martedì 23 novembre 2010

Immagini pedopornografiche ma virtuali: primo caso di condanna

Corriere della sera

Due anni e 2 mesi a 47enne. Nel suo pc immagini disegnate come cartoni ma elaborate da sembrare vere

A MILANO

Immagini pedopornografiche
ma virtuali: primo caso di condanna


MILANO -Un uomo di 47 anni dovrà scontare due anni e due mesi di reclusione per pornografia virtuale. La condanna, la prima di questo genere in Italia, è stata decisa dal tribunale di Milano in base a una legge introdotta nel 2006. Nel suo pc l'uomo aveva materiale pedopornografico, ma di carattere virtuale, ossia immagini e video con scene disegnate come cartoni animati ed elaborate al computer, che riproducevano rapporti sessuali con bambini fino al punto di sembrare vere.

COSA SI INTENDE PER «IMMAGINI VIRTUALI» - Nel corso di una perquisizione avvenuta nei mesi scorsi nell'abitazione del 47enne, gli inquirenti avevano trovato nel suo computer una ingente quantità di video e file pedopornografici. In seguito a una consulenza disposta dal pm di Milano, Giancarla Serafini, che ha coordinato l'inchiesta, l'accusa aveva contestato la detenzione e la diffusione di un video e 1.635 file (che erano cancellati), con immagini reali. Inoltre, il pm aveva contestato la detenzione di 6.990 immagini e 36 video di carattere pedopornografico ma virtuale. In sostanza, si trattava di scene stilizzate e disegnate come cartoni animati, ma a tal punto elaborate da apparire vere, anche se non reali. Stando alle indagini l'uomo avrebbe scaricato le immagini virtuali condividendole in alcuni siti di file sharing. Nei giorni scorsi, la nona sezione del tribunale di Milano lo ha condannato a due anni e due mesi con rito abbreviato, riconoscendo anche il reato di pornografia virtuale, introdotto dalla legge 38 del 6 febbraio 2006. In particolare, il 'reato 600 quater' stabilisce che le norme sulla pornografia minorile «si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori (...) o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo». Il nuovo reato chiarisce inoltre che «per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali». (Fonte Ansa)


23 novembre 2010




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Trent'anni dal terremoto: in consiglio regionale commemorazione disertata

Corriere del Mezzogiorno


regione campania, pochissimi in aula / 1980/2010 Guarda le foto della catastrofe


Silenzio in aula, ma non per cordoglio: non c'è praticamente nessuno. Mastella parla da sola
E De Mita in giunta: recuperare il senso di comunità



La commemorazione del terremoto in consiglio regionale

La commemorazione
del terremoto in consiglio regionale


NAPOLI - Un minuto di silenzio per commemorare le vittime del sisma dell'Ottanta? No, molti di più. Anzi, quasi silenzio totale. Non è una scelta di stile antiretorico, l'afasia sull'indicibilità del dolore, ma l'effetto dell'indifferenza di un consiglio regionale e di una classe politica che evidentemente non dà molta importanza alla memoria.

MASTELLA PARLA DA SOLA - Molti minuti di silenzio, dunque, non per aumentare il cordoglio, semplicemente perché in aula non c'è nessuno. Sparuti consiglieri che si contano sulle dita di una sola mano sono anche distratti. Quando Sandra Mastella parla, praticamente da sola, circondata da un vuoto totale, i pochi presenti chiacchierano tra loro. La scena di questo interno è la fotografia anche dell'esterno della regione. Dentro il vuoto per il terremoto di trent'anni fa, fuori il vuoto per il terremoto dei rifiuti.

E DE MITA: RECUPERARE SENSO DI COMUNITA' - In giunta regionale l'appello del vicepresidente Giuseppe De Mita: «Basta polemiche e letture volgari di quelle vicende. Le sentenze passate in giudicato rappresentano la verità storica e umana. Adesso è tempo di recuperare il senso di comunità». Appunto. Magari a partire dal consiglio.

Natascia Festa
23 novembre 2010




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Gli "impagliasedie"al tempo d'Ikea «Sopravviviamo coi nostri segreti»

Corriere del Mezzogiorno

 

A Napoli sono in pochi a praticare la professione, come Gennaro Trapani: «Tramandiamo l'arte in famiglia»

 

 

NAPOLI - Impagliare le sedie è uno degli storici mestieri napoletani. In via d'estinzione? Per nulla al mondo. Gli «impagliasegge» partenopei hanno un segreto: tramandare l'arte di generazione in generazione, di padre in figlio, senza svelare i «trucchi» della professione a nessuno (per paura della concorrenza). E hanno una fortuna: che a Napoli vi siano diverse case con mobilio d'antan, specialmente sedie che dopo qualche annetto avrebbero bisogno di «revisione».

Una delle più singolari sedi dove questo mestiere sopravvive nel capoluogo partenopeo è l'esigua bottega di Gennaro Trapani nella rotonda intitolata nel 2002 a Madre Teresa di Calcutta, tra via Tasso e via Aniello Falcone, salendo da Chiaia al Vomero. Un piccolo antro soffocato dalle sedie accatastate, dove si forniscono, all'occorrenza, anche servizi idraulici. Quasi una grotta, umida e suggestiva, in cui il legno la fa da padrone. Fino a 40 anni fa funse da pompa di benzina; molto prima, agli inizi del '900, era un deposito di segatura. C'era il tram che saliva per via Tasso e arrivava al Vomero; la segatura serviva nei giorni di pioggia a rendere meno scivoloso il tragitto del mezzo di trasporto.

La tecnica più «in voga» tra i non molti impagliatori in città (se ne trova un numero maggiore in provincia) è la cosiddetta «viennese», tipica per le sedie d'inizio '900: un'intelaiatura di vimini, dura e cesellata a mano, che rilascia piccoli quadratini di forma esagonale. Ci vogliono tra le 3 o 4 ore di lavoro per giungere a un risultato soddisfacente; il prezzo, in media, si aggira sui 25 euro. «Non si guadagna molto facendo questo mestiere - ammettono dalla bottega di via Tasso - ma siamo sempre al servizio dei clienti e il solo fatto che si rivolgano a noi per una necessità non così primaria e non così moderna, ai tempi d'Ikea, ci rende felici».

 

Marco Perillo
23 novembre 2010

La Russa, si scontra con la Berlinguer sui rifiuti e lascia lo studio

Il Mattino


ROMA (23 novembre) - Si parla di rifiuti, a Tg2 Linea notte, l'approfondimento di RaiTre in onda verso mezzanotte. In studio Ignazio La Russa, Paolo Cirino Pomicino e il direttore di Europa Stefano Menichini. Bianca Berlinguer domanda al ministro qual è la situazione a Salerno e le cause della lite campana tra Carfagna e Cosentino. La Russa, durante l'intervento di Menichini, perde le staffe. Si alza, si toglie il microfono e se ne va.








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Ha tre mesi di vita», e lui spende tutto Ma la diagnosi era sbagliata

Corriere della sera


La storia del comico Dave Ismay, sessantaquattrenne originario della cittadina inglese di Ashby-de-la-Zouch

 

HA STILATO UNA «Bucket list» E MESSO MANI AI RISPARMI DI UNA VITA 


Dave Ismay con la sua «Bucket list»
Dave Ismay con la sua «Bucket list»
MILANO
- Proprio come nel film Non è mai troppo tardi, quando ha saputo dai dottori che aveva solo 3 mesi di vita, il comico Dave Ismay non si è fatto prendere dallo sconforto, ma ha deciso di stilare la «Bucket list» (letteralmente «la lista di chi sta per tirare le cuoia»), l'elenco delle cose più importanti da fare prima di morire. Imitando Jack Nicholson e Morgan Freeman, i protagonisti del film girato nel 2007 da Rob Reiner, il sessantaquattrenne originario di Ashby-de-la-Zouch, cittadina inglese nella contea del Leiceistershire, ha realizzato ambiziosi e costosi desideri spendendo buona parte dei risparmi di una vita. Dopo dieci settimane, la sorpresa: nuovi esami dimostrano che la precedente diagnosi mortale era sbagliata e il comico scopre di non essere in pericolo di vita.

DIAGNOSI MORTALE - La disavventura di Dave Ismay è cominciata qualche mese fa quando i dottori gli hanno diagnosticato una grave forma di cirrosi epatica. L'ex comico televisivo, che ha a lungo lavorato con Bob Monkhouse, uno dei più celebri attorI britannici, è rimasto alquanto stupefatto dalle analisi visto che non è un grande bevitore e che ha smesso di fumare quando aveva 40 anni. Tuttavia ha accettato la dura realtà e ha pensato di redigere la «Bucket list> per realizzare gli ultimi sogni della sua vita.

Tra questi ce n'erano alcuni, come portare la nipote a Villa Park, che non gli sono costati molto. Altri invece sono risultati effettivamente più ambiziosi: il comico ha speso oltre 30.000 euro per comprare una Mercedes, ha prenotato una partita di golf nell'esclusivo al K Club, a Straffan, in Irlanda e ha scritto un libro intitolato «Bob Monkhouse Unpublished» che racconta la sua esperienza a fianco del grande comico televisivo britannico. Inoltre ha deciso di salire «per l'ultima volta» sul palcoscenico interpretando «Mother Goose» (Mamma Oca) in uno spettacolo teatrale al Reddtich Palace Theatre, nell’omonima città britannica.

LA SORPRESA - L'ultimo desiderio presente nella lista era l'immortalità, che sebbene irrealizzabile, è stata di buon auspicio per il comico. Proprio quando quasi tutti i desideri dell'elenco sono stati portati a termine, è arrivata la buona novella. La nuova diagnosi ha stabilito che Ismay soffre di emocromatosi, una malattia ereditaria che determina un progressivo accumulo di ferro nell'organismo, ma che può essere curata tranquillamente con delle periodiche trasfusioni.

Dopo la felice notizia il comico non solo ha soddisfatto gli altri desideri (realizzabili) presenti sulla lista, ma ne ha aggiunto anche un altro: ha prenotato un lungo viaggio in Australia con sua moglie Dobie: «Adesso non bevo quasi nulla e non mangio più carne rossa - ha dichiarato il sessantaquattrenne al Daily Mail - Presto dovrò subire le trasfusioni sola una volta ogni sei mesi e non vedo l’ora di potermi concedere anche un buon bicchiere di vino bianco. Quando ho scritto immortalità nella lista, pensavo che raggiungerla fosse impossibile, invece non era poi così lontana come immaginavo».

Francesco Tortora
23 novembre 2010



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Afghanistan: Karzai e gli Usa imbrogliati dal falso capo talebano

Corriere della sera


Per mesi americani e governo locale hanno pensato di stare trattando con un leader vicino al mullah Omar


WASHINGTON(USA) – Hanno caricato il mullah Mansour su un aereo della Nato e lo hanno portato a Kabul per un meeting segreto con il presidente afghano Karzai. Gli hanno anche dato del denaro ritenendo che fosse un dirigente talebano in grado di condurre una delicata trattativa. Per mesi, gli americani e il governo locale hanno pensato di aver in mano una buona carta, un personaggio vicino al leader degli insorti, l’imprendibile Omar. Ma dopo il terzo incontro, hanno scoperto che il mullah Mansour era probabilmente un impostore che ha preso in giro tutti.
L'IMBROGLIO - L’imbroglio è emerso – come ha rivelato il «New York Times» - dopo un incontro a Kandahar. Un uomo presente al meeting e che aveva conosciuto il vero Mansour dice agli americani: «Non mi sembra lui». Da quel giorno il fantomatico mullah non si è fatto più trovare. Lo hanno contattato chiedendogli di tornare ma il misterioso personaggio si è tenuto alla larga. Ma chi si nasconde dietro Mansour? Gli afghani, vittime del gioco, insistono che è davvero un mullah. L’intelligence Usa non esclude che possa essersi trattata di una manovra del mullah Omar per carpire informazioni e confondere i nemici. Altri ancora ipotizzano un’azione dei servizi pachistani, il temuto Isi. Islamabad potrebbe aver montato l’operazione per disturbare eventuali trattative dirette con i talebani. I pachistani, infatti, pretendono che qualsiasi negoziato debba svolgersi sotto la loro egida. E’ già successo in passato che l’Isi abbia arrestato figure importanti dei ribelli – come il famoso mullah Baradar – proprio per ostacolare i contatti avviati.
DIALOGO DIFFICILE - Nell’articolo il «New York Times» ha ricordato come il comandante delle forze Usa, generale David Petraeus, avesse parlato in termini positivi dell’apertura di un dialogo con i talebani: a suo giudizio era un segnale che la guerriglia sentiva la pressione militare alleata e dunque era più disponibile a parlare. Tesi respinta, anche di recente, dal mullah Omar. Al misterioso Mansour afghani e americani sono arrivati attraverso un intermediario. E dopo il primo incontro hanno mostrato la sua foto ad alcuni ribelli catturati che hanno confermato la sua identità. Quindi sarebbero seguite altre verifiche ma che sono servite a poco. Un mese fa – ha poi aggiunto il quotidiano – la Casa Bianca era intervenuta sul giornale chiedendo che non fosse pubblicato il nome di Mansour in un articolo dedicato alla trattativa sostenendo che lo avrebbe messo in pericolo. Nello stesso «pezzo» si parlava di altri due talebani che avevano accompagnato il mediatore ma non è chiaro chi fossero. La storia – in attesa di avere maggiori particolari – suscita non pochi interrogativi sul modo di procedere di afghani e americani. Anche se non saremmo sorpresi se dovessero emergere ricostruzioni diverse.
Guido Olimpio
23 novembre 2010




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Giuliano, a 16 anni schiavo della coca: «Io, da pusher dei vip a boss in fuga»

Il Messaggero




di Claudio Marincola

ROMA (23 novembre) - Quando i suoi coetanei andavano a scuola e dovevano avvisare casa se tardavano mezz’ora, lui girava l’Europa in cerca di clienti e cocaina. Schiavo a 16 anni di una polverina bianca. Costretto un giorno a infilare tutto quello che aveva in uno zaino e a metterci dentro anche la propria vita. Via da Roma, via da tutti. Un baby latitante in fuga dalla polizia. In Spagna, lontano. Dagli amici, dai genitori, da tutti i suoi punti di riferimento. Giuliano, capelli a spazzola, sguardo da duro, era poco più di un ragazzino. «Volevo mettere da parte un piccolo capitale nel minor tempo possibile - racconta - fare un grande regalo ai miei tutti e due malati: farli operare».
Li avrei sistemati per sempre e io mi sistemavo con loro».

Non è una storia da Libro Cuore la sua. Anzi. Non è scappato per cercare il padre. E’ la storia della sua adolescenza, quella di un bambino diventato adulto senza passaggi intermedi. Un ragazzino finito in una gigantesca rete che ormai pesca a strascico e non risparmia neanche le prede più piccole.

Prenestino. Giuliano si procurò i documenti falsi e se ne andò. «Sono cresciuto al Prenestino, tra Centocelle, Tor Bella Monaca e Torre Angela, quartieri dove si cresce in fretta» dice. «La mia famiglia? Non era una famiglia normale, era ... troppo “normale”, come poche se ne trovano al giorno d’oggi». «A 12 anni ero il figlio dal quale i miei genitori si aspettavano tanto. Che studiassi e facessi una vita normale e regolare. Che andassi a giocare con gli amici, che portassi a casa la prima fidanzatina. Invece le cose non sono andate così. Prima è morto mio nonno, l’uomo che mi ha fatto da padre mentre i miei sgobbavano per portare lo stipendio a casa. Poi la sorella di mia madre, praticamente la mia seconda mamma, mentre era incinta di mio cugino: così in un colpo solo ho perso entrambi».

Il colpo di grazia arriva con due notizie una dopo l’altra: mamma ha un tumore e papà deve operarsi per mettere 3 by pass».

La vita di Giuliano cambia radicalmente. Smette di essere l’alunno, il bravo ragazzino che era alle Medie, il figlio più piccolo e coccolato. Abbandona la scuola e la scuola abbandona lui. «Ce l’avevo con il mondo, con un Dio che non trovavo più. Con tutti quelli che intorno a me continuavano a sorridere...», racconta ora che è diventato maggiorenne e ha pagato un prezzo molto caro.

La “retta”. Cominciò a lavorare in un bar, poi in un altro, sempre pagato in nero. «I miei mi hanno sempre fatto rigare dritto, tenendomi lontano dai guai. Ma quando i guai sono arrivati dentro casa e all’esterno nessuno poteva aiutarci, ho fatto di testa mia». Ovvero? «Voglio dire che spesso si fa più fatica a vivere onestamente che a commettere reati. Che i miei non avrebbero mai permesso che lasciassi la scuola, e invece cominciai a “fare sega” quasi tutti i giorni cercando la soluzione ai miei problemi nei posti meno adatti».

Qualcuno più grande e smaliziato gli fa la proposta indecente: «“Se ci fai la “retta” ti paghiamo bene”, Avrei dovuto tenere nascosta in casa la droga “puoi dormire sereno perché sei minorenne e non ti fanno nulla”, mi rassicurarono e alla fine il gioco si rivelò interessante e proficuo».

Giuliano è un ragazzo robusto, (è alto 1,78 mt e cerca di tenersi in forma). Uno che nella vita ha sempre mostrato i bicipiti anche quando non li aveva scolpiti come ora. Saltò al secondo livello. «Mi proposero di vendere la droga. Vedevano in me lo spacciatore ideale: perfetto il modo di vestire, di camminare, («mi è sempre piaciuto darmi un tono, essere trendy», ammette).

13 mila euro in 4 giorni. «La prima volta che mi decisi a fare il i pusher gente molto più grande di me mi fece una lezione gratuita di preparazione e confezionamento; mi mise in mano un etto di coca pura».

Fu una sorta di rito di iniziazione o meglio un “corso di formazione” per aspiranti spacciatori. « Avevo il compito di tagliarla e venderla il più in fretta possibile. Alla fine del lavoro avrei dovuto consegnargli la metà dell’incasso e tenermi il resto. Tornai da lui 4 giorni dopo e mi disse: “ma che ci fai qui? Non sei a lavorare?”. Gli misi in mano una mazzetta da 13 mila euro e lui rimase senza parole. Mi chiese: “Come hai fatto in così poco tempo”? «La vendo a tutti - gli risposi - dottori, avvocati, figli di papà imbottiti di soldi, prostitute, imprenditori. Tranne a quelli della mia età. Loro non erano contemplati nel mio target».

Tre telefoni per lavorare. Uno per i suoi, gli altri due per i clienti. La mattina, quando i suoi compagni erano a scuola spacciava. Il pomeriggio preparava la borsa per andare in palestra. Chiusa la porta di casa però la nascondeva su in terrazza per passarla a riprendere al ritorno.

«A mezzanotte quando i miei si addormentavano uscivo quatto quatto dalla mia camera. I miei cellulari erano “bollenti”: pieni di sms, di richieste di coca. Allora mi vestivo e uscivo di casa strisciando come un gatto dalla porta per andare ad effettuare le “consegne”».

Una soffiata e finì ai domiciliari. Gli sequestrarono la droga e lui rimase in debito «con quelli più in alto».
«Lavorai gratis per ripagare la roba ma dopo poco la notte sottocasa mia era di nuovo un via vai di gente che veniva a comprare. Negli ambienti che avevo ricominciato a frequentare la cocaina girava come la frutta nei mercati».

Barceloneta. Poi la condanna: quattro mesi di carcere. «Il giudice volle darmi un’opportunità : decise di mandarmi in una comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti, ne trovarono una dalle parti di Viterbo. Ma non durò molto. Dopo qualche giorno presi tutto quello che avevo e scappai, presi il primo aereo disponibile senza dire nulla a casa. I miei furono avvisati dalle autorità che ero fuggito e che avevo fatto perdere le mie tracce. Non chiamai mai per non essere rintracciato».
Latitante non vuol dire felice. «Papà faceva l’operaio. Si portava dietro il telefonino, lo poggiava e non lo perdeva mai d’occhio. Sperava che un giorno avrebbe squillato e dall’altra parte della cornetta ci fossi stato io».

I primi tempi Giuliano lavorava come cameriere a Barceloneta, il porto di Barcellona. Non toccava la droga fedele alla regola “chi la vende non la usa”. Poi questo lavoro divenne solo una copertura. «E un giorno feci il più grosso errore della mia vita: prova la coca».

Prima divenne un vizio. Poi dipendenza. «Il conto in banca al quale avevo affidato tutte le mie speranze di riscatto cominciò a prosciugarsi. «Senza accorgermene diventai un tossico».

Escobar. La lontananza dalla famiglia, la latitanza, la voglia di rimettere tutto a posto come se nulla fosse mai accaduto. Giuliano si arrese: «Il telefono di mio padre squillò e io dissi quel maledetto pronto dopo 2 anni di silenzio». Rientrò in Italia. A Fiumicino lo arrestarono. Fu condannato a 2 anni 8 mesi e 20 giorni.

Ora ha quasi 19 anni. «Voglio riprendermi la mia vita. Tornare a dormire tranquillo senza la paura di sentire bussare alla porta. Sono un rapper. I miei idoli sono Tupac, 50 cent, Eminem, Snoop Dog. Mi piace l’hip hop, non voglio cambiare questo nuovo stile di vita, ma non voglio più diventare un Pablo Escobar». Un ruolo importante è stato finora quello del suo avvocato. «Ora ha avviato un lungo percorso, un programma di recupero serio - spiega il suo avvocato Alessandro Olivieri, che non si occupa solo della parte legale ma segue i suoi giovani clienti fino al reinserimento e li accompagna durante questo percorso - Con lui e accanto a lui ha lavorato l’educatrice del carcere dei minorenni di Roma. E’ diffidente verso il mondo ma ha ritrovato la forza e la voglia di riscattarsi, anche se ha sofferto di depressione, sua madre è a letto malata, e il padre aspetta sempre di essere operato».




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Rifiuti, allarme sanitario: 3mila tonnellate Sepe: scandaloso ritorno all'emergenza La Iervolino: «Il governo non ci aiuta»

Il Mattino


Differenziata-Napoli, inchiesta sul Comune



NAPOLI (23 novembre) - Le tremila tonnellate di rifiuti nelle strade della città sono destinate a diventare una emergenza iginieco sanitaria: i medici lanciano l’allarme malattie, oggi si terrà una riunione all’Ordine dei medici con dirigenti Asl e funzionari regionali.

Ieri il presidente della Campania Caldoro ha sentito il collega toscano Rossi, la Toscana è pronta a inviare tecnici. Dal cardinale Sepe un nuovo monito: uno scandalo il ripetersi delle emergenze. Il sindaco Iervolino si dichiara preoccupata e insiste nella sua idea di sversare l’immondizia trattata nel sottosuolo cittadino.

La Iervolino: il governo non ci aiuta. «La situazione è drammatica, come comune avanzeremo delle proposte ai cittadini, considerando che Governo ed istituzioni locali non ci aiutano». Lo ha affermato il sindaco di Napoli, Rosa Iervolino Russo. Il primo cittadino sottolinea che l'amministrazione comunale intende cercare delle piccole soluzioni per incentivare la raccolta differenziata e diminuire la quantità di rifiuti prodotti. «Non sono soluzioni risolutive, perché fino a quando non sciolgono i grandi nodi, le discariche, non sappiamo come fare - dice Iervolino - dobbiamo imparare a salvarci da soli e, quindi, inviteremo i cittadini a non buttare vetro e predisporremo dei servizi nelle piazze che aiutino a fare la differenziata. Sono poche cose, ma di fronte all'inerzia del Governo e delle altre istituzioni locali facciamo quello che possiamo». Riferendosi al Dl sui rifiuti, la Iervolino ha ironicamente risposto: «Non avevo nessun accordo con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma avendo esperienza politica e un minimo di intuito, già ieri mattina avevo detto che il Dl non esisteva».

La Russa: Dl rifiuti imminente. Il decreto rifiuti è ormai pronto, «Gianni Letta sta collazionando il testo» e il suo arrivo al Quirinale per la firma «è imminente». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, risponde così ai cronisti che in Transatlantico gli chiedono se ci saranno ulteriori ritardi nella consegna alla Presidenza della Repubblica del decreto rifiuti licenziato dal Cdm il 18 novembre scorso. Comunque, La Russa assicura che la situazione è sotto controllo e che lui tiene «i militari pronti ad intervenire».

3mila tonnellate in strada. Restano ancora tante le tonnellate di rifiuti lungo le strade di Napoli: circa 3mila, precisamente 2940, che ormai tengono sotto assedio la città. «Ieri siamo riusciti a raccogliere dalla strade e a conferire tra la discarica di Chiaiano e gli impianti Stir di Giugliano e di Tufino 1300 tonnellate», spiega l'assessore all'Igiene Ubana del Comune di Napoli, Paolo Giacomelli. Molte le aree della città dove si registrano situazioni critiche, come a Calata Capodichino. L'assessore, però, va anche oltre e chiede risposte. «Come Comune siamo in attesa che la Provincia di Napoli e la Regione Campania ci dicano dove possiamo conferire l'immondizia per azzerare quella non raccolta - spiega - l'attuale sistema di flussi non garantisce di ridurre le quantità».





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Flop differenziata a Napoli, inchiesta della Procura

Il Mattino


di Leandro Del Gaudio


NAPOLI (23 novembre) - Perché non è decollata, quali sono stati gli investimenti economici, quali i controlli. Perché due anni dopo il primo decreto legge del governo Berlusconi, i numeri sono rimasti lontani dagli standard europei. Gira e rigira, il problema dei rifiuti è sempre e quello : la raccolta differenziata che non decolla, sacchetti di spazzatura - «tal quale» - che ingolfano il ciclo raccolta dei rifiuti. Anno 2010, ennesima emergenza, la Procura ci riprova: e decide di aprire una nuova inchiesta sulla raccolta differenziata.

Una mossa che cade tre anni dopo una precedente indagine, che era stata archiviata di fronte all’impossibilità di dimostrare responsabilità di natura giudiziaria di politici, amministratori o semplicemente di soggetti privati. Nuovi accertamenti, verifiche a tappeto, in un fascicolo che nasce con un articolo di giornale, che riporta frasi che non potevano passare inosservate: parole pronunciate dal prefetto di Napoli Andrea De Martino, che nel corso di una o più interviste, si limitava a constatare che a Napoli la raccolta differenziata non è mai decollata del tutto. Quanto basta a ripartire daccapo. Inchiesta condotta dalla sezione Ecologia del procuratore aggiunto Aldo De Chiara, fascicolo affidato al pm Milena Cortigiano.

Accertamenti condotti dagli specialisti del Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri, agli ordini degli ufficiali Giovanni Caturano e Achille Sirignano. Cosa cercano gli inquirenti? E perché riaprire un’inchiesta che nel 2007 si concluse con un nulla di fatto? Centrale il decreto legge del governo del 2008, che imponeva una distinzione netta tra comuni virtuosi e inadempienti in materia di differenziata. Cosa è stato fatto negli ultimi due anni - chiedono oggi gli inquirenti - quali risorse sono state impegnate? Poi: sono stati definiti appalti e forniture in un periodo di relativa tregua sul fronte monnezza? Quanto basta a guardare a fondo.

Varie le ipotesi al vaglio degli inquirenti, dall’abuso d’ufficio al falso, con uno screening su tutta l’area metropolitana. Ma non è l’unica mossa giocata in queste ore dall’ufficio inquirente guidato da Giovandomenico Lepore. Procede su un altro binario investigativo l’inchiesta sulla nuova emergenza, che abbraccia più livelli, più ambiti amministrativi, imprenditoriali e decisionali. S’indaga sul conferimento dei rifiuti nella discarica di Terzigno, mentre sono state acquisite alcune ordinanze emanate dalla Provincia. Non ci sono indagati, è bene chiarirlo, ma una serie di sommarie informazioni testimoniali raccolte fino a questo momento dalla Procura di Napoli.

Al lavoro ci sono i pm Maurizio De Marco e Federico Bisceglia, ascoltati finora il presidente della regione Caldoro e il vertice della Provincia Cesaro. È l’inchiesta sull’ultima emergenza, che si avvale anche di immagini, come stabilito dallo stesso procuratore aggiunto De Chiara. Che ha disposto in queste ore di acquisire foto o registrazioni pubblicate da quotidiani e notiziari televisivi, che in questi giorni raccontano impietosamente lo stato di strade e piazze cittadine. Cartoline della vergogna, meglio metterle agli atti, al di là degli esiti giudiziari. Scenario complesso, che non è detto che sbocchi in responsabilità penali, ma che costringe gli inquirenti a valutare soluzioni drastiche. Un’emergenza con tante facce, nulla resta inesplorato.

Come l’ultimo assalto a uno dei mezzi di Enerambiente - ditta che gestisce per conto dell’Asìa un segmento di raccolta rifiuti - con il sequestro lampo di un autista e il furto di un bob-cat. Vicenda quest’ultima seguita dal pool «crimine metropolitano» guidato dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, che sta scavando sul filone delle assunzioni e subappalti che legano la municipalizzata a realtà imprenditoriali private. Tante inchieste, tante facce, una sola emergenza.




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Medici, paura di denunce Esagerano con le ricette

di Redazione



Uno studio dell'ordine dei medici di Roma rivela che tra il 50 e il 70% di dottori ricorre alla medicina difensiva. Il tutto per paura di finire sui giornali o di avere problemi con la giustizia



Roma - Paura di finire sui giornali, di vedere stroncata la propria carriera o di essere denunciati. I medici italiani si sentono sotto pressione e così ricorrono alla medicina difensiva, per evitare ogni sorta di rischio. Largo quindi a visite specialistiche, esami di laboratorio, ricoveri e prescrizioni di farmaci a iosa. I più coinvolti dal fenomeno sono i medici degli ospedali pubblici, quelli della medicina d’urgenza, gli ortopedici e i ginecologi. Soprattutto giovani e residenti nelle regioni del Sud e nelle Isole.
Le cifre I dati emergono dallo studio effettuato a livello nazionale dall’ordine dei medici di Roma, presentato oggi al Senato. Dallo studio risulta che tra il 50 e il 70% dei medici italiani ricorre, almeno una volta, alla medicina difensiva. Il tutto perché tra i camici bianchi la percezione del rischio è alta: il 78% teme di essere denunciato; il 65% si sente sotto pressione nella pratica clinica di tutti i giorni e solo il 6% ritiene che la probabilità di essere denunciati sia nulla. Il valore più alto nel ricorso alla medicina difensiva si raggiunge per gli esami strumentali, poi ci sono gli esami di laboratorio, prescritti dal 71% dei camici bianchi, con una media del 21% sul totale, mentre per le visite specialistiche le prescrizioni difensive sono effettuate dal 73% dei medici, con il 21% del totale. Infine, l’indagine rivela che le prescrizioni difensive di farmaci sono effettuate dal 53% dei dottori, soprattutto tra i professionisti più giovani, mentre ai ricoveri per ragioni difensive fa ricorso il 49,9% dei medici. Secondo Mario Falconi, presidente dell’ordine dei medici di Roma, tale studio "conferma che il fenomeno è solo in minima parta addebitabile ai medici perché ha origine da più fattori ambientali che mettono sotto pressione la categoria". Il rapporto è un’estensione a livello nazionale dell’analoga indagine a livello provinciale già realizzata dall’ordine nel 2008. Il campione utilizzato (2.783 professionisti) è rappresentativo di tutti i medici italiani in attività, fino a 70 anni, esclusi gli odontoiatri.





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Viaggio nell'Italia a mano armata

Corriere della sera

Cresce l'esigenza di sicurezza fai da te. Ma più cittadini con pistole e fucili sono un deterrente alla criminalità?

 

MILANO - In Italia c'è circa un milione di persone autorizzate a vario titolo a detenere armi da fuoco, un universo quasi invisibile che tiene in vita un giro d'affari di quasi due miliardi di euro l'anno. E' un fenomeno che pare intensificarsi, e sempre più cittadini, spaventati dai fatti di cronaca riportati dai media, sentono un maggiore bisogno di sicurezza fai da te. Ecco perché ci siamo posti questa domanda: una popolazione di cittadini armati può essere davvero un deterrente alla criminalità? O rappresenta solo un rischio che episodi criminosi aumentino?
Per capirlo è stato necessario prima di tutto indagare sulla vera efficacia dei controlli su chi detiene armi da fuoco, e per questo abbiamo deciso di seguire la procedura per la concessione del nulla osta all'acquisto e al possesso di un arma, una delle tante modalità di entrarvi legalmente in possesso. La legge prevede numerosi passaggi da superare e proprio per questo la normativa italiana è considerata una delle più avanzate al mondo: controlli medici, attestati di abilitazione al maneggio delle armi, accertamenti di polizia sul richiedente.

 

 

Ma se la procedura per poter detenere armi da fuoco appare così scrupolosa, come mai negli ultimi mesi le cronache hanno dovuto occuparsi cosi spesso di omicidi commessi con armi legalmente detenute? Come è possibile che spesso si scopra che chi ha ucciso aveva precedenti per minacce, stalking, o che fosse in cura per problemi psichici?

Italia a mano armata è un'inchiesta in soggettiva sulle falle di una legge che viene spesso applicata male e con superficialità, e che pure avrebbe le carte in regola per essere efficace. Abbiamo seguito passo dopo passo l'iter necessario per ottenere la licenza di detenzione di un'arma, e ci siamo resi conto che le visite mediche sono sommarie, l'abilitazione al maneggio è rilasciata dopo corsi di pochi minuti, e soprattutto che la diffusione e il rischio di abuso delle armi è generalmente sottovalutato. Il quadro che ci siamo trovati davanti è allarmante e con l'aiuto di esperti, ricercatori, criminologi, e delle tante persone che vivono quotidianamente a contatto con le armi, abbiamo indagato questo spaccato della società italiana.

C'è chi vuole un'arma perché ha paura, c'è chi la considera solo un attrezzo sportivo, c'è chi ogni domenica indossa la mimetica e va a sparare in poligoni nascosti in cave abbandonate. Motivi diversi che spesso si sovrappongono in quest'Italia dove sentirsi sicuri vuol dire anche avere armi in casa: per alcuni basta una pistola, altri detengono veri e propri arsenali. Con l'aiuto di microcamere nascoste ci siamo addentrati nei poligoni dove cittadini comuni si addestrano con tecniche paramilitari: per imparare a sparare in ogni situazione, per distinguere un terrorista da un ostaggio, o per difendersi da aggressioni domestiche. Frequentando questi luoghi ci siamo chiesti dove finisce l'esigenza di sicurezza e dove inizia la voglia di giocare alla guerra.

Abbiamo incontrato decine di persone tra poligoni e armerie che rivendicano il diritto dei cittadini ad armarsi, anche se poi non sempre le cose vanno per il verso giusto e le falle del sistema dei controlli vengono alla luce. E' il caso di Angelo Spagnoli, un ex comandante dell'esercito che nel 2007 ha sparato sui passanti dal balcone di casa sua a Guidonia, vicino Roma, uccidendone due. Abbiamo raccontato la sua vicenda fino alla sua assoluzione in primo grado dall'accusa di omicidio, del 16 novembre, perché incapace di intendere e di volere. Secondo l'Avvocato delle vittime, Francesco Nicotera, in questa vicenda c'è un unico colpevole: ”lo Stato che non ha vigilato”.

 

Marcello Brecciaroli e Federico Schiavi
23 novembre 2010

Grillo: «Rifiuti, la camorra non c’entra è colpa delle banche e dei potentati»

Corriere del Mezzogiorno


Lo showman a Terzigno arringa i manifestanti. E invita alla mobilitazione politica dei trentenni campani





Dalla nostra inviata
TERZIGNO — Vien da dire: piove sul bagnato. Ma a Terzigno non si smette mai di stare in trincea, neanche col nubifragio. Via Zabatta è il rifugio per i comitati, le famiglie e le mamme che dalla scorsa estate presidiano il territorio per non fare aprire la seconda discarica in pieno Parco del Vesuvio. Si attende l’arrivo di Beppe Grillo e nel frattempo tiene banco la notizia del giorno: il decreto, quello che il capo dello Stato ha detto di non aver mai ricevuto. «Ma allora possono ancora aprire la discarica?». Chi lavora, qui, fa i salti mortali per non mollare la protesta. Anche ieri, sotto una pioggia insistente e fredda, in tanti. Chi ha visto Grillo sul palco almeno una volta nella propria vita sa quale attesa messianica preceda ogni sua esibizione. Eppure a Terzigno c’è un’aria diversa.



Pur riconoscendolo come portatore sano di cause condivisibili, non rappresenta il verbo assoluto, ma una voce tra le tante. «Bisogna che stiate attenti, vi strumentalizzano», dice Grillo addentando una pizza. «Guardi che noi seguiamo il nostro cuore e il nostro cervello. Qui comandiamo noi», gli fa una signora senza troppe cerimonie. «Io sono qui per una testimonianza, ma perché mi avete invitato?», ancora il comico. «Perché sei un simbolo contro la politica di merda», gli risponde un ragazzo. Allora lui tira fuori diverse fotocopie del proprio 740, con su impressa la parola a caratteri cubitali: benestante. «Per i manganelli consapevoli— dice —. Quando la polizia vi carica appiccicate sulla vostra giacca questo 740 il manganello lo riconoscerà e non manganellerà». Sul palco arriva dopo Pietro Avino dei comitati storici e Ulderico Pesce detto «Asso ’e munnezza». «Signori c’aggia fa con voi. Abbiamo fatto due munnezza day a Napoli. È una questione che non si può risolvere con metodi tradizionali. Quando vedo le donne caricate dalla polizia non ce la faccio. Basta manifestazioni, basta cariche. Bisogna pensare ad altri tipi di lotta».




Grillo sul palco
Grillo sul palco

Per il comico genovese la responsabilità del disastro rifiuti «non è della camorra, ma di tre o quattro banche e di qualche società quotata in borsa». Smette di piovere, in compenso c'è un’umidità «pazzesca», Grillo docet. «Qui ci siamo presentati alle regionali ma non abbiamo potuto fare molto perché non c’è la rete, la banda. Qui c’è ancora il voto di scambio. Vi racconto un episodio. Stavamo a Salerno e un signore si fermò al banchetto e mi disse: ma siete tutti incensurati? Sì, gli dissi io. Allora possono iscrivermi, fa lui, perché io sono ricercato. Ogni volta a dire c’ho mio cognato qua, mio cognato là, quanti c.. di cognati avete a Napoli? Con il voto per qualcosa l’effetto poi è questo. Noi siamo entrati in 40 comuni con ragazzi di 30 anni». Qualcuno perplesso, pensa ad alta voce: «Ma è venuto a fare campagna elettorale?». «Io non sono candidato o candidabile — prosegue Grillo e uno tira un sospiro di sollievo —, ma ognuno di voi deve mettersi in gioco. Basta con le manifestazioni, con uno che grida e voi sotto. Prendetevi le vostre responsabilità, se continuiamo a fare i guardoni della politica succede questo. Ognuno di voi si scelga una battaglia: non utilizzare l’auto, l’acqua filtrata, niente imballaggi, quello che volete. Io non sono un politico e neanche più un comico. Sono uno che si sta giocando una carriera perché ha sei figli e quattro disoccupati come molti di voi. Da qui, da questi posti deve partire una rivoluzione».



Per Grillo la rivoluzione è cambiare la politica dal basso. Al Nord il movimento Cinque stelle è riuscito a portare nei consigli comunali e regionali alcuni rappresentanti, «trentenni intercambiabili», li chiama Grillo, «né destra né sinistra, solo cittadini». Difatti annuncia una lista per le comunali partenopee, «ragazzi di trent’anni che vi diranno dove andrà a finire il vostro sacchetto. Fatelo anche voi a Terzigno, alle prossime elezioni. Fate una scelta. Smettete di credere in un leader». Un’inaspettata saggezza, neanche un urlo e qualche, centellinata, battuta («Bocchino lo chiameremo Chinotto per le signore»). Finale con due torte, una «differenziata» come la spazzatura, l’altra con un epitaffio che legge proprio Grillo e recita: Terzigno dice no alla discarica. Il sindaco e i consiglieri comunali hanno deciso la nostra morte. «La loro morte, noi sopravviveremo«. Ricomincia il diluvio.



Simona Brandolini
23 novembre 2010





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Il dramma dei figli dei separati: gioca a calcio per una sentenza

di Cristiano Gatti



Un ragazzino di trieste vittima della lite tra genitori separati. La mamma non vuole che vada a scuola calcio e non firma il permesso per iscriverlo alla squadra. Ma il tribunale dei minori interviene e stabilisce che il piccolo ha diritto ai suoi 90 minuti di svago



 

Forse, quando sarà il centravanti della Triestina e vincerà la classifica cannonieri, alle domande dei cronisti sportivi darà la risposta più singolare: «Se sono qui, devo dire grazie a chi ha creduto in me e mi ha lanciato nel mondo calcio: il presidente del tribunale».
Succede anche questo, nelle liti matrimoniali. Padre e madre si rinfacciano tutto e non si risparmiano niente. In mezzo, tirati da una parte e dall'altra, i ragazzini che ci capiscono poco. A dieci anni c'è ancora tutto un mondo di cristallo che va maneggiato con cura: la scuola, gli amici, le passioni. Questo piccolo triestino, che il giornale della sua città chiama Walter ribattezzandolo con nome di fantasia, non chiedeva niente di più: di continuare la vita come sempre, nella sua scuola, con i suoi amici, seguendo la sua grande passione, il calcio.
Purtroppo, anche se i grandi dicono durante una separazione che i figli devono starne fuori, tutelati e protetti, ad andarci di mezzo sono immancabilmente loro. La mamma di Walter vuole trasferirsi a Pordenone, un altro lavoro e un'altra vita a debita distanza dall'uomo dei suoi fallimenti. Il papà invece resta a Trieste, sperando di poterci tenere anche Walter, che qui è nato, è cresciuto e ha messo radici. Tra i turbini di questa bufera familiare, il ragazzino viene sballottato come foglia al vento. Inizialmente la mamma riesce a portarselo nella casa di Pordenone. Ma poi entra in scena il Tribunale dei minori, chiamato a disinnescare questo materiale ad altissimo contenuto esplosivo. È in gioco il futuro dei figli. Ogni giorno, in ogni parte d'Italia, lo stesso problema si perpetua con modi e sfumature sempre diversi. Già, cosa è davvero meglio per loro, che non possono ancora scegliere? È un dannatissimo compito, per un giudice che davvero voglia esercitare la missione.
Il presidente Paolo Sceusa sente tutte le parti. La mamma dice che Walter sta benissimo a Pordenone. Il papà dice che Walter sta benissimo dov'è sempre stato, a Trieste. Lungo questo asse friulano corre il destino di una creatura che non è ancora padrona del proprio destino. Il buon giudice chiama Walter: sa che la sua parola, i suoi sentimenti, i suoi desideri valgono pur qualcosa. Quando viene sentito, il ragazzino esprime un chiaro orientamento: vuole stare a Trieste, nella sua casa, nella sua scuola. Alla fine, la sua opinione è quella che conta. Il Tribunale dei minori decide per Trieste, con il papà. È un primo passo. Poi però subentra il calcio. Walter gioca da tempo nella squadra degli amici, ma la società non può tesserarlo senza il consenso di entrambi i genitori. Ovviamente il papà lo firma subito. Alla mamma, chissà, questa firma sembra l'ultima arma per vincere qualcosa, anche una minuscola battaglia, perché non si dica che il marito ha avuto vita facile su tutto. La firma viene negata. Può giocare a Pordenone, se vuole.
Walter però è ancora nella fase sentimentale del pallone, di questo mondo del pallone in cui i grandi non hanno più maglie del cuore e spirito di bandiera, pronti ad andare in due o tre città diverse nella stessa stagione. Walter vuole giocare a Trieste perché lì c'è la sua squadra, il suo allenatore, i suoi compagni. Lo dice chiaramente anche al giudice, in una seconda udienza del laborioso processo. Ancora una volta, il giudice mette al centro il ragazzino: stare con gli amici, sentirsi parte di un gruppo, in un periodo così difficile della sua crescita, questa è presumibilmente la migliore delle strade possibili. Walter giocherà a Trieste, nella sua squadra, per decreto. In attesa che un giorno, quando il tempo avrà affievolito molte pulsioni e smussato molti spigoli, la mamma accetti di lasciarlo lì, dove vuole correre, saltare, tirare, scalciare, sudare, piangere, gioire. Dove ancora riuscirà ad essere bambino spensierato, per novanta minuti almeno.
Poi si sa che il calcio non è la soluzione di tutti i problemi. Si sa che Walter, come tutti i figli contesi e divisi, avrebbe bisogno di ben altro. A questa età, dopo una bella sudata e una doccia calda, gli servirebbe l'armonia dentro casa. Ma qui non c'è giudice che possa aiutarlo. Non c'è speranza che una sentenza, come gli ha restituito il pallone, gli ricostruisca una famiglia. Quando un matrimonio arriva in tribunale, è solo per distruggere.




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Fecondazione, i figli della provetta alla ricerca del padre misterioso

Corriere della sera


Le battaglie per togliere l'anonimato sul donatore

Il caso di Ed Houben, genitore biologico di oltre 50 bambini


Ed Houben, olandese, 41 anni, 50 figli, dona il suo seme online e va alle feste dei compleanni dei «suoi» ragazzi
Ed Houben, olandese, 41 anni, 50 figli, dona il suo seme online e va alle feste dei compleanni dei «suoi» ragazzi
MILANO - In una stanzetta dalle pareti bianche, tra un barattolino di plastica e una pila di riviste pornografiche... Un asettico e anonimo fai da te di donazione. Da qui un figlio, o più di un figlio, per un'altra coppia. Anche omosessuale. Se non una single desiderosa di maternità. Donatori anonimi in molti Paesi, in altri rintracciabili solo su richiesta dei figli maggiorenni. In Italia la fecondazione eterologa è vietata, ma il problema potrebbe presentarsi per le tante coppie che vanno a risolvere la loro sterilità in Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, negli Stati Uniti. Laddove l'eterologa è permessa, con donatori di sperma o ovuli estranei alla coppia. Anonimi per la coppia, se non (ma solo in alcuni Paesi) per le caratteristiche somatiche: colore di capelli, occhi, pelle, altezza. Garanzie sulla loro «salute» genetica vengono dalle norme del centro per la sterilità prescelto. Ora, però, c'è una rivolta dei figli della provetta maggiorenni. Vogliono sapere chi è il loro genitore biologico, in particolare cercano il padre.


I GENITORI BIOLOGICI - Avere queste informazioni per legge è possibile in Australia, Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, Gran Bretagna, Olanda, Germania e Svizzera. Non lo è in Francia, Belgio, Spagna, Canada e negli Stati Uniti. Leggi per togliere l'anonimato su richiesta del figlio dopo la maggiore età sono in discussione o al voto. Pro e contro. E spesso i donatori anonimi provengono da altri Stati. Anche giovani italiani, quando la donazione è pagata. In Italia, dove la fecondazione eterologa non si può fare, anche questo genere di donazioni, ovuli e sperma, non sono contemplate.
In Canada, il problema è stato portato in tribunale da Olivia Pratten. Lei, quasi trentenne, vuole sapere chi è suo padre. Dalla sua battaglia è venuta fuori una proposta di legge. Da oltre dieci anni Olivia cerca quel donatore numero 128 che, quasi tre decenni fa, ha offerto il seme per concepirla. Olivia chiede che anche i figli dei donatori di sperma o di ovuli abbiano gli stessi diritti degli adottati (ma anche questo non è uguale per tutti i Paesi, in Canada sì) che se vogliono possono contattare i genitori biologici. Da più di dieci anni Olivia si batte per scoprire la sua mezza identità genetica. Per ora ha saputo che il seme fecondante era di uno studente di medicina di Vancouver, capelli biondi, occhi marroni e buona salute. Oggi quel «padre» è probabilmente un medico sui 50-60 anni. Forse vive ancora a Vancouver. Forse ha una famiglia con figli cresciuti con lui. Forse sa dai giornali di questa sua figlia «donata» ma non si fa vivo. E la trentenne Olivia potrebbe anche averlo incontrato e avere avuto una relazione con lui, senza sapere che fosse suo padre. Né lui di aver incontrato la figlia.



STORIE DA FESTIVAL - È possibile. Emilia Costantini con gli stessi elementi ha costruito la trama del romanzo Tu dentro di me (2009), la storia di un amore tra un giovane e la madre biologica anonima. Ma ancor più in linea con la battaglia di Olivia Pratten è il film The Kids Are All Right (I ragazzi stanno bene), di Lisa Cholodenko, vincitrice dell'Acting Award all'ultimo Festival del Film di Roma. Protagonista femminile Julianne Moore, 50 anni. Nella pellicola Nic e Jules (Annette Benning e la Moore) sono una felice coppia gay, con due figli adolescenti avuti dal medesimo donatore di sperma. Al compiere della maggior età della più grande, i ragazzi decidono di rintracciare il loro padre biologico, Paul (Mark Ruffalo), un estroverso ristoratore, scapolo impenitente. L'ingresso dell'uomo nella vita della famiglia non sarà senza conseguenze. «Negli Stati Uniti ci sono sempre più famiglie di questo tipo. I miei figli, a New York, vanno a scuola con figli di famiglie che hanno due papà o due mamme ed è perfettamente normale. È il futuro. E uno studio del New York Times ha evidenziato che i figli di coppie omosessuali hanno un buon rendimento scolastico, socializzano bene, si comportano bene, insomma sono assolutamente felici», dice la Moore.


QUESTIONE DI SOLDI - Temi di stretta attualità. In Canada i donatori di sperma sono calati da quando le donazioni non si pagano (legge del 2004). Oggi l'80 per cento dello sperma utilizzato da donne canadesi nelle cliniche della fertilità proviene dagli Stati Uniti, dove il pagamento è ancora consentito (minimo 100 euro, più spese e soggiorno). Diversi sono i Paesi in cui la donazione di sperma non è gratis o, comunque, il pagamento non è illegale. Per esempio in Romania un donatore ottiene anche 35 euro per una donazione, in Spagna sui 30-40 più spese e soggiorno pagato. A Londra ormai un terzo dei donatori di sperma è straniero (Sudafrica, Polonia, Ucraina, Colombia) e molti di essi provengono dall'Australia e dalla Nuova Zelanda. I galeotti spediti in quelle terre ostili ormai centinaia di anni fa, alla spicciolata stanno tornando a casa, non fisicamente, ma grazie al loro dna.
Una delle maggiori cliniche londinesi specializzata in inseminazione e infertilità, la The Bridge Centre, ha confermato che molti donatori sono viaggiatori australiani, che così facendo riescono in parte a pagarsi i loro lunghi viaggi in giro per il mondo. I rimborsi per il tempo tolto al lavoro e per i trasferimenti sono di circa 500 sterline. E questo anche per contrastare il calo di donatori verificatosi dopo la legge che in Inghilterra ha tolto l'anonimato. Oggi le liste di attesa, per mancanza di sperma, sono anche di tre anni.


SUPERMARKET DEL SEME -Problemi che ha anche la danese Cryo Bank, la principale banca del seme del mondo, sede ad Aarhus. Duemila bambini concepiti all'anno in tutto il mondo grazie al suo seme congelato. I donatori sono alti, biondi e colti. E possono anche essere selezionati per la somiglianza con il padre sterile. Si tratta di un vero supermarket del bimbo perfetto. Fino a qualche anno fa, i clienti erano per l'80 per cento coppie eterosessuali sterili, per il 10 per cento coppie lesbiche e per il 10 per cento donne single. Oggi queste percentuali sono state stravolte da un nuovo modello di società, dove le single raggiungono anche il 40 per cento delle richieste e le coppie omosessuali sono raddoppiate. Controlli o limiti sono in genere piuttosto rigorosi: le banche del seme accettano sperma solo da donatori sotto i 45 anni (in Spagna lo stop scatta invece a 35 anni o dopo i 6 figli concepiti), e che rispettino precise condizioni di salute. Oppure: stop dopo 25 donazioni o dopo dieci figli nati dallo sperma di quel donatore. Alcuni centri, poi, accettano il seme soltanto da donatori che abbiano un determinato quoziente intellettivo.


IL DONATORE SERIALE - Anche in Francia è prossima una legge per abolire l'anonimato. Laurent è un donatore d'accordo con la trasparenza. Sposato, due bambini. Professione: meccanico d'aereo. È uno dei 10 mila donatori anonimi francesi «padri» di circa 50.000 bambini. Le donazioni sono gratis. Perché Laurent è diventato donatore di sperma? «Ho sempre pensato di non fare abbastanza per gli altri. Dono il sangue due volte all'anno, invio sempre un assegno a Telethon, mi fermo ogni volta che vedo un autostoppista». E si sente egoista perché ha potuto «donare» solo dieci bambini: questo impone la legge. Altro limite è l'età: massimo 45 anni. Ora è ex donatore. E fra un po' sarà anche ex donatore anonimo.



SELEZIONE - Le selezioni sono rigide, anche sotto il profilo psicologico: vanno evitati i donatori compulsivi, coloro che vogliono spargere il loro seme per tutta la Francia. Forse un po' compulsivo è Ed Houben, olandese, 41 anni. Timido, single (non ha nemmeno la fidanzata), un po' sovrappeso, ma padre biologico di oltre 50 figli. Dopo anni di onorato servizio per il centro Cecos (aveva raggiunto il limite di 25 donazioni previste in Olanda) ha continuato da solo: donatore fai da te e non anonimo. Si offre sul Web. Per soldi? Assicura di no. «Faccio questo - dice - perché so quanto sia dura per le persone che vogliono disperatamente avere un figlio. E passare attraverso le cliniche può essere una procedura lunga e costosa». Lui online garantisce che non fa discriminazioni ai danni di lesbiche o donne single. Il fai da te si compie in casa o in hotel. Procedura come in clinica. Nessun contatto fisico. E in più, Ed va alle feste di ogni «figlio biologico», se invitato. Lui, anonimo, non è mai voluto restare. Essere «papà» record sembra essere il suo unico onorario.



Mario Pappagallo
23 novembre 2010



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Trent'anni fa l'Irpinia: 3 mila morti e una terra ancora oggi straziata

La Stampa


I feriti furono 9000, 300.000 gli sfollati.

Danneggiati 280 paesi, 36 rasi al suolo.

Oggi mancano 600 milioni per finire la ricostruzione. Napolitano: "Cultura della prevenzione"



Tremila morti, novemila feriti, 300 mila senza tetto. E' la cifra della catastrofe del terremoto dell'Irpinia, trent'anni fa. Il 23 novembre del 1980, un devastante terremoto colpì la Basilicata e la Campania, in particolare l'Irpinia: mentre si moltiplicano polemiche per emergenze più o meno recenti, oggi quella terra ricorda quei momenti e l'apporto di tanti volontari, che ieri come oggi hanno aiutato una popolazione e un territorio a sopravvivere.

In una nota della Caritas che ricorda quel disastro si legge che «il pensiero va ai tanti, troppi disastri che hanno ferito l'Italia: dalle recenti alluvioni in Veneto, Toscana, Campania, Calabria alle frane nel Messinese, al terremoto in Abruzzo, solo per citare le più eclatanti».

VIDEO
Irpinia: 30 anni dopo quei 90 secondi di terrore


Quel tragico 23 novembre del 1980, un terremoto sconvolse una vasta area tra Campania e Basilicata. L'area più colpita è nel cuore dell'Irpinia, in provincia di Avellino, ma danni gravi si registrano anche nelle province di Potenza, Napoli, Salerno. A trenta anni di distanza sono ancora aperte le crepe di quel minuto e 20 secondi che ha seminato morte e distruzione, ma che ha anche generato una straordinaria solidarietà. Dietro ai numeri spaventosi - circa 3.000 morti, 9.000 feriti, 300.000 senza tetto - altrettante storie interrotte. Vite devastate, lacerate, cambiate per sempre. I comuni danneggiati furono 280, i paesi rasi al suolo 36. Due le diocesi principalmente coinvolte (Avellino e Potenza), 29 quelle interessate. L`area colpita misura 27mila chilometri quadrati, tre volte quella del sisma in Friuli nel 1976.

Trent'anni dopo il «catastrofico terremoto del 23 novembre 1980» - che, in 90 secondi terribili, sconvolse e cambiò la vita di vaste aree dell'Irpinia e della Basilicata (in quest'ultima regione la ricostruzione è all'85 per cento e servono 600 milioni di euro per completarla) - è sempre più necessario «sviluppare la cultura della previsione e della prevenzione». È uno dei punti cardinali del messaggio che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano - ricordando la «profonda emozione» causata dal sisma - ha diffuso per l'anniversario del terremoto, mentre a Potenza ieri era in corso l'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università della Basilicata, «figlia» della legge 281 del 1981 sulla ricostruzione della aree danneggiate.

VIDEO
Terremoto 1980:
i container oggi case-vacanza


Il «filo» della previsione e della prevenzione si è annodato subito alle parole pronunciate da Franco Gabrielli, capo del Dipartimento della protezione civile e da Giuseppe Zamberletti, presidente della Commissione Grandi Rischi. Trent'anni dopo, anche loro due sono tornati in Basilicata: Gabrielli arrivò a Muro Lucano (Potenza) - uno dei centri più colpiti dal sisma - con un gruppo di studenti pisani (e vi tornò in occasione della Pasqua dell'anno successivo), per aiutare i lucani a rialzarsi. Zamberletti fu incaricato di coordinare i soccorsi alle popolazione terremotate ed è considerato il «padre» della protezione civile italiana. Proprio Zamberletti ricorda che l'istituzione dell'Università in Basilicata non va vista «come risarcimento a queste terre bensì come volano per lo sviluppo e per il domani dei giovani».

L'ex commissario usa un paragone militare per spiegare le 48 ore di ritardo degli aiuti, che all'epoca scatenarono forti polemiche: «Le grandi forze di soccorso erano al Centro-Nord, e io mi trovavo a comandare truppe in una guerra già iniziata, e senza alcun piano di battaglia, essendo stato nominato 24 ore dopo le terribili scosse». Quello, secondo Zamberletti, è l'esatto momento in cui è stata concepita la moderna Protezione Civile: «Tutti capirono che ciò che avevamo chiesto dopo il terremoto in Friuli era giusto, anche se non ce lo avevano concesso». Per i geologi quella tragedia è stata «un'occasione sprecata per pianificare un reale recupero ed una valorizzazione dei tessuti insediativi storici».

Francesco Peduto, presidente dell'ordine dei geologi della Campania, accusa: «Quali e quanti comuni si sono salvati dalle brutture della ricostruzione? Dobbiamo ricordare che alcuni portali in pietra di San Gregorio Magno sono stati rinvenuti addirittura negli Stati Uniti? Romagnano al Monte, nel salernitano, la Pompei del 2000, è stata completamente abbandonata per scelte politiche e non tecniche: il paese è stato ricostruito a qualche chilometro di distanza. Il centro nuovo sembra un quartiere periferico e desolato di una grande città. Il bellissimo borgo antico, sinora preservato perché nessuno ci aveva messo le mani, sta per essere trasformato a fini turistico - culturali, mentre gli abitanti di Romagnano hanno perso la loro storia, la loro cultura e non torneranno più».



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Il falso profeta dei Legionari

Il Tempo


L'anatema del Papa sul fondatore "Figura amorale".

Nel libro-dossier Benedetto XVI ha affrontato tutti gli argomenti possibili senza censure, a cuore aperto.


Papa Benedetto XVI


«Un falso profeta», che ha condotto «una vita immorale e contorta», e «purtroppo il suo caso è stato affrontato molto lentamente e in ritardo». Benedetto XVI parla così di padre Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo, uomo dalla doppia vita (almeno due donne e un figlio riconosciuto, senza contare gli abusi su alcuni correligionari). Le parole del Papa sono contenute nel libro intervista Luce del Mondo (Libreria Editrice Vaticana), scritto con il giornalista tedesco Peter Seewald.

Ratzinger - che appena diventato Papa fece ritirare Maciel a vita privata - riflette sulla «figura misteriosa» del fondatore dei Legionari, il quale, nonostante un tipo di vita «al di là di ciò che è morale», ha saputo chiamare molti giovani «al giusto». E questa - continua il Papa - «è una cosa singolare, la contraddizione per cui un falso profeta abbia potuto avere anche un effetto positivo». Le accuse contro Maciel si sono dimostrate fondate e la congregazione è stata affidata a un delegato pontificio, il neo-cardinale Velasio de Paolis, prefetto degli Affari Economici della Santa Sede. La linea di Benedetto XVI per la Legione è quella di un cambiamento nella continuità. «Ci sono da apportare delle correzioni - dice il Papa a Seewald - ma nel suo insieme la comunità è sana. Ci sono tanti giovani che con entusiasmo vogliono servire la fede. E non bisogna distruggere questo entusiasmo».

Il momento per la Legione è difficilissimo. Appena nominato cardinale, Velasio de Paolis ha ancora più autorità nell'attuare il mandato che ha ricevuto da Benedetto XVI per il salvataggio dei Legionari di Cristo. Solo da ottobre de Paolis può operare e decidere in pieno, da quando finalmente gli sono stati dati i quattro «consiglieri» che le autorità vaticane gli avevano promesso quattro mesi prima. Di questi, uno di loro, Brian Farrel, è un legionario con un ruolo importante nella Curia Vaticana. Gianfranco Ghirlanda e Agostino Montan sono canonisti di esperienza, a sostegno di un'azione riformatrice. Mentre fautore della linea della mediazione è Mario Marchesi, in passato professore del loro ateneo. La linea dettata da De Paolis, in una lunga e dettagliata lettera agli esponenti di Regnum Christi, è la stessa di BenedettoXVI: De Paolis parla di «cambiamento nella continuità», afferma che «non poche cose» sono da cambiare, a partire dalla libertà di coscienza, il ruolo dei confessori, i direttori spirituali, le forme di controllo sulla vita quotidiana. Ma soprattutto, l'esercizio dell'autorità all'interno della Legione.

Con le «autorità» De Paolis ha già avuto qualche grattacapo. A metà settembre, ha chiesto al decano generale Luis Garza Medina di lasciare almeno le cariche di direttore territoriale per l'Italia, di responsabile delle Vergini Consacrate del movimento Regnum Christi, di prefetto generale degli studi e di capo di Integer. Garza ha risposto di no. Garza, però, era presente lo scorso sabato alle visite di calore ai cardinali, che da tradizione seguono ogni concistoro. Era lì insieme ad Alvaro Corcuera, direttore generale, e a un gruppo compatto di religiosi, e ha aspettato più di mezz'ora per salutare il delegato De Paolis. Intervistato da Andrés Beltramo, dell'agenzia Notimex, Corcuera ha speso parole positive per De Paolis, ha affermato che la Legione sta passando «un momento molto difficile, terribile»; ha detto di non sapere se sono fondate le voci che parlano di un possibile cambio di nome della Congregazione. De Paolis ha anche una competenza economica (è prefetto agli Affari Economici Vaticani), fondamentale per dirimere le questioni della Legione.

Alle attività del fondatore, moralmente illecite, ma di cui erano a conoscenza soprattutto i vertici (Corcuera già nel 2005 aveva ammesso di conoscere la doppia vita di Maciel, ma di averla nascosta alla Legione) si aggiunge un potere economico stimato in centinaia milioni di euro, gestito dalla holding Integer, accusata più volte di agire come una qualsiasi corporation, non in linea quindi con il carattere religioso della sua ragione sociale. I Legionari di Cristo, nonostante le accuse rivolte al fondatore già nei primi anni Cinquanta (durante i quali ci fu una prima visita apostolica alla Legione, risoltasi con un nulla di fatto) si è riuscita a diffondere per anni in tutto il mondo senza che venisse alla luce la doppia vita del fondatore.

Molto peso ha avuto la rete di protezioni che aveva saputo creare Maciel, fatto di una immagine patinata e allo stesso tempo di tanto denaro. Un sistema di protezioni che saliva su, fino alla Segreteria di Stato Vaticana. Già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger aveva tentato più volte di far partire una indagine sulla Legione. Ma è solo nel 2002, di fronte alla minaccia dei fuoriusciti di denunciare la Santa Sede all'Onu, che Ratzinger riesce ad avviare un primo procedimento sul fondatore della Legione. E uno dei suoi primi provvedimenti da Papa è appunto quello di sollecitare Maciel a ritirarsi.



Andrea Gagliarducci
23/11/2010


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Wikipedia come Mao: fa censura per cercare di riscrivere la storia

di Alessandro Gnocchi



La popolare enciclopedia on line cancella gli interventi degli utenti che non si attengono alla "linea politica"





 
«L’egemonia culturale è un concetto che descrive il dominio culturale di un gruppo o di una classe che “sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo”». La definizione, con ampia citazione di Gramsci, è prelevata da Wikipedia, l’enciclopedia on line ormai egemone nel fornire informazioni a navigatori, studenti, giornalisti e perfino studiosi.
Nel mondo di Wikipedia le gerarchie sono quasi inesistenti. Chiunque può contribuire a creare o modificare una voce. La garanzia dell’accuratezza poggia su una doppia convinzione: il sapere collettivo è superiore a quello individuale; la quantità, superata una certa soglia di informazioni, si trasforma in qualità. Molto discutibile, e non solo in linea di principio. Infatti in Wikipedia esiste un problema di manipolazione del consenso, in altre parole è attivo un «sistema di controllo» simil-gramsciano (in sedicesimo, si intende). Le posizioni faziose passano quindi per neutrali, e il collaboratore che obietta può andare incontro a sanzioni che vanno dalla sospensione alla radiazione.
Di recente, a esempio, è stato espulso Emanuele Mastrangelo, caporedattore di Storiainrete.com, sito specialistico, e autore di alcuni studi sul fascismo. La pena «all’utente problematico» è stata comminata, dopo processo non troppo regolare, per un «reato» d’opinione gravissimo: aver affermato che in Italia la fine della Seconda guerra mondiale assunse anche il carattere di una «guerra civile». Opinione, quest’ultima, largamente maggioritaria tra gli storici di ogni orientamento, salvo forse quelli che hanno ancora il mitragliatore del nonno sepolto in giardino. «Guerra civile», per Wikipedia.it, non merita neppure una voce a sé: l’espressione è citata di passaggio all’interno di «Resistenza». Stesso trattamento è riservato alle forze armate che rifiutarono di aderire alla Rsi, facendosi deportare dai tedeschi: un accenno e via. Quanto alle «esecuzioni post conflitto» operate dai partigiani, si sfiora il giustificazionismo. Il paragrafo è preceduto da una imparzialissima (si fa per dire) dichiarazione di Ermanno Gorrieri, sociologo attivo nella Resistenza: «I fascisti non hanno titolo per fare le vittime». E accompagnato da una precisazione imparzialissima (si fa per dire) di Luciano Lama: «Nessuno vuole giustificare i delitti del dopoguerra.
Prima di giudicare però si deve sapere cosa accadde davvero. Una guerra qualunque può forse finire con il “cessate il fuoco”. Quella no». Ecco, questo si può dire, è super partes al contrario di «guerra civile», definizione «non enciclopedica» solo per caso usata da una tonnellata o due di studiosi e scrittori di sinistra da Pavone a Pansa.
Di conseguenza, dopo qualche giorno di discussione on line, arriva la sentenza: «A un utente che è stato bloccato sei mesi e non ha ancora compreso che la comunità non tollera atteggiamenti di questo tipo, è il momento di dire basta. Con tanto dispiacere, ci mancherebbe, né ho “corda e sapone pronta da lunga pezza”». In effetti l’impiccagione sarebbe stato troppo anche per un revisionista come Mastrangelo. «Pertanto - prosegue il giudice - procedo a bloccare per un periodo infinito l’utente».
Al di là di questo caso personale, sono parecchie le voci contestate per una certa parzialità. Da quella sulla malga di Porzûs (dove nel febbraio 1945 i partigiani comunisti massacrarono quelli cattolici dell’Osoppo) a quella sull’attentato di via Rasella, che i wikipediani preferiscono chiamare «attacco», piena di lacune, a esempio sulle polemiche scatenate dall’azione gappista anche all’interno del Pci e degli altri partiti del Comitato di Liberazione a Roma. Oggetto di accese discussioni anche Cefalonia, Pio XII, l’Olocausto, la religione cattolica in generale. Anche in voci meno calde come quelle inerenti il liberalismo, il libero mercato, il neoliberismo emerge nettamente una visione assai orientata contro il capitalismo. Nella voce dedicata all’economista Milton Friedman si legge addirittura un giudizio morale: «Pur ricordando che né Milton Friedman né José Piñera sono stati coinvolti con le torture ed i crimini commessi dal governo Pinochet, la loro correità morale non viene per questo diminuita di fronte alla gravità dei crimini commessi contro l’umanità». Non si direbbe una valutazione «enciclopedica».
Il sapere «democratico» di Wikipedia sembra un aggiornamento digitale del maoismo.




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Casalesi, aggiravano 41bis per incontrare fidanzate: arrestati affiliati e vigili urbani

Il Mattino



NAPOLI (23 novembre) - La Dia di Napoli, in collaborazione con il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia penitenziaria (Nic), ha eseguito ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia nei confronti di affiliati al clan dei Casalesi.

Le ordinanze riguardano pubblici ufficiali del Comune di Casal di Principe che, in concorso con i congiunti del boss detenuto Francesco Bidognetti, soprannominato "Cicciotto 'e mezzanotte", aggiravano la normativa del carcere duro (41 bis), per consentire colloqui in carcere a persone estranee al nucleo familiare dei detenuti.

Vigili arrestati. Boss di camorra, del clan dei Casalesi, aggiravano il 41 bis soprattutto per incontrare le loro fidanzate. È quanto è stato scoperto grazie all'operazione "Briseide" messa a segno dalla Dia e dal Nic. Arrestati due vigili urbani di Casal di Principe. A finire in manette Mario De Falco, di 51 anni, fratello del defunto boss Vincenzo, e Stanislao Iaiunese, di 58 anni. Secondo l'accusa, obbedendo a Michele Bidognetti, attestarono falsamente che Gianluca Bidognetti, nipote dell'uomo e figlio del boss Francesco, conviveva con la fidanzata Serena Pagano, di 19 anni, in un'abitazione di via Firenze a Casal di Principe.

Le fidanzate. Espedienti analoghi furono attuati per consentire anche ad altri affiliati al clan, in particolare Aniello Bidognetti, altro figlio di Francesco, e a Vincenzo Letizia, di incontrare le fidanzate. Le due donne, Rita Starace, di 44 anni, e Luana Iovine, di 21, sono indagate a piede libero assieme a tre persone che attestarono falsamente la convivenza: Carlo Biffaro, di 71 anni, Angelina Luongo, di 66, e Teresa Bidognetti, di 20, sorella di Aniello e Gianluca. Anche per loro la Procura aveva chiesto l'arresto, non concesso però dal gip Amelia Primavera.

Le telefonate. L'inchiesta, coordinata dai pm Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio, Ida Froncillo e Alessandro Milita, fu avviata in seguito all'intercettazione dei colloqui avvenuti nel carcere di Teramo tra Gianluca Bidognetti e i suoi familiari. Gianluca, in particolare, si lamenta di non poter ricevere telefonate dai congiunti, dal momento che l'apparecchio telefonico di casa Bidognetti è intestato al nonno defunto e la direzione del carcere non autorizza chiamate provenienti da quell'utenza. Tramite lo zio e le sorelle, il figlio del boss manda un avvertimento all'avvocato difensore: se non riesce a fargli ottenere colloqui con la fidanzata, sarà sostituito.

Vigile ancora in servizio. Vigile urbano regolarmente in servizio nonostante una condanna per associazione mafiosa: è il caso di Mario De Falco, arrestato oggi perché favoriva colloqui in carcere tra boss e persone estranee al loro nucleo familiare. Un paragrafo dell'ordinanza di custodia cautelare è dedicato proprio al maresciallo dei vigili urbani De Falco. Fratello di Vincenzo, elemento di spicco del clan assassinato nel 1991, ed ex muratore, come hanno raccontato svariati collaboratori di giustizia, tra cui Carmine Schiavone, fu assunto nel 1982 proprio grazie al fratello. Scrive il gip: «Non vi è alcun dubbio sul fatto che il De Falco sia entrato nel corpo dei vigili urbani - al quale, sorprendentemente, ancora oggi appartiene, malgrado la condanna per associazione mafiosa - proprio allo scopo di garantire, abusando delle proprie funzioni, gli interessi del clan». De Falco, infatti, è stato condannato a quattro anni per associazione camorristica - poi ridotti a due in appello - nell'ambito del processo Spartacus.





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Fazio e Saviano tirano un bidone

Il Tempo


L’immondizia sommerge la Campania. La colpa è della destra. Anche se non c’era.

Il ministro dell'Interno Roberto Maroni in scena.


Fabio Fazio e Roberto Maroni


La camorra smaltisce tutto: rifiuti normali, quelli tossici, le vecchie banconote della Banca d'Italia e perfino i morti (sono rifiuti speciali anche loro) che non entrano nei cimiteri. Ieri a «Vieni via con me», il programma serale di Raitre con Fabio Fazio e Roberto Saviano, è stato il giorno dell'immondizia, un'immondizia bipartisan. Come abbia fatto Saviano a sostenere che anni e anni di emergenza rifiuti nel Napoletano e in tutta la Campania siano stati causati dalla malapolitica, ma che non è colpa di alcun politico in particolare, forse solo un po' di Berlusconi, è difficile da capire. Ma l'ha fatto. Le parole d'ordine sono state: «I camorristi rinunciano ad una parte dei loro guadagni per dare soldi ai politici. A tutti i politici». Con buona pace del fatto che per sedici anni la spazzatura ha fatto arrivare otto miliardi di euro, lo dice Saviano stesso, in Campania. E ad un certo punto, dopo anni di amministrazioni locali rosse, arriva il governo Berlusconi. E nella trasmissione fa capolino il regista Gabriele Salvatores che ricorda con l'aria indignata (qui ce l'hanno tutti) come lui, il Cav, avesse promesso di risolvere il problema dell'immondizia e, come tutti possono vedere, non l'ha fatto. E Bassolino? E la Iervolino? Di loro non si parla. Comunque la spazzatura che arriva nel Napoletano è del Nord. Come è possibile? «Semplice - dice Saviano - i rifiuti straordinari del Nord arrivano in Campania e "magicamente" diventano rifiuti ordinari».

Poi i camorristi li vendono, sì, se li fanno pagare, dai contadini come fertilizzante e la frutta viene su ingrassata dai toner delle stampanti. Questa la trasmissione prima che potesse intervenire il ministro Maroni, quello che dei camorristi non ne parla, ma manda la polizia ad arrestarli. Maroni, sentendo il programma della settimana precedente, non aveva condiviso molte cose. Ha chiesto il diritto di replica e l'ha ottenuto. Con buona pace dei padroni di casa che preferiscono far parlare chi dicono loro. Il ministro Maroni è stato logico, ha dato una lezione su come si combattono veramente le mafie. Non con le ecoballe. «Le mafie si combattono - ha detto - dando la caccia ai superlatitanti». Non con le chiacchiere e le manifestazioni. Un discorso duro e sereno. Breve (i tre minuti canonici), ma che ha potuto contare su cifre secche ed inoppugnabili. Maroni ha elencato i tanti superboss che lui, ministro del Nord, ha fatto arrestare e alla fine ha detto: «Ne mancano solo due», lasciando capire che si sta lavorando anche per quelli. Alla fine dei tre minuti canonici Fazio, che evidentemente non aveva mandato giù il rospo di aver dovuto aprire le porte ad un'ospite così, ha polemizzato sul diritto di replica: «Se magari a me non piace come lei fa il ministro - ha detto il conduttore - poi vengo io a fare il ministro al posto suo...». Maroni, che era stato misurato e garbato è stato anche spiritoso: «Ma sì - ha risposto - venga lei a fare il ministro dell'Interno, che io me ne vado una settimana al mare». Tutta la trasmissione di ieri sera è stata una sorta di «preparazione» all'intervento di Roberto Maroni, ministro dell'Interno, del Nord. Ricordando che la spazzatura, tossica, arriva dal Nord e finisce sotto le case, le scuole, «modifica la geografia della mia regione», dice Saviano. «Vieni via con me» ieri sera è iniziato come sempre alle nove e passa.

Gli ascoltatori sono stati subito accolti dal padrone di casa Fabio Fazio che ha sparato un bel pistolotto sottolineando come siano noiosi quelli che pretendono il diritto di replica. Perché chi ne ha diritto o no lo decide lui. Primo ospite Luca Zingaretti (il commissario Montalbano) che ha letto un bel brano di Andrea Camilleri (purtroppo lui non c'era) e poi un'altra bella lettera di Carlo Fruttero sull'elogio della vecchiaia. Si sarebbe potuto fermare lì. Peccato. Non l'ha fatto. Di Luca Zingaretti sappiamo che è un grande attore. Non sapevamo che è un pessimo cantante. Da ieri lo sappiamo: ha cantato «Vieni via con me» in modo straziante. Francamente se lo poteva risparmiare, come cantante è riuscito ad essere peggio anche di Roberto Benigni. Il resto della trasmissione è stata «ordinaria amministrazione», con buoni (sicuramente) ascolti per la rete. Comprese le sparate contro il papa di Corrado Guzzanti, osannato dalla clacque. Per la felicità degli inserzionisti pubblicitari. Si perché tra una parte e l'altra della trasmissione di Fazio-Saviano vanno gli spot, come quello per il disincrostante per il water. Come in tutti gli altri programmi.



Antonio Angeli
23/11/2010




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Omicidio di Casoria, spunta un testimone «Non sono interessato al viaggio premio»

Il Mattino



 

CASORIA (23 novembre) - Si incrina il muro di omertà che ha avvolto finora l’omicidio dell’edicolante Antonio Coppola avvenuta a Casoria il 19 agosto scorso: dopo la diffusione del filmato da parte della Procura di Napoli e l’offerta di una settimana di vacanza a chi collabora, spunta chi chiede di parlare con i pm.

Ieri una persona di mezza età si è presentato nella sede dei Verdi chiedendo di essere messo in contatto con gli inquirenti. Ha detto di non essere interessato alla settimana di vacanza, ha voluto sapere solo quali rischi corresse. Gli è stata data la email dei carabinieri di Cisterna che indagano. Il procuratore Lepore: siamo contrari alle ”taglie“.




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Savonarola». «Tu fai politica vecchia» Vendola-Grillo, scambio di accuse

Corriere della sera


Il governatore: deriva integralista. Il comico: sotto processo metà della sua giunta.

 

Il caso - All'origine della lite il diverso giudizio su Saviano


Beppe Grillo
Beppe Grillo
ROMA
- Allora, l'antefatto è questo.

L'altra sera, nel corso del suo quarto e ultimo show al Gran Teatro di Roma, Beppe Grillo ad un certo punto se ne esce così. «Roberto Saviano, per carità, è bravissimo. Ma "Vieni via con me" è un programma Endemol. E di chi è la Endemol? Di Silvio Berlusconi. Dunque quando Saviano fa audience, a guadagnare è il Cavaliere. Se poi ci aggiungiamo che Saviano lancia accuse a destra e a manca, senza però fare mai mezzo nome, è facile capire perché Silvio goda come un riccio» (in sala, 3.500 persone - tutto esaurito - che restano sorprese, mute, non un accenno di applauso per il comico genovese).

 
Passano poche ore e arriva la replica. Nichi Vendola - il leader di Sinistra ecologia e libertà, l'ex comunista che per hobby scrive filastrocche e che fu tra i primi a dichiararsi omosessuale, «non gay, sia chiaro», l'uomo colto e sensibile che ha letto Neruda, Pirandello e Pasolini e che secondo alcuni starebbe rosicchiando consensi e voti al Pd - è ospite di Maria Latella su Sky Tg24. E va giù duro. «Quella di Grillo è una deriva di integralismo. E si tratta, a mio parere, di un fenomeno piuttosto preoccupante: perché se ciascuno sente di possedere il metro per giudicare, si finisce in una sorta di giudizio universale permanente. Insomma - conclude Vendola - io penso che la politica sia il campo della verità con la "v" minuscola, ma se qualcuno pensa di avere sempre la verità con "v" maiuscola, è chiaro che finisce poi per sentirsi Savonarola». Grillo, adesso, sospira; poi, con la voce che conoscete: «No, dico: lei ha idea di che fine fecero fare a Savonarola?».

Wikipedia: «Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola (Ferrara, 21 settembre 1452 - Firenze, 23 maggio 1498) è stato un religioso e politico italiano. Appartenente all'ordine dei frati domenicani, nel 1947 fu scomunicato da papa Alessandro VI, l'anno dopo fu impiccato e bruciato sul rogo come "eretico, scismatico e per aver predicato cose nuove"».

Ancora Grillo: «Ora, a parte che se fosse vissuto in quest'epoca, a Savonarola avrebbero organizzato subito una puntata di "Porta a Porta" e così forse sarebbe persino riuscito ad evitare il rogo... il punto è che io, in comune con Savonarola, ho solo una cosa: la parola. Con la differenza che io la uso in Rete, la faccio viaggiare con Internet. Dove non ci sono padroni. E dove il consenso è incontrollabile. Se dici cose giuste, oneste, ti dicono che hai ragione e che sei perbene. Se fai il furbo, ti scoprono dopo mezzo secondo. Un modo di procedere, mi rendo conto, che Vendola, purtroppo, non può capire».

Non sia severo, Grillo. «Senta: sa quanti anni sono che Vendola fa politica? Trenta. Vendola è nato facendo politica». E allora? Se anche fosse? Non è mica reato fare politica per mestiere. «Vede, il fatto è che Vendola fa politica vecchia. Sta lì che promette e fonda partiti, ma non è più tempo di partiti, non c'è più storia del Pci che tenga, o tradizione, o destra e sinistra. Questo è il tempo dei giovani e della loro forza in Rete». Anche Vendola, nella campagna elettorale delle ultime elezioni regionali, ha usato molto Internet. «Vede? Anche lei che mi sta intervistando è vecchio. Lei ha la testa di un vecchio...». Grillo, la prego... «Cosa vuol fare, eh? Vuol dimostrare che io ce l'ho con Vendola? Ma guardi che io sono oltre, capitooo?». Non sarà, mi scusi, che lei invece si rivolge ad un elettorato molto vicino a quello, magari più politicizzato, di Vendola? «Ah ah ah! Ma che dice? Ma di quale elettorato parla? Noi siamo un popolo che sta lì, in Rete.

Tutti insieme senza leader. È Vendola che aspira ad essere un leader, non io, non uno solo di noi aspira a questo ruolo». Grillo, è un po' complicato crederle. «E invece deve! E se non è servo di qualcuno scriva che per candidarsi alle prossime Comunali con il nostro simbolo a cinque stelle basta inviarmi una email e dimostrare di non essere iscritto ad alcun partito e di avere la fedina penale pulita... Lo spieghi anche a Vendola cosa significa avere la fedina penale pulita, lui che in Puglia s'è ritrovato con mezza giunta sotto processo...». Vendola, amareggiato: «Mi spiace che Grillo usi un linguaggio così violento. Mi addolora la deriva distruttiva del suo impegno. No, non riesco a capire la politica quando diventa, come in questo caso, livore e contumelia».

Per paradosso, alle nove della sera, sul sito personale di Vendola (www.nichivendola.it) c'è ancora una pagina che comincia così (ma che è ormai superata dagli eventi): «Pubblichiamo un post di Beppe Grillo che esplicita il sostegno a Nichi per la battaglia intrapresa dal presidente della Regione Puglia in difesa dell'acqua come bene comune e contro il nucleare...».

Fabrizio Roncone
23 novembre 2010



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