lunedì 22 novembre 2010

Napoli, picchiatori incappucciati su ordine del boss: botte ai commercianti per il pizzo

Il Mattino


di Leandro Del Gaudio

NAPOLI (22 novembre) - Li definisce «incappucciati» o quelli che la notte scendono per strada con i «cappucci in testa». Non trova altre espressioni, quando inizia a raccontare ruolo e gesta criminali di una banda che da qualche tempo imperversa in una larga fetta di territorio metropolitano.

Bagnoli, una parte di Fuorigrotta, Agnano. A fare luce sull’ultima moda in materia di estorsione è un ex affiliato ai D’Ausilio, uno che da mesi riempie verbali destinati a rafforzare indagini della Dda di Napoli. Tecnicamente - spiega il pentito - si tratta di picchiatori, mazzieri, gente violenta, che agisce su precisi mandati criminali. Hanno un compito: picchiare, indimidire, fare danni.

E lo fanno su un mandato preciso: impedire denunce e strappare tangenti, senza fare troppo rumore. Testimonianza agli atti di Gaetano Giacobbo, uno che in passato faceva il killer, che racconta l’avvento nel quartiere flegreo della «banda di incappucciati»: «È una strategia con un obiettivo: evitare morti ammazzati, agguati a colpi di arma da fuoco, che fanno scattare inevitabilmente denunce, indagini, blitz e perquisizioni nelle abitazioni dei pregiudicati della zona. Invece, colpire a mani nude o con una mazza da baseball - aggiunge - ti consente di fare male senza avere disturbi, incassare tangenti senza troppi rischi».

Accuse depositate di recente agli atti di un processo a carico di quattro presunti estorsori. Decine di omissis, tante pagine bianche, segno di un’inchiesta ancora in corso. Indagine condotta dal pm anticamorra Michele Del Prete, che punta dritto al presunto sistema criminale di Domenico D’Ausilio, un personaggio che negli anni ha quasi sempre collezionato assoluzioni al termine di processi e accertamenti in aula, mai come in questo caso da considerare innocente fino a prova contraria. Si presenta in poche parole: «Prima di andare con i D’Ausilio, ero stato con i Rega di Brusciano. Ero uno che faceva i morti».

In carcere avvenne il cambio di casacca: «Mi proposi, mi dissero che dovevo fare i morti». Ci sono nomi e simboli di affiliazione nel fascicolo della Dda: «In quel periodo il mio punto di riferimento era Pasquale Quotidiano, alias kalibù, a sua volta legato a D’Ausilio».

Non mancano passaggi pulp: «In onore di Quotidiano, mi sono fatto tatuare la parola kalibù sul braccio, ma per questo fui redarguito. Fu lo stesso Quotidiano a mandarmi un’imbasciata dal carcere, con cui mi spiegava che la fede si porta nel cuore, non sul braccio». Parole da verificare, accertamenti in corso. Nomi, delitti, ma anche meccanismi di difesa usati dal presunto clan D’Ausilio: come la decisione di affidare a un insospettabile - un fruttivendolo ambulante - il ruolo di messaggero degli ordini del boss, sempre seguendo la traccia del pentito: «Quello, il fruttivendolo, poteva anche venire da te e dire ora ”devi fare un morto”. Si sapeva che era un ordine della camorra».

Quanto agli omicidi, invece, il reo confesso non si risparmia, tanto da ricordare una notte passata a girare per Fuorigrotta, Bagnoli e Agnano per una missione di morte fortunatamente andata a vuoto: «Non mi dissero neppure come si chiamava quello che dovevo buttare a terra, neppure mi spiegarono perché doveva essere ammazzato. In tasca avevo un indirizzo, stetti ad aspettare per ore, ma non lo trovai. Eppure ricordo che rimasi sotto la sua abitazione, avevo un’arma, ma quella notte non riuscii ad ammazzarlo».

Il resto è storia di pestaggi, è racconto di mazzieri incappucciati, volto travisato e mazze da baseball a portata di mano. Tanto che per essere chiaro, il potenziale teste d’accusa fa riferimento anche a un assalto agli uffici della Asìa, dove lavorava uno dei presunti estorsori del clan D’Ausilio, tale Roberto Tripodi. È ancora Gaetano Giacobbo a insistere: «Lavorava nella Asìa e siccome aveva orari fissi, decise di licenziarsi, perché era facilmente localizzabile, temeva di essere ammazzato da un clan rivale».

Storie da passare al vaglio investigativo, in un processo con quattro imputati (difesi, tra gli altri, dai penalisti Riccardo Ferone e Carmine Galloro) colti sul fatto un anno e mezzo fa mentre taglieggiavano un imprenditore edile. Gira e rigira, il discorso del pentito è sempre lo stesso: «Qua, nella zona, le tangenti le pagano tutti e il sistema usato è quello che vi ho spiegato».

Niente omicidi - farebbero troppo rumore - basta mandare in strada quelli con le mazze da baseball, magari con un ordine filtrato da un camorrista travestito da fruttivendolo.





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Strage di Ustica, la verità di Giovanardi «Non fu un missile, ma una bomba»

Il Mattino


BOLOGNA (22 novembre) - A causare la strage del D9 Itavia che il 27 giugno 1980 precipitò nel mare di Ustica uccidendo 81 persone fu una bomba messa nella toilette di coda. Non un altro aereo che passando radente fece collassare il velivolo, tantomeno un missile. Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del consiglio, ha convocato una conferenza stampa a Bologna, in Prefettura, per ribadirlo. Sulla scelta del luogo per l'incontro con i giornalisti ci sono state polemiche. Quella sera nei cieli di Ustica, ha spiegato Giovanardi, citando «tutta la documentazione Nato», non ci fu battaglia aerea.


«Aerei in volo a quell'ora nelle vicinanze del Dc9 non ce ne sono. Sono a 500 chilometri, o nella zona ma tre ore dopo». Al suo fianco Aurelio Misiti, del collegio che svolse, dal '90 al '94, la perizia sulla carlinga. Misiti ha spiegato che «per un anno abbiamo cercato il missile, ma non siamo riusciti a trovare evidenze». La conclusione fu che la causa dell'esplosione «fu uno scoppio all'altezza della toilette». A supporto della tesi ha detto, per esempio, che i missili a guida radar esplodono a 10-30 metri dall'obiettivo investendolo con schegge, mentre la carlinga recuperata (conservata in un museo dedicato a Bologna) non ne porta traccia.

Per Misiti inoltre i tracciati Nato hanno dimostrato che «non c'è il presupposto base per la 'quasi collisione': non ci sono aerei vicini». Sulla completezza dei dati non ha dubbi: «erano segreti Nato, non li ha mai toccati nessuno». Inevitabile chiedere a Giovanardi (che ha confermato di parlare a nome del Governo di quel «che emerge da sentenze passate in giudicato») se reputi l'inchiesta aperta a Roma inutile, visto che parte dal presupposto di una battaglia aerea e che il Governo ha firmato le rogatorie internazionali. «Francesi e americani ci hanno risposto decine di volte, ci sono anche lettere personali di Clinton e Chirac che dicono 'noi non c'entriamo nulla». Ma, ha aggiunto, «il ministro Frattini se lo chiede l'autorità giudiziaria ha l'obbligo di firmare». Si tratta però di un'indagine nata da dichiarazioni di Cossiga smentite da Cossiga stesso.


In conferenza stampa si è ovviamente parlato della sentenza ordinanza del giudice Rosario Priore. «È un atto che assolve qualcuno e rinvia a giudizio altri poi assolti - ha detto Giovanardi - non potevano essere colpevoli di aver depistato su una battaglia che non c'è stata». In sala anche alcuni parenti di vittime, tra cui i fratelli Lachina di Montegrotto (Padova) che persero, appena ragazzi, i genitori.

I familiari delle vittime. «È una vergogna, siamo stanchi. A chi devo credere in questa Italia? A Priore o a lei o a Cossiga?» ha chiesto amareggiata Elisabetta a Giovanardi. «Si fa presto ad infangare il lavoro di un bravo magistrato...», ha detto più tardi uscendo dal museo dove sono conservati i resti dell'aereo.




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Delitto di Cogne, «Taormina diffamò» Chiesta dal pm una condanna a sei mesi

Il Messaggero



MILANO (22 novembre) - Sei mesi di reclusione sono stati chiesti a Milano per l'avvocato Carlo Taormina, querelato per diffamazione dall'ex procuratore della Repubblica di Aosta, Maria Del Savio Bonaudo, in relazione a dichiarazioni fatte dal legale durante il caso di Cogne in cui aveva difeso Annamaria Franzoni, imputata e poi condannata per l'omicidio del figlioletto Samuele.

Nel corso di un lungo interrogatorio Taormina ha detto che non voleva offendere il magistrato ma solo tutelare gli interessi della sua assistita. Il pubblico ministero Paola Barzaghi ha chiesto la condanna dell'imputato. Dopo gli interventi degli avvocati di parte civile, Stefano Bonaudo e Luca Fiore, che hanno chiesto anche il risarcimento del danno, e del difensore Pierpaolo Dell'Anno, il giudice Stefano Corbetta ha rinviato l'udienza al 9 dicembre per consentire la trascrizione delle dichiarazioni dell'imputato registrate in udienza. In quella data è prevista la sentenza.





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Mangiò un cioccolatino ma senza pagarlo A processo, assolto

Quotidiano.net


L'uomo, 37 anni e di nazionalità rumena, si era dato alla fuga e aveva estratto spaventato un tagliaunghie per difendersi dai clienti che lo inseguivano

Sanremo (Imperia), 22 novembre 2010 - Due giorni di camera di sicurezza e un processo per rapina, dal quale però è stato assolto: è la vicenda che vede come protagonista un immigrato romeno di 37 anni che per aver mangiato un cioccolatino, senza pagarlo, in un bar di Bordighera (Imperia), si è visto sottoporre a fermo di Polizia giudiziaria e processare con l’accusa di rapina.

A scatenare questa ipotesi, l’aver estratto un taglia-unghie durante la fuga da due clienti del bar ai quali la titolare aveva chiesto di inseguire l’uomo, in attesa dell’arrivo dei Carabinieri. Lui tirò fuori il taglia-unghie, in quanto spaventato, ma non minacciò nessuno ed è per questo motivo che il Gup, Eduardo Bracco, di Sanremo, ha ritenuto la rapina non sussistente. Per quanto riguarda il furto, la titolare del bar non ha presentato querela, quindi nessuna condanna.

Fonte Agi





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Lula, sommerso dai regali, rischia di soffocare: sono 760mila

Corriere della sera


Li ha ricevuto durante gli otto anni del suo mandato: da una spada d'oro e diamanti a un frullatore da cucina


Secondo la legge sono tutti di sua proprietà: per trasportarli ci vogliono 11 camion




ROMA - Anche i regali, per quanto fatti con le migliori intenzioni, possono diventare un problema. Si tratta, come sempre, di misura e nel caso del presidente brasiliano Lula è stata ampiamente superata. Si tratta di un problema serio: 760.440, tanti sono i doni ricevuti dal presidente brasiliano nei suoi otto anni come capo di Stato e, secondo la legge brasiliana, sono tutti di sua proprietà. Ma soltanto classificare e depositare in un magazzino questa enorme quantità di oggetti, a cui si sommano 642.977 documenti (fra cui lettere, film e foto) costituirebbe per l’ex presidente e la moglie Marisa una spesa insostenibile.

DALLA SPADA D'ORO E DIAMANTI ALLO SBATTITORE DA CUCINA - Alcuni, riporta il quotidiano spagnolo El Pais, sono regali preziosissimi: come la spada di oro rosso tempestata di diamanti, rubini e smeraldi donatagli dal re dell’Arabia Saudita Abdullah Bin Abdulaziz Al-Saud. Altri sono banali al punto da sembrare quasi assurdi o ironici: come lo sbattitore da cucina ricevuto pochi giorni fa da due cittadini anonimi. Ci sono poi circa 80 mila quadri, che richiederebbero l’expertise previo di una squadra di critici d’arte.

CI VOGLIONO 11 CAMION PER TRASPORTARLI - Che vengano da re e potenti oppure da umili contadini, il risultato finale è che la task force speciale creata dalla presidenza per affrontare il «problema regali» teme di dover riempire come minimo 11 camion. Secondo la legge 30 dicembre del 1991, tutto ciò che il presidente riceve diventa di sua proprietà, anche se può decidere di lasciare i doni in eredità al suo successore. In caso di vendita, poi, lo Stato ha una prelazione come compratore. Quel che è certo è che i regali non potranno mai entrare nell’appartamento di Lula, nella piccola città di São Bernardo do Campo (stato di San Paolo), peraltro «visitato» pochi giorni fa da una banda di rapinatori. È possibile, suggerisce El Pais, che Lula si serva dell’aiuto di amici o mecenati per disfarsi di questa enorme quantità di presenti. Nel frattempo, il futuro politico di Lula resta un segreto: di certo il presidente, a cui a gennaio succederà la delfina politica Dilma Rousseff, creerà una fondazione per aiutare i Paesi in via di sviluppo e trasferirà la sua residenza privata da São Bernardo do Campo a San Paolo, per essere più vicino all’aeroporto internazionale.


22 novembre 2010



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Gb, nelle scuole musulmane antisemitismo e omofobia

di Redazione


In circa 40 scuole, tra Irlanda e Gran Bretagna, nelle scuole musulmane più di 5mila studenti imparano la legge del taglione e leggono sui libri come punire i gay



 
Londra - Leggono come si tagliano mani e piedi ai ladri, come punire gli omosessuali e quali sono le "riprovevoli" qualità del popolo ebraico. Tutto questo circa cinquemila studenti lo trovano a scuola, sui libri di testo. Infatti, sono oltre 40 i club e le scuole saudite nel Regno Unito dove viene attuato questo programma di studi. La denuncia è stata fatta nella trasmissione Panorama della Bbc. Immediata la reazione del governo, con il ministro dell’Istruzione Michael Gove seconodo il quale non c’è spazio nel Paese per gli insegnamenti sauditi su ebrei e omosessuali.
 





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Settemila militari di troppo: potrebbero cambiare ministero

Il Messaggero




di Carlo Mercuri

ROMA (22 novembre) - I militari in Italia sono troppi. Occorre ridurre: ma come, se non è possibile licenziare? Si può provare con la mobilità, suggerisce qualcuno. Visto che un militare è pur sempre un impiegato statale, lo si potrebbe mandare a lavorare presso un’altra amministrazione dello Stato.

Applicando il principio che si chiama degli “esuberi trasferiti”. Vi immaginate allora qualche migliaio tra marescialli e colonnelli (i gradi apicali, gli stipendi più alti) che indossano anfibi ed elmetto e traslocano dal Ministero della Difesa a quello dei Trasporti o delle Pari Opportunità? Questa che, raccontata così, può sembrare una facezia, minaccia invece di divenire a breve una realtà. D’altronde, ha spiegato il Capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, lo scenario della sicurezza globale «si manifesta non attraverso parametri lineari e prevedibili, ma con dinamiche riconducibili alla teoria del caos e del disordine». Bisogna «sapersi adattare» alle nuove complessità del mondo, dice Camporini. E noi ci adatteremo.

Faremo così scendere il numero complessivo dei nostri militari a 177.000 unità, come prescrive il Capo di Stato maggiore. Il Nuovo Modello di Difesa aveva previsto che i militari delle quattro Armi (Aeronautica, Carabinieri, Esercito e Marina) fossero 190.000. Oggi ne abbiamo in servizio circa 184.000; dobbiamo quindi dimagrire di 7.000 unità in pochissimo tempo. Ci vuole una cura da cavallo.

I tecnici della Difesa sono già al lavoro per trovare la “ricetta” che sarà presto tradotta in un disegno di legge governativo. La mobilità del personale, a cui abbiamo accennato più sopra, è una delle possibilità alle quali il Ministero pensa. Sempre meglio, comunque, che trovarsi di fronte al massimo male, cioè al blocco dei reclutamenti.

Chi scrolla le spalle e crede che il blocco dei reclutamenti in Italia sia una cosa impossibile, vada a leggersi la “Nota aggiuntiva allo stato di previsione della Difesa per l’anno 2011”, firmata dal ministro La Russa. In un passaggio è scritto che «i tagli finanziari apportati condizioneranno le future alimentazioni dei ruoli. In particolare si delineerà comunque una situazione che costringerà le Forze armate a ridurre drasticamente, finanche azzerare, i reclutamenti per il 2011 e per i successivi anni». Il rischio è, come si vede, molto alto. E dire che, paradossalmente, il Bilancio della Difesa 2011 prevede addirittura un aumento della spesa per gli investimenti: 3,45 miliardi per acquisire nuovi mezzi (i cacciabombardieri F35, gli elicotteri e i sommergibili U-212, tra gli altri). Però, se da un lato il ministero della Difesa allarga i cordoni della borsa, dall’altro toglie fondi per l’esercizio (1,4 miliardi nel 2011; -18,2% rispetto al 2010). E’ una cosa assai curiosa, perché significa dotare le Forze armate di strumenti moderni e sofisticati, per poi sottrarre le ore di addestramento necessarie al personale che quei mezzi deve far funzionare.

A titolo di esempio, due anni fa i piloti dell’Aeronautica prevedevano per il loro addestramento 90.000 ore di volo. Nel 2011 ne faranno 30.000, intensificando il lavoro a terra, sul simulatore di volo. La Marina nel 2008 ha avuto 45.000 ore di moto, nel 2011 ne disporrà di 29.800, giacché si sa che bisogna razionalizzare la nafta per mandare avanti le navi. E l’Esercito farà solo 2.880 ore di esercitazioni (nel 2008 furono 7.500). A proposito dell’Esercito, è piena emergenza per i carri armati “Ariete” (li utilizzammo a Nassiriya): ne abbiamo circa 200 ma pare che quelli in grado di essere operativi siano non più di una decina, a causa della carenza di manutenzione.

Insomma, i vertici della Difesa studiano senza posa come razionalizzare e come risparmiare senza perdere di efficacia, ma certo, come sottolinea il generale Camporini, «non è facile vedere dove si vuole andare se il solo parametro sembra quello, sicuramente importante ma non l’unico, della riduzione di risorse e di organici».




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Gli 80 di Biscardi tra sgub, congiuntivi e Processo: e il calcio divenne Bagaglino

Il Messaggero




di P. Presutti e A. Castellani *

ROMA (22 novembre) - A dare retta all'anagrafe di Larino, paesotto in provincia di Campobasso, Aldo Biscardi compie 80 anni venerdì. Ma ci deve essere un errore perché in realtà lui se ne sente 31, quelli del suo Processo del lunedì, un format televisivo più imitato del Grande Fratello. Fatto sta che tra Sgub veri e falsi, congiuntivi faticosi e vistose tinture di capelli, il rosso giornalista molisano oltre a essere il capostipite della commedia dell'arte applicata al pallone, è perfetta metafora di buona parte d'Italia dell'ultimo trentennio.

«Il vero inventore del calcio parlato» (autodefinizione) è anche creatore del moviolone («me lo chiese perfino il Vaticano per l'attentato al Papa») e di «polemiche che fioccano come nespole». Insomma, con le litigate a comando del suo Processo, Biscardi ha caratterizzato un'epoca del costume italiano trasformando l'analisi del campionato di calcio in cabaret: un Bagaglino infinito dove però i personaggi sono stati spesso quelli veri e non i sosia. L'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini in collegamento dalla Val Gardena, ad esempio. O Giulio Andreotti: proprio durante un Processo annunciò che Falcao, inseguito dall'Inter, sarebbe rimasto alla Roma. E Berlusconi? Nel pantheon di Biscardi non manca, rivelò che Kakà sarebbe rimasto al Milan e per un po' è stato vero. Capace d'inventarsi perfino esperto di vela, ai tempi della Coppa America a Valencia, Biscardi in nome della par condicio riuscì ad avere come commentatori tecnici gli onorevoli Massimo D'Alema e Roberto Castelli, appassionati di questo sport.

Colpi giornalistici innegabili per i quali Biscardi rispondeva agli ospiti eccellenti con l'immancabile Denghiù che a lungo andare gli valse l'ingaggio come testimonial di una scuola d'inglese. Innumerevoli le sue frasi celebri: da quelle su «dove Baggio giocherà l'anno scorso» e su lui e i suoi collaboratori «inabissati di email», o inseguiti da «uno stormo di piranhas levato in volo sul Rio de la Plata». Quest'ultima, incredibile e però mai smentita, risale al tempo in cui Biscardi era ancora un giornalista della carta stampata e seguiva per Paese Sera, storica testata romana e grande scuola di cronisti, il mondiale del 1978 in Argentina. Era, allora, una prima firma vera: la sua carriera, dopo gli studi a Napoli, era cominciata da giovanissimo proprio in quel Paese Sera, ed era stata segnata positivamente dallo scoop realizzato rivelando che la Roma avrebbe ceduto i suoi «gioielli» Capello, Spinosi e Fausto Landini alla Juventus: una operazione di mercato che fece scalpore e provocò manifestazioni di protesta nella Capitale.

Il calcio trasformato in farsa tv era per lui però destino e cifra giornalistica: indimenticabili alcuni monologhi di Costantino Rozzi con il conduttore a fare da spalla, un po' Totò e un po' Peppino. Con Luciano Moggi che dettava la scaletta del Processo («ma in pratica io lo prendevo in giro, promettendogli favori e poi mandando in onda esattamente il contrario», puntualizzò Biscardi all'epoca di Calciopoli) e Gianni Brera che duettava con lui dando al pallone l'effetto di letteratura. Ci fu nei confronti di Biscardi anche un bando decretato dalla Juventus: per anni, su ordine di Boniperti, nessun rappresentante del club bianconero partecipò alle sue trasmissioni dopo le polemiche scatenate al Processo per l'annullamento del gol di Turone nella sfida contro la Roma che assegnò lo scudetto del 1981.

Polemiche, verità, menzogne, interventi su commissione: un calderone buono per tenere incollati al video milioni di italiani ed anche ora che il giornalista molisano è ottuagenario e confinato su 7Gold, registra qualche successo di audience. Comunque, qualsiasi sia la valutazione etica che si vuole dare al Biscardi degli studi tv, va detto che si è riscattato con sincerità nelle sedi dei processi veri, i tribunali. L'associazione italiana arbitri lo querelò per diffamazione, lui si difese (finendo assolto):«Ma di cosa si offendono? - sostenne - lo sanno tutti che le cose che diciamo al Processo non sono credibili». Applausi.

* Ansa




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Cantona, fonda movimento anti-banche: ritirate i soldi e le mandiamo al collasso

Il Messaggero





ROMA (21 novembre) - L'ex stella del Manchester United Eric Cantona, che i tifosi inglesi chiamavano «Dio», si ritrova in Francia alla testa di un movimento di protesta contro le banche, che ha già raccolto migliaia di simpatizzanti.

Tutto è iniziato - ricostruisce il Guardian - con una intervista al quotidiano Presse Ocean di Nantes, l'8 ottobre scorso, incentrata sulla collaborazione dell'ex calciatore con la Fondazione Abbè Pierre. Rispondendo però a una domanda sulle dimostrazioni contro la riforma delle pensioni in Francia, Cantona, che indossava una maglietta rosso fuoco, ha criticato gli episodi di violenza spiegando che i dimostranti farebbero meglio a far nascere un movimento economico rivoluzionario, «iniziando a ritirare i propri soldi dalle banche». «Che senso ha scendere in piazza? Per dimostrare? Non è più questa la strada - ha detto Cantona -. La rivoluzione è veramente facile oggi: il sistema è costruito sulle banche, quindi deve essere distrutto attraverso le banche. Se i tre milioni di persone che hanno dimostrato andassero in banca e ritirassero i propri soldi le banche collasserebbero».

Il video è finito su Youtube: 40.000 i clic in poche ore, con il movimento francese StopBanque pronto a concretizzare l'iniziativa, fissando al prossimo 7 dicembre il «D-day», il giorno in cui gli aderenti andranno in banca a ritirare i propri risparmi. E sarebbero già 14.000 quelli pronti a farlo, aderendo al manifesto di StopBanque firmato da una regista belga, Geraldine Feullein, e da uno francese, Yann Sarfati. Il movimento si è propagato velocemente in tutta Europa, grazie ai social network, arrivando fino in Corea del Sud. Interesse anche in Italia: quasi 20.000 i clic sulla versione con sottotitoli in italiano e numerose pagine Facebook che invitano, il prossimo 7 dicembre, a ritirare i propri soldi dalle banche.

Un responsabile della federazione bancaria francese ha liquidato l'iniziativa con una risata, «è una cosa stupida», e ricordato con ironia che se Cantona, che nel '95 venne condannato a due settimane di carcere per aver colpito un tifoso avversario con un calcio stile Kung fu, vuole veramente ritirare i propri soldi «avrebbe bisogno di molte valigie».




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Il giallo dei due romani morti a Kabul: «Sapevano troppo, uccisi con l'eroina»

Il Messaggero



di Giulio De Santis

ROMA (22 novembre) - I due possibili testimoni oculari della sottrazione di milioni di euro destinati alla ricostruzione dell’Afghanistan potrebbero essere stati uccisi da una dose letale di eroina purissima. È la sorte di Stefano Siringo e Iendi Iannelli, i due romani, non tossicodipendenti, scomparsi nel febbraio del 2006 a Kabul in circostanze misteriose. Che adesso si stanno facendo sempre più chiare, almeno alla luce delle conclusioni del professor Marcello Chiarotti, consulente del pubblico ministero Luca Palamara, chiamato a spiegare le cause della morte dei due romani, trovati cadaveri nella stanza di Iannelli, a Kabul, il 16 febbraio di 2006.

Secondo il giudice delle indagini preliminari Rosalba Liso, Stefano e Iendi potrebbero essere stati uccisi perché erano pronti a rivelare quel furto di milioni di euro destinati alla ricostruzione dell’Afghanistan. Un consapevolezza che Stefano e Iendi avrebbero maturato grazie al lavoro che svolgevano, e che li poneva in un ruolo di osservatori privilegiati. Stefano era un impiegato del ministero degli Esteri; l’altro contabile dell’Ildo, un’organizzazione dell’Onu. A stroncare la vita di entrambi fu una dose micidiale di eroina pura all’89 per cento, come succede nei comuni tossicodipendenti. Ma la perizia del professore Chiarotti allontana la possibilità che i due fossero eroinomani. Anzi il professore, attraverso un linguaggio deduttivo, per la prima volta spalanca le porte ad una morte dei due giovani provocata da mani fino ora rimaste sconosciute. Innanzitutto, secondo il professore Chiarotti, non è possibile affermare che i due giovani si siano iniettati la droga spontaneamente. E quindi c’è lo spazio per sostenere che l’assunzione dell’eroina sia stata forzata dalle mani di un estraneo. Il consulente aggiunge che nessun valore chimico, nel corpo dei due ragazzi, indica un abituale uso di eroina o cocaina. Ecco perché deve essere escluso che fossero due tossicodipendenti. Circostanza quest’ultima confermata da chi li frequentava a Kabul e mai li ha visti drogarsi.

Pertanto è incomprensibile ipotizzare che due ragazzi, adusi al massimo all’uso di qualche spinello, abbiano deciso di provare di testa propria eroina pura al 90 per cento. Una purezza, scrive il professore, dieci volte superiore alla concentrazione normale di eroina venduta da un comune spacciatore di strada. Il giallo dei due ragazzi morti a Kabul per un overdose corre parallelo al mistero della morte di Gianguarino Cafasso, il pusher coinvolto nel caso Marrazzo e deceduto nel settembre del 2009 dopo aver assunto cocaina ed eroina in dosi molto elevate. Secondo la Procura di Roma che indaga con l’accusa di omicidio volontario, il carabiniere Nicola Testini avrebbe consegnato quella dose al pusher per uccidere Cafasso, immaginando gli effetti letali dello stupefacente in un tossico dipendete con gravi problemi cardiopatici. Pertanto le stessa accusa di omicidio volontario dovrebbero essere contestate a chi diede la dose di eroina a Stefano e Iendi.

E il gip ha già obbligato il pm ad indagare su questa strada. Confortata peraltro da alcune testimonianze. In particolare quella del magistrato messicano, Samuel Gonzales Ruiz, a Kabul nel 2006 impegnato nel progetto dell’Idlo. Ruiz ha sempre sostenuto che i due giovani sapevano ormai troppo. Anche per vivere?





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Dell'Utri parla con i cronisti: «Sono tranquillo, ci vediamo in galera»

Il Mattino




MILANO (22 novembre) - «No, non sono preoccupato, ci vediamo in galera»: così il senatore Marcello Dell'Utri, risponde a Milano a margine della presentazione del Salone del libro usato ai cronisti che gli chiedono se è preoccupato in vista della sentenza della Cassazione che dovrà pronunciarsi sulla condanna dei giudici di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. I cronisti gli hanno poi chiesto se il premier sia stato tradito o meno: «Chi non è tradito? Tutti i capi sono sempre traditi, anche Berlusconi». E lei?: «Io tradito? Non sono un capo, a meno che - dice ridendo il senatore - non mi consideriate capo di Cosa Nostra».





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Le stelle ci insegnano da dove veniamo»

Corriere della sera

L'astrofisica Margherita Hack tra cosmo, religione, tv. E sulla politica: «In Italia situazione vergognosa»



Maglietta nera da ragazzina, Margherita Hack, astrofisica, classe 1922, ha appena scritto e pubblicato il suo ultimo libro Notte di stelle con il giornalista del «Corriere della Sera» Viviano Domenici. Piena di verve e simpatia parla di cosmo e politica con lo stesso rigore e competenza. «Noi astrofisici non siamo romantici ­ - dice sorridendo – guardiamo le stelle come oggetti fisici da studiare. Del resto le stelle non sono tanto diverse da noi: nascono, crescono e muoiono».

Dunque nessun afflato spirituale guardando il cielo. «No, fin da bambina non avevo alcun turbamento religioso e mi è sempre interessato poco l’aldilà. Sono naturalmente atea». Per Margherita Hack è la scienza a spiegarci molte cose e a regalarci un futuro migliore. Cosa pensa di Gianna Nannini, mamma a 54 anni, grazie all’aiuto della scienza? «Penso che se la scienza aiuta gli uomini a stare meglio ben venga. Se la Nannini desiderava un figlio perché no. La vita oggi si è allungata». La vita si è allungata ma purtroppo presto o tardi tutti dobbiamo fare i conti con la morte. Un tema molto caro all’astrofisica è l’eutanasia per cui si batte da anni.

«È un diritto dei cittadini poter scegliere se vivere o morire». Ha sentito l’altra sera nel programma di Fazio-Saviano, la moglie di Welby e il papà di Eluana Englaro? «Sì, sono due casi tristissimi, le loro famiglie sono state “torturate”. La politica si è comportata in modo vergognoso. È più asservita ora al Vaticano di una volta. Mentre invece il Paese deve essere laico». E della politica di quest’ultimo tempo che idea s’è fatta? È durissima la Hack:

«Vergognosa e non tanto per gli scandali sessuali – anche se alla lettera ormai l’Italia è un gran casino – ma mi scandalizza che il primo ministro faccia leggi per sé. Certo ci vorrebbe un’alternativa , bisognerebbe che l’opposizione si facesse sentire per eliminare il cancro del centrodestra». Lei guarda la televisione? «Seguo Ballarò, Annozero. Saviano l’ho visto, troppo didattico ma comunque utile. Dovrebbe essere un po’ più vivace, l’importante è che faccia cultura politica di cui c’è tanto bisogno».

Maria Volpe
22 novembre 2010

La scrittrice spagnola e Facebook : che sfratta chi non è sincero

Corrioere della sera


Bloccati i profili della Etxebarría. «Ho perso foto e poemi»




DAL NOSTRO CORRISPONDENTE


MADRID - È guerra tra Lucía Etxebarría, una delle scrittrici spagnole più amate e detestate del suo paese, e Facebook: la più affollata comunità virtuale del mondo l'ha messa alla porta per aver mentito sulla sua identità e, assieme a lei, ha espulso lo spregiudicato protagonista di uno dei suoi ultimi romanzi, Lo verdadero es un momento de lo falso, il vero è un momento del falso, Pumuky Guy Debord, che pure si era attivato un profilo sociale tutto suo; e, probabilmente, un po' troppo piccante.
Poco sensibili alle metafore letterarie, ai giochi di specchi, ai nomi d'arte e alle identità fittizie, gli amministratori del sistema hanno bloccato, senza preavviso, i due indirizzi di riferimento dell'autrice. Prima incredula e ora furiosa con la «censura quel Grande Fratello», che nemmeno risponde alle sue sferzanti email di protesta.
Vero: il giovane Pumuky, forse aveva esagerato con tutte quelle sue storie di droga e sesso. Vero: Lucía Etxebarría aveva preferito celare il secondo profilo, quello personale, sotto generalità posticce, lasciando che tre o quattro incauti impostori, proditoriamente registrati a nome suo, gestissero per lei la massa di richieste di amicizia (o inimicizia) provenienti da ammiratori (e detrattori).
Ma la drastica decisione dell'«ufficio disattivazione» le ha - forse irrimediabilmente - distrutto 18 mesi di vita. Virtuale sì, però pur sempre convertibile in denaro contante: articoli, messaggi, recensioni, critiche cinematografiche e musicali, fotografie, di cui la scrittrice non si era salvata alcuna copia di sicurezza.
«Grazie all'iPhone ho lasciato per un anno e mezzo testimonianza tanto fotografica quanto scritta della mia vita quotidiana - si lamenta la scrittrice nel suo blog, profeticamente intitolato "The end" - : concerti, film, esposizioni, libri, micro poemi. Un diario per il quale qualche editore avrebbe pagato una somma abbastanza generosa». Non è ben chiaro perché la più estesa e consolidata rete sociale abbia deciso di liberarsi dell'autrice di «Beatriz e i corpi celesti», «Amore, prozac e altre curiosità», «Cosmofobia», «Io non soffro per amore». Ma, per nulla impressionati dal peso letterario del profilo cancellato, gli amministratori di Facebook si limitano a spiegare di aver «chiuso un profilo falso per usurpazione di identità». Esattamente ciò che Lucía Etxebarría reclama su Twitter, dove qualcuno si spaccia per lei: «Ma non c'è modo di fermarla, perché l'ortografia del mio cognome all'anagrafe è leggermente diversa da quella che ho scelto per i miei libri».
Anche la speranza di un ripensamento nella cabina di comando di Facebook è flebile: il regolamento vieta - tra l'altro - di iscriversi sotto falso nome o di aprire più di un profilo. Il sistema scandaglia le bacheche dei duecento milioni di utenti a caccia di false generalità, di minori di 13 anni (l'età minima per accedere) o di eccessi (di amicizie o di impudicizia), pronto a bloccare la porta e buttare la chiave.
Elisabetta Rosaspina
22 novembre 2010



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Trattativa Stato-mafia, favore a Sandokan Si rileggono gli atti giudiziari di 17 anni fa

Il Mattino





CASERTA (22 novembre) - Diciassette anni fa il Tribunale di sorveglianza di Sassari ordinò a sorpresa, e in maniera difforme da quello di Napoli, la scarcerazione anticipata di Francesco Schiavone, boss dei Casalesi poi divenuto capo assoluto del clan.

Lo sconto di due anni fu deciso due mesi dopo la lettera-appello al presidente della Repubblica Salfaro, con la quale Schiavone, con altri tre camorristi e a molti esponenti di Cosa Nostra, chiese l’abolizione del 41 bis. Di lì a poco il guardasigilli Giovanni Conso sospese il carcere duro per i detenuti a Napoli e Palermo.




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La sigaretta elettronica? Va vietata"

di Domenico Ferrara



L’Organizzazione mondiale della sanità boccia il dispositivo: "E' una stupida moda, non c’è alcuna prova scientifica che aiuti a smettere di fumare, anzi". E mette sotto accusa anche aromi e profumi



Chi ha lasciato la bionda per l’elettronica, pensando di essere uscito dal tunnel della dipendenza, dovrà ricredersi. Se ha smesso di fumare, il merito non è del dispositivo elettronico. Che, al contrario, «sabota le strategie messe in atto dall’Oms nella sua lotta contro il fumo». A lanciare l’allarme contro quella che definisce «una stupida e inutile moda» è proprio la stessa Organizzazione mondiale della sanità che, durante la Conferenza sul controllo del tabacco (Cclat), tenuta a Punta del Este, in Uruguay, smonta l’illusione e l’attendibilità della bionda elettronica. Motivazione? «Non c’è nessuna prova scientifica che aiuti a smettere di fumare».

E pensare che le sigarette elettroniche erano state pubblicizzate come infallibile sistema indolore per dimenticare una volta per tutte il pacchetto vero; le farmacie ormai ne avevano pieni gli scaffali; persino la compagnia aerea della Ryanair le commercializzava durante il volo e molte persone le consideravano il rimedio per eccellenza. Tutto questo perché il fumatore non perde né l’abitudine di tenere la sigaretta in mano né quella di aspirarla. E così facendo dovrebbe dimenticarsi della nicotina vera, almeno in teoria. Adesso però queste false credenze svaniscono, a sentire l’Oms, categorica nel sostenere che: «Non è assolutamente provato che aiutino a smettere - ha detto Eduardo Bianco, direttore regionale dell’Alleanza per la Convenzione-quadro anti-tabacco dell’Oms - anzi c’è chi le usa perché in alcuni Paesi sono permesse anche dove il fumo è vietato».

La sigaretta elettronica non è altro che un mini aerosol metallico a forma di sigaretta che sprigiona vapori aromatizzati che garantiscono l’illusione di fumare. E questi aromi darebbero l’illusione di non recare danno alla salute del fumatore. Ma anche su questo punto, l’Oms è stato chiaro: «Certi ingredienti sono nocivi e c’è la necessità di regolarizzare l’impiego delle sostanze aromatiche contenute nella sigaretta perché, in alcuni casi, possono essere più pericolose del tabacco». Insomma, una drastica messa al bando dell’uso di additivi e di profumi contenuti nelle sigarette al fine di renderle più piacevoli.

Il dibattito sulla reale efficacia della sigaretta elettronica già da tempo aveva coinvolto gli operatori del settore a livello internazionale: da un lato i sostenitori dell’assenza di controindicazioni, dall’altro gli scettici. Già nel 2008, la stessa Oms sottolineava che fosse necessario condurre opportune verifiche. E fino a oggi, sfruttando forse questo limbo di incertezza, alcune aziende produttrici di sigarette elettroniche, critiche nei confronti della conferenza, avevano anche posto il logo dell’Oms sulle confezioni. Ma adesso, la stessa Oms ha sciolto il dubbio.

In cinque giorni di lavori, la conferenza ha affrontato altri temi collegati al fumo, come la necessità che la lotta contro il tabagismo abbia più spazio sui media. Ed è stato presentato un rapporto sui decessi causati dal fumo nei soli cinque giorni del convegno: 60mila persone morte. I 171 Paesi firmatari dell’accordo hanno anche concordato di stanziare maggiore fondi per campagne per disincentivare il fumo tra i giovani. E su questo punto, il governo britannico si è già messo all’opera e sta valutando se imporre alle multinazionali del tabacco di vendere le sigarette in confezioni amorfe e senza colori scintillanti. Chissà se sarà sufficiente a evitare il contatto tra i ragazzi e la bionda…




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Se Ruini cancella la condanna di Boffo

di Vittorio Sgarbi


L’intervista al cardinal Ruini, apparsa su Repubblica ieri («I cattolici in politica siano uniti da stili di vita moralmente ineccepibili») mi induce a fare alcune riflessioni. È bene ascoltare le parole sagge dei preti, dei vescovi e anche dei cardinali, ma non si può non rimeditare ad alcune clamorose vicende che hanno riguardato esponenti importanti della Chiesa con stili di vita non moralmente ineccepibili. Si dirà che la Chiesa non ha mancato di stigmatizzarli, e il Papa di chiedere pubbliche scuse. Ma è proprio su questo punto che, condividendo i principi di Ruini, fatico a seguirne le conclusioni.

Deve avere, Ruini, certezze granitiche, così come mostrò di averne il cardinal Bagnasco. E devo aggiungere che anche il vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, si è espresso in termini analoghi. Qualche giorno fa, dopo aver letto il mio articolo in difesa di Feltri, sospeso per tre mesi per la vicenda Boffo, mi ha telefonato per dirmi: «Come fa lei a giustificare Feltri? Per farlo deve avere, come mostra di avere, la assoluta convinzione che Boffo sia omosessuale». Ho confermato la sua impressione, ma nello stesso momento ho iniziato a dubitare e ho convenuto con lui che, senza quella non provata certezza, la posizione di Feltri è indifendibile e la condanna se non giusta, motivata.

Leggo ora Ruini che aggiunge: «Dino Boffo non aveva bisogno di riabilitazioni, perché l’inconsistenza delle accuse mossegli era già emersa e riconosciuta pubblicamente». Può darsi, ma la questione non è così semplice. Preso atto della posizione della Chiesa sulla omosessualità, come si riconosce o definisce un omosessuale? Nella gran parte dei casi, soprattutto in passato, si trattava di una vox populi, di una conoscenza per tradizione orale. La convinzione nasceva dal pettegolezzo, ma era impossibile sbagliarsi. Poi è iniziata la moda dell’outing. Ma, probabilmente Alessandro Cecchi Paone era omosessuale anche prima di rivelarlo, così come lo era Tiziano Ferro. Ma se lo si fosse detto di loro prima della rivelazione, quale sarebbe stata la reazione? Forse di diniego. Certamente di riprovazione per il pettegolezzo. Ma può il pettegolezzo essere l’anticamera, avere la sostanza della verità? In questa materia, nel 95% dei casi, certamente.

In ogni caso il tema prima che ontologico è morale e i pettegolezzi spesso esprimono la verità, hanno un fondamento non dimostrato. Nel caso di Boffo c’è un elemento che sembra trascurato o dimenticato dai suoi difensori. Feltri è stato sospeso per tre mesi, ma Boffo è stato condannato penalmente a sei. Una condanna penale. Dunque vi sono accuse riconosciute, non inconsistenti come afferma Ruini. E perché è stato condannato Boffo? Ha certamente molestato, anche nella incertezza della finalità, una donna, moglie di un amico. La condanna c’è stata. E non è un pettegolezzo. Non è quindi «una gigantesca montatura mediatica», come dice Ruini e, vista la condanna non si può dire che «l’inconsistenza delle accuse mossegli era già emersa e riconosciuta pubblicamente».

Vogliamo dunque chiarire, senza reticenze le ragioni della condanna? Per i tre mesi di Feltri lo sappiamo, per i sei mesi (condanna penale) di Boffo si sono alzate cortine fumogene, la procura di Terni non ha consentito l’accesso al fascicolo e la condanna non sembra riferirsi a un furto di mele ma a una sorta di stalking. Il cardinal Ruini, il cardinal Bagnasco, il vescovo Staglianò ne sanno qualcosa di più? Se anche si provasse che i comportamenti di Boffo che hanno determinato la condanna non nascondono inclinazioni omosessuali si tratta pur sempre di molestie, potrebbero essere ricondotte a «stili di vita moralmente ineccepibili».

Dunque, per dirigere l’Avvenire, Boffo, che infatti si è dimesso, non avrebbe comunque avuto i requisiti coerenti con i principi cattolici. Dunque in che cosa Feltri ha sbagliato se, comunque, la condanna di Boffo c’è stata? Non saremo soddisfatti, rispetto alla coerenza e all’opportunità che Feltri ha denunciato nel ruolo del direttore dell’Avvenire, finché non sapremo perché Boffo è stato condannato a sei mesi, il doppio della pena per l’abnorme colpa di Feltri. Ruini, Bagnasco, Staglianò ritengono ingiusta la sentenza?



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Ipocrisia: ora l'Unità si dispera per la Carfagna

di Paolo Bracalini

È bastata una critica al Pdl per far ricredere il quotidiano della De Gregorio. Dalle squallide allusioni sulla nomina alla santificazione della Carfagna. Le donne ministre erano "belle statuine nell'harem", ora se ne loda il valore.

Roma - No, Lidia Ravera no. La prova della rottura definitiva e insanabile sembra arrivata. Non da un comunicato con­giunto con Bocchino, ma con l’imprimatur di purezza ideo­logica e morale sancito nella rubrica di eugenetica che la scrittrice femminista tiene sul­l’ Unità , quella in cui dà le pa­gelle alla politica in base al­l’aspetto fisico (memorabile quando diede della «donna scimmia» a Condoleezza Rice, «con quelle guancette da im­punita », tipiche com’è noto dei primati). È scoppiato l’amore, «Mara vola», addirit­tura, l’ex bella statuina dell’ha­rem pidiellino ha messo le ali. Nessuno si azzardi ad ammic­care, da cretino machista, alle ali del suo libro famoso, quelle dei Porci, perché qui, grazie al­l­a minaccia di dimissioni carfa­gnesca, siamo ben lontani dai porcili, qui si vola alto nell’ide­alità più nobile.
La Carfagna non è ancora uscita dal partito che l’ha tra­mutata in ministro, ma di fatto è già arruolata in quello (ma­schiofobo e retorico) dell’ Uni­tà delle Concite e delle Ravere. Sì ma come la metteranno col collaboratore bestseller An­drea Camilleri? Modificherà, in parte o in toto, la sua poesia incivile che tanto ci piaceva e che diceva: «Qualcuna viene eletta ai rossi scanni/ sostitui­sce il topless con un colletto se­vero/ ma, a pagarle, infine, è il solito contribuente/ lo stesso che foraggiava il cavallo sena­tore »?. Provvedere, immedia­tamente, ad avvertirlo che non si scherza più sulle donne se­rie e perbene premiate dalla politica. Per un’anima rosa riconqui­stata alla civiltà borghese, ce n’è però un’altra che sprofon­da negli abissi della volgarità berlusconiana, la Mussolini, che per la vetero-scrittrice è «stile buzzicona verace», in­somma una popolana che non merita l’invito nel salotto buo­no femminista, quello con rivi­ste di interior design e thé ver­de servito dal filippino.
Così lontana, «Alessandra M., lun­ghi capelli ossigenati spioven­ti sulle spalle», dal perfetto sti­le Mara, «corti capelli neri dal taglio impeccabile», «gelida e misurata», «che classe Mara!», che fuoriclasse l’Unità . Dalla lotta di classe alla classe nel ve­­stire, ecco spiegato il coma ce­rebrale del Pd e dei suoi aedi. Anche la direttora (è consi­gliabile all’ Unità mettere tutti i sostantivi al femminile) in un tripudio di sobri tailleur, si in­carica di rendere partecipe il volgo della buona novella. Se ne parla con grande rispetto, la Carfagna è «il ministro», op­pure più confidenzialmente «Mara», un’autorità statale ma anche un’istituzione per amica. Dal sultanato- è questa la notizia dell’editoriale di Concita De Gregorio - ci si può affrancare. Grande respiro di sollievo nazionale.
Ci si può domandare, eccome se si può, «se una donna che ha accetta­to le regole del sistema sia per questo una volta per sempre condannata alla vacuità, alla colpa, all’inessenzialità o se possa invece riscattarsi mo­strando di avere, al di là del peccato originale (al quale i consultori femminili dell’ Uni­tà stanno già lavorando, ndr ) che risale alle sue modalità di accesso alla scena, una sua au­tonomia, un qualche valore, un’intelligenza che le consen­ta di esprimersi per quello che sa e può fare». Basta dimettersi o minaccia­re soltanto di farlo, per fare tut­to quel gran salto etico e avere accesso alla beauty farm delle anime belle. Non è chiaro però in che modo «le belle statuine, gentili e disponibili», tanto amate dal Pdl, possano diven­tare personalità ragguardevoli semplicemente cambiando opinione su qualcosa. Tanto­meno si capisce come faccia­no le donne del Pdl ad essere «vittime del maschilismo» quando vengono reclutate ma anche quando se ne vanno, o minacciano solo di farlo.
Ci sa­rebbe da analizzare semmai l’odiodi genere che emerge da certe cronache dell’ Unità , a partire dalla De Gregorio che (come ora la Ravera con la Mussolini) tratta signore e si­gnorine di governo con una di­screta dose di disprezzo. Fu proprio lei, la direttora, a rac­contare sul quotidiano del Pd il congresso fondativo del Pdl. Un occhio di riguardo, ma spie­tato, verso le gonnelle festanti del «Sultano», che «chiama ac­canto a sé le dame » (di compa­gnia, madame?).
La Carfagna appunto, «la più bella e intelli­gente, una supremazia ricono­sciuta dalle altre - ci vuole ta­lento del resto (per fare cosa? ndr) - che si fanno un passo in­dietro ». O la Prestigiacomo, «china su di lui». Luisa Todini, «ex giovane imprenditrice» (perfidia assoluta), e poi - con sommo biasimo - le due «bel­lissime ragazze gemelle sotto il palco, una in stivali bianchi, l’altra in sandali di strass». Co­me dire, pronte a tutto e prossi­me vittime del maschilismo del Pdl. Nel frattempo, già ca­dute sotto i colpi del femmini­smo dell’Unità .



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Carfagna-Mussolini alla sceneggiata napoletana

di Massimiliano Scafi

Il ministro si sfoga: ""Vajassa" La deputata replica: “Chilla” stia accorta le farò sbarrare gli occhioni"



 

Roma - «Vajassa , hai preso quattro stracci di voti. Quando ti cacce­ranno dal partito sarà sempre troppo tardi». «Poveretta, sei un caso psichiatrico. Quando mi sen­­tirai, non riuscirai più chiudere quegli occhioni sbarrati». No, non siamo in un salottino intimo e cosy di Buckingham Palace e non stiamo ascoltando Elisabetta e la sua dama di compagnia che, davanti a una tazza di earl grey e attorniate dai simpatici cani cor­gies , discutono sul colore delle nuove tende. Siamo invece nel basso di Montecitorio. Benvenuti dunque nel tempio della demo­crazia, dove le due signore del Pdl se le stanno dando e dicendo co­me due lavandaie. Gridano, sma­nacciano, fanno le corna. Manca­no solo le unghie e la mossa, il re­sto del repertorio c’è tutto. È la po­­litica, bellezza: tra qualche gior­no Bambi e la Ducessa si tireran­no i capelli.

Certo, ognuna poi ha il suo stile, Alessandra Mussolini preferisce i gesti forti, ad effetto. In campa­gna elettorale, pare disegnasse le corna sui manifesti della rivale. In una conferenza stampa del mini­stro per le Pari opportunità, si è presentata con degli allusivi can­noli. E l’altro giorno alla Camera ha preso la macchina fotografica e ha immortalato il fattaccio, il tra­dimento, la prova del flirt: la chiac­chierata galeotta tra i banchi del governo con il luogotenente finia­no Italo Bocchino. «Vergogna». «Vergognati tu». Mara Carfagna invece usa le pa­role. Il battibecco di Montecitorio sembrava finito lì, ma il giorno do­po­ecco la ruspante replica del mi­nistro, simbolicamente affidata al Mattino.

Un’intervista piena di rabbia nei confronti dei vertici campani del Pdl e del discusso Co­sentino e gonfia di delusione ver­so il Cavaliere, conclusa con l’an­nuncio di dimissioni dal governo, dal partito e dal Parlamento. Ma la botta finale è dedicata a issa . «Io alle Regionali ho ottenuto 58mila preferenze, lei ha preso un terzo dei miei voti. Poi si per­mette atti di cattivissimo gusto co­me quella foto. 

A Napoli queste si chiamano vajasse». E dire che pro­prio ieri l’Unità aveva elogiato la sua classe: «Mara sa volare». Vajassa , quindi. «Serva» o «do­mestica » nella sua etimologia dia­­lettale, «donna che vive nei bassi» per i napoletani di oggi, ma «pro­stituta » secondo i partenopei del­la fine dell’800. Quale che fosse l’accezione che Bambi aveva in te­sta, certo non si tratta di un com­plimento. 

E infatti la Mussolini, che pure è un’altra che non le manda a dire e che ha la parolac­cia facile, non ha preso il vajassa per un complimento. Anzi, ha af­ferrato una penna e ha scritto su­bito a Gianfranco Fini, in qualità di presidente della Camera e for­se anche di futuro capo partito della Carfagna. «È gravissimo - si lamenta - che il ministro rivolga a mezzo stam­pa gratuiti e volgari insulti a una donna parlamentare. Per questo inqualificabile comportamento, in palese contrasto con le finalità che il ministero delle Pari oppor­tunità persegue, dovrebbe imme­diatamente rassegnare le dimis­sioni».

Perciò Alessandra chiede a Fini «di adottare ogni iniziativa a tutela della mia onorabilità». La Ducessa vuole soddisfazio­ne pure dalla presidenza del Pdl. Ma il vero sfizio se lo vuole toglie­re in un altro modo, « Chilla là adesso deve stare molto accorta. La Carfagna sappia che, alla pri­ma occasione d’incontro, sarà mia cura replicare ai suoi insulti, guardandola dritta in quei suoi oc­chioni che dopo le mie parole, ne sono certa, risulteranno ancora più sbarrati». Chissà, ne vedremo ancora del­le belle. Certo le due ladies del centrodestra non si sono mai mol­to amate.

La bionda e la bruna, l’ex attrice e l’ex soubrette,la vera­ce prosperosa e la silfide algida e (neo) sofisticata. Due così non po­tevano andare d’accordo. A divi­derle anche il controllo del parti­to in Campania. La Carfagna sta con Stefano Caldoro, che ha fatto eleggere governatore nonostante i sabotaggi di Cosentino. La Mus­solini sta con l’altro gruppo,quel­lo che si è opposto al passaggio della gestione dei rifiuti dalle Pro­vince alla Regione. Sullo sfondo, la candidatura in primavera a sin­daco di Napoli. Il duello conti­nua. Forse le ritroveremo aggrovi­gliate nel fango, come delle wrest­ler. Come delle signore.




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