non hanno neanche più l'assicurazione sulla propria auto». Sì, perché non è la prima volta che il Camper resta fermo per inadempienze di Palazzo San Giacomo ma, pur di non interrompere quel filo di fiducia e continuità con gli «invisibili», non di rado gli operatori raggiungevano le loro postazioni con mezzi propri. L'ultima volta a maggio quando l'assicurazione arrivò alla scadenza senza essere rinnovata.


La ruota bucata
La ruota bucata
Stavolta, invece, l'assicurazione c'è ma manca la ruota. E si crea il caso sul quale intervengono tutti, rigorosamente dalla stessa parte quella dei deboli. «Le politiche sociali sono un punto essenziale. L’efficienza deve essere una priorità quando si parla di ultimi», dichiara il Consigliere Comunale del Pd Mariano Ianniciello. Non di diversa opinione è il Consigliere comunale del Pdl, Marco Nonno: «E’ stato approvato un piano sociale di zona dopo ben otto sedute. Un piano che dovrà essere rivisitato dalla Giunta che verrà perché è insostenibile economicamente. Non mi meraviglia che il camper sia fermo. Qui bisogna smantellare un sistema che fa comodo a troppi ed è dimentico dei deboli». Ed anche Sergio D'Angelo presidente del Consorzio Gesco è duro sul tema: «Otto sedute per approvare il piano sociale: è inaccettabile. Centinaia di operatori non retribuiti da tempo. Possono esserci problemi, crisi ma non addirittura permettere che dei servizi di base non vengano garantiti».



Luca Mattiucci
26 novembre 2010





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Uruguay: l'ultimo Indios Charrúa ha bisogno di aiuto concreto

La Stampa


DI C. GUILLEMINOT, TRADOTTO DA L. DIEL


Bernardino García Lemos è il pronipote di Sepé, l’ultimo capo tribù dei charrúa. Bernardino è ora ricoverato presso un ospedale di Montevideo e per questo un gruppo "indigenista" ha istituito un numero di conto corrente per raccogliere fondi con cui pagare i costi ospedalieri. Magro, alto un metro e settanta, carnagione dorata e capelli corvini illuminati da qualche filo d'argento, Bernardino è un fedele rappresentante degli indigeni locali.
Per la comunità dei charrúa è risultato difficile farsi conoscere e apprezzare dalla società locale. Sono stati condotti numerosi studi archeologici e gli studiosi hanno pubblicato centinaia di ricerche sui processi storici relativi agli indios uruguaiani, ma è parso tutt'altro che facile informare correttamente su vari aspetti della loro storia e parecchi temi sono stati spesso strumentalizzati dalla politica.
C'è stato un tempo in cui gli indios hanno vissuto, amato, riso e pianto su questo suolo. Un’epoca in cui hanno dato sangue, forza e coraggio per la conquista dell'indipendenza. Poi sono stati sterminati, rimossi dalla storia "ufficiale" e dimenticati.
Bernardino García LemosOspitale, cordiale, un po’ taciturno e dal contegno dignitoso, Bernardino è assai orgoglioso delle sue origini. Non è l’unico discendente dei charrúa, ma è stata la prima persona in Uruguay a mostrare pubblicamente la propria discendenza indigena e molta gente nel vederlo sfilare a cavallo, rigorosamente senza sella, con l'abbigliamento e gli accessori tipici dei charrúa (una lancia corta, le tradizionali boleadoras e un tanga di pelle) avranno commentato "è un vero e proprio indio!". Perché sì signori, ha proprio i tratti fisici che storici e antropologi attribuiscono al gruppo etnico dei charrúa.
Ma non sempre Bernardino ha saputo di farne parte.
Nonostante nel lontano 1949 il giornale La Mañana avesse pubblicato un articolo sulla discendenza charrúa del padre Avelino Lino García, Bernardino, il minore di undici fratelli, ne era completamente alloscuro. È sempre vissuto lontano da aule scolastiche, libri, giornali e centri di ricerca e cultura.
Nato 68 anni fa a Rincón de Tranqueras, nel dipartimento di Tacuarembó, Bernardino ha iniziato ben presto a lavorare nella piantagione di tabacco del padre. Ha frequentato solo la prima elementare, imparando a malapena a scrivere il suo nome e a leggere qualcosa. La sua è stata un'infanzia fatta di piedi scalzi, scarpe di cuoio e alpargatas, le tipiche calzature dei gaucho, che dovevano durargli l'intero anno.
Bernardino appartiene alla stirpe dei charrúa di Tacuarembó e la sua è stata l’ultima famiglia charrúa dell’Uruguay.
"Non sapevo di essere indio, ma adesso è qualcosa che porto nel cuore. Non so perché. Sarà che mi è sempre piaciuta la tradizione", dice cercando di spiegare il motivo per cui ha deciso di non nascondere le sue origini e di esibirsi pubblicamente vestito come un charrúa in occasione di eventi e manifestazioni speciali.
Il padre non gli aveva mai parlato della loro discendenza, pur se Bernardino sospetta che i fratelli maggiori "sapessero qualcosa". A scoprirlo per prima fu la moglie nel 1973, alla morte del suocero. "Ma guarda, tuo suocero era un indio", le disse una vicina che aveva la televisione. E per loro fu una vera novità, una notizia che commosse l'intera famiglia. Ma è solo nel 1982 che Bernardino inizia a documentarsi per risalire alla storia della sua famiglia e apprenderne così le origini. Bernardino ritiene tuttavia che la società uruguaiana in generale non ricordi come dovrebbe il proprio passato indigeno: "Nonostante abbia vuto bisogno di aiuto parecchie volte, nessuno mi ha mai dato una mano. Ho capito che i charrúa sono stati molto maltrattati in passato e credo sia per questo che molti non apprezzano quanto vado facendo. Non accettano l'eredità charrúa, ma per me è motivo di orgoglio". Bernardino ipotizza che è forse questo il motivo per cui a Tacuarembó nessuno sembra interessarsi alla questione, nonostante sia il dipartimento dove gli studiosi localizzano il maggior numero di discendenti charrúa.
Bernardino García Lemos"Noi indios abbiamo sempre voluto essere liberi, non vogliamo essere rinchiusi come criminali. Il giorno in cui morirò non voglio essere portino altrove, preferisco restare nella mia terra e che succeda quello che deve succedere, secondo la volontà di Dio. Neanche le ossa di Vaimaca (*) possono rimanere dietro le sbarre".
"Quando si cattura un uccello e lo si mette in gabbia può succedere che si rifiuti di mangiare. E non cambia idea, preferisce morire. Gli indios sono nati e cresciuti negli spazi aperti e hanno sempre voluto essere liberi." E gli uomini sono come gli uccelli, quando conquistano la libertà non possono più tornare indietro. Non possono più vivere senza.
Depositario dell’eredità charrúa, Bernardino sta attraversando un momento difficile, è ricoverato in ospedale e ha questo ha bisogno della concreta solidarietà dei suoi compatrioti e di chiunque volesse aiutare l'ultimo vero charrúa uruguaiano.
(*) NdT: Vaimaca Perú, storico capo tribù charrúa che lottò al fianco di Artigas per l'indipendenza del Paese. Imprigionato da Rivera, venne poi deportato in Francia per essere studiato ed esibito come attrazione circense. Morì in Francia nel 1833 e i suoi resti vennero rimpatriati solo nel 2002.


Sintesi dei post originali: Descendiente charrúa necesita apoyo solidario e Bernardino, bisnieto de Sepé, el último cacique charrúa, ripresi da Rotafolio, blog della giornalista Carol Guilleminot, di Paysandú, Uruguay.




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Liberano il leopardo ferito ma l'animale azzanna il ranger

Il Mattino


CITTA' DEL CAPO (26 novembre) - Nella Riserva Naturale di Timbavati, Sud Africa, i rangers intervengono spesso per curare gli animali feriti. Questa volta è toccato a un leopardo farsi medicare dai veterinari. Ma una volta che i rangers hanno tentato di rimettere in libertà il felino, l'animale ha reagito nella maniera più insolita: aperta la gabbia piuttosto che riconquistare la savana si è lanciato all'interno dell'abitacolo aggredendo, in maniera gravissima, uno dei suoi soccorritori. Alla fine l'uomo riesce a liberarsi solo colpendo l'animale con un calcio.


 Il video da YouTube



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Tragedia di Katyn, Russia ammette: "Il massacro fu ordinato da Stalin"

di Redazione


Un evento di portata storica: la Duma ammette la matrice sovietica nell'eccidio dei 22mila ufficiali dell'esercito della Polonia, deportati e uccisi nel 1940



Clicca per ingrandire
 
Mosca - Crolla un altro grande tabù: la Russia ammette le proprie responsabilità nel terribile massacro di Katyn. Il parlamento russo, in base agli archivi di stato dell'ex Unione Sovietica, ha confermato ciò che la Polonia sostiene da decenni: ad ordinare la mattanza dei 22mila ufficiali polacchi fu Stalin stesso.

La dichiarazione Un evento di portata storica per i rapporti tra Polonia e Russia. La dichiarazione approvata oggi dalla Duma (la camera bassa del Parlamento russo) consente di rimarginare una ferita che per troppo tempo la propaganda comunista ha cercato di nascondere: "Tutti i materiali pubblicati che per molti anni sono rimasti negli archivi segreti non solo rivelano questa orribile tragedia, ma testimoniano che il massacro di Katyn è stato compiuto su ordine diretto di Stalin e altri dirigenti sovietici". Inoltre viene risabilita una verità storica: "Nella propaganda ufficiale sovietica la responsabilità per questo crimine è sempre stata attribuita ai delinquenti nazisti - si legge nel documento - "Questa versione per molti anni è rimasta tema di discussione della società sovietica provocando sempre la rabbia, l’offesa e la sfiducia del popolo polacco".

Verità negata L’eccidio del 1940 nelle foreste di Katyn, vicino alla città russa occidentale di Smolensk, dove furono massacrati circa 22 mila ufficiali polacchi, è rimasto perdecenni uno dei tabù della storia contemporanea, nascosto e negato durante la guerra fredda da parte dell'Urss. Anche la propaganda comunista dei paesi occidentali ha sempre cercato di ignorare una verità che la Polonia da sempre ha cercato di far venire venire alla luce.

Il film delle polemiche Nel 2007 è uscita "Katyn" la pellicola del regista polacco Andrzej Wajda che per la prima volta racconta pubblicamente la verità sul massacro. Numerose sono state le polemiche, tanto che in Europa il film ha dovuto far fronte ad un vero e proprio tentativo di boicottaggio: pochissimi  cinema infatti hanno accettato la proiezione.

Distensione Il 10 aprile il presidente polacco, Lech Kaczynski, era morto nello schianto dell’aereo della delegazione governativa diretta a Smolensk, nel sud della Russia, per una commemorazione a Katyn dei 20mila polacchi giustiziati nel 1940. La cerimonia doveva segnare anche una riappacificazione con Mosca che ora finalmente ammette le responsabilità sovietiche. 
Soddisfazione russa "Questa dichiarazione è, senza esagerazione, storica", ha affermato il presidente della Duma, Konstantin Kosachev. Nonostante siano passati gli anni, il pronunciamento del parlamento è stato approvato in una seduta tumultuosa in cui l’opposizione del Partito comunista ha cercato fino all’ultimo di impedirne l’approvazione.





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Wikileaks e i segreti da non svelare

Corriere della sera
Guerre diplomatica in vista dei nuovi dossier
Pierluigi Battista

Giorno più noioso del'900: 11 aprile '54

Corriere della sera

In quelle 24 ore non è accaduto praticamente nulla

RICERCA DI CAMBRIDGE: un algoritmo ha comparato fatti ed eventi del secolo scorso

Ci sono giorni in cui non accade proprio nulla e la noia imperversa, i giornali non hanno di che scrivere e il mondo sembra sonnecchiare. Ma ce ne è stato uno che nella storia mondiale ha battuto tutti gli altri, almeno secondo gli scienziati di Cambridge: è l’11 aprile 1954, giorno che cadde di domenica. Secondo l’algoritmo di “True Knowledge”, il sistema messo a punto dall’università britannica, di quella domenica di primavera c’è davvero ben poco da raccontare.

ALMANACCO – Quel giorno si tenevano le elezioni politiche in Belgio e si insediava un governo socialista per i seguenti 4 anni. O ancora, si architettava il colpo di stato nel distretto indiano di Yanam in mano ai francesi, ma la rivolta non avvenne fisicamente quella notte. Mentre tra le nascite e morti di personaggi famosi, quell’11 aprile è stato ancora una volta povero: vi nacque il professor Abdullah Atalar, scienziato che oggi insegna alla facoltà di ingegneria di Birkent, in Turchia, oltre a esserne il rettore. E vi morì un calciatore britannico, Jack Shufflebotham, un mediano che giocò in diverse squadre della Football League inglese. Per il resto, tra i 300 milioni di eventi, accordi, nascite e morti, luoghi coinvolti in accadimenti speciali registrati da True Knowledge, null’altro è degno di nota.

ALGORITMO – In verità il ricercatore in computer science che ha lavorato all’algoritmo, William Tunstall-Pedoe, non pensava solo di usarlo per scoprire il giorno più noioso del Novecento. Ha raccolto 300 milioni di fatti del secolo scorso, ne ha decretato l’importanza e la gerarchia contando quanti link e quali avevano con altri eventi e notizie legate a tale avvenimento, e la giornata senza niente da segnalare è stata una conseguenza del suo obiettivo primario: trovare nuovi modi per cercare in Rete.

Eva Perasso
26 novembre 2010



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Tutti vogliono le spillette tricolori

Il Mattino di Padova

Da Nord a Sud piovono richieste d'acquisto del gadget pro alluvionati Lo realizza nonna Silvana Bortoluzzi nel soggiorno di casa


CADONEGHE. Spillette tricolori per aiutare gli alluvionati. L'idea è venuta alla sezione del Partito democratico di Cadoneghe, che nei suoi banchetti in piazza le offre a chi devolve almeno 5 euro alle popolazioni colpite dall'alluvione. E a realizzare le spille non è una società specializzata in gadget ma Silvana Bortoluzzi, nonna di una rappresentante del direttivo, che nel soggiorno di casa incolla instancabilmente le fettucce colorate sui supporti.

Un'iniziativa, quella delle spille tricolori, che è piaciuta alla gente e anche al giornalista Corrado Augias, che ne ha parlato mercoledì mentre intervistava il governatore veneto Luca Zaia durante il suo programma «Le Storie». «L'ispirazione ci è arrivata proprio dal giornalista, che indossa questa spilletta nel suo programma quotidiano e la regala a ogni ospite - spiega il segretario del Pd di Cadoneghe, Alberto Savio -. Questa "pubblicità" ha indotto alcuni telespettatori da tutta Italia a fare un'offerta al Pd e a richiederci una spilletta».

«Un'Italia che si mostra unita - continua il segretario del Pd - nel segno del tricolore, a un passo dal 150° anniversario dell'Unità del Paese, e solidale con chi si trova in emergenza: e a dimostrarlo è il primo benefattore, un signore di Napoli che ha versato 50 euro per gli alluvionati veneti. Per ringraziarlo gli abbiamo spedito la spilletta e così faremo anche con le altre persone che so hanno scritto al direttivo nazionale, per aderire alla nostra iniziativa».

Le spillette tricolori finora hanno fruttato circa 300 euro raccolti nei banchetti, che continueranno anche nel prossimo fine settimana: sabato mattina il Pd sarà al mercato a Castagnara e domenica mattina sarà nella sua sede in via Gramsci dalle 10.30 a mezzogiorno.


Silvana Bortoluzzi con le sue spille




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Giallo dell'Olgiata, ritrovato il telefonino della contessa Filo della Torre

Il Mattino


ROMA (26 novembre) - A venti anni dal giorno in cui è stata uccisa, ricompare il telefonino della contessa Alberica Filo della Torre. La donna fu ammazzata il 10 luglio del 1991 nella sua bella villa a Nord di Roma; il suo telefonino è riapparso due giorni fa: un cellulare di primissima generazione, uno di quelli che avevano cominciato a circolare all’inizio degli anni ’90. Lo ha consegnato qualche giorno fa al pm Francesca Loy, Emilia Parisi Halfon, una delle protagoniste della vicenda. Il suo nome è stato associato a quello del marito della vittima, Pietro Mattei, con il quale ha avuto una relazione.

Come mai questo telefono sia riapparso dopo così tanto tempo, la Halfon l’ha spiegato in modo un po’ fumoso. Viene da chiedersi perché in tutto questo tempo nessuno abbia mai riferito dell’esistenza del cellulare, a cominciare dagli inquirenti che non lo hanno mai cercato.





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Che spreco le quote di Bruxelles Buttato in mare metà del pesce

di Oscar Grazioli



L’appello di un famoso chef: "Ogni giorno costretti a gettare centinaia di tonnellate per rispettare le norme europee". Raccolte già 24mila firme




Mentre in Italia infuriano le polemiche (giustificate) contro la caccia, a livello europeo si è alzato il sipario su uno spettacolo sconcertante, per non scrivere drammatico che riguarda i pesci e la pesca, argomenti che commuovono meno, ma sicuramente ancora più importanti rispetto alle liti su cinghiali, lepri e caprioli. «La follia della pesca nei mari del Nord» titolava ieri, in prima pagina, l'Indipendent britannico. I pescatori dei mari nordici gettano a mare più della metà del pesce che pescano ogni anno.

Su questo misconosciuto e drammatico scenario sta cercando di attirare l’attenzione dei governi europei un famoso cuoco, Hugh Fearnley-Whittingstal che ha lanciato una campagna per sollevare il problema del pesce morto gettato fuori bordo dalle flotte di pescherecci europei. Centinaia di tonnellate di pesce, più della metà di quello che tocca terra sulle navi mercantili, viene rigettato tra i flutti oceanici per non infrangere il totale della quota prefissata di pescato da parte dei responsabili governativi della UE.

Uno spreco simile non può trovare scusante. I pescatori rigettano il pescato perché fuori misura (troppo piccolo) o perché di specie non commerciabili o ancora perché hanno già raggiunto la quota loro spettante per farlo giungere a terra e venderlo. Questo sistema delle quote, stabilite solo in base ad accordi commerciali e senza alcun intervento degli organi scientifici, sta diventando devastante. L’appello dello chef, affinché questa pratica abbia fine, ha raggiunto, in appena due giorni, le coscienze di 24.000 cittadini che hanno firmato la sua campagna indirizzata a Maria Damanaki, commissario europeo per la pesca. Hughs si propone di raccogliere centinaia di migliaia di firme che abbiano il potere di fare riflettere i ministri europei, una volta che saranno seduti a discutere di un sistema, quello delle quote, che, per il famoso chef, è alla base di questo vergognoso spreco di cibo.

A supportare le ipotesi del vulcanico cuoco c’è anche la scienza ufficiale, nella persona di Roberts Callum, autorità riconosciuta dell’Università di York nel campo della pesca commerciale, il quale, a proposito dei quantitativi di pesce morto gettato in acqua, è ancora più pessimista di Hughs. «Probabilmente -afferma Callum- è molto più della metà di tutto il pescato». La situazione che ha maggiori e reali verifiche è quella del merluzzo.

I morti gettati tra le onde raggiungono il 60% del pescato nei mari del Nord e fino al 90% dei soggetti di età inferiore a un anno. Un vero e proprio scempio di fronte a intere popolazioni che muoiono letteralmente di fame. Ci sono paesi che cominciano ad accorgersi di questo fenomeno e stanno cercando di correre ai ripari, permettendo una pesca maggiormente selettiva o concedendo benefit commerciali ai pescatori, come sta facendo la Danimarca. Il «rigetto a mare» che, assieme agli sconvolgimenti climatici, è uno dei segni tangibili del nostro dispregio nei confronti della vita marina e di quella umana ci porterà presto a raggiungere acque dell’oceano completamente sterili.




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Matematica bestia nera, metà degli studenti non la conosce

Quotidiano.net


L’Invalsi ha messo mano agli elaborati dei maturandi dell’anno 2008/2009 e ha scoperto che gli studenti lasciano parecchio a deisderare. Giudicato insufficiente il 54,5 % dei compiti


Roma, 26 novembre 2010 - Matematica bestia nera. Non è una novità per gli studenti italiani ma è sorprendente scoprire che il problema accomuni tutti i giovani, anche quelli giunti al termine del Liceo Scientifico. L’Invalsi ha messo mano agli elaborati di matematica dei maturandi dell’anno 2008/2009. Per scoprire, come già era accaduto per le prove di italiano, che i nostri alunni lasciano parecchio a desiderare. Due insegnanti si sono presi la briga di ricorreggere i compiti e hanno scoperto che oltre la metà degli studenti non raggiunge la sufficienza. Parliamo di ragazzi che hanno alle spalle cinque anni di Scientifico. Il rapporto — che oggi sarà sul sito dell’Invalsi — rivela anche la difficoltà delle commissioni nell’adottare un metodo omogeneo di valutazione e attribuzione del voto.La buona notizia, perché una c’è, è che il Ministero ha già recepito i risultati per vagliare strategie di intervento.

Le cifre: il 54,5 % dei compiti è stato giudicato insufficiente dai correttori, senza una significativa differenza tra maschi e femmine (rispettivamente il 55,2 % e il 53,6%). La percentuale di insufficienze attribuite dalle commissioni è decisamente più bassa, meno della metà: il 24,4 %, anche qui con una maggiore incidenza di insufficienze tra i maschi (26,5%) rispetto alle femmine (22 %).

Insufficienze decisamente più numerose nei Licei di ordinamento rispetto ai Licei di indirizzo Pni. Il dato su cui riflettere, secondo il professor Giorgio Bolondi, è che tali insufficienze sono generalmente globali, riguardano diverse componenti dell’apprendimento non riferendosi a nessuna specifica lacuna. E’ una «insufficienza di apprendimento» che si è stratificata e sedimentata: ai nostri ragazzi fa difetto non solo la preparazione ma anche il ragionamento. Sono in evidente difficoltà quando, invece della cognizione mnemonica, devono ragionare e argomentare. Un elemento già emerso nell’esame dei temi di italiano.Ma stiamo parlando di giovani che hanno intrapreso un percorso, lo Scientifico, dove la matematica è fondamentale. Sono loro, o dovrebbero essere, i futuri studenti di facoltà scientifiche. Il rapporto Invalsi rivela, invece, che una percentuale molto alta di questi ragazzi (almeno la metà) non ha gli strumenti necessari per seguire con successo studi in cui la matematica giochi un ruolo importante.

All’estremo opposto solo 6,8% dei giovani raggiunge una valutazione alta. La percentuale di insufficienze è più alta al Nord (58,1%) rispetto al Centro (53,9 %) e al Sud (51%). All’altro estremo, abbiamo sempre al Nord una percentuale di voti alti per il 9 % circa, di poco inferiore al Sud (6,8%) e nessun bravissimo al Centro.

di Silvia Mastrantonio




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Addio vecchia tv, da oggi il passaggio al digitale per 8 milioni di lombardi

Corriere della sera

L'analogico è stato spento per sempre: occorre il decoder per il digitale terrestre o una tv con decoder integrato

 

 

MILANO - Il futuro è oggi, l'ultimo giorno è arrivato, non si torna indietro. L'analogico va in soffitta e diventa anticaglia come le vecchie cabine telefoniche con la scritta Sip. Benvenuti nel mondo del digitale terrestre, perché da oggi la tv non sarà più uguale a quella di ieri. A Milano (ma anche Monza e Brianza, Cremona, Lodi, Varese, Bergamo, Brescia, Novara e Piacenza) si spegne il segnale analogico e si accende quello digitale con i suoi 50 canali nazionali.

Uno «switch off» (spegnimento) che solo oggi coinvolge in Lombardia 1.120 comuni e 8,3 milioni di persone pari a 3,6 milioni di famiglie. Dunque chi è rimasto indietro sul proprio televisore non vedrà nulla. Per non rimanere con lo schermo nero, un'unica accortezza tecnologica: avere il decoder per il digitale terrestre o un televisore con decoder integrato. In occasione del passaggio di oggi, per la prima volta verrà anche implementato l'ordinamento automatico dei canali (Lcn), accorgimento tecnico che, fatta salva la libertà di ogni utente di riordinare i canali a proprio piacimento, semplifica molto l'utilizzo della piattaforma. Per usufruire di questa funzione sarà però necessario effettuare la risintonizzazione dei canali non solo nelle aree coinvolte dalla migrazione, ma su tutto il territorio nazionale.

Renato Franco
26 novembre 2010

Anche gli autisti privati di Fini pagati da An

di Redazione


Finirà all’asta la Bmw 740 da 100mila euro restituita all’ex partito dal leader Fli dopo l’inchiesta del Giornale. Lamorte tenta di giustificare l’acquisto: "Avrebbe risparmiato i soldi dell’auto blu". Gamba (Pdl): "Difesa comica"



 

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Un po’ come l’Aston Martin Db5 guidata dallo 007 Sean Connery, passata di mano un mesetto fa per circa 3 milioni di euro. O come la Mercedes 770K che accompagnava Adolf Hitler nelle sue parate, finita nel garage di un miliardario russo per una somma anche maggiore. La Bmw 740, di proprietà di An, che fino a pochi giorni fa portava senza motivo a spasso Gianfranco Fini potrebbe finire all’asta. Venduta come un cimelio per collezionisti, l’originale «macchina del fango», anche se l’ammiraglia tedesca in questione, immatricolata a marzo del 2010, è quasi nuova e senza macchia. Quell’auto è stata comprata per quasi centomila euro con i soldi della cassa di An, partito il liquidazione, e messa a disposizione (come pure gli autisti) del presidente della Camera Gianfranco Fini. Che in quel che resta di An, va ricordato, non ricopre alcun ruolo, e dunque non aveva titolo per utilizzarla.

Sarà un caso, ma infatti l’auto è stata «restituita» solo quando il Giornale stava per rivelare lo scandalo, ed è ora nella disponibilità del comitato di gestione che, spiegava due giorni fa il finiano Donato Lamorte, «non ha mai avuto da ridire». Anche perché a presiedere l’organismo ristretto che appunto gestisce il patrimonio di An, fino a poche settimane fa, c’era proprio il senatore finiano Francesco Pontone. L’uomo che firmò la (s)vendita della casa di Montecarlo a luglio del 2008, e che otto mesi fa comprò la Bmw al grande capo, Fini.

Non che ne avesse bisogno: la terza carica dello Stato ha già, ovviamente, la sua brava auto blu. Un dettaglio che disintegra l’obiezione di Lamorte, che al Corsera ha detto: «Fini usava la macchina del partito per risparmiare i soldi pubblici». Cioè, per il fedelissimo finiano, il «risparmio» si concretizzerebbe nel lasciare l’auto di Stato pagata dai cittadini in garage, inutilizzata, acquistando al suo posto una macchina da centomila euro - e stipendiando due autisti - con soldi di un partito che, in gran parte, provengono dal finanziamento pubblico, e dunque dai contribuenti.

Tornando all’asta, l’idea di recuperare i soldi spesi per la berlinona vendendola al miglior offerente la lancia il senatore Antonino Caruso, vicepresidente del comitato dei garanti di An. «Io ho in mente una cosa: sotto Natale vorrei mettere in vendita la Bmw fra gli ex iscritti di An. Chi vuole avere l’onore di sedere dove ha seduto per otto mesi Gianfranco Fini si faccia avanti. Io, purtroppo - prosegue Caruso - non posso partecipare all’asta. Per dire, anche io ho una Bmw ma di classe notevolmente inferiore rispetto alla classe 700 acquistata a marzo scorso». Ma il vice di Lamorte contesta anche la polemica, sollevata da quest’ultimo, sui mancati introiti dagli immobili ex An occupati dalle sezioni del Pdl.

«L’uscita di Lamorte io proprio non la capisco», spiega Caruso: «Si lamenta dei fitti quando è lui il diretto responsabile, è lui l’amministratore delle srl che amministrano i beni immobili del partito. Ma di cosa stiamo parlando?». Insomma, qualche dubbio sulla vicenda, anche all’interno del comitato dei garanti, sembra esserci. Di certo l’acquisto di quell’auto non era proprio di dominio pubblico, come conferma Roberto Petri, anche all’interno del comitato: «La Bmw è saltata fuori - racconta Petri - perché, verificando il conto economico, c’era questa uscita per due autovetture. Una è quella utilizzata, direi legittimamente, proprio da Lamorte. Così è stato posto l’interrogativo su chi fosse l’utilizzatore dell’altra automobile». Solo a quel punto, come noto, l’«utilizzatore» Fini decide di riconsegnare l’auto.

Toni simili da un altro componente del comitato garanti, Pierfrancesco Gamba, sempre in quota Pdl: «Soprassediamo sulla comica critica di Lamorte quanto agli immobili, visto che l’amministratore unico delle srl che li gestiscono è proprio lui. La storia dell’auto, invece, andava chiarita e, grazie al vostro interessamento, è stata chiarita anzitempo proprio con l’annuncio di Lamorte che di fronte al vostro scoop ha annunciato il rientro dell’auto».

E ora? Per Gamba non ci sono alternative: «Il comitato di gestione, con il nuovo presidente, Franco Mugnai, non potrà fare altro che vendere l’auto». Dei finiani che occupano posti nel comitato garanti o in quello di gestione, non parla nessuno. Sente il bisogno di dire la sua il finiano Carmelo Briguglio, che definisce «piccola e volgare speculazioncina» la vicenda della Bmw. Ma quando deve giustificare il motivo della trafelata restituzione delle chiavi da parte del suo capo, l’ex rautiano arriva a sostenere che il presidente della Camera l’ha fatto «per evitare qualsiasi polemica». Già che c’è, per evitare altre polemiche, perché non dice al Capo se restituisce anche le chiavi di Montecarlo?



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Giuliani chiede scusa a Fede Il giornalista: «Lacrime di coccodrillo»

Corriere della sera

L'imprenditore aveva aggredito il direttore del Tg4 che lo aveva denunciato


il direttore del tg4 avrebbe presentato la moglie dell'imprenditore a bettarini

MILANO - Dopo la scazzottata le scuse. L'imprenditore Giangermano Giuliani, 72 anni, chiede scusa ad Emilio Fede per l'aggressione di martedì sera al ristorante «La Risacca 6» a Milano. Lo ha fatto sapere l'imprenditore attraverso i suoi legali.

LA NOTA - «Si è trattato di una reazione impulsiva». Così Giangermano Giuliani, attraverso una nota diramata dallo studio dell'avvocato Massimo Dinoia, ha giustificato l'aggressione di martedì sera al direttore del Tg4 Emilio Fede. Nel comunicato stampa si legge che attraverso il legale «il dottor Giangermano Giuliani intende porgere le proprie scuse ad Emilio Fede per quanto accaduto» due sere fa. «Si è trattato di una reazione impulsiva - prosegue la nota - e il dottor Giuliani sa che è stata senz'altro eccessiva e non adeguata sia alla situazione che l'aveva provocata, sia alla persone del direttore». «Qualche giorno prima - si legge ancora - si era purtroppo verificato un episodio che lo stesso dott.Giuliani aveva interpretato (magari erroneamente) come gravemente offensivo nei suoi confronti. La speranza, oggi - conclude la nota - è quella di chiarire ogni equivoco per comporre la situazione nel modo migliore possibile e per mettere la parola fine a una situazione spiacevole».

La signora Giuliani

LA REPLICA DI FEDE - «Non ho nessuna intenzione di scusarlo, le sue sono lacrime di coccodrillo: lui chiede scusa e io chiederò ai miei legali di presentare la querela». Così Emilio Fede commenta con l'Ansa le scuse portegli da Gian Germano Giuliani tramite i suoi legali. «Le sue - aggiunge Fede - sono scuse formali, mentre io a momenti faccio la fine del tassista. È troppo facile così! Consigliato dai legali Giuliani chiede scusa ora che la situazione si complica, non mi pare il modo, il suo è un mettere le mani avanti, ma io ho riportato conseguenze psicologiche, fisiche e di danno all'immagine». Fede non intende scusare il suo aggressore anche perchè «solo ieri mi insultava, le sue scuse hanno solo un valore, cercare di evitare il peggio».

LE MOTIVAZIONI DELLA LITE - Le scuse arrivano dopo una giornata segnata dalle indiscrezioni relative alle motivazioni dell'aggressione subita da Emilio Fede. Secondo siti e quotidiani, come ad esempio «La Stampa» di Torino, Giuliani avrebbe picchiato Fede in quanto responsabile di aver presentato la moglie Ilenia, 39 anni, all'ex calciatore ed ex marito di Simona Ventura, Stefano Bettarini. Tra Bettarini ed Ilenia Giuliana sarebbe poi nata una relazione.

Redazione online
25 novembre 2010




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Fede aggredito, Giuliani chiede scusa Ma in una intervista lo insulta

Il Messaggero


Il direttore: lacrime di coccodrillo, lo querelo
Poi aggiunge: bisognerebbe chiudere Facebook



 

ROMA (25 novembre) - L'imprenditore Gian Germano Giuliani, 72 anni, chiede scusa ad Emilio Fede, 79, per l'aggressione di martedì sera al ristorante La Risacca 6 a Milano. Anche se in una intervista insulta invece (ricambiato) il direttore del Tg4.

«Si è trattato di una reazione impulsiva e il dottor Giuliani sa che è stata senz'altro eccessiva e non adeguata sia alla situazione che l'aveva provocata, sia alla persone del direttore», spiega l'inventore del noto amaro in un comunicato diramato dallo studio dell'avvocato Massimo Dinoia. Nella nota si legge che attraverso il legale «il dottor Giangermano Giuliani intende porgere le proprie scuse ad Emilio Fede per quanto accaduto» due sere fa, quando l'imprenditore ha preso a pugni Fede nel ristorante milanese. «Qualche giorno prima - si legge ancora - si era purtroppo verificato un episodio che lo stesso dott. Giuliani aveva interpretato (magari erroneamente) come gravemente offensivo nei suoi confronti. La speranza, oggi - conclude la nota - è quella di chiarire ogni equivoco per comporre la situazione nel modo migliore possibile e per mettere la parola fine a una situazione spiacevole».

«Non ho nessuna intenzione di scusarlo, le sue sono lacrime di coccodrillo: lui chiede scusa e io chiederò ai miei legali di presentare la querela», replica Fede. «Le sue - aggiunge - sono scuse formali, mentre io a momenti faccio la fine del tassista. È troppo facile così! Consigliato dai legali Giuliani chiede scusa ora che la situazione si complica, non mi pare il modo, il suo è un mettere le mani avanti, ma io ho riportato conseguenze psicologiche, fisiche e di danno all'immagine». Fede non intende scusare il suo aggressore anche perché, sottolinea, «solo ieri mi insultava, le sue scuse hanno solo un valore, cercare di evitare il peggio».



Ben diverso infatti, come rileva lo stesso Fede, era stato il commento rilasciato a voce da Giuliani al sito Italian Paparazzi. Alla domanda di spiegazioni sui motivi dell'aggressione, l'imprenditore prima chiede a sua volta: «Perché tu Emilio Fede lo ameresti?». Poi, prima di infilarsi nel portone di casa accompagnato da una ragazza e da una guardia del corpo aggiunge: «E' un povero veccho s...».

Anche Fede replica con insulti. Alla stessa domanda su cosa fosse successo, il direttore del Tg4 dice sarcastico: «E' omosessuale, ci contendevamo un omosessuale».

«Una società civile dovrebbe chiudere Facebook, che è una realtà delinquenziale all'origine di episodi drammatici», aveva detto poco prima all'agenzia Ansa il direttore del Tg4, commentando i commenti ingiuriosi comparsi sul social network dopo la notizia dell'aggressione. «In due anni ho depositato 38 denunce per minacce e da tempo viaggio sotto scorta - aveva continuato - non mi interessano le minacce, tantomeno quelle fatte da imbecilli su facebook, che non vedo e non seguo».

Tornando all'aggressione, Fede l'aveva paragonata a quella di cui è rimasto vittima Luca Massari, il tassista morto dopo essere stato selvaggiamente picchiato per aver investito un cane: «Chi ha aggredito il tassista non voleva ucciderlo ma menarlo, lui mi ha preso a pugni in faccia, qual è la differenza tra i due casi?».




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Mondiali deltaplano e gastronomia umbra

COMUNICATO STAMPA

Dopo 12 anni, a luglio del prossimo anno, presso Sigillo (Perugia), nella
splendida cornice del Monte Cucco, l'Italia ospiterà il Campionato Mondiale
di deltaplano, con una partecipazione prevista di circa 150 piloti in
rappresentanza di 30 nazioni.
Apprezzata tra le iniziative collaterali quella intrapresa per i prossimi 27
e 28 novembre, presso l'antico frantoio di Costacciaro (Perugia),
dall'associazione Operatori del Parco del Monte Cucco, dalla Confederazione
Italiana Agricoltori dell'Umbria, dai comuni di Costacciaro, Sigillo, Gualdo
Tadino, Gubbio, Scheggia e Pascelupo e Fossato di Vico: promuovere un evento
sportivo tramite i prodotti tipici e valorizzate le migliori produzioni
enogastronomiche ed artigianali locali. In programma la degustazione del
paniere di prodotti di tutto il comprensorio eugubino - gualdese, la
presentazione dell'olio nuovo ed altro ancora.
In un articolo apparso sul sito www.ciaumbria.it si definisce l'iniziativa
"un forte impegno per promuovere produzioni sane, genuine e prive di OGM,
un'azione per la valorizzazione dei territori e del ruolo straordinario di
ospitalità e accoglienza svolto dagli agricoltori."
L'idea è nata dal vino dato in omaggio a tutti i piloti di deltaplano
intervenuti alle selezioni premondiali dell'estate scorsa e a tutti i
turisti che hanno visitato il Parco del Monte Cucco. Oggi si vuole
abbracciare un territorio più vasto per far crescere uno spirito di
collaborazione che vada oltre i confini del comprensorio e diventi una
vetrina per tutta la regione dell'Umbria.

Gustavo Vitali
Ufficio Stampa FIVL (AeCI-CONI)
Federazione Italiana Volo Libero
http://www.fivl.it
335 5852431
skype: gustavo.vitali

foto di repertorio
http://www.gustavovitali.it/pagine/comfivl/delta-gastro-25-11-10.html
http://www.gustavovitali.it/pagine/menu-sinistra/ufficio-stampa.html

per ulteriori informazioni su questa iniziativa
Francesca Fantozzi -  presidente dell'Associazione Operatori del Parco del
Monte Cucco
339 7658655 - presidenza (AT) assopmontecucco.it - www.assopmontecucco.it

per ulteriori informazioni sul CAMPIONATO MONDIALE
contattare:
Flavio Tebaldi - 339 3472910
flavio.tebaldi (AT) alice.it - http://www.cucco2011.org

Tutti i comunicati stampa FIVL all'indirizzo:
http://www.fivl.it/index.php/table/ultimi-editoriali/



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Con 3 non ce la faccio a fare sesso» Scambia i carabinieri per clienti

Il Messaggero

 

GENOVA (25 novembre) - «Con tutti e tre insieme non posso fare sesso, non ci riesco. Ti prego non mi obbligare. Non mangio da ieri, non posso riuscirci»: aveva scambiato i carabinieri che volevano perquisire l'abitazione nel centro storico per alcuni clienti la genovese di 33 anni che per due anni, a più riprese, è stata segregata in casa e costretta a prostituirsi dal suo compagno, un ivoriano di 32, che la minacciava e la teneva sotto scacco con strani riti vudu.

È stata proprio quella frase ascoltata dai carabinieri della stazione di Portoria durante la perquisizione domiciliare, che ha fatto scattare l'indagine. I militari, arrivati in quell'appartamento dopo l'arresto per droga dell'ivoriano, hanno subito capito che in quell'appartamento ridotto ormai ad un tugurio, si nascondeva una storia di violenza e disperazione. Una storia che aveva visto una ragazza di buona famiglia innamorarsi di uno sbandato che la costringeva a prostituirsi per trovare i soldi per la droga da vendere poi nei vicoli della città vecchia.

Lui la teneva chiusa in casa, spesso senza cibo ed acqua, ed andava in giro a procurarle clienti. Anche più persone per volta. Rapporti che avevano minato il fisico della donna. Ma quando questa si rifiutava, lui faceva strani riti vudù, utilizzando sangue e biancheria intima. I militari dopo aver arrestato per spaccio l'ivoriano hanno avviato l'indagine sulle dichiarazioni della ragazza. Le testimonianze hanno confermato i sospetti degli investigatori che ieri pomeriggio hanno chiesto ed ottenuto dal pm Silvio Franz l'ordinanza di custodia in carcere firmata dal gip Annalisa Giacalone. L'ivoriano che si trova in carcere per spaccio dovrà anche rispondere quindi di sequestro di persona, rapina aggravata (avendo rubata alla genovese l'oro di famiglia per comprarsi la droga) e sfruttamento aggravato della prostituzione.




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