giovedì 25 novembre 2010

La Berlinguer replica a Berlusconi: «Telekabul? Per noi è un onore»

Corriere della sera

Il direttore del Tg3: «Un telegiornale di lotta»
L'elenco dei maestri: Minoli, Curzi e Santoro

 

 

MILANO - «Berlusconi continua a paragonarci a Telekabul. Ma io rispondo: per me è un onore essere paragonati al tg diretto da Sandro Curzi». Con molta ironia, così risponde Bianca Berlinguer, direttore del Tg3, alle contestazioni del capo del Governo e aggiunge: «Il Tg3 “di sinistra”? Io direi così: noi diamo tutte le notizie. Ma abbiamo molto pubblico di sinistra».

Alla domanda: ma il Tg3 è un tg di lotta o di governo? «Risponderei che siamo un tg di lotta perché diamo tutte le notizie. Ed è bene che resti così. Quando siamo diventati un tg “di governo”, per il cambiamento di maggioranza; abbiamo perso ascolti». Esiste un modo “femminile” di essere direttore? «Sì, per esempio rispetto alla sensibilità su molti temi sociali». C’è comunanza tra direttori donna? «Ora, di altri direttori donna, ci sono solo Norma Rangeri e Concita de Gregorio. Ma non c’è particolare vicinanza tra noi, siamo tutte e tre diverse». In quanto alla fama di decisionista? «Io ho sempre apprezzato i direttori che prendevano decisioni chiare, assumendosene poi le responsabilità». I suoi maestri di televisione: «Giovanni Minoli, soprattutto dal punto di vista della tecnica televisiva. Michele Santoro e naturalmente Sandro Curzi»

Paolo Conti
25 novembre 2010

Fede e la protesta degli studenti: «Gentaglia, bisogna menarli»

Il Mattino


ROMA (25 novembre) - Parole dure da parte del direttore del Tg4 contro le proteste studentesche. Nell'edizione di ieri sera, il giornalista ha invitato il governo ad usare le maniere forti: «Intervenire e menare, questa gente capisce solo di essere menata...venti i fermati, ma poveri cuccioloni saranno già a casa fra le coperte a prendersi del tè caldo.»









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Saviano scopre rifiuti di 30 anni fa

Il Tempo


Controinchiesta/2 La leggenda della balena nella discarica. Negli anni ’80 Napoli era già invasa dai rifiuti. Ma allo scrittore non interessa.


Roberto Saviano


Caro direttore, la questione rifiuti in Campania, e su questo non si può non essere d’accordo con Roberto Saviano non è certo un'emergenza, ma –-purtroppo - una condizione di (a)normalità, che si trascina secondo la vulgata comune, cui lo stesso Saviano attinge per dare forza alla sua narrazione, da almeno sedici anni, da quando cioè è stato decretato per legge lo stato d'allarme. In realtà, senza scomodare «Il ventre di Napoli» di Matilde Serao o i racconti tardo ottocenteschi sulla Napoli umiliata dal colera e dalla sporcizia, basterebbe soffermarsi sulle poche frasi seguenti per comprendere quanto il problema igienico-sanitario, nella nostra città, sia tutt'altro che storia recente.


Flash numero 1: «La mancata consegna dei sacchetti per la raccolta della spazzatura sta causando notevoli disagi tra la cittadinanza. Molti abitanti sono costretti a gettare i rifiuti nelle strade, avvolti in carta straccia. E ciò con grave pericolo per l'igiene pubblica. Stamani, alcune strade del quartiere Chiaia - tra i più noti ed eleganti della città - sono apparsi imbrattati di cumuli di spazzatura in ogni angolo».
Flash numero 2: «Tonnellate di rifiuti solidi urbani sono rimasti abbandonati nelle strade, in seguito all'astensione dal lavoro degli addetti all'autoparco di via Gianturco. La mancata uscita degli autocarri, la notte scorsa, ha provocato in mattinata grave disagio agli abitanti del centro storico, di quelli della zona nord e della parte orientale della città. A Secondigliano, a Marianella i cumuli di rifiuti hanno raggiunto in alcuni casi il metro d'altezza.


L'autoparco di via Gianturco è dotato di oltre 100 autocarri che compiono il servizio di raccolta su un'area molto vasta in serata sono aumentati i disagi perché – anche in occasione della festività di Sant'Antonio Abate, protettore degli animali – è stato appiccato il fuoco a numerosi contenitori per immondizia sulle strade cittadine e periferiche. Le fiamme, che in alcuni casi hanno raggiunto notevole altezza, hanno causato situazioni di pericolo. In una strada della periferia, i vigili del fuoco sono stati contrastati nella loro opera da gruppi di scalmanati che hanno preso a sassate, danneggiandole, alcune autobotti. La polizia ha fermato alcune persone, che ha poi rilasciato. Per la situazione venutasi a creare in città per le tonnellate di rifiuti solidi sulle strade in molti hanno telefonato ai giornali e ad altri organi di stampa e alle televisioni, chiedendo, come per il traffico, l'intervento del prefetto».

E, per concludere, flash numero 3: «Anche oggi la rimozione dei rifiuti a Napoli procede a rilento a causa dell'alto numero di automezzi, circa duecento, fermi per guasti meccanici. I contenitori, posti in tutte le strade di Napoli, sono ancora per la maggior parte pieni di spazzatura». Sembra la descrizione della città oggi, o una settimana fa. Al più, potrebbe sembrare la descrizione della città di sedici anni fa, quando è esplosa l'emergenza immondizia a Napoli. In realtà, si tratta di tre stralci di altrettanti articoli, pubblicati dai quotidiani partenopei, rispettivamente il 19 febbraio 1981, il 17 gennaio 1982 e il 4 marzo 1984.


Occhio e croce, almeno trent'anni fa. Ieri come oggi, nulla è cambiato. Dunque, questo che cosa significa? Che l'affaire rifiuti ha radice antiche e profonde, di cui la camorra è soltanto uno degli aspetti deteriori e, sicuramente, tra i più pericolosi. Se in Campania siamo arrivati a coprirci di spazzatura e di vergogna, davanti al mondo intero, è perché chi doveva controllare, chi doveva programmare, chi doveva gestire, chi doveva assicurare la funzionalità dei meccanismi non l'ha fatto. Per dolo, o per colpa. Poi, è arrivata la camorra. Poi, il crimine organizzato è subentrato, insinuandosi nei sinuosi e peccaminosi risvolti della burocrazia e dell'amministrazione pubblica che, con la Bestia, sono scese a patti.


Ma se non si distingue, nettamente, la responsabilità politica da quella dei tagliagole della camorra, allora non si va lontano. O si rischia, al più, di generare confusione, anche se in buonafede. Certo, fa bene Saviano a parlare dell'ecomafia casertana davanti a milioni di telespettatori e nei suoi splendidi reportage su la Repubblica e L'Espresso, ma la contaminazione tra verità storica e giudiziaria e fascinazione letteraria, in una materia così delicata, con tutti i risvolti di ordine pubblico e sicurezza che ne derivano, rischia di generare atmosfere immaginifiche che non hanno alcuna aderenza con la realtà. Penso, ad esempio, a quando lo scrittore cita - e lo fa con una certa frequenza - la leggenda che vorrebbe la carcassa di una balena sepolta nella discarica di Pianura, un quartiere della periferia di Napoli.

I toni che usa Saviano sono davvero molto suggestivi e sembra quasi di vederlo questo novello Capitano Achab che, in una fetida bettola del porto, contatta camorristi e faccendieri perché facciano sparire quella montagna di grasso e di carne putrescente, rimasta impigliata in una rete da pesca, che ondeggia - cullata dalla marea - al largo del golfo di Napoli. Ma come, ci si chiede alla fine della storia, a Napoli pure le balene finiscono nelle discariche? E se ci finisce Moby Dick figuriamoci cos'altro nasconde lo stomaco di madre natura, in quelle zone... La vicenda - a ben vedere - è un po' meno fantasiosa, ma non per questo meno drammatica di come la racconta Saviano: c'è davvero una balena nella discarica di Pianura.

Non è una leggenda, né un racconto passato di bocca in bocca tra gli abitanti del quartiere, come si faceva tra gli indiani d'America. Il cetaceo - lungo 7 metri e pesante otto tonnellate, arenatosi al largo dell'isola di Ischia - viene interrato nel sito perché l'operazione la autorizza l'allora assessore comunale alla Sanità, Giuseppe Scalera. L'ordinanza municipale è del 17 luglio 1989. E, a quell'epoca, questa soluzione la condividono Comune, Regione e Prefettura. La domanda, allora, non è: davvero c'è una balena nella discarica? Ma: perché c'è una balena nella discarica?



Simone Di Meo
25/11/2010




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Barbato (Idv) sospeso sei giorni: "Grazie Fini vado in vacanza e pago Ci dica chi paga le sue"

Quotidiano.net


Dopo lo show alla Camera, con seduta sospesa, l’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha comminato le sanzioni ai due deputati


ROMA, 25 novembre 2010 - Francesco Barbato (Idv) sospeso per sei giorni, Carlo Ciccioli (Pdl) per sei: è questa la decisione adottata dall’ufficio di presidenza della Camera, dopo il parapiglia di ieri nell’aula di Montecitorio dove l’esponente dipietrista aveva tirato fuori un sacchetto di immondizia, provocando la dura reazione di alcuni deputati della maggioranza, fra i quali Ciccioli, che secondo Barbato gli avrebbe dato quattro o cinque schiaffi.

In un primo momento il collegio dei deputati questori aveva proposto otto giorni per Barbato e due per Ciccioli. Nel corso della discussione, il questore Gabriele Albonetti (Pd) ha fatto notare che sarebbe stato opportuno evitare un provvedimento sanzionatorio tanto lungo da impedire ai due deputati di prendere parte al voto sulla fiducia al Governo previsto per il 14 dicembre.
 La questione posta è stata ritenuta “di buon senso” dal presidente Gianfranco Fini, il quale, anche considerando la possibilità che i gruppi chiedano una pausa nei lavori per il ponte dell’8 dicembre, ha poi adottato le sanzioni di sei e due giorni.

BARBATO - “Ringrazio Fini per la sospensione perche’ mi da’ la possibilita’di andare ai Caraibi. Vado a San Martin, porto mia moglie e pago io... Fini ci dicesse invece chi paga quando ci va lui...”. Lo dice il deputato Idv, Francesco Barbato, dopo la sospensione ricevuta come punizione per aver portato l’immondizia in aula, ieri, per sollecitare l’intervento del governo a Napoli. Mentre usciva dall’aula oggi Barbato ha mostrato la foto dei rifiuti di Napoli e dalla maggioranza qualcuno gli ha gridato “scemo, scemo”. Gazzarra censurata dal presidente di turno, Rosy Bindi.





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Matrimoni annullati e Sacra Rota

Il Messaggero



Gentile Redazione, sono una ragazza di 32 anni che sta vivendo un’esperienza altamente contraddittoria nella propria vita familiare.
Premetto che sono sposata da due anni, e che ho scelto di celebrare il matrimonio concordatario, soprattutto per esaudire un forte desiderio di mio marito, dettato forse anche da tradizioni familiari, di suggellare il nostro amore in Chiesa. Non che io non sia credente, non mi definisco certo una fervente credente, ma ho ricevuto i principi basilari in famiglia ed ho sempre frequentato scuole cattoliche.

Aggiungo inoltre, che come dettato dal galateo, sono stata accompagnata all’altare da mio padre.
Mi pare necessario specificare, a questo punto, che i miei genitori sono separati da circa quindici anni e non avevano, al tempo della celebrazione del mio matrimonio, ancora proceduto alla definizione del divorzio. Quindi, “in barba” ai precetti cattolici, i miei genitori hanno presenziato al rito. Devo sinceramente sottolineare che il sacerdote celebrante non era a conoscenza di questa situazione, celata deliberatamente da me per non creare tensioni o dispiaceri a nessuno dei miei genitori, mia madre soprattutto.

Scrivo all’indomani della ricezione, da parte di mia madre, della sentenza di annullamento di matrimonio inviata dal Tribunale Ecclesiastico. Faccio presente che la richiesta è stata inoltrata da mio padre diversi anni fa e che questa sentenza è il risultato di diversi anni di contrasto fra i miei genitori e anche della mia ingerenza, soprattutto verso mio padre, affinché questo scioglimento non avvenisse.

In primo luogo, perché non ritenevo sussistessero le giuste cause per il provvedimento richiesto, e, direi soprattutto, perché ho osservato il dolore di mia madre nel negarle un atto che lei aveva compiuto con amore e dedizione, e nell’essere sottoposta ad interrogatori intimi, a volte al limite del pudore, anche in relazione alle sue abitudini sessuali.

Questa sentenza è stata emessa con motivazioni derivanti dalla mancanza di altri figli durante il matrimonio (io sono stata concepita prima del matrimonio e questo è stato un atto “riparatore”, con il quale mio padre ha dichiarato di essersi assunto le sue responsabilità di uomo di rispetto), dal fatto che mio padre (orfano di entrambi genitori sin dall’età di otto anni) ha accettato questo matrimonio, pur contrastandone la celebrazione religiosa, perché aveva trovato nella famiglia di mia madre un appiglio per la sua solitudine, in quanto era stato accettato come un figlio (specifico che la “buon’anima” di mia nonna gli comprava anche calzini e mutande, perché ai tempi mio padre era un semplice ragioniere … oggi è un commercialiste di modeste pretese).

Vorrei aggiungere un ringraziamento particolare ai fratelli di mio padre che hanno testimoniato tutti a favore di mio padre, a favore dell’ignavia di mia madre nella gestione familiare e nella mia educazione (soprattutto religiosa), ben preparati “a mò” di poesia delle elementari, dall’avvocato difensore di mio padre. Li ringrazio soprattutto per i sorrisi e i saluti che mi dedicano quando mi incontrano.

A questo punto, senza volermi dilungare ulteriormente, mi pongo delle semplici domande.Può la Nostra Santa Chiesa, annullare un matrimonio durato 18 anni, con una figlia riconosciuta e “viva”, “presente”, “esistente”!!! Però, sempre la stessa Nostra Santa Chiesa, non ammette le coppie di fatto; accetta i preti pedofili e/o gay e li difende da ogni accusa, ma poi dichiara, tramite il Santo Padre, che “L'omosessualità è «una grande prova» di fronte alla quale una persona può trovarsi, ma «non per questo diviene moralmente giusta». Inoltre essa «non è conciliabile con il ministero sacerdotale, perché altrimenti anche il celibato come rinuncia non ha alcun senso»; non ammette l’uso di concezionali, se non in casi estremi (chi li abbia decisi questi casi estremi, ancora non l’ho capito!)…e così via.

Dov’è la corenza? Allora, noi cattolici, che dobbiamo fare? Se poi seguiamo i precetti religiosi e poi arriva il primo monsignore (ben oliato) e sentenzia l’annullamento di un atto che è stato scientemente contratto da due persone che all’epoca dichiaravo di restare insieme per tutta la vita, nella buona e nella cattiva sorte e, alle quali, è stato dichiarato: “NON OSI L’UOMO SEPARE CIO’ CHE DIO HA UNITO”. Forse, questo Monsignore giudicante appare uomo, ma poi……Grazie in anticipo per l’attenzione che questa Gentile Redazione vorrà dedicarmi.

Francesca Reale

(24 novembre 2010)




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Terrorismo, israeliano preso a Fiumicino Nello zainetto proiettili da guerra

Il Mattino





FIUMICINO (25 novembre) - Aveva un caricatore per mitragliatrice con 29 colpi inesplosi calibro 556 nella tasca laterale dello zainetto: per questo motivo un cittadino israeliano in partenza ieri dall'aeroporto di Roma Fiumicino per Tel Aviv è stato arrestato dalla Polaria, e portato nel carcere di Civitavecchia, con l'accusa di trasporto d'armi a bordo di aerei.

L'uomo era in partenza dal Terminal 5 di Fiumicino, dedicato ai voli cosiddetti «sensibili» diretti negli Usa e in Israele, e per questo controllati da tiratori scelti della squadra laser. A far scattare l'allarme è stato il rinvenimento di un caricatore per mitragliatrice con 29 colpi non esplosi calibro 556 che il cittadino israeliano, R.A.E., di 54 anni, in partenza da Roma per far ritorno a Tel Aviv dopo una settimana di vacanza trascorsa in Italia in compagnia della moglie, aveva nella tasca laterale del suo bagaglio a mano: uno zainetto che, appena passato al metal detector, ha fatto suonare l'allarme. Alle richieste di spiegazioni da parte della Polizia, l'uomo ha risposto che quello zainetto in realtà apparteneva al figlio, un militare delle Forze armate israeliane, e che lui pensava fosse vuoto. Con l'accusa di trasporto d'armi a bordo di aeromobili, l'uomo è stato arrestato e rinchiuso nel carcere di Civitavecchia.




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Germania, serial killer su Facebook: "Macello un ragazzina al giorno"

Quotidiano.net


'Jan il macellaio' ha massacrato una 14enne e un 13enne e ha confessato sul social network. "Ieri ho macellato una ragazzina, una al giorno fino a quando mi prendono". La polizia ritiene che se non l'avessero arrestato avrebbe continuato


Berlino, 25 novembre 2010 - Orrore in Germania per il serial killer che ha massacrato una quattordicenne e un tredicenne e ha confessato i suoi crimini su Facebook. Poche ore dopo aver strangolato e bestialmente accoltellato Nina a Bodenfelde, in Bassa Sassonia, il ventiseienne disoccupato Jan O. aveva scritto sul profilo nel social network: "Ieri ho macellato una ragazzina, una al giorno fino a quando mi prendono". Tre giorni dopo il giovane ha ammazzato anche Tobias, il cui corpo è stato trovato orrendamente sfigurato, come quello di Nina, domenica scorsa in un boschetto.

La storia è stata rivelata dall’Hannoversche Allgemeine Zeitung. Gli inquirenti sono convinti che se non l’avessero subito arrestato, il presunto serial killer avrebbe continuato ad ammazzare, poichè nella community "Netlog" aveva cercato di contattare ragazzine di età compresa tra 10 e 16 anni.

La polizia ritiene che "Jan il macellaio", come è già stato ribattezzato dalla stampa popolare, abbia ucciso per puro piacere. Il ragazzo, che era pregiudicato, tossicodipendente ed alcolista, ha nel frattempo quasi demolito l’arredamento della cella del carcere in cui è rinchiuso.

Il difensore del presunto killer, Markus Fischer, ha preannunciato che il suo assistito "probabilmente venerdì prossimo confesserà, poichè intende scaricarsi la coscienza". Ad essere intimamente convinto della colpevolezza di Jan O. è anche il padre, che ammette di non essere riuscito a venire a capo dell’educazione del figlio fin da quando era bambino.

Quando era in seconda elementare, il ragazzino ha cominciato a picchiare gli altri bambini, prima di passare da adolescente ad un consumo smodato di alcol. Quando il padre gli suggerì di sottoporsi ad una terapia disintossicante, Jan lo minacciò di "bruciargli la casa". Il padre ha aggiunto di non avere più alcun contatti da cinque anni con il figlio.




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Caserta, arrestato killer dei Casalesi Era ricercato per un triplice omicidio

Il Mattino



 

CASERTA (25 novembre) - La squadra mobile di Caserta ha arrestato nelle prime ore di oggi Nicola della Corte, di 40 anni, affiliato alla fazione dei Casalesi capeggiata da Nicola Schiavone, figlio di Francesco, detto «Sandokan», uno dei capi storici della cosca.

Nei confronti di Della Corte è stato emesso dal Tribunale di Napoli, su richiesta della DDA partenopea, un'ordinanza di custodia cautelare in carcere con l'accusa di concorso nel triplice omicidio di Gianbattista Papa, Modestino Minutolo e Francesco Buonanno.

I tre secondo le risultanze della squadra mobile di Caserta diretta dal vice questore Angelo Marabito e coordinate dalla DDA, furono uccisi per vendetta in un agguato dopo essere stati attirati in un tranello. I corpi di due degli uccisi furono trovati dalla squadra mobile in un fosso profondo due metri scavato a poca distanza da una scarpata della superstrada Nola-Villa Literno, nelle campagne di Villa di Briano.

Minutolo, Buonanno e Papa furono uccisi per avere trattenuto somme di denaro derivanti dalle estorsioni nella zona di Grazzanise. Per il triplice omicidio sono stati già arrestati Nicola Schiavone, Roberto Vargas, Francesco Della Corte, divenuto poi collaboratore di giustizia, Eduardo Di Martino e Salvatore Laiso, anch'esso pentito, il cui fratello fu ucciso in 20 aprile di quest'anno per una vendetta trasversale.




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Cioccolato puro nelle etichette: non è così La Corte europea condanna l'Italia

Il Messaggero




BRUXELLES (25 novembre) - L'Italia è stata condannata dalla Corte di giustizia europea per avere autorizzato la denominazione «cioccolato puro» sulle etichette di prodotti di cioccolata che avrebbero dovuto segnalare anche la presenza di «altri grassi vegetali oltre al burro di cacao». I giudici hanno ritenuto che la normativa italiana «è idonea a indurre in errore il consumatore e a ledere il suo diritto ad un'informazione corretta, imparziale ed obiettiva».




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L'ultima verità sulla strage di Codevigo

Il Mattino di Padova


di Paolo Coltro



PADOVA. Il libro è già pronto: Codevigo nella storia e nella coscienza storica: 1866-1966, duecentosettanta pagine dense sulla storia di Codevigo, che diventeranno 350 con il corredi iconografico. Ma non esce per colpa del patto di stabilità, non ci sono i soldi. Il sindaco di Codevigo, Graziano Bacco, sta cercando uno sponsor a destra e a manca, e non è facile. Nell'attesa, siamo in grado di anticipare la parte più succosa del lavoro di Lino Scalco e della sua équipe: un centinaio di quelle duecentosettanta pagine riguardano infatti il fatto storico più saliente della secolare vita di Codevigo, comune padovano ai limiti della laguna, lo sbocco al mare patavino, con le sue valli Millecampi e Morosina.

Ma Codevigo è stata teatro involontario della strage: quella che dal 29 aprile al 15 maggio del 1945 ha segnato una pagina dolorosa della nostra storia nazionale. Una pagina a lungo nascosta, e poi indagata, più o meno superficialmente, sommersa e riemersa a seconda degli interessi di parte. Perché, quella di Codevigo, è stata una strage firmata dagli antifascisti Oggi, una lettura storica attenta, puntigliosa, super partes riesce a darne contorni precisi ed una ricostruzione attendibile. Possiamo dire che finalmente è stata scritta tutta la verità possibile.

Cosa succede in quei giorni del 1945? La Liberazione: l'Ottava armata britannica atrraversa il Po e marcia verso nord. Aggregato agli inglesi c'è anche il Gruppo di combattimento "Cremona", che fa parte del Regio Esercito e fiancheggia gli alleati. Ci sono anche i partigiani, quelli della 28ª brigata garibaldina "Mario Gordini", sotto il comando di Arrigo Boldrini, mitico capo dalle superiori capacità organizzative. E' importante sapere che sia gli effettivi del "Cremona" sia i partigiani sono tutti originari del ravennate. Arrivano a Codevigo il 29 aprile: liberatori ma anche, com'era comprensibile, giustizieri. Eliminano subito la fascistissima maestra del paese, Corinna Doardo, e altri due o tre neri locali. Sono eliminazioni senza processo. Il parroco di Codevigo, don Umberto Zavattiero, annota tutto nel chronicon.


Ma questo è solo l'inizio: l'eliminazione, purtroppo "fisiologica" dei fascisti locali è il primo passo di una resa dei conti che parte da lontano. Soldati del Regio Esercito e partigiani sono tutti di Ravenna e dintorni, e hanno parecchi conti in sospeso. Apprendono che camicie nere e formazioni repubblichine provenienti da Ravenna e provincia sono fuggite davanti all'avanzata alleata e poi si sono arrese ai CLN locali. Probabilmente hanno degli elenchi precisi, con nomi e cognomi dei tre gruppi di fascisti: la Guardia Nazionale Repubblicana e la brigata nera del presidio di Candiana, la Guardia Nazionale Repubblicana dei presidi di Bussolengo e Pescantina, nel Veronese. Vanno a prenderseli. Potevano? Forse no, ma lo fanno, in modo molto deciso.

I partigiani di Boldrini si presentano ai compagni che custodiscono i fascisti e se li fanno consegnare: promettono che li porteranno a Ravenna per processarli, li caricano sui camion e se li portano via. Non arriveranno mai a Ravenna, non ci sarà alcun processo: l'ultima fermata è Codevigo, la tomba sparsa dei fascisti. Sparsa: perché vengono ammazzati in luoghi diversi: nei campi, sugli argini del Brenta e del Bacchiglione, dentro a qualche casa colonica. I corpi sono abbandonati, o buttati in fiume. Sono tanti, e tutti senza documenti. La vendetta partigiana è una vendetta scientifica: cercata, voluta, programmata, eseguita. Ma non immotivata. Tra gli uccisi, come al solito, c'era di tutto: chi era vissuto di ideali e chi questi ideali aveva tradotto in potere, soprusi, violenze. I ravennati del "Cremona" e di Boldrini ricordavano bene le gesta degli squadristi e dei fascisti ravennati come loro: stupri, omicidi, spedizioni punitive compiuti nella provincia di Ravenna per anni e anni, dagli albori del Fascio di combattimento fino agli ultimi tempi.

Una resa dei conti, violenze da lavare con il sangue e la rabbia di chi ha subìto ed ora vince. Questi i fatti, sui quali per 65 anni non è mai stata fatta una completa luce. Ci sono state ricostruzioni, all'inizio opera della Destra, pesantemente di parte. Due le pubblicazioni-cardine sull'argomento: il libro di Gianfranco Stella, 1945. Ravennati contro, e un capitolo de I giorni di Caino, scritto con lugubre enfasi nera dal trevigiano Antonio Serena. Ora il lavoro di Lino Scalco aggiunge preziosi elementi di conoscenza, che riguardano le motivazioni e soprattutto i tragici numeri della strage. Queste che oggi diventano certezze, facendo evaporare le nebbie della propaganda da una parte e della volontà di silenzio dall'altra, sono il frutto di un lavoro capillare. Per la prima volta la ricerca è stata condotta in tutti gli archivi possibili, e sono emersi documenti fino ad oggi sconosciuti. Scalco, a Roma all'Archivio centrale dello Stato, e a Londra negli archivi militari di Kew Gardens a scovare la documentazione sulla strage resa subito nota dai Carabinieri e su un soldato neozelandese catturato, fuggito dalla prigionia e poi giustiziato a freddo dai fascisti proprio a Codevigo, e sul quale gli inglesi avevano aperto un'inchiesta.


L'ultima verità sulla strage di Codevigo



di Paolo Coltro

Ha scavato negli archivi abbandonati del Comune di Codevigo e della ex Pretura della Piove di Sacco, è riuscito a raccogliere le ultime testimonianze, ben 55, dei testimoni sopravvissuti. Ed è riuscito a dare una risposta ad una delle domande fondamentali: quante furono le esecuzioni? Se andate nei vari siti di destra e di neofascisti, trovate che le vittime dell'eccidio sono indicate in 365. La cifra è quella scritta da Antonio Serena, e rimbalza come una parola d'ordine senza alcun controllo, perché è imponente. Secondo uno dei testimoni citati, il cardiologo Luigi Masiero allora camicia nera, i giustiziati furono 600, e lo stesso Masiero cita la cifra di 380 nomi certificati dal medico che nel '45 vide i corpi e redasse i certificati, Enrico Vidale. Un documento dell'arcidiocesi di Ravenna cita addirittura la cifra di 900 morti. Giampaolo Pansa, nel suo Il sangue dei vinti, arriva a 160 vittime, ma è lui stesso a dire che la sua ricerca si è fermata al racconto di una vecchietta trovata al bar, che citava i ricordi della madre.

Una ridda di cifre false, supposizioni, esagerazioni. In realtà gli uccisi furono 136. Di questi 18 erano di Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove di Sacco almeno 64 residenti in provincia di Ravenna, e sugli altri non c'è certezza perché non sempre è stata possibile l'identificazione. Ma per la prima volta si ha un quadro chiaro di quest'episodio, della sua genesi, della sua durata e dei suoi effetti. Ecco la contabilità precisa: un primo rastrellamento in zona (Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove) porta alla cattura di 18 noti fascisti, tutti identificati. Il blitz a Candiana, a villa Albrizzi sede della Guardia nazionale Repubblicana fa 27 prigionieri: tutti militari, molti ravennati, con qualche donna e ufficiali (questi ultimi, secondo le disposizioni di allora, passibili di pena di morte); con la trasferta a Bussolengo (uno o due viaggi) si aggiungono altri 24 prigionieri, tutti con nome e cognome; con quella a Pescantina altri 8; in mezzo, altri rastrellamenti nel Padovano, prelievi dalle carceri: in totale 59 persone, tra cui altri ravennati. Si capisce che andavano a cercarseli, sulla base di elenchi trovati nelle sedi fasciste del Ravennate. In totale 136.
25 novembre 2010




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Rivoluzione contrattuale del pallone Il calciatore diventa aziendalista

La Stampa


Il nuovo contratto di Chiellini con la Juve chiude un’era, quella del finto dipendente. Tempo libero e espressione delle idee politiche: nulla sfugge ai dirigenti





MASSIMILIANO NEROZZI
TORINO


Con il contratto juventino autografato martedì sera da Giorgio Chiellini, la partita s’allarga a ventiquattro ore, e il campo alla vita di tutti i giorni. Dall’abbigliamento, politically correct, alle uscite in discoteca, dai messaggi su twitter alle cure mediche, le obbligazioni contrattuali disciplinano l’esistenza anche fuori dal prato: scarpe e uniforme ne fanno un calciatore, mestiere e quattrini (reciproci) un professionista. Dal modulo federale tipo, un prestampato da tabaccheria, si passa a un accordo di una decina di pagine, esaustivo nella trattazione e minuzioso nelle clausole. A occhio, il protopipo dei contratti che verranno, chissà se di quello collettivo che ancora non c’è, e per il quale Lega dei club e sindacato calciatori ancora bisticciano.

Di certo la firma di Chiellini un po’ di chiasso l’ha fatto, se ieri il vicepresidente dell’Assocalciatori, Leonardo Grosso, ne ha contestato la validità, per poi aggiustare la linea. Materia di duello, visto che il presidente della Juve, Andrea Agnelli, è tra i profeti della riforma, e l’avvocato Michele Briamonte, membro del cda bianconero, ha levigato articoli e commi. Chiello, poi, mica è uno qualunque: 26 anni, gli ultimi cinque passati alla Juve, fresca laurea in Ecomomia e commercio, è uno da spot. Sul campo e fuori: trave portante della difesa bianconera e della Nazionale, è finito sulla copertina del più popolare videogame di calcio (con Kakà). Anche se ieri voleva abbassare il volume: «Personalmente ho sempre sostenuto l’associazione calciatori e il mio contratto rappresenta un accordo che tiene in considerazione la complessità di un rapporto professionale come quello tra società sportive e calciatori di serie A». Complesso, appunto. Eccone le principali obbligazioni.

Le regole sul campo
Il giocatore ha l’obbligo di allenarsi, anche separatamente dal gruppo (prima era era vietato). E deve accettare le direttive e le decisioni tecniche dell’allenatore durante la partita, evitando commenti plateali.

Attività imprenditoriali e sponsor
Senza il consenso preventivo, e scritto, della società, il calciatore non potrà avviare un’altra attività professionale o imprenditoriale, come una pizzeria, o la pescheria di Gattuso, per esempio. Vietato partecipare ad attività potenzialmente sconvenienti per un atleta professionista, come le scommesse, il gioco d’azzardo e le serate in discoteca. Così come il club dovrà preventivamente autorizzare eventuali contratti individuali di sponsorizzazione.

Condotta di vita
Il codice etico e i regolamenti interni del club entrano nel contratto: il giocatore ha l’obbligo di seguirli, a pena di sanzioni. È richiesto un contegno di vita adeguato a un calciatore professionista e in linea con lo stile del club. Nella dittatura dell’immagine, un’occhiata all’abbigliamento: meglio se elegante o casual elegante, mai trasandato o tale da far trasparire preferenze politiche o ideologiche del calciatore. Da evitare condotte che possano far pensare a qualsiasi discriminazione razziale o ideologica.

Mass media
Divieto di fare pubbliche dichiarazioni senza l’autorizzazione del club: rientrano nella giurisdizione i siti web personali o i social network, da facebook a twitter.

Salute
Alle cure mediche ci pensa la società, a meno che il giocatore voglia scegliersi medici di fiducia: nel caso pagherà, e occorrerà l’assenso del club sulla loro professionalità.

Trattenute e multe
Infrangere le regole costerà caro, fino al 30% sulla retribuzione annuale e i premi. In caso di retrocessione o risultati che pregiudichino pesantemenre i ricavi della società, retribuzione e premi saranno ridiscussi: senza accordo, previsto il taglio del 30%. C’è la possibilità di applicare sanzioni contrattuali fino al 10% dello stipendio e dei premi annuali, con facoltà di cumulo. Massimo della pena: l’esclusione dalla rosa o la sospensione di permessi e ferie.




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Università, slitta la riforma

Corriere della sera

Alla Camera le opposizioni (più Gelmini e Alfano per errore) votano a favore di un emendamento di Fli

 

 

MILANO - Dopo essere finito sotto due volte martedì e una mercoledì a Montecitorio, il governo viene di nuovo battuto alla Camera su un emendamento di Futuro e libertà nel disegno di legge di riforma dell'università su cui l'esecutivo aveva dato parere contrario. L'emendamento all'articolo 16, di cui è primo firmatario Fabio Granata (Fli), è passato con 261 no, 282 sì e tre astenuti. L'approvazione dell'emendamento è stata accolta con applausi da parte dell'opposizione.

VOTO - Il voto finale di Montecitorio sul provvedimento, che era atteso nel pomeriggio, slitta a martedì, poi il ddl passerà al Senato. Il ministro Mariastella Gelmini, dopo la nuova battuta d'arresto alla Camera, ha riferito che l'emendamento approvato non è «particolarmente significativo, ma se saranno votati emendamenti il cui contenuto stravolge il senso della riforma, mi vedrei costretta a ritirarla». Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, coglie al volo l'idea del ministro: «Gelmini ritiri subito il ddl e iniziamo a discutere come correggere alcune distorsioni di questa legge e come trovare risorse per sostenere diritto allo studio e alla ricerca. Il ministro mi dà dello studente ripetente», ha aggiunto Bersani. «Domani metterò su internet il mio voto di laurea e di tutti gli esami sostenuti. Mi aspetto che Gelmini faccia altrettanto, compreso il giro turistico a Reggio Calabria», ha detto il leader del Pd riferendosi all'esame di Stato di abilitazione come avvocato che il ministro bresciano svolse nel capoluogo calabrese.

GELMINI E ALFANO - Tra l'altro i ministri Gelmini e Angelino Alfano per errore avevano votato a favore dell'emendamento, errore da loro stesso subito denunciato con richiesta di correzione del risultato della votazione. «Se anche i due ministri, seppure erroneamente, votano con le opposizioni è un buon segnale per chi in tutta Italia sta protestando», ha commentato Roberto Giachetti (Pd), ripreso però subito dal presidente di turno dell’assemblea, Rosy Bindi: «Non confonda le scelte politiche con la semplice distrazione, che può capitare anche a chi siede al governo».

SFIDUCIA - Dario Franceschini, capogruppo del Pd, ha commentato così il risultato: «I numeri per la sfiducia ci sono: si tratta solo di verificare la volontà politica di far cadere il governo». Ha replicato il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto: «La maggioranza non è in balia di nessuno. La verifica vera sull’esistenza o meno della maggioranza ci sarà il 14 dicembre: se ci sarà una maggioranza occasionale, provocatoria o raccogliticcia, chiederemo al presidente della Repubblica di tornare dal corpo elettorale». Secondo il ministro Alfano, «si trattava di un emendamento del tutto ininfluente rispetto alla legge, ma rientra in un copione: una o due volte al giorno bisogna far andare sotto il governo per dimostrare l'indispensabilità di Fli».

MARCEGAGLIA - Sul dibattito è intervenuta anche Emma Marcegaglia. Il presidente della Confindustria chiede «a tutte le forze politiche di approvare nel più breve tempo possibile la riforma dell'università, pur se è perfettibile, perché introduce elementi importanti per una governance più efficiente e per una migliore valutazione del merito. Sarebbe veramente inaccettabile che per litigi interni cadesse».

Redazione online
25 novembre 2010

Bersani sfida Gelmini: ecco i miei voti

Corriere della sera


Gelmini al leader Pd: «Studente ripetente». Lui mette i voti online e attacca: «Lo faccia pure lei»


MILANO - Il ministro dell'Istruzione in persona gli ha dato dello «studente ripetente», criticando la sua scelta di salire sui tetti della Sapienza. E Pier Luigi Bersani non l'ha mandata proprio giù. Orchestrando una replica degna di nota: la pubblicazione, sulla sua pagina Facebook, del libretto universitario. Una sfilza di 30 o 30 e lode e un solo 28.

«FACCIA ALTRETTANTO» - «Come promesso, ecco i miei voti del corso di Filosofia, Storia del Cristianesimo in cui mi sono laureato con 110 e lode» scrive il segretario dei democratici online. Invitando Mariastella Gelmini a fare la stessa cosa. Il guanto di sfida Bersani lo aveva lanciato al ministro già nell'aula di Montecitorio: «Pubblicherò su Internet tutti i voti di tutti i miei esami del mio corso di laurea. Mi aspetto che il ministro faccia altrettanto, completo di "giro turistico" a Reggio Calabria». Una dura replica alle critiche della titolare dell'Istruzione, che aveva bocciato l'iniziativa del leader del Pd di salire sui tetti con gli universitari. «Non si capisce se in veste di segretario precario del Pd, piuttosto che di studente ripetente» aveva detto il ministro a Mattino Cinque riferendosi a Bersani. «Il Pd - ha aggiunto la Gelmini - ha scelto di non discutere nemmeno la riforma, questa come quelle della scuola e della Pubblica Amministrazione. Ho stima di alcuni parlamentari del Partito democratico, che purtroppo rappresentano una minoranza e che si battono per le riforme. Ma oggi il Pd è quello di Bersani che, appunto, sale sui tetti».

IL LIBRETTO - «Studente ripetente» non è certo l'appellativo più appropriato per Bersani, stando almeno al suo libretto universitario. Tutti trenta, in alcuni casi cum laude, in materie come letteratura italiana, storia romana, medievale, moderna, del Risorgimento, storia della Chiesa, storia del cristianesimo, antropologia culturale, storia delle dottrine politiche, psicologia, storia della filosofia, della filosofia antica e medievale, filosofia della storia. Solo un ventotto, il voto più basso, in letteratura latina. A questo punto non resta che vedere se la Gelmini raccoglierà la sfida.


ecco i miei 30 e lode





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Lucarelli: "Fede picchiato da Giuliani perchè aveva presentato a Bettarini la moglie dell'industriale"

Quotidiano.net


Lo racconta la blogger Selvaggia Lucarelli sul suo sito. Il direttore del TG4, aggredito in un noto ristorante milanese, ha denunciato il  titolare del celeberrimo Amaro Medicinale


Milano, 24 novembre 2010


E' Gian Germano Giuliani, l'imprenditore 70enne del noto amaro medicinale, l'uomo che ha aggredito ieri sera in un ristorante a Milano Emilio Fede.

Lo ha confermato lo stesso direttore del Tg4, che aveva in un primo momento definito l'aggressore "amico di amici".

Il giornalista 79enne, preso a pugni in testa e faccia "senza motivo" nel ristorante, la Risacca 6 di via Marconi, ha riportato ferite guaribili in 20 giorni e ha dato mandato al suo legale, Nadia Alecci, di querelare Giuliani per lesioni gravissime e minacce di morte. ''Mi si è avvicinato, pensavo mi volesse salutare - ha
raccontato Fede - Invece senza alcuna ragione mi ha dato tre pugni in testa''. Il giornalista ha raccontato che stava cenando nel locale milanese con tre amici, marito e moglie e una loro amica, quando da un tavolo vicino Giuliani si è alzato per salutare uno dei suoi commensali e di qui l'aggressione.

L'imprenditore è stato subito bloccato dagli uomini della scorta di Fede e poi dai carabinieri, mentre il direttore del Tg4 è stato portato in ospedale. Non era la prima volta che il direttore incrociava Giuliani: ''lo conosco, l'ho visto qualche volta a Forte dei Marmi in estate e una a Milano, possiamo dire - ha spiegato - che è amico di amici''. Fede non ha alcuna idea del motivo dell'aggressione: ''mi sono chiesto 'fatti una domanda e datti una risposta', e ho pensato che sono mancato a una cena cui mi ha invitato''. ''Questo signore - ha proseguito Fede - può aver preso a dispetto solo una cena non confermata, ma sia con lui sia con la signora c'è sempre stata una storia di cordialità. Non c'è dietro nulla - ha sottolineato - che giustifichi una reazione simile''.

Intanto su alcuni siti internet, quali Dagospia, circola l'ipotesi che dietro l'aggressione a Fede si nasconda un affaire sentimentale che coinvolgerebbe l'ex calciatore Stefano Bettarini e la signora Giuliani, ma Fede ha detto di non sapere nulla al riguardo: ''Non so nulla di storie sentimentali, Bettarini non ha certo bisogno che gli presenti io le donne. Se la conosce, avrà conosciuto da solo la signora Giuliani''. 

Gian Germano Giuliani è sposato in terze nozze con un'ex commessa, Ilenia Iacono, di 38 anni. In precedenza, l'imprenditore era stato sposato in prime nozze con Bedy Moratti e in seconde con un'indossatrice: entrambe erano presenti alle nozze con la Iacono, celebrate nel febbraio del 2008 nella villa di famiglia di lui, a Brunate, sul lago di Como. ''Non voglio fare il martire - ha sottolineato ancora il giornalista - escludo motivi politici o sentimentali dietro questa aggressione''. Nonostante le botte e le lesioni subite, Fede oggi ha condotto comunque il Tg4: ''ho avuto la forza di andare in onda anche se ho straparlato, ho detto - ha scherzato - 'è come se avessi avuto una botta in testa'''. E ha concluso con un'altra battuta: ''Ora mi scusi, devo andare a cena. Con Giuliani e Bettarini...''

Sul suo sito, la blogger Selvaggia Lucarelli, ex moglie di Laerte Pappalardo, ricostruisce la vicenda sula base delle informazioni in suo possesso.
Visto che in materia di "risse al ristorante" da queste parti si è degli autentici luminari, ecco che dopo avervi spiegato i retroscena della lite tra Belen, Corona e il gentiluomo argentino che voleva vendere il famoso video hard, ora vi spiego pure cosa è successo esattamente ieri sera al ristorante "La Risacca 6" tra Emilio Fede e Gian Germano Giuliani. ( e, soprattutto, il perché)

Circa un mese fa su "Chi" uscì una chicca di gossip piuttosto ambigua che diceva più o meno così: "In questo periodo provate ad offrire un amaro Giuliani a Stefano Bettarini.... Vedrete che non gradirà l'offerta.".


La frase era sibillina, ma i fatti, a Milano, erano abbastanza chiacchierati: pare che Stefano Bettarini in quel periodo frequentasse , per motivi non meglio specificati, l'avvenente moglie cubana Ilenia (di 39 anni) del proprietario del famoso amaro Gian Germano Giuliani (che di anni ne ha 72) . Moglie che fu presentata a Stefano Bettarini indovinate da chi? Dal seguace del bunga bunga Emilio Fede, che, ahimè, è (ma forse sarebbe meglio dire "era") un carissimo amico del povero Giuliani.

Inutile dire che il patron dell'amaro, a Fede, gliel'aveva giurata. E siccome il tempo è gentiluomo ma gli uomini feriti nell'orgoglio lo sono un po' meno, ieri sera è successo che il tutto sia sfociato in una rissa pubblica. Emilio Fede stava cenando tranquillamente a "La Risacca 6" con Raffaella Zardo quando ha varcato la soglia del ristorante il Giuliani. Quest'ultimo non perde tempo: va incontro a Fede, gli dà due schiaffi e un pugno fatto bene e , secondo testimoni, pronuncerebbe le seguenti frasi: " Queste te le dovevo!" e poi: "E alla Rai ho già comunicato che se non mandano via Stefano Bettarini da "Quelli che il calcio" io lì non spendo più un euro in pubblicità!".
Arrivano i carabinieri, la scorta di Fede e il raffinato ristorante diventa una sorta di bar dello sport.





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Web radio e tv, in arrivo tassa per chi mette online

Quotidiano.net


In arrivo il regolamento dell'Agcom, che prevederebbe l'obbligo di una dichiarazione di inizio attività; sarebbero esclusi i blogger. Contrari Pd e Udc



Roma, 25 novembre 2010 - E’ in dirittura d’arrivo il regolamento dell’Agcom per le web tv e le web radio. Il provvedimento, avversato dall’opposizione e da buona parte del mondo di Internet, dovrebbe prevedere l’obbligo di una dichiarazione di inizio attività con un costo di autorizzazione ancora da stabilire.


Sarebbe già stata definita la parte riguardante le emittenti web lineari, cioé con palinsesto, mentre su quelle non lineari, cioe’ basate sull’on demand, sarebbe stato trovato un compromesso che prevede l’esclusione delle micro web tv, come quelle dei blogger, e la regolamentazione solo delle emittenti che svolgono un’attività in qualche modo paragonabile con quella delle altre piattaforme.


PD E UDC CONTRARI - "Sulla scia del decreto Romani si continuano a produrre danni, applicando a Internet le regole dei vecchi media. Lo dichiarano i parlamentari Paolo Gentiloni del Partito Democratico e Roberto Rao dell’Unione di Centro. “Ci riferiamo - aggiungono - ai regolamenti che Agcom sta per varare su Web TV e diritto d’autore”.
“Colpisce che l’Autorità che aveva criticato il decreto Romani perchè incoerente con il quadro comunitario e per il rischio di ‘interventi limitativi’ sulla rete, oggi si muova in quella scia. Non è giusto imporre alle Web TV una ‘tassa’ che denuncia un intento assurdamente punitivo. Non è accettabile - proseguono i due parlamentari - che il diritto d’autore nell’era di Internet sia demandato a un semplice regolamento amministrativo, al di fuori di un confronto pubblico e un coinvolgimento parlamentare, per di più ispirato a una logica restrittiva”.


“Ci auguriamo - concludono
Gentiloni e Rao - che Agcom consideri con maggiore attenzione i regolamenti in discussione, evitando di appesantire la rete con regole limitative e velleitarie”.

LA SIAE FAVOREVOLE - "Non conosciamo i contenuti delle nuove regole che l’Agcom intende proporre, ma se realizzeranno una tutela efficace e una valorizzazione dei diritti degli autori, editori, produttori dei contenuti veicolati nella Rete, ben venga l’intervento dell’Autorità Garante", dichiara in una nota il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini






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Che tristezza questo Mogol " politicamente corretto "

Libero








Mogol si pente e condanna all’oblio la frase di una delle canzoni più celebri del duo Mogol-Battisti. Parliamo di Emozioni, quando l'immortale Lucio, tutto d'un fiato, urla: "e guidare a fari spenti nella notte, per vedere se poi è tanto difficile morire"… Una frase, una canzone che, per i fan del cantante con la voce e la chitarra più graffianti d'Italia, è un pilastro della sua discografia. Mogol, però, dice che oggi " se potessi tornare indietro, non scriverei più quella frase". Lo ha dichiarato a margine di una manifestazione per la sicurezza stradale. Quindi, chi scrive, si augura che si tratti di una confessione dovuta più che di un sentito convincimento.

 La canzone incriminata - Emozioni è un fraseggio emozionante senza sosta. Quel passaggio incriminato, delirante finché si vuole, folle, stupido, diseducativo è forse l’apice. E come scordare, poi, che un poco più avanti nella canzone incriminata, lo stesso Mogol, autore di tutti i testi delle canzoni del primo Battisti, gli fa dire "e prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po' scortese, sapendo che quel che brucia non son le offese".




Allora, dobbiamo pensare, se Mogol partecipava a un seminario sulla violenza nelle strade o sul bullismo nelle scuole, avrebbe sconfessato quest'altro verso? La dichiarazione di Mogol suona tanto di revisionismo storico. Un'operazione di pulizia moralistica dei testi delle canzoni che si sa dove comincia ma non dove finisce. Basta pescare nella propria memoria le parole di alcune delle nostre canzoni preferite per scoprire che sono piene di frasi insidiose e politically uncorrect come quella di guidare a fari spenti per provare il brivido dell'imprevisto.

 Censura anche per Vasco, De André, Buscaglione - Il bersaglio più facile? Vasco Rossi. Se stiamo a scandagliare le sue canzoni ce n’è per tutti i gusti: pedofilia, masturbazione, droga. Vita spericolata, Fegato fegato spappolato: bastano i titoli e in base al ragionamento di Mogol andrebbero messe all’indice. Per non parlare di Gabry, dove lui fa l’amore con una minorenne ("è stata colpa mia, tu hai 16 anni ed io ed io… ma adesso spogliati, che voglio morderti, voglio sentire ancora il tuo piacere esplodere col mio") o di Albachiara (“qualche volta fai pensieri strani, con una mano una mano ti sfiori…"). Che dire di Fabrizio De André, che osanna le prostitute (Bocca di  Rosa), onora i suicidi (La Canzone del Miché) e insulta i giudici ("un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo vicino al buco del culo"). Persino un romantico e burbero Fred Buscaglione, in Piccola così, andrebbe censurato: “quattro schiaffi t’ho servito, tu m’hai detto disgraziato, la pistola mi hai puntato, ed un colpo mi hai sparato!". Mogol, ripensaci: vietare il proibito è battaglia persa. E i giovani, certo, non andranno a schiantarsi con la macchina per via di una canzone.

Michela Ravalico

24/11/2010





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Scontro Floris - Silvio : commento di Belpietro

Libero





Martedì sera, nella trasmissione Ballarò, è andato in scena il consueto attacco nei confronti del premier Silvio Berlusconi. Dopo la riscostruzione effettuata dalla trasmissione sull'operato del governo nel risolvere l'emergenza rifiuti in Campania, Silvio però non ce l'ha più fatta a sopportare.

Ha preso in mano il telefono e, ancora una volta, ha chiamato la redazione di Giovanni Floris. "Siete prepotenti e mistificatori", questa l'accusa del premier, che ha poi spiegato come "siamo intervenuti e abbiamo rimediato alla situazione attraverso la Protezione Civile".

Nella trasmissione di Rai 3 era presente il direttore del nostro quotidiano. Ascolta la sua opinione nel video-editoriale.





Emergenza rifiuti - "Le promesse circa l'emergenza rifiuti sono state assolutamente mantenute", ha sbottato il Cavaliere contestando il già citato servizio. Il conduttore ha quindi cercato di interrompere il premier per porgergli delle domande, ma Silvio si è diferso: "E' una tecnica che con me non funziona".

Ritorno di protesta - Berlusconi nella telefonata di martedì sera ha messo subito in chiaro le cose. Il suo nella trasmissione è stato "un ritorno di protesta". Il Cavaliere ha poi continuato sul caso di Terzigno, sottolineando come la promessa di risolvere l'emergenza rifiuti è stata mantenuta "con otto giorni di anticipo". Su Napoli, invece, "l'impegno è stato rispettato in tre giorni".

Servizio pubblico
- Infine l'affondo finale nei confronti di Floris: "Lei crede che la Rai sia sua, invece è pagata da tutti gli italiani. Siete dei mistificatori, è la solita tecnica che non può funzionare con me che di tv, se permette, ne so più di lei". E quindi il "click" del ricevitore, riattaccato da un premier infuriato.

La Rai si schiera con Floris - Per il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ieri sera Giovanni Floris è stato "corretto" nella gestione dell'intervento in diretta di Silvio Berlusconi. In generale, ha aggiunto il presidente, "non va bene che si conduca una sorta di campagna elettorale anticipata sulla pelle della Rai".
"Non è la prima volta che mi capita di esprimermi su una telefonata del Presidente del Consiglio a Ballarò, una trasmissione che, a mio avviso, rispetta quei canoni di pluralismo che sono cardine del Servizio Pubblico. Credo che, come in una precedente occasione in cui definiì impeccabile la sua conduzione, anche stavolta Floris si sia comportato in modo corretto nei toni e nei modi facendo il suo mestiere di giornalista e cercando di porre delle domande al Presidente del Consiglio che poco prima aveva annunciato la sua disponibilità a rispondere".

"Venga in studio" -
Secondo Giorgio Merlo, deputato del Partito democratico e vicepresidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai, "al di là degli schiamazzi e delle opposte tifoserie, adesso il presidente del Consiglio deve fare una cosa sola: accettare il confronto democratico e partecipare ad una puntata di Ballarò. Sarebbe il modo migliore per evitare ridicole ed imperiali irruzioni durante la trasmissione di Floris e, al contempo, misurarsi con altri interlocutori. Questo è l'unico modo per rispettare e difendere il servizio pubblico"

In occidente nessuna tv del genere - "La puntata di ieri sera di Ballarò, come molti altri fatti ormai ritenuti ordinarì nei nostri palinsesti televisivi, andrebbe studiata a lungo, e fatta conoscere, anche all’estero, per mostrare il livello di manipolazione e di aggressione in corso in Italia contro il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati". Il grido d'allarme è del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, che chiosa: "Non conosco un solo Paese occidentale in cui la politica in tv sia affrontata così: con questo livello di faziosità dei conduttori, con il metodo della rissa tra ospiti nel pollaio-studio, e con qualcuno a cui si tende regolarmente una trappola mediatica".

Lo sdegno di Bondi - "L'ultima puntata di Ballarò, ma non solo, dovrebbe spingere tutte le forze politiche a una riflessione seria sulla funzione e sui caratteri delle trasmissioni televisive dedicate all’approfondimento politico, soprattutto a partire dai programmi della televisione pubblica. Di questo passo viene letteralmente annientata la dignità della politica e la credibilità degli esponenti politici, a qualunque schieramento appartengano. Anche i conduttori televisivi di successo dovrebbero avvertire la necessità di ripensare il proprio ruolo nel rispetto di tutte le opinioni, con l’obiettivo di elevare e non di avvilire ulteriormente lo spessore della politica in Italia", così il ministro della Cultura, Sandro Bondi.

Trasmissioni orientate -
  Per Paolo Romani, il ministro allo Sviluppo Economico, "purtroppo in Rai ci sono solo trasmissioni molto oreintate". Il ministro ha rilasciato la dichiarazione a margine della presentazione della Fondazione per Roma 2020, ed ha poi aggiunto: "Non voglio passare per quello che parla sempre male del servizio pubblico, ma è una constatazione dei fatti. Riesce difficile per la nostra parte politica rimanere sereni".

Il precedente
- Il due giugno scorso ci fu un precedente. Un servizio di Ballarò sulla manovra economica del Governo fece infuriare il premier, che telefonò in trasmissione e l'esito della discussione fu simile a quello di martedì sera.







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Falsi invalidi a Napoli, s’indaga su 20mila permessi di sosta: boom a Fuorigrotta

Il Mattino


NAPOLI (25 novembre) - Una città con una valanga di permessi auto per disabili, come se qui gli invalidi raggiungessero cifre record. E stando all’ultima rilevazione, del 2008, Napoli risulta essere in cima alle classifiche dei pass per i disabilità, anche se 3 su 4 vengono clonati.

Ma ora i vigili indagano, per appurare se le persone coinvolte nelle inchieste sui falsi invalidi hanno anche usufruito illecitamente del contrassegno. I caschi bianchi stanno verificando i quasi 20mila nomi inseriti nell’elenco per scoprire chi sono i «furbetti» del pass, capaci di fingersi invalidi per ottenere la pensione e anche per parcheggiare liberamente


L'ultima trovata dei partenopei? I «grattini» in fotocopia



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Perché tu mi piaci, il video che fa impazzire la rete

Corriere della sera

Più di un milione e mezzo di visite in una settimana. Prodotto da giovani pubblicitari è uno spot sperimentale

 

MILANO - C'è uno spot che sta facendo innamorare la Rete. Racconta in poco più di un minuto una storia d'amore lunga una vita, che comincia con una lettera di un bambino a quella che diventerà la sua futura moglie. Una dichiarazione romantica, diretta, ingenua, senza secondi fini. Una promessa cui quel bambino resterà fedele fino alla vecchiaia, quando la sua Poldina dovrà affrontare la malattia. Perché tu mi piaci è un'idea di tre giovani creativi milanesi che con questo video, frutto di due giorni di lavoro “fatto in casa”, sono riusciti a rompere un tabù del mondo della pubblicità, dimostrando che uno spot può avere senso e forza anche senza prodotto e senza marchio.

 

 

PUBBLICITA' SENZA CLIENTI- La clip, caricata sul portale Vimeo il 17 novembre scorso, ha totalizzato in una settimana più di un milione e mezzo di visite. «Non abbiamo fatto altro che postarlo sulle nostre bacheche di Facebook e da lì si è diffuso a macchia d'olio», spiega il regista Davide Mardegan, 26 anni fra qualche giorno e co-fondatore dell'agenzia Cric insieme al coetaneo Clemente De Muro, autore del testo, e al ventottenne Niccolò Dal Corso, produttore esecutivo. Tutti e tre hanno già alle spalle una serie di esperienze in alcune delle più importanti realtà del settore ma hanno scelto di mettersi in proprio, sfidando la crisi e provando a fare qualcosa di diverso. Ovvero confezionare uno spot, parte di una campagna pubblicitaria articolata, non su commissione ma di propria iniziativa, proponendolo poi ad aziende potenzialmente interessate alla storia raccontata.

IL TEST - I nomi restano top secret perché le trattative sono ancora in corso. Ciascuno però, guardando il video, può facilmente immaginarseli. «Posso solo dire che abbiamo puntato in alto e che si tratta di marchi noti al grande pubblico», racconta Mardegan. Dopo averlo proposto ai direttori marketing, "giocando a carte scoperte", cioè avvisando che sarebbe stato visionato anche da altri possibili clienti, i tre decidono di testarlo sul web.

VIRALE - L'accoglienza va al di là di ogni aspettativa e ribalta il parere di illustri addetti ai lavori, che dopo averlo visto, lo avevano stroncato senza pietà, perché la gente non vuole vedere bambini e vecchi che stanno per morire, vuole essere spensierata. I contatti, invece, schizzano subito verso l'alto e i commenti entusiastici si sprecano. Il video viene cliccato in 147 paesi: praticamente in tutto il mondo. Qualcuno lo usa per dichiararsi davvero, qualcun altro lo manda via mail alla fidanzata, c'è chi trascrive il testo della lettera e lo pubblica sul proprio blog o sul proprio profilo Facebook. «Per noi tutto questo è già un successo» ammette il giovane regista. Ma la favola di questo piccolo capolavoro potrebbe non essere finita qui.

Elvira Pollina
25 novembre 2010

Aggredito in un ristorante milanese»

Corriere della sera

Emilio Fede denuncia: «Ho ricevuto due pugni in testa»  L'aggressore è Gian Germano Giuliani. Quello dell'Amaro



MILANO - E' stato Gian Germano Giuliani, imprenditore 70enne che produce il noto «amaro medicinale», a far passare un brutto quarto d'ora al direttore del Tg4 Emilio Fede, che ha raccontato di essere stato aggredito in un noto ristorante milanese. In un primo tempo Fede aveva omesso il nome dell'aggressore, definendolo solo «un imprenditore amico di amici». Successivamente è stato lo stesso giornalista a confermare all'Ansa il nome di Giuliani.

LA VICENDA - «Sono stato aggredito nel ristorante "La Risacca 6" di Milano ma non so assolutamente il perchè. Ho ricevuto due pugni in testa e in faccia», aveva dichiarato il direttore del Tg4 Emilio Fede che, dopo i colpi ricevuti, è andato in ospedale denunciando l'uomo per «lesioni gravissime e minaccia di morte». «I coraggiosi del ristorante non hanno visto niente - aveva commentato ironico Fede - Io conosco da qualche tempo la persona che mi ha colpito - dice - è un industriale farmaceutico con il quale, però, non ho avuto grandi frequentazioni. Nè ho mai discusso con lui in passato. Risalendo a screzi con questa persona, forse una sera mi ha invitato a cena e non sono andato». Dopo i pugni, racconta il giornalista, è «intervenuta la scorta, e poi i carabinieri per identificarlo. La gente ha testimoniato. Dopo l'aggressione, Fede si è affidato «come è giusto che sia, alla Procura che dovrá occuparsene a seguito della querela per lesioni gravissime e minaccia di morte».

LA VERSIONE DEL RISTORATORE - Diversa la versione di uno dei soci del ristorante, Giuseppe Carpignato: «Il direttore era a cena con alcuni ospiti in una tavolata. Uno dei suoi ospiti era in piedi vicino ad un altro tavolo e stava chiacchierando con un imprenditore che, tra l'altro, conosce bene e da anni Fede. Quando anche il direttore del Tg4 si è avvicinato a quel tavolo, hanno iniziato ad alzare la voce e l'imprenditore si è alzato ed ha allungato un cazzotto a Fede. Subito - racconta ancora il titolare del ristorante - la scorta di Fede ed altri ospiti del ristorante hanno diviso i due e la situazione è tornata tranquilla». Il direttore si è recato, riferiscono sempre dal ristorante, all'ospedale per accertamenti.

Redazione online
24 novembre 2010(ultima modifica: 25 novembre 2010)

A proposito di valori

di Alessandro Sallusti

 

La vi­cenda ci incurio­sisce perché è l’ennesimo tas­sello di un mo­do di concepire la politica ben lonta­no dai retorici e roboanti proclami moralisti, etici e legalitari di Fini e della sua fresca squadra di compagni

 

Una vettura di lusso, valore cento­mila euro, acquistata da An e messa a disposizione di Gianfranco Fini. Pec­cato che An non esisteva più da mesi e quindi sorge il problema di chi e per­ché ha speso tanti soldi (sottratti a bi­sogni più nobili e urgenti) che sono parte del patrimonio di un ex partito affidato, dopo la fusione col Pdl, alle cure di una Fondazione. Che quanto­meno ci sia sotto un pasticcio, è prova­to dal fatto che ieri, appreso che il Giornale stava per pubblicare la sto­ria, la berlina di lusso, una ammira­glia Bmw, è stata riconsegnata in fret­ta e furia dal presidente della Camera ai legittimi proprietari, cioè la Fonda­zione.

Non vogliamo girare il coltello nella piaga, né metter­la giù più dura di quello che è. Dirimere la que­stione sarà pro­blema­dei custo­di della cassafor­te aennina. La vi­cenda ci incurio­sisce perché è l’ennesimo tas­sello di un mo­do di concepire la politica ben lonta­no dai retorici e roboanti proclami moralisti, etici e legalitari di Gianfran­co Fini e della sua fresca squadra di compagni di avventura. Prima la que­stione dell’appalto Rai (un milione e mezzo di euro) che il presidente della Camera ha fatto avere alla suocera, una anziana signora che l’unica tv che conosce è quella del suo salotto di casa. Poi si è scoperto il caso Monte­carlo, un appartamento del partito svenduto al cognato via società of­fshore. E adesso pure la fuoriserie gra­tis. Se aggiungiamo che il giornale del Fli Fini se lo fa pagare da noi, con sol­di pubblici sottratti ai fondi per il vo­lontariato, direi che il nuovo che avan­za sa molto di vecchio. Il vecchio me­todo dei politici di vivere al di sopra delle loro possibilità a babbo morto. Cioè a spese altrui, a volte dello Stato, altre del partito (e non andiamo ol­tre).

Egregio presidente della Camera, la prossima volta che aprirà la bocca sui valori della nuova destra europea che lei pensa di incarnare, provi alme­no un filo di vergogna. Case, macchi­ne e televisioni Berlusconi, come tut­ti i suoi elettori, se li paga di tasca sua.

Qui niente munnezza» Il boss difende il fortino

Corriere della sera

Un cartello e il vicolo si trasforma in Lugano. Chi non ha la camorra usa le statue dei santi


Cattura


NAPOLI - Il cartello, scarabocchiato col pennarello nero, è tranquillamente perentorio: «NON mettete spazzatura». E in effetti funziona: quei dieci metri di Vicolo Lungo Trinità degli Spagnoli, in mezzo al rione Montecalvario da due settimane costipato di mondezza, sono lindi come un marciapiede di Lugano. «Eeeeh, perché quell'avviso l'ha scritto uno che ce lo poteva scrivere, e chi abita in zona lo sa», sospira Gianni, rassegnato e saggio. «È una questione di rispetto», aggiunge, tanto per precisione.

Lui è un brav'uomo che fatica e non cerca rogne, insomma uno che non se lo può permettere un cartello così. Infatti nella sua strada, Vico Lungo Concordia, vengono a buttare sacchetti e detriti da altri sette vicoli attorno: lui e i suoi vicini, sempre buoni e zitti. Quelli dei vicoli attorno si sono tolti pure i cassonetti da sotto casa, tanto la discarica ce l'hanno là dietro, dalle parti di Gianni. «Toccherebbe fare questione, ma ti vai a appiccicare soltanto, meglio di no».

La munnezza fa gerarchia nei Quartieri Spagnoli, «il pesce grande mangia il pesce piccolo». Chi non ha un vicino di rispetto, si affida ai santi. Mica per dire, alla lettera. Il rimedio era stato sperimentato già alla prima emergenza: una madonnina o un altarino nei paraggi bastano per far venire qualche scrupolo a chi si appresta a scaricare sotto a una finestra una montagna di schifezze. I Quartieri pullulano di statue e tabernacoli (gettonatissimo Padre Pio) che oltre a scacciare il Maligno allontanano il male che affligge Napoli da almeno quindici anni, questo magma di plastica, percolato e verdure marce che ogni tanto sembra sgorgare dal ventre della città per sortilegio. Veramente in via Speranzella ci sarebbe un'eccezione alla regola: un grande murale di Gesù con quattro cumuli di spazzatura proprio davanti. «Ma noi qua teniamo gli extracomunitari, e quelli so' musulmani», si giustificano nella strada.

Quelli di Vico Lungo Concordia avevano deciso di mettere su una cappella, una cosetta fatta bene, con cristalli luccicanti e neon verdini, bella quasi come quella tra Vico Mastrodotti e Vico del Consiglio, che oltre a Padre Pio benedicente sfoggia una fila di vasi con le piante a fare da barriera contro i sacchetti. «Ma ci hanno chiesto duemila euro, quelli della strada volevano metterci due euro a testa... e quando ci apparavamo?», mastica amaro Gianni. Pioggia e freddo spazzano la città e allontanano la paura di infezioni. Ma quella contro l'immondizia è una battaglia ciclica, ricomincia sempre da dove sembra sia finita. Sotto le finestre della scuola elementare Paisiello, in quel vico Montecalvario Primo che era stato ripulito ventiquattr'ore dopo l'intervento del Corriere, qualche manina ha riportato tavole di legno rotte e detriti dei cantieri. Passa una donna della zona e fa una faccia nauseata: «Stiamo sempre punto e daccapo, 'sti bastardi!».

Ci vorrebbe un po' di coscienza. O magari basterebbe un vigile urbano. Non è nemmeno questione di mezzi: soldi, in questi anni, ne sono stati buttati tanti. «Otto miliardi in quindici anni di commissariamento!», sbotta Lina Lucci, quarantenne tosta, segretario generale della Cisl campana in una città di radicati luoghi comuni maschilisti. Nel vento che sferza piazza Dante, guarda i sacchetti puzzolenti che non risparmiano più nessuno, oggi va un po' meglio nei Quartieri, molto peggio in altre zone, il disastro è trasversale e interclassista: «Mi domando come mai la Iervolino non chieda lo stato d'emergenza, come mai il governo non decreti lo stato d'emergenza, in questo che è un vero stato d'emergenza. Il governo ha un problema di immagine, ma la Iervolino?». Pochi metri più avanti c'è l'incrocio di via dei Pellegrini, una montagna di spazzatura e una bandiera tricolore piantata in cima come un oltraggio. Una signora con la spesa sottobraccio si ferma a insultare un fotografo, «è tutta colpa vostra», strilla, «noi non siamo così, ha ragione Berlusconi!». Sfila la bandiera dai rifiuti, la arrotola e se la porta via, chissà verso dove.
 
I napoletani sono stufi di questa storia e forse anche di loro stessi. In mattinata la pioggia inonda Agnano e i sacchi di munnezza galleggiano a pelo d'acqua come salmoni assassinati, Posillipo non si salva, al Vomero e all'Arenella la gente butta i sacchetti per strada, blocca la circolazione, insulta qualche dipendente dell'Asìa, l'azienda che dovrebbe far sparire questo schifo: si rischia la rissa, prima o poi succederà. La bandiera italiana sta diventando un'immagine chiave di questa crisi. «Metteteci su un bel tricolore», strilla uno dalla macchina su via Salvator Rosa, grande arteria che porta al Vomero, quartieri alti e buoni, dove i cumuli formano una specie di guardrail maleodorante. Nel mucchio ci sono peluche, pneumatici, perfino ciò che resta di un motorino forse rubato. Altre automobili rallentano, vedono fotografi e cronisti, la gente s'affaccia ai finestrini, ha voglia di farsi sentire, di usare il disastro collettivo per ricordare al mondo il proprio problema individuale: «Non vi scordate i parcheggi per disabili, io tengo due stampelle e non so dove mettere 'sta macchina», grida una donna coi capelli grigi.

La mondezza è una calamita delle proteste, l'altro giorno gli operai dell'Astir senza paga inseguivano la commissione europea venuta a indagare sul disastro ambientale. I napoletani strillano «noi ci siamo!», arrampicati sopra cumuli di spazzatura. Il presidente di Legambiente, Michele Buonomo, dice che nelle discariche campane c'è disponibilità «per un milione e centomila tonnellate di rifiuti». A Napoli e provincia ce ne sono a terra diecimila: «Non sposterebbero niente, in quelle discariche, diecimila tonnellate in più. Ma tutti litigano con tutti, cominciarono Bassolino e De Luca». L'ultima condanna è questa babele continua, questa rissa che avvelena come percolato: e che rischia di lasciare Napoli tutta sola, coi suoi santi e i suoi padrini.

Goffredo Buccini
25 novembre 2010

Pontone sfugge alle domande: "Sentite altri, io non parlo..."

di Redazione

 

Sulla berlina da 100mila euro comprata a marzo dalla già disciolta An, il senatore preferisce non parlare: "Il comitato di gestione in carica può dare una notizia del genere, io non sono abilitato". E sfugge alle domande del Giornale

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

 

Senatore Franco Pontone, si ricorda dell’acquisto di una Bmw 750 da parte di An? Parliamo di marzo scorso.
«E perché volete saperlo?»

Ci è arrivata notizia che il comitato di gestione avrebbe trovato traccia dell’acquisto per una cifra ingente di quest’auto. Volevamo sapere se lei, che a marzo era presidente, sa nulla di questo affare.
«E il comitato di gestione non può chiederlo a me?»

Certo, ma noi non parliamo a nome del comitato, siamo giornalisti: vogliamo verificare la notizia.
«Io, guardi, se parla del comitato di gestione, penso che il comitato di gestione in carica può dare una notizia del genere, io non sono abilitato».

Non è abilitato, ma può confermare che è stata comprata una Bmw a marzo?
«Guardi, sto dicendo che dovete farvelo dire dal comitato di gestione in carica, io non sono più in carica, non mi interesso più di niente».

E non sa dirci nulla di quest’auto, a che serviva?
«È una questione di delicatezza. Il comitato che è in carica ha tutte le carte, tutti i possedimenti, tutte le cose acquistate o non acquistate. Io non sono tenuto, sono fuori dalla gestione. Se io fossi in carica vi avrei detto “sì”, “no”. Poi dovrei vedere dalle carte cosa abbiamo comprato o non abbiamo comprato».

Noi volevamo sapere se se ne ricordava: è un acquisto abbastanza consistente, sui 100mila euro, una grossa macchina. Volevamo capire qual era la finalità.
«Scusi uno piglia la macchina, perché piglia una macchina: per usarla, no?»

Ma era destinata a componenti del partito? A chi?
«Chiamate il comitato di gestione. Per cortesia».

Patrimonio An, indagini del Giornale E Fini è costretto a restituire la Bmw

di Redazione

 

Dopo la casa, la fuoriserie: il leader Fli invece dell’auto di Stato utilizza una berlina da 100mila euro comprata a marzo dalla già disciolta An Gianfranco fiuta il nuovo scandalo e manda avanti il fedelissimo Lamorte, che però fa autogol: "Da oggi la vettura torna in uso al partito".

 

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Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica


Centomila euro e non passa la paura (di un nuovo scandalo). Tanto è costata l’ammiraglia iperaccessoriata acquistata nel marzo scorso, non si sa bene a quali Fini e su mandato di chi, dall’ormai disciolta An.
A quale esigenza doveva rispondere il di-partito Alleanza nazionale comprando quella Bmw 750 nera, tremila di cilindrata, a una cifra sbalorditiva, un terzo di quanto incassato dalla (s)vendita di Montecarlo, soprattutto considerata la fame di soldi di altri «eredi» del patrimonio, come per esempio il Secolo d’Italia in perenne carenza di danari?

Più indizi, come per l’affaire del Principato, tiravano in ballo direttamente il bisogno di mobilità di Gianfranco Fini. Strano «bisogno», visto che il presidente della Camera ha già in uso auto di Stato e autista. Eppure a confermare il tutto, ossia che la terza carica dello Stato andava in giro su un’auto comprata ad hoc da An (partito in liquidazione, ripetiamo, nel quale Fini ovviamente non ricopre più alcuna carica), ieri pomeriggio, è arrivato il coming out del finiano Donato Lamorte. Che poche ore dopo le telefonate del Giornale per chieder lumi sulla vicenda all’ex tesoriere Francesco Pontone (che declinava l’invito a ricordare quell’acquisto) e alla di lui segretaria Anna Molino (irreperibile in via della Scrofa), dettava alle agenzie un precipitoso tentativo di salvataggio in corner.

Preventivo e, soprattutto, non richiesto. «I solerti segugi del Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, non ce ne vogliano se roviniamo il presunto scoop scandalistico cui si stanno da qualche tempo dedicando. L’autovettura di servizio utilizzata dal presidente Gianfranco Fini non è di proprietà della Camera dei deputati bensì di Alleanza nazionale, e al riguardo il Comitato di gestione dei beni del partito non ha avuto fino a oggi alcunché da obiettare». Insomma, una clamorosa ammissione, diluita cercando di accostare l’onerosissimo acquisto alle «numerose proprietà immobiliari di An utilizzate dal Pdl senza versare alcun canone di affitto». Strana obiezione: l’auto è stata comprata nuova lo scorso 11 marzo, le proprietà di An erano già nel patrimonio del disciolto partito.

Sembra la solita, infelice e arronzata strategia mediatica già adottata dai finiani per arrampicarsi sugli specchi durante l’affaire immobiliare monegasco. Il bello è che, appunto, il Giornale non aveva ancora scritto una riga e già Lamorte corre a darci soddisfazione, spiegando che «poiché è doverosa la massima trasparenza, l’autovettura torna oggi stesso (per espressa volontà dell’onorevole Fini) nella disponibilità esclusiva del Comitato di gestione». Ma la trasparenza non era già doverosa a marzo scorso, quando il tesoretto di An è stato alleggerito per comprare l’inutile automobile? Se invece serviva, ed era tutto trasparente, come mai tanta fretta nel restituirla al comitato di gestione?

Proprio dal comitato di gestione, nei giorni scorsi, erano nate le prime domande su quella strana voce iscritta nei libri contabili lasciati dall’ex presidente Pontone al suo successore Franco Mugnai. A fine settembre, il nuovo comitato, procedendo allo screening dei beni mobili e immobili della futura «fondazione An», spulciando il «consuntivo» di Pontone scopre che per la modica cifra di 97.740,00 euro qualcuno poteva andarsene in giro a bordo d’una fiammante Bmw 750 benzina, «tremila di cilindrata, 240Kw di potenza, immatricolata l’11 marzo 2010, intestata ad Alleanza nazionale, via della Scrofa 39, Roma, codice fiscale 80204110581».

A che pro questa spesa, si sono chiesti i senatori Pdl ex An? Chi ha ordinato l’acquisto? Chi ha in uso quell’auto da otto mesi? Un parlamentare? Familiari, parenti o amici di un parlamentare? E come mai, come per la casa di Montercarlo dove vive il giovin Tulliani, nessuno in An sapeva nulla di questo affare a quattro ruote? Ma soprattutto, se An è sostanzialmente in liquidazione, e se il tesoro è diviso tra le due anime degli ex militanti, che senso ha comprare un’auto di rappresentanza per un partito che non rappresenta più nessuno? Inizia così la caccia alla Bmw. Per capire dove diavolo sia finita la macchina si seguono chiacchiere, soffiate, pettegolezzi. Il Giornale intercetta l’indiscrezione e si imbatte subito in Gianfranco Fini come probabile «utilizzatore finale» della bella berlina tedesca. Scopriamo infatti che l’auto, la cui targa comincia per EB54, è in effetti intestata ad An da marzo di quest’anno, e che Fini, da presidente della Camera, l’ha certamente utilizzata, pur non avendone alcun titolo.


Proprio per capirne di più abbiamo provato a parlare con la segretaria di Pontone, Anna Molino, nelle cui mani sarebbero improvvisamente tornate le chiavi, consegnate da due autisti dipendenti da An e ora appiedati. Ma la Molino è «fuori ufficio», spiegano in via della Scrofa. Pontone invece risponde al telefono, ma si trincera dietro a una serie di «non risposte» e spiega di non «poter» parlare (come leggete nell’intervista qui sotto). Parla invece «spontaneamente», come abbiamo visto, Donato Lamorte. Che conferma quanto scoperto dal Giornale. Ma non chiarisce un altro dettaglio: chi guidava quell’ammiraglia comprata con i soldi di Alleanza nazionale? Forse i due autisti - P. e L. - anche loro stipendiati dall’ex partito?


Un bell’aggravio inutile per il tesoretto della fu An: nel garage della Camera per mesi ha riposato l’ammiraglia destinata al primo inquilino di Montecitorio, e il servizio era comprensivo di chauffeur. Chissà se l’imbarazzata ironia di Lamorte è condivisa da un’altra finiana, Flavia Perina, che ha accusato il Pdl di voler chiudere i rubinetti al «suo» Secolo d’Italia. Magari quei centomila e passa euro le avrebbero fatto comodo.